«Grani del colore del fuoco getto sul palmo, perché lui nell’abisso di luce si stagli, rosso come il fuoco. Come un sovietico dignitario, innanzi a un Sinodo Plenario…»
SI APRE LA SCENA:
« – Bentrovato, Sereža Esenin!
– Bentrovato, Volodja Majakovskij! Sfinito?
– Un tantino.
– Motivi sociali?
– Personali.
– Revolver?
– Logicamente.
– Il colpo?
– Eccellente.
– Quindi niente piú vita?
– Passo, per cosí dire. … Non va mica, Sereža!
- Non va mica, Volodja! Ti ricordi che di insulti, col tuo vocione di basso, come da una tribuna mi hai riempito?
– Dai, basta…
– Guarda che schiappa la tua Scialuppa-Amore! Per una gonnella, davvero?
– Per la vodka è pure peggio. Il grugno è tutto gonfio, ma sei brillo da allora? Non va mica, Sereža!
– Non va mica, Volodja! Niente rasoio, peraltro, un lavoretto pulito. E dunque la tua carta è battuta?
– Butta sangue.
– Mettici la piantaggine.
– Va bene anche il collodio. Ce la mettiamo, Sereža?
– Ce la mettiamo, Volodja! E nella Russia nostra?
– La nostra madre-Russia?
– Cioè dove?
– Nell’Urss, di nuovo che c’è?
– Si costruisce. I genitori – generano, i malfattori – guastano, gli editori – dirigono, gli scrittori – scribacchiano. Un ponte nuovo è gettato, l’acqua alta lo smotta. Sempre uguale, Sereža!
– Sempre uguale, Volodja! E lo stormo canterino?
– La gente è navigata! Di alloro coronandoci, ci depredano come si fa ai defunti. La Rosta di sempre, riverniciata di futuro. E con Pasternak solamente non se ne viene a capo. Vogliamo mettere mano a tutta quella penuria? La mettiamo, Sereža?
– La mettiamo, Volodja! Ti porta gli ossequi pure…
– Chi, il nostro caro Aleksandr Aleksandrovic?
– Eccolo – un angelo!
– Fedor Kuz´mic?
– È nel canale: a caccia di belle, rosse guance è andato. Gumilev Nikolaj?
– A Oriente. (dentro un telo insanguinato, sopra un carretto gremito…)
– Sempre uguale, Sereža!
– Sempre uguale, Volodja! Ma se è sempre uguale, caro amico, Volodja
– rimettiamoci mano, anche se le mani, Volodja
– mancano.
– Pure se mancano, fratello caro, Sereža, buttiamo una granata anche su questo impero! E anche sopra l’Aurora da noi stessi stemperata
– Mettiamola, Sereža!
– Mettiamola, Volodja!»
- Marina Cvetaeva - 1930 -
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