lunedì 17 novembre 2008

western dell'anima



Mi è piaciuta molto la definizione, coniata da "filmtv" e usata da Girolamo su Carmilla, a proposito di certi libri e di certe storie. Così mi è venuta subito in mente, non appena mi sono apprestato a leggere questa storia, stesa in grafica, della vita di Johnny Cash.
Fin dall'introduzione di Franz Dobler al bel fumetto (andrebbe detto "graphic novel", ma tant'è) di Rinhard Kleist, "Johnny Cash - I See A Darkness", pubblicato in Italia per la Blackvelvet.
A questo punto, mi sento di dover fare una premessa. A proposito di "Blog e bloggers", e di altre cose. Fatto sta che se io non leggessi con assiduità il blog di Paolo Vites (gamblin-ramblin), non sarei mai venuto a conoscenza dell'esistenza di questo libro. Anche il blog di Vites, a mio avviso, è un western dell'anima. O, perlomeno, lo è assai spesso!
Così, dalla storia di Glen Sherley, raccontata da Vites, sono arrivato a questo libro - ma Johnny Cash è da tempo nell'anima - e a fare il dovuto raffronto con il film di James Mangold, "Walk the Line". E sorprende, nel fumetto, quella enorme quota d'amore in più, nel raccontare una storia, rispetto ad un film che, eppure, m'era piaciuto non poco.
E l'amore sta proprio in quel "western" che nel film manca. Comincia proprio con l'omicidio di Reno, quello cantato in "Folsom Prison Blues". Falso, l'omicidio, come falsa la canzone che Cash copiò interamente da "Crescent City Blues" di Gordon Jenkins.
Falsa, eppure vera più del vero. Talmente vera da permettergli di entrare "alla pari" nei carceri di massima sicurezza di Folsom e di St. Quentin! Il falso diventa vero, e niente è sicuro nella vita.
Nella vita di Cash, come in quella di Glen Shirley, come in quella di Necaev, cui questa storia, in qualche modo, rimanda.
Una canzone. Una canzone è niente, è fragile, è solo un momento dell'anima. E' il cantante, è l'uomo che fa la differenza. Cash dice a Sherley che "Uno che scrive una canzone così, non può essere una persona cattiva". E il tenente Colombo, nell'episodio "Il canto del cigno", in cui Cash interpreta il ruolo di un cantante country colpevole di duplice omicidio, userà le stesse identiche parole per congedarsi da Johnny Cash!
Vero e falso. Una linea sottile. Basta focalizzarsi su un aspetto, piuttosto che un altro, e la linea si sposta. Troppo concentrato sulla tossicomania e sulle debolezze, il film di Mangold, ha evitato di mostrarci la forza di Cash. Quella che scattava come reazione al boicottaggio che veniva messo in atto ogni qual volta affrontava un tema "delicato". "La ballata di Ira Hayes", scritta da Peter LaFarge, su cui Cash incentrò un intero "concept album" sui nativi americani provocò perfino l'ira del Ku Klux Klan, oltre che quella del numeroso stuolo dei "fan conservatori". E per tutta risposta, Cash attaccò esplicitamente Dj, industria discografica e fan. E cominciò ad andare in giro sempre armato.
E, così, la storia di Johnny Cash continua ...


10 commenti:

franco senia ha detto...

Questo l'avevo scritto tempo fa a proposito del film di Mangold su Johnny Cash:

Comincia con un battito d'ala.
Un corvo, nero come la notte, nero come Johhny Cash, che plana su un bidone dell'immondizia nel cortile della prigione di Folsom, mentre l'aria tutta vibra al ritmo del "bum chica bum" suonato dalla band che aspetta Cash. Un corvo che fruga nei bidoni della società, meglio ancora quelli lasciati fuori dalle sue prigioni, per poter poi "gracchiare" le sue canzoni.
"Walk the line" (rigo dritto) e non già il titolo "italiano", stupido oltreché melenso, di "Quando l'amore brucia l'anima". "Rigo dritto", somiglia parecchio al proponimento di Paul Newman in "Luke cool hand" (Nick mano fredda), quel "ho messo giudizio" ben presto smentito con un sorriso, anche se la grinta di Johnny Cash è leggermente diversa da quel sorriso, pur se fatta della stessa stoffa, cucita in anni di miseria, soprusi ed ingiustizia subita.
Il sud dei bianchi poveri, quello che lo vede crescere dalla parte del "figlio sbagliato", tanto più disperato ancorché privo di quell'appartenenza propria dei membri della comunità nera.
Da lì comincia tutto, da quel sud, dal libro di inni religiosi della madre, che solo molto molto tempo dopo diventerà un disco, dal blues della prigione di Folsom, composto in Germania durante il servizio militare, dal rock'n' roll di "get rhytm" dove si muovono i piccoli lustrascarpe neri, a raccontarci di come si possono scrivere canzoni solo guardando il mondo, e non il proprio ombelico.
Sì, c'è tutto Johnny Cash in questo film. La sua musica, le sue contraddizioni, la sua rabbia giovane. Ce n'è talmente tanto da riuscire perfino a trasfigurare il viso di Joaquin Phoenix, fino a farlo assomigliare a quello dell'uomo in nero. Ancora un film che riesce a dirci come sia la musica, la risposta.

Anonimo ha detto...

cero che hai portato un po' sculo, a proposito di Paolo Vites. Dopo settimane di, come dici giustamente, western dell'anima, l'ultimo post parla bene di Cacciari e invita a tenere in vita Eluana Englaro.
Forse anche per i giornalisti musicali vale quello che vale per i cantanti, questi ultimi dovrebbero limitarsi a cantare e i primi dovrebbero limitarsi a parlare di musica.

franco senia ha detto...

Non credo di aver portato ... sculo a nessuno! :-)
Quando ho scritto questa cosa sul western dell'anima avevo già letto quanto ha scritto Vites a proposito e di Cacciari e di Eluana.
Su Cacciari, il discorso non mi tocca affatto, anche perché mi scappa solo da ridere quando leggo di queste ammirazioni a 360 gradi e da "chiavi in mano". Del resto questa è la democrazia ... e chi ci crede ...
Diverso il discorso per quanto riguarda Eluana (mi da un senso di fastidio, chiamarla per nome ...).
Qui devo dire che sono talmente "intriso" di cose più varie, da certi racconti di Dick a film come "Rollerball" e tanto altro che non ho una posizione che non sia quella del "fatto personale". Ciascuno se l'assume, sia in un senso che nell'altro, se ne assume il peso e il dolore, e tutto quello che comporta. Il fatto di ... tenere in vita, credo che attenga a chi poi lo deve fare, materialmente. Per cui, se Vites vuole farsene carico, piò provare ad andare in ospedale ad offrirsi volontario. Oppure, bisogna rispettare la volontà, e il dolore, di chi vuole staccare la spina, o quel che è. Perché è il prezzo che paghi, quel che conta. E chi lo paga.

salud

Paolo Vites ha detto...

ciao franco. ho scoperto il tuo blog dai link dei visitatori al mio blog. Non ho ancora avuto modo di dare un'occhiata approfondita al tuo, cosa che farò quanto prima. ti ringrazio per le belle parole riferite al mio, che non merito, ma anche per il solo fatto di visitarlo.

per i commenti che leggo qui, sorrido, perché la mia idea di blog è quella di buttare fuori semplici osservazioni di vita personale. è vero sono un giornalista musicale e anche di musica ci azzecco poco, figuriamoci di politica o di un caso come quello della signora Englaro (meglio così?) e infatti non scrivo articoli di politica etc. non sono pagato per quello. allora mi sfogo con un piccolo blog, che dite, è possibile farlo? la lettura di un blog è gratuita, non bisogna pagare come per un giornale dove se non trovi quello che ti aspetti (forse) è giusto lamentarsi. per cui penso di poter scriverci sopra le mie cazzatine.

per l'offrirsi volontario in ospedale.. be', ho avuto diversi malati in famiglia, e amici in condizioni penose dal punto di vista fisico, per cui credo di essermi "sporcato" anche io le mani in certe condizioni e sapere una o due cose al proposito.

grazie e a presto

Anonimo ha detto...

non mi convince la logica dell'"offrirsi volontario", perchè allora sarebbe giusto affidare la ragazza alle cure delle suore che la vogliono mantenere in vita, impedendo ad un genitore di elaborare il suo lutto e la sua perdita.
Se non si accetta il principio del testamento biologico, allora tocca rifarsi alla scelta di chi, in vita, era più vicino a quel corpo, senza affidarsi ai volontari della vita, che in tal modo diventano i condannanti alla vita, in qualunque forma si presenti.

franco senia ha detto...

ciao Paolo, e grazie per aver ricambiato la visita.
Per quanto riguarda i cosiddetti blog, che dirti? ritengo che una storia, un suggerimento per un libro, per una canzone, per un film o quel che sia, già di per sé, valgono a giustificarne l'esistenza. Il resto, ovviamente sono chiacchiere, punti di vista, modi di guardare.
Quanto allo "sporcarsi", il mio voleva solo essere un modo di dire che su certi argomenti ha dominio solo il dolore, e l'amore (che non è senz'altro quello delle ... suore!, caro anomimo).
E, forse, di gratis non c'è niente. Nemmeno i blog(s)

salud

lucharoja ha detto...

cash e folsom,le prigioni e le sue celle, e blind lemon jefferson e la sua "prison cell blues" -se non la prima canzone di certo la prima incisione sul tema carcerario. e poi nick cave e la sua "blind lemon jefferson", e dylan e la sua "blind willie mc tell"... per tornare in fine a cash, descritto come forse nessuno riuscirà mai più a fare, in una canzone di kristofferson. associazioni d'idee e così mi trovavo a pensare alle canzoni su chi canta.
forse giusto per cambiare un po' discorso, chè è ben strano dissertare di certe cose. ed ancor più strano è sentir parlare di logiche che non convincono e di principi da accettare, da chi partiva presumibilmente contestando quel che solo c'è da contestare: che sia l'esterno, l'estraneo (la legge, lo stato) ad insinuarsi in questioni di questo genere. esterni ed estranei.... come rimaniamo anche noi.

l.

franco senia ha detto...

e del resto stiamo parlando di Johnny Cash, forse.
Una contraddizione ambulante, in parte vero e in parte falso.

salud

Anonimo ha detto...

mi pare di capire che gli anonimi non sono ben accetti (ma un nick è meglio?) e non sono ben accette neanche le digressioni, starò più attento se ripasserò da queste parti.
Avevo solo notato che se Vites è sufficiente come volontario per costringere qualcuno a vivere, allora diventano sufficienti anche le suore.

Michele

franco senia ha detto...

anonimi, nick(s) oppure ip e domini(i), o quel che è. Ben accetti o no. Come le digressioni. Sono, per l'appunto, solo digressioni.
Suore e volontari. Già, bisogna sempre stare attenti. Ed essere all'altezza.

salud