lunedì 20 marzo 2023

Clima esplosivo !!

« L'ultima possibilità che abbiamo di spiegare - o addirittura di combattere - il nuovo razzismo e il radicalismo di destra, ci viene data proprio da quelli che erano i vecchi residui della lotta di classe fatta a partire dalla "prospettiva del lavoro". Evidentemente, in una società con un'economia di mercato (capitalista), tutte le manifestazioni, le forme di reazione, i movimenti, ecc. vengono determinati da una tale società (in caso contrario, da quale altra?); dal momento che sono tutte espressioni del suo processo sistemico e dei suoi attriti. Vista sotto questa luce, l'affermazione secondo cui "il capitalismo porta al fascismo" costituisce una verità estremamente banale. Ma il vecchio monito della sinistra non viene mai interpretato in un senso sistemico così generale.

Esso vuole invece suggerire piuttosto un'articolazione soggettiva - politicamente formata - del capitalismo, o dei capitalisti (questa identificazione erronea del sistema con i suoi soggetti responsabili, costituisce una caratteristica delle carenze del pensiero ideologico della sinistra), con l'ideologia della destra radicale e con le sue organizzazioni, o obiettivi politici. L'antifascismo classico di sinistra, è basato, e soffocato a partire proprio da questa costruzione esplicativa. Già dal periodo tra le due guerre, una simile interpretazione era diventata molto unilaterale e assai dubbia.

I capitalisti (nel senso del cosiddetto grande capitale) e le loro associazioni ecc. non erano né più né meno nazionalisti di quanto lo fossero le  altre classi, le proprietà e i gruppi dell'epoca. In termini percentuali, il fascismo mobilitava altrettanti disoccupati, operai specializzati, tecnici, impiegati, borghesi e capitalisti. In un simile contesto, non vale nemmeno la pena di fare riferimento alla vecchia chiave di lettura di sinistra che parla della seduzione, o della manipolazione dei membri di alcune categorie sociali; le quali invece avrebbero avuto una vocazione completamente diversa.

Se Hitler e il suo partito vennero effettivamente sostenuti in maniera massiccia da alcuni industriali, da dei gruppi dell'alta finanza e dalle associazioni industriali, ciò non avvenne perché - visto come fattore soggettivo - il capitale è sempre segretamente unito al fascismo; in modo che quando il gioco si fa duro questa unione viene legalizzata. Questa visione soggettiva - e nel migliore dei casi sociologizzante - strettamente legata a una riduzione esplicita delle leggi sistemiche senza soggetto della merce e del denaro, a cui contrapponeva il libero arbitrio dei soggetti del denaro, non è altro che una teoria del complotto di sinistra, e come tale si contrappone - solo con segno invertito - alla teoria del complotto di destra degli stessi fascisti.

In questi termini, era pertanto la connessione interna tra il capitalismo e lo stesso fascismo, che doveva essere riformulata a livello sistemico: dopo la prima guerra mondiale, nel processo di ascesa del sistema astratto del lavoro si era verificata una nuova fase di implementazione (precisamente, la transizione alla formazione fordista), e le diverse forze politico-ideologiche si contendevano la conformazione di questo stadio evolutivo.

Comunisti, socialdemocratici, liberali, conservatori, e perfino fascisti, in vista di un identico sistema di riferimenti, si erano trovati a operare su un piano comune; dal momento che una trasformazione sistemica al di là della logica economica della produzione di merci non veniva nemmeno in discussione.

La posta in gioco. era il "come" sarebbe avvenuta l'annunciata nuova fase di sviluppo, e in tale situazione i tedeschi avevano scelto (in modo democraticamente corretto, attraverso una decisione a maggioranza) la più barbara delle alternative, vale a dire, quella di un fordismo sostenuto da blindati e massacri industriali, il quale prometteva la prospettiva autarchica di un impero mondiale da conquistare. Isolati dal resto del mondo, i tedeschi sarebbero in tal modo diventati i fruitori, insieme a "l'aristocrazia del lavoro" di quello che era un fantastico regno di schiavi del lavoro che andava dal fiume Maas agli Urali.»

- Robert Kurz - dall'XI capitolo del libro "O Retorno de Potemkin" - 1993 -

domenica 19 marzo 2023

«Autunnale», come sempre…

l protagonista, Simon Schneider, vive in una casa in rovina sull’orlo di un abisso, vicino a Cap de Creus, splendida penisola al confine fra la Catalogna e la Francia. è un “traduttore previo” nonché un lettore appassionato che archivia frammenti di testi letterari. Lavora come rifornitore di citazioni per il fratello Rainer, uno scrittore di scarsa levatura che si è trasferito a New York. Lì è diventato noto come Gran Bros – autore assente e distante, emulo di Pynchon e Salinger – e raggiunge la fama grazie al lavoro per cui ha assoldato il fratello. Con il pretesto di discutere di eredità dopo la morte del padre, Rainer organizza un incontro con Simon il 27 ottobre 2017 in una Barcellona febbrile per le sue aspirazioni indipendentiste. Questa bruma insensata è un romanzo sulla tensione tra la fede nella scrittura e il suo rifiuto radicale. Enrique Vila-Matas, uno dei migliori narratori dei nostri giorni, illumina il paradosso che l’unica originalità possibile nasca dall’arte della citazione in un lucido e brillante duello di ingegni tra due modi di intendere la creazione letteraria.

(dal risvolto di copertina di: Enrique Vila-Matas. "Questa bruma insensata". Feltrinelli. Traduzione di Elena Liverani., pagg. 208, euro 18)

L’uomo che cercava le citazioni
- L’ultimo romanzo di Vila-Matas è un compendio delle sue ossessioni.Tra letteratura, arte e identità -
di Stefania Parmeggiani

Questa bruma insensata di Enrique Vila-Matas non è solo un romanzo. Lo è nella misura in cui mette in scena la storia di due fratelli – Rainer Schneider Reus, autore invisibile, nascosto dietro il nom de plume Gran Bros, e Simon Schneider, traduttore e fornitore di citazioni. Ma è anche qualcosa di più, un compendio delle ossessioni che attraversano tutta l’opera dello scrittore spagnolo: letteratura, arte, identità. È quindi un oggetto strano, a cui approcciarsi mettendo da parte ciò a cui siamo abituati dai romanzi tradizionali, quelli facilmente catalogabili. Tanto per cominciare le cuciture della trama si allentano e la prosa percorre altre strade, scivolando tra dialoghi interiori, riflessioni narrative, affreschi di paesaggi morali in rovina.

Simon, voce narrante, vive in una vecchia casa sull’orlo di una scogliera, vicino a Cap de Creus, penisola al confine tra la Catalogna e la Francia. Ha da tempo accantonato ogni velleità letteraria per lavorare come “traduttore previo”, un anticipatore delle difficoltà di un testo per il “traduttore star”, quello che firma la versione definitiva. Ma è anche un accanito lettore, un collezionista di citazioni che assorbe frammenti letterari, li isola dal contesto e li spedisce al suo velenoso e distante fratello. Mentre lui vive nell’anonimato, gravato da fallimenti personali e professionali, ossessionato dal significato delle frasi e dalle loro molteplici interpretazioni, il fratello colleziona successi. Vent’anni prima Gran Bros ha infatti abbandonato la Spagna e una carriera di scrittore mediocre per trasferirsi a New York. Appena messo piede in America ha incontrato il successo. Grazie alle citazioni e ai suggerimenti intertestuali inviategli da Simon, si è trasformato in uno scrittore agile e affascinante, inventore di uno stile unico e di cinque romanzi di breve estensione che ne hanno cancellato la mediocrità precedente per consegnarlo alla fama mondiale. Successo singolare, accompagnato da un’abilità altrettanto singolare: l’invisibilità. Non esistono foto che lo ritraggono, interviste video, indirizzi conosciuti. È un mistero, proprio come Pynchon o Salinger, ma in un’epoca in cui Internet, come un trattato di antropologia globale, sa tutto di noi e addirittura soppianta gli scrittori nel loro compito. L’opera di Gran Bros è permeata da un dubbio fondamentale che fa eco a quello di Bartleby e compagnia. In quel fortunato romanzo sul sortilegio della parola un impiegato metà Pessoa e metà Kafka tiene un diario fatto di note a piè di pagina a commento di un testo fantasma per scovare quegli autori che pur dotati di uno straordinario talento hanno rinunciato subito alla scrittura o sono rimasti paralizzati dopo un esordio brillante. In questa nuova galleria di citazioni e letture, Gran Bros appare invece come un autore dalla coscienza sporca, consapevole di come mentre lui trionfa i veri grandi autori scrivono e muoiono nel disinteresse generale. Bevitore compulsivo e arrogante, è esasperato dal successo.

Consumato dal suo stesso artificio, vive in un forte stato di angoscia per essere caduto nella trappola di credersi un vero scrittore. Almeno così confessa a Simon, il grigio collezionista di citazioni, quando lo incontra a Barcellona. Lo fa con il pretesto di discutere di eredità dopo la morte del padre e sceglie un giorno che getta un’ombra di follia non solo sulle vite dei due fratelli, ma anche sulla storia più recente della Spagna: il 27 ottobre 2017, giorno della tragicomica proclamazione di indipendenza della Catalogna. Anche l’incontro tra i due fratelli assume toni allucinatori risolvendosi in un duello di ingegni tra due diversi modi di intendere la creazione letteraria. I due personaggi si rivelano un Giano della letteratura, un unico autore dal doppio volto che incarna due pulsioni opposte: celebrità e anonimato, rinuncia alla scrittura e perseveranza. Ed ecco dunque svelato il senso stesso del titolo: l’autore va alla ricerca di qualcosa che intravede ma non riesce ad afferrare. La nebbia che nasconde le cose e offusca i confini del reale diventa il simbolo di questa ricerca. Vila-Matas si muove in «questa bruma insensata» diradando la trama a favore della prosa, risolvendo il romanzo in una furiosa diatriba sul senso della letteratura, regalandoci un altro inquietante racconto sul tema dell’identità e confermandosi come apostolo del metaletterario. Mette in scena due opposti e ritiene che questa sensazione abbia attraversato tutta la storia dell’umanità per arrivare incolume ai giorni nostri, piombando con il gioco di citazioni (alcune reali, altri fittizie) fin nelle pagine che stiamo leggendo.

Sogna una letteratura che non è legata al tempo, all’ideologia o alle circostanze. Una letteratura che esiste da sola, che non dipende da nient’altro che da sé stessa. Vila-Matas sembra condividere questa sua aspirazione, seppellendo una volta di più il romanzo attraverso un esercizio metaletterario. Con gioia, però, e anche molta autoironia. Volta le spalle ai canoni del realismo e si addentra, imperturbabile e sorridente, verso il cuore della nebbia, l’insensata bruma del titolo, a sua volta una citazione di Raymond Queneau e una metafora non solo della letteratura, ma della vita stessa.

- di Stefania Parmeggiani - Pubblicato su Robin del 10/11/2022 -

venerdì 17 marzo 2023

«Liquidare, liquidare» !!???

Azzardo morale o distruzione creativa?
- di Michael Roberts -

Mentre scrivo, i prezzi delle azioni e delle obbligazioni delle banche regionali statunitensi stanno precipitando, in picchiata.  E una grande banca internazionale svizzera, "Credit Suisse", va verso il fallimento. Quella che sembra profilarsi all'orizzonte, è una crisi finanziaria che non si vedeva dal crollo finanziario globale del 2008. Quale sarà la risposta che verrà data dalle autorità monetarie e finanziarie? Nel 1928, quello che era l'allora segretario al Tesoro, il banchiere statunitense Andrew Mellon spinse per un aumento dei tassi di interesse, al fine di  poter controllare l'inflazione, e  frenare la speculazione del mercato azionario, allora alimentata dal credito. Su sua richiesta, il Federal Reserve Board cominciò ad alzare i tassi di interesse, fino a che, nell'agosto 1929, la Fed portò i tassi a raggiungere un nuovo massimo. Solo due mesi dopo, nell'ottobre del 1929, il "New York Stock Exchange" [La Borsa di New York ], durante il "martedì nero", subì quello che è stato il peggior crollo di tutta la sua vita. La storia si ripete. Mellon, nel 1929, non si fece scoraggiare. Consigliò all'allora presidente Hoover di «liquidare il lavoro, liquidare le azioni, liquidare gli agricoltori, liquidare le proprietà immobiliari... questo eliminerà il marcio dal sistema. In tal modo, l'alto costo e l'alto tenore di vita si ridurranno. La gente lavorerà di più, e vivrà una vita più morale. I prezzi si adegueranno, e le persone intraprendenti prenderanno il posto di quelle meno competenti». In aggiunta a tutto questo, inoltre, si fece anche sostenitore dell'eliminazione delle banche "deboli", vedendolo come un prerequisito, duro ma necessario, per la ripresa del sistema bancario. Una simile "eliminazione" avrebbe dovuto essere realizzata a partire dal rifiuto di prestare contanti alle banche (prendendo i prestiti e gli altri investimenti come garanzia), e soprattutto rifiutando di mettere in circolazione altro contante. Così alla Grande Depressione degli anni '30 fece seguito un grande crollo bancario.

Nel 2008, nel momento in cui si è verificato il crollo finanziario globale, inizialmente le autorità avevano puntato a qualcosa di simile. Dapprima, hanno permesso che la banca d'investimento "Bear Stearns" fallisse. Ma ecco che poi ne è arrivata subito un'altra, la Lehman Bros. Qui, la Federal Reserve ha tentennato, ma alla fine ha deciso di non salvarla per mezzo di un salvataggio del credito. Quel che ne è seguito, è stato un crollo vertiginoso delle azioni e di tutti gli altri asset finanziari, e una profonda recessione: la Grande Recessione.  All'epoca, il presidente della Fed, Ben Bernanke, era presumibilmente uno studioso della Grande Depressione degli anni '30; eppure ciononostante acconsentì al fallimento della banca. In seguito, ha poi riconosciuto che - in qualità di «prestatore di ultima istanza» - il compito della Fed era proprio quello di evitare simili crolli, in particolare proprio per quelle banche che erano «troppo grandi per fallire», in quanto avrebbero finito col diffondere la crisi in tutto il sistema finanziario. Oggi, appare chiaro che i governi e le autorità monetarie vogliono evitare di «liquidare, liquidare», insieme a quello che equivarrebbe al crollo di Lehman,sebbene una politica del genere farebbe piazza pulita dei «rami secchi»  e di tutto il «marciume del sistema», a beneficio di un «nuovo giorno». Ma questo, dal punto di vista politico, sarebbe disastroso per i governi che si troverebbero a presiedere all'ennesimo collasso bancario; mentre, dal punto di vista economico, tutto ciò scatenerebbe probabilmente un nuovo e ancor più profondo crollo. Pertanto è meglio «stampare più denaro», in modo da salvare così i correntisti e gli obbligazionisti delle banche, scongiurando il contagio finanziario; se si considera che il sistema bancario è interconnesso.

È questo ciò che le autorità hanno fatto nel 2008-9, e che eventualmente faranno anche questa volta. Ufficialmente, all'inizio i funzionari non erano convinti di salvare la Silicon Valley Bank (SVB). Ma hanno cambiato rapidamente idea dopo essersi resi realisticamente conto dei segnali di una possibile corsa agli sportelli bancari in tutti gli Stati Uniti. Le interviste ai funzionari coinvolti nelle decisioni, dipingono un quadro che parla di 72 ore frenetiche. È probabile che anche il Credit Suisse finirà per ricevere un sostegno finanziario analogo. Oggi esistono ancora dei sostenitori dell'approccio proposto da Mellon, e continuano ad avere ancora ragione. Ken Griffin, fondatore di un grande fondo speculativo, "Citadel", ha dichiarato al Financial Times che il governo statunitense non avrebbe dovuto intervenire per proteggere tutti i depositanti di Silicon Valley Bank. E ha poi proseguito dicendo: «Si suppone che gli Stati Uniti dovrebbero essere un'economia capitalista, e invece è proprio questo che vediamo crollare sotto i nostri occhi... Quello che abbiamo visto in atto con il salvataggio totale dei depositanti da parte del governo, è stata la perdita di qualsivoglia disciplina finanziaria». «Non possiamo permetterci un "azzardo morale"» - ha concluso - «Le perdite per i depositanti sarebbero state irrilevanti, e avrebbero fatto capire che la gestione del rischio è essenziale». "Azzardo morale", è un termine che viene usato per descrivere quel che avviene quando le banche e le aziende ritengono di poter sempre in qualche modo ottenere denaro o credito da qualche parte, ivi compreso dal governo. In modo che, pertanto, se fanno delle speculazioni avventate che vanno male, non importa. Verranno salvate. E come avrebbe detto Mellon: è immorale.

L'altro aspetto della questione, consiste invece nel fatto che le banche che si trovano in difficoltà devono far sì che coloro che depositano i loro contanti presso di loro non li perdano per colpa loro. Ragion per cui, i governi devono intervenire in modo da salvare i correntisti. E anche loro hanno ragione. Come ha detto - quando è emerso il crollo della SVB- un altro miliardario della finanza, Bill Ackman, la Federal Deposit Insurance Corporation deve «garantire immediatamente tutti i depositi» perché «senza il nostro sistema bancario comunitario e regionale, la nostra economia non funzionerebbe». Mark Cuban ha espresso la sua frustrazione per il tetto massimo di assicurazione della Federal Deposit Insurance Corporation, la quale per un conto bancario garantisce solo fino a 250.000 dollari, ritenendolo pertanto «troppo basso»; inoltre ha insistito affinché la Federal Reserve acquisti tutte le attività e le passività di SVB. Il rappresentante Eric Swalwell, democratico della California, si è unito al coro, twittando che «Dobbiamo assicurarci che tutti i depositi che superano il limite FDIC di 250.000 dollari vengano onorati». L'ironia della sorte sta nel fatto che a chiedere i salvataggi sono proprio quei capitalisti di ventura i quali di solito si schierano invece fermamente a favore del «libero mercato e dell'assenza di interventi governativi». Un altro sostenitore dei salvataggi è Sacks, collaboratore di lunga data dell'investitore Peter Thiel, che crede fermamente nel «libero mercato» e nel «capitalismo». Ma è stato proprio il Founders Fund di Thiel a contribuire a dare il via alla corsa agli sportelli che ha affondato la SVB. L'editorialista del Financial Times Martin Wolf ha spiegato il dilemma. «Le banche falliscono. Quando lo fanno, coloro che ci rimettono invocano il salvataggio da parte dello Stato».  Il dilemma è che si pone è: «se il rischio minacciato è abbastanza grosso, allora avrà successo. È in questo modo che, crisi dopo crisi, abbiamo creato un settore bancario che in teoria è privato, ma che in pratica è un servizio dello Stato. Quest'ultimo, da parte sua, cerca infatti di frenare il desiderio che azionisti e dirigenti hanno di sfruttare le reti di sicurezza di cui godono. Il risultato è un sistema diventato essenziale per il funzionamento dell'economia di mercato, ma il quale non opera secondo le sue regole».  Quindi si tratta di "azzardo morale", visto che l'alternativa è l'Armageddon. Come conclude Wolf: «è un casino». Qual è dunque la soluzione proposta per evitare questi continui pasticci bancari?  L'economista liberale Joseph Stiglitz ci spiega che «SVB rappresenta assai più che il fallimento di una singola banca. È il simbolo di tutti i profondi fallimenti relativi al modo in cui è stata condotta la politica normativa e monetaria. Come per la crisi del 2008, che era prevedibile e prevista». Ma subito dopo averci detto che la regolamentazione non funziona, ecco che Stiglitz sostiene che ciò di cui abbiamo bisogno è una regolamentazione maggiore e più severa! «Abbiamo bisogno di una regolamentazione più severa, per garantire che tutte le banche siano sicure».  E scusa, come ha funzionato finora?

Nessuno ha niente da dire circa la proprietà pubblica delle banche; niente da dire su come rendere l'attività bancaria un servizio pubblico, anziché un vasto settore di speculazione sconsiderata a scopo di lucro. La SVB è crollata perché i suoi proprietari, per aumentare i loro profitti hanno scommesso sull'aumento dei prezzi dei titoli di Stato e sui bassi tassi di interesse. Ma è andata male, e ora gli altri clienti delle banche ne pagheranno le conseguenze con un aumento delle commissioni e delle perdite per la Federal Reserve; e per pagare l'ennesimo pasticcio bancario, mancheranno i finanziamenti agli investimenti produttivi. Ecco cosa ho detto 13 anni fa: «La soluzione per evitare un altro crollo finanziario, non risiede solo in una maggiore regolamentazione (anche qualora non venisse annacquata come hanno fatto le regole di Basilea III). I banchieri troveranno sempre dei nuovi modi per perdere i nostri soldi, giocando d'azzardo per realizzare profitti per i loro proprietari capitalisti. Nella crisi finanziaria del 2008-9, è stato l'acquisto di "mutui subprime" avvolti in strani pacchetti finanziari chiamati mortgage backed securities e collateralised debt obligations, che si trovavano nascosti fuori dai bilanci delle banche, e che nessuno, comprese le banche, ha mai capito. La prossima volta si tratterà di qualcosa di diverso. Nella disperata ricerca del profitto e del guadagno, non esistono limiti prometeici agli inganni finanziari». Ma torniamo al dilemma relativo alla scelta tra «azzardo morale» e «liquidazione». Come diceva Mellon, per il capitalismo, liquidare i fallimenti - anche se comporta un collasso - è un processo necessario. Si tratta di un processo di «distruzione creativa»; così come lo ha  descritto l'economista Joseph Schumpeter negli anni Trenta. La liquidazione e la distruzione del valore del capitale (unitamente alla disoccupazione di massa) possono gettare le basi per un capitalismo «più snello e più in forma», in grado di rinnovarsi in vista di un maggiore sfruttamento e accumulo che sia basato su una maggiore redditività per coloro che riescono a sopravvivere alla distruzione. Ma i tempi sono cambiati.  Per gli strateghi del capitale, per le autorità monetarie e per i governi, è diventato sempre più difficile prendere in considerazione la liquidazione.  Per i governi in carica, l'unica opzione per evitare un crollo e un disastro politico è l'azzardo morale. Ma i salvataggi, e una nuova ondata di iniezioni di liquidità non solo annullerebbero del tutto quelli che sono stati i vani tentativi delle autorità monetarie di controllare i tassi di inflazione; rimasti tuttavia ancora elevati. Significherebbe anche che le economie, incapaci di uscire dallo stato di zombie, continueranno ad avere una bassa redditività, dei bassi investimenti e una bassa crescita della produttività. Un'altra lunga depressione.

- Michael Roberts - Pubblicato il 15/3/2023 - su Michael Roberts blog. Blogging from a Marxist economist -

giovedì 16 marzo 2023

«Opificio di Letteratura Potenziale»

Attenzione. Questo libro contiene una zuppa di demone, un’omelette di drago, dita di mago, hamburger di dinosauro e perfino un cocktail di sangue fresco. Tutti (molto) commestibili, ovviamente con l’indicazione di come sostituire le introvabili uova di drago e altri ingredienti immaginari. Il fatto è che, come colleziona letture, Alberto Manguel fin da ragazzino raccoglie, sperimenta e inventa ricette e qui unisce entrambe le passioni facendoci sedere a tavola con i suoi personaggi preferiti, sullo sfondo dei luoghi letterari più fantasiosi di sempre. Partiamo così per un grand tour di antipasti, primi, secondi e dessert, senza dimenticare salse e bevande, per ognuno dei quali ci fornisce dosi e istruzioni dettagliate e l’assicurazione di aver provato e gustato personalmente ogni ricetta. Di portata in portata, facciamo tappa nel Bengodi di Boccaccio, al Jurassic Park di Crichton, nella Babele di Borges, nel Paese di Oz, a Shangri-La, nell’Ultima Thule, e via nelle storie più belle della letteratura. Vogliamo assaggiare la torta di compleanno degli Hobbit della Contea? O il nettare di sole del Flauto Magico? La salsa al burro che costò cara al gigante Scassanaso nelle Avventure di Pantagruele? O le crocchette preferite da Sancio, il fedele scudiero di don Chisciotte? Ora possiamo, con un godimento non solo culinario ma anche della nostra immaginazione letteraria, perché, come chiosa Manguel, «sotto ogni forma e foggia, dagli elaborati banchetti di Atlantide al più frugale pasto di Robinson Crusoe sull’isola, tutto il cibo (come ci racconta la letteratura) è essenzialmente la prova della nostra umanità condivisa».

(dal risvolto di copertina di: Ricettario dei luoghi immaginari, di Alberto Manguel. Traduzione di Giovanna Baglieri. Illustrazioni dell’autore. Vita e Pensiero, pagg. 157, € 16)

Gustarsi «dracula» sorseggiando sangue
- Ricettari immaginari. Alberto Manguel trae l’ispirazione culinaria da un luogo frutto della fantasia degli scrittori per inventare pietanze e bevande fornendo ricette e ingredienti. E per il cocktail dei vampiri va bene il succo di barbabietola -
di Paolo Albani

Allora, mettiamoci a tavola: cosa volete per cena? Dei Manrovesci alla saporita o delle Bazzecole in camicia? Per secondo uno Spezzatino di peti o le Marmitte agliate in pisciaforte? E per chiudere in bellezza volete buttarvi su un bel vassoio di Crocchette all’imbroglio o su un assaggio di Sputasentenze? Sono alcuni dei piatti serviti durante una cena nel palazzo della Regina di Lanternese, paese abitato da una popolazione che vive a lume di lanterna, elencati nel Gargantua e Pantagruele (1532) di François Rabelais (i nomi dei piatti provengono dalla versione stupendamente recata in lingua italiana da Augusto Frassineti).

Quello di Rabelais è uno dei numerosi esempi di ricette strane, curiose, a volte immaginarie, che s’incontrano in letteratura. Penso ad esempio a quelle della cucina futurista, come le cotolette-tennis, cotolette di vitello cotte al burro e tagliate a forma di un telaio di racchetta: al momento di servirle, vanno spalmate con un sottile strato di pasta (fatta di mascarpone impastato con noci tritate), sul quale sono tracciate alcune linee con salsa di pomodoro mescolata con rum. Le avrà mai assaggiate quell’istrione di Marinetti? Oppure ai menu monocromatici della signora Moreau, descritti da Georges Perec nel capitolo LXXI di La vita istruzioni per l’uso (1978), menu con cibi ispirati a un solo colore: quello giallo, ad esempio, prevede tortini di formaggio alla borgognona, morbidelle di luccio in salsa olandese, spezzatino di quaglia con zafferano, insalata di mais, sorbetti al limone. Per tacere dei menu patafisici, di quelli magici e incantati delle favole, di quelli astrusi di alieni e popoli inesistenti, la gastronomia potenziale dell’OuLiPo-OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale) con i suoi gustosi esercizi di stile fra i fornelli, e chi più ne ha più ne metta.

Perché mi soffermo su questa meravigliosa cuccagna culinaria, da far venire l’acquolina in bocca a un digiunatore di professione (come quello kafkiano)? Perché è appena uscito un Ricettario dei luoghi immaginari, scritto e illustrato da Alberto Manguel, uno che d’immaginazione se ne intende, non foss’altro per aver scritto con Gianni Guadalupi un bellissimo Dizionario dei luoghi fantastici(1980), molto apprezzato da Italo Calvino. Nella prefazione Manguel confessa di aver inventato ricette fin da piccolo e che uno dei suoi scrittori-cuochi preferito è Balzac (avete presente il girovita dello scrittore francese?), capace in un solo pasto di mangiarsi voracemente cento ostriche di Ostenda, dodici cotolette di montone immerse in salsa di peperoni, pomodori e olive snocciolate, un’anatra con contorno di rape, una coppia di pernici arrosto, una sogliola cucinata alla normanna, antipasti misti, dolce, frutta, il tutto annaffiato da vini provenienti dai migliori vigneti. Il Ricettario di Manguel è diviso in quattro sezioni che trattano di antipasti e zuppe, pietanze e salse, dessert e si chiude con le bevande. Ogni voce prende lo spunto da un luogo immaginario per inventarsi, fornendo ingredienti e dosi necessari, le modalità per cucinare la ricetta. Ciò significa che la ricetta non si trova dentro i libri degli autori citati da Manguel, ovvero non è il frutto della fantasia di Omero, Plinio il Vecchio, Ariosto, Alexandr Puškin, Herman Melville, Daniel Defoe, Thomas Bernhard, ecc., ma è inventata dallo stesso Manguel che trae l’ispirazione culinaria da un luogo immaginario (isola, regno, castello, bosco, città, ecc.) in cui quegli stessi autori hanno ambientato i loro racconti.

Mi spiego con un paio di esempi. Se miscelo vodka, succo di barbabietola (in mancanza di sangue), succo di pomodoro e di ananas con un cucchiaio di succo di limone, guarnendo i bicchieri riempiti di cubetti di ghiaccio con fettine di ravanello, la bevanda, chiamata da Manguel «cocktail di sangue fresco», è una suggestione di ciò che un noto conte della Transilvania propina agli ospiti del suo castello, come si legge nel romanzo di Bram Stoker, Dracula (1897). Le «frittelle di pesce felice», a base di filetti di pesce bianchi, rosa e scuri, altra ricetta proposta da Manguel, sono in origine il piatto tipico della città di Zenobia, simile a Venezia, posta su altissime palafitte, una de Le città invisibili(1972) di Calvino. Al termine della cena, prima che torniate a casa, vorrei sottoporvi un quesito. Cosa pensereste se, in un ristorante, il cameriere vi portasse il menu sul quale spiccassero ghiottonerie come queste: Omeoteleuti al formaggio, Anacoluti fritti, Brachilogie alla brace, Ossimori buchi, Prolessi con salsa verde, Poliptoti con purè, Litote al vapore con maionese, Variazioni di tmesi, Dattili, More di sillabe. E tra i vini: Allotrio, Lassa o Villanella? Forse, avendo un po’ di familiarità con gli antichi greci e romani, potreste pensare che il cuoco sia un retore burlone.

- Paolo Albani - Pubblicato su Domenica del 13/11/2022 -

mercoledì 15 marzo 2023

Viva l'umanità !!

Accadde mentre era ancora in corso la rivoluzione bolscevica, alla fine di una conferenza di Victor Serge sulla Comune di Parigi. In fondo alla sala, un soldato si alzò in piedi sollevandosi pesantemente dalla sua poltrona di cuoio, nel mentre che con tono di comando lo si sentiva mormorare: «Raccontate l'esecuzione del dottor Milliére!» Era in piedi, massiccio, e teneva la fronte chinata, in modo che del suo viso si potevano vedere solo le grosse guance pelose e la labbra imbronciate. La fronte gibbosa solcata di rughe somigliava a certi busti di Beethoven. Rimase in piedi ad ascoltare il racconto:

«Il dottor Milliére, in redingote blu scuro e cappello a cilindro, venne condotto sotto la pioggia, facendogli attraversate le strade di Parigi. Poi venne fatto inginocchiare a forza sui gradini del Pantheon mentre grida: "Viva l'umanità!". E nel mentre si sente la la frase vomitata dalla sentinella versiliese, appoggiata alla cancellata qualche passo più lontano: "Adesso ti fottiamo noi con l'umanità!".»

Finito che ebbe di ascoltare, il soldato venne avanti fino a raggiungere il conferenziere. Egli aveva un segreto a fior di labbra: «Io ho fatto parte anche del governo di Perm, l'anno scorso, quando si sono sollevati i kulaki. Mi trovavo per la strada; avevo letto l'opuscolo di Arnould "I morti della Comune". Un bel libro! E in un uno di quei giorni pensavo a Milliére, cittadino! E' stato un bel giorno, nella mia vita che non ne ha molti. Punto per punto, io l'ho vendicato Milliére. E per farlo ho fucilato, sulla soglia della chiesa, il più grosso proprietario del luogo; non so più il suo nome e me ne fotto...»

E poi, sempre a fior di labbra, dopo un breve silenzio: «Ma sono stato io quella volta ad aver gridato: Viva l'umanità!»


già pubblicato sul blog il 18/8/2006

martedì 14 marzo 2023

Chiusura per fallimento !!

Stretta monetaria, inflazione e fallimenti bancari
- di Michael Roberts -

La scorsa settimana il presidente della Fed statunitense Jay Powell ha parlato al Congresso degli Stati Uniti, rilasciando una dichiarazione sull'inflazione e sulla politica monetaria della Fed, spaventando i mercati finanziari allorché è sembrato affermare che gli ultimi dati sull'economia avrebbero probabilmente richiesto degli ulteriori rialzi dei tassi di interesse, e a un ritmo ancora più rapido. Powell ha sottolineato che, sebbene il tasso di inflazione globale sia diminuito, il tasso di inflazione "core" [di fondo], che esclude i prezzi dell'energia e dei generi alimentari, è rimasto comunque "sticky" [vischioso]. Oltre tutto, il mercato statunitense del lavoro sembra essere ancora eccezionalmente forte, giustificando così la necessità di controllare l'impatto che avrebbero eventuali aumenti salariali. Ha quindi nuovamente ribadito che sarebbe stato necessario aumentare ulteriormente il tasso di riferimento della Fed (che fissa la soglia per tutti gli altri tassi di prestito), e questo fino a quando i costi salariali non torneranno sotto controllo.
Ancora una volta, Powell - così come altri governatori delle banche centrali - ha affermato che l'inflazione sarebbe causata da un «eccesso di domanda», e si corre pertanto il rischio che l'aumento dei salari provochi una «spirale salari-prezzi». Tuttavia, ci sono molte prove che a causare l'accelerazione dell'inflazione, non siano la domanda eccessiva né la spinta dei salari. Ne ho parlato, producendo le prove, in diversi post precedenti. E in un post recente, ho ricordato un lungo studio di Joseph Stiglitz, il quale forniva dei dati esaurienti che dimostrano come l'inflazione sia stata causata da alcune carenze dal lato dell'offerta, e non da una «domanda eccessiva». Da allora in poi, sono venute fuori altre ulteriori prove a sostegno della teoria dell'offerta. Un recente studio ha rilevato che quando l'economia è uscita dal lockdown pandemico e dalla crisi del COVID, si è allora verificato un incremento nell'acquisto di più beni. Tuttavia, i produttori non sono stati in grado di far fronte a una tale impennata. «Il dato principale è stato quello per cui lo spostamento della domanda di consumi, passata dai servizi ai beni, può spiegare gran parte dell'aumento dell'inflazione statunitense avvenuto tra il quarto trimestre del 2019 e il quarto trimestre del 2021. Questo shock dovuto alla riallocazione della domanda, si è rivelato inflazionistico a causa dei costi di aumento della produzione nei settori che producono beni, e ciò dal momento che tali settori tendono ad avere prezzi più flessibili rispetto a quelli che producono servizi». E tutto ciò rappresenta un'ulteriore prova che il picco inflazionistico è stato guidato per lo più dai costi che non sono legati al lavoro (materie prime, componenti e trasporti) ed è stato causato dai forti aumenti dei margini di profitto. Gli aumenti salariali hanno dato il contributo minore.

Gli ultimi dati statunitensi sugli aumenti salariali confermano l'assenza di un'inflazione "spinta dai salari".

E questo non solo negli Stati Uniti.  Nell'Eurozona, appare ancora più vero che sono i costi non lavorativi e i profitti ad aver guidato i tassi d'inflazione. La BCE ha recentemente pubblicato una stima, rispetto all'inflazione nell'Eurozona, di quale sia stato il contributo dei profitti, delle imposte e del costo del lavoro.

Ebbene, anche in questo caso, si può allora sostenere che una politica monetaria più restrittiva, ossia l'aumento dei tassi di interesse per aumentare il costo dei prestiti, e la riduzione dell'offerta di moneta attraverso la vendita dello stock di obbligazioni delle banche centrali, possa ancora far scendere l'inflazione?  Beh, non secondo la stessa analisi della BCE.  In uno studio, la BCE ha rilevato che un aumento dei tassi di interesse di 1 punto percentuale riduce l'inflazione solo di circa 0,1-0,2 punti percentuali. La BCE stima inoltre che il maggiore effetto negativo su base annua dei rialzi dei tassi sul PIL si concretizzerà solo dopo nove trimestri!

La chiave dell'inflazione si situa dal lato dell'offerta. In particolare, nel lungo periodo, rappresenta il tasso di crescita della produttività in qualsiasi economia. Se la crescita della produzione per dipendente rallenta, o addirittura diminuisce, i costi per ciascuna unità di produzione aumenteranno, e ciò costringerà le aziende a cercare di aumentare i prezzi. Un altro recente studio sostiene che «gli sbalzi dei costi a livello settoriale e le strozzature dell'offerta» creano le condizioni, per quelle aziende con un certo potere di determinazione dei prezzi, di aumentare i prezzi e proteggere così i margini di profitto. Diventa «inflazione dei venditori». La crescita della produttività è fondamentale per l'inflazione. In effetti, negli ultimi due decenni si è registrata una forte correlazione inversa (0,45) tra la crescita della produttività e i tassi di inflazione.

Ora, Powell parla di aumentare e accelerare i tassi. Ma l'impatto dei precedenti rialzi non ha praticamente influito sull'inflazione. E anche il controllo dell'offerta di moneta non sembra avere poi un così grande effetto sull'inflazione, contrariamente all'opinione dei monetaristi. La Bank for International Settlement (BIS) è l'associazione internazionale delle banche centrali a livello mondiale. I suoi economisti sono fermamente monetaristi e sostenitori della scuola austriaca del libero mercato. In un recente studio, la BIS ha riscontrato «una correlazione statisticamente ed economicamente significativa, in una serie di Paesi, tra la crescita della moneta in eccesso nel 2020 e l'inflazione media nel 2021 e nel 2020». John Plender del Financial Times - un altro opinionista della scuola austriaca - ha dichiarato che «non è necessario essere un vero e proprio devoto della teoria della quantità di denaro, per capire che il boom dei prezzi delle case e dei titoli azionari statunitensi dello scorso anno era sostanzialmente dovuto a una quantità eccessiva di denaro a caccia di un numero insufficiente di attività».
Qui si possono notare due cose. In primo luogo, la causalità.  Come ammette la BIS, «il dibattito riguardo la direzione della causalità, nel legame tra moneta e inflazione, non si è completamente risolto. L'osservazione che la crescita della moneta oggi aiuta a prevedere l'inflazione domani, non implica di per sé una causalità».  Potrebbe essere che «sia il reddito, e non la moneta, a far aumentare la spesa, con il bilancio monetario che funge da segnale».  Ma qui poi la BIS continua sostenendo che «la causalità non è né necessaria né sufficiente a che la moneta abbia un contenuto informativo utile per l'inflazione; che è il nostro obiettivo qui».
Veramente?  Non è forse importante che sia l'attività economica, la produzione e la crescita della spesa a guidare l'offerta di moneta complessiva, o viceversa?
In secondo luogo, Plender osserva che l'aumento dell'offerta di moneta si trova associato all'aumento dei prezzi delle case e delle azioni; e lo fa senza alcun riferimento ai prezzi di beni e servizi. E questo è il punto. La forte crescita della massa monetaria e i bassi tassi di interesse, fino al momento della pandemia non hanno portato a un aumento dei prezzi e a un'accelerazione dell'inflazione nei negozi. Al contrario, l'offerta di moneta ha alimentato un boom del credito che si è espresso in un boom del settore immobiliare e delle attività finanziarie.  Ciò che manca nell'argomentazione monetarista è che le variazioni dell'offerta di moneta possono significare anche variazioni della velocità della moneta, cioè del tasso di rotazione dello stock di moneta esistente. Se la velocità della moneta diminuisce, significa che i detentori di denaro contante non lo stanno spendendo in beni e servizi, ma se lo tengono in depositi, oppure investono in immobili e attività finanziarie. Così, quando nei primi due decenni di questo secolo la crescita dell'offerta di moneta ha accelerato, la velocità del denaro è diminuita, e questo perché il contante è stato utilizzato nella speculazione finanziaria e immobiliare.

Ma notate il cambiamento avvenuto dopo la pandemia.  La Fed ha ristretto l'offerta di moneta per controllare l'inflazione. Dopo essere esplosa nel 2020 durante il crollo della pandemia, l'offerta di moneta si sta ora contraendo.

Al contrario, la velocità della massa monetaria sta aumentando, contrastando l'impatto di una politica monetaria più restrittiva. Ciò rende qualsiasi politica monetaria restrittiva inefficace sull'inflazione, ma non necessariamente sulla crescita economica e sull'occupazione.  La politica della Fed non funzionerà, se non per accelerare lo scivolamento verso la recessione economica. I ricercatori della Fed di Cleveland hanno analizzato le più recenti proiezioni economiche del FOMC. Il loro modello prevede che l'attuale previsione di disoccupazione del FOMC porterebbe l'inflazione PCE di base al 2,75%, ma solo entro il 2025. E così ora abbiamo il crollo della SVB come risultato dei rialzi dei tassi di interesse della Fed. Si veda il mio post.  In effetti, questo potrebbe costringere la Fed a fare una pausa nel suo piano di rialzo dei tassi d'interesse più elevato e più rapido. La Fed si trova in un dilemma: più rialzi dei tassi potrebbero significare più fallimenti bancari e recessione; ma interrompere i rialzi significa che la Fed è sdentata di fronte all'inflazione. Il peggio deve ancora venire per il cosiddetto Sud globale. Se la Fed continuerà a rialzare i tassi, il dollaro USA riprenderà forza dopo la recente breve pausa (grafico sotto).

Il debito globale totale è ora superiore a 300mila miliardi dollari, pari al 345% del PIL complessivo, rispetto ai 255mila miliardi di dollari, pari al 320% del PIL, prima della pandemia di Covid-19. Più il mondo si indebita, più è sensibile agli aumenti dei tassi. Per valutare l'effetto combinato dell'indebitamento e dell'aumento dei tassi, The Economist ha stimato la spesa per interessi di imprese, famiglie e governi di 58 Paesi. Insieme, queste economie rappresentano oltre il 90% del PIL mondiale. Nel 2021 la loro spesa per interessi ammontava a 10,4mila miliardi di dollari, pari al 12% del PIL complessivo.  Nel 2022, la spesa per interessi ha raggiunto l'enorme cifra di 13mila miliardi di dollari, pari al 14,5%. Poiché gran parte del debito delle economie del Sud globale è in dollari, l'apprezzamento del dollaro rispetto alle loro valute rappresenta un ulteriore onere. Le economie in via di sviluppo spendono oggi più per il servizio del debito estero che per la salute dei loro cittadini!

Quindi non è solo la recessione a essere all'ordine del giorno nelle economie del G7, ma anche il default e il crollo del debito stanno già iniziando anche nelle economie «in via di sviluppo» (ad esempio Sri Lanka, Zambia, Pakistan, Egitto).

- Michael Roberts - Pubblicato il 13/3/2023 su Michael Roberts blog. Blogging from a Marxist economist -

lunedì 13 marzo 2023

«una volta era tutta campagna»…

Scegliere di attraversare il territorio a piedi significa fare un’esperienza fisica, emotiva ed estetica, che permette di giungere a una nuova consapevolezza del paesaggio quotidiano, superando il pregiudizio nei confronti di spazi considerati scontati. Esplorare la città attraverso il corpo è lo scopo della psicogeografia, una tecnica nata con le avanguardie artistiche, che diventa anche performance e atto politico. Grazie a questa pratica transdisciplinare siamo in grado di leggere il palinsesto urbano, in cui si stratificano i diversi significati di un luogo e le aspettative della gente che lo abita. Con lo stesso sguardo trasversale, Gianni Biondillo percorre la città e la storia del pensiero urbanistico e architettonico, senza tralasciare incursioni nella filosofia, nell’arte, nell’antropologia e nella letteratura, offrendo suggestioni per comprendere il paesaggio contemporaneo fuori dai suoi luoghi comuni. I lettori vengono invitati a mettersi in cammino e a fare le proprie scoperte, restituendo identità ai luoghi mediante la narrazione. Questa inedita relazione con lo spazio può produrre effetti benefici: scoprire storie affascinanti, fare incontri imprevisti, rigenerare corpo e mente, creare nuove socialità e, soprattutto, prendersi cura del territorio. Un piccolo vademecum, che grazie a videoracconti metropolitani resi accessibili tramite codici QR, esorta ad avvicinarsi ai significati più reconditi delle città in modo partecipato e dinamico.

(dal risvolto di copertina di: Gianni Biondillo, "Sentieri metropolitani". Bollati Boringhieri, pp. 190, €15)

CAMMINANDO CON BIONDILLO ALLA SCOPERTA DELLA PSICOGEOGRAFIA
- di Severino Colombo -

Che cosa significa narrare il territorio? Il tema è al centro del nuovo libro di Gianni Biondillo (Milano, 1966) "Sentieri metropolitani" (Bollati Boringhieri, pp. 190, e 15); in occasione di BookCity l’architetto-scrittore, con pragmatismo tipico milanese, lo spiega facendo, anzi camminando. Vale a dire che propone al pubblico un’esperienza per vivere il territorio, un attraversamento della città (evento su prenotazione, in collaborazione con Georama Esplorazioni Contemporanee). La passeggiata è in programma domenica 20 novembre a Milano e va dal quartiere Dergano alla sede dell’Adi Design Museum, in piazza Compasso d’Oro 1, dove alle 12.30 si terrà la presentazione ufficiale, «seduta» (con l’autore interviene Andrea Kerbaker). Nelle 3 ore precedenti, invece, quella «in movimento», ritrovo alle 9.15 sopra la fermata MM3 Dergano: Biondillo con Gianluca Migliavacca e i partecipanti all’evento passeggiano là dove «una volta era tutta campagna», nell’antico borgo agricolo di Dergano che è ormai integrato nella metropoli. Un racconto urbano che si snoda per 6 chilometri e che, lungo il tragitto, ingloba la storia stessa dei luoghi, fra tracciati resilienti e rigenerazioni urbane; memorie operaie, fabbriche (di cioccolato), piazze, ex ospedali, parchi e, ancora, ciminiere multicolori, tenute di caccia, scali ferroviari, grattacieli...
Se camminare è un’esperienza conoscitiva che coinvolge i sensi e li amplifica, allora per Biondillo, che è anche docente all’Accademia di Architettura di Mendrisio (in Svizzera), attraversare un territorio a piedi diventa un’avventura fisica, emotiva ed estetica che permette di giungere a una nuova consapevolezza del paesaggio quotidiano, dei luoghi sconosciuti e di quelli che pensavamo di conoscere. Esplorare la città attraverso il corpo è proprio lo scopo della psicogeografia — metodologia d’indagine esperienziale dello spazio urbano nata con le avanguardie artistiche francesi degli anni Cinquanta del Novecento — che nel discorso sulle città di Biondillo si incrocia inevitabilmente con altre strade: l’architettura e l’urbanistica («l’urbanistica si fa a piedi, la città si disegna nello spazio reale, non nel chiuso di un ufficio», scrive l’autore); l’arte (soprattutto Land Art, Richard Long, Christo); la letteratura; l’antropologia e la filosofia. Scrivere per Biondillo, fin dai tempi di Metropoli per principianti (2008) e di Tangenziali (2010, con Michele Monina) e poi in forme diverse nei romanzi, «ha sempre significato narrare il mutamento urbano, in ogni sua forma, sia fisica che sociale», e ancora «cercare quegli strumenti d’analisi che le mappe tecniche, le planimetrie, le viste a volo d’uccello non sanno dare. Trovare l’umanità, anche nei suoi spazi residuali».
Il risultato, nel caso di Sentieri metropolitani, è un vademecum agile e prezioso che amalgama e armonizza, scrive Biondillo, «dieci anni di appunti, foglietti sparsi e chiacchiere» su questi argomenti; un libro che invita a camminare sì, ma anche a «lasciarsi camminare», evitando le strade conosciute e privilegiando quelle meno esplorate. La narrazione del territorio si arricchisce di videoracconti accessibili tramite codici QR presenti nelle pagine finali del volume e che invitano a vivere la città in modo partecipato e dinamico. Biondillo è, infine, tra i firmatari della Carta internazionale dei Sentieri metropolitani, adottata ad Atene nel febbraio 2020 da un gruppo di urbanisti, architetti, artisti e riportata nel volume, che è nata all’interno di un progetto di «conoscenza sensibile della città».

- Severino Colombo - Pubblicato su La Lettura del 13/11/2022 -

domenica 12 marzo 2023

La democrazia divora i propri figli !!

«Proprio nella stessa misura in cui le contraddizioni interne della democrazia di mercato - insolubili sul suo stesso terreno - si trasformano in un fattore di crisi, e annunciano così la fine storica di tale forma di socializzazione della modernità, vediamo che sono perfino le procedure democratiche stesse a generare i potenziali presupposti del nuovo radicalismo di destra. Queste potenzialità si sviluppano su piani differenti, per poi cristallizzarsi quasi come un insieme coerente, oppure come una specie di "trapunta patchwork"; e questo a seconda ovviamente del carattere empirico di tali potenzialità. In ultima analisi, alla fine è ancora una volta proprio il carattere particolaristico della nuova barbarie a contraddire quella che dovrebbe essere la sintesi da attuare sui diversi piani, nel contesto di un progetto sociale egemonico onnicomprensivo, e quindi, economico, psicosociale, ideologico, politico e organizzativo. Ma è proprio l'atomizzazione dei soggetti, insieme alla segmentazione degli interessi, a essersi spinta troppo oltre per poterlo permettere. Ma i vari elementi sociali costitutivi del nuovo radicalismo di destra, andrebbero studiati e osservati ancora più da vicino. Ironicamente, tutti questi elementi possono essere descritti come l'alba dei "regni del male"; e questo perché, pur non convergendo più su un potere centrale coerente e riproducibile, segnalano comunque il passaggio alla barbarie della democrazia di mercato in decomposizione [...]. Per quanto la gigantesca disoccupazione strutturale non conduca, meccanicamente e immediatamente, gli interessati alle pratiche elaborate dalla destra radicale, è in questo modo che si forma quello sfondo silenzioso sul quale germogliano i "fiori del male". L'essenziale è che i rappresentanti della società ufficiale (management e politica) arrivino a riconoscere di non avere più alcuna ricetta per contrapporsi allo sviluppo del sistema di mercato globale resosi autonomo, così come alle pressioni esercitate dalla concorrenza, in modo che,  così facendo, permettano che i problemi si accumulino [...]. In questo modo, la crisi sistemica, sempre più evidente, della democrazia di mercato può far sì che siano gli stessi criteri sistemici quelli che vengono quasi inevitabilmente riaffermati, in maniera compulsiva, anche perfino da coloro che sono palesemente i perdenti (o da chi, in qualche modo, si sente minacciato dal processo di crisi); ma a causa dell'impossibilità di una ricerca "razionale" degli interessi, diventano ancora più irrazionali e sempre più aggressivi. [...] E così è proprio la perfidia liberale - che ha elevato il mercato a unico idolo, sperando in maniera spudorata che una massa crescente di persone diventata superflua per il mercato del lavoro, e non più vendibile, ora si sottometta, con "civiltà", al destino e ai programmi statali di gestione della povertà - a gettare benzina sul fuoco del razzismo e del radicalismo di destra.»

( Robert Kurz, 1993 )

Il più bel crimine del mondo !!

Rubare libri non è un furto
- di Bárbara Ayuso -

Rubare libri è qualcosa di veramente importante. E non per il rischio, per la scarica di adrenalina che si riceve grazie al crimine né per l'aura vagamente romantica del furto intellettuale. Lo è perché sono quelli, quelli che un giorno tempo fa abbiamo infilato nel cappotto, quelli che abbiamo fatto scivolare in una borsa, oppure abbiamo strettamente infilato nella cintura dei pantaloni, quelli sono i libri che ricorderemo per sempre. No, non il libro che ci ha spinto verso (o ci ha allontanato dal) la scrittura, e neppure quello che ci ha fatto prima uscire e poi rientrare all'inferno, facendoci piangere o ridere a crepapelle, o quello che ci ha messo in imbarazzo perché ci ha tenuto svegli per molte mattine. E neppure quello che non abbiamo più trovato, o quello che potremmo recitare tranquillamente a memoria. No, è quello che abbiamo rubato insieme, si spera, poi a qualche altro. E questo perché, in qualche modo, quelle pagine rubate recano in sé, inoculato, l'antidoto contro l'oblio, e ci hanno lasciato come un'impronta, simile a quella che lasciano gli amori turbolenti, quelli che pensavamo di possedere, pur sapendo che non sarebbero mai stati del tutto nostri. E che si aggrappano al nostro subconscio come delle zecche.
«Che il libro rubato si trasformi in un serpente e ti divori». Così, durante il Medioevo, ammonivano alcune iscrizioni nelle biblioteche ecclesiastiche, cercando di dissuadere gli affezionati allo sconto a cinque dita. Le catene arrugginite non scoraggiavano. E così, Papa Pio V non ebbe altra scelta se non quella di ricorrere al sempre utile appello del «vedrete dopo», istituendo nel 1568 il decreto di scomunica per i ladri. Da quel momento cominciarono a prolificare iscrizioni con questo o altri anatemi - di uno squisito orrore grafico - le quali, oltre ad avvertire il razziatore che aveva appena imboccato il corridoio che lo avrebbe condotto direttamente all'inferno, gli sussurravano che gli era stata scagliata addosso una sorta di maledizione: questo libro, amico mio, lo leggerai. E non importa se l'hai già fatto. E questo serpente resterà per sempre con te, e quindi è meglio che ne sia valsa la pena.
Ecco perché chi ha rubato molti libri sa per quel che riguarda quest'arte, come per scopare è meglio non farlo al buio o di fretta. «Il bello di rubare libri (e non casseforti) è che, prima di commettere il reato, se ne può esaminare attentamente il contenuto», sosteneva Roberto Bolaño, uno dei più grandi bibliocleptomani del secolo scorso. Il cileno non era di certo uno che rubava così, per impulso o per capriccio; e per motivare la sua compulsione ad andar via dalla libreria de Cristal con un segreto di forma rettangolare ben nascosto e stretto al petto, non dipendeva certo dall'essere a corto di capitale. Né tantomeno si trattava di un tentativo malriuscito di democrazia culturale, come dicono i suoi detective. Rubava perché - e questo è un azzardo fatto solo per il gusto di azzardare, e come si conviene è un'espressione che rubo a Hernán Casciari - la passione «di solito entra dalle porte del divieto». Così, quello che lo scrittore Rodrigo Rey Rosa chiama «impulso libresco» non viene vissuto solo dalla sua "Severina", ma anche da tutta una miriade di scrittori, alcuni dei quali hanno persino il coraggio di scoprirsi e di elevarlo a categoria dell'arte; come fa Rodrigo Fresán che coraggiosamente affronta chi sostiene che «rubare libri è la forma più egoistica di furto». E che ci crediate o meno, ce ne sono! «Quando si rubano libri, si è sia persona che personaggio», contrattacca l'argentino. «In realtà, rubare libri è una forma di letteratura sportiva. Quando scriviamo o leggiamo, siamo seduti o sdraiati, quasi immobili. Quando rubiamo libri, invece, i muscoli del nostro cervello agiscono in perfetta comunione con quelli del nostro corpo. Quando si rubano libri, si pensa e si agisce e, in un certo senso, si legge e si scrive», sostiene.
Ma veniamo al punto. La cosa davvero negativa del rubare libri consiste nel fatto che noi non prestiamo attenzione a quello che gli altri rubano. Invece chiediamo, in maniera ridicola, qual è il libro preferito dell'altra persona, cercando di carpire qualche certezza riguardo la sua personalità. Stronzate. Se volessimo davvero tracciare un identikit, allora dovremmo costringerlo a confessare quali sono i titoli che ha rubato, la momento che in tutto ciò si nasconde una storia meravigliosa, che ci risparmia qualsiasi pretestuoso pellegrinaggio, così come ogni ondata di pigrizia superlativa e pseudo-intellettuale. «Qual è stato il primo libro che hai rubato?», e voilà! Ecco che mostrarsi intelligenti diventa complicato, e probabilmente finiremo per umiliarci ammettendo che non è stato né un Thomas Mann né un Faulkner quello che abbiamo portato a casa senza passare dalla cassa. La conseguenza più tragica è che, a forza di non prestare attenzione ai libri che gli altri rubano, quei libri verranno ricordati solo dal ladro. Me ne sono accorto di recente, nel momento in cui ho dovuto chiedere a un autore di questa rivista in cui scrivo, quale libro rilegato avesse rubato a un altro autore di questa stessa rivista. E dire che ho assistito al furto, portato a termine non appena il ladro era riuscito a lasciare la stanza non visto grazie a un complesso e accurato movimento. «Non ti ricordi?», mi ha chiesto. E io mi sono ricordata di quella notte in cui se n'era andato in giro con il volume rubato, esibendolo davanti al suo autore, e promettendo che sarebbe tornato l'indomani mattina in libreria per pagarlo in contanti senza nemmeno aspettare il resto. Pioveva; il che è sempre bello e vero. Ci furono anche alcune centinaia di brindisi che formalizzarono questo impegno tra ladro e derubato, e un sacco di applausi. Inutile dire che l'impegno non è mai stato rispettato. In definitiva, potrei anche ricostruire i milioni di dettagli di quella serata di bohème a buon mercato e di una rediviva Rosalía de Castro che chiama un taxi, ma mai e poi mai riuscirei a ricordare il titolo del libro rubato.

I libri più rubati
Questa incapacità di ricordare fa sì che sia impossibile sapere quale è stato il libro più rubato della storia. A fare affidamento sulla letteratura, sarebbe sicuramente il Necronomicon, ma di H. P. Lovecraft bisogna fidarsi quanto basta, e anche della letteratura! Per sapere quali sono quei libri che posseggono quell'aura impalpabile che attira il crimine, ci si può rivolgere solamente a chi, alla fine di una giornata di lavoro, si arresta davanti a uno scaffale perché ci trova non tanto un buco, quanto piuttosto un'assenza dovuta ad appropriazione indebita. Sul web si possono trovare innumerevoli liste compilate da librai ed editori, le quali riportano quali sono le opere che più frequentemente hanno abbandonato gli scaffali senza che poi si sia passati dalla cassa. Barnes & Noble li compila, e anche Big Green Bookshop lo fa. Anche Publishers Weekly stila il suo quintetto di punta. Ci sono liste di fronte alle quali si arrenderebbe persino Perec: quella del New York Times, del Telegraph, delle biblioteche pubbliche e si può persino trovare quella compilata dall'ultima libreria indipendente in un qualsiasi angolo del mondo. E sono esattamente proprio quello che sembrano: brandelli di realtà, frammenti slegati tra loro che ci rendono impossibile riuscire a incoronare uno di essi in quanto libro più rubato della storia, senza che ci sia la possibilità di consegnare lo scettro a un bastardo. Ma lungo il percorso, si possono trovare dei sassolini. Per quanto possa far male solo rammentarlo - nessuno credo sia riuscito a digerire il fatto che non ci sarà MAI PIÙ Discworld - il suo nome va messo in cima a questa lista di candidati. Tra i suoi tanti titoli, oltre a non essere mai stato nominato per un Booker Prize o per un Whitbread - i premi che le pubblicazioni patinate continuano ad affidare a letture per adolescenti con l'acne - troviamo quello che, per anni, ha detenuto il titolo di essere stato l'autore più rubato nel Regno Unito, secondo la classifica stilata dal Times. E gli fa talmente tanto onore che sarebbe stato il genere di cosa di cui Pratchett si sarebbe vantato, se non sapessimo che la spavalderia non rientra tra le cose veramente importanti. O almeno è stato così per qualche tempo, allorché il buon vecchio Terry si rifugiava in un confortante e acido sorriso quando sentiva quella cifra di origine incerta, secondo la quale il 10% dei suoi libri veniva effettivamente rubato. «Non mi dà fastidio, anzi. È un onore», ripeteva bonariamente. E a dirlo non era il milionario, ma il fantastico narratore che probabilmente se n'è andato con un filo di amarezza: «Ho come la sensazione di dover essere incasellato nella categoria dei libri buoni per le persone che non sanno leggere», diceva. Ma - come ogni uomo allergico all'adulazione - Pratchett aveva anche una particolare avversione per le cifre che spuntano dal nulla. Soprattutto dopo che, anno dopo anno, la stampa si ostinava a chiedergli di sua «figlia diciassettenne» che, grazie a Wikipedia, sembrava aver fatto un patto con il diavolo per non invecchiare mai. In modo che nel 2006, durante un'intervista della BBC con Mark Lawson, preferì seppellire la leggenda: «Continuano a dirlo [che è l'autore più rubato del Regno Unito], ma sono sicuro che qualcuno mi ha già superato, visto che questa notizia è apparsa per la prima volta nel 1996. Diventando così una di quelle cose che su Internet sembrano immutabili», ha chiarito, per quanto lui stesso non avesse dubbi sul fatto che l'epiteto avrebbe continuato a essere usato ad eternum, e tantomeno pensasse che fosse una cosa negativa. E visto che ancora non è stato inventato il titolo/premio/riconoscimento che meritava davvero (quello di «autore che ha reso felice il maggior numero di persone»), ecco che allora «autore più rubato» ci sta bene; a metà strada tra fantasia e realtà, come lui. Se si considera che ha proclamato che «ciò che ci rende umani è l'immaginazione, non l'intelligenza», cosa c'è di più immaginifico delle cifre prese da internet.

Ma schiariamoci la voce, e passiamo a un autore la cui ironia non traspare dal suo viso, ma il quale ha ricevuto la sua nomina satirica con tanto di fanfara. Immaginate di essere un feroce Yippie, che nella sua veemenza contro-culturale scrive quello che vorrebbe che fosse il manifesto sovversivo definitivo in grado di minare il sistema capitalistico una volta per tutte. E per di più lo scrive dalla prigione, dov'è finito per aver indossato una maglietta con la parola "Fuck". Bisogna anche immaginare di essere da qualche parte tra gli anni Sessanta e i Settanta, sennò la cosa non funziona. Insomma, immaginate di dare inizio allo spettacolo che spiega come ottenere praticamente tutto ciò che il vostro piccolo cuore anarchico può desiderare e, soprattutto, come farlo gratuitamente. Cibo, vestiti, droghe, libri, persino i bisonti. E immagine che egli  riversi tutta la sua allucinata esperienza riguardo il rubare in un libro, dove oltre ai consigli fornisce al lettore giustificazioni teoriche che non si limitino a invitare al furto, ma lo rendono imperativo: «Rubare a un fratello o a una sorella è sbagliato. Non rubare alle istituzioni che sono i pilastri dell'Impero suino è altrettanto immorale», arringa. E non appena lo ha finito di scrivere, l'allievo di Herbert Marcuse, fa stampare e distribuire questo suo furioso manifesto a più di trenta editori. Non si stupisce che lo mandino nuovamente in galera, così Abbie Hoffman per poter diffondere alle masse il suo manoscritto, fonda apposta una casa editrice, chiamandola Edizioni Pirata. E con un'ulteriore dimostrazione di originalità, considerato che non ha interessi finanziari corrotti, di conseguenza dà al libro il titolo di: "Ruba questo libro". Poi, per un po' assapora la dolcezza di questo suo particolare successo, vedendo come, giorno dopo giorno e furto dopo furto, molti giovani accoliti trasformino la sua opera nella bibbia della loro generazione, mettendo in pratica i consigli del suo manuale di sopravvivenza; e diventando così un po' meno indifesi nei confronti dell'enorme potere del denaro, dello Stato e dei media. Sorride maliziosamente mentre ascolta i proprietari di molte librerie che si rifiutano di esporre il suo libro sui loro scaffali, in quanto, irrimediabilmente - o almeno così sembra - nessuno lo pagherà. Però, ora, signor Hoffman mandi giù il trionfo, lo deglutisca, e e si prepari al peggio. Se questo libro riuscisse a vendere - in seguito a una transazione monetaria e fiscale legale - più di duecentocinquantamila copie già nel primo anno di pubblicazione, cosa direbbe? Potrebbe scervellarsi quanto vuole, ma finirebbe per uscirsene con qualcosa del genere: «È imbarazzante quando si cerca di rovesciare il governo e invece si finisce nella lista dei bestseller». Come ha detto lui stesso. Ma che gli piaccia o meno - se lo ha letto o meno da qualche parte - fatto sta che Hoffman, proprio negli anni in cui Stéphane Hessel è salito sul suo pulpito, anche "Ruba questo libro" lo si può trovare in tutte le liste dei libri più rubati. Sì certo, ma è un "anche", che però vuol dire che è meno rubato!

Palahniuk, Auster e Schwarzenegger
Essere talmente irresistibilmente attraente al punto che la gente preferisce essere spinta al crimine piuttosto che non leggerti. Quale ego di scrittore non sobbalzerebbe di fronte a una simile prospettiva? Forse è esagerato dire che tutti coloro che di mestiere scrivono libri desiderano segretamente una telefonata del loro editore - il quale di solito deve essere un tipo eccentrico ma rigoroso - che una mattina gli ululi dall'altro capo del telefono che: «La gente non riesce a smettere di rubare il tuo libro!». Ma non è però irragionevole immaginare che molti possano cedere a questa euforia colpevole, dimenticando il problema dei grandi profitti, che il furto di massa sottrarrebbero loro; insieme a tutta la panoplia a proposito del pane per i loro figli. La proprietà intellettuale può anche aspettare. Però, azzardare un'ipotesi potrebbe poi non essere così gratuito, almeno stando alle reazioni che hanno avuto alcuni degli scrittori più rubati, quando sono stati interrogati sull'argomento. «Onestamente? Be', nel 1975 o nel 1976 ho rubato un'enorme copia de "La gioia del sesso". L'ho nascosta nei pantaloni, non scherzo. Se rubi un tascabile, mi paghi solo venticinque centesimi», ha risposto Chuck Palahniuk a un lettore che, durante una chat su Reedit, ha chiesto allo scrittore se fosse giusto o sbagliato rubare libri.
Al riguardo, Paul Auster è stato meno euforico, e quando in un programma radiofonico gli è stato chiesto come ci si sentisse a essere in tali classifiche, si è cullato nella tiepidezza (autunnale, così com'è lui). E anche a essere, in alcune di esse, l'unico autore vivente che la gente portava via senza pagare. «Si sentirebbe meglio se sapesse che coloro che rubano i suoi libri sono più lettori che ladri professionisti?», gli è stato chiesto. «Sì, credo di sì. In qualche modo, mischiare il marketing a tutto questo rende la cosa un po' sgradevole. Se a voler leggere il libro fosse una persona appassionata e povera, allora potrei capirlo un po' meglio», ha risposto. «Per quanto mi senta onorato del fatto che le persone vogliono leggermi così tanto da dover infrangere la legge, per farlo», si è affrettato ad aggiungere. Aggirare l'incantesimo romantico non è così facile, e anche Auster deve nutrire il suo ego.
L'unico a non essere mai stato interpellato, è il celebre Arnold Schwarzenegger, e se lo sarebbe meritato. Dal momento che, in questa lista eterodossa che si trova qui per eludere ogni comprensione, il suo caso è esemplare. Il suo libro, "The New Encyclopedia of Modern Bodybuilding" è stato nel Regno Unito - sempre secondo la classifica del Times - una delle opere più rubate dell'anno. Il fervore dei ladri di proto-bodybuilding è stato tale che la biblioteca di Liverpool ha deciso di non rimpiazzare più le copie che venivano rubate, stanca di contemplare in silenzio l'insostituibile vuoto sullo scaffale.
Spero che questo ultimo trafiletto non metta in ombra quelli che sostengono - come fanno Fresán e Bolaño - che rubare libri è «il crimine più bello del mondo». E questo anche a partire dal fatto che se hanno ragione su qualcosa, allora questo qualcosa è che noi siamo tutti quei libri che rubiamo, che poi finiscono per essere proprio quelli i libri che lasciano cicatrici. «Rubare libri non è rubare», dice una citazione che circola su Internet allegramente attribuita a José Martí. Però non esiste alcun libro che ne confermi la paternità, quindi dobbiamo accontentarci di un timido e vigliacco "Forse"!

- Bárbara Ayuso - Pubblicato su Jot Down -

venerdì 10 marzo 2023

Della miseria…

Prima del 1968, i Situazionisti già sapevano di cosa parlavano:

«L'autogestione del sistema delle merci ridurrebbe gli uomini a essere soltanto i programmatori della propria sopravvivenza: è il problema della quadratura del cerchio. Compito dei Consigli Operai non sarà dunque l'autogestione del mondo esistente, ma la sua trasformazione qualitativa ininterrotta: il superamento concreto della merce (dal momento che il processo di produzione della merce è altro che il gigantesco travisamento della produzione di sé da parte dell'uomo)»

(Mustapha Khayati, "De la Misere en Milieu Etudiant", Strasbourg 1966)

«Oggi, la parte negativa di questa affermazione può essere letta proprio come se fosse una prognosi che si riferisce al movimento antiautoritario stesso, in quella che è la sua immanente interpretazione democratica e capitalistica. A partire dalla verifica di questa prognosi, la sinistra sta veramente "tornando a casa, al proprio paese". I Verdi e il loro ambito sociale non sono altro che il cadavere puzzolente di quella che nel 1968 era la volontà emancipatrice. Questa volontà, affogata nella logica del denaro e del suo auto-movimento, non risorgerà nei suoi negli esponenti di questo movimento, come una fenice dalle ceneri, nell'imminente crisi del denaro (che in parte si è già manifestata) e in quella dell'economia delle merci; ma piuttosto si limiterà a trasformarli definitivamente in dei nuovi piccoli borghesi arrabbiati, avidi e, in ultima analisi, in degli assassini. Con la crisi manifesta delle finanze pubbliche, e un'imminente crisi economica globale, l'accaparramento e il lamento, il pianto e lo strider di denti intorno alla «pentola alternativa» dello Stato e degli enti locali tenderà ad aumentare, fino all'insopportabile e produrrà continuamente forme politiche oggi ancora in ombra. Oggi, quelle che sono le nuove speranze di una volontà sociale di emancipazione del soggetto umano si intravedono solo debolmente. A causa dell'attuale opposizione giovanile radicale degli autonomi, i quali, al loro concetto di "autonomia" hanno conferito un contenuto assai poco chiaro, come aveva fatto il movimento antiautoritario del 1968; i cui successivi sviluppi, così come i suoi risultati sociali e soggettivi, dovrebbero rappresentare un segnale di allarme. "Non basta essere per il potere astratto dei Consigli Proletari". Lo slogan astratto - sempre così tanto ripetuto - contro il lavoro salariato e per l'autonomia, rimane vuoto e inefficace se non trova fondamento nel discorso della teoria sociale, e se non si concretizza nella lotta pratica, a tutti i livelli della società, sotto forma di critica fondamentale di quella stessa forma merce e del denaro. Gli autonomi, così come gli altri movimenti futuri, o riusciranno a essere radicali, in quanto critici radicali della società del feticismo della merce e del denaro in generale, o non saranno niente.»

- Robert Kurz - da "Splendore e Miseria dell'anti-autoritarismo", originariamente pubblicato su Marxistische Kritik nº 5, del Dicembre 1988 -

Micro è bello ??!!???

Nei tempi agitati in cui viviamo, e nei quali vediamo forze centrifughe, centripete, euroscettiche, europeiste o a favore di chissà cosa che vogliono unificare, federalizzare, rendersi indipendenti, annettere o colmare il divario-qua-e-là sotto lo sguardo perplesso di tanti cittadini che non sanno più dove andranno a finire a vivere, e che pertanto possono capire come qualcuno, saturo di tanta corruzione e di tante assurdità quotidiane, abbia fantasticato di essere re, califfo o imperatore del proprio impero. Ebbene, sappiate che alcuni ci hanno provato, con più o meno successo. A metà strada tra la fantasia e la realtà amministrativa, le cosiddette micro-nazioni potrebbero essere un buon posto in cui vivere. O no?!?

La Repubblica dell'Isola delle Rose
Si trattava di una piccola piattaforma, costruita nel 1964 al largo delle coste italiane, che arrivò ad avere un bar, un ristorante e un casinò, una propria moneta, e l'esperanto come lingua ufficiale. Quattro anni dopo dichiarò la propria indipendenza, ma il governo italiano ritenne che lo scopo della sua creazione fosse stato solo quello di evitare di pagare le tasse, e così fece intervenire i carabinieri. Alla fine, la marina militare demolì la struttura realizzando così quello che probabilmente è stato il più grande successo militare italiano del XX secolo. La cosa però ha lasciato un autoproclamato "governo in esilio", e chissà se in futuro ci potrebbe essere un ritorno della diaspora rosetana alla piattaforma promessa.

Regno gay e lesbico delle Isole del Mar dei Coralli
Situato nella parte orientale dell'Australia, la sua bandiera è ovviamente l'arcobaleno e la sua proclamazione è avvenuta nel 2004, come protesta contro il divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso in quel Paese. Anche se secondo quelli che sono i suoi principi fondanti, i suoi abitanti potranno godere di una libertà sessuale che ancora manca in molti Paesi, temiamo che l'emigrante che vi si recherà potrà praticare solo l'onanismo, dal momento che il Regno è completamente disabitato. Certo, va detto che però ha i suoi francobolli, ragion per cui almeno, una volta arrivato, potrà spedire lettere.

Christiania
A fronte di micro-nazioni senza abitanti, e altre senza territorio, Christiania ha entrambe le cose, oltre agli spinelli. Fondata nel 1973 in un quartiere della capitale danese, da allora ci sono quasi mille hippy che vivono lì e si sballano a volontà. Hanno anche dei laboratori di artigianato e riciclaggio, asili comunitari, decorazioni colorate e, soprattutto, non pagano le tasse. Quest'ultimo aspetto, considerando che il 40% dei loro abitanti riceve sussidi statali, e che guadagnano circa 150 milioni di euro all'anno, proventi dei derivati della canapa che vendono in regime di monopolio, ci fa pensare che non se la passino male. Naturalmente, da buona società parassitaria, si definisce autosufficiente e antisistema. Se volete emigrare lì, sappiate che però sono assai restrittivi quando si tratta di accettare nuovi vicini; lo slogan "documenti per tutti" non sembra toccare i loro cuori.

Il Principato di Sealand
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Regno Unito costruì una piattaforma militare al largo delle sue coste, che poi venne abbandonata nel 1956 e quindi occupata dal 1967 da un'emittente radiofonica pirata. Da allora, non contenti di avere una propria bandiera e una propria moneta, hanno anche voluto dare una nuova dimensione al concetto di micro-nazione, e così hanno avuto colpi di Stato, scontri armati con il Paese vicino, prigionieri di guerra, governi in esilio e, in breve, due fazioni impegnate in una guerra civile, le quali rivendicano ciascuna la propria legittimità a governare sulla piattaforma. Cosa fa la noia...

Regno di Redonda
Non si può fare a meno di menzionare il Paese di cui dal 1997 è re l'illustre scrittore Javier Marías, e in cui scrittori e registi, suoi amici, sono duchi con variopinti titoli. Un Paese ideale per l'emigrazione, il turismo o i test nucleari, ma comunque ideale anche perché non è ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale. L'isola su cui si trova, però, esiste e si trova alle coordinate 16º 56' di latitudine nord e 62º 21' di longitudine.

Repubblica di Minerva
I miliardari, con la loro folle aspirazione di voler distruggere il mondo, di salvarlo oppure di finire per distruggerlo nel tentativo di salvarlo, non appartengono solo ai fumetti. All'inizio degli anni '70, un lituano che si era arricchito a Las Vegas fece scaricare delle chiatte cariche di sabbia sulla barriera corallina di Minerva, nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico, per crearvi un'isola artificiale. Su questa terra strappata al mare, il 19 gennaio 1972 venne proclamata una repubblica anarco-capitalista: un'utopia destinata a illuminare il mondo su come si potesse vivere in un paese nel quale non si sarebbero pagate tasse e non ci sarebbe stato alcun tipo di intervento economico. Ma trascorsi pochi mesi, Tonga rivendicò il territorio e lo occupò, ponendo così fine quell'invenzione. Il fatto di essere stati militarmente sconfitti da un Paese di appena centomila persone non dev'essere stato facile da sopportare, a meno che che aveva creato quello stato non fosse davvero convinto dei suoi principi: potremmo dire che nel contesto  di un sistema di libera concorrenza Minerva ha perso, e quindi viva Tonga!

Repubblica di Molossia
Situata tra gli Stati del Nevada e della Pennsylvania, si tratta di una micro-nazione che è in guerra dal 1983, e non contro gli Stati Uniti - come si potrebbe pensare inizialmente - ma contro la Germania Est. Il fatto che la DDR non esista più, sembra non essere una scusa per porre fine alle ostilità. E come se non bastasse, dal 2006 è in guerra anche con il Mustachistan [un'altra micro-nazione che ha reclamato larga parte dello Stato del Nevada], che sostiene che la Molossia non sia altro che una parte del suo territorio. Ha adottato l'inno nazionale dell'Albania, per quanto con un testo modificato. Chi vuole emigrare in Molossia deve sapere che però è vietato portare nel Paese lampadine a incandescenza, trichechi e qualsiasi cosa provenga dal Texas.

Regno di Lovely
Qualche anno fa, lo scrittore e presentatore Danny Wallace ha realizzato una serie di reportage per la BBC intitolati "Come fondare il tuo Paese"; ed è da questo che è nato il Regno di Lovely, per il quale non ha trovato un luogo migliore di casa sua, situata a Londra. Nonostante le dimensioni ridotte, è riuscito tuttavia ad arruolare più di cinquantamila persone come suoi sudditi, e forse l'orecchiabile inno nazionale, composto da Banks & Wag, ha avuto qualcosa a che fare con questo...

Nueva Utopia
Un'altra utopia libertaria situata su un'isola artificiale, questa volta vicino alle Isole Cayman. Il suo promotore è stato Howard Turney, un milionario americano che preferiva farsi chiamare Principe Lazzarus Long, e che si era arricchito grazie a un ormone della crescita che si iniettava quotidianamente. Egli voleva cercare di evitare l'invecchiamento e la morte, per quanto, visto che parliamo di lui al passato, non ci sia riuscito. Tra i suoi riferimenti ideologici c'era Ayn Rand, sceneggiatrice e scrittrice che per diversi decenni ha consumato grandi quantità di anfetamine. Da questa combinazione, secondo loro avrebbe dovuto nascere qualcosa di buono, ma i governi dei grandi Paesi - per invidia o per socialismo, sospettiamo - avevano visto nel progetto qualcosa di losco che secondo loro aveva a che fare con il riciclaggio di denaro e le frodi. Sebbene avrebbe dovuto essere costruito anni fa, per il momento rimane ancora sospeso nel mondo delle idee.

Celebration
Questa società ideale creata dalla Walt Disney Company, sebbene per il momento non aspiri a diventare uno Stato indipendente, possiede quantomeno un'entità fisica e una popolazione (più di settemila abitanti). Si tratta di una comunità prospera, i cui abitanti sembrano condurre una vita idilliaca e opprimente simile a quella del protagonista di The Truman Show. Il succitato Wallace, del regno di Lovely è andato a visitarla!

Impero di Aerica
In mezzo a tutti questi regni e repubbliche, era ora che qualcuno proclamasse un Impero! Anche se la sua bandiera non evoca alcun dominio e intimidazione, facendo ricorso alle solite aquile o leoni, la verità è che dalla sua fondazione avvenuta nel 1987 Aerica può contare su possedimenti in Australia, Nuova Zelanda, Canada, Marte, Plutone e persino un intero pianeta chiamato Verden. Chiunque voglia saperne di più su questo impero, nel quale si venera il Grande Pinguino può visitare il suo sito web - http://www.aericanempire.com/ - facendo un viaggio a ritroso nel tempo fino agli anni Novanta, allorché avrebbe dovuto essere progettato, ed è stato poi abbandonato.

Repubblica Senatoria di Timeria
Se vi diciamo che in Spagna esiste un movimento nazionalista che rivendica un Paese immaginario dotato di un passato basato su invenzioni storiche, allora sicuramente vi verrà in mente Timeria. Fondata a Cartagena nel 2003, da allora ha subito guerre civili e bruschi cambi di regime che l'hanno portata a estinguersi. Quindi non esisteva prima, ma ancora meno esiste adesso.

fonte: Jot Down Magazine.
per approfondire: https://micronations.wiki/wiki/Main_Page