domenica 10 febbraio 2013

Jonbar

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Viene chiamato "Jonbar Hinge", letteralmente "Cerniera Jonbar", ma anche "punto Jonbar", e prende il nome dal ciclo de "La legione del Tempo" di Jack Williamson, specificamente al personaggio "John Barr", che deve scegliere fra due oggetti, un magnete ed un sasso, dove una scelta lo condurrà in un mondo utopico chiamato Jonbar, mentre l'altra lo porterà in una tirannia chiamata Gyronchi. Spesso, nella narrativa fantascientifica, viene riferito ad un evento storico significativo - ma che può anche apparire irrilevante - che ha avuto un effetto importante sulla storia ma che, a causa del viaggio nel tempo, è stato cambiato ed ha così portato ad una "storia alternativa" rispetto a quella che conosciamo; ad un'ucronia, dove, a partire da quel preciso "punto Jonbar", la storia ha proceduto lungo una linea temporale diversa da quella in cui viviamo.

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Esistono una gran quantità di "punti Jonbar", che vanno dalla mancata estinzione dei dinosauri fino alla vittoria dell'Asse nella seconda guerra mondiale, passando per tutta una serie di eventi maggiori e minori, remoti e recenti.
Dispositivo narrativo, il "punto Jonbar" è stato utilizzato anche dalla letteratura non di genere, da Nabokov, che nel suo "Ada a ardore" ambienta la storia in un mondo parallelo dove gli Stati Uniti sono stati conquistati dalla Russia zarista, e dove l'elettricità è proibita; allo scrittore cileno Jorge Baradit che basa il suo romanzo "Synco" sul fatto che Pinochet abbia impedito il colpo di stato ai danni di Salvador Allende.
Ovviamente, per esempio, nella letteratura spagnola, esistono molte "ucronie" che hanno immaginato un esito diverso, da quello realmente accaduto, per la guerra civile spagnola.

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A seguire, una breve lista di alcune ucronie "italiane":

AA.VV., Se l'Italia - Manuale di storia alternativa da Romolo a Berlusconi, Vallecchi, 2005
Mario Farneti, trilogia di Occidente
Luca Masali, I biplani di D'annunzio
Carlo Menzinger, Il Colombo divergente, Genova, Edizioni Liberodiscrivere, 2001
Massimo Mongai, Il fascio sulle stelle
Guido Morselli, Contro-passato prossimo, Milano, 1975
Pierfrancesco Prosperi, Garibaldi a Gettysburgh, ed. Nord, 1993
Giampietro Stocco,Nero italiano e Dea del caos
Francesco Dessolis, "Ingannare il tempo" Ed. AER Club - Il Melograno

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sabato 9 febbraio 2013

3 aggettivi

proust

« Ogni volta che riprendo in mano Proust, dapprima mi sento irritato, trovo che sia datato e non ho che un solo desiderio: gettar via il libro. Ma dopo un certo numero di pagine (saltando alcune scene), entra di nuovo in gioco il fascino, anche se solo a causa di questa o di quella trovata verbale, o di questa o di quella annotazione psicologica. Proust è assolutamente sulla linea dei moralisti francesi. Brulica di aforismi: se ne trovano ad ogni pagina, persino ad ogni frase; ma non sono altro che massime importate dentro un vortice. Perché il lettore lo possa scoprire, bisogna che si fermi e che non si lasci travolgere dalla frase ».
 
« Il sistema dei tre aggettivi in Proust, che hanno tutta l'aria di annullarsi e che, in realtà, si completano. Un esempio fra cento, fra mille. L'ironia di M. Charlus è così caratterizzata: "amara, dogmatica ed esasperata" ». 

Cioran - Cahiers 1957-1972 -

venerdì 8 febbraio 2013

Adiós Lenka

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Una foto di Robert Capa, che raffigura una ragazza a Barcellona nel 1939, illustra la copertina di "Adiós, Španelsko" (Addio, Spagna), di Lenka Reinerová;  pubblicato postumo, affronta il tema dei cecoslovacchi che combatterono nelle Brigate Internazionali durante la Guerra civile spagnola. Il libro, è breve. Poco più di 50 pagine in cui vengono trasformate in parole tutte le motivazioni, le idee e le ansie di quei praghesi che decisero, nel difficile scenario del 1936, di partire volontari per combattere in Spagna. Španeláci, vennero chiamati quei praghesi. Lenka Reinerová è morta nel 2008, all'età di 92 anni. Non mise mai piede in Spagna, eppure la guerra civile e la Spagna costituiscono  una parte fondamentale della sua biografia, al punto che il racconto svolto nel libro può essere considerato quasi autobiografico; come spiega Viera Glosíková.
"Si interessò a quello che era accaduto in Spagna, ascoltando il marito. Inoltre, nel 1936, era fidanzata con un giovane avvocato che andò a combattere in Spagna, e lì cadde. Inoltre c'era tutta una sua cerchia di amici, giovani praghesi che erano andati in Spagna ed erano morti lì. Sono state queste, le fonti. Così, nonostante sia un storia di finzione, è basata su informazioni autentiche." Inoltre, e soprattutto, la Guerra civile spagnola aveva per lei un'importante dimensione sentimentale.
"Lenka sapeva che era il suo ultimo testo. Sapeva di essere malata e di essere in età avanzata. Ho come l'impressione che in questo suo ultimo scritto abbia voluto ricordare, forse solo per sé stessa, i suoi amori. I tre uomini della sua vita. Il suo fidanzato, che mori in Spagna, il marito Theodor, ed un terzo, di cui non ha voluto rivelare chi fosse. Forse il lettore lo indovinerà."

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L'edizione ceca ha tre parti distinte, diventando così, da racconto, testimonianza. Per questo, sono state integrate una selezione di brani, frammenti estratti dai diari del marito, il medico jugoslavo Theodor Balk che aveva servito come volontario, in Spagna, e lì aveva tenuto un diario.
Nelle Brigate internazionali combatterono 2.000 cecoslovacchi. Quando tornarono, quelli che tornarono, si ritrovarono nel mirino degli stalinisti, i quali temevano l'influenza "contaminante" che avevano potuto portare dall'estero, a contatto con uomini di tutti i paesi; si riferivano in particolare alla Jugoslavia, una spina nel fianco di Stalin. Molti vennero epurati, con i processi e le purghe degli anni '50, alcuni vennero condannati a morte.


fonte: http://www.radio.cz

giovedì 7 febbraio 2013

un meraviglioso caos

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Luglio 1936. Tutti gli osservatori lo hanno notato: all'indomani della vittoria contro i militari, la CNT e la FAI smettono di richiamarsi all'applicazione del programma rivoluzionario, e questo proprio mentre lo Stato è praticamente scomparso e la maggior parte dei padroni sono già scappati. Mentre il movimento di espropriazione è già spontaneamente cominciato, ed interesserà ben presto circa il 70% delle imprese industriali e commerciali della Catalogna, la Confederazione si limita ad intervenire soltanto per impedire il sequestro delle imprese straniere e delle banche. Dopo il 24 luglio, la Federazione locale dei sindacati unici di Barcellona (CNT) "aveva convenuto sulla necessità di normalizzare la vita economica". Sull'organo della CNT, Solidaridad Obrera, si fa appello a tutte le sezioni affinché si riprenda il lavoro; appello che sarà ripetuto più volte. Ma nei settori vitali, come alimentazione e salute, tutto funziona a meraviglia, e gratuitamente, dopo il 19 luglio, in quello che Abel Paz definisce "un meraviglioso caos".
Nei quartieri, dove per generazioni era risuonato lo slogan "Il giorno allo sgobbo nelle loro fabbriche, ma la notte la città è nostra!", erano state innalzate barricate impressionanti, che erano rimaste anche dopo la vittoria sui militari. La Rete dei comitati di distretto e di approvvigionamento, eredità di tutta l'esperienza di rivolta popolare dei decenni precedenti, aveva proceduto all'occupazione e al saccheggio degli edifici dei quartieri ricchi, ricollocandovi le famiglie delle baraccopoli. Si era dato inizio alla vita collettiva. Approvvigionamenti, distribuzione, mense, cooperative, scuole e asili nido, università popolari, ospedali, biblioteche e centri culturali e di salute. Erano state distrutte molte chiese, e soprattutto il loro contenuto, le prigioni, gli archivi notarili che certificavano i beni dei ricchi, erano stati bruciati soldi e sequestrate vetture; l'automobile era visto come "uno dei simboli dello status borghese di cui i rivoluzionari si impadronirono con giubilo. Per lo più, delle grandi quantità di automobili rimasero distrutte a causa degli incidenti, ma "la motorizzazione rivoluzionaria aveva la sua propria logica". Vennero distrutti anche molti semafori, nella città di Barcellona, a luglio, ed i nuovi conducenti non tenevano nessun conto di quelli che erano rimasti, a significare così un rifiuto dell'ordine cittadino che minacciava, con automobili e tram, la geografia sociale dei quartieri.

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Ma il Comitato Regionale della CNT, mentre raccomanda di mantenere la moralità, esprime il "grande dolore del CR della CNT nel vedere le spoliazioni di cui sono soprattutto vittime i tabaccai; azioni effettuati da gruppi che devono essere arrestati e portati davanti ai comitati, perché ricevano le sanzioni appropriate". Un articolo, su "La Vanguardia", insiste sul fatto che per lottare contro il saccheggio ed il disordine, le milizie popolari sono incaricate di arrestare "coloro che compiono atti contro l'ordine rivoluzionario".
L'appello dei sindacati, a ritornare al lavoro, provoca una seconda ondata di occupazioni e requisizioni. "La trasformazione dei luoghi di lavoro avviene in accordo con la visione anarchica delle relazioni sociali, secondo la quale la fine dell'alienazione lavorativa implica il superamento dei confini artificiali eretti nella città capitalista, e che separano il sociale dall'economico, il lavoro dal tempo libero". Ecco, così che nelle fabbriche più importanti vengono organizzati asili nido, programmi educativi e biblioteche.
Intanto, il 21 luglio, i leader anarchici decidono di creare il Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste (CCMA), una sorta di fronte popolare da lodo dominato. E quando, l'11 agosto, decidono di integrarsi nel Ministero dell'Economia della Generalitat della Catalogna, diventa innegabile che era stata presa, fin dall'inizio, la decisione di salvare lo Stato, e che la CNT e la FAI non avevano alcuna intenzione di incoraggiare un processo rivoluzionario autonomo. Si verifica uno sfasamento fra la militanza e la base del movimento e, come avrà a dichiarare José Peirats nel 1966: "Non c'è dubbio che ci fu una rinuncia rivoluzionaria dal momento in cui il sollevamento militare venne liquidato a Barcellona ed in Catalogna (...) Un atteggiamento rivoluzionario che si dichiara sconfitto già fin dal primo contatto con la rivoluzione, dà la misura della qualità insignificante di tali rivoluzionari (...) Quello che noi rimproveriamo loro, non è l'aver rinunciato alla dittatura anarchica, ma di avere optato per la contro-rivoluzione. Il dilemma che si era loro presentato: dittatura o collaborazione, è falso. Dal punto di vista anarchico, la collaborazione con il governo e la dittatura, sono la stessa cosa (...) Con quei 200mila uomini armati e con circa un milione di affiliati, gli anarchici rappresentavano un potere economico formidabile, ed una forza di dissuasione del tutto rispettabile (...) Bisognava rimanere fuori dallo Stato ed esercitare la più grande pressione possibile al fine di indebolirlo."
La CNT e la FAI si ritrovarono fra le mani una rivoluzione che non avevano previsto, e si assicurarono che venisse immediatamente incanalata per mezzo delle strutture sindacali. Da parte loro, i vari comitati già esistenti e quelli che erano sorti spontaneamente, comitati di controllo, di fabbrica, di miliziani, di gruppi anarchici e della Gioventù Libertaria; tutti questi comitati continuarono le loro attività autonome, ignorando del tutto le consegne del Comitato Centrale.
Racconta Abél Paz: "Il CCMA aveva creato le pattuglie di controllo per sostituire la vecchia polizia. Erano formate dai militanti dei partiti politici e delle organizzazioni sindacali rappresentate dai comitati. Comprendevano circa 800 uomini, distribuiti per distretto. Ma i comitati di difesa non volevano rinunciare al loro ruolo di sorveglianza, per la semplice ragione che l'autoritarismo, di cui cominciava a dare prova il Comitato Centrale, non ispirava loro alcuna fiducia."
In sostanza, agli occhi del giovane Paz, Barcellona, nell'autunno del 1936, si trovava in una situazione di estrema confusione. I Comitati di difesa, trasformati in Comitati rivoluzionari, erano diventati "un potere nel cuore stesso della sede del potere di comitati superiori della CNT-FAI (...) Ciascun comitato di quartiere controllava i suoi  gruppi di difesa (...) Barcellona, nel suo insieme, aveva adottato questa struttura organizzativa e si era arrivati ad un totale di 8, 10mila persone, la cui forza sfuggiva al controllo del CCMA e, assai sovente, anche ai comitati superiori della CNT-FAI". I comitati rivoluzionari di quartiere si installarono nelle sedi dei comitati di difesa e controllavano tredici magazzini di sussistenza, e numerosi edifici espropriati. Ma "questa forza, il cui ruolo avrebbe potuto essere decisivo, restava, in una certa maniera, a rimorchio delle alte autorità della CNT, che non avevano un obiettivo preciso (...) Gli scontri fra la base ed il vertice erano continui."
A parte l'effimera "Federazione delle Barricate", di cui non si sa molto, la rivoluzione barcellonese non generò alcuna organizzazione propria. Da strumento di lotta, prima del 19 luglio, la CNT si trasforma in un organismo centralizzatore. Il potere dei comitati di base fu poco a poco svuotato della sua sostanza, man mano che si ricostituiva lo Stato. Nel corso dei mesi a venire, vennero progressivamente disarmati e sciolti, sotto lo sguardo passivo della militanza che aveva "dimenticato" le disposizioni passate.

caosI dirigenti anarcosindacalisti si ritrovavano sotto la doppia pressione della militanza, da una parte, reticente ad obbedire loro, e delle forze antifasciste, dall'altra, che gli intimavano di applicare i decreti del governo e castigare gli incontrollati. E' istruttiva, in proposito, la testimonianza di Marcos Alcòn, sia militante del gruppo "Nosotros" che militante del CCMA:
« Il CCMA stava per essere sciolto (...) In tale circostanza, venne da me una commissione che rappresentava il Comitato di Difesa di Barcellona. (...) "Noi" - mi dissero - "abbiamo analizzato la situazione e stimiamo che la rivoluzione viene strangolata dai comitati responsabili. Di conseguenza, abbiamo deciso di andare nella sede della CNT-FAI per bonificarla dai membri di questi comitati. Veniamo a proporti di diventare il nuovo segretario del Comitato regionale." Benché fossi d'accordo con loro nel considerare eccessive le recenti concessioni, ne fui grandemente sorpreso, così gli risposi. "Certo, stiamo andando alla deriva, ma non è questo che bisogna fare. Il rimedio potrebbe essere peggiore del male (...) Ritiriamoci dentro i sindacati e obblighiamo i Comitati e l'insieme dei militanti ad adattare la loro condotta in funzione di quelli che sono sempre stati i desideri dei lavoratori."»
Alla fine, la stessa CNT vedrà la propria influenza politica sempre più limitarsi, di mese in mese, ma rimarrà fino al 1939 nella cabina di comando per la gestione delle fabbriche, e dei lavoratori. Va ricordato che la sindacalizzazione divenne rapidamente obbligatoria.
Il sentimento di trionfo popolare, e la trasformazione radicale dell'aspetto della città, riuscirono, per un certo tempo, a mascherare la realtà. E la realtà era che la rivoluzione era stata rimandata, ed una contro-rivoluzione era in atto, a partire dal 21 luglio 1936.

mercoledì 6 febbraio 2013

preoccupazioni

GeorgesBataille

Una critica dell'economia capitalista, a partire dalla critica della categoria del lavoro, la si trova in Georges Bataille - di cui si sa che era molto attento e seguiva gli "avvenimenti spagnoli" - che, durante una conferenza, tenuta nel 1938, così si esprime:

"Per il fatto stesso che i lavoratori smettono di riconoscere la loro subordinazione ad una realtà esterna al loro lavoro, essi hanno fatto del lavoratore stesso il fine dell'attività umana; e non solo del lavoratore, ma del lavoro. In altre parole, confondono la funzione con l'esistenza. Fanno entrare la vita umana nel reame dell'economia, vale a dire nel reame della servitù. (...) Smettendo di appartenere ad un mondo fantastico e tragico, ad un mondo di destino umano, il lavoratore libero si vota al suo proprio lavoro: ha cominciato a confondere la sua esistenza con la sua funzione, ha cominciato a prendere la sua funzione per la sua esistenza. E' sfuggito al movimento di insieme per lasciarsi assorbire in un movimento funzionale ipertrofico, un semplice e vuoto automatismo che si è sostituito alla pienezza della vita. (...) L'assorbimento nell'attività funzionale ha assunto sempre più il valore di una droga, di un anestetico. Il lavoro contiene, in una certa misura, la possibilità di privare l'esistenza umana della preoccupazione per il destino, della preoccupazione per la morte, della preoccupazione della tragedia. (...) Gli elementi tragici della vita non sono spariti. Hanno solo cessato di essere vissuti in comune."

martedì 5 febbraio 2013

La lotta per Barcellona

barcelona

Secondo Chris Ealham, autore del libro "La lucha por Barcelona", la tradizione anarchica in quella città data dagli anni '60 del 1800, e si basava sui "gruppi di affinità", comprendenti fra le quattro e le venti persone, tutte provenienti dallo stesso quartiere, fondati sulla reciproca fiducia. Latori di "una cultura di resistenza all'etica del lavoro ed ai rituali quotidiani della società capitalista", comprendevano pacifisti, naturisti e vegetariani, ma anche attivisti che conducevano una vita bohemien, che praticavano il brigantaggio, "l'atto individuale antisociale" e l'illegalismo; senza arretrare davanti all'uso della violenza. Il terreno di questi gruppi era la cultura dei quartieri (barrios) laddove il "codice morale"  giustificava il "delitto economico" per arrivare in fondo al mese.
Si oppongono violentemente a qualsiasi organizzazione e, in un primo tempo, rimangono distanti dalla classe operai. La repressione, pesante, li rende poco operativi. Nel mentre, gli anarchici più intellettuali si riuniscono nei caffè e si mescolano agli emarginati, agli zingari. Le idee individualiste si propagano a partire dai centri popolari, culturali e sociali, "gli Atenei"(a Barcellona, fra il 1877 e il 1914, ce n'erano 75), dalle scuole razionaliste e attraverso le numerose riviste, sulle quali si potevano leggere articoli, corredati da illustrazioni, in cui si difendeva "l'espropriatore" che "restituisce alla società quella parte del prodotto del lavoro confiscato dalla borghesia.” Su "Tierra y Libertad" di Madrid, nel 1902, un articolo di Fermin Salvochea si intitolava: "Non lavorate!"
Poco interessati all'azione sindacale, gli anarchici indivdualisti, per la più parte urbani, rispettano la figura del produttore e sono dei ferventi partigiani del "comunalismo", un sistema federalista di cui la comune rurale rappresenta la base. I tentativi insurrezionali degli anni trenta del novecento, per proclamare il comunismo libertario, furono sostenuti da Federica Montseny che, nel 1932, dichiarava: "Noi dobbiamo, noi gli anarchici, spostare le nostre attività nelle campagne, nei villaggi rurali, da dove partiranno le falangi rivoluzionarie, per farla finita con l'egemonia delle città, ricettacoli della corruzione e della sterilizzazione dei movimenti. (...) Per fare la rivoluzione, noi non abbiamo bisogno delle città. che sono il luogo della concentrazione delle forze capitaliste."
Intanto, l'anarchismo operaio aveva cominciato a prendere vigore solo a partire dall'inizio del ventesimo secolo, ispirandosi all'anarco-sindacalismo francese. Il primo grande sciopero avviene a Barcellona nel 1902; quello del 1909 si trasforma in un'insurrezione urbana della popolazione dei quartieri. Nel 1910, si costituisce la CNT; l'esistenza stessa di un'organizzazione anarco-sindacalista va a costituire una rottura nel modus operandi dell'anarchismo spagnolo, contro l'attivismo individuale e in favore di un'azione collettiva e solidale.
Questo sindacato senza organizzazione, che pratica l'azione diretta, andrà a legarsi strettamente e intimamente alle comunità dei quartieri, creando comitati, reti d'informazione e d'azione; rinforzerà una pratica popolare già esistente, in cui è la strada l'epicentro dell'azione. Scioperi che cominciano in fabbrica e finiscono nei quartieri, rifiuto di pagare gli affitti, boicottaggio, manifestazione di disoccupati che finiscono in espropriazioni collettive, manifestazioni di donne accompagnate da uomini armati, liberazione e rilascio dei prigionieri, edificazione di barricate. Tutto questo era già parte di una contro-cultura d'azione diretta che non si aspettava niente dallo Stato, violentemente anti-politica, in particolare non pietista ed animata da un senso di superiorità morale nei confronti dei borghesi, considerati come dei criminali. Nei fatti, la CNT rafforza i suoi legami con le scuole razionaliste, le cooperative di consumo e con gli Atenei, che, a loro volta, rinforzano lo spirito autonomo dei quartieri: il sacrificio collettivo, necessario all'apertura di questi centri, si converte in una fonte di orgoglio locale e rinforza la fiducia della comunità, a partire dall'idea del possesso comune di una ricchezza. Tutto questo avviene nel mentre in Europa arrivano le prime forme di cultura di massa, come il calcio e le sale per i concerti, che avevano cominciato a diluire la coscienza di classe.
Dopo la vittoria, sancita dal grande sciopero del 1919, in seguito al quale lo stato spagnolo sarà il primo, in Europa, a legiferare sulla giornata lavorativa di otto ore, la CNT diviene uno degli attori principali del mondo industriale ed un riferimento per gli operai. Sarà allora che la borghesia catalana organizzerà delle milizie ed ingaggerà dei pistoleri per spezzare gli scioperi e colpire i militanti. Il sindacato entra in clandestinità, appoggiandosi alla rete di sostegno dei quartieri ed, allo stesso tempo, alleandosi con gli anarchici individualisti organizzati nei "gruppi di difesa", che offrono i loro servizi per rispondere colpo su colpo al padronato e allo stato. Proteggono i militanti minacciati, raccolgono le iscrizioni, attaccano le banche per finanziare le casse dei comitati pro detenuti, sparano ai pistoleri e attaccano anche direttamente alcuni dirigenti. Pagati dalla CNT, ricevono il salario di un operaio qualificato, sono circa duecento e rappresentano una fonte d'orgoglio per la classe operaia: non verranno mai né infiltrati né traditi!
Questi gruppi, negli anni trenta, saranno violente denunciati da alcuni settori della CNT(i "trentisti" vedi nota) che li accusano di danneggiare la CNT, in quanto creerebbero confusione fra azione rivoluzionaria e delinquenza armata. Oramai, ogni singolo sindacato ha i suoi gruppi d'azione, divenuti organi indispensabili a fronte degli abusi della controparte, nel caso della mancata applicazione degli accordi salariali, per la formazione dei picchetti, per l'autodifesa, ed anche per sostenere e abbreviare la durata degli scioperi quando mancano i fondi per farli andare avanti.

spagnaE sarà proprio nel 1931 che il gruppo dei "Solidarios" - creato, fra gli altri, da Durruti, Ascaso e Garcia Oliver - si riorganizzerà sotto il nome di "Nosotros" sulla base dei "Gruppi e Comitati di Difesa della CNT" per realizzare il suo piano di "organizzazione armata segreta". Partigiani della presa del potere, i suoi membri verranno definiti anarco-bolscevichi dalla tendenza anti-autoritaria e anti-militarista della CNT, e rappresentano la tendenza più radicale in seno al movimento anarco-sindacalista. Secondo un rapporto confidenziale dell'AIT, redatto da Alexander Shapiro, "sull'attività della CNT e sul funzionamento dei Gruppi e Comitati di Difesa", tali Comitati "avevano come solo fine, quello di preparare le armi necessarie in caso di insurrezione, di organizzare i gruppi d'assalto nei diversi quartieri popolari, di organizzare la difesa dei soldati nelle caserme, etc.". A causa del fallimento dell'insurrezione dell'8 gennaio 1933, il rapporto critica duramente la mancanza di organizzazione di questi comitati ed il fatto che la CNT fosse sotto il controllo del Comitato Nazionale dei Comitati di Difesa (CNCD). In piena insurrezione asturiana (cui la CNT, a livello nazionale, non partecipa), un rapporto del CNCD dell'11 ottobre 1934 qualifica la tattica del gruppo Nosotros, come pericolosa per il movimento: "Non c'è rivoluzione senza preparazione. (...) Bisogna farla finita con l'improvvisazione, con l'ispirazione esaltata. (...) Questo errore di giudizio sull'istinto creativo delle masse ci è costato molto caro." Da quel momento, i Comitati di Difesa diventeranno "la milizia segreta e anonima della CNT". In ciascun quartiere viene costituito un Comitato di Difesa di settore che comprendono gruppi di informazione e di combattimento che devono giocare il ruolo di "avanguardie rivoluzionarie che ispirino direttamente il popolo". Dimostreranno la loro efficacia durante i combattimenti del luglio 1936, a Barcellona, sotto l'impulso, ancora una volta, del gruppo "Nosotros"; ma falliranno, però, in altre roccaforti dell'anarco-sindacalismo, come Saragozza e Siviglia.

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Defiance

NOTA:

Vennero chiamati "trentisti", proprio a partire dal fatto che la loro consistenza numerica era di trenta persone. Trenta sindacalisti della CNT, partigiani di quel che definivano "sindacalismo puro" e che volevano liberare la CNT dall'influenza dei gruppi anarchici. A tale scopo, nell'agosto 1931, mentre nelle strade della città della Spagna, i lavoratori e i disoccupati combattevano una guerra senza quartiere contro il capitale, essi resero noto il loro "Manifesto dei trenta". Questi sindacalisti moderati, come Peirò o Pestaña, proponevano una sorta di armistizio con le autorità, di modo che l'azione sindacale potesse svilupparsi, e criticavano la violenza dei gruppi di difesa ed il ricorso ad azioni illegali.
La Repubblica, ristabilita nell'aprile del 1931, aveva proposto ad alcuni di loro di diventare ministri - cosa che non osarono accettare. Va sottolineato come la disoccupazione di massa avesse esercitato una forte pressione sul codice morale dei sindacalisti: per lottare contro la disoccupazione, alcuni dei "trentisti" proponevano di limitare il lavoro delle donne e di controllare gli immigrati, già criminalizzati dalla stampa, e ritenevano che le azioni svolte, all'epoca, dai disoccupati contro le fabbriche, fossero "indegne dei lavoratori". La concezione anarco-sindacalista della dignità proletaria era qui diventata una sorta di versione radicale del concetto borghese del "bravo operaio" che vive esclusivamente del suo proprio lavoro.

lunedì 4 febbraio 2013

arrivederci

germi-pietro

L'AntiFellini
di Tullio Kezich

Chi l'ha intervistato ai suoi bei dì lo ricorda come un personaggio difficile, strappare qualche dichiarazione a Pietro Germi sul film che stava girando era un'impresa improba. Si sedeva davanti come se la sedia gli scottasse e urgenze ineluttabili lo stessero chiamando altrove; e ti rispondeva a monosillabi ("Sì, no, mah"), ansioso di arrivare al liberatorio "Arrivederci". Era, insomma, l'anti Fellini: quanto il riminese, da bravo ex collega, veniva incontro alle richieste del più modesto giornalista per fargli fare bella figura in redazione, tanto il genovese era incomprensivo e chiuso a riccio. Anche per questo, forse, i libri su Fellini, Rossellini, Visconti, Lattuada e altri protagonisti del nostro grande cinema riempiono gli scaffali, mentre su Germi non c' è quasi niente.
Pietro e Federico erano l'antitesi perfetta, ma si stimavano. Già regista affermato, il primo finché l'altro fu su piazza come sceneggiatore lo volle sempre accanto a sé; e l' autore dei Vitelloni, di sei anni più giovane, imparò qualcosa lavorando nella bottega del maestro. Al di là dell' ammirazione, Fellini era imbarazzato dal rapporto con un tipo simile e lo paventava un po'. Tanto da ricavarne una formula discorsiva, che gli sentii usare spesso per sintetizzare certe situazioni di ristagno nella conversazione: "Uno di quei silenzi alla Germi". Il fatto curioso è che il facondo e disponibile Fellini era il portatore di un'idea assolutamente personalizzata del cinema, di una poetica irriducibile e sorda a ogni esigenza esterna; mentre Germi, rigoroso fino all'austerità, fu la più attendibile versione italiana del cineasta all'antica hollywoodiana: in grado di alternare drammi e commedie, tragedie e farse, film socialmente impegnati e film d'evasione; e sempre con un occhio rivolto alle logiche della produzione e perfino del produttore, con un istintivo e rassicurante senso del mercato. Forse per questo un gigante come Billy Wilder continuò a prediligerlo.
Se Pietro Germi non fosse morto di cirrosi epatica il 5 dicembre 1974, oggi compirebbe 80 anni: l'età di Alberto Lattuada, sei mesi più di Mario Monicelli, due anni più di Dino Risi e Luigi Comencini. Rispetto a questi coetanei o quasi, il nostro fece meno film (19 titoli articolati su tre decenni scarsi di operosità) in una carriera contrassegnata da tribolazioni e molteplici cambiamenti di rotta.
Cominciò con drammi di cronaca nera alla francese (Il testimone, Gioventù perduta) e proseguì con un dittico western alla siciliana (In nome della legge e Il cammino della speranza, omaggio a Furore di John Ford) dove l'assunto sociopolitico era contraddetto da un'irresistibile tendenza alla spettacolarità. Dopo il fiasco di La città si difende, "city gangster film" all'amatriciana che rivisto oggi sembra il "prossimamente" del Bidone felliniano, Germi sbalordì tutti accettando di dirigere La presidentessa, la più classica delle pochade. Ma lo sbalordimento aumentò quando si scoprì che il film era fatto bene, Silvana Pampanini insolitamente accettabile e il divertimento garantito. Un film di Germi che faceva ridere? Se fu una scoperta pure per l'autore, lui la tenne per sé e tornò al western meridionalizzato con Il brigante di Tacca del lupo e all'odiosamata Sicilia con Gelosia.
Poi si verificò la svolta intimistico populista, che la presenza dell'autore come protagonista farebbe quasi ritenere autobiografica, con l'appassionata trilogia romana composta da Il ferroviere, L' uomo di paglia e Un maledetto imbroglio (quest' ultimo atteggiato a "giallo" e tratto da Carlo Emilio Gadda). E sull'inizio degli anni 60, via libera alla risata a lungo repressa in un'altra trilogia di costume, stavolta aggressiva e beffarda: due capitoli ancora in Sicilia, Divorzio all' italiana e Sedotta e abbandonata, e una puntata a Treviso, Signori e Signore, frutto della collaborazione con lo sceneggiatore veneto Luciano Vincenzoni.
Hollywoodiano anche in questo, Germi annetteva una particolare importanza agli scrittori che via via associava al suo lavoro: dalla coppia Fellini Pinelli ad Alfredo Giannetti, da Ennio De Concini a Benvenuti e De Bernardi. Tormentato da un tic facciale che si bloccava solo al momento in cui doveva recitare, temperamentale fino a diventare iracondo, pronto all' amore come all' antipatia, sempre con il toscano fra le dita e fedele al bicchiere di vino bevuto nelle osterie di quartiere, man mano che il tempo passava Germi si sentiva sempre più un personaggio d'altri tempi.
Nell'ultima parte della sua carriera questa nostalgia dei valori in via di sparizione gli prese la mano e forse offuscò a tratti la sua lucidità. Non tutti parvero disposti a perdonargli l'apologia del semplicione di Serafino (un Forrest Gump avantilettera?) o un titolo reazionario come Le castagne sono buone. Ma Dustin Hoffman, che militò ai suoi ordini nello sfortunato e finale Alfredo Alfredo, continua a parlarne con infinito rispetto come di un uomo tutto di un pezzo, fiero del proprio mestiere e insofferente d' ogni cialtroneria.
In un'assemblea dei primi anni 50 sentii Germi fare una sparata contro certi settori del cinema ancora legati al passato regime. Quand'era il momento di mobilitarsi a difesa delle cose in cui credeva, questo conservatore ribelle ritrovava la parola e tirava fuori perfino l'urlo. Fin troppo facile immaginare come tuonerebbe oggi per fronteggiare i postfascisti all'arrembaggio di Cinecittà.

- Tullio Kezich -  “Corriere della Sera”, 5 dicembre 1994

Prima e Prima

celine

Molti amano fare sottili differenze fra un ipotetico prima ed un disarmante dopo, dove tutto sempre depone a favore del prima. Così avviene che mentre si sprecano gli "al capolavoro" nei confronti di certe opere, come "Viaggio al termine della notte", da un'altra parte ci si riappacifica sostenendo che monsier Destouches, ai tempi in cui scriveva il capolavoro in questione, non poteva certo essere quello che poi sarebbe "diventato" quando scriveva spazzatura come Bagatelle per un massacro. Peccato - per certe anime belle - che le cose stiano sempre diversamente da i loro "prima e dopo". C'è sempre, e solo, un "prima e prima" assolutamente identico al "dopo e dopo"!
Così, non si può apprezzare, per quello che è il suo giusto valore, l'arte del "Viaggio al termine della notte", se non si sa che in quell'epoca, secondo le sue proprie dichiarazioni, Céline già lavorava da più di un anno e mandava, in modo continuativo e parossistico, delle comunicazioni alla Società di Medicina di Parigi, di cui era membro. Comunicazioni, inizialmente destinate al solo pubblico medico. In queste sue comunicazioni, Céline elogiava i metodi dell'industriale americano Henry Ford (lo stesso che aveva finanziato la diffusione de "I Protocolli dei Saggi di Sion", negli Stati Uniti), metodi che consistevano nell'assumere preferibilmente "gli operai tarati fisicamente e mentalmente", e che Céline chiamava "i deprivati dell'esistenza". Questo tipo di lavoratori, sottolineava Céline, "privi di senso critico ed anche della più elementare vanità" formano "una mano d'opera stabile che si rassegna assai meglio di qualsiasi altra". Céline, nei suoi comunicati, deplora che in Europa non esista niente di simile, "a causa di pretesti più o meno tradizionali, letterari, sempre futili e praticamente disastrosi" (maggio 1928).
In un altro comunicato, Céline propone di creare dei medici-poliziotti d'impresa, "una grande polizia medica e sanitaria", incaricata di convincere gli operai "che la maggior parte dei malati possono lavorare", e che "il paziente lavori il più possibile, con meno interruzioni possibili a causa della malattia". Si tratta, afferma il futuro autore del "Voyage", di una "paziente impresa di correzione e di rettifica intellettuale" assolutamente realizzabile anche perché "il pubblico non chiede di comprendere, ma chiede di credere". Céline conclude in modo inequivocabile: "l'interesse popolare? E' una sostanza infedele, impulsiva e vaga. Ci rinunciamo volentieri. Quello che noi consideriamo molto più serio, è l'interesse padronale e i suoi interessi economici, per niente sentimentali."

domenica 3 febbraio 2013

L'abito della penitenza

chester-himes

L'America mi ha fatto molto male. Quando videro che combattevo per mezzo della letteratura, decisero di distruggermi; non saprò mai se a causa del fatto che fossi un ex-galeotto degenerato che rifiutava di indossare l'abito della penitenza, o perché ero un negro che non accettava di porsi i loro problemi come se fossero suoi.
Ho cominciato a scrivere in prigione. Questo mi ha protetto sia dai detenuti che dai carcerieri. I detenuti negri nutrivano un rispetto istintivo, ed anche paura, nei confronti di chi poteva sedersi davanti ad una macchina da scrivere, ed il cui nome compariva su periodici e riviste. I carcerieri non potevano toccare chi ritenevano che fosse un personaggio pubblico.

Chester Himes (1909-1984)

definizioni

mailer

All'Editore di Playboy

21 Dicembre, 1962

Egregio signore,

Avrei voluto che lei non avesse descritto il dibattito che c'è stato fra William Buckley e me, come l'incontro fra un conservatore ed un liberale. Non m'importa se la gente mi definisce un radicale, un ribelle, un rosso, un rivoluzionario, un emarginato, un bandito, un Bolscevico, un anarchico, un nichilista, o perfino un conservatore di sinistra, ma per favore non mi chiami liberale.

Vostro,

Norman Mailer

sabato 2 febbraio 2013

4 tavoli

itavolidisteven

[nello studio] Un tavolo è destinato al lavoro del momento, quello accanto ai libri di consultazione corrente, un altro molto ampio per i messaggi e le bozze che attendono di essere spedite; un altro tenuto sgombro per l'occorrenza, mentre l'ultimo sarà destinato alle carte geografiche, sempre lì a bofonchiare sotto un mare di carte a grande scala e di mappe. Fra tutti i libri questi sono i meno noiosi e i più ricchi di contenuto: il corso di strade e fiumi, i contorni e le chiazze delle foreste nelle mappe ... le rende il genere di stampa più adatto a stimolare e appagare la fantasia...

Robert Luis Stevenson - La casa ideale -

pretaglia

peret

"A partire dal 10 maggio 1931, a Madrid, Cordova, Siviglia, Bilbao, Alicante,  Malaga, Granada, Valencia, Algesiras, San Roque, La Linea, Cadice, Arcos de la Frontera, Huelva, Badajos, ]eres, Almeria, Murcia, Gijon, Teruel, Santander, La Coruña, Santa Fé, ecc., la folla ha incendiato le chiese, i conventi, le università religiose, ha distrutto le statue, i quadri che questi edifici contenevano, ha devastato gli uffici dei giornali cattolici, cacciato tra le grida i preti, i frati, le monache che in fretta e furia passano le frontiere. Cinquecento edifici distrutti finora  non chiuderanno questo bilancio di fuoco. Opponendo a tutti i roghi eretti nel passato dal clero spagnolo il grande chiarore materialista delle chiese incendiare, le masse sapranno trovare nei tesori di quelle chiese l’oro necessario per armarsi, per lottare e trasformare la Rivoluzione borghese in Rivoluzione proletaria. Per il restauro di Nostra Signora del Pilar a Saragozza, ad esempio, la sottoscrizione pubblica di venticinque milioni di pesetas è già coperta per metà: si esiga questo denaro per i bisogni rivoluzionari e si abbatta il tempio del Pilar dove da secoli una vergine serve a sfruttare milioni di uomini! Una chiesa in piedi, un prete che può officiare, sono altrettanti pericoli per la Rivoluzione.
Distruggere con ogni mezzo la religione, cancellare fin le vestigia di quei monumenti di tenebre dove si sono prosternati gli uomini, annientare i simboli che un pretesto artistico cercherebbe invano di salvare dal grande furore popolare, disperdere la pretaglia e  perseguitarla nei suoi ultimi rifugi, ecco ciò che, nella loro comprensione diretta dei compiti rivoluzionari, hanno intrapreso di loto iniziativa le folle di Madrid, Siviglia, Alicante, ecc. Tutto ciò che non sia violenza quando si tratta di religione, dello spaventapasseri che è Dio, dei parassiti della preghiera, dei professori della rassegnazione, è paragonabile al patteggiamento con quel verminaio del cristianesimo che deve essere sterminato."

Benjamin Peret

venerdì 1 febbraio 2013

Viet

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Esplosione di gioia. E' il titolo dato a questa fotografia, di Slava Veder, che ha simboleggiato la fine della guerra del Vietnam. Robert Stirm era rimasto prigioniero per 5 anni, nel Vietnam del Nord. E' il 17 marzo del 1973, quando, tre  giorni dopo la sua liberazione, arriva alla base area di Travis, California, dove lo aspetta la sua famiglia. E' la figlia di 15 anni, la ragazza che, le braccia aperte, corre verso di lui. A dare ancor più senso all'immagine, serve chiosare come, solo tre giorni prima, ed appena un'ora dopo che Stirm aveva riacquistato la libertà, gli era stata recapitata una lettera in cui la moglie, Loretta, gli annunciava che lo lasciava!

il lavoro contro gli operai

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Malgrado la propensione degli spagnoli, secondo cui "il riposo è salute", cui si riferiva Paul Lafargue, nel 1881, nella Spagna del 1936-1938 diventa assai difficile affrontare la questione dell'avversione dell'uomo per il lavoro, se non attraverso la stigmatizzazione degli operai recalcitranti o l'incensamento degli altri. Il concetto di "buon lavoratore" - che, per antitesi, criminalizza coloro che nella società borghese vivono nell'illegalità o nel vagabondaggio - riprende forza, abbellito con l'etichetta del "buon antifascista", al fine di diffamare, al contrario, quello che - in fabbrica - fa una scelta diversa dal lavorare, muovendosi fra il dentro ed il fuori, assentandosi, ignorando l'aumento dei ritmi o sabotandone il funzionamento, in un modo o nell'altro. E, in più, si arriva a qualificare come "buon rivoluzionario" quello che accetta di produrre sempre più senza discutere.

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La fabbrica, come si profila dietro il simbolismo dei gruppi anarchici naturisti, annuncia i presunti tempi nuovi in rottura con le "visioni obsolete" della rivoluzione. A vedere la propaganda che si dispiega per mezzo della stampa, e attraverso i manifesti affissi per le strade, pieni di lavoratori all'opera, per poter convincere i proletari che lì devono restare, e che culmina con gli articoli ed i libri di Juan Fàbregas, si deduce che i "buoni lavoratori" non dovevano essere legione. Joan Fabregas era un economista borghese della Esquerra (sinistra catalana), ed è significativo che si sia unito alla CNT nel luglio 1936. In linea con le teorie di Santillan Star(vedi nota), rappresentava la Confederazione nei luoghi di rilievo, in quanto presidente del Consiglio dell'Economia, e poi ministro della Generalitat. Si richiamava alla "ricostruzione razionale dell'economia sotto la supervisione dei tecnocrati, di cui bisognava ottenere la collaborazione, a tutti i costi". E ancora, "Noi faremo del lavoro, la determinazione suprema della vera ricchezza, l'unico segno di prestigio sociale. Esso, il lavoro, sarà il più grande motivo di orgoglio per i lavoratori emancipati." Il suo sconfinato entusiasmo lo porterà a scrivere, in un articolo intitolato "Elogio del lavoro", che, con l'autogestione, il lavoro non dovrà più essere percepito come sofferenza: "La pena che ci procura il lavoro non è, nella maggior parte dei casi, che il prodotto di un riflesso psicologico. Con una buona organizzazione del lavoro, essa sparirà." Autocitandosi, l'intrepido economista dichiara che "è necessario creare una mistica del lavoro". Va ancora più lontano, proponendo di sostituire all'anatema biblico, "Guadagnerai il tuo pane col sudore della fronte", un "anatema umano, che sarà impossibile deridere, applicabile in maniera inflessibile e inesorabile: chi non lavora non mangia!". Dopo aver bacchettato come si conviene " i parassiti e i vagabondi professionali e incorreggibili", passa a sostenere che è nell'inerzia, e non nel lavoro, il vero supplizio. Fàbregas completa il suo quadro con l'immagine idilliaca di "un mondo trasformato in un immenso alveare, dove gli uomini-ape contribuiranno con gioia, e in una bella solidarietà, a fabbricare il miele della vita".

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Le principali organizzazioni della sinistra spagnola passano un sacco di tempo, e spendono un monte di soldi, per produrre questa propaganda - anche quando la carta è diventata rara e costosa. Gli artisti che ne sono gli autori, lavorano su comando degli anarchici, dei comunisti, dei socialisti e della Generalitat. Si instaura "una sorta di unità estetica del Fronte Popolare", ispirata allo stile sovietico del realismo socialista. Gli uomini e le donne rappresentate, hanno sempre le maniche arrotolate su delle braccia muscolose, per lavorare, combattere e morire per la causa. La differenza tra il soldato ed il produttore, tra l'uomo e la donna, scompaiono. Il fine di questa propaganda è quello di colpevolizzare (leggi: minacciare) coloro che sono refrattari al lavoro e all'esercito.

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"L'ubriaco è un parassita. Eliminiamolo". Marchiando così, con l'infamia, il pigro e l’alcolista, oramai assimilati ai faziosi; chi se la svigna può avere solo delle "cattive ragioni".
Quest'arte deve essere vista come il riflesso della visione dei militanti, e non della cultura della classe operaia nel suo insieme. La sua essenza è lo sviluppo e la razionalizzazione dei mezzi di produzione della nazione. Tutto il resto cede il posto a tale obiettivo centrale.

lavororivoluzione

Va notato come i termini "rivoluzione" e "rivoluzionario" siano quasi del tutto assenti dai manifesti, contrariamente a quello che avveniva sulla stampa anarchica militante, salvo per quest'ultimo manifesto che afferma "La rivoluzione non si contiene, si canalizza"; cosa che fa pensare alla fabbrica ...

StarNOTA

santillan

"Non è affatto necessario distruggere l'organizzazione tecnica esistente della società capitalista, noi dobbiamo servircene. La rivoluzione deve porre fine alla proprietà privata delle fabbriche ma, se le fabbriche devono esistere, e a nostro avviso devono esistere, allora è necessario sapere come funzionano. Il fatto che esse divengano proprietà collettiva, non cambia affatto l'essenza della produzione, o il metodo di produzione. E' la distribuzione dei prodotti che cambierà e diverrà più equa."

- Diego Abad de Santillán -

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giovedì 31 gennaio 2013

Belfast

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La foto, della Sygma/Corbis, scattata nel 1972 in una strada di Belfast, mostra due membri dell'IRA che perquisiscono un passante, sotto una scritta ammonitrice.

giallo

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Alexandre Dumas, nella vita fece molte cose, come ci ha spiegato il dottor King Schultz in "Django Unchained"; fra le molte cose che fece, fra il 1860 ed il 1864 fu anche direttore di un giornale, L'Indipendente, con sede a Napoli. C'era stato messo da Garibaldi in persona. E, a quanto pare, su quel giornale uscì, pubblicato a puntate, un romanzo di cui sembrava si fossero perse le tracce; un libro cui solo qualche studioso dell'autore francese de "Il conte di Montecristo" aveva fatto qualche riferimento, citando una presunta lettera di Dumas. Tant'è che nessuno lo aveva più cercato quel libro.
Ora, invece, "L'Assassinio di rue Saint Roch" esce fuori - con tutti i suoi interrogativi - dall'archivio di una biblioteca napoletana, non so quanto polverosa, e viene pubblicato da Baldini e Castoldi Dalai. Scritto fra il 28 dicembre 1860 e l'8 dicembre 1861, il romanzo non può non farci delle domande ben precise, e su Dumas e su Edgar Allan Poe ed il suo "Delitto di Rue Morgue", da sempre considerato il capostipite di tutti i polizieschi.
L'ambientazione dei due romanzi è la stessa, come le stesse sono le vittime e la storia. Nel romanzo di Dumas padre, a visionare i cadaveri, viene chiamato il medico legale Paul Dupin, lo stesso medico legale che nel racconto di Poe si chiama Paul Dumas, e a condurre l'indagine è niente meno che lo stesso Poe; mentre nella storia scritta da Poe, Dupin è il cognome del detective. C'è di che insospettirsi! Solo che "I delitti della Rue Morgue" vengono pubblicati a Filadelfia nel 1841, vent'anni prima (!!!) del libro di Dumas. Del resto, lo stesso Dumas spiega, fin dalle prime pagine de "L'assassinio di rue Saint-Roch", che Poe era stato suo ospite a Parigi, nel 1832. Presentatogli da un altro scrittore americano, James Fenimore Cooper (l'autore de "L'ultimo dei Mohicani"), era stato ospite in Rue de l'Ouest, a Parigi, dove Dumas aveva ceduto due camere della sua casa a Poe. Proprio in quei giorni - a quanto pare - i due, sfogliando la "Gazzette des Tribunaux", erano venuti a conoscenza della terribile fine di madame L'Espanaye e di sua figlia Camilla, e si erano messi ad indagare sul delitto.
Ovviamente, l'unica prova sarebbe la "testimonianza" romanzesca di Dumas, scritta nel suo proprio libro, ma rimane assai probabile che proprio in quel periodo, fra il 1832 e il 1834, Poe abbia visitato l'Europa, magari arruolato nella marina mercantile, se non in quella di guerra, come Mellville. Inoltre. è da sottolineare come sia Poe che Dumas, e anche Fenimore Cooper, facessero parte di una setta massonica e rivoluzionaria americana, la "Society of the Cincinnati", che si prefiggeva come scopo quello di liberare le colonie americane, sia dall'Inghilterra che dalla Francia di Napoleone, e, più in generale, di provocare rivoluzioni repubblicane in tutt'Europa, cospirando per l'indipendenza di Grecia, Italia, Polonia e Turchia. Poi, a complicare ancora tutto questo mistero, esiste una lettera autografa, datata 1832, in cui Dumas parla dell'incontro con Poe.
Qui ci vorrebbe un detective!!!

giallo

mercoledì 30 gennaio 2013

buoni e cattivi

capitale

Evviva le frontiere! Abbasso la finanza!
Ecco lo slogan preferito dalla sinistra populista europea. Bisogna rimettere le dogane alle frontiere, e tassare le transazioni finanziarie - così continuano a martellarci, e lo slogan è stato ripreso anche dai conservatori. La sinistra, che sia moderata o "radicale", ha trovato il responsabile della crisi che ha investito tutto il pianeta a partire dal 2007. Il responsabile è il mondo della finanza, il banchiere cattivo, il malvagio speculatore! Sì, il vero nemico è lui - ci dicono - quest'uomo terribile che lavora per JP Morgan, per la BNP o per Goldman Sachs, e che specula con i soldi degli onesti investitori. E' lui che, giocando con i suoi computer, mette in ginocchio la sacrosanta "economia reale", fa salire alle stelle il tasso di disoccupazione, amplifica la crisi del credito.
Quest'analisi non solo è falsa, ma puzza anche di quel vecchio antisemitismo che finì per identificare nell'ebreo, il perfido banchiere. La finanza non è la causa della crisi, e le proposte di economisti pseudo-sovversivi come Frédéric Lordon non sono in grado di dare alcuna risposta a quello che sta succedendo. La verità è che non ci sono soluzioni. In ogni caso, non ci sono soluzioni in grado di salvare il sistema produttivo capitalista. Lo sviluppo di un capitalismo finanziario negli anni '80 e lo sviluppo esponenziale di un credito, un po' più recentemente, sono stati con ogni probabilità l'ultimo respiro del capitalismo. Come analizzato da Marx, il sistema capitalista possiede un suo limite interno, una vera e propria contraddizione inerente il suo funzionamento e che, fin dal suo inizio, ci parla del suo crollo inevitabile.
« La logica della valorizzazione capitalista reca in sé una contraddizione fondamentale che non può essere risolta. Da un lato, bisogna che sempre più forza lavoro venga impiegata nella produzione di merci, al fine di garantire la valorizzazione del capitale; la moltiplicazione del denaro, diventata un fine in sé, per mezzo dell'impiego di forza lavoro, è un fine astratto e quantitativo, e non conosce alcun limite logico. Dall'altro lato, la concorrenza onnipresente obbliga as aumentare continuamente la produttività per "razionalizzare" la produzione. Ciò vuol dire che bisogna produrre sempre più merci per unità di tempo, cioè ridurre il tempo di lavoro necessario fino a rendere "superflua" la forza lavoro.» (Norbert Trenkle, in
«Qu'est-ce que la valeur et qu'en est-il de sa crise? Une introduction à la wertkritik»
).
La ricerca del plusvalore (profitto) è alla base del modo di produzione capitalista, l'utilità di quel che viene prodotto conta assai poco. A partire da questo, si aprono due strade per il genere umano. In primo luogo, si può continuare a mettere cerotti sul corpo già morto del nostro buon vecchio sistema capitalista, e ciò è quello che si contenta di proporre la sinistra, che sia rosa, verde o rossa. Si può continuare a inanellare piani di rilancio, di austerità, o di non importa cosa, per cercare di ottenere il ritorno della crescita, come fine in sé. E noi, consumatori-pecore-elettori, si può continuare a chiedere lavoro, aumenti salariali, diritto di voto. Altrimenti, forse è tempo di guardare le cose come stanno, Forse è tempo di capire che il "lavoro", nel senso capitalista del termine, non serve affatto l'interesse della società, ma quello del detentore del capitale, e che esso è diventato oggi un elemento di controllo sociale primordiale. Il mutamento dovrà essere radicale, e va fatta un'analisi profonda del capitalismo e delle sue categorie (stato, valore, denaro, merce ...) per riuscire a porre le basi di una società post-capitalista.
La mera denuncia del cattivo speculatore, non solo non è in grado di apportare niente all'analisi, ma finisce per avere, come conseguenza diretta, proprio la xenofobia, in una società dove l'avvento del fascismo rischia di diventare un problema reale.

J.B.

fonte: http://palim-psao.over-blog.fr

martedì 29 gennaio 2013

predizioni

Napoleon-Bonaparte

NAVI A VAPORE:

" Che cosa? Vorreste costruire una nave per correre il vento e le correnti, accendendole un fuoco sotto coperta?" - Napoleone Bonaparte, 1800 -

 

Dr.-Dionysius-Larder

TRENI VELOCI: " Il viaggio ferroviario ad alte velocità non è possibile, dal momento che i passeggeri, incapacitati a respirare, morrebbero di asfissia." - Dr. Dionysius Larder, 1835 -

 

Western-Union

TELEFONO: "Questo 'telefono' ha troppi difetti per essere seriamente considerato come un mezzo di comunicazione. Il dispositivo è intrinsecamente privo di valore, per quel che ci riguarda." memo interno della WESTERN UNION, 1876 -

Lord-Kelvin

RAGGI X:

"I raggi X si riveleranno una bufala." - Lord Kelvin, 1883 -

 

HG-Wells

SOMMERGIBILI: "Devo confessare che la mia immaginazione si rifiuta di vedere ogni sorta di sottomarino che riesca a fare qualcosa di diverso dall'asfissiare il suo equipaggio ed affogarlo in fondo al mare" - HG Wells, 1901 -

 

Horace-Rackham

AUTOMOBILI: "

Il cavallo è qui per rimanere, ma l'automobile è solo una novità, una moda." - Horace Rackam (avvocato di Henry Ford), 1903 -

 

 

Charlie-Chaplin

CINEMA:

"Il cinema è poco più di una moda passeggera. E' un dramma in scatola. Quello che il pubblico vuole realmente vedere è la carne ed il sangue sul palcoscenico." - Charlie Chaplin, 1916 -

The-NY-Times

VIAGGIO SPAZIALE:

"Nessun razzo sarà mai capace di uscire dall'atmosfera terrestre." – The New York Times, 1936 -

 

The-New-York-Times

TELEVISIONE: " La TV non sarà mai un serio concorrente per la radio dal momento che la gente vi si deve sedere davanti e tenere gli occhi incollati su uno schermo; la famiglia americana media non ha il tempo per farlo." - The New York Times, 1939 -

 

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COMPUTER: "Non c'è alcun motivo per cui qualcuno dovrebbe volere un computer in casa sua." Ken Olson, presidente della DEC, specializzata in computer mainframe, 1977 -

Bentornati!

egypt-black-bloc-revolution

Gli Ultras dei club calcistici egiziani sono stati associati per anni alle idee anarchiche, e sono stati accreditati come decisivi per il crollo del regime di Mubarak, nel febbraio del 2011. La scorsa notte hanno deciso di lasciare i loro luoghi, all'ombra dei graffiti sui muri, le conventicole ed i forum online, e sono riemersi al Cairo per riprendere il filo lasciato due anni fa. Una pioggia di bottiglie molotov contro gli uffici dei fratelli musulmani. Il governo ha subito provveduto a chiudere le loro pagine facebook, "Black Blocairo" e “Egyptian Black Bloc”, subito riaperte.
Il giorno dopo, hanno fatto la prima loro apparizione di massa in piazza Al-Tahir e, subito dopo, hanno attaccato con bottiglie molotov lo Shura (il parlamento egiziano) e si sono scontrati, insieme ad altri, con le forze di sicurezza.

black-bloc-egypt
"Ieri, dopo aver terminato la nostra manifestazione, ci siamo incontranti con alcuni facenti parte dei movimenti rivoluzionari ed abbiamo deciso di unirci per i nostri prossimi attacchi, dopo le nostre due prime azioni di ieri:

1 - Abbiamo incendiato Ikwahn, uffici online dei fratelli musulmani.
2 - Abbiamo incendiato l'ufficio di Ikhwan, in Al Manial street, Cairo.

Abbiamo annunciato la nostra rivoluzione, a cominciare da oggi, in piazza Al-Tahrir. Fino a quando l'Egitto ed il suo popolo non ottengano Vita, Libertà e Giustizia Sociale!

Black BloCairo, gli Hooligans

Aspettatevi i nostri prossimi attacchi, in risposta alla chiusura della nostra pagina ufficiale ..."

fonte: Anche se la Vostra Voce Trema

lunedì 28 gennaio 2013

mattini difficili, e commoventi

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Un'annotazione per mano di Guy Debord, sul retro di una busta, sulla quale aveva scrupolosamente annotato, via via, tutto quello che aveva bevuto il 9 maggio 1962, tra le 14 e le 6 dell’indomani mattina. Un miscuglio permanente di vino (rosé), di birra e di superalcolici (Calvados, Cognac) per un totale di tre litri di vino, due litri di birra e sei bicchieri di superalcolici (cioè mezzo litro). Ovvero, 5 litri e mezzo di alcol in sedici ore. Una media costante di circa 33 cl di alcol all'ora.
Eppure, come lui stesso scriverà, anni dopo, nel Panegirico: «D’altra parte sono un po’ sorpreso, io che ho dovuto leggere così spesso, al mio riguardo, le più stravaganti calunnie o critiche molto ingiuste, di costatare che circa trent’anni, e più, sono passati senza che mai un malcontento abbia denunciato la mia ubriachezza come un argomento, almeno implicito, contro le mie idee scandalose; con un’unica eccezione, peraltro tardiva, di uno scritto di alcuni giovani drogati in Inghilterra, che intorno al 1980 diceva che oramai ero abbrutito dall’alcol, e che pertanto avevo smesso di nuocere.»

domenica 27 gennaio 2013

il primo

gibilterra

8 agosto 1936, un marinaio spagnolo ferito viene soccorso da marinai inglesi. Lo stanno trasportando, per essere curato d'urgenza, in un centro sanitario situato a Gibilterra, Si tratta del primo marinaio spagnolo che entra nella Rocca, dall'inizio del dominio inglese.

 

fonte: http://album-agujero-negro.blogspot.it

suk

ambasciata

Allo scoppio della guerra civile in Spagna, nel luglio 1936, l'ambasciata spagnola a Parigi si trovò a giocare un ruolo di primo piano nella strategia diplomatica repubblicana. Iniziata la guerra, questa struttura del servizio diplomatico acquisì una rilevanza vitale, considerando che proprio a Parigi si andò ad insediare la Commissione Governativa per l'Acquisto di Armi, incaricata di centralizzare la maggior parte dei tentativi di acquisto di materiale bellico da parte del bando repubblicano.
Gli eventi che ebbero corso nell'ambasciata parigina, in seguito al sollevamento franchista, furono esemplificatori di quello che avvenne presso le altre rappresentanze diplomatiche spagnole.
La capitale francese, al tempo, ospitava una buona parte degli spagnoli monarchici ed antirepubblicani che risiedevano fuori dal loro paese. L'inizio del sollevamento corrispose ad un certo movimento, presso i circoli frequentati dagli spagnoli a Parigi, che avevano partecipato, in un modo o nell'altro, ad organizzare la cospirazione. La figura principale era José María Quiñones de León, ex-ambasciatore di Alfonso XIII nella capitale francese, il quale, nei mesi posteriori alla sollevazione militare, insieme al Conte delle Andes, fu l'organizzatore del Servizio di Informazioni della Frontiera del Nord-est della Spagna, con sede presso il Grand Hotel di Biarritz. I suoi anni di servizio a Parigi gli avevano fornito un'ampia rete di contatti: politici, diplomatici, giornalisti e militari che gli permettevano di stare al passo con gli eventi che si svolgevano nella convulsa Europa degli anni trenta. Le sue dimissioni, nel 1931, dall'incarico di ambasciatore, non avevano avuto come conseguenza un calo in tali rapporti, che continuava ad intrattenere, installato presso il lussuoso Hotel Meurice, in rue Rivoli, di fronte al Louvre.
Il primo compito fu quello di cercare di neutralizzare le attività dell'ambasciata, soprattutto quelle destinate a comprare armi all'estero. E, perciò, era necessario reclutare personale che simpatizzasse con la causa franchista. All'inizio, si preferì che i reclutati rimanessero al loro posto, per filtrare gli ordini provenienti da Madrid e, se il caso, sabotarli.
L'edificio dell'ambasciata, situato a duecento metri dagli Champs Elysees, in avenue George V, dopo la sollevazione militare, si era trasformato in una specie di suk, dove si mescolavano politici repubblicani, sorpresi dalla guerra civile fuori dal paese, ad altri politici arrivati dalla Spagna, al personale diplomatico e ad avventurieri, trafficanti di armi, opportunisti, ladri e cittadini di diverse nazionalità venuti ad offrire il loro generoso aiuto alla causa repubblicana. In tale clima di febbrile attività, cominciò ad aver luogo, nell'ambasciata parigina, una battaglia simile a quella che si svolgeva presso tutte le altre agenzie diplomatiche, cominciarono i primi arruolamenti ed i primi sabotaggi.
Poi, a settembre, con l'arrivo del nuovo ambasciatore, Luis Araquistáin, la sicurezza dell'ambasciata migliorò sostanzialmente, e l'attività cospiratoria, pur non cessando, venne limitata sensibilmente.

sabato 26 gennaio 2013

di padre in figlio

gerassi
Il 18 luglio del 1936, il pittore spagnolo Fernando Gerassi stava chiacchierando con gli amici sulla terrazza del caffè La Rotonde, a Parigi, quando passò Malraux e gli disse che Franco si era ribellato, in Spagna, e che aveva dato inizio ad una guerra civile. Gerassi, che in quel momento si stava prendendo cura del figlio di cinque anni, mentre la moglie seguiva una lezione alla Sorbona, depositò il bambino sulle ginocchia di un amico, pregandolo di spiegare alla madre cosa stava succedendo e si alzò per andarsene in Spagna a difendere la Repubblica. In tutto il mondo, migliaia di spagnoli facevano la stessa cosa, in quel giorno e nei giorni a venire. C'è da dire, però, che l'amico sulle cui ginocchia Gerassi depositò il piccolo Juanito non era uno qualunque. Si trattava di Jean Paul Sartre. Fino a quel momento, Sartre era convinto di avere incontrato qualcuno uguale a lui: Gerassi dipingeva come Sartre scriveva. Su questo si basava la loro amicizia. E poi, ecco che d'un tratto Gerassi si alzava da quella sedia a La Rotonde e, di punto in bianco, abbandonava la pittura!
Fu proprio per questo, nel tentativo di comprendere le cose, scrivendoci sopra, che Sartre convertì Gerassi in uno dei personaggi de "I cammini della libertà", il suo romanzo sul compromesso. In una scena mitica, Gòmez (Gerassi) si incontra fugacemente a Parigi con Mathieu (Sartre), quando è già caduta Madrid, e gli annuncia che quella stessa notte tornerà ad attraversare la frontiera per riprendere il suo posto nella lotta. Mathieu gli domanda il perché, dal momento che la guerra è oramai perduta, e Gòmez pronuncia la sua famosa frase: "Non si combatte il fascismo perché lo si può battere, lo si combatte perché è fascista."
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Gerassi era spagnolo ... nell'anima: era nato a Istanbul, figlio di ebrei sefarditi. La famiglia, benestante, lo aveva mandato a studiare con Husserl, in Germania. E Gerassi, lì, era passato dall'andare a sciare con il suo compagno di studi Heidegger a lasciare tutto per dedicarsi alla pittura, rubando anche la fidanzata al musicista viennese Alban Berg (l'ucraina Stepha Awdykovicz, che poi sarebbe diventata la mamma di Juanito oltre che l'amore impossibile di tutto il quartiere latino), finendo a morire di fame a Parigi. Lei lavorava di modo che lui potesse dipingere e, quando poteva, si iscriveva a qualche corso alla Sorbona. Fu così che si conobbero Sartre e Gerassi: Simone de Beauvoir rimase abbagliata da Stepha durante un corso.
Gerassi abbandonò Barcellona salendo sull'ultimo aereo che decollò, poco prima che cadesse la città. Si paracadutò dall'altra parte dei Pirenei, dal momento che la Francia rinchiudeva nei campi di concentramento, i repubblicani che passavano la frontiera. Il playboy Porfirio Rubirosa, che oltre a fare il trafficante occasionale di armi era anche genero del dittatore dominicano Trujillo, gli fece ottenere alcuni visti in cambio di qualche favore ricevuto (Gerassi e Malraux compravano da Porfirio armi per i repubblicani). Gerassi distribuì i visti ai suoi amici ebrei a Parigi, tenendosi gli ultimi tre visti per sua moglie, per suo figlio e per sé. Arrivarono a New York poco prima di Pearl Harbor. Due settimane dopo, stava con la OSS (Office of Strategic Services, americani): la sua missione (grazie alla sua esperienza nelle brigate repubblicane) era di entrare clandestino in Spagna, costruire una rete e stare pronto a far saltare alcuni ponti strategici, nel caso che i carri armati nazisti decidessero di passare attraverso la Spagna franchista per andare a difendere l'Africa del Nord.
Gerassi aveva combattuto in Spagna con i comunisti, e dopo la guerra, in era maccartista, la sua vita negli Stati Uniti divenne impossibile. Sopravviveva, insieme a Stepha e a Juanito, nel Vermont, lavorando in una scuola sperduta, la Putney School of Arts. Dopo averla fatto partire, la lascio in mano a Stepha, e tornò a dedicarsi alla pittura. Fu tutta una somma di delusioni. Non volle mai fare una mostra, né tornare ad insegnare. Cacciò di casa il figlio Juanito, quando aveva 15 anni: voleva studiare il marxismo e fare una tesi su Sartre. Poco prima c'era stato l'unico incontro di Gerassi e Sartre, dopo la guerra, in occasione di una mostra, al Museo d'Arte Moderna, di Mondrian ("Sì, però dipingere in questo modo significa non farsi domande difficili" - mormorò Gerassi); incontro che finì quando entrambi cominciarono ad accusarsi, gridando, di avere zoppicato moralmente, come se, faccia a faccia, non potevano essere altro che i personaggi de "I cammini della libertà"!
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Juanito non fece mai la sua tesi su Sartre, però, nel 1970, dopo aver girato il mondo come attivista internazionale, cercando invano di conciliare le tendenze dell'uomo d'azione con quelle dell'uomo di idee (Tribunale Russell, Cuba, Vietnam, Rivoluzione Culturale Cinese, Bolivia insieme al Che), venne consacrato, inaspettatamente, da Sartre, come suo biografo ufficiale. Si incontravano una volta la settimana, a parlare davanti ad un registratore. Sartre cominciava ad essere stanco: il peso di essere la coscienza del mondo gli pesava, soprattutto da quando i medici gli avevano proibito le anfetamine. Incontrarsi con Juanito lo faceva sentire in famiglia. Juanito conversava con le persone vicine a Sartre, per il resto della settimana. Ma anche Juanito, come il padre,non aveva pace. Aveva creduto che essere il biografo di Sartre significasse erigersi fiscalmente a proposito di ciascuno dei suoi atti, così come era stato rispetto al suo padre biologico, notte dopo notte, fino a quando aveva sbattuto la porta; ed un attimo dopo, aveva sentito, da dietro la porta, Gerassi che gridava, rivolto a Stepha: "Lascialo andare! Se riesce a sopravvivere questa notte, vuol dire che è ora che se ne vada da casa!"
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Juanito Gerassi dormì su quei nastri per quasi 40 anni. Non scrisse mai la biografia. Dopo la morte di Sartre, pubblicò un voluminoso studio su di lui. "La coscienza odiata del suo tempo", era il sottotitolo. Vent'anni dopo, quando gli restavano solo tre anni di vita, diede i nastri a Yale, in cambio della pubblicazione di una selezione dei suoi scritti. Un libro patetico e tristemente commovente, con dentro suo padre, Sartre, e lui stesso. Non era riuscito a distogliersi da quel duello di maschi, per concentrarsi su sua madre. Stepha Awdykovicz, la donna che aveva insegnato filosofia, musica, botanica ed astronomia a tre generazioni di giovani capaci, ma senza risorse, in Nord America. Si può trovare un intero capitolo dedicato a lei, nelle "Memorie di una ragazza per bene", di Simone de Beauvoir. C'è pero un bellissimo ritratto, che ne dà il figlio, senza rendersene conto. Quando Sartre, in una delle ultime conversazioni, gli chiede come vanno i disturbi della bella Stepha.
"Lei non ci vede quasi più, però conosce tanto bene le piante del suo giardino che riesce a distinguere, a tentoni, le erbacce, e a rimuoverle. Le dolgono talmente le mani che, quando le tocca, le scendono le lacrime, però la musica riesce a consolarla. E' troppo sorda per riuscire a sentirla, ma dice che la sente attraverso le dita".

fonte: http://www.pagina12.com.ar

venerdì 25 gennaio 2013

rosso di sera

aurora

75 anni fa, il 25 gennaio del 1938, ebbe luogo una grande aurora boreale che fu visibile in tutta quanta l'Europa. La Spagna si trovava in piena guerra civile, e l'evento, a quanto pare, venne vissuto con un miscuglio di sorpresa, di stupore e di paura. Il fenomeno, visibile in tutta la penisola iberica, causato da elio ed ossigeno atmosferico discesi a bassa quota, raggiunse il suo apice fra le otto della sera e le tre del mattino del giorno successivo. A Barcellona, dopo una giornata di pesanti bombardamenti, il morale delle truppe venne influenzato dall'apparizione di questa luce, mentre a Madrid si pensò - informa il quotidiano ABC, del 26 gennaio 1938 - che si trattasse di un incendio. Si pensava che stessero bruciando le montagne del Pardo. Poi, ci si rese conto che si trattava di un fenomeno metereologico. José Luis Alcofar Nassaes racconta, in un suo libro, riferendosi alla Catalogna, che si cominciarono a fare le più strane congetture. Uno strano misticismo si impadronì della città di Barcellona, si cominciò a parlare di miracoli e qualcuno diceva che quella luce aveva posto fine ai bombardamenti franchisti; l'ottimismo finì qualche giorno dopo, il 30 gennaio, quando ripresero i bombardamenti. Altrove si pensò che la luminosità fosse causata dagli incendi prodotti dai bombardamenti, ma anche alle anime dei morti nel corso dei bombardamenti. Qualcuno parlò di un'arma segreta del nemico.
Una menzione speciale la merita il giornale repubblicano "El Luchador", il quale approfittando della spettacolare Aurora Boreale, come era stata vista ad Alicante, riportò alla ribalta una vecchia storiella politica: "tutto questo ci ricorda un aneddoto che dimostra la stoltezza dei governatori monarchici", riferendosi all'anno 1880 e ad uno dei capi villaggio che erano stati messi al loro posto per eseguire gli ordini del "Cacicco Massimo", Francisco Romero Robledo, capo del governo. Sorpreso dal meraviglioso spettacolo dell'Aurora, si affrettò a telegrafare al Ministro: "Si è presentata Aurora Boreale: cosa devo fare?" Romero Robledo rispose immediatamente, sempre per telegramma: "Arrestatela immediatamente!".