lunedì 17 luglio 2023

Con gusto…

« Leggere romanzi.

Non tutti i libri si leggono allo stesso modo. I romanzi, ad esempio, sono fatti per essere divorati. Leggerli ha a che fare con la voluttà del fagocitamento. Non si tratta di immedesimazione. Il lettore non si mette al posto del protagonista, ma piuttosto fagocita ciò che a questi accade. La narrazione perspicua equivale alla presentazione invitante con cui un piatto nutriente viene portato in tavola. Ora, esiste un’alimentazione a base di vegetali crudi per l’esperienza come ne esiste una per lo stomaco, ossia: le esperienze fatte sulla propria pelle. Ma, come l’arte culinaria, anche l’arte del romanzo comincia solo al di là del prodotto crudo. E quante non sono le sostanze nutrienti che allo stato crudo risultano indigeste! Quante le esperienze delle quali è consigliabile leggere, ma non farle. Giovano a molti che sarebbero annientati se dovessero imbattervisi in natura. In breve, se esiste una musa del romanzo (la decima), essa reca le insegne della fata di cucina. Solleva il mondo dal suo stato crudo per formarne quanto è commestibile e estrarne il gusto. Se proprio non se ne sa fare a meno, mangiando si può leggere il giornale. Mai un romanzo. Si tratta di incombenze tra loro inconciliabili. »

Walter Benjamin, da “Opere complete - Scritti 1932-1933" «Piccoli pezzi d'arte»


In questo frammento (rimasto inedito quand'era in vita) intitolato "Leggere romanzi", scritto intorno al 1933, Walter Benjamin sottolinea come i romanzi debbano essere «divorati», dal momento che si tratta di un piacere che dev'essere consumato: bisogna che il lettore assorba ciò che accade. È a questo punto che Benjamin arriva a enunciare uno dei suoi tipici aforismi: «L'arte del romanzo, come l'arte della cucina, inizia nel momento in cui finisce la materia prima». Nel caso del romanzo, la «materia prima» è l'esperienza diretta; ossia, quello che la letteratura utilizza, trasforma, trascende. Se esiste una Musa del romanzo - continua Benjamin - allora si deve per forza trattare di una sorta di ... Küchenfee, una specie di «fata della cucina», la quale interviene su quella materia prima che è il mondo e la trasforma poi in qualcosa, e lo fa «con gusto», lo fa conferendogli un «sapore»: creare un romanzo equivale a creare un piatto; comporta che ci siano processi, fasi di cottura, condimenti.

Per Benjamin, il romanzo è sempre l'esperienza che viene fatta da un altro, che viene tradotta in un linguaggio complesso ed è mediata dalla concatenazione di strutture formali. È per questo che significa altro rispetto a un'opera teatrale o rispetto alla lettura di una poesia, le cui istanze estetiche, per verificarsi, dipendono da un'esperienza esistenziale (trovarsi davanti al palcoscenico; sentire in sé una meticolosa articolazione tra metrica, ritmo, rima). L'esperienza del romanzo, vista nel suo insieme - in quanto struttura complessa che si mostra nella sua interezza solo alla fine - è costituita dalla costruzione esistenziale del protagonista del romanzo, senza però che questo protagonista si trovi mai a essere del tutto sovrapposto al romanzo. Da ciò deriva l'ineludibile differenza tra romanzo e forme orali, tra il romanzo come genere (e come forma) e la narrazione come forza, potenza o virtualità (è questo ciò che Benjamin, ad esempio, cerca di rintracciare in Nikolai Leskov, nel saggio sul "narratore").

Benjamin non si dedica al romanzo con la stessa foga che riserva alla poesia, perché il romanzo è una forma che non consente la ripetizione, non permette la ripresa infinita (tipica del racconto orale, del bambino che chiede alla madre: «ancora»), non permette nemmeno il riassunto - perché il romanzo rende sempre impossibile il tentativo di schematizzare. In questo senso, il romanzo non può esistere al di là della sua «fine» che viene inscritta nell'ultima pagina, quasi come una lapide (la morte si trova a essere strutturalmente inscritta nel romanzo; ed è questo il motivo per cui Benjamin evita tale forma d'arte, e il motivo - se vogliamo - può essere letto tra le righe di un suo famoso aforisma, in "Immagini del pensiero": «ogni opera è [soltanto] la maschera mortuaria della sua concezione».

fonte: Um túnel no fim da luz

sabato 15 luglio 2023

Romanzi senza tregua…

Per un ex galeotto, una coppia di poliziotti davanti alla porta di casa non può che significare guai. E quando Ike Randolph viene a sapere che suo figlio Isiah è stato ucciso a sangue freddo insieme al marito Derek, lasciando orfana una bimba piccola, il passato che pensava di essersi messo alle spalle gli crolla addosso. Al dolore si aggiunge la vergogna di non aver mai saputo accettare l’omosessualità del figlio. La stessa vergogna che prova Buddy Lee Jenkins, il padre di Derek, anche lui con un curriculum da delinquente di tutto rispetto. Oltre all’esperienza della prigione, i due uomini hanno poco da spartire: il primo è nero e dopo aver pagato il suo debito con la giustizia ha messo la testa a posto; il secondo è bianco, ha qualche problema con l’alcol e, a volte, con i neri. Buddy Lee e Ike si conosceranno al funerale, e nel giro di poco capiranno di dover fare un’ultima cosa insieme: mettere da parte il colore della pelle e rispolverare i ferri del mestiere per trovare i killer dei loro ragazzi e provare a redimersi, se possibile, dai propri errori. Non sanno che quest’impresa scoperchierà un vaso di Pandora pieno di odio e segreti.
Con Legittima vendetta S.A. Cosby apre un nuovo capitolo del crime americano e mostra al lettore con realismo la faccia brutale degli Stati Uniti di Trump, dove il seme dell’omofobia e del razzismo è sempre pronto a germogliare.

(dal risvolto di copertina di: S. A. COSBY, Legittima vendetta. Traduzione di Giuseppe Manuel Brescia. RIZZOLI Pagine 372, €19)

Fu «Legittima vendetta». Scrittore assolto
- di Antonio D'Orrico -

Ike Randolph, protagonista di "Legittima vendetta" (Rizzoli), romanzo senza tregua di S.A. Cosby, è nero ed è un duro dalla fedina penale chilometrica e con molti anni passati in galera per aver reso giustizia a un amico morto. Era una questione di onore. E sempre per questioni di onore in carcere ha imparato a farsi rispettare. Ike è una macchina per uccidere. Uscito di prigione, Ike ha giurato di non ricadere più nei vecchi errori. Gli brucia di aver lasciato per lungo tempo soli, come una vedova e un orfano, la moglie Mya e il figlio Isiah. Gli brucia di non essere stato presente quando suo figlio cresceva. Gli brucia che la moglie abbia dovuto scontare la sua stessa pena. In carcere, oltre a raffinare la sua arte marziale, Ike ha imparato un mestiere. Ora è un giardiniere, ha avviato una impresa, assunto dipendenti e non se la passa male, anche se è sempre un tipo ombroso, di poche parole e la sua mole e il suo sguardo continuano a mettere paura. Il figlio Isiah è diventato un cronista che si batte con generosità per le cause più spinose (quelle evitate con cura dai suoi colleghi) e si è sposato. Il matrimonio, non molto gradito da Ike, ha inasprito i rapporti, già non buoni, tra i due. Poi, d’improvviso, il figlio è stato barbaramente ammazzato in circostanze misteriose (con un surplus di sfregio, gli hanno sfigurato la faccia a colpi di pistola). E, come si dice in questi casi, la polizia brancola nel buio. Mi accorgo, mentre sto refertando la vita di Ike, di avere assunto senza volerlo il tono, il ritmo (il cursus come dicevano i vecchi maestri) usati da Maria De Filippi in "C’è posta per te". In effetti il caso umano di Ike Randolph potrebbe essere di quelli che mandano in brodo di giuggiole il pubblico televisivo. Non fatevi trarre in inganno, S. A. Cosby non ricorre mai allo sciacqua-morbido televisivo (come lo chiamava il grande Sergio Saviane), la sua letteratura è scritta con il rasoio (Razorblade Tears, «Lacrime di rasoio», è il titolo originale) e, a volte, è scritta direttamente con il machete: «Quando cadde a terra, l’intestino crasso e quello tenue presero a srotolarsi come un nastro di gomma da masticare intinto nel merlot».

Cosby è uno scrittore che appartiene alla schiatta più nobile degli scrittori americani (non è uno che cincischia per pagine e pagine alla Franzen, tanto per intendersi). Prima di trovare la sua vocazione, ha fatto tutti i mestieri secondo il cliché degli scrittori americani di un tempo: il buttafuori, l’operaio, il giardiniere, il montatore di palchi e l’addetto alle pompe funebri. Che è un modo per vivere più vite. Spesso hanno paragonato Cosby a Raymond Chandler per un certo gusto per il linguaggio figurato («La guancia ferita gocciolava come quella di una sposa in lacrime abbandonata sull’altare»), ed è vero, ma è un Chandler riscritto in eastwoodese puro (nel senso di Clint). E c’è più di un’eco dello humour di Sergio Leone quando, a proposito di una pistola, uno degli eroi di Cosby sentenzia: «Meglio avercela e non doverla usare che doverla usare e non avercela». L’autore della battuta leonina è Buddy Lee Jenkins, l’altro protagonista di Legittima vendetta. Lui non è nero come Ike, è bianco ed è stato anche un bell’uomo (somigliava all’attore Sam Elliott, quello con i baffoni che esordì in Butch Cassidy). Se Ike ha qualcosa di biblico («Ike emerse dalle tenebre come una Nemesi in carne e ossa»), Buddy Lee somiglia a uno stand up comedian che per una buona battuta passa sopra il cadavere di sua madre. Le loro carriere sono però simili come due gocce d’acqua (o di sangue). Buddy ha spacciato droga e si è macchiato di ogni delitto, si è fatto i suoi anni di carcere e sa che, anche quando sei uscito, non smetti mai di essere un detenuto. La moglie Christine («bella come un tramonto», chandlereggia Cosby) ha mollato lui e il figlio Derek bambino e si è messa con un pezzo grosso, un politicante (siamo a Richmond, Virginia). Buddy Lee, che la ama ancora (forse ricambiato nonostante tutto?), non può nemmeno darle troppo addosso perché anche lui divorzierebbe da sé stesso. Buddy Lee non è il tipo da potare i giardini dei ricchi come fa Ike. Lui ha una sua coerenza, vive in una roulotte lercia, beve come una spugna e si è accorto di recente di sputare sangue quando tossisce. Come Ike anche Buddy Lee non era in buoni rapporti con il figlio (che era un cuoco) e non ha gradito il suo matrimonio. E come Isiah, il figlio di Ike, anche Derek, il figlio di Buddy Lee, è stato ucciso in circostanze misteriose, il viso sfregiato a pistolettate. Pure in questo caso la polizia annaspa nel buio. Pur avendo frequentato per anni ambienti malavitosi contigui, Ike e Buddy Lee non si sono mai conosciuti. Dopo un lungo giro le loro vite parallele sono destinate a incontrarsi in un posto improbabile, un cimitero (oppure era il luogo più probabile per gente come loro?). L’agnizione tra i due (per usare un termine classico, aulico e fatale come questo gran romanzo merita) avviene durante una cerimonia religiosa, il doppio funerale di Isiah e Derek che erano sposati e avevano una figlia piccolissima partorita per interposta persona. Ike e Buddy sono consuoceri di due ragazzi gay finiti come sono finiti e sono nonni di una nipotina che nemmeno conoscevano. Consuoceri in preda al rimorso per il ricordo incancellabile della loro intolleranza, per il senso di colpa provocato dagli scazzi, gli alterchi, le botte, le ingiurie che hanno vomitato contro quei due figli traditori della virilità. E ormai sono troppo vecchi e stanchi per obbedire alla legge del taglione dando la caccia ai misteriosi assassini, non resta loro che leccarsi le ferite, pentirsi e dolersi. Ma poi qualcuno oltraggia la tomba dei due sposi con scritte cubitali in vernice spray verde fluorescente: «NEGRO FROCIO MORTO. AMANTE MORTO DEL NEGRO FROCIO». Possono Ike e Buddy Lee stare con le mani in mano mentre si infierisce sui loro ragazzi anche da morti? Certo non sono stati padri amorosi come l’Howard Cunningham di Happy Days (citato nel libro come modello irraggiungibile di padre americano). Però in qualche modo possono ancora tentare di riparare ai torti che hanno commesso. E c’è una maniera sola per farlo: vendicare Isiah e Derek. Ike e Buddy Lee sono nati sotto una cattiva stella (Born Under a Bad Sign di Albert King è il blues preferito dalla controfigura di Sam Elliott), una stella che brillerà di luce ancora più fredda e cattiva per coloro i quali incontreranno sulla loro strada di giustizieri.

Lo impareranno a loro spese i giovinastri di una banda che ha come motto «Sangue, Onore e Razza!» e ha avuto a che fare con il duplice omicidio. Ma non saranno gli unici su cui si abbatterà l’ira funesta dei consuoceri. Sono soltanto in due, e variamente acciaccati, ma sono ancora capaci di provocare «una cazzo di carneficina» che, in confronto, Il mucchio selvaggio è «una serenata di grilli» (il leggendario film di Sam Peckinpah è omaggiato con una citazione esplicita nel romanzo). La carica distruttiva di Ike e Buddy Lee va oltre la vendetta come spiega con un sorriso mesto Ike: «Vendetta? No, odio. Alla gente piace parlare di vendetta manco fosse una cosa virtuosa, ma è solo odio vestito meglio». Un odio armato dal sentimento più bello: «Una calibro 45. Una mazza da baseball con dei chiodi. Un compattatore. Buddy Lee si rese conto che tutto poteva diventare un’arma, se ti ci dedicavi abbastanza. Persino l’amore. Soprattutto l’amore». Per cercare gli autori del massacro dei loro ragazzi Ike e Buddy Lee non ricorrono a mezze misure. C’è da spezzare un dito a un testimone reticente? Lo spezzano. C’è da tritare un cadavere per non lasciare tracce? Lo tritano. Lo stesso Buddy Lee è sorpreso da come le sue doti di macellatore siano rimaste intatte pur non avendole più esercitate da tempo: «La velocità con cui era tornato a galla il suo talento per smaltire cadaveri avrebbe forse dovuto stupirlo, ma neanche più di tanto, in fin dei conti. Fare a pezzi il tuo primo corpo è un’esperienza rivoltante. Fare a pezzi il secondo è un fastidio. Quando arrivi al quindicesimo basta inserire il pilota automatico».

Legittima vendetta è insieme un giallo d’azione, un western (non in abiti d’epoca) alla Peckinpah e alla Leone, un blues in prosa, una parabola evangelica sui padri e i figli, un Chandler ironicamente rivisitato in salsa Lgbtq, ma è soprattutto il racconto di un’amicizia virile, quella tra i due consuoceri, che tra una resa dei conti e l’altra amano filosofeggiare chiedendosi se è più facile essere nero o essere gay oppure se si possono definire amici due persone che ammazzano insieme un uomo (e concludono: amici no, però buoni conoscenti certamente). Alla fine, l’indagine conduce Ike e Buddy Lee sulle piste di una creatura misteriosa e bellissima, Tangerine, che è la porta spalancata su un inferno di pura marca chandleriana (lasciatemelo dire un’ultima volta), ma in quell’inferno i nostri eroi devono andare fino in fondo anche se, come dice Buddy Lee: «Non lo sa mai nessuno, che l’ultima volta è l’ultima volta, lo scopri quando ormai è tardi... È per quello che la vita ogni tanto fa schifo»

- Antonio D'Orrico - Pubblicato su La Lettura del 26/3/2023 -

venerdì 14 luglio 2023

Andremo tutti in Zimbabwe !!

La fine di una storia infinita
- di Robert Kurz -

« Il capitalismo, com'è noto, ha le sue grandi crisi. Ma perché deve succedere proprio ora? E per questo - presi completamente alla sprovvista - possiamo solo sperare che il prossimo autobus continui ad arrivare, proprio come continui ad arrivare il gas dalla Russia, l'acqua potabile nelle tubature e, soprattutto, le partite del sabato, in TV sul primo canale. Eppure, tuttavia, ormai non c'è più niente di sicuro. Dato che in questo mondo ci sono solo cose che possono essere finanziate: sia che si tratti di un servizio di pedicure o della carne di maiale, di case bifamiliari o di operazioni all'appendicite, di cibo per cani o di soap opera. Ed è solo ciò che serve - o che deriva dalla valorizzazione del capitale - può essere finanziato. Se questo smette di funzionare, ecco che si ferma tutto, anche se tutto continua a essere ancora lì dove si trova. Persino l'ultimo comunista di Wedding [quartiere di Berlino] può ancora continuare a immaginare che la Siemens, o la Commerzbank chiudano. Ma se invece a fallire fosse tutto l'intero modo di produzione, che dichiara fallimento a causa del fatto che ha generato quelle forze produttive e distruttive che hanno superato la capienza della sua «folle forma»?  Ecco che questo invece è inconcepibile.

A quanto pare, sembra che la sinistra radicale abbia dei problemi con il suo capitalismo. Gli è che, secondo il marxismo volgare, non si comporta come dovrebbe. Ad aver orchestrato questa crisi, non è stata nemmeno la Moltitudine, e neppure una qualche borghesia. E neppure lo Stato, ivi compresi tutti i suoi corifei politici, sembra essere poi così tanto sovrano. Quel che arriva all'uscio, ed entra dalla finestra, come fossero fiocchi di neve, non ha alcun soggetto, tanto meno politico. Ed è questo lo scandalo. A quanto pare, sembra che siano i capitalisti stessi ad avere dei problemi con il proprio capitalismo. Che brutta cosa sarebbe, se ormai il "soggetto automatico" non potesse più fare tutto quel che i padroni pretendono faccia. Forse che ora a essere arrestati dovrebbero essere Monsieur o Madame Capital? A un simile paradosso, non vogliamo nemmeno pensarci. Ma no! Vedrete che la borghesia prima o poi si inventerà qualcosa. Per esempio la guerra; come ben sa l'ultimo comunista di Wedding. Ma purtroppo, la guerra oggi rappresenta ormai un evento troppo piccolo - o troppo grande - per poter innescare l'accumulazione. Inoltre, inoltre ci troviamo già in una situazione di deficit. Quindi, accontentiamoci di un'economia di guerra senza guerra, vale a dire, dell'iperinflazione.

Se vogliamo, possiamo anche chiamarla svalorizzazione del valore, vale a dire, la svalorizzazione della forza lavoro, dei mezzi di produzione, delle merci e del denaro, tutto insieme e tutto in una volta. E una cosa del genere, per la testa dell'ultimo comunista di Wedding non ci passa nemmeno. Lui non conosce altro che la borghesia e il proletariato, i quali, in una storia quasi infinita di cicli di prosperità e di crisi, hanno sempre e solo saputo esprimere e interpretare, in modo diverso, il valore e la sua valorizzazione. E tuttavia, eppure invece qualcosa dev'essere successo. Nell'iniziale fase della loro rivoluzione, quella idealista, i bolscevichi avevano provocato un'inflazione, deliberatamente, per screditare così il denaro. Poi, rapidamente, tornarono subito indietro, visto che le masse impoverite volevano solo lavoro e denaro; e non volevano l'emancipazione dal feticcio del capitale. Ahimè, di buone intenzioni è lastricato l'inferno! Ma ora, però, invece è proprio il "soggetto automatico" stesso che sta promuovendo la svalorizzazione; tuttavia solo automaticamente, visto che le masse - per quanto siano ancora di nuovo impoverite - continuano a non desiderare altro che lavoro e denaro. All'orizzonte, si comincia a intravvedere la fine della storia infinita. E alla fine ci andremo tutti, e ci troveremo tutti lì, anche se nessuno vuole andarci. È lo Zimbabwe il paese del futuro! »

- Robert Kurz - Pubblicato su Konkret, febbraio 2009 - (Risposta a una domanda del direttore di Konkret, Hermann L. Gremliza) -

fonte: Exit! già pubblicato sul blog il 22/10/2015

giovedì 13 luglio 2023

Il costo del costo della vita !!

Il costo della vita e i profitti
- di Michael Roberts -

L'ultimo rapporto dell'OCSE sull'occupazione, ci consente di aprire gli occhi sulla crisi del costo della vita, e sul fatto che l'aumento dei salari, o dei profitti, abbia costituito il maggior contributo all'aumento dell'inflazione. Riguardo ai salari, l'OCSE rileva come nell'ultimo anno i salari reali siano diminuiti in media del 3,8%. «I diversi mercati del lavoro hanno spinto i salari nominali al rialzo, ma, rispetto all'inflazione, ciò è avvenuto in misura minore, determinando in tal modo un calo dei salari reali in quasi tutti i settori industriali in quasi tutti i Paesi OCSE».

Dal grafico qui sopra, si vede come i ribassi variano in maniera considerevole, differendo per ciascun Paese OCSE.  I maggiori ribassi, si sono verificati in Scandinavia e nell'Europa dell'Est, dove - a causa del venir meno del petrolio e del gas russo - i prezzi dell'energia sono aumentati maggiormente, mentre per quel che riguarda gli Stati Uniti il ribasso è uno dei contenuti, dal momento che i prezzi dell'energia, pur aumentando, non sono poi cresciuti così tanto. L'Europa ha dovuto sostituire l'energia proveniente dai gasdotti russi con le forniture di gas naturale liquido (GNL), trasportate via mare e molto più costose.

Nel grafico qui sopra, lo studio dell'OCSE rivela nel dettaglio anche quanta parte dell'aumento dei tassi di inflazione, dall'inizio della pandemia di COVID a oggi, sia dovuta ai salari e ai profitti. Sembra che  in tutta l'OCSE, su una media (non ponderata), dalla fine del 2019 al 1° trimestre del 2023, i profitti per unità di prodotto siano aumentati di circa il 22%, mentre i salari per ogni unità sono aumentati di circa solo il 16%.

In alcuni paesi, il ruolo che i profitti hanno svolto sull'aumento dei prezzi, è stato maggiore, e di non poco, rispetto a quello esercitato dai salari: in Svezia, il 27% di aumento dei profitti contro il 9% di aumento dei salari; in Germania, il 24% contro 10%; in Austria il 23% contro il 10%. Nel corso della durata della spirale inflazionistica, l'aumento maggiore si è registrato in Ungheria, con oltre il 60%, seguito dagli Stati dell'Europa orientale con oltre il 30%. Negli Stati Uniti gli aumenti dei salari e dei profitti, per unità di prodotto, sono stati più o meno uguali; pari al 14% per entrambi. Solamente in Portogallo, il contributo dei salari per unità di prodotto è stato significativamente superiore (18%) rispetto a quello dei profitti (9%).

L'OCSE concorda sul fatto che l'impennata dell'inflazione è stata innescata dall'aumento dei prezzi delle materie prime e dell'energia, causato dal blocco della catena di approvvigionamento dopo la fine della pandemia, e poi accelerato dall'invasione russa dell'Ucraina. Come afferma l'OCSE: «In molti Paesi dell'OCSE, l'impennata iniziale dell'inflazione è stata in gran parte prima importata e poi trainata dai prezzi delle materie prime e dell'energia. Tuttavia, nel corso del 2022, l'inflazione si è estesa e generalizzata, e i costi più elevati sono stati sempre più trasferiti sui prezzi dei prodotti e servizi nazionali».

Per cui, non è stata causata dagli aumenti salariali, i quali non hanno mai tenuto il passo con la spirale dell'inflazione. Anche in questo caso, l'OCSE sostiene: «Finora, le prove non testimoniano alcun segnale di una spirale prezzi-salari. La crescita nominale è aumentata, ma non mostra alcun chiaro segno del verificarsi di un'ulteriore accelerazione significativa nei vari Paesi. Negli ultimi mesi, il divario con l'inflazione sembra essersi ridotto soprattutto a causa di un lento calo dell'inflazione, ma nella grande maggioranza dei Paesi OCSE l'erosione dei salari reali non si è ancora arrestata».

Infatti, riguardo l'aumento dell'inflazione, l'aumento dei profitti è stato un fattore assai più importante dei salari. Le conclusioni cui giunge il rapporto sono chiare: in primo luogo, negli ultimi tre anni i salari reali medi (cioè al netto dell'inflazione) sono diminuiti in tutto il mondo capitalistico sviluppato; in realtà, si tratta del ribasso più ampio e più lungo di almeno gli ultimi 50 anni. In secondo luogo, il principale fattore che in questo periodo ha contribuito all'aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, è stato l'aumento dei profitti per unità di prodotto - e non dei salari - soprattutto nell'Eurozona.

«Nell'area Euro, il contributo giocato dai profitti è stato particolarmente consistente, e nella seconda metà del 2022 e nel primo trimestre del 2023 ha rappresentato la maggior parte dell'aumento dei prezzi interni». Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l'OCSE ritiene che: «in un contesto di mercati del lavoro particolarmente rigidi, negli ultimi trimestri sono stati invece i salari che hanno generalmente contribuito agli aumenti dei prezzi interni, più dei profitti». Tuttavia, «il recente contributo apportato dai margini di profitto è stato assai maggiore rispetto agli anni precedenti la crisi, anche se negli ultimi trimestri  è diminuito».

I dati provenienti dall'Europa e dall'Australia mostrano che la forte performance degli utili nel 2022 non si è limitata al solo settore energetico. Nel primo trimestre del 2023, in Europa, i profitti unitari sono aumentati più del costo del lavoro unitario nei settori manifatturiero, delle costruzioni e finanziario, e sono cresciuti allo stesso ritmo con cui è cresciuto il costo del lavoro unitario nei settori «alloggio, ristorazione e trasporti». Analogamente, in Australia, in diversi settori (tra i quali "alloggio e ristorazione", così come manifatturiero, commercio e trasporti) i profitti unitari sono aumentati più del costo del lavoro unitario.

Ragion per cui la risposta alla riduzione dei tassi d'inflazione, sarebbe perciò quella che le imprese dovrebbero ridurre gli aumenti dei profitti? 

Forse no, risponde l'OCSE, e questo perché «la redditività delle imprese potrebbe venire compromessa, nel breve periodo, da un calo della domanda dovuto all'inasprimento della politica monetaria e all'erosione del potere d'acquisto. In tale contesto, l'aumento del costo del lavoro potrebbe tradursi assai più facilmente in una riduzione della domanda di lavoro e in una potenziale perdita di occupazione. In definitiva, se da un lato i dati ci suggeriscono che i profitti possono assorbire alcuni aggiustamenti salariali in diversi settori e paesi, dall'altro l'esatto margine di manovra varierà probabilmente a seconda dei settori e del tipo di imprese».

Detto in altri termini, cercare di ridurre l'aumento dei prezzi limitando gli aumenti dei profitti e consentendo ai lavoratori di recuperare gli aumenti salariali, potrebbe causare un collasso; questo nel momento in cui i datori di lavoro taglieranno la loro forza lavoro, in modo da fermare così l'aumento del costo del lavoro. Ciò significherebbe un aumento della disoccupazione.

Ebbene sì, è questo ciò che accade in un sistema di produzione basato sul profitto. E allora, qual è dunque la risposta per avere una crescita economica senza che l'inflazione acceleri? L'OCSE sostiene che: «Nel lungo periodo, un aumento sostenuto dei salari reali potrà essere garantito solo attraverso una crescita sostenuta della produttività». I Paesi OCSE devono «sfruttare al meglio quelle che sono le opportunità offerte dai nuovi sviluppi tecnologici, come l'intelligenza artificiale».

Ma di tutto questo, finora non c'è alcuna traccia.

- Michael Roberts - Pubblicato il 12/7/2023 - fonte: Michael Roberts blog. Blogging from a Marxist economist

mercoledì 12 luglio 2023

Le due case di Dante !!

Nel quarto capitolo del suo libro "The Benjamin Files" [Dossier Benjamin, Treccani 2022], Fredric Jameson sottolinea « la caratteristica attenzione di Benjamin verso ciò che considera storico nella storia: i grandi momenti di crisi e trasformazione » (Capitolo 4: "Il pianto della natura").
Vale a dire, rotture, limiti e confini; punti di frattura tra ciò che era e ciò che ancora non è.
In breve, siamo di fronte a un'ulteriore elaborazione della favola di Kafka sull'uomo che vuole costruire una casa con il materiale di un'altra casa, e pertanto così facendo finisce per ritrovarsi con due case semidistrutte.

Anche Auerbach, quando negli anni '20 pubblica il suo libro su Dante, parlando del momento in cui il mondo di Dante non ha più senso per uno dei suoi successori (Petrarca), ecco che lo rappresenta come un momento di crisi e di trasformazione. Poi, più avanti, in un altro momento dello stesso libro, e sempre girando intorno alla stessa questione (la difficile convivenza tra discorso critico e momenti di rottura, o di incomprensione), Auerbach parla di quella che è stata la limitata coscienza storica del Medioevo e, di conseguenza, di Dante. Si tratta di un'assenza di «storicismo estetico»: un'innovazione di Vico questa, secondo Auerbach, il quale parla di Vico anche nel libro su Dante, sottolineandone così anche quale è stata l'incomprensione - di Vico in particolare, e del suo secolo in generale - nei confronti della Commedia).

Tornando a Kafka, e alla sua favola sulle due case, si può ricordare l'esempio che ce ne fornisce Roberto Calasso nel suo libro - su Kafka - intitolato semplicemente ed efficacemente "K". Calasso cita il passo di un taccuino del 1922 (che si trova in "Nachgelassene Schriften und Fragmente II"), eccolo:

« "Lo scrivere mi si nega", scrive Kafka, "Indagine e scoperta di componenti il più possibile piccole". Per che farne? "Come uno che ha una casa non sicura e vuole costruirsene accanto una sicura, se possibile con il materiale della vecchia. Però è un brutto affare se, mentre sta costruendo, la sua forza viene meno e ora invece di una casa non sicura ma completa ne ha una semidistrutta e una fatta a metà, quindi nulla." »

fonte: Um túnel no fim da luz

martedì 11 luglio 2023

Una notte nel deserto…

Metti una sera nel deserto della California, le stelle luccicanti nel cielo, la migliore musica classica, la giusta quantità di LSD e uno dei più grandi filosofi del Novecento. Questo libro è il racconto dell’«esperienza più importante» della vita di Michel Foucault, narrato da chi lo ha guidato lungo una notte che molti pensavano leggenda e invece è stata una rivoluzione personale. Un viaggio nelle profondità di sé stessi che ha cambiato per sempre il pensatore francese, tanto da spingerlo a riscrivere il suo capolavoro Storia della sessualità. Dopo trent’anni dentro uno scatolone, la testimonianza di quell’esperienza mistica ha preso forma divenendo un libro unico, divertentissimo e illuminante al tempo stesso. Tra sedute di yoga, riflessioni sulla natura umana, confessioni e visioni, Foucault in California è romanzo on the road, dialogo filosofico e racconto di formazione queer. Un viaggio vertiginoso e stravagante, che dimostra come per giungere alla Verità si possano prendere le strade più varie. E talvolta allucinanti.

(dal risvolto di copertina di: Simeon Wade, Foucault in California. blackie edizioni, 165 pagine €17,67)

Il viaggio lisergico del Prof. Foucault
- di Vanni Santoni -

Quando Michel Foucault decise di andarsene dalla Francia nel 1975, si diceva disgustato dal moralismo che ancora ne dominava da società, nonostante l'ostentato laicismo. Non era la prima volta che partiva, ma quel viaggio in California sarebbe risultato decisivo a causa di un evento che lui stesso definì «il più importante della sua vita». Quale? Il moralismo avrebbe colpito ancora, e il fatto che Foucault, su invito del ricercatore Simeon Wade, fosse andato lì per fare la sua prima esperienza psichedelica, è stato cancellato per decenni dai libri di testo: solo nei siti specializzati spuntava a volte un’analisi degli effetti dell’Lsd firmata dal filosofo. La vicenda era scomoda, ed è tornata a galla solo oggi che, con la riscoperta medica degli psichedelici, il «piano per espandere la più grande coscienza del mondo» può tornare a esser letto senza troppi tabù, né sorpresa per il fatto che un sommo intellettuale volesse «prendere un acido», essendo stata per tutti i Sixties l’iniziazione per eccellenza di artisti, scrittori e pensatori; il dato rilevante è, piuttosto, come Foucault sia stato l’ultimo gigante a farlo: col riflusso, l’espansione di coscienza sarebbe finita tra i memorabilia del tempo che fu. Blackie Edizioni viene a riaccendere la luce su quel momento, che portò il filosofo a mutare l’impianto del proprio pensiero, riscrivere il primo volume della Storia della sessualità e cambiare il piano dei successivi, con l’attesa pubblicazione di Foucault in California (traduzione di Giorgia Tolfo, pp. 176, e 18,60) scritto proprio da Wade: un momento chiave della storia del Novecento, ma anche il racconto di «un’indimenticabile notte nel deserto, con musica deliziosa, persone splendide e una bottiglia di chartreuse».

Vanni Santoni - Pubblicato su La Lettura del 26/3/2023 -

lunedì 10 luglio 2023

La sconfitta della Russia ?!!

L'erosione del potere verticale
- La lotta in corso in Russia, tra bande concorrenti per la ripartizione del mercato e del territorio, che era stata finora tenuta nascosta, sta sfuggendo a ogni controllo -
di Tomasz Konicz

Il presidente russo Vladimir Putin ha spezzato il dominio degli oligarchi, ma lo ha fatto al costo di dover creare, nell'apparato statale in espansione, delle nuove strutture oligarchiche. Sulla scia della guerra in Ucraina, le lotte tra i racket concorrenti, per la distribuzione occulta, si sono intensificate. La rivolta del gruppo di mercenari della Wagner, ha mostrato quanto sia diventato fragile il dominio del presidente russo. Si tratta di un semplice gioco di potere, una di quelle ordinarie manovre politiche quotidiane, con cui si fa politica nelle democrazie capitaliste. Per imporre una decisione impopolare, come ad esempio una "riforma strutturale" neoliberista. Non c'è problema. Se qualcosa va storto, non c'è niente di più facile che sostituire un ministro. Nell'establishment politico del tardo capitalismo avanzato, la sostituzione del personale è il prezzo che viene abitualmente pagato, al fine di poter così mantenere tanto le strutture quanto la direzione politica. Nel momento in cui la stampa parla di teste che rotolano, come è ben noto, questo non va preso alla lettera. E sebbene, letteralmente, le teste non rotolano nemmeno in Russia, c'è da dire che di tanto in tanto delle morti misteriose di funzionari statali si verificano! La rivista Newsweek ne ha contati ben nove, dall'inizio della guerra in Ucraina; il più recente è stato il giudice distrettuale Artem Bartenev, "caduto dalla finestra” del suo appartamento al dodicesimo piano, a Kazan. Ma tuttavia, il governo russo non è in grado di compiere quella che è una semplice manovra di politica di potere, sostituendo un ministro. In effetti, il presidente Vladimir Putin dovrebbe sostituire Sergei Shoigu; il suo ministro della Difesa palesemente incompetente. Però non può farlo senza erodere ulteriormente la sua già fragile base di potere; per quanto l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia equivalga da tempo a un disastro geopolitico e militare, e la sostituzione di un ministro simulerebbe quanto meno un'azione. In Russia, la lotta per il potere, che ha improvvisamente assunto le caratteristiche di un ammutinamento - se non di un tentativo di colpo di Stato - continua a rimanere un mistero, in mancanza di una corretta comprensione di quella «verticalità del potere» russo plasmato da Putin, dietro cui si nasconde un'oligarchia statale di stampo mafioso. La popolarità di cui il capo di Stato russo ancora gode, è stata acquisita nella fase iniziale del suo governo, quando ha posto fine alla fase caotica della trasformazione della Russia, caratterizzata dalla disintegrazione statale e sociale. Per questo Putin viene visto, soprattutto dai membri della vecchia generazione, come un «uomo d'ordine», come se fosse la personificazione di quel forte Stato russo che ha estromesso dal potere l'oligarchia. Quell'oligarchia che discendeva dall'élite funzionale sovietica e che, dopo l'implosione dell'Unione Sovietica, è uscita vittoriosa dalle privatizzazioni selvagge. Il contenimento del pauperismo durante la fase di trasformazione degli anni Novanta, la correzione parziale della perdita di importanza geopolitica da parte della Russia, il ripristino di alcune funzioni statali di base, come la riscossione delle imposte e la fine dei trasferimenti di capitale dalla Russia: tutti questi risultati, ottenuti da Putin all'inizio del XXI secolo, sarebbero stati impensabili senza lo smantellamento dell'oligarchia russa in quanto struttura dominante. Nel corso delle dispute con il governo, durante il primo mandato di Putin, diversi oligarchi - come Vladimir Gussinsky o Boris Berezovsky - sono stati cacciati dal Paese, mentre il recalcitrante magnate del petrolio Mikhail Khodorkovsky è finito per dieci anni in galera. Successivamente, i magnati predoni e gli oligarchi post-sovietici - i quali durante la presidenza di Boris Eltsin negli anni '90 avevano accumulato, quasi senza alcun ritegno, gran parte dei beni della fallita Unione Sovietica - hanno raggiunto un accordo con il governo. Per far sì che essi potessero accettare la loro rimozione dal potere politico, pare che siano state date delle garanzie informali di proprietà, soprattutto nei confronti degli oligarchi del clan di Eltsin.

L'ascesa dei Siloviki
La Russia continua ancora a essere caratterizzata da un forte divario sociale tra ricchi e poveri. Continua ancora a esistere un piccolo strato di super-ricchi, solo che non si tratta più di un'oligarchia (come in Ucraina) in grado di usare la propria ricchezza per strumentalizzare parti dell'apparato statale al fine di affermare i propri particolari interessi economici. Quella che è emersa in Russia, è un'oligarchia di Stato. L'attuale struttura del regime russo è entrata in conflitto con l'oligarchia emersa durante il governo di Eltsin. A seguito di questo conflitto, sono state nuovamente nazionalizzate alcune imprese strategicamente importanti per l'economia russa, soprattutto quelle nei settori dell'energia e delle materie prime. Le forze che hanno portato avanti con successo la lotta di Putin contro l'oligarchia, sono state reclutate dai "ministeri del potere" post-sovietico, nel KGB (o in quello che è stato il suo successore, l'FSB), dove anche Putin ha iniziato la sua carriera, e da altre organizzazioni che hanno imposto il monopolio di Stato per quanto concerne l'utilizzo della forza. Anche i cosiddetti Siloviki (il nome deriva dalla parola russa che indica il potere, «sila»), i quali hanno assunto ruoli di leadership nelle aziende e nei gruppi appena nazionalizzati, sono diventati enormemente ricchi. Putin ha sconfitto l'oligarchia russa - rivedendo alcune delle privatizzazioni - ma questo è però avvenuto al prezzo di formare una nuova oligarchia, che ora controlla il settore statale, e lo usa come fonte di ricchezza e di potere. Il suo primo rappresentante è lo stesso Putin; il politologo russo Stanislav Belkovsky ne stima la sua fortuna personale in 70 miliardi di dollari, mentre Bill Browder, amministratore delegato della società di fondi Hermitage Capital Management, ritiene che invece sia di 200 miliardi. Putin può essere considerato un multimilionario, anche se la sua situazione finanziaria rimane accuratamente nascosta. L'idea secondo cui le posizioni statali sono una fonte di arricchimento, pervade l'intero apparato statale russo; sono tali posizioni a costituire la sostanza di tutto il potere verticale, dal vertice alla base. Tuttavia, quando le posizioni che si hanno nell'apparato statale vengono utilizzate per l'arricchimento privato, ciò non contribuisce affatto né a mantenere né a ottimizzare quello che è il processo di valorizzazione del capitale, come invece avverrebbe nel caso della consueta funzione dello Stato come «capitalista collettivo ideale». Clientele e bande, continuano a lottare per accedere alle posizioni di potere dello Stato. Le lotte oligarchiche aperte che hanno caratterizzato l'Ucraina prima dello scoppio della guerra, si stanno svolgendo anche in Russia - in gran parte a porte chiuse - all'interno dell'apparato statale. Questa guerra disastrosa e fallimentare costituisce, in un certo qual modo, il catalizzatore che fa sì che questi conflitti tra oligarchie statali si inaspriscano e vengano allo scoperto. Il centro di potere di questo sistema, è Putin: è lui ad avere l'ultima parola nelle battaglie interne per il territorio e per le ripartizioni tra le bande in competizione all'interno dello Stato. Questa struttura di potere ricorda l'epoca imperiale zarista, così cara a Putin, quando, nel XVIII e XIX secolo, il successo economico dei mercanti o degli imprenditori dipendeva, non di rado, dal favore del Cremlino. Ma questo non significa che Putin abbia un potere autocratico illimitato. Putin agisce anche come mediatore tra le diverse fazioni mafiose dello Stato. Si tratta di un equilibrio permanente di politica di potere, che il presidente deve mantenere, in modo da tenere sotto controllo tutte le forze centrifughe anomiche dell'apparato statale russo, efferato e incapace di modernizzarsi. Il governo stesso di Putin continua a essere un prodotto di tale sistema. La sua banda è stata reclutata principalmente a San Pietroburgo, e comprende, ad esempio, l'ex presidente e primo ministro Dmitry Medvedev oltre al presidente di Gazprom, Alexei Miller. Come è caratteristico delle reti mafiose, la fedeltà, piuttosto che la competenza, gioca il ruolo di gran lunga più importante nell'assegnazione delle posizioni. E per Putin, quasi nessuno è più affidabile del ministro della Difesa Sergei Shoigu. Dalla sua nomina nel 2012, egli è diventato uno dei più stretti confidenti del presidente, ed è stato anche coinvolto nei preparativi per la guerra. Dal momento che appartiene alla cerchia ristretta del potere del Cremlino, un attacco a lui equivale a un attacco alla banda di Putin.

Da ristoratore a leader mercenario
Yevgeny Prigozhin, il leader del gruppo mercenario Wagner, invece apparteneva alla periferia della cerchia di potere di Putin; ed è stato uno dei pochi che deve la sua ascesa soprattutto alle sue capacità. Ha cominciato la sua carriera negli anni '90, come «cuoco di Putin», cosa che, grazie alla sua conoscenza personale del presidente, gli ha permesso di assicurarsi dei lucrosi contratti relativi ai servizi di refezione statale. Non si sa esattamente quand'è stato che abbia iniziato ad accettare altri genere di contratti; il suo gruppo mercenario Wagner ha fatto la sua apparizione per la prima volta nell'Ucraina orientale, nel 2014. Non si sa esattamente quand'è stato che abbia iniziato ad accettare altri genere di contratti; il suo gruppo mercenario Wagner ha fatto la sua apparizione per la prima volta nell'Ucraina orientale, nel 2014. Negli anni successivi, ha dimostrato di essere un strumento efficace di politica estera non ufficiale - a costi relativamente bassi - soprattutto negli Stati africani. In vari Stati africani, la Wagner si rifinanzia partecipando allo sfruttamento delle risorse minerarie; secondo Putin, il gruppo mercenario ha ricevuto dallo Stato russo, tra maggio 2022 e maggio 2023, l'equivalente di 1 miliardo di dollari. Anche il suo moderno equipaggiamento bellico proviene dalle riserve statali. Per Putin, questo investimento ha dato i suoi frutti fin dall'inizio, anche nella guerra in Ucraina. Sebbene con gravi perdite, i combattenti di Prigozhin hanno ottenuto quello che è stato l'unico successo degno di nota di tutta l'offensiva invernale russa: la presa di Bakhmut. È stato un tale successo che ha finito per far crescere le sue ambizioni politiche: ha cominciato a parlare apertamente del fallimento dell'esercito, guadagnandosi così l'inimicizia del Ministero della Difesa. Le controversie all'interno dell'oligarchia statale russa stanno aumentando a causa della disorganizzazione dell'esercito e dei miseri sviluppi della guerra; tutte cose che hanno contribuito al recente tentativo di colpo di Stato. La trasformazione dell'apparato dello Stato in un negozio self-service per bande in concorrenza tra loro, non si limita solo all'esercito. Materia di compravendita sono anche le promozioni acquistate, le attrezzature vendute  e i fondi dirottati. Anziché modernizzare le forze armate, a quanto pare Shoigu è impegnato a preoccuparsi di sé stesso: sua figlia possiede una proprietà a Mosca del valore di 18 milioni di dollari americani. E l'esercito russo che ha invaso l'Ucraina era guidato da ufficiali che lo vedevano soprattutto come una fonte di reddito. Stando così le cose, Prigozhin non ha dovuto pertanto inventarsi nulla nei suoi discorsi contro la cattiva gestione e la corruzione dell'apparato militare. Dopo parecchie esitazioni, Putin ha decretato che la forza mercenaria venisse privata della sua autonomia, e ha deciso che, a partire dal 1° luglio, sarebbe stata posta sotto la tutela dell'odiato Ministero della Difesa. Quindi, Prigozhin doveva temere quanto meno di essere privato del proprio potere, se non addirittura di essere arrestato o liquidato; a quanto pare, è stato questo il fattore scatenante l'ammutinamento. Si è trattato di una lotta per il potere e per la spartizione nell'apparato statale russo in via di erosione, alimentata dagli eventi bellici, che questa volta si è manifestata in tutta la sua evidenza. La rivolta in corso ha rivelato la fragilità del regime di Putin. L'oligarchia statale, incapace di modernizzarsi, e che sta distruggendo l'apparato statale con le sue lotte per la ripartizione delle risorse, minaccia di trasformarsi in qualcosa che somiglia sempre più a un'Anomia, in aperta decadenza dello Stato. Non c'è stato quasi nessun attore statale che abbia voluto impedire l'azione delle truppe Wagner: i militari e la polizia sono rimasti in gran parte passivi. A Rostov-sul-Don, alcune unità della Guardia Nazionale Russa sono state frettolosamente mobilitate; ma sono state subitp sciolte nel momento in cui  i mercenari hanno marciato nella città, impadronendosi senza nemmeno combattere del quartier generale del Distretto Militare della Russia Meridionale. Anche le basi militari e gli aerodromi sono stati conquistati senza combattere, mentre il governo ordinava di scavare delle trincee sulle autostrade per cercare almeno di rallentare la rapida avanzata delle forze mercenarie. I contingenti mercenari hanno avanzato, apertamente alla luce del giorno, verso Mosca, dove la Guardia Nazionale stava già allestendo dei posti di blocco e dei nidi di mitragliatrici. Per l'aviazione russa, sarebbe stato facile polverizzare i gruppi cha avanzavano. Ma c'è stato solo qualche attaccho sporadico, in cui l'aviazione russa ha perso sei elicotteri e un aereo da trasporto. L'ufficiale al comando, il generale Sergei Surovikin - ex comandante delle forze russe in Ucraina - sarebbe stato arrestato a fine giugno, secondo quanto riportato dai media; l'ufficio presidenziale di Mosca si è finora rifiutato di confermare o smentire tale notizia. Secondo i documenti ottenuti dalla CNN, Surovikin era un «membro VIP segreto, della Wagner». Il sostegno che nell'apparato militare ha avuto la cosiddetta «Marcia per la giustizia» di Prigozhin, per il momento rimarrà probabilmente solo oggetto di speculazioni. È stato il Presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko - secondo quelle che sono state le sue stesse dichiarazioni - ad aver evitato, grazie al suo ruolo di mediatore, un'ulteriore escalation di questa lotta di potere. Prigozhin, che avrebbe negoziato per ore con Lukashenko, dovrebbe ora stabilirsi in una base militare in Bielorussia, con i suoi combattenti che non intendono unirsi all'esercito russo. A tutti i combattenti coinvolti nella rivolta è stata promessa l'immunità penale. Anche a Prigozhin è stata concessa l'amnistia, nonostante Putin, durante la rivolta lo abbia pubblicamente etichettato come traditore, e abbia annunciato la sua punizione.

Perdita di autorità
Non è chiaro se Lukashenko abbia svolto il ruolo che ha dichiarato, e che cosa sia effettivamente accaduto nelle ore cruciali dei negoziati. Le dimissioni di Shoigu e del Capo di Stato Maggiore Valery Gerasimov, richieste da Prigozhin e che secondo i primi resoconti gli sono state promesse, sembrano essere fuori discussione, almeno a breve termine - altrimenti il leader mercenario potrebbe celebrarle come una vittoria a posteriori. Se, dopo un intermezzo, ci sarà una qualche sostituzione, allora è probabile che Putin sostituisca questi due titolari di cariche - tanto leali quanto incompetenti - con altri membri della banda che siano altrettanto affidabili. In discussione c'è Alexei Djumin, un'ex guardia del corpo di Putin, il quale nel frattempo è diventato governatore dell'oblast' di Tula. A quanto pare, a essere mantenuto è sempre il vecchio schema di ricompensa della fedeltà. Anche se leale, l'ex praticante di arti marziali e attore Steven Seagal, che si dice sia in trattativa per diventare il nuovo ministro della Difesa, non dovrebbe essere preso seriamente in considerazione. A prescindere dal suo fallimento, la Guardia Nazionale Russa, composta da 200.000 persone, e inizialmente destinata solo all'uso interno, in futuro verrà equipaggiata con armi pesanti. Inoltre, i propagandisti e i lacchè del regime in via di erosione stanno cercando di tornare alla normalità, e pertanto di simularla il più rapidamente possibile. Tuttavia, questa rivolta mercenaria - che è stata accolta con una diffusa passività dall'apparato statale russo -rappresenta un punto di svolta. Putin, che nel giro di poche ore ha dovuto cambiare la sua posizione su Prigozhin, ha perso gran parte della sua autorità. Ogni parvenza di Stato ordinato, ora ha lasciato il posto a una realtà fatta di lotte di potere di stampo mafioso e di affari sporchi. È improbabile che Putin si possa riprendere da questa situazione, sebbene, nell'immediato il suo potere non sia minacciato. La guerra, che sta alimentando l'erosione della verticalità del potere in Russia, continua senza alcuna prospettiva di vittoria russa. Ma l'ammutinamento ha anche mostrato quella che probabilmente è l'unica strada percorribile perché si arrivi alla sconfitta della Russia. In termini militari, è improbabile che l'Ucraina vinca la guerra, anche contro un esercito russo depresso e incapace di grandi offensive, a causa dell'enorme discrepanza di risorse disponibili. Questo fatto è dimostrato anche dalle battute d'arresto dell'attuale offensiva ucraina; ragion per cui la Russia preferisce una guerra di logoramento. Ciò che sembra possibile, tuttavia, è uno scenario simile a quello dell'offensiva vietnamita del Tet nel gennaio 1968, quando una sconfitta militare dei Viet Cong ha potuto essere trasformata in una vittoria politica, grazie alle onde d'urto che tale offensiva aveva creato nella politica interna degli Stati Uniti.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 6/7/2023 su Jungle World -

fonte: Tomasz Konicz

È carne? O è CARNE ?!??

CARNE SINTETICA E ASTRAZIONE REALE
- di Maurilio Botelho -

Per rappresentare la differenza tra quella che è un'astrazione del pensiero e una "astrazione reale", ho sempre fatto uso dell'esempio della carne macinata. Quando arriviamo al mercato e vediamo delle comuni confezioni di hamburger, o di carne macinata bell’e pronta, non sappiamo quale sia l'origine, vale a dire, che tipo di carne sia stata utilizzata per produrre quel macinato. A volte, se si chiede al macellaio che tipo di carne sia, la risposta si limita a: «è carne». È ovvio che, materialmente, quella massa non è altro che l'aggregato di più tipi di carne; e in alcuni casi comprende perfino delle parti triturate di animali distinti (pollame, manzo, maiale) che vengono poi mescolate tutte insieme. Per questo, è molto più ragionevole scegliere un pezzo di carne la cui appartenenza sia riconoscibile e chiedere poi che venga macinata.

Trattare delle forme particolari più diverse, come se esse costituissero un'identità, e chiamarle Carne, corrisponde a un'astrazione cognitiva. Diverso è invece il caso del valore, il quale è l'espressione sintetica di delle altre merci, o meglio, l'espressione sintetizzata di tutte le altre merci. Il valore corrisponde a una quantità di ricchezza astratta, la quale ci permette così di acquistare qualsiasi altra quantità di ricchezza che equivalga a essa in termini materiali; le merci. E tuttavia, a differenza di tutte le altre merci con le quali interagisce, il valore in sé stesso non ha alcuna particolarità; anzi, oltretutto, esso non è nemmeno il miscuglio, o l'aggregazione di frammenti, delle altre merci: il valore, semplicemente, non è altro che l'astrazione realmente esistente dell'attività umana che viene spesa nella - e al fine della - produzione di merci; esso è pura energia umana, LAVORO. È nella sua espressione empirica, ossia nel denaro, che il valore acquista una sua vita propria, "materiale", che appare, accanto alle altre merci, come se invece essa fosse una merce particolare, un "equivalente generale", e questo sebbene esso non contenga in sé alcuna utilità; per quanto tale utilità ce l'abbia solo in relazione alle altre merci.

Nelle parole di Marx, «la sua esistenza funzionale assorbe, per così dire, la sua esistenza materiale». Ma ecco che, oggi, tutto questo impianto che sorregge un ragionamento logico-esplicativo è ormai scaduto. Ho appena sentito alla radio che la FDA (Food and Drugs Administration) ha autorizzato la commercializzazione di carne sintetica negli Stati Uniti. Questa carne, sintetizzata in laboratorio, è semplicemente CARNE, ovvero, è un tessuto che viene sviluppato in laboratorio; in pratica si tratta delle cellule di un animale che vengono "nutrite", e che si sviluppano come tessuto il quale viene poi trasformato nella forma della carne macinata, e reso così disponibile per la commercializzazione. Secondo il medico-scienziato che ha spiegato tutto questo, noi  possiamo «plasmarla secondo quelli che sono i nostri interessi e le nostre esigenze gastronomiche». Poi, il medesimo divulgatore della carne sintetica - sempre alla radio - ha sostenuto che il vantaggio di questa carne consiste nel non avere grassi, né tracce di piume, o di unghie, e neppure ossa macinate. L'emittente radiofonica che lo ha intervistato, è arrivata persino a sottolineare che: «in essa non ci sono questi residui, perché in essa non c'è nulla. È carne pura».

Naturalmente possiamo anche arrivare a dire - come ha fatto il medico-scienziato - che si tratta di «carne di pollo», ma tuttavia non ci è stata fornita alcuna informazione (e in effetti questo non ha nessuna importanza) sulla parte del corpo da cui è stata ottenuta, o quale tipo di carne sia all'origine di quel tessuto cresciuto in laboratorio.Gli è che la cellula del tessuto, in sé stessa, è stata prelevata, rimossa, separata dal suo contesto naturale (biologico) di sviluppo. Pertanto, abbiamo così la realizzazione di una vera e propria astrazione reale. In un primo momento, abbiamo l'astrazione (la separazione) di una parte (alcune cellule) di un tutto (del corpo di un uccello), ma ecco che subito poi questa parte si sviluppa - senza avere più alcuna relazione con il tutto - in un individuo particolare, dal momento che esso viene coltivato in un ambiente isolato; ben presto acquista autonomia, e diventa essa stessa un "tutto", l'astrazione assume vita propria e diventa semplicemente CARNE, che nella sua esistenza separata diventa un "tutto". La carne sintetica diventa pertanto un'ASTRAZIONE REALE: ecco che ora, insieme al petto di pollo, al filetto di coscia di pollo, al cuore di pollo e al ventriglio di pollo, abbiamo anche la possibilità di scegliere semplicemente la CARNE DEL POLLO. Non si tratta di una massa composta da tutte le altre, bensì semplicemente di una forma isolata, una cosa «che ha cancellato le proprie origini» (Marx); si tratta di CARNE, di una «cosa in sé».

È ovvio che, naturalmente, una simile mostruosità può esistere solo in una società nella quale la logica della produzione di merci è completamente incurante e ignara di quali sono i limiti naturali, umani e sociali. L'entusiasta divulgatore-promotore della carne sintetica ha sostenuto che, oltre ai vantaggi ambientali, considerati gli impatti prodotti dall'allevamento del bestiame, la produzione di carne sintetica ha anche il vantaggio di ridurre i tempi di produzione, dal momento che allevare i bovini, nutrirli e ingrassarli fino alla macellazione richiede molto tempo; mentre invece, in cinque settimane, la carne di laboratorio è pronta per il consumo. In fin dei conti, si tratta solamente della logica ossessiva e oggettivata, che ha il capitalismo, nel ridurre i tempi di produzione fino all'estremo: Alfred Sohn-Rethel ha sottolineato come «la socializzazione reificata corrisponde ed è analoga alla sintesi chimica». Allo stesso modo in cui la carne sintetica è un prodotto sociale, anche la sintesi sociale, realizzata dal valore e dal denaro, è un prodotto storico. La differenza risiede nel fatto che, mentre nel primo caso la sintesi è il risultato di una sperimentazione controllata e condotta consapevolmente dallo scienziato, nel secondo, la sintesi sociale prodotta dall'economia di mercato è invece un processo vissuto per secoli in modo inconsapevole e involontario dalla società, e che ha delle conseguenze ambientali incontrollate.

(Anche nel caso degli esperimenti di laboratorio, quando finisce l'isolamento, il grado di imprevedibilità e i conseguenti effetti indesiderati aumentano; poiché lì abbiamo infatti il risultato di quella che è una scienza che fin dall'origine è stata determinata dalla logica dell'astrazione e della riduzione dei tempi di produzione, dell'aumento della produttività ecc.) La carne sintetica, la pura CARNE, sembra realizzare materialmente ciò che Marx scriveva nella prima edizione del capitolo iniziale de "Il Capitale" (rimosso poi nelle edizioni successive, per cercare di rendere più semplice e comprensibile il testo). Utilizzando un ragionamento logico che partiva dalla relazione tra genere e specie, egli evidenzia il coesistere, accanto alle altre merci, anche del valore e del denaro; come astrazione reale: «Sarebbe  come se accanto, e in aggiunta ai leoni, alle tigri, alle lepri e a tutti gli animali effettivamente reali - i quali, raggruppati, costituiscono le diverse razze, specie, sottospecie, famiglie, ecc. del regno animale - oltre a loro esistesse anche l'ANIMALE, la singola incarnazione individuale di tutto l'intero regno animale. Un simile individuo, che comprende in sé tutte le specie effettivamente esistenti della stessa cosa, costituisce un UNIVERSALE, una cosa del tipo di ANIMALE, DIO ecc.».

- Maurilio Bothelo  - Pubblicato il 23/6/2023 su Facebook -

sabato 8 luglio 2023

Megalomani ?!??

Appare degno di nota il fatto che Auerbach - nel suo libro su "Dante poeta-giudice del mondo terreno" - associ il genio di Dante a quella che era la sua ossessione, la sua fissità, la sua megalomania, la sua libertà di ritenere che stesse facendo qualcosa di nuovo e di grandioso, di inedito e di sconvolgente; vale a dire, Auerbach associa Dante e la sua opera, alla profonda convinzione di essere il migliore tra tutti i suoi contemporanei, e di essere altrettanto bravo di Virgilio.

In tal modo, così facendo, Auerbach pone la questione del rapporto tra lavoro e megalomania; che anche Harold Bloom indica come questione decisiva; come lo è nel caso di Shakespeare e della sua «invenzione dell'umano» (in una certa misura, è questo ciò che Bloom, ne "L'angoscia dell'influenza. Una teoria della poesia", individua in tutti i "poeti forti".

Pertanto, la storia del romanzo nel Novecento diventa a sua volta un dispiegamento (e un'intensificazione) della percezione che Auerbach ha di Dante, e che Bloom ha di Shakespeare: all'inizio del secolo, i progetti artistici di James Joyce e di Thomas Mann si sviluppano sotto il segno della smisuratezza, dell'audacia, della volontà di rinnovare, a ogni nuovo libro, le proprie ambizioni estetiche (nel caso di Joyce, questo movimento si condensa nel passaggio che da "Ulisse" va a "Finnegans Wake"; nel caso di Mann, viene ribadito più volte, ne "I Buddenbrooks" del 1901 e ne "La montagna incantata" del 1924, poi con il ciclo di "Giuseppe e i suoi fratelli" dal 1933 al 1943, e infine con il "Doctor Faustus" del 1947).

Negli ultimi decenni del XX secolo, abbiamo altri due casi emblematici: in primo luogo, Thomas Bernhard, che ha fatto della smisuratezza del proprio odio (insieme ad altri diversi brutti sentimenti correlati) il motore della sua narrativa e, soprattutto, del suo stile (da "Perturbazione", 1967, al suo ultimo romanzo, immenso, torbido e inesauribile, "Estinzione", 1986); e poi, Roberto Bolaño, il quale, da parte sua, ripete l'inconcludenza di Joyce (in "Finnegans Wake") riproponendola con "2666", uscito postumo nel 2004, continuazione e complessificazione della cartografia ossessiva del precedente "I detective selvaggi", del 1998.

fonte: Um túnel no fim da luz

venerdì 7 luglio 2023

Esagerando ?!!??

Presi per il naso, Altan e il (non) senso della vita
- di Paolo Albani -

La prima cosa che colpisce, dal punto di vista fisico, nei personaggi creati da Altan, è il naso. È un particolare estetico che non si può non notare. Tutti i personaggi di Altan hanno nasi enormi, lunghi, bitorzoluti, a volte arricciati in modo strano. Un salsicciotto sembra il naso di Cipputi, operaio metalmeccanico comunista; simile a quello di un maiale è il naso dell’uomo con l’ombrello, che spesso ficca nel sedere di un altro uomo, e una banana in mano, in cui si ravvedono le sembianze del Cavaliere (una delle poche concessioni a prese in giro di politici); con la punta rientrante quello di Cristoforo Colombo o di Francesco d’Assisi, soprannominato Franz; a forma di banana, rivolto verso l’alto, quello di Casanova: tre protagonisti di altrettante biografie in chiave satirica scritte da Altan. Che se fossero permalosi, i personaggi nasuti di Altan, come il povero Cyrano de Bergerac, e se la prendessero con chi osasse nominare in loro presenza la parola «naso», sarebbero affari seri. Ma in genere i personaggi di Altan sono individui miti, dai modi pacati, come lo è d’altronde il loro creatore, uomo schivo, di poche parole, riservato, lontano dagli echi della mondanità.

Sul terreno della satira politica, Altan preferisce guardare le cose che accadono intorno a sé, il mondo che va a scatafascio, il senso (e il nonsense) della vita, stando dalla parte degli elettori, delle persone comuni, e non da quella degli eletti, degli uomini di potere. La sua satira è leggera, specchio di un umorismo intelligente, e filosofica, nel senso che fa riflettere, che accende lampadine in testa («C’è l’incertezza del futuro», dice il bambino al babbo che risponde: «Godiamocela, che quando diventerà certezza saranno cazzi»; «Il futuro non lo voglio più. Portatemi il conto e basta», si sfoga sconsolata una donna a seno nudo), e comunque la satira di Altan non si azzera mai nell’attualità, non scade mai nella banalità della cronaca spicciola. Le battute di Altan sono gocce di acuta saggezza, valide sempre, in ogni epoca, o quasi.  Non perdono in forza mordente, non scolorano con il passare del tempo, come succede alla maggior parte dei vignettisti. La brevità dei dialoghi, cifra stilistica inconfondibile dell’artista, condensa una comicità mai becera, per niente scontata. E, sovente, autoreferenziale: «Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio»; «Non mi fido più neanche di me stesso».

L’umorismo di Altan (Treviso, 1942), da qualcuno avvicinato a quello del migliore Woody Allen, è velato di una candida amarezza, che quasi lascia senza fiato («Pensandoci bene: gli esseri umani, a che cacchio servono?»), com’è sempre il grande umorismo, che non ricerca la risata facile, sterile, ma è un impasto – magico e sagace – in cui si mescolano vari ingredienti, gioco verbale, rovesciamento dei ruoli, sorpresa, illusione e disillusione, allegria e tristezza. Se mettiamo in fila le battute fulminanti delle tavole (per me è riduttivo chiamarle “vignette”) di Altan, quelle dei personaggi più rappresentativi della sua ricerca artistica, un campionario variopinto e balzacchiano di uomini, donne e bambini (Luisa la tipica moglie disincantata; Mocassino pieno di dubbi esistenziali; Corvo sostenitore di losche trame; Baschetto il militante di base di sinistra deluso; Deporcellis il riccone privo di stati d’animo; Nando detto anche il Trucido; Italo lo scettico), ne esce un volume istruttivo, nutriente, alla stregua di L’arte di conoscere se stessi di Arthur Schopenhauer, libro segreto del filosofo tedesco. Sto esagerando?

Certo, un po’ di esagerazione è inevitabile quando si fanno parallelismi, la mia è una sollecitazione provocatoria. Il mondo di Altan è stato paragonato a quello di Hieronymus Bosch, in cui convivono santi e creature mostruose, figuriamoci se non posso accostare il pensiero di Altan a quello stimolante del pessimista Schopenhauer. Perché, in fondo, anche Altan pessimista lo è, in senso buono, portatore di un pessimismo benefico, paradossalmente vitale: «Sono così emotivo che appena cerco di ragionare mi vien da piangere»; «La vita è meravigliosa, a parte gli effetti collaterali». Voglio mettervi alla prova. Di chi è, secondo voi, questa frase: «Penso che l’inizio della saggezza sia il timore degli uomini»? Schopenhauer o Altan? Vi lascio nel dubbio.

A Palazzo Buontalenti a Pistoia (via de’ Rossi, 7) è in corso Altan, Cipputi e la Pimpa. Il mondo com’è… e come dovrebbe essere, curata da Luca Raffaelli, in collaborazione con Kika Altan, figlia dell’artista, con una ricca selezione di disegni, di cui molti originali e inediti. La mostra offre anche spazi di gioco per i bambini e ospita i personaggi e gli animali di Altan riprodotti in gommapiuma colorata dallo scultore Pietro Perotti. La prima sezione della mostra, Il mondo com’è, ospita le vignette storiche a partire da quelle dedicate al Cipputi o a Trino, dio un po’ maldestro che, guarda caso, ostenta un bel nasone lungo. Nella seconda parte,Il mondo come dovrebbe essere, sono esposti i fumetti amati in particolare dai bambini: la Pimpa, la cagnetta a pois, e Kamillo Kromo, un piccolo straordinario camaleonte, insieme ad altri disegni e fumetti inediti. Le sale conclusive accolgono la casa della Pimpa ricostruita a grandezza di bambino, dove i visitatori più piccini possono ammirare il vivace arredamento e mettersi a giocare e colorare. Chiude il percorso della mostra una sala video con i cartoni animati della Pimpa. Il catalogo, o meglio «il giornale della mostra», è in formato tabloid, una scelta originale, stampato da Coconino Press, Fandango.

Una volta hanno chiesto ad Altan quale fosse il suo messaggio. Lui ha risposto che non ha mai pensato di diffondere messaggi, questi ultimi, come sosteneva Vladimir Nabokov, li consegna il postino, nella buca delle lettere. La cosa bella di Altan è che lui non giudica, mostra gli uomini, fa dire loro ciò che essi non osano neppure pensare (Georges Wolinski)

- Paolo Albani - Pubblicato su Domenica del 30/4/2023 -

giovedì 6 luglio 2023

Possiamo modernizzarci senza occidentalizzarci ?!!??

«Per natura, i barbari sono più servili dei greci, e gli asiatici sono più servili degli europei: per questo sopportano il governo dispotico senza protestare». (Aristotele, Politica, IX, 3).

«Il destino finale degli imperi asiatici è quello di sottomettersi agli europei, e anche la Cina dovrà un giorno fare i conti con questo destino». (Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, 1831).

«Sfatiamo il mito dell'inferiorità di coloro che non appartengono alla razza bianca... Per mezzo della nostra forza, costringiamo i membri delle più grandi potenze del mondo ad accettare il nostro potere». (Tokotumi Soho, Il Giappone del futuro, 1886).

«Sono convinto che agli occhi del popolo cinese la civiltà borghese occidentale, la democrazia borghese e la repubblica borghese siano ormai fallite. La repubblica popolare cinese abolirà le classi ed entrerà nel mondo della Grande Armonia». (Mao Zedong, proclamazione della nascita della Repubblica Popolare Cinese, 1949.

- Le 4 citazioni che aprono l'ultimo libro di Maurice Godelier, "Quand l’Occident s’empare du monde (XVe-XXIe siècle)". © CNRS Éditions, Paris, 2023 -

Se la modernizzazione è un fenomeno sociale ormai acquisito che però ha assunto molte forme nel corso della storia, però va detto che a partire dal XV secolo è stato l'Occidente che si è imposto - spesso con la forza delle armi o attraverso la propaganda - come modello di modernità. Volontariamente o meno, sotto la sua influenza centinaia di società si sono trasformate, diventando per la prima volta parte di una storia comune. Ma quali sono stati i diversi modi in cui questa vasta trasformazione ha avuto luogo? In che misura alcune società sono state in grado di integrarsi in questo movimento generale, pur mantenendo caratteristiche specifiche diverse, se non addirittura opposte a quelle promosse dall'Occidente? Dopo tutto, è possibile occidentalizzarsi senza diventare occidentalizzati. E come distinguere le trasformazioni irreversibili da quelle che possono essere messe in discussione? Per molto tempo, la fede nel progresso ci ha fatto credere che lo sviluppo economico, l'evoluzione della morale e la democratizzazione politica andassero di pari passo. Il crollo di questo mito permette oggi di caratterizzare meglio la vera posta in gioco della globalizzazione guidata dal capitalismo industriale, e quindi di comprendere le sfide che le società occidentali devono affrontare oggi, le quali si trovano di fronte a un'ostilità esacerbata e potrebbero essere sul punto di perdere la leadership economica, politica e militare che ha alimentato la loro espansione. Attingendo a una vita di ricerche sul funzionamento delle società, Maurice Godelier offre qui una rilettura della nascita e dell'ascesa del mondo moderno e una valutazione senza compromessi del ruolo e del posto dell'Occidente.

- Maurice Godelier - Quand l’Occident s’empare du monde (XVe – XXIe siècle) - Peut-on alors se moderniser sans s’occidentaliser ? - CNRS Éditions, Paris, 2023 - 25,00€ -

Ho sonno: spegnete quella luce, ché voglio dormire !!

La Luce dell’Illuminismo
- Il simbolismo della modernità e l'eliminazione della notte -
di Robert Kurz

Tuttora, dopo più di duecento anni, continuiamo a essere abbagliati dal magnifico splendore dell'Illuminismo borghese. La storia della modernizzazione continua a compiacersi delle proprie metafore basate sulla luce. Il sole radioso della ragione deve apparire come se fosse in grado di squarciare le tenebre della superstizione; rendendo così visibile quanto disordine c'è nel mondo, di modo che così, finalmente, la società potrà essere modellata secondo dei criteri razionali. Le tenebre non vengono viste come se fossero l'altra faccia della verità, ma appaiono invece come il regno negativo del demonio. Già nel Rinascimento, gli umanisti, nel polemizzare con i loro avversari, li definivano «tenebrosi». «Più luce!», si dice abbia invocato Goethe, nel 1832, sul suo letto di morte. Essendo un Classico, gli era dovuta un'uscita di scena di gran classe. A questa fredda luce della ragione, si opposero i Romantici, e lo fecero semplicemente rivolgendosi alla religione. Anziché una razionalità astratta, proposero un irrazionalismo non meno astratto. Così, voltarono le spalle alle metafore della luce per dedicarsi alle metafore dell'oscurità. Novalis scrive un «Inno alla Notte». E tuttavia, questa mera inversione del simbolismo illuminista, in realtà non coglieva il bersaglio. Non riuscendo a superare la dubbia univocità dell'Illuminismo, i Romantici si erano limitati a occupare il polo opposto alla Modernizzazione, diventando così di fatto gli «uomini oscuri» legati a un pensiero reazionario e clericale. Ma il simbolismo della modernizzazione può essere criticato anche a partire da delle ragioni diametralmente opposte: vale a dire, denunciando la paradossale irragionevolezza della stessa ragione capitalistica. Dal momento che in realtà, è sicuramente singolare il fatto che le metafore illuministe della luce puzzassero - per così dire - di misticismo bruciacchiato. Il concetto di una fonte luminosa che splende di una brillantezza soprannaturale - come suggerisce l'idea rappresentata dalla ragione moderna - rimanda alla descrizione di un Regno degli Angeli rischiarato dalla fiamma di Dio, e sappiamo che il concetto di «illuminazione» proviene dai sistemi religiosi dell'Estremo Oriente. Perciò, sebbene la luce della ragione illuminista sia terrena, essa ha tuttavia assunto un carattere curiosamente trascendentale. Lo spettacolo del balenare paradisiaco di un Dio assolutamente imperscrutabile. ha semplicemente finito per secolarizzarsi nella mostruosa banalità del fine in sé capitalistico, il cui rapporto cabalistico con la materia terrena consiste nell'accumulazione assurda di valore economico. Tutto questo non è Ragione, ma è la suprema follia; e quel che più vi brilla dentro è il balenio dell'assurdo, che ferisce e acceca la vista.

Eredi dell'Illuminismo
L'irrazionale logica dell'Illuminismo vuole far sì che la luce sia totale. E tuttavia, nel regno del pensiero, questa luce non è solo un mero simbolo, ma innanzitutto  possiede anche un reale significato socio-economico. A tal proposito, è stato fatale che il marxismo e il movimento storico dei lavoratori considerassero sé stessi come i legittimi eredi dell'Illuminismo e della sua metafora socio-economica della luce. "L'Internazionale", l'inno del marxismo, parla di un meraviglioso futuro socialista: «Il sole brillerà per sempre!». Un vignettista tedesco ha preso questa frase alla lettera, e nel suo «Regno della Libertà» si vedono degli uomini sudati, in piedi sotto il sole cocente, che si lamentavano: «Sono tre anni che splende senza mai tramontare». Questa non è solo una battuta. In un certo senso, la modernizzazione ha effettivamente «trasformato la notte in giorno». In Inghilterra - dove, com'è noto, l'industrializzazione è stata precorsa - l'illuminazione a gas venne introdotta già agli inizi del 19° secolo, e ben presto si diffuse in tutta Europa. Alla fine dello stesso secolo, le lampade a gas cedettero il posto alla luce elettrica. È stato dimostrato da tempo, dal punto di vista medico, che la mancanza di distinzione fra il giorno e la notte, nella fredda luce di quello che è «un sole artificiale», sconvolge il ritmo biologico umana, causando danni psichici e fisici. Perché allora tutta questa illuminazione globale forzata, che oggi ha  ormai raggiunto ogni angolo della Terra? Karl Marx - anch'egli a sua volta erede dell'Illuminismo - aveva dichiarato, a ragione, quanto fosse «smodato» l'attivismo instancabile della produzione capitalista. Tuttavia, per principio, tale smodatezza non poteva tollerare che una parte di tempo rimanesse «al buio». E questo perché il tempo dell'oscurità coincide anche con il tempo del riposo, della passività, della contemplazione. Mentre, al contrario, il capitalismo esige invece l'ampliamento della sua attività, fino al limite dello sforzo fisico e biologico. Questi limiti sono temporalmente limitati dalla rotazione della Terra intorno al suo asse, vale a dire, alle 24 ore del giorno astronomico, il quale ha un lato chiaro (girato verso il sole) e un lato oscuro (nascosto rispetto al sole). Il capitalismo tende a rendere totale il lato assolato, e a occupare così tutto il giorno astronomico nel suo insieme. Il lato notturno turba un simile impulso. Pertanto, la produzione, la circolazione e la distribuzione delle merci deve «bucare la notte» e funzionare «24 ore su 24» dal momento che il «tempo è denaro». Nella moderna produzione di merci, il concetto di «lavoro astratto» non corrisponde solo al suo prolungamento assoluto, ma anche alla sua astrazione astronomica.

Una nuovo modo per misurare lo spazio e il tempo
Questo processo corrisponde al cambiamento nella misurazione dello spazio. Il sistema metrico decimale è stato introdotto nel 1795, dal regime della rivoluzione francese, e si è diffuso con altrettanta rapidità dell'illuminazione a gas. In Germania, la transizione a questo sistema ebbe invece luogo nel 1872. In tal modo, le misurazioni dello spazio basate sul corpo umano (piede, cubito, ecc.), tutte differenti tra loro, e che erano tante quanto lo erano le culture umane, vennero sostituite dal metro astronomico astratto che corrisponde alla quaranta-milionesima parte del perimetro della Terra. Quest'unificazione astratta della misurazione dello spazio, rispecchiava l'immagine meccanica del mondo della fisica newtoniana, che a sua volta era servita da esempio alla moderna economia meccanica della scienza del mercato, così come l'aveva analizzata e promossa Adam Smith (1732-1790), il fondatore dell'economia. L'immagine dell'universo e della natura, vista come se fosse un'unica grande macchina, coincideva  così con la macchina universale economica del capitale, e la misurazione astronomica assegnava una misura comune alla macchina universale fisica ed economica. Questo non vale solamente per lo spazio, ma anche per il tempo. Al metro astronomico - che misura lo spazio astratto - corrisponde l'ora astronomica, che misura il tempo astratto; e queste sono anche le unità di misura della produzione capitalista di merci. Solo questo tempo astratto, ha potuto consentire che il giorno del «lavoro astratto» si allargasse fino a invadere fin dentro la notte, arrivando a divorare il tempo del riposo. Il tempo astratto ha potuto così disconnettersi dalle cose e dalle situazioni concrete. La maggior parte degli antichi orologi, come la clessidra e l'orologio ad acqua, non dicevano «che ora è»; ma erano calibrate su dei processi concreti, al fine di mostrare quanto doveva essere il «tempo appropriato». Lo si potrebbe forse paragonare al timer che ci avverte dicendoci con un ronzio quando l'uovo è sodo o è ancora alla coque. In tal caso, la quantità di tempo non è astratta, ma si rivolge direttamente a quella che è una qualità specifica. Al contrario, il tempo astronomico del «lavoro astratto» è svincolato da qualsivoglia qualità. La differenza diventa chiara anche quando, per esempio, leggiamo che nei documenti medievali si diceva che la giornata lavorativa dei servi della gleba doveva durare «dall'alba a mezzogiorno». Vale a dire che, rispetto a quella odierna, non solo la giornata lavorativa era più breve in termini assoluti, ma lo era anche in termini relativi, dal momento che variava secondo le stagioni, e pertanto in inverno finiva prima che in estate. Al contrario, l'ora astronomica astratta ha permesso invece di poter fissare l'inizio della giornata «alle 6», a prescindere tanto dalle stagioni dell'anno quanto dai ritmi fisici del corpo.

Il tempo degli orologi
Ecco perché l'epoca del capitalismo è anche l'epoca delle «sveglie», l'epoca degli orologi i quali, con uno stridente segnale acustico, interrompono il sonno degli uomini, per costringerli a scaraventarsi nel «posto di lavoro» illuminato dalla luce artificiale. E una volta che l'inizio del lavoro è stato anticipato alla notte, anche la fine della giornata lavorativa può essere portata fin dentro la notte. Questo cambiamento presenta perfino un suo lato estetico. Allo stesso modo in cui l'ambiente viene in un certa qual misura «smaterializzato» dalla razionalità imprenditoriale - dal momento che la materia e le sue correlazioni devono sottomettersi a dei criteri di redditività -  esso viene anche deprivato della sua dimensione e proporzione proprio a partire dalla medesima razionalità. Se gli edifici antichi ci sembrano in qualche modo più belli e accoglienti di quelli moderni, e se poi notiamo che allo stesso tempo sembrano in qualche modo irregolari rispetto agli edifici «funzionalisti» di oggi, ciò è perché le loro proporzioni derivano da una misurazione effettuata a partire dal corpo umano, e le loro forme sono state spesso adattate al paesaggio. Al contrario, l'architettura moderna fa uso di misurazioni astronomiche dello spazio e di forme «decontestualizzate», «staccate» dall'ambiente circostante. Lo stesso vale anche per il tempo. La moderna architettura del tempo viene deprivata di ogni proporzione e contesto. Non è solo lo spazio ad essere diventato più brutto, ma anche il tempo. Nel 18° secolo e all'inizio del 19°, tanto il prolungamento assoluto quanto quello relativo della giornata di lavoro, in quanto effetto dell'introduzione dell'ora astronomica astratta, vennero vissuti come una vera e propria tortura. Per molto tempo, c'è stata una lotta disperata contro il lavoro notturno introdotto dall'industrializzazione. Lavorare prima dell'alba e dopo il tramonto, veniva considerato, per così dire, assolutamente immorale. Nel Medioevo, quando avveniva che degli artigiani dovevano lavorare di notte, per ragioni di calendario, in quel caso ricevevano dei lauti pasti e dei salari principeschi. Il lavoro notturno era una rara eccezione. E una delle «grandi» conquiste del capitalismo, a quanto pare, é stata proprio quella di aver fatto diventare la tortura del tempo la norma dell'attività umana. Tutto questo non è cambiato nemmeno con la graduale riduzione della giornata assoluta di lavoro, cominciata già fin dall'inizio del capitalismo. Al contrario, durante il 20° secolo, il cosiddetto lavoro a turni si è esteso sempre più. Facendole funzionare in due, o anche in tre turni, le macchine vengono mantenute in quello che è un funzionamento quasi ininterrotto, con solo alcune brevi pause per lo scambio del personale, la manutenzione e la pulizia. Anche i negozi e i grandi magazzini devono estendere al massimo il loro orario di apertura, fino al limite delle 24 ore. In Germania, quest'anno, abbiamo avuto un dibattito sull'orario legale di chiusura del commercio, che fino a poco tempo fa era rimasto fissato al livello delle 18:30, e dal 1° novembre 1996 è stato prolungato fino alle 20:00. In molti paesi, come negli Stati Uniti, non vi è alcun orario di chiusura definito per legge, e numerose strutture recano il cartello: «Aperto 24 ore su 24». Da quando la tecnologia microelettronica di comunicazione ha globalizzato il flusso monetario, la giornata finanziaria si muove senza nessuna soluzione di continuità da un emisfero all'altro. «I mercati finanziari non dormono mai», recita la pubblicità di una banca giapponese.

Dormire meno ?
A illuminare il turno di notte, è la luce della ragione illuminista. Nella misura in cui la concorrenza si fa totale, anche l'imperativo sociale esteriore diventa a sua volta coercizione interiore dell'individuo. Il sonno diventa un nemico altrettanto sordido della notte, poiché fin tanto che si dorme si perdono occasioni, e si rimane esposti, impotenti, agli altrui attacchi. Nel libero mercato, il sonno dell'individuo diventa sempre più esiguo e leggero, come quello di un animale selvaggio, e ciò avviene in maniera direttamente proporzionale al suo desiderio di avere "successo". La tortura del lavoro notturno, meccanico e imposto da altri, a livello dirigenziale si manifesta come astensione "volontaria" dal sonno. Si organizzano addirittura dei seminari aziendali nei corso dei quali si prevede l'utilizzo di tecniche di contenimento del sonno. Le scuole di self-management, affermano in tutta serietà che «L'uomo d'affari ideale non dorme mai», proprio come i mercati finanziari. Ma, senza un controllo totale, la sottomissione dell'uomo al «lavoro astratto», e la sua misurazione astronomica del tempo, è impossibile. E un simile controllo totale, a sua volta, richiede anche un monitoraggio continuo a 360°, il quale si rende possibile solo in piena luce: più o meno come avviene quando la polizia, durante gli interrogatori, dirige un fascio di luce sulla faccia del delinquente. E non è a caso che il termine "Illuminismo" - in tedesco "Aufklärung" - possegga anche una sua seconda accezione, militare, che consiste nel «riconoscimento del nemico». E dacché ciò avviene in una società nella quale ciascuno diventa il nemico dell'altro e di sé stesso - a partire dal fatto che a tutti tocca servire il medesimo Dio secolarizzato del capitale -  per necessità logica, tale società si trasforma in un sistema di sorveglianza e di auto-sorveglianza totale. In un universo meccanicizzato, anche l'uomo dev'essere una macchina e dev'essere fabbricato come un macchinario. La luce dell'Illuminismo è servita a questo, rendendolo "trasparente". Nel suo libro "Sorvegliare e punire" (1975), il filosofo francese Michel Foucault mostra come questa "trasparenza" totale sia diventata una trappola storica. All'inizio del 19° secolo, il capitalismo esercitava un controllo totale per mezzo di una «Pedagogia del Sistema Penitenziario» attraverso un sagace sistema di organizzazione, punizione e perfino di architettura per carceri, fabbriche, uffici, ospedali, scuole e riformatori, secondo quelli che erano i modelli sviluppati dal filosofo utilitarista e liberale Jeremy Bentham (1748-1832). La sfera pubblica del libero mercato, non è che costituisca propriamente l'ambito di una sfera della libera comunicazione, ma corrisponde piuttosto a una zona di osservazione e controllo. Tutto ciò ci ricorda l'utopia negativa di "1984", di George Orwell. Laddove, nelle dittature totalitarie, tale controllo veniva esercitato esternamente dall'apparato burocratico dello Stato e della polizia; nelle democrazie si è invece trasformato in un auto-controllo interiorizzato, e affiancato dai media commerciali, che hanno trasformato i riflettori dei campi di concentramento nelle luminarie di una gigantesca fiera di vendita al dettaglio. Qui non si discute liberamente, ma si viene illuminati senza pietà. Nella democrazia commerciale, un sistema del genere si è affinato al punto che gli individui obbediscono da sé soli agli imperativi capitalisti, e seguono la strada loro tracciata come se fossero dei robot programmati. Il marxismo, contravvenendo alle sue stesse pretese sociali, si è reso protagonista del «lavoro astratto», e lo ha fatto nella misura in cui ha ceduto al pensiero meccanicistico dell'Illuminismo e al suo perfido simbolismo della luce. Tutto ciò che di dispotico c'è stato nel marxismo, gli è provenuto dal liberalismo illuminista. Per contro, i romantici, preoccupati di rendere giustizia alla faccia oscura della verità, tuttavia non si schierarono con l'emancipazione sociale ma con la reazione politica. Solamente quando la Notte, il Sonno e il Sogno verranno liberati da quel carcere reazionario, essi potranno diventare le parole d'ordine di una critica sociale emancipatrice. Forse, la resistenza al mercato totale comincerà solo quando, come prima cosa, gli individui si arrogheranno in maniera radicale il diritto di dormire profondamente e a sazietà.

- Robert Kurz - 20/7/2004 -

NOTA: Ho ritenuto di dover tradurre nuovamente, per la terza volta, il testo di Kurz - misurandomi stavolta con l'originale tedesco - dopo aver letto attentamente il testo (e le note) così come è stato recentemente proposto dall'Anatra di Vaucanson, e dopo aver capito il perché continuavo a non essere soddisfatto delle mie traduzioni precedenti (condotte a partire dalle versioni francesi e portoghesi dell'originale kurziano). Ragion per cui, ho ritenuto di dover superare la mia reticenza a misurarmi con la lingua che, fra le altre cose, è stata anche materia di esame della mia maturità nel lontano 1970. Spero che questa mia "ultima" traduzione tradisca il meno possibile l'originale!