mercoledì 20 marzo 2019

Il ritorno degli Internauti

Internet: una storia di evocazione, di bolle e di sussunzione del capitale
- Internet: una forma che inizialmente ha impedito la proliferazione della materia bruta, selvaggia, e che ha richiesto decine di anni per poter essere domata, ed essere sussunta realmente al capitale. -
- di humanaesfera - Pubblicato il 18/7/2018 -

1. Una forma che non era in grado di opporsi all'irruzione di un contenuto sociale indomabile (ma che si trovava ad essere contenuto all'interno dei suoi limiti)
L'iniziale apparizione pubblica di Internet (negli anni '90, con il World Wide Web [*1]) ha generato delle circostanze sociali inedite che il capitale, per decine d'anni, non è stato in grado di sussumere realmente all'interno della forma merce e della forma capitale. Per circa 20 anni, la pirateria (relativa al software, alla conoscenza e all'arte) è stata irreprimibile e generalizzata, e c'erano migliaia di ambiti (forum di discussioni, siti a tema ...) dove era possibile a chiunque - di solito, facendo uso di pseudonimi -  appropriarsi, sviluppare, creare e condividere gratis ogni tipo di conoscenza e arte direttamente con qualsiasi altro essere umano sulla faccia della terra che frugasse su Internet. Uno degli aspetti era la potente comunità di software libero che spesso dettava quelli che erano i progressi di Internet e del software in opposizione alle imprese, contro la mercificazione e contro lo Stato.
L'iniziale struttura fisica di Internet era una forma materiale creata e foraggiata attraverso un afflusso di capitali provenienti da tutto il mondo, alla folle ricerca di opportunità che promettevano accumulazione. L'effetto collaterale è stato quello di creare condizioni tecniche selvagge, che a partire da una tale base, almeno sul piano intellettuale ed artistico, hanno portato ad una proliferazione di contenuto sociale libero, che nella pratica affermava senza troppe chiacchiere il principio: «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni».
Di fronte ad un simile contenuto sociale, la proprietà privata ( e pertanto l'estrazione di plusvalore) era non solo inadeguata, ma impraticabile. Ciò significava che esisteva una sussunzione formale del capitale (l'infrastruttura fisica era la proprietà privata e, quindi, bisognava pagare per l'accesso), ma non c'era ancora sussunzione reale (il contenuto sociale che emergeva in questa struttura si trovava fuori dalla portata del capitale). Le imprese ci provavano, ma continuavano a fallire in quella che doveva essere l'impresa di realizzare la sussunzione reale del contenuto. Un esempio classico di quest'epoca è stata AOL [America On Line], l'impresa che forniva accesso a Internet attraverso i suoi «walled garden» ["giardini recintati"], che si rivelò un tentativo totalmente fallimentare di imprigionare gli internauti all'interno di «bolle» che li isolassero, rispetto a quello che era invece l'accesso diretto ai contenuti che venivano resi universalmente disponibili su Intenet. Incapace di catturare gli internauti in delle «bolle» (che li limitassero digitalmente) per trarne profitto, quell'immenso afflusso di capitali provenienti da tutto il mondo trasformò Internet stessa in un'immensa bolla finanziaria che sarebbe poi scoppiata negli anni 2000 (la famosa «bolla di Internet», o «bolla dei dot com»). È ovvio che tutta quella effervescenza «online» fosse del tutto insufficiente per superare ed abolire la società capitalista, dal momento che questo dipende dalla lotta del proletariato, che allora stava ancora soffrendo tutte le conseguenze della sconfitta di quella che era stata l'ondata mondiale del 1968. La proprietà privata sul piano «fisico» delle condizioni sociali di vita (ivi inclusa la forma stessa di Internet, ossia i mezzi fisici di connessione, le telecomunicazioni...) continuava a rimanere intatta, «offline». Ciò nonostante, erano emerse delle relazioni sociali affascinanti che, seppure estremamente marginali (dal momento che sono una percentuale molto piccola della popolazione mondiale vi aveva accesso), nel loro contenuto non venivano sussunte dal capitale. Indipendentemente da ogni illusione ideologica di quel tempo ( e non sono state poche), veniva assunta come se fosse ovvia, evidente, la prospettiva di una fattività desiderabile di un'intera società globale, la quale funzionasse secondo gli stessi principi del World Wide Web: che venisse abolita, non solo intellettualmente ed artisticamente, ma anche «fisicamente», la proprietà privata, la merce, il capitale, le frontiere e lo Stato [*2]. Erano molti a presupporre che tutto questo sarebbe avvenuto automaticamente, una volta giunta a termine la fine della separazione fra i mondi «online» e quelli «offline» [*3].

2. Evocazione di forze creative incontrollabili
Tutta questa effervescenza non addomesticata che si scatenò in quel periodo, è stata oggetto di molte critiche. Si diceva che non fosse altro che feticismo tecnologico, o mera illusione di liberazione «virtuale» che non ha niente a che vedere con la lotta che avviene nella realtà «offline». Secondo queste critiche, non sarebbe stata altro che una fuga dalla «cruda ed indigesta» realtà. Realtà, la cui essenza sarebbe il sacrificio, il dolore e la morte, e nella quale il «valore reale» dev'essere misurato attraverso l'auto-negazione, per mezzo del dolore sopportato eroicamente, e sorretti dalla speranza.
In realtà, storicamente, la lotta di classe - il movimento di associazione diretta ed universale dei proletari di tutto il mondo che affermano i loro desideri, e che sviluppa le sue capacità lottando conto il capitale, contro la proprietà privata e lo Stato, per la soddisfazione delle proprie necessità - non avviene mai su uno sfondo vuoto, e ancor meno su uno sfondo funereo, né avviene come mera affermazione volontaristica di persone o collettività speranzose, di fronte ad una presunta «brutale realtà».
Al contrario, la lotta avviene sempre da parte delle forze produttive della specie umana, che consistono precisamente nei bisogni e nelle facoltà di esseri umani che si riproducono e si sviluppano in quanto fine in sé, e non come mezzi per fini altrui. È questo a mettere periodicamente a rischio la produzione e la riproduzione del capitale, il quale, tuttavia, non può espandersi senza evocare proprio queste forze. Ma le evoca solo per separarle violentemente per mezzo di quel cuneo poliziesco-penale che è la proprietà privata: da un lato, per controllare e formattare queste necessità (sottomettendoli ad una continua scarsità, che è l'unico modo per poter vendere continuamente merci) e, dall'altro lato, per sfruttare ed estrare plusvalore da quelle capacità (la continua scarsezza richiede che si ottenga continuamente denaro per poter comprare, imponendo a ciascuno la competizione per vendere, continuamente, le capacità umane - vale a dire, vendere sé stessi - al capitale sul mercato del lavoro; a partire da questo, diventano soggetti a minacce di punizioni e ricompense, affinché si lavori al massimo, creando prodotti che verranno poi venduti per realizzare il plusvalore e riprodurre ampiamente il capitale).
In sostanza, a partire dalla rivoluzione industriale (XVIII secolo), l'espansione del capitale non può avvenire senza avvalersi dell'irruzione delle forze produttive, cioè, senza avvalersi delle capacità e dei bisogni umani, che periodicamente sfuggono al loro controllo e minacciano di oltrepassare i limiti del capitale, di abolirlo e di superarlo. Perciò, il capitale lotta contro di esse, per controllarle e trasformarle in forze distruttive, mortifere, che negano, smorzano, diminuiscono, vampirizzano e impoveriscono le capacità e le necessità della specie umana. Tuttavia, il capitale non è altro che queste stesse capacità e necessità (le forze produttive stesse) che vengono rivolte contro loro stesse (accidentalmente) componendo un meccanismo (lavoro morto, il capitale) che si riproduce in maniera cumulativa come se fosse di fatto una forza semovente, automatica, una forza spontanea, irresistibile come un fenomeno naturale. È questo lo sfondo su cui si muove la lotta di classe [*4].

3. La conversione delle forze produttive in distruttive: la rete reazionaria
Oggi, tutto indica che alla fine Internet è stata convertita, da forza produttiva, in forza distruttiva. Negli ultimi 10 anni, è diventato chiaro che ogni creazione di contenuti sociali che finora Internet aveva dato, alla fine passava per essere sussunta realmente sotto il capitale.
Internet libera ed universalista (pirateria senza alcuna restrizione, forum, siti web, comunità di software libero, ecc.) è stata brutalmente svuotata e abbandonata, e i vecchi partecipanti sono stati risucchiati in massa in un mulino di proprietà private che, come le «reti sociali» (o i «social media»), scarseggiano di contenuto prodotto collettivamente, che ora viene elaborato attraverso algoritmi, riducendosi così a spazio virtuale privato, familista o addirittura neo-feudale (vale a dire, le cosiddette «bolle»).
Tutto ciò porta a credere che c'è stata una cattura in massa all'interno di una trappola pavloviana [*5], la quale, in cambio di stimoli-risposte che danno dipendenza e assuefazione, occupa ormai tutto il tempo, ed impone un'esposizione costante alla pubblicità e alla necessità di dover pagare denaro  se si vuole accedere momentaneamente ad un qualche contenuto che viene reso accessibile da parte di alcuni domini feudali un po' più ampi. Un'ipotesi è quella secondo cui la cattura all'interno di questa trappola pavloviana avrebbe ormai raggiunto una massa critica in cui, a partire da un certo punto in poi, qualsiasi persona che rimanesse fuori da questa trappola diventerebbe isolata, escluso dalla vita sociale e perfino dal mercato del lavoro, e quindi anche il più recalcitrante sarebbe obbligato ad accettare di essere catturato.
Le «reti sociali» sono letteralmente delle reti di reazione. Nella loro struttura essenziale, sono profondamente reazionarie. A tal punto che qualsiasi contenuto che cada al loro interno, viene immediatamente spogliato di qualsiasi aspetto universalista, razionale, di ogni tentativo di contributo all'umanità, e viene obbligatoriamente risucchiato e convertito in un altro dei tanti detriti personali disponibili  che competono in un interminabile «adesso», dove una massa infantilizzata, se non addirittura animalizzata, risponde pavlovaniamente per mezzo di reazioni emotive. In simili condizioni, la memoria, la ragione e la storia diventano impraticabili e non esistono più, ed ogni cosa si trova ad essere ridotta alla polarizzazione emotiva finale su questo o su quell'assunto, «urgente» e di moda. Nelle reti sociali non rimane niente di quella che è la ricchezza delle espressioni umane; l'unica espressione permessa è la propaganda ininterrotta di sé stesso, dei prodotti o delle aziende. Nel periodo immediatamente precedente a questa catastrofe, la lotta per i contenuti gratuiti e aperti su Internet sembra essere incredibilmente vittoriosa, rivolgendo apparentemente contro le aziende le grandi innovazioni di Internet [*6]. Come abbiamo visto, diversamente dalla proprietà provata, Internet consisteva di una situazione nella quale la libertà di ciascuno non si trovava ad essere in concorrenza e, pertanto, non limitava la libertà degli altri, ma, al contrario, potenziava la libertà e l'autonomia (vale a dire, le capacità e le necessità) di tutti, estendendo la portata della specie umana. Perciò, ad esempio, ogni persona che contribuiva con conoscenze ed informazioni, ecc. su un determinato argomento, con l'accesso a Internet andava a comporre, insieme alla conoscenza di tutti gli altri che erano interessati nel mondo, una conoscenza assai più ricca e profonda. Questa era un sua caratteristica, fin dai suoi inizi negli anni '90.
Tuttavia, intorno al periodo che va dal 2006 al 2010, a tutto questo viene dato il nome di «sharing economy», «economia collaborativa». Stranamente, a partire da quel momento questo tipo di nomi cominciano ad apparire dappertutto: imprese, governi, pubblicità di qualsiasi prodotto, libri su come «coltivare la felicità». Coloro che erano maggiormente critici, cominciano ad insospettirsi, ma la maggior parte delle persone vengono ingenuamente sedotte dal pensiero secondo il quale il «modello anarco-comunista» di Internet stava dimostrando di essere talmente superiore che le imprese e i governi stavano cominciando ad aderirvi, cosa che avrebbe mutato il mondo in senso cooperativo, in maniera contraria alla concorrenza, se non addirittura post-capitalista.
Improvvisamente, molti cominciarono a rendersi conto, troppo tardi, che le «economie collaborative» che erano così di moda, e che veniva utilizzate massicciamente, erano in realtà imprese, proprietà private (come youtube, google, facebook, twitter, ecc.).
Era successo che moltissime aziende che avevano un'aura visionaria e utopica (praticamente tutte quelle che usavano software libero e tecnologie open source [*7] [*8]), e che nascondevano il fatto di essere industrie capitalistiche, erano riuscite a catturare e a indurre sempre più internauti a produrre contenuti per aumentare la loro proprietà privata. Queste persone non si rendevano conto di non star più contribuendo alla comunità libera su Internet. Ma tale comunità era stata oramai già svuotata, ed era stata sostituita da queste proprietà private, il cui capitale fisso è costituito da algoritmi che controllano le condizioni e le relazioni nelle quali gli utenti si incontrano e accedono a quello che rimane di Internet.
D'ora in avanti, catturato in questa trappola pavloviana della proprietà privata, ogni contributo volontario non potenzia più l'autonomia di sé e degli altri, ma, al contrario, contribuisce solamente ad accumulare più proprietà privata, più dipendenza, più scarsità, più assoggettamento alla classe proprietaria.
È stato così che, dopo decenni, il capitale ha trovato finalmente la formula per convertire Internet in una forza distruttiva. Distruttiva, in quanto nega, smorza ed impoverisce le capacità e le necessità della specie umana, che vengono vampirizzate dal lavoro morto, dal capitale.
A partire da quel momento, con un Internet finalmente addomesticata, la barriera esistente fra «offline» e «online», che fino ad allora era stata rigidamente mantenuta, viene rimossa quasi immediatamente, e il «reale» ed il «virtuale» sono cominciano a diventare sempre più indistinguibili.

4. Il confezionamento sotto la forma merce, e la sussunzione reale, sotto il capitale, della produzione di contenuti
Una delle caratteristiche più basilare dell'informatica, è la copia esatta dell'informazione che avviene praticamente a costo zero [*9]. Anche prima di Internet, fin dall'emergere dei computer digitali, in special modo dai Personal Computer, esistevano già reti incredibilmente estese, il cui mezzo di comunicazione consisteva nella copia manuale, su nastro magnetico o su floppy disc, dei dati (programmi, archivi, libri, immagini, codici di programmazione ecc., piratati o gratuiti) fra utenti di computer di tutto il mondo. Internet, il World Wide Web, non è altro che la medesima rete di copiatura di dati diventata automatica e praticamente istantanea, attraverso stazioni ripetitrici di telecomunicazioni - vale a dire, copiatrici automatiche di dati - che coprono tutto il globo con fibra ottica, cavi e radio.
La copia e la diffusione di informazioni diventa pertanto una comunità universale, in cui la copia viene resa disponibile da ciascuno a tutti, e viceversa. Essa avviene quasi in tempo reale, e può includere, ad esempio, una molteplicità di rapporti sugli avvenimenti, oppure le più diverse conoscenze pratiche (per esempio, come riparare le cose, o perfino come costruirle) e teoriche. La molteplicità dei resoconti, che erano ugualmente accessibili a tutti quelli che li cercavano, la molteplicità dei punti di vista su un certo evento e su un certo soggetto, consentiva a ciascuno di potersi formare un'idea abbastanza oggettiva riguardo ai soggetti e agli eventi che interessavano la sua vita.
In questo modo, la trasmissione digitale di informazioni ignora quella che è la base della proprietà privata, la scarsità, dal momento che la trasmissione digitale è di per sé copia, parola che, non a caso, trae origine dal latino "copia", «abbondanza, profusione, eccedenza, pienezza» (parola formata da "co-" «unito, con. in comune» + "opis", «potere, ricchezza, forza, risorse».
Ma questo è assolutamente intollerabile in una società che si fonda su acquisti e vendite costanti, e che pertanto necessita del fatto che tutti si sforzino instancabilmente di imporre continuamente la scarsità, la proprietà privata, come condizione assoluta della sopravvivenza nella concorrenza generalizzata.
Il capitale aveva pertanto disperatamente bisogno di creare un'interfaccia, o un livello artificiale, rispetto alla rete fisica universale della copia libera e gratuita, che fosse capace di rendere scarsa ogni e qualsiasi informazione, doveva renderla difficile da accedere. Era necessario iniettare artificialmente in Internet. nel suo insieme, un rumore assordante e costante, un muro di entropia contro il quale l'informazione si staglia come un qualcosa di separato, di raro, di valorizzato, di privato, di vendibile. Alla fine, solo ciò che è monopolizzabile ha un prezzo, è proprietà privata, merce, vale a dire, ha il potere di imporre il pagamento (e, di conseguenza, il lavoro) come condizione per accedervi, sotto la protezione e la garanzia della polizia, dei tribunali, dello Stato. In ultima analisi, questa scarsità generalizzata dell'informazione è avvenuta soprattutto a causa dello svuotamento di Internet causato dalle «reti sociali», che abbiamo precedentemente descritto. Internet svuotata è una terra di nessuno, un deserto occupato da migliaia di falsi siti creati continuamente su scala industriale (probabilmente da algoritmi, da robot) che mostrano solo pubblicità e ancora annunci pubblicitari, informazioni fraudolente o incomplete, link ingannevoli, truffe, trappole per fregare i soldi degli Internauti, per acquisire informazioni e poterle poi rivendere, per utilizzare i processori degli Internauti a fini occulti, per installare malware, virus, ecc..
Da quel momento in poi, ciascun Internauta, immerso in delle bolle forgiate dagli algoritmi delle reti sociali (e credendosi perfino protetto da essi), si trova ad essere perpetuamente sottomesso ad un'a completa assenza di informazioni, artificialmente scagliato in una palude di frenetica entropia, in una paralizzante valanga di informazioni di qualità estremamente bassa, inutili, manipolatrici e false. Nelle bolle, ogni Internauta diventa, egli stesso, iniettore, ripetitore e diffusore robotico di rumore per tutti gli altri, indipendentemente dalla sua volontà. In tale circostanza, diventa finalmente possibile imporre degli oneri per ottenere le informazioni (conoscenze pratiche, teoriche, arte, programmi, ecc.) che promettono di differenziarsi rispetto al flusso diarroico di rumore artificiale che affligge ogni Internauta.
La sussunzione reale della società sotto il capitale arriva a delle profondità che erano precedentemente irraggiungibili. Le «reti sociali» sono riuscite a sottomettere perfino la stessa soggettività umana alla forma capitale, nel senso che la produzione per la produzione (lavoro astratto), la produzione in quanto fine in sé cieco, nella soggettività è diventato un imperativo (nella «dialettica del riconoscimento» in quanto tale, se si parla in termini hegeliani). Le «reti sociali» sono condizioni sociali tecnicamente progettate in ogni dettaglio dalle aziende affinché i partecipanti esistano l'uno per l'altro (e, di conseguenza, per sé stessi) solo se producono freneticamente contenuti in un presente perpetuo sempre più accelerato. Essi diventano dipendenti dalla contemplazione dello schermo, continuando ad aspettare nuove opportunità di reagire e di produrre più contenuti, più rumore. Produzione che la proprietà privata colloca in anticipo (dal momento che prima ha ridotto i partecipanti, i quali nel precedente periodo di Internet di regola usavano dei pseudonimi, a persone identificate «reali», certificate dalla proprietà privata, vale a dire, dallo Stato, dalla polizia, e classificata in dei profili bio-socio-psicometrici)  per sottometterla in modo che segua la forma merce, per venderla e trarne profitto.

5. Personalizzazione, Temporalità animalizzata, Vigilanza, Frustrazione, Paura, Odio, Trollificazione di massa
Come abbiamo detto, nel primo periodo di Internet, l'utilizzo di pseudonimi era la regola. Questo aveva come effetto che i soggetti non venivano mai principalmente ricercati, dibattuti, creati, sviluppati e sfruttati  per il loro aspetto personale, familista, feudale, contrariamente a quanto avviene oggi. Gli "alias" si contattavano, comunicavano e si relazionavano a partire dagli interessi, dalle curiosità e dalle passioni umane, e non in funzione del vuoto di un'identità che dev'essere costantemente affermata nella competizione per il presente perpetuo della «timeline», una linea temporale che è una travolgente valanga entropica.
Questa condizione, simultaneamente universalista e singolare (ma non personale), all'interno della quale ciascun Internauta si incontrava, e che costituiva la Internet iniziale, portava in sé una percezione del tempo e dello spazio che era storico-globale: quando qualche pseudonimo contribuiva, pubblicando su Internet, si atteneva alla prospettiva secondo la quale il suo contributo sarebbe stato accessibile a tutta l'umanità, e che sarebbe rimasto disponibile per sempre nel futuro, e per le generazioni future. Pertanto, le passioni, a partire dalle quali i pseudonimi si relazionavano, venivano espresse in quanto passioni che contribuivano all'umanità e al futuro della specie, per mezzo di elaborate opere prime che non avrebbero dovuto essere corrotte dal tempo, né dovevano avere frontiere nella spazio (esistevano migliaia di simili siti web, ammirevoli, che oggi sono stati abbandonati o che, nella maggior parte dei casi, sono scomparsi).
Era esattamente il contrario di quanto avviene oggi, dove tutti si incontrano in una condizione in cui sanno già che il loro contributo vale solo per adesso, per coloro che hanno familiarità, dove reagiscono gli «amici» e gli «amici degli amici», e sparendo dalla visione di qualsiasi pubblico , essendo rifiutati come se subito dopo fossero già qualcosa di obsoleto. Tutto questo comporta per ciascuno, quando si pubblica qualcosa, di avere in anticipo la percezione di essere inutile, in una sorta di stanchezza per cui non vale la pena tentare di elaborare e pubblicare qualsiasi cosa che vada al di là di questo tempo «di ora», al di là di questo spazio feudale fatto di «amici e familiari» e fatto della ricerca istupidente della «viralizzazione».
E anche dal momento che la maggior parte delle attività gratuite su Internet (in principal modo la pirateria) venivano perseguite da parte dello Stato nella vita «offline», ecco che l'utilizzo di pseudonimi diventava una necessità vitale (i metodi di identificazione su Internet, da parte dello Stato e delle imprese, erano ancora primitivi, se non poco usati). Ovviamente c'erano dei «troll» (persone che scaricavano le loro frustrazioni, creando confusione nei forum), ma non costituivano in alcun modo una minaccia reale, in quanto nessuno era così pazzo da esporsi su Internet col suo proprio nome, foto e indirizzo.
Oggi è il contrario, praticamente quasi tutti accettano di esporsi ai troll, psicopatici, mafie, polizia, padroni e imprese, e sono costretti ad esporsi se non vogliono restare esclusi dalla vita sociale. Come minimo, vivono un uno stato di costante paura di vedere distrutta la propria immagine (nella società dello spettacolo, questo è tutto quello che si possiede), oppure che - in una situazione personalistica, accelerata, senza tempo, che permette solo delle reazioni emotive - obblighi tutti, costantemente frustrati, a trasformarsi in troll [*10].

6. Sussunzione degli ingranaggi che costituiscono la mente: la memoria, il pensiero, la volontà, il desiderio
Non è solo la relazione sociale delle conoscenze, delle capacità e degli affetti di ciascuna persona con gli altri, ma è anche la relazione che ciascuna persona ha con le idee, gli affetti, le conoscenze e le capacità che si trovano al proprio interno, ad essere ogni volta sempre più sussunta realmente sotto il capitale. Nell'esternalizzare sulle reti sociali le proprie conoscenze, le proprie facoltà e sentimenti, tutto queste cose diventano, in pochi istanti, non interessanti, obsoleti e da buttare. Non esiste più né tempo né spazio per poter sviluppare profondamente una qualche idea, una qualche conoscenza o capacità, per sé stessi, anche perché non c'è più né tempo né spazio in cui tali idee, conoscenze e capacità possono essere espresse per venire fruite e confermate (o meno) come potenza umana oggettiva, sociale.
Socrate criticava la scrittura perché essa esternalizza la memoria umana in oggetti, cosa che renderebbe le persone non in grado di ricordare, facendoli diventare sempre più smemorati e sempre meno autonomi. Forse esagerava, ma è una descrizione esatta di quel che stiamo vedendo oggi: la memoria di ciascuno viene sempre più esternalizzata, abbandonata, per venire appropriata da aziende che rendono opaco e difficile l'accesso alla forma originale in cui è stata esternalizzata, lo rendono «scarso», in modo che, dopo essere stata sviluppata, resa più facile, «masticata» dagli algoritmi, manipolata e formattata per creare dipendenza, divenga merce. Si tratta di un modus operandi diametralmente opposto a quello della precedente comunità gratuita di Internet, la cui ricchezza consisteva unicamente nella crescita dell'autonomia, delle capacità di coloro che partecipavano, che diventavano più potenti attraverso le storie e le memorie che ciascuno apportava.
Questa attuazione algoritmica della mente ai fini della proprietà privata può essere vista nelle attuali interfacce uomo-macchina, che diventano sempre più bestializzanti, destituite di tutte quelle che sono le ampie possibilità di configurazione e modificazione che avevano precedentemente (perfino i più semplici software degli anni '90, sembravano essere dei complessi pannelli di navi spaziali). Le interfacce attuali (dei sistemi operativi, degli applicativi, dei programmi, delle macchine e perfino quelle di intere industrie, ecc.) sono in genere dei grandi pulsanti colorati tipo asilo nido, con tutte le diverse possibilità bloccate, inaccessibili o nascoste.
Oggi, le aziende vendono una presunta massima facilitazione che presumibilmente serve ad economizzare il massimo del tempo (che è «denaro», il tempo astratto del capitale), e questo viene reso possibile grazie agli algoritmi delle imprese che vigilano in maniera invisibile sulle azioni della vita di ogni persona e ne analizzano il profilo bio-socio-psicometrico  per poi presentare ciascuno, sotto forma di interfaccia uomo-macchina, gli oggetti di libera scelta che si suppone ognuno voglia già scegliere [*11]. Come abbiamo già visto nel capitolo 4, questa «facilitazione» è stata possibile solo grazie alla marea di rumore che è stato iniettato artificialmente in Internet (e dove programmi come torrent, da cui si scaricavano gratuitamente film, programmi e musica, sono stati svuotati, e dove proprietà private specializzate nello streaming, i cui algoritmi «rendono tutto più facile» - purché si paghi - come netflix e spotfy, ne hanno preso il posto in maniera inarrestabile).

7. La lavorizzazione dell'esistenza
In special modo, quello che fa un'interfaccia uomo-macchina è elevare in maniera quasi assoluta il potere delle imprese sull'esistenza umana. Con la popolarità degli smartphone - computer miniaturizzati connessi a Internet, dotati di telefono e di altri sensori (fotocamere, videocamere, microfoni, geolocalizzatori, accelerometri, giroscopi, sensori di prossimità, magnetometri, esposimetri, termometri...), diventati onnipresenti ed obbligatori per chi non vuole essere escluso dal contatto sociale - ogni persona viene praticamente monitorata in quelli che sono tutti gli aspetti della sua vita, per 24 ore al giorno, da degli algoritmi della proprietà privata. I dati raccolti dalle aziende consentono di implementare, attraverso quegli stessi smartphone, una sussunzione della società sotto il capitale che oramai copre tutti i più minuti dettagli della vita quotidiana, del lavoro e del consumo, e che stanno diventando sempre meno distinguibili, e dove tutto diventa in una maniera o nell'altra una qualche forma di lavoro, di «aggregazione di valore».
Perfino in maniera inconscia, a causa dello sviluppo e dell'applicazione delle tecniche di gamification, vale a dire, progettare le condizioni di qualsiasi tipo di attività affinché essa sembri un giochino, manipolando in maniera pavloviana l'utente affinché svolga gratis dei compiti sotto il comando della classe capitalista, proprietaria di tali condizioni .
Con tutta una loro ideologia millenaria e utopica, le imprese di «economia collaborativa», come ad esempio Uber, annunciano di offrire il tocco di Mida che trasforma in capitale quelli che sono gli oggetti di consumo dei proletari (casa, automobile, attrezzi. mobili, elettrodomestici, giocattoli, ecc. che sono solo un costo - vengono consumati, vale a dire che si usurano a partire dal loro utilizzo), così come i loro corpi e la loro mente, ossia, annunciano la transustazione dei proletari in capitalisti, diventati finalmente liberi dal lavoro salariato e padroni del loro tempo [*12].
In realtà, con tutta questa retorica futuristica post-industriale, non ha fatto altro che resuscitare semplicemente, grazie all'altissima tecnologia, la più arcaica forma di sussunzione del lavoro sotto il capitale industriale: il «putting-out system» ["il sistema di darla via"], che include la tenebrosa figura dell'«intermediario». La differenza consiste nel fatto che, ora, l'intermediario (la classe proprietaria), grazie ai suoi «efficienti» algoritmi, che per mezzo di Internet analizzano e confrontano le prestazioni di ognuno rispetto a quelle di tutti gli altri, secondo una portata che coinvolge l'intero pianeta, riesce ad imporre sempre più ai proletari una competizione globale continuamente ottimizzata, al fine di riuscire ad offrire il massimo del lavoro in cambio del minino di salario. L'unica cosa che separa questo limite massimo di sfruttamento dall'essere assoluto, è il tempo per il sonno e per l'alimentazione (anche se sempre più spesso viene interrotto dal padrone, grazie ai suddetti smartphone). Mangiare e dormire sono necessità ancora insormontabili dei proletari di tutto il mondo. Sono l'ultima frontiera dello sfruttamento, e sono inaccettabili, intollerabili, inconcepibili per il sistema della proprietà privata [*13].
Inoltre, la produzione, il trasporto e la distribuzione di tutte le merci sono diventate inseparabili da Internet. Nelle catene di distribuzione, chiamate anche catene di rifornimento o reti logistiche, a comandare direttamente è l'aumento o la diminuzione della domanda di merci (senza esseri umani, per mezzo degli algoritmi), attraverso la trasmissione di informazioni via Internet, l'attivazione automatica delle varie fasi di produzione, di assemblaggio, di stoccaggio e flusso (marittimo, stradale, ferroviario, aereo) delle merci per tutto il mondo. Assai spesso sono i segnali trasmessi ad azionare direttamente le macchine, robot, nastri trasportatori, la movimentazione di container da e verso le navi, e la contrattazione e la movimentazione dei lavoratori dispersi e frammentati per tutto il pianeta, tutti coloro i quali sono collegati per mezzo di queste catene logistiche, che sono proprietà privata di giganteschi «intermediari» invisibili [*14].
I proletari di tutto il mondo non sono mai stati cos' vicini gli uni agli altri, ma sono sempre più collocati in una situazione nella quale non vedono che stanno lavorando direttamente per il capitale, per i padroni, per la classe proprietaria. Tutto quanto fa sembrare che stiano lavorando immediatamente per sé stessi e contro gli altri proletari in competizione fra di loro (il risorgere, oggi, del provincialismo, del razzismo, della xenofobia, del nazionalismo, dell'identitarismo di sinistra e di destra, del separatismo, del militarismo, del fascismo... che per molti è un mistero insondabile non è altro che la banale espressione dell'estrema intensità di quella che è la competizione per la sopravvivenza fra i lavoratori, la competizione per ottenere il «merito» della sottomissione esclusiva alle «loro» classi proprietarie). In cambio, essi pensano di star guadagnando denaro per poter soddisfare la domanda automatica del mercato globale che viene loro segnalata dalle interfacce uomo-macchina dalle quali sono ormai circondati [*15] [*16].

8. La trasfusione, nei pori del mondo fisico, delle forze distruttive - L'incorporazione della proprietà privata nella «natura delle cose»: l'Utopia suprema del capitale (per fortuna ancora irrealizzabile)
Innanzitutto, il dominio del capitale è da sempre l'incorporazione artificiale della scarsità nella natura oggettiva. È la natura trasformata, per mezzo del lavoro alienato degli esseri umani, in un potere separato da essi: la proprietà privata. La popolazione viene ad essere privata di quelle che sono le sue condizioni di esistenza materiale, e, di conseguenza, tutti, democraticamente, si vedono costretti a comprare, e per questo, se vogliono sopravvivere, sono costretti a vendere volontariamente la loro merce.
Nelle società precapitaliste, nella servitù e nella schiavitù, il dominio era personale, direttamente degli uomini su altri uomini, essendo la volontà personale imposta agli altri direttamente, negandoli. Diversamente, l'aspetto più fondamentale della società capitalistica è che essa trasforma il dominio e lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo in qualcosa che è volontario, in una manifestazione del libero arbitrio di ciascuno. Ciò perché questo si verifica in una condizione coercitiva oggettiva, la privazione della proprietà, che si impone oggettivamente, vale a dire, impone in maniera «neutra» («democratica», «impersonale», «ragionevole», «giusta», «naturale») la necessità di competere per la sottomissione alla proprietà privata, alla classe capitalista, per guadagnare un salario e sopravvivere.
Dal momento che ogni proletario, poiché viene privato dei mezzi di produzione, non ha niente da vendere, se egli vuole sopravvivere (socialmente e fisicamente) ha solo l'opzione di vendere volontariamente sé stesso, le sue capacità vitale, sul mercato del lavoro, ai proprietari dei mezzi di produzione (la classe capitalista). Egli ha il libero arbitrio, dal momento che «può» scegliere di morire di fame, oppure di mendicare, anziché vendersi. Comprati dai capitalisti, questi ultimi consumano una tale merce: il proletario viene messo a lavorare e a trasformare la natura, aumentando la proprietà privata, il potere oggettivo che gli si oppone come una forza ostile. Quanto più egli lavora, tanto più diventa privo della proprietà, tanto più potente diventa la proprietà privata, e tanto più egli trasferisce le sue capacità umana in essa (capitale fisso: macchine, automazione, conoscenza e know-how che diventano proprietà intellettuale), creando attivamente quello che diventa sempre più scartabile, privo di proprietà, proletario.
Insomma, nella società capitalistica, il dominio si presenta come un imperativo della realtà oggettiva, una «forza della natura» («seconda natura») che è stata creata dal lavoro umano. La scarsità, la privazione di proprietà, la proprietà privata, si riproduce come una forza indipendente che comanda tutti gli esseri (umani e non umani), inclusa la persona del capitalista ( e anche gli Stati) che, se perdono nella competizione per accumulare capitale, vengono dichiarati falliti, e sostituiti automaticamente da altri che sono in questo più «efficienti» (ed è per questo che usiamo la parola «capitale», poiché è essa, di fatto, che comanda al società della merce secondo una logica autonoma, automatica, ma opaca, dal momento che i capitalisti sono solo agenti, personificazioni del potere del capitale, obbligati ad applicare sugli esseri umani i dettami dell'accumulazione del capitale, pena cadere nell'inferno di diventare anche loro proletari).
Ma, fino ad oggi, la società capitalista non è stata possibile senza un potere centrale, il quale, con polizia e prigioni, impone con la violenza il rispetto della proprietà privata, convalida centralmente l'equivalenza dei mezzi di scambio e di pagamento (denaro, credito), protegge e garantisce i contratti fra proprietari, e reprime la lotta dei proletari contro la deprivazione delle loro condizioni di vita (lotta che, per definizione, non rispetta la proprietà privata di tali condizioni). Ragion per cui, la società capitalista ha un suo tallone di Achille abbastanza definito e visibile, che, se viene attaccato, inceppa istantaneamente tutti gli ingranaggi del sistema di proprietà privata. Ovviamente, l'esistenza di questo punto vulnerabile, è causa di grande preoccupazione per la classe proprietaria. Finora, per la classe proprietaria, l'unico modo di giustificare e legittimare lo Stato - che è semplicemente un'impresa territoriale, che, come ogni capitale, è una dittatura che viene esercitata attraverso l'imposizione del lavoro salariato, sottomessa ai medesimi imperativi dell'accumulazione di capitale da parte di qualsiasi altra impresa - è stato quello di presentarla in maniera fantasiosa come neutrale, al di sopra delle classi e del capitale. Vale a dire, come «Stato di Diritto», come rappresentanza di soggetti (o cittadini) la cui «autonomia» coincide con la loro sottomissione volontaria ad esso, dove il cittadino elegge il proprio capo (che compete per essere scelto nelle urne), come rappresentanza della «volontà generale del popolo». In altre parole: l'ideologia democratica (o «socialista», come avviene nei paesi del capitale nazionalizzato). Tuttavia, questa legittimità puramente immaginaria non è mai pienamente convincente, e molti capitalisti preferiscono predicare che lo Stato sarebbe del tutto separato ed estraneo rispetto alla proprietà privata, mentre in realtà, come abbiamo visto, esso è sempre stato di fatto un'istituzione suprema ed indispensabile che della proprietà privata garantisce l'esistenza. È semplicemente impossibile che la proprietà privata esista senza polizia, senza tribunali, senza forze armate e senza prigioni. Perfino oggi.
La tecnologia «block-chain» (il cosiddetto «contratto intelligente») oggi viene finanziata con l'esplicito oggettivo che, nel futuro, possa rendere la proprietà privata qualcosa che non dipenderà più assolutamente da nessun «potere centrale», rendendolo incorporato nel comportamento automatico e decentralizzato delle cose e, pertanto, nelle relazioni fra gli esseri umani mediate da queste cose. L'obiettivo è quello di fare in modo che ciascuna cosa verifichi spontaneamente, omologhi e convalidi quella che è la presupposta condizione di deprivazione di proprietà. Ciò significa autenticare istantaneamente la scarsità artificiale di tutto per mezzo dell'equivalenza quantitativa imposta dalla proprietà privata: a partire dall'omologazione della limitazione dell'utilizzo del pagamento, alla limitazione della copia per mezzo di licenze di copia, all'autenticazione dell'ordine di eseguire il lavoro, dall'autenticazione istantanea del rispetto dei brevetti e della proprietà intellettuale in tutte le cose, e fino alle leggi che stabiliscono i casi in cui si applica, ecc..
In questo modo, ciascun oggetto tenderà a smettere di essere un «prodotto» - che viene comprato solo una volta, ed il cui uso, dopo essere stato comprato, diventa indipendente dall'impresa e dal mercato - per diventare un «servizio» - nel quale, per il suo utilizzo, viene continuamente pagato un abbonamento o una licenza, come se si trattasse di un affitto. Apparentemente, questo rende il suo uso a breve termine molto più a buon mercato, ed accessibile per i proletari, ma invece farà sì che la classe proprietaria avrà il potere di imporre direttamente a tutti e a chiunque il dettame della scarsità continuata. e la «monetizzazione» perfino di quelli che sono i gesti più banali (specialmente attraverso la diffusione della tecnologia indossabile, ad esempio, «abiti intelligenti», realtà aumentata, protesi «transumane», sensori biomedici, ecc.) quali vestirsi, camminare, andare in bagno, evacuare, sbadigliare, guardare, ascoltare, parlare, respirare, fino alla digestione, alla circolazione del sangue, alle sinapsi cerebrali... Tutti i gesti, e perfino il funzionamento dell'organismo umano, da quel momento in avanti, incarneranno la coercizione al lavoro. Sarò necessario, in maniera ancora più intensa di quanto già lo sia oggi, lavorare disperatamente per poter ottenere il denaro necessario a pagare per esistere.
È uno scenario in cui l'«Internet delle cose» assumerà di per sé, automaticamente, il ruolo di cuneo poliziesco-penale che separa le capacità umane dalle necessità umane, imponendo la sottomissione alla riproduzione della proprietà privata dei mezzi di vita, e alla produzione di assolutamente tutti gli aspetti di quella che è l'esistenza umana. Come abbiamo visto, l'utopia della proprietà privata è stata sempre quella di convertire la totalità delle circostanze nelle quali si trovano gli esseri umani, in imperativi «naturali», «oggettivi», «automatici» e «volontari» di sottomissione ai dettami dell'accumulazione del capitali, tutt'al più a quelli del lavoro. Ora la differenza è che, con queste due tecnologie, il Blockchain e l'Internet delle cose, la polizia sarà automatica, e sarà nella «natura delle cose». La prigione potrà essere il divano di casa tua, oppure la propria «casa intelligente», che improvvisamente blocca la risorsa; o potrebbero anche essere tutte quante le cose (tutti i «servizi» nella casa intelligente e nella smart city) che improvvisamente smettono di funzionare per lui, isolandolo da una società che esiste solamente se si è connessi ad essa). E il giudizio del «crimine», un algoritmo decentralizzato che restituisce al «criminale» - il quale non dev'essere informato del fatto che sia stato accusato, giudicato e condannato (come già avviene quando si viene «bannati» sulle reti sociali e nelle imprese dell'«economia collaborativa») - l'esecuzione automatica della pena. «Diritto» e «fatto» diventano indistinguibili. L'ideologia dello «Stati di diritto» diventano del tutto inutili al fine di legittimare il cuneo poliziesco-penale, il quale diventa quella stessa oggettività «neutrale» delle condizioni in cui ciascun individuo atomizzato si trova costretto a «scegliere liberamente», volontariamente [*17].
Per fortuna, tutto questo è ancora un sogno del capitale. E non v'è dubbio che il minimo tentativo di realizzarlo, in una società che è un meccanismo cieco , del cui funzionamento i suoi capitalisti ed i suoi tecnocrati sono intrinsecamente quelli che ci capiscono meno (in quanto hanno una prassi - e pertanto anche un modo di pensare - del tutto offuscata dal feticismo delle merci), porterà di sicuro ad effetti incontrollabili che minacceranno di perturbare e minare proprio il funzionamento globale del capitale stesso. (Ad esempio, si veda cosa è successo di recente con la piccolissima esperienza legata alla criptovaluta bitcoin - dalla quale ha avuto origine l'idea stessa del Blockchain -, creata a partire da una fede feticistica incrollabile nella mano invisibile che opera per mano della tecnologia semovente, per mano del lavoro morto).
È assai più probabile che, alla fine, la tecnologia blockchain verrà utilizzata principalmente dagli Stati, per mantenere i propri archivi aggiornati istantaneamente, e per rendere automaticamente unificati e immediati al massimo quelli che sono gli schemi di vigilanza, di giudizio, di punizione e di polizia. Oppure - e il che è lo stesso - attraverso quelle imprese che, nella divisione del lavoro, svolgono il ruolo unificante (la cosiddetta «interoperabilità») necessario all'andamento della società capitalista (la quale, senza di esso, lacerata com'è dalla concorrenza della guerra di tutti contro tutti che la fa muovere, collassa), e a tal fine riscuotono contribuiti, tasse, per l'accesso a quei Blockchain che sono di loro proprietà privata - per esempio, sono tali quelle implementazioni del Blockchain come Ethereum -, proprietà privata che allo stesso tempo andrà a costituire l'infrastruttura unificante indispensabile per tutte le transazioni e le cose prodotte nella società capitalista. In pratica, questo contribuito equivarrà ad un'imposta, per cui queste imprese saranno l'equivalente di uno Stato, che a questo punto farebbe a meno di abbellirsi  usando una facciata ideologica democratica («repubblica», «monarchia costituzionale», «socialismo»), per diventare direttamente una monarchia assolutista corporativa (del resto, com'è sempre avvenuto in un modo o nell'altro: dittatura dell'imprenditoria). Per quel che attiene all'intelligenza artificiale, e alle illusioni nei suoi confronti, e per quanto riguarda la disoccupazione e il reddito di base universale [UBI], ne abbiamo parlato altrove, si tratta di un'altra panacea della classe proprietaria.


9. Conclusione: Scordiamoci la speranza!
Come abbiamo visto in precedenza, l'auto-costituzione del proletariato in classe autonoma contro il capitale - la lotta di classe - non avviene mai a partire da uno sfondo vuoto, o funereo, al quale si opporrebbe la libera volontà o il libero arbitrio degli sfruttati pieni di speranza, i quali romperebbero l'isolamento attraverso una comunità di sofferenza, di dolore e di colpa.
Nella realtà concreta, avviene esattamente il contrario: le capacità e le necessità umane, le forze produttive, diventano simultaneamente un fine in sé ed un mezzo di lotta del proletariato contro il capitale, e la rottura dell'isolamento e dell'atomizzazione, la fraternizzazione, e la sua irruzione in quanto classe storica mondiale, così come la sua sconfitta o la sua vittoria, dipende solo da questo.
Fintantoché l'altro viene vissuto, in pratica, come causa di impotenza, di negazione dei desideri e dei bisogni, come impedimento alla sopravvivenza nella competizione di ciascuno contro tutti per la sottomissione alla proprietà privata dei mezzi di vita, non esiste la benché minima possibilità di spezzare l'atomizzazione e l'isolamento. E i tentativi di romperlo per mezzo della «forza di volontà», delle «giuste idee»  o attraverso l'attivismo non fanno altro che riprodurre solo quelle che sono le identiche circostanze, tutt'al più creando una competizione moralistica ancora più insopportabile, introducendo così nella soggettività umana un livello ancora più estremo, quello del «fare per fare», la «produzione per la produzione», la sussunzione reale sotto il capitale.
Alla libertà, che consiste nell'affermazione pratica delle forze produttive della specie umana, il capitale contrappone la libertà fittizia del libero arbitrio, la libera scelta, la libera volontà. Questa libertà immaginaria è il modo in cui esso sottomette e adatta la soggettività umana alla separazione di capacità e necessità, che vengono violentemente separate per mezzo della privazione di quelli che sono i loro mezzi (proprietà privata). Questa pseudo-libertà serve a rivolgerli contro sé stessi, trasformando in forze distruttive quelle che sono delle forze produttive, mediante l'accumulazione di lavoro morto, rendendoli dei servi attivi dell'imperativo di scegliere fra quelle che sono le innumerevoli opzioni di sottomissione e di sfruttamento che il capitale presenta al fine di riprodursi indefinitamente. Le facoltà e i bisogni umani vengono creati, si producono e si sviluppano nelle condizioni di esistenza materiale che esse stesse stanno trasformando, vale a dire, nella prassi. Nel far questo, esse producono sé stesse, facendo emergere, in questa trasformazione, facoltà, potenzialità, desideri e necessità inedite, scoprendo così potenziali inimmaginabili ed impossibile nelle condizioni precedenti. Non esiste scelta libera. Scegliere, per definizione, è scegliere fra cose già note, già esistenti: fra elementi che compongono lo stesso status quo. Nella vera libertà, al contrario, non si sceglie niente, non viene selezionato niente di ciò che è possibile, ma, trasformando quelle che sono le condizioni nella loro totalità, ecco che irrompe ciò che viene sempre considerato come rigorosamente impossibile.
Ciò implica che non ha alcun senso il fatto che la teoria comunista venga fatta competere con le altre teorie, affinché possa essere scelta dagli sfruttati, non ha senso che venga resa popolare, che venga fatta diventare «virale». Visto che, come abbiamo visto, non è dalla libera scelta dei proletari che nasce e si sviluppa la loro lotta, la loro libertà, la loro autonomia, ma dalla crescita materialista della loro capacità di agire (dalla loro capacità di affermare i loro desideri nella pratica, di soddisfare le loro necessità, di svilupparle associandosi come classe senza frontiere contro la dittatura del capitale), la quale è indistinguibile dalla crescita della loro capacità di pensare in maniera autonoma. Ed è solo come espressione di tutto questo che ci si può appropriare della teoria comunista  secondo quelli che sono i suoi stessi termini, anziché declassarla riducendola ad essere una delle tante nella società dello spettacolo. In altri termini: è dalla prassi comunista che nasce la necessità di appropriarsi delle teorie presenti e passate che hanno a che fare proprio con tale prassi. Allo stesso tempo, tutte queste teorie vanno criticate, liberandole dagli aspetti distorti del passato, in modo da sviluppare la teoria della sua prassi concreta, la conoscenza di ciò che è oggettivamente necessario fare per distruggere la società capitalista e liberare la strada affinché il processo dell'irruzione dell'impossibile arrivi fino in fondo.
Tutto questo implica che, nei lunghi periodi di incapacità pratica, come quello attuale (di profonda sconfitta del proletariato), la minuscola minoranza che prende partito per il comunismo sviluppi delle teorie la cui unica importanza sia quella di comporre un'analisi radicale della società capitalista, di come muta il dominino e lo sfruttamento, e, soprattutto, della situazione delle necessità e delle facoltà umane. Sono queste che, di tanto in tanto, ma prima o poi, irrompono come forze produttive selvagge, anche perché il capitale è destinato ad invocarle periodicamente per poter espandere le condizioni materiali di intensificazione dell'accumulazione, liberando senza volere tali forze. Ma poiché ogni trasformazione delle condizioni di esistenza crea un'irruzione da parte dell'impossibile, dell'inaspettato e dell'imprevedibile, ecco che il capitale allora si vede costretto a lottare violentemente per addomesticare queste forze, per rivolgerle contro sé stesse, dal momento che minacciano di tracimare, di abolirlo, di superarlo.
A partire dalle analisi delle contraddizioni e delle potenzialità che si sviluppano nella società capitalista, la teoria attualizza il programma comunista, che non è altro che uno sforzo di sintesi (sempre incompleto, fino a che il capitale e lo Stato non saranno aboliti) delle necessità pratiche oggettivamente indispensabili (e, come abbiamo visto prima, tutte rigorosamente impossibili) per poter superare le attuali società di classe.
Ad esempio, di fronte al fatto che scioperi, proteste e occupazioni devono essere addomesticati e canalizzati da parte delle diverse fazioni della classe dominante che concorrono fra di loro per dirigere sia il lavoro salariato che il capitale e lo Stato (a partire dai burocrati di sinistra e di destra, fino ad arrivare alle varie fazioni legali ed illegali del capitale nazionale ed internazionale, ai capitalisti finanziari, commerciali e industriali), appare comprovato come oggi sia un'illusione supporre che queste tattiche possano portare a delle graduali riforme capitalistiche a favore dei lavoratori (ad esempio, quelle in direzione di un «welfare»). Contro una simile illusione, i comunisti prendono posizione affermano la necessità oggettiva di superare queste vecchie tattiche, sostituendo lo sciopero con la tattica della produzione libera, la quale, insieme al suo diffondersi con rapidità in maniera esponenziale ed incontenibile in tutto il mondo, abolisce immediatamente l'impresa e il posto di lavoro. Questa rapidità è necessaria per abolire la divisione del lavoro - vale a dire, le condizioni di esistenza della merce, dello Stato e del capitale - prima che il capitale possa avere il tempo di studiare e mettere in atto la reazione, e questo prima che le scorte si esauriscano obbligando a scambiare - compravendere - per ottenere prodotti fabbricati in altre parti del mondo di cui si rimarrebbe privati, oppure che costringerebbe a competere in modo che i prodotti possano essere scambiati vantaggiosamente, riproducendo così al loro interno, necessariamente, lo sfruttamento e la società di classe. Si tratta di sopprimere la proprietà privata dalle condizioni di esistenza universalmente interconnesse (le catene di approvvigionamento e i mezzi di produzione e di distribuzione globali), con l'obiettivo di abolire ogni e qualsiasi sistema di ricompense e punizioni, liberando le forze produttive rendendo la comunità umana globale espressione dei desideri, dei bisogni e delle capacità umane in quanto fine in sé.

Humanaesfera - Pubblicato nel luglio 2018 -

NOTE:

[*1] - Una breve storia sintetica di come è stata creata Internet, e di come, praticamente per caso, i suoi protocolli fondamentali di comunicazione vennero sviluppati da parte di hacker che collaboravano, in una prospettiva universalista, volontariamente, alla Internet Engineering Task Force, dove ogni risorsa doveva essere libera ed ugualmente accessibile da chiunque nella rete, può essere trovato in questo testo: http://www.metamute.org/editorial/articles/immaterial-aristocracy-internet

[*2] - A proposito di alcune evidenti potenzialità di Internet , a partire delle quali il proletariato può abolire la proprietà privata e lo Stato, creando il comunismo generalizzato si veda: http://humanaesfera.blogspot.com.br/2016/01/contra-metafisica-da-escassez_85.html

[*3] - Negli anni 2000, fra le altre cose, è emersa una tendenza tecnocratica la quale predicava che lo sviluppo delle stampanti 3D avrebbe traghettato il mondo «offline» verso il «comunismo» di Internet, causando una rivoluzione tecnica che avrebbe abolito il capitalismo (per esempio, quest'idea è stata difesa da  Adrian Bowyer, Jeremy Rifkin, Paul Mason, e Alex Williams). Riassumendo, l'idea era la seguente: la generalizzazione delle stampanti 3D avrebbe permesso a chiunque di produrre qualsiasi cosa volesse, usando progetti e modelli digitali creati liberamente dagli utenti e resi disponibili gratuitamente su Internet. Le stampanti stesse sarebbero state riprodotte in maniera esponenziale, allo stesso modo, da altre stampanti 3D, in modo che chiunque avrebbe potuto averne gratuitamente una. Questo perciò avrebbe portato a mettere fine alla necessità di scambiare merci, e quindi alla fine del denaro, alla fine della proprietà privata dei mezzi di vita, e di conseguenza alla fine del capitale. L'ideale perfetto sarebbe stato quello di sviluppare una stampante 3D molecolare, che avrebbe prodotto qualsiasi materia prima ed avrebbe costruito qualsiasi cosa a partire dagli atomi di idrogeno, che sono la cosa più abbondante dell'universo. In questa visione, l'equivoco, così come in ogni tecnocrazia, in realtà è quello per cui essa attribuisce alla tecnica un potere immaginario, che presuppone proprio quello che è il feticismo della merce stessa, nella quale la tecnica, le cose e i mezzi di produzione vengono visti come se fossero qualcosa che posseggono in sé una virtù propria, autonoma, separata dalle relazioni sociali , e determinante. In realtà, è il concetto stesso di «tecnologia» - vale a dire, di una logica autonoma che regolerebbe le tecniche indipendentemente dalle relazioni sociali, indipendentemente dalle necessità e dalle capacità umane e dalla lotta di classe - a non essere altro che un sinonimo del capitale, il movimento autonomo del lavoro morto.

[*4] -  Si veda: "Absolute Property", di G. Kay e J. Mott; "L'Anti-Edipo". di Deleuze e Guattari. Ma anche il concetto di composizione di classe, sviluppato dall'Autonomia Operaia italiana negli anni 1960-1970. "Segni e macchine. Il capitalismo e la produzione", di Maurizio Lazzarato, ma anche "I Grundrisse" di Marx, così come "Bozza di un articolo sul libro di Friedrich List", sempre di Marx:
«L'industria può essere vista come un grande laboratorio in cui l'uomo prende per la prima volta possesso delle proprie forze e delle forze della natura, oggettivando sé stesso e creando per sé stesso le condizioni per un'esistenza umana. Quando l'industria viene considerata in questo modo, si astrae dalle circostanze in cui essa oggi opera, ed in cui esiste come industria; non è un punto di vista portato dall'interno dell'epoca industriale, ma al di sopra; l'industria viene considerata non per quello che essa oggi è per l'uomo, ma per quello che l'uomo di oggi è per la storia umana, per cosa egli è storicamente; non è la sua esistenza presente (non è l'industria come tale) quella che viene riconosciuta, ma piuttosto il potere che l'industria ha senza volerlo e senza saperlo, il potere che la distrugge e che crea le basi per un'esistenza umana. [...] Questa valutazione dell'industria è perciò allo stesso tempo il riconoscimento che per essa è arrivata l'ora di essere abolita, ovvero è arrivata l'ora per l'abolizione delle condizioni materiali e sociali in cui l'umanità ha sviluppato le proprie abilità in quanto schiava. Nel momento in cui l'industria non viene più considerata come un interesse usuraio, ma così come lo sviluppo dell'uomo, l'uomo, invece che dall'interesse usuraio, è fatto dal principio e quello che l'industria potrebbe sviluppare soltanto in contraddizione con l'industria stessa fornisce le basi che sono in armonia con quello che dev'essere sviluppato. [...] La scuola di Saint-Simon ha glorificato in ditirambi la potenza produttiva dell'industria. Le forze che l'industria chiama all'esistenza vengono accomunate all'industria stessa, che è come dire, alle attuali condizioni di esistenza che l'industria impone a queste forze. [...] Questa valutazione dell'industria è perciò allo stesso tempo il riconoscimento che per essa è arrivata l'ora di essere abolita, ovvero è arrivata l'ora per l'abolizione delle condizioni materiali e sociali in cui l'umanità ha sviluppato le proprie abilità in quanto schiava. Nel momento in cui l'industria non viene più considerata come un interesse usuraio, ma così come lo sviluppo dell'uomo, l'uomo, invece che dall'interesse usuraio, è fatto dal principio e quello che l'industria potrebbe sviluppare soltanto in contraddizione con l'industria stessa fornisce le basi che sono in armonia con quello che dev'essere sviluppato.» ("Bozza di un articolo sul libro di Friedrich List", di Karl Marx).

[*5] - Questa manipolazione behaviorista deve molto ad un campo di studio accademico, quello della cosiddetta psicologia cognitiva e che esiste dagli anni '80 e che viene chiamata «gestione dell'attenzione» o «economia dell'attenzione», il cui obiettivo è manipolare la percezione e la cognizione della popolazione mettendola al servizio dell'accumulazione del capitale. Le reti sociali sono state progettate da imprese che hanno usato questa «scienza», in modo che gli utenti focalizzano la loro attenzione su di esse, trascurando tutto il resto.

[*6] - Come  Linux, Apache, PHP, MySQL, Python, wiki, ecc.

[*7] - http://www.metamute.org/editorial/articles/infoenclosure-2.0 , questo testo, scritto in quel momento descrive cosa stava accadendo. Si veda anche: https://libcom.org/library/fetishism-digital-commodities-hidden-exploitation-cases-amazon-apple

[*8] - La comunità del software libero e quella del software open source, cui gli hacker aderivano volontariamente contro la proprietà privata dei software, contro il dominio delle imprese e dello Stato (peraltro, è stato grazie a tale proposito da parte degli hacker, che sono stati creati i protocolli di comunicazione, che sono il fondamento del World Wide Web e di Internet), sono state svuotate e la funzione svolta precedentemente da loro è stata sostituita in maniera schiacciante dalle imprese di «startup». Qui, una massa di giovani («nerd») viene direttamente finanziata dal capitale per creare «innovazioni», sviluppando così sempre più modi di lucrare e «monetizzare» tutto quello che fino ad allora non aveva potuto essere sottomesso alla proprietà privata.

[*9] - Il segnale trasmesso nelle vecchie reti analogiche delle telecomunicazioni, si degradava ad ogni ri-trasmissione, a ciascuna copia, sommando al segnale ricevuto il rumore accumulato per tutto l'intero percorso, dall'inizio alla fine. Al contrario, il segnale trasmesso nelle reti digitali viene rigenerato  nella sua esatta forma originale, a ciascuna copia e ad ogni ritrasmissione, dal momento che la trasmissione non più un segnale continuamente variabile (ossia, analogico), bensì un segnale binario (cioè, digitale , formato da «zero e uno»). Pertanto, è necessario che nel segnale vengano ricevuti solo questi due livelli discreti, che servono a rigenerarlo o a copiarlo, il che permette di scartare il rumore esistente fra i due livelli Oppure, misurarlo, correggerlo, per mezzo di calcoli  o, se la relazione fra segnale e rumore è molto bassa, scartare il segnale e sollecitare un rinvio, e tutto questo in maniera automatica), mentre nell'era analogica era necessario rilevare l'intera forma d'onda dei livelli in continua variazione, cosa che rendeva impossibile distinguere il segnale originario dal rumore  che veniva aggiunto dal mezzo di trasmissione (di conseguenza, nell'era analogica, il segnale originale senza rumore era necessariamente proprietà privata di chi stava trasmettendo verso i destinatari, mentre nell'era digitale, questa base fisica della proprietà privata dell'informazione è stata intrinsecamente superata, dal momento che tutti possono avere la copia esatta dell'originale). Inoltre, diversamente da come avveniva con la vecchia trasmissione analogica, una volta stabilita una rete di trasmissione digitale , il consumo di energia necessario a rigenerare (recuperare il segnale binario originale, correggere gli errori, ecc.) e a ritrasmettere il segnale digitale in tutti le connessioni fisiche (cavi sottomarini, fibre ottiche, satelliti, cavi elettrici, radio a micro-onde) è sempre lo stesso, indipendentemente dal fatto che gli utenti si stiano trasmettendo o meno informazioni l'un l'altro. Poiché le connessioni hanno sempre la loro banda occupata da simboli i «zero e uno» a causa dei protocolli di controllo dei livelli 1 e 2 (livello fisico e livello di collegamento) del modello OSI (un'eccezione è quella costituita da alcuni sistemi di radio a micro-onde, che usano uno schema di larghezza dinamica della banda base, e che non è in funzione di una minore o maggiore trasmissione di informazioni per gli utenti, ma è in funzione della relazione segnale-rumore sul mezzo di propagazione del segnale, ossia, l'atmosfera terrestre che varia continuamente). La variazione del consumo di energia si verifica solo nel processo di informazione, il quale si concentra prevalentemente nel computer dell'utente (livelli 4,5 e 6 del modello OSI) e nei router (livello 3 del modello OSI), ma anche così la variazione è insignificante.

[*10] - Il libro "Teoria del Drone". di Gregoire Chamayou (Derive Approdi), esplora le implicazioni dei sistemi di vigilanza totale, e la loro relazione con la repressione e la guerra.

[*11] - Su questo, un testo interessante può essere "Style Is an Algoritm ( https://www.racked.com/2018/4/17/17219166/fashion-style-algorithm-amazon-echo-look )

[*12] - Si veda su questo: "Uberizzazione del lavoro: sussunzione reale della viralità" ( http://passapalavra.info/2017/02/110685 ). E inoltre anche il libro di Adam Greenfield, "Tecnologie radica. Il progetto della vita quotidiana" (Einaudi), che esamina fondo le implicazioni, per la vita quotidiana, di una serie di tecnologie, come lo smartphone, l'Internet delle cose, la realtà aumentata, la fabbricazione digitale, la cripto-valuta, il BlockChain, l'automazione, l'apprendimento attraverso le macchine e l'ntelligenza artificiale.

[*13] - Per capire come tutte queste «novità» si limitano a reiterare e ad intensificare tendenze della società capitalista che sono emerse dopo la sconfitta delle lotte proletarie del 1968, e dopo la crisi della redditività che dura dagli anni '70 e arriva fino ad oggi, si veda questo testo del 1988 che rimane incredibilmente attuale: Il capitolo "I frammenti del capitale", dal libro "Contrattempo - Saggi su Alcune Metamorfosi del Capitale", di  Eric Alliez, Michel Feher, Didier Gille, Isabelle Stengers e con una postfazione di Félix Guattari, pubblicato nel 1988 da Derive Approdi, descrive le enormi trasformazioni che la società capitalista stava attraversando nei decenni 1960-1980.
Circa il sonno, si veda il libro di Jonathan Crary, "24/7. Il capitalismo all'assalto del sonno" (Einaudi).

[*14] - Si veda, di Brian Ashton, La logistica e la fabbrica senza mura ( http://humanaesfera.blogspot.com/2013/03/a-logistica-e-fabrica-mundial.html ).

[*15] - Questa sottomissione alla classe proprietaria che sembra rendere i lavoratori piccoli dei capitalisti, imprenditori, capitale umano, piccolo-borghesi, porta anche a quella che, da parte dei lavoratori, è una lotta illusoria, una sorta di proudhonismo. Questa illusione presuppone che, per realizzare i suoi interessi, basterebbe farla finita con i monopoli delle grandi imprese, e stabilire una società di piccoli produttori (autogestione) che, grazie alle App, scambierebbe fra di esse, le merci «secondo giustizia», stabilendo quello che è il «giusto valore» che remuneri ciascuno. Ma tutto questo è illusorio in quanto lo scambio delle merci è una relazione sociale che, indipendentemente dalla volontà e dalle buone intenzioni, implica la competizione (in modo che si comprino le merci di uno al posto delle merci di un altro, e che si compri a buon mercato e si venda a caro prezzo, ecc.) Competizione e monopoli sono solo dei semplici aggettivi della proprietà privata, che presuppongono la privazione della proprietà, vale a dire, la proletarizzazione, e quindi il lavoro salariato, l'accumulazione del capitale, la classe capitalista, lo Stato... Quanto al valore, anch'esso è una relazione sociale che non dipende dalla volontà o dalle buone intenzioni: il valore è il comando che una proprietà  privata, attraverso la competizione, ottiene sul lavoro altrui, facendo sì che chi compra debba lavorare al massimo per poter comprare (vale a dire, che la sua merce divenga equivalente al massimo del lavoro astratto della società, in cambio del minino del lavoro minimo di quella società), oltre ad imporre che gli stessi lavoratori lavorino al massimo, in cambio del minimo, per tentare di vincere la concorrenza), Perciò, questa illusione va sempre apertamente contestata nelle lotte dei lavoratori.

[*16] - Nel libro di Nick Srnicek, "Platform Capitalism", questa nuova configurazione della società capitalista viene chiamata «capitalismo delle piattaforme». Secondo lui, le piattaforme si caratterizzano per l'estrazione dei dati della società, come materia prima per poterne trarre profitto. Classifica cinque tipi diversi di piattaforma: «L'elemento che conta è che la classe capitalista sia proprietaria della piattaforma, e non necessariamente che essa produca un prodotto fisico. Il primo tipo è quello delle piattaforme di propagande (per es. Google, Facebook), che estraggono informazioni dagli utenti, fanno un lavoro di analisi, e quindi utilizzano i risultati di questo processo al fine di vendere spazio pubblicitario. Il secondo tipo è quello delle piattaforme «cloud» (ad es., AWS, Salesforce), proprietarie di hardware e di software che vengono usati da imprese che dipendono dall'economia digitale, e che li affittano secondo le necessità. Il terzo tipo è quello delle piattaforme industriali (per es., GE, Siemens), che fabbricano hardware e software necessari a trasformare la produzione tradizionale  in processi connessi mediante Internet che riducano il costo di produzione e trasformino i prodotti in servizi. Il quarto tipo è quello delle piattaforme di prodotti (per es., Rolls Royce, Spotify), che generano reddito utilizzando altre piattaforme per trasformare prodotti tradizionali in servizi, ottenendo il pagamento degli affitti, o sottoscrivendo abbonamenti. Infine, il quinto tipo è quello delle piattaforme snelle (per es., Uber, Airbnb), che cercano di ridurre la loro proprietà patrimoniale al minimo, lucrando sulla riduzione al massimo dei costi. Queste divisioni analitiche funzionano spesso insieme all'interno di ciascuna impresa. Amazon, per esempio, viene vista spesso come una compagnia di commercio elettronico, sebbene si sia rapidamente estesa come una compagnia di logistica. Oggi, si sta espandendo nel mercato on-demand (lavoro su domamda) con un programma di Home Service (lavoro a casa) in collaborazione con TaskRabbit, mentre la famigerata azienda Mechanical Turk (AMT) è stata per molti versi un pioniere della gig economy (economia dei lavoretti) e, cosa forse ancora più importante, sta sviluppando Amazon Web Service, come servizio basato sul «cloud». Pertanto, Amazon copre quasi tutte le categorie descritte sopra.»

[*17] - Felix Guattari, Eric Alliez e Maurizio Lazzarato fanno uso dei concetti di assoggettamento sociale (tradotto anche come soggezione sociale) e servitù macchinica (tradotto anche come soggezione macchinica) e servitù macchinica (tradotto anche come schiavizzazione macchinica), per descrivere questa modifica del dominio. Seconda tale ipotesi, negli ultimi decenni, la tendenza è quella che la società capitalista smette di legittimarsi presentandosi come affermazione di libertà del soggetto  che attraversa volontariamente vari compartimenti della società capitalistica per assoggettarsi ad essi (la soggezione sociale). Questa libertà, che ha la soggettività di attraversare le compartimentazioni (quali, il tempo di lavoro e il tempo di riposo, la prigione e la libertà, la scuola e il tempo fuori dalla scuola), culminava nell'autonomia in quanto soggezione volontaria, diritti di cittadinanza, per mezzo dello Stato di Diritto e,     quindi, legittimazione da parte della società capitalista per quel che riguardava i diritti e le libertà democratiche, attraverso lo Stato  del benessere sociale ecc., visto come liberto ed esterni al dominio macchinico del capitale. A partire dagli anni '80, la società capitalista tende a trasmutare, ribaltando quelle che sono tutte queste compartimentazioni, nei confronti dei quali la soggettività che le attraversava veniva rappresentata come se fossero libera dal dominio, mentre ora si presentava immediatamente come servitù macchinica, che poi è esattamente quello che descriviamo in questo capitolo sulla massima utopia del capitale.






domenica 17 marzo 2019

Reliquie

Nelle sue "Memorie di un antisemita", Gregor von Rezzori parla di un mondo che in parte è anche quello di Joseph Roth o di Freud, oppure anche quello di scrittori posteriori, come Hermann Brochsono un figlio di sonnambuli», scrive von Rezzori, arrivato quasi alla fine delle "Memorie") e Döblin; ma dal momento che von Rezzori nasce nel 1914, la sua esperienza del periodo fra le due guerre è quella del bambino e dell'adolescente che ha vissuto come se fosse stato sepolto da quei preconcetti e pregiudizi che nella sua famiglia venivano trasmessi da una generazione all'altra. Von Rezzori cresce in un mondo già diviso ma che, tuttavia, celebra ancora il passato - la sua mentalità in formazione viene come colonizzata dal sentimento della nostalgia di un periodo che egli non ha vissuto direttamente, ma che lo circonda in forma fantasmatica (nelle fotografie, negli oggetti, nei racconti ripetitivi dei membri della famiglia). Ma la voce narrante, modellata dalla narrazione degli eventi in modo da poterli spiegare, è altrettanto forte del periodo storico che viene vissuto. Il narratore delle Memorie va avanti e indietro nel tempo , con ironia e mantenendo una profonda attenzione ai dettagli, dove si muovono gli innumerevoli parenti, i conoscenti, i vicini, gli artisti che via via incontra e perde poi di vista: «Lei ormai non viveva più nel suo stesso mondo, e a separarla erano le frontiere di sei nuovi Stati, e ben presto aveva smesso di parlare la sua lingua, ad accompagnarla rimaneva solo la vita di quelle persone amate e diventate sempre più distanti attraverso l'astrazione delle notizie che arrivavano per mezzo delle lettere, le quali, nel migliore dei casi, erano integrate dalle fotografie, oltre che dalle impressioni generali circa i cambiamenti introdotti dai nuovi tempi documentati dai reportage fotografici sulle riviste illustrate» (Gregor von Rezzori, Memorie di un Antisemita. Longanesi). Questo passaggio, che ci parla della proliferazione dell'Impero dopo la prima guerra mondiale, è interessante perché si avvicina e costituisce un approccio a questa segmentazione nazionale ed identitaria di quella che era un'incipiente cultura di massa, della quale, in quegli stessi anni, saranno tanti ad occuparsi (Benjamin, ovviamente, ma anche Warburg e Freud - come sostiene Jonathan Crary in "Suspensions of Perception: Attention, Spectacle and Modern Culture"). La vediamo innanzitutto nelle lettere, a volte accompagnate da delle fotografie e, ad un terzo livello, da ritagli di riviste illustrate.
Tutto questo va a formare quell'archivio personale - fatto di spostamenti e traumi che avvengono nel corso di generazioni - che poi sarà centrale per la narrazione di W.G. Sebald, per esempio, il quale in tutti i suoi romanzi cercherà di rintracciare tutte queste reliquie - fotografie, ritagli, diari, annotazioni, biglietti, ecc..

«L' Epiro, per partire dall' elementare, è l' Albania? E la Podolia dove sta, forse vicino alla Bucovina che appare e scompare dalle carte geografiche (un punto fermo: qui era nato il bravissimo e affascinante Gregor von Rezzori, l' autore di Un ermellino a Cernopol e delle Memorie di un antisemita)? Sfido chiunque a collocare da qualche parte questi quattro staterelli: Kartalia, Cahetia, Imeretia e Samtskhe. E i ruteni chi sono? Risposta: non lo sanno nemmeno loro, perché vivono in sei stati, la loro lingua può essere scritta in cinque differenti versioni, nell'alfabeto cirillico e in quello latino, e si considerano variamente ukraini, slovacchi, ungheresi, polacchi, rumeni, jugoslavi e anche carpato-rusyns, che non so cosa significhi. » (Stefano Malatesta, in "Mi manda Bisanzio", su La Repubblica del 27/7/1999)

giovedì 14 marzo 2019

Razionalità

Alcune sue teorie furono confutate solo nel Settecento, altre ancora dopo. La biologia di Aristotele (Stagira 383/4 a.C. – Calcide 322 a.C.) è studio scientifico di tutti i viventi, espressa attraverso trattati e trattatelli costituiti da appunti, dispense, opere interne alle aule del Liceo, non di prima mano del maestro. D’altra parte in tale veste ci sono giunte quasi tutte le opere aristoteliche, ben poco abbiamo di quelle rifinite, lineari, rivolte al pubblico esterno alla scuola. Dai trattati sui viventi dobbiamo aspettarci dunque un linguaggio a tratti aspro, ripetitivo, non sempre coerente, che molto fa rimpiangere l’assenza della voce di Aristotele che glossava, aggiungeva, spiegava. Siamo inoltre di fronte a due enormi novità: prima, non esisteva una scienza dei viventi, inoltre prima di Aristotele nessuna scienza era espressa in testi che non mescolassero diverse discipline, senza escludere la teologia e il sacro. Qui invece troviamo le Ricerche sugli animali, che descrivono quasi seicento specie diverse di animali direttamente osservati, classificati nelle Parti degli animali con la distinzione fondamentale tra ovipari e vivipari, nonché per esempio l’attribuzione di balene e delfini ai mammiferi, per il loro respirare tramite polmoni e non tramite branchie. La Riproduzione degli animali descrive la riproduzione sessuale, intesa come l’infusione attiva della forma da parte del maschio nella materialità della femmina. A brevi opere sulla percezione, la memoria, il sonno, i sogni, la lunghezza della vita e la respirazione segue il trattatello sul Moto degli animali, movimento che viene ricondotto alla forza di un assoluto primo immobile, necessario a ogni forma di mobilità.

(dal risvolto di copertina di: Aristotele. La vita. Bompiani)

L’Aristotele di Lanza e Vegetti, corpo dell’animale e lettura marxista
- di Massimo Stella -

La riedizione delle Opere biologiche di Aristotele tradotte, commentate e introdotte da Diego Lanza e Mario Vegetti (La vita, Bompiani «Il Pensiero occidentale», pp. 2496, euro 60,00) offre l’occasione di ricordare alla comunità dei lettori italiani (che già conoscono l’opera, che ancora non la conoscono, studiosi o cultori del mondo antico) l’importanza di questo imponente lavoro – uscito da Utet nel 1971 (2ª ed. 1996) per la collana «I classici della scienza» allora diretta da Ludovico Geymonat – nel panorama bibliografico internazionale dell’antichistica e, più in generale, della storia del pensiero occidentale. «Lavoro imponente» si diceva, lavoro fondamentale nella storia degli studi filologici, epistemologici, filosofici, quanto di rottura: è lo snodo cruciale tra anni sessanta e anni settanta, e per un certo tipo di intellettuale marxista, autenticamente radicale e libertario come lo furono convintamente durante tutta la loro attività Lanza e Vegetti, la tradizione umanistica, insieme al suo storicismo di matrice idealistica e al suo culto delle belles lettres rimodellato wilamowitzianamente da edificio scientifico dei realia, non poteva più convivere (per molti classicisti continuava e continua, invece, a farlo) con quella Kulturkritik che deriva la sua origine specifica dall’economia politica (prima ancora che dalla filosofia politica) di Marx. Lanza e Vegetti non erano certo figure disponibili al compromesso tra conformismo accademico e esercizio del pensiero. Ora come allora, dunque, non si può capire assolutamente nulla della loro ricerca intorno alle opere biologiche di Aristotele se non si parte da tale premessa, soprattutto perché proprio essa è la ragione strutturale e immediata dell’innovatività scientifica unanimamente riconosciuta dagli aristotelisti all’opera dei due studiosi. Ed è un’innovatività ancora oggi fiammante per quella sua impostazione marxista, della quale vorrei ricordare qui i punti essenziali.

I limiti linguistici e discorsivi
Innanzitutto, Lanza e Vegetti guardano ad Aristotele (come sempre, in generale, guardavano all’Antico) a partire dalla Modernità: non si tratta di un posizionamento storico (o tantomeno attualizzante) bensì analitico, nel tentativo di tracciare i limiti linguistici e discorsivi (entrambi condividevano l’archeologia foucaultiana) dell’osservazione e della riflessione di Aristotele sull’animale, sul funzionamento delle sue parti e della sua struttura – fermo restando il fatto, sia chiaro, che l’unico tratto di discontinuità tra l’animale e l’uomo è la sophia. Il costante riferimento alla biologia, alla fisiologia e alla zoologia moderne, tra Harvey e Linneo, tra Cuvier, Lamark e Darwin, è dunque essenziale ai due curatori per definire lo stile di razionalità (non dunque il «razionalismo») aristotelico nelle sue caratteristiche intrinseche insieme al linguaggio che gli corrisponde. Ne risulta che la biologia di Aristotele è un sapere antropologico, calato nella memoria collettiva, e tuttavia dislocato dalla teoria e dal teorico sull’ulteriore livello dell’argomentazione. Ciò significa riconoscere alla biologia di Aristotele lo statuto di pensiero scientifico, nel quadro, però, di una prospettiva completamente differente da quella positivista ed evoluzionista, sostenuta, ad esempio, da Jaeger. Piuttosto e alternativamente, la biologia aristotelica, nella lettura di Lanza e di Vegetti, ci restituisce il lato fenomenologico della scienza, cioè il movimento teoretico-linguistico interno a un sapere dell’esperienza che, tutt’al contrario e in modo decisamente retrogrado, l’umanesimo storicista considera risolto nella verifica.
A questo proposito, Lanza e Vegetti sottolineano che la linea di demarcazione spesso tracciata tra scienza moderna e scienza aristotelica dagli odierni epistemologi sul filo della speculazione finalistica è una forzatura dovuta al peso della tradizione medievale, perché la dottrina biologica di Aristotele non si fonda tanto sulla causalità finale, quanto piuttosto sulle modalità causali. La vita stessa, secondo Aristotele, non è altro se non una particolare forma o struttura assunta dalla materia. E si tratta di un elemento particolarmente importante da sottolineare, in questa sede, soprattutto per spirito di servizio ai lettori, perché il titolo editoriale della riedizione Bompiani è, come detto: Aristotele, La vita (formula che scarta dal denotativo titolo Utet Opere biologiche). Lanza e Vegetti sono molto chiari nel merito: la scienza biologica di Aristotele non si pone, infatti, il problema della «vita», nell’accezione «vitalistica» del termine, l’anima stessa essendo semplicemente la struttura funzionale del corpo. E d’altra parte, per Lanza e per Vegetti, la conciliazione tra l’Aristotele biologo e l’Aristotele metafisico è un atto di pura falsificazione. Piuttosto, c’è uno psichismo tutto biofisiologico del corpo animale legato alle funzioni della percezione e della memoria: ed è Lanza in particolare a studiare da vicino, nelle sue note di commento e nelle introduzioni alle opere psicologiche, i processi di acquisizione conoscitiva (dall’esterno verso l’interno del corpo) e quelli che, invece, si originano in un impulso (dall’interno del corpo verso la realtà esterna), veri e propri dinamismi psicomotori in cui è possibile riconoscere un’interessante anticipazione del concetto ben più recente di «stimolo nervoso».
C’è poi l’altra importante intuizione aristotelica intorno al legame tra l’attività psicomotoria e l’immaginazione: vista dalla parte della macchina corporea, l’immaginazione non è il gioco del «fantasticare», bensì il prodotto dell’incontro e dell’intreccio tra esperienza somatica e rielaborazione emotiva di quella stessa esperienza. Ne è un chiaro esempio il funzionamento del ricordo, descritto da Aristotele nel De memoria come il vorticare di una forma in un fluido, posto che l’equilibrio dei fluidi (e soprattutto del sangue) è il perno della fisiologia aristotelica. Possiamo davvero dire, dunque, che, nell’intero panorama del mondo antico, è proprio Aristotele a scoprire il corpo nella sua natura strutturalmente mista di biologico e di pulsionale, aprendo, di fatto, problemi che soltanto, per un verso, le ricerche di Piaget (la sua psicogenesi della conoscenza, i suoi studi sulla costruzione dell’intelligenza e sulla capacità mimetica umana), e, per l’altro, la psicoanalisi pre-freudiana e freudiana avrebbero esplorato fecondamente a cavallo tra XIX e XX secolo (sia detto incidentalmente: se l’attuale trend neuroscientifico degli studi letterari ritornasse all’Aristotele «psicologo», ci guadagnerebbe in apertura).

Contro ogni accademismo
Questa riedizione Bompiani, con l’aggiornamento bibliografico a cura di Giuseppe Girgenti e una bibliografia degli scritti di Diego Lanza e Mario Vegetti, ha il merito di rendere nuovamente e materialmente disponibile in libreria per il grande pubblico le Opere biologiche apparse da Utet (Ricerche sugli animali, Le parti degli animali, La locomozione degli animali, La riproduzione degli animali, Parva naturalia, Il moto degli animali, tutte con testo greco a fronte) e di tenere viva la testimonianza di un lavoro che rappresenta, al di là del suo altissimo apporto specifico agli studi aristotelici, un esemplare saggio di metodologia marxista senza obbedienze diplomatiche o fideistiche a nessun accademismo culturale e politico. Credo che oggi – in questi nostri tempi di «caduta delle ideologie» e, per fatale conseguenza, di studi «alla moda» i cui risultati sono sempre più spesso oggettistica di mercato e poco più che rassegne bibliografiche aggiornate all’ultima segnalazione google – sia importante ribadirlo: un’opera scientifica che resti fondamentale e duratura non è mai costruita primariamente sull’informazione e sul rispecchiamento delle tendenze en vogue, e nemmeno sulla pur nobilissima erudizione, ma su esatte scelte di pensiero che posizionino lucidamente lo sguardo critico a distanza strategica dalla struttura dei fatti e dei fenomeni analizzati.

- Massimo Stella - Pubblicato sul Manifesto del 3/2/2019 -

mercoledì 13 marzo 2019

Antisionisti ??!!??

Riflessione sul termine «antisionismo»
- di Vincent Présumey -

Proibire che ci si possa dichiarare «antisionisti», o associare l'antisionismo all'antisemitismo all'interno di una definizione normativa che abbia portata giuridica, è ovviamente una provocazione che non si rivolge all'antisemitismo, bensì alla libertà di espressione e alla libertà politica, e quindi dev'essere combattuta in quanto tale. Ma questo vorrebbe forse dire che non ci sia niente che debba essere chiarito per quel che riguarda la relazione antisionismo/antisemitismo? Certamente no.
Rivolgendosi soprattutto a quei militanti che si considerano anticapitalisti e rivoluzionari, le riflessioni che seguiranno intendono far saltare gli schemi di pensiero che vengono ritenuti dogmi, nel contesto di quello che è un terreno «scottante». Suggerendo però che anche quei compagni che soggettivamente detestano con la massima sincerità l'antisemitismo, sono tuttavia prigionieri di rappresentazioni che, in ultima analisi, lo rivelano; potrebbe anche offenderli. Ma si tratta di un male necessario. Stando così le cose, si richiede di fare attenzione, in quanto questo piccolo testo non parla dell'antisemitismo in quanto tale, ma di una questione ad esso connessa, e col quale ha a che fare.
In realtà, «antisionismo», «antisionisti» sono dei termini polisemici e ambigui. Innanzitutto, bisogna prima scartare anticipatamente quelli che sono i loro significati «deboli». Criticare la politica del governo israeliano, criticare a lungo termine, al di là del governo, la politica dello Stato israeliano, e denunciare in particolare l'occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme, il blocco della striscia di Gaza, e l'occupazione del Golan; ecco quelle che sono delle posizioni che vengono frequentemente definite come «antisioniste», ma che non lo sono necessariamente, in quanto vengono sostenute perfino sia dai sionisti di sinistra, dai sionisti moderati, e addirittura da quei sionisti che si collocano nella continuità con l'Israele precedente al 1967, e che rifiutano ogni logica relativa alla «grande Israele».
Ci sono altri sionisti che, al contrario, sono all'interno di una simile logica, e che ne hanno fatto - come Netanyahu, l'erede politico di Jabotinsky - un'opzione etno-religiosa ad orientamento segregazionista, se non peggio. Rispetto ai loro oppositori, questi ultimi sono degli «antisionisti», ma lo sono solo relativamente ad essi. Fa loro molto comodo che la critica di quella che è la loro politica razzista venga definita antisionista, o perfino «antisemita». E, fra parentesi, questo vale anche per coloro il cui «antisionismo» è effettivamente antisemita.
Va aggiunto che questo significato «debole» del termine - in realtà improprio - rimane anche quando le critiche e le rivendicazioni rivolte allo Stato di Israele si riferiscono a degli eventi precedenti al 1967, e che attengono ad una vera e propria uguaglianza di diritti per gli abitanti non ebrei di Israele, arabi o drusi, a partire dal riconoscimento della Nakba (espulsione in massa dei palestinesi arabi, musulmani o cristiani, avvenuta nel 1947), che comporta un diritto al risarcimento, se non al ritorno che va effettuato in condizioni da stabilire: si tratta di una rivendicazione democratica, analoga a quella dei discendenti dei tedeschi espulsi dai Sudeti, o dalla Silesia e dalla Pomerania, ed altrove nell'Europa centrale ed orientale, alla fine della seconda guerra mondiale. Tale rivendicazione democratica chiama sicuramente in causa dei caratteri strutturali dello Stato di Israele, ma non necessariamente la sua esistenza e, in questo senso, non è «antisionista». E ciò in quanto il vero senso di «antisionista» - a differenza degli usi impropri del termine di cui abbiamo appena discusso - è la messa in discussione dell'esistenza di questo Stato, e quindi la prospettiva della sua distruzione assunta positivamente. Per un attivista che si consideri in maniera del tutto sincera come un rivoluzionario e come ostile all'antisemitismo, questa posizione può essere riassunta nel modo seguente: lo Stato israeliano è di natura particolare, non perché sia ebreo, ma in quanto impostato in maniera coloniale, e in controtendenza, nel momento in cui altrove è in corso la decolonizzazione. Basandosi sulla negazione dei diritti nazionali dei palestinesi, o perfino della loro esistenza, si è costituito in maniera predatoria e si perpetua continuando questo processo predatorio nei territori occupati, e sviluppando una logica sempre più militare, reazionaria, etnico-nazionalista, che contraddice sicuramente gli ideali affermati dal primo sionismo in quelle che erano le sue componenti maggioritarie, ma che inevitabilmente non poteva svilupparsi se non in questo modo. I suoi leader sono arrivati al punto di investire sull'antisemitismo e si sono alleati a correnti cristiane evangeliche nordamericane ultra-reazionarie e bellamente antisemite, che vorrebbero vedere tutti gli ebrei in Israele. Per tutte queste ragioni, questo Stato dev'essere distrutto, in favore di una repubblica palestinese laica e democratica, nella quale i discendenti dei coloni sionisti potranno liberamente diventare dei cittadini realmente liberi, poiché «un popolo che ne opprime un altro non può essere libero» (Marx).

L'«antisionismo», così come l'ho appena presentato, non è per niente maggioritario, ma un simile schema costituisce, in qualche modo, l'alibi di ogni antisionismo assai meno «puro»: anticolonialista, laico e democratico. Si tratta di un alibi, rafforzato dal fatto che un certo numero di ebrei condividono effettivamente queste posizioni, soprattutto all'interno della diaspora, una minoranza attiva di estrema sinistra.
Questa posizione, apparentemente impeccabile, pecca, tuttavia, su alcuni punti decisivi.
L'argomento che gli viene di solito opposto, merita di essere preso in considerazione, ma è però il più debole. È quello della cosiddetta «prescrizione». Il progetto sionista avrebbe dovuto essere denunciato in anticipo, così come avevano fatto i rivoluzionari ebrei, ivi compresi quei rivoluzionari ebrei che difendevano la costruzione di una nazione ebraica, ma extraterritoriale, vale a dire il «Bund», che venne distrutto prima da Hitler, soprattutto, e poi da Stalin; lasciando così campo aperto alle correnti sioniste. Ma ormai la cosa è fatta: questo Stato esiste, e se in generale i suoi abitanti hanno una forte mentalità colonialista, non sono principalmente dei coloni, ma ne sono gli abitanti, una popolazione mediorientale, la nazione ebraica-israeliana - la quale non è organicamente legata ad una nazione occidentale colonizzatrice che potrebbe servirle da «ritirata» in caso di espulsione, diversamente da come accadde per il «pieds-noirs» dell'Algeria francese, per esempio.
Visto sotto l'angolatura della «prescrizione», questo argomento è debole, dal momento che un'ingiustizia che perdura non ottiene una sua legittimità. Si potrebbe dire che se fossero aboliti gli Stati prodotti direttamente da un'impresa coloniale, ciò riguarderebbe tutti quelli delle due Americhe, così come dell'Australia e della Nuova Zelanda. Tuttavia, per quanto deplorevoli, i genocidi e gli shock microbici, pur lasciando una questione indigena reale, hanno reso i colonizzati, o coloro che si ritenevano tali, minoritari (senza sviluppo).
Questo argomento è più forte, considerato dal punto di vista dei diritti delle persone attuali. In quanto individui, i bambini nati da uno stupro non devono essere loro a pagare. Per riprendere un paragone fatto prima, i pronipoti dei coloni in Israele/Palestina, che sfuggirono al post-Olocausto in Europa, non devono pagare per il furto subito dagli avi dei colonizzati e degli espulsi, più di quanto non abbiano pagato i pronipoti dei contadini polacchi espulsi dall'esercito sovietico e reinsediati al posto dei contadini tedeschi, per questo furto, anche se, in tutti e due i casi, dev'essere presa in considerazione la questione democratica del risarcimento e del riconoscimento, o perfino del diritto a ritornare. Ma c'è di più: questi individui formano quello che, ci piaccia o meno, è un gruppo nazionale, formano questa nazione ebraico-israeliana se vogliamo chiamarla così (la quale è ben lungi dal raccogliere in sé tutte le identità ebraiche, ma questa è un'altra faccenda). Perciò, la distruzione del «loro» Stato può avere come bersaglio unicamente - anche se non lo si vuole - la loro esistenza nazionale. In questa fase della nostra esposizione, riferirsi ad un paragone può essere illuminante.

Cronologicamente parlando, è esistito uno Stato che ha avuto una costruzione coloniale, perfino ultra-coloniale se vogliamo, che è stato anch'esso costruito «fuori tempo», relativamente alla decolonizzazione che si verificava altrove, e rispetto alla quale costituiva un'enorme baluardo di resistenza. Si tratta del Sudafrica. In quanto Stato dell'apartheid, che veniva teorizzato e cristallizzato ad un livello superiore rispetto alle misure analoghe che esistevano in Israele, il Sudafrica doveva essere «distrutto». Ma così non fu: l'apartheid venne abolito, nel momento stesso in cui cadde il muro di Berlino, grazie al rapporto di forza imposto dalla popolazione nera, maggioritaria, e grazie al sostegno di cui beneficiare nel continente africano e altrove. Questa abolizione però non ha regolato le questioni sociali  ed inestricabilmente «razziali» eridate dall'apartheid, ma oggi vede la lotta di classe svilupparsi nel contesto sudafricano, e non nella prospettiva della distruzione di quello Stato, cosa cui in un modo o in un altro si accompagnerebbe l'espulsione o il rimodellamento dei gruppi etno-nazionali privilegiati, bianchi anglofoni e afrikaners. Il fatto che gli antagonismi e le discriminazioni razziali non vengano cancellate e che rivivano sotto nuove forme non attenua,  bensì rafforza che sia interessante constatare che il cumulo delle rivendicazioni di uguaglianza per tutti con le richieste per un'emancipazione dei neri, ha fatto sì che non significasse «distruzione del Sudafrica» o «i bianchi a mare». Per questo, ciò ha significato una trasformazione profonda dello Stato che, del resto, è incompleto e incompiuto. La stessa cosa, sotto forme diverse, vale per tutti i paesi africani che rientrano nella sfera diretta di influenza del Sudafrica, uno dei quali fra l'altro (nel corso di questo processo, ma nel 1979) ha cambiato il suo nome da Rhodesia in Zimabwe. Se trasferiamo queste riflessioni su Israele, ciò significa che la realizzazione di tutte le rivendicazioni democratiche summenzionate non hanno corrisposto alla «distruzione dello Stato d'Israele», ma ad una sua fondamentale trasformazione strutturale.
Solo che questa fondamentale trasformazione strutturale non implica la dimensione secondo cui viene attaccata, in maniera fatale da grandi masse, con lo slogan di «distruzione dello Stato d'Israele», vale a dire la distruzione del gruppo nazionale ebraico-israeliano che si identifica con quello Stato. Al contrario, come elemento chiave, comporta il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione dei palestinesi. Quindi, la formazione di uno Stato palestinese. Perciò, non si tratta di «distruggere» Israele, ma di imporgli quella fondamentale trasformazione strutturale cui corrisponderebbe questo ricononoscimento e questa prossimità reale. Si tratta di un'esigenza realmente «di transizione», nel senso di una rivendicazione che porta più lontano ciò che viene detto nel corso di un primo approccio. Poiché la prossimità di due Stati laici e democratici potrebbe davvero portare ad una loro federazione, alla loro confederazione, perfino alla loro fusione, un modello per tutta la regione... Ovviamente è beninteso che la «distruzione di Israele» cementifichi i cittadini ebraico-israeliani in una logica da bunker coloniale, se non peggio. E questo mi porta ad affrontare due punti decisivi che devono portarci a condannare come politicamente reazionaria la posizione «antisionista» che si riassume nella formula della «distruzione dello Stato d'Isralele» (in cui la «Palestina unica, laica e democratica» dimostra di essere nient'altro che una copertura, un abito elegante ed una maschera avvenente).

Innanzitutto, se è assolutamente vero che lo Stato d'Israele è di natura coloniale, e quindi razzista, tendenzialmente etno-nazionalista e segregazionista, possiede tuttavia quella che è e rimane una specificità assoluta, che lo distingue radicalmente dal Sudafrica di prima del 1990, o dalle altre costruzioni coloniali, dal momento che la sua origine consiste nell'essere un fenomeno che ne ha fatto un rifugio per dei gruppi perseguitati. Tutto questo non conferisce alcuna legittimità alla predazione e alla repressione dei palestinesi. Tuttavia, rimane un dato imprescindibile, che ha avuto il suo culmine nell'arrivo dei rifugiati sfuggiti alla Shoah, e più precisamente dalla fuga dell'Europa centrale ed orientale che era stata resa inabitabile per quelli che erano sopravvissuti, ma, contrariamente a quel che per lo più si pensa, un tale dato di fatto era presente prima, ed ha continuato ad esserlo dopo, e lo è ora. Ovviamente, la Shoah è il punto centrale che lo rende ancora più imprescindibile, ma la cosa non si riduce a questo.
Prima della Shoah, il termine «patria nazionale» significava rifugio, ed il sionismo, in quanto movimento nazionale, è stato una reazione all'antisemitismo (e non deroga alla regola secondo cui la più parte dei fenomeni di costruzione nazionale sono legati alla reazione contro un'oppressione: e questo è anche il caso della nazione palestinese, costituita come reazione all'oppressione israeliana).
Dopo la Shoah e dopo la proclamazione di Israele, praticamente, tutti i paesi arabi tranne il Marocco e la Tunisia hanno messo in atto un'epurazione etnica, aperta o mascherata, che fa sì che i sefarditi si rifugiassero in Israele. Questo è stato anche il caso dei Falascià etiopi, degli ebrei dell'Unione Sovietica, e successivamente della Russia, la cui migrazione, soprattutto dopo il 1991, assume un aspetto economico, compiendo una svolta che tuttavia non cancella la sua dimensione di «rifugio», in quella che ne è la percezione da parte dei suoi attori. Questa costruzione, che avviene attraverso migrazioni successive, pone altresì dei problemi di «integrazione», se non addirittura di razzismo, all'interno del gruppo ebraico-israeliano, la cui coesione esige ancor più la mentalità di bunker coloniale.
La persistenza dell'antisemitismo è un fenomeno mondiale che non è direttamente legato all'esistenza di Israele, ma tale esistenza rende permanente il carattere di rifugio per quel che riguarda il territorio di quello Stato. E questo, che ci piaccia o meno, è una cosa che dev'essere presa in considerazione.
In relazione alla trasformazione democratica strutturale e fondamentale di cui si è parlato, essa ha come conseguenza che se anche un giorno dovesse arrivare perfino a nascere una Palestina/Israele laica e democratica ... non facendo seguito alla «distruzione di Israele», ma attraverso una transizione ai due Stati, ciò implicherebbe che avrebbe ancora questa sua specificità di essere un rifugio per gli ebrei; salvo considerare che, dopo tutto,  una Palestina/Israele laica e democratica non sarebbe né più né meno utopica della fine dell'antisemitismo, a livello globale, nel quadro di trasformazioni rivoluzionarie così tanto necessarie.
In secondo luogo, il tema della «distruzione dello Stato d'Israele» è condiviso anche da molti antisemiti e, nel settore mediorientale, viene sostenuto dall'Iran, da Hezbollah, da Hamas (cosa che non impedisce a quest'ultimo di essere oggettivamente sempre più alleato di Israele), e teoricamente è anche uno degli obiettivi di Bashar al-Assad (che ha massacrato molti più palestinesi di quanto abbia fatto Israele), ed è quindi fra i primi punti di un programma cosiddetto «antimperialista», e di fatto ultra-reazionario, di rimodellamento della regione. Una simile «distruzione» potrebbe anche essere accompagnata dall'epurazione etnica, dall'espulsione o dal massacro del gruppo nazionale ebraico-israeliano, la quale andrebbe di pari passo con dei massacri simili a quelli avvenuti in Siria, o come quelli avvenuti in Iraq, Turchia, Iran, che hanno preso di mira i curdi (per soprammercato, nel XX secolo, in Medio Oriente, si è già verificato un doppio genocidio che non è stato riconosciuto da nessuno dei regimi che sostengono di «combattere Israele», vale a dire di quello commesso contro gli armeni e gli assiri, o caldei, avvenuto nel corso della prima guerra imperialista mondiale). Pertanto, l'eventuale espulsione degli ebrei-israeliani, nella probabile eventualità storica della sua attuazione, non si annuncerebbe come una qualche sorta di sfortunata deviazione, che pareggerebbe costi e benefici, vista nel contesto di una vittoria antimperialista - simile a quello che è stato l'esodo dei «pieds-noirs» nel 1962 - ma piuttosto come il culmine di una regressione generalizzata.
Attenersi ad una «Palestina laica e democratica», mentre si nasconde la polvere di questa triste eventualità sotto il tappeto della rubrica delle inevitabili spese accessorie, dal momento che non sarebbe possibile fare una frittata senza rompere le uova, finisce per essere in realtà una posizione irresponsabile, in quanto reazionaria. A questo si aggiunge che l'espulsione-esodo dei pied-noir (come quella degli Harki e degli ebrei d'Algeria, quest'ultimi verso Israele) non è stata il necessario risultato di una vittoria democratica della nazione algerina sull'imperialismo francese, ma bensì l'infelice conseguenza del suo ritardo e delle politiche di entrambi, e che i suoi effetti reazionari sono pesanti (non serve per questo ricordare quanto gli debba l'impresa politica del clan della famiglia Le Pen). Ancora più terribili sarebbero gli effetti reazionari, su scala mondiale, di una «distruzione dello Stato d'Israele» nell'unica modalità realistica del suo verificarsi come espulsione e come massacro! I rivoluzionari seri, ai loro tempi, hanno potuto giocare il ruolo di Cassandre per quel che riguardava il progetto sionista. Oggi invece, nella nostra epoca, sono obbligati a giocare il ruolo di chi denuncia il progetto antisionista. E un tale ruolo, non porta in alcun modo ad aderire e ad unirsi al sionismo contemporaneo, o a coprire la repressione antipalestinese. Al contrario!

Ecco quali mi sembrano essere i due argomenti centrali che invalidano, da un punto di vista proletario, democratico, rivoluzionario, l'«antisionismo». Questi argomenti non rendono gli «antisionisti» - dei quali si sta discutendo qui la posizione - antisemiti, ma devono portarli a capire il perché a volte possono essere scambiati per tali, e perché sulla base delle loro posizione si assumono dei seri rischi di essere confusi e mescolati. Ci sono ancora due considerazioni che si rendono necessarie: Chiunque osservi un po' il mondo in generale, e gli ambienti militanti, vecchi o giovani che siano, tradizionali del nostro vecchio mondo, a lungo andare, non può non essere colpito dalla dimensione compulsiva, ossessiva, irrazionale, che ha preso il nome di questione israelo-palestinese. Se venisse colta razionalmente come quella questione di oppressione nazionale che effettivamente è, sarebbe oggetto di campagne di difesa, di solidarietà, e messa in relazione con altre questioni analoghe come, per esempio, quella dei curdi. Ma non è così: essa viene colta come se si trattasse di una questione identitaria, per la quale bisogna infiammarsi. E non sto parlando affatto solo dei «giovani delle banlieue», i quali, in realtà, sono i primi a parlarne in maniera spontanea. Quante migliaia di militanti di sinistra ci sono in Europa, che hanno, per i loro sentimenti e per le loro azioni di solidarietà internazionale, solo delle assai vaghe nozioni geografiche, e ignorano il genocidio commesso in Ruanda contro i Tutsi, e che non sanno niente della Siria, identificando il nemico con alcuni paesi, come gli Stati Uniti e Israele, per l'appunto, e non si chiedono mai per quale motivo bisogni sempre manifestare preferibilmente, se non esclusivamente (e senza alcun risultato apparente!), a favore di alcuni territori di piccola taglia, perfino quando negli ultimi ottant'anni, la dittatura siriana o la monarchia giordana sono stati i più grandi massacratori di palestinesi?
Non capiscono niente ma sanno una cosa, e questa cosa è che in un posto che si chiama «Gaza» i bambini soffrono (cosa che è vera), e che in quel posto almeno si capisce chi sia gentile e chi cattivo. Come si spiega questo strano fenomeno psico-politico di massa? Mi sembra evidente che decenni di eredità stalinista, uniti a secoli e secoli di eredità cristiana, non possono essere estranei a tutto questo.
Perciò, i nostri coraggiosi militanti sarebbero degli antisemiti? Se l'antisemitismo fosse esplicito, sarebbero contrari. Ma il loro comportamento semi-cosciente rivela in parte quelli che sono dei fantasmi, insieme a delle rappresentazioni che costituiscono l'antisemitismo. E tutto ciò non per «stupidità», ma perché le condizioni della produzione e dello scambio, sotto il capitalismo, alimentano questo genere di rappresentazioni feticistiche (cosa che qui non intendo sviluppare). Quanti di questi militanti si definiscono, fieramente, se non con orgoglio, «anticapitalisti, antimperialisti, anticolonialisti, antirazzisti» ... e, «antisionisti» ?
Perché «antisionisti», oltre a tutto il resto? E non - non saprei - «antifranchisti», contro la monarchia spagnola, o antinucleari, o qualche altra cosa? Perché, quando ci sono milioni di Uiguri che si trovano nei campi di concentramento, quando ci sono i Rohingya che vengono massacrati, quando ... ecc., ecc. ... questa fissazione su una, ed una sola questione nazionale, che, territorialmente e demograficamente parlando, non è di gran lunga né la più importante né la più terribile, perché è stata eretta, in un accesso di fissazione universale, a simbolo del Male radicale, incarnando l'infelicità del mondo, fino al punto di sostituirsi ad esso? Non è forse strano? Perché questa compulsione ad affermarsi - nelle strade di Parigi, di Londra o di Berlino, e nelle aule di Columbia o di Boston - come «antisionisti», senza che d'altronde, a rigore, questo possa apportare niente alle legittime aspirazioni dei bambini di Gaza? Per chiarire ulteriormente quale sia il punto, anche se mi sembra che non ce ne sia più bisogno, ma che va detto, perché è vero:
sapete quando è apparso massicciamente, per la prima volta, il termine «antisionista» (a parte alcuni utilizzi assai circostanziali, soprattutto da parte del Bund nelle lotte politiche interne al mondo ebraico, e tranne anche da parte dei religiosi ebrei antisionisti)? Andate a rivedere il film di Kosta Gravas, La Confessione [L'aveau. 1970], e avrete la risposta: sono i torturatori stalinisti a dire alle loro vittime che a farlo sarebbero stati i «sionisti», per non dire «ebrei». Il termine compare, accanto a quello di «anti-cosmopolita», durante il processo Slansky (Praga, 1952), e poi nella caccia agli «assassini in camice bianco» (Mosca, 1953). La sua retorica sostituisce, e di fatto impedisce, il proseguimento di un discorso razionale contro l'istituzione dello Stato d'Israele, contro le sue modalità e contro la sua politica, vista nell'ambito del registro democratico ed anticoloniale.
Va notato anche che «antisionista» può anche essere inteso, e quindi compreso da alcuni, come «nemico di Sion», essendo «Sion» il luogo satanico evocato nel famoso falso, e modello di tutte le teorie del complotto, costituito da "I Protocolli dei Savi di Sion". L'utilizzo di antisionista è innanzitutto antisemita e stalinista, ed è solo in seguito che il termine viene ripreso, con tutto ciò che porta in sé senza rendersene conto, per significare la difesa della causa palestinese.

- Vincent Présumey - Pubblicato su Solitudes Intangibles il 22/2/2019 -

martedì 12 marzo 2019

Una democrazia poco amata

Uscita nel 1929, Deutschland, Deutschland über alles è probabilmente l’opera satirica più provocatoria di Kurt Tucholsky. In questo testamento politico accompagnato dalle fotografie dell’artista dada John Heartfield, Tucholsky punta il dito contro la Repubblica di Weimar, denunciando senza mezzi termini la corruzione della giustizia e della società. Le parole dell’autore berlinese scatenarono polemiche talmente accese da indurre lo scrittore a fuggire definitivamente in Svezia. Un corrosivo affresco dell’epoca che ancora oggi continua a graffiare le coscienze.

(dal risvolto di copertina di: John Heartfield, Kurt Tucholsky, "Deutschland, Deutschland über alles". Meltemi)

Miseria e lussuria
- Il destino di Weimar -
di Ranieri Polese

Alla vigilia delle elezioni europee, torna il ricordo dei brevi, tempestosi anni della Repubblica di Weimar. La prima repubblica della storia tedesca, nata all’indomani della sconfitta e dell’abdicazione del Kaiser Guglielmo II (novembre 1918), durò fino alla presa del potere di Adolf Hitler nel 1933. Parlando dell’edizione italiana di Deutschland, Deutschland über alles (appena uscita da Meltemi), violento manifesto di satira politica di Kurt Tucholsky con le immagini di John Heartfield, pubblicato nel 1929, Vittorio Giacopini scrive: «Torniamo a leggere questo libro adesso, tristissimamente è il momento giusto». E così, sulla «Frankfurter Allgemeine Zeitung», Wolfgang Schneider: «Di questi tempi, ripensare alla Repubblica di Weimar provoca un diffuso senso di angoscia», nel timore appunto che la sorte di quella «democrazia poco amata» possa ripetersi. Siamo del resto in presenza di una crisi economica che, se non può essere paragonata all’iper-inflazione del 1923 e al crollo del 1929-30, genera comunque crescente disagio e scontento. Qualcuno, addirittura, ha rievocato la durezza con cui i vincitori della guerra costrinsero la Germania a pagare le riparazioni di guerra (nel 1923 l’esercito francese occupava la Ruhr) parlando del modo con cui Bruxelles e Berlino hanno trattato la Grecia.
Se infinite tracce (una sterminata bibliografia, nuovi studi, ristampe di opere di allora, cinema e mostre d’arte) ci riportano a Weimar, si torna a ricordare la sfortunata Repubblica anche perché, cento anni fa, nell’agosto del 1919, il presidente Friedrich Ebert promulgava la nuova Costituzione votata dall’Assemblea nazionale riunita in quella città della Turingia. Prendeva forma, con quel testo, una Repubblica semipresidenziale che introduceva il suffragio universale per uomini e donne. Se quella democrazia fu poco amata, spiegano gli storici, fu perché nell’opinione corrente era stata imposta dai vincitori della guerra e perché dovette sottoscrivere le pesanti riparazioni di guerra previste dal trattato di Versailles. Inoltre circolava con crescente successo la teoria della «pugnalata alla schiena»: se i tedeschi avevano perso la guerra, la colpa era dei ricchi banchieri ebrei.
Esposta a continui attacchi da destra e sinistra, la Repubblica ebbe una vita difficile: a renderla fragile cooperavano miseria, disoccupazione, scioperi, disordini nelle strade. Ci furono tentativi di golpe della destra estrema: quello di Wolfgang Kapp (1920: fu bloccato dallo sciopero generale) e quello di Hitler a Monaco, il «Putsch della birreria» del 1923 (Hitler, arrestato e processato, finì in prigione, dove scrisse Mein Kampf). Terroristi di destra uccisero, nel 1921, il politico cattolico Matthias Erzberger e, l’anno dopo, il ministro degli Esteri Walther Rathenau, entrambi colpevoli di aver sottoscritto gli impegni di Versailles. Anche l’estrema sinistra tentò di rovesciare la Repubblica per creare uno Stato socialista sul modello sovietico: nel gennaio del 1919, l’esercito e le squadre armate dei Freikorps («Corpi franchi», milizie di destra) soffocarono nel sangue la rivolta, e il 15 gennaio Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, fondatori del Partito comunista tedesco (Kpd), furono arrestati e uccisi. Il presidente della Repubblica, il socialista moderato Friedrich Ebert, aveva stretto un patto con lo stato maggiore dell’esercito e aveva dato mano libera ai Freikorps: questo «tradimento» segnò per sempre la frattura tra i comunisti e i socialisti, che presentandosi divisi alle elezioni non riusciranno a contrastare l’avanzata di Hitler.
Eppure, superato l’inverno del 1923 («l’inverno dei cavoli» perché erano l’unica cosa da mangiare), per la Repubblica di Weimar si apriva un periodo migliore. Grazie agli americani, il piano Dawes — una sorta di anticipazione del piano Marshall del secondo dopoguerra — fece arrivare in Germania una grossa quantità di dollari come investimenti nelle industrie tedesche. Per cinque o sei anni (dal 1924 al 1930) l’economia riprese a funzionare, Berlino diventò una delle più vive e attraenti capitali europee. Sono gli anni in cui il ministro degli Esteri Gustav Stresemann ottenne una revisione del trattato di Versailles e fece entrare la Germania nella Società delle Nazioni. Con la sua morte nell’ottobre del 1929 e l’arrivo in Europa delle conseguenze del crollo della Borsa di Wall Street, gli «anni d’oro» finirono. La depressione produsse una enorme disoccupazione e ad approfittare del malessere fu l’estrema destra, il Partito nazista, le cui squadre d’assalto, le SA, seminavano il terrore. L’ultimo atto si consumò nel gennaio 1933, quando il presidente von Hindenburg affidava a Hitler, che aveva ottenuto il 33 per cento dei voti alle elezioni politiche del novembre 1932, l’incarico di formare il governo. Dopo l’incendio del Parlamento (Reichstag) di cui venne incolpato un comunista olandese (27 febbraio) e l’arresto dei deputati della Kpd, nelle nuove elezioni del marzo Hitler ottenne il 43,9 per cento e con i voti dell’alleato Partito popolare nazionale tedesco e del Centro cattolico fece approvare la legge dei pieni poteri (24 marzo), che segnò l’inizio della dittatura.

Anni folli
All’inizio del 1919, Harry Graf Kessler, aristocratico, diplomatico, collezionista d’arte, scriveva nel suo diario: «Stiamo ballando sulla bocca di un vulcano». E un americano in visita in quei giorni a Berlino raccontava che tutti i locali notturni di Friedrichstrasse — bar, cabaret, sale da ballo — erano pieni. Ma quando si usciva, ci si trovava in mezzo agli scontri a fuoco fra comunisti spartachisti e soldati: questo però non scoraggiava i frequentatori di quei luoghi di piacere. L’aneddoto si trova nel libro Es wird Nacht im Berlin der Wilden ZwanzigerScende la notte sulla Berlino dei folli anni Venti»), pubblicato da Taschen un anno fa e ora uscito in edizione inglese e francese. Il testo è di Boris Pofalla, scrittore e critico d’arte del quotidiano «Die Welt», mentre Robert Nippoldt è l’autore delle bellissime illustrazioni: immagini che riprendono fotografie dell’epoca che Nippoldt traduce in un contrastato bianco e nero a cui aggiunge campiture di beige a far da sfondo, a suggerire luci e ombre. Correda il volume un Cd con registrazioni d’epoca (Marlene Dietrich, Anita Berber, Jan Kiepura, Lotte Lenya, Kurt Weill, Friedrich Holländer fra gli altri). Gioca, il titolo del libro, sull’equivoco: può voler indicare le folli notti di Berlino-Babilonia, champagne, droga, sesso; ma vuole anche alludere alla buia notte della dittatura che nel 1933 chiuderà i brevi anni della Repubblica di Weimar.
Certo, comunque, testo e immagini raccontano il clima frenetico e tragico di quel periodo, di cui si ritrova l’eco nei romanzi di Volker Kutscher (Feltrinelli pubblica adesso il secondo volume della serie berlinese: La morte non fa rumore) tradotti maestosamente nel film-tv Babylon-Berlin trasmesso da Sky Atlantic. Anni durissimi con migliaia di reduci di guerra senza lavoro, famiglie senza più casa né cibo. Il culmine venne toccato nel 1923, con la iper-inflazione, quando un semplice pezzo di pane arrivò a costare milioni di marchi. È quello il mondo rappresentato dai disegni e dai dipinti di George Grosz, con i mutilati di guerra che chiedono l’elemosina e i ricchi speculatori che bevono champagne.

Eppure, le notti di Berlino continuavano a essere eccitanti...
Ecco, in questa contemporanea presenza di piaceri e tragedia, di lussuria e miseria, risiede il fascino inquietante, perverso di quella Berlino. Il cui simbolo, forse, è il ritratto della cantante di cabaret Anita Berber eseguito da Otto Dix. Giovanissima, Anita aveva dato scandalo presentandosi nuda sul palcoscenico; poi, molto prima di Marlene Dietrich, andava in scena vestita da uomo, con lo smoking e il cappello a cilindro. Nel dipinto, fasciata in un abito rosso fuoco, sguardo sprezzante, la bocca rossa come una ferita, Anita Berber esibisce una faccia bianca, quasi spettrale. Un effetto della cocaina, spiega lo storico dell’arte Rainer Metzger. Del resto, il suo soprannome era «la regina della neve». Morì nel 1928, a soli 29 anni per un eccesso di droga e alcol. Quando, nel 1924, la situazione tedesca aveva cominciato a migliorare, Berlino, città senza tabù, divenne il luogo in cui scrittori, intellettuali, artisti arrivavano per cercare stimoli e ispirazione. È quello che si legge nel libro di Luigi Forte, Berlino città d’altri (Neri Pozza), dove si raccontano i soggiorni berlinesi di Joseph Roth, Luigi Pirandello, Simone Weil, Georges Simenon, Thomas Wolfe, Vladimir Nabokov, Boris Pasternak. Senza dimenticare gli inglesi Wystan Hugh Auden, Christopher Isherwood, Stephen Spender, che vissero a Berlino negli ultimi anni della Repubblica. Isherwood nel 1929 raggiungeva l’amico Auden, che gli aveva descritto il clima euforico di una città dove c’erano tanti ragazzi bellissimi e disponibili. Dei tre, Isherwood rimase a Berlino fino alla primavera del 1933, quando ormai Hitler era al potere. Ebbe il tempo di vedere la fine di Babilonia, e la persecuzione di comunisti, omosessuali ed ebrei. Di questa tragica delusione parlano i suoi romanzi berlinesi, Mr Norris se ne va e Addio a Berlino (quest’ultimo, nel 1972, sarebbe diventato il musical Cabaret di Bob Fosse, con Liza Minnelli, vincitore di otto Oscar). Folle e spensierata, comunque, è la Berlino di Lili Grün, la ragazza ebrea di Vienna che arrivava in cerca di musica e divertimento. Il suo romanzo Tutto è jazz (tradotto da Enrico Arosio per Keller) è una cronaca allegra. La vita di Lili Grün fu invece tragica: fuggita da Berlino dopo l’arrivo di Hitler, nel 1942 si trovava in Ucraina. Rastrellata insieme agli altri ebrei dai nazisti che avevano invaso l’Unione Sovietica, fu uccisa e gettata nelle fosse comuni.

Babylon Berlin
Berlino, in quegli anni, è il cinema (Friedrich Wilhelm Murnau, Fritz Lang, Georg Wilhelm Pabst), è il teatro (Max Reinhardt, Bertolt Brecht), è la letteratura (Alfred Döblin, Erich Kästner, Heinrich e Klaus Mann, Else Lasker-Schüler, Gottfried Benn e Vicki Baum), è l’arte (George Grosz, Otto Dix, Christian Schad), è l’architettura e il design della scuola del Bauhaus. Ma è anche la capitale dove tutto è permesso. A farci da guida in quel mondo c’è il libro di Pofalla e Nippoldt, che fa il ritratto di politici, uomini di cultura, attori e attrici, musicisti e cantanti. Ma insieme elenca grandi magazzini, ristoranti, caffè, locali notturni, club; descrive le mode che imponevano alle ragazze pettinature a caschetto alla Louise Brooks e gonne corte (ma anche pantaloni da uomo), mentre tutti sembravano impazzire per il jazz e i nuovi balli (tango, fox-trot, charleston). Nel 1932, ricorda Pofalla, si contavano 119 licenze per night-club di lusso e 400 per bar e sale da ballo. I ristoranti con licenza erano 20 mila, uno ogni 280 abitanti (a New York la proporzione era di uno ogni 433). Notti illuminate, quelle di Berlino ribattezzata «Città della luce»: nel Tiergarten, la ditta Osram aveva eretto una Torre della luce alta 25 metri (ma nel 1939 il regime nazista collocò al suo posto la Colonna della vittoria); sulle facciate e sulle torri dei grandi magazzini Karstadt (1929) una cinquantina di colonne di luce davano l’immagine di un imponente castello.
Per i piaceri consentiti, il luogo preferito era Haus Vaterland vicino a Potsdamerplatz: dodici ristoranti con le cucine del mondo, un cinema da 1.400 posti, una sala da ballo e una terrazza-ristorante in cui si riproduceva il suono del temporale. Ma poi c’erano tutti i peccati possibili, dalla cocaina al sesso in ogni sua declinazione e varietà. Fa testo un libro uscito nel 1931, Berlino, guida alla capitale dei vizi (ripubblicato di recente da be.bra Verlag), il cui autore, lo scrittore Kurt Moreck, proponeva al lettore «in cerca di esperienze, avventure, sensazioni forti» un viaggio nelle notti della moderna Babilonia, la città in cui — scriveva Spender — «non ci sono vergini, nemmeno fra i gatti». Notte e giorno, in ogni parte della città, si trovavano prostitute, quelle registrate presso la polizia e sottoposte a controllo medico, ma anche donne che avevano perso il lavoro, impiegate, madri di famiglia che occasionalmente battevano il marciapiede. Uno studio recente calcola che negli anni Venti c’erano circa 130 mila prostitute. Ma altrettanto numerosi erano i gay: nel rapporto di un commissario di polizia nel 1922 risultano 100 mila, di cui 25 mila minorenni. Nonostante il paragrafo 175 del Codice penale, che puniva l’omosessualità come un reato, c’erano circa 170 bar, pub, sale da ballo per gay: il più famoso era l’Eldorado, per omosessuali maschi e femmine e travestiti (ma era frequentato anche da eterosessuali, in cerca di eccitanti novità). Il Top-Keller era solo per lesbiche. La più grande sala da ballo per gay e lesbiche, il Nationalhof, proponeva serate a tema come il «Ballo degli Apache». Berlino era anche la sede dell’Istituto per la ricerca sulla sessualità, fondato e diretto da Magnus Hirschfeld, paladino della depenalizzazione dell’omosessualità, morto in esilio in Francia. Luci, musiche, piaceri che non bastavano a nascondere l’altra metà della capitale, il sotto-mondo della miseria. Berlino era divisa in due, l’Ovest ricco e pieno di bar e cabaret alla moda, l’Est miserabile e disperato. A Est c’erano mense per poveri e dormitori pubblici affollati. Alcuni dei quali, con lo spirito caustico dei berlinesi, erano stati ribattezzati con i nomi di locali di lusso: Le Palme, Sala da ballo Froebel.

Marlene se ne va
La sera del 1° aprile 1930, al Gloria Palast di Berlino, ci fu la prima mondiale del film L’angelo azzurro di Josef von Sternberg, con Marlene Dietrich nel ruolo di Lola-Lola, la cantante che porta alla rovina il timido e puritano professor Unrat. Quando si accesero le luci, applausi e ovazioni salutarono la nuova divina. Che, subito dopo, correva a prendere il treno per Amburgo, da dove si sarebbe imbarcata per l’America. Immagine simbolo della Germania sull’orlo dell’abisso, Marlene arrivava al cinema dopo qualche apparizione in spettacoli di varietà. Per il provino, cantò un fox-trot da un film appena uscito, Wer wird denn weinen, wenn man auseinander gehtPerché piangere se uno se ne va, tanto all’angolo di strada ne trovi subito un altro...»). La sfacciata postura e il canto allusivo affascinarono von Sternberg.
Molti anni dopo, nelle sue memorie piene di bugie, di falsità e di risentimenti, Leni Riefenstahl avrebbe raccontato che anche lei aveva sostenuto il provino, «ma il regista cercava una puttana, perciò scelse la Dietrich». Grazie a quel film Marlene sarebbe diventata una star internazionale nemica giurata del nazismo, la Riefenstahl sarebbe stata la regista prediletta di Hitler.

- Ranieri Polese - Pubblicato sulla Lettura del 10/2/2019 -

lunedì 11 marzo 2019

Durò appena 75 giorni…

Parigi 1871, un mostro alla Comune
- di Ranieri Polese -

Hervé Le Corre scrive romanzi noir, anzi è l’autore di noir più premiato in Francia. Abita a Bordeaux, è un professore di liceo in pensione da qualche anno. Vicino alle idee della sinistra radicale (nel 2012 aveva votato per il Front de gauche di Jean-Luc Mélenchon, ma non ha sopportato la trasformazione di Mélenchon in líder maximo), Hervé Le Corre riconosce, in un’intervista su «Libération» del 4 gennaio scorso, che le rivendicazioni dei Gilet gialli nascono da un profondo disagio sociale, dalla «grande frattura che divide chi vive in condizioni di miseria e di umiliazione e chi comanda» ma per questi problemi i governi degli ultimi 15 anni non hanno fatto niente. Di fronte però all’emergere di frange xenofobe e razziste dichiara: «Quando sento alcuni di loro chiedere meno aiuti per i migranti, e quando vedo l’estrema destra riprendere le loro rivendicazioni e loro, i Gilet gialli, acconsentono senza proteste, questo non lo posso accettare».
Le Corre nei suoi romanzi ama i personaggi estremi, malvagi senza ripensamento, affascinati dal male. Così era Albert Darlac (Dopo la guerra, e/o), il poliziotto collaborazionista di Bordeaux che aveva venduto gli amici ebrei ai tedeschi e che, 15 anni dopo, cerca di sfuggire alla vendetta di un sopravvissuto. E feroci come belve sono i personaggi di Scambiare i lupi per cani (e/o) ma la più cattiva è Jessica, ragazza senza tabù che manipola gli uomini che seduce fino a distruggerli. Ora Le Corre torna in libreria con Dans l’ombre du brasier (All’ombra dell’incendio, Rivages-Noir, in Italia uscirà da e/o), che ci porta ai giorni della Comune di Parigi e al breve tentativo di instaurare un ordine nuovo che doveva abolire disuguaglianze, sfruttamento, ingiustizia. Durò appena 72 giorni (18 marzo-28 maggio 1871). Parigi, assediata e bombardata dall’esercito della Repubblica nata dopo la sconfitta di Napoleone III nella guerra contro la Prussia e installata a Versailles, dovette soccombere e i militari dettero il via ai massacri.
Perché proprio la Comune, gli chiedono. Per evitare possibili equivoci, dichiara a «Libération»: «Con questo libro non volevo dire: ecco, oggi ci vorrebbe una nuova Comune. Certo, la Comune conserva ancora un posto importante nel cuore della sinistra, anche per me. Nonostante la sua disfatta, o forse proprio per quello» spiega. E cita il saggio di Enzo Traverso, Malinconia di sinistra (Feltrinelli), che esamina appunto l’attaccamento sentimentale ai fallimenti rivoluzionari: «Perché i militanti pensano che le macerie delle battaglie perdute siano il cuore da cui nascono nuove idee e nuovi progetti».
Ma anche qui, fra le battaglie dietro le barricate, il coraggio di chi non si vuole arrendere, la brutalità dei Versagliesi («Tre domande e un colpo di pistola» è l’ordine impartito ai soldati che rastrellano le strade), compare il Mostro, l’incarnazione del Male. Si chiama Henri Pujols, rapisce giovanissime ragazze e le consegna a un fotografo che, dopo averle drogate, le ritrae in pose pornografiche. Quando i borghesi finalmente avranno spazzato via quella marmaglia di anarchici e comunisti, dice il fotografo, quelle immagini le potrà vendere a peso d’oro. Le ragazzine, dopo essere state stuprate, finiscono rinchiuse in una cantina, condannate a morire di fame. Mostruoso anche nell’aspetto (ha il volto sfigurato, senza una arcata sopraccigliare, con l’occhio che sembra schizzare fuori dal cranio), Pujols è un personaggio già noto ai lettori di Le Corre. Era il protagonista de L’homme aux lèvres de saphirL’uomo dalle labbra di zaffiro», 2004, tradotto in Italia da Piemme con il titolo Il perfezionista) che si ambientava a Parigi, negli ultimi mesi del Secondo Impero, che crolla nel settembre 1870 con la sconfitta di Sedan. È lui l’autore seriale di delitti raccapriccianti: le vittime sono sempre giovani ragazzi biondi che Pujols sventra lasciando che gli intestini fuoriescano dal corpo. Uccisioni che sono accompagnate da complesse messe in scena con un’accorta scelta dei luoghi: la Colonna Vendôme, il Panthéon. Delitti che somigliano a sacrifici compiuti per compiacere un «maestro di crudeltà», un suo amico, il giovane poeta Isidore Ducasse, che con lo pseudonimo di Conte di Lautréamont ha composto I Canti di Maldoror (il titolo originale del romanzo di Le Corre è ripreso dal Canto VI), lungo poema in prosa che Pujols ha letto nel manoscritto. Quel libro maledetto, pubblicato integralmente solo in Belgio 4 anni dopo la morte di Ducasse (1870), deve la sua fortuna ad André Breton e ai Surrealisti che si innamorarono del superuomo satanico che trova piacere nelle sofferenze inflitte alle sue vittime, e il cui nome contiene le parole dolor e horror.
Pochi mesi dopo la vicenda narrata da Il perfezionista, il Mostro ritorna in azione nel nuovo romanzo. Ma tutto è cambiato. A Parigi è stata proclamata la Comune e il popolo si mobilita per resistere all’assedio dei Versagliesi. Seppure in mezzo a questo clima di guerra, i misfatti del Mostro non passano inosservati. Sulle sue tracce si muove un onesto poliziotto, Antoine Roques, che ha preferito restare nella città assediata. Ma c’è anche Nicolas Bellec, giovane sergente della Guardia Nazionale che va in cerca della compagna Caroline, finita anche lei prigioniera di Pujols. Intanto, però, ai rivoluzionari con poche armi e scarse munizioni restano solo pochi giorni. Siamo nella Settimana di sangue (21-28 maggio), cedono le difese a ovest e a nord. Da Montmartre, caduta in mano ai Versagliesi, i cannoni distruggono e incendiano interi quartieri. Comincia la caccia all’uomo, molti vengono fucilati per strada, il grosso dei prigionieri viene trasferito in luoghi di raccolta come il Giardino del Luxembourg, dove il plotone di esecuzione lavora a tempo pieno. È un massacro. Perché, come scrive Le Corre, nella guerra con un Paese straniero «principi e generali finiscono sempre per mettersi d’accordo. Ma quando si tratta di combattere il popolo, la guerra è senza quartiere, non c’è tregua. Si deve solo massacrare, fare a pezzi, perché resti solo il silenzio. E il terrore». E le pagine dedicate alla lotta disperata dei Comunardi nella Parigi che brucia acquistano un tono epico, grandioso; ci si dimentica del Mostro per seguire lo spettacolo tragico della sconfitta. Pochissimi si salveranno, a loro toccherà il compito di conservare la memoria.

- Ranieri Polese - Pubblicato sul Corriere del 23/2/2019 -

domenica 10 marzo 2019

La linea curva della letteratura

Ad aver sostituito il monumento a Karl Marx nel centro di Tashkent, c'è ora una statua di "Amir Timur". Precedentemente condannato dai marxisti in quanto despota barbaro, Timur, o Tamerlano, oggi che ecco improvvisamente appare come se avesse compreso in sé tutte le forme della vita socio-economica: nomade, agricola, urbana. Si è persino arrivato ad affermare che non solo fosse un genio militare, ma che sia stato anche addirittura l'inventore di un gioco chiamato «gli Scacchi perfetti», una variante degli scacchi che si gioca su una scacchiera di centodieci case, in cui ciascun giocatore dispone - oltre che delle pedine standard - di due giraffe, due cammelli, due macchine da guerra e un visir.
Sono rimasto particolarmente affascinato dagli Scacchi perfetti, i quali mi hanno ricordato "La mossa del cavallo", un libro del critico formalista russo Viktor Šklovskij. Nella Mossa del Cavallo, Šklovskij suggerisce come la storia della letteratura non proceda lungo una linea retta, ma segue invece una linea curva, simile a quella a "L" del movimento del cavallo nel gioco degli scacchi.
Gli autori, in qualche modo, si influenzano a vicenda, e non sempre la cosa avviene come ci si potrebbe aspettare: «l'eredità non viene trasmessa di padre in figlio, ma da zio a nipote». Oltretutto, «sono le forme letterarie stesse a crescere assimilando materiale esterno o extra-letterario, cambiando rotta e formando nuove angolature» (da Elif Batuman, I posseduti, Einaudi).
Jurij Nikolaevic Tynjanov, un altro formalista russo, dedica un suo intero saggio al problema dell'«evoluzione letteraria», ed è Ricardo Piglia, in "Respirazione Artificiale" a conferire proprio a Tynjanov i diritti d'autore riguardanti la filiazione «zio-nipote» (che Elif Batuman assegna invece a Šklovskij): «Qualcuno, un critico russo, il critico russo Jurij Tynjanov, afferma che la letteratura evolva passando da zio a nipote (e non di padre in figlio)».
Da parte sua, Victor Erlich sembra voler risolvere la questione nel suo libro "Il formalismo russo" (satelliti Bompiani), citando il testo di Šklovskij in cui il critico russo afferma: secondo la legge secondo cui - e per quanto ne so, egli è stato il primo a formularla nella storia dell'arte - l'eredità non viene trasmessa da padre a figlio, ma da zio a nipote( Erlich cita un opuscolo pubblicato da Šklovskij nel 1923, "Literatura i kinematograf", mai tradotto in inglese; rimane da sapere se è sempre la medesima idea di filiazione "zio-nipote", quella che viene presentata da Šklovskij nei suoi due libri; sia da quello citato da Batuman ("La mossa del cavallo") che in quello citato da Erlich.

fonte: Um túnel no fim da luz


sabato 9 marzo 2019

Ladri di biblioteche

Nella primavera del 2012, Massimo De Caro viene arrestato per avere svaligiato l'antica biblioteca dei Girolamini di Napoli, di cui si è fatto nominare direttore. È l'epilogo di una parabola esistenziale che nel giro di quindici anni ha trasformato «Max Fox», bravo ragazzo di provincia, studente svogliato e bibliofilo dilettante, non soltanto in un predatore seriale di libri antichi, ma anche in un falsario prodigioso, e in un faccendiere spregiudicato. Forse, però, la rocambolesca vicenda di De Caro non parla soltanto di lui. Parla di un mondo che è il nostro: il mondo post-verità e post-onestà. Ed è sotto la spinta di questo dubbio civile che Sergio Luzzatto accetta il rischio di una «relazione pericolosa». Incontra il detenuto De Caro, ne studia i moventi, ne ricostruisce le reti. Coniugando lo sguardo analitico dello storico alla passione affabulatoria del narratore, trasforma la vicenda di un uomo nel romanzo di un'epoca.

(dal risvolto di copertina di: Sergio Luzzatto, "Max Fox o le relazioni pericolose". Einaudi)

L'impostore dei Girolamini
- di Gianluigi Simonetti -

«Robespierristi, anti-robespierristi, vi supplico: per pietà, ditemi semplicemente chi è stato Robespierre». Questa, secondo uno dei più grandi storici del Novecento, è la domanda che distingue lo storico dal giudice (e dal questurino). Preferendo la verità al giudizio, la richiesta rimanda alla questione che si pone ogni scrittore vero; e che si pone specialmente il romanziere, che sa meglio di tutti quanto sia fondamentale sospendere il giudizio sui propri personaggi. Eppure l’analogia si ferma qui: perché la verità dello storico è quella delle fonti e degli archivi, catafratti dal passato, riportati in vita e sottoposti a critica; una verità senza invenzione, senza contraddizione e senza ombra, luminosa perché assoluta, terribile perché (almeno in teoria) scientifica e severa. Il romanziere, al contrario, sa perfettamente che la propria verità, sempre parziale, zampilla dall’artificio e dalla finzione. L’ombra è la sua patria; l’ironia (comica o tragica) è il ferro del suo mestiere. «Non aver paura dell’umorismo», ammonisce Bertolt Brecht da letterato, «la storia senza umorismo è stomachevole».
Traggo questa frase (come pure quella di Marc Bloch che apre questo articolo) dal nuovo libro di Sergio Luzzatto appena uscito per Einaudi. Max Fox, o le relazioni pericolose indaga la vicenda criminale di Marino Massimo De Caro, meglio noto come ’”il mostro dei Girolamini”: nel 2012, appena nominato direttore dell’omonima antica biblioteca dei padri oratoriani, monumentale scrigno della cultura napoletana (nel primo Settecento, la biblioteca prediletta da Giambattista Vico), De Caro sospende il servizio di prestito, esonera i responsabili dei servizi di sicurezza, disattiva gli impianti di videosorveglianza. Poi inizia una sistematica attività di smembramento e manomissione dei fondi librari, che culmina in pochi mesi nel furto di migliaia e migliaia di volumi, venduti sul mercato antiquario italiano e europeo col supporto di una banda pittoresca (un sacerdote ligure, un guardaspalle argentino, una modella ucraina, svariati mercanti e collezionisti di antichità). Luzzatto ricostruisce, a partire da questo esito, tutta la precedente carriera criminale di De Caro: non solo predatore di libri antichi, ma anche falsario improvvisato ma efficace, finto professore senza laurea, servo di molti padroni, portaborse di tutti i partiti (comincia come assistente di un senatore comunista, finisce braccio destro di Dell’Utri).
Figura esemplare della sua epoca – è nato nel ’73 – perché privo di identità e senso del limite: ladro ma anche guardia (è stato allievo carabiniere), famelico con il pubblico ma generoso con i privati, attratto dal lusso ma tentato dal sacro. Studente svogliato all’università di Siena, in quella di Padova, da detenuto, capace di superare brillantemente trentuno esami in un anno. Vitalistico, ma votato all’autodistruzione; per molto tempo impunito, da sempre inconsciamente alla ricerca di una punizione. Comico, nella sua totale inaffidabilità; sinistro, per le conseguenze di certe sue azioni. Una macchietta, per certi versi; per certi altri, un enigma.
Non siamo lontani, apparentemente, dallo stile di altre ricerche di Luzzatto, consacrate a figure o episodi emblematici dell’immaginario contemporaneo; penso in particolare a Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, che nel 2007 proponeva una parabola della contraddittoria modernità italiana a partire dallo scavo archivistico di una personalità esemplare del nostro ventesimo secolo. La differenza è che stavolta non ci sono archivi né distanze, e la fonte principale è costituita da De Caro stesso (sullo sfondo di una gran mole di dati e documenti), che Luzzatto ha intervistato a più riprese, di persona o in via telematica (Max Fox è il nome dell’avatar che De Caro usa su skype), fra il 2015 e il 2018. Lo storico deve guardarsi da ogni impiego azzardato delle fonti, e da ogni cedimento al cosiddetto «ricatto del testimone» (specie quando, come in questo caso, testimone, criminale e impostore sono la stessa persona). Invece il romanziere può inventare, anzi deve, ogni volta che sente che la realtà non basta; il suo modo di conoscere non sa essere asettico, lui per primo sperimenta il fascino sottile dell’impostura. Per funzionare, le fantasie del romanziere devono entrare in sintonia, anche pericolosa, con le fantasie del suo lettore. Così, in Max Fox, la ricostruzione minuziosa del passato fa posto a un’insidiosissima storia del presente («nulla più che un ossimoro»); o più profondamente, a una riflessione sulla storia stessa come mistificazione. Il paradigma scientifico (o quasi) della storiografia lascia il posto a quello relativistico del romanzo. E romanzesca, ovvero ambigua, è la verità che Max Fox finisce per esprimere.
Della matrice letteraria della propria ispirazione Luzzatto si mostra più che consapevole; direi anzi che si diverte a celebrarla, giocando (ancora una volta, da scrittore) sul filo delle coincidenze e delle simmetrie. Nel settembre del 2015 usciva nelle librerie italiane L’impostore di Javier Cercas, storia del mitomane Enric Marco, finto militante dell’opposizione antifranchista, finto deportato nei Lager nazisti; solo un mese dopo, in ottobre, la conversazione fortuita con un libraio antiquario torinese spingerà Luzzatto a cercare e leggere la sentenza del processo a De Caro, e due mesi dopo a incontrarlo per convincerlo a raccontargli la sua storia («Il mio progetto avrebbe avuto senso unicamente se De Caro avesse accettato di diventare il mio impostore»). Non solo: quando inizia a lavorare a Max Fox Luzzatto vive già da tempo a Ferney-Voltaire, il paese alle porte di Ginevra nel quale Emmanuel Carrère si era stabilito per scrivere L’avversario, dedicato a un altro estremista della mitomania - Jean-Luc Romand, che nel ’93 aveva ucciso moglie, figli e genitori dopo aver passato una vita a far credere loro di essere, lui disoccupato, un medico e studioso di fama mondiale. All’Impostore e all’Avversario, capolavori del non fiction novel, si potrebbe aggiungere un modello più antico, occulto ma non meno sconvolgente (e forse più importante dal punto di vista letterario): A sangue freddo, di Truman Capote, indagava nel 1966 la storia di un vero massacro, mostrando lo scrittore a contatto diretto con i due assassini, e mettendo a punto quello che poi sarebbe diventato un capostipite del moderno romanzo-verità. Ma oltre a questo raccontava, implicitamente e in progress, niente di meno che l’innamoramento dell’autore per uno di quei due carnefici; regalando a quell’opera una parte non trascurabile del suo straordinario fascino.
Rispetto ai prototipi di Cercas e di Carrère Max Fox propone un narratore che parla di sé assai più sobriamente. Né d’altra parte Luzzatto si lega morbosamente al ”suo” impostore, alla maniera di Capote. Ma come i bravi narratori sanno fare, anche Luzzatto accetta, e lascia fermentare, la reazione ambivalente che produce il contatto col suo doppio – il De Caro narratore e mistificatore diabolico: in un certo senso, il De Caro romanziere. Non sembra esagerato ipotizzare che se quella di De Caro è un’ossessione per i libri come oggetto, quella di Luzzatto è un’ossessione per la scrittura come gesto; ciascuna legata a una febbre personale, ciascuna guidata dal proprio mediatore (Dell’Utri per De Caro, Cercas e Carrère per Luzzatto). Ma mentre il desiderio di De Caro è feticistico, e per questo sterile, quello di Luzzatto è creativo, e partorisce un’opera. Prima di iniziare gliel’avevano pur detto, i colleghi coscienziosi, di maneggiare con cautela la storia di quel ”mostro”: «Se serve a far capire che i “cattivi” sono i ricchi collezionisti, i mercanti, gli intellettuali silenti, e che lui è solo un povero sciocco, uno spiantato, un mitomane, allora va bene. Se alla fine lui “fa simpatia”, o peggio giganteggia, è un guaio serio». Simpatia per De Caro, Luzzatto ne prova al primo incontro; nel corso del tempo proverà per lui addirittura affetto (ricambiato), insieme a rabbia, sconcerto e delusione.
Se Max Fox funziona, sul piano letterario, lo si deve anche al fatto che non assolve e non condanna, fedele a quella legge profonda del romanzo che è l’indecidibilità morale. «Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio»: così Carrère di Limonov, nel suo grande romanzo omonimo; così Luzzatto per De Caro, altro stranissimo eroe del nostro tempo.

- Gianluigi Simonetti - Pubblicato sul Sole del 24/2/2019 -