mercoledì 5 luglio 2023

Ne rimarrà solo uno ?!!???

Un nuovo vecchio ordine mondiale?
- Può la Cina statal-capitalista, in quanto potenza egemone globale, ereditare la posizione degli Stati Uniti? -
di Tomasz Konicz

Se si deve credere alle dichiarazioni del vertice russo-cinese e alle valutazioni occidentali, il XXI secolo verrà definito come un'era di egemonia cinese. Al vertice di guerra di Mosca di metà marzo, Putin e Xi hanno invocato un «giusto ordine mondiale multipolare» che dovrebbe porre fine all'era dell'egemonia statunitense [*1]. Viceversa, un rapporto del governo britannico ha ammonito parlando invece di un mondo di «pericolo, disordine e divisione» che Pechino starebbe creando in quella che invece costituirebbe un'aperta «sfida epocale» all'ordine mondiale liberale «basato sulle regole» [*2]. Per gli analisti britannici sembra che sia difficile vedere il mondo tardo-capitalista in crisi come qualcosa che non sia «pericolo, disordine e divisione». Simili valutazioni sono ovviamente delle semplici proiezioni. Ma questo non significa che siano  necessariamente del tutto sbagliate, come si può evincere rivolgendo un'occhiata superficiale alla carneficina in corso in Ucraina, o al confronto in corso su Taiwan. Pertanto, da un lato, parlare di un ordine mondiale multipolare significa parlare anche dell'ideologia di tutti quegli Stati autoritari della semiperiferia che - attraverso politiche di guerra e di potere imperialista - cercano di sostituirsi agli Stati Uniti in via di erosione, per ottenere una supremazia, o un dominio a livello regionale o globale simile a quello raggiunto da Washington nella seconda metà del XX secolo.

La crescita di conflitti interstatali regionali, in un periodo di crisi globale in cui di fatto non esiste più un egemone mondiale, costituisce per l'appunto un'espressione di questo reale disordine mondiale multipolare. Sia che stiamo parlando di imperialisti russi, di mullah iraniani, di neo-ottomani turchi o di Querfrontler nazisti tedeschi per conto terzi, a motivare questa nuova era di antiamericanismo è l'invidia per i meccanismi di potere di Washington, che si stanno disintegrando. E questo è vero soprattutto proprio per il dollaro americano. Il biglietto verde, in quanto valuta di riserva mondiale basata principalmente sul commercio del petrolio, ha dato a Washington la possibilità di ottenere in prestito il valore di tutte quelle materie prime che sono servite per finanziare, ad esempio, la sua macchina militare. Esattamente al contrario di quel che avviene se, per esempio, ad accendere la macchina da stampa è Erdogan, facendo sì che in quel caso l'inflazione non possa fare altro che aumentare. È per questo che i recenti accordi valutari tra Cina, Russia e un certo numero di Stati semi-periferici stanno sollevando delle perplessità. A metà marzo, durante una visita di Stato a Riyadh, il presidente Xi aveva proposto, per il commercio di petrolio con l'Arabia Saudita, di passare allo yuan cinese, al fine di contrastare la «crescente "weaponization" del dollaro» [*3]. Si dice che Riyadh stia prendendo seriamente in considerazione questa mossa simbolica in modo da poter così svincolare una parte del suo commercio di petrolio con la Cina. Nella Russia bellica, a fronte delle sanzioni occidentali, lo yuan è salito al rango di valuta più scambiata [*4]. Pechino ha stretto simili accordi valutari bilaterali con Brasile [*5], Pakistan [*6] e Venezuela [*7]. All'ultima Riunione dei BRICS, avvenuta a febbraio, si è persino discusso della creazione di un sistema valutario alternativo per i «mercati emergenti» [*8]. A marzo, il Financial Times ha affermato che le élite funzionali dell'Occidente dovrebbero prepararsi a un «ordine mondiale valutario multipolare»; cosa che significherebbe la perdita dello «straordinario privilegio» che ha Washington, di contrarre prestiti in quella che è la valuta di riserva mondiale. Da una parte, questi crescenti movimenti di allontanamento dal dollaro, possono essere attribuiti alle sanzioni statunitensi contro la Russia quando è iniziata la guerra di aggressione contro l'Ucraina, a causa del fatto che è stata la prima volta che i beni esteri russi sono stati congelati (Lavrov ha parlato di «furto»); un fatto questo, che è stato attentamente registrato da tutti i regimi, i quali devono ora fare i conti con la prospettiva di entrare in conflitto con Washington. Ma questa tendenza alla de-dollarizzazione e alla de-globalizzazione può essere pienamente compresa solamente se posta sullo sfondo di un declino imperiale degli Stati Uniti, visto nel processo di crisi storica. Soltanto se si tiene conto di tutto ciò, diventa allora chiaro il perché la Cina non sarà in grado di assumere il ruolo di egemone degli Stati Uniti.

Giovanni Arrighi, nel suo affascinante libro su "Adam Smith a Pechino" [Mimesis, 2021], ha descritto la storia del sistema mondiale capitalista vedendolo come una successione di cicli egemonici. Una potenza in ascesa raggiunge una posizione dominante all'interno del sistema in quella che è una fase di ascesa caratterizzata dall'industria produttrice di merci; dopo una "crisi spia", questa potenza egemone entra in un declino imperiale, nel quale l'industria finanziaria acquista sempre più importanza, per poi essere, infine, sostituita da una nuova potenza egemone, dotata di maggiori mezzi di potere. Una simile sequenza, può essere tracciata empiricamente sia per quel che è stato il caso sia della Gran Bretagna che degli Stati Uniti. L'Impero britannico, divenuto nel contesto dell'industrializzazione del XVIII secolo l'«officina del mondo», si è poi trasformato, nella seconda metà del XIX secolo, in quello che è stato un centro finanziario mondiale, prima di essere sostituito, nella prima metà del XX secolo, a causa dell'ascesa economica degli Stati Uniti, i quali, a loro volta, hanno poi vissuto anch'essi, durante la fase di crisi della stagflazione negli anni Settanta, la loro «crisi spia». A questo, ha fatto seguito la deindustrializzazione e la finanziarizzazione degli Stati Uniti, portando in tal modo al dominio economico del settore finanziario statunitense. L'indebitamento, da parte della potenza egemone in declino, nei confronti della potenza in ascesa imperiale - di cui si è occupato anche Arrighi - può essere visto tanto per caso dell'indebitamento della Gran Bretagna nei confronti degli Stati Uniti, quanto nel ciclo di deficit degli Stati Uniti rispetto alla Cina. Pertanto, il dollaro raggiunse in tal modo quella che divenne la sua posizione mondiale nel contesto del boom fordista del dopoguerra, allorché il Piano Marshall finì di cementare l'egemonia statunitense anche nei confronti dell'Europa devastata. Ed è stato proprio questo lungo periodo di espansione fordista, ad aver costituito la base economica dell'egemonia statunitense. Con la fine del boom del secondo dopoguerra - con l'ingresso nella fase di stagflazione, e con la finanziarizzazione e con l'implementazione del neoliberismo - la base economica del sistema egemonico occidentale cambiava: nella crisi di valorizzazione sistemica, gli Stati Uniti, sempre più indebitati, sono diventati il «buco nero» del sistema globale, assorbendo, attraverso i propri deficit commerciali, l'eccesso di produzione di quegli Stati orientati all'esportazione, come la Cina e la Germania, al prezzo di una crescente deindustrializzazione. Pechino e Berlino avevano perciò tutte le ragioni per tollerare l'egemonia statunitense e per assumere il dollaro come valuta di riserva mondiale, dal momento che, senza il mercato americano, l'ascesa della Cina a nuova «officina del mondo» non sarebbe mai stata possibile. Nel quadro di questa globalizzazione dei cicli di deficit e della corrispondente economia di bolla, il tardo capitalismo - soffocato dalla propria produttività e sempre più in affanno con il credito - ha incatenato i "luoghi di produzione" e gli Stati in deficit, nel mentre che, allo stesso tempo, a causa dei processi di disintegrazione socio-economica, cresceva il potenziale di conflitto. Questa tendenza della crisi è stata rappresentata e impersonata, in modo assai concreto, da un Donald Trump eletto da una classe media bianca in erosione che voleva reindustrializzare gli Stati Uniti attraverso il protezionismo; accelerando così, involontariamente, quel declino del dollaro il quale è stato accettato proprio a causa dei deficit dell'area del dollaro. Infatti, dopo la presidenza Trump, non si può più parlare di "egemonia" statunitense nel senso tradizionale del termine. Gli Stati Uniti mantengono la loro posizione solo attraverso un dominio nudo: soprattutto grazie al loro settore militare-industriale, che costituisce la vera e propria spina dorsale del dollaro; ed è questo che oggi rende probabile un confronto militare tra Cina e Stati Uniti. A livello globale, gli Stati Uniti si trovano con le spalle al muro, proprio allo stesso modo in cui si è trovato l'imperialismo russo nello spazio post-sovietico alla vigilia della guerra in Ucraina. Ciò si è reso evidente anche nell'attuale terremoto bancario, che tra l'altro, è stato innescato proprio dai titoli di Stato statunitensi [*9].

Pertanto, l'aumento del protezionismo indotto dalla crisi sembra dare tregua alla valuta di riserva mondiale, il dollaro. Tuttavia, a causa della crisi socio-ecologica globale del capitale, il XXI secolo non porterà a inaugurare un'epoca di egemonia cinese. Lo yuan non succederà al dollaro. L'ascesa egemonica della Repubblica Popolare - segnata dal dominio della produzione di materie prime - si è  verificata nel contesto di quei già citati cicli di deficit globale, nei quali, in Occidente, la dinamica del debito ha generato la domanda di esportazioni cinesi, e si è conclusa con l'ondata di crisi del 2008.  In seguito allo scoppio delle bolle immobiliari negli Stati Uniti e in Europa, le estreme eccedenze delle esportazioni cinesi sono diminuite (a eccezione degli Stati Uniti), mentre i giganteschi pacchetti di stimolo varati da Pechino per sostenere l'economia, hanno causato una trasformazione nelle dinamiche economiche cinesi: le esportazioni sono diventate meno importanti, mentre l'industria edilizia e il settore immobiliare - finanziati con il credito - sono diventati i principali motori della crescita economica cinese. In tal modo, già nel 2008 la Cina aveva superato quella che era stata la sua «crisi spia», la quale segna il passaggio a un modello di crescita guidato dal mercato finanziario. La crescita cinese si basa pertanto anche sul credito, e la Repubblica Popolare è fortemente indebitata, proprio come lo sono i centri occidentali in declino del sistema globale [*10]. L'economia deficitaria cinese, genera così degli eccessi speculativi ancora maggiori rispetto a quelli degli Stati Uniti o dell'Europa occidentale, com'è stato dimostrato nel 2021 dalle distorsioni del mercato immobiliare cinese assurdamente gonfiato [*11]. Economicamente, a causa della crisi sistemica globale, il declino egemonico della Repubblica Popolare Cinese è già iniziato, sebbene, a livello geopolitico, la Cina non sia ancora riuscita a conquistare la sua posizione egemonica. La mancanza di un nuovo settore trainante, così come quella di un regime di accumulazione che mobiliti il lavoro salariato su scala di massa nella produzione di merci - cosa che rappresenta l'esistenza di una barriera interna del capitale - costituisce la principale differenza tra la Cina contemporanea e gli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ciò appare particolarmente evidente nelle ambizioni di politica estera di Pechino, dove la «Nuova Via della Seta» ha avviato un ambizioso progetto di sviluppo globale sul modello del Piano Marshall, e che ha portato alla Repubblica Popolare la sua prima crisi del debito internazionale [*12]. Dei circa 838 miliardi di dollari che Pechino ha investito nella costruzione entro il 2021 di un sistema economico e di alleanze, incentrato sulla Cina, con i Paesi in via di sviluppo ed emergenti,  sarebbero ora a rischio di default, dopo lo scoppio dell'attuale ondata di crisi (la pandemia e la guerra in Ucraina), circa 118 miliardi di dollari [*13]. All'orizzonte, non si vede alcuna primavera economica globale, ma solo sovra-indebitamento [*14] e inflazione [*15]. E a causa del crollo delle torri del debito sia in patria che all'estero, la Cina sembra che sia entrata in declino ancor prima di aver raggiunto l'egemonia. A tutto questo va sommato anche il raggiungimento del limite ecologico del capitale, se lo si considera a partire dal fatto che, nel corso della sua modernizzazione statal-capitalista, la Repubblica Popolare, è diventata il maggior produttore di gas serra.

E se si considera la minaccia di una catastrofe climatica, ecco che un simile percorso di sviluppo per gli altri paesi del sud globale diventa una vera e propria follia ecologica (mentre allo stesso tempo mostra quanto sia paradossale che il centro predichi al Sud globale la rinuncia). Im tal modo, il ciclo storico egemonico del sistema capitalista globale si sovrappone e si somma al processo di crisi socio-ecologica del capitale, interagendo con esso e consentendo che, per la Cina, si mescoli e si confonda l'ascesa e la caduta egemonica. A causa delle barriere interne ed esterne sempre più manifeste del capitale, dovute alla doppia crisi economica ed ecologica, un sistema egemonico, nel quale la posizione dell'egemone verrebbe solo tollerata, non è più realizzabile. Nell'attuale fase di crisi, in cui lo storico movimento espansionistico del capitale si è trasformato in una contrazione che lascia dietro di sé solo degli Stati falliti, l'Imperialismo si limita a essere solo isolamento e puro e semplice estrattivismo delle risorse. L'isolamento di quelle aree di collasso socio-economico, che non svolgono più alcun ruolo di mercato, va di pari passo con la lotta brutale tra vari Paesi, per le materie prime e le fonti energetiche in via di esaurimento, necessarie per alimentare la macchina della valorizzazione [*16]. In tal senso, è in atto una chiara tendenza storica. Al posto della continua ricerca del controllo diretto delle colonie e dei protettorati, nel XIX secolo all'epoca dell'egemonia britannica, nel XX secolo è poi subentrato l'imperialismo informale, praticato da Washington attraverso i colpi di Stato e l'installazione di regimi dipendenti. Ora, nella fase finale del sistema mondiale capitalista, il dominio imperialista sembra equivalere alla mera manutenzione delle vie di estrazione infrastrutturali, usandole per trasportare risorse e fonti energetiche, dalle aree di collasso economico ed ecologico ai centri rimasti. In tal modo, quel che vediamo in atto, nell'attuale imperialismo di crisi, è una logica di «Last Man Standing» - [«Ne rimarrà solo uno!»] - nella quale le conseguenze della crisi vengono scaricate sulla concorrenza [*17].

Queste lotte di potere tra soggetti statali, arrivate ormai al punto di una vera e propria guerra aperta, stanno spingendo sempre più avanti il processo di crisi che va avanti a prescindere. Si tratta di una lotta geopolitica per il potere che si svolge sul Titanic di un tardo capitalismo che sta affondando, nella quale di fatto non ci sono vincitori. Ecco perché tutte le apparenti alleanze sono così tanto fragili; come abbiamo visto recentemente nelle manovre attuate dall'Unione Europea per prendere le distanze dagli Stati Uniti riguardo la questione di Taiwan [*18]. E tuttavia, sullo sfondo della crisi socio-ecologica, la lotta tra l'Eurasia russo-cinese e l'Oceania degli Stati Uniti - dove l'Ucraina e Taiwan costituiscono un acuto e potenziale punto di infiammabilità - può certamente essere intesa anche come una lotta tra il futuro e il passato. Rappresenta una lotta tra l'era declinante della governance neoliberale e l'era emergente del governo apertamente autoritario [*19], in cui interagiscono strutture autoritarie e disintegrazione sociale, come lo si può quasi paradigmaticamente vedere nell'oligarchia statale russa e nel dominio mafioso [*20]. La crisi sta letteralmente spingendo i colossi statali tardo-capitalisti in erosione a confrontarsi tra di loro, in modo che lo scatenarsi di una guerra su larga scala, a partire da quelle che sono le crescenti tendenze autodistruttive del capitale  diventa abbastanza possibile.

- Tomasz Konicz - 12/6/2023 - Pubblicato su Exit! -

NOTE:

[1] https://www.n-tv.de/politik/Xi-und-Putin-wollen-gerechtere-Weltordnung-article23996962.html

[2] https://www.aljazeera.com/news/2023/3/14/russia-china-creating-world-of-danger-disorder-division-uk

[3] https://www.globaltimes.cn/page/202212/1281416.shtml

[4] https://www.bloomberg.com/news/articles/2023-04-03/china-s-yuan-replaces-dollar-as-most-traded-currency-in-russia#xj4y7vzkg

[5] https://www.globaltimes.cn/page/202303/1288326.shtml

[6] https://www.aa.com.tr/en/energy/invesments/pakistan-china-agree-to-trade-in-yuan/22190

[7] https://www.aa.com.tr/en/energyterminal/finance/venezuela-opts-to-use-chinese-yuan-for-oil-trade/763

[8] https://www.ft.com/content/02d6ab99-ea36-41c4-9ad3-9658bb1894a7

[9] https://exitinenglish.com/2023/06/09/silicon-valley-bank-the-weakest-link/

[10] http://fingfx.thomsonreuters.com/gfx/rngs/CHINA-DEBT-HOUSEHOLD/010030H712Q/index.html

[11] https://www.konicz.info/2021/11/27/einstuerzende-neubauten/

[12] https://www.ft.com/content/ccbe2b80-0c3e-4d58-a182-8728b443df9a

[13] https://exitinenglish.com/2023/03/05/china-multiple-crises-instead-of-hegemony/

[14] https://www.theguardian.com/world/2023/mar/28/china-spent-240bn-belt-and-road-debts-between-2008-and-2021

[15] https://www.ft.com/content/049aef43-4f03-45a1-bf65-749cd44921cc?emailId=af7e811c-648b-4ffa-b140-d7980fc81974&segmentId=22011ee7-896a-8c4c-22a0-7603348b7f22

[16] https://www.konicz.info/2021/10/14/ddr-minus-sozialismus/

[17] https://www.konicz.info/2022/06/23/was-ist-krisenimperialismus/

[18] https://www.nbcnews.com/news/world/macron-europe-china-taiwan-usa-outrage-rcna79090

[19] https://exitinenglish.com/2022/08/12/a-new-quality-of-crisis/

[20] https://www.konicz.info/2022/05/25/rackets-und-rockets/

martedì 4 luglio 2023

Le Crisi Multiple, e le loro trappole, nel Capitalismo globale !!

Fed e BCE nel vicolo cieco della politica monetaria
- Breve storia delle aporie della politica borghese di crisi nella fase di transizione dell'economia globale, dalla crisi pandemica alla crisi bellica -
di Tomasz Konicz [***]

Dalla pandemia alla guerra: l'economia mondiale non ha più pace. Sul suo sito web, "Tagesschau" vede l'economia mondiale minacciata addirittura da «crisi multiple» [*1] Ma quando si tratta di parlare delle conseguenze economiche causate dalla rapida erosione del sistema capitalistico globale, quel che ora ci si pone è la questione di sapere se abbia un qualche senso parlare di crisi economica pandemica o di crisi economica bellica; o se piuttosto non sia invece più appropriato comprendere gli shock economici che si susseguono come delle fasi di quello che è un solo e unico processo di crisi sistemica. In ogni caso - nella sua ultima analisi dell'economia globale - la Banca Mondiale ha dovuto rivedere, in maniera significativa e al ribasso, le sue precedenti previsioni di crescita [*2]. Secondo le ultime previsioni, quest'anno l'economia globale dovrebbe crescere solo del 2,9%, mentre invece a gennaio, l'attesa per la Banca Mondiale, corrispondeva ancora al 4,1%. Se così fosse, ciò significherebbe arrivare quasi a dimezzare lo slancio economico globale, il quale, nel 2021, grazie alle gigantesche misure di stimolo economico finanziate dal debito di molti Stati, era arrivato a registrare un enorme aumento del 5,7%. Per molti Paesi in via di sviluppo ed emergenti, i quali possono arrivare ad avere stabilità sociale solo attraverso alti tassi di crescita, un tale rallentamento economico è già di per sé pericoloso, soprattutto se visto  in un contesto di impennata dei prezzi dei generi alimentari. Inoltre, la Banca Mondiale ha messo in guardia a proposito del crescente rischio di un periodo prolungato di stagflazione, simile alla fase di crisi avuta negli anni '70, allorché la stagnazione economica veniva a essere accompagnata anche da un'inflazione a due cifre (a tal proposito si veda anche: "Ritorno alla stagflazione?" [*3]). Anche l'OCSE ha dovuto procedere ad apportare correzioni simili, secondo le quali quest'anno la produzione economica mondiale dovrebbe crescere solo del 3% [*4]. Alla fine del 2021, la previsione era ancora del 4,5%. Per il 2023, l'associazione dei 38 Paesi industrializzati prevede una crescita economica del 2,8% - anziché del 3,2% ipotizzato in precedenza -, e questo ovviamente a patto che non si verifichino nuovi focolai di crisi. Secondo l'OCSE, il rallentamento economico del prossimo anno verrà accompagnato anche da un rallentamento dell'inflazione che - dall'8,5% di quest'anno - entro la fine del 2023 dovrebbe scendere al 6,0%. Le massicce revisioni, che nel giro di sei mesi l'OCSE e la Banca Mondiale hanno dovuto apportare, non solo dimostrano l'inutilità delle previsioni economiche in quella che è l'evidente crisi sistemica in cui sta entrando il tardo capitalismo, ma rivelano anche un legame tra inflazione e crescita economica che diventa sempre più chiaro. Al più tardi è stato a partire dallo scoppio della pandemia - alla quale i politici hanno reagito per mezzo di una massiccia stampa di moneta, attuata soprattutto al fine di poter finanziare le misure di stimolo governativo negli Stati Uniti e nell'Unione Europea - che una crescente dinamica inflazionistica ha cominciato a mettere radici. Perciò questo non è dovuto solo alla guerra - non è pura «inflazione Putin» - e alle perturbazioni nelle catene di approvvigionamento globali, ma è anche conseguenza dell'espansiva politica monetaria delle banche centrali [*5].

Inondazione di denaro e inflazione
Questa connessione tra la grande inondazione di denaro conseguente alla pandemia e l'inflazione globale, è stata discussa di recente - ad esempio - davanti alla Commissione Finanze del Senato degli Stati Uniti, che Janet Yellen, Segretario al Tesoro dell'amministrazione Biden, ha dovuto affrontare all'inizio di giugno [*6]. Le accuse mosse dall'opposizione repubblicana, secondo cui la Casa Bianca avrebbe innescato l'inflazione e il «surriscaldamento» dell'economia attraverso il suo programma di stimolo economico da 1.900 miliardi di dollari, sono disoneste sotto diversi punti di vista: da un lato, Donald Trump aveva già introdotto misure di sostegno altrettanto costose, che però comprendevano soprattutto dei tagli alle tasse per i ricchi e per le aziende, mentre Biden - nonostante tutti i tagli - è riuscito a far passare qualche sgravio per la classe media e per gli strati a basso reddito. Se la Casa Bianca sia stata accusata, ciò è dovuto proprio al fatto che - ad esempio - i sussidi sociali per i bambini vengono identificati come «fattori di inflazione» . Uno sguardo allo scorso anno ci aiuta a mettere le cose in prospettiva: l'accelerazione dell'inflazione - che ha ormai superato gli otto punti percentuali - è stata accompagnata da una crescita del PIL del 5,4%, la più alta dagli anni '80 [*7]. Questa esplosione - nella quale la Federal Reserve ha effettivamente utilizzato nuova moneta stampata per acquistare il debito contratto dal governo degli Stati Uniti per stimolare l'economia - si è verificata come risposta al tremendo crollo economico che era seguito all'epidemia, e che nel 2020 aveva causato una contrazione del PIL statunitense del 3,4%. Ma, al contrario, ci si potrebbe invece chiedere come sarebbe oggi l'economia statunitense se Washington avesse rinunciato a quei programmi di stimolo. La politica economica statunitense ha effettivamente evitato una depressione, sebbene lo abbia fatto al prezzo di ciò che i salariati, in particolare, ora devono pagare alla cassa del supermercato: il prezzo dell'inflazione. Anche in alcune fasi di crisi passate - ad esempio dopo lo scoppio della bolla immobiliare nel 2007/08 - ci sono stati acquisti di obbligazioni e di titoli da parte delle banche centrali, ma se oggi da un lato le dimensioni di questo «quantitative easing» sono molto più grandi di allora [*8], c'è da dire che però, dall'altro, la finanziarizzazione del capitale sembra aver raggiunto ormai quelli che sono i suoi limiti; a partire dal fatto che le precedenti fasi di politica monetaria espansiva avevano già portato a un'inflazione dei prezzi in quelli che erano dei mercati finanziari gonfiati, contribuendo così alla crescita di nuove bolle speculative. Pertanto, la stampa di moneta da parte della banca centrale rappresenta, insieme al collasso della globalizzazione e alla crisi climatica in espansione, uno dei tre fattori più importanti che contribuiscono all'attuale ondata di inflazione (si veda anche "Tre tipi di inflazione" [*9]). Nel frattempo, la Fed ha alzato (tra lo 0,75 e l'1%) i tassi di interesse di riferimento, nel tentativo di controllare questa inflazione, e ciò nonostante la contrazione dell'1,5% del PIL statunitense verificatasi nel primo trimestre di quest'anno [*10]. Negli Stati Uniti, l'opposizione di destra attribuisce la colpa dell'inflazione all'amministrazione Biden e ai suoi stentati approcci alla politica sociale [*11]; in Europa, a essere al centro delle critiche soprattutto tedesche, è la BCE. Nell'Unione Europea, le divergenze circa l'orientamento intrapreso dalla politica monetaria si sovrappongono agli interessi della periferia meridionale, divergenti rispetto a quelli del centro tedesco [*12]. A Berlino, cresce il risentimento contro la politica monetaria ultra-allentata della BCE, mentre il sud dell'eurozona - che, dall'introduzione dell'euro, ha sofferto a causa delle eccedenze commerciali della Germania - si affida ai tassi d'interesse zero e agli acquisti di obbligazioni, da parte della BCE, per finanziare le misure di stimolo e mantenere così sostenibile l'elevato onere del debito. In Italia, il debito pubblico supera oramai il 130% del PIL. Di conseguenza, esiste un buon indicatore del potenziale di crisi dell'Eurozona: si tratta del cosiddetto "spread", vale a dire, la differenza dei tassi d'interesse tra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani [*13], differenza che aumenta in caso di crisi imminente nell'UE, dal momento che in tal caso i capitali fuggono verso i «rifugi sicuri», come la RFT o gli USA. Tale "spread" ha appena raggiunto quello che, dallo scoppio della pandemia, è il suo livello più alto. Ecco perché la Banca Centrale Europea è molto più esitante della Fed nell'aumentare aumentare i tassi di interesse di riferimento: una nuova crisi dell'euro, nella quale tassi di interesse più elevati potrebbero far crollare le montagne di debito nel sud dell'unione monetaria, va evitata a tutti i costi [*14]. Nell'«Europa tedesca» [*15] - due decenni dopo la sua fondazione e un decennio dopo la prima crisi dell'euro - sta nuovamente emergendo quel vicolo cieco monetario che minaccia di far esplodere la zona monetaria: per contenere l'inflazione, che ora supera l'otto per cento, la BCE dovrebbe infatti alzare i tassi di interesse in maniera rapida e significativa [*16]. Ma, allo stesso tempo e simultaneamente, i «guardiani monetari» dovrebbero mantenere bassi i tassi di interesse, in modo da evitare così una nuova crisi del debito nel sud. L'Italia - il cui debito pubblico è pari al 134% del PIL - è la terza economia dell'eurozona.

La trappola della crisi della politica monetaria
Ancora una volta, la Banca Centrale Europea potrebbe, a questo punto, combattere l'inflazione attraverso un rapido e significativo aumento dei tassi di interesse, ma così facendo rischierebbe una crisi del debito nell'Europa meridionale e, di fatto, la disintegrazione dell'area valutaria. Viceversa, la BCE potrebbe invece continuare a dare priorità alla politica economica, e a mantenere bassi i tassi di interesse in modo da evitare così una nuova crisi dell'euro. In questo modo, però, si darebbe un'ulteriore spinta all'inflazione, con il rischio che l'Eurozona segua l'esempio della Turchia [*17], dove Erdogan, il «critico dei tassi d'interesse», nonostante il rapido aumento dei prezzi nel Paese, ha ripetutamente abbassato i tassi d'interesse di riferimento, cosa che ha portato così l'inflazione in Turchia fino a uno sbalorditivo 73%. In una simile immanenza del sistema, la classe politica può scegliere tra l'opzione di un ulteriore indebitamento fino ad arrivare all'Iper-Inflazione, oppure può seguire la strada dei duri programmi di austerità che portano alla recessione, dando inizio a una spirale deflazionistica, esemplificato in Grecia durante la crisi dell'euro dal sadismo dell'austerità di Schäuble. Nella crisi capitalistica permanente, la politica monetaria borghese dovrebbe infatti allo stesso tempo sia abbassare che alzare i tassi di interesse, simultaneamente; cosa che è solo una delle molte espressioni dell'aporia della politica di crisi capitalistica: un vicolo cieco in cui si trova oggi l'«amministrazione» capitalistica della crisi sistemica alla fine dell'era neoliberista [*18]. Questa trappola di crisi [*19] non vale solo per l'eurozona, ma è all'opera in i Paesi capitalisti centrali, e che finora erano sempre stati in grado di rimandare la loro chiusura grazie all'espansione della sfera finanziaria, attraverso l'aumento permanente delle montagne di debito e a forza di sempre nuove bolle dei mercati finanziari [*20]. Un'analisi dell'evoluzione a lungo termine dei tassi d'interesse di riferimento, mostra tale auto-contraddizione della politica monetaria, la quale si è sempre più sviluppata a ogni impulso del processo storico di crisi [*21]. Storicamente, tanto la BCE [*22] quanto la Fed [*23], a partire dagli anni '80, con i principali focolai di crisi finanziaria del XXI secolo che fungono da momenti di innesco per ogni fase di tassi d'interesse bassi o nulli, tendono ad abbassare sempre di più i loro tassi d'interesse di riferimento. Nell'eurozona, al momento dell'introduzione dell'euro i tassi di interesse di riferimento, talvolta addirittura negativi, erano superiori al 3%. Dopo lo scoppio della bolla delle dot-com (2000), della bolla immobiliare (2007) e dopo lo scoppio della crisi dell'euro, essi sono stati sempre più bassi. È dal 2014, che nell'eurozona prevale una politica di tassi d'interesse di fatto pari a zero, accompagnata da una stampa di denaro sempre più massiccia. Per la Fed, che ha perseguito una politica monetaria molto espansiva dopo lo scoppio della crisi immobiliare nel 2007, la situazione è simile; contribuendo in tal modo, in maniera significativa, alla formazione di quella gigantesca bolla di liquidità che nel corso della pandemia ha dovuto essere faticosamente stabilizzata per mezzo di ulteriori iniezioni di miliardi [*24]. Oggi, le distorsioni dei mercati finanziari gonfiati - iniziate già prima dello scoppio della guerra - indicano proprio che questa finanziarizzazione del capitalismo difficilmente potrà essere sostenuta. Il castello di carte della finanza globale, sempre più accatastato, rischia di crollare. Nel suo centro, è stata proprio questa dinamica del debito a portare l'indebitamento del sistema globale - il quale, con la sua produttività, stava soffocando - fino al 351% della produzione economica mondiale [*25]. Se - come reazione alle attuali «crisi multiple» (il modo in cui i media mainstream tedeschi ora chiamano la crisi sistemica capitalista) - l'amministrazione di crisi capitalista non è più in grado di avviare sui mercati finanziari una nuova formazione di bolle, ecco che allora diventa inevitabile una gigantesca ondata di svalorizzazione, la quale non solo svaluterà molti «titoli del mercato finanziario» che circolano nella sfera finanziaria sotto le più diverse forme - come azioni o derivati - ma anche tutta la spazzatura del mercato finanziario che si è accumulata nei bilanci delle banche centrali (soprattutto titoli di Stato e cartolarizzazioni di mutui o prestiti). Il collasso dei mercati finanziari - ad esempio nella forma di una crisi del debito europeo - si ripercuoterebbe sull'economia "reale", la quale è fortemente dipendente, sia dai prestiti che dalla domanda, la quale è finanziata dal credito generato nella sfera finanziaria. Tutto questo porterebbe a una svalorizzazione delle capacità produttive, che si manifesterebbe sotto forma di fallimenti di aziende, di risorse non più vendibili, e della merce forza lavoro che diventerebbe improvvisamente superflua. Ed è solo qui che per la politica di crisi borghese esiste ancora un «margine di manovra»: come già detto, è possibile determinare la forma che verrà assunta da questo processo di svalorizzazione. Vale a dire, la politica monetaria può seguire l'esempio di Erdogan e marciare verso l'Iper-Inflazione, oppure può seguire l'esempio di Schäuble, e imboccare la strada della deflazione attraverso il sadismo dell'austerità. Tuttavia, per una sinistra progressista ed emancipatrice, se vuole ancora agire sulla crisi secondo i suoi principi, c'è solo una prospettiva: la prospettiva di una critica categoriale. Anziché di concentrarsi in maniera opportunistica su delle pseudo-alternative immanenti, o su delle banalità borghesi [*26], dovrebbe essere preferibile denunciare, in quanto tale, il mostruoso fine in sé del capitale. Continua a essere, e a rimanere questo il solo presupposto fondamentale che può rendere concepibile un'alternativa al capitalismo, e di conseguenza una trasformazione del sistema.

- Tomasz Konicz - 11/6/2022 - Pubblicato su untergrund-blattle.ch - fonte: Exit! - [***]

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NOTE:

1 - https://www.tagesschau.de/wirtschaft/weltwirtschaft/iwf-weltbank-fruehjahrstagung-konjunkturprognose-101.html

2 - https://www.tagesschau.de/wirtschaft/konjunktur/weltbank-konjunktur-103.html

3 - https://www.konicz.info/?p=4616. Em português: https://www.konicz.info/?p=4632

4 -  https://www.spiegel.de/wirtschaft/unternehmen/weltwirtschaft-oecd-senkt-wachstumsprognose-deutlich-sieht-begrenztes-stagflationsrisiko-a-1cc0db29-8efa-451b-86ca-82bf9db06355

5 - http://www.konicz.info/?p=4389. Em português: http://www.konicz.info/?p=4405

6 -  https://www.nytimes.com/2022/06/07/us/politics/inflation-yellen.html

7 - https://tradingeconomics.com/united-states/full-year-gdp-growth

8 - https://lowerclassmag.com/2021/04/13/oekonomie-im-zuckerrausch-weltfinanzsystem-in-einer-gigantischen-liquiditaetsblase/. Em português: http://www.konicz.info/?p=4287

9 - http://www.konicz.info/?p=4389. Em português: http://www.konicz.info/?p=4405

10 - https://www.handelsblatt.com/finanzen/geldpolitik/beige-book-fed-us-wirtschaft-moderat-gewachsen-inflation-und-zinsen-machen-sich-aber-bemerkbar/28393622.html

11 - http://www.konicz.info/?p=4591

12 - https://www.heise.de/tp/features/Der-Aufstieg-des-deutschen-Europa-3370752.html

13 - https://www.ft.com/content/2869a8f3-bf59-437f-a795-4a3fbdc35cd4

14 - https://www.zeit.de/wirtschaft/2022-06/ezb-leitzins-inflation-notenbank-wende

15 - https://www.heise.de/tp/features/Der-Zerfall-des-deutschen-Europa-3370918.html

16 - https://www.spiegel.de/wirtschaft/statistisches-bundesamt-inflation-im-mai-erreicht-7-9-prozent-a-1ee957d1-5a15-463e-a58c-a6f423225cc5

17 - https://www.tagesschau.de/wirtschaft/weltwirtschaft/tuerkei-leitzins-erdogan-101.html

18 - http://www.konicz.info/?p=4892. In italiano: https://francosenia.blogspot.com/2022/06/il-tempo-dei-mostri.html

19 -  https://www.heise.de/tp/features/Politik-in-der-Krisenfalle-3390890.html

20 - https://www.untergrund-blättle.ch/wirtschaft/theorie/stagflation-inflationsrate-6794.html. Em português: https://www.konicz.info/?p=4632

21 - https://lowerclassmag.com/2020/04/27/corona-krisengespenster-kehren-zurueck/

22 - https://www.ft.com/content/2869a8f3-bf59-437f-a795-4a3fbdc35cd4

23 - https://tradingeconomics.com/united-states/interest-rate

24 - https://lowerclassmag.com/2021/04/13/oekonomie-im-zuckerrausch-weltfinanzsystem-in-einer-gigantischen-liquiditaetsblase/. Em português: https://www.konicz.info/?p=4287

25 - https://www.reuters.com/markets/europe/emerging-markets-drive-global-debt-record-303-trillion-iif-2022-02-23/

26 - https://exit-online.org/ In italiano: https://francosenia.blogspot.com/2020/12/gli-idioti-in-marcia.html

sabato 1 luglio 2023

La cauta sicurezza degli adolescenti…

«I diari di Joseph Cornell sono pieni zeppi di annotazioni che rivelano tutte le sue angosce. Si lamentava di un dolore al collo, che migliorava sempre quando arrivava a rendersi conto che, in realtà, egli aveva fiducia in sé stesso. Al contrario, possedeva una sicurezza aristocratica, la quale gli permetteva di muoversi con disinvoltura nel mondo di Manhattan, e gli consentiva di stringere amicizie significative con persone come Pavel Tchelitchew e Marianne Moore, di frequentare le sue ballerine preferite, e soprattutto, verso la fine della sua vita, conoscere Allegra Kent (...). Nell'ambiente cittadino, Cornell era una sorta di vagabondo da spiaggia, sempre in cerca di librerie e tipografie dove pescare quella miscellanea di scorie che erano arrivate provenienti dall'Europa e dai primordi degli Stati Uniti. Nei suoi diari, ricorda le impressioni che traeva dalle sue giornate in città, per quanto ci tenesse a ricordare come "quell'accozzaglia di scarabocchi fatti sul posto o a memoria era diametralmente opposta al naturale svolgersi della giornata".

Cornell non ha mai perso quella cauta sicurezza che di solito si associa agli adolescenti. Lui, era sempre l'uomo che sbirciava da dietro gli angoli. Specchi, vetri, riflessi sono temi costanti nei suoi diari (...) Nei diari, Cornell vede sempre due o tre cose contemporaneamente, come fossero in un collage o l'effetto di un montaggio. "Un cappuccino (di Grand o da Mott?), la foto di un operaio riflesso nello specchio & un orologio a pendolo". Era il 1956. (...) Le pagine del diario sono piene zeppe di impressioni aggrovigliate e sovrapposte in modo tale che - per Cornell - una giornata passata nella New York di metà anni Cinquanta, poteva sembrare una giornata passata verso la metà del XIX secolo»

(da: Jed Perl, New Art City, www.vintagebooks.com - pp. 321-322).

fonte: Um túnel no fim da luz

venerdì 30 giugno 2023

I «Buddenbrook» de' noantri !!

La vampa è un libro sul potere che costruisce e dissolve ogni cosa: persone, famiglie, imperi commerciali, interi stati. È un romanzo che si muove tra due figure, un bambino e suo nonno, Annibale e Riccardo. Riccardo viene chiamato «il fondatore», ha dato vita a una delle maggiori imprese internazionali di import-export alimentare, la Angelini Grani: un luogo labirintico, in un indefinito Centro Italia, in grado di celare la storia segreta, mitologica e criminale del nostro paese, dagli anni eroici della Resistenza fino al buio periodo di Tangentopoli. Annibale ha sei anni ed è lui a raccontarci queste vicende oscure. Possiede la capacità di vedere, nel passato e nel futuro, tutto quello che è successo e succederà alla sua famiglia. Non comprende appieno ciò che osserva, non ha la possibilità di intervenire o modificare gli eventi, può soltanto assistere inerme. Questa capacità viene chiamata «la vampa» perché come un fuoco primordiale lo avvolge, lo distorce dal presente e gli permette di partecipare agli omicidi, alle relazioni pericolose, alle parole della mafia, alle promesse dei politici, che, come fiamme, si accendono e si spengono attorno ai suoi familiari. Finendo, inevitabilmente, per bruciare coloro che ama.

(dal risvolto di copertina di: Pier Franco Bandimarte, La vampa, Il Saggiatore, pp.376, €19)

La vampa, di Pier Franco Brandimarte
- di Andrea Tarabbia    -

Le prime pagine di "La vampa" sono occupate, anche se in modo non esclusivo, da questo episodio: Riccardo porta suo nipote Annibale, il narratore, a vedere i conigli e gli chiede di sceglierne uno; Annibale è piccolo, segue il nonno come si segue un patriarca, o forse un profeta, ovvero lo ascolta senza comprenderlo, ma fidandosi di lui; perciò immagina che il coniglio che sceglierà diventerà suo: così indica quello più dolce, bianco. Con un cenno Riccardo ordina al fattore di prendere la bestia, che viene uccisa e scuoiata davanti a loro e, poche ore più tardi, servita in tavola. Annibale sa che ciò che ha nel piatto è il coniglio che pensava di accudire, ma si fa forza: dopotutto, quei pezzi di carne che ora si trova davanti non hanno più nulla a che vedere con l’animale che aveva pensato di amare. Dunque mangia senza fare una piega, e in qualche modo capisce che quella che gli è stata impartita è una lezione, e che ha appreso una delle leggi fondamentali della famiglia Angelini. Un’altra legge famigliare, stavolta esplicita e tramandata, è questa: «Mangiare, dormire, contare: non si mangia e non si dorme senza contare».

Che cosa si conta in casa Angelini? Naturalmente i soldi, che sono tanti, tantissimi: La vampa è la storia dell’ascesa e della caduta di una dinastia industriale immaginaria, quella a cui ha dato vita nonno Riccardo, fondatore della Angelini Grani, e che sembra ricalcare il percorso di alcuni grandi gruppi industriali dell’Italia degli anni Settanta e Ottanta, a cui assomiglia per vicende, atteggiamento, spregiudicatezza dei giudizi e grossolanità degli errori. Tutto, o quasi tutto, di questa dinastia ci viene raccontato grazie a una felice intuizione che Brandimarte evoca di continuo: la vampa, appunto, una sorta di shining di cui Annibale, che in qualche modo è un prescelto, un predestinato, entra in possesso (meglio: da cui viene posseduto) a partire dal giorno della morte del nonno-fondatore. È una facoltà ultraterrena, si direbbe, che gli permette di vedere nel passato e nel futuro, di assistere in presa diretta ad avvenimenti accaduti molto prima della sua nascita e di antivedere le sorti della sua famiglia. Si sente avvolto in un fuoco primordiale, mitico, che lo spaventa e lo destabilizza ma di cui nessuno intorno a lui si rende conto. Mentre ha queste crisi Annibale vede, ascolta, registra. Con una complicazione: nella vampa ha sempre sei anni, ovvero torna allo stato di candore e ingenuità che aveva prima di scegliere il coniglio. Così, non capisce tutto quello che vede, gli sfugge il senso di molti dei discorsi che ascolta – soprattutto quando si parla di fusioni aziendali o di corruzione, o si commissionano atti violenti – e di certi destini, compreso il suo.

La storia copre una cinquantina d’anni, dalla fine della guerra a Tangentopoli. È ambientata in un centro Italia inventato, ma che somiglia all’Abruzzo: è lì, nella periferia, che il fondatore crea il suo impero, ed è da lì che parte questa vicenda composita, crudele a tratti, che parla del potere e di come bisogna educare sé stessi a perseguirlo e mantenerlo, e a quali costi, l’ultimo dei quali è la dannazione. All’inizio c’è il grano, bisogna raccoglierlo e venderlo – la Angelini è un’azienda a conduzione famigliare, il mondo descritto è ancora rurale; poi arrivano gli anni Settanta e Ottanta – la speculazione, i sogni multinazionali, la corruzione, la droga: il mondo attorno agli Angelini esplode, si dilata, la violenza e la morte entrano nell’orizzonte della famiglia come un dato di fatto; infine, questo mondo esplode. Ecco la parabola, a tratti criminale, di questi Buddenbrook nostrani, spietati e ingenui a un tempo, che Brandimarte segue attraverso un principio narrativo che non tiene conto della cronologia e dei nessi di causa-effetto: La vampa è infatti una lunga, ipnotica rapsodia che saltabecca di epoca in epoca, di personaggio in personaggio, e ci restituisce per fiammate un mondo che è il frutto delle continue visioni di Annibale, nel tentativo autoriale di instaurare un diverso tempo del racconto – un tempo sospeso in cui la storia industriale e criminale di questa famiglia (e in definitiva del nostro Paese, di cui la Angelini Grani è la personificazione) sta racchiusa come dentro uno scrigno mitico.

- Andrea Tarabbia - Pubblicato su TuttoLibri del 25/3/2023 -

giovedì 29 giugno 2023

Un gioco a somma zero tra oppressi e vittime !!

La Divisione Sociale della Sofferenza
- di Boaventura de Sousa Santos -

Il 14 giugno, nel Mar Egeo un'imbarcazione di migranti è affondata, e nel naufragio sono morte tra le 400 e le 700 persone, provenienti da Afghanistan, Pakistan, Siria ed Egitto. Per le persone annegate e per le loro famiglie - che avevano visto in questo viaggio, certamente pericoloso, l'ultima possibilità di sfuggire alle sofferenze della fame, della guerra, della disoccupazione, delle inondazioni, della siccità e dell'odio religioso -  si è trattato di una sofferenza immensa.

Ma, oltre a loro, ha sofferto qualcun altro? Ha sofferto la società greca? Ha sofferto la società europea? E nelle nostre società, in che modo si produce la sofferenza, e come si fa a contenerla? E come vengono distribuite la propensione alla sofferenza e l'immunità alla sofferenza? Perché tante persone non soffrono le stesse sofferenze che tanti altri vivono?

La sofferenza costituisce una delle esperienze umane più profonde e più inquietanti. A seconda della sua gravità, viene considerata come un male reale, fisico o morale; pericoloso per la vita; che minaccia l'integrità fisica o psicologica; che mette a repentaglio l'autostima e l'autocontrollo; che rende impossibile la gioia. In breve, rappresenta un'assurdità terrificante e alienante che nega l'umanità dell'essere umano che soffre. Il neoliberismo ha reso più visibile la sofferenza individuale e collettiva, e l'ha drammatizzata rappresentandola come una calamità, come uno spettacolo, e persino come un'opportunità di guadagno. L'idea di sofferenza viene associata a quella di una patologia, di un danno, una crisi, un degrado personale o collettivo, un'alienazione del sé, una dipendenza. Ma tuttavia la capacità di soffrire diventa anche una condizione per poter resistere allo sfruttamento e alla crudeltà. In "Introduzione ai principi della morale e della legislazione" (1789), Jeremy Bentham sostiene che la questione dei diritti umani non riguarda tanto coloro che hanno capacità razionali - o chi ha la capacità di parlare - quanto piuttosto chi ha la capacità di soffrire. La sofferenza costituisce un tema talmente profondo e complesso da essere stato affrontato da ogni corrente di pensiero. Le domande fondamentali che dominano tale argomento variano a seconda del campo di analisi: che cos'è la sofferenza? Qual è il rapporto tra sofferenza individuale e collettiva? Esiste una sofferenza giusta e una ingiusta? Qual è la fonte o la causa della sofferenza? Qual è la sua struttura? In che modo può essere superata o redenta la sofferenza? In una forma o nell'altra, tutte queste domande ricorrono nelle diverse aree del sapere; soprattutto in teologia, filosofia e scienze sociali. Mi limito a queste ultime.

Le scienze sociali rivestono il ruolo di essere una delle coscienze teoriche della modernità occidentale. Mentre le correnti positiviste o funzionaliste si concentravano sulla descrizione e sull'analisi della sofferenza, le correnti critiche cercano invece di individuare quali sono le cause della sofferenza, soprattutto di quella collettiva. In una recensione della "Soziologie der Leiden" (Sociologia della sofferenza) di Muller Lyer (1924), Oskar Blum ha affermato che «possiamo legittimamente dire che il problema fondamentale della sociologia è la sofferenza». A partire dalla schiavitù e dalla violenza coloniale, fino all'Olocausto e ai Gulag, passando per le guerre mondiali e per il genocidio in Ruanda, fino alle atrocità delle guerre jugoslave degli anni '90, le scienze sociali hanno indagato un vasto ambito di analisi e di critica. Senza mai dimenticare che l'accento va posto sulla sofferenza sociale o collettiva, e non su quella individuale. In questo modo, gli orrori della battaglia di Solferino (1859) avrebbero dato vita alle Convenzioni di Ginevra e alla Croce Rossa Internazionale.

Dal punto di vista della teoria critica, la questione principale riguarda sapere quali tipi di società tendono a produrre quali tipi di sofferenza, e che impatto ha tutto questo sulla produzione di conoscenza e sulla progressiva trasformazione della società. La sofferenza dev'essere integrata in una teoria più ampia della realtà. Theodor Adorno diceva che la separazione tra le discipline costituisce il più grande ostacolo, perché essa ci impedisce di vedere quali sono le relazioni tra la sofferenza individuale e la sofferenza collettiva. Così, quest'ultima viene concepita, o come una patologia sociale o come un'esperienza sociale negativa spesso invisibile, cosicché pertanto spetta alla teoria critica renderla visibile e indicare i modi per minimizzarla. Viene tuttavia riconosciuto il fatto che questo sforzo analitico potrebbe anche portare alla riproduzione del silenzio. Ed è forse per questo che Bourdieu, in un libro fondamentale sulla sofferenza del mondo, ha sottolineato che il suo ruolo era quello di essere un portavoce. Va detto che dal punto di vista dell'io sofferente, non c'è nessuna delle teorie sociologiche convenzionali che possa permetterci di rispondere a una domanda fondamentale: perché io (nel caso della sofferenza individuale) o perché noi (nel caso della sofferenza collettiva)? Se la sofferenza è negatività, allora essa che cosa nega? Se significa vita danneggiata, quali sono i fattori che danneggiano la vita? La risposta che mi propongo di dare, procede dal tentativo di immaginare quali potrebbero essere le risposte a queste domande, e che in questo momento si trovano tutte a molti metri di profondità nel Mar Egeo, dentro i corpi degli annegati, scomparse come sono scomparsi loro. Le società capitaliste, colonialiste e patriarcali in cui viviamo non permettono che tutti gli esseri umani siano trattati come pienamente umani. Ci sono umani e subumani, e la sofferenza degli uni e degli altri viene trattata in maniera totalmente diversa. Quelli pienamente umani sono coloro i quali vivono in una società simile a quella in cui vivo io, e dove vivono i lettori di questo testo, persone che possono leggere tale testo, che hanno la libertà e il tempo di leggerlo, e anche di rifletterci sopra. Il contesto del mondo in cui vivono permette loro di distinguere chiaramente tra sofferenza individuale e sofferenza collettiva.

In realtà, in tale contesto, una sofferenza individuale esiste nella misura in cui non esiste una sofferenza collettiva. La società soffre collettivamente solo in quelli che sono dei momenti eccezionali: catastrofi naturali, guerre, pandemie, eventi meteorologici estremi, crolli di infrastrutture (finanziarie, di trasporto, ecc.). La sofferenza individuale - sia quando è invisibile sia quando viene spettacolarizzata - non si trova mai a essere legata alla sofferenza collettiva, e questo a partire dal fatto che - in tempi normali - la società non vive, o non è consapevole di vivere una sofferenza collettiva. Pertanto, la sofferenza individuale tende a essere vissuta non come una sofferenza-con , ma come una sofferenza-contro.

L'esperienza della sofferenza ingiusta, appare essere decisamente più personale, e assai meno condivisibile. Dal momento che le identità vengono vissute in chiave neoliberale (vale a dire, come autoritarie, a somma zero, come identità pura e inquisitoria), avviene che l'individuo sofferente, il quale vive nella socievolezza del pienamente umano, è assai meno propenso a condividere la sua sofferenza. La condivisione che gli è accessibile è quella che consiste in uno scambio, il quale non è basato su una comunità di relazioni complesse e sui densi affetti che tali relazioni intessono; ma piuttosto su una comunità di media virtuali o professionali fatta di relazioni semplici. In queste società, l'individuo che soffre, soffre di più sotto forma di isolamento; sia sotto forma di silenzio che sotto forma di spettacolarizzazione. Il suo silenzio è spesso direttamente proporzionale a ciò che si dice di lui o di lei. Le ambulanze, i vigili del fuoco, la violenza e la ripetizione delle scene dell'incidente, o dello scandalo, la molteplicità dei commenti e delle "analisi" convergenti producono tutte l'effetto cumulativo di mettere a tacere l'essere sofferente, facendo notizia su di lui e invisibilizzandolo proprio nella misura in cui lo mostrano. La risposta alla domanda «perché io?», può essere trovata soltanto nell'individuo, e mai nella società. Dopo tutto, ci sono tante persone che si trovano nelle stesse condizioni e che non soffrono. Perciò, le possibili spiegazioni sono le cattive abitudini alimentari, i comportamenti che violano le convenzioni sociali, il cattivo umore, i conflitti familiari o lavorativi, ecc..

Il fatto che la sofferenza individuale non sia legata a quella collettiva, fa sì che essa possa essere affrontata in modo socialmente organizzato, ma pur sempre con l'obiettivo di risolvere la sofferenza individuale, e solo quella. È questo il modo in cui funzionano i sistemi sanitari e le politiche sociali in generale. Ci sono dei malati, ma la società non è malata; ci sono dei poveri, ma la società non è povera; ci sono degli ignoranti, ma la società non è ignorante; ci sono dei criminali, ma la società non è criminale.

I migranti che sono rimasti nella nave affondata, non vivevano nella società che ho appena descritto. Vivevano nella società dei subumani. E visti dalla società dei pienamente umani, be' i subumani non hanno problemi. Sono essi un problema. Ragion per cui, la separazione tra sofferenza individuale e sofferenza collettiva risulta essere assai labile. La sofferenza individuale non è un evento eccezionale. Anzi, al contrario, è un'esperienza ricorrente. La sofferenza individuale esiste perché c'è la sofferenza collettiva. La domanda «perché io?» non viene mai posta. L'individuo che soffre non soffre mai individualmente. Soffre con, soffre insieme a. Nelle relazioni esistenti tra i subumani e quelli che sono pienamente umani - laddove questi ultimi scortano i primi grazie all'alta tecnologia per poi infine lasciarli affondare - la sofferenza individuale, sopportata o inflitta, resta sempre come un''immagine, o una conseguenza della sofferenza collettiva. La sofferenza individuale non ha valore di per sé, né si spiega da sola. Viene sempre vista come derivata. Esiste sofferenza individuale a partire dal fatto che c'è sofferenza collettiva. E se quest'ultima è giusta, ecco che allora anche la prima diventa necessariamente giusta.

Per fare un esempio paradigmatico, quando il sorvegliante o il padrone dello schiavo punisce lo schiavo, la sua sofferenza non è altro che l'emanazione e la giustificazione di quella sofferenza collettiva che caratterizza la schiavitù. Lo schiavo che soffre rappresenta una schiavitù giustificata. E la sofferenza individuale appare giusta proprio a partire dal fatto che anche la sofferenza collettiva è giusta. La sofferenza dei migranti annegati è stata una sofferenza giusta perché essi hanno osato entrare illegalmente dove non avrebbero dovuto, nella società dei pienamente umani. La loro sofferenza non è nemmeno paragonabile a quella che esiste nelle nostre società. Dare importanza alla loro sofferenza, sarebbe un incentivo a farli ricadere nell'illegalità. La loro giusta sofferenza è la condizione affinché noi, pienamente umani, non si debba subire l'ingiusta sofferenza che la loro invasione ci causerebbe. Negli ultimi secoli, questa condizione strutturale non è cambiata molto. Ma la forma, con cui essa entra nell'esperienza sociale, varia a seconda delle epoche e dei contesti storici. In questa esperienza, il neoliberismo rappresenta un cambiamento qualitativo. Costituisce la versione (finale?) del capitalismo, ed è caratterizzata, tra le altre cose, dal trasferimento sistematico di ricchezza dalle grandi masse della popolazione impoverita - comprese le classi medie - a una minoranza di super-ricchi. Questo trasferimento viene giustificato a partire dall'idea di crisi permanente, la quale crea una situazione di malessere e di sofferenza perfino nella società pienamente umana. In quella che è una relazione tra la sofferenza dei subumani, da una parte, e la sofferenza che il neoliberismo sta causando ai pienamente umani con le politiche di concentrazione della ricchezza, dall’altra, e in riferimento a tutto ciò che a questa relazione si associa (guerra permanente, collasso ecologico), questo meccanismo opera in due modi.

Il primo modo consiste nel legittimare il disagio causato agli esseri pienamente umani, convertendolo nel benessere derivante dal non essere sottoposti a quelle sofferenze molto più violente cui sono sottoposti i subumani. Il benessere sociale cessa di avere un contenuto positivo, e diventa semplicemente l'assenza del disagio specifico a cui i subumani vengono sottoposti a partire dalla sofferenza particolarmente violenta che viene loro imposta. Tra gli esseri pienamente umani, l'unico modo per non essere consapevoli della sofferenza è non soffrire allo stesso modo in cui soffrono i subumani. E perciò i media trasformano la sofferenza dei subumani nell'unica sofferenza: una sofferenza tanto drammatica quanto eccezionale, tanto fugace e banalizzata quanto lo spettacolo mediatico che ne viene fatto.

Il secondo modo, ancora più perverso, consiste nel legittimare la sofferenza inflitta ai subumani come se essa fosse l'unica possibilità che abbiamo per riuscire ad alleviare il disagio e la sofferenza imposti agli esseri pienamente umani: «se a prosciugare le nostre risorse non venissero gli immigrati, noi vivremmo meglio». In questi due modi, il welfare viene svuotato di ogni suo contenuto positivo. Tale svuotamento si trova alla base della politica dell'odio, la quale trasforma facilmente le altre vittime del neoliberismo in dei presunti aggressori, e quindi in oggetti di odio. Il gioco a somma zero, ormai non è più tra oppressori e oppressi o tra aggressori e vittime, ma piuttosto tra oppressi e vittime.

Con la sua politica dell'odio, l'estrema destra si propone come la coscienza politica del neoliberismo. E così, alla fine non ci sarà benessere se non nella contemplazione e nell'esacerbazione del malessere e del dolore altrui. Che razza di società è quella in cui l'unico modo per stare bene consiste nel sapere che gli altri stanno peggio? Che genere di società è quella dove lottare per il proprio benessere significa contribuire attivamente ad aumentare il malessere di tutti gli altri?

- Boaventura de Sousa Santos - 19/6/2023 - fonte: Other News -

mercoledì 28 giugno 2023

Il solo immaginario è … il lettore !!

Muovendosi con maestria fra saggistica e narrativa, nell’Ultimo lettore Ricardo Piglia ricostruisce in modo originalissimo una possibile storia del lettore tipo: chi è? Dove legge? Quali sentimenti lo animano? Fra le pagine di questo libro incontriamo di volta in volta lettori e scrittori realmente esistiti e lettori-personaggi nati dalla mente creativa di alcune fra le penne migliori di sempre: osserviamo un Borges ormai cieco che «cerca di decifrare le lettere di un libro che tiene incollato alla faccia»; scopriamo il rapporto di Kafka e Tolstoj con le donne – muse e copiste al tempo stesso –; ci facciamo trascinare dalla follia di Amleto e don Chisciotte, risolviamo casi con Auguste Dupin e Philip Marlowe; proviamo ardenti passioni insieme ad Anna Karenina e a Madame Bovary e marciamo on the road con Ernesto Che Guevara, lo scrittore mancato, colui che non si è mai separato dai suoi libri, nemmeno durante la guerriglia.
Coinvolgente e ricco di spunti, L’ultimo lettore è «una serie privata, un percorso arbitrario attraverso alcuni modi di leggere», ma anche una riflessione profonda sull’arte di narrare.

(dal risvolto di copertina di: Ricardo Piglia, L'ultimo lettore, Sur pp.228, €17,50)

Come Don Chisciotte e Che Guevara: «domani nella battaglia» porta un libro
- di Tommaso Pincio -

I libri che parlano di chi fa della lettura una ragione di vita sono ormai così numerosi da rappresentare un genere a parte, come il giallo o la fantascienza. Che il lettore sia intanto diventato una specie in via di estinzione sembra alimentare la tendenza anziché porvi un freno. Più i lettori diminuiscono, più se ne parla. È un paradosso solo apparente. Anche in passato, quando televisione e telefoni intelligenti erano di là da venire e il libro costituiva l'unico mezzo per viaggiare in altri mondi senza muoversi di un passo, il lettore era già in via di estinzione, il sopravvissuto di un'età dell'oro in cui i libri godevano ben altra considerazione. Non per niente anche il protagonista del primo grande romanzo della storia, Don Chisciotte, è un uomo attempato e lettore avidissimo che si avventa su ogni foglio stampato gli capiti a tiro, amante di storie cavalleresche ormai fuori dal tempo. Il nome dell'hidalgo torna infatti più volte in uno dei migliori libri mai scritti sulla figura del lettore. Vi appare anche nell'epilogo dove si rimarca come in tutto il suo romanzo Cervantes non mostri mai il suo eroe leggere le sue amate avventure perché, avendo ormai divorato tutto quel che poteva divorare, si è trasformato in ciò che ha letto, nel cavaliere che combatte i mulini a vento ovvero nell'ultimo esemplare della sua specie.

L'ultimo lettore è anche il titolo di questo libro «fatto di casi immaginari e di lettori unici». Lo ha scritto Ricardo Piglia, autore argentino che meglio di chiunque altro si è misurato con una questione cruciale e ineludibile in quel paese  ai confini del mondo: come fare letteratura all'ombra di Borges, il cui insegnamento più importante consiste appunto nella certezza che «la finzione non dipende solo da chi la costruisce, ma anche da chi la legge». Fare del lettore il personaggio ideale dei suoi racconti era per Borges la naturale conseguenza del preferire la gloria dei libri letti a quella dei libri scritti. Attenzione però. Il personaggio lettore non è un riflesso del Borges lettore; sono entrambi due riflessi, due specchi posti uno di fronte all'altro in cui si specchia ciò che si trova in mezzo. «L'immaginario si colloca tra il libro e la lampada» scrive Piglia citando Foucault che a sua volta parlava di Flaubert, il che è come dire che l'immaginario è il lettore.

Impossibile e insensato dunque stabilire distinzioni e gerarchie tra lettori reali e lettori immaginari. Il vero lettore è sempre un'invenzione. Prendiamo la scena di Amleto in cui il principe di Danimarca entra a corte leggendo un libro ignorando i presenti. Per noi spettatori è evidente che finga per seminare sconcerto tra i presenti. Ma che finga o legga davvero non fa in fondo alcuna differenza; una persona che si immerga in un libro mentre è in società ci apparirà comunque separata del reale, un assente, un fantasma quasi. Vale per Amleto e vale anche per la famosa foto che mostra Che Guevara in Bolivia, appartato sui rami, intento a leggere e consapevole - possiamo dirlo perché lo ha scritto in un diario - che la lettura rappresentasse per lui un rifugio, un modo di eludere i problemi quotidiani e allontanarsi dagli uomini, tanto da definirla la sua principale debolezza insieme al tabacco. Piglia dedica un intero capitolo a questo ulteriore paradosso apparente: Che Guevara, il guerrigliero che prima e dopo una battaglia si apparta e legge, che porta sempre con sé un tascapane di cuoio con dentro il diario e i suoi libri, malgrado l'imperativo primario di un guerrigliero sia la mobilità, lo spostamento rapido e incessante, e dunque l'essere leggeri e sempre presenti, capaci di disfarsi di tutto.

Se chiedersi cosa sia un lettore implica che non si facciano distinzioni tra i lettori immaginari e i lettori in carne e ossa, è inevitabile che la risposta sia sempre la stessa anche se sempre diversa. Esistono lettori di ogni sorta che hanno però in comune il porsi al limite di qualcosa, che sia il consesso sociale o la realtà o la vita. È per questo che spesso i lettori rasentano la follia come Don Chisciotte o finiscono male come Emma Bovary o finiscono male dopo aver rasentato la follia come Amleto. Nella sua illuminante esplorazione Ricardo Piglia li analizza uno a uno, spesso mescolandoli, e noi che leggiamo, compiaciuti, ma anche un po' turbati, non possiamo che dargli ragione, con il pensiero rivolto al recente caso di quel giovane impiegato nell'ufficio di una casa editrice che per anni si è fatto inviare con l'inganno manoscritti ancora inediti, finché non è stato arrestato all'aeroporto di New York. Nessuno ha mai capito perché lo facesse, visto che non ha mai cercato di lucrarci. Il ladro ha spiegato di volersi godere quei libri prima di chiunque altro. Il che lo ha reso in fondo un nuovo Don Chisciotte, l'ultimo degli ultimi lettori.

- Tommaso Pincio - Pubblicato su TuttoLibri del  25/3/2023 -

martedì 27 giugno 2023

Centomila Romanzi; e tutti «senza prendere mai posizione» !!

Ne "La commedia umana", occorre tenere sempre presente quale sia stata l'enormità del progetto di Balzac, vale a dire, il modo in cui egli aggiorna la «narrazione universale» di Dante , nel mentre che, allo stesso tempo, dipende fortemente da quelle che sono le innovazioni tecnologiche del suo tempo, dalla sua contemporaneità, dalle nuove configurazioni sociali ed economiche (la mostruosa espansione delle città, e delle capitali), e così via.

Se facciamo un esempio, vediamo come, a partire da questo, un progetto di proliferazione narrativa ed editoriale - tipo quello di César Aira (che gioca deliberatamente con la dimensione mercantile della letteratura: contrapponendo, i libri pubblicati da delle mastodontiche case editrici multinazionali, da un lato, mentre mostra contemporaneamente dall'altro, i piccoli libri editati da piccoli editori domestici, con le loro copertine di cartone disegnate a mano) - non possa essere compreso se non riferendoci, e mobilitando il modello di Balzac.

In Balzac, la separazione e la frattura tra narrazione e giudizio guadagnano subito il primo piano della narrazione: a differenza di Goethe, ad esempio, Balzac imprime alla narrazione una fluidità che non può non essere la conseguenza diretta del suo sospendere ogni «presa di posizione», tralasciando ogni opinione diretta, dal giudizio di valore alla lezione morale, e così via. Non sono certo i valori a costituire l'orizzonte di riferimento per i personaggi di Balzac; come invece lo sono, spesso, per Goethe; anzi, al contrario, in Balzac i valori diventano degli ostacoli che si trovano a essere incorporati nei discorsi dei personaggi, nei loro resoconti che fanno riferimento al successo, o al fallimento delle loro imprese (la legittimità delle scelte è del tutto irrilevante: in quanto tema della narrazione, non emerge nemmeno).

Volendo, una differenza importante tra Stendhal (1783-1842) e Balzac (1799-1850): nel primo, i valori sono sempre in discussione, ed essi fanno parte della progredire dinamico della narrazione (a partire dal fatto che è proprio la tensione tra realtà e valori - o ideali - quella che dà corpo alla traiettoria del protagonista; come avviene con Julien Sorel ne "Il rosso e il nero"), e in tal modo spesso servono come se fossero un vero e proprio «materiale di riflessione» per la voce narrante, la quale sospende il suo "viaggio" proprio apposta per commentare (e a volte lo fa addirittura chiamando in causa il lettore, come se egli fosse un testimone).

In Balzac, invece, la tensione tra la realtà e l'ideale non è una questione di commento, ma piuttosto essa rappresenta una sorta di posizione testuale che viene così espressa stando su un pendio, su un crinale: da lì, da quel punto, qualcosa si muove, qualcosa si sposta, e si crea quella suspense per cui la narrazione (mastodontica, senza un centro fisso, come se si trattasse di «centomila romanzi», proliferante, senza alcuna intenzione di finalizzazione) inizia a occupare nuovi territori.

fonte: Um túnel no fim da luz

lunedì 26 giugno 2023

Abbiate pazienza !!

Essere significa avere tempo. Eppure abbiamo continuamente la sensazione di non avere tempo. Ma che cos’è, allora, questo bene di cui lamentiamo la mancanza? Forse è il tempo di qualità. E come trovarlo? La nostra civiltà, sostiene Pascal Chabot, vive sotto quattro regimi temporali che si scontrano: Fato (imperativo biologico della vita fino alla morte), Progresso (imperativo del futuro), Ipertempo (tirannia del presente e tecnocapitalismo: il tempo è ovunque da nessuna parte) e Scadenza (conto alla rovescia verso la catastrofe ecologica). Prima d’ora mai si è sperimentato l’antagonismo di tante concezioni incompatibili del tempo, che il più delle volte si uniscono contro di noi e che dobbiamo tuttavia conciliare per affrontare la quotidianità. Perché l’atteggiamento che assumiamo nei confronti del tempo ha un impatto profondo sulle nostre vite: navighiamo tra nostalgia del passato, dipendenza dal presente e speranza per il domani. Ma quale temporalità dovrebbe essere preferita? La sfida, scrive l’autore, è costruire una saggezza del tempo commisurata all’attualità: una cronosofia.

(dal risvolto di copertina di: "Avere tempo", di Pascal Chabot. Treccani, pagg. 172, € 17)

Alla rincorsa del tempo, priorità irrinunciabile
- di Alberto Orioli -

«Vivere non è altro che avere tempo» ci ricorda Pascal Chabot, filosofo che insegna all’Institut des Hautes Études des Communications Sociales di Bruxelles. Il suo saggio Avere tempo diventa il manifesto per una nuova cronosofia, una sfida a cogliere l’essenza del bene più prezioso, spesso sciupato perché non compreso, sovente considerato scarso perché i ritmi della vita lo hanno reso confuso e indistinguibile, a tratti contraddittorio. Un libro che intercetta un’istanza contemporanea molto avvertita: il ritorno alla qualità del tempo, a un’ecologia degli orari, diventati forzosa unità di misura esistenziale. È l’esigenza alla base del fenomeno del big quit, vale a dire delle dimissioni di massa che interessa una parte delle nuove generazioni, quella di chi se lo può permettere. Sta crescendo il numero di quanti lasciano il lavoro se lo considerano non più compatibile con le esigenze del tempo di vita considerato una priorità sempre più irrinunciabile. È un modo con cui le nuove generazioni fanno la loro rivoluzione e “uccidono i padri” stakanovisti e unidimensionali. Chabot contribuisce a sistematizzare il tema della percezione del tempo che scorre e la sua natura intrinsecamente conflittuale, spesso paradosso.

Abbiamo almeno quattro tipi di tempo: il Fato come sintesi di un imperscrutabile vincolo biologico; il Progresso con la sua tensione vitale verso il futuro; l’Ipertempo nella sua accezione ossessiva di un presente immanente e tecnico che è ovunque e da nessuna parte, centrale soprattutto nella cultura occidentale derivata da certo capitalismo finanziario che vive un presente orientato continuamente al futuro e del futuro stesso fa una commodity; la Scadenza che l’autore associa alla deriva distruttiva verso l’ambiente, il gigantesco collasso verso la fine del mondo, il no future raccontato dai punk inglesi.

Naturalmente questa tassonomia del tempo racconta spinte conflittuali e antagoniste tra loro, da cui l’ansia presente di una umanità sempre affamata di tempo, perennemente ritenuto insufficiente e scarso. L’uomo contemporaneo è alla continua ricerca di un equilibrio che debba compendiare l’inafferrabilità del tempo della natura, con la sua inesorabile lentezza (quello del Fato che, ad esempio, dà il ritmo alla crescita dei capelli, secondo un copione che comprendiamo antico e primordiale) con la pretesa del tempo del Progresso che punta a rendere l’uomo padrone della natura, nel segno di «una moderna civiltà di persone impazienti». Nel mezzo, tra le due idee cronologiche, c’è la scoperta dell’orologio che rivoluziona il campo della conoscenza e quello del lavoro. «Una cosa è certa - scrive Chabot -: il tempo non è mai stato così presente in quantità, ma la sua qualità non è mai stata così problematica». È anche per questo che si applica una sorta di revisionismo civile all’idea del «tempo è denaro» di Benjamin Franklin fino ad arrivare al suo ribaltamento laddove il vero denaro sia proprio il tempo. Tanto più dopo che il mondo ha compreso in modo tanto traumatico quanto duraturo la sua intrinseca fragilità durante la pandemia. Un evento epocale che ha indotto i cittadini di cinque continenti ad una diversa percezione della storia stessa. Il Covid è diventato il catalizzatore della volontà di ripensare le priorità, le sequenze, le concatenazioni proprie del metronomo della nostra vita quotidiana. E ha sconvolto gli equilibri di una quotidianità che sembrava immutabile. E di cui il lavoro è da sempre parte importante. Torna preponderante il motto che André Breton fece incidere sulla sua pietra tombale nel cimitero di Batignolles a suggello della vita da poeta e da surrealista: «Cerco l’oro del tempo». La preoccupazione numero uno nel mondo del lavoro resta quella di «quanto denaro consente di comprare il tempo degli individui, in base alla loro formazione e ai loro contributi». Chabot avverte che «di fronte a questo, è difficile credere che il denaro ricevuto in cambio varrà mai lo sforzo. Il tempo è concreto, esistenziale: è qualità aggiunta a una quantità. Il denaro è astratto, circostanziale. È certamente necessario, indispensabile, persino essenziale, e per molti aspetti desiderabile, ma rimarrà sempre fuori dal cuore dell’esistenza perché è solo quantitativo».

La cronosofia proposta nel volume non potrebbe non avere un contraltare rivoluzionario e spiazzante. È il «contrattempo» che diventa il vero dominus in una esistenza agganciata alla disciplina degli orari, al mito della puntualità come cortesia sociale, a una fretta che non significhi sciatteria, ma tempo sincopato. Il contrattempo toglie a ciascuno il dominio della giornata, il potere di suddividerla in ritmo riconoscibile e condiviso. Solo allora ci rendiamo conto - è sempre la tesi dell’autore - di poter ritrovare l’energia che pensavamo perduta e la libertà di scelta, sepolta sotto una quotidianità eterodiretta. In effetti il contrattempo ci costringe alla «pazienza dell’imprevisto» e alla necessità di trovare risposte non precostituite. Ci costringe a un esercizio innanzitutto di pazienza che è qualcosa di antico e di arcaico, una sfida di oggi come di mille anni fa. È tutta qui la provocazione di Chabot verso l’epoca della nevrosi ipercinetica. Anche perché «la pazienza è il secondo coraggio dell’uomo». Ne ha avuta molta chi ha scritto questo libro, ne dovrà avere molta anche chi lo leggerà.

- Alberto Orioli - Pubblicato su La Domenica del 19/3/2023 -

domenica 25 giugno 2023

Buttare o no i soldi dalla finestra !?!!

Quello che deve risolvere le cose, è lo Stato
- Le tensioni geopolitiche e il cambiamento climatico stanno rilanciando l'intervento dello Stato e la sua politica industriale. Lo ha dimostrato, di recente, il dibattito riguardo la partecipazione di una società statale cinese al porto di Amburgo -
di Tomasz Konicz

Globalizzazione, libera circolazione delle merci, libertà di investimento: da qualche tempo, i pilastri del neoliberismo sembrano vacillare. La «mano invisibile» del mercato, come recita la famosa metafora di Adam Smith, viene di nuovo frequentemente guidata dall'intervento dello Stato, spesso per motivi di sicurezza e geopolitici. Per molti anni, la Germania, in quanto ex campione mondiale delle esportazioni, ha beneficiato più di ogni altro Paese della libera circolazione di capitali e merci. Ma da tempo, anche rispetto a questo, il tono protezionistico è tornato a prevalere. Lo dimostra il caso del porto di Amburgo. La società statale cinese, "Cosco", intende acquisire una partecipazione di minoranza nella società che gestisce il più piccolo dei quattro terminal container di Amburgo; il Container Terminal Tollerort (CTT). Ma i terminal sono stati classificati dal governo tedesco come infrastrutture critiche, motivo per cui bisogna che il governo ne debba approvare la vendita. L'ingresso della Cosco nel mercato, ha suscitato una grossa polemica. Alla fine del mese di aprile, Die Zeit ha criticato, per aver aperto a questa acquisizione, quella che a suo avviso rappresenta la «vecchia mentalità di mercato» del Parlamento e del Senato di Amburgo. Non tutto ciò che promuove il fatturato, è per questo anche «politicamente corretto o sostenibile», afferma il settimanale di Amburgo. La Cosco fa parte di un gruppo di circa 100 imprese statali, le quali agirebbero interamente nell'interesse del partito di Stato cinese - e, in ultima analisi, del «capo di Stato Xi Jinping» - con l'obiettivo di «aumentare innanzitutto l'influenza del regime autoritario». La partecipazione di Cosco in CTT, non le darebbe accesso diretto alle infrastrutture portuali, ma la società cinese, anche nel caso di una partecipazione di minoranza, avrebbe comunque accesso a dei dati sensibili. E sarebbe pertanto «irragionevole credere» che la società statale non trasmetta poi tali dati interni al governo di Pechino, o non agisca «nell'interesse del partito» per quelle che sono le decisioni economiche; come ha spiegato Die Zeit. Una posizione opposta è stata espressa - a metà maggio - dal presidente dell'Associazione dei datori di lavoro, Rainer Dulger, che riduce le divergenze tra il governo tedesco e il regime cinese a una «politica moralistica». Si tratta di una «strada sbagliata» che nei confronti del «nostro più grande partner economico» non dovrebbe essere seguita. La Germania farebbe bene a «continuare a rassicurare i nostri partner cinesi sul fatto che manteniamo la nostra amicizia», chiede Dulger. Queste contraddizioni della strategia tedesca nei confronti della Cina - che possono essere descritte approssimativamente come un conflitto tra interessi geostrategici ed interessi economici - si riscontrano anche all'interno dello stesso governo tedesco. In linea di principio, i partner della coalizione concordano sulla necessità di ridurre la dipendenza dalla Repubblica Popolare ma, soprattutto per molti socialdemocratici, gli sforzi di smarcarsi da parte del ministro degli Esteri Annalena Baerbock (Verdi) si spingono troppo oltre. Durante il suo recente viaggio in Cina, Baerbock ha criticato chiaramente le violazioni dei diritti umani. In risposta, il ministro degli Esteri cinese Qin Gang ha dichiarato che la Cina non ha bisogno di un «professore occidentale», e che ogni Paese ha il proprio contesto culturale e storico, per cui «nel mondo non esistono standard uniformi».

Per quel che riguarda il caso del porto di Amburgo, sembra che ora abbia trionfato l'interesse per le buone relazioni economiche. Il 10 maggio, è stato annunciato che la Cosco verrà autorizzata ad acquisire una quota di minoranza del 24,9% nella società operativa CTT. Tuttavia, il cambiamento fondamentale nel dibattito pubblico appare inequivocabile: nella Repubblica Federale - la cui industria di esportazione negli ultimi decenni ha acquisito intere industrie dell'Europa centrale e orientale, per poi integrarle nelle sue catene di produzione globali - le partecipazioni di minoranza straniere a delle società operative di container relativamente insignificanti, sono ora controverse. La vendita del produttore di riscaldatori Viessmann all'azienda di refrigerazione statunitense Carrier Global, ha scatenato una polemica simile. Focus ha parlato del «cuore delle medie imprese tedesche», che ora sarebbero sotto il controllo degli Stati Uniti, ma ha anche sottolineato la pigrizia dell'industria tedesca nell'innovare. Nel mercato innovativo delle pompe di calore - rispetto ai produttori tedeschi, che «per molto tempo si sono accontentati» della vecchia tecnologia di riscaldamento a gas - i concorrenti stranieri sono molto più avanzati. Così, lo sfondo dell'acquisizione è stato infatti quello della stagnazione tecnologica dei produttori tedeschi di riscaldatori; tra i quali Bosch, Viessmann e Valliant. Per anni, le aziende tedesche, che hanno evitato di investire, hanno esercitato pressioni su Berlino contro l'introduzione obbligatoria della pompa di calore. Lo ha riferito in aprile Die Zeit, citando i nomi di alti esponenti dell'industria. I produttori tedeschi di impianti di riscaldamento, hanno grandi e vecchi impianti di produzione i cui costi di investimento sono stati ormai ammortizzati da tempo; ragion per cui sono stati fatti molti soldi grazie alla produzione di caldaie a gas. Dei nuovi investimenti nello sviluppo e nella produzione di pompe di calore avrebbero ridotto questi profitti, e di conseguenza pertanto non sarebbero stati fatti. Per questo motivo, le aziende tedesche come Viessmann non riescono a tenere il passo con la concorrenza a basso costo degli Stati Uniti e dell'Asia nel settore delle pompe di calore.

Ecco che in questo caso, lo Stato tedesco ha ovviamente fallito in quello che avrebbe dovuto essere il suo ruolo di capitalista collettivo ideale. Questa logica di profitto a breve termine, avrebbe potuto essere evitata grazie a delle norme legali, messe in atto al fine di proteggere nel lungo periodo la competitività del paese. Il parallelo con l'industria automobilistica appare evidente. Le aziende automobilistiche tedesche hanno sabotato l'implementazione precoce dell'elettromobilità attraverso un'efficace azione di lobbying mentre, simultaneamente, rischiano in tal modo di rimanere indietro in questo settore tecnologico. Così, per evitare che ciò accada, la Germania, insieme ad altri Stati dell'UE, sta sovvenzionando con miliardi di euro  la produzione nazionale di batterie. E su questo, si vengono a trovare in competizione con gli Stati Uniti; che vogliono anch'essi aumentare la produzione interna di batterie attraverso sovvenzioni miliardarie. Ma non è solo in questo settore che l'Unione Europea sta perseguendo una politica industriale attiva. L'UE vuole ridurre la sua dipendenza dalle catene di produzione globali emerse nell'era neoliberale - soprattutto nell'industria dell'alta tecnologia e dei chip - i cui centri si trovano ora nel sud-est asiatico minacciato dalla guerra. Attualmente, è Taiwan che produce la maggior parte dei microchip avanzati del mondo. Con l'aumento delle tensioni geopolitiche, ora i Paesi industrializzati vogliono dipendere il meno possibile dalle importazioni di chip.

Gli Stati Uniti, la Cina e altri Paesi sono in competizione tra loro in quella che è una costosa gara di sussidi per costruire un'industria nazionale di chip. Anche la Commissione europea vuol fare del settore dei semiconduttori un'industria chiave in Europa. La quota di mercato mondiale dell'UE deve raddoppiare arrivando fino al 20% entro il 2030 grazie a una politica industriale mirata. A Dresda, ad esempio, è appena iniziata la costruzione di un nuovo stabilimento della Infineon, il produttore di semiconduttori della Germania meridionale. L'investimento complessivo di cinque miliardi di euro verrà sovvenzionato dallo Stato con una quota di circa un miliardo di euro - scrive la FAZ - con l'obiettivo di ridurre quanto meno «il divario esistente con i grandi produttori asiatici e americani» e salvaguardare «la sovranità tecnologica dell'Europa». Nel quadro della concorrenza, la politica di investimento da parte dello Stato non guarda solo all'industria high-tech, ma si rivolge anche alla trasformazione ecologica del capitalismo; perlomeno così viene postulato dai politici. L'obiettivo sarebbe quello di guidare la corsa a quelle tecnologie che probabilmente domineranno il futuro: energie rinnovabili, auto elettriche, batterie, impianti industriali "verdi", tecnologie dell'idrogeno e cose simili. A tal fine, il governo statunitense prevede di investire circa 375 miliardi di dollari nell'ambito della legge "Inflation Reduction Act". Nell'UE, i sussidi industriali su larga scala - che di fatto sarebbero vietati dalle regole del mercato comune interno dell'UE - verranno imposti nell'ambito del "Temporary Crisis and Transition Framework" (TCTF). Le condizioni di finanziamento per gli investimenti nelle «tecnologie di trasformazione» dovrebbero essere facilitate in modo da accelerare così la produzione di batterie, impianti solari, turbine eoliche e pompe di calore.

Il fatto che questa logica capitalistica statale sia la conseguenza dell'aggravarsi della crisi, è dimostrato dal caso del produttore statunitense di semiconduttori, Intel. L'azienda sta progettando una fabbrica a Magdeburgo, e pertanto intende investire circa 17 miliardi di euro. Recentemente, l'azienda leader nella produzione di processori - la quale oramai non riesce più a tenere il passo con i suoi concorrenti del Sud-Est asiatico per quel che riguarda i microchip altamente sviluppati - ha registrato una perdita record, e così alla fine di aprile ha chiesto delle sovvenzioni ancora più elevate per lo stabilimento di Magdeburgo; finora erano stati concessi aiuti di Stato per sette miliardi di euro. Già in precedenza erano state espresse delle critiche ai sussidi: «Stiamo buttando soldi dalla finestra», aveva dichiarato a febbraio - alla "Süddeutsche Zeitung" - Reint Gropp, presidente dell'Istituto Leibniz per la ricerca economica di Halle (IWH) e professore di economia all'Università Otto von Guericke di Magdeburgo. Questo perché, in tal modo si sosterrebbero del«le fabbriche che producono con vecchie tecnologie», anziché sostenere la ricerca e lo sviluppo. Inoltre, c'è il rischio che i numerosi investimenti sovvenzionati arrivino a creare una sovraccapacità globale, portando così a una crisi dell'industria dei chip. Tutte queste argomentazioni corrispondono alla solita critica economica liberale nei confronti della politica industriale statale, la quale afferma e sostiene che i sussidi statali, o proteggono industrie e tecnologie obsolete, oppure contribuiscono a un ribasso dei prezzi dei loro prodotti, e pertanto a una riduzione dei redditi. Naturalmente, tutti questi avvertimenti vengono ascoltati sempre meno.

- Tomasz Konicz - Pubblicato in Jungle World il 25/5/2023 -