sabato 22 luglio 2023

Chi calunnia chi ?!!??

Criticare non è calunniare
- Hannah Arendt non è una pensatrice di sinistra -
di Benoît Basse, Livia Profeti e François Lecoutre -

   Il 7 aprile 2023, Emmanuel Faye pubblica su L'Humanité un articolo dal titolo "Hannah Arendt, une philosophe de gauche?" Tre mesi dopo, tre donne arendtiane - Martine Leibovici, Aurore Mréjen e Carole Widmaier - pubblicano sulla rivista Philosophie del 13 luglio una risposta polemica dal titolo «"Arendt è una filosofa di sinistra?" Emmanuel Faye, ovvero, la grande ondata della calunnia». Nel denunciare con sdegno Emmanuel Faye, accusandolo di «calunnia» e «malafede», le tre autrici non si curano minimamente di ricordare ai propri lettori che se Faye «pretende di fondare la sua posizione sul fatto di aver ragione», lo fa proprio perché è da diversi decenni che porta avanti le sue ricerche su Hannah Arendt, concretizzate nel suo libro "Arendt et Heidegger. Extermination nazie et destruction de la pensée" (Albin Michel, 2016). In questo suo rigoroso lavoro, la concezione che ha Arendt del totalitarismo nazista viene analizzata per la prima volta alla luce della sua relazione intellettuale con Martin Heidegger. Ed è a partire da questa che Faye riesce a dimostrare come, da un punto di vista teorico, la Arendt sia molto più vicina al suo ex maestro e amante - il primo Rettore-Führer del Terzo Reich - di quanto generalmente si ammetta. In tal modo, chiarisce anche alcuni problemi prima insolubili, come quello relativo al «ritrovarsi», tra Arendt e Heidegger, a Friburgo nel 1950, dopo diciassette anni di separazione e di silenzio. Fino a oggi, questo re-incontro era sempre stato descritto come una sorta di «romanzo d'amore». Invece, Faye mette in luce quale sia stata la vera ragione di questa nuova alleanza postbellica tra i due pensatori: l'adesione, senza alcuna riserva, da parte di Arendt, al progetto di «far esplodere il castello della cultura occidentale»; progetto che lei aveva individuato nella famosa "Lettera sull'umanesimo" di Heidegger, e della quale era venuta a conoscenza un anno prima del loro ricongiungimento. Possiamo capire quanto possa essere sconvolgente il risultato di questo immenso lavoro, dal momento che mette in discussione la figura iconica di Arendt, così come è stata costruita dalla cultura postmoderna di sinistra; la quale si è appropriata di molti concetti provenienti dalla Arendt, in particolare quelli di «pluralità» e «natalità». A tal proposito, va detto che spesso la «natalità» arendtiana viene spesso erroneamente contrapposta all'«essere-per-la-morte» di Heidegger. In realtà, non esiste un'opposizione fondamentale tra Arendt e Heidegger sulla realtà umana, nella misura in cui la concezione arendtiana della natalità deriva da quella dell'«essere-per-la-morte» di Heidegger. In realtà, tra Arendt e Heidegger non esiste alcuna opposizione di fondo sul tema della realtà umana; nella misura in cui la concezione arendtiana della «natalità» deriva da quella heideggeriana dell'«essere-gettato». A partire dalla sua tesi di dottorato su "Il concetto di amore in Agostino", Arendt delinea a suo modo la radicale disuguaglianza tra gli esseri umani, e che si trova celata nella concezione esistenziale heideggeriana dell'«essere-nel-mondo». 

Ne "Le origini del totalitarismo", leggiamo: «Non si nasce eguali; si diventa eguali». Questa presunta disuguaglianza tra i singoli esseri umani viene persino definita, nei suoi diari, come una «diversità originaria» (agosto 1950). Un'uguaglianza relativa, che riguarda l'intera umanità in sé, sarebbe stata raggiunta solamente come conseguenza della cosiddetta «seconda nascita». Sulla base di una distinzione tra bios e zoe - ripresa da Heidegger - l'autrice concede un'umanità pienamente realizzata solo a dei gruppi limitati di persone che agiscono insieme nel contesto di un medesima comunità politica, in virtù della loro «decisione» di garantirsi vicendevolmente uguali diritti. Per la Arendt, tuttavia, non esiste uguaglianza tra le diverse comunità, dal momento che esse provengono dall'originaria differenza degli individui: «gli uomini sono ineguali», scrive, «per la loro origine naturale, per la differente organizzazione, per il loro destino storico» ("Le origini del totalitarismo"). È su questa base ontologica che Arendt arriva a criticare la "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789", la quale riconosceva a tutti pari dignità a partire unicamente dal criterio della nascita. In una lettera del 1964, all'amica Mary McCarthy, scriveva a proposito dell'uguaglianza: «Il vizio principale di ogni società egualitaria è l'invidia (...). E la grande virtù di tutte le aristocrazie, mi sembra, si trova nel fatto che le persone sanno sempre chi sono, e quindi non si paragonano con gli altri. È proprio questo confronto permanente che costituisce davvero la quintessenza della volgarità.»  Questa spiegazione - la quale dovrebbe lasciare stupito chiunque ritenga "di sinistra" il pensiero della Arendt, è in realtà perfettamente coerente con la sua concezione della «pluralità», incentrata com'è sul concetto di disuguaglianza. Ed è merito del lavoro di Faye l'aver mostrato il modo in cui la Arendt - riducendo la vita lavorativa a una vita animale che procederebbe dalla zoe - disumanizzava i lavoratori, limitando a pochi eletti l'umanità vera e propria. Certo, alla fine, le tre autrici dell'articolo concedono che «la concezione strettamente politica dell'uguaglianza che sostiene [Arendt], così come la distinzione che lei traccia tra la sfera sociale e quella politica, devono essere messe entrambe in discussione». Ma il nocciolo del problema risiede proprio in questi punti. Non è forse una delle caratteristiche più evidenti della sinistra - a prescindere dalle sue diverse componenti - ritenere che sia compito della politica farsi carico, in un modo o nell'altro, di alcuni problemi sociali? La Arendt non solo esclude una tale prospettiva, ma la critica esplicitamente in tutta la sua opera. Ciò è dimostrato,in particolare, dal suo elogio della Rivoluzione americana, la quale, a differenza di quella francese (descritta come un «disastro»), avrebbe avuto il grande merito di limitarsi a fondare la libertà politica, senza pretendere di risolvere i problemi "sociali" (povertà, schiavitù).

Ed è sempre questo ciò che si palesa, in maniera ancora più evidente, anche nelle posizioni assunte dall'autrice sulla «questione nera» e la segregazione negli Stati Uniti; tutte cose queste - che sia chiaro - destinate a scioccare un pubblico di lettori di sinistra. A tal proposito, vale la pena sottolineare come le autrici si guardano bene dal citare la traduzione del testo di Kathryn Belle, "Hannah Arendt et la question noire", pubblicato lo scorso aprile. In questo libro, l'autrice mostra in maniera implacabile come, a causa della sua concezione strettamente politica dell'uguaglianza - così come a partire dalla separazione tra sfera politica e sociale che tale concezione implica - la Arendt sia stata portata a criticare aspramente la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 1954, che ordinava la fine della segregazione razziale nelle scuole pubbliche. In realtà, la Arendt non ha mai smesso di denunciare, come una disastrosa mescolanza di generi, qualsiasi tentativo di introdurre, con dei mezzi politici, l'uguaglianza nella sfera sociale. Inoltre, ebbe a dichiarare che «ciò che l'uguaglianza rappresenta per il corpo politico - il suo principio profondo - la discriminazione lo è per la società» ovvero che «la discriminazione costituisce un diritto sociale, altrettanto indispensabile dell'uguaglianza in quanto diritto politico». Da qui, il sostegno da lei dato ai bianchi razzisti dell'epoca, ritenendo che - in nome della libertà di associazione che doveva prevalere nella sfera sociale - i genitori bianchi avessero tutto il diritto di rifiutare ai loro figli di frequentare le stesse scuole dei bambini neri.

Da ultimo, appare deplorevole che le autrici di questo articolo accusino Emmanuel Faye di essere in «malafede» e di fare ricorso alla «calunnia», in particolare quando egli si riferisce al fatto che Arendt abbia pubblicato, nel 1962, "Mélanges en l'honneur d'Eric Voegelin", nel quale aveva effettivamente accolto un contributo di Armin Mohler, mentore della Nuova Destra dopo il 1945 e noto per aver tentato di entrare nelle Waffen-SS nel 1942. Poiché, in tal caso, non si tratta nemmeno di un «sofisma» o di un «insinuante avvicinamento», visto che fu proprio Armin Mohler che, a partire dalla propria tesi su "La rivoluzione conservatrice in Germania" (1950), diffuse il mito della «rivoluzione conservatrice» - vista come distinta dal nazismo - che gli permise di sdoganare autori nazionalsocialisti come Heidegger e Schmitt, facendolo esattamente nello stesso spirito della Arendt. Ed Emmanuel Faye avrebbe potuto citare anche un altro evento molto suggestivo: l'elogio che Arendt fece del libro di Eric Voegelin, "Razza e Stato", da lei presentato come «la migliore esposizione storica della nozione di razza svolta nello spirito di una "storia delle idee"». Si scoprirà poi che questo libro, pubblicato nella Germania nazista nel 1933, esponeva una concezione metafisica della razza basata positivamente sul pensiero razziale degli autori nazisti. Possiamo davvero credere che Arendt abbia trascurato in buona fede il carattere «filonazista» di questo libro, che era stato chiaramente percepito come tale da di professori universitari nazionalsocialisti come Alfred Baeumler ed Ernst Krieck? Comunque sia, appare discutibile ridurre - come fanno le autrici di questo articolo - la relazione intellettuale tra la Arendt e il filosofo conservatore Eric Voegelin , semplicemente a dei «profondi disaccordi filosofici». Lo spirito di approfondimento e di serietà, dimostrato da Emmanuel Faye nel suo lavoro accademico, avrebbe indubbiamente meritato un trattamento equivalente da parte delle sue avversarie che, accusandolo di «calunnia», attaccano così facendo la sua integrità di ricercatore. Questo atteggiamento polemico personale nei confronti di Emmanuel Faye, in un momento in cui sono appena stati pubblicati due lavori critici su Arendt - il già citato lavoro di Kathryn Belle e "Hannah Arendt et la question juive" di Michel Dreyfus - può essere a ragione visto come una strategia diversiva. Inoltre, contrariamente a quanto affermato nell'articolo, Emmanuel Faye non sostiene affatto che si debba rinunciare a leggere Arendt. Al contrario, è giunto proprio adesso il momento di smettere di immunizzare il suo pensiero contro ogni critica. Certo, ognuno resta libero di discutere le argomentazioni di un ricercatore - in questo caso di fama internazionale - ma il ricorso all'accusa di «calunnia» è indegna di un dibattito intellettuale, e nasconde malamente quella che è solo una forma di panico e di irritazione a fronte della prospettiva, in seno alla sinistra francese, di una desacralizzazione di Arendt. Tuttavia, alla luce degli elementi che abbiamo qui illustrato, sembra legittimo chiedersi se la sua teoria politica sia davvero in grado di ispirare la sinistra, per la quale la trasformazione sociale ha sempre costituito una funzione essenziale dell'azione politica.

- Benoît Basse, Livia Profeti e François Lecoutre - Pubblicato il 21/7/2023 su L'Humanité -

venerdì 21 luglio 2023

Centro & Periferia

Negli anni 1960-70, molti teorici hanno cercato di spiegare lo "sfruttamento" - da parte del centro del capitalismo nei confronti della periferia - mescolando insieme diverse matrici teoriche. Nel momento in cui il marxismo stava vivendo un nuovo momento di euforia, le categorie del Capitale di Marx venivano mescolate e fuse in un amalgama che comprendeva le teorie borghesi della modernizzazione, le interpretazioni del sottosviluppo e il terzomondismo. Come conseguenza di un simile eclettismo, non proprio rigoroso, saltavano subito agli occhi due problemi. Il primo, consisteva nell'incapacità di considerare la dinamica capitalistica come un processo storico; cosa che, pertanto, provocava una certa insistenza nel voler far passare quelle che erano solo delle caratteristiche di fasi storiche ormai superate, come se fossero invece degli elementi sempre presenti nelle relazioni internazionali. In un momento in cui l'espansione capitalistica del dopoguerra stava dando forma a un mercato globale, le teorie erano rimaste ancora ferme a quelle che erano state le formulazioni risalenti all'epoca imperialista classica che parlavano di "economia nazionale"; quando non arrivavano addirittura a trattare  "l'accumulazione primitiva" come se fosse una caratteristica strutturale. In tal modo, il tema del "super-sfruttamento del lavoro", ad esempio, anziché essere letto come il risultato della crescente esclusione che si produceva all'interno del mercato mondiale a partire dalle  dinamiche produttive avanzate, veniva invece visto nella prospettiva di un persistere delle relazioni sociali precedenti. Il secondo problema era che la teoria del valore di Marx veniva sacrificata sull'altare dell'amalgama teorico (fino a oggi battezzato col nome di "privilegio del punto di vista periferico"), e tutte quelle che erano state finora le sue fondamentali connessioni sono state completamente distorte. L'argomentazione centrale di Marx - secondo la quale il potenziamento e la crescita della composizione organica avrebbe portato a un aumento della produttività, e alla conseguente vittoria nella concorrenza generalizzata; ma lo avrebbe fatto al prezzo della riduzione relativa, e progressivamente assoluta, del valore prodotto, con la conseguente esclusione di tutti coloro che "sono rimasti indietro" - è stata completamente rovesciata.

Nella teoria, la tesi secondo cui ci sarebbe stato un "trasferimento di valore" dalla periferia al centro, è diventata moneta comune, dimostrando così di ignorare proprio quelli che erano i principi più elementari della teoria del valore di Marx; dimenticando come le dinamiche che essa svelava indicassero un processo di crisi e di crescente esclusione sociale. Il testo di Norbert Trenkle qui di seguito, pubblicato nel 1996, presenta ancora tutta una serie di difficoltà per quel che attiene all'esposizione e all'uso delle categorie (un segno questo, di come doveva ancora maturare la critica del valore), oltre a una sottovalutazione del ruolo del capitale fittizio (che negli ultimi tre decenni avrebbe reso tutto assai più complesso). Tuttavia, qui la critica colpisce al cuore quelle teorie che parlano di un "trasferimento di valore" dalla periferia al centro del capitalismo, e fa a pezzi la convinzione - oggi coltivata da gran parte della sinistra - secondo cui nel capitalismo globale ci sarebbe posto per tutti. Il testo di Norbert Trenkle, presenta inoltre anche alcune difficoltà nell'esposizione e nell'uso delle categorie (segno ancora della maturazione della critica del valore), nonché una sottovalutazione del ruolo del capitale fittizio (cosa che ha reso tutto più complesso negli ultimi tre decenni). Tuttavia, la critica in questo caso va al cuore delle teorie che parlano di un "trasferimento di valore" tra la periferia e il centro del capitalismo e distrugge la convinzione, oggi coltivata da gran parte della sinistra, che nel capitalismo mondiale ci sia posto per tutti.

- Maurilio Botelho -

Svalorizzazione del valore (1996)
- Sulla crisi dell'imposizione della legge del valore sul mercato mondiale -
di Norbert Trenkle

[...] Pertanto si tratta quindi di una supposizione del tutto falsa e feticistica, quella secondo cui l'accumulazione di valore, o di capitale, nei paesi vincitori del mercato mondiale si nutra della massa di valore che verrebbe sottratta al «Terzo Mondo». Dal momento che non si tratta di quantità determinabili a livello empirico, secondo il principio: in che misura la ricchezza occidentale si basa sul saccheggio del Sud del mondo? A questo livello può essere dimostrato tutto e niente, ed è anche possibile arrivare facilmente alla conclusione secondo cui «Noi» dovremmo davvero «la nostra prosperità» al «lavoro onesto», ragion per cui, a conti fatti, il «Terzo Mondo» sarebbe in definitiva da biasimare per la sua miseria. In tal modo, vediamo come un'analisi primitiva dello sfruttamento si trasforma improvvisamente in una semplicistica affermazione del sistema; si tratta di una tendenza ripugnante, che si è affermata dall'inizio degli anni '90, anche negli ex circoli di sinistra solidali con il Terzo Mondo [*1]. Non è così. Negare che nel mercato mondiale esista uno «scambio ineguale» significa tutto tranne che elogiare l'economia di mercato, o addirittura parlare a favore dello sciovinismo della prosperità e dell'esclusione. È innegabile che - storicamente e strutturalmente - esista uno stretto legame tra il crescente impoverimento della maggior parte del mondo e l'accumulazione capitalistica nei centri del mercato mondiale. Naturalmente, quel che è avvenuto costituisce un gigantesco trasferimento di risorse dai Paesi del Sud del mondo a quelli del Nord. E ovviamente non è affatto vero che quel che si impone attraverso il commercio mondiale, rappresenta una divisione internazionale del lavoro vantaggiosa per tutti i partecipanti (sebbene lo sia in misura diversa). Il famoso teorema di Ricardo che parla dei «vantaggi comparati nel commercio estero» [N.d.T.: secondo cui le merci diventerebbero più economiche e più disponibili in quantità maggiore] non è mai stato altro che l'ideologia di giustificazione delle nazioni che guidano il mercato mondiale. Tuttavia, il meccanismo per mezzo del quale sono state e vengono prodotte contemporaneamente, sia la ricchezza sotto forma di merce sia la miseria di massa sul mercato mondiale, non costituisce un trasferimento di valore, ma rappresenta l'imposizione sistematica di uno standard di produttività valido a livello globale che dichiara nulla, e distrugge, ogni produzione di valore ai livelli nazionali o regionali più bassi.

Tale processo di imposizione ha, ovviamente, una lunga storia, che non è il caso di riprodurre in questa sede. Vorrei solo sottolineare come la coesistenza, sul mercato mondiale, dei diversi livelli di produttività sia diventata sempre più insostenibile, man mano che la produzione di merci si affermava a livello mondiale come forma di riproduzione sociale. Gli Stati che volevano proteggere i loro produttori nazionali dalla distruttiva concorrenza internazionale, hanno dovuto erigere barriere sempre più alte, fino a che - sotto la pressione dei divari di produttività, dell'aumento dei costi e dei debiti - non c'è stata altra via che la completa apertura dei mercati. [...] Nel lungo periodo, pertanto, anche la frontiera monetaria finisce per non offrire più alcuna protezione contro la pressione della produttività mondiale più avanzata. E quanto maggiore è la disparità tra i diversi livelli, tanto più difficile sarà il tentativo di colmare questo divario. Ciò che la modernizzazione capitalistica in ritardo (soprattutto quella in Germania, in Italia e in Giappone) era ancora in grado di fare nel XIX secolo, oggi per i ritardatari del XX secolo non è più possibile. Anche la strategia di «sostituzione delle importazioni» degli anni '50 e '60, ben presto ha rapidamente creato un'elevata domanda di importazioni di capitale produttivo, il quale non poteva essere coperto, in termini di valore, dalle corrispondenti esportazioni. Per un po' di tempo, questo fenomeno è stato mascherato grazie al saccheggio delle risorse naturali, allo sfruttamento eccessivo della manodopera e al debito estero (in questo senso, c'è stato un immenso trasferimento di risorse materiali dal Sud al Nord). Ma, al più tardi con l'enorme aumento di produttività della «rivoluzione microelettronica» tutte le speranze sono andate perse. Il risultato è stato l'imposizione di un livello di valore applicabile a livello globale, non attraverso una crescente convergenza, ma per mezzo dell'eliminazione di tutta la produzione «improduttiva»; in altre parole: la deindustrializzazione di interi Paesi e regioni dell'Est e del Sud. In ultima analisi, sono rimaste solo quelle industrie e quei «servizi» che funzionano direttamente in quanto parte di uno degli aggregati produttivi che era orientato globalmente fin dall'inizio, e che, inoltre, offrono solo a una frazione della popolazione mondiale l'opportunità di vendere la propria forza lavoro (molto spesso a condizioni miserevoli).

Alla fine, il capitalismo si è affermato nel mercato mondiale totale; ma non lo ha fatto nel senso glorioso che viene proclamato dai suoi cantori di corte. Al contrario, la dissoluzione delle economie nazionali costituisce parte di un processo di crisi globale che mina le basi stesse della moderna produzione di merci. In primo luogo, l'applicazione di un unico standard di valore - attraverso la deindustrializzazione su larga scala - equivale a un crollo mondiale della base di valore del capitale (e quindi anche della sua capacità di valorizzare). In secondo luogo - e vorrei soffermarmi brevemente su questo punto - il mercato mondiale complessivo è precario, dal momento che ovunque il livello di valore applicabile non è affatto equivalente alla scala del valore globale. Questo sembra un paradosso, ma invece non fa altro che esprimere una contraddizione indissolubile, che dimostra l'insostenibilità del sistema mondiale di produzione delle merci. Il gold standard non può più essere reintrodotto, senza provocare delle immense contrazioni nella sovrastruttura finanziaria, con corrispondenti ripercussioni catastrofiche sull'economia reale; il suo superamento è stato un prerequisito (e allo stesso tempo un risultato) del completo scatenarsi della logica della valorizzazione del boom fordista. D'altra parte, però, non ci sarà mai uno Stato mondiale che introduca e garantisca una moneta cartacea o commerciale uniforme e universalmente valida; e questo perché ciò richiederebbe come condizione necessaria (ma ancora insufficiente) una omogeneizzazione economica mondiale, la quale viene impedita proprio dalle leggi coercitive del mercato mondiale. Persino le valute dei Paesi relativamente più forti (in particolare il dollaro, il marco tedesco, lo yen e il franco svizzero) non sono in grado di colmare questa lacuna, poiché sono state istituite come uno standard sostitutivo, dopo che il dollaro aveva perso la sua posizione monopolistica come valuta mondiale. A ciò si contrappone il fatto che non esiste una sola misura di valore. Ma diverse, che coesistono e che sono soggette a fluttuazioni sempre maggiori. Anche queste valute stanno subendo un processo accelerato di appassimento, che potrebbe presto screditarle del tutto. Inoltre, in genere funzionano solo come valute parallele accanto alla permanenza delle valute nazionali (e di solito non sono liberamente convertibili). Tuttavia, fintanto che gli Stati nazionali mantengono una capacità funzionale residua, si aprono anche enormi possibilità di manipolazione a livello di tassi di cambio.

Quella che un tempo era la «funzione protettiva dei tassi di cambio», viene ora sempre più spesso utilizzata come un eccessivo dumping valutario (soprattutto da parte dei Paesi dell'Europa dell'Est e dell'Asia orientale, come la Cina, che praticano questo tipo di politica della concorrenza). L'obiettivo non è più quello di proteggere una determinata struttura economica nazionale dalla pressione schiacciante della concorrenza per portarla gradualmente al livello mondiale, ma semplicemente quello di avere la possibilità di vendere qualsiasi cosa sul mercato mondiale e di attirare almeno qualche misero cambio. Con questo presupposto, il processo di saccheggio dell'uomo e della natura viene ora accelerato, sprecando tutto ciò che può ancora essere sprecato. Si potrebbe anche parlare di trasferimento di valore, se non fosse che proprio attraverso la generalizzazione globale di questa politica di "dumping", alla fine viene meno qualsiasi standard oggettivo di valore. Inoltre, il vantaggio per i Paesi che sono al centro del mercato mondiale è solo molto relativo, perché lo standard di produttività da loro imposto adesso compete con altri fornitori apparentemente più produttivi, la cui capacità di competere, tuttavia, non si basa su una maggiore produttività (dovuta alla manodopera a basso costo), ma solo sulla manipolazione delle relazioni. Ciò che sta realmente accadendo è un processo rapido e irreversibile di distruzione del valore globale che mina le fondamenta del sistema globale di produzione delle merci.

- Norbert Trenkle - Apparso Su Krisis nel 1996 -

NOTA:

[*1] -All'inizio del 1991, ad esempio, ci fu un dibattito su "Konkret" con il titolo Leben wir auf Kosten der Dritten Welt?, in cui Kurt Hübner e Jörg Goldberg si cimentarono con le cifre per dimostrare che "lo sfruttamento del Terzo Mondo non è la fonte della prosperità del Primo Mondo" (Hübner in "Konkret" 2/1991). Un anno dopo, nel suo libro "500 anni di conquista", Winfried Wolf ha mantenuto lo stesso livello (empirico) con un calcolo alternativo che ha prodotto il risultato opposto. Teoricamente, non ha ottenuto un millimetro di vantaggio sui suoi avversari.

giovedì 20 luglio 2023

Com’è che la destra ha vinto la battaglia delle idee !!

La "sinistra" identitaria alter-capitalista di Houria Bouteldja e i suoi giochi ambigui e regressivi ai margini dell'antisemitismo. Qui di seguito, la traduzione di una parte del dossier di Philippe Corcuff.

Per quel che riguarda i nuovi attori di quello che si presenta come un "antirazzismo politico" o come "antirazzismo decoloniale" - un polo minoritario ma un po' troppo mediatizzato, che si incarna nel Parti des indigènes de la République (il PIR, un'organizzazione costituita da poche decine di attivisti che è stata creata nel febbraio 2010) [*1377] , c'è da dire che essa arriva persino al punto di flirtare in maniera ambigua anche con quelli che sono i margini dell'antisemitismo. Per fare un esempio, colui che incarna la sua principale figura mediatica, Houria Bouteldja, il quale ha annunciato che avrebbe lasciato l'organizzazione il 6 ottobre del 2020 [*1378], a partire dal marzo del 2015 ha cominciato a divulgare il concetto di un cosiddetto "filosemitismo di Stato" [*1379]. Se visto nel contesto di una relativa recrudescenza dell'antisemitismo, questa espressione può essere assunta come una riattivazione del vecchio stereotipo antisemita della "lobby ebraica", senza tuttavia non arrivare mai ad assumere questa parentela fino in fondo. La delirante stigmatizzazione del "sionismo" e dello Stato di Israele - visto come se fosse la presunta principale immagine e cifra dell'oppressione dei "post-colonizzati" in tutto il mondo - apre anche tutta una serie di possibili sentieri che portano all'antisemitismo, come ha sottolineato con pungente ironia Ivan Segré, parlando del libro dello stesso Bouteldja, "Les Blancs, les Juifs et nous" [*1380]. Infine, in uno dei discorsi di Bouteldja agli "ebrei", si trova un accenno a quella che si configura come un'ambigua giustificazione - enunciata in maniera contorta e tortuosa - di un possibile (delineato come sbagliato ma comprensibile) odio antisemita a venire, in futuro, a causa di quella che potrebbe essere la contemporanea conversione di molti "Ebrei" al "sionismo" («in soli cinquant'anni, tutti voi vi siete consegnati in massa all'identità sionista. [...] Il sionismo non è forse solo un altro nome per la vostra capitolazione?» [*1381]): «La cosa peggiore è l'espressione del mio viso quando per strada incrocio un bambino con la kippah. Quel momento furtivo in cui mi fermo a guardarlo. La cosa peggiore è la scomparsa della mia indifferenza nei vostri confronti, il possibile preludio alla mia rovina interiore.» [*1382]

La retorica messa in scena di una sua "rovina interiore" non annulla quella che è l'inizio di una giustificazione di un allusivo futuro antisemitismo ("il possibile preludio"), dicendo come questo "sia male" ("il peggio"), ma che però è anche comprensibile, dal momento che è un po' colpa vostra, voi ebrei, quanto meno... Perciò Segré ha pienamente ragione nello scrivere: «quando un adulto guarda dall'alto in basso un bambino per il solo fatto che egli è ebreo, nero, arabo, indiano, giallo o altro, non ci troviamo affatto "appena prima dell'odio», ma siamo "subito appena dopo"» [*1383].

Le ambiguità di Bouteldja nei confronti dell'antisemitismo, come quelle del suo "antisionismo", sono state riunite e potenziate in una sua conferenza tenuta a Londra nel dicembre 2018, nella quale ha reso ancora più difficile costruire delle convergenze tra le lotte contro l'islamofobia e quelle contro l'antisemitismo. La conferenza è stata significativamente intitolata in maniera confusa "Combattere il filosemitismo per combattere l'islamofobia e il sionismo"[*1384]. Ben presto, il "filosemitismo di Stato" è diventato tout court "filosemitismo", mentre le varie forme di simpatia verso le culture ebraiche e/o le sofferenze delle popolazioni ebraiche nel corso della storia (suscettibili di essere associate alla nozione di "filosemitismo") sono state identificate come se fossero proprio esse una delle principali fonti dell'islamofobia, e questo è stato fatto in associazione alla demonizzazione del "sionismo". A questo punto dell'analisi, va sottolineato - contro ogni tentazione relativistica che deriverebbe dal fare un parallelo tra le due tendenze - che le insidie incontrate dalla Licra e dal PIR non includono lo stesso grado di pericolo, anzi. La prima partecipa alla critica dei discorsi e degli atti anti-musulmani [*1385], ma lo fa restringendo troppo la portata del razzismo anti-musulmano, mentre il secondo partecipa solo raramente ad azioni contro l'antisemitismo e in modo ambiguo, come vedremo con l'invito a manifestare il 19 febbraio 2019 "contro gli atti antisemiti" e "contro la loro strumentalizzazione". Inoltre, come abbiamo appena visto, Bouteldja ha ambiguamente aperto la porta alla giustificazione di uno "sguardo" antisemita. Infine, la Licra rimane aperta a dibattiti contraddittori nelle sue pubblicazioni [*1386], cosa che invece non avviene per il sito web del PIR [*1387], il quale sembra rifiutarsi di praticare il pluralismo "bianco", allo stesso modo in cui un tempo gli stalinisti si rifiutavano di praticare il pluralismo "borghese"... Rispetto agli anni 2000, la tendenza alla polarizzazione tra lotta all'antisemitismo e lotta all'islamofobia si è estesa, oltre che alle organizzazioni antirazziste, a settori più ampi dei circoli politici, attivisti, mediatici e intellettuali. Nella cosiddetta sinistra "repubblicana", la nozione di islamofobia viene squalificata e vengono legittimate persino forme soft di amalgama islamofobico. Al contrario, settori della sinistra radicale relativizzano l'antisemitismo o addirittura si compiacciono di posizioni ambigue sull'antisemitismo (come quelle del PIR). Vediamo alcuni esempi di queste due posizioni.

(da  Philippe Corcuff, "La grande confusion. Comment l’extrême droite gagne la bataille des idées". © éditions Textuel, 2021)

NOTE:

[*1377] Per una critica del PIR, si veda: P. Corcuff, « Indigènes de la République, pluralisme des dominations et convergences des mouvements sociaux. En partant de textes de Houria Bouteldja et de quelques autres », su Grand Angle, 9 juillet 2015, art. cit.
[*1378] - "Dimissioni dal PIR", post Facebook di Houria Bouteldja, del 6 octobre 2020, [ https://fr-fr.facebook.com/bouteldjahouria/posts/3288962441180187 ].
[*1379] - H. Bouteldja, "Racisme(s) et philosémitisme d’État ou comment politiser l’antiracisme en France?", sul sito del PIR, 11 mars 2015, [ http://indigenes-republique.fr/racisme-s-et-philosemitisme-detat-ou-comment-politiser-lantiracisme-en-france-3/ ].
[*1380] - In I. Segré, "Une indigène au visage pâle. Compte-rendu du livre d’Houria Bouteldja: Les Blancs, les Juifs et nous. Pour une politique de l’amour révolutionnaire (La Fabrique)", sul sito Lundimatin, # 54, 30 mars 2016, [ https://lundi.am/Une-indigene-au-visage-pale ].
[*1381] -  H. Bouteldja, "Les Blancs, les Juifs et nous. Pour une politique de l’amour révolutionnaire", 2016, op. cit., p. 53.
[*1382] - Ivi, p. 54.
[*1383] -  I. Segré, "Une indigène au visage pâle", art. cit.
[*1384] - H. Bouteldja, "Combattre le philosémitisme pour combattre l'islamophobie et le sionisme", conferenza tenuta in inglese a Londra l'8 dicembre 2018 su invito dell'Islamic Human Rights Commission (IHRC); video ripostato su MEMRI.fr, 30 dicembre 2018, [ http://memri.fr/2018/12/30/la-militante-franco-algerienne-houria-bouteldja-nous-devons-combattre-le-philosemitisme-pour-combattre-lislamophobie/ ]. L'IHRC, fondata in Gran Bretagna nel 1997, è caratterizzata - dalla rete britannica per i diritti umani e la laicità AWAAZ-South Asia Watch - nel suo rapporto The Islamic Right - key tendencies, Londra, giugno 2006, p. 8, come appartenente a una destra islamoconservatrice inizialmente vicina al regime iraniano,  [ https://web.archive.org/web/20070928033832/http : https//www.awaazsaw.org/awaaz_pia4.pdf ]. Sembra che, date le sue presunte origini storiche, questa ONG si sia poi espansa e pluralizzata, pur mantenendo la sua inclinazione islamoconservatrice e la tendenza a demonizzare il "sionismo".
[*1385] - Si veda, per esempio, Mario Stasi, « Contre Zemmour », sul site de la Licra, 20 septembre 2018, [ https://www.licra.org/contre-zemmour ], oppure la condanna, fatta dalla Licra dell'attentao contro la Moschea di Bayonne suFacebook il 28 octobre 2019 : [ https://www.facebook.com/licra.org/posts/2420354031345144 ] .
[*1386] -  Si veda la mia intervista sulla rivista Licra che difende l'uso della nozione di islamofobia: "La singularité individuelle, valeur cardinale de l'antiracisme", intervista con Alain Barbanel, Le Droit de vivre, n. 664, dicembre 2016, pp. 24-25, ristampata su Mediapart, con il titolo "Enjeux actuels de l'antiracisme et singularités individuelles", 13 gennaio 2017, [ https://blogs.mediapart.fr/philippe-corcuff/blog/130117/enjeux-actuels-de-l-antiracisme-et-singularites-individuelles ].
[*1387] -  Un esempio dell'evoluzione settaria del PIR: il 5 marzo 2006 ho scritto un testo per il sito web di quello che allora si chiamava MIR (Mouvement des Indigènes de la République, 2005-2010) criticando il suo rifiuto di manifestare contro l'omicidio antisemita di Ilan Halimi: "Le combat contre l'oppression postcoloniale et la lutte contre l'antisémitisme: en quoi les Indigènes de la République ont-ils fait une erreur politique à propos du meurtre d'Ilan Halimi" [ripreso dal sito web di Oumma. com il 20 marzo 2006: https://oumma.com/le-combat-contre-loppression-postcoloniale-et-la-lutte-contre-lantisemitisme-en-quoi-les-indigenes-de-la-republique-ont-ils-fait-une-erreur-politique-a-propos-du-meurtre-d-2 ]. Ma questo testo è stato poi cancellato dal sito web di quello che è diventato il PIR nel 2010. D'altra parte, la reazione critica alle mie critiche si trova ancora sullo stesso sito: "Réponse à Philippe Corcuff concernant le communiqué des Indigènes de la république sur le meurtre d'Halimi", di Sadri Khiari, 22 marzo 2006, [ https://indigenes-republique.fr/reponse-a-philippe-corcuff-concernant-le-communique-des-indigenes-de-la-republique-sur-le-meurtre-dhalimi/ ].

Fonte: @Palism Psao

L’hanno fatto incazzare !!

Hulk nella lotta di classe
- di Ruy Braga -

In seguito alla proclamazione di uno sciopero da parte della Screen Actors Guild – American Federation of Television and Radio Artists (SAG-AFTRA), l'industria culturale hollywoodiana si trova adesso a essere del tutto paralizzata. Allo sciopero di oltre due mesi condotto dalla Writers Guild of America (WGA), si è aggiunto il movimento degli attori. Tutti i canali televisivi in chiaro stanno ora ristrutturando i loro palinsesti, mentre le nuove uscite nei cinema vengono posticipate. In tutto il mondo, i fan delle serie che vengono trasmesse sui canali di streaming stanno già facendo i conti con gli inevitabili ritardi che lo sciopero provocherà. Insieme, i due sindacati in sciopero rappresentano 180.000 attori e sceneggiatori, e sono il cuore dell'industria culturale globale. Il movimento ha già ottenuto il sostegno di figure di spicco del settore, come gli attori George Clooney, Alec Baldwin e Kevin Bacon. Sul suo acconto twitter, Mark Ruffalo, l'attore che interpreta Hulk sul grande schermo, ha scritto: «Loro (i manager che gestiscono le imprese) hanno creato un impero di miliardari, e sono convinti che noi non abbiamo più alcun valore. Ma mentre se ne stanno seduti nei loro campi estivi per miliardari, sorridendo come gatti grassi, noi stiamo organizzando un nuovo mondo per i lavoratori».
Nelle rivendicazioni degli scioperanti, si mescolano quelle che sono solo delle tipiche richieste di aumenti salariali - come quello che si lega all'aumento dei compensi per la riproduzione delle loro performance sulle piattaforme di streaming, - insieme alla richiesta di una regolamentare che riguardi l'uso e la manipolazione delle loro immagini da parte dell'Intelligenza artificiale (AI). La Screen Actors Guild - American Federation of Television and Radio Artists (SAG-AFTRA) è un sindacato membro dell'AFL-CIO, la più grande federazione di sindacati degli Stati Uniti. La presidente del sindacato, Fran Drescher, si è pertanto preoccupata di spiegare che la stragrande maggioranza degli attori non sono dei multimilionari, come vorrebbe il loro datore di lavoro - l'Alliance of Motion Picture and Television Producers - ma sono piuttosto dei lavoratori che lottano giorno per giorno per poter arrivare a fine mese: «La stragrande maggioranza degli attori sono dei lavoratori che cercano di guadagnarsi da vivere, di pagare l'affitto, di mettere il cibo in tavola e di portare i figli a scuola. Tutto ciò che guardate, ciò che vi piace, ciò che vi diverte, è costituito da delle scene piene di persone che non stanno guadagnando molti soldi».
La star della serie tv "The Nanny" [La Tata] - andata in onda originariamente tra il 1993 e il 1999 - sostiene che da almeno un decennio, a causa dello streaming, la categoria sta subendo una grave compressione dei pagamenti dei diritti d'immagine. Inoltre, l'Alliance of Motion Picture and Television Producers ha avanzato una proposta che il sindacato considera "offensiva": pagare pochi centesimi per ogni volta che viene trasmessa in streaming l'immagine di un attore che è stata manipolata dall'IA . In pratica, questo finirebbe per equivalere a stabilire l'obsolescenza dell'attore, il quale probabilmente subirebbe una drastica riduzione della sua partecipazione alle produzioni. Secondo Fran Drescher: «Il modello di business, nella sua totalità, è stato cambiato dallo streaming, dal digitale, dall'IA. Se non agiamo subito, rischiamo di venire sostituiti tutti dalle macchine. [...]. Sono scioccato dal modo in cui ci stanno trattando le persone con cui abbiamo lavorato. Onestamente, non riesco a credere a quanto siamo rimasti indietro su tante cose, al modo in cui dichiarano di essere poveri, e a come sputtanano soldi a destra e a manca, pagando i loro amministratori delegati centinaia di milioni ogni anno. Tutto questo è semplicemente disgustoso!».
Infatti, nel 2022, secondo l'Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, il salario percepito dagli attori in California era di 28 dollari l'ora, circa il doppio del salario minimo di Stato. Tuttavia, c'è da dire che i contratti degli attori non coprono il tempo pieno, e assomigliano a delle forme di compenso intermittente; il che fa sì che il loro reddito annuale si avvicini alla soglia di povertà ufficiale dello Stato. Secondo la SAG-AFTRA, il salario medio degli attori che rappresenta - al netto di tasse, commissioni e agenti - è di 3 mila dollari. Questa cifra così bassa consente che possano partecipare ai programmi pubblici di assistenza sociale, però allo stesso tempo impedisce loro di sottoscrivere l'assicurazione sanitaria offerta dal sindacato. In realtà, solo il 12,7% di quelli che sono gli iscritti alla SAG-AFTRA ha diritto - dato il livello di reddito - ad aderire al programma di assicurazione sanitaria negoziato dall'organizzazione. Fran Drescher insiste sul fatto che il movimento sindacale negli Stati Uniti sarebbe entrato in un nuovo momento della sua storia, e questo a partire dal fatto che si stanno sindacalizzando i lavoratori e i professionisti di diversi settori, o che addirittura stanno creando i propri sindacati in quella che è una vera e propria ondata di mobilitazione dal basso. A partire da tutto questo, sembra che alcuni dei risultati recenti ottenuti da questo movimento hanno iniziato a minacciare le grandi imprese globali.
La UPS, la più grande azienda di trasporti degli Stati Uniti,si trova oggi in procinto di affrontare uno dei più grandi scioperi della sua storia. L'International Brotherhood of Teamsters ha già deliberato uno sciopero che promette di mobilitare i 340.000 lavoratori organizzati dal sindacato, e di paralizzare le consegne di pacchi in tutto il Paese, causando perdite soprattutto ad aziende come Amazon. Va considerato il fatto che Sean O'Brien - il presidente più radicale della storia dei Teamsters - ha espresso la sua solidarietà allo sciopero di sceneggiatori e attori.  Tenendo conto del fatto che i negoziati tra SAG-AFTRA e WGA con gli Studios si sono trascinati senza che ci fosse la minima possibilità di un accordo, e che il 16 luglio i Teamsters hanno interrotto le trattative con la UPS, è assai probabile che nelle prossime settimane, in America, assisteremo a una grande convergenza di scioperi. Se a tutto ciò si aggiunge anche la recente ondata di nuovi sindacati che sono stati creati - tra gli altri - dai lavoratori di Amazon, Apple, Chipotle, Geico, Home Depot, REI, Starbucks, Target e Trader Joe's, ecco che allora si capisce fino a che punto il movimento sindacale statunitense, dopo quattro decenni di arretramento, sembra stia cominciando a riprendersi. E questo costituisce una grande notizia per quel che attiene alla riconfigurazione delle identità collettive dei lavoratori nel Paese più potente del mondo. Se nel 1981, la distruzione del sindacato dei controllori di volo (Patco) da parte di Ronald Reagan, aveva preannunciato l'ascesa del neoliberismo su scala globale, oggi, l'attuale ondata di scioperi potrebbe segnarne la fine. E con il sostegno di Hulk, chi può dubitare che questo obiettivo possa essere raggiunto?

- Ruy Braga - Pubblicato il 19/7/2023 su Blog BOITEMPO -

mercoledì 19 luglio 2023

Stanze tutte per sé…

« Qualsiasi posto è buono per mettere in moto la fantasia, purché si trovi in un angolo oscuro e l’orizzonte sia vasto.» Victor Hugo
Dagli attici alle torri medievali, dalle sale da biliardo alle vasche da bagno, dalle stanze d’albergo alle isole private, esploriamo i luoghi dove cinquanta grandi autori hanno amato scrivere. Queste « stanze tutte per sé », per riprendere la famosa espressione di Virginia Woolf, ci invitano a sbirciare dietro le quinte, svelandoci i metodi di lavoro e le curiose manie di scrittori come Jane Austen, le sorelle Brontë, Agatha Christie, Paolo Cognetti, Ernest Hemingway, Umberto Eco, Jack London, Haruki Murakami, Marcel Proust, J.K. Rowling, Virginia Woolf…

(dal risvolto di copertina di: Una stanza tutta per sé. Dove scrivono i grandi scrittori, di Alex Jonhson. L’ippocampo, pagg. 192, € 19)

Gradirei un rospo sulla scrivania
- di Giuseppe Scaraffia -

Non di rado gli scrittori tengono sulla scrivania non, come Sigmund Freud, preziosi reperti archeologici, ma oggetti di pessimo gusto. A vizi, abitudini e feticci degli scrittori Alex Johnson ha dedicato questo gradevole libro. Gustave Flaubert usava un calamaio a forma di rospo. André Breton era disgustato dal «tremendo» calamaio dorato di Guillaume Apollinaire, che riproduceva la basilica del Sacré-Coeur. Claude LéviStrauss teneva sulla scrivania una dea Kali da bancarella. Ma a volte la tribù degli oggetti rischia di invadere tutta la superficie. «Come molte persone che lavorano nello stesso posto per un certo tempo, ho sempre tenuto sul mio tavolo dei piccoli oggetti, che lo ingombrano molto. C’era un lungo portapenne di lacca in forma di piroga pieno di pennellini e di stilografiche defunte; una scatola di legno contenente graffette ed elastici; un’altra di latta, con gli spilli; un sottobottiglia contenente ogni sorta di cose indispensabili e inutili, dalla carta smerigliata a una serie di piccoli cacciaviti; poi un fermacarte che si diceva appartenuto a Warren Hastings, governatore in India nel Settecento; una piccola pelle di foca e un piccolo coccodrillo di cuoio facevano il medesimo ufficio su altre carte. Un regalo macchiato di inchiostro e un re dei nettapenne, di cui mi faceva dono ogni anno una cameriera da noi molto amata, completavano il grosso della truppa di questi piccoli feticci».

Sul tavolo di Karen Blixen, tra vari oggetti di origine africana, emergeva una bambola nera con un gonnellino di paglia e una cavigliera. La stilografica di Winston Churchill, marca Onoto, assomigliava curiosamente ai sigari dell’autore. Colette preferiva le Parker Mandarin gialle. Arthur Conan Doyle prediligeva per le sue inchieste le monumentali Parker Duofold arancioni. Albert Einstein, sempre relativista, si divideva tra le verdi Pelikan 100N e le Waterman TaperCap nero e oro. Saint-Exupéry, come Dylan Thomas, era inseparabile dalla sua Parker 51 dalla linea modernista. Hemingway alternava alla Montegrappa, un nome che gli ricordava la Prima guerra mondiale, la macchina da scrivere Royal. Stephen King traduceva l’orrore con un’impiegatizia Waterman Hemisphere. Gli opposti Albert Camus e Céline erano uniti dall’uso delle Parker Vacumatic. Una preoccupazione costante di chi scrive è tenere lontani i disturbatori. Da Balzac si poteva entrare solo con una serie di parole d’ordine. Chi suonava il campanello di Apollinaire sentiva il fruscio dei passi cauti, con cui il poeta s’avvicinava a un buco del muro, per spiare il visitatore. Salinger, sempre in fuga da ogni presenza umana, poteva eclissarsi nello studio, isolato dalla casa, per settimane. Per evitare intrusioni dei familiari aveva scritto in un cartello «bussare alla porta solo in caso di incendio». Chi voleva fare visita a Proust doveva prendere un appuntamento in imprevedibili orari e farsi annusare da una cameriera che si accertava che il visitatore non fosse profumato; l’asma del padrone di casa non sopportava gli aromi.

Chi s’immaginasse imponenti scrivanie rischierebbe di sbagliarsi. Balzac, così attento all’arredamento, usava un tavolo modesto. Charles Bukowski sedeva su una malconcia sedia pieghevole di legno davanti un tavolino di formica dominato da una grossa abat-jour. Non pochi, oltre a Proust, scrivevano sdraiati. «La poesia si fa a letto, come l’amore», proclamava André Breton. «Sono un autore totalmente orizzontale. Posso pensare solo allungato, con una sigaretta e un caffè a portata di mano», confessava Truman Capote, senza specificare che dopo il caffè si passava allo Sherry e ai Martini. Se Somerset Maugham e Ian Fleming avevano fatto chiudere le finestre panoramiche dei loro studi per non farsi distrarre, Gertrude Stein amava farsi ispirare dalle mucche che raggiungeva in macchina nella campagna francese. Ogni volta scriveva per un quarto d’ora, seduta su una sedia pieghevole. Se la mucca si muoveva, la compagna della scrittrice, Alice Toklas, la convinceva con un bastone a spostarsi nel punto migliore per Gertrude.

L’introduzione della macchina da scrivere aveva influenzato profondamente gli scrittori anche se all’inizio molti, come Mark Twain, si limitavano a passare a una dattilografa i loro manoscritti. Dorothy Parker, dopo essersi comprata una lussuosa Remington, continuava a scrivere a mano. P. G. Wodehouse seguiva un rituale particolare: «Mi siedo alla macchina da scrivere e lancio delle imprecazioni». T. S. Eliot lavorava su una Smith Corona, ma non ne era del tutto convinto: «Favorisce la chiarezza, ma non sono sicuro che giovi alla sottigliezza». W. H. Auden la usava solo per la versione definitiva, anche se aborriva quelle righe di parole «impersonali e orribili da vedere». Dopo un tentativo fallito, Graham Greene aveva fatto marcia indietro: «Le mie due dita su una macchina da scrivere non si sono mai collegate al mio cervello. La mia mano su una penna invece sì. Una penna stilografica, ovviamente. Le penne a sfera vanno bene solo per compilare moduli in aereo». Anthony Burgess aveva dedicato alla sua macchina l’Omaggio alla Qwert Yuiop, in cui esprimeva la sua gratitudine per lei. Già allora si diceva della macchina da scrivere quello che oggi viene detto del computer, che chi la usava ne diventava schiavo e la sua prosa diventava scadente. Le acrobazie di 007 erano nate sull’Imperial su cui Ian Fleming batteva con sei dita. Orson Welles era morto a notte fonda, con la macchina da scrivere sulle ginocchia. 

- Giuseppe Scaraffia - Pubblicato su Domenica del 26/3/2023 -

Il Capitalismo… concreto !!

Per la critica del cemento. A proposito del libro di Anselm Jappe
- di Afshin Kaveh -

Concepito a partire dal 2018, ovvero successivamente al crollo del Ponte Morandi, e uscito originariamente in Francia due anni dopo col titolo di Béton per le edizioni L’Échappée, Cemento. Arma di costruzione di massa (elèuthera, Milano 2022, pp. 200, 17 euro) del filosofo tedesco Anselm Jappe, edito e diffuso in Italia nell’ottima traduzione di Carlo Milani – unendosi così alla lista delle sei lingue in cui, per il momento, è divulgato nel mondo –, è un libro imprescindibile per avventurarsi nella critica di un materiale, il cemento, che per diverso tempo ha potuto vantarsi di un fitto alone di neutralità, di innocenza e che invece, negli ultimi anni, sta letteralmente vacillando. Eppure, le illuminanti pagine che Jappe gli dedica riescono ad andarne ben oltre, costituendo una generale cassetta degli attrezzi per una radicale critica ecologista di ben più ampia portata e ampio respiro che, di fronte all’odierno collasso ambientale, merita di essere presa in considerazione.

La costruzione critico-teorica di Jappe prende avvio da un breve excursus storico, da una rapida genealogia del materiale, precisando sin dalle prime righe la distinzione, non sempre scontata, tra il calcestruzzo, dalla storia millenaria, e il ben più noto cemento armato, ovvero il calcestruzzo rinforzato di uno scheletro di ferro o acciaio. Quest’ultimo, inventato nel XIX secolo, arriverà a conoscere una crescente e irreversibile diffusione a partire dal secondo dopoguerra in poi – sia nel blocco occidentale che in quello sovietico. Anselm Jappe, al fianco dei pochissimi e rari oppositori e critici del cemento che lo conducono alla riscoperta della figura dell’artista e scrittore William Morris ingiustamente dimenticato, incontra soprattutto i tantissimi sostenitori entusiasti dell’utilizzo massiccio del cemento, avendo come principale oggetto di spietata polemica la figura dell’architetto e urbanista franco-svizzero Le Corbusier (provocando così, nei dibattiti alle presentazioni pubbliche del suo libro, l’animosità e il nervosismo di diversi suoi apologeti).

Da qui la disgressione del filosofo tedesco ci conduce alla scoperta dei tanti e pericolosi limiti del cemento come materiale in sé, a partire dalla sua produzione sino ad arrivare alle sue colate: il crescente saccheggio di spiagge e corsi d’acqua per l’estrattivismo di sabbia in gran parte destinata alla produzione di cemento, il consumo di acqua e, in generale, energetico, le emissioni di biossido di carbonio o anidride carbonica dovute alle altissime temperature necessarie alla sua produzione, la sterilizzazione e il soffocamento di interi suoli, il fenomeno crescente di inondazioni dovute anche alla cementificazione e le tonnellate di rifiuti da costruzione, in buona parte cemento armato, a ingigantire le discariche; questi, e tanti altri, sono i lati più immediatamente visibili della sua sconvenienza generale. Limite che giunge sin alla stessa composizione strutturale del cemento: come materiale da costruzione, infatti, avendo una durata di vita tendenzialmente molto breve, per rimediare alla propria obsolescenza tende a richiedere una serie di interventi di manutenzione permanenti non sempre capitalisticamente convenienti – e l’esempio del Ponte Morandi è qui più che profetico.

L’assassinio di un’architettura “vernacolare”, di determinati saperi dell’abitare certi ambienti e contesti, dell’utilizzo alternativo di altri materiali da costruzione e, infine, la soppressione programmata delle differenze attraverso il “brutalismo” di interi quartieri-satellite oggi specchio generale delle città, sono l’ultima critica di Jappe (che riscopre qui le teorie di Bernard Rudofsky), ma non l’ultima parola. Infatti in Francia, al contrario dell’Italia, l’estremo successo della radicalità del libro (venduto in migliaia di esemplari) ha tenuto conto del prezioso contributo di critico radicale quale Jappe è (e non solo di “professore d’estetica” così come incessantemente decantato nelle decine di recensioni nostrane) in quanto, assieme a Robert Kurz (1943-2012), è uno dei principali e più noti teorici e animatori della corrente internazionale della “critica del valore” [Wertkritik], una delle più estreme teorie marxiane in circolazione ormai da quasi quarant’anni.

Attraverso un gioco di parole (in verità ben comprensibile in inglese, ove “cemento” è traducibile in “concrete”) Jappe descrive il materiale oggetto della sua analisi critica come la concretizzazione stessa della logica astratta del modo di produzione capitalistico. Il funzionamento di questo modo di produzione storicamente determinato è costituto dall’insieme categoriale di “merce”, “lavoro”, “denaro” e “valore” ed è il ciclo tautologico di quest’ultimo, nella corsa autoreferenziale alla “valorizzazione del valore”, a decretarne il fine in sé, in un automovimento irrazionale e feticistico.

Ripartendo dalla centralità della categoria marxiana del lato astratto del lavoro, descritta da Marx stesso come una “gelatina” di forza-lavoro umana misurata quantitativamente come dispendio di “muscoli, nervi, cervello, mani” senza alcun riguardo al contenuto materiale della sua produzione, Jappe individua il nocciolo stesso dell’irrazionalità logica costitutiva del modo di produzione capitalistico. Senza bisogno di guardare a “fratture metaboliche” (come in Foster e nella scuola del metabolic rift) e senza bisogno di inserire il “cemento” all’interno della formula della metamorfosi e del ciclo del capitale monetario per dargli una discutibile valenza empirica (sulla falsariga di Malm e della sua problematica ontologizzazione categoriale del “fossile”), Jappe scoperchia un’ovvietà talmente palese da essere quasi imbarazzante per i tanti sedicenti critici ambientalisti che ancora non ci arrivano: l’incessante svolgimento della “valorizzazione del valore” contiene in nuce, come conseguenza, la crisi ecologica e il collasso ambientale, e non potrebbe essere altrimenti. Il cemento non è esente da questa logica e, anzi, è una delle sue facce più marcate, insomma più “concrete”. È la messa in discussione di questa stessa logica a presentarsi come un passaggio fondamentale per ogni seria critica ecologista che si pretende come tale.

Che l’epoca geologica che ci contiene sia ben identificabile nella definizione di “capitalocene” è fuori discussione, mettendo così a tacere tutte quelle tendenze irrazionali e problematicamente adialettiche che accusano della crisi ambientale l’uomo in astratto in sé, come dato isolato, originario e astorico. Può darsi che, tra migliaia o milioni di anni, l’attuale epoca storica sarà geologicamente individuabile e riconoscibile dallo strato di cemento, ma il punto adesso è uno sguardo dialettico della totalità che riscopra nella critica del cemento non solo una critica dell’architettura, ma anche e soprattutto un’intersezione tra critica categoriale del modo di produzione capitalistico e critica ecologista. L’opera di Jappe, nella sua estrema originalità, merita per questo di essere letta.

Afshin Kaveh - luglio 2023 – Pubblicato su ANTROPOCENE.org -

lunedì 17 luglio 2023

Con gusto…

« Leggere romanzi.

Non tutti i libri si leggono allo stesso modo. I romanzi, ad esempio, sono fatti per essere divorati. Leggerli ha a che fare con la voluttà del fagocitamento. Non si tratta di immedesimazione. Il lettore non si mette al posto del protagonista, ma piuttosto fagocita ciò che a questi accade. La narrazione perspicua equivale alla presentazione invitante con cui un piatto nutriente viene portato in tavola. Ora, esiste un’alimentazione a base di vegetali crudi per l’esperienza come ne esiste una per lo stomaco, ossia: le esperienze fatte sulla propria pelle. Ma, come l’arte culinaria, anche l’arte del romanzo comincia solo al di là del prodotto crudo. E quante non sono le sostanze nutrienti che allo stato crudo risultano indigeste! Quante le esperienze delle quali è consigliabile leggere, ma non farle. Giovano a molti che sarebbero annientati se dovessero imbattervisi in natura. In breve, se esiste una musa del romanzo (la decima), essa reca le insegne della fata di cucina. Solleva il mondo dal suo stato crudo per formarne quanto è commestibile e estrarne il gusto. Se proprio non se ne sa fare a meno, mangiando si può leggere il giornale. Mai un romanzo. Si tratta di incombenze tra loro inconciliabili. »

Walter Benjamin, da “Opere complete - Scritti 1932-1933" «Piccoli pezzi d'arte»


In questo frammento (rimasto inedito quand'era in vita) intitolato "Leggere romanzi", scritto intorno al 1933, Walter Benjamin sottolinea come i romanzi debbano essere «divorati», dal momento che si tratta di un piacere che dev'essere consumato: bisogna che il lettore assorba ciò che accade. È a questo punto che Benjamin arriva a enunciare uno dei suoi tipici aforismi: «L'arte del romanzo, come l'arte della cucina, inizia nel momento in cui finisce la materia prima». Nel caso del romanzo, la «materia prima» è l'esperienza diretta; ossia, quello che la letteratura utilizza, trasforma, trascende. Se esiste una Musa del romanzo - continua Benjamin - allora si deve per forza trattare di una sorta di ... Küchenfee, una specie di «fata della cucina», la quale interviene su quella materia prima che è il mondo e la trasforma poi in qualcosa, e lo fa «con gusto», lo fa conferendogli un «sapore»: creare un romanzo equivale a creare un piatto; comporta che ci siano processi, fasi di cottura, condimenti.

Per Benjamin, il romanzo è sempre l'esperienza che viene fatta da un altro, che viene tradotta in un linguaggio complesso ed è mediata dalla concatenazione di strutture formali. È per questo che significa altro rispetto a un'opera teatrale o rispetto alla lettura di una poesia, le cui istanze estetiche, per verificarsi, dipendono da un'esperienza esistenziale (trovarsi davanti al palcoscenico; sentire in sé una meticolosa articolazione tra metrica, ritmo, rima). L'esperienza del romanzo, vista nel suo insieme - in quanto struttura complessa che si mostra nella sua interezza solo alla fine - è costituita dalla costruzione esistenziale del protagonista del romanzo, senza però che questo protagonista si trovi mai a essere del tutto sovrapposto al romanzo. Da ciò deriva l'ineludibile differenza tra romanzo e forme orali, tra il romanzo come genere (e come forma) e la narrazione come forza, potenza o virtualità (è questo ciò che Benjamin, ad esempio, cerca di rintracciare in Nikolai Leskov, nel saggio sul "narratore").

Benjamin non si dedica al romanzo con la stessa foga che riserva alla poesia, perché il romanzo è una forma che non consente la ripetizione, non permette la ripresa infinita (tipica del racconto orale, del bambino che chiede alla madre: «ancora»), non permette nemmeno il riassunto - perché il romanzo rende sempre impossibile il tentativo di schematizzare. In questo senso, il romanzo non può esistere al di là della sua «fine» che viene inscritta nell'ultima pagina, quasi come una lapide (la morte si trova a essere strutturalmente inscritta nel romanzo; ed è questo il motivo per cui Benjamin evita tale forma d'arte, e il motivo - se vogliamo - può essere letto tra le righe di un suo famoso aforisma, in "Immagini del pensiero": «ogni opera è [soltanto] la maschera mortuaria della sua concezione».

fonte: Um túnel no fim da luz

sabato 15 luglio 2023

Romanzi senza tregua…

Per un ex galeotto, una coppia di poliziotti davanti alla porta di casa non può che significare guai. E quando Ike Randolph viene a sapere che suo figlio Isiah è stato ucciso a sangue freddo insieme al marito Derek, lasciando orfana una bimba piccola, il passato che pensava di essersi messo alle spalle gli crolla addosso. Al dolore si aggiunge la vergogna di non aver mai saputo accettare l’omosessualità del figlio. La stessa vergogna che prova Buddy Lee Jenkins, il padre di Derek, anche lui con un curriculum da delinquente di tutto rispetto. Oltre all’esperienza della prigione, i due uomini hanno poco da spartire: il primo è nero e dopo aver pagato il suo debito con la giustizia ha messo la testa a posto; il secondo è bianco, ha qualche problema con l’alcol e, a volte, con i neri. Buddy Lee e Ike si conosceranno al funerale, e nel giro di poco capiranno di dover fare un’ultima cosa insieme: mettere da parte il colore della pelle e rispolverare i ferri del mestiere per trovare i killer dei loro ragazzi e provare a redimersi, se possibile, dai propri errori. Non sanno che quest’impresa scoperchierà un vaso di Pandora pieno di odio e segreti.
Con Legittima vendetta S.A. Cosby apre un nuovo capitolo del crime americano e mostra al lettore con realismo la faccia brutale degli Stati Uniti di Trump, dove il seme dell’omofobia e del razzismo è sempre pronto a germogliare.

(dal risvolto di copertina di: S. A. COSBY, Legittima vendetta. Traduzione di Giuseppe Manuel Brescia. RIZZOLI Pagine 372, €19)

Fu «Legittima vendetta». Scrittore assolto
- di Antonio D'Orrico -

Ike Randolph, protagonista di "Legittima vendetta" (Rizzoli), romanzo senza tregua di S.A. Cosby, è nero ed è un duro dalla fedina penale chilometrica e con molti anni passati in galera per aver reso giustizia a un amico morto. Era una questione di onore. E sempre per questioni di onore in carcere ha imparato a farsi rispettare. Ike è una macchina per uccidere. Uscito di prigione, Ike ha giurato di non ricadere più nei vecchi errori. Gli brucia di aver lasciato per lungo tempo soli, come una vedova e un orfano, la moglie Mya e il figlio Isiah. Gli brucia di non essere stato presente quando suo figlio cresceva. Gli brucia che la moglie abbia dovuto scontare la sua stessa pena. In carcere, oltre a raffinare la sua arte marziale, Ike ha imparato un mestiere. Ora è un giardiniere, ha avviato una impresa, assunto dipendenti e non se la passa male, anche se è sempre un tipo ombroso, di poche parole e la sua mole e il suo sguardo continuano a mettere paura. Il figlio Isiah è diventato un cronista che si batte con generosità per le cause più spinose (quelle evitate con cura dai suoi colleghi) e si è sposato. Il matrimonio, non molto gradito da Ike, ha inasprito i rapporti, già non buoni, tra i due. Poi, d’improvviso, il figlio è stato barbaramente ammazzato in circostanze misteriose (con un surplus di sfregio, gli hanno sfigurato la faccia a colpi di pistola). E, come si dice in questi casi, la polizia brancola nel buio. Mi accorgo, mentre sto refertando la vita di Ike, di avere assunto senza volerlo il tono, il ritmo (il cursus come dicevano i vecchi maestri) usati da Maria De Filippi in "C’è posta per te". In effetti il caso umano di Ike Randolph potrebbe essere di quelli che mandano in brodo di giuggiole il pubblico televisivo. Non fatevi trarre in inganno, S. A. Cosby non ricorre mai allo sciacqua-morbido televisivo (come lo chiamava il grande Sergio Saviane), la sua letteratura è scritta con il rasoio (Razorblade Tears, «Lacrime di rasoio», è il titolo originale) e, a volte, è scritta direttamente con il machete: «Quando cadde a terra, l’intestino crasso e quello tenue presero a srotolarsi come un nastro di gomma da masticare intinto nel merlot».

Cosby è uno scrittore che appartiene alla schiatta più nobile degli scrittori americani (non è uno che cincischia per pagine e pagine alla Franzen, tanto per intendersi). Prima di trovare la sua vocazione, ha fatto tutti i mestieri secondo il cliché degli scrittori americani di un tempo: il buttafuori, l’operaio, il giardiniere, il montatore di palchi e l’addetto alle pompe funebri. Che è un modo per vivere più vite. Spesso hanno paragonato Cosby a Raymond Chandler per un certo gusto per il linguaggio figurato («La guancia ferita gocciolava come quella di una sposa in lacrime abbandonata sull’altare»), ed è vero, ma è un Chandler riscritto in eastwoodese puro (nel senso di Clint). E c’è più di un’eco dello humour di Sergio Leone quando, a proposito di una pistola, uno degli eroi di Cosby sentenzia: «Meglio avercela e non doverla usare che doverla usare e non avercela». L’autore della battuta leonina è Buddy Lee Jenkins, l’altro protagonista di Legittima vendetta. Lui non è nero come Ike, è bianco ed è stato anche un bell’uomo (somigliava all’attore Sam Elliott, quello con i baffoni che esordì in Butch Cassidy). Se Ike ha qualcosa di biblico («Ike emerse dalle tenebre come una Nemesi in carne e ossa»), Buddy Lee somiglia a uno stand up comedian che per una buona battuta passa sopra il cadavere di sua madre. Le loro carriere sono però simili come due gocce d’acqua (o di sangue). Buddy ha spacciato droga e si è macchiato di ogni delitto, si è fatto i suoi anni di carcere e sa che, anche quando sei uscito, non smetti mai di essere un detenuto. La moglie Christine («bella come un tramonto», chandlereggia Cosby) ha mollato lui e il figlio Derek bambino e si è messa con un pezzo grosso, un politicante (siamo a Richmond, Virginia). Buddy Lee, che la ama ancora (forse ricambiato nonostante tutto?), non può nemmeno darle troppo addosso perché anche lui divorzierebbe da sé stesso. Buddy Lee non è il tipo da potare i giardini dei ricchi come fa Ike. Lui ha una sua coerenza, vive in una roulotte lercia, beve come una spugna e si è accorto di recente di sputare sangue quando tossisce. Come Ike anche Buddy Lee non era in buoni rapporti con il figlio (che era un cuoco) e non ha gradito il suo matrimonio. E come Isiah, il figlio di Ike, anche Derek, il figlio di Buddy Lee, è stato ucciso in circostanze misteriose, il viso sfregiato a pistolettate. Pure in questo caso la polizia annaspa nel buio. Pur avendo frequentato per anni ambienti malavitosi contigui, Ike e Buddy Lee non si sono mai conosciuti. Dopo un lungo giro le loro vite parallele sono destinate a incontrarsi in un posto improbabile, un cimitero (oppure era il luogo più probabile per gente come loro?). L’agnizione tra i due (per usare un termine classico, aulico e fatale come questo gran romanzo merita) avviene durante una cerimonia religiosa, il doppio funerale di Isiah e Derek che erano sposati e avevano una figlia piccolissima partorita per interposta persona. Ike e Buddy sono consuoceri di due ragazzi gay finiti come sono finiti e sono nonni di una nipotina che nemmeno conoscevano. Consuoceri in preda al rimorso per il ricordo incancellabile della loro intolleranza, per il senso di colpa provocato dagli scazzi, gli alterchi, le botte, le ingiurie che hanno vomitato contro quei due figli traditori della virilità. E ormai sono troppo vecchi e stanchi per obbedire alla legge del taglione dando la caccia ai misteriosi assassini, non resta loro che leccarsi le ferite, pentirsi e dolersi. Ma poi qualcuno oltraggia la tomba dei due sposi con scritte cubitali in vernice spray verde fluorescente: «NEGRO FROCIO MORTO. AMANTE MORTO DEL NEGRO FROCIO». Possono Ike e Buddy Lee stare con le mani in mano mentre si infierisce sui loro ragazzi anche da morti? Certo non sono stati padri amorosi come l’Howard Cunningham di Happy Days (citato nel libro come modello irraggiungibile di padre americano). Però in qualche modo possono ancora tentare di riparare ai torti che hanno commesso. E c’è una maniera sola per farlo: vendicare Isiah e Derek. Ike e Buddy Lee sono nati sotto una cattiva stella (Born Under a Bad Sign di Albert King è il blues preferito dalla controfigura di Sam Elliott), una stella che brillerà di luce ancora più fredda e cattiva per coloro i quali incontreranno sulla loro strada di giustizieri.

Lo impareranno a loro spese i giovinastri di una banda che ha come motto «Sangue, Onore e Razza!» e ha avuto a che fare con il duplice omicidio. Ma non saranno gli unici su cui si abbatterà l’ira funesta dei consuoceri. Sono soltanto in due, e variamente acciaccati, ma sono ancora capaci di provocare «una cazzo di carneficina» che, in confronto, Il mucchio selvaggio è «una serenata di grilli» (il leggendario film di Sam Peckinpah è omaggiato con una citazione esplicita nel romanzo). La carica distruttiva di Ike e Buddy Lee va oltre la vendetta come spiega con un sorriso mesto Ike: «Vendetta? No, odio. Alla gente piace parlare di vendetta manco fosse una cosa virtuosa, ma è solo odio vestito meglio». Un odio armato dal sentimento più bello: «Una calibro 45. Una mazza da baseball con dei chiodi. Un compattatore. Buddy Lee si rese conto che tutto poteva diventare un’arma, se ti ci dedicavi abbastanza. Persino l’amore. Soprattutto l’amore». Per cercare gli autori del massacro dei loro ragazzi Ike e Buddy Lee non ricorrono a mezze misure. C’è da spezzare un dito a un testimone reticente? Lo spezzano. C’è da tritare un cadavere per non lasciare tracce? Lo tritano. Lo stesso Buddy Lee è sorpreso da come le sue doti di macellatore siano rimaste intatte pur non avendole più esercitate da tempo: «La velocità con cui era tornato a galla il suo talento per smaltire cadaveri avrebbe forse dovuto stupirlo, ma neanche più di tanto, in fin dei conti. Fare a pezzi il tuo primo corpo è un’esperienza rivoltante. Fare a pezzi il secondo è un fastidio. Quando arrivi al quindicesimo basta inserire il pilota automatico».

Legittima vendetta è insieme un giallo d’azione, un western (non in abiti d’epoca) alla Peckinpah e alla Leone, un blues in prosa, una parabola evangelica sui padri e i figli, un Chandler ironicamente rivisitato in salsa Lgbtq, ma è soprattutto il racconto di un’amicizia virile, quella tra i due consuoceri, che tra una resa dei conti e l’altra amano filosofeggiare chiedendosi se è più facile essere nero o essere gay oppure se si possono definire amici due persone che ammazzano insieme un uomo (e concludono: amici no, però buoni conoscenti certamente). Alla fine, l’indagine conduce Ike e Buddy Lee sulle piste di una creatura misteriosa e bellissima, Tangerine, che è la porta spalancata su un inferno di pura marca chandleriana (lasciatemelo dire un’ultima volta), ma in quell’inferno i nostri eroi devono andare fino in fondo anche se, come dice Buddy Lee: «Non lo sa mai nessuno, che l’ultima volta è l’ultima volta, lo scopri quando ormai è tardi... È per quello che la vita ogni tanto fa schifo»

- Antonio D'Orrico - Pubblicato su La Lettura del 26/3/2023 -

venerdì 14 luglio 2023

Andremo tutti in Zimbabwe !!

La fine di una storia infinita
- di Robert Kurz -

« Il capitalismo, com'è noto, ha le sue grandi crisi. Ma perché deve succedere proprio ora? E per questo - presi completamente alla sprovvista - possiamo solo sperare che il prossimo autobus continui ad arrivare, proprio come continui ad arrivare il gas dalla Russia, l'acqua potabile nelle tubature e, soprattutto, le partite del sabato, in TV sul primo canale. Eppure, tuttavia, ormai non c'è più niente di sicuro. Dato che in questo mondo ci sono solo cose che possono essere finanziate: sia che si tratti di un servizio di pedicure o della carne di maiale, di case bifamiliari o di operazioni all'appendicite, di cibo per cani o di soap opera. Ed è solo ciò che serve - o che deriva dalla valorizzazione del capitale - può essere finanziato. Se questo smette di funzionare, ecco che si ferma tutto, anche se tutto continua a essere ancora lì dove si trova. Persino l'ultimo comunista di Wedding [quartiere di Berlino] può ancora continuare a immaginare che la Siemens, o la Commerzbank chiudano. Ma se invece a fallire fosse tutto l'intero modo di produzione, che dichiara fallimento a causa del fatto che ha generato quelle forze produttive e distruttive che hanno superato la capienza della sua «folle forma»?  Ecco che questo invece è inconcepibile.

A quanto pare, sembra che la sinistra radicale abbia dei problemi con il suo capitalismo. Gli è che, secondo il marxismo volgare, non si comporta come dovrebbe. Ad aver orchestrato questa crisi, non è stata nemmeno la Moltitudine, e neppure una qualche borghesia. E neppure lo Stato, ivi compresi tutti i suoi corifei politici, sembra essere poi così tanto sovrano. Quel che arriva all'uscio, ed entra dalla finestra, come fossero fiocchi di neve, non ha alcun soggetto, tanto meno politico. Ed è questo lo scandalo. A quanto pare, sembra che siano i capitalisti stessi ad avere dei problemi con il proprio capitalismo. Che brutta cosa sarebbe, se ormai il "soggetto automatico" non potesse più fare tutto quel che i padroni pretendono faccia. Forse che ora a essere arrestati dovrebbero essere Monsieur o Madame Capital? A un simile paradosso, non vogliamo nemmeno pensarci. Ma no! Vedrete che la borghesia prima o poi si inventerà qualcosa. Per esempio la guerra; come ben sa l'ultimo comunista di Wedding. Ma purtroppo, la guerra oggi rappresenta ormai un evento troppo piccolo - o troppo grande - per poter innescare l'accumulazione. Inoltre, inoltre ci troviamo già in una situazione di deficit. Quindi, accontentiamoci di un'economia di guerra senza guerra, vale a dire, dell'iperinflazione.

Se vogliamo, possiamo anche chiamarla svalorizzazione del valore, vale a dire, la svalorizzazione della forza lavoro, dei mezzi di produzione, delle merci e del denaro, tutto insieme e tutto in una volta. E una cosa del genere, per la testa dell'ultimo comunista di Wedding non ci passa nemmeno. Lui non conosce altro che la borghesia e il proletariato, i quali, in una storia quasi infinita di cicli di prosperità e di crisi, hanno sempre e solo saputo esprimere e interpretare, in modo diverso, il valore e la sua valorizzazione. E tuttavia, eppure invece qualcosa dev'essere successo. Nell'iniziale fase della loro rivoluzione, quella idealista, i bolscevichi avevano provocato un'inflazione, deliberatamente, per screditare così il denaro. Poi, rapidamente, tornarono subito indietro, visto che le masse impoverite volevano solo lavoro e denaro; e non volevano l'emancipazione dal feticcio del capitale. Ahimè, di buone intenzioni è lastricato l'inferno! Ma ora, però, invece è proprio il "soggetto automatico" stesso che sta promuovendo la svalorizzazione; tuttavia solo automaticamente, visto che le masse - per quanto siano ancora di nuovo impoverite - continuano a non desiderare altro che lavoro e denaro. All'orizzonte, si comincia a intravvedere la fine della storia infinita. E alla fine ci andremo tutti, e ci troveremo tutti lì, anche se nessuno vuole andarci. È lo Zimbabwe il paese del futuro! »

- Robert Kurz - Pubblicato su Konkret, febbraio 2009 - (Risposta a una domanda del direttore di Konkret, Hermann L. Gremliza) -

fonte: Exit! già pubblicato sul blog il 22/10/2015

giovedì 13 luglio 2023

Il costo del costo della vita !!

Il costo della vita e i profitti
- di Michael Roberts -

L'ultimo rapporto dell'OCSE sull'occupazione, ci consente di aprire gli occhi sulla crisi del costo della vita, e sul fatto che l'aumento dei salari, o dei profitti, abbia costituito il maggior contributo all'aumento dell'inflazione. Riguardo ai salari, l'OCSE rileva come nell'ultimo anno i salari reali siano diminuiti in media del 3,8%. «I diversi mercati del lavoro hanno spinto i salari nominali al rialzo, ma, rispetto all'inflazione, ciò è avvenuto in misura minore, determinando in tal modo un calo dei salari reali in quasi tutti i settori industriali in quasi tutti i Paesi OCSE».

Dal grafico qui sopra, si vede come i ribassi variano in maniera considerevole, differendo per ciascun Paese OCSE.  I maggiori ribassi, si sono verificati in Scandinavia e nell'Europa dell'Est, dove - a causa del venir meno del petrolio e del gas russo - i prezzi dell'energia sono aumentati maggiormente, mentre per quel che riguarda gli Stati Uniti il ribasso è uno dei contenuti, dal momento che i prezzi dell'energia, pur aumentando, non sono poi cresciuti così tanto. L'Europa ha dovuto sostituire l'energia proveniente dai gasdotti russi con le forniture di gas naturale liquido (GNL), trasportate via mare e molto più costose.

Nel grafico qui sopra, lo studio dell'OCSE rivela nel dettaglio anche quanta parte dell'aumento dei tassi di inflazione, dall'inizio della pandemia di COVID a oggi, sia dovuta ai salari e ai profitti. Sembra che  in tutta l'OCSE, su una media (non ponderata), dalla fine del 2019 al 1° trimestre del 2023, i profitti per unità di prodotto siano aumentati di circa il 22%, mentre i salari per ogni unità sono aumentati di circa solo il 16%.

In alcuni paesi, il ruolo che i profitti hanno svolto sull'aumento dei prezzi, è stato maggiore, e di non poco, rispetto a quello esercitato dai salari: in Svezia, il 27% di aumento dei profitti contro il 9% di aumento dei salari; in Germania, il 24% contro 10%; in Austria il 23% contro il 10%. Nel corso della durata della spirale inflazionistica, l'aumento maggiore si è registrato in Ungheria, con oltre il 60%, seguito dagli Stati dell'Europa orientale con oltre il 30%. Negli Stati Uniti gli aumenti dei salari e dei profitti, per unità di prodotto, sono stati più o meno uguali; pari al 14% per entrambi. Solamente in Portogallo, il contributo dei salari per unità di prodotto è stato significativamente superiore (18%) rispetto a quello dei profitti (9%).

L'OCSE concorda sul fatto che l'impennata dell'inflazione è stata innescata dall'aumento dei prezzi delle materie prime e dell'energia, causato dal blocco della catena di approvvigionamento dopo la fine della pandemia, e poi accelerato dall'invasione russa dell'Ucraina. Come afferma l'OCSE: «In molti Paesi dell'OCSE, l'impennata iniziale dell'inflazione è stata in gran parte prima importata e poi trainata dai prezzi delle materie prime e dell'energia. Tuttavia, nel corso del 2022, l'inflazione si è estesa e generalizzata, e i costi più elevati sono stati sempre più trasferiti sui prezzi dei prodotti e servizi nazionali».

Per cui, non è stata causata dagli aumenti salariali, i quali non hanno mai tenuto il passo con la spirale dell'inflazione. Anche in questo caso, l'OCSE sostiene: «Finora, le prove non testimoniano alcun segnale di una spirale prezzi-salari. La crescita nominale è aumentata, ma non mostra alcun chiaro segno del verificarsi di un'ulteriore accelerazione significativa nei vari Paesi. Negli ultimi mesi, il divario con l'inflazione sembra essersi ridotto soprattutto a causa di un lento calo dell'inflazione, ma nella grande maggioranza dei Paesi OCSE l'erosione dei salari reali non si è ancora arrestata».

Infatti, riguardo l'aumento dell'inflazione, l'aumento dei profitti è stato un fattore assai più importante dei salari. Le conclusioni cui giunge il rapporto sono chiare: in primo luogo, negli ultimi tre anni i salari reali medi (cioè al netto dell'inflazione) sono diminuiti in tutto il mondo capitalistico sviluppato; in realtà, si tratta del ribasso più ampio e più lungo di almeno gli ultimi 50 anni. In secondo luogo, il principale fattore che in questo periodo ha contribuito all'aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, è stato l'aumento dei profitti per unità di prodotto - e non dei salari - soprattutto nell'Eurozona.

«Nell'area Euro, il contributo giocato dai profitti è stato particolarmente consistente, e nella seconda metà del 2022 e nel primo trimestre del 2023 ha rappresentato la maggior parte dell'aumento dei prezzi interni». Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l'OCSE ritiene che: «in un contesto di mercati del lavoro particolarmente rigidi, negli ultimi trimestri sono stati invece i salari che hanno generalmente contribuito agli aumenti dei prezzi interni, più dei profitti». Tuttavia, «il recente contributo apportato dai margini di profitto è stato assai maggiore rispetto agli anni precedenti la crisi, anche se negli ultimi trimestri  è diminuito».

I dati provenienti dall'Europa e dall'Australia mostrano che la forte performance degli utili nel 2022 non si è limitata al solo settore energetico. Nel primo trimestre del 2023, in Europa, i profitti unitari sono aumentati più del costo del lavoro unitario nei settori manifatturiero, delle costruzioni e finanziario, e sono cresciuti allo stesso ritmo con cui è cresciuto il costo del lavoro unitario nei settori «alloggio, ristorazione e trasporti». Analogamente, in Australia, in diversi settori (tra i quali "alloggio e ristorazione", così come manifatturiero, commercio e trasporti) i profitti unitari sono aumentati più del costo del lavoro unitario.

Ragion per cui la risposta alla riduzione dei tassi d'inflazione, sarebbe perciò quella che le imprese dovrebbero ridurre gli aumenti dei profitti? 

Forse no, risponde l'OCSE, e questo perché «la redditività delle imprese potrebbe venire compromessa, nel breve periodo, da un calo della domanda dovuto all'inasprimento della politica monetaria e all'erosione del potere d'acquisto. In tale contesto, l'aumento del costo del lavoro potrebbe tradursi assai più facilmente in una riduzione della domanda di lavoro e in una potenziale perdita di occupazione. In definitiva, se da un lato i dati ci suggeriscono che i profitti possono assorbire alcuni aggiustamenti salariali in diversi settori e paesi, dall'altro l'esatto margine di manovra varierà probabilmente a seconda dei settori e del tipo di imprese».

Detto in altri termini, cercare di ridurre l'aumento dei prezzi limitando gli aumenti dei profitti e consentendo ai lavoratori di recuperare gli aumenti salariali, potrebbe causare un collasso; questo nel momento in cui i datori di lavoro taglieranno la loro forza lavoro, in modo da fermare così l'aumento del costo del lavoro. Ciò significherebbe un aumento della disoccupazione.

Ebbene sì, è questo ciò che accade in un sistema di produzione basato sul profitto. E allora, qual è dunque la risposta per avere una crescita economica senza che l'inflazione acceleri? L'OCSE sostiene che: «Nel lungo periodo, un aumento sostenuto dei salari reali potrà essere garantito solo attraverso una crescita sostenuta della produttività». I Paesi OCSE devono «sfruttare al meglio quelle che sono le opportunità offerte dai nuovi sviluppi tecnologici, come l'intelligenza artificiale».

Ma di tutto questo, finora non c'è alcuna traccia.

- Michael Roberts - Pubblicato il 12/7/2023 - fonte: Michael Roberts blog. Blogging from a Marxist economist

mercoledì 12 luglio 2023

Le due case di Dante !!

Nel quarto capitolo del suo libro "The Benjamin Files" [Dossier Benjamin, Treccani 2022], Fredric Jameson sottolinea « la caratteristica attenzione di Benjamin verso ciò che considera storico nella storia: i grandi momenti di crisi e trasformazione » (Capitolo 4: "Il pianto della natura").
Vale a dire, rotture, limiti e confini; punti di frattura tra ciò che era e ciò che ancora non è.
In breve, siamo di fronte a un'ulteriore elaborazione della favola di Kafka sull'uomo che vuole costruire una casa con il materiale di un'altra casa, e pertanto così facendo finisce per ritrovarsi con due case semidistrutte.

Anche Auerbach, quando negli anni '20 pubblica il suo libro su Dante, parlando del momento in cui il mondo di Dante non ha più senso per uno dei suoi successori (Petrarca), ecco che lo rappresenta come un momento di crisi e di trasformazione. Poi, più avanti, in un altro momento dello stesso libro, e sempre girando intorno alla stessa questione (la difficile convivenza tra discorso critico e momenti di rottura, o di incomprensione), Auerbach parla di quella che è stata la limitata coscienza storica del Medioevo e, di conseguenza, di Dante. Si tratta di un'assenza di «storicismo estetico»: un'innovazione di Vico questa, secondo Auerbach, il quale parla di Vico anche nel libro su Dante, sottolineandone così anche quale è stata l'incomprensione - di Vico in particolare, e del suo secolo in generale - nei confronti della Commedia).

Tornando a Kafka, e alla sua favola sulle due case, si può ricordare l'esempio che ce ne fornisce Roberto Calasso nel suo libro - su Kafka - intitolato semplicemente ed efficacemente "K". Calasso cita il passo di un taccuino del 1922 (che si trova in "Nachgelassene Schriften und Fragmente II"), eccolo:

« "Lo scrivere mi si nega", scrive Kafka, "Indagine e scoperta di componenti il più possibile piccole". Per che farne? "Come uno che ha una casa non sicura e vuole costruirsene accanto una sicura, se possibile con il materiale della vecchia. Però è un brutto affare se, mentre sta costruendo, la sua forza viene meno e ora invece di una casa non sicura ma completa ne ha una semidistrutta e una fatta a metà, quindi nulla." »

fonte: Um túnel no fim da luz

martedì 11 luglio 2023

Una notte nel deserto…

Metti una sera nel deserto della California, le stelle luccicanti nel cielo, la migliore musica classica, la giusta quantità di LSD e uno dei più grandi filosofi del Novecento. Questo libro è il racconto dell’«esperienza più importante» della vita di Michel Foucault, narrato da chi lo ha guidato lungo una notte che molti pensavano leggenda e invece è stata una rivoluzione personale. Un viaggio nelle profondità di sé stessi che ha cambiato per sempre il pensatore francese, tanto da spingerlo a riscrivere il suo capolavoro Storia della sessualità. Dopo trent’anni dentro uno scatolone, la testimonianza di quell’esperienza mistica ha preso forma divenendo un libro unico, divertentissimo e illuminante al tempo stesso. Tra sedute di yoga, riflessioni sulla natura umana, confessioni e visioni, Foucault in California è romanzo on the road, dialogo filosofico e racconto di formazione queer. Un viaggio vertiginoso e stravagante, che dimostra come per giungere alla Verità si possano prendere le strade più varie. E talvolta allucinanti.

(dal risvolto di copertina di: Simeon Wade, Foucault in California. blackie edizioni, 165 pagine €17,67)

Il viaggio lisergico del Prof. Foucault
- di Vanni Santoni -

Quando Michel Foucault decise di andarsene dalla Francia nel 1975, si diceva disgustato dal moralismo che ancora ne dominava da società, nonostante l'ostentato laicismo. Non era la prima volta che partiva, ma quel viaggio in California sarebbe risultato decisivo a causa di un evento che lui stesso definì «il più importante della sua vita». Quale? Il moralismo avrebbe colpito ancora, e il fatto che Foucault, su invito del ricercatore Simeon Wade, fosse andato lì per fare la sua prima esperienza psichedelica, è stato cancellato per decenni dai libri di testo: solo nei siti specializzati spuntava a volte un’analisi degli effetti dell’Lsd firmata dal filosofo. La vicenda era scomoda, ed è tornata a galla solo oggi che, con la riscoperta medica degli psichedelici, il «piano per espandere la più grande coscienza del mondo» può tornare a esser letto senza troppi tabù, né sorpresa per il fatto che un sommo intellettuale volesse «prendere un acido», essendo stata per tutti i Sixties l’iniziazione per eccellenza di artisti, scrittori e pensatori; il dato rilevante è, piuttosto, come Foucault sia stato l’ultimo gigante a farlo: col riflusso, l’espansione di coscienza sarebbe finita tra i memorabilia del tempo che fu. Blackie Edizioni viene a riaccendere la luce su quel momento, che portò il filosofo a mutare l’impianto del proprio pensiero, riscrivere il primo volume della Storia della sessualità e cambiare il piano dei successivi, con l’attesa pubblicazione di Foucault in California (traduzione di Giorgia Tolfo, pp. 176, e 18,60) scritto proprio da Wade: un momento chiave della storia del Novecento, ma anche il racconto di «un’indimenticabile notte nel deserto, con musica deliziosa, persone splendide e una bottiglia di chartreuse».

Vanni Santoni - Pubblicato su La Lettura del 26/3/2023 -