martedì 14 febbraio 2023

Una «trappola per gli sprovveduti» !!

Un'altra volta sulle Tesi di Amburgo 
- di Anthony Hayes -

Pubblicato nell'aprile 1962, IS n. 7 segnò la svolta definitiva dell'Internazionale Situazionista verso il progetto che la accompagnerà fino al maggio 1968: il rilancio di un movimento rivoluzionario. Tuttavia, sebbene il settimo numero consolidi una tale svolta, c'è da dire che essa era già in atto da ben due anni. In parte, questo poteva essere visto nelle discussioni sul significato dell'arte, le quali raggiunsero il culmine durante la quinta conferenza del gruppo, nell'agosto 1961. In parte, era il risultato della partecipazione di Guy Debord al gruppo Socialisme ou Barbarie, nel corso del 1960 e del 1961. Le Tesi di Amburgo del settembre 1961 costituivano una risposta a entrambi gli aspetti dell'evoluzione dell'IS. Le Tesi di Amburgo vengono esplicitamente citate, sebbene non vengano rivelati dettagli chiari sul loro contenuto, in due altri testi che fanno parte del n.7 di IS, "Du rôle de l'I.S." (Il ruolo dell'IS) e "L'Étage suivant" (Lo stadio successivo), entrambi di Attila Kotányi. Come scoperto da Thomas Y. Levin nel 1989, le Tesi di Amburgo non sono mai esistite sotto forma di documento finito. Al fine di contestualizzare meglio tutti questi test, ho  pertanto deciso di pubblicare una nuova traduzione della nota di Debord del 1989 sulle Tesi di Amburgo. [*1] Si narra che ai primi di settembre del 1961, Guy Debord, Attila Kotányi e Raoul Vaneigem fossero di ritorno dall'appena conclusa V Conferenza dell'Internazionale Situazionista. Al termine della conferenza, dopo essersi imbarcati in una deriva ubriaca (dérive) nel corso dell'attraversamento del mare di Kattgatt, da Göteborg a Frederikshavn, i tre situazionisti, sulla scia delle acrimoniose discussioni riguardo cosa costituisse esattamente l'attività "anti-situazionista" (e sul perché, nelle attuali circostanze, l'attività artistica ne costituisse una sua sottosezione), si diressero verso Amburgo. [*2] E fu lì, che «in tutta una serie di bar scelti a caso ad Amburgo, nel corso di due o tre giorni all'inizio di settembre del 1961», che Debord, Kotányi e Vaneigem composero le tesi di Amburgo, giustamente chiamate così.[*3] L'impianto argomentativo principale delle Tesi sarebbe poi confluito in altre opere dei situazionisti. Debord, in una sua nota del 1989, sintetizzava in maniera efficace l'inesistente "documento":

«Le "Tesi" formavano le conclusioni, volontariamente tenute segrete, di una discussione teorica e strategica che riguardava l'insieme della condotta dell'Internazionale Situazionista. [...]. Deliberatamente, e con l'intenzione di non lasciare alcuna traccia che potesse essere osservata o analizzata dall'esterno dell'IS, non venne messo per iscritto nulla di questa discussione e delle sue conclusioni. Venne pertanto deciso allora che il riepilogo più semplice di quelle che erano state le sue ricche e complesse conclusioni, poteva essere espresso in un'unica frase: "Ora l'IS deve realizzare la filosofia". E anche questa frase non venne messa per iscritto. In tal modo, le conclusioni furono nascoste così bene che esse sono rimaste segrete fino ad oggi. [...]  Le conclusioni in quel modo riassunte, evocavano una celebre formula di Marx del 1844 (dal suo "Contributo alla critica della filosofia del diritto di Hegel"). Con quella formula si voleva dire che, d'ora in poi non avremmo più dovuto attribuire la minima importanza a nessuna delle idee dei gruppi rivoluzionari che ancora sopravvivevano in quanto eredi del vecchio movimento di emancipazione sociale che era stato distrutto nella prima metà del nostro secolo; e che pertanto, per rilanciare al più presto un'epoca di contestazione per mezzo della rivitalizzazione di tutti i punti di partenza fondamentali che erano stati stabiliti negli anni Quaranta del XIX secolo, sarebbe stato meglio contare solo sull'IS. Una volta stabilita, questa posizione di per sé non implicava l'imminente rottura con il "diritto" artistico della I.S. (il quale desiderava debolmente soltanto ripetere o continuare l'arte moderna), ma la rendeva estremamente probabile. Possiamo quindi riconoscere il fatto che le "Tesi di Amburgo" segnarono la fine del primo periodo dell'IS - vale a dire, la ricerca di un vero e proprio nuovo terreno artistico (1957-61) - e inoltre fissarono il punto di partenza per l'operazione che poi avrebbe portato al movimento del maggio 1968 e a tutto ciò che ne seguì.»[*4]

Su tutto questo, ci sono due cose che vanno dette a chiarimento di quanto sopra. In primo luogo, le due esistenti traduzioni inglesi della nota di Debord circa le Tesi di Amburgo, contengono le traduzioni errate di quella che era una frase cruciale contenuta nell'ultimo paragrafo. In queste prime traduzioni, ciò che era «qu'il ne faudrait donc plus compter que sur la seule I.S.» [«d'ora in poi bisognerà contare solamente sull'IS»] diventa «quindi non sarebbe stato più necessario contare solamente sull'IS» (in Reuben Keehan), e «non sarebbe stato più necessario contare sulla IS da sola» (in Not Bored!). Come avevo già notato, le traduzioni di Keehan e di Not Bored hanno entrambe lo sfortunato risultato di rovesciare il significato della frase in questione; parliamo di quella che è senza dubbio la frase cardine per quanto riguarda l'importanza delle Tesi di Amburgo, per il futuro dell'IS. Un simile errore, da sé solo, giustifica una nuova traduzione in inglese. Ritengo però che tuttavia la confusione di questi traduttori precedenti fosse comprensibile. In francese, la frase in questione è particolarmente contorta. Tuttavia, il significato di questa frase visto in relazione all'intero periodo di cui fa parte - la sua coerenza interna, se vogliamo - dovrebbe far riflettere. Per esempio, l'idea che non si sarebbe più dovuto contare solo sull'IS (il modo in cui Keehan e Not Bored hanno reso la frase in questione), chiaramente non consegue dalla precedente dichiarazione di cui è la conclusione, vale a dire, «che d'ora in poi non avremmo più dovuto attribuire la minima importanza a nessuna delle idee dei gruppi rivoluzionari che ancora sopravvivevano in quanto eredi del vecchio movimento di emancipazione sociale che era stato distrutto nella prima metà del nostro secolo». Forse magari i traduttori hanno creduto che Debord stesse parlando del movimento rivoluzionario che si proponeva di rilanciare, piuttosto che del rilancio in sé stesso. Di certo, l'IS non aveva mai suggerito che essi da soli avrebbero costituito un simile movimento rivoluzionario. Tuttavia, Debord non stava sostenendo che l'IS lo avrebbe costituito da sé sola un tale movimento. Piuttosto, stava argomentando  che, dato il modo in cui i contemporanei, artistici e politici, dei situazionisti sono rimasti legati a delle forme di spettacolo artistico e politico che sono state recuperate e «distrutte nella prima metà del nostro secolo», allora è più probabile che questi contemporanei non vengano coinvolti nel rilancio di un tale movimento. Pertanto, a tal fine sarebbe meglio contare solamente sulla IS. Inoltre, nel settimo numero di Internationale Situationniste, i situazionisti sostenevano l'effettiva esistenza delle forze che avrebbero poi costituito un tale movimento rivoluzionario - sia in modo passivo, in termini di peso della crescente proletarizzazione del mondo, che in modo attivo, nella misura in cui elementi di questo proletariato erano spinti alla rivolta, anche se talvolta in modo non proprio "ortodosso". Era a partire da questo che l'IS riponeva molta fiducia in quelli che erano, all'inizio degli anni Sessanta, i segnali di una crescente ribellione giovanile in tutto il mondo industriale avanzato, quale l'aumento degli scioperi "a gatto selvaggio", cosa già ampiamente commentata dai compagni del gruppo Socialisme ou Barbarie [*5]. La questione, dal punto di vista situazionista, era quindi quella di «organizzare un incontro coesivo tra gli elementi di critica e di negazione (sia come prassi che come teoria) che ora si trovano sparsi in tutto il mondo» [*6]. Tuttavia, una tale organizzazione era, per forza di cose, nettamente opposta alle varie concezioni autoritarie e gerarchiche di un'avanguardia politica o artistica che rimanevano care a gran parte dell'estrema sinistra contemporanea, sia marxista che anarchica. Sottolineando questo senso anti-gerarchico, i situazionisti avrebbero poi detto del loro ruolo: «Noi organizzeremo solo la detonazione: l'esplosione libera, deve sfuggire per sempre sia a noi che a qualsiasi altro controllo».[*7]

In secondo luogo, i critici sono stati forse giustamente confusi dal modo in cui Debord, nella sua nota del 1989, parli inizialmente delle Tesi di Amburgo come del «più misterioso di tutti i documenti emersi dall'IS», per poi chiarire che «nulla di questa discussione e delle sue conclusioni è mai stato scritto». Debord parla delle Tesi di Amburgo come di un "documento", facendolo in modo ironico, per sottolineare non solo la sua inesistenza in forma scritta, ma soprattutto per attirare l'attenzione su questa inesistenza che dev'essere vista come la sua qualità più singolare e duratura. Nella stessa nota, Debord scrisse che le Tesi di Amburgo «costituivano un'innovazione sorprendente nella storia delle avanguardie artistiche, che fino ad allora avevano dato tutte l'impressione di essere desiderose di spiegarsi».[*9] La questione, tuttavia, non è mai stata quella di rifiutare di "spiegarsi", come testimonia la continua pubblicazione di Internationale Situationniste.[*10] Debord spiegherà la natura avanguardista delle Tesi, e lo farà sottolineando in una lettera a Vaneigem la natura positiva della verità distruttiva delle Tesi di Amburgo : «Abbiamo deciso di non scrivere le Tesi di Amburgo, per poter meglio imporre in futuro il loro significato centrale riguardo al nostro progetto. Così il nemico non potrà fingere di approvarle, se non con grandi difficoltà»[*11]. Qui si parla delle Tesi come di una trappola per gli sprovveduti. Non c'è dubbio che le loro conclusioni siano entrate a far parte dell'armamento ufficiale dell'IS, eppure sono sempre rimaste in disparte, come un'autorità impossibile cui appellarsi, proprio mentre l'IS invece lavorava duramente proprio per dissuadere coloro che, forse inevitabilmente, avevano iniziato a trattarli come delle autorità. In seguito, il gruppo scriverà in un articolo, che peraltro prende il titolo dalle Tesi di Amburgo:
«È naturale che i nostri nemici riescano a servirsi parzialmente di noi. Non lasceremo loro l'attuale campo della cultura, né ci mescoleremo a loro. I consiglieri da salotto che vogliono ammirarci e capirci tenendosi a una distanza rispettosa, ci raccomandano prontamente la purezza del nostro primo atteggiamento, mentre loro stessi adottano invece il secondo. Rifiutiamo questo sospetto formalismo: allo stesso modo del proletariato, anche noi, nelle condizioni attuali, non possiamo pretendere di non essere sfruttabili; il meglio che possiamo fare, è sforzarci di far sì che qualsiasi sfruttamento comporti il massimo rischio possibile per gli sfruttatori.»[*12]

Rifiutandosi di pubblicare un documento chiamato "Tesi di Amburgo", e non essendo perciò così poi tanto «ansiosi di spiegare Sé stessi», Debord, Vaneigem e Kotányi compivano quindi un gesto circa quello che sarebbe poi diventato così un aspetto centrale del progetto situazionista, nel modo in cui ora lo intendevano.[*13] In IS n. 7, seguendo la scia delle Tesi di Amburgo, stavano scommettendo sul fatto che «la teoria situazionista si muove dentro le persone allo stesso modo in cui si muovono i pesci nell'acqua». [*14] Questa affermazione ha lasciato perplessi non pochi lettori, alcuni dei quali l'hanno ingenerosamente letta come se si trattasse di un'ulteriore prova della megalomania dell'IS. Tuttavia, nel 1961 i situazionisti che si muovevano intorno a Debord, a Vaneigem e a Kotányi stavano cominciando a concepire le particolarità del loro progetto vedendolo come un momento di una contestazione rivoluzionaria più generale, disseminata e diffusa nel tempo e nello spazio. Vale a dire, come un momento delle dinamiche di rifiuto e di ribellione, le quali erano i prodotti reali della diffusione e dello sviluppo dell'alienazione capitalista. Contrariamente a Lenin e a Trotsky, per esempio, e anche a una buona parte della teoria anarchica, l'IS non si considerava portatrice di una teoria della rivoluzione per le classi lavoratrici. Piuttosto, come aveva fatto Marx, sosteneva l'idea che una simile teoria, e prassi emergessero dall'esperienza della natura alienata e conflittuale propria della vita proletaria. Il giovane Marx aveva argomentato, con parole poi riprese e approvate dall'IS, sostenendo che «la teoria può realizzarsi in un popolo, solo nella misura in cui essa è la realizzazione dei bisogni di quel popolo»; ragion per cui, «non basta che sia il pensiero, a sforzarsi di realizzarsi, ma è la realtà stessa che deve tendere al pensiero». [*15] Nella migliore delle ipotesi, l'IS considerava sé stessa come un momento particolarmente coerente della lotta per la teoria condotta dal basso, la cui verità pratica trovava posto non solo nei loro vacillanti esperimenti di urbanistica unitaria e di situazione costruita, ma ancor più negli scioperi selvaggi dei lavoratori e nelle controculture allora fiorenti della gioventù operaia alienata. Contrariamente a molti dei loro contemporanei intellettuali e di sinistra, i situazionisti non ritenevano che l'alienazione stesse venendo migliorata, o rivelata in quanto illusione idealista, ma piuttosto che si stesse ramificando e moltiplicando in tutto il mondo per mezzo dell'intensificazione e dell'estensione della produzione e del consumo capitalistici. La questione, pertanto, non era quella di educare il proletariato grazie all'eterno sacrificio del leader intellettuale, ma piuttosto era quella di partecipare a rendere chiara e coesa quella contestazione fratturata e dispersa che era già in atto. Ecco quindi il senso peculiare situazionista, e non così tanto peculiare situazionista, di "avanguardia". In termini artistici, politici e militari, "avanguardia" era arrivato a designare coloro che erano "in anticipo" rispetto al gruppo principale. Nel gergo leninista e stalinista, indicava il necessario gap esistente tra la coscienza meramente socialdemocratica dell'operaio e la coscienza d'avanguardia del rivoluzionario che avrebbe condotto il lavoratore fino alla terra promessa. Per i situazionisti, la nozione di avanguardia, nella misura in cui essa era arrivata a giustificare semplicemente una gerarchia incontrastata e asservita alla divisione capitalistica del lavoro, aveva cessato di essere di qualsiasi utilità. Come avrebbe detto Debord qualche anno dopo, ne "La società dello spettacolo", «La rivoluzione proletaria dipende interamente da questa necessità secondo cui, per la prima volta, è la teoria, in quanto intelligenza della pratica umana, che deve essere riconosciuta e vissuta dalle masse. Essa esige che gli operai divengano dialettici e mettano in pratica il loro pensiero; ragion per cui esige dagli uomini senza qualità molto di più di quanto la rivoluzione borghese esigeva dagli uomini qualificati che delegava ad attuarla»[16]

Il che non significava che l'IS stesse rifiutando il suo ruolo di avanguardia, ma piuttosto che rifiutava le concezioni dominanti allora che stabilivano che cosa costituisse un'avanguardia politica o artistica. Contro entrambe, Debord sosterrà che «adesso, la prima realizzazione di un'avanguardia è l'avanguardia stessa».[*17] Considerare sé stessa, come "realizzazione", anziché il feticcio dell'oggetto artistico o del manifesto teorico, significava semplicemente porre l'accento sul vero, finale e definitivo oggetto dell'avanguardia. Per l'IS ciò era esattamente la società comunista ,che veniva pertanto vista come la condizione necessaria per la realizzazione del progetto che si era delineato per la prima volta nell'ipotesi di situazione costruita nel 1957. Si trattava pertanto di realizzare il progetto del comunismo (o quanto meno la sua concezione situazionista) e perciò di abolire la necessità di un'avanguardia come l'IS - un'abolizione, oltretutto, che si sarebbe concretizzata nella realizzazione di un movimento rivoluzionario di massa. Come si legge nel n. 8 di IS, l'avanguardia situazionista sarebbe «un partito che si sostituisce a sé stesso, un partito la cui vittoria costituisce simultaneamente  anche la sua sparizione»[*18]. La risonanza e la corrispondenza con il concetto marxiano relativo alla realizzazione e all'abolizione della filosofia è palpabile; come ha sottolineato Debord nella sua nota del 1989 sulle Tesi. La concezione precoce di Marx in cui si parla dell'intersezione tra un progetto filosofico radicale, da una parte, e dall'altra di un proletariato che lotta per superare le rispettive alienazioni e separazioni di entrambi, sul terreno delle desolate lande commerciali di un nascente capitalismo industriale, per i situazionisti diverrà uno di punti centrali di riferimento. Debord riteneva infatti che nella nozione (di Marx) della congruenza tra l'auto-abolizione della filosofia e quella del proletariato, si potesse individuare un processo simile a quello delle varie avanguardie artistiche del XIX e XX secolo, le quali sembravano muoversi inesorabilmente verso la progressiva distruzione della verità estetica e artistica tradizionale. Ed è qui, nella linea artistica dell'IS, che si possono forse trovare le anticipazioni formali per le Tesi di Amburgo, il «culmine dell'avanguardismo» come le ha definite Debord. Allo stesso modo in cui il Comte de Lautréamont e Stéphane Mallarmé avevano annunciato e celebrato il naufragio del linguaggio e della poesia, rispettivamente in "Les Chants de Maldoror" e in "Un coup de dés jamais n'abolira le hasard", così come Kazimir Malevich si era soffermato sull'abisso rappresentativo della distruzione dell'oggetto artistico nel suo dipinto "Bianco su bianco", e come André Breton intravedeva il meraviglioso nel grigiore dell'arte quotidiana e dell'alienazione, anche Guy Debord, Raoul Vaneigem, Attila Kotányi e Alexander Trocchi nelle Tesi si spingevano ai limiti dell'espressione possibile nella prigione della merce e delle sue varie alienazioni. Manifestare l'anti-manifesto, e non lasciare ai posteri nient'altro che la memoria sbiadita e fallibile legata al passaggio di poche persone nel corso di un'unità di tempo piuttosto breve.

Da giovane lettrista, Debord si era proposto di distruggere il cinema, realizzando un film in cui l'eliminazione lettrista dell'immagine cinematografica veniva portata fino all'estremo. Nel suo film, "Hurlements en faveur de Sade" (1952), tutte le immagini erano state eliminate, in modo da lasciare durante la proiezione uno schermo vuoto, variamente bianco o nero a seconda dei dialoghi lasciati a scandire occasionalmente gli 80 minuti di durata del film. Qualche anno dopo, reagendo contro le tendenze nichiliste del tempo in cui era lettrista, nell'Internazionale Lettrista, Debord arrivò a sostenere che la futura Internazionale Situazionista avrebbe dovuto costituire «un passo indietro» rispetto a una tale «opposizione esterna» all'arte.[*19] Per Debord, il problema non era mai stato quello di rientrare nel campo artistico sotto la bandiera dell'IS, ma piuttosto di indagare sui possibili usi cui le pratiche artistiche avrebbero potuto essere destinate in modo da poter sviluppare l'ipotesi situazionista della situazione costruita. Avendo sbattuto sempre più spesso contro i limiti di un simile uso sperimentale tra il 1957 e il 1961, Debord e la sua cerchia forzarono la questione, allontanando l'IS dal pantano artistico in cui era caduto per meglio tracciare le nuove acque di una pratica d'avanguardia che doveva essere allo stesso tempo politica e artistica; e lo fece nella misura in cui si proponeva, contemporaneamente, di superarle entrambe. Tuttavia, non si trattava di un ritorno ai giorni inebrianti del nichilismo letterista. Di questo, le Tesi di Amburgo ne sono forse la prova più singolare. Quando Debord ne parlò come del «testo [più] misterioso e anche più formalmente sperimentale della storia dell'IS» [*20], il suo riferimento non era più all'impasse della distruzione formale che aveva affrontato nel suo film "Hurlements en faveur de Sade". Piuttosto, le Tesi di Amburgo, pur incarnando la distruzione della forma, ponevano la positività al centro del progetto situazionista: vale a dire, poneva la questione più urgente del modo migliore per un ordine sociale favorevole al libero gioco e alla costruzione di situazioni, come delineato alla fondazione della IS.

- Anthony Hayes - Maggio, 2022 - Pubblicato in Notes from the Sinister Quarter -

NOTE:

[1] Esistono due versioni leggermente diverse della nota di Debord del 1989. La prima, pubblicata nel 1997, ha eliminato dal testo della nota il nome del destinatario originario, Thomas Y. Levin. La seconda, pubblicata nel 2008, ha ripristinato il testo completo della nota così come era stato concepito originariamente: come lettera indirizzata a Thomas Y. Levin nel novembre 1989. Si veda, rispettivamente, Guy Debord, "Les thèses de Hambourg en septembre 1961 (Note pour servir à l'histoire de l'Internationale Situationniste) [1989]", in Internationale situationniste : Édition augmentée, Paris: Librairie Arthème Fayard, 1997; Guy Debord, "Lettre à Thomas Levin, novembre 1989-Les thèses de Hambourg en septembre 1961 (Note pour servir à l'histoire de l'Internationale Situationniste)," in Correspondance, volume 7, janvier 1988 - novembre 1994, ed. Patrick Mosconi, Librairie Arthème Fayard. Patrick Mosconi, Librairie Arthème Fayard, 2008.

[2] Internationale Situationniste, "La Cinquième Conférence de l'I.S. à Göteborg", Internationale Situationniste, n. 7 (aprile 1962).

[3] Debord, "Les thèses de Hambourg en septembre 1961 (Note pour servir à l'histoire de l'Internationale Situationniste) [1989]".

[4] Questo è un estratto della mia nuova traduzione della nota/lettera di Debord del 1989 sulle Tesi di Amburgo. Per i dettagli della versione originale francese, si veda la nota 1, sopra.

[5] Si vedano, rispettivamente, "Difesa incondizionata" e "Istruzioni per un'insurrezione", entrambi da IS n. 6 (agosto 1961). Per approfondire la breve relazione tra l'SI e Socialisme ou Barbarie, si veda Anthony Hayes, "The Situationist International and the Rediscovery of the Revolutionary Workers' Movement", in The Situationist International: A Critical Handbook, ed. Alastair Hemmens e Gabriel Zacarias, Londra: Pluto Press, 2020.

[6] Internazionale Situazionista, "Ora, l'SI", IS n. 9, agosto 1964.

[7] Internazionale Situazionista, "La campagna anti-situazionista in vari paesi (estratti)", IS n. 8 (gennaio 1963).

[8] Debord, "Les thèses de Hambourg en septembre 1961 (Note pour servir à l'histoire de l'Internationale Situationniste) [1989]".

[9] Ivi

[10] Come Debord notava in una lettera al suo vecchio compagno lettrista, Ivan Chtcheglov, anche se la pubblicazione della rivista poteva essere "faticosa" e soggetta a "inevitabili difetti", essa rimaneva "una delle nostre uniche armi", "una voce viva [...] per immaginare più precisamente le supersessioni". Guy Debord, "Lettre à Ivan Chtcheglov, 30 avril 1963", in Correspondance volume II septembre 1960 - dicembre 1964, ed. Patrick Mosconi, Parigi: Parigi. Patrick Mosconi, Parigi: Librairie Arthème Fayard, 2001.

[11] Guy Debord, "Lettre à Raoul Vaneigem, 15 février, 1962", in Correspondance volume II septembre 1960 - dicembre 1964, ed. Patrick Mosconi. Patrick Mosconi, Parigi: Librairie Arthème Fayard, 2001, p. 127. Corsivo nell'originale.

[12] Internazionale Situazionista, "Ora, l'IS", IS n. 9 (agosto 1964).

[13] Debord, "Les thèses de Hambourg en septembre 1961 (Note pour servir à l'histoire de l'Internationale Situationniste) [1989]".

[14] Internationale Situationniste, "Du rôle de l'I.S.", Internationale Situationniste no. 7 (aprile 1962).

[15] Karl Marx, "Contributo alla critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione [1844]", in Karl Marx & Frederich Engels Collected Works Vol. 3, Mosca: Progress Publishers, 1975, p. 183.

[16] Guy Debord, La società dello spettacolo, capitolo 4, tesi 123.

[17] G.-E. Debord, "L'avant-garde en 1963 et après", in Guy Debord Œuvres, Paris: Éditions Gallimard, 2006.

[18] Internazionale Situazionista, "Ideologie, classi e dominio della natura", IS n. 8 (gennaio 1963).

[19] Guy Debord, "Un passo indietro [1957]", in Guy Debord e l'Internazionale Situazionista: Texts and Documents, ed. Tom McDonough, Cambridge, Massachusetts: The MIT Press, 2004.

[20] Debord, "Lettre à Thomas Levin, 1 septembre 1989.

domenica 12 febbraio 2023

Opercula !!

Il tombino è uno dei prodotti più diffusi, ma anche meno approfonditi negli studi di design.
Tombini d’Italia attraverso una descrizione completa e una corposa documentazione grafica, si rivolge a un ampio pubblico di lettori, dagli addetti ai lavori agli appassionati di design, con approfondimenti sugli aspetti storici, grafici e progettuali.
Una prima parte racconta il ruolo del tombino all’interno delle dinamiche di trasformazioni urbane seguite alla rivoluzione industriale e il rapporto con la cultura progettuale sino ai giorni nostri.
La seconda parte presenta un catalogo “numismatico” di 248 pezzi accuratamente ridisegnati, in un’inedita collezione di segni grafici e marchi.
Il libro raccoglie infine le immagini di alcuni tra i più importanti fotografi e artisti del Novecento, che hanno utilizzato i tombini per le loro ricerche espressive.

(dal risvolto di copertina di: Tombini d’Italia. Dal progetto grafico al design del prodotto, di Alfonso Morone. LetteraVentidue, pagg. 320, € 35)

SUA altezza, IL TOMBINO
- Arredo urbano - Sparsi a migliaia nelle città, conservano iscrizioni e immagini araldiche che sopravvivono al tempo e che sono oggi diventati elementi di design. Il più noto è la «Bocca della Verità»
- di Gabriele Neri -

«L'uomo che cammina con gli occhi fissi sulle stelle potrebbe perdersi le stelle che stanno ai suoi piedi», avvertiva il designer italiano Roberto Mango negli anni Cinquanta cantando la bellezza - udite, udite! - dei tombini, manufatti che stanno sotto gli occhi (e i piedi) di tutti senza ricevere la giusta attenzione. Eppure di qualità ne posseggono parecchie, come spiega il curioso volume di Alfonso Morone edito da LetteraVentidue: sparsi a migliaia in ogni città, pressoché indistruttibili, difficilmente migliorabili, hanno spesso decenni (o addirittura secoli) alle spalle, testimoniati da iscrizioni corrispondenti a una peculiare araldica che sopravvive ai cambiamenti circostanti. Continuava Mango: «i tombini interrati, sotto l’andirivieni del traffico, sono come gigantesche monete antiche, della remota epoca delle prime decorazioni a macchina». Mango non fu il primo cantore del tombino. Già nel 1863, bighellonando per Londra, lo studente di medicina Stepherd Thomas Taylor riportava nel suo taccuino le grafiche di circa 150 modelli, di solito utili ad accedere ai depositi di carbone sotterranei. In modo aulico, il giovane li definiva «opercula» (coperchio in latino); si possono tuttavia chiamare chiusini, caditorie, grate, botole o pozzetti; a Napoli saittelle; gàtoli in veneziano. All’estero, il pragmatismo inglese fonde concetto (un buco) e dimensione:manhole o handhole, a seconda di chi ci deve passare attraverso, mentre il francese bouche d’égout indica una bocca spalancata dalle fogne. Diminutivo di tomba, nell’italiano tombino si affaccia il ruolo simbolico di separazione tra due mondi: il regno della vita e quello sotterraneo, che tale vita agevola con chilometri di oscuri condotti, cavi e cablaggi. È una specie di orifizio, o meglio un poro capace di far respirare, sudare o nutrire la pelle delle nostre città, che dalla rivoluzione industriale in avanti si dotano di servizi inediti o perfezionati (scarichi, linee elettriche, acqua, gas, telegrafo, telefono, vapore e fibra ottica), tutti sottoterra per convenienza e decoro.

Ne esiste però anche una storia preindustriale. Celebre è diventato il chiusino circolare da cloaca in marmo paonazzetto raffigurante il volto barbuto di una divinità fluviale, murato nella parete del pronao della chiesa di Santa Maria in Cosmedin di Roma nel 1632 e meglio noto come Bocca della Verità. Più tardi, oltre ai già citati Taylor e Mango, sedotti dal tombino furono molti flâneur del Novecento, attenti al loro ruolo grafico nel paesaggio urbano e agli inconsueti utilizzi. Nel 1967 la rivista «Life» metteva in copertina i tombini del Vietnam, trasformati in rifugi antiaerei improvvisati, con uomini e donne che fanno capolino dal sottosuolo sperando che la buriana sia passata. Il volume cita molti altri aspetti del tombino, materiali e simbolici. Sul primo fronte ricostruisce la filiera produttiva della ghisa (nota come «ferraccio») e soprattutto il suo peculiare ruolo nella storia industriale, in quanto prodotto «non soggetto ad alcuna notevole innovazione o evoluzione funzionale». Brevetti e cataloghi testimoniano comunque la continua ricerca per evitare lo scivolamento del passante, l’apertura accidentale (folte sono le cronache di pedoni cascati in tombini aperti) e il furto. Il fronte simbolico e comunicativo include invece aneddoti bizzarri, tra folklore ed estetica. Nella Londra Vittoriana si diffuse la leggenda di Jack il Saltatore (SpringHeeled Jack), malfattore che, coi suoi tacchi a molla, sbucava dai tombini per aggredire il malcapitato. Di tutt’altro tipo, ma sempre attraverso il tombino, sono le gesta di tante «bande del buco», come quella di Dino Risi in Operazione San Gennaro nella Napoli degli anni Sessanta, alla caccia del tesoro del Santo. Nella Vienna delle Secessione divenne celebre una caricatura in cui si vede l’architetto Adolf Loos chinato su un tombino molto simile all’edificio da lui costruito di fronte al palazzo imperiale, osteggiato da molti per l’eccessiva semplicità. Indicando ironicamente in quel banale oggetto - e nella sua disarmante astrazione geometrica - il vero riferimento dell’opera di Loos, il vignettista sbeffeggiava l’assonanza tra il mondo industriale e l’architettura moderna, tema che stimolerà il dibattito estetico nei decenni a venire.

Nella seconda parte del volume, l’autore procede infine alla stesura di un catalogo «numismatico» di 248 tombini rintracciati in tutta Italia, analizzati e ridisegnati per svelare motivi ricorrenti (cerchi, quadrati, loghi, flora e fauna, pittogrammi), simboli politici (il fascio littorio) e dinamiche commerciali. Il volume si inserisce così in quella - ormai gremita - schiera di studi sul design «anonimo», che ebbe in Sigfried Giedion un pioniere con l’ormai mitico libro Mechanization Takes Command. A Contribution to Anonymous History (1948), in cui il celebre storico ricostruiva l’origine di prodotti quali serrature, lavatrici, aspirapolveri, sedie da barbiere, e tanti altri oggetti industriali della nostra quotidianità. Un universo progettuale a lungo fuori dagli studi accademici, così come dai riflettori del riconoscimento autoriale (specie nel campo dell’arredo urbano), che invece ai nostri giorni marchia qualsiasi creazione. Oggi infatti anche i tombini sono griffati e valorizzati: i designer Giulio Iacchetti e Matteo Ragni, autori dell’introduzione al volume, ne hanno firmati diversi modelli, decorati con zampette d’uccellino o tracce di pneumatici, premiati addirittura con il Compasso d’Oro.

- Gabriele Neri - Pubblicato su Domenica del 6/11/2022 -

sabato 11 febbraio 2023

Distruggere il mondo in maniera sostenibile !!

Sostenibilità per tutti
- di Robert Kurz -

Il movimento per la pace ha chiuso quando Nicole ha intonato "A little peace" e Ronald Reagan si è unito alla catena umana con tutta la sua famiglia. Oggi tutti i produttori di armi e i tutti torturatori sono a favore di «un po' di pace», e anche, in qualche modo, della  democrazia. Lo stesso vale anche per il movimento socio-ecologico per quel che riguarda il concetto arbitrario di «sostenibilità», per mezzo del quale viene elusa una critica fondamentale del metodo di calcolo dell'economia aziendale. Da quando la modernità si è sottoposta a un lifting postmoderno, è diventato tutto possibile, visto che nulla ha più significato. Immersi nel rumore di fondo della macchina del mercato globale non c'è nulla che conti: sia le cose che gli esseri viventi di questo mondo sembrano ormai avere tutti la medesima qualità scambiabile espressa in valori monetari. E la libertà corrisponde alla consapevolezza della necessità di un adattamento al mercato: ormai Orwell non ha più nemmeno bisogno di inventare la «Neolingua». Quanto più si parla di «individualità» e di «diversità», tanto più quello che si diffonde è un vorace discorso plastico, nel quale ci si appropria di tutti i termini e si livellano tutte le differenze. Ogni e qualsiasi critica sociale viene fagocitata, in modo da diventare così un oggetto di mercato al pari delle carte di credito, degli assorbenti e dei telefoni cellulari. La politica e i media rimescolano la zuppa istantanea dello spirito del tempo, nella quale bisogna che, a scopo di vendita, nuotino gli ultimi pezzetti di parole, per quanto essi non abbiano più sostanza di quanto ne abbia il pollo contenuto in un «brodo di pollo» Knorr o Maggi. Sembra che il termine plastico di «sostenibilità» (sustainability) sia stato davvero inventato proprio al fine di questo «discorso» da fast food. Questa nuova parola è ideale per amalgamare insieme gli intransigenti interessi di mercato con i mormorii di responsabilità ecologica, al fine di riuscire a iniettare il prodotto che possa piacere a tutti, in un'interminabile operazione di giornalismo-da-aperitivo. Con l'aiuto della «sostenibilità», si può operare senza alcuno sforzo assumendo nel farlo le fattezze di una splendida figura eco-sociale, che però non mette in discussione né l'ordine sociale dominante né la sua economizzazione del mondo attraverso l'economia aziendale. Tuttavia, persino i bambini sanno che la razionalità dell'economia imprenditoriale esternalizza i costi in maniera permanente: per la società nel suo insieme, per il futuro e anche per la natura. Si è dimostrato praticamente impossibile internalizzare questi costi sociali ed ecologici che vengono esternalizzati nel bilancio economico delle imprese per mezzo di una regolamentazione politica. Ma tutto questo si sarebbe già potuto sapere in anticipo, visto che l'essenza della gestione economica aziendale consiste proprio in questo particolare calcolo, che letteralmente, nell'ottica dell'interesse dell'autoconservazione economica, non si cura affatto della totalità. Chi non vuole rovinare il mondo viene punito dai mercati. In ogni caso, sarebbe una procedura assurda continuare a organizzare la società secondo un principio che ignora sistematicamente i costi sociali ed ecologici che ne derivano, per poi voler tornare a inserirli nuovamente. Perché non essere immediatamente ragionevoli con le risorse sociali? Purtroppo, questa razionalità può essere mobilitata solo se la società pone fine al cieco calcolo dell'economia aziendale. Ma non viene consentito andare a fondo della questione. Il dibattito socio-ecologico degli anni '70 e '80, ovviamente è stato un prodotto di lusso dei vincitori del mercato mondiale. Ora il divertimento è finito. E questo proprio nel momento in cui il dumping ecologico e la deregolamentazione sociale accelerano la crisi, la «sostenibilità» sta facendo carriera. È il marchio che viene imposto sull'autocondanna della critica sociale socio-ecologica. Quanto più velocemente scompaiono le foreste tropicali e l'acqua potabile viene contaminata, tanto più drammaticamente aumentano la disoccupazione e la povertà di massa in tutto il mondo, e tanto più generale diventa l'impegno per la «sostenibilità». Ecco perché anche un radicale del mercato, come il capo della federazione industriale tedesca, Olaf Henkel, può apparire come se fosse un protagonista nel dibattito sulla sostenibilità. Tutte le capre si stanno trasformando in giardinieri e la microeconomia vittoriosa sta distruggendo in maniera sostenibile il mondo.

- Robert Kurz - Pubblicato nel gennaio del 2020 su Politische Ökologie -

Nota di Exit!: Questo testo avrebbe benissimo potuto essere scritto oggi; qualche termine forse sarebbe diverso e si sarebbe imposta l'espressione di Catastrofe Climatica.

fonte: Exit!

venerdì 10 febbraio 2023

Il tema di Murphy !!

Sulla falsariga di quello che fa Ernst Jünger durante la sua visita in Brasile del 1936 - analizzare il cielo dei tropici e metterlo a confronto con quello europeo, conosciuto e familiare - anche il protagonista del romanzo di Samuel Beckett del 1938, Murphy, è affascinato dall'astrologia, dalla capacità che hanno gli astri di interferire nella vita e nella soggettività: «Il tema natale di Murphy, redatto da Suk, accompagnava lo sfortunato nativo ovunque egli andasse», scrive Beckett,.«L'aveva imparato a memoria ,e mentre camminava se lo sussurrava tra sé e sé».

In gran parte, come scrive il personaggio narrante, Murphy, la cosa era dovuta al fatto che egli «apparteneva alla schiera di quegli eletti i quali esigono che ogni cosa gliene ricordi un'altra»; vale a dire che si trattava di un soggetto perennemente impegnato nella decifrazione dei segni, dell'intersecarsi delle analogie, dei riferimenti e dei rimandi, delle «firme» (un collegamento perduto e modernista, simile a quello che Agamben, archeologicamente, svolge in "Signatura rerum":

«Tre sono i segnatori secondo Paracelso: l’uomo, l’archeo (Archem) e le stelle (Astra). I segni degli astri, che rendono possibile le profezie e i presagi, manifestano "la forza e la virtù soprannaturale" (übernatürliche Krafft und Tugend) delle cose: di essi si occupano le scienze divinatorie come la geomanzia, la chiromanzia, la fisiognomica, l’idromanzia, la piromanzia, la necromanzia e l’astronomia.»

Il Tema Natale di Murphy era stato elaborato dal "Professor Suk" e insieme agli altri elementi, che segnalano come, a partire dal fatto che, essendo i suoi più «alti Attributi», «Anima, Emozione, Chiarudienza e Silenzio», egli deve pertanto «evitare l'esaurimento per Parole»; mentre per quanto attiene alla «Carriera», «il Nativo deve Ispirare e Guidare, come Mediatore, Promotore, Detective, Guardiano, Pioniere»; le pietre preziose favorevoli sono: «Ametista e Diamante»; i colori favorevoli: «Giallo limone»: «Per allontanare la Calamità il Nativo deve introdurre un Niente nell'abbigliamento, e un Sospetto anche nella Decorazione Interna della sua Casa»; anni favorevoli: «1936 e 1990».

fonte: Um túnel no fim da luz

giovedì 9 febbraio 2023

Venti caratteruzzi …

Perché la A è la prima lettera dell’alfabeto? Forse perché il bue era considerato dai fenici il più importante fra i beni? Perché la D, fra i numeri romani, significa 500? Come si può vedere nella M il volto di un uomo? Perché davanti a U usiamo Q? Questo libro è una storia dell’alfabeto. La storia di una delle più straordinarie invenzioni umane, di quei «venti caratteruzzi» che ci permettono di «parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni», per usare le parole di Galileo. (E perché per Galileo le lettere sono venti, e non ventuno?)
Alessandro Magrini ci accompagna in un viaggio affascinante, un capitolo per lettera, dall’antico Egitto alla Fenicia alla Grecia a Roma (con lo zampino degli etruschi). E lo fa con la rara capacità di tenere sempre viva l’attenzione, complici la sua contagiosa curiosità e un’esposizione limpida e avvincente. Grazie anche al ricco apparato d’immagini, Il dono di Cadmo è uno di quei rari libri in cui il rigore scientifico convive con una genuina abilità divulgativa. Venite a scoprire la storia delle lettere: ogni scarabocchio sul muro, ogni insegna pubblicitaria non vi parrà più la stessa. Quando vedrete una N, penserete d’ora in poi a un antico serpente di mare.

(dal risvolto di copertina di: Il dono di Cadmo, di Alessandro Magrini. Ponte alle Grazie, pagg. 192, € 16)

La «a» è sempre la prima, la «zeta» non è l’ultima
- Storia dell’alfabeto. Un brillante studio di Alessandro Magrini ci conduce attraverso misteri e curiosità delle lettere, dall’insofferenza di Cicerone per la «F» all’odio di Luciano per la «T» -
di Andrea Kerbaker

Una delle maggiori stranezze dell’italiano è la consistenza ridotta del suo alfabeto: 21 lettere al posto delle 26 comunemente in uso nelle altre lingue moderne. Da noi niente J, nessuna Y, non W né X, e soprattutto, dal punto di vista di chi scrive, niente K; che vuol dire, per uno con il mio cognome, vivere in uno strano limbo. Nella mia famiglia, infatti, il fattore K, anziché essere un dibattuto tema di politica internazionale, si è sempre identificato nella difficoltà di far scrivere correttamente il nostro nome da un qualsiasi interlocutore che non avesse fatto studi superiori, con equivoci a non finire, spesso più che comici. Nell’attesa di vedere sanata la mia personalissima discriminazione, per ora mi accontento di leggere con soddisfazione testi che si occupano dell’alfabeto senza distinzioni. È il caso del recente Il dono di Cadmo, che lo studioso classico Alessandro Magrini manda in libreria con l’editore Ponte alle Grazie. Non solo la K c’è, al suo posto, tra la J e la L; ma addirittura viene riscattata dalla sua immeritata assenza, con l’ipotesi di un inserimento per il possibile uso «molto vantaggioso, come hanno mostrato i giovani utilizzatori dei primi cellulari».

Magrini è studioso colto e serio, ma con il dono raro della divulgazione, che gli permette di affrontare il tema nella maniera più gradevole, alternando informazioni approfondite con aneddoti spesso imprevedibili, come Cicerone che se la piglia con la F, a suo giudizio «insuavissima, sgradevolissime e cacofonica»: caratteristiche dimostrate appieno da un verso decisamente brutto, Finis, frugifera et efferta arva Asiae tenet. Invece Luciano di Samosata ce l’ha con la T, che ricorda la croce e le sue sofferenze: «Piangono gli uomini e deplorano la loro sorte, e maledicono Cadmo di continuo per aver introdotto il Tau nella famiglia delle lettere. Dicono infatti che i tiranni impalano la gente a patiboli che ne riproducono la forma in legno e che proprio da questa lettera sia derivato lo scellerato nome dello strumento di supplizi». Altre volte, per fortuna, le lettere hanno suoni e aspetti considerati più gradevoli. Su tutte, la O, che deriva dal geroglifico egizio dell’occhio. Se ne accorge per primo, nel 1838, l’archeologo francese Charles Lenormant, poi dimenticato da tutti, tanto che meno di un secolo dopo la sua intuizione verrà attribuita al «figlio François, eccellente archeologo anche lui, ma che nel 1838 aveva un solo anno d’età». Altre lettere possono diventare perfino un segno di distinzione snob. Accade alla H in epoca romana: «Sant’Agostino faceva notare che ai suoi tempi, a cavallo tra IV e V secolo dopo Cristo, gli intellettuali facevano più caso alla pronuncia dell’acca di homo che all’odio di un uomo verso un altro uomo. Ma già al tempo di Cesare e Cicerone a pronunciare l’aspirazione a inizio parola era principalmente chi viveva nell’Urbe, chi viveva in campagna dall’acca non faceva uso». Abitudini del passato? Non così tanto: ho fatto leggere questa notazione a mia moglie inglese, che ogni volta che sente parlare i nostri connazionali nella sua lingua lamenta la pressoché totale scomparsa dell’acca inziale davanti a parole anche di uso comune come him o here. Del resto l’evoluzione della pronuncia non è soltanto un fatto antico: «Noi diciamo bi, alla toscana, ma fino a non moltissimo tempo fa il nome della seconda lettera dell’alfabeto italiano era be… il libro con cui si cominciava a imparare a leggere e scrivere si chiamava abbecedario, perché le prime lettere dell’alfabeto si recitavano appunto a, be, ce».

Da questo singolare viaggio nel tempo e nei luoghi emergono informazioni che magari erano sempre state sotto l’occhio di tutti noi, ma a cui forse non avevamo mai pensato: per esempio che tutti gli alfabeti vecchi e nuovi iniziano con la A, anche se non è chiara l’origine di questo primato. Diverso il caso della conclusione, molto ondivaga, tra X, omega e Z. Il latino, privo di Z, chiude con la X, come testimonia anche un graffito di un muro di Pompei. Questo è un altro aspetto del libro, non limitato alle fonti scritte, ma allargato a molteplici scienze che si occupano di antichità, a cominciare dall’archeologia. Giusto, perché per il tema questa disciplina ha un ruolo centrale, soprattutto per i cosiddetti alfabetari, «recipienti o tavolette per la scrittura che recano inciso il repertorio delle lettere in ordine alfabetico, a mo’ di sussidio didattico o come promemoria». E il percorso degli scavi, tutt’altro che concluso, continua a progredire: uno dei contributi più recenti sull’argomento arriva dalla città di Ugarit, nella Siria del nord, dove nel 1948 è stata ritrovata una tavoletta con l’intero alfabeto di circa tremila anni. Di queste informazioni il libro fornisce anche abbondanti riproduzioni fotografiche e disegni ad hoc, indispensabili per documentare il passaggio da una scrittura all’altra, attraverso un percorso lungo almeno tre millenni.

Così, tra il serio e il faceto, Magrini ci conduce per mano tra i misteri delle lettere. Come afferma il risvolto, ultimata la lettura «ogni scarabocchio sul muro, ogni insegna pubblicitaria non vi parrà più la stessa». Un’ultima annotazione: non so a che squadra di calcio tenga Magrini; ma dalle note biografiche vedo che è romano, e - quando si parla della J - fa una lunga perifrasi per non nominare «una squadra di calcio con sede a Torino, che porta un nome latino». A me, milanista impenitente, la censura dei colori bianconeri rende l’autore ancora più simpatico.

- Andrea Kerbaker - Pubblicato su Domenica del 6/11/2022 -

martedì 7 febbraio 2023

Auto-seduciamoci !!

Autogestione e narcisismo
- di Félix Guattari -

Il termine Autogestione - come ogni parola d'ordine - può essere coniugato in relazione a qualsiasi cosa: da Lapassade a de Gaulle, dalla CFDT [Confederazione Democratica Francese del Lavoro] agli anarchici. Parlare di autogestione in sé e per sé, senza alcun contesto, costituisce un mito. Diventa una sorta di principio morale, vale a dire, l'impegno che la gestione di un gruppo o di un'azienda verrà gestita da e per sé stessa. L'efficacia di questa parola d'ordine deriva dalla sua auto-seduzione. Il fatto che essa, in ogni e qualsiasi situazione, determini il corrispondente oggetto istituzionale rappresenta un criterio che dovrebbe permettere di chiarire la questione. L'autogestione di una scuola, o di un'università, è limitata dalla sua dipendenza oggettiva dallo Stato, dai mezzi di finanziamento, dall'impegno politico degli utenti, ecc. Nel momento in cui non viene articolata con una prospettiva rivoluzionaria coerente, può essere solo una parola d'ordine finalizzata a un'azione transitoria che rischia di essere discretamente confusa. Da parte sua, l'autogestione di una fabbrica, o di un'officina, rischia anche di essere recuperata dall'ideologia psico-sociologica riformista, la quale vede il dominio "inter-relazionale" come se fosse qualcosa che dev'essere affrontato con tecniche di gruppo; ad esempio la formazione di gruppi di tecnici, dirigenti, proprietari, ecc. (Va da sé che per il lavoratori tali tecniche sono troppo "costose".)

In tal modo, la gerarchia viene "contestata" solo nell'immaginario. Mentre nella realtà, non solo non viene scalfita, ma le viene piuttosto invece dato un fondamento modernista, e viene così rivestita di una morale "rogersiana", o di qualche altro tipo. In un'azienda, l'impulso all'autogestione riguarda il controllo effettivo della produzione e dei programmi: investimenti, organizzazione del lavoro, relazioni commerciali, ecc. Se in una fabbrica, un gruppo di lavoratori «pone sé stesso sotto autogestione», dovrebbe prima risolvere innumerevoli problemi con l'esterno. Può essere durevole e vitale solo se anche l'esterno fosse organizzato sotto autogestione. Un singolo ufficio postale autogestito non potrebbe  sopravvivere a lungo; di fatto, tutte le parti della produzione sono interconnesse come avviene con  le centrali telefoniche. L'esperienza dell'autogestione durante gli scioperi, la ricostituzione dei settori produttivi in una fabbrica,al fine di rispondere alle esigenze degli scioperanti, l'organizzazione dei rifornimenti e dell'autodifesa, sono tutte esperienze molto importanti e indicative. Mostrano la possibilità di andare oltre il livello conflittuale della lotta. Mostrano un modo di organizzare la società rivoluzionaria in un periodo di transizione. Ma è ovvio che non possono dare risposte chiare e soddisfacenti ai problemi legati ai rapporti di produzione, ai problemi relativi alle strutture adatte a una società che ha espropriato il potere economico e politico della borghesia, e che lo ha fatto in un'economia molto sviluppata. Il controllo esercitato dai lavoratori, non appena tocca degli aspetti istituzionali che mettono in discussione l'infrastruttura economica, solleva dei problemi politici fondamentali. Un'aula magna autogestita, è probabilmente un'ottima soluzione pedagogica. Mentre invece un settore industriale che viene posto sotto il controllo diretto dei lavoratori, solleva immediatamente tutta una pletora di problemi economici, politici e sociali su scala nazionale e internazionale. Se i lavoratori non si fanno carico di questi problemi in un modo che superi il quadro burocratico degli attuali partiti e sindacati, la pura autogestione economica può trasformarsi in un mito e portare a uno stallo demoralizzante.

Anche parlare di autogestione politica può essere una formula ingannevole, dal momento che fondamentalmente la politica mette d'accordo un gruppo con altri gruppi, e lo fa in una prospettiva globale, che sia esplicita o meno. L'autogestione come parola d'ordine politica non è un fine in sé. Il problema è definire il tipo di relazioni, le forme da promuovere e il tipo di potere da istituire a ogni livello dell'organizzazione. La parola d'ordine autogestione, allorché prende in maniera significativa il posto di quelle che devono essere delle risposte differenziate ai diversi livelli e settori in base alla loro reale complessità, può diventare solo un modo per distrarre e distogliere dai veri problemi. Cambiare il potere dello Stato, cambiare la gestione di un ramo dell'industria, organizzare un'aula scolastica e sfidare il sindacalismo burocratico sono tutte cose completamente diverse, le quali devono essere considerate separatamente. La minaccia è che la parola d'ordine dell'autogestione, appena apparsa nelle proteste contro le strutture burocratiche nelle università, venga fatta propria da ideologi e politici riformisti. Non esiste una "filosofia generale" dell'autogestione che permetta di applicarla ovunque e a ogni situazione, soprattutto a quelle situazioni che derivano dall'instaurazione del doppio potere, dall'istituzione del controllo democratico rivoluzionario, dalla prospettiva del potere operaio e dalla creazione di sistemi di coordinamento e regolamentazione tra i vari settori della lotta. Se non avviene per tempo una chiarificazione sulla portata e sui limiti dell'autogestione, questa "parola d'ordine" verrà compromessa dalle associazioni riformiste e finirà per essere rifiutata dai lavoratori, a favore di altre formule che seguono invece linee "centraliste democratiche", formule di cui poi si appropria più facilmente il dogmatismo di ampio respiro del movimento comunista.

 Félix Guattari - 8 giugno 1968 -

fonte: Autonomies

lunedì 6 febbraio 2023

Senza più cavallo, ho perso il treno e mi trascino dietro questa inutile sella…

Perso il treno della rivoluzione della microelettronica, e morto il valore d'uso che era il suo cavallo, il soggetto si trascina continuando a portare sulle spalle l'inutile sella, come un feticcio!!

Il cavaliere e la sua sella: riecco la questione della «forma germinale»
- di Frank Grohmann -

Venticinque anni fa, il crollo della «modernizzazione di recupero» e la crisi globale del lavoro astratto in quella che era la già avviata terza rivoluzione industriale della microelettronica vennero visti, dalla critica della dissociazione del valore, come dei segnali, a partire dai quali venivamo avvisati del fatto che le categorie reali oggettivate del sistema di produzione delle merci avrebbero raggiunto un limite storico assoluto, e la loro dinamica si sarebbe esaurita.
La domanda posta in quel contesto  - nel momento storico della fine degli anni Novanta – che chiedeva se, potenzialmente, dal punto di vista della critica della dissociazione del valore [*1], la rivoluzione digitale avrebbe potuto essere la «forma germinale» di un'emancipazione sociale, ha avuto una risposta più tempestiva di quanto all'apparenza potesse allora sembrare. L'«economia naturale microelettronica», che nel 1997 era stata ipotizzata da Robert Kurz come la «forma germinale» comunicativa di un'emancipazione sociale che avrebbe reso possibile una riflessione cosciente e una socializzazione diretta in grado di superare la socializzazione del valore [*2], è stata seguita, appena un anno dopo, dalla formulazione di una presa di distanza dal «concetto ausiliario di economia naturale»; concetto è ora solamente «ironico». Ma allo stesso tempo, Robert Kurz ed Ernst Lohoff continuano a insistere nel dire che: «Ciò che bisogna fare con le forze produttive microelettroniche, al di là del valore, non è frutto di una dinamica propria della tecnologia [...], ma dei liberi obiettivi di una società consapevole di sé stessa» [*3]. Ma non più tardi del 2010, a partire dalla constatazione del coincidere di «un armamento tecnologico senza precedenti nell'immediatezza dei potenziali di interazione globale» con «un'atomizzazione, altrettanto senza precedenti, degli individui diseredati dal capitalismo», ecco che ora questa metafora della «forma germinale» – che fino a tredici anni prima veniva ancora difesa - viene ora invece criticata, dal momento che «ricade tra le fantasie alternative di de-socializzazione» [*4].

Questa revisione autocritica di quella che era stata un'ipotizzata prospettiva di emancipazione sociale, avviene essenzialmente a partire dall'«addio al valore d'uso» [*5], ossia da una critica che già sei anni prima segnalava che: il valore d'uso, che è rimasto a lungo «in uno stato di innocenza storica», si rivela invece come una «funzione del valore di scambio», sempre già «orientato» da quest'ultimo; ragion per cui la categoria che esso designa nel sistema produttore di merci, viene anch'essa sempre più riconosciuta come una categoria altrettanto negativa. Sotto il diktat del moderno sistema di produzione di merci, la «riduzione al concetto di utilità»  porta, da un lato, al fatto che a diventare sempre più discutibile non è solo il riferimento a questa utilità, ma è proprio  «l'utilità stessa che diventa sempre più sospetta»; mentre, dall'altro lato e allo stesso tempo, i prodotti di un'eventuale «forma germinale di economia naturale microelettronica» non possono ora avere altro destino se non quello di essere prodotti come merci, vale a dire, di essere fin dall'inizio dei «prodotti di scarto della valorizzazione del capitale» [*6].

Di fatto, i due momenti così evocati si trovano a essere collegati dall'interno: retrospettivamente, la metafora della «forma germinale», la quale  serpeggia per tutto testo del 1997, si trova già sporcata da un residuo di feticismo del valore d'uso - che essa invece intenderebbe appunto combattere, mentre che al tempo stesso testimonia una critica, non ancora intrapresa, «del concetto stesso di soggetto» [*7] - al quale necessariamente conduce l'approccio ben presto abbandonato; e per quel che riguarda il futuro, ciò significa, almeno per noi oggi, che non si può più tornare indietro, cancellando questo nesso logico, anche se la sua assunzione concettuale è tutt'altro che una sfida secondaria

Pertanto non si tratta di «perdere il treno» [*8]. Dal momento che alla fine, quanto più diventava chiaro il perché la sinistra - con la sua «categoria preferita» e con la «parola magica» della scommessa sul valore d'uso [*9] - aveva puntato sul cavallo sbagliato, tanto più chiaramente bisognava riconoscere, da parte del movimento critico della dissociazione del valore, che anche il treno della rivoluzione microelettronica - la quale avrebbe dovuto portare a destinazione cavallo e cavaliere - non avrebbe potuto fare altro che andare anch'esso nella direzione sbagliata. Pertanto, quello che non è ancora arrivato, non può essere altro che un treno «emancipatore», e non una «socializzazione diretta»!

Non c'è perciò da stupirsi se da allora e fino a oggi - visto che in tal modo il soggetto si è trovato, finalmente e definitivamente, senza cavallo e senza treno - tutti gli sguardi sono stati rivolti a questo cavaliere con la sella sulla spalla: «La soggettività può sempre e solo designare un soggetto che esiste nel quadro delle forme del feticcio, il quale gestisce e amministra le possibilità di scelta preformate dalla logica del valore» [*10]. In questo modo,  nel 1998, si è aperto in seno alla critica della dissociazione del valore il «terzo» - che continua ancora oggi, venticinque anni dopo - «ciclo ancora incompiuto della critica del soggetto» [*11]. Benché il concetto di «dominio senza soggetto», forgiato cinque anni prima a partire da Marx, sia stato il punto di partenza di questa critica, esso non poteva prescindere dall'esame della nozione di ciò che è il soggetto in psicoanalisi, e che aveva potuto essere avviato solo in quel contesto [*12]. Anche se aderiamo all'idea secondo cui questo subjectum debba essere distrutto [*13], dal momento che esso viene modellato esclusivamente dalle forme del feticcio, il superamento di questa «forma soggetto» [*14] non può essere affrontato senza che ci sia un confronto  con il «soggetto dell'inconscio» freudiano (Lacan) [*15]: e questo non solo perché non può esistere un soggetto di «dominio senza soggetto» senza che esista un portatore incosciente; ma ancor più, e soprattutto, perché il soggetto non è disposto a rinunciare semplicemente a ciò che deve portare, anche se si tratta di un'inutile sella.

- Frank Grohmann, 4 febbraio 2023 - Pubblicato su GRUNDRISSE. Psychanalyse et capitalisme 

NOTE:

[1] Si veda « Quelle forme germinale de la transformation sociale ?»
[2] R. Kurz, « Anitökonomie und Antipolitik. Zur Reformulierung der sozialen Emanzipation nach dem Ende des ?Marxismus? », Krisis, 19, 1997.
[4] R. Kurz, « Seelenverkäufer. Wie die Kritik der Warengesellschaft selber zur Ware wird », 2010.               [3] « Was ist Wertkritik? », Interview der Zeitschrift Marburg-Virus mit Ernst Lohoff und Robert Kurz, 31.12.1998.
[5] R. Kurz, « Abschied vom Gebrauchswert », 2004.
[6] Ivi.
[7] « Was ist Wertkritik? », op.cit.
[8] Si veda « Quelle forme germinale de la transformation sociale ?», op.cit. : « Est-ce donc que l’émancipation sociale a selon Kurz raté dans les années 90 le train en marche de la révolution numérique […] ? »
[9] R. Kurz, « Abschied vom Gebrauchswert », op.cit.
[10] « Was ist Wertkritik? », op.cit.
[11] Après la première, qui s’appliquait au « sujet du ?travail? » et la seconde, concernant la « subjectivité politique ». Ibid.
[12] R. Kurz (1993), « Domination sans sujet. Pour le dépassement d’une critique sociale tronquée », Raison sanglante. Essais pour une critique émancipatrice de la modernité et des Lumières bourgeoises, Crise & Critique, Albi, 2021.
[13] »Ceterum censeo subjectum delendum esse« conclut l’article : R. Kurz (2004), « Tabula rasa. Jusqu’où peut et doit aller la critique des Lumières ? », Raison sanglante, op.cit.
[14] Ibid. Voir aussi : R. Kurz (2004), « Ontologie négative. Les obscurantistes des Lumières et la métaphysique de l´Histoire à l’époque moderne », Raison sanglante, op.cit.
[15] Il paragone freudiano del cavaliere e del cavallo, con il quale si cerca di illustrare la dipendenza dell'«importanza funzionale dell'io» dalle sue forze prese in prestito dall'id, viene reinterpretato nel senso del soggetto dell'inconscio dalla lettura lacaniana dell'aforisma «Dove c'era l'id, deve venire l'id» che segue a questo paragone. Si veda S. Freud, "Le Moi et le Ça", Essais de psychanalyse, Éditions Payot, Paris, 1981 [1923] e S. Freud, Nouvelles conférences d'introduction à la psychanalyse, Gallimard, Paris, 1984 [1932/33]; J. Lacan, "La Chose freudienne ou sens du retour à Freud en psychanalyse" (1955), "Subversion du sujet et dialectique du désir dans l'inconscient freudien" (1960), "Position de l'inconscient" (1960/64), in Écrits, Seuil, Paris, 1966.

Cinema & Religione

Una commedia inedita di Orson Welles, «un capolavoro di arte scenica» per «Le Monde». Mai pubblicata in inglese, data alle stampe in Francia nel 1952 e sparita nel nulla, questa brillante satira è una vera riscoperta del talento letterario del regista statunitense.

«La storia si svolge a Hollywood, mentre la città è stretta nella morsa di un ciclo di film religiosi. Un regista neorealista italiano gira un film su una santa alla Bernadette che fa miracoli e cura gli infermi. Ha appena licenziato la diva protagonista rimpiazzandola con una dattilografa che gli sembra più spirituale. Stanno girando una scena in cui ci sono molti storpi e l’italiano ha insistito che siano storpi autentici. La dattilografa li benedice e quelli gettano via le grucce! Sono guariti! Hollywood diventa la nuova Lourdes. Frammenti di pellicola vengono venduti come reliquie… ma gli affari vanno a rotoli. L’industria si salverà solo con l’arrivo di un Arcangelo che convoca i capi degli Studios e fa un patto con loro: il Cielo è disposto a sospendere ogni miracolo, a condizione che Hollywood smetta di fare film religiosi...». Orson Welles

(dal risvolto di copertina di: Orson Welles, Miracolo a Hollywood. Titolo originale: The Unthinking Lobster. Traduzione e nota di Gianfranco Giagni. SELLERIO, Pagine 161, €13)

Il teatro di Welles
- Fu una farsa che andò in scena a Parigi nel 1950. Adesso riemerge grazie all’acribia di Gianfranco Giagni. Una scatenata comicità si prende gioco della religione e mette alla berlina il neorealismo (e Roberto Rossellini) già nel titolo: «Miracolo a Hollywood» -
di Davide Ferrario

Per presentare il soggetto, val la pena leggere quel che ne dice lo stesso Orson Welles: «La storia si svolge a Hollywood. Un regista neorealista italiano gira un film su una santa alla Bernadette che fa miracoli e cura gli infermi. Ha appena licenziato la diva protagonista rimpiazzandola con una dattilografa che gli sembra più spirituale. Stanno girando una scena in cui ci sono molti storpi e il regista ha insistito che siano storpi autentici. La dattilografa li benedice e quelli buttano via le grucce! Hollywood diventa la nuova Lourdes».

È l’inizio di una specie di farsa che andò in scena a Parigi nell’estate del 1950 per quattro settimane e di cui si era persa traccia, salvo una citazione nelle biofilmografie di Welles, che parlavano di una misteriosa commedia intitolata The Unthinking LobsterL’aragosta avventata» o «incauta») — titolo che suscitava più domande che risposte. C’è voluto Gianfranco Giagni, uno dei wellesiani più appassionati del mondo, certamente il più filologico d’Italia, perché quel testo tornasse alla luce. Giagni è riuscito a ripescare un’edizione su stampa francese del 1952 pubblicata come Miracle à Hollywood, l’ha brillantemente tradotta e la presenta con questo titolo — Miracolo a Hollywood — per la gioia dei fedeli del grande Orson. Ma non solo per loro. Non bisogna essere aficionados wellesiani per lasciarsi trascinare dalla scatenata comicità della pièce. Il cui secondo titolo fa ovviamente riferimento, parodisticamente, a Miracolo a Milano. Il motore della vicenda è infatti un regista «semi-realista» (sic), di cui in scena sentiamo solo la voce, ma in cui è facile riconoscere Rossellini.

Che Welles non avesse grande stima dell’autore di Paisà lo dice già il nome che gli affibbia nella storia: Alessandro Sporcacione. Il momento storico è quello in cui a Hollywood vanno alla grande le produzioni di carattere religioso in stile Cecil B. De Mille e un immaginario capo degli studios, Jake Behoovian, sta girando un film sulla Genesi — dato che, purtroppo, «il Diluvio l’ha sotto contratto la Warner». L’inizio è folgorante. Su uno schermo scorrono spettacolari immagini della creazione del mondo che però non convincono affatto il produttore. «Mi dispiace ragazzi, ma questa è roba che non interessa nessuno». «Ma è la Bibbia, mr. Beehovian!». «E allora? Tagliamola». È solo l’avvio di una scoppiettante sequela di surrealtà che culmina nella situazione descritta all’inizio: la dattilografa piazzata al posto della diva dal nevrotico regista italiano si mette a fare miracoli veri. Il che, in un primo momento, sembra uno splendido lancio pubblicitario per il film; ma alla lunga si rivela una minaccia per la natura stessa di Hollywood: «Eravamo una splendida copia di Babilonia e siamo finiti per fare concorrenza a Lourdes...».

La commedia è una miniera di battute («Non bastava l’arrivo della televisione, adesso ci si mettono anche i miracoli»; «Lei è una brava persona che si spaccia per Arciduca, io sono un prete che si spaccia per brava persona...») e di situazioni esilaranti in cui Welles, costretto a trasferirsi in Europa per lavorare, si vendica in modo sulfureo del sistema hollywoodiano che l’aveva di fatto mandato in esilio, umano e artistico. Non contento, Welles si prende gioco anche della religione, sia sotto forma della Chiesa cattolica che di Dio stesso. Arriva in città un Arcangelo di incerta natura («Mia cara signora...». «Non sono una signora». «E neanche un angelo»). Sarà lui a negoziare con gli studios la cessazione dei miracoli in cambio dello stop alla produzione di film religiosi. La lettura di questo testo consente anche di riflettere su un aspetto della poliedrica attività di Welles, quella teatrale. Che è ben nota a biografi e studiosi ma che purtroppo è pochissimo documentata dal punto di vista dei reperti visivi. Si sa di una provocatoria messa in scena del Macbeth shakespeariano con un cast nero; del suo storico Giulio Cesare in abiti moderni; della mirabolante produzione di Il giro del mondo in ottanta giorni. Di questo ed altro esistono testimonianze principalmente scritte. Un merito della lettura di Miracolo a Hollywood, uno dei pochi testi teatrali scritti in autonomia da Welles, è così anche quello di farci immaginare il ritmo, il tono e la forza di puro spettacolo che dovevano avere le sue regie teatrali. Produzioni che, come giustamente nota Giagni nella postfazione, erano anche grandi spettacoli illusionistici, data la sua ben nota passione per i trucchi e la finzione.

D’altra parte, quali forme di illusione più grandi ed efficaci di cinema e religione? Sotto la patina irresistibile del divertissement c’è, in questa commedia, una corrente sotterranea di più profonda riflessione sul «Gran Teatro del Mondo». Non a caso The Unthinking Lobster era solo la prima parte dello spettacolo che andò in scena al Théâtre Edouard VIII, e che aveva come titolo generale The Blessed and the Damned (che potremmo tradurre con qualche libertà «I graziati e i dannati») — spettacolo che, come spesso accadde al suo autore, fu encomiato dalla critica e ignorato dal pubblico. La seconda parte della serata, intitolata Time Rules, era basata sulla leggenda di Faust e prevedeva letture da Milton, Marlowe e Dante. Le musiche — originali — erano, noblesse oblige, di Duke Ellington. Nasce così più di un sospetto che l’intero progetto fosse, ancora una volta, un tentativo, molto wellesiano, di mettere in scena l’implacabile coesistenza del bene e del male nella natura umana. E forse la storia del patto faustiano, per Welles, nascondeva anche una metafora della condizione dell’artista, che conosce il bene della Bellezza ma sa che può arrivarci solo attraverso gli artifici del Diavolo. Con il paradosso che Faust barattò l’eternità dell’anima per l’effimero della conoscenza mondana, mentre con Welles è avvenuto il contrario: la sua picaresca vita è stata piena di inciampi e avara di soddisfazioni, ma la sua fama è oggi immortale.

- Davide Ferrario - Pubblicato su La Lettura del 6/11/2022 -

sabato 4 febbraio 2023

Guattari contro Bifo: lavoro, classe operaia e negazione del lavoro

Guattari: «Ho l'impressione che la discussione non stia andando avanti e che lei non tenga conto delle mie obiezioni al suo ragionamento. A ogni modo, cerchiamo di andare avanti. Io credo che, nella società coinvolta nel processo di produzione, la soggettività abbia cambiato natura: non si tratta più di quel genere di soggettività umana che si somma a quello che è il livello della soggettività delle classi sociali, ma attiene anche al livello dei processi soggettivi che sono legati alla produzione stessa o alla scienza o all'arte. Si assiste così a uno spostamento della soggettività, la quale è sempre meno umana e sempre più, meccanica, automatica; il che non significa più alienante, ma al contrario più liberante. Pertanto, sono anche convinto che una delle determinazioni fondamentali della situazione attuale, una forza motrice - come dice Bifo -, sia il rifiuto del lavoro; solo che questo elemento non mi sembra caratterizzare affatto la classe operaia in quanto classe sociale, ma mi sembra piuttosto caratterizzare l'emergere di un nuovo tipo di socialità, un nuovo tipo di organizzazione che non passa più attraverso il vecchio tipo di opposizione di classe.

Non accetto il discorso di Bifo quando parla di lavoro, perché trovo francamente assurdo che una funzione sociale si determini in relazione al lavoro in quanto tale. Vorrei che Bifo ripensasse a ciò che ha detto tenendo presente questa mia domanda: di che tipo di lavoro si tratta? Io distinguerei quattro tipi di lavoro, ma ce ne sono altri. In primo luogo, esiste il lavoro del desiderio, il lavoro del sogno, nel senso inteso da Freud quando parlava del lavoro del sogno: un lavoro che non rappresenta alcuna finalità sociale, evidente e immediata. È, ad esempio, il lavoro di un bambino che fa la cacca da solo. Si tratta comunque di qualcosa che ha un valore, qualcosa che è un lavoro perché, in un certo senso, il fatto che il bambino accetti o meno di seguire le regole materne e le regole dell'educazione sfinterica è un lavoro come un altro. In secondo luogo, abbiamo un altro tipo di lavoro, quello che produce valori d'uso, ossia chi fa da mangiare, pela le patate, ecc. Non si tratta certo di un gioco: lavora per sfamare sè stesso e i suoi amici. Qui c'è un altro tipo di attività che è un lavoro. Non c'è alcun motivo di credere che questo tipo di lavoro non debba rientrare in una definizione generale di lavoro, in una definizione che direi fisica. Un altro tipo di lavoro è poi quello che determina la produzione di merci, vale a dire di qualcosa che poi entrerà in un sistema di scambio, uno scambio con equivalenti di qualsiasi natura, con una prestazione di servizi oppure con un salario che viene corrisposto alla forza lavoro, e che implica l'organizzazione di sistemi che permettano l'estrazione di plusvalore. Sono stati proposti dei criteri per l'analisi del valore che si legano a un tasso medio di sfruttamento, o a una proporzionalità rispetto al tempo medio di lavoro sociale... Insomma, esiste tutta una serie di criteri che possono ovviamente essere discussi. Si può cercare di formulare un criterio di valutazione della produzione di valori d'uso in relazione al dispendio di energia, e in questo modo si può avere un'altra valutazione del tempo di lavoro in relazione al sistema di scambio relativo ad altre merci. Poi, proporrei un quarto tipo di lavoro: è il lavoro di normalizzazione, quello che con gli amici del Centre d'Etudes, de Recherches et de Formation Institutionnelles abbiamo chiamato anti-produzione. Il lavoro dell'anti-produzione, che è comunque un lavoro: il lavoro della polizia, il lavoro delle guardie carcerarie, gran parte del lavoro degli insegnanti. Si tratta di un lavoro il cui scopo non è la produzione di merci, bensì la produzione di un ordine sociale, di una ridondanza sociale. Va da sé che quando esamino questi quattro tipi di lavoro, sicuramente nessuno di essi si trova a essere completamente separato dagli altri. C'è di certo una comunicazione tra i valori di desiderio, i valori d'uso, i valori di scambio e i valori di normalizzazione: bisogna che un poliziotto tragga piacere da qualcosa, è necessario che questo qualcosa abbia un uso immediato, che poi è un uso all'interno della circolazione, cioè un valore di scambio... e tutto questo forma un rizoma molto complicato.

Detto questo, è fondamentale notare come nel suo rapporto antagonista con la borghesia, la classe operaia si sia costituita essenzialmente sul valore di scambio e sulla produzione di valori di scambio. In tal modo, e a partire da questo, tutto un intero settore di altri lavoratori è stato lasciato fuori da questa definizione della classe operaia; anzi del movimento operaio come classe operaia, e questo avviene essenzialmente in due forme: da un lato, per quel che riguarda i valori del desiderio (che sono ripresi dai movimenti utopici e dal movimento anarchico) e, dall'altro, per quanto attiene ai valori dell'uso (che costituisce la frattura tra la classe operaia e le persone che si occupano della vita quotidiana, della militanza quotidiana). Pertanto, la classe operaia, il motore della storia, si definisce a partire dal suo rapporto con la macchina di produzione capitalistica, e si trova anche separata dal valore della normalizzazione, ed è in relazione con un certo tipo di produzione, e non a un altro: infatti le persone che partecipano al valore della normalizzazione, della regolamentazione, della pianificazione e dell'organizzazione del lavoro non fanno parte della classe operaia.

Questa scelta, dunque, questa classificazione di una classe sulla base di un certo tipo di produzione, di un certo tipo di valore, non è solo una scelta economica o tecnologica, ma anche una scelta sociale: significa che la lotta è interamente concepita nei termini di un certo modello di produzione, di una certa crescita di questa produzione e di un certo tipo di società. Voglio sottolineare che ritengo che negli ultimi anni la classe operaia sia stata il vero motore della capacità della società capitalista di continuare il proprio progresso. Ed è stato grazie al fatto che le burocrazie operaie hanno sostituito i vecchi sistemi di organizzazione a livello di produzione, di differenziali salariali, di formazione della forza lavoro e di sicurezza sociale, che il capitalismo è riuscito a sopravvivere. È nella misura in cui le burocrazie dei lavoratori si sono unite alle burocrazie statali che sono stati resi possibili esperimenti politici come il new deal, utilizzando la capacità dello Stato di intervenire per normalizzare i processi economici e superare la crisi.
In queste condizioni, quindi, l'opposizione classe operaia/borghesia è fondamentale, e continua a esserlo nel quadro di una società data che ha una sua logica la quale porta alla regolazione dei suoi processi. Bifo sottolinea la passività dei lavoratori in URSS. È vero, e questo non ha prodotto un movimento rivoluzionario, ma una società burocratica repressiva e reazionaria che si è comportata in modo tale da far sì che non c'è stata alcuna grande rivolta rivoluzionaria contro la repressione e il Gulag.
Detto questo, è giusto sottolineare che le lotte operaie in Inghilterra, in Francia, in Italia, in Germania raggiungono un equilibrio, una regolamentazione, ma non impediscono in alcun modo a queste società di essere reazionarie; al contrario: abbiamo un conformismo simmetrico, identico - e forse ancora più marcato - da parte delle aristocrazie operaie nei confronti della borghesia.
Per questo dico che oggi ci troviamo di fronte a una società di classe e a un'opposizione di classe interamente incentrata su alcuni tipi di merci e valori, che forma un continuum con la borghesia capitalista commerciale dominante e con la borghesia di Stato; un continuum in cui tutte le burocrazie si sono installate sul movimento politico sindacale dei lavoratori e sugli operatori sociali della stessa classe operaia. In realtà, quello che c'è è un continuum, non c'è più un fronte di classe, c'è una polarità, molto importante, che è fondamentale per l'evoluzione stessa del capitalismo: è chiaro che l'arretratezza del capitalismo spagnolo dipende in gran parte dal fatto che abbiamo un arretramento nella promozione delle avanguardie burocratiche del movimento operaio.

Un Paese capitalista sviluppato ha bisogno di una burocrazia operaia sviluppata. Altrimenti, c'è un certo ritardo a livello di organizzazione, formazione, ma anche a livello di promozione del mercato interno. È importante che ci sia una classe operaia assertiva, che partecipi al ciclo delle gerarchie interne, che consumi più automobili, più frigoriferi e che abbia anche più formazione professionale, perché questo è un fattore di accelerazione della circolazione del capitale all'interno del Paese e, allo stesso tempo, della sua competitività su scala internazionale. Avere il petrolio, è altrettanto importante che avere un Partito Comunista e un forte sindacato comunista: tutto questo è indispensabile per un'economia capitalista sviluppata. Penso che Bifo risponderà: "Va bene, ma tutto ciò di cui sta parlando non è la classe operaia". Ecco, è questo il problema principale. Se questa non è la classe operaia, allora non so quale sarebbe la classe operaia. Perché, e vi propongo una distinzione, io parlo della classe operaia vera e propria, cioè parlo di quella che in un modo o nell'altro si riconosce nel movimento operaio, quella che ha la sua soggettività nel Partito Comunista e nel sindacato comunista, nella previdenza sociale e in tutti questi organismi; mentre quella di cui parla Bifo non è la classe operaia, ma una sorta di insieme di tutti gli insiemi di persone che lavorano.

Forse Bifo vuole dirmi che nella classe operaia ci sono anche i bambini e che il loro lavoro è sfruttato, perché bisogna rendersi conto che i bambini lavorano perché partecipano alla formazione collettiva della forza lavoro: i bambini che giocano, che fanno gli esami, che guardano la televisione, che vanno a scuola sono strumenti fondamentali del processo di produzione, come le persone che trasportano la terra e fanno un edificio. Non si può concepire una classe operaia se non si mettono i bambini al lavoro, se non li si forma al processo semiotico della società moderna. Inoltre, oltre ai bambini, si includono anche le donne nella classe operaia. È infatti impossibile concepire una società che non riproduca i lavoratori a livello di sessualità, di formazione e creazione di un ambiente familiare. Non c'è società che non riunisca i lavoratori, anche in cellule di consumo, dal momento che è sempre fondamentale la riproduzione e la continuità di ogni cellula di consumo e l'unità delle economie familiari, come dice l'economia politica. Possiamo dire, quindi, che anche le donne lavorano. Se si dice che la classe operaia è costituita dai bambini, dagli adolescenti, dalle donne, allora penso che vada bene definire la classe operaia in questo modo, ma dobbiamo ricordare che non stiamo parlando della classe operaia di cui il marxismo parla da cento anni.»

Bifo: Marx nella prima parte del Capitale distingue tra lavoro e lavoro, lavoro e attività; credo che questa sia una distinzione importante. Nel capitolo dell'Anti-Edipo dedicato all'anti-produzione c'è un'ambiguità, non tanto concettuale quanto linguistica: quando si parla di lavoro e si pone la questione delle macchine desideranti in relazione al problema del lavoro. Forse in italiano, come in francese, non esiste questa distinzione tra attività e lavoro, ma in inglese è possibile distinguerle, e voglio sottolinearlo.

Guattari: No, non lo è [una distinzione importante], dal momento che il capitalismo non lo fa, non c'è attività che oggi non sia stata sovracodificata dal capitalismo: guardare la televisione, pisciare, scopare non sono "attività": tutto viene completamente codificato nelle griglie del capitalismo... Tutto è lavoro!

(estratto da Félix Guattari, "Deseo y Revolución". Dialogo con Paolo Bertetto e Franco Bifo Berardi - 1977, Tinta Limón, 2021).

fonte: Delirio Místico: "A mon seul désir" (Según mi solo deseo)

giovedì 2 febbraio 2023

Ideologie !!

Navigare a vista
Amministrazione della crisi e transizione verso un capitalismo di Stato autoritario: molti elementi della politica economica keynesiana sono attualmente in fase di attuazione. Questo potrebbe indicare la transizione verso una gestione autoritaria della crisi da parte del capitalismo di Stato.
- di Tomasz Konicz -

Sia che si tratti di discepoli ultraconservatori del mercato o di conservatori unionisti socialdemocratici, quando arriva il momento della crisi diventano tutti keynesiani. Negli ultimi anni, a ogni scoppio di crisi, nel momento in cui è stato nuovamente necessario salvare il tardo capitalismo dal collasso per mezzo di programmi di stimolo miliardari e stampa di moneta, è sempre accaduto che gli insegnamenti dell'economista britannico John Maynard Keynes, la cui politica economica orientata alla domanda era stata dominante nel dopoguerra fino al momento in cui negli anni Ottanta non è stata sostituita dal neoliberismo, hanno sperimentato un fugace boom nell'opinione pubblica. Anche dopo che c'è stato, nel 2008, prima lo scoppio della bolla immobiliare transatlantica, e poi, dopo il collasso causato dalla pandemia del 2020, si è ancora una volta tornati a parlare di Keynes, il quale, da economista di riferimento della socialdemocrazia, aveva propagandato un ruolo attivo dello Stato, per mezzo di programmi di investimento e di una politica monetaria espansiva. Poi, nel momento in cui nel circo mediatico si vedono i soliti segni di logoramento, il riferimento a Keynes scompare di nuovo e il capitalismo sembra tornare alla normalità, dopo la fase di stabilizzazione "keynesiana". Ciò che rimane ogni volta, sono i keynesiani che nell’era neoliberale vengono espulsi dal mainstream politico e accademico e non fanno altro che lamentarsi, e con i quali ora deve vedersela la sinistra non socialdemocratica. Ma di fronte alla realtà politica il piagnisteo continuo dei neo-keynesiani e dei sostenitori della Moderna Teoria Monetaria (MMT) - secondo cui sarebbe necessario un maggior keynesismo in modo che le cose migliorino, e fare così in modo che il tardo capitalismo ritorni all'epoca del "miracolo economico" - appare quantomeno fuori luogo. Comunque, nella gestione della crisi che dal 2008 ha stabilizzato il sistema, molti strumenti del keynesismo continuano a essere utilizzati, solo che non vengono più etichettati o percepiti come tali. Questo è logico solo se visto nel contesto della genesi storica di questa scuola economica: il keynesismo è diventato la corrente capitalistica dominante dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando è stato assunto come la grande "lezione" che doveva essere tratta dalla fase di crisi iniziata nel 1929 ; allorché le élite capitalistiche funzionali ricorrono ai suoi strumenti, quasi di riflesso, in tempi di crisi. Una regolamentazione coerente dei mercati monetari e finanziari, lo Stato come fattore di regolamentazione e di orientamento economico, il perseguimento di una politica attiva degli investimenti, una politica salariale e sociale orientata alla domanda, in cui i salariati siano intesi anche come consumatori, e una politica economica anti-ciclica che si suppone possa prevenire le recessioni grazie a dei programmi di stimolo economico finanziati dal debito, in modo che così possa poi ripagare il debito nelle fasi di boom: erano queste  le caratteristiche di base idealizzate dell'ordine economico keynesiano, fino a quando il neoliberismo è diventato dominante con Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Ed è questo l'ordine a cui i neokeynesiani vorrebbero tornare.

Ciò che è a buon mercato non può essere ciò che è più conveniente
Il ricorso pragmatico agli strumenti del keynesismo trova la sua espressione più esplicita in tutti i programmi di stimolo economico lanciati sulla scia delle crisi ricorrenti. Con l'intensificarsi di queste ultime, ad ogni scoppio di crisi, anche i sussidi governativi e i pacchetti di investimento sono cresciuti di dimensioni, come ha dimostrato la società di consulenza McKinsey con un raffronto tra la crisi finanziaria globale del 2008/2009 e il crollo della pandemia del 2020. Già a metà degli anni '20, la spesa governativa globale per la crisi ammonterà a circa 10.000 miliardi di dollari USA, circa tre volte i programmi di crisi del 2008/2009. Mentre nel 2008 il governo tedesco aveva una politica di bilancio restrittiva, e si era guadagnato titoli negativi politicamente devastanti solo grazie ai famigerati «bonus per la rottamazione delle auto», nel 2020 ha lanciato invece dei programmi di crisi particolarmente articolati ed esaustivi. Rispetto al prodotto interno lordo (PIL), se confrontati con quelli di tutti i Paesi industrializzati occidentali, il pacchetto di stimoli economici tedesco è stato addirittura il più consistente, pari al 33% del PIL. Inoltre, il governo guidato da Angela Merkel aveva anche avviato un graduale allontanamento dal regime di austerità dell'eurozona che il precedente governo della stessa cancelliera aveva imposto un decennio prima: per la metà del 2020, è stato concordato un programma di stimolo economico dell'UE da 750 miliardi di euro. In esso sono inclusi i pagamenti di aiuti alla periferia dell'UE, per un valore non inferiore a 390 miliardi di euro. In termini di politica monetaria, anche la Banca Centrale Europea (BCE) e la sua omologa statunitense, la Federal Reserve, hanno recentemente seguito il principio secondo cui i prestiti dovevano essere il più possibile a buon mercato. I tassi d'interesse di riferimento, nell'UE e negli USA, nel XXI secolo sono tendenzialmente scesi sempre di più. Tra il 2009 e il 2021, con brevi interruzioni, per sostenere l'economia e i mercati finanziari hanno prevalso le politiche di tasso zero. Inoltre, dopo lo scoppio della bolla immobiliare transatlantica, le banche centrali sono passate alla mera stampa di denaro, acquistando dapprima titoli garantiti da ipoteca, e poi sempre più titoli di Stato: iniettando così ulteriore liquidità nella sfera finanziaria; cosa che nel contesto della grande bolla di liquidità ha portato all'inflazione dei prezzi delle obbligazioni, poi scoppiata nel 2020. Nel XXI secolo, la Federal Reserve e la BCE hanno quasi decuplicato il loro bilancio totale, trasformandosi in delle vere e proprie discariche del sistema finanziario tardo-capitalista - destinato così a un boom permanente - diventando così i maggiori proprietari dei titoli di debito dei loro Stati.

Il capitalismo iperattivo delle banche centrali
Nel corso del processo di crisi, le banche centrali sono diventate autorità economiche decisive, senza il cui intervento sarebbero collassati sia la sfera finanziaria che il finanziamento statale. Si potrebbe così parlare di «capitalismo delle banche centrali», come fa l'economista politico Joscha Wullweber nel suo libro dallo stesso titolo, nel quale descrive la dipendenza di una parte della sfera finanziaria, parlando di un mercato quasi non regolamentato degli accordi di riacquisto (repos) e dell'inflazione dell'offerta di moneta da parte delle banche centrali. Tuttavia, a causa degli elevati tassi di inflazione, l'attuale tentativo della BCE e della Federal Reserve di contenere l'inflazione - che può essere attribuita a vari fattori (pandemia, guerra, scoppio della bolla di liquidità, fallimenti della catena di approvvigionamento, aumento dei prezzi dell'energia) - utilizzando una politica monetaria restrittiva, non va necessariamente di pari passo con la fine degli acquisti di titoli di Stato. Nell'Eurozona, con il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), la Banca Centrale Europea ha istituito un proprio programma di crisi del valore di 1,85mila miliardi di euro, grazie al quale si continuano ad acquistare titoli di Stato, il che mina la lotta all'inflazione che nel frattempo viene fatta attraverso il contemporaneo aumento dei tassi di interesse di riferimento, aumentando così il margine di manovra economico dello Stato. Inoltre, si prevedono, da parte dello Stato, dei passi concreti verso una politica attiva di controllo economico, soprattutto nell'ambito del cosiddetto Green Deal europeo. Gli adepti della linea dura neoliberista, ora  si lamentano degli sforzi dello Stato per «orientare al credito» l'ambiente; sforzi che si esprimono principalmente nella regolamentazione tassonomica dell'UE che definisce quali devono essere gli investimenti sostenibili: ironia della sorte, fanno parte di questi anche gli investimenti in gas naturale ed energia nucleare, che sono pertanto considerati sostenibili. Al di là di questo, Sven Giegold (Verdi), sottosegretario di Stato al Ministero dell'Economia, un anno fa aveva sostenuto sul Financial Times una «politica industriale attiva» del governo tedesco, la quale dovrebbe «sostenere l'innovazione» in  modo da trasformare così la RFT in una «economia ecologica e sociale di mercato». Tuttavia, questa struttura del capitalismo di crisi, caratterizzata da una crescente attività statale, o quanto meno da un'influenza statale sempre più forte, non segue una strategia coerente, ma si sforza solo di evitare il collasso economico durante i periodi di crisi. Si tratta di un keynesismo che viene messo in atto quasi di riflesso dalle élite funzionali. I programmi di emergenza, spesso introdotti come delle misure temporanee, diventano poi permanenti nel corso della crisi, prendendo forma grazie a nuove strutture. Un «navigare a vista», come disse l'allora ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble a proposito delle azioni del governo tedesco durante la crisi finanziaria globale del 2009. La politica industriale attiva del ministro dell'Economia Robert Habeck (Verdi), della quale Giegold ha fatto un gran parlare sul Financial Times, ha avuto come precursore la promozione statale dei cosiddetti «campioni» (grandi aziende considerate particolarmente importanti) fatta dal suo predecessore Peter Altmaier (CDU), il quale nel 2019 voleva promuovere in modo specifico l'industria tedesca delle esportazioni, a causa della crescente concorrenza di crisi, e dei sussidi statali informali messi in atto in Cina e negli Stati Uniti. Questa «navigazione a vista» da parte delle élite funzionali in tempi di crisi - nel corso della quale avviene che sempre più nuovi elementi di amministrazione statale capitalista della crisi vengono applicati in reazione ai focolai di crisi - conferisce a tale realtà tutte le caratteristiche di quella che appare come una fase di transizione verso un'amministrazione autoritaria della crisi. Le crisi economiche e sempre più ecologiche, che costringono i politici ad adottare il keynesismo di crisi, non sono espressione di una politica economica "sbagliata", ma delle crescenti contraddizioni interne ed esterne della relazione di capitale, le quali si manifestano concretamente in un debito che aumenta senza sosta, più velocemente della produzione economica globale, e con una concentrazione sempre maggiore di CO2 nell'atmosfera terrestre. A causa di un livello di produttività globale sempre più elevato, il sistema mondiale funziona infatti sempre più a credito, incapace di aprire un nuovo settore industriale che possa diventare leader di un nuovo regime di accumulazione, in cui il lavoro salariato possa essere valorizzato in maniera massiccia. Lo Stato, attraverso la stampa di moneta e la spesa in deficit (prestiti per finanziare una maggiore spesa pubblica), rimane praticamente l'ultima risorsa per procrastinare la crisi, dopo che le economie speculative delle bolle (bolla delle dot-com, bolla immobiliare, bolla della liquidità) si sono in gran parte estinte nei mercati finanziari surriscaldati.

Economia di guerra post-keynesiana
Nella produzione di merci, il capitale perde così la sua stessa propria sostanza, il lavoro che crea valore. L'aporia del capitalismo, derivante da questo limite interno del capitale diventa pertanto visibile e fa la sua comparsa nella monotona disputa a proposito delle priorità della politica economica, che va avanti da anni, tra i neoliberali orientati all'offerta e i keynesiani orientati alla domanda. È sempre la stessa storia, ripetuta in innumerevoli varianti: all'allarme neoliberista del sovra-indebitamento e dell'inflazione dovuti ai programmi di stimolo, i keynesiani contrappongono il pericolo di una spirale deflazionistica verso il basso innescata dai programmi di austerità. Entrambe le parti hanno ragione nella loro diagnosi: un dilemma questo, che era stato mascherato solo grazie all'economia della bolla finanziaria dell'era neoliberista. Ora che si profila una stagflazione, cioè un'inflazione elevata senza crescita economica, appare evidente come sia proprio la politica monetaria delle banche centrali quella che ora si trova in una trappola di crisi. Perciò, dovrebbero aumentare i tassi di interesse a causa dell'inflazione, mentre che, allo stesso tempo, hanno simultaneamente bisogno di abbassarli, in modo da poter evitare così una recessione. Il keynesismo ha fallito nel corso della stagflazione degli anni '70; alla quale praticamente il sistema globale tardo-capitalista sta ora tornando, però con un livello di produttività e di indebitamento globale assai più elevato. Dopo la fine del grande boom del dopoguerra, sostenuto dal regime di accumulazione fordista, la spesa in deficit keynesiana, che ha solo alimentato l'inflazione, ha fallito. Il neoliberismo è riuscito ad affermarsi solo negli anni '80 proprio perché il keynesismo aveva fallito miseramente, con i suoi tassi di inflazione a due cifre, con le frequenti recessioni e con la disoccupazione di massa. Quando vediamo dei keynesiani in disarmo -  come Heiner Flassbeck, ex Segretario di Stato del Ministero federale delle Finanze sotto Oskar Lafontaine (allora SPD) - che affermano che a scatenare, allora come oggi, lo scoppio della crisi e dell'inflazione sarebbe stata solo la crisi energetica, e quella dei prezzi del petrolio, mentono a sé stessi. Il keynesismo, nonostante tutti i programmi di stimolo economico, non è stato in grado di creare un nuovo regime di accumulazione; né sarà in grado di creare magicamente nuovi mercati, con lo sviluppo dei quali il lavoro salariato potrebbe essere massicciamente valorizzato a livello globale di produttività. All'epoca, il neoliberismo aveva "risolto" il problema con il decollo speculativo della sfera finanziaria e con la finanziarizzazione del capitalismo, ritardando in tal modo le crisi nel quadro di una vera e propria economia della bolla finanziaria, e la cosa ha permesso al capitale di vivere, a credito per tre decenni,una sorta di esistenza da zombie. È anche questa la differenza fondamentale tra la fase di stagflazione degli anni '70 e quella attuale. La portata della crisi è molto più ampia, e lo si può vedere semplicemente a partire dal livello del debito totale in rapporto alla produzione economica la quale, secondo il Fondo Monetario Internazionale, è passato da circa il 110% all'inizio dell'era neoliberista, nel 1980, al 256% nel 2020. La riduzione di questo livello di indebitamento è possibile solamente al prezzo di una recessione; detto in altre parole, nel lungo periodo non è assolutamente possibile. Reagire alle recessioni con dei programmi di stimolo keynesiani sarebbe oltretutto una pura follia ecologica. Gli anni di recessione del 2009 e del 2020 sono stati gli unici del XXI secolo in cui le emissioni di CO2 sono diminuite, ma negli anni successivi i pacchetti di stimolo sopra descritti hanno portato a quelli che si sono rivelati come i maggiori aumenti relativi delle emissioni di questo secolo.

Impoverimento da recessione o morte da clima? Questa alternativa esprime l'aporia ecologica della politica di crisi capitalista. Ovviamente, il keynesismo, con la sua monotona spesa in deficit e con la sua fiducia nello Stato, non può certo risolvere la crescente crisi interna ed esterna del capitale, ma può avviare la transizione verso una nuova gestione della crisi. Il riferimento a Keynes può rappresentare un utile programma di partenza per riuscire a innescare una forma qualitativamente nuova di gestione autoritaria delle crisi, soprattutto per quelle élite funzionali che spesso agiscono «a vista». I post-keynesiani ideologicamente avanzati, come la redattrice della Taz Ulrike Herrmann, lo hanno capito da tempo. Nel suo ultimo libro sulla "Fine del capitalismo", abbina un'esposizione dei limiti esterni del capitale, in gran parte copiata dalla critica del valore, a un impegno nell'economia di guerra, ivi comprese le misure coercitive e il razionamento. È in tale direzione che si sta dirigendo il corso della crisi: una gestione autoritaria e post-democratica della crisi, condotta e realizzata dagli apparati statali in via di erosione, e a volte apertamente inselvaggiti. I keynesiani sono i sostenitori di una simile dinamica. In tal modo, il keynesismo - che solo a causa dell'assurdo spostamento a destra di tutto il mondo politico delle idee, può essere collocato a sinistra della socialdemocrazia e considerato di sinistra in generale - degenera così in un'ideologia nel senso letterale del termine: nella giustificazione dell'imminente amministrazione autoritaria della crisi capitalista di Stato, che finisce per essere esattamente l'opposto dell'emancipazione dal regime coercitivo del tardo capitalismo al collasso. Un'emancipazione necessaria per la sopravvivenza.

- Tomasz Konicz - Pubblicato su Jungle World 19.01.2023 -

Risvegliarsi, addormentandosi…

Raccattacadaveri è la storia del trionfo e della caduta di Larsen, di professione contabile, e ruffiano sentimentale nell’animo, che vediamo alle prese con l’assurda e rocambolesca impresa di metter su un bordello nella polverosa e corrotta cittadina di Santa María. La faccenda genera com’è ovvio lo scompiglio e la mobilitazione del prete, delle mogli e dei benpensanti locali, che si opporranno strenuamente, in una crociata comica quanto implacabile. Messaggi anonimi cominciano a diffondersi di casa in casa, denunciando ogni compaesano visto aggirarsi nei pressi della casetta sulla costa dove le tre donne coinvolte da Larsen hanno avviato l’attività. Così, dopo un brevissimo istante di gloria, il progetto è ovviamente destinato al fallimento, e costringerà Larsen all’esilio che precede il suo maestoso ritorno in un altro romanzo dell’autore: Il cantiere.
Intorno alla storia di Larsen si dipanano poi la quotidianità impetuosa di Marcos, sempre in cerca di attenzione e comprensione, il dramma del giovane Jorge Malabia, innamorato della cognata Julita, e la vita dell’eterno osservatore del mondo onettiano, il dottor Díaz Grey. Alternando voci e punti di vista, Onetti ci regala con questa storia un capolavoro di scrittura e struttura, fra i cui personaggi più memorabili c’è la stessa Santa María.

(dal risvolto di copertina di: Juan Carlos Onetti, "Raccattacadaveri". Sur, pp.298 €18)

La chiesa che promette la vera eternità è un bordello con donne che nessuno vuole
- Un uomo usa il sesso per cambiare la vita di un paese perbenista e corrotto nella provincia uruguaiana. Arruola prostitute brutte e anziane, ma il prete locale lancia una crociata contro il “raccattacadaveri” -
di Nicola Lagioia 

In una celebre intervista per la Paris Review William Faulkner diceva di essersi accostato all'Ulisse di Joyce «come un prete battista analfabeta si avvicina al Vecchio Testamento: con la fede». Ci si potrebbe allora domandare come Juan Carlos Onetti, che di Faulkner raccolse il testimone per l'America del Sud in netto anticipo rispetto a Gabriel Garcìa Màrquez, rielaborò l'eredità del bardo del Mississippi. Quando Onetti esordisce con Il pozzo è il 1939, e Faulkner ha scritto già tutti i suoi libri più importanti. In particolare ha pubblicato tre anni prima, Assalone! Assalonne!, il suo romanzo più tortuoso, linguisticamente ricco e fantasmatico. Molti epigoni guarderanno a Luce d'agosto, Mentre morivo, L'urlo e il furore. Ma se anche per Onetti «il passato non è morto. Non è nemmeno passato», è in cattedrali come Assalonne! Assalonne! che lo scrittore di Montevideo deve aver sostato a lungo per poter scrivere, anni dopo, un grande libro come Raccattacadaveri, e ci deve aver sostato non come il battista faulkneriano davanti a Joyce, ma come una charrùa, uno sciamano, il sacerdote di una religione precedente a quella in cui Faulkner era immerso e a cui Joyce, prima di lui, si ribellò. 

Raccattacadaveri esce nel 1964 e sembra chiudere definitivamente la partita che la letteratura europea aveva aperto all'inizio del secolo, quando aveva provato a scassinare il grande congegno che è alla base di ogni storia: il Tempo. Naturalmente tutto questo accade mentre ogni illusione di linearità cronologica viene colpita al cuore da ben due rivoluzioni scientifiche: relatività e meccanica quantistica. Per Stephen Dedalus così la Storia è un «incubo da cui sto cercando di svegliarmi». Dedalus è l'alter ego di Joyce, un giovane intellettuale colto che cerca di minare il grande palazzo della civiltà europea dall'interno (chi, tuttavia riuscirà in quel romanzo davvero a svincolarsi - a risvegliarsi addormentandosi - dall'inganno di Chronos sarà la Molly-Penelope del conclusivo flusso di coscienza).

In modo analogo, il Marcel di Alla ricerca del tempo perduto è un europeo che ha letto tutti i libri e ha partecipato a tutti i party (sarà facendo collassare su sé stessa una cultura secolare che potrà finalmente trovarsi, tra le rovine simboliche della sua vita ma anche tra quelle fisiche di una Parigi bombardata, a contemplare il Satori del Tempo ritrovato, cioè le cose come appaiono quando è rotta l'urna temporale in cui sono rinchiuse), così come dal cuore della civiltà del Vecchio Continente vengono a noi Mrs. Dalloway e i componenti della famiglia Ramsey di Gita al faro di Virginia Woolf. Il modernismo (quello che abbiamo detto per la letteratura vale per la pittura e per la musica) nasce insomma come la ribellione di una civiltà ad alcuni dei suoi stessi principi fondanti, e non di rado per attuarla (basti pensare ai debiti del cubismo con l'arte africana) deve affidarsi a un movimento regressivo. Ecco allora che quando questa corrente attraversa l'Atlantico, e approda al continente americano, trova un'ideale terra di elezione. Gli Stati Uniti meno urbanizzati (in particolare il Sud) sono una terra molto più selvaggia di qualunque provincia europea. Qui in America la frattura cronologica, il dialogo con i fantasmi, non ha bisogno di uno scassinamento intellettuale troppo energico per essere praticata. In Mississippi, per esempio, la cassaforte del Tempo è già in parte manomessa, o non ancora saldata in modo inamovibile. Così per Faulkner quella breccia è già mezza aperta quando l'Ulisse di Joyce gli offre gli strumenti non tanto per sovvertire un ordine ma per assecondare una delle forze che ancora muove il mondo in cui egli vive. Nel caso di Faulkner i fantasmi escono a fiotti dalla carcassa della Guerra di Secessione, e lo scrittore non deve fare altro - armato di un incredibile talento, certo - che farli interrogare da personaggi in bilico da questa parte: Assalonne! Assalonne! è il dialogo incessante di un mortale coi fantasmi. Ma poi la corrente, questa cifra e questa arte narrativa, si sposta a sud. A Juan Carlos Onetti, e a molti scrittori ispanofoni, l'eredità europea, transitata al sud dal nord America, arriva come scrivevo a chiudere un cerchio. O meglio, a richiuderlo.

Raccattacadaveri racconta la storia di Larsen, che entra nella città di Santa Maria con il proposito di aprirvi un bordello, servendosi di donne che in qualunque altro contesto verrebbero rifiutate, dimenticate - donne vecchie, troppo magre o troppo grasse, poco avvenenti, essere crollanti, eppure al tempo stesso delle pizie ideali -, sacerdotesse del mestiere più antico del mondo in un tempio che di depravato a ben guardare ha pochissimo, e rischia invece al contrario, quel postribolo vagheggiato da Larsen (in un'ottica chiaramente rovesciata), di profumare di sacro. Non a caso, uno degli antagonisti del nostro Raccattacadaveri è Bergener, che a Santa Maria fa il curato. Qual è dunque la vera chiesa del luogo? Il bordello o la chiesa vera e propria? Gli eroi di Onetti sono fondamentalmente degli sconfitti, degli emarginati, degli esiliati, dei falliti che si passano la voce di continuo tra loro e che, attraverso una prosa ricca di particolari, sinuosa ma al tempo stesso asciugata - un giardino pietrificato, mi verrebbe da dire se dovessi ricorrere a un'immagine -, parlano dentro e fuori dal tempo. Di nuovo Chronos, il vero avversario di questo eroico pugno di scrittori. Se Stephen Dedalus è un giovane uomo che prova a uscire dalla cassa da morto della Storia, se in Assalonne!, Assalonne! un giovane studente, Quentin Compson, che interroga i fantasmi per tramite della vecchia Rosa Coldfield, Il Raccattacadaveri di Onetti, così come del resto Nelly, Maria Bonita, Irene, Tito, e perfino Bergner (probabilmente a sua insaputa) sembrano tutti già fantasmi: vocianti e liberati dalle ancore del tempo mortale, non hanno più bisogno di un tramite per esprimersi, si offrono direttamente a noi parlando da un altrove che è poi la dimensione a cui tutti in segreto aspiriamo. Larsen questo, in fondo, lo sa. Bergner probabilmente l'ha solo dimenticato.

Uno degli architravi culturali d'Europa fu la religione cristiana (c'è, nella rivolta di Stephen Dedalus contro il cattolicesimo, non solo una spinta politica ma anche una radice metafisica), la quale distrusse il movimento circolare del tempo pagano (l'antica civiltà contadina) imponendo, al suo posto, il tempo se si può dire lineare (la linearità di un fiume che punta all'oceano) dell'escatologia. Ma in Sudamerica quella morsa era più debole, ogni religione più sincretica, e dunque era più facile, per gli scrittori davvero dotati, poter evadere del tutto (attraverso gli strumenti del modernismo) dalle anguste segrete della civiltà europea, in un modo che agli europei e ai nordamericani oltre una certa soglia era interdetto. L'Europa in questo caso racconta una crisi, il Nordamerica uno stallo paradossale (l'impotenza di Priapo?), il Sudamerica una follia umile e liberatoria. Tra l'Onetti del Pozzo e l'Onetti di Raccattacadaveri succedono tuttavia diverse altre cose, in Sudamerica. Altri scrittori strabilianti mettono a punto, sempre meglio, quell'ordigno a orologeria, fino a quando uno di loro (grazie anche alla lezione di Onetti) accende la miccia e al tempo stesso cristallizza l'esplosione: è il Juan Rulfo di Pedro Pàramo. In quest'ultimo romanzo, uscito per la prima volta nel 1955, si racconta la storia di Juan Preciado che, entrato per mantenere una promessa nel paese di Comala, sulle tracce del proprio passato, si ritrova in una comunità di fantasmi. Onetti, che aveva aperto il solco, continua a lavorare su questa traccia in un continuo passaggio di testimone e scelta al bivio di quali strade imboccare. Per esempio, quando Onetti scrive Raccattacadaveri si muove grande decisione nella direzione opposta rispetta a quella verso cui un altro formidabile scrittore di lingua spagnola, molto più giovane di lui, si spingerà pochi anni dopo: il Mario Vargas Llosa di Conversazione nella «Catedral» constata - seppure su piani diversi, e per paesi diversi: «in quale momento si era fottuto il Perù?» - una follia e un fallimento non lontano da quello di cui da tempo aveva preso atto l'autore uruguayano, solo che mentre per Onetti ciò che resta da fare è abbandonarsi alla misera polvere del nulla e cioè dell'eternità, Vargas Llosa crede che nella civiltà occidentale (pianta mai attecchita come si deve in Sudamerica), se solo si riuscisse a portarla meglio a compimento, risieda una possibile salvezza. Chi è allora più pazzo tra questi due grandi scrittori, così vicini e così agli antipodi?

La Santa Maria di Onetti  - luogo aereo e polveroso quanto la Santa Teresa di Roberto Bolaño sarà infernale e sotterranea - è la Lhasa di esperienze letterarie come questa, a suo modo una città sacra, e il bordello a cui Larsen dedica la sua missione è il centro di questo centro, la polvere dorata nella polvere di orologi e meridiane dove tutte le voci si confondono, più efficace di una fumeria d'oppio, meglio di una chiesa. Quel santuario travestito da bordello è insomma il misero spazio dove il tempo svanisce, è la casa in cui  - a patto di saper abbandonare il resto (la sconfitta è il passaporto per la libertà, il fallimento è l'ostia di questa religione) - si può essere felici.

- Nicola Lagioia - Pubblicato su TuttoLibri del 5/11/2022 -