lunedì 20 aprile 2026

Deridere Stalin…

Documenti, anziché narrazioni: su "Uno Stalin sconosciuto"
– di Marcos Barreira -

   Negli ultimi due decenni, la letteratura su Stalin è apparsa fortemente segnata da delle dispute narrative. Ancora negli anni '90, Ludo Martens parlava di un "nuovo sguardo" sull'URSS stalinista che, tuttavia, era stranamente simile alla versione comunista ufficiale degli anni '30. In occidente, avanzando nella decostruzione della "leggenda nera" di Stalin, D. Losurdo trasformò il dittatore onnipotente in una vittima di cospirazioni; riproducendo, nel farlo, anche la legittimazione ufficiale dell'omicidio degli oppositori. Del resto, dopo l'indipendenza del paese nel 1991, la carestia ucraina, avvenuta nel periodo di consolidamento del potere da parte di Stalin, divenne il fulcro della nuova storiografia nazionale dell'Ucraina. Questa rivisitazione della storia, consolidatasi per mezzo di una "Legge della Memoria" del 2006, trasformò la fame di massa, prodotta dalla collettivizzazione forzata nelle campagne, in un progetto di sterminio etnico degli ucraini. E permise inoltre che ex collaboratori dei nazisti in Ucraina venissero dichiarati eroi dell'indipendenza. Il libro di Roy e Zhores Medvedev, “Stalin sconosciuto[*1] pubblicato 20 anni fa, rimane un importante contrappunto all'attuale polarizzazione tra negazionisti e revisionisti. Roy Medvedev è uno storico, autore del voluminoso "Let History Judge", del 1969, nel quale affronta le "origini e le conseguenze" dello stalinismo, viste da un punto di vista marxista dissidente. Suo fratello, Zhores, fu uno scienziato rinomato e prigioniero politico nell'URSS negli anni '70. Come disse Ralph Miliband, «[Roy] Medvedev scrive come un marxista, e può essere considerato un rappresentante di una tendenza di opposizione socialista nell'URSS.» [*2] Tuttavia, "Stalin sconosciuto" non è altro che una biografia del dittatore, tra le tante scritte dopo l'apertura degli archivi dell'URSS. Invece, i fratelli Medvedev, che fanno ampio uso anche di questi documenti, gettano luce su dei punti specifici e particolarmente oscuri del periodo stalinista. La posizione dissidente dei fratelli Medvedev, non trasforma ogni evento storico in un'opportunità per decostruire la figura di Stalin. Piuttosto, sono interessati a disegnare un ritratto realistico. Alcune controversie sulla conduzione della guerra ne danno un buon esempio: il patto Molotov-Ribbentrop, che oggi alimenta la teoria revisionista, secondo cui la guerra mondiale fu causata congiuntamente da russi e tedeschi, non è demonizzata: «stipulando un patto con Hitler, Stalin rese inevitabile che i paesi dell'Intesa andassero in guerra con la Germania» [p. 310], e, Inoltre, trasformò i territori occidentali occupati in una zona cuscinetto contro il blitzkrieg [p. 311]. Sebbene sia un dato di fatto che Stalin fu lento a riconoscere l'inevitabilità dell'attacco tedesco del 1941, il libro di Medvedev sostiene che la decisione di Stalin, contro il suo Stato Maggiore, di «mettere in sicurezza quante più forze possibile in riserva» (p. 300), invece di concentrare le divisioni militari su una grande battaglia al confine occidentale nei primi giorni della guerra fu, una buona decisione. Confuta anche l'idea diffusa dalle "Memorie" di Krusciov, secondo cui Stalin, in una depressione improvvisa, avrebbe abbandonato la leadership del paese nei primi giorni della guerra. Al contrario, mostra, sulla base dei documenti dei segretari [questi documenti furono resi pubblici in Russia tra il 1994 e il 1997], una "attività frenetica" nell'ufficio di Stalin al Cremlino in quegli anni e, nelle settimane successive, una concentrazione senza precedenti del potere nelle sue mani. Un altro esempio è l'intervento di Stalin nel dibattito sul linguaggio: l'articolo di Stalin del 1950 contro il "nuovo insegnamento" dei discepoli di Nikolai Marr, nel bel mezzo di una disputa per l'autorità teorica in questo campo, affermava che il linguaggio è un elemento persistente e non una "sovrastruttura" derivata dalla base economica: «Il contributo di Stalin al dibattito linguistico ebbe un effetto positivo sull'intero insieme» [p. 288]. Questo però non nasconde le distorsioni dell'ideologia stalinista, a partire dall'idea che ogni ramo della scienza, come in economia, «avesse bisogno di un'autorità centrale» [p. 258]. E neppure sono assenti le noti tracce di crudeltà individuale di Stalin, ad esempio nel modo sadico in cui gioca al gatto e al topo con Bukharin, fino a ottenere una resa totale che poi portò all'esecuzione del suo avversario e all'imprigionamento della sua famiglia. [*3] Né gli aspetti sociali più brutali del suo regime, come la pulizia etnica contro minoranze e contro i popoli musulmani nel Caucaso, nelle steppe del Volga e in Crimea: «in totale, circa due milioni di persone furono deportate verso est» [p. 357]. Un altro esempio della brutalità del regime si può osservare nella corsa alla bomba atomica, avvenuta alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Già nei primi mesi del 1945, il Cremlino ricevette informazioni sul fatto che gli Stati Uniti stavano per effettuare il loro primo test nucleare. La produzione russa di uranio puro veniva effettuata con l'aiuto di apparecchiature che sfuggivano ai bombardamenti, avvalendosi di specialisti tedeschi. Fu quindi creato un "Gulag atomico" basato sul reclutamento di prigionieri, e vennero costruiti circa 11 impianti nucleari, i quali operavano in un sistema ancora più rigido, rispetto ai campi gestiti dall'NKVD. Nelle sue memorie, il chimico industriale Nikolaus Riehl, che lavorò per i sovietici dopo la sconfitta tedesca, commenta: «il lavoro era svolto da prigionieri, in gran parte soldati sovietici catturati dai tedeschi. Quando tornarono, non furono accolti da fiori e musica. (…) Al contrario, furono condannati a diversi anni di carcere, accusati di codardia di fronte al nemico» [p. 173]. Dopo aver scontato la pena, i lavoratori dell'impianto di uranio furono deportati nella remota oblast di Magadan, senza diritto di ritorno.

  Più che semplici aspetti brutali della politica di Stalin, l'approccio dissidente dei Medvedev rivela qual era la natura di questo regime, dietro la versione comunista ufficiale: soprattutto, gli autori vedono «una certa plausibilità» [p. 361] nella tesi secondo cui Stalin avesse un piano nazionalista russo che, già nel periodo della formazione dell'URSS, si scontrava con la visione di Lenin sul problema delle nazionalità [p. 350]. Il georgiano, che a malapena sapeva scrivere nella sua lingua madre, promosse di fatto una russificazione forzata del paese, soprattutto dal lato europeo. Dopo il periodo "distruttivo" della rivoluzione, furono costruite nuove strutture sociali ed economiche attraverso il ripristino della vecchia Russia autoritaria [p. 362]. Il libro ricostruisce anche, meticolosamente, la morte di Stalin, e commenta teorie riguardanti un complotto del circolo dominante. La teoria secondo cui il dittatore sarebbe stato vittima di un avvelenamento progressivo era stata alimentata dall'imminente presenza di nuovi processi farsa. I preparativi per quest'ultima grande purga, erano collegati a una vasta campagna antisemita guidata dalla Pravda contro i "sabotatori medici", e volta a rinnovare il gruppo al potere. Questo mise di fatto in pericolo molti dei vertici che circondavano Stalin. Questa campagna fu accompagnata da una seconda, più locale, contro il "complotto antisovietico" della minoranza mingreliana in Georgia (rivolta ai sostenitori di Beria). L'ipotesi di morte per avvelenamento, fu ulteriormente rafforzata dal fatto che «la versione ufficiale falsificò la data e il luogo dell'ultimo ictus di Stalin» [p. 20], a causa di «un lungo e inspiegabile ritardo nel chiamare i medici.» Roy Medvedev ricostruisce gli eventi del 1-2 marzo 1953, facendolo a partire dai documenti della dacha e da varie testimonianze e memorie, inclusa quella di coloro che erano direttamente responsabili della sicurezza personale di Stalin. Si dice che abbia subito un ictus alle 10 del mattino, ma il personale ha osato entrare nella sua stanza di propria iniziativa solo alle 22. Arrivati alla dacha verso mezzanotte, Beria ordinò alle guardie che «nessuno dovesse essere informato della malattia di Stalin.» Altri leader appartenenti al circolo ristretto del potere - come Krusciov e Bulganino - non entrarono nemmeno in casa. I medici furono chiamati solo la mattina seguente, su iniziativa degli stessi dipendenti, che temevano un'accusa di omissione di aiuto. La morte di Stalin pose fine da un giorno all'altro alla campagna antisemita del "complotto dei medici terroristi" sulla stampa sovietica. Con Stalin fuori azione, due complotti si contendevano la successione: da una parte Beria e Malenkov, dall'altra Krusciov e Bulganino. La tesi dell'avvelenamento rimane una semplice congettura. È anche improbabile che, dopo un'emorragia cerebrale molto grave, si potesse fare qualcosa per salvare Stalin. Detto ciò, resta il fatto che nessuno dei candidati alla successione aveva il minimo interesse a salvarlo. Oltre alle campagne cospirative sulla stampa, Stalin aveva anche preparato un'espansione e un rinnovamento della leadership del partito. Poco prima che il dittatore venisse ufficialmente dichiarato morto, tuttavia, il suo Consiglio dei Ministri aveva già impedito qualsiasi immediato rinnovamento della leadership. Uno dei capitoli più interessanti di "Stalin sconosciuto", è quello che descrive come Stalin intendesse perpetuare la sua eredità attraverso un "erede segreto" nel Cremlino. «Stalin eliminò diversi membri del suo entourage», ma contò anche «su certi leader statali e del Partito per mantenere il culto della sua personalità.» I disordini dopo la sua morte impedirono al suo circolo più vicino di cadere in disgrazia (ad eccezione di Beria), e vide l'ascesa temporanea di Malenkov e Krusciov, che addirittura denunciarono il culto di Stalin. Tuttavia, questo non durò a lungo. In meno di un decennio, la denuncia formale dei crimini dell'era stalinista fu revocata, e la relativa "apertura" venne interrotta. Il problema della successione di Stalin si pose nel 1948, nel momento i cui il secondo numero del Partito, A. Zhdanov, che controllava la vita culturale sovietica con fanatismo ideologico, morì inaspettatamente all'età di 52 anni. La morte di Zhdanov «alterò l'equilibrio di potere nel partito e nello Stato.» [p. 76] Fu la sua prematura morte a dare il via alla teoria del complotto dei medici ebrei. Quando Stalin convocò inaspettatamente il XIX Congresso nel 1952, il primo dopo il 1939, indicò che «sebbene i suoi progetti fossero ancora mascherati, egli era determinato a garantire che "la grande epoca di Stalin" preservasse il suo posto nella storia». [p.65] Stalin usò il Congresso per attaccare violentemente due nomi popolari della "vecchia generazione", Mikoyan e Molotov, la cui moglie, di origine ebraica, venne imprigionata, accusata di "collaborare con il sionismo", eliminando così la possibilità che avrebbero avuto un ruolo di primo piano. Il Presidium del Comitato Centrale del Partito fu ampliato con una lista di nuovi membri (incluso L. Brezhnev) che isolava i vecchi leader. Con il XIX Congresso, Stalin voleva anche recuperare il ruolo di guida del partito, oscurato fin dall'inizio della guerra dal Consiglio dei Ministri, così come il ruolo di guida dell'ideologia nel Partito. La posizione di Zhdanov come capo del Dipartimento di Ideologia, contrastava con la carriera tecnocratica e "ideologica" di quasi tutti i membri senior della gerarchia governativa. Si differenziava anche dai nuovi leader, che si distinguevano per la loro capacità organizzativa e intellettuale, come N. Voznesensky; uno di coloro che furono responsabili della riorganizzazione dell'industria sovietica durante la guerra. La sua esecuzione, nel 1950, è spesso attribuita a Malenkov e a Beria, che furono dietro il cosiddetto "Affare Gosplan". È molto probabile, tuttavia, che Stalin stesso fosse a conoscenza delle false informazioni contro Voznesensky [p. 77], poiché il dittatore era particolarmente turbato dall'ascesa di leader con una loro carriera indipendente. Poiché questa era una potenziale minaccia per il "culto della personalità.

   L'erede segreto di Stalin, quindi, doveva essere sia l'opposto di una leadership capace di scatenare "riforme" sia il tipo tecnocratico che salì al potere dopo la purga della vecchia guardia bolscevica, cioè doveva essere un ideologo, proprio come Zhdanov. Il nome, preparato da Stalin dopo il 1948 per questa funzione, fu M. Suslov, che poi lavorò con l'apparato del Comitato Centrale del partito, come capo dell'agitazione e della propaganda. In quanto responsabile del lavoro ideologico in tutto il paese, Suslov «iniziò a esercitare maggiore influenza sulla vita sovietica più di qualsiasi altro membro dell'Ufficio Politico, tranne Stalin»  [p. 83]. Allo stesso tempo, egli rimase fuori dalla lotta diretta per il potere tra le fazioni Beria-Malenkov e Krusciov-Bulganin, evitando così di diventare un bersaglio facile. Suslov salì di grado come emissario personale e segreto di Stalin: agì come supervisore informale - riferendo direttamente a Stalin - sugli sfollamenti forzati delle popolazioni musulmane dal Caucaso e dalla Crimea durante la guerra e nella repressione dei nazionalisti baltici dopo il 1945. Fu poi responsabile della supervisione della "sovietizzazione" dei paesi dell'Europa orientale. Suslov presentò il rapporto che portò alla rimozione di Krusciov nel 1964. Ciò contraddice alla tesi della "restaurazione", secondo cui la degenerazione del sistema sovietico avvenne a causa della rottura con lo stalinismo. Riformatori come Krusciov e Kossygin furono chiaramente sconfitti dalla "ortodossia". In quanto «principale ideologo del PCUS», Suslov iniziò la relativa riabilitazione di Stalin. Questo periodo di stalinizzazione fu anche di consolidamento di una leadership burocratica collettiva, oltre che di una cronica "stagnazione" e di corruzione diffusa, con tendenze particolarmente mafiose ai margini dell'URSS. Il "periodo di stagnazione" non si limitava all'economia, ma comprendeva anche la vita ideologica e culturale del paese. Durante questo periodo fu ripreso il controllo aggressivo dei dissidenti interni e dei paesi del Patto di Varsavia. «Dopo la morte di Stalin,» conclude Zhores Medvedev, «Suslov riuscì a fornire allo stalinismo circa vent'anni di sopravvivenza attiva» [p. 88]. Con la sconfitta della limitata de-stalinizzazione di Krusciov, venne così anche trovata la soluzione al problema dello strato dominante. L'URSS rimase uno stato autoritario e di polizia, ma senza quegli aspetti terroristici che impedivano alle élite burocratiche di costruire una carriera stabile nello Stato o nel Partito. Gran parte di ciò che è stato scritto in Occidente, su Stalin, viene così semplicemente deriso dalle ricerche di Roy e Zhores Medvedev. Il libro dei fratelli Medvedev non solo portò nuovi elementi al serio dibattito sul tempo di Stalin, ma, vent'anni dopo, continua a essere anche un antidoto; basato in gran parte su una documentazione storica contro i revisionisti e i negatori dei crimini dello stalinismo.

- Marcos Barreira - Pubblicato l'11 luglio 2024 su Zero à Esquerda -

NOTE:

1     - Roj A. Medvedev e Žores Medvedev, "Stalin sconosciuto. Alla luce degli archivi segreti sovietici". Traduzione di Bruno Amato. Feltrinelli
2    - Ralph Miliband, "Stalin e dopo. Alcuni commenti su due libri di Roy Medvedev", vol. 10: Socialist Register, 1973.
3    - Roy Medvedev pubblicò in Brasile il libro "Gli ultimi anni di Bukharin", originariamente pubblicato nel 1983.

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