giovedì 9 gennaio 2014

L’ultimo

de mora

Juan Miguel de Mora, con ogni probabilità è l'ultimo. L'ultimo ad aver combattuto nella guerra civile spagnola e ad essere ancora vivo. A 92 anni, su una sedia a rotelle, dal Messico è tornato in Spagna, invitato dall'Associazione degli Amici delle Brigate Internazionali. Aveva 14 anni quando arrivò in Spagna la prima volta, e solo la sua testardaggine gli permise di arruolarsi nella XV Brigata, nelle cui fila combatté la Battaglia dell'Ebro. "Discussi per ore con il commissario generale dell'Esercito repubblicano per poter lottare nell'Ebro. Mi domandò se pensavo che l'esercito repubblicano potesse avere qualche possibilità di vincere la guerra. Gli dissi di no. Lui allora mi rispose chiedendomi perché mai domandassi di combattere. Io gli dissi 'per me stesso'. Alla fine, non gli rimase altro da fare che accettarmi, per la mia testardaggine."

Nel luglio del 1936, lei aveva 14 anni e studiava in un liceo di Parigi. Come le passò per la testa di decidere di partecipare alla guerra civile spagnola in difesa della Repubblica?

La società di allora non aveva niente a che fare con quella di adesso. Avevo 14 anni ma ero molto politicizzato. Non bisogna dimenticare che c'erano persano che avevano 12 anni e che stavano combattendo in guerra. Il clima dell'Europa era assai differente. Nel mio stesso liceo c'erano organizzazioni comuniste, socialiste, fasciste ed eravamo sempre a combatterci. Quando andavamo al cinema e vedevamo il notiziario, prima del film, scorrevano le immagini di quello che stava succedendo in Germania, in Italia e del colpo di stato militare in Spagna.

Fu quello che vide in quei notiziari a farla decidere a partecipare ad una guerra dove avrebbe pouto perdere la vita?

In Francia ci informavano circa l'esistenza di due bandi. Uno, quello leale verso la repubblica e l'altro, quello dei nazionali. Usare invece i termini "rossi" e "nazionali" era di consumo interno spagnolo. In Europa si usavano altri termini. Io avevo visto alcuni militari con il braccio alzato, come se stessero verificando se piovesse o meno, e così decisi che dovevo combattere.

Come arrivò in Spagna?

Avevo un amico che era stato sorpreso dalla guerra mentre la moglie con il figlioletto di cinque mesi si trovava in vacanza in Spagna. Perciò, quando avvenne il colpo di stato, mi disse che doveva andare in Spagna in automobile per cercare la sua famiglia ed io gli chiesi di portarmi con lui. Arrivai alla fine del mese di luglio. Così fui il primo brigatista ad arrivare. Prima di me erano arrivati solo gli atleti che stavano partecipando all'Olimpiade Popolare di Barcellona e che poi decisero di arruolarsi nell'Esercito repubblicano. Oggi ancora le persone non riescono a capire perché l'ho fatto. Oggi, la maggior parte della gente è indifferente alla politica, però allora c'era un problema generale con il fascismo e tutto il mondo ne era cosciente.

Una volta arrivato in Spagna, cosa fece? Andò direttamente ad arruolarsi?

Sono andato dritto alla Juventudes Socialistas Unificadas. Stavano, ricordo, nel Palazzo di Liria, che avevano occupato. Erano i primi giorni di agosto del 1936. Mi iscrissi e rimasi alloggiato lì finché non decisero cosa fare con me. Dopo un qualche tempo d'attesa, mi chiamarono per andare al Museo del Prado. C'erano da imballare i quadri, per il loro trasporto, e mi chiesero di andare a caricare i camion. Non avevo alcuna idea dell'importanza della cosa che stavo facendo! Non sapevo come fare per proteggere al meglio le opere. Ero sconvolto ed arrabbiato. Ero venuto in Spagna per combattere e mi avevano messo a caricare camion. Così il giorno dopo me ne andai a calle Francos Rodriguez, dove c'era la sede del V Reggimento, con l'intenzione di arruolarmi.

E cosa successe lì? La accettarono nonostante avesse 14 anni?

Lì avvenne uno degli episodi più divertenti della mia esperienza in Spagna, solo che in quel momento fu una tragedia per me. Appena arrivato, vidi un manifesto del V Reggimento dove dicevano che c'era un asilo a disposizione dei compagni e  delle compagne che avevano deciso di arruolarsi e che avevano figli. L'età per essere presi all'asilo andava dai 4 ai 14 anni. Immaginate che umiliazione e che disgusto! Volevo andare in guerra ma avevo l'età per stare in un asilo coi bambini! Nonostante questo, andai ad arruolarmi, ma mi dissero che ero un bambino e che non potevo. Io insistetti ed insistetti e dissi che ero arrivato dalla Francia solo per combattere. Allora risposero che mi accettavano, ma solo in lavori di intendenza, mai sul campo di battaglia. Fu un duro colpo. A 14 unni uno vuole sentirsi grande. E' l'età in cui molti cominciano a fumare per sentirsi adulti. Io volevo essere un soldato e combattere per la Repubblica. Poi, il governo della Repubblica emise un decreto in cui indicava che l'età minima per arruolarsi era di 17 anni. Allora, gentilmente, mi dimisero ed io richiesi che fosse un ufficiale a congedarmi. Fui congedato con onore.

Prima mi ha detto che arrivò a combattere nella Battaglia dell'Ebro con la XV Brigata. Come ci arrivò?

Quando mi dimisero dall'esercito, tornai alla Juventudes Socialistas Unificadas, insistendo che mi dessero di che aiutarli. Alla fine, dato che avevo studiato, mi diedero il posto di corrispondente di guerra del giornale dell'Alleanza Giovanile Antifascista, gestito insieme dalle "gioventù" socialiste, comuniste e anarchiche. Scrivevo reportage e articoli sulla guerra e fu con quel lavoro che arrivai alla Battaglia dell'Ebro. Con l'esercito di Franco che era arrivato già a Castellòn, mi presentai davanti al Commissario Generale della Battaglia dell'Esercito repubblicano, Luis Delage, e gli dissi che volevo combattere insieme alle Brigate Internazionali. Ci conoscevamo già da un mese e venti giorni. La prima cosa che mi disse fu "Non dire stronzate". Lo ricordo perfettamente. Discussi per ore con lui. Mi domandò se pensavo che l'esercito repubblicano potesse avere qualche possibilità di vincere la guerra. Gli dissi di no. Lui allora mi rispose chiedendomi perché mai domandassi di combattere. Io gli dissi 'per me stesso'. Alla fine, non gli rimase altro da fare che accettarmi, per la mia testardaggine. Mi diede un posto nella XVI Brigata.

La Battaglia dell'Ebro viene ricordata come la più cruenta di tutte le battaglie. Cosa ricorda?

Mi accadde un fenomeno che è stato certificato da diversi psichiatri. Dimenticai la Battaglia dell'Ebro, per anni. Ricordavo la guerra spagnola, ricordavo la battaglia di Guadalajara e molte altre, ma il mio cervello era ripulito della battaglia dell'Ebro. Non ricordavo nemmeno che avesse mai avuto luogo quella battaglia. Con gli anni mi sono poi ricordato di tutto. Poco a poco. Ora ricordo assolutamente tutto. Del male e del peggio e, credimi, ci sono cose che è meglio non ricordare.

Come terminò la guerra civile per lei?

Ricevetti un colpo di baionetta e persi conoscenza. Mi mandarono a Barcellona. Era il settembre del 1938. Non ho potuto essere presente all'addio ufficiale alle Brigate Internazionali. Stavo in ospedale, e mi dissero che me ne dovevo andare, mi dissero che i brigatisti stavano abbandonando il paese perché la sconfitta era ormai inevitabile. Mi rifiutai categoricamente e finii in un'altra unità militare, però quando terminò la guerra passai in Francia, dove mi misero nel campo di concentramento di San Cipriàn, da dove poi riuscii a scappare.

Come scappò?

E' una lunga storia. Lì c'era solo una spiaggia e nient'altro. La spiaggia e la recinzione erano tutto ciò che si vedeva. Pensai che quanto più tempo avessi passato lì, più sarebbe stato difficile scappare, perché poco a poco avrebbero sempre più perfezionato la sicurezza del campo. Così, dopo tre o quattro giorni, ci provai, e ci riuscii. Fuori c'erano persone che mi aspettavano, dissero che erano della polizia francese e che mi arrestavano. Ovviamente, era una bugia.

Le è mai capitato di pensare cosa sarebbe accaduto in Spagna se la guerra fosse stata vinta dal bando repubblicano?

Molte volte, e non ho alcun dubbio. In Spagna sarebbe stata instaurata una repubblica di sinistra. Stalin non aveva alcun interesse nella guerra. Era un brutale dittatore  ed io non ho mai fatto parte del Partito Comunista. Mi iscrissi alla Gioventù Socialista perché erano i meglio organizzati per il combattimento e per la resistenza, ed io avevo senso pratico.

E' rimasto qualcosa oggi in Spagna dei valori di quella Seconda Repubblica e della Spagna che lei ha conosciuto nel corso della guerra civile?

Questo paese non ha assolutamente niente a che vedere con il paese che ho conosciuto. Niente di niente. L'unica cosa che è rimasta è la destra spagnola tradizionale e clericale. Questa destra, per certo, è stata quella che ha saputo capitalizzare l'aiuto di Hitler. il quale era sicuramente ateo. Quando la Germania ha perso la guerra, anche la Falange perse potere in Spagna a vantaggio del settore più cattolico ed ultraconservatore. Quelli che capitalizzarono la guerra, non furono i fascisti, né  i nazisti che erano in Spagna, ma i cattolici. Se fosse stato Hitler a vincere la guerra, sarebbe stata la Falange a comandare e la Chiesa se la sarebbe passata peggio.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

"...è per me stesso" che sono venuto in Spagna a combattere! Bravo! anch'io avrei risposto allo stesso modo al di là di ogni etichetta. Ricordo che una notte di tanti anni or sono, nel Mastio di Volterra alle tre di notte, il giudice Pier Luigi Vigna mi chiese: "..perchè svolge questa attività sobillatrice?..lo vede che anche sua moglie se ne è andata perchè era stufa della vita che le faceva fare?" Risposi che in questa società ci stò male e di stare attento a sua moglie perchè se Lei mi sta sempre dietro, prima o poi si stufa anche lei! Rispose che era meglio tornare alle armi che avevo cedute agli evasi.! Trovo che la risposta del compagno spagnolo e quella mia abbiano molto in comune. Gianni Landi

Franco Senia ha detto...

Grazie Gianni!