lunedì 14 settembre 2020

La macchina da scrivere e la bicicletta

La questione della tecnica precede quella del linguaggio? Oppure sono complementari, supplementari, ed entrambe operano in un costante movimento, dal momento che ciascuna di esse occupa uno spazio vuoto che viene lasciata dall'altra in proprio quello che è il suo movimento perpetuo di domanda e risposta? Come mostra Friedrich Kittler - riferendosi a Balzac e a Poe - è nel campo della letteratura che si nota come le due questioni - tecnica e linguaggio - siano indissociabili, dal momento che spesso la fiction si presenta come se fosse una fenomenologia differita rispetto alla tecnica stessa, vale a dire, come la narrazione di un processo di «incarnazione» o di «materializzazione», di quello che è il fantasma della tecnica, nei personaggi e nelle trame (come avviene con Venerdì  che impara a scrivere in "Foe" di Coetzee). Questa relazione, viene pensata da Derrida in maniera tesa, quando per esempio riflette sull'uso che Nietzsche fa della macchina da scrivere; o quando Ricardo Piglia (in diversi momenti della sua opera, ma in special modo in "Solo per Ida Brown") parla di Tolstoj, dicendo che sia stato proprio lui, il primo in Russia ad usare la macchina da scrivere e la bicicletta; oppure quando, sempre lo stesso Piglia, commenta l'utilizzo che Manuel Puig fa del registratore, e di come questo trasformi il suo stile, tutto il suo progetto letterario nel suo insieme. Roberto Esposito scrive che  «prima del linguaggio», il soggetto «ha dovuto abitare un’altra "casa", un altro involucro antropico, capace di metterlo al riparo dalle potenze predominanti». Ritengo che questo «prima», insieme alla creazione di questa «casa», sia ciò che entra in gioco nei commenti di Barthes, quando ad esempio parla de "La preparazione del romanzo", oppure nelle tecniche di scrittura automatica dei surrealisti, ecc…

fonte: Um túnel no fim da luz

sabato 12 settembre 2020

Se passi da quelle parti …


ZOCCOLI LORENESI
- di Stefano Borselli -

Senza Lorena.
Ho raccolto questi appunti come omaggio alla Lorena (patria mancata che ora, come regione, non esiste più) e alle sue bellezze, che conservo nella sede dei ricordi. Le due canzoni, (vanno prima ascoltate [ qui, En passant par la Lorraine; e qui, Les sabots d’Hélène. ]) sono qui occasione di una lezioncina che speriamo non annoi. I lettori perdoneranno perché si tratta di un gioco.

Le disavventure della merce.
Un noto passo dei Grundrisse descrive la momentanea svalorizzazione che càpita alla merce quando, già perfetta, cioè finita, pronta, sta per essere presentata al mercato. In quel momento il valore che racchiude è come annullato, perché per varie ragioni la sua vendita potrebbe avvenire in rimessa o addirittura non avvenire. Orbene, En passant par la Lorraine intanto ci parla proprio di quello: racconta una disputa sul valore della bella zoccolante. I tre capitani, brutalmente, la svalorizzano con la formula: vilaine (contadina) dunque vilaine (brutta). Ma, fornendoci materiale per un approfondimento dei rudimenti marxiani, la ragazza tira fuori l’equivalente generale della giustizia, il re. Il figlio del re ne è innamorato, certificando così che lei non è per niente vilaine, ma vale e vale molto. Ora, attenzione, è il re che l’ama, non viceversa. La bella lorenese non parla di affetti ma di opportunità: si stratta di puro calcolo. Si prenderà la pena, la fatica di  piantare il bouquet che il principe le ha donato e se l’ordalia avrà successo (la maggiorana può riprodursi per talea) sarà regina. Altrimenti l’investimento (la pena) andrà perduto.

Le lacrime d’Hélène.
Georges Brassens, da par suo, ritorna sulla vicenda conservandone tutte le parole chiave: Sabots, Vilaine, Peine, Roi-Reine, ma con importanti modifiche. La bella perde la certezza dell’origine geografica (la Lorena non è menzionata, forse si dà per saputa), ma acquista concretezza, piedi, gambe, cuore, e un nome: Hélène. Il tema della svalorizzazione dei tre capitani permane ma l’umanissima ragazza ora è capace di piangere, eccome. Sebbene quel secchio di lacrime non vada confuso con la brocca (langella) di Fenesta vascia, ricolma di «lacreme d’ammore»: quelle di Hélène sono lacrime di disappunto da svalorizzazione. Brassens ha compiuto tuttavia un passo decisivo abolendo il re e facendo assegnare individualmente il valore alle cose. È aperto un percorso che può condurre fino alla perdita dell’idea stessa di valore. E il valore non è una cosa, è un’idea…
Rimane un punto sospeso: ma la bella Hélène sarà poi davvero fuori dalla logica del calcolo e capace di affetto? Qui si resta perplessi perché Brassens ci informa che quello di Hélène è «l’amour d’une reine» (e riecco l’equivalente generale: la regina lo è della bellezza). Ma soprattutto Brassens, che ha cantato Villon, non poteva non avere presente che le regine, le dames du temps jadis, (e pure la bella «padrona crudele» del postulante di Fenesta vascia) sono sans merci, anaffettive, algide come les neiges d’antan.

Je les ai gardés.
Non si rende giustizia a Brassens però se non si sottolinea la parola chiave che aggiunge: Garder, tener per sé, tener di conto, conservare, proteggere. Per opposizione salta alla mente Pongo Twistlelon in Uncle Dynamite, una delle vette wodehousiane, che alla vista del sorriso di Sally (che «ti lampeggiava come le luci di una taverna di paese scorte attraverso la nebbia e l'oscurità alla fine di una marcia di dieci miglia e ti trasportava in un mondo di intimità, gioia e risate») si trova a provare «una momentanea fitta di nostalgia, un rapido spasimo di quell'autorimprovero che arriva a un uomo consapevole di essersi imbattuto in una cosa buona e di aver omesso di portarla avanti».

- Stefano BorselliFirenze, 10 settembre 2020 -

I testi.

(K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica [Grundrisse], III, Il Capitale. Seconda Sezione, (1) Il processo di circolazione del Capitale).
La svalutazione di cui qui si tratta è quella che riguarda il capitale che dalla forma di denaro è passato a quella di una merce, di un prodotto che ha un determinato prezzo che deve essere realizzato. In quanto denaro, esso esisteva come valore. Ora esso esiste come prodotto, e solo idealmente come prezzo; ma non come valore in quanto tale. [...] Ora il capitalista non entra più nel processo di circolazione in veste di soggetto dello scambio, ma di produttore di fronte agli altri soggetti dello scambio che hanno la veste di consumatori. Costoro debbono scambiare denaro per ricevere la sua merce che serve al loro consumo, mentre egli scambia il suo prodotto per ricevere il loro denaro. Se per ipotesi questo processo non si compie — e la possibilità che non si compia è data in ciascun singolo caso semplicemente dalla loro separazione —, ecco che il denaro del capitalista si è trasformato in un prodotto privo di valore, e non solo non ha acquistato nessun valore nuovo, ma ha anche perduto quello originario. Che ciò accada oppure no, la svalutazione costituisce in ogni caso un momento del processo di valorizzazione; il che è già implicito nel semplice fatto che il prodotto del processo nella sua forma immediata non è un valore, ma deve previamente rientrare in circolazione per essere realizzato in quanto tale. Se è vero dunque che attraverso il processo di produzione il capitale è riprodotto come valore e come nuovo valore, è al tempo stesso vero che esso è posto come non-valore, come qualcosa che deve essere previamente valorizzato attraverso lo scambio.

(Jacques Camatte, Glossario, vedi Il Covile n° 480, novembre 2018).
Equivalente generale. È il risultato di un fenomeno di esclusione di un elemento da un insieme, elemento che, da allora in poi, potrà rappresentare qualsiasi elemento dell’insieme stesso. K. Marx ha messo in evidenza ciò per quanto riguarda il denaro (valore), ma è valido per tutti i valori. L’esclusione è accompagnata da un’elezione. In altre parole, ciò che viene escluso diventa eletto, elevato al grado di unità superiore che fonda e rappresenta. I concetti sono in generale degli equivalenti generali. Così l’Uomo è un equivalente generale. Esso presuppone l’ esclusione di un dato tipo di uomo — quello determinato dal sorgere del modo di produzione capitalistico — che tenderà a rappresentare tutti i tipi di uomini possibili (esistiti e che esistono ancora). Ciò appare nettamente quando si tratta di diritti dell’Uomo.

(Ibidem)
Valore. «È il fenomeno della rappresentazione del discontinuo che opera nella comunità che si disintegra; il che pone la necessità di una quantificazione che renda idonea la rappresentazione del posizionamento dei suoi membri al suo interno».
1 «Il valore è un operatore dell’attività umano-femminina, a partire dal momento in cui c’è scissione con la comunità. È un concetto che include misura, quantificazione, giudizio di esistenza. Esso si purifica nel corso della sua autonomizzazione, vale a dire che si distacca dalle rappresentazioni mitiche e si carica di nuove determinazioni a seguito della sua operatività in vari ambiti — al di fuori di quello strettamente economico da cui è sorto nella sua determinazione che lo rese operativo — che possono conoscere dei divenire più o meno divergenti».
2 Ogni valore è un equivalente generale, che sia il valore economico, la giustizia, l'onore, l'amore, la bontà, ecc…

venerdì 11 settembre 2020

Fame!

Morire di fame per la Patria
- di Maurílio Lima Botelho -

Brasile: il prezzo del cibo è esploso. Sui giornali e sui social network si possono vedere circolare le foto degli scaffali dei supermercati su cui si legge il prezzo del riso arrivato a 30, 35 e perfino a 40 real [oltre i 6€].  Fagioli, olio di soia e latte seguono nell'aumento dei prezzi e costituiscono il paniere delle lamentele. Oltre a quello che è il prezzo scandaloso, ad apparire sono ora i limiti imposti a quelli che sono gli acquisti per cliente. Si moltiplica la paura: l'incubo della dissoluzione del potere di acquisto del denaro si unisce alla paura della scarsità. Come sempre le spiegazioni a caldo si basano sui dogmi economici, su elementi superficiali  e perfino su motivazioni bizzarre e curiose. Ma la questione risiede nella struttura stessa dell'economia brasiliana, che oramai da tempo non è più un'«economia nazionale». L'argomentazione più ricorrente che viene usata per il sostanziale aumento dei prezzi dei generi alimentari - che è sulla bocca degli specialisti in perversione finanziaria e che si sente proferire nelle conversazioni da marciapiede contro i «vagabondi» - è quella secondo cui la causa sarebbero gli aiuti di emergenza. Il balbettio economico riunisce e irreggimenta la superficialità del mercato in modo di spiegare l'impennata dei prezzi: la distribuzione del denaro da parte del governo ha portato ad una corrida nei mercati, la quale ha causato l'aumento. Un simile argomento si accompagna sia all'autocelebrazione ufficiale -  la riduzione dell'estrema povertà ha apparecchiato il tavolo del popolo - sia alla mania di persecuzione degli agenti della circolazione delle merci - la vendita al dettaglio si è approfittata della domanda ed ha ritoccato i prezzi, per trarne maggior profitto.
Questa spiegazione ignora quella che è la natura stessa degli alimenti i quali si trovano sotto la pressione inflazionistica: dal momento che si tratta di generi di prima necessità, l'«elasticità redditizia» di tali merci è limitata, e pertanto un guadagno di potere d'acquisto da parte dei consumatori dovrebbe implicare un aumento dei prezzi dei beni superflui. L'impatto sarebbe significativo solo sugli alimenti di base, i quali si trovano già in qualche modo sulla tavola del brasiliano, solo se percepire il reddito di emergenza portasse allo stoccaggio domestico di questi articoli. Gli aiuti hanno cominciato ad essere pagati in aprile, ma l'esplosione dei prezzi è avvenuta a partire dai mesi di luglio e agosto - nel frattempo, laddove l'isolamento sociale è stato più marcato, i prezzi hanno subito un piccolo aumento. Un importante giornale è arrivato a scrivere, parlando del significativo aumento del prezzo del riso del mese scorso, che «se i brasiliani volevano fare scorte di cibo, anche all'estero si è verificata una situazione simile e le esportazioni di riso in agosto sono cresciute del 98%»!
L'argomento della pressione della domanda riesce ad essere ancora meno convincente, nel momento in cui si osserva che il Brasile nel 2020  ha registrato diversi picchi nella produzione agricola, con un record nella produzione di soia, una media di aumento del 5% nelle coltivazioni di fagioli ed una crescita anche nella produzione di riso rispetto all'anno precedente, anche se non si tratta di uno dei migliori raccolti ottenuti.
Una lettura più attenta dovrebbe cercare nella produzione quelle che sono le cause dell'aumento dei prezzi. I produttori agricoli sostengono che ci sarebbe stato un significativo aumento dei costi, soprattutto quelli dei fertilizzanti e dei prodotti fitosanitari, sebbene sul mercato internazionale il prezzo de petrolio sia sceso drasticamente. Dal momento che il Brasile è diventato uno dei paesi agricoli maggiormente dipendenti dall'importazione di prodotti chimici (a seguito della deindustrializzazione a lungo termine), l'impatto sull'aumento del prezzo finale è proporzionale al tasso di cambio. Inoltre, è in aumento anche il costo dei terreni; negli ultimi mesi i contratti di locazione hanno puntato al rialzo. In tal caso, si tratta di un fenomeno che ha la sua origine nella crisi del 2008, nel momento in cui le grandi proprietà fondiarie trovavano una «nuova frontiera» di investimenti nell'acquisto di terreni in Brasile, ma si aggrava la caduta del tasso di interesse sui titoli di Stato, cosa che costringeva a cercare attivi immobiliari nelle campagne.
È in questo piano più ampio di «circolazione globale» del capitale che devono essere cercate le principali cause dell'aumento del cibo nel cortile di casa nostra. È la posizione del Brasile nel mercato mondiale - in quanto principale fornitore globale di materie prime agricole (sempre in lotta con l'agroalimentare yankee) - a spiegare come il chilo di fagioli neri, e quello di riso bianco siano arrivati a quasi 40 reali. Se il significativo rialzo del dollaro è stato responsabile dell'aumento dei consumi agricoli, dall'altra parte  ha invece portato al relativo deprezzamento di prodotti brasiliani sul mercato mondiale: il real si trova in cima alla classifica delle monete più svalutate nei confronti del dollaro americano.
A produrre il fenomeno dell'aumento dei prezzi e della relativa  scarsità di cibo sul mercato nazionale, è il collegamento diretto tra la catena agroalimentare brasiliana ed il mercato globale: esattamente proprio perché non c'è più niente che possa essere chiamato mercato nazionale, relativamente dissociato e con strutture distinte rispetto a quelle del mercato mondiale. E tutto ciò vale ancora di più per la struttura della campagna brasiliana, dal momento che non abbiamo mai avuto una reale protezione efficace per la produzione alimentare di piccoli agricoltori. Con un dollaro forte, per il produttore agricolo grande e medio - che si trova connesso alle reti globali della circolazione delle merci - è più vantaggioso mandare il sacco di riso in Cina, piuttosto che a Uberlândia. Nelle nostre terre, il settore agroalimentare è il paradigma del «capitale globale immediato» (Robert Kurz).
Come se fossero un insieme di vasi comunicanti, i circuiti del capitale dislocano le merci che costano meno verso i luoghi dove possono guadagnare un prezzo migliore; una catena di trasmissione, questa, che coinvolge non solo la materialità degli alimenti, ma anche la fluidità monetaria astratta, la quale rende un prodotto più caro o più a buon mercato, a seconda del confronto con le diverse valute. E tutto questo non è affatto un fenomeno recente, poiché negli ultimi decenni - sia che si piangesse o che si ridesse - ciò che noi chiamiamo Brasile è stato trainato dalla produzione di materie prime per il mercato mondiale.
Già in epoca Lula, si poteva osservare come il modello di produzione agroindustriale orientato al mercato esterno, «oltre a promuovere l'espropriazione delle terre e dei modi di vita tradizionali, disorganizzasse la produzione e minacciasse la sicurezza alimentare; come si poteva vedere in quella che era la crescente necessità di importazione di beni di prima necessità». Per quanto il «neodesenvolvimentismo» venisse annunciato, ideologicamente, come se fosse una nuova qualità della crescita sostenuta sul mercato interno, nel 2012, di fronte al rischio dell'abbattimento controllato di bestiame a causa del boom delle materie prime, il Brasile già importava riso e fagioli.
Pertanto, non si tratta di problemi occasionali e sporadici, oppure semplicemente di congiunture che spiegano questo o quell'altro prezzo più salato (il riso è diventato il cattivo di turno a causa anche di una ridotta annata di raccolto causata in Thailandia). E il problema è ancora meno la distribuzione del denaro da parte del governo: il real si può svalutare per poi tornare a rivalutarsi nel momento in cui la trappola fiscale tesa per poter governare l'estrema austerità richiede un'espansione della base monetaria. Qui il problema è che il settore agroalimentare brasiliano è in subbuglio e la natura della logica capitalista viene a galla in maniera evidente. Non basta sottolineare quella che è l'abominevole convivenza di sovrapproduzione e penuria: il successo assoluto di quello che è il settore più dinamico dell'economia brasiliana si traduce necessariamente nella trasformazione del «mercato interno» in qualcosa di secondario. I milioni di brasiliani che ricevono aiuti di emergenza e che temono il futuro in mancanza di questo fragile sostegno monetario, non sono stati solo scartati dal mercato del lavoro, ma sono anche sacrificabili in quanto mercato di consumo. Il successo dell'agroalimentare corrisponde al fallimento sociale della prima (o seconda) potenza agricola del mondo.
La vittoria dell'agroalimentare è la dimostrazione di come le uniche imprese ancora redditizie siano quelle della distruzione ambientale e dello smantellamento sociale. Qualche mese fa, i neoliberisti sociopatici chiedevano che i loro nonni morissero di Covid, in nome del proseguimento e del mantenimento dell'economia aperta. Ora, per giustificare i crescenti profitti derivanti dall'agroalimentare, devono cominciare a preparare i discorsi in cui esortano i giovani a morire di fame per l'«Amata Patria».

- Maurílio Lima Botelho - Pubblicato il 10/9/2020 su Ensaios e Textos Libertários -

giovedì 10 settembre 2020

Storia Corta!












« Io non c'entro niente con questa storia ... ho sentito un'esplosione e sono venuto a vedere »;  sono queste le parole che Corto Maltese, nelle sue storie, si è trovato assai spesso a pronunciare. E servono a spiegare (?) quella che è la sua presenza in tutti i vari ed innumerevoli posti in cui si viene a trovare. Magari, le avrebbe usate, se Hugo Pratt gliene avesse data la possibilità ed il tempo, per « spiegare » la sua eventuale presenza in Spagna durante la guerra civile. Già! Perché sarebbe stato proprio lì che il marinaio, nato a Malta, era andato a morire: sul fronte aragonese, nel 1937. Una storia corta, giusto il tempo di scambiare le sue ultime parole con due strani personaggi, un inglese ed un tedesco, venuti qui a mischiare storia e fantasia. Una storia mai scritta, quella spagnola, se non, forse, in quella sua linea della fortuna che il marinaio si era disegnato da sé solo, col rasoio, sulla mano. Quasi a voler pagare un suo debito! Una storia mai scritta, se non in queste tre tavole di Bonvi. Se ci cliccate sopra ve la potete leggere tutta in poco tempo, come ho fatto io, e magari, probabilmente, se vi piacciono Bonvi e Corto vi piacerà; come è piaciuta a me.

(già pubblicata sul blog il 12 luglio 2016)

mercoledì 9 settembre 2020

coloro che portavano la peste …

L’offerta e la domanda

«La psicoanalisi costituisce una tecnica per guarire gli individui sofferenti dai desideri e dagli impulsi male indirizzati, che tessono intorno a loro delle ragnatele fatte di terrori infondati e di attrazioni ambivalenti; una volta liberatosene, il paziente riesce a condividere con relativa soddisfazione i più realistici timori, le ostilità, le pratiche erotiche e religiose, le occupazioni, le guerre, i passatempi e i doveri familiari che la sua particolare civiltà gli offre.»

- da: "L'eroe dai mille volti" – di Joseph Campbell -

(già pubblicato sul blog il 31 agosto 2006)

martedì 8 settembre 2020

Perbenismo radicale!


La vera storia del “nonno” di Frankenstein
di Michele Mari

William Godwin era il padre di Mary Shelley. Ma anche l’autore di “Caleb Williams”, un romanzo quasi dimenticato, ora ristampato, che anticipa le atmosfere del capolavoro della figlia uscito duecento anni fa
Nonno di Frankenstein”, nel senso che la futura Mary Shelley era sua figlia, William Godwin (1756-1836) costituisce un curioso caso di perbenismo radicale. Rappresentante dell’alta società inglese e cultore delle sue “buone maniere”, avverso a ogni forma di violenza, Godwin sognava un mondo senza governi e senza prigioni, un mondo pacificamente anarchico in cui l’uomo, debitamente educato, sapesse autoregolarsi secondo le sue quasi illimitate potenzialità.
A questa utopia dedicò tutta la vita, con saggi, articoli, conferenze e diversi romanzi, il primo dei quali è senz’altro il più bello. Apparso nel 1794, subito dopo un ponderoso saggio che denunciava gli abusi del sistema giudiziario britannico, Caleb Williams (ripubblicato ora da Theoria, traduzione di Romina Bicicchi) vuole mettere il lettore di fronte all’orrore e all’angoscia che nascono da questi abusi, e lo fanno con uno stile in parte ancora settecentesco, fatto di digressioni e di commenti, in parte già romantico, con una spiccata propensione per l’incubo e il raccapriccio.
Caleb Williams, per quasi mezzo romanzo, non esiste: è semplicemente la voce narrante, che si affida oltretutto a narratori di secondo grado. Qui i protagonisti, talmente opposti l’uno all’altro e però magneticamente e fatalmente attratti l’uno dall’altro come le due anime di un doppio, sono l’impeccabile Falkland e il vilain Tyrrel, due proprietari terrieri che sfruttano ogni occasione per farsi la guerra e provocarsi. Arrogante, violento, facinoroso, Tyrrel getta sul lastrico i propri fittavoli, corrompe, calunnia, rovina le reputazioni e le persone, fa morire di crepacuore e di consunzione la giovane cugina da lui promessa in sposa a uno dei propri sgherri, insomma è un mostro, la cui unica nota di umanità consiste nel patire morbosamente la propria inferiorità antropologica rispetto a un angelo di bontà e di stile come Falkland, l’unico che sappia tenergli testa e confonderlo con le proprie buone maniere, appunto.
Buono ma non stupido, Falkland, che in cuor suo sa di essere atteso dall’unica soluzione possibile: un duello all’ultimo sangue. Fin qui, nel suo contrasto manicheo, il romanzo ha più del romance che del novel, ma le cose cambiano improvvisamente: Falkland viene poco decorosamente malmenato in pubblico dal suo rivale, che poche ore dopo è trovato morto.
Sfumata la possibilità di una solenne vendetta, Falkland, oltretutto sospettato del vile assassinio, incomincia un lungo viaggio nella pazzia: il senso dell’onore, in lui quasi una forma d’arte, lo tormenta e lo stravolge, trasformandolo a poco a poco in un demone ossessionato. Così questo gentiluomo che sembrava uscito dal Libro del Cortegiano di Baldassar Castiglione e che, come Don Chisciotte, aveva letto troppi romanzi cavallereschi, diventa una specie di capitano Achab, solitario, misantropo, arso dal di dentro, più simile a uno spettro che a un uomo: «lui, che era vissuto di grandiose e sublimi fantasie, sembrava che ora non avesse altre visioni se non di angoscia e disperazione».
E Caleb? Al servizio di Falkland fin da ragazzo, Caleb commette la leggerezza di indagare nel passato del padrone, che dopo essersi ammantato nei propri misteri decide di accontentarlo nel modo più perfido: gli svela tutto (cosa che noi non faremo) a patto di legarlo a sé per la vita e per la morte. Schiacciato dal peso della rivelazione, Caleb cercherà di licenziarsi, poi di fuggire, ma sempre la lunga mano di Falkland (che nella seconda parte del libro assurge a gigantesco demiurgo del male, alla maniera del Vathek di Bedford o del Melmoth di Maturin) lo raggiunge e lo punisce, facendolo imprigionare sotto false accuse. Incomincia così il calvario del narratore, che evade ingegnosamente dalle prigioni solo per essere nuovamente incarcerato in condizioni peggiori. Il suo destino, è sempre più evidente, non è separabile da quello del suo persecutore («tutte le vicende della mia vita sono indissolubilmente legate alla sua storia: per colpa delle sue sventure, la mia felicità, la mia reputazione e la mia esistenza sono state irrimediabilmente distrutte»), anche perché entrambi sono dominati da un senso altissimo della “reputazione”, idolo fantastico che ha snaturato Falkland e che, nella speranza di poterne provare l’innocenza e il buon nome, aveva spinto l’adorante Caleb all’opera di investigazione. Così, quando nel finale Caleb ha la possibilità di ristabilire la propria reputazione ai danni di quella di Falkland, fa un passo avanti e due indietro, ritratta e si contraddice, e assumendo sul proprio capo tutte le nefandezze di Falkland entra volontariamente nel ruolo non solo del colpevole ma anche dell’infame. Vittima e carnefice hanno confuso i loro ruoli per sempre, in ossequio alla pulsione masochistica che scorre sotto tutto il romanzo.
Romanzo gotico, certo; antesignano del giallo moderno; variazione rousseauiana sui mali procurati all’individuo dalla società: tutto vero, a patto di saper cogliere, nel sorriso di Rousseau, il ghigno del marchese de Sade (l’ultimo decennio del ’700 del resto è il suo decennio). Da qui alla smorfia della creatura di Frankenstein il passo non è poi tanto lungo.

- Michele Mari - Pubblicato sulla Repubblica del 14/12/2018 -

lunedì 7 settembre 2020

La Crisi Volgare!

Non voglio né un posto di lavoro né una famiglia
- Intervista a Roswitha Scholz, della rivista Konkret - Luglio 2020 -

Konkret: Una crisi come quella del coronavirus, aggrava le disuguaglianza sociali in generale. In che misura colpisce le donne?

Scholz: La questione centrale riguarda il fatto che, ad esempio, con la chiusura degli asili nido e delle scuole materne, si è dovuto occuparsi dei bambini e svolgere le attività domestiche, oltre al lavoro che è stato svolto a domicilio, come il tele-lavoro. Ho anche letto che le donne, nella loro maggioranza di dipendenti part-time, hanno abbandonato le attività lavorative professionali. Fino al 25%.

Konkret: Ciò significa che durante la pandemia si è avuto una quantità assai maggiore di lavoro non retribuito, e che gran parte di questo è stato svolto da donne.

Scholz: Tutto questo ha le sue cause nella società patriarcale capitalista, oltre che nella socializzazione tra le donne e gli uomini relativa a tale società e nella divisione globale del lavoro tra uomini e donne, la quale, a sua volta, implica un aspetto psico-sociale che non dovrebbe essere sottovalutato. Oltre che, naturalmente, nel fatto che le donne si sentono maggiormente responsabili delle attività di cura, e gli uomini per le attività relative alla sfera pubblica e alla produzione.

Konkret: Se le donne non si sentissero responsabili, il lavoro relativo alla sfera della riproduzione ricadrebbe sugli uomini, e pertanto lo farebbero anche loro?

Scholz: Quando si obietta che le donne dovrebbero dire di no, assai spesso ci si sente rispondere che «contro questo parla la struttura», vale a dire, che le donne guadagnano meno di quanto guadagnano gli uomini. Ma il fatto è che, al di là di questo, le donne hanno interiorizzato il ruolo che è stato assunto, sia fin dall'antico patriarcato, e poi dal patriarcato postmoderno o post-postmoderno.

Konkret: Detto seriamente, nella crisi del coronavirus le donne fanno quello che facevano prima, solo che lo fanno di più.

Scholz: È vero. Dal momento che, naturalmente, va detto che nel contesto del coronavirus e del confinamento, per esempio, la cura dei bambini è stata nuovamente spostata nella sfera privata. Ma questi lavori, così come le attività della cura, venivano già svolti professionalmente da donne.

Konkret: Ritiene che le professioni assistenziali siano malpagate anche perché sono per natura professioni femminili?

Scholz: Sì, si tratta di costruzioni e di attribuzioni profondamente ancorate al sistema patriarcale capitalista, che portano a collocare il lavoro produttivo o l'attività professionale nella sfera maschile, mentre le attività che si sono sviluppate nella sfera privata sono assai meno valorizzate perché si pensa: le donne sono così per natura. Ma anche le donne che lavorano nelle professioni cosiddette maschili finiscono per sentire questa dissociazione - come la chiamo io - e vengono considerate come delle virago, e soprattutto come se fossero meno competenti.

Konkret: Che cos'è la dissociazione?

Scholz: Detto in parole povere, dissociazione vuol dire che le attività di riproduzione vengono dissociate dal valore, dal lavoro astratto, e sono assegnate ad una sfera privata che viene attribuita alle donne. In un tale contesto, sorgono un dominio pubblico e un dominio privato. E tutto questo mantiene anche una dimensione psico-sociale: a partire da quella che è la loro socializzazione, le ragazze ed i ragazzi si orientano in maniera differente: gli uomini ritengono di dover prendere le distanze dalla madre e dalla femminilità, le ragazze devono identificarsi con la madre, in modo che dopo possano voler intraprendere le attività di cura. A ciò corrisponde tutto il discorso intorno alla mascolinità e alla femminilità.

Konkret: La dissociazione si riferisce ad un tipo di lavoro che non è parte della creazione di valore?

Scholz: Esattamente. Ma non si tratta del fatto che il valore domini la dissociazione. C'è una relazione dialettica: uno non può esistere senza l'altra.

Konkret: Il lavoro di riproduzione è necessario?

Scholz: Sì.

Konkret: Ed è per questo che c'è bisogno di un asino per poterlo fare.

Scholz: Per così dire.

Konkret: Tornando alla crisi del coronavirus: fino a che punto aiutano le donne le misure con cui il governo pretende di rendere più sopportabili le conseguenze della pandemia?

Scholz: Devo ammettere che non mi sono occupata di queste misure. Quel che ho notato è che l'indennità di disoccupazione per quei lavoratori con orario ridotto non interessa molte donne, questo perché raramente una donna viene pagata nel caso che svolga un lavoro a tempo parziale. E per quel che attiene al dominio della cura, alle donne vengono offerte salsicce vegane [ride]; mi riferisco ai sussidi. Non credo che il lavoro femminile dopo la pandemia venga molto valorizzato. La cosa più probabile è che, con l'aumento del debito pubblico ci sarà uno shock da svalorizzazione, e penso che dopo la cornucopia non verrà di nuovo riempito, ma arriveranno drastiche misure di risparmio. Perciò vedremo una rivoluzione completamente diversa nell'assistenza: se lo Stato non sarà in grado di continuare a finanziare le cure prestate professionalmente, allora queste torneranno ad essere delegate alla sfera privata, e ciò significa ancora più lavoro per le donne...

Konkret: ... che non verrà pagato.

Scholz: Esattamente.

Konkret: Avverrà quindi quella che Angela Merkel e Jutta Allmendinger, del Centro di Scienze Sociali di Berlino, chiamano «ri-tradizionalizzazione»?

Scholz: Come potrebbe essere possibile? Il modello della donna casalinga e dell'uomo-che-sostiene-la-famiglia, ormai è esaurito da tempo, perché è da un bel po' che l'uomo non riesce a sfamare la famiglia con il suo salario. Da tempo, la situazione nel suo insieme ha fatto sì che le donne siano responsabili di guadagnare denaro e della riproduzione. Probabilmente, la ri-tradizionalizzazione ha a che fare con quello che io chiamo inselvaggimento del patriarcato: quando le strutture e le istituzioni patriarcali, come la famiglia e il lavoro professionale, si dissolvono, gli uomini hanno ancora più bisogno di dimostrare di essere uomini, cosa che il più delle volte avviene mostrandosi violenti con le donne.
Se, con la pandemia, aumenterà la miseria economica, allora può succedere che le donne condividano ancora più attività di riproduzione e di educazione dei bambini con altre donne. Sta succedendo qualcosa di simile in quelle che sono le cosiddette favelas del Terzo Mondo. In ogni caso, rimane problematico, anche se ora il movimento delle donne sta nuovamente diffondendo solidarietà tra le donne, cosa che si adatta perfettamente alle misure di amministrazione della crisi: le donne trasformano in sistema di emancipazione tutto ciò che deriva comunque dalla situazione sociale. Si potrebbe dire, con Margareta Stokowski: le donne sono importanti per il sistema, ma il sistema è in ginocchio.

Konkret: Ma non è forse problematico anche il discorso della ri-tradizionalizzazione, nella misura in cui va avanti come se fossimo già più avanti di quanto realmente siamo?

Scholz: Da una parte - di fatto è così - stiamo procedendo come se fossimo più progrediti di quanto realmente siamo. A differenza di quello che era il discorso degli anni '90, tuttavia, ora riusciamo a vedere molto meglio che la tradizionale distribuzione dei ruoli non è stata superata. Del resto, nel movimento contro la ridefinizione degli anni '90, oggi non si vedono molte cose. Tutto il discorso femminista è diventato marxista, potremmo quasi dire marxista volgare. Ora, non viviamo più negli anni '50. Il livello di istruzione delle donne è un altro, così come le possibilità di contraccezione, le misure di razionalizzazione del lavoro domestico, ecc. Rispetto alla condivisione nel dominio della produzione e della riproduzione, semplicemente non c'è nient'altro. In questo campo il patriarcato capitalista ha continuato.

Konkret: È possibile l'uguaglianza dei diritti nel capitalismo?

Scholz: Penso di avere un problema con la sua domanda, dal momento che parte da un'uguaglianza vista in senso completamente immanente. La stessa cosa che fa Jutta Almendiger, per cui il capitalismo in questo senso non esiste. Per lei non esiste un contesto nel quale avviene la discriminazione di genere. Lei vede tutto nel contesto di una ridiscussione ridotta: le donne sono uguali agli uomini o no? Nel senso della teoria della dissociazione e del valore, il problema non si pone.

Konkret: Allora, l'uguaglianza dei diritti nel capitalismo non è possibile?

Scholz: No, non è possibile. Ed io come donna non voglio essere doppiamente socializzata. Non voglio un posto di lavoro né una famiglia. Nemmeno la professione e la carriera maschile sono un modello attraente, come non lo è la maternità.

Konkret: ... figuriamoci tutt'e due le cose insieme. Si tratta di puro stress!

Scholz: È lo stress totale. Vale a dire, qui le donne pescano una carta del tutto truccata.

Konkret: Per meglio chiarire, ancora una domanda: il «patriarcato inselvaggito» diventa visibile quando le relazioni economiche sono particolarmente difficili?

Scholz: Non ci troviamo più di fronte ad una crisi meramente congiunturale, ma ad una crisi strutturale. Il capitalismo si trova in quello che è un  processo di decadimento, e queste storie, completamente populiste, che vengono raccontate dalla sinistra, suonano per me profondamente sospette, soprattutto per quello che sottende una sua svolta versi un rozzo marxismo di classe, nonostante il fatto che la classe operaia non esista più in quella sua forma. Dal momento che non ci sono quasi più operai, ecco che semplicemente si prendono altri gruppi e li si proclamano classe operaia: i senzatetto, i lavoratori stagionali, i fornitori di servizi... Qui, il concetto di classe viene travisato e rappresentato in maniera erronea per poter favorire una costruzione «contro chi sta in cima». Ed ecco che allora si dice: «Espropriare Zuckerberg», oppure quelli dei fondi speculativi [hedge funds], oppure quelli che hanno lo yacht ormeggiato a Saint-Tropez; tutte cose del genere. E nel suo insieme, la cosa naturalmente assume di nuovo un carattere antisemita: Zuckerberg, Wall Steet e la malvagia astrazione.
C'è un manifesto di Nancy Fraser, Cinzia Arruza e Tithi Bhattacharya dal titolo "Femminismo per il 99%", il quale include formulazioni del tipo: «I tentacoli del sistema finanziario stritolano tutta la struttura sociale», oppure parlano del«la pestilenza dell'astrazione quantitativa»; una cosa che mi fa inorridire. Il problema è che la socializzazione della dissociazione del valore è un processo anonimo e, quando si diffonde il panico, ecco che allora si va alla ricerca di colpevoli che possano essere additati e individuati. Succede sempre così. Solo che gli intellettuali sollevano un polverone in proposito, quando invece il loro compito dovrebbe essere quello di rendere chiaro e far capire che le cose non sono poi così semplici. E invece assumono queste assurdità e le rendono parte delle loro teorie. Ho come l'impressione che quanto più grande sia la crisi, tanto più volgare diventi.

Intervista di  Friederike Gremliza, per Konkret, del Luglio 2020 -
Originale "Ich will weder Beruf noch Familie", in: revista konkret 7/2020.

fonte: Exit!

domenica 6 settembre 2020

Decentemente ricchi !!

La rivolta dei Gilet gialli. Storia di una lotta di classe
- Di Gilles Dauvé -

Come indica il sottotitolo, gli autori non credono affatto in un capitalismo che avrebbe inglobato, dissolto o superato le classi. Una delle novità messa in evidenza dal movimento dei Gilet gialli, è stata quella per cui delle categorie proletarie, fino ad allora poco attive nelle lotte e che si erano poco mobilitate politicamente («invisibilizzate», direbbe un lessico alla moda) sono entrate in scena dove nessuno se lo aspettava. A Parigi, ad essere significativo è che i Gilet gialli abbiano scelto di occupare gli Champs-Élysées e gli eleganti quartieri chic ad ovest della città, i quali, malgrado la crescente gentrificazione, conservano l'immagine desueta di una Parigi di lavoratori. Abbandonando quelle che erano le strade preferite della manifestazioni sindacali, i Gilet gialli si sono auto-invitati a forza nelle case dei ricchi ed il più possibile vicino ai luoghi del potere. D'altra parte - e ciò è avvenuto in relazione al loro comportamento sociale - sono state adottate delle forme di raggruppamento di organizzazione e di «socialità» relativamente inedite. Forse perché la loro rivolta e le loro rivendicazioni erano rivolte in maniera più diretta allo Stato piuttosto che ai padroni?
Principalmente, spiega il Collettivo, perché la parte più svantaggiata dei proletari si trova ad essere sempre più direttamente sottomessa ad uno Stato che paga quasi tre quarti del reddito dei più poveri, i quali dipendono per l'appunto più dallo Stato che da un salario diretto. L'aumento delle tasse e il taglio dei sussidi, aggiunto al deterioramento dei servizi pubblici, li colpiscono almeno quanto lo fa la stagnazione, o l'abbassamento dei loro magri salari - quando li ricevono. Il libro fornisce anche quelle che sono delle cifre eloquenti circa la riduzione dei redditi che coincide con l'aumento della parte vincolata della spesa (Vale a dire che anche i dipendenti delle aziende fanno regolarmente ricorso ai poteri pubblici, ad esempio, per chiedere ad essi di proibire i licenziamenti). Ora, nei confronti dello Stato chiunque deve sentirsi coinvolto: tutti vogliono pagare meno imposte e tutti vogliono essere trattati meglio negli ospedali. E per districare quale sia la relazione tra la «rabbia» popolare e il peso «dietro il popolo della lotta di classe», è indispensabile la cronologia. Il libro descrive in dettaglio l'evoluzione che ha portato dalle rotatorie alle assemblee,  e dai blocchi alla parola d’ordine del Referendum di Iniziativa Cittadina (RIC). Se l'8 dicembre 2018 rappresenta «il culmine del movimento, in concomitanza con la fine del suo progredire verso un superamento rivoluzionario», ciò è avvenuto perché non è andato verso il luogo «della riproduzione dei rapporti sociali». La priorità che è stata data ai sabati e alle manifestazioni (sovente vere e proprie sommosse), ed il passaggio dalle rotatorie ai centri urbani hanno fatto sì che «il confronto con il potere continuasse senza che si intervenisse sulla routine quotidiana del lavoro».
A partire dalla fine di dicembre del 2018 e dall'inizio di gennaio del 2019, ci sono stati meno blocchi, e più posti di blocco filtranti, per cui la rivolta del 16 marzo segnerà un secondo picco di violenza (dopo quello del 1° dicembre), nel momento in cui i Gilet gialli hanno allentato la loro pressione sull'economia, diminuendo così la propria forza. In compenso, abbiamo visto moltiplicarsi gli appelli ad un assai improbabile sciopero generale. Malgrado la «crescente urbanizzazione del movimento», la partecipazione dei «proletari urbani, più precari, più giovani, meno attaccati al "valore del lavoro"», l'incontro (soprattutto nella regione parigina) tra i Gilet gialli e i proletari vittima del razzismo, e l'abbozzo di un incrociarsi con le rivendicazioni ecologiste («Fine del mese, fine del mondo, la stessa lotta!»), la convergenza rimarrà a livello di slogan. D'altronde, riunire degli elementi eterogenei non è stato sufficiente per far sì che ognuno andasse al di là della propria particolarità. Superare le separazioni presupporrebbe che si attaccasse quello che è il centro di gravità di questa società, il suo cuore. Diversamente, l'«orizzontalità» mette tutti sullo stesso piano: l'assemblea dei Gilet gialli, che nei fatti ha «soprattutto la vocazione di governare la rotatoria», serve più da «spazio di auto-comprensione deL movimento», piuttosto che come «spazio organizzativo». Se ci si interroga sul «programma» sottinteso dei Gilet gialli, allora ad esprimerlo meglio, probabilmente è stato un testo che ha circolato nel sud-ovest nel mese di gennaio 2019, in cui si immagina una Francia del 2024 dove continua ad esistere il lavoro salariato e il mercato, regolati però da una società autogestita e decentralizzata, che gode di efficaci servizi pubblici, ed è soprattutto paritaria: dal momento che ciascuno si trova ad essere «decentemente» ricco, e dove non ci sarebbero «più super-ricchi». Un programma, questo, assai vicino a quello della sinistra riformatrice di sempre.
E «l'ora dello sciopero?», chiede il Collettivo. Lo sciopero del 5 febbraio 2019, nelle grandi aziende e nella pubblica amministrazione, non è che poi sia stato molto diverso dalle solite «giornate di azione» sindacali. Globalmente, anche se hanno incitato ed aiutato i lavoratori ad interrompere il lavoro in diversi settori, i Gilet gialli si sono ridotti ad essere un supporto a dei movimenti a cui il loro intervento non ha dato alcuna energia.
Tuttavia, la bontà di un libro che consigliamo vivamente di leggere, rende necessario esprimere delle riserve riguardo alcune affermazioni. Secondo il Collettivo, in tutto il mondo «è arrivato il momento della rivolta»: «appare sempre più chiaro come la manifestazione-rivolta tenda ad imporsi in quanto forma contrapposta alle abitudini del "movimento sociale".» I Gilet gialli sono dei proletari - spiegano gli autori - e il loro lavoro li avvicina alla «vecchia classe operaia», ma il loro «mondo sociale» rende loro difficile pensare ed agire da lavoratori salariati che si contrappongono ad un padrone: pertanto, nel loro caso, a «produrre un comune» non sarebbero le relazioni di sfruttamento. Ma allora tutta questa comunanza da dove proviene (o proverrebbe)?  Dal fatto di essere precari, senza un lavoro regolare che offra un reddito minimo per poter vivere, o dall'essere totalmente esclusi? Una povertà estrema e permanente porterebbe i proletari a rimettere in discussione un capitalismo, in un modo tale che i salariati impantanati nel lavoro non sarebbero stati in grado neanche di tentare di immaginare? È difficile crederci!
Per arrivare a poterlo ammettere, si dovrebbe indubbiamente ragionare come se si fossero succedute due fasi del capitalismo. La prima sarebbe stata definita a partire dalla produzione all'interno di economie quasi del tutto nazionali: fabbriche gigantesche, concentrazioni operaie, occupazione, se non garantita quanto meno di massa, classe operai inquadrata nei sindacati e nei partiti del lavoro.
Ma oramai saremmo entrati in una seconda fase dominata dalla circolazione che si svolge in un'economia globalizzata: delocalizzazione industriale, priorità dei flussi e della logistica, occupazione sempre più rara e sempre più degradata, tracimazione delle organizzazioni sindacali. La prima fase sarebbe caratterizzata da dei conflitti che avvengono in un mondo strutturato attorno a delle grandi imprese e nel contesto di un movimento operaio organizzato. La seconda vedrebbe quest'ultimo cancellato, ed il passaggio dallo sciopero alla rivolta come principale mezzo di lotta.
La correttezza di una simile teorizzazione non è dimostrata dai movimenti sociali contemporanei, e l'esperienza stessa dei Gilet gialli ci ricorda che niente di decisivo è possibile finché quelli e quelle che si trovano «nella produzione» continuano a produrre. Inoltre, l'analisi svolta dal Collettivo lo conferma per la Francia del 2018-2019: è a partire dal «vero cuore dell'organizzazione sociale», vale a dire nello «sfruttamento del lavoro» che si renderà possibile una una rottura decisiva: il blocco e l'interruzione del lavoro rimane un momento necessario. Ma non per rinchiudersi nell'azienda, ma per uscirne e partecipare alle rivolte. La questione teorica non riguarda tanto il fatto di mettere a confronto quelli che sono i limiti rispettivi dello sciopero e del blocco, quanto quello di chiedersi a quali condizioni i 150.000 lavoratori del porto di Singapore e i 200.000 operai ed operaie della Foxconn di Shenzen potranno agire insieme ai 100.000 dipendenti del cluster logistico di Chicago. E per fare cosa?
L'insurrezione diviene comunista solo nella misura in cui non si accontenta di impadronirsi degli strumenti di produzione, ma comincia a trasformare tutto ciò di cui gli insorti si impadroniscono. Si tratta quindi di trasformare sé stessi, si tratta di creare collettivamente quelle che saranno le condizioni di un'altra vita, per gli altri e per sé stessi. Si tratta di rimettere in discussione il sistema salariale, e non di chiedere un'altra forma di reddito. E non si tratta solo di attaccare la relazione esistente tra salario e profitto, ma l'esistenza stessa del salario e del profitto, vale a dire la loro interdipendenza. Come scrivono giustamente gli autori: «La rivoluzione, la si fa attaccando [...] tutto ciò che ci rende ciò che siamo. La si fa, accettando e provocando una situazione nella quale si ignora di cosa sarà fatto il futuro». Uno dei punti di forza di questo libro consiste nel fatto che ogni parte è basata su dei casi specifici, spesso ben dettagliati, ripresi dalla stampa o dai giornali di lotta: rimane indimenticabile il resoconto di ciò che accadde l'8 dicembre 2018, a Tolosa, a Marsiglia e a Parigi.

- Gilles Dauvé - pubblicato il settembre del 2020 su DDT21 Douter de tout…

- fonte: DDT21 Douter de tout…

« Gilets jaunes / K-ways noirs / Il y a encore de l’espoir » [Gilet gialli, Keyway neri / c'è ancora speranza]: Uno slogan questo, che ha risuonato durante le manifestazioni marsigliesi, che sono stati ribattezzate con ironia come «les Samedis de la Canebière» [i sabati della Canebiére]. Ed è un tale incontro [fra gilet e kayway] quello che viene raccontato nel libro appena uscito per le edizioni Niet. Scritto da un collettivo il cui nome [Ahou, ahou, ahou!], che hanno assunto per esprimere la propria rabbia, si riferisce al grido degli spartani alla Termopili, anche se questo testo - a giudicare dalle dimensioni dell'introduzione - potrebbe sembrare un'opera troppo teorica. Al contrario, questa rivolta è stata scritto dall'interno, nelle piazze, soprattutto da dei militanti che non si fidavano nel vedere uomini e donne sollevarsi contro l'aumento delle accise sui carburanti, o contro l'aumento delle tasse. Ma molto rapidamente. ben presto hanno colto l'evoluzione di un movimento in  grado di riunire ed amalgamare persone provenienti da orizzonti ed ambienti assai diversi, e sulle quali le organizzazioni tradizionali si sono rotti i denti, nel mentre che, dall'altra parte, il governo dispiegava un intero arsenale repressivo. Tutto ciò, è assai lontano dal "road movie" girato dall'insoumis François Ruffin, e questo non perché gli autori siano stati attori meno lucidi e critici di questa rivolta, pur sottolineandone l'inventiva e le speranze che ha saputo suscitare. Detto fuori dai denti, in questo rientro, non sarà solo sull'autostrada che si dovrà «fare attenzione agli uomini in giallo»!

(dal risvolto di copertina di: La révolte des gilets jaunes, par le collectif Ahou ahou ahou, Niet éditions, 215 pages, 9 euros.)

venerdì 4 settembre 2020

Uno sguardo di Medusa sul mondo!

 - immagine: La testa della Medusa, di Peter Paul Rubens (1617-18) -

Che cos'è il pensiero critico
- Pensare in maniera critica, non significa giudicare o denunciare, bensì ascoltare chi resiste -
di Amador Fernández-Savater

Di solito, associamo il pensiero critico a due operazioni:
  - Il sospetto rispetto al dato, al fatto. Il critico non si limita a dare per buone le apparenze, i fenomeni, i dati relativi ai fatti. Ma guarda sotto, dietro le scene e dietro le quinte. Ed è lì che scopre le forze che tirano davvero i fili: il potere, il denaro, ecc.
- Il giudizio e la denuncia. Il critico giudica la realtà a partire da un modello, un ideale, e segnala quali sono i difetti, i limiti, le carenze. Il mondo non è quello che dovrebbe essere, e il critico valuta negativamente, mette alla gogna.
Oggi la critica ha un grande prestigio. Non è ingenua, ma vede ovunque le trappole di un potere onnipresente. Non è conformista, denuncia, non si accontenta, rimane insoddisfatta. Non è né falsa né ipocrita, dice sempre la verità riguardo a quel che pensa. Non è complice, si schiera, prende partito. Il prestigio della critica deriva dalla «lucidità» senza sotterfugi, senza consolazioni e senza alibi.
Mi sembra che con un simile approccio, così ampiamente riconosciuto e celebrato, però, ci siano un bel po' di problemi (a tal proposito, si veda il grande successo che i critici hanno sulle reti sociali). In questo nostro mondo, la critica è massiccia e quotidiana, eppure, tuttavia non riesce nemmeno a scalfire quello che è lo stato delle cose. Perché?
Per suggerire una risposta, vorrei proporre un'altra idea ed un'altra pratica di pensiero critico, in opposizione e alternativa alla prima. Questo pensiero critico dovrebbe essere quello che descrive il conflitto che costituisce la realtà. Tutto ciò che una battaglia in corso, ci fa vedere, udire e sentire. Quel che riguarda la realtà, visto dalla parte di chi non si lascia né conquistare né governare.
Facciamo un esempio di questo genere di atteggiamento. Pensiamo ad Internet. Al giorno d'oggi, affermare fino a che punto essa è subordinata alle logiche del potere e del mercato, fino a che punto siamo noi stessi che riproduciamo una tale logica attraverso ognuno dei nostri tweet e dei nostri «mi piace», fino a che punto siano ingenui quei posizionamenti che vedono nella rete delle possibilità sovversive ed emancipatrici; affermare tutto questo fa sì che si possa ottenere tutto il prestigio derivante da quella che viene definita «lucidità critica». Può darsi che sia così. Ma se è così, lo si deve al fatto che si è perso -  o per meglio dire, che si sta perdendo per strada - una lotta, una battaglia, un conflitto tra quelle che sono le forze distinte che hanno lottato per fare della rete qualcos'altro. E il risultato che vediamo oggi è contingente, provvisorio e casuale, non si trovava già inscritto in una causa originaria, in una fatalità, se non in quella della tecnologia.
La lucidità critica si pone sempre ai margini di una tale disputa, come se non fosse essa  stessa coinvolta ed implicata in ciò di cui parla e che descrive. Si tratta di un pensiero esterno, e non semplicemente per il fatto che il critico non si trova ad essere implicato nel conflitto, ma piuttosto perché non lo sente, non ne trae niente, non lo considera come un dato rilevante al fine di pensare. Una simile esteriorità da parte del critico, di solito, viene presentata come «obiettività».
La lucidità critica guarda il mondo a partire dal punto di vista del potere, a partire da quello che il potere fa con il mondo. È uno sguardo feticizzante dal momento che congela le cose nella definizione che il nemico ci offre di esse, e lo fa sia destoricizzando che rimuovendo dalla vista quelle che sono le forze che lo sfidano. Il suo è uno sguardo di Medusa. La lucidità critica non cambia nulla poiché non tocca i corpi, ma si limita solamente ad aggiungere «consapevolezza» a quella che è un'impotenza. Non descrive dei funzionamenti o delle strategie, riferite ad un conflitto aperto, ma solamente leggi, determinazioni, fatalità. Non vede mai il «dare e avere» nella lotta infinita tra le forze, ma solo un altro «giro di vite» in quello che è l'eterno potere del dominio. In questo modo la critica raddoppia il punto di vista dei vincitori. Oggi si discute dell'impotenza della sinistra. Si spiega, ad esempio che essa è dovuta all'assenza di ideali ed utopie. Non credo. Si tratta, piuttosto, come di una disconnessione, uno scollamento del discorso da tutto ciò che è lotta, tutto ciò che resiste, tutto quello che non si adatta e grida. Gli orizzonti e le alternative vengono sempre dopo, prima c'è la resistenza. La lucidità critica è rassegnata, determinista e impotente. Dal momento che non ha alcun contatto con le resistenze quotidiane, si affida alla superiorità morale, sempre sterile e controproducente. Però, non cadiamo nella critica della critica. Meglio esaminarla brevemente, per poter osservare il suo funzionamento concreto, esaminare alcuni pensieri in grado di fare quello che qui ci interessa: ascoltare e fare ascoltare il fragore della battaglia.

Con e contro il marxismo: Castoriadis e John Holloway
I primi pensieri provengono direttamente da Marx. Marx ed il marxismo sono un filone importantissimo di quest'altro modo di intendere la critica. Nel fare della storia, la storia della lotta di classe. Nel fare uso della dialettica tra gli opposti come metodo di analisi. Nel pensare l'emancipazione della classe operaia come «il suo proprio compito, la sua propria opera». Nel considerare l'economia come una divisione conflittuale tra i proprietari e i diseredati spossessati delle loro condizioni produttive.
Al giorno d'oggi, quando si leggono quelle analisi sul mondo del lavoro che vengono svolte nei termini della filosofia giuridica-liberale del libero contratto, o si legge la favoletta della buonanotte di Yuval Noah Harari, "Homo Deus. Breve storia del futuro", sul capitalismo che viene visto come se fosse un «elaboratore di dati», ecco che ci si accorge fino a che punto Marx sia ancora parecchio avanti rispetto a noi, e che vada riscoperto ed attualizzato come il vero e proprio classico che è. Ma questo impulso, verso Marx ed il marxismo, ha convissuto sempre con un altro impulso: la teorizzazione presunta come scientifica. Contro di essa, si scaglia il pensatore greco Cornelius Castoriadis quando denuncia che «ne Il Capitale la lotta di classe non c'è». Seguiamo i suoi argomenti:
Secondo Marx, la fase dell'«accumulazione originaria» consiste nell'espropriazione  e nella privatizzazione dei mezzi di produzione. Il capitalismo non è solamente l'ampliamento dello scambio di equivalenti (la Legge del Valore) per farlo coincidere con tutta quanta la società, ma esso è in primo luogo una violenza espropriatrice. In questo modo, nasce così, completamente ricoperta di sangue, una classe di spossessati che, per sopravvivere, non possono fare altro che vendere la propria forza lavoro. Tale forza lavoro - prosegue Marx - non è una merce alla stessa stregua di tutte le altre, ma è quella merce che viene utilizzata per poter produrre più valore. E questo surplus sta all'origine del profitto capitalistico.
Castoriadis è d'accordo sul fatto che la forza lavoro non sia una merce come tutte le altre, ma ciò a suo avviso avviene per motivi diversi: sia il suo «valore d'uso» che il suo «valore di scambio» rimangono indeterminati. Vale a dire, tanto il rendimento effettivo che si può estrarre dalla forza lavoro nell'arco di tempo di una giornata lavorativa (valore d'uso), quanto i costi di riproduzione che stabiliscono e fissano il salario (valore di scambio) sono il risultato di un conflitto che ha luogo e ricomincia ogni giorno.
La lotta quotidiana dei proletari co-determina, in maniera decisiva, quella che è la configurazione del reale. Tutta l'intera storia del capitalismo è dipesa (e continua a dipendere) da tale conflitto: l'evoluzione della tecnologia, dei metodi di gestione del lavoro, della distribuzione della ricchezza, dei livelli di occupazione, dei diritti sociali, ecc. Nell'astrarre la lotta, per riflettere e meglio inquadrare la regolarità delle leggi del capitale, si finisce per cadere in una visione unilaterale che vede solamente ciò che il capitale «fa essere» realtà.
Dov'è il problema? Dal momento che la lotta non è una «cosa», la resistenza operaia non si lascia «dedurre» a partire da un'ipotesi teorica, ma dev'essere percepita e compresa. La sua forma, la sua intensità, il suo impatto, i suoi agenti non possono essere presupposti. La critica che ci interessa, vede per mezzo delle orecchie. Non si limita solamente ad astrarre e a contemplare (teoria), ma spalanca le orecchie, e attiva tutti quelli che sono i suoi sensi per meglio pensare.
Ad esempio, Socialismo o Barbarie, il gruppo cui per decenni partecipò Castoriadis, ha inventato delle concrete procedure di ascolto (inchiesta operaia, ecc.) attraverso cui veniva percepito che la resistenza proletaria, non solo si esprimeva come un conflitto esplicito per il salario - attraverso delle organizzazioni formali come i sindacati - ma anche come delle lotte informali e quotidiane (sabotaggio, pessimo lavoro, interruzione della catena di montaggio) mediante le quali venivano messe in discussione perfino le condizioni lavorative.
In un senso analogo a quello di Castoriadis, John Holloway parla del duplice carattere del lavoro nel capitalismo: come lavoro astratto, indifferenziato e generale, come lavoro che serve a fare soldi; e come lavoro che serve per rendere concreto, attraverso il proprio tempo, con il proprio lavoro quelli che sono i propri fini. Tra le due cose non esiste identità, o subordinazione completa, bensì tensione, conflitto, antagonismo. Nel lavoro astratto, ha luogo una cattura del fare concreto: intensificare la produttività, rendere ancora più precarie le condizioni, accelerare i ritmi. Ma la determinazione non è mai totale: esiste conflitto. Il fare concreto cerca di difendere la propria temporalità, il suo carattere qualitativo, i suoi propri obiettivi: «far bene le cose», come a volte diciamo. Ci si sottrae, si scappa, si resiste. La tendenza al fare costituisce la contraddizione del capitalismo, ma non si tratta di una contraddizione «oggettiva», o «ciclica», ma piuttosto di una contraddizione vivente e soggettiva. Bisogna darle ascolto, senza presupporla. Non si può dissociare l'analisi del capitalismo e delle lotte come se si trattasse di due cose distinte, che vanno ciascuna per la propria strada. La finanziarizzazione dell'economia, il credito e l'indebitamento , non sono solo un «giro di vite» dato dal capitale in quella che è la sua insaziabile voracità, ma si tratta piuttosto di una «fuga in avanti» rispetto a qualcosa che gli resiste e lo incrina. La lotta è una dinamica attuale che vive nel cuore stesso del capitale, è la sostanza delle sue crisi e l'unica base materiale di un possibile cambiamento.
Pensare il capitale e le lotte come esteriori, significa considerare il capitale come un «soggetto automatico», studiare la sua crisi fine come un «collasso oggettivo», sarebbe in fondo una vuota possibilità... La realtà non viene definita  solo a partire dal potere, ma anche da ogni resistenza che ogni volta dobbiamo ascoltare. Il lavoro, ma anche le tecnologie, le immagini, i linguaggi e i desideri sono il risultato sempre incerto ed indeterminato di un conflitto permanente, di un infinito dare e avere.

Il punto di vista della plebe: Foucault e Diego Sztulwark
Ascoltare ogni volta quelle che sono le resistenze, significa domandarsi se queste assumano sempre ed ogni volta la medesima forma e seguano la stessa logica. È questo ciò che Foucault ha cercato di proporre nel 1977, in una sua famosa intervista con Jacques Rancière, dal titolo "Poteri e strategie".
In tale intervista, Foucault chiama «plebe» quelle resistenze «che ad ogni avanzata del potere rispondono attraverso un movimento che cerca di liberarsi di esso.» La plebe non si oppone al potere come se si trattasse di un duello, una battaglia napoleonica, un corpo a corpo; ma piuttosto «abbiamo plebi» laddove ci sono relazioni di potere, ed entrambi attraversano l'intera superficie sociale. In questo approccio di Foucault, ad essere messo in discussione è lo schema e la logica della contraddizione. Ci sono relazioni di potere e plebe sia nel proletariato che nella borghesia. Non sempre il conflitto oppone due blocchi simmetrici, ma si tratta piuttosto di una dinamica viva cangiante, mutevole e nomade. Che cos'è allora la critica? Foucault parla di «pensare per funzionamenti». Qualcosa di molto distinto e assai diverso da un giudizio o da una condanna morale, da una lamentela vittimistica o da una denuncia, o da una proiezione di sogni o di utopie. È questa, la descrizione delle distinte strategia che si dispiegano nel conflitto, dei diversi movimenti messi in atto dalle forzi presenti in campo. Non si tratta di spiegare tutto quanto a partire da un punto di origine o da un nucleo centrale di dominio (il Potere, il Valore, lo Spettacolo, ecc.), ma piuttosto di descrivere i funzionamenti concreti ingaggiati in un dato conflitto. Strategie mobili, dinamiche specifiche, e non la Grande Contraddizione.
«Assumere il punto di vista della plebe, che è quello dell'inverso e del limite in relazione al potere, è indispensabile per svolgere l'analisi dei suoi dispositivi, a partire dai quali può essere compreso il loro funzionamento e le loro trasformazioni». Solo a partire dalla vita dannata dei folli, dei malati o dei prigionieri e dalle loro resistenze si può comprendere il manicomio, l'ospedale, la prigione. Solo a partire dall'anomalia si può comprendere la normalizzazione».
La critica totalizzante è pigra e ripetitiva, perché a qualsiasi punto della società applica a priori lo stesso schema, gerarchizzando le resistenze (prima gli operai delle donne, prima le donne dei trans...) anziché analizzare l'impatto di ciascuna lotta, di quello che ciascuna mette in gioco e in discussione, la propria estensione e le sue specifiche connessioni. Non ascolta le singolarità. Quello che rivolge, è uno sguardo dall'alto, come a volo d'aquila, mentre il punto di vista espresso dalla plebe produce «saperi strategici». Un buon esempio di un tale procedere critico-strategico, sembra essere oggi il modo in cui certi femminismi latino-americani costituiscono conoscenza e movimento, nei quali il «genere» funziona come una sorta di prospettiva a partire dalla quale si può percepire, descrivere e connettere le diverse forme di sfruttamento del lavoro formale ed informale, le diverse violenze che vengono esercitate contro i corpi e le trame comunitarie (dall'indebitamento fino al femminicidio), le varie insubordinazioni e ribellioni al sistema capitalista patriarcale. Non a priori, secondo quello che è uno schema teorico, ma piuttosto concretamente, punto per punto.
La plebe è anche uno degli elementi principali del libro di Diego Sztulwark, "La Ofensiva sensible". Oggi, quando la linea del fronte ci attraversa nel mezzo, la plebe ci si trova dentro, diventa interna. Il neoliberismo è il tentativo di confondere desiderio e mercato, di trasformarci in soggetti di un rendimento 24 ore su 24, di sottometterci al comando della produttività totale, ma i nostri corpi di schiantano e urlano. Buchi e crepe si aprono dappertutto: ansia, depressione, stanchezza. Sono questi i «sintomi». Di fronte alla patologizzazione o alla colpevolizzazione dei sintomi, Sztulwark ci esorta ad ascoltarli, ad allearsi con essi, a pensare a partire da essi. Sono i fori attraverso cui possiamo vedere, e andare molto al di là. La critica non consiste più in un discorso esterno che assomma coscienza a quella che è un'impotenza, ma passa piuttosto per il corpo ed elabora qualcosa che è parte del corpo. Ormai, non descrive più semplicemente ciò che il potere mette in atto, ma guarda e considera ciò che si rompe, che si incrina e che non si lascia catturare. Non giudica, non denuncia a partire da una sua superiorità morale, ma parla e cerca il contagio a partire dalle ferite, dai guasti, dai cedimenti. La critica sintomatica ci fa sentire il frastuono di una battaglia che si svolge dentro e fuori di noi. Assumere questo punto di vista della plebe interiore, che è nuovamente il punto di vista dell'opposto e del limite, in relazione al potere, torna di nuovo ad essere indispensabile per poter svolgere l'analisi dei dispositivi neoliberisti: il Coaching, la trasparenza, la sicurezza, la fluidità, la comunicabilità. Senza riuscire a cogliere il malessere che erode tutte le relazioni sociali, non siamo in grado di capire niente di quello che è il nostro presente. Per esempio, potremmo vedere in quelli che sono i fascismi postmoderni che stanno emergendo oggi l'ennesimo «giro di vite» del capitalismo, quando in realtà sono invece una risposta alla crisi del neoliberismo, incapace di imporre pienamente i suoi modi di vita. Indeterminazione e co-determinazione, incrinature e comportamenti, saperi strategici e funzionamenti, plebe e sintomi... Percorsi diversi che servono a reinventare la critica vista come pensiero del conflitto, come metodo della crisi, come ascolto del rumore che fanno quei buchi che si aprono sempre più in quello che è il dominio.

Amador Fernández-Savater - www.filosofiapirata.net  —  21 febbraio 2020

Riferimenti:

Cornelius Castoriadis,  "Marxismo e teoria rivoluzionaria" (1964-1965)
John Holloway, Crack Capitalism (2012) Derive Approdi editore
Michel Foucault, "Poteri e Strategia" Mimesis edizioni
Diego Sztulwark, "La ofensiva sensible" e "No hay neoliberalismo sin una violencia contra la sensibilidad"

fonte: https://www.eldiario.es/

mercoledì 2 settembre 2020

Nichilismo


«Sei a teatro. Lo spettacolo è finito.
Ti alzi per prendere il cappotto e andare a casa.
Ti volti. Niente più cappotto. Niente più casa.»

( da, Vasilij Rozanov – “L’Apocalisse del nostro tempo” )

(già sul blog il 4/9/2006)

martedì 1 settembre 2020

Imprenditori e muratori

La strategia enciclopedica di Michel Houellebecq - che è polimorfa e che si adatta a quello che è lo specifico progetto di ogni suo romanzo - non va vista come se fosse un semplice strumento per la preparazione del romanzo; vale a dire, non si tratta di un insieme neutro di attrezzi che rendono possibile il romanzo senza farne parte. Al contrario, la strategia enciclopedica costituisce il vero e proprio nucleo di ciascun romanzo, rendendoli così tutti possibili, e costituendo una sorta di meta-commento di quella che è la performance romanzesca. Visto in una simile prospettiva, il procedimento proviene da Flaubert - e Houellebecq riconfigura deliberatamente il procedimento flaubertiano, rinnovandolo e aggiornandolo in vista dell'aumento esponenziale della stupidità nella contemporaneità (o, quanto meno, di quelli che sono i suoi mezzi di distribuzione e di divulgazione). L'uso che Houellebecq fa di Wikipedia, per esempio, non è casuale: la posta in gioco non è la ricerca volta a realizzare un romanzo attraverso una strategia realistica - vale a dire, la documentazione vista non come garanzia di verosimiglianza, ma piuttosto come il fattore di proliferazione della stupidità. Allo stesso modo in cui Flaubert usa Cartagine in Salammbô, Houellebecq usa la clonazione in "La possibilità di un'isola"; come Flaubert usa la vita interiore in Madame Bovary, Houellebecq usa la vita aziendale ne "La carta e il territorio". La minuziosità della ricerca equivale alla meticolosità della stupidità (e la prima serve a far risaltare la seconda, anziché a nasconderla). E non è certo un caso che l'epigrafe a "Piattaforma" provenga da Balzac - di cui, in Illusioni Perdute, possiamo leggere quell'analisi che non perderà mai la sua attualità, il suo carattere polimorfico:
«Insomma, mio caro, in letteratura lavorare non è il segreto della fortuna, si tratta di sfruttare il lavoro altrui. I proprietari dei giornali sono degli imprenditori, noi siamo dei muratori.» (Balzac, Illusioni perdute, traduzione di Argia Micchettoni, Garzanti).


fonte:Um túnel no fim da luz

lunedì 31 agosto 2020

Leningrado 1926

Leonid "Lenka" Panteleev, marinaio di Kronstadt nel 1917, uno di coloro che avevano sfondato col calcio del fucile le porte del Palazzo d'Inverno, ora sta per terminare la sua "carriera" a Leningrado.
La sua leggenda vola per i bassifondi. Già, perché ci sono di nuovo i bassifondi, a Leningrado! Quando ricomparve il denaro, Lenka sentì che era arrivata la fine. Lui non era un maneggiatore di idee. Era un egualitario! E così si fece bandito per svaligiare le prime gioiellerie, aperte dai primi neocapitalisti della NEP. Questa sera, gli uomini della milizia (che in cuor loro ammirano Lenka) lo hanno circondato nella sua "malina". Il suo rifugio. Naturalmente, è stato venduto da qualcuno! Ci sono donne ed alcool. Panteleev entra, si toglie la tunica di cuoio, tracanna un bicchiere di vodka, prende la sua chitarra. Che cantare? «Rotola sotto la mannaia, testa di Sten'ka Razin»
Lo abbattono mentre canta. Finita, anche quella pericolosa chitarra! Gli uomini della milizia, pagati quaranta rubli al mese, portano sul chepì la stella rossa che i Panteleev si stamparono, per primi, sulla fronte.

(già sul blog il 29/9/2006)

sabato 29 agosto 2020

Contro!

Gli operai contro il lavoro
- Intervista a Michael Seidman -

Da cosa è nata, in quel momento concreto, la motivazione che portava a voler stabilire un confronto tra la realtà lavorativa di Barcellona e quella di Parigi?

«Alla fine degli anni '70, studiavo a Parigi e mentre scrivevo la mia tesi entrai in contatto con quei giovani che definivano la rivoluzione come "non lavorare". Sono stati loro a darmi l'idea di scrivere un libro di storia comparativa su tutto quello che fecero e non fecero gli operai di Barcellona e quelli francesi, durante il governo del Fronte Popolare. Frugai negli archivi spagnoli, soprattutto a Salamanca e a Barcellona. Quando Franco vinse la guerra, tutti i documenti vennero centralizzati a Salamanca. Le fonti più interessanti, sono state i verbali dei consigli operai. Sebbene un po' disorganizzati, c'erano gli archivi delle grandi aziende di acqua, luce e gas e quelle di altre fabbriche di Barcellona, come Fabra e Coats. Nessuno li aveva studiati, poiché gli storici erano talmente concentrati sulla politica che si fermavano a quelli che erano gli opuscoli ed i periodici della loro stessa linea politica.»

La prima volta, il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti, nel 1991, e successivamente è stato tradotto in sette lingue. A quanto pare ha avuto un grosso impatto.

«Sì, ma questo è successo solo pochi anni fa, relativamente parlando, quando l'argomento ha cominciato ad interessare il pubblico. Per esempio, è stato pubblicato in giapponese nel 1997. Anche se in francese e in turco ci sono state solo edizioni pirata. C'è stata una casa editrice tedesca che ne ha pubblicato un'ottima edizione. Inoltre, ce n'è stata anche una versione abbreviata, in greco. È stato un libro più o meno accademico che quasi nessuno aveva letto, e che ora è come se avesse fatto una sorta di ritorno. Il che mi rallegra, anche perché me ne ero quasi dimenticato di questo libro. Forse le nuove generazioni trovano interessante questa resistenza al lavoro.»

Quali sono stati le reazioni che i libro ha suscitato, fin dalla sua prima edizione?

«Quando venne pubblicato la prima volta, io stavo lavorando alla Rutgers, un'università del New Jersey, vicino a New York. Il testo suscitò un grande dibattito, ci furono molte lettere scritte da professori di storia francese, accademicamente potenti, che si lamentavano del libro. In pratica, mi licenziarono. Ma andò tutto bene, trovai un altro impiego e continui a lavorare sulla storia francese e spagnola. Ho ricevuto anche qualche buona recensione, nel contesto del mondo accademico, ma non ho suscitato molto entusiasmo. Negli ambienti anarchici e libertari, il libro è stato accolto meglio.»

Cos'era che sembrava così brutto, nell'ambito accademico?

«È difficile dirlo. Perché per me non ha senso. Forse in altri ambiti lo si potrebbe anche capire, ma in quello accademico no. Ho una mia teoria, secondo la quale quando le persone incontrano qualcosa che non riescono a capire bene, danno la colpa all'autore, e non al fatto di non essere in grado di riuscire a fare uno sforzo per capire. Tutta la storia del lavoro, che viene analizzata a partire dal 1960 si basa sulla teoria secondo cui agli operai piace lavorare. Tanto per i comunisti quanto per i socialisti, e i capitalisti... il lavoro definisce la classe operaia. E il mio punto di vista definisce la classe operaia come la classe che resiste al lavoro.»

La resistenza al lavoro, viene analizzata in quelle che sono delle società industriali (più la Francia che la Spagna), senza che però la tendenza politica influisca sul rifiuto da parte del lavoratore. Si tratta di un modo di sentire che è insito nell'essere umano?

«Quando parlo di rifiuto del lavoro, mi riferisco al lavoro salariato in fabbriche abbastanza grandi, in città industriali come Parigi o Barcellona. Non sto parlando di lavoro in tutti i periodi storici. Anche se, in un altro libro, ho trattato il tema della resistenza al lavoro, da parte dei contadini, nelle collettività agrarie; e il modo di sentire è simile.»

I lavoratori dell'epoca analizzata nel libro, non avevano alcuna reticenza o riluttanza a scioperare, o ad altri modi di resistenza al lavoro. Ora la tendenza sembra essere quella opposta, nonostante il fatto che la crisi economica ha ridotto notevolmente i diritti dei lavoratori. Cos'è che ora impedisce ai lavoratori di ribellarsi contro gli abusi?

«Credo che si continuino a prendere le stesse contromisure, ma ora sono molto più riservate, più segrete. Nessuno dirà: "Non sono venuto a lavorare, anche se avrei potuto farlo." Riguardo gli scioperi, non mi sento in grado di dare un giudizio, dal momento che non sono molto al corrente della Spagna di oggi. Però lo sciopero in sé è molto interessante, poiché esiste in tutti i paesi e riguarda tutte le classi. Il significato dello sciopero è quello di non lavorare, e si adatta assai bene alla mia definizione di una classe operaia che resiste al lavoro. Trovo molto interessante anche il fatto che la parola "sciopero" si dica in maniera diversa in ogni lingua; strike, huelga, gréve... a mio avviso, ciò indica che ogni classe operaia ha scoperto questa forma di lotta.»

A Parigi, sia il Fronte Popolare che le organizzazioni padronali e della chiesa incoraggiavano il tempo libero dei lavoratori, con propri interessi e con un obiettivo comune: lavoratori sani e felici, i quali in questo modo sarebbero stati più produttivi. In Spagna, i militanti volevano ottenere il controllo delle fabbriche, per darlo ai lavoratori che avrebbero poi lavorato per un ideale. Le persone sono quindi dei meri strumenti di produzione? Tutto, purché a contare non sia la persona, bensì il suo lavoro.

«Sì, esattamente, codesto è un buona sintesi di ciò che è il mio libro. Il Fronte Popolare aveva delle ottime intenzioni riguardo la riforme che avrebbero portato a 40 ore settimanali le 48 ore precedenti, le 2 settimane di ferie pagate... ma gli operai si sono approfittati di questa situazione per produrre meno. Alla fine, la cosa non ha funzionato. E si è potuto vedere che, ancora una volta, l'aspirazione dei lavoratori era quella di lavorare meno. In Spagna, i militanti volevano costruire una Spagna nuova, forte e libera. Spesso pensavano all'Unione Sovietica (gli anarcosindacalisti un po' meno dei comunisti, ovviamente), ma tutti credevano che la classe operaia avrebbe dovuto lavorare per la causa. Tuttavia, la stragrande maggioranza degli operai non erano militanti, cercavano solo di sopravvivere in quella che era la situazione difficile della rivoluzione, della guerra, della mancanza di cibo. Erano queste le loro priorità, e non quella di dover lavorare per un fine comune. Né, tanto meno, gli anarcosindacalisti furono in grado di creare un nuovo modello di sviluppo. Dissero agli operai: "Ora questa è la vostra fabbrica, le gestiremo democraticamente". Secondo me, ciò non è possibile. Estremizzando, sarebbe come dire ai detenuti di una prigione: "Ora la prigione è vostra, potete dirigerla". Non ha alcun senso. E tanto meno, nel periodo dell'antifascismo, si riuscì a convincere i lavoratori a lavorare di più. Né durante la rivoluzione spagnola né durante il Fronte Popolare francese.»

Se teniamo conto dell'evoluzione della nostra società verso un sistema consumistico e capitalista, si potrebbe dire che si sia riuscito a rendere il lavoro più attraente per le persone, oppure questa resistenza continua ad esserci?

«Credo di sì, c'è ancora resistenza nei confronti del lavoro salariato. Forse, con tutta la disoccupazione che c'è ora, le persone hanno una motivazione per trovare un lavoro, però quando lo trovano questa resistenza torna a riapparire. L'assenteismo, il sabotaggio, le false malattie... tutto questo continua ad esserci ancora. Non posso citare casi specifici, ma credo di sì, che sia così.»

Si arriverà mai ad un qualche sistema che riesca a far sì che i lavoratori abbiano voglia di lavorare?

« [risate] È molto teorico, e non so come si possa fare. Si possono minacciare, gli operai, per farli lavorare, ma la cosa non funzionerà».

- Intervista realizzata da Carmen López -

fonte: Comunizar

venerdì 28 agosto 2020

In terza persona!

Rileggo un passaggio del terzo volume dei diari di Piglia, "Los diarios de Emilio Renzi": si tratta di una nota del 3 novembre 1980, e parla del fatto che stava preparando delle lezioni per un gruppo di studio: un corso su Wittgenstein e la questione del linguaggio.

La propria vita, la propria esperienza, può essere narrata solamente in terza persona - scrive Renzi-Piglia, commentando Wittgenstein, riferendosi alla sua coppia  «parlare/tacere», e salvando anche Brecht (l'altra lettura che lo accompagna, come una convivenza costante nelle sue lezioni): « la lezione di Brecht  » - scrive – « è quella di vivere in terza persona.»  (Los diarios de Emilio Renzi - Un dia en la vida, Barcelona, Anagrama, 2017, p. 131).

A partire da qui, si può pensare a quello che scrive Agamben a proposito del Testimone - nel terzo volume di Homo sacer - in "Quel che resta di Auschwitz", con un percorso che parte da Benveniste (il carattere mobile delle posizioni soggettive mediate per mezzo dei pronomi) per arrivare a Fernando Pessoa e alla dinamica degli eteronimi. Così, allo stesso modo, per esempio, Fredric Jameson nel suo "Brecht e la questione del metodo" scrive che: « la rappresentazione in terza persona - la citazione di quelle che sono espressioni dei sentimenti ed emozioni di un personaggio - è il prodotto di un'assenza radicale dell'Io (sé) o, quanto meno, scendendo ad un compromesso con la comprensione di quello che noi chiamiamo "Io", è un oggetto della coscienza, e non la nostra coscienza.»

fonte: Um túnel no fim da luz

giovedì 27 agosto 2020

Il servizio di leva storico delle generazioni

«Sono bizzarri i rapporti tra le biografie delle generazioni e il corso della storia. Ogni epoca ha un suo corredo di requisizioni di patrimonio privato. [...] Varia è anche l'età di chiamata delle generazioni, e la durata del servizio di leva storico. La storia mobilita l'ardore giovanile di alcune generazioni e la tempra matura o la saggezza senile di altre. Recitata la loro parte, quelli che ieri dominavano i pensieri e i cuori lasciano il proscenio e si ritirano ai margini della storia per finire la loro vita in privato, come redditieri spirituali o vecchi d'ospizio. [...] La nostra generazione è entrata in scena straordinariamente presto [...] Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. Si è spezzato il legame dei tempi. Abbiamo vissuto troppo del futuro, pensato troppo ad esso, in esso troppo creduto, e per noi non c'è un'attualità autosufficiente: abbiamo perso il senso del presente. Noi siamo i testimoni e i compartecipi di grandi cataclismi sociali, scientifici e d'altri ancora. La vita quotidiana è rimasta indietro. Secondo una splendida iperbole del primo Majakovskij, "l'altra gamba corre ancora nella via accanto". Sappiamo che i più intimi pensieri dei nostri padri erano in disaccordo con la loro vita quotidiana. [...] Ma i nostri padri avevano ancora un residuo di fede nel suo carattere confortevole e universale. Ai figli è rimasto soltanto un odio nudo per il ciarpame ancora più logoro ed estraneo di quella vita. Ed ecco che "i tentativi di organizzare la vita personale assomigliano agli esperimenti per scaldare un gelato". Neppure il futuro ci appartiene. Tra qualche decennio ci affibbieranno duramente il titolo di "uomini dello scorso millennio". Avevamo soltanto canzoni affascinanti che ci parlavano del futuro, e d'un tratto queste canzoni da dinamica del presente si sono trasformate in fatto storico-letterario. Quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate al museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel più autentico senso della parola.»

- da: Roman Jakobson, "Una generazione che ha dissipato i suoi poeti - Il problema Majakovskij" (5 giugno 1930). Einaudi, 1975 pagg. 41-42.