martedì 13 giugno 2023

Europei …

- Ricordo di Hans Magnus Enzensberger -
di Alfonso Berardinelli

Con la scomparsa di Hans Magnus Enzensberger il Novecento moderno e postmoderno davvero finisce. Finisce il secolo di Kafka e Brecht, di Eliot e Hemingway, di Orwell e di Adorno. Ma finisce anche il secolo di chi aveva sentito di venire dopo di loro. E si trattò di almeno due generazioni. Già Auden e Beckett sapevano di presupporre Eliot e Joyce, come Camus e Borges sapevano di avere alle spalle Kafka. Ma è con l’ultima ondata di postmoderni, cioè con Pasolini e Calvino, García Márquez, Kundera, Roth e infine Enzensberger che la coscienza critica e storica del passato novecentesco si esaurisce. Nel cinema, a rappresentare questa coscienza, c’è stato Kubrick, che rifà tutti i generi; in pittura Francis Bacon; nel teatro Harold Pinter.
È in questo senso che la vicenda del Novecento si chiude con la scomparsa di Enzensberger, il più giovane e longevo dei postmoderni. Dalla poesia alla biografia e al giornalismo saggistico, lo sperimentalismo virtuosistico di Enzensberger ha coinvolto tutti i generi. Mentre i neoavanguardisti distruggevano i generi, lui li riusava. Per lui il progressismo linearmente innovativo dei moderni apparteneva al passato: era meglio scavalcarlo all’indietro riprendendo modelli settecenteschi o perfino classici più remoti. Come Calvino riprese la fiaba e il conte philosophique, Pasolini il poemetto romantico, così Enzensberger tornò a Diderot enciclopedista scettico e come poeta aveva cercato di imparare da tutti: da Catullo, Villon, Brentano, Apollinaire, Neruda e Williams, Benn e Brecht.

Quando esordì come poeta, alla fine degli anni Cinquanta, pubblicò un’antologia intitolata Museo della poesia moderna. Invece che tornare alle avanguardie storiche condannandosi a una stanca replica, come il nostro Gruppo 63, Enzensberger demolì come illusoria l’idea stessa di avanguardia, che pretende di monopolizzare il futuro. Invece che scrivere poesia per non farsi capire, cercò di scrivere «poesia per chi non legge poesie». Prendeva tutto ciò che gli serviva e il culmine della sua attività di poeta sono stati due poemi saggistici, neoilluministi, di critica del Progresso, come Mausoleum (1976) e La fine del Titanic (1978), mostrando quanto di follia e di catastrofe c’è nell’idea del sempre meglio inteso come sempre di più. Grande saggista, forse il più mobile, tempestivo, appassionante nella cultura di fine Novecento, Enzensberger lo è anche quando si serve di altri generi. In lui c’è una continua solidarietà fra poesia e critica, versi e prosa, conoscenza e estro ritmico, metodo e stile. I volumi di saggi che nel corso della vita non ha mai smesso di pubblicare fra un libro di poesia e un altro sono la zona più in luce e più frequentata della sua opera: da Questioni di dettaglio (1962) a Politica e crimine (1964) e Mediocrità e follia (1988), fino ai due pamphlet dei primi anni Novanta La grande migrazione, La guerra civile prossima ventura e il riassuntivo Panopticon (2012).

Per mezzo secolo Enzensberger è stato «il principe dell’intelligencija europea», come lo definì Mario Vargas Llosa. La sua maggiore fortuna, più che in area anglosassone e in Francia, l’ha avuta in Italia, Spagna, America Latina e nell’Europa orientale. È stato l’ultimo esempio della Kulturkritik tedesca che ha caratterizzato il Novecento con Kraus, Tucholsky, Benjamin, Anders. Ma con la sua prosa aforistica, la sua verve satirica, la sua immaginazione sociologica e la sua instancabile curiosità esplorativa, è stato anche il più istintivamente cosmopolitico scrittore europeo dagli anni Sessanta a oggi. Gli piaceva evadere da ogni spazio ristretto, culturale o geografico, ma anche, ogni tanto, nascondersi e sparire. Avevo cominciato a leggerlo fin dall’inizio degli anni sessanta, quando ero studente. Era lo scrittore di cui avevo bisogno: critico sociale e poeta nella tradizione che da Valéry, Eliot, Auden, Octavio Paz arriva, in Italia, a Fortini e Pasolini. La mia amicizia con lui iniziò nel 1983.  Avevo tradotto un suo saggio molto polemico e divertente uscito sulla rivista di Wagenbach Tintenfisch, che usai per aprire una controversia a proposito di critica strutturalistica e metodi per insegnare poesia. Da allora ci siamo incontrati ogni volta che si trattava di presentarlo al pubblico italiano. Tra tutti gli scrittori che ho conosciuto, Enzensberger era il meno egocentrico e nevrotico, il più accogliente e incoraggiante. Forse per questo ho l’impressione che ora, senza di lui, la cultura europea manchi di spirito.

- Alfonso Berardinelli - Pubblicato su La Domenica del 4/12/2022 -

lunedì 12 giugno 2023

Al nemico che mi ha insegnato a scrivere…

È impressionante il modo in cui Thomas Bernhard sia riuscito a stabilire una sua presenza nella letteratura successiva alla propria opera. Il modo in cui è riuscito a imporre la sua presenza in tutta una serie di libri e di autori così diversi tra loro, eppure accomunati da Bernhard visto come elemento costitutivo (sulla falsariga di quel che scrive Borges a proposito di Kafka e dei suoi precursori: è proprio perché esiste Kafka che noi riconosciamo certi punti di contatto in dei testi che, senza Kafka, non sarebbero possibile avvicinare tra loro; nel caso di Bernhard, questo avviene con i testi che gli sono succeduti. È Thomas Bernhard che accomuna W. G. Sebald, Bernardo Carvalho, Horacio Castellanos Moya e Hervé Guibert.

Scrive Guibert in "All'amico che non mi ha salvato la vita": «... incapace di riuscire a fare qualsiasi cosa, persino di continuare a leggere "Perturbazione", di Thomas Bernhard. Odiavo questo Thomas Bernhard, innegabilmente si trattava di uno scrittore molto più bravo di me, e tuttavia non era altro che un noioso pattinatore, un ricamatore che tracciava una linea, un insaccatore di salsicce, un creatore di truismi sillogistici, un pivello tubercolotico, un evasivo prevaricatore, uno scrittore di diatribe che scacciava le mosce di Salisburgo, un millantatore che sapeva fare tutto assai meglio di tutti gli altri, andare in bicicletta, scrivere libri, inchiodare chiodi, suonare il violino, cantare, filosofeggiare e ringhiare a tempo perso (...)» (p. 175).

Un po' più avanti, vediamo che Guibert non si preoccupa più di emulare lo stile di Bernhard, quanto piuttosto di riuscire a inserire la vita/morte dell'autore nel contesto del registro della propria vita/morte; come se il dispositivo di contagio fosse andato ben oltre la "letteratura", e avesse raggiunto il "vissuto": «Il 1° febbraio, a Thomas Bernhard rimanevano solo undici giorni di vita. Il 10 febbraio sono andato alla farmacia dell'ospedale Rothschild per le mie capsule di AZT che ho poi nascosto nel cappotto, mentre uscivo, dal momento che gli spacciatori che erano sul marciapiede mi guardavano come se volessero rubarle per i loro amici africani, ma fino a  tutt'oggi - 20 marzo - quando sto finendo di sistemare questo libro, non ho ancora preso una sola pillola di AZT» (p. 183).

fonte: Um túnel no fim da luz

domenica 11 giugno 2023

Gli amici di Erode !!

Sempre arguto e ironico nei confronti dei codici morali e delle convenzioni, nelle storie contenute in questo volumetto la verve umoristica e polemica di Mark Twain è un’assoluta protagonista. Approcci irriverenti alla retorica dei “padri della Patria”, la graffiante ironia nei confronti della religione e del perbenismo, ma anche il ribaltamento di trame edulcorate e moraleggianti, per non parlare poi delle riflessioni al vetriolo sulla rispettabilità, sull’ipocrisia diffusa, sulla filosofia “legge e ordine” e degli aspri attacchi al razzismo della società americana. «È davvero sbalorditivo che nessuno abbia mai fatto lo scalpo a uno di quei ragazzini prima d’ora. Immagino che io l’avrei fatto, se solo mi fossi sentito abbastanza in confidenza con loro.» M. T.

(dal risvolto di copertina di: Quei maledetti bambini, di Mark Twain. A cura di Livio Crescenzi, Mattioli 1885, pagg. 128, € 10)

Neutralizzare con il riso l’irruenza dei bimbi
- Mark Twain -
di Paolo Albani

Che i bambini siano dei terribili rompiscatole, che siano capricciosi, egocentrici, volubili, bugiardi, accentratori, violenti, malvagi, birbanti, diabolici, inaffidabili, sleali, imprevedibili in senso negativo, sopraffattori, indisponenti, maleducati, assurdi, pestiferi, testardi, ingestibili, furbetti, crudeli, opportunisti, ruffiani con i genitori e con gli amici dei genitori, insolenti, volgari (perché ancora non hanno censure, sostengono gli esperti), è una verità incontrovertibile. Parafrasando un famoso scrittore russo si può dire: «Tutti i bambini felici (pochi) si assomigliano, ma ogni bambino cattivo (quasi tutti) è invece cattivo a modo suo». Si dice che i bambini sono ingenui, ispirano tenerezza e fanno ridere. Certo, fanno ridere perché sono dei furfanti e il riso, come sostiene Baudelaire, è satanico. Il sogghigno è tipico dei bambini. «Franti – scrive Umberto Eco nel suo famoso elogio del terribile bambino del libro Cuore – ride troppo: il suo ghigno non è normale, il suo sorriso cinico e` stereotipo, quasi deformante». Credo che, in dosi e sfumature diverse, ci sia un Franti in ogni bambino.

In letteratura, le prese di posizione contro i bambini, pedagogicamente scorrette, sono numerose. Si va dal pastore anglicano Jonathan Swift (1667-1745), quello dei Viaggi di Gulliver, che in una Umile Proposta (1729) suggerisce, ironicamente, di mangiare i bambini così da renderli utili a risolvere la carestia in Irlanda, al perfido Augusto Frassineti, autore di una violenta requisitoria contro i bambini, dagli anni zero ai quattordici, in Tre bestemmie uguali e distinte (1969): non basta legarli alla sedia, drogarli o chiuderli nel cesso, inveisce Frassineti; non serve tappar loro la bocca o il sedere con il cerotto o con la plastilina; non vale immettere corrente a alta tensione nelle strutture metalliche di recinzione dei giardinetti e dei terreni edificabili, né chiudere a doppia mandata l’uscio del salotto buono: Bisogna ucciderli (il corsivo è di Frassineti). Ora la casa editrice Mattioli 1885 ristampa, a cura di Livio Crescenzi, un volumetto con l’inequivocabile titolo Quei maledetti bambini, scritto da Mark Twain (1835- 1910), pseudonimo di Samuel Langehorne Clemens, grande umorista e fustigatore dei costumi, cui si deve la frase: «Nulla può resistere all’assalto di una risata». Il volumetto contiene diversi testi di Twain; mi limito tuttavia a quello sui Blasted Children, uscito sul «Sunday Mercury» di New York il 24 febbraio 1864.

Per vendicarsi delle malefatte di un gruppo di bambini rumorosi, piccoli selvaggi che vivono, insieme a uno sciame di scortesi bambinaie, vicino alla sua stanza d’albergo, il Lick House di San Francisco, Twain («Continuo a stupirmi di non aver ancora preso lo scalpo di uno di quei ragazzini») avanza una serie di efficaci rimedi: ad esempio per guarire un bambino dal morbillo basta riempirlo di tè allo zafferano, addormentandolo con un cucchiaio da tavola di arsenico; per le febbri cerebrali, rimuovere il cervello; per i vermi, somministrare un pesce-gatto tre volte la settimana; per le convulsioni, immergerlo per tutta la notte in un barile d’acqua piovana o di aceto di marca; per la balbuzie, togliere la mandibola; per i crampi, bollirlo in una zuppiera colma della migliore qualità di canfora. Chi meglio di una maestra conosce i bambini? E allora, in conclusione, lasciamo parlare una di loro, benvoluta da tutti, bambini e genitori, paziente e sensibile.

Nel diario di Rosalba Santoro, insegnante per oltre quarant’anni, dalla metà del secolo scorso, presso scuole materne e elementari in Abruzzo, si legge: «I bambini hanno le guance gonfie perché sono come palloni gonfi di egoismo. Il loro egoismo è un gas che li riempie per intero, come i palloncini delle giostre […]. I gas non pensano a nient’altro che a loro stessi e così i bambini, che difatti non pensano a nient’altro che alla loro vita e a come restare per sempre il più gonfi possibili. Ma io no» (Rosalba Santoro, Contro i bambini. Memorie di una brava maestra, il Saggiatore 2019).

Ho letto che a Lione (Francia), il 21 gennaio del 1999, hanno fondato l’AIDADE (Associazione Internazionale Degli Amici Di Erode), i cui obiettivi (non fatevi ingannare dal titolo) non sono cruenti, niente strage degli innocenti. L’Associazione si limita a dare ai membri consigli pacifici per neutralizzare, in varie circostanze, l’irruenza distruttiva dei bambini. Le iscrizioni sono gratuite.

- Paolo Albani - Pubblicato su La Domenica del 19 febbraio 2023 -

sabato 10 giugno 2023

Abitare la lotta !!

Quella che segue è la traduzione dell'Introduzione al libro di Kristin Ross, "La forme-Commune. La lutte comme manière d’habiter", publicado en 2023 da La fabrique.

«Questa forma era semplice, come tutte le grandi cose.» (Karl Marx)

Quando Marx, da Londra, viene a conoscenza di ciò che sta accadendo nella primavera del 1871 nelle strade di Parigi, tutto lascia pensare che, per la prima volta nella sua vita, egli riesca a intravedere a che cosa potrebbero assomigliare i semplici lavoratori, allorché diventano padroni della propria vita; anziché schiavi salariati. Ne "La guerra civile in Francia" annota e descrive le conquiste legislative dei comunardi. Ma è piuttosto la forma assunta dalla loro vita, dalla loro arte e dalla loro gestione del quotidiano durante la Comune, a catturare l'attenzione di Marx, e lo fa fino al punto da riuscire a cambiare quale sarà, nell'ultimo decennio della sua vita, il corso della sua ricerca e della sua scrittura. Le domande che rivolge a sé stesso, i documenti che seleziona, i più vasti scenari intellettuali, politici e geografici che egli esplora per conto proprio, tutto ciò finisce per essere trasformato dal suo incontro con la forma-Comune. Gli ideali comunardi del 1871, per quanto nobili ed elevati possano sembrare, non lo interessano minimamente. Ciò che conta per lui, sono le pratiche comuniste - l'«esistenza in atto» della Comune: la sua esistenza produttiva, come egli scrive. La sua curiosità, e fascinazione provengono dalla scoperta e dall'attuazione - da parte di persone semplici - di quella che è la «forma politica finalmente scoperta che permette loro di poter realizzare l'emancipazione economica del lavoro». Si scopre così che l'emancipazione economica del lavoro non è né un obiettivo cui aspirare, né un premio per il buon comportamento. Nella forma viva e pulsante di persone che conducono una vita - ancora non scritta - di vantaggi basati sulla cooperazione e sull'associazione mediante la loro «collaborazione appassionata» – secondo quella che era la formula di Fourier - questa emancipazione si trova già materialmente presente.

Ebbene sì, gli operai e le operaie volevano organizzare la loro vita sociale secondo i principi dell'associazione e della cooperazione. A questo desiderio, che riecheggiava uno slogan che alla fine del Secondo Impero aveva cominciato a risuonare nei circoli e nelle assemblee operaie di tutta Parigi, venne dato il nome di "Comune". La Comune di Parigi fu un intervento pragmatico nel quotidiano qui e ora. La forma-Comune consiste, innanzitutto, in delle persone che vivono in modo diverso e che trasformano la propria situazione agendo sulle condizioni del proprio presente. In tal senso, la forma in quanto forma diventa indistinguibile dalle persone concrete che cercano di cambiare la propria vita, di vivere in modo diverso, nel preciso momento e nel preciso luogo dello spazio nel quale si trovano: il proprio quartiere. In un altro passaggio, assai spesso citato, Marx scrive che i comunardi si impegnarono nella distruzione dello Stato. Tuttavia, nelle loro attività quotidiane non si trattava tanto di una distruzione quanto piuttosto di uno smantellamento, passo dopo passo. A venire attuato era lo smantellamento delle numerose gerarchie e funzioni statali, cominciando proprio da quelle che fanno della politica un'attività specializzata e sequestrata da una minoranza pensante che la esercita a porte chiuse.

Se per Marx la Comune del 1871 era stata la scoperta decisiva di una forma, per Pëtr Kropotkin si trattò invece della riscoperta di tale forma. Infatti, se leggiamo la sua storia di un altro grande evento francese, la Grande Rivoluzione, -come lui la chiamava - troviamo quella che essa, tra le tante, è stata una delle riflessioni più interessanti di Kropotkin sulla forma-Comune. Egli scrive che, per l'anima della Rivoluzione francese del 1789, la sua più grande forza risiedeva in quei sessanta distretti che si trovavano direttamente legati ai movimenti rivoluzionari, e mai separati dal popolo, vale a dire, quei quartieri che facevano della città di Parigi una vasta comune insurrezionale: «La novità che, fin dalle prime rivolte, il popolo francese ha introdotto nella vita della Francia, è stata la Comune popolare. L'accentramento governativo è venuto dopo; ma la Rivoluzione ha avuto iniziò con la creazione della Comune». Oltre che sui quartieri di Parigi, Kropotkin insiste sull'importanza, altrettanto capitale, dei comuni contadini delle campagne. Le successive insurrezioni contadine giocarono un ruolo decisivo, ma allo stesso tempo assai spesso sottovalutato, nella radicalizzazione del processo rivoluzionario tra il 1789 e il 1794. Furono queste forze provenienti dalle campagne, a chiedere l'abolizione delle prerogative feudali e la restituzione delle terre comunali che erano state sottratte alle città, dalla nobiltà e dal clero fin dal XVII secolo. Dopotutto, come ci ricorda Kropotkin, all'epoca il principale strumento di sfruttamento del lavoro umano non era la fabbrica - che allora ancora non esisteva quasi - bensì la terra. La grande sfida del pensiero rivoluzionario del XVIII secolo è stata quella del possesso della terra in comune (e credo che si possa dire la stessa cosa anche ai giorni nostri). Parlando dell'insurrezione dei villaggi nelle campagne, scrive, «è l'essenza stessa, oltre che lo sfondo della Grande Rivoluzione». In quello stesso momento, Parigi «avrebbe preferito organizzarsi in una vasta Comune insurrezionale, e così facendo, proprio come un comune del Medioevo, prenderà tutte le misure difensive necessarie contro il re». È Parigi - in quanto Comune che ha deposto il monarca - a essersi trasformata in un esercito di sans-culottes contro i realisti e i conservatori - ed è in quanto Comune che ha cominciato a rendere uguali le sorti di tutti. Per quasi due anni, la punta di diamante della rivoluzione rimasero gli arrondissement parigini. Allora, essi erano «il vero fulcro e la vera forza della rivoluzione», e quando scompaiono a fallire è la rivoluzione stessa, e lo fa in quello stesso momento in cui un governo centralizzato inizia simultaneamente a consolidarsi e a imporsi.

Tanto per Marx quanto per Kropotkin, la rivoluzione è indistinguibile dalla democrazia diretta della forma-Comune, e questa democrazia è un movimento che, a un momento dato, invade e supera le forme politiche in vigore. Ecco che cosa intende Marx quando parla della Comune di Parigi come di «una forma politica del tutto suscettibile di espansione». La forma-comune, sia per Marx che per Kropotkin, è al tempo stesso il contesto e il contenuto della rivoluzione nella quale, per usare le parole di Kropotkin, «possiamo disporre delle risorse necessarie per la rivoluzione e ottenere i mezzi per realizzarla». È il nome stesso di "Comune" a incarnare e comprendere ciò che Kropotkin (come la maggior parte degli storici) individua come la forza più radicalmente democratica all'opera nella Rivoluzione francese. Ma tuttavia Kropotkin aggiunge ancora qualcosa. Per lui, la rivoluzione non è altro che il conflitto tra lo Stato, da un lato, e le comuni dall'altro. La contraddizione non è tra Stato e Anarchia, quanto piuttosto tra lo Stato e un'altra forma di organizzazione della vita insieme con un'altra intelligenza politica e un modello differente di comunità. Nella misura in cui laddove lo Stato rincula, là fioriscono le Comuni e le loro forme di vita. Se il ruolo dello Stato è quello - niente di più e niente di meno - di occuparsi di tutti gli aspetti della società, nella misura in cui esso stesso si perpetua, dominandole, allora si farebbe di certo bene a non vedere nella forma-Stato qualcosa che assomiglia a qualcosa di definitivo e finito, quanto piuttosto qualcosa di assai più simile a una tendenza, o a un orientamento. Lo stesso vale anche per la forma-Comune: bisogna pensarla anch'essa, non come qualcosa di definitivamente dato, ma come una tendenza o un orientamento. Le osservazioni di Marx e Kropotkin sulla forma-Comune, vista nella storia delle rivoluzioni francesi, possono aiutarci a individuare alcune caratteristiche, ovvero componenti ricorrenti e riconoscibili, della forma politica in questione. Lo spazio-tempo della forma-Comune si trova radicato nell'arte e nell'organizzazione della vita quotidiana in quella che è un'assunzione collettiva dei mezzi di sussistenza. Implica pertanto un intervento eminentemente pragmatico nell'attualità del qui e ora, e di conseguenza un coinvolgimento e un compromesso che ci faccia vivere grazie agli ingredienti disponibili nel momento presente. Implica un inquadramento nel contesto locale, di quartiere o, quanto meno, delimitato. Le dimensioni spazio-temporali della forma-comune si dispiegano parallelamente - o nel contesto vicino - a uno Stato a distanza, smantellato o per lo meno in via di smantellamento, i cui servizi sono diventati superflui per coloro i quali hanno preso collettivamente in mano la situazione e le questioni che li riguardano.

Lo scopo di queste brevi riflessioni non è quello di fornire la definizione di una forma che, per sua contingenza, per la sua mancanza di astrazione e per la sua natura processuale che la rende sempre incompiuta, difficilmente si presta a qualcosa del genere. Come suggerisce Kropotkin: un pensiero relazionale è assai più utile di un pensiero determinativo della forma. Di conseguenza, se il modo di vita della Comune si espande man mano e nella misura in cui lo Stato rincula, bisogna mettersi alla ricerca di quelli che sono stati i momenti della sua creazione nella storia reale della lotta materiale, e sforzarci, a partire da quelli, di ricostituire il meglio possibile le sue «esistenze in atto». Così, anche nel nostro tempo, lotte territoriali e dinamiche come la ZAD [***] di Notre-Dame-des Landes, il cui esempio occupa un posto importante nelle pagine che seguono - o le occupazioni degli oleodotti in Nord America - riescono a far rivivere quegli aspetti della forma-Comune di cui si sono appropriati [*1]. Questi movimenti contemporanei inventano così dei potenti interventi contro l'accelerazione della distruzione dell'ambiente, che possiamo vedere ovunque intorno a noi. La loro esistenza ha prodotto un effetto secondario - ma non meno spettacolare, credo - che ho cercato di delineare in questo libro: queste Comuni trasformano la nostra percezione del passato recente; in particolare quello degli anni Sessanta e Settanta. Le attuali lotte per la terra, al giorno d'oggi ci aiutano a ricollocare gli assi del conflitto che hanno caratterizzato la seconda metà del XX secolo, e che ancora perdurano nel presente. Modificano il nostro modo di pensare circa tutto ciò che contava all'epoca, e riguardo a quel che conta e che può esserci utile nel presente. Le interminabili lotte che sono state portate avanti a partire dagli anni Settanta per impedire la confisca delle loro terre, dai contadini e dai loro alleati, a Larzac così come nelle periferie di Tokyo, ai nostri occhi possono apparire sempre più come ciò che erano: le lotte decisive del loro tempo. Anche il recente panorama teorico si riconfigura alla luce di questi movimenti contemporanei. Il marxismo anti-produttivistico di un pensatore come Henri Lefebvre, piuttosto ignorato in Francia negli anni Settanta (ma non in America), trova nuova risonanza, soprattutto per la centralità che egli dà sia alla questione della forma-Comune, che a quella della vita quotidiana; alle sue insoddisfazioni e alle sue alternative. Come mostro in questo saggio, i testi di Lefebvre, come altri di quegli stessi anni, appaiono sempre più affini ai nostri tentativi di superare la logica capitalista, qui e ora, per la riconquista dello spazio e del tempo vissuto. Queste storie locali del passato recente - allo stesso modo del pensiero anti-produttivistico degli anni Settanta - sono senza dubbio di grande utilità per gli occupanti di terre che oggi cercano di reinventare dei modi di vita comunitaria in quei luoghi rurali che hanno conservato tutta una serie di usi precapitalistici.

Nella seconda parte del libro prendo pertanto in considerazione alcune pratiche non accumulatorie -  difesa, appropriazione, composizione, restituzione - fondate sull'intimità con la terra e sulla figura del campagnolo. Queste pratiche, che sono parte integrante dell'intelligenza politica della ZAD, riemergono nelle mobilitazioni in corso che ne sono scaturite, e di cui parlo alla fine del libro: "Les soulèvements de la terre". Questo giovane movimento sta attualmente cercando di decidere tutta una serie di priorità e quindi di passare più apertamente all'offensiva contro l'accaparramento e il saccheggio della terra. A mio avviso, per la loro flessibilità e creatività, per il loro acuto senso di individuazione del nemico comune, e soprattutto per i loro costanti e prolungati atti di cooperazione, le diverse componenti che compongono questo movimento costituiscono un fronte condiviso e una delle forme più interessanti e vivaci della forma-Comune in questa epoca.

- Kristin Ross - fonte: Artillería inmanente

[***] - ZAD: Zone to Defend. Zona da Difendere, o ZAD (tradotto dall'inglese) è un neologismo francese usato per riferirsi a un'occupazione militante che ha lo scopo di bloccare fisicamente un progetto di sviluppo. Occupando la terra, gli attivisti mirano a impedire che il progetto vada avanti. L'acronimo "ZAD" è un détournement di "zone d'aménagement différé" [area di sviluppo differito]. da: Wikipedia (inglese)

[*1] - Sebbene sia vero che gli esempi di questo saggio sono principalmente, anche se non esclusivamente, francesi e moderni, colgo l'occasione per sottolineare che non pretendo che la forma-Comune sia una forma nuova o specificamente francese - anzi, qui si devono vedere solo i limiti della mia formazione. Per una recente bibliografia sulla Comune nella sua dimensione internazionale si veda: Quentin Deluermoz e Éric Fournier, "Persistences de la Commune", in Revue d'histoire du XIX Siècle, 63, 2021/2, pp. 9-19.

venerdì 9 giugno 2023

Strategie di contenimento …

OCEANIA VS. EURASIA
- Di fronte al crollo della propria potenza economica, nel suo confronto con la Cina, Washington sta adottando una strategia di mero dominio militare -
di Tomasz Konicz

È piuttosto possibile che, a posteriori, la guerra in Ucraina venga vista come se fosse stato il primo atto di una grande guerra globale, come il preludio all'incombente contrapposizione militare tra gli Stati Uniti e la Cina che si sta profilando a Taiwan. Così, mentre il bilancio delle vittime della guerra di aggressione russa si aggira ormai sulle centinaia di migliaia, allo stesso tempo, le tensioni nello Stretto di Taiwan sembrano avviarsi a diventare uno stato di precarietà permanente. Sia l'uno che l'altro conflitto, possono essere intesi come dei momenti di una lotta globale per l'egemonia che viene combattuta tra i fragili sistemi di alleanze degli Stati Uniti in declino e della Cina in ascesa. A livello geopolitico, si potrebbe parlare di una lotta dell'Eurasia, guidata dalla Cina, contro l'Oceania in mano agli Stati Uniti. Oggi, contro l'alleanza sino-russa, Washington sta perseguendo una strategia di contenimento, nella quale giocano un ruolo centrale i sistemi di alleanze che si estendono nel Pacifico e nell'Atlantico. Taiwan rappresenta un elemento essenziale di questa strategia di contenimento nella regione del Pacifico, nella quale Washington sta cercando di includere anche Corea del Sud, Giappone, Filippine, Vietnam e Australia. Questa strategia di contenimento, si propone diversi obiettivi: uno di essi, è quello di impedire che la potenza militare cinese, in rapida espansione, possa crescere senza ostacoli. La capacità di intervento a livello globale, nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, ha costituito la base militare dell'egemonia statunitense. Attualmente, Pechino sta promuovendo un programma di armamento navale massiccio e in rapida crescita, in modo da superare la Marina statunitense. Entro il 2024, si prevede che il numero di navi da combattimento cinesi passerà da 340 a circa 400, mentre la Marina degli Stati Uniti avrà solo 300 navi. L'efficacia di una simile potenza navale cinese, verrebbe tuttavia minata dalle basi americane che Washington vorrebbe stabilire in tutti gli Stati confinanti con la Cina, i quali guardano con disagio all'aumento della potenza di Pechino. D'altra parte, questo contenimento è anche volto a prevenire l'estrazione senza ostacoli di materie prime e fonti energetiche alla periferia del sistema mondiale da parte di Pechino, in vista dell'escalation della crisi socio-ecologica. Per la Cina, fin quando Washington ha degli alleati al largo delle coste cinesi, la protezione militare delle rotte marittime è impossibile.

La dinamica di escalation nel tardo capitalismo
Dove si trovano i confini dell'Oceania e dell'Eurasia? Tale questione geopolitica, che oggi viene contestata militarmente in Ucraina, si pone anche a Taiwan, che Pechino considera parte della Cina. Pertanto, in Cina il conflitto di Taiwan è molto sentito a livello nazionale e ideologico, mentre la stragrande maggioranza dei taiwanesi è favorevole al mantenimento dello status quo, se non addirittura all'indipendenza. La lotta per l'egemonia tra Stati Uniti e Cina è allo stesso tempo anche una lotta per il dominio tecnologico. Washington tenta di mantenere il vantaggio tecnologico che ancora ha sulla Repubblica Popolare Cinese, imponendo delle sanzioni sempre più severe. Taiwan è un sito importante ai fini della produzione di Tecnologie Informatiche (IT) e di alta tecnologia. Le più importanti fabbriche di processori per computer e di chip si trovano sull'isola del Pacifico. Washington vorrebbe impedire a Pechino l'accesso a tutte queste risorse e competenze. La dinamica di escalation che si sta sviluppando nel Pacifico, rimane tuttavia incomprensibile allorché vengono tengono nascoste quelle che sono le sempre più crescenti tendenze della crisi sociale, economica ed ecologica nel sistema globale tardo-capitalista. Sono i processi di crisi sistemica, i limiti interni ed esterni sempre più evidenti del capitale, a spingere gli Stati alla contrapposizione e allo scontro. Anche lo stesso attacco della Russia all'Ucraina, che assomiglia a un atto di pura e semplice follia, rimane incomprensibile qualora non si tiene conto delle antecedenti rivolte in Bielorussia e Kazakistan, avvenute poco prima. A livello globale, gli Stati Uniti si trovano in una posizione altrettanto difficile di quella della Russia, vista nel suo cortile post-sovietico consunto e socialmente travagliato. Il recente «terremoto bancario» avvenuto negli Stati Uniti, innescato dal ribasso del valore dei titoli di Stato americani considerati sicuri, è espressione dell'impasse sistemica nella quale si trova la globalizzazione neoliberista, incentrata sul dollaro come valuta di riserva mondiale: il sistema mondiale, che sta soffocando nella sua stessa produttività, soffre la mancanza di un nuovo settore industriale di punta nel quale il lavoro salariato di massa possa essere valorizzato; e continua a funzionare a credito. Il debito globale sta crescendo più rapidamente di quanto lo faccia la produzione economica mondiale. Questo processo globale di indebitamento è avvenuto a causa di bolle speculative sempre più grandi nella sfera finanziaria, per mezzo delle quali la globalizzazione ha portato alla formazione di circuiti di deficit. Le economie con eccedenze di esportazioni hanno esportato i loro beni verso i Paesi in deficit, i quali, a loro volta, hanno così accumulato delle montagne di debito sempre più grandi. In questo processo, gli Stati Uniti e la Cina si trovavano profondamente legati. Nel grande circuito del deficit del Pacifico, la Cina è stata in grado di accumulare enormi surplus di esportazione nei confronti degli Stati Uniti, che ha poi investito in titoli di Stato americani. Gigantesche quantità di merci sono state trasportate dalla Cina agli Stati Uniti attraverso il Pacifico, mentre i «beni del mercato finanziario» degli Stati Uniti (in maggioranza, i suddetti titoli di Stato) scorrevano nella direzione opposta, rendendo così la Cina uno dei maggiori creditori degli Stati Uniti. Uno "squilibrio" simile, tra il centro tedesco e la periferia meridionale dell'Europa, ha caratterizzato a sua volta anche l'eurozona, fino allo scoppio della crisi dell'euro. Con la fine del boom del dopoguerra - attraverso la finanziarizzazione e l'imposizione del neoliberismo - la base economica del sistema egemonico occidentale, il quale invece in precedenza poggiava sull'espansione fordista, è cambiata: gli Stati Uniti, sempre più indebitati, assorbendo la produzione in eccesso di Stati orientati all'esportazione come la Cina e la Repubblica Federale Tedesca sono diventati il «buco nero» del sistema mondiale, e lo hanno fatto al prezzo di una crescente deindustrializzazione e indebitamento interno. Senza il dollaro americano, tutto questo non sarebbe stato possibile. Dal momento che il dollaro, in quanto valuta di riserva mondiale, ha dato agli Stati Uniti la possibilità di poter prendere in prestito il valore di ogni bene, e finanziare così, ad esempio, la sua macchina militare. Così accade che se, al contrario, un Erdogan si mette a stampare moneta, ecco che subito l'inflazione semplicemente cresce.

La politica borghese della crisi è in trappola
Questa economia globale fatta di bolle finanziarie alimentate dal credito, negli ultimi decenni è diventata sempre più soggetta a crisi. E gli episodi di crisi sono diventati sempre più gravi, mentre i costi della politica per stabilizzare il sistema, sono diventati sempre maggiori, con intervalli tra gli episodi di crisi che sono diventati sempre più brevi. Con l'inizio della fase inflazionistica, ecco che l'epoca neoliberista del rinvio della crisi sembra essere arrivata alla fine. La politica borghese di crisi ha finito per trovarsi in trappola: per combattere l'inflazione, essa dovrebbe alzare i tassi d'interesse, mentre però allo stesso tempo dovrebbe simultaneamente abbassare i tassi d'interesse in modo da poter così evitare il collasso del settore finanziario sempre più rigonfio, per impedire che le gigantesche montagne di debito possano crollare. In quello che è il contesto di un'economia sempre più caratterizzata dal crollo delle bolle finanziarie e dai circuiti del deficit già citati, gli Stati Uniti non sono più in grado di poter continuare a  fungere da «buco nero» dell'economia mondiale; e in questo modo vengono minate le basi economiche dell'egemonia statunitense. Con la crescita del movimento di allontanamento dal dollaro, in atto nella semiperiferia del sistema globale, dove diversi Stati stanno passando a sistemi di pagamento bilaterali con la Cina, il tempo del dollaro come valuta di riserva mondiale sembra stia per terminare, cosa che degraderebbe gli Stati Uniti, riducendoli a un gigantesco Stato militarmente ben armato e indebitato. L'unica opzione che rimane a Washington per riuscire a mantenere il sistema di alleanze in erosione dell'«Occidente», è quella del dominio militare. La vera spina dorsale della supremazia statunitense, così come l'unico modo per continuare a mantenere il suo ruolo di valuta di riserva mondiale, rimane l'apparato militare statunitense. Ed è per questo motivo che Washington è pronta a contrastare l'espansionismo cinese per mezzo di una strategia conflittuale, e questo fino a quando la superiorità militare degli Stati Uniti continuerà ad esistere.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 16/5/2023 in "analyse & kritik - Zeitung für linke Debatte & Praxis" -

Abbiamo fatto abbastanza !!

Tesi n°1: Lo sciopero è smobilitazione.

Il capitalismo è una mobilitazione infinita. Lo sciopero, interrompendo la produzione, il consumo delle materie prime e il lavoro degli uomini, pone - localmente, se è locale - un termine alla mobilitazione. (...) Lo sciopero, concepito (per esempio, dai sindacati) come "mobilitazione" è pertanto un controsenso. I sindacati chiamano alla mobilitazione dei salariati. Ma gli scioperanti "mobilitati" contro la legge X, o "mobilitati" per gli aumenti salariali Y, non fanno altro che aggiungere alla mobilitazione infinita anche quella che è la loro propria mobilitazione ; e così quella infinita, divora anche questa, nutrendosene. Al contrario, il vero senso mitico dello sciopero è quello di realizzare la smobilitazione. Semplicemente: lo sciopero ha inizio con l'arresto delle macchine e con l'arresto del lavoro. La sospensione del lavoro non è un mezzo che si impone dall'esterno, per poi permettere successivamente la "mobilitazione" dei lavoratori, che sarebbe così il vero fine; quasi la sospensione del lavoro non fosse altro che un mezzo per dare tempo alla mobilitazione, per fare l'Assemblea Generale, il volantinaggio, la manifestazione successiva, e così via. No. La sospensione del lavoro ha il suo fine in sé stesso: la smobilitazione. L'arresto del lavoro (smobilitazione) non è al servizio della manifestazione (mobilitazione). Lo sciopero mitico, in quanto smobilitazione infinita, è la contestazione della mobilitazione infinita.

Corollario alla Tesi n°1: Lo sciopero è una crisi del funzionalismo. «Quello che viene designato come "gli avvenimenti del Maggio" fu innanzitutto una crisi del funzionalismo: gli studenti smisero di funzionare in quanto studenti, i lavoratori in quanto lavoratori, e i contadini in quanto contadini» (Kristin Ross). Nella vera smobilitazione, gli scioperanti non funzionano più come scioperanti. Pertanto, non hanno perciò da "mobilitarsi".

- Istituto della Smobilitazione - Tesi sul concetto di sciopero -

già pubblicato sul blog, il 18/3/2014

Animali e Modernità !!

François Jarrige, storico e docente di storia contemporanea all'Università di Borgogna, presenta la sua ricerca sul tema "Gli animali sono lavoratori come gli altri?"

Sebbene gli animali lavorino per l'uomo da quando sono stati addomesticati, le forme e l'entità di tale lavoro sono variate notevolmente da un'epoca all'altra. In Europa, il numero di cavalli, cani, buoi e muli utilizzati per tirare e sollevare carichi o per lavorare i materiali è aumentato notevolmente nel XVIII e XIX secolo, prima di diminuire con l'impatto della motorizzazione e dell'elettrificazione nel secolo successivo. Utilizzati massicciamente per velocizzare i trasporti, sono stati anche un'importante fonte di forza motrice flessibile, adattabile a un'ampia gamma di contesti e situazioni lavorative: nelle miniere e nelle prime fabbriche tessili, nelle piantagioni coloniali e in molti laboratori artigianali, erano attaccati alle giostre per produrre energia e macinare materiali. Lungi dall'abbandonarli, l'industrializzazione europea ne ha intensificato l'uso e ha aumentato la loro presenza nelle officine, accanto a bambini, donne e operai. Questi "motori animati" sono un anello mancante e dimenticato dell'industrializzazione e delle trasformazioni sociali del XIX secolo. Il lavoro degli animali si è evoluto accanto a quello degli uomini, in uno spirito di cooperazione e rivalità, prima di diventare fonte di rifiuto, dibattito e persino scandalo.

Bibliografia:

Ann Norton Greene, Horses at Work. Harnessing power in industrial america, Havard University Press, 2008.

Eric Baratay, Bêtes de somme, des animaux au service des hommes, Seuil (livre de poche), 2011.

Daniel Roche, La Culture équestre de l’Occident XVIe-XIXe siècle, tome I, “Le cheval moteur”, Fayard, 2008.

Di prossima pubblicazione:

François Jarrige, La Ronde des bêtes – Le moteur animal et la fabrique de la modernité, La Découverte, septembre 2023.

fonte: Et vous n’avez encore rien vu…

giovedì 8 giugno 2023

In farsa ?!!??

Omicidio dei morti
- di Amadeo Bordiga -

In Italia abbiamo una vecchia esperienza delle "catastrofi che si abbattono sul paese" ed abbiamo una certa specializzazione nel "montarle". Terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni, nubifragi, epidemie... Indiscutibilmente gli effetti sono sensibili soprattutto sui popoli ad alta densità e più poveri, e se cataclismi spesso più terrificanti assai dei nostri si abbattono su tutti gli angoli della terra, non sempre tali sfavorevoli condizioni sociali coincidono con quelle geografiche e geologiche. Ma ogni popolo ed ogni paese ha le sue delizie: tifoni, siccità, maremoti, carestie, onde di caldo e di gelo ignote a noi del "giardino d'Europa"; e aprendo il giornale se ne trova immancabilmente più di una notizia, dalle Filippine alle Ande, dalla calotta glaciale ai deserti africani. Il nostro capitalismo, come cento volte detto, poco importante quantitativamente, ma all'avanguardia non da oggi, in senso "qualitativo", della borghese civiltà, di cui offrì i più grandi precursori tra lo splendere del Rinascimento, ha sviluppato in modo maestro l'economia della sciagura. Noi non ci sogniamo di spremere una lagrimuccia se i monsoni spiantano intere città sulle coste dell'Oceano Indiano, e se le sommerge nel raz de marée il mare scatenato da terremoti subacquei, ma per il Polesine abbiamo saputo fare arrivare elemosine da tutto il mondo. La nostra monarchia era gloriosa per sapere accorrere non dove si danzava (Pordenone) ma dove si moriva di colera (Napoli), o sulle rovine di Reggio e Messina rase al suolo dalle scosse sismiche del 1908. Oggi il nostro pezzettino di Presidente lo hanno portato in Sardegna e, se gli stalinisti non han detto balle, gli hanno fatte vedere squadre in azione di "lavoratori di Potemkin" che poi correvano all'altra bocca di scenario, come fanno i guerrieri dell'Aida. Dalle acque del Po esondato non si faceva a tempo a trarre i profughi, ma ben vi si ponevano a mollo stival-gommati deputati deputatesse e ministri, dopo aver predisposto macchine da presa e microfoni per la pitoccata mondiale in grande stile. Qui abbiamo la formula geniale: interviene lo Stato! E la stiamo applicando da buoni novant'anni. Il sinistrato italico di professione al posto della grazia di Dio e della mano della Provvidenza ha posto il contributo statale, ed è convinto che il bilancio nazionale ha limiti più vasti della misericordia del Signore. Un buon italiano spende con gioia diecimila lire spremute dalle sue tasche per arrivare dopo mesi e mesi a "mangiarsi mille lire del governo". E non appena in una di queste contingenze periodiche, che oggi si chiamano con termine di moda emergenze, ma che affiorano ad ogni novella stagione, si innestano le immancabili misure e provvidenze del potere centrale, una banda di non meno specializzati "sinistristi", rimboccatesi le maniche, si tuffa nella ruffianeria delle pratiche e nell'orgia degli appalti. Con autorità, il ministro delle Finanze di turno, oggi Vanoni, sospende ogni altra funzione dello Stato e dichiara che non darà un soldo di finanza per tutte le altre "leggi speciali", perché tutti i mezzi vanno convogliati nei provvedimenti per la sciagura di attualità. Miglior prova non si potrebbe avere che lo Stato non serve a nulla e che se la mano di Dio ci fosse, farebbe un vero regalo ai sinistrati di tutti i tipi terremotando o bancarottando questo Stato ciarlatano e dilettante. Ma se la scempiaggine del piccolo e medio borghese rifulge al massimo quando cerca rimedio al terrore che lo gela nella tepida speranza del sussidio e dell'indennizzo largitogli dal governo, non meno insensata appare la reazione dei capoccia delle masse lavoratrici che nel disastro, essi gridano, hanno tutto perduto, e purtroppo non le loro catene. Questi capi che si pretendono "marxisti" hanno, in queste congiunture supreme, che spezzano nel proletariato il benessere derivante dal normale sfruttamento capitalistico, una formula economica più scema ancora di quella dell'intervento di Stato. La formula è ben nota: paghino i ricchi! Vanoni viene allora vituperato perché non ha saputo scoprire e tassare gli alti redditi. Ma un briciolo solo di marxismo basta a stabilire come gli alti redditi allignano dove avvengono le alte distruzione, e su esse si innestano i grandi affari. La borghesia si paghi la guerra! dissero nel 1919 quei falsi pastori anziché invitare il proletariato ad abbatterla. La italica borghesia è sempre lì, e con entusiasmo investe i suoi redditi nel pagarsi guerre ed altri flagelli, che glieli riportano quadruplicati.

Ieri
Quando la catastrofe distrugge abitazioni coltivazioni e fabbriche e piomba nella inattività popolazioni lavoratrici, essa indubbiamente distrugge una ricchezza. Ma non è possibile rimediarvi con un prelievo sulla ricchezza altrove esistente, come con la miserabile operazione di razzolare in giro pastrani vecchi, quando la propaganda, raccolta e trasporto costano assai più del valore del logoro indumento. Quella ricchezza sparita era accumulo di lavoro passato, secolare. Per eliminare l'effetto della catastrofe occorre una massa enorme di lavoro attuale, vivente. Se quindi della ricchezza diamo la definizione non astratta, ma concreta e sociale, essa ci appare come il diritto in certi individui formanti la classe dominante di prelevare sul lavoro vivo e contemporaneo. Nella nuova mobilitazione di lavoro si formeranno nuovi redditi e nuova ricchezza privilegiata; e l'economia capitalista non offre nessun mezzo di "spostare" ricchezza altrove accumulata per sanare il vuoto fatto in quella sarda o veneta, come non si potrebbe pigliar pari pari gli argini del Tevere per ristabilire quelli inghiottiti dal Po. Ecco perché è una cretinata l'idea di fare un prelievo patrimoniale contro i titolari di campi e case e officine intatti, per ripristinare quelli sconvolti. Centro del capitalismo non è la titolarità su tali immobili, ma un tipo di economia che consente prelievo e profitto su quanto in cicli incessanti crea il lavoro dell'uomo, e subordina a quel prelievo l'impiego di questo lavoro. Così l'idea di rimediare alla crisi edilizia di guerra col blocco dei redditi dei proprietari di case non distrutte, ha condotto la dotazione di abitazioni a condizioni peggiori di quelle determinate dai bombardamenti. Ma i demagoghi urlano, con facile argomento, e dicendo cose "accessibili alle masse lavoratrici", perché non si tocchi il blocco. Base dell'analisi economica marxista è la distinzione tra lavoro morto e lavoro vivente. Noi definiamo il capitalismo non come titolarità sui cumuli di lavoro passato cristallizzato, ma come diritto di sottrazione dal lavoro vivo ed attivo. Ecco perché l'economia presente non può condurre ad una buona soluzione che realizzi, col minimo di sforzo di lavoro attuale, la razionale conservazione di quanto ci ha trasmesso il lavoro passato, e le basi migliori per l'effetto del lavoro futuro. Alla economia borghese interessa la frenesia del ritmo di lavoro contemporaneo, ed essa favorisce la distruzione di masse tuttora utili di lavoro passato, fregandosene dei posteri. Marx spiega che le economie antiche, fondate più sui valori di uso che sul valore di scambio, non avevano quanto la presente necessità di estorcere sopralavoro, e ricorda che era solo una eccezione ai fini della estrazione dell'oro e dell'argento (non per nulla dalla moneta nacque il capitalismo) il sottoporre il lavoratore allo sforzo fino alla morte, come in Diodoro Siculo. La fame di sopralavoro (Capitale VIII, 2: Il capitale famelico di sopralavoro) non solo conduce ad estorcere ai vivi tanta forza di lavoro da abbreviarne l'esistenza, ma rende un buon affare la distruzione di lavoro morto, al fine di sostituirne i prodotti ancora utili con altro lavoro vivo. Come Maramaldo, il capitalismo, oppressore dei vivi, è omicida anche dei morti: «Appena popoli la cui produzione si muove nelle forme inferiori del lavoro degli schiavi, della corvée ecc., vengono attratti in un mercato internazionale dominato dal modo di produzione capitalistico, il quale fa evolvere a interesse preponderante la vendita dei loro prodotti all'estero, allora sull'orrore barbarico della schiavitù, della servitù della gleba, ecc. s'innesta l'orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro». Il titolo originale del citato paragrafo è: "Der Heisshunger nach Mehrarbeit", letteralmente: «la fame ardente di sopralavoro». La fame di sopralavoro del capitalismo pargoletto, definita dalla potenza della nostra dottrina, contiene già tutta l'analisi della moderna fase di capitalismo cresciuto a dismisura: la feroce fame di catastrofe e di rovina. Lungi dall'essere una nostra trovata (all'inferno i trovieri, soprattutto quando stonano perfino nel fare "doremifa", e si credono creatori) la distinzione tra lavoro morto e vivo sta nella basilare distinzione di capitale costante e capitale variabile. Tutti gli oggetti prodotti dal lavoro, che non vanno al diretto consumo ma sono impiegati in altra lavorazione (oggi dicono beni strumentali) formano il capitale costante. «Col loro ingresso in nuovi processi lavorativi in qualità di mezzi di produzione, i prodotti perdono il carattere di prodotti e funzionano ormai soltanto come fattori oggettivi del lavoro vivente». Ciò vale per le materie prime principali ed accessorie, le macchine ed ogni altro impianto che progressivamente si logora: la perdita del logorio che va compensata chiede al capitalista di investire altra quota, sempre di capitale costante, che l'economia corrente chiama di ammortamento. Ammortizzare velocemente, è l'ideale supremo di questa economia necroforica. Ricordammo, a proposito del "diavolo in corpo", come in Marx il capitale ha la funzione demoniaca di incorporare lavoro vivente nel lavoro morto, diventato cosa. Che gioia che gli argini del Po non siano immortali, e vi si possa oggi allegramente "incorporare lavoro vivente"! Progetti e capitolati sono stati approntati in pochi giorni! Ma bravi: avete il diavolo in corpo. «Commendatore, l'ufficio progetti della nostra Impresa si è fatto un dovere di predisporre studi tecnici ed economici: le sottopongo la pappa già bella e cucinata». E i sassi di Monselice sono stimati, nell'analisi dei prezzi, più del marmo di Carrara: «Conservare valore aggiungendo valore è una dote di natura della forza lavoro in atto, del lavoro vivente; dote di natura che non costa niente all'operaio, ma frutta molto al capitalista: gli frutta la conservazione del valore capitale esistente». Questo capitale semplicemente "conservato", grazie sempre all'opera del lavoro vivente, è chiamato da Marx parte costante del capitale, o capitale costante. Ma: «la parte del capitale convertita [vulgo: investita] in forza lavoro [salario] cambia [invece] il proprio valore nel processo di produzione. (...) E produce un'eccedenza, il plusvalore». La diciamo perciò parte variabile, e semplicemente capitale variabile. La chiave è tutta qui. La economia borghese mette il guadagno in rapporto al capitale costante, che sta lì e non si muove: anzi che andrebbe al diavolo se l'opera del lavoratore non lo "conservasse". L'economia marxista mette all'opposto il profitto in rapporto al solo capitale variabile e dimostra come il lavoro attivo proletario: a) conserva il capitale costante (lavoro morto); b) esalta il capitale variabile (lavoro vivo). Questa esaltazione, il plusvalore, è l'imprenditore che se la becca. Questo, spiega Marx, di stabilire il saggio senza tener conto del capitale costante, equivale a porre lo stesso uguale a zero: operazione corrente nell'analisi matematica di tutte le questioni in cui giocano grandezze variabili. Posto il capitale costante nullo, resta in piedi il giganteggiare del profitto capitalistico. Dire questo, è lo stesso che dire che resta il profitto di intrapresa, se l'incomodo di custodire il capitale costante è tolto al capitalista. Questa ipotesi non è che la odierna realtà del capitalismo di stato. Passare il capitale allo Stato, significa porre il capitale costante uguale a zero. Nulla muta nel rapporto tra imprenditore ed operaio perché questo dipende solo dalle grandezze capitale variabile e plusvalore. Analisi del capitalismo di Stato cosa nuova? Senza prosopopea, siamo in grado di servirla quale la sappiamo dal 1867 e da prima. È brevissima: c = 0. Non lasceremo Marx senza dare, dopo la fredda formuletta, un passo ardente: «Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia». Il capitale moderno, avendo bisogno di consumatori perché ha bisogno di produrre sempre di più, ha tutto l'interesse ad inutilizzare al più presto possibile i prodotti del lavoro morto per imporne la rinnovazione con lavoro vivo, il solo dal quale "succhia" profitti. Ecco perché va a nozze quando la guerra viene, ed ecco perché si è così bene allenato alla prassi della catastrofe. In America la produzione di automobili è formidabile, ma tutte o quasi le famiglie hanno la macchina: si arriverebbe all'esaurimento delle richieste. Ed allora conviene che le automobili durino poco. Per ottenere tanto, prima di tutto si costruiscono male e con serie di pezzi abborracciate. Se gli utenti si rompono più spesso l'osso del collo importa poco: si perde un cliente, ma vi è una macchina di più da sostituire. Poi si fa ricorso alla moda, col largo sussidio cretinizzante della propaganda pubblicitaria, per cui tutti vorrebbero avere l'ultimo modello, come le donne che si vergognano se portano un vestito, magari intatto, "dell'anno scorso". I fessi abboccano, e non importa se ha più vita una Ford costruita nel 1920 che una vettura nuova di trinca 1951. Ed infine le macchine disusate non si utilizzano nemmeno come ferraccio, e si gettano nei cimiteri delle automobili. Chi osasse prenderne una dicendo: la avete buttata via come cosa senza valore, che c'è di male se me la aggiusto e vado in giro? riceve una schioppettata ed una condanna penale. Per sfruttare lavoro vivo il capitale deve annientare lavoro morto tuttora utile. Amando suggere sangue caldo e giovane, uccide i cadaveri. Così mentre la manutenzione dell'argine del Po per dieci chilometri esige lavoro umano, poniamo, per un milione all'anno, è più conveniente al capitalismo rifarlo tutto spendendo un miliardo. Altrimenti gli toccherebbe aspettare mill'anni. Ciò vuol forse dire che il governo nero ha sabotato gli argini del Po? No di certo. Vuol dire che nessuno ha fatto pressioni perché stanziasse il misero annuo milioncino, e questo non si è speso perché ingoiato nei finanziamenti di altre "opere grandiose", di "nuova costruzione", che preventivavano miliardi. Ora che il diavolo ha portato via l'argine, si trova qualcuno che, con ottimi motivi di sacrosanto interesse nazionale, attiva l'ufficio progetti, e lo rifà. A chi la colpa di far preferire i grandiosi investimenti? Ai neri, e ai rossastri. Gli uni e gli altri cianciano che vogliono una politica produttivistica e di pieno impiego. Ora il produttivismo, creatura prediletta di don Benito, consiste nel mettere su cicli "attuali" di lavoro vivo, su cui l'alta impresa e l'alta speculazione fanno miliardi. E allora aggiorniamo a spese di Pantalone le macchine invecchiate degli alti industriali, e aggiorniamo anche gli argini dei fiumi dopo averli lasciati sfondare. La storia di questi ultimi anni di gestione amministrativa dei lavori di stato, e della protezione all'industria, è piena di questi capolavori, che vanno dai rifornimenti di materie prime rivenduti sotto costo ai lavori "a regìa" consistenti nella "lotta contro la disoccupazione" a base di "capitale costante uguale a zero". In parole povere, spendiamo tutto in salari, e l'impresa non avendo altra attrezzatura che un badile per uomo, convince il commendatore come sia utile un movimento di terra; prima la si porta tutta da qui a lì; e subito dopo la si riporta da lì a qui. Se il commendatore esitasse, l'impresa ha sottomano l'organizzatore sindacale: una dimostrazione dei braccianti, badile in spalla, sotto le finestre del ministero, e ci siamo. Viene il troviero e supera Marx: i badili, solo capitale costante, han figliato plusvalore.

Oggi
Indubbiamente le proporzioni del disastro lungo il Po sono state imponenti, e le valutazioni dei danni sono crescenti. Ammettiamo che la superficie coltivata italiana ha perduto 100 mila ettari ossia 1.000 chilometri quadrati, all'incirca un trecentesimo del totale, un 3 per mille. Centomila abitanti hanno dovuto lasciare tale sede, non la più addensata d'Italia, ossia in cifra tonda un cinquecentesimo della popolazione, il 2 per mille. Se l'economia borghese non fosse pazza, si potrebbe fare un conticino banale. Il patrimonio nazionale ha subito un grave colpo, comunque nella zona non è che in parte distrutto, ad acque ritirate: in sostanza la terra agraria è rimasta e la decomposizione di sostanze vegetali, con l'apporto di melma, in parte compensa la fertilità perduta. Se il danno è un terzo del capitale totale, esso vale l'uno per mille del capitale nazionale. Ma questo ha un "reddito" medio del 5 per cento ossia del 50 per mille. Se per un anno ogni italiano risparmia appena un cinquantesimo del suo consumo, il vuoto è colmato. Ma la società borghese tutto è, fuori che una cooperativa, anche se gli alti filibustieri del capitale indigeno sfuggono Vanoni dimostrando che le "carature" della loro azienda le hanno distribuite tra tutti i dipendenti. Tutte le operazioni produttivistiche della economia italiana e internazionale sono dal più al meno tanto distruttivistiche quanto lo sconvolgimento padano: l'acqua entra da una parte e scappa dall'altra. Un tale problema è insuperabile in campo capitalistico. Se si trattasse del piano di fare in un anno le armi per dare ad Eisenhower le sue cento divisioni, la soluzione si trova. Sono tutte operazioni a ciclo breve ed il capitalismo va a nozze se la commessa di diecimila cannoni ha il termine di cento giorni e non di mille. Non per nulla c'è il pool dell'acciaio!
Ma il pool dell'organizzazione idrogeologica e sismologica non si può fare, a meno che l'alta scienza del tempo borghese non riesca davvero a provocare in serie, come i bombardamenti, anche le alluvioni e i terremoti. Qui si tratta di lenta e non accelerabile trasmissione secolare, di generazione in generazione, di risultati di lavoro "morto" ma tutelatore dei viventi, della loro vita e del loro minore sacrificio. Ammesso ad esempio che dal Polesine l'acqua vada via in pochi mesi e si chiuda prima di primavera la falla di Occhiobello, si tratterà di un solo ciclo annuo di raccolto perduto: qualunque "investimento" produttivo non potrà rifarlo, ma la perdita è ridotta. Se invece si pensa che tutti gli argini del Po e degli altri fiumi potrebbero cadere in difetto frequentemente, tanto per le conseguenze della trascurata manutenzione di un trentennio di crisi, quanto per il disastroso disboschimento in montagna, allora il rimedio riesce ancora più lento. Nessun capitale verrà ad investirsi per la bella faccia dei nostri pronipoti. Invano scrissero i nostri babbi: Non restano che pochi saggi di foresta vergine, che vegeta senza intervento del lavoro umano. Il sistema forestale diventa quindi pressoché afrodisiaco, malgrado il minimo capitale di esercizio. Tuttavia il bosco di alto fusto, il più importante nei riguardi della pubblica economia, esige sempre lunghissima attesa prima di dar prodotti apprezzabili. Sebbene la scienza forestale abbia mostrato che l'anno per il più utile taglio non è quello della massima longevità della essenza, ma quello in cui l'accrescimento corrente equivale l'accrescimento medio, bisogna sempre contare ad esempio in una foresta di querce su 80, 100 e anche 150 anni di attesa. Capitale minimo; attesa a vederlo rendere 150 anni! Di Vittorio e Pastore scaraventerebbero il libro, se mai l'avessero aperto, dalla finestra.

Come nell'operetta: rubar, rubar, il Capital (l'amor) non sa aspettar ... !
Vi è di peggio. Relativamente poco si è parlato del disastro in Sardegna, Calabria e Sicilia. Qui il dato geografico è radicalmente diverso. Nella Valle padana la scarsissima pendenza ha determinato il ristagno delle acque, impantanate su terre argillose e impermeabili nel fondo. Nel Meridione e nelle Isole, per le stesse cause di forte precipitazione e di disboscamento in monte, è stata la enorme pendenza con cui la costa scende sul mare a causare la rovina, e i torrenti in poche ore hanno strappato dall'ossatura rocciosa sabbie e ghiaie, distrutto campi e case, pur facendo poche vittime. Non solo irreparabile è il saccheggio operato dai liberatori alleati nelle magnifiche foreste dell'Aspromonte e della Sila, ma qui il ripristino dei terreni percorsi dall'alluvione è praticamente impossibile; non solo antieconomico ai fini degli "investitori" e dei, "soccorritori" (più pelosi dei primi, se pensabile). La poca terra vegetale non solo, ma i radi strati non rocciosi che le facevano da labile supporto sono stati asportati; terra che molte volte in lunghi decenni era stata portata su, cosa incredibile, dal miserrimo coltivatore. Ogni piantagione, anche arborea, è venuta giù colla terra; e galleggiavano sulle acque del mare gli alberi di aranci e limoni divelti, alimento di una coltura e di una industria in certi paesi assai redditizie. Il nuovo impianto di un vigneto distrutto può farsi entro due anni, ma di un agrumeto non si arriva alla piena resa in frutto che dopo 7 o 10 anni: i capitali di impianto e di esercizio sono fortissimi. Naturalmente non troveremo nei buoni trattati il costo dell'opera impensabile di portare di nuovo la terra sciolta a centinaia di metri di quota; e le acque la riporterebbero via prima che le radici delle piante l'avessero fissata al sottosuolo. Nemmeno le case si possono ricostruire dove erano: per ragioni tecniche e non economiche. Cinque o sei disgraziati paesi della costa jonica della provincia di Reggio Calabria non saranno più ricostruiti nell'antica sede in collina, ma sulle marine. Nei secoli di mezzo e dopo che le devastazioni avevano fatte sparire anche le tracce delle magnifiche città costiere della Magna Grecia, all'apice della coltura e dell'arte nel mondo antico, le misere popolazioni agricole si salvarono dalle incursioni di pirati saraceni abitando villaggi costruiti su picchi di monte, poco accessibili e meglio difendibili. Venuto il governo "piemontese" fece lungo il litorale strade e ferrovie, e dove la malaria non lo vietava, per la prossimità tra monte e spiaggia, ogni paese ebbe presso la stazione la sua "marina". Si rese così conveniente portar via legname. Non resteranno domani che le marine, ed in esse si ricostruiranno faticosamente alcuni abitati. A che pro' d'altra parte il contadino risalirebbe la pendice, ove nulla più può allignare, e gli stessi strati rocciosi denudati e slittanti non consentono di rifare le case? E quei lavoratori, alla marina, che faranno? Oggi essi non possono più emigrare; come i calabresi delle bassure malsane ed i lucani delle "crete maledette", rese sterili dall'ingordo taglio dei boschi che rivestivano il monte e degli alberi che erano disseminati per i pascoli di collina. Certo che in simili condizioni nessun capitale e nessun governo interverrà, a totale vergogna della indecente ipocrisia con cui si è esaltata la solidarietà nazionale ed internazionale. Non è un fatto morale o sentimentale che sta alla base di tutto questo, ma la contraddizione tra la dinamica convulsa del supercapitalismo a cui siamo arrivati, e ogni sana esigenza di organizzazione del soggiorno dei gruppi umani sulla terra, in modo da trasmettere utili condizioni di vita nel corso del tempo. Il "premio Nobel" Bertrand Russel, che pontifica in tono pacato sulla stampa internazionale, denunzia che l'uomo sta troppo saccheggiando le risorse naturali, e già se ne può calcolare l'esaurimento. Riconosce che i grandi poteri fanno una politica assurda e pazza, denunzia le aberrazioni dell'economia individualista, e scherza sull'Irlandese che dice: perché devo pensare ai posteri? hanno essi mai fatto nulla per me? Il Russel pone tra le aberrazioni, insieme a quelle del mistico fatalismo, quella del comunista affermante: togliamo di mezzo il capitalismo e la questione si risolve. Dopo tanto sfoggio di scienza fisica biologica e sociale, egli non riesce a vedere come un fatto altrettanto fisico l'enorme grado di dispersione di risorse sia naturali che sociali, essenzialmente legato ad un dato tipo di produzione, e pensa che tutto si risolverebbe con un predicozzo morale o un fabiano appello alla saggezza degli uomini in alto e in basso.

Il ripiegamento è pietoso: La scienza diviene impotente davanti ai problemi dell'anima!
Quelli che veramente traversano la strada all'umanità nel fare decisivi passi avanti nell'organizzazione della sua vita non sono davvero i sopraffattori e dominatori che ancora osassero fare vanto della loro volontà di potere; ma è il pullulare dei benefattori slavati e dei lanciatori di piani ERP e di catene della fraternità, come di colombaie della pace. Passando dalla cosmologia all'economia, Russel fa la critica delle illusioni liberali sul toccasana della concorrenza, e deve ammettere: «Marx aveva predetto che la libera concorrenza tra capitalisti sarebbe finita nel monopolio, la quale previsione si dimostrò giusta quando Rockefeller stabilì virtualmente per il petrolio un regime monopolistico». Partito dalla esplosione del sole che ci trasformerà un giorno all'istante in gas (il che darebbe ragione all'Irlandese), Russel finisce miseramente, nel lattemiele: «Le nazioni che desiderano la prosperità devono cercare più la collaborazione che la concorrenza». È un caso, signor premio Nobel, per voi che avete scritto trattati di logica e metodologia scientifica, che Marx abbia calcolato l'avvento del monopolio con cinquanta anni buoni di anticipo? Se quella era buona dialettica, l'opposto della concorrenza è il monopolio, non la collaborazione. Prendete buona nota che Marx previde anche come scioglimento dell'economia capitalistica, monopolio di classe, non la collaborazione, che con tutti i Truman e gli Stalin di buona volontà siete dedito ad incensare, ma la guerra delle classi. Com'è venuto Rockefeller, "à da venì Baffone"! Ma non dal Kremlino. Quello, in barba a Marx, sta per rasarsi all'americana.

- Amadeo Bordiga - da "Battaglia Comunista" n. 24 del 19-31 dicembre 1951 -

La morte… degli altri !!

Gli animali pensano mai alla morte? In che modo lo fanno? Nonostante non sia facile accostarsi a questo tema, è solo rivolgendoci al suo aspetto più ‘naturale’ che possiamo trovare una via d’ingresso alla sua comprensione: la morte, sebbene dolorosa, è parte integrante della vita. Scrive l’autrice Susana Monsó: «Noi umani facciamo fatica ad accettare quanto sia comune e insignificante la morte nel mondo naturale. Sappiamo che la morte avviene, ma di solito non la vediamo». Questo nostro essere al di qua rispetto alla morte ha fatto sorgere un ostacolo non indifferente alla comprensione della cognizione animale: diversi tanatologie filosofi ritengono, infatti, che la morte sia un «concetto astratto». Ma per gli animali in natura la morte non è astratta. È, al contrario, «molto concreta e tangibile» ci avverte l’autrice che, con delicatezza e rispetto delle discipline scientifiche con cui si confronta, cerca di isolare quelle sacche di antropocentrismo che impediscono una più profonda conoscenza della mente animale. Questo libro è un valido e interessante antidoto contro le eccessive riserve di chi ritiene che l’essere umano sia l’unico animale dotato di una vita mentale ed emotiva. Parallelamente, ci mette in guardia sulle precipitose attribuzioni di sentimenti agli animali, le cui esperienze sono costitutivamente diverse dalle nostre. La pluralità di modi in cui la morte viene vissuta in natura ci precipita direttamente nel cuore della materia più misteriosa di tutte: là dove sembra essersi creato uno squarcio, un vuoto irreparabile, ecco che si palesa, palpitante, la vita.

(dal risvolto di copertina di: "L’opossum di Schrödinger. Come vivono e percepiscono la morte gli animali", di Susana Monsó. Ponte alle Grazie, pagg. 272, € 18)

Ma quanto è buono (da morto) il padrone!
- Se siete da soli in casa con il vostro cane e volete suicidarvi, non fatelo: potrebbe sbranarvi, partendo dalla faccia. Perché è necrofago ma forse anche perché capisce la morte e vi spinge a reagire -
di  Giorgio Vallortigara

Tutti i proprietari di un cane sono convinti che la loro bestiola gli voglia un gran bene. Saranno perciò sorpresi di scoprire leggendo L’opossum di Schrödinger,della filosofa ed etologa Susana Monsó, che la gran parte delle persone che muoiono a casa con la sola compagnia del loro cane finiscono trasformati in merende dall’animale. L’autrice descrive il caso raccapricciante, ma tutt’altro che raro, di un signore tedesco che si suicida con un colpo di pistola in testa: quando viene ritrovato dai parenti appare evidente che gli manca una buona parte della faccia la quale risulta essere stata consumata dal suo pastore tedesco che se ne sta tranquillo a leccarsi accanto al cadavere. Come i lupi da cui derivano, oltre che cacciatori i cani sono animali necrofagi. In natura il consumo dei resti prende avvio di solito dalla zona addominale, dove si trovano gli organi più ricchi di nutrienti, ma nel caso dei cani che si cibano dei loro padroni defunti nei tre quarti dei casi le ferite e le morsicature riguardano la regione del volto. Unitamente al fatto che quasi tutti questi animali erano ben nutriti e spesso accanto al cadavere del padrone mangiucchiato è stata rinvenuta la ciotola ancora piena di crocchette, l’interesse per il volto induce a credere che la motivazione iniziale dei cani non fosse quella di mangiarsi il padrone, bensì quella di vederlo in qualche maniera reagire. Un po’ come quando vi stendete a terra e rimanendo immobili fate finta di essere morti: i cani iniziano a colpirvi la faccia con il muso, a leccarvi e a mordicchiarvi. Se questi tentativi non raggiungono l’obiettivo perché siete morti per davvero e dai morsi inizia a fuoriuscire un po’ di sangue, be’, a quel punto la tentazione di far merenda diventa probabilmente irresistibile.

Sì, ma perché la faccia e non l’addome o le membra? Questo ha molto a che fare con la domanda generale che viene posta nel libro, ovvero se gli animali non umani capiscano qualcosa della morte. Prima che concettuale la morte può essere una realizzazione di natura percettiva. Questo è ovvio nella reazione stereotipica alla morte che viene sollecitata in alcuni animali dalla puzza dei corpi in decomposizione (ad esempio, nelle formiche che reagiscono all’acido oleico rilasciato dal cadavere di una compagna rimuovendo il corpo dal formicaio, un comportamento noto come necroforesi). Ma sono gli indizi di natura visiva che sono interessanti per specie più vicine alla nostra, nelle quali la risposta non è più stereotipata ma piuttosto il risultato della sorpresa per la violazione di ciò che pare essere atteso. Nei ratti, ad esempio, non basta che un compagno puzzi di cadaverina e putrescina per essere trattato da morto, deve anche essere immobile (un ratto che si imbatte nel cadavere di un altro ratto tende a seppellirlo). Per capire che cosa gli altri animali capiscano della morte dobbiamo perciò chiederci in primo luogo come riconoscano che qualcosa è vivo. In anni recenti la ricerca etologica e neurobiologica ha identificato con precisione quelli che a volte sono chiamati «rivelatori di animatezza» (animacy detectors). La lista è lunga e comprende, ad esempio, il fatto di muoversi da soli (la semovenza è un attributo degli oggetti animati ma non di quelli inerti), con rapide accelerazioni (una velocità uniforme non è tipica in una creatura biologica), nella direzione della maggiore elongazione del corpo e in un verso rostro-caudale (per questo il movimento laterale di un granchio ci appare così strano). Tra questi rivelatori di animatezza lo schema caratteristico che definisce un volto - tre macchie ad alto contrasto disposte come in un triangolo a punta in giù, con un paio d’occhi in alto e una bocca in basso - è così cogente da essere immediatamente riconosciuto anche da organismi appena nati, siano questi un pulcino di pollo domestico o un neonato umano, attivando certe regioni specifiche del sistema nervoso. La perspicuità dello schema del volto è alla base naturalmente dei fenomeni di pareidolia, come quando le persone (ma anche altri animali) percepiscono dei volti nelle macchie sui muri o nelle forme delle nuvole. Nei cadaveri si osserva sia il mantenimento di alcuni segnali di animatezza, ad esempio il possesso di un volto, sia il venir meno di altri segnali, ad esempio il fatto che il corpo non si muove più. Non sorprende che in tali circostanze animali diversi come gli scimpanzé, i dingo o gli elefanti siano incuriositi e manifestino una varietà di comportamenti di esplorazione o di disagio. Il libro di Susana Monsó fornisce molti esempi al riguardo: dal colpire il cadavere all’accudirlo, dal trasportarlo con sé al tentativo di copularci.

L’autrice giustamente sottolinea l’aspetto cognitivo oltre a quello emotivo su cui si concentra il maggiore interesse del pubblico. Ci sono molte evidenze di tipo aneddotico che altri animali possano manifestare comportamenti che assomigliano al nostro lutto. Tuttavia, è una concezione vanagloriosa quella di credere che le emozioni umane debbano fungere da pietra di paragone per quelle degli altri animali. Un animale potrebbe capire che cosa sia la morte di un conspecifico anche senza mostrare segni di cordoglio (in effetti ciò vale anche per noi). Più in generale il cordoglio può manifestarsi in assenza della comprensione della morte o viceversa ci può essere comprensione della morte senza cordoglio. Animali allevati in coppia reagiscono con comportamenti attivi di ricerca, di ansia e di depressione alla sparizione del compagno, anche se non hanno evidenza del fatto che sia morto. Di contro, possiamo comprendere perfettamente che la zanzara che abbiamo appena incenerito con il retino elettrificato è deceduta, senza provare alcun cordoglio per la sua fine intempestiva. In natura la morte è dappertutto. Perciò una varietà di animali ha l’opportunità di fare esperienza percettiva del conflitto tra indizi di animatezza presenti e assenti nel corpo degli animali che sono deceduti. Possedere un concetto minimo della morte richiede però non solo di cogliere la non-funzionalità del corpo quando è cadavere, ma anche di intenderne l’irreversibilità. Chi ha avuto dei figli ricorda le circostanze spesso assai dolorose del loro primo incontro con la morte - il gattino di casa deceduto, il cadavere del passerotto veduto sul selciato - e la difficoltà dei piccoli a comprendere che si tratta di uno stato definitivo e non solo temporaneo. Probabilmente anche se non siamo unici nel possesso di un concetto della morte siamo l’unica specie con una rappresentazione precisa dell’inevitabilità e della imprevedibilità della nostra morte. L’autrice alla fine del libro si domanda se questo stabilisca uno iato, un Rubicone tra il nostro concetto della morte e quello degli altri animali; risponde osservando che questa conclusione le pare poco plausibile: «proprio perché la maggior parte di noi transita per la vita prestando poca attenzione al fatto che probabilmente morirà, che un giorno qualsiasi potrà essere il giorno della propria morte. Quest’idea ci risulta talmente spaventosa che la stipiamo nel retro del nostro cervello e preferiamo far finta che la morte sia una cosa che capita agli altri, non a noi».

- Giorgio Vallortigara - Pubblicato su La Domenica  del 19 febbraio 2023 -

mercoledì 7 giugno 2023

«Pacchetti Globali»

La crisi del debito sta diventando multipolare
- In America Latina, Africa e Asia sempre più paesi sono sovra-indebitati, o addirittura in bancarotta. Anche la Cina, in quanto creditore, viene colpita da questa crisi e per proteggere le proprie banche dal rischio di insolvenza, deve concedere prestiti d'emergenza -
di Tomasz Konicz

Negli Stati Uniti, il rialzo dei tassi d'interesse attuato dalle banche centrali occidentali, per mezzo del quale cercano di combattere il persistere dell'inflazione (negli Stati Uniti il tasso d'interesse di riferimento è ora tra il 5 e il 5,25%, e nell'eurozona è del 3,75%), ha già causato il collasso di tre banche regionali, nel mentre che sta frenando la crescita economica su entrambe le sponde dell'Atlantico. Ma simili turbolenze non sono nulla, a confronto degli sconvolgimenti che molti Paesi economicamente più deboli stanno affrontando. A partire dal fatto che sta diventando sempre più costoso prendere in prestito nuovo denaro, questi Paesi hanno sempre più difficoltà a rimborsare i loro debiti esteri, i quali nella loro maggioranza vengono espressi in dollari USA. Specialmente in Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente, ci sono sempre più paesi che si trovano presi in quella che appare essere come una classica trappola del debito, nella quale stagnazione economica, recessione e aumento dei costi del prestito interagiscono in maniera mortale. Tale situazione è stata già paragonata al "Volcker Shock" del 1979, allorché l'allora presidente della Federal Reserve Paul Volcker aveva alzato, per un certo periodo, i tassi di interesse di riferimento negli Stati Uniti, aumentandoli di oltre il 20%, al fine di cercare di combattere anni e anni di stagflazione, innescando in tal modo una crisi del debito soprattutto nei Paesi sudamericani e africani. A metà aprile 2023, il Financial Times, citando uno studio della ONG Debt Justice, ha segnalato che quest'anno il servizio del debito estero del gruppo di quelli che sono i 91 Paesi tra i più poveri del mondo, consumerà in media circa il 16% delle loro entrate pubbliche, arrivando l'anno prossimo a un aumento previsto fino al 17%. L'ultima volta che si è raggiunta una cifra così alta, è stato nel 1998. Oggi, il più colpito è lo Sri Lanka, il cui servizio del debito quest'anno equivale a circa il 75% delle entrate previste, motivo per cui il Financial Times prevede che quest'anno la nazione insulare «non riuscirà a pagare». Anche lo Zambia - che lo scorso anno, come lo Sri Lanka, aveva già dovuto affrontare una bancarotta nazionale - si trova ora a essere seriamente minacciato. La situazione è altrettanto grave in Pakistan, dove quest'anno il 47% delle entrate statali dovrà essere utilizzato per poter rimborsare i prestiti esteri. Per le popolazioni di questi e di molti altri Paesi, le conseguenze sono già drammatiche: i governi non riescono più a pagare gli stipendi, o a finanziare l'importazione di fonti energetiche e alimentari, ad esempio, mentre il declino del valore delle loro valute sta ora esacerbando ulteriormente l'inflazione, la povertà e la fame. Ma a essere minacciati non sono solo i Paesi più poveri. In Argentina, ad esempio, dove la banca centrale, per finanziare il deficit di bilancio, sta stampando moneta, l'inflazione è attualmente del 109%, e minaccia di trasformarsi in una distruttiva iperinflazione. Come molti altri Paesi in crisi, l'Argentina ha portato a termine con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), un programma di emergenza che prevede prestiti per 44 miliardi di dollari in cambio di misure di austerità. A metà maggio, il Presidente argentino Alberto Fernández - a causa del calo dei raccolti di grano (il più importante prodotto di esportazione) dovuto alla siccità) ha chiesto di rinegoziare il programma con il FMI. La vicepresidente Cristina Fernández de Kirchner ha addirittura definito l'accordo «scandaloso», e una «frode».

La Cina, che negli ultimi anni è diventata uno dei maggiori creditori del mondo, da parte sua, svolge un ruolo particolare nell'attuale crisi del debito. In tal senso, fino alla fine del 2021, nell'ambito del programma di sviluppo globale dell'Iniziativa "Una strada, un percorso" - nota anche come "Nuova via della seta" -  sono stati effettuati prestiti e transazioni per un totale di almeno 838 miliardi di dollari americani, volti soprattutto a finanziare infrastrutture e altri grandi progetti in Africa, Asia e America Latina. La maggior parte dei prestiti è stata erogata da banche cinesi. Facendo questo, la Cina intendeva gettare le basi per una futura egemonia economica. Ma ora - in seguito alla pandemia di Covid-19 e all'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, e dopo l'aumento dell'inflazione globale e il conseguente rallentamento della crescita della Cina stessa - le banche cinesi sono sempre più riluttanti a concedere prestiti ai Paesi più poveri. Secondo uno studio del Rhodium Group, nel 2021 circa il 16% dei 118 miliardi di dollari dei prestiti esteri della Cina erano già a rischio di insolvenza, e avrebbero dovuto essere rinegoziati. Solo un anno dopo - secondo uno studio dell'Istituto per l'Economia Mondiale (IfW) di Kiel - la crisi del debito estero cinese si è notevolmente allargata. Secondo tale studio, il 60% dei prestiti, già nel 2022 si trovava  a rischio di insolvenza, ragion per cui Pechino ha dovuto concedere 128 prestiti di emergenza a 22 Paesi debitori, per un valore di 240 miliardi di dollari. Nella maggior parte dei casi, i Paesi debitori beneficiano solo di un differimento, grazie all'emissione di nuovi prestiti che servono per rimborsare i pagamenti già dovuti; il che consente una «proroga delle scadenze o dei termini di pagamento». La cancellazione del debito, secondo l'IfW, «avviene solo assai raramente». La maggior parte di questi prestiti di rifinanziamento sono stati erogati dalla banca centrale cinese, che in questo modo, di fatto, salva le banche cinesi che hanno originariamente concesso i prestiti. Gli autori dello studio dell'IfW paragonano quindi le attuali azioni della Cina alla concessione di quelli che sono stati i cosiddetti prestiti di emergenza alla Grecia e ad altri Paesi dell'Europa meridionale durante la crisi dell'euro; anch'essi finalizzati a salvare le banche che rischiavano il default. Sempre secondo l'IfW, i prestiti per la crisi e i prestiti ponte sono tutti destinati principalmente a quei «Paesi a medio reddito», e rappresentano l'80% del volume di tutti prestiti esteri della Cina, ragion per cui rappresentano dei «grossi rischi per i bilanci delle banche cinesi».

I Paesi a basso reddito, invece, non hanno ricevuto quasi nessun prestito anticrisi, dal momento che il fallimento di questi Stati difficilmente potrebbero mettere in pericolo il settore bancario cinese. Inoltre, il tasso di interesse sui prestiti anticrisi cinesi, è in media del cinque per cento, mentre per il FMI è comune un tasso del due per cento. Tra i Paesi debitori che hanno beneficiato di prestiti anticrisi, figurano paesi come lo Sri Lanka, il Pakistan, l'Argentina, l'Egitto, la Turchia e il Venezuela. L'IfW ha anche osservato come, per gran parte di questi prestiti di salvataggio, le modalità e le dimensioni dei programmi di prestito non sono consultabili pubblicamente. Questa situazione rende «l'architettura finanziaria internazionale più multipolare, meno istituzionalizzata e meno trasparente». Una tale mancanza di trasparenza, riguarda anche tutti i prestiti precedentemente concessi dalle banche cinesi. In un recente rapporto dettagliato, sulla crisi del debito, l'agenzia di stampa Associated Press (AP) ha citato i risultati di uno studio del gruppo di ricerca Aid Data, nel quale si rileva che, in 88 paesi, solo fino al 2021, per almeno 385 miliardi di dollari, vengono registrati prestiti cinesi «nascosti o non sufficientemente documentati». Molti dei Paesi più poveri dell'Africa o dell'Asia, all'apice della bolla di liquidità globale, tra il 2010 e il 2020, hanno avuto prontamente accesso al denaro cinese, in modo da finanziare così infrastrutture e progetti di prestigio, i quali oggi,  nell'attuale fase di crisi, si stanno sempre più trasformando in relitti di investimenti. Per questi Paesi, la segretezza rappresenta ora un problema serio, perché in caso di inadempienza, i creditori internazionali del Paese colpito devono accordarsi su chi dovrà differire i prestiti, o rinunciare ai rimborsi, e in che misura. Tuttavia, i creditori occidentali, e le istituzioni come il FMI o la Banca Mondiale, in molti casi stanno attualmente rifiutando i programmi di emergenza, perché le modalità dei programmi di prestito cinesi non sono chiare, e non riescono a raggiungere un accordo con la Cina. Alcuni Stati poveri si trovano quindi in una «situazione di limbo», scrive AP, e questo perché la Cina non è disposta ad accettare perdite, mentre il FMI si rifiuta di concedere prestiti a basso tasso di interesse se con essi poi verrebbero pagati solo i debiti cinesi. I negoziati con i creditori vengono ulteriormente appesantiti a causa dell'intensificarsi della competizione politica globale tra i Paesi occidentali e la Cina. La crescente frammentazione dell'economia mondiale rende ancora «più difficile risolvere le crisi del debito sovrano, soprattutto quando esistono delle divisioni geopolitiche tra i principali creditori sovrani»; ha avvertito a gennaio il direttore generale del FMI Kristalina Georgieva.

I Paesi occidentali, da parte loro, sperano di utilizzare la crisi del debito estero cinese in modo da far retrocedere così l'influenza che la Cina ha costruito attraverso i suoi prestiti in molte regioni del mondo. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, a maggio ha dichiarato che esiste ora una «finestra di opportunità» per i Paesi del G7 e i loro partner, dopo che «molti Paesi del Sud globale hanno avuto delle brutte esperienze con la Cina», trovandosi ora in «crisi di debito», mentre la Russia invece ha da offrire solo «mercenari e armi». Se agisse rapidamente, l''Occidente potrebbe stabilire con questi Paesi delle partnership che sarebbero reciprocamente vantaggiose. Imprese e banche potrebbero venire coinvolte nell'elaborazione di «pacchetti globali» che trasferirebbero anche parti delle catene di produzione verso i Paesi in via di sviluppo. L'UE vuole promuovere «non solo l'estrazione di materie prime, ma anche la loro lavorazione e raffinazione locale». Von der Leyen sta pertanto speculando su un brutto ricordo dei suoi potenziali "partner" del Sud globale, i quali, a partire dagli anni Settanta, hanno già avuto esperienze dolorose con i programmi di credito occidentali.

- Tomasz Konicz - Pubblicato originariamente in JUNGLE WORLD 22/2023, 01.06.2023 -

La certezza della morte imminente…

Michel Foucault compare come personaggio, nel libro di Hervé Guibert, "All'amico che non mi ha salvato la vita" (GOG, 2022), pubblicato nel 1990 (un anno prima della morte dell'autore). Foucault, tuttavia, appare con uno pseudonimo: Muzil; una sorta di curioso omaggio all'autore de "L'uomo senza qualità" (e in tal senso, vale la pena ricordare anche l'omaggio che Guibert, nello stesso libro, fa a un altro autore di lingua tedesca: Thomas Bernhard). Inoltre, Foucault/Muzil compare nel libro di Guibert sotto forma di lettore; addirittura come un lettore che dichiara al narratore quali sono due dei suoi libri preferiti: "Sotto il vulcano", di Malcolm Lowry, e i "Colloqui con sé stesso", di Marco Aurelio.

La voce narrante nel libro di Guibert, racconta come sia stato il suo primo libro - "La Mort propagande", pubblicato nel gennaio del 1977 - quello che gli ha permesso di entrare nella «piccola cerchia degli amici» di Muzil, il quale a quel tempo aveva già «pubblicato il primo volume» della sua «monumentale storia dei comportamenti». Nato in origine come un'«introduzione al primo tomo», si era trasformato in un libro, che in quel modo aveva «ritardato la pubblicazione del vero primo volume», il quale così era stato «sorpassato dal bolide introduttivo» (p. 27).

«Il libro più potente e più fragile del mondo»; è questo il modo in cui la voce narrante del libro di Guibert parla del progetto di Muzil ("la Storia della sessualità" di Foucault): «un tesoro in divenire», un «sogno» che si conclude con «la certezza della sua morte imminente». Avendo i giorni contati, «Muzil aveva cominciato a riorganizzare tutto il suo libro, con chiarezza» (p. 29). Alcuni mesi prima di morire, Muzil regala alla voce narrante del libro di Guibert la sua copia delle "Meditazioni" di Marco Aurelio: «avvolto in carta velina», si trattava dell'edizione gialla Garnier-Flammarion:

«Marco Aurelio - come mi aveva informato Muzil quando mi consegnò la copia delle sue "Meditazioni" - aveva dato inizio al suo testo con tutta una sequenza di omaggi dedicati ai suoi predecessori, ai diversi membri della sua famiglia e ai suoi maestri, ringraziando ciascuno in maniera specifica, per prima i morti, per ringraziarli di ciò che gli avevano insegnato, e procurato di favorevole nel resto della sua vita. Muzil, il quale sarebbe morto di lì a pochi mesi, mi disse allora che intendeva scrivere ben presto, a tal proposito, un elogio dedicato a me, a me che senza dubbio non avrei mai potuto insegnargli nulla» (p. 62-63).

fonte: Um túnel no fim da luz