mercoledì 6 dicembre 2023

Contro il Diluvio, il «disfattismo rivoluzionario» !!

"Al-Aqsa Flood": spargimento di sangue, sacrificio e invito al suicidio
- Per l'odierno "antimperialismo", le élite russe e arabe sono degli oggettivi alleati, allo stesso modo in cui i proletari israeliani e americani sono dei nemici naturali -
di Felipe Catalani

Nel quadro di una conflagrazione internazionale che sta colpendo un mondo sull'orlo del baratro, la guerra in Ucraina - che dall'invasione russa di inizio 2022, ha mietuto circa mezzo milione di vittime [*1] - ora si accompagna a un conflitto non meno distruttivo innescato dal massiccio attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023. Sorprendentemente, non sono poche le persone che hanno celebrato l'assassinio di 1.300 persone come se fosse stata una gloriosa "rivolta popolare" messa in atto per resistere all'oppressione; questa "rivolta popolare" ha culminato in un bagno di sangue, avvenuto durante una festa, dove si sono viste scene come quella di gruppo di uomini che brandiscono, come fosse un trofeo, il corpo insanguinato di una donna che viene caricato su una jeep gridando «Allahu 'akbar» [Dio è il più grande]. La gioia sfrenata di tutti coloro che hanno esaltato questo mega-pogrom, può essere spiegata solo a partire dalla gioia antisemita di veder versare il sangue degli ebrei (conseguenza di ogni atto terrorista). E la cosa appare tanto più assurda se si pensa come fosse chiaro, e del tutto prevedibile, che la conseguenza sarebbe stato il massacro dei palestinesi dovuto all'immediata risposta militare di Netanyahu, il quale, in sei giorni, ha sganciato più bombe su Gaza di quante ne abbiano sganciate in un anno gli Stati Uniti sull'Afghanistan, accumulando in tal modo migliaia di morti, ininterrottamente. Sulle braccia dei bambini palestinesi, ancora vivi, i parenti scrivono i loro nomi, in modo che poi così possano essere identificati quando vengono ritrovati morti sotto le macerie. E se questa rappresaglia poteva essere prevedibile per coloro che hanno seguito gli "eventi" da lontano,  per Hamas lo era di certo. Per i numerosi «esperti di Medio Oriente», un'azione simile è stata «inevitabile», «l'unico esito possibile», quando non viene paragonata addirittura a una qualche sorta di reazione fisica, o organica, quasi si trattasse di un cane che ti morde la mano quando gli tiri la coda; come se stessimo parlando di «animali umani», così come li ha definiti il ministro della Difesa di Netanyahu, oppure come se si trattasse quasi di un fenomeno naturale, e non una struttura politica che ha preso una decisione, e che ha un comando, un programma e un progetto: in sintesi, stiamo parlando di una struttura che ha capacità umane di astrazione e di pianificazione, e non ha solo delle reazioni impulsive. Per poter comprendere il fenomeno, abbiamo visto riapparire le solite spiegazioni automatiche: il 1948; la Nakba (termine ufficializzato da Yasser Arafat nel 1998); le violenze e gli abusi quotidiani e ogni genere di tragedie di cui si è a conoscenza a Gaza; e come giustificazione - non meno automatica - la frase «Non va confusa la reazione degli oppressi...» è diventata un cliché che viene ripetuto fino alla nausea. Per la velocità, e la facilità con cui sembrano essere state applicate, e per la relativa calma che producono di fronte all'accelerazione dei disastri cui stiamo assistendo, queste spiegazioni appaiono stupefacenti. Del resto, come ha detto un leader palestinese, in Brasile: «Gaza è come una baraccopoli, ma è una baraccopoli che potrebbe dare inizio alla Terza Guerra Mondiale». Da bravi materialisti, ci sono alcuni che invocano persino «cause materiali»: l'oppressione, la miseria, la lotta per il riconoscimento. Ma stranamente sembra che non ci sia stato nessuno che abbia prestato attenzione agli annunci ufficiali di Hamas stessa.

Nel "comunicato stampa", emesso il 7 ottobre stesso dal suo "Ufficio Centrale dei Media", si legge «un invito a coprire l'operazione "Al-Aqsa Flood"», che comincia così: «Alla luce della benedetta operazione militare annunciata dalle vittoriose Brigate dei Martiri di Izz al-Din al-Qassam - in risposta all'aggressione sionista contro il nostro popolo, i nostri prigionieri, la nostra terra e i nostri luoghi santi - il "Diluvio di Al-Aqsa" ha avuto inizio questa mattina. Nonostante gli avvertimenti del movimento di Hamas e delle varie tendenze della resistenza questa aggressione non si è fermata. Continuando con i suoi crimini e le sue politiche fasciste, che prendono di mira l'esistenza palestinese e i suoi luoghi santi islamici e cristiani, al centro dei quali c'è la moschea benedetta di Al-Aqsa - che è oggetto di frenetici tentativi di colonizzazione volti a frazionarla nel tempo e nello spazio e impedire al nostro popolo di pregare lì, per marcarne il suo territorio ai fini della costruzione del loro cosiddetto tempio - il nemico sionista sta giocando con il fuoco.» Poche righe dopo, il comunicato informa che: «la priorità di questa operazione è quella di proteggere Gerusalemme e Al-Aqsa e impedire i piani dell'occupazione volti a giudaizzare e a costruire il loro cosiddetto tempio sulle rovine della prima qibla [direzione di preghiera] dei musulmani» [*2]. Secondo un comunicato di Reuters, una «fonte vicina ad Hamas» sostiene che «è avvenuto nel maggio 2021, dopo che c'è stata un'invasione di quello che è il terzo luogo più sacro dell'Islam, cosa che ha fatto arrabbiare il mondo arabo e musulmano, di modo che [Mohammed] Deif ha iniziato a pianificare l'operazione». In altre parole, gli ci sono voluti circa due anni e mezzo di preparazione per poter mettere in atto la «benedetta Operazione Al Aqsa Flood»; dove ci si riferisce alla famosa moschea di Gerusalemme. Secondo la fonte di Gaza, «la cosa è stata innescata dalle scene e dalle immagini di Israele che invade la moschea di Al Aqsa durante il Ramadan, picchiando i fedeli, attaccandoli... Tutto questo ha alimentato e infiammato la collera» [*3]. La stupidità dei poliziotti che invadono un luogo di culto e picchiano le persone che pregano, è scioccante. Ma vale la pena sottolineare che il principale motore del "Diluvio di Al Aqsa" - nella misura in cui è stato inoltre necessario reclutare molte persone per un'operazione del genere (con le sue prevedibili conseguenze suicide), è potuto partire solo da un senso di offesa morale e religiosa – cos che sfugge alle nostre classiche analisi agnostiche – anche se tutte le umiliazioni e le sofferenze accumulate pesano allo stesso modo. Tuttavia, va ricordato come in Brasile nel 2018 - malgrado tutto il retroterra materiale preparato dal bolsonarismo - sono stati piuttosto i sentimenti di orrore morale e di indignazione a causa dell'indecenza (sentimenti mobilitati per mezzo di immagini oltraggiose dell'avversario, per quanto alla fine fossero il prodotto di ogni genere di finzione possibile) a essere diventati una gigantesca forza politica, e hanno mobilitato le persone spingendole ad agire, anche contro i loro interessi oggettivi. Così, nel 2020, decine di migliaia di musulmani sono scesi nelle strade del Pakistan per protestare contro la ristampa delle vignette di Maometto da parte di Charlie Hebdo [*4], che nel 2015 aveva subito un attacco terroristico nel quale vennero uccise 12 persone.

La tesi marxista, secondo la quale sarebbero la fame, e il desiderio di libertà il motore politico della rivolta, è diventata obsoleta? In quella stessa dichiarazione di Mohammed Deif citata da Reuters, il capo dell'ala militare di Hamas si riferisce a Israele come a un'«orgia». Non è un caso che, in questa operazione complessa e meticolosamente pianificata, come obiettivo principale di un massacro, sia stato scelto un rave, visto come luogo di immoralità e di dissolutezza occidentale. Un attacco di questa portata richiede un'organizzazione che coinvolga necessariamente l'élite politica ed economica dell'«asse della Resistenza», vale a dire, da un lato, Hamas, cioè, la milizia il cui documento fondativo si basa sui Protocolli dei Savi di Sion (la stessa teoria del complotto che venne utilizzata dai nazisti per sterminare gli ebrei), e dall'altro, il regime degli ayatollah dell'Iran, il cui capo di Stato nega la realtà storica dell'Olocausto – inutile ricordare quale sia la «missione benedetta» che li accomuna (e che viene verbalizzata pubblicamente giorno dopo giorno). In ogni caso, per compiere questo massacro, era necessario che ci fosse un meccanismo di partecipazione – non da parte dei leader dell'organizzazione, che sono ben protetti e a loro agio in Qatar – da parte di coloro che erano disposti a servire da carne da cannone in un atto che era simultaneamente e allo stesso tempo sia ultra-violento che suicida (il più grande degli ultimi decenni). In maniera calcolata, questo atto ha anticipato il contrattacco militare di Israele, che adesso cerca niente di meno che la distruzione militare di Hamas, e una sanguinosa incursione di terra a Gaza. Tra gli spettatori mediatici della distruzione, ci sono molti sostenitori attivi; alcuni di loro vogliono che la piccola enclave sul Mediterraneo venga trasformata in un grande parcheggio, mentre altri invece sperano che Iran ed Hezbollah «ribaltino i ruoli». Paragonare l'azione di Hamas alle strategie classiche dei guerriglieri rivoluzionari di liberazione nazionale, ha poco o nessun senso. Per abbellire un atto barbaro, certuni hanno evocato l'eroica temporalità storica dell'epoca di Mandela, dell'Algeria, del Vietnam, e persino di Che Guevara. Potremmo anche sbagliarci, ma il messaggio di Hamas sembra essere che la causa palestinese, quanto meno a Gaza, sia una causa persa [*5]; da qui, di conseguenza, la volontà di sacrificare la propria popolazione in un'azione militare autodistruttiva. Naturalmente, un simile nichilismo amok trascende tanto Gaza quanto Hamas, e andrebbe collegato tanto a quella che è la logica sociale generale del capitalismo contemporaneo, quanto alla logica dell'Islam politico, il quale non è di certo né arcaico né premoderno, dal momento che di fatto costituisce un sintomo ideologico del nostro capolinea storico. Per quanto si senta spesso discutere della questione israelo-palestinese come se questo conflitto costituisse un microcosmo storico totalmente immune ai processi sociali generali. Per riuscire a comprendere qual è la disposizione soggettiva di coloro che partecipano a queste azioni - anche in missioni direttamente suicide [*6], come quelle dei "kamikaze" (che richiedono, se non un'enorme dose di coraggio, quanto meno la soppressione di ogni elementare e istintiva paura della morte [*7] - non possiamo ignorare la figura del martire che, per quanto sia presente in tutte le culture militari, nell'Islam politico assume una forma particolare [*8]. Qui il martire non è solo colui che agisce, ma lo diventano tutti coloro che, in un modo o nell'altro, vengono sacrificati in seguito all'attacco dell'avversario: anche un bambino che rimane ucciso in un bombardamento diventa un martire. La vedova di un martire di Hezbollah, ha raccontato a un giornalista che aveva trascorso anni a fare ricerche sull'argomento: «Mio marito è un martire. Ora è in paradiso. Per lui, è stato molto triste avere più di trent'anni e non essere ancora diventato un martire. Il giorno del suo compleanno, era molto infelice, e così gli ho detto: "Non ti preoccupare, otterrai quello che vuoi". [...] Per noi, vivere in questo modo è normale.E se mio figlio deciderà di seguire lo stesso percorso, io lo aiuterò a farlo» [*9]. Di certo, per noi è assai difficile comprendere un simile ragionamento. Un'ideologia del genere può avere senso solo in una situazione nella quale l'idea del futuro (in senso terreno) cessa di essere un elemento operativo, storico e soggettivo, facendo in modo che la gloria simbolica del martire possa così acquistare effettivamente abbastanza peso. Nel caso di Hamas, questa gloria si produce a partire da tutta una serie di pratiche (messaggi televisivi, radiofonici, ecc.) e di documenti (biografie) che caratterizzano e rappresentano questi martiri come se fossero dei santi che considerano futile la vita temporale, e vedono la morte come l'unico modo che possa consentire oloro di raggiungere un'esistenza che abbia un senso [*10].

La violenza che permette questa "ascesi" - tanto distruttiva quanto potenzialmente suicida - non ha nulla a che vedere con delle incontrollate «pulsioni animali», come si pensa in maniera stereotipata (e "orientalista"), quasi fossero dei «barbari e dei selvaggi», privi di qualsiasi freno civilizzante. Al contrario, quel che è all'opera è un eccesso di astrazione, un'enorme forza di trascendenza. Si sbaglia anche chi suppone che le "reclute" che commettono queste azioni siano sempre delle persone incolte, degli "ignoranti" che vivono in una situazione di povertà materiale. Ad esempio (per ricordare un vecchio episodio), uno dei piloti dell'attacco dell'11 settembre, Mohamed Atta, aveva studiato architettura al Cairo, e aveva continuato in Germania gli studi accademici. Ironia della sorte (oppure no), era critico nei confronti dell'architettura moderna, e non amava gli altissimi edifici della capitale egiziana. Nemmeno il mondo accademico e universitario si trova poi così lontano da Hamas, se consideriamo il fatto che Ismail Haniyeh - uno dei leader dell'organizzazione che ha più incoraggiato questo tipo di attacchi tra i palestinesi - è diventato rettore dell'Università islamica di Gaza. In ogni caso, ha un senso dire che Hamas sarebbe un tiranno che soggioga i palestinesi; ma lo ha solo a metà, perché va considerato che è riuscito a costruire un'egemonia su un dato territorio. Del resto, anche quando si parla di "mafia" (e di quelle che sono le forme di un racket), questa espressione non serve a designare semplicemente una banda armata, ma si riferisce a quelle persone che offrono effettivamente protezione, ivi compresa la protezione sociale, sicurezza, fiducia, ecc. La relativizzazione "de-coloniale", se non addirittura la positivizzazione "antimperialista", di questi gruppi è deprimente. Oltre al consueto antisemitismo (di solito camuffato sotto forma di "analisi" manichee o calunnie sentimentali) - oggi sempre più intensificato e disinibito - assistiamo anche a una certa fascinazione per lo spettacolo della violenza, quasi come un brivido, un'emozione compensatoria in una situazione di accresciuta impotenza politica (che avevamo potuto già osservare con quell'ondata di adolescenti che sui social network gridavano che «Stalin ha ucciso troppe poche persone!», ecc.). Alcuni anni fa, riflettendo sull'elogio di Hamas, Matthew Bolton ha osservato come «esprimere sostegno pubblico alla violenza politica (antisemita) diretta contro i civili (ebrei), per un certo tipo di attivista di sinistra, sembra generare un'eccitazione vicaria : un brivido di ammirazione narcisistica per la propria durezza rivoluzionaria, l'orgoglio e la fierezza per aver coltivato quella sensibilità indurita e quella moralità "superiore'", di cui c'è bisogno per accettare qualsiasi morte e qualsiasi distruzione necessarie al perseguimento della causa» [*11]. Quando non si arriva addirittura ad abbassarsi a quella che appare come una pura crudeltà del godimento dispettoso, come nel caso del cosiddetto esperto (di sinistra) del conflitto israelo-palestinese che ha postato la foto della donna brasiliana morta durante il rave attaccato da Hamas, con il commento: «Si era fatto tardi». Cose simili, sono state pubblicate in vari ambiti e luoghi, dalla sezione "Black Lives Matter" di Chicago [*12] o dal malmesso "Partido da Causa Operaria” [Nota: Questo gruppo trotskista, creato nel 1995 - inizialmente legato all'OCI (Organizzazione comunista internazionale) francese - si è fatto un nome durante le recenti manifestazioni pro-palestinesi a San Paolo in Brasile, indossando e vendendo magliette riproducenti la bandiera verde di Hamas] [*13]. A sinistra, la celebrazione del massacro del 7 ottobre [*14] è sorprendente, anche a partire dal fatto che immagina che un'operazione militare così gigantesca condotta da Hamas sarebbe passata attraverso «organi decisionali democratici» (il che è impossibile), e che quindi ci sarebbe stato un sostegno popolare alla decisione di compiere un attacco che avrebbe poi sottoposto la popolazione palestinese al più che prevedibile diluvio di quelle bombe e missili che da allora imperversa a Gaza [*15]. C'è da chiedersi, se queste persone nutrano davvero così tanto amore nei confronti dei palestinesi, o se invece stiano solo proiettando su di essi il loro sogno di distruggere Israele, visto come il compimento della giustizia suprema. Un sondaggio pubblicato di recente - i cui dati erano stati raccolti prima della guerra - mostra che «in generale, gli abitanti di Gaza non condividono l'obiettivo di Hamas di eliminare lo Stato di Israele. [...] Nel complesso, il 73% degli abitanti di Gaza è favorevole a una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese. Alla vigilia dell'attacco di Hamas del 7 ottobre, solo il 20% degli abitanti di Gaza era a favore di una soluzione militare che potesse portare alla distruzione dello Stato di Israele» [*16].

Tuttavia, anche le ideologie finiscono per incontrare i propri limiti nella realtà materiale e - come si può immaginare - non tutti gli esseri umani si convincono della meravigliosa idea di diventare dei martiri. Così, quello stesso sondaggio mostra come ad aver fiducia in Hamas sia solo il 29% dei palestinesi, e che nella classe operaia il rifiuto era ancora maggiore. I dati complessivi mostrano quale sia lo scetticismo popolare, non solo nei confronti del clan al potere, ma anche verso tutto l'apparato politico nel suo complesso. Ciò, tuttavia, non ha impedito che a causa dell'odio - accumulato nel corso di una vita, per aver visto dall'altra parte del muro di separazione «ville con acqua, piscine e feste» - il 7 ottobre molte persone si siano mobilitate spontaneamente, semplicemente per uccidere, saccheggiare, ecc. [*17]. Oggi, sul lato israeliano, con Netanyahu, la tendenza alla guerra sia aggressiva che suicida ha raggiunto dei livelli apocalittici. Al di là della permanente minaccia esterna, oggi appare probabile che la più grande minaccia per Israele e per la sopravvivenza degli ebrei, sia proprio la tendenza entropica di quello che è il suo regime neo-messianico, il quale - nella misura in cui ripropone gli ideali di conquista da realizzare per mezzo delle sue bande che uccidono e terrorizzano gli arabi palestinesi in Cisgiordania - si sta sviluppando in maniera assolutamente autodistruttiva. Per quel che riguarda la posizione sulla Palestina, invece, quello cui assistiamo non è altro che la ripetizione e la riaffermazione di una decisione che era già stata presa, nel momento in cui Netanyahu aveva optato per una soluzione tecnocratica e militare, piuttosto che politica, del conflitto, la quale verrà necessariamente perpetuata con la gestione armata di una popolazione che era già economicamente superflua; perennemente condannata a vivere (e a morire)tra sotto le bombe, tra Ong e milizie, in mezzo a macerie, rovine e campi profughi. Il tutto, in nome di una "sicurezza" rivelatasi anch'essa inesistente. La sociologa israeliana Eva Illouz, ha osservato come a Gaza, Netanyahu - con la sua utopia tecnologica della sicurezza automatizzata - abbia «trasformato l'esercito in un esercito di occupazione, addestrato a controllare i civili, anziché sorvegliare i confini», funzionando, in tal modo, sotto forma di una banda di criminali senza legge. E non è certo un caso, che Netanyahu sia stato usato per così tanto tempo al servizio di interessi privati, dal momento che ora viene mobilitato per proteggere e sostenere i coloni in Cisgiordania [*18]. Sono passati più di vent'anni,da quando subito dopo l'assassinio di Yitzhak Rabin, due autori israeliani sostenevano: «Gli israeliani vedono sempre più il paese come se fosse una polveriera con la miccia accesa. Per loro, la più grande minaccia non è il terrorismo fondamentalista, e neppure la guerra contro i suoi vicini, ma piuttosto la dissoluzione a partire dall'interno[...] Nel momento in cui - in un sondaggio Gallup per il giornale Maariv nel secondo anniversario dell'assassinio di Rabin - è stato chiesto se il paese si trovasse più vicino all'unità o alla guerra civile, ci sono stati più del doppio degli israeliani (il 56 contro il 21%) i quali hanno detto che un omicidio fratricida interno era assai più probabile che la pace all'interno» [*19].

Oggi, tutti quelli che non sono in guerra si preparano ad affrontarla. Forse è il mondo stesso a essere diventato una «polveriera con la miccia accesa», che interessa e coinvolge non solo gli Stati, ma anche la società civile, e persino la stessa opinione pubblica: quando è stata l'ultima volta che abbiamo visto una folla - come quella che all'annuncio di un aereo proveniente da Tel Aviv - prendere d'assalto l'aeroporto di una piccola città russa del Daghestan, aggirare tutti gli ostacoli e occupare la pista alla ricerca degli ebrei? Finita l'era delle «guerre di ordinamento mondiale», nel corso delle quali i conflitti armati avevano assunto le sembianze di gigantesche operazioni di polizia (e viceversa: le operazioni di polizia urbana si sono invece militarizzate, e sono diventate belliche), sembra che - almeno a partire dalla guerra in Ucraina - si stia assistendo al ritorno dei cosiddetti "vecchi conflitti", nel quadro della fine dell'utopia capitalistica "post-nazionale", entrata in vigore a partire dal 1990. Ma oggi, questi vecchi conflitti stanno riacquistando il loro significato, e lo stanno facendo proprio in uno scenario nel quale collassa la logica politica basata sul mondo del lavoro (vale a dire, la lotta di classe), nel mentre che l'attaccamento alle identità nazionali (e ai rispettivi mega-blocchi) guadagna sempre più forza. Per l'odierno "antimperialismo" - il quale è piuttosto un alter-imperialismo - le élite russe e arabe sono degli alleati oggettivi, allo stesso modo in cui i proletari israeliani e americani sono dei nemici naturali. Nel clima di preparazione alla guerra - con i suoi molteplici mezzi mediatici di ingaggio - chiunque difenda il «disfattismo rivoluzionario», come fece Lenin nel 1914, verrà pertanto considerato come un ingenuo, o come un pazzo anacronistico.

Felipe Catalani, 20/11/2023. Pubblicato su Passa Palavra

Felipe Catalani è un filosofo brasiliano. Legato al gruppo laburista di San Paolo (Wk-Brasile), ha appena pubblicato in francese sul n°6 della rivista di teoria critica Jaggernaut: "La barbarie et les barbares. Notes sur le processus social de la crise brésilienne", così come " La décision fascite et le mythe de la régression : le Brésil à la lumière du monde et vice-versa" (dans le Jaggernaut n°2, 2020)

NOTE:

[1] - https://www.nytimes.com/2023/08/18/us/politics/ukraine-russia-war-casualties.html

[2] - https://hamas.ps/ar/p/18188

[3] - https://www.reuters.com/world/middle-east/how-secretive-hamas-commander-masterminded-attack-israel-2023-10-10/

[4] - https://www.reuters.com/article/us-pakistan-protest-cartoons-idUSKBN25V2KJ

[5] Secondo Robert Kurz, il nascente Stato palestinese, ancor prima di essere formato, funzionava già come uno Stato in bancarotta, così come tutti gli altri nella periferia collassata del capitalismo mondiale (una situazione condizionata non solo dalle dinamiche capitalistiche generali, ma aggravata dall'occupazione militare israeliana): «Lo Stato fantasma palestinese è quindi il primo che, ancor prima della sua fondazione ufficiale, è entrato in un processo di decomposizione e decadenza. La formazione di uno Stato, e la sua decomposizione coincidono qui immediatamente, il che è un paradosso storico. Ancor prima che si sviluppasse un apparato statale completo con una propria legittimazione e una propria storia, le strutture dei clan, i signori della guerra e le strutture mafiose presero il loro posto.» in Robert Kurz, "Il Médio Oriente e la sindrome di anti-Semitismo", 4° capitolo de " "La guerra di ordinamento mondiale. La fine della sovranità e le trasformazioni dell'imperialismo nell'era della globalizzazione".

[6] Nota del traduttore. Quattro osservazioni sul tema del "suicidio":
a) L'Islam è ostile al suicidio e agli attentati suicidi tanto quanto il Cristianesimo.
b) Gli attentati non sono considerati dai loro autori come dei "suicidi" ma tanto come atti di resistenza nazionale, quanto come "testimonianza" (shahid) per difendere i valori sacri musulmani e la terra dell'Islam.
c) Le motivazioni dello shahid e della shahida sono diverse ma molto più altruistiche del mito di un aldilà popolato da houri langui: infatti, i candidati al "martirio" evocano l'intervento benefico di Dio per i loro cari rimasti sulla terra. Inoltre, la presunta benevolenza di Allah si sposa con la reale benevolenza delle organizzazioni terroristiche islamiche che aiutano le famiglie dei "martiri", un sostegno economico significativo per le persone che spesso sprofondano nella povertà.
d) Infine, la spiegazione di houri non tiene conto delle motivazioni delle donne che partecipano agli attentati suicidi. In Palestina, ad esempio, hanno generalmente un buon livello di istruzione, ma nessuna prospettiva di emancipazione sociale o familiare. Per quanto bizzarro e assurdo possa sembrare, il loro atto ha una dimensione "egualitaria" di fronte a una religione maschilista, poiché esigono uno status uguale a quello dei martiri maschi!

[7] L'uso di droghe da parte dei soldati è ben noto. C'è tutta una psichiatria militare che, nei suoi casi limite, non è poi così diversa dalla nostra psichiatria orientata al lavoro. Alcuni giornali hanno riferito che, per compiere l'attacco, i soldati di Hamas erano anche sotto l'effetto di droghe (captagon, una specie di anfetamina).

[8] Sull'idea del martirio come fondamento ideologico di Hamas, si veda ad esempio questo articolo di Eli Alschech, "Egoistic Martyrdom and Hamas' Success in the 2005 Municipal Elections: A Study of Hamas Martyrs' Ethical Wills, Biographies, and Eulogies", Die Welt des Islams n° 48 (2008), pp. 23-49.

[9] Christoph Reuter, La mia vita è un'arma: una storia moderna degli attentati suicidi, Princeton University Press, 2004, pp. 71-72.

[10] Eli Alschech, op. cit.

[11] Matthew Bolton, "Catastrofe climatica, l'entità sionista" e "Il ragazzo tedesco": un'anatomia della disputa Malm-Jappe":
https://www.academia.edu/108026972/Climate_catastrophe_the_Zionist_Entity_and_The_German_guy_An_anatomy_of_the_Malm_Jappe_dispute

[12] Nel secondo caso, senza il consenso generale del movimento, naturalmente.

[13] A sinistra, pochi sono stati in grado di mantenere lo stesso atteggiamento nobile degli zapatisti, che sono rimasti fedeli all'orizzonte libertario, e hanno saputo criticare l'impulso morboso del tempo. Come ha scritto il subcomandante degli insorti Moisés: "Né Hamas né Netanyahu. Il popolo d'Israele sopravviverà. Il popolo palestinese sopravvivrà": https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2023/10/16/de-siembras-y-cosechas/

[14] Anche qui a tema: https://passapalavra.info/2023/10/150356/

[15] Tariq Ali è stato anche uno dei primi a definire il mega-pogrom del 7 ottobre 2023 una "rivolta":  https://newleftreview.org/sidecar/posts/uprising-in-palestine

[16] https://www.foreignaffairs.com/israel/what-palestinians-really-think-hamas

[17] https://www1.folha.uol.com.br/mundo/2023/10/israel-retraumatiza-criancas-sobre-holocausto-e-constroi-figura-do-inimigo-diz-ativista.shtml

[18]  https://jornalggn.com.br/oriente-medio/podera-israel-acordar-do-pesadelo-e-fazer-o-certo-por-eva-illouz/

[19] Karpin, Michael/Friedman, Ina, Der Tod des Jitzhak Rabin. Anatomie einer Verschwörung, Rowohlt, 1998, p. 427, citato in Kurz, op. cit.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

lunedì 4 dicembre 2023

Scrivere dall’abisso, mentre ci precipiti dentro…

Uwe Stolzmann: « All'inizio, chi erano i suoi modelli letterari? Borges, Cortazar, Nicanor Parra, Neruda, Kafka? Nel suo libro "Tre", dice: "Ho sognato che la Terra finiva. E l'unico essere umano rimasto a contemplare il finale era Franz Kafka". »

Roberto Bolaño: «Neruda non mi è mai piaciuto. O meglio, non mi piaceva così tanto da considerarlo come un modello letterario. Uno che era capace di scrivere delle odi a Stalin e che riusciva a tenere gli occhi chiusi di fronte all'orrore stalinista non merita il benché minimo rispetto. Borges, Cortázar, Sabato, Bioy Casares, Nicanor Parra sì, mi piacevano . E ovviamente ho letto tutti i loro libri. Con Kafka, che io ritengo sia stato il più grande scrittore del XX secolo, ho avuto qualche problema. Voglio dire, non è che non io trovassi umorismo in Kafka - che anzi ce n'è anche troppo - ma direi che piuttosto il suo umorismo era per me come di una gradazione superiore alle mie forze. Questo non mi era successo con Musil o con Döblin o con Hesse, e neppure con Lichtenberg; quest'ultimo lo rileggo spesso e riesce sempre a sollevarmi il morale. Mentre, invece Musil, Döblin, Hesse, loro scrivono dall'orlo dell'abisso; e il che è encomiabile. Quasi nessuno osa scrivere da lì. Ma Kafka scrive proprio dall'abisso. Scrive mentre precipita nell'abisso, che è piccolo come un fiore o come una cattedrale, ma è anche grande come tutto l'universo. Kafka scrive mentre continua a cadere, come se fosse Alice nel Paese delle Meraviglie. Alla fine, quando sono riuscito a capire qual era la portata della sfida di Kafka, allora ho ricominciato a leggerlo da una prospettiva diversa, e così ho potuto accedere alla totalità della sua opera. Così ora riesco a leggerlo e a ridere con una certa tranquillità, per quanto devo dire che nessuno potrebbe stare seduto in silenzio troppo a lungo, con un libro di Kafka tra le mani.»

- da: Intervista a Roberto Bolaño, in "Estrella cercana" - Editorial: Verbum -

Com’é andata !!

Negli ultimi tre secoli, l'Occidente è salito a dominare il pianeta. Poi, all'inizio del nuovo millennio, la storia ha subito una svolta drammatica. Di fronte alla stagnazione economica e alla divisione politica interna, l'Occidente si è trovato in rapido declino rispetto alla periferia globale che aveva precedentemente colonizzato. Non è la prima volta che assistiamo a un'ascesa e a una caduta di questo tipo: l'Impero romano ha seguito un arco simile, passando da una potenza vertiginosa alla disintegrazione. Lo storico Peter Heather e l'economista politico John Rapley esplorano gli inquietanti parallelismi e le proficue differenze tra l'antica Roma e l'Occidente moderno, andando oltre i tropi barbari invasori e la decadenza della civiltà per scoprire nuovi insegnamenti. Dal 399 al 1999, sostengono, attraverso il dispiegarsi di cicli di vita imperiali paralleli e sottostanti, entrambi gli imperi hanno gettato i semi della propria distruzione. L'era del dominio globale occidentale è davvero giunta al termine? Heather e Rapley riflettono sul futuro.
 
Over the last three centuries, the West rose to dominate the planet. Then, around the start of the new millennium, history took a dramatic turn. Faced with economic stagnation and internal political division, the West has found itself in rapid decline compared to the global periphery it had previously colonized. This is not the first time we have seen such a rise and fall: the Roman Empire followed a similar arc, from dizzying power to disintegration. Historian Peter Heather and political economist John Rapley explore the uncanny parallels, and productive differences between ancient Rome and the modern West, moving beyond the tropes of invading barbarians and civilizational decay to unearth new lessons. From 399 to 1999, they argue, through the unfolding of parallel, underlying imperial life cycles, both empires sowed the seeds of their own destruction. Has the era of Western global domination indeed reached its end? Heather and Rapley contemplate what comes next.

(dal risvolto di copertina di: PETER HEATHER & JOHN RAPLEY, "Why Empires Fall. Roma, America and the Future of the West". PENGUIN Pagine 208, £20)

Attenzione a non ripetere gli errori dell’antica Roma
- di Carlo Rovelli -

Perché è caduto l’Impero romano? Peter Heather, direttore del dipartimento di Storia medievale del King’s College di Londra, e fra i più autorevoli storici della tarda antichità, ha recentemente completato con John Rapley, vivace economista politico dell’Università di Cambridge, un libro illuminante sulla caduta dell’Impero romano: un testo che ribalta idee ricevute e offre elementi preziosi per capire il presente. La storia tradizionale ci racconta di un declino economico e demografico, a seguito del quale l’Impero d’Occidente non regge più alla pressione dei popoli germanici. L’Impero d’Oriente sopravvive, ma non molto tempo dopo viene ridimensionato drasticamente dall’espansione araba.

Non è andata così, ci raccontano Heather e Rapley. Archeologia e storiografia recenti convergono nel rivelare un’immagine molto diversa della tarda antichità imperiale: un periodo di crescita economica e benessere che si diffonde non solo all’interno, ma anche ad aree confinanti esterne all’impero. La stabilità offerta dalla struttura politica centrale, le istituzioni, le strade, i commerci, l’intera cultura romana, permettono il diffondersi di una crescente prosperità. È questa diffusione della ricchezza, non una depressione economica, a condurre verso la fine dell’impero. La produttività economica si sposta dalle zone centrali e si diffonde verso la periferia, dentro e fuori i confini, generando nuove ricchezze e quindi nuovi centri di potere. Il centro ha permesso l’arricchimento della periferia, ora deve fare i conti con un acquisito potere economico e politico di nuove élite. I regni dei Vandali e dei Goti che prendono via via il sopravvento politico su Roma nel corso del V secolo, e la forza che vengono a trovarsi, sono il prodotto dell’influenza economica e culturale della stessa civiltà romana. La nuova ricchezza della periferia permette di alleviare la sudditanza da Roma e limitare il flusso di ricchezza che nutriva il dominio imperiale. Indebolita economicamente in termini relativi, non assoluti, Roma non ha più i mezzi per mantenere il dominio, e perde la fedeltà delle élite periferiche, che preferiscono affidarsi ai nuovi centri di potere.

L’argomento, sviluppato nel libro con ricchezza di dettagli storici, è convincente, anche perché offre un’interessante chiave di lettura di come siano migrati centri del potere anche nei secoli successivi. L’Italia del primo Rinascimento genera una ricchezza di commerci che finisce per nutrire le economie del Nord Europa che presto le levano il primato. L’Europa della rivoluzione industriale innesca lo sviluppo economico degli Stati Uniti, che finiscono per prevalere. Centri di potere economico, e quindi politico, perdono il predominio non perché incontrino un declino, ma perché il loro stesso successo genera opportunità economiche nelle periferie, dando origine a nuova ricchezza rispetto alla quale il vecchio centro si viene a trovare in una situazione di relativa debolezza.

Rivedere la caduta dell’Impero romano d’Occidente in questi termini è illuminante per capire il presente. Il testo di Heather e Rapley discute a fondo questa analogia. L’Occidente ha dominato il mondo durante i secoli del colonialismo. Ha continuato a dominarlo dopo la Seconda guerra mondiale, anche quando il suo centro si è spostato oltre oceano. Il predominio militare persiste, anzi si è esteso, ma la centralità economica si è ridimensionata radicalmente negli ultimi anni. Non perché l’Occidente sia in declino (la sua ricchezza aumenta, anche se ora meno equamente distribuita). Il predominio occidentale si è ridimensionato, invece, per il vivacissimo sviluppo economico delle periferie. Poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’Occidente generava la parte di gran lunga preponderante della ricchezza del pianeta. Oggi la crescita economica della periferia — Cina, India, Brasile, Stati arabi, Sudafrica, Indonesia, Est e Sud-Est asiatico, e via via — ha ridotto l’economia occidentale a una componente fra le altre. Basta pensare alla spettacolare crescita dell’economia cinese, inesistente su scala mondiale negli anni Cinquanta, ora comparabile a quella degli Stati Uniti. Il Pil pro capite cinese è 36 volte più grande di tre decenni fa: in media cioè un cinese è oggi quasi quaranta volte più ricco di suo padre.

L’Occidente mantiene il dominio planetario grazie al suo rimanente strapotere militare, ma non più appoggiato su una decisa superiorità economica: una situazione sempre più instabile. Come durante il tardo Impero, è stato proprio lo sviluppo innescato del dominio occidentale, dalla sua influenza culturale, a permettere alle periferie di crescere fino a mettersi nelle condizioni di cominciare a resistere al lungo periodo di sfruttamento coloniale su cui l’Occidente ha costruito la sua ricchezza durante gli ultimi secoli. Il problema politico a cui sta facendo oggi fronte l’Occidente non è un declino: è il semplice fatto che le periferie, come nel V secolo, si sono arricchite molto più rapidamente, diminuendo drasticamente il suo peso economico relativo. Molti oggi paventano, temono difficilmente evitabile, l’incombere di uno scontro armato fra Occidente e Cina. (Ricordiamo che il governo italiano intende mandare una nostra portaerei al seguito degli Usa nel mare della Cina). Anche su questo il libro di Heather e Rapley ci offre un’allarmante analogia storica. L’Impero romano d’Oriente, scampato al crollo dell’Occidente, si è impegnato in un lungo conflitto con l’Impero persiano, percepito allora, come oggi la Cina, come rivale «altra superpotenza». I due imperi, estenuati da una lunga guerra in cui hanno consumato le loro risorse, si sono trovati entrambi sfiniti nel VII secolo, e per questo, insegnano Heather e Rapley, sono caduti facile preda della giovane e vivace espansione araba. L’Impero persiano è stato spazzato via. L’Impero bizantino ridotto a un piccolo Stato.

Il libro di Heather e Rapley non è pessimista. Non pronostica un crollo dell’Occidente analogo al tragico crollo di Roma del V secolo. Al contrario, offre questa penetrante analogia storica come strumento di lettura del presente, perché possa aiutarci a evitare gli errori politici commessi dal tardo Impero. Per l’Occidente, un futuro prospero rimane possibile accettando il fatto che l’emergere delle periferie è un evento storico di larga scala, inevitabile. La Cina è tornata a essere quella che è stata per millenni: una grande potenza, la maggiore del mondo, con una storia relativamente molto meno bellicosa dell’Occidente. Costruire una cultura di collaborazione con la Cina e con il resto del mondo, simile a quanto hanno fatto Europa e America fra loro, è la strada che può evitare catastrofi. L’alternativa, in cui purtroppo la leadership occidentale sembra in questo momento invischiata — lo sforzo inutile di contenere le periferie cercando di conservare il dominio militarmente — è una ricetta per la catastrofe, resa ancora più inquietante dalle armi nucleari e dalla crisi ecologica che il pianeta può affrontare soltanto unito. Come secoli fa l’Impero romano si trovò ad affrontare insieme Persia e pressione delle nuove periferie, così oggi l’Occidente si trova ad affrontare una Cina rinata e le numerose potenze economiche che sono cresciute, liberate dal giogo coloniale e post-coloniale, e che reclamano di sedersi al tavolo delle decisioni. Qualunque cosa accada, l’Occidente non tornerà alla supremazia completa di cui ha goduto nel XIX e XX secolo. La struttura economica del mondo è cambiata in profondità. Come per Roma, è cambiata proprio grazie al successo dell’Occidente. Se poi abbiamo un minimo di senso morale non possiamo neppure rimpiangere troppo lo sfruttamento su cui si è costruita la ricchezza dell’Occidente; al contrario, possiamo essere orgogliosi della splendida eredità economica e culturale con cui l’Occidente ha contribuito alla crescita del pianeta intero.

Oggi le strade davanti all’Occidente sono quindi due: cercare ad ogni prezzo di contenere la crescita del resto del mondo, per mantenere l’attuale dominio, facendo leva sulla forza militare e sulla sua ormai insufficiente centralità economica (le sanzioni non hanno fatto crollare, come molti speravano, l’economia della Federazione russa), oppure accettare il mondo più collaborativo e pacifico che ci stanno chiedendo a gran voce tanti i Paesi delle nuove ricchezze. Per quanto sia più facilmente vendibile politicamente a un elettorato interno ancora impregnato di ideologia coloniale e propaganda sulla superiorità occidentale, scrivono Heather e Rapley, il conflitto ha un prezzo rovinoso, confrontato con la scelta politica, meno facile ma assai più lungimirante, di accettare la crescita delle periferie ed entrare in collaborazione con esse. La storia non si ripete, ma insegna. Sapremo trarne lezione, ci chiedono Heather e Rapley, o continueremo come miopi a guardare solo un giorno alla volta, e non vedere dove stiamo rischiando di andare?

Carlo Rovelli - Pubblicato su La Lettura del 30/7/2023 -

domenica 3 dicembre 2023

Divorzio all’Americana !!

Separazione transatlantica?
- Come hanno fatto gli Stati Uniti a superare economicamente l'Eurozona? E questa tendenza continuerà? -
- di Tomasz Konicz [***]-

Sembra che dal punto di vista economico, gli Stati Uniti siano in procinto di staccarsi dall'Eurozona. Nelle ultime settimane, i principali quotidiani economici statunitensi e britannici - il Wall Street Journal (WSJ) [*1] e il Financial Times (FT) [*2] - si sono concentrati sul crescente divario economico tra le due economie occidentali che, secondo le ultime previsioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel prossimo anno sarebbe destinato ad aumentare ancora. Secondo il FMI, nel 2024, il prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti crescerà dell'1,5%, mentre l'eurozona dovrebbe crescere solo dell'1,2%. Naturalmente vediamo come questi articoli sono accompagnati dai soliti consigli inutili («troppo stato sociale», «tasse troppo alte», «troppa disoccupazione») fatti con sfumature derisorie, di cui il settimanale Die Zeit, ad esempio, si è lamentato online [*3]. Ma tuttavia era stato proprio questo genere di discorso dispregiativo, quello che, pochi anni fa, al culmine della crisi dell'euro, l'opinione pubblica della Repubblica Federale Tedesca aveva utilizzato nei confronti dell'Europa meridionale, e proprio da Die Zeit [*4]. Ma perché si sta allargando il divario economico ? Ciò di cui va tenuto conto, è il semplice fatto che l'Eurozona non costituisce solo l'area valutaria di un singolo Stato. Dallo scoppio della crisi del 2008, l'area dell'euro è stata segnata da feroci conflitti nazionali e da dei crescenti squilibri socio-economici, in cui si è visto il centro tedesco scaricare unilateralmente le conseguenze della crisi dell'euro sulla periferia meridionale - sui cosiddetti "Paesi del Debito" - sotto forma di quello che è stato il diktat di austerità di Schäubler [*5]; e tutto questo nel mentre che la Repubblica Federale di Germania viveva un lungo boom economico alimentato dalle esportazioni [*6]. In tal modo, Washington è stata invece in grado di elaborare e formulare una politica di crisi più o meno coerente; e questo mentre a Bruxelles, tutte le misure di crisi sono sempre state anche espressione delle lotte di potere tra i diversi governi statali dell'Eurozona.

Il divario si allarga
Ciononostante, tuttavia, anche se le previsioni economiche per il 2024 si dovessero rivelare corrette, quella che verrebbe comunque confermata è un tendenza economica di lungo periodo, e questo dal momento che negli ultimi 15 anni, in termini di crescita economica, gli Stati Uniti hanno semplicemente superato gli europei, sebbene la differenza tra Germania e Stati Uniti sia molto più contenuta di quanto lo è quella tra Grecia o Italia e Stati Uniti. Secondo il WSJ - che si basa sui dati del FMI - l'economia europea – misurata secondo la valuta di riserva mondiale, il dollaro USA – negli ultimi 15 anni è cresciuta solo del 6%, rispetto a circa l'82% degli Stati Uniti. E il prodotto interno lordo, che nel 2008, ammontava a circa 14mila miliardi di dollari, sia negli Stati Uniti che nell'UE, oggi solo negli Stati Uniti ha superato i 26mila miliardi di dollari, rispetto a quelli che in Europa sono invece solamente 15mila miliardi di dollari. Questa divergenza economica tra Unione Europea e Stati Uniti, appare del tutto evidente anche quando viene vista in termini di consumi e di salari: essa è una conseguenza tardiva del sadismo del paradigma dell'austerità di Schäubler, celebrato in Germania [*7], che è stato imposto da Berlino [*8] alla periferia meridionale dell'Eurozona - fortemente indebitata - durante la crisi dell'euro. 15 anni fa, alla vigilia della scoppio della bolla immobiliare transatlantica [*9], gli Stati Uniti e l'Unione Europea rappresentavano, ciascuno, circa un quarto della spesa globale dei consumatori; mentre invece ora la percentuale è del 28% negli Stati Uniti, e solo del 18%o nella UE. Dal 2019 i salari reali, corretti a causa dell'inflazione, a ovest dell'Atlantico sono aumentati del 3%, mentre invece in quasi tutti i paesi dell'UE si sono ridotti: dal 3% della Germania, al 3,5% dell'Italia, al 6% della Grecia. In ogni caso, questo crescente divario economico non ha più portato a un aumento del tenore di vita della maggior parte di coloro che svolgono un lavoro salariato dipendente: negli Stati Uniti, lo scollamento tra lo sviluppo economico ufficialmente registrato e la realtà sociale, è aumentato assai più di quanto abbia fatto nell'UE. Così, ad esempio, la difficile situazione sociale dei salariati negli Stati Uniti si riflette nell'aspettativa di vita media [*10], che è scesa a 73 anni per gli uomini, e a 79 anni per le donne [*11]. In Europa, gli uomini possono sperare in un'aspettativa di vita media di 79 anni, mentre le donne addirittura di 84 anni; e va detto che oltretutto, negli ultimi anni, il divario è ulteriormente aumentato.  Il fatto che quasi due terzi di tutti i cittadini statunitensi non sono in grado di costituire riserve finanziarie significative, e debbano arrancare mese dopo mese di assegno in assegno [*12] - e questo in un momento in cui, negli Stati Uniti, i salari corretti a causa dell'inflazione, dovrebbero essere aumentati del 6% - ci dovrebbe dare un'idea di quali siano le distorsioni, e di come viene calcolato il tasso di inflazione ufficiale.

Opportunità per gli Stati Uniti: l'Ucraina? Le fonti di energia? Il protezionismo ?
Riassumendo, in sintesi, si può tuttavia affermare che il divorzio economico, attuato dagli Stati Uniti nei confronti dell'Eurozona, si trova a un buon punto, sebbene però i lavoratori salariati dipendenti residenti a Ovest dell'Atlantico, da tutto questo non ne traggano alcun beneficio. Tralasciando l'ideologia meramente neoliberista, a partire dalla quale la colpa della stagnazione economica dell'Europa sarebbe da imputare allo stato sociale, alle tasse o ai sindacati; nei loro articoli, il Wall Street Journal e il Financial Times citano anche alcune cause, assai più reali, responsabili del crescente divario transatlantico. Tra le altre cose, a essere citata è la maggior spesa economica di Washington, dovuta allo scoppio della pandemia, oppure il settore high-tech statunitense, che non ha alcun equivalente in Europa, la quale invece si trova in ritardo in termini di tecnologia. Comunque, in questo momento, a colpire l'Europa, assai più di quanto faccia negli Stati Uniti, è soprattutto la guerra in Ucraina. L'economia europea sta soffrendo per i prezzi elevati dell'energia, molto più di quanto soffrano i suoi concorrenti americani, i quali possono ripiegare sui combustibili fossili a basso costo, ottenuti grazie al fracking  [*13] - ecologicamente disastroso – che ha reso gli Stati Uniti uno dei maggiori esportatori di energia al mondo [*14]. Questa differenza si riflette concretamente anche nei dati relativi all'inflazione - pubblicati negli Stati Uniti [*15] –che sono sempre inferiori a quelli relativi all'area dell'Eurozona [*16]. Inoltre, l'invasione russa dell'Ucraina ha anche consolidato quello che vede il ruolo degli Stati Uniti come un "rifugio sicuro" per i capitali in tempi di crisi, soprattutto perché l'UE non ha una capacità militare sufficiente a condurre da sola quei conflitti imperialisti che, in Europa, hanno innescato la frenetica corsa agli armamenti. Così, entrambi i quotidiani economici sottolineano come l'orientamento all'esportazione dell'UE e della Repubblica Federale Tedesca si sia trasformato in uno degli svantaggi principali per l'Europa. Fino a pochi anni fa - secondo il Financial Times - l'Europa e la Germania continuavano a essere ancora i «grandi vincitori della globalizzazione», ma «quel tipo di globalizzazione» ormai è solamente un ricordo che appartiene al passato. Il WSJ, da parte sua, ha osservato che con il «raffreddamento del commercio globale», anche la «formidabile industria delle esportazioni» europea ha finito per trovarsi in un vicolo cieco. La «dipendenza dalle esportazioni», per l'Europa, si sta trasformando - da quello che era un punto di forza - in una "debolezza", e questo perché circa il 50% del PIL dell'UE viene generato dalle esportazioni, rispetto al solo 10% degli Stati Uniti. Il protezionismo causato dalla crisi, sta perciò portando a un enorme svantaggio per quelle che sono le economie e le aree economiche orientate all'esportazione.

Lo scenario della crisi: l'imminente erosione dei circuiti del deficit globale
Con l'erosione della globalizzazione, a lungo termine, anche la strategia economica di rigoroso orientamento all'esportazione - perseguita dalla Germania sin dall'introduzione dell'euro e il cui "modello di business" economico si basa sull’ottenimento dei più alti surplus commerciali possibili – sta ora venendo meno. Grazie alla cosiddetta politica del "beggar-thy-neighbor" ["Getta sul lastrico il tuo vicino"] [*17], il debito, la deindustrializzazione e la disoccupazione vengono ora esportati proprio nei paesi di destinazione delle eccedenze delle esportazioni. La cosa ha avuto inizio con l'Agenda 2010, e con le leggi repressive sul lavoro Hartz IV [*18] - che nella RFT hanno ridotto in maniera massiccia il costo del lavoro per unità di prodotto – facendo sì che così la Germania è riuscita a essere in grado di ottenere, fino allo scoppio dell'Eurocrisi [*19], delle eccedenze commerciali estreme [*20] nei confronti dell'Eurozona; cosa che ha contribuito in maniera determinante alla formazione del deficit, e allo scoppio di questa crisi del debito europeo. Dopo che Berlino ha rovinato gli Stati europei in crisi, per mezzo delle politiche draconiane di austerità [*21], questa strategia di esportazione è stata indirizzata verso i paesi extraeuropei [*22]. Di conseguenza, dopo la crisi dell'euro, l'area dell'euro ha registrato un surplus altrettanto elevato anche nei confronti dei paesi extraeuropei; allo stesso modo in cui in precedenza aveva fatto la Germania nei confronti dell'area monetaria europea. La cosa può essere vista chiaramente nella bilancia commerciale tra gli Stati Uniti e l'UE, che Schäuble aveva sottoposto a una dieta di austerità [*23]. Così facendo, il deficit commerciale degli Stati Uniti è passato dai circa 58 miliardi di dollari del 2000, a poco meno di 100 miliardi nel 2011, e poi a 218 miliardi di dollari nel 2021 (anno in cui la Germania rappresentava circa un terzo di quello che era il deficit commerciale degli Stati Uniti) [*24]. Ma nel 2022, a causa dell'aumento delle misure protezionistiche negli Stati Uniti, il surplus europeo è sceso a circa 202 miliardi di dollari. Così, a metà del 2023, è stato proprio il Financial Times – che recentemente ha descritto il declino economico dell'Europa – a illustrare quale sarebbe stato il cambiamento di politica economica di Washington [*25], avviato dall'amministrazione Trump e poi ulteriormente promosso anche da Biden.

Si tratta di un rifiuto protezionistico della globalizzazione, col quale, attraverso una «politica estera per la classe media», la Casa Bianca intende contrastare sia lo «svuotamento della base industriale», quanto l'emergere di alcuni «rivali geopolitici», e la crescente «disuguaglianza» che mette a rischio la democrazia. Un'espressione visibile di questi inizio di de-globalizzazione, è il Nearshoring, con il quale gli Stati Uniti cercano di sostituire quella che è la loro dipendenza economica dall'industria dell'esportazione cinese, attraverso la costruzione di nuove capacità industriali in Messico [*26]. E tuttavia, il protezionismo di Washington, finalizzato alla reindustrializzazione non è diretto solamente contro il «rivale geopolitico» Cina, ma anche contro l'Europa "tedesca"; e ad esempio viene attuato sotto forma di quelle clausole "Buy America" che fanno parte dei pacchetti di stimolo economico di Washington [*27], e per mezzo della continua minaccia di guerre commerciali transatlantiche. A metà ottobre - nei colloqui commerciali - l'UE e gli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere un compromesso che evitasse la reintroduzione, all'inizio del 2024, delle tariffe punitive sull'acciaio e sull'alluminio provenienti dall'Europa [*28]. Inoltre, a causa delle disposizioni del programma di sovvenzioni dell'Inflation Reduction Act americano, i fornitori tedeschi di automobili rischiano ancora di rimanere esclusi dalle catene di produzione statunitensi. Appare inoltre improbabile che Washington metta fine a questa politica, dal momento che il protezionismo sembra funzionare. Le aziende tedesche investono sempre più negli Stati Uniti, e così beneficiano dei sussidi di Washington [*29]. Infatti, gli investimenti privati annuali negli Stati Uniti sono come esplosi: passando da quelli che alla fine del 2020  erano solo circa 75 miliardi di dollari, ai 204 miliardi di dollari nel terzo trimestre del 2023.

Berlino aveva affrontato il 21° secolo, in modo che esso venisse guidato dalla Repubblica Federale Tedesca [*30] – e poi, dal 2010, a causa della crisi dell'euro, per essere guidato dall'Eurozona – orientandosi verso un modello economico volto all'esportazione, in modo da conseguire un surplus commerciale in quella che era l'economia mondiale globalizzata dell'era neoliberista. Con la de-globalizzazione in pieno svolgimento, ora l'ex campione mondiale delle esportazioni si è trovato in un'impasse di politica economica che mette in discussione non solo la stabilità economica della Repubblica Federale Tedesca nel medio termine, ma anche la sopravvivenza politica dell'Eurozona. In questa nuova fase di crisi caratterizzata dal protezionismo, il contesto sistemico della crisi [*31] diventa quello della crescente erosione dei circuiti del deficit globale [*32], caratterizzato dalla globalizzazione neoliberista, con le sue montagne di debito in continuo aumento. L'aumento globale del debito [*33], che ha ormai superato l'aumento della produzione economica mondiale, non è stato uniforme, ma ha portato a degli squilibri nelle bilance commerciali. Le economie orientate all'esportazione, come la Cina e la Repubblica Federale Tedesca, rispetto ai Paesi in deficit che hanno dovuto contrarre dei debiti, hanno conseguito elevati avanzi commerciali. Gli Stati Uniti hanno registrato il deficit commerciale di gran lunga maggiore [*34], il quale ora è passato dai circa 328 miliardi di dollari - alla fine del XX secolo - agli 816 miliardi di dollari nel 2008 - all'inizio della crisi immobiliare - arrivando poi fino a 1,17 mila miliardi di dollari del 2022. Pertanto, così, gli Stati Uniti assomigliano come a un buco nero nell'economia globale, che soffoca a causa della propria stessa produttività [*35], rispetto a cui i Paesi industrializzati orientati all'esportazione possono vendere la loro produzione in eccesso. Ed è per questo motivo che negli Stati Uniti i consumi svolgono un ruolo centrale.

Ciò diventa possibile solo perché il dollaro funge da valuta di riserva mondiale, e sono gli stessi Paesi che registrano eccedenze commerciali con gli Stati Uniti, quelli che ora finanziano anche la creazione del suo deficit, e lo fanno acquistando obbligazioni statunitensi; così, la Cina, che registra enormi eccedenze commerciali, e continua a essere ancora uno dei più importanti creditori esteri di Washington. È proprio questo il fulcro dei circuiti del deficit che si sono instaurati con il neoliberismo, e che sono espressione della costrizione al debito indotta dalla crisi [*36] del sistema globale: il capitalismo iper-produttivo si regge sul credito, e gli Stati Uniti - in particolare - hanno registrato deficit commerciali sempre più ampi, mentre i "titoli" sono stati "esportati" nella direzione opposta agli Stati Uniti, laddove il settore finanziario, che formava costantemente nuove bolle speculative, stava guadagnando sempre più peso. Tutta una serie di fattori ha posto fine a questo assurdo prolungamento neoliberista della crisi: le crescenti crisi finanziarie - soprattutto quella immobiliare del 2008 -, le conseguenze sociali della deindustrializzazione - tra cui la formazione della Rust Belt -, l'ascesa dei populisti di destra come Trump e, infine, prima la piena inflazione, manifestatasi con la pandemia, e poi la guerra in Ucraina [*37], la quale ha reso indispensabile un'inversione di tendenza dei tassi di interesse [*38].

Rimisurare e rideterminare il campo di battaglia
A questo punto, Washington non è più disposta ad accettare gli estremi deficit commerciali degli Stati Uniti, dal momento che i costi conseguenti - politici, sociali ed economici - sono troppo elevati. L'amministrazione Biden non fa altro che proseguire la politica protezionista di Trump. Tuttavia, a partire da questa svolta globale, verso una nuova fase di crisi avviata dagli Stati Uniti, sta cambiando anche la competizione tra gli Stati: i vantaggi che avevano i Paesi orientati all'esportazione, come la Germania, in quella che è l'alba dell'era della de-globalizzazione e del protezionismo si stanno trasformando in degli svantaggi. Il lungo declino dell'Euro [*39], che, dal suo massimo storico del 2008, ha perso circa il 50% del suo valore rispetto al biglietto verde, ha favorito le esportazioni tedesche, grazie alla sua sottovalutazione strutturale, finché le rotte commerciali sono rimaste aperte. Ma ora che le barriere commerciali stanno aumentando, ecco che una moneta debole non fa altro che importare inflazione. Gli Stati Uniti sembrano avere tutti i vantaggi dalla loro parte, in modo da poter spingere così l'UE in una posizione periferica dal punto di vista economico e politico, come ha recentemente avvertito, in termini drastici, il think tank europeo "European Council on Foreign Relations" [*40]. In caso di guerre commerciali gravi, i paesi con deficit commerciali hanno il vantaggio strategico di vedersi ridurre il proprio deficit, mentre le aree economiche con un surplus di esportazioni - come la Germania o l'UE - in tali dispute possono solamente perdere. Inoltre, la de-globalizzazione non è caratterizzata solo da una rapida crescita delle barriere commerciali - (il FT ha contato, nel 2022, a livello globale, 801 nuove misure protezionistiche, rispetto alle sole 210 che c'erano nel 2017) [*41] - ma anche da crescenti strozzature e barriere relative all'importazione di importanti materie prime e di risorse, di cui molte nuove industrie hanno bisogno. Rispetto all'UE, gli Stati Uniti hanno il vantaggio strategico della loro macchina militare, che possono utilizzare per intervenire, se necessario, per garantire l'approvvigionamento delle materie prime necessarie. Per i capitali, si tratta di un fattore importante, nel momento in cui decidono dove devono localizzarsi. Infine, è il dollaro USA a consentire a Washington di contrarre prestiti nella valuta di riserva mondiale.

Simultaneamente, però, si sta anche aprendo una nuova zona di battaglia economica strettamente intrecciata agli sforzi protezionisti di Reindustrializzazione messi in atto dagli Stati Uniti: il meraviglioso mondo dei mercati obbligazionari [*42]. Con l'inversione dei tassi di interesse, messa in atto dalle banche centrali, anche i tassi di interesse delle obbligazioni statunitensi - note come Treasuries - sono saliti alle stelle; il che significa che nel 2023 il bilancio degli Stati Uniti rischia di essere gravato da un'esplosione dei costi di interesse che va tra i 660 e gli 800 miliardi di dollari. Ragion per cui, proprio nel periodo in cui Washington sta promuovendo la reindustrializzazione degli Stati Uniti, per mezzo di programmi di stimolo economico finanziati dal credito, il bilancio degli Stati Uniti si vede aumentare i costi di indebitamento del suo bilancio [*43]. Tutto questo, mentre il classico modo per mantenere bassi i tassi di interesse, nonostante l'enorme indebitamento pubblico, è al momento inaccessibile: la Fed non può acquistare Treasuries, come aveva fatto negli anni precedenti, poiché ciò comprometterebbe la lotta contro l'inflazione; pertanto, quando le banche centrali acquistano il debito pubblico, in realtà stanno effettivamente stampando denaro. Per di più, oltretutto, le banche centrali detengono già nei loro bilanci migliaia di miliardi di titoli di Stato che hanno acquistato con denaro appena stampato nel periodo del "quantitative easing" [*44]. Va anche detto che, inoltre, l'anno prossimo Washington dovrà anche onorare un debito che equivale a circa 7,6mila miliardi di dollari; cosa che farà ulteriormente aumentare la pressione sul mercato obbligazionario (quando i tassi di interesse aumentano, i prezzi delle obbligazioni scendono). Con l'aumento dei tassi di interesse, il calo dei prezzi delle obbligazioni statunitensi non sta solo destabilizzando il settore finanziario - come è avvenuto di recente con la crisi bancaria nella primavera del 2023 [*45] -  ma, come ha osservato il Financial Times (FT) nell'ottobre 2023 [*46], si arriverà anche a mettere in discussione il ruolo strategico svolto dai "Treasuries" nel sistema finanziario globale.

Le obbligazioni statunitensi, che dovrebbero costituire la stabile spina dorsale del sistema finanziario globale, sono però detenute da investitori strategici (fondi pensione, compagnie assicurative, ecc.) che hanno bisogno di generare un rendimento affidabile, per quanto basso. La costante volatilità del mercato obbligazionario, le grandi fluttuazioni del valore dei titoli del Tesoro, mettono in discussione una tale funzione di ancoraggio svolta dalle obbligazioni statunitensi, le quali difficilmente possono funzionare come un "rifugio sicuro" in ambito finanziario. Nel novembre 2023, il FT ha avvertito circa il fatto che "l'offerta" di Treasuries ha ormai superato da tempo la domanda del mercato, e ciò a causa del fatto che le banche centrali, nell'ambito della lotta contro l'inflazione, hanno dovuto interrompere i loro programmi di acquisto [*47]. Gli analisti hanno risposto al quotidiano che, in questa forma, il "quadro fiscale" di Washington non può più essere sostenuto.

Negli ultimi anni, La Federal Reserve degli Stati Uniti ha dovuto effettivamente svolgere un ruolo centrale come acquirente di obbligazioni, e questo perché il più importante acquirente estero di obbligazioni statunitensi nel 21° secolo - la Repubblica Popolare Cinese - sta rapidamente riducendo le sue disponibilità di Treasury. Nel 2013, la Cina deteneva circa 1.500 miliardi di dollari in obbligazioni statunitensi; ma nel gennaio 2023 questa cifra era scesa a soli 859 miliardi di dollari [*48] Il ritiro della Cina dalle obbligazioni statunitensi, non può essere compensato da altri acquirenti stranieri, come il Regno Unito, e questo soprattutto perché la montagna di debito degli Stati Uniti sta crescendo rapidamente. Nel 2016, un anno prima che Donald Trump entrasse in carica, quasi il 45% di tutte le obbligazioni statunitensi era detenuto da investitori stranieri. Nel secondo trimestre del 2023, invece, era diventato inferiore al 30% [*49]. Questo ritiro degli investitori stranieri dal mercato obbligazionario statunitense, che nell'era Trump ha avuto un vero e proprio boom, in realtà è una conseguenza degli sforzi protezionistici di reindustrializzazione messi in atto da Washington.

Tutto ciò può essere compreso solo se viene visto sullo sfondo dei circuiti del deficit di cui dicevamo. L'accordo implicito alla base di questi circuiti, era che le eccedenze di esportazioni dalla Cina agli Stati Uniti, ad esempio,  sarebbero stati finanziati acquistando il debito statunitense. Però, non appena Washington pone fine unilateralmente a questo accordo attraverso il protezionismo, a questo punto, per Pechino scompare anche l'incentivo tangibile e materiale che invogliava a continuare a investire il capitale, generato dai proventi delle esportazioni, in obbligazioni statunitensi. In tal modo, l'interruzione unilaterale e l'abbandono, da parte di Washington, dei circuiti del deficit - abbandono, messo in atto con lo scopo di reindustrializzare il paese - porta alla destabilizzazione di quella che è una montagna sempre più crescente di debito degli Stati Uniti. Pertanto, il vantaggio economico rispetto all'Eurozona - vantaggio, del quale i giornali economici statunitensi amano così tanto discutere - si accompagna quindi a dei crescenti rischi finanziari - rischi, ai quali stavolta sono i giornali economici tedeschi quelli che amano sottolineare; e tutto questo con la cattiveria caratteristica del giornalismo economico borghese che vediamo all'opera su entrambe le sponde dell'Atlantico [*50]. Al momento, Washington può solo sperare che l'inflazione negli Stati Uniti si stabilizzi più velocemente di quanto avviene nell'Eurozona, in modo da per poter così tornare alla pratica del "quantitative easing" della Fed (fino a quando, poi, il "quantitative easing" non tornerà nuovamente ad alimentare l'inflazione). In caso contrario, la politica economica attiva dovrebbe essere interrotta, sottolineando in tal modo la fragilità della ripresa economica negli Stati Uniti [*51]. In definitiva, e in ultima analisi, tutte queste controversia di politica economica non fanno altro che eseguire le dinamiche oggettive della crisi in un sistema globale tardo-capitalista, il quale soffre di una crisi strutturale di sovrapproduzione. Il pluridecennale processo di crisi, che si è propagato a partire dagli anni '80, facendosi strada dalla periferia alla semiperiferia, fino ai centri, si è ora pienamente impadronito di questi ultimi. Ragion per cui, di conseguenza, l'alleanza transatlantica si trova in una situazione di pura competizione di crisi: chi sarà ad affondare e a essere retrocesso nel prossimo episodio della Stagione della crisi? Gli Stati Uniti, la Cina o l'Europa? In questo modo, tutte queste lotte di politica commerciale ed economica agiscono in quanto strumenti della crisi.

- Tomasz Konicz -  28 novembre 2023 -

*** NOTA: Il lavoro giornalistico di Tomasz Konicz è finanziato in gran parte grazie a donazioni. Se vi piacciono i suoi testi, siete invitati a contribuire - sia tramite Patreon che con un bonifico bancario diretto, dopo una richiesta via e-mail:  https://www.patreon.com/user?u=57464083 - https://konicz.substack.com/

NOTE:

1 https://www.wsj.com/articles/europeans-poorer-inflation-economy-255eb629

2 https://www.ft.com/content/e0177eb7-8d17-48aa-a6ad-fccd0655f557

3 https://www.zeit.de/wirtschaft/2023-07/usa-europa-wirtschaftswachstum-wohlstand-lebensstandard-lebenserwartung

4 https://www.zeit.de/2015/29/europaeische-union-krise-veraenderung-bruessel

5 https://www.konicz.info/2018/08/20/griechenland-zu-tode-gespart/

6 https://unrast-verlag.de/produkt/aufstieg-und-zerfall-des-deutschen-europa/

7 https://www.konicz.info/2016/10/25/der-paneuropaeische-haushaltsdiktator/

8 https://www.nd-aktuell.de/artikel/976285.suedeuropa-wird-lateinamerikanisiert.html

9 https://www.konicz.info/2007/03/05/vor-dem-tsunami/

10 https://www.zeit.de/wirtschaft/2023-07/usa-europa-wirtschaftswachstum-wohlstand-lebensstandard-lebenserwartung/seite-2

11 Il crollo del capitalismo di Stato di tipo sovietico nel cosiddetto "blocco orientale" è stato accompagnato da un crollo simile - a volte ancora più drastico - dell'aspettativa di vita media.

12 https://www.cnbc.com/2023/10/31/62percent-of-americans-still-live-paycheck-to-paycheck-amid-inflation.html

13 https://www.nytimes.com/interactive/2023/09/25/climate/fracking-oil-gas-wells-water.html

14 https://www.tagesschau.de/ausland/amerika/fracking-colorado-101.html

15 https://www.statista.com/statistics/273418/unadjusted-monthly-inflation-rate-in-the-us/

16 https://www.statista.com/statistics/265843/monthly-inflation-rate-in-the-euro-area/

17 https://de.wikipedia.org/wiki/Beggar-thy-Neighbor-Politik

18 https://www.konicz.info/2013/03/15/happy-birthday-schweinesystem/

19 https://www.konicz.info/2010/05/04/krisenmythos-griechenland/

20 https://www.konicz.info/2012/12/21/der-exportuberschussweltmeister/

21 https://www.konicz.info/2018/08/20/griechenland-zu-tode-gespart/

22 https://www.konicz.info/2015/04/18/die-deutsche-exportdampfwalze/

23 https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c0003.html

24 https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c4280.html

25 https://www.ft.com/content/77faa249-0f88-4700-95d2-ecd7e9e745f9

26 https://francosenia.blogspot.com/2023/11/stiamo-vicini.html

27 https://francosenia.blogspot.com/2023/08/bidenomics.html

28 https://www.manager-magazin.de/politik/weltwirtschaft/eu-usa-gipfel-europaeische-wirtschaft-enttaeuscht-a-280ff7dc-d173-425a-a8c9-f6a204cacccb

29 https://www.tagesschau.de/wirtschaft/weltwirtschaft/us-subventionen-deutsche-konzerne-investitionen-101.html

30 https://www.konicz.info/2015/04/18/die-deutsche-exportdampfwalze/

31 Un breve schizzo del processo di crisi capitalista può essere trovato all'indirizzo: https://oxiblog.de/die-mythen-der-krise/ o https://www.konicz.info/2011/12/23/die-krise-kurz-erklart/
Vedi anche: Robert Kurz, Black Book of Capitalism, disponibile all'indirizzo: https://www.exit-online.org/pdf/schwarzbuch.pdf ; o: Tomasz Konicz, Kapitalkollaps – Die finale Krise der Weltwirtschaft (Ancora disponibile come ebook).

32 https://francosenia.blogspot.com/2022/06/il-tempo-dei-mostri.html

33 https://www.imf.org/en/Blogs/Articles/2023/09/13/global-debt-is-returning-to-its-rising-trend

34 https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c0004.html

35 https://www.telepolis.de/features/Die-Krise-kurz-erklaert-3392493.html?seite=all

36 https://oxiblog.de/die-mythen-der-krise/

37 https://www.konicz.info/2021/08/08/dreierlei-inflation/

38 https://francosenia.blogspot.com/2023/11/qualcosa-sta-per-rompersi.html

39 https://www.tagesschau.de/wirtschaft/boersenkurse/eu0009652759-25108390/

40 https://www.brusselstimes.com/622334/europe-is-becoming-a-us-vassal-leading-think-tank-warns

41 https://www.ft.com/content/3bd28362-c006-44c3-9f7f-a89a78452600

42 https://www.konicz.info/2022/07/22/schuldenberge-in-bewegung/

43 https://francosenia.blogspot.com/2023/11/qualcosa-sta-per-rompersi.html

44 https://www.ft.com/content/98cfe9c2-d7de-4825-8d8c-508b309c142f .

45 https://francosenia.blogspot.com/2023/03/le-lacrime-di-sharon-stone.html

46 https://www.ft.com/content/40d9f352-82ed-4e4d-a53b-5f9404613d4a

47 https://www.ft.com/content/7dada684-a6cd-413b-9adb-477b34a7a9f6

48 https://usafacts.org/articles/which-countries-own-the-most-us-debt/

49 Vedi grafico n.4 https://www.yardeni.com/pub/fofforholddebt.pdf

50 https://www.focus.de/finanzen/boerse/aktien/gastbeitrag-von-gabor-steingart-hier-zeigt-sich-die-verwundbarkeit-der-usa_id_247373167.html

51 https://francosenia.blogspot.com/2023/11/qualcosa-sta-per-rompersi.html .

sabato 2 dicembre 2023

E se …

Walter Benjamin, professore di letteratura tedesca all'Università di San Paolo in Brasile?!?? Quasi!

In una lettera a Walter Benjamin, datata 23 settembre 1935, l'eminente Storico della Cultura, Erich Auerbach, faceva riferimento alla possibilità di un contratto con l'USP [Universidade de São Paulo].

Questo documento è stato scoperto alcuni anni dopo dal ricercatore KarlHeinz Barck, negli Archivi di Benjamin che venivano conservati nell'Accademia delle Arti della Repubblica Democratica Tedesca. Scrive Auerbach:

«È almeno un anno, che sono venuto a conoscenza del fatto che erano in cerca di un professore che potesse insegnare letteratura tedesca a San Paolo; subito avevo pensato a Lei e, all'epoca [...] comunicai subito alle autorità competenti il suo indirizzo (in Danimarca) . ma la cosa non ebbe alcun seguito...».

Che pena! Per colpa di qualche autorità incompetente, la Universidade de São Paulo ha perduto l'occasione di includere Benjamin nel suo corpo docente...

(da: "Walter Benjamin and Erich Auerbach: Fragments of a Correspondence", di KarlHeinz Barck, in "Diacritics”, Vol. 22, No. 3/4, Autumn - Winter, 1992, Commemorating Walter Benjamin)

venerdì 1 dicembre 2023

Diario della catastrofe


Firenze, 1° dicembre 2023.
Dopo la breve e fugace pausa autunnale, oggi è tornata l'estate.
In alto a destra, sul bordo del desktop, Microsoft comunica che i 22,4° di oggi sono una temperatura record.
L'unica pianta in giardino che sembra voler smentire il verdetto di Bill Gates, è la Piracanta. Le sue rigogliose bacche rosse, che fino all'anno scorso avevano già cominciato a nutrire Merli e Pettirossi -  incuranti degli insulti con cui li apostrofava Ninna, rinunciando a cacciarli - se ne stanno lì inutili, e Ninna si gode tranquilla il tepore di una bella giornata di sole che è già quasi sera.

Tutto il resto parla di una strana stagione che non ha deciso ancora cosa risolversi ad essere. L'Ailanto e il Glicine, protetti dal muro del giardino rivolto a sud, non si decidono ancora a voler perdere le foglie; magari si ripopoleranno: foglie su foglie...

Aspetto nuove !!

Loro lo chiamano… “Evento” !!

L'esodo del denaro
- Fuggire su Marte, caricarsi nel cloud o ritirarsi nel bunker nucleare? Come i super-ricchi si stanno preparando all'apocalisse -
di Tomasz Konicz

L'anno scorso, lo scienziato sociale e teorico dei media, Douglas Mark Rushkoff ha ricevuto un'offerta che difficilmente poteva rifiutare. Si trattava di quello che sarebbe stato di gran lunga il compenso più alto che gli fosse mai stato offerto, per tenere una conferenza, in un esclusivo resort di lusso per super-ricchi, di fronte a un pubblico estremamente selezionato. In cambio dell'equivalente della metà del suo stipendio annuale come professore di teoria dei media ed economia digitale alla City University di New York, Rushkoff avrebbe tenuto una conferenza e una tavola rotonda di fronte all'aristocrazia monetaria più selezionata del tardo capitalismo: un gruppo costituito da circa un centinaio di banchieri d'investimento, i quali volevano informazioni sul tema "Il futuro della tecnologia".

Subito dopo il suo arrivo, il teorico dei media è stato condotto per la prima volta in una stanza dove lo stavano aspettando cinque uomini bianchi, immensamente ricchi, che sopra ogni altra cosa volevano avere una risposta a una domanda, ed erano disposti a pagarla con una somma a cinque cifre: «come sopravvivere all'evento?». Da quegli alti signori, questo termine, "Evento", veniva usato per descrivere il collasso della civiltà, che loro consideravano inevitabile. Le domande, poste dai pratici amministratori delegati delle istituzioni finanziarie e delle società di investimento, erano finalizzate a ottimizzare le strategie di sopravvivenza dopo l'apocalisse. Ad esempio, è stato chiesto quali regioni sarebbero state le meno colpite dal cambiamento climatico; cosa che i populisti di destra continuano ancora a negare. Interessanti, sono stati anche i tentativi, da parte dell'oligarchia high-tech, di voler fare il download della propria coscienza sui supercomputer, o sul cloud, per poter così riuscire sopravvivere come una copia digitale di se stessi. Dopotutto, la conversazione, che è durata un'ora, era incentrata sull'annosa questione della sicurezza, che si porrebbe inevitabilmente dopo il collasso del migliore dei mondi possibili. L'amministratore delegato di una nota società di investimenti, ad esempio, voleva sapere come avrebbe fatto a mantenere «il controllo delle mie forze di sicurezza dopo l'evento». I magnati della finanza sapevano che le guardie armate avrebbero dovuto difendere i loro santuari dalle folle inferocite - ha detto Rushkoff - ma non sapevano «come pagarle una volta che il denaro fosse diventato senza valore». Pertanto, che cosa dovrebbe impedire a che le forze di sicurezza, pesantemente armate, di scegliere il proprio leader e di sbarazzarsi semplicemente dei loro attuali "datori di lavoro"? I miliardari hanno proposto un'ampia gamma di idee, di cui volevano verificare la fattibilità tecnica. Sarebbe tecnicamente possibile proteggere il cibo con delle serrature speciali che solo loro possono aprire? Sarebbero tecnicamente fattibili dei "collari disciplinari" da applicare alle forze di sicurezza per impedire loro di ribellarsi? O forse è tecnicamente possibile fare a meno del fattore umano e far lavorare i robot come guardie e servitori?

Panico tra i primi diecimila
Nel corso della conversazione, Rushkoff si rese improvvisamente conto che i suoi influenti interlocutori stavano in realtà discutendo del "futuro della tecnologia". C'era uno strato di super-ricchi che vedeva le crescenti possibilità tecnologiche come se fossero nient'altro che un mezzo da spendere in una lotta post-apocalittica per la sopravvivenza.Nel corso della discussione, il discorso di rendere il mondo tardo-capitalista un posto migliore grazie alla tecnologia era stato abbandonato. Secondo Rushkoff, quello di cui ora si trattava, era lasciarsi alle spalle la condizione umana, e isolarsi dalle crescenti tendenze alla crisi. Per questi super-ricchi, il futuro della tecnologia consisteva in «una cosa su tutte: la fuga». Con tutta la loro ricchezza e tutto il loro potere, non credevano più di poter influenzare il futuro; osserva Rushkoff. Pertanto, i super-ricchi hanno paura proprio perché si rendono conto di non avere sotto controllo le dinamiche della crisi sociale. Di fronte alle crescenti tendenze alla crisi, l'illusione di onnipotenza - che è comune in questi ambienti -  si trasforma così bruscamente nel suo opposto: nell'esperienza dell'impotenza sociale. I super-ricchi reagiscono a questa loro intuizione con il panico sociale: il legame sociale deve essere reciso, la loro sopravvivenza deve essere organizzata per mezzo dell'isolamento dalla società. Non si tratta di un capriccio dei primi diecimila, ma di un'estrema forma di pensiero competitivo neoliberista che ha contaminato le società tardo-capitaliste negli ultimi decenni. Queste crescenti tendenze isolazioniste dei super-ricchi non fanno altro che riflettere il survivalismo che si sta diffondendo anche nella Nuova Destra, ad esempio nella scena dei cosiddetti "Prepper", i quali si "preparano" alla fine del mondo. Per i super-ricchi, le attrattive per catturare i mezzi finanziari post-apocalittici sono assai diversi per i super-ricchi. Mentre il Prepper potrebbe convertire il proprio seminterrato in un bunker, per il miliardario Elon Musk la domanda verte più sul sapere su quale pianeta dirigersi dopo il crollo della civiltà. In un'intervista, Musk ha spiegato che egli crede che il mondo si stia dirigendo verso uno scenario che minaccia la civiltà, come ad esempio una Terza Guerra Mondiale; motivo per cui vuole assicurarsi che un "seme" dell'umanità sopravviva. La sua compagnia spaziale, SpaceX, ha anche l'obiettivo di garantire che, una volta collassata la Terra, la civiltà umana sopravviva «da qualche altra parte».

Fantasie causate dalla febbre marziana
Tutto questo, dovrà accadere su Marte. Il pianeta rosso non sarà solo un rifugio per la civiltà, ma costituirà anche un luogo ideale per fare affari, ha spiegato Musk: «Marte avrà bisogno di ogni genere di cose, dalle ferriere alle pizzerie... e avrà degli ottimi bar», ha dichiarato in un'intervista. Una volta realizzate le infrastrutture, Marte richiederà «un'enorme quantità di risorse imprenditoriali». Ragion per cui, il sistema che sta portando la Terra al collasso ecologico si potrebbe estendere anche a Marte. Già fin dal 2015, Newsweek, ad esempio, riteneva che si potesse prevedere una futura "guerra di classe" stellare, nella quale i ricchi, nel giro di pochi decenni, abbandoneranno la Terra, lasciando così le classi inferiori nel caos di una civiltà in decadenza. Il britannico The Guardian si è anche chiesto se i "mega-ricchi" non desiderino solo avere delle astronavi, in modo da poter fuggire dalla Terra che stanno distruggendo. Queste fantasie da febbre marziana di Elon Musk, o quelle dell'androide di Amazon, Jeff Bezos, che ignorano sistematicamente i precedenti esperimenti su larga scala fatti per mezzo di biosfere chiuse che hanno clamorosamente fallito, sono solo il risultato più estremo di quelli che sono stati tentativi di panico, da parte della classe dei profittatori del tardo capitalismo, per poter sfuggire alle tendenze alla crisi del sistema, il quale sta andando a rotoli, e che essi stessi hanno creato.

I Bunker della Guerra Fredda
Se Marte è troppo rosso e futuristico per voi, potete sempre tornare ai bei tempi della Guerra Fredda. Nello Stato americano del Kansas, i silos per i missili intercontinentali che sono rimasti in gran parte inutilizzati dalla fine del confronto sistemico, hanno ora un nuovo e redditizio scopo commerciale. Acquistati dall'imprenditore Larry Hall nel 2008, sono stati trasformati in un complesso di bunker di lusso. Per circa quattro milioni di dollari USA è ora possibile acquistare un piano lussuosamente attrezzato nell'ex silo missilistico. Per chi ha un budget limitato, sono già disponibili, presso la società Survival Condo, dei mezzi-piani al prezzo stracciato di 1,5 milioni di dollari. Dietro dei muri di cemento spessi nove metri, si può sopravvivere a venti che soffiano fino a 500 chilometri all'ora, e agli attacchi nucleari. Ogni singolo silo può offrire rifugio a 75 "clienti" benestanti. I sistemi di supporto vitale sono progettati per un periodo massimo di cinque anni. Un moderno sistema informatico fornisce intrattenimento, istruzione e comunicazione tra i silo: come hanno spiegato i rappresentanti dell'azienda. Nella recintata comunità post-apocalittica, ci sono una piscina e una sauna, un centro di primo soccorso, una parete da arrampicata, una sala sportiva e una biblioteca. E, naturalmente, la struttura dispone di «misure di sicurezza, sia letali che non letali, di altissimo livello militare per proteggere i cari "clienti"». La domanda che riguarda il perché le forze di sicurezza avrebbero dovuto fare tutto questo dopo lo scoppio dell'apocalisse zombie, anziché occupare direttamente il posto e trasportare i "clienti" fuori all'aria fresca e radiosa, è una domanda che nessuno al Survival Condo preferisce fare.

Anche la Nuova Zelanda è popolare come rifugio per i mega-ricchi, prima che avvenga il crollo. La gente credeva che la Nuova Zelanda sarebbe stato un buon posto dove andare a stare solo dopo che il mondo «fosse andato all'inferno»; ha dichiarato un agente migratorio al Guardian, spiegando il perché del crescente afflusso di ricchi immigrati dagli Stati Uniti. La paura dell'apocalisse capitalista, tra le "élite funzionali" del capitale, ha portato a una vera e propria frenesia collezionistica di proprietà immobiliari. Ad esempio, un banchiere d'investimento ha dichiarato ai rappresentanti dei media, che lui sta collezionando proprietà in varie regioni del mondo, in modo da avere così sempre un "luogo di rifugio".

All'interno della cosiddetta "classe dirigente"  si diffondono la paura e il panico, anche se non c'è più una classe avversaria o un avversario politico che minacci il loro "dominio". Il capitale sta fallendo proprio di fronte alle sue stesse condizioni, sia economicamente che ecologicamente. Il carattere feticistico del dominio mediato e senza soggetto nel capitalismo, è qui evidente. Nel capitalismo, il rapporto di capitale prevale in quanto dinamica di crescita cieca che viene inconsciamente portata avanti dai soggetti del mercato, ola quale dilaga selvaggiamente, sfuggendo a qualsiasi controllo; e questo slancio contraddittorio di quella che è la valorizzazione smisurata del capitale è ancora più grande proprio nei capitalisti più potenti, i quali improvvisamente sentono, soprattutto in quelli che sono tempi di crisi, di essere proprio essi stessi a non avere il "controllo" della situazione. Allo stesso tempo, questo boom dell'industria dell'apocalisse mette a nudo le ideologie, che denunciano una inesistente sinistra cospirazione mondiale, e che dilagano in tempi di crisi, propagate soprattutto dalla Nuova Destra; di solito con sfumature antisemite. Non c'è nessuna cospirazione mondiale. È proprio questo l'aspetto spaventoso: la relazione di capitale minaccia di distruggere la civiltà umana, e lo fa solamente seguendo il proprio stesso impulso. E tuttavia, sono proprio gli imprenditori spaziali come Musk che non si renderanno mai conto della necessità di superare questa dinamica autodistruttiva di sfruttamento smisurato del capitale. È assai più probabile che accettino l'apocalisse.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 16/7/2018 su Telepolis -

Nota: Su questo, l'autore ha pubblicato il libro:"Kapitalkollaps. Die finale Krise der Weltwirtschaft".