giovedì 25 ottobre 2012

Guai ai ricchi!

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La sinistra Keynesiana e il suo cocktail di desideri
di Claus Peter Ortlieb

In Germania, stavolta saranno guai per i ricchi. La coalizione "Per una ripartizione equa" ha lanciato un'iniziativa, chiamando, non senza una certa audacia grammaticale, ad una giornata d'azione nazionale:
"C'è una via d'uscita alla crisi economica e finanziaria: redistribuzione!Noi non vogliamo più soffrire per la mancanza di prestazioni sociali e di servizi pubblici, e non vogliamo che la grande maggioranza della popolazione venga penalizzata. E' piuttosto la ricchezza eccessiva, e la speculazione finanziaria, che deve essere tassata. Non si tratta solo di denaro, ma anche di solidarietà concreta in questa nostra società."
In tal modo, la coalizione reclama un'imposta permanente sulle fortune eccessive dei contribuenti eccezionali, alfine di "finanziare in tutta equità la spesa pubblica e sociale indispensabile e ridurre il debito", senza dimenticare la "lotta costante contro l'evasione fiscale ed i paradisi fiscali, ed in favore della tassazione delle transazioni finanziarie, contro la speculazione e contro la povertà, dappertutto nel mondo".
Alcune frazioni dell'SPD e dei Verdi hanno accolto con favore la campagna e la sua concretizzazione, per mezzo dei loro rispettivi programmi, che dovrebbero in line adi principio aumentare il tasso più alto di imposizione fiscale, dal 42% al 49%. Deliberatamente, dimenticano di ricordarsi che, negli anni '90, loro stessi hanno abbassato tale tasso, che allora si attestava sul 53%. Nella misura in cui, entrambi i partiti hanno anche sostenuto l'iscrizione nella Costituzione, della regola del pareggio di bilancio, e la politica di austerità di Angela Merkel, si può dire che non ci sia molto da aspettarsi da un eventuale governo rosso-verde, nel 2013, se non delle misure di ordine simbolico: si alzerà leggermente il tasso massimo di imposta, per sottolineare che siamo "tutti insieme" sulla stessa barca. In definitiva, la prossima riduzione delle pensioni passerà meglio se i pensionati colpiti potranno dire che "quelli che stanno in alto" versano anche loro le loro quote.
I membri di "Per una ripartizione equa", tuttavia, prendono la cosa molto sul serio. Attac, per esempio, esige un prelievo eccezionale e progressivo sul patrimonio dei milionari e dei miliardari, del quale circa il 50% dovrà essere sequestrato e versato nelle casse pubbliche.  Quattromila miliardi di euro potrebbero così devoluti a livello europeo. Per il resto, la ricetta che dovrebbe salvarci dalla crisi attuale sembra riassumersi in un ritorno agli anni '70, a quel sistema di ripartizione del reddito e della ricchezza, ed agli strumenti di politica fiscale corrispondenti. Ridateci il nostro capitalismo renano!
La comprensione delle crisi che sottende queste rivendicazioni potrebbe essere ancora più semplicistica di quella, fondata sul modello neoclassico della "casalinga di Voghera", che la maggior parte dei tedeschi condivide con il proprio cancelliere: dal momento che "tutti insieme", e tutti particolarmente nei "nostri paesi del sud", abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, ed ora è tempo di risparmiare, risparmiare e ancora risparmiare. Che questa politica non porti ad altro che ad una crisi più profonda, è cosa talmente di dominio pubblico, dopo il decreto legge d'urgenza di Brüning, che è inutile starlo a ricordare.
Quanto al modello keynesiano di sinistra rappresentato da Attac e compagnia, esso considera la ineguale ripartizione del reddito e della ricchezza come la causa - e in alcuni casi la conseguenza - dei fenomeni di crisi: il neoliberismo ci avrebbe deviato dalla retta via, quella del "capitalismo buono", e portato alla crisi.
In contrasto con questi modelli semplicistici, c'è la teoria delle crisi formulata da Robert Kurz a partire dal 1986. Come aveva già stabilito Marx, la contraddizione nel processo del capitale fa sì che, da un lato, la sua ricchezza astratta ha per unica sorgente il lavoro, mentre dall'altro lato, nella misura in cui la produttività aumenta, la forza-lavoro umana diventa sempre più svantaggiata ed espulsa dal processo di produzione. Per Marx, tale contraddizione è suscettibile di far saltare la base del capitale. Da certe evidenze, a partire dagli anni '70, con l'utilizzo della microelettronica - i cui potenziali ai fini dell'automazione sono, del resto, assai lontani dall'essere esauriti - il capitalismo sia entrato in questa fase terminale che la teoria marxiana aveva anticipato.
La serie di crisi finanziarie che abbiamo conosciuto in questi ultimi trent'anni e che, con il crack del 2008, ha assunto per la prima volta una dimensione planetaria, ha il suo punto di partenza in quella che è la "stagflazione" degli anni '70, cioè la coincidenza della stagnazione dell'economia mondiale con dei tassi di inflazione elevati, che possono arrivare fino a due cifre. La politica economica keynesiana, il cui dominio, in quest'epoca, non è ancora stato messo in discussione, può certo attenuare i fenomeni di crisi, ma non è più in grado di generare una nuova ondata di accumulazione. La conseguenza è stata che ha ceduto il passo al neoliberismo.
La risposta di questi, a fronte dell'impossibilità di produrre un plus-valore reale in quantità sufficiente, consiste, in breve, nel garantire i profitti con altri mezzi: in primo luogo, l'aumento crescente della disoccupazione permette di esercitare una pressione sui salari; secondo, in virtù di quella che si chiama una politica economica "basata sull'offerta", si diminuiscono le imposte sulle società e sui redditi da capitale; terzo, in mancanza di reali possibilità di investimento, un cospicuo numero di imprese si rivolgono verso il credito, contribuendo così, col loro capitale finanziario, a generare delle bolle che possano dare in questo modo una parvenza di equilibrio ai loro bilanci. La Siemens, per esempio, dagli anni '90 si è vista ironicamente qualificare come una banca, con annesso un dipartimento elettronico.
Da un punto di vista fenomenologico, Attac e gli altri hanno completamente ragione. Da un lato, i salari reali sono effettivamente scesi. D'altra parte, abbiamo visto in trent'anni - e anche questa è una conseguenza della deregolazione del settore finanziario - moltiplicarsi per venti la quantità di attività finanziarie e immobiliari a livello mondiale, senza che si possano collegare tali attività ad un qualche valore reale.
Il problema sta proprio qui: queste attività sono in maggior parte fittizie, sia che provengano da bolle finanziarie, sia che consistano in crediti dubbi. Ogni tentativo, in grande scala, volto a trasmutarle in ricchezza materiale porta alla loro svalutazione immediata.

Sarebbe questo che, all'occorrenza, provocherebbe il progetto di Attac, di reindirizzare la metà di queste risorse verso le casse dello Stato. L'idea che ci sarebbero soldi a bizzeffe, e che si tratterebbe semplicemente di ripartire diversamente, si rivela un progetto decisamente un po' troppo semplicistico, equivalente a quello che dice che basterebbe stampare la quantità necessaria di denaro.

Anche l'appello ad un ritorno, in materia di ripartizione dei redditi e della ricchezza, al "buon capitalismo" degli anni '70, non è meno irrealistico. La rivoluzione neoliberale non è stato un semplice errore ma una risposta intracapitalista alla crisi degli anni '70 ed al fallimento del keynesismo. Con questo stratagemma non si supera la crisi, ci si accontenta semplicemente di rimandarla e, così facendo, di aggravarla. Il ritorno al punto di partenza è impossibile - tanto più che le condizioni di produzione di plus-valore si sono ancora deteriorate a causa del livello di produttività nel frattempo raggiunto.
Ciascuno ha il diritto di esprimere i propri desideri. Però, al di fuori dei compleanni dei bambini, si dovrebbe chiarire sotto quali condizioni essi possono essere realizzati. E per quanto riguarda il vecchio e pio desiderio del "Per una ripartizione equa", una sola cosa è sicura: la sua realizzazione non è più possibile sotto le condizioni del capitalismo.

- Claus Peter Ortlieb -

(Apparso su Konkret, settembre 2012)

fonte: http://palim-psao.over-blog.fr


mercoledì 24 ottobre 2012

due mondi

Emma Barcelona 18-X-1936

Quando Emma Goldman viene esiliata dagli Stati Uniti, la storia ha già fatto il suo giro e sono oramai un ricordo i tempi in cui, in un rapporto di una polizia in odore di "intellettualismo", veniva definita "la donna più pericolosa del mondo". Tempi in cui, donne come lei, o come Mother Jones, giornalisti come John Reed, socialisti come Eugene Debs o de Leon, scrittori come Jack London o Upton Sinclair, sindacati come l'IWWW, questi ed altri si misuravano con una situazione in cui il capitale non si sentiva troppo minacciato, e le classi dirigenti guardavano con non eccessiva ostilità ad una strada fatta di riforme e di effervescenza sociale.
Come dicevo, la storia ha preso una curva, e niente da allora in poi - come sarebbe successo altre volte  - è più lo stesso.
Anche la Rivoluzione Russa ... Lei, insieme a Berkman, e molti altri rivoluzionari andarono. Si viveva ancora in un'atmosfera ottimista, nella consapevolezza della guerra civile contro i bianchi e contro una coalizione di 21 nazioni. Ma la vittoria militare non era riuscita ad impedire il baratro. Poi il panico sociale, a causa dell'emergere del fascismo in quei paesi dove la rivoluzione sembrava essere a metà strada. Ungheria, Italia, Germania, Austria.
Gli anni trenta, poi. L'esilio in Gran Bretagna, dove le giunge la notizia della morte del suo compagno di tutti quegli anni. Alexander Berkman si era suicidato a Parigi, nel clima di tensione e discordia venutosi a creare fra gli anarchici russi. E, alla fine, l'altra notizia, come un fulmine, della guerra e della rivoluzione spagnola. E torna l'entusiasmo. Riesce ad andare in Spagna, ed anche se non può stabilirvisi, come avrebbe voluto, riesce a venire a contatto con quella realtà. La lingua è un ostacolo, ma può essere superato, come il divieto delle autorità inglesi di promuovere la solidarietà verso i combattenti.

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Non riesce a capire come gli anarchici possano collaborare con i repubblicani ed i comunisti in quelli che sono chiaramente dei compiti controrivoluzionari. Si trova quasi del tutto sola, in questa sua convinzione, intimamente divisa fra le convinzioni e le simpatie. Anche stavolta, come sempre nella sua vita, non può non denunciare una politica al limite dell'opportunismo. Segue il processo contro il POUM e ne scrive. Forse l'ultima cosa di cui scrive. La sconfitta della sua ultima rivoluzione finisce per accelerare il tempo, e colmare la distanza fra lei e Berkman. Il 14 maggio del 1940, a Toronto, in Canada, un'emorragia cerebrale ferma per sempre "l'anarchica dei due mondi".

martedì 23 ottobre 2012

i dadi di Einstein

original

Una lettera, scritta a mano da Albert Einstein nel 1954, poco prima della sua morte, è stata venduta on-line ad uno sconosciuto, per più di tre milioni di dollari. La cosiddetta "Lettera di Dio", così chiamata perché, in essa, Einstein affronta temi come religione e tribalismo, dichiarando la sua mancanza di fede in un dio biblico. Il documento è particolarmente importante, perché vanifica il mito secondo il quale Einstein fosse religioso e credesse in dio. La sua famosa frase, "Dio non gioca a dadi con l'universo", aveva suggerito ad alcuni un punto di vista religioso. Invece, a quanto pare, si trattava solo di una costruzione che usava il termine come una sorta di metafora colloquiale per cose che si riferivano alle leggi della fisica, e alla totalità del cosmo.
La lettera privata, indirizzata al filosofo ebreo Eric Gutkind, era parecchio netta, nelle sue osservazioni:
"... La parola Dio è per me niente più che l'espressione ed il prodotto delle debolezze umane, la Bibbia è una collezione di onorevoli, ma ancora primitive, leggende che sono non di meno piuttosto infantili. Nessuna interpretazione, per quanto sottile, può riuscire (per me) a cambiare questo ..."

fonte: http://io9.com

guaglioni

elio

C'era un tavolo ovale al ristorante Pontevecchio, che tutti chiamavamo il tavolo Foraboschi: lui si sedeva ed era capace di tenere appese al filo della sua conversazione an­che venti persone. Raccontava storie, una per esempio, bellissima, su Vittorini e Fortini che camminavano a lato di un corteo operaio, fine anni cinquanta, con la polizia schierata che a un certo punto carica, scoppiano gli incidenti, c’è il fuggi fuggi e un poliziotto, in corsa, piomba su Fortini, lo afferra, lo trascina via e Vittorini, alto, grosso, con la voce in falsetto che grida: 'Lo lasci! Lo lasci!' fino a che interviene un commissario in borghese e Vittorini gli grida: 'Lo fermi, questo è il professor Fortini! Io sono Vittorini!'. Sentiti i due cognomi, il commissario fa un salto indietro, ordina l'immediato rilascio di Fortini e si inchina, si scusa, dice: 'Perdonate professor Fortini, davvero, che errore! Ma questi guaglioni l'avevano scambiata per un comunista!'.
Lui, su questa storia, ci rideva sino alle lacrime, ma bisognava sentirla raccontare da lui, con la mimica, le facce…

Da Pino Corrias, Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, Feltrinelli, 2011

lunedì 22 ottobre 2012

E Cechov prese la pistola!

"- Stai pensando che è meglio non darmi una pistola? - Sono pericolose. E illegali. E Checov è uno scrittore di cui ci si può fidare"
- da 1Q84 di Haruki Murakami -

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La scena principale, un salone arredato con diversi oggetti: una sedia talmente appariscente che Luigi XVI avrebbe licenziato il decoratore, una finestra aperta, un chiodo piantato nel muro, un vaso vuoto, il gigantesco dipinto incorniciato raffigurante un opulento matrimonio e un fucile circondato da una collezione di trofei di caccia, sotto forma di numerose teste di animali, con quella espressione di infelicità che assumono le prede quando sono consapevoli della polvere che viene rimossa, la mattina, per il resto della loro esistenza.
Suonano alla porta, e una donna, identica a quella dentro il dipinto che adorna il salone, va rapidamente a ricevere la visita. La porta si apre ed entra in scena un uomo, ci accorgiamo che non è quello del quadro. Reca un mazzo di fiori che lei gradisce e dispone nel vaso. Si baciano, poi si dirigono verso la camera da letto, per conoscersi meglio. Fine del primo atto.
Secondo atto. L'uomo raffigurato nel dipinto discute con la moglie. Intuiamo che sospetti qualcosa ed entrambi si scambiano le proprie opinioni accalorandosi. Fine del secondo atto.
Il terzo atto comincia con una scena notturna. L'uomo che abbiamo visto nel primo atto entra dalla finestra e, subito, si rifugia nell'oscurità per scoprire con stupore che l'uomo del secondo atto lo stava aspettando seduto sulla sedia. Discutono circa il modo appropriato in cui si deve intendere una relazione triangolare.
Quindi, l'uomo sulla sedia spara.

Quello che è appena accaduto è legale e giusto. Non giuridicamente e moralmente, perché nel caso in cui si spari a qualcuno, il fatto in sé di solito viene punito in qualche modo, ed è anche considerato triste ed abbastanza ingiusto dal bersaglio della pallottola. Pero, narrativamente parlando, è legale e giusto.

Anton Cechov, scrittore a tempo perso, e russo a tempo pieno, ad un certo punto della sua vita ha pronunciato una frase che è poi diventata uno dei meccanismi classici della narrativa: "Se nella prima scena del dramma, c'è un fucile appeso alla parete, questo dovrà sparare nell'ultimo atto".
In realtà, di questa frase ci sono diverse varianti che implicano leggeri cambiamenti nell'interpretazione del suo significato (tipo, "se c'è un fucile nel primo atto, nel secondo o nel terzo deve sparire"), ma tutte servono a formalizzare un assunto, che diventa una lezione a proposito dell'importanza della cosiddetta "narrazione premeditata". Mettere i pezzi sulla scacchiera e insinuare gli eventi senza sfruttare la sorpresa. In ogni storia, non devono essere introdotti inutili elementi decorativi, per non distrarre lo spettatore da ciò che è veramente importante. Insomma, una vera e propria lezione di stile: se lo sceneggiatore pianifica un evento, l'importante è farlo con tempismo, introducendo precedentemente l'elemento che darà luogo all'accadimento. Per cui si dà il nome di "pistola di Cechov" a quell'oggetto che quando appare sulla scena può sembrare senza importanza, ma che poi si rivela essere fondamentale ai fini della storia.
L'arma del russo costituisce il modo migliore per evitare possibili buchi in una sceneggiatura (evitando il ricorso al famigerato deus-ex-machina) e, se usata con sufficiente abilità, non solo può servire a insinuare quello che non si è ancora verificato, ma anche invitare lo spettatore ad una revisione della storia alla luce della conoscenza della causa dell'effetto. Una seconda visione che possa scoprire quei dettagli che non erano stati apprezzati al primo sguardo, quando erano stati trascurati perché sembravano non avere rilevanza.
Ovviamente, la pistola di Cechov non ha bisogno di essere specificamente un'arma. Può essere un altro tipo di oggetto, un'idea, una caratteristica particolare, un evento, una persona. Non ha neanche bisogno di essere ... singolare. Una sola storia può contenere un arsenale di pistole di Cechov! E non è nemmeno, altrettanto ovviamente, una tecnica limitata solo ad un genere di arte. Se ne possono trovare esempi, in letteratura come nel cinema, nella radio, nei videogiochi. In qualsiasi forma in cui viene trasmessa un racconto, una storia.

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C'è da dire, prima di finire questa "storia", che si può assistere, d'altra parte, ad un fenomeno curioso: le battute di caccia alla ricerca della pistola di Cechov! Esempio lampante di questo genere di ricerca, è quello attuato nei confronti di "Lost", dove si è cercato di vedere, da parte di alcuni spettatori, in alcuni elementi della serie TV, la silhouette della pistola, piuttosto che quella della "tartaruga magica", della "red herring" o del Mac Guffin"!
Ma ovviamente gli esempi possono essere tanti. Cercateli!

sabato 20 ottobre 2012

e lui non mi capiva …

hegel zizek

Le ultime parole di Hegel, "E lui non mi capiva", erano state finora interpretate in riferimento a tutti i suoi studenti, visti come una sola persona.
Però, adesso, grazie alla scoperta di nuovi taccuini scritti da Hegel, sappiamo che, alla fine dei suoi giorni, il filosofo aveva portato talmente lontano lo sviluppo della dialettica, da essere capace perfino di predire i movimenti futuri della storia, in modo così dettagliato da aver realizzato l'esistenza storicamente inevitabile di uno sloveno iperattivo, che avrebbe spiegato la filosofia dello stesso Hegel per mezzo di metafore sessuali. Tale scoperta lo ha perseguitato fino all'ultimo respiro.

venerdì 19 ottobre 2012

gonzo

gonzo

Politossicomane confesso. Amante delle armi e membro della National Rifle Association, ma esecrava la guerra del Vietnam: propose, su un periodico locale, che nel centro di Aspen, Colorado, venissero bruciati dei cani con gelatina di petrolio, per protestare a favore degli esseri umani che venivano bruciati, quotidianamente, col napalm dall'esercito degli Stati Uniti. Portavoce degli Hells Angels, il libro-reportage del suo anno di scorrerie con la banda di motociclisti lo lanciò verso l'olimpo del giornalismo, ma poi i motociclisti, gelosi del suo successo, lo picchiarono quasi a morte. Kennediano, scosso per l'assassinio di Dallas, e poi nemico ugualmente sia di Lyndon Johnson che di Richard Nixon. Alcolizzato insonne. Puttaniere nei peggiori bordelli del Sudamerica. Trafficante coi narcos e vittima do un gusto personale per gli scontri con la polizia: "Ho respirato così tanto gas antisommossa che sono diventato dipendente e ancora ne provo nostalgia in certe notti tranquille". Padre di famiglia sempre al verde e quasi sempre con un lavoro. Allevatore di doberman. Cacciatori di alci. Candidato a sceriffo con il partito Freak Power, e non riuscì a vincere per 6 voti! Giornalista del "Rolling Stone". Compagno e amico di Norman Mailer, Tom Wolfe, Truman Capote e Gay Teles, pilastri del New Journalism, del cui sottogenere di maggior successo per la cultura pop - il Gonzo - Hunter S. Thompson fu il padre fondatore riconosciuto da tutti.
"Il giornalismo Gonzo è uno stile di informazione basato sull'idea di William Faulkner che la miglior fiction è molto più veritiera di qualsiasi tipo di giornalismo, cosa che i buoni giornalisti sanno da sempre."
La formula, valida solo per scrittori-giornalisti, propugna l'amplificazione estetica dei fatti per mezzo dei potenti strumenti della letteratura. In altre parole, l'uso e l'abuso della prima persona, l'appropriazione della tecnica del romanzo e la strutturazione di spazi e tempi narrativi, e gli appunti abbozzati offerti brutalmente come additivi della veridicità, nella versione finale. Un mix indistinguibile di oggettività e soggettività. Il protagonismo dell'autore che si risolve nella storia raccontata. L'informazione al servizio dell'effetto, ma sempre innescato da una carica morale.
Scrive Douglas Brinkley, editore delle lettere di apprendistato e maturità di Thompson, "(...) era un misto di Ernest Hemingway, Scott Fitzgerald e H.L. Mencken, una sorta di selvaggio letterario che si ubriacava di velocità ed insolenza, ma controllava la sua prosa allucinata con grazia e precisione (...) Dietro la sua complessa personalità si celava un umorista caustico dotato di un'acuta sensibilità morale. Thompson sapeva che niente resiste all'ariete di una risata".
Ma, per quanto riguarda Thompson, il periodo di fama non risulta istruttivo quanto invece il periodo della ricerca della fama. Quando, a volte, nei suoi primi anni difficili, gli tocca lavorare come vigilante notturno in una sauna frequentata da omosessuali violenti provenienti da San Francisco.

"Sono circondato da pazzi, la gente si mette a urlare ogni volta che premo il grilletto, grida quando mi vede con la camicia inzuppata di sangue, bande di finocchi mi aspettano per liquidarmi, tengo così tanti creditori che ho perso il conto, ho un doberman gigantesco in camera, una pistola sulla scrivania, il tempo passa, perdo i capelli, non ho un centesimo, ho tanta sete che mi berrei tutto l'whisky del mondo, gli abiti marciscono addosso per colpa della nebbia, ho una moto senza fari e una padrona di casa che sta scrivendo un romanzo sulla carta oleata della macelleria, ci sono froci per la strada, casse di birra nell'armadio, sparo ai gatti per alleviare la tensione, il salmodiare dei buddisti sugli alberi, le puttane nel burrone, solo Cristo sa se riuscirò a sopravvivere a tutto questo" - scrive, all'età di 24 anni, alla sua amica Ann.

Sopravvisse, Thompson, il Jim Morrison del giornalismo universale, fino al 2005, quando, a 67 anni, emulando il suo maestro Ernest, si fece saltare le cervella.

giovedì 18 ottobre 2012

ingiustificabile

celine

Il 15 dicembre del 1949, comincia a Parigi il processo contro Louis-Ferdinand Céline, in esilio in Danimarca ed accusato di avere, con i suoi scritti "attentato al morale della nazione in tempi di guerra". Il comitato di redazione del giornale "Libertaire" s'interessa al caso, ed incarica Maurice Lemaitre di svolgere un'inchiesta presso un certo numero di personalità dell'epoca. Il 13 gennaio del 1950, in un articolo dal titolo "Cosa ne pensate del processo Céline?", da cui traspare una certa benevolenza nei confronti dello scrittore, il redattore del "Libertaire" introduce la sua inchiesta:
«Il processo all'autore del "Viaggio al termine della notte" è in corso. Fedeli alla nostra tradizione, e ritenendo che il processo sia assai più significativo di quanto possa sembrare a prima vista, non ci faremo sfuggire l'occasione di mettere davanti alle loro responsabilità, tutti i piccoli cospiratori del silenzio, tutti quelli che "nel suo interesse, sarebbe meglio ...", tutti quelli che non vogliono bagnarsi, in una parola. Noi porremo con franchezza la domanda: Cosa ne pensate del processo contro Louis-Ferdinand Céline ? »
Dopo aver elencato le accuse (lettere apparse sulla stampa collaborazionista, relazioni letterarie con la Germania, prese di posizione contro la Resistenza, fuga sotto la protezione tedesca, antisemitismo virulento), Lemaitre conclude il suo articolo: «Céline deve senza dubbio giustificarsi, e deve anche rispondere di certi "errori", ma deve giustificarsi di fronte a chi? davanti a che cosa? La giustizia oggi, in Francia, è solo dileggio. Ed il processo Céline non può essere altro che, come tutti gli altri processi di tale natura, che un processo di derisione. Perché la colpevolezza dell'autore del "Viaggio" non arriva all'altezza di quella dei ben noti profittatori e torturatori del collaborazionismo, oggi liberi, non raggiunge quella degli scribacchini sdoganati dai politici e dai generali ripuliti. Si sta cercando, senza dubbio, per mezzo del silenzio che lo circonda, di fargli pagare, di fargli espiare i suoi libri di prima della guerra, i suoi successi letterari e polemici di prima della guerra. Per amore di obiettività e d'informazione e per consentire agli scrittori e alle personalità che Céline coinvolge per difendersi dalle accuse, noi apriamo loro questo spazio.» A quanto pare, però, alcune personalità non rispondono alla domanda posta loro dal "Libertaire".
Nello stesso numero, il giornale pubblica tutte le risposte finora ricevute. Si possono leggere le lettere di Jean Paulhan, scrittore ed editore, di Albert Paraz, scrittore e amico di Céline, di Albert Beguin, di Charles Plisnier, comunista vicino al trotskismo, di Paul Rassinier (futuro negazionista, qui presentato come ex-internato in un campo di concentramento, di Marcel Aymé. Trasuda una certa unanimità che celebra il talento letterario dell'accusato, persino il suo genio, per alcuni. Si opina che il processo sia inutile, ridicolo, perfino offensivo. Solo Plisnier e Beguin si soffermano a sottolineare la differenza fra lo scrittore e l'uomo. Fino al punto che il secondo afferma che « dopo il Viaggio, Céline non ha più scritto una riga valida. Tutto il resto è divagazione di un cervello malato oppure ignobile esplosione di bassezze. L'antisemitismo è sempre ripugnante, ma quello di Céline, grondante di bava rabbiosa, è degno di un cane servile. Essere stato scrittore e finire ad abbaiare: questa è la vera tragedia di quell'uomo, per cui la sua condanna non porrà fine e non cambierà niente, ne il contro-latrare dei suoi nemici, nei i lamenti dei suoi apologisti e corrispondenti. »
Nel numero successivo del "Libertaire", in data 20 gennaio 1950, Lemaitre scrive che «la nostra inchiesta ha suscitato reazioni assai diverse. Questo è quello che volevamo. Per molti è stata un'occasione per pronunciarsi una buona volta su una questione che interessa tutti. Chi ci ha risposto ha dimostrato il proprio coraggio. Alcuni non l'hanno fatto. Che lo si ami o meno, Céline non è la questione. E' stata data loro un'occasione per dire cosa pensano di questo processo per stregoneria». In una nota, in fondo all'articolo, viene segnalata la creazione di un "Comitato di Israeliti, amici di Céline". In un riquadro, la lettera che Céline - informato dell'iniziativa del giornale - ha spedito al "Libertaire".
«Caro amico. Questo mi fa del bene nella situazione in cui sto crepando! Mi stanno facendo il culo in mome di Dio! Che cazzo! Dieci anni che mi tormentano. Per tutte le strade del mondo! Che vita! di sotterranei e celle ghiacciate" Ah, "Fuorilegge", caro Libertaire, è brutto! Soprattutto quando si è rugosi - cinque volte nonno, immaginate! Voglio ancora sorpassarmi, credo. - Sono davanti alla folla - animale da arena - la folla, la più grande ipocrita del mondo. Vorrei trascinarmi laffuori, per vedere, se posso ... ma ci sto provando ... di più ... anche per il colpo di grazia ad una bestia sulle sue proprie gambe! Per poterli guardare in faccia ... Amichevolmente vostro L.-F. Céline.»
In questo secondo numero si dà corso ad una seconda infornata di risposte.  Stavolta ci sono lettere di André Breton, di Dubuffet, di Barjavel.
Breton non dice una parola sul processo e non testimonia alcuna simpatia, né per l'uomo né per la sua opera. «La mia ammirazione va agli uomini i cui doni (d'artista, fra le altre cose) sono in rapporto con il carattere. Cioè non ammiro Céline né Claudel, per esempio. Con Céline, il disgusto è arrivato presto; non ho dovuto andare oltre al primo terzo del "Viaggio al termine della notte", dove incappai in nor ricordo più quale lusinghiera presentazione di un sottufficiale della fanteria coloniale. Mi parve di leggervi la linea di un progetto sordido.»
Dopo aver espresso tutto il suo orrore per questa "letteratura ad effetto che velocemente passa dalla calunnia alla sozzura", Breton termina la sua lettera, « Per quanto ne so, Céline non corre alcun rischio in Danimarca. Non vedo dunque motivo alcuno per creare un movimento d'opinione in suo favore.» Gli altri interventi, ancora, si sforzano di mettere in evidenza il valore letterario dell'opera di Céline.
L'inchiesta arriva alla fine nel numero del "Libertaire" del 27 gennaio 1950. Credo sia lecito supporre che non sia stata ugualmente gradita in tutto l'ambiente anarchico! Tanto che questa volta è la "redazione" a voler mettere un cappello sulle ultime risposte alla domanda posta da Lemaitre.
« Per noi, non si è mai trattato di difendere Céline, non più che di attaccarlo. Semplicemente, per mezzo del suo caso, abbiamo voluto protestare contro i processi alle opinioni. Alcuni nostri compagni lavoratori si sono stupiti a vederci lanciare quest'inchiesta nel momento in cui numerosi rivoluzionari cadono in Spagna, dietro la cortina di ferro, e altrove, quando, per un Céline ridotto in miseria, milioni di uomini sono internati dentro campi di concentramento, prigioni, per semplici reati di opinione. Orbene! Céline l'antisemita, ma anche l'indimenticabile scrittore, oggi è vittima di questo procedimento, perché il reato di opinione è cugino del razzismo. Ma noi non ammettiamo che i giudici che condannano i turbolenti, gli obiettori, che chiudono in prigione i minori, condannino un uomo che, almeno lui, ha avuto il coraggio delle sue opinioni.»
I contributi, stavolta, sono quelli di ALbert Camus e di Benjamin Péret.
Come Breton, ma con maggior vigore, Péret non mostra alcuna indulgenza verso lo scrittore in esilio.
Comincia con il sorprendersi per l'improvviso interesse mostrato dal "Libertaire" verso Céline, ricordando che quest'ultimo ha giocato, prima e durante la guerra,un ruolo del tutto nefasto. «Tutta la sua opera costituisce un vero e proprio incitamento alla delazione e, quindi, diventa indifendibile da qualsiasi punto di vista ci si ponga, non c'è nessuna poesia, qualsiasi cosa dicano i suoi apologeti, solo bassezza e lordura. Bisogna insorgere contro questa campagna di "ripulitura" degli elementi fascisti ed antisemiti che si sta sviluppando sotto i nostri occhi».
Benjamin Péret non cerca alcuna circostanza attenuante, desiderando semplicemente che rimanga in Danimarca, dove non rischia niente.
Quanto ad Albert Camus, ecco la sua breve lettera:
«La giustizia politica mi ripugna. E' per questo che sono dell'avviso di fermare questo processo e di lasciare tranquillo Céline. Ma se non vi dispiace, voglio aggiungere che l'antisemitismo, e particolarmente l'antisemitismo degli anni '40, mi ripugna almeno altrettanto.»
Per completare quest'ultima parte dell'inchiesta, vengono riportate sette lettere dei lettori. Benché la redazione precisi che la reazione dei lettori sia stata caratterizzata da una grande diversità di opinioni, ben sei delle sette lettere pubblicate si mostrano, a gradi diversi, favorevoli allo scrittore ed ostili al processo. Solo un lettore, J. Tomsin, si mostra molto critico:
« Non sono un assetato di sangue ... Per Céline, proporrei che venisse consegnato alla sola giustizia conveniente: quella degli ebrei che sono tornati ... dal Termine della Notte...» Dopo la citazione di qualche frase antisemita raccolta da "Bagatelle per un massacro", il lettore conclude:
«No, davvero, non è abbastanza ... Céline è in Danimarca, che ci rimanga ... E la chiudiamo ...»
In ultimo, "Libertaire" pubblica una lunga lettera, firmata con le iniziali e spedita al giornale da cinque militanti del gruppo Sacco e Vanzetti, della Federazione Anarchica, in cui si esprime indignazione per l'importanza data dal giornale a quelli che si chiamano "la difesa di L.-F. Céline". Senza, sicuramente, approvare il processo in corso, questi militanti affermano, contrariamente a quanto scrive Maurice Lemaitre nel suo primo articolo, che non gliene importa un cazzo della sorte di Céline.
«Anche supponendo che Céline abbia "la muta (di cani) al culo", questa muta non sembra paragonabile a quella che si avventa contro i perseguitati sociali di Spagna, Bulgaria, Bolivia, Grecia, Europa Orientale, Indie, Vietnam o, senza andare così lontano, Africa del Nord e Francia, sono questi, questi subalterni, questi rivoluzionari questi sconosciuti senza il pennacchio, che è nella tradizione del Libertaire di difendere e non quelli che mostrano disprezzo per le masse, quelli che sono abbastanza grandi per tirarsi fuori dalle brutte situazioni in cui si mettono».

celine2

In un libro pubblicato nel 1990, "L'arte di Céline e i suoi tempi", Michel Bounan scrive: "La questione non è quella di sapere come un libertario possa mischiarsi con dei nazisti, bensì quella di spiegarsi come mai certi personaggi ritengano di travestirsi da libertari". E la cosa non va riferita solo a Céline. Interessa e coinvolge, altresì, tutti quelli che, qualche anno più tardi dell'inchiesta del Libertaire, parteciperanno all'infame matrimonio fra radicalismo e negazionismo. A leggere la sintesi dell'inchiesta del 1950, si deve ammettere che il modo di trattare il caso Céline si situava di già nella categoria della giustificazione dell'ingiustificabile.
Come aveva scritto dodici anni prima H.E. Kaminski (autore di "Quelli di Barcellona"), in "Céline en chemise brune"
« Per rendere Céline inoffensivo, basta smascherarlo. Ciò che è inammissibile, è che lui venda la sua spazzatura nazista come se fosse letteratura originale.»

 

fonte: http://acontretemps.org

mercoledì 17 ottobre 2012

eredità

eredi

L'inizio della fine del diritto di eredità - quello contro cui si scagliava Bakunin, ritenendolo, a ragione, la prima causa di tutte le disuguaglianze - e tutto grazie a Internet, a quanto pare. E' cominciato con la musica e con i testi scritti, dischi e libri. La domanda che è emersa pone la questione sul perché mai si dovrebbe possedere tutto quello che si utilizza.
E' finita l'epoca in cui si passava la vita a frugare i negozi di vinile, per poi disporre su degli scaffali, e classificare ossessivamente, il frutto della propria ricerca, creando così un patrimonio considerevole, e pesante (chi ha traslocato la propria collezione di LP, sa quanto!).
Oggi è tutto diverso. Il collezionista ossessivo compra con un click dentro negozi virtuali. Opere rare, novità, compilation. Ma, oggi, in questo caso, che fine fa il desiderio di trascendenza? Il desiderio di lasciare il proprio tesoro ad un erede, oppure, perché no, ad una fondazione che porti il suo nome? A questo punto, è bene sapere che se l'acquisto è stato effettuato su un "Apple Store", la collezione morirà con lui. E lo stesso accadrà per la biblioteca faticosamente costituita su Amazon. Insomma, non si è affatto proprietari di un bene, bensì utenti di un servizio.
E' la regola, notificata, per mezzo delle minuscole condizioni legali che vengono accettate da chi compra nel mondo oscuro della rete.
Così, ha fatto scalpore la notizia che l'attore Bruce Willis ha deciso di perseguire legalmente Apple, dopo avere appreso che non avrebbe potuto lasciare a suoi tre figli la collezione musicale per cui ha speso una fortuna.
Apple, da parte sua, per bocca del responsabile della comunicazione, Paco Lara, non dà alcuna spiegazione: "Noi non abbiamo degli specialisti che possano intervenire su queste questioni. Non commentiamo questo tipo di disposizioni. Non abbiamo alcun commento da fare."
Come del resto fa Amazon, che si limita - come risposta - a riportare uno dei paragrafi delle sue condizioni generali di utilizzo. Ma non una parola sui motivi per cui vengono applicate simili condizioni. Nessuno è a conoscenza di cosa accadrebbe alla nostra "biblioteca" nel caso in cui andassero distrutti i server che forniscono il servizio.
La musica e i libri acquistati appartengono all'account dell'utente che li ha scaricati dalla rete, e devono rimanere associati a tale identità. Amazon autorizza il prestito dei titoli acquistati per mezzo di un Kindle, però, nel periodo in cui sono disponibili ad un terzo, spariscono dal terminale del proprietario. Una biblioteca, fra l'altro, cui l'azienda ha un inquietante diritto di accesso! Così, nel giugno del 2009, è successo che, dopo che Amazon per errore aveva venduto due edizioni ("1984" e "La fattoria degli Animali" di George Orwell) pubblicate da un editore che non aveva i diritti per diffonderli in Europa; be', Amazon è entrata nei terminali dei suoi clienti, ha eliminato i libri in questione, ed ha riaccreditato il denaro sul conto. Come se l'editore entrasse a casa vostra, nottetempo, si prendesse un paio di libri da una libreria e vi lasciasse in cambio un assegno!
Ah, dimenticavo, Amazon si è scusata!

martedì 16 ottobre 2012

vicino

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"Era un mattino radioso in quel giorno di tregua, e questa giovane coppia - il ragazzo con la mitragliatrice troppo grande per lui e la ragazza con la ferita sul viso, la fascia della croce rossa e la borsa del pronto soccorso - mezzo bohemien, mezzo proletaria, in abiti logori, mi ha affascinato, mi ha colpito il realismo dell'immagine."

- Russ Melcher -

A volte succede che una foto riesca a catturare quella che può essere chiamata "la verità di un istante". Coglie quel preciso momento in cui per la strada, per le facce, passa quella rabbia, quella felicità quel dubbio che, fermato in un'immagine, poi diventerà per sempre leggenda, quel mito che nessuna menzogna di Stato potrà mai più recuperare completamente.
"Se la foto non è buona" - asseriva Capa - " vuol dire che il fotografo non era abbastanza vicino". Già, vicino. Vuol dire tante cose, vicino. Ad ogni modo, chi ha scattato quest'immagine, durante l'insurrezione ungherese dell'ottobre del 1956, era vicino. La foto, erroneamente attribuita a Jean-Pierre Pedrazzini e pubblicata sul Paris-Match del 10 novembre dello stesso anno sotto il titolo "Gli eroi di Budapest", raccoglie dentro di sé tutto l'intreccio di passioni e di speranze confuse che vivevano quei combattenti, i più determinati ma anche i più fragili. Un giovane, armato di una mitraglietta di fabbricazione sovietica, la PPSH-41, ed una ragazza con un berretto in testa ed una vistosa medicazione sulla guancia destra; entrambi fissano l'obiettivo , un'aria di sfida nello sguardo quasi tranquillo. Dietro di loro un uomo con i baffi, in impermeabile e basco, una pistola in mano. Più inquietante, quest'ultimo, forse perché non è più giovane!
Questa foto, mostrata così come è stata scattata, oppure tagliata, è diventata un'icona dell'ottobre ungherese ed è servita tanto come omaggio alla giovinezza e alla passione degli insorti, quanto ad accusarli e ad assimilarli al crimine, alla teppaglia, usandoli per illustrare la prosa poliziesca. In un caso e nell'altro, la foto ha continuato a dire quello che vuole dire di quei momenti convulsi in cui Budapest e l'Ungheria si sono alzate in piedi.
Poi, qualcuno ha visto la foto, ed ha deciso, con una buona dose di follia, di mettersi sulle tracce dei personaggi che vi sono ritratti. Sei anni di lavoro tenace, prima quasi da dilettanti poi con una furia sempre più crescente. Sei anni di lavoro ostinato, a separare il vero dal falso, ad evitare vicoli ciechi e false piste, a tracciare ipotesi, a resistere all'eccitazione e allo scoraggiamento. Sei anni, cinque paesi e tre continenti, per individuare dietro ad ogni figura fermata su un negativo cosa è stato a muoverla, ad agire, a cercare di vincer. Ma anche scoprire cosa sono diventati. Sei anni di un'inchiesta minuziosa, in modo da poter restituire a questa fotografia il suo peso storico, collettivo e privato.
E così si viene a sapere che il giovane dal bel volto si chiama Gyuri, e che è morto in quei giorni di battaglia; la ragazza si chiama Yutka, uno dei suoi due fratelli, di 9 anni, è morto, il primo giorno dell'invasione sovietica: fucilato con un colpo per aver lanciato un sasso contro un carro armato. L'altro fratello combatte dall'altra parte. Arriverà avventurosamente in Australia, alla fine. La foto che li ha immortalati non è stata scattata da Jean-Pierre Pedrazzini, bensì da Russ Melcher, fotografo freelance americano.
L'ottobre ungherese, l'altro Ottobre. Il popolo degli insorti, proletari senza leader, senza programma. Volevano cacciare gli occupanti, volevano vivere meglio. Rivoluzione nazionale? Democratica? Sociale? Per dodici giorni, i rivoltosi poterono chiamare "fascisti" tutti gli stalinisti di tutto il mondo, tendendo la strada e inchiodando l'armata rossa, contro ogni previsione.
Furono quello che potevano essere, e lo furono pienamente. Come in quella fotografia.

heros

Phil CASOAR, Eszter BALÁZS
Les héros de Budapest Paris, Les Arènes, 2006, 252 p

lunedì 15 ottobre 2012

Ricerche di cui si sentiva la mancanza

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Per ciascuno ci sono dei rumori che fanno saltare sulla sedia e che fanno tappare le orecchie con le mani. Ma qual è il peggior suono in assoluto? Il peggio del peggio? I ricercatori della Newcastle University hanno utilizzato la tecnologia denominata fMRI (Risonanza Magnetica funzionale), al fine di poter capire quali suoni il nostro cervello odia maggiormente.
Esaminando l'attività dell'Amigdala (la parte del cervello che gestisce le emozioni, ed in particolar modo la paura) su un campione di 13 volontari che si erano offerti per lasciarsi tormentare, ascoltando tutti i suoni più fastidiosi, i ricercatori affermano che hanno acquistato una maggior conoscenza di quelle condizioni patologiche che vanno sotto i nomi di iperacusia, misofonia ed autismo.
Ecco la lista dei suoni più sgradevoli, per i volontari:

1 - Coltello su una bottiglia
2 - Forchetta su un bicchiere
3 - Gesso su una lavagna
4 - Righello su una bottiglia
5 - Chiodo su una lavagna
6 - Urlo femminile
7 - Smerigliatrice
8 - Freni di bicicletta che stridono
9 - Bambino che piange
10- Trapano elettrico

Mentre, sempre nell'intervallo fra 2.000 e 5.000 Hz, i rumori meno sgradevoli sarebbero:

1 - Applausi
2 - Bambino che ride
3 - Tuono
4 - Acqua che scorre

fonte: http://io9.com

venerdì 12 ottobre 2012

Recuperatori

kim

Conoscete il situazionista Jim Yong Kim?
Leggete il suo appello e indovinate da dove ce lo rivolge e chi è ...

"In data 8 ottobre 2012"
La [XXX] vuole contribuire a lanciare un movimento sociale per porre fine alla povertà e permettere a ciascuno di godere dei frutti della prosperità. Come procedere, concretamente? Cosa bisogna fare, più in generale, per dare inizio ad un movimento sociale?

Vasto problema. Il mondo è pieno di esempi sfortunati e gli ostacoli sono legione, per non parlare delle Cassandre che vi vogliono dissuadere affermando che è una missione impossibile e che tutti coloro che ci hanno provato ci si sono rotti i denti. Perché perdere tempo in un'impresa vana? Sebbene Albert Camus lo considerasse  un uomo felice, Sisifo non è mai riuscito a spingere il suo masso fino alla sommità della montagna. Ma dopo quasi trent'anni di lotta contro la povertà, sono arrivato alla conclusione che l'ottimismo rimane un'opzione valida, anche a fronte di ciò che sembra insormontabile. Se la vostra causa è giusta e voi lavorate dentro un'istituzione che ha i mezzi per fare davvero la differenza nella vita quotidiana dei poveri, allora l'ottimismo diventa una responsabilità morale.
Da qui il mio desiderio di condividere con voi cinque consigli per avviare un movimento sociale e per farlo avanzare:

1 - Trovate una causa che risvegli in ognuno di noi il senso, che abbiamo profondamente radicato, del bene e del male, una causa che ci porti a riflettere su quel che veramente conta, sulle soluzioni per edificare un mondo migliore per i nostri figli.
2 - Identificate i passaggi concreti che permettano a questo movimento d avanzare.
3 - Fissate degli obiettivi tangibili ed un termine per l'entrata in vigore di queste misure.
4 - Mobilitate quelli che condividono le vostre convinzioni ed assicuratevi che questo movimento non venga recuperato da un individuo o da un'organizzazione. La causa difesa deve trascendere le identità personali e collettive che via via si affacciano temporaneamente davanti all'obiettivo perseguito.
5 - Misurate i progressi ottenuti e non esitate a fare un falò di tutti i sondaggi, pur di avanzare.

I più grandi movimenti sociali ci hanno insegnato che, previa determinazione ed impegno, quello che è irraggiungibile a priori diventa alla nostra portata. Noi tutti dobbiamo agire contro l'ineguaglianza, contro la povertà e contro le ingiustizie. Se restiamo a braccia conserte, non cambierà nulla, le ingiustizie perdureranno e la povertà continuerà a mettere radici. Noi possiamo - io ne sono convinto - lanciare un movimento in grado di sdradicare la povertà e di distribuire a tutti i frutti della prosperità che fanno girare il mondo, anche in questi tempi difficili. Sta a noi agire. Unitevi al movimento, e comunicateci le vostre idee su Twitter (#QuellesSolutions), oppure lasciando qui il vostro commento."

firmato Jim Yong Kim, predidente del Gruppo della Banca mondiale


Sì, avete letto proprio bene la firma! Jim Yong Kim non è altri che il nuovo presidente americano (di origine coreana) della Banca mondiale!!!
Com'era la storia della società dello spettacolo ... ?!?

fonte: http://blogs.worldbank.org

giovedì 11 ottobre 2012

la fine del lavoro e il sesso al di fuori del matrimonio

jappe

Cambiare cavallo
di Anselm Jappe

«Quando gli artigiani comunisti si riuniscono, essi hanno primariamente come scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma nello stesso tempo si appropriano di un nuovo bisogno, del bisogno della società, e ciò che sembra il mezzo, è diventato un fine. Si possono osservare il più brillanti risultati di questo movimento pratico, quando si assiste ad una riunione di operai socialisti francesi. Fumare, bere, mangiare, ecc., non sono più dei pretesti per riunirsi, o dei mezzi di unione. L'assemblea, l'associazione, la conversazione sono per loro uno scopo sufficiente; la fraternità degli uomini non è presso di loro una frase, ma una verità, e la nobiltà dell'uomo brilla sui quei volti induriti dal lavoro.»

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Quando Marx scriveva, a 26 anni, i Manoscritti del 1844 - uno dei suoi testi più importanti - viveva a Parigi e frequentava le associazioni operaie dove si parlava di socialismo. Ha sempre attribuito una grande importanza a questo primo incontro con degli uomini che si proponevano in pratica di rovesciare l'ordine borghese. Nel paragrafo sopracitato, rende loro un bell'omaggio - non solo alle loro dottrine (che comincerà ben presto a criticare senza pietà), ma anche al loro spirito di fratellanza. Nella loro vita quotidiana, vivevano di già in una maniera differente rispetto alla società che intendevano combattere.
Diversi studi hanno confermato la straordinaria fertilità degli ambienti denominati "proto-socialisti", soprattutto al tempo di Luigi Filippo. Più che da "operai" in senso moderno, erano essenzialmente formati da artigiani con un senso molto sviluppato di quell'indipendenza che proveniva loro dalla memoria delle loro antiche condizioni, ora minacciate dal progresso della grande industria. Marx, in seguito, si allontanò da quello che chiamava "il socialismo dell'utopia" e da teorici come Proudhon che rimasero vicini allo stato d'animo di questi artigiani-operai. Marx, allora, preconizzava un passaggio, pressoché obbligatorio, di tutte le società, attraverso il capitalismo, per poter arrivare al comunismo. Ma, verso la fine della sua vita, si vide costretto ad ammettere di nuovo (nella sua famosa lettera a Vera Zasulic) che esistevano già delle comunità che praticavano la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e che avrebbero potuto costituire la base del comunismo futuro: si riferiva alle comunità agrarie russe tradizionali (mir).
A parte la questione dell'importanza rivestita dalle realtà pre-moderne, alla fine di un superamento del capitalismo, ciò che emergeva è la possibilità che l'opposizione alla società borghese e capitalista possa essere portata avanti da degli esseri umani profondamente diversi da questa società, dai suoi stili di vita e dai suoi valori. Esseri che, anche se sfruttati ed oppressi da questa società, praticano già, fra di loro, quei modelli di vita che vogliono realizzare in avvenire, attraverso una lotta collettiva. Molti movimenti rivoluzionari periferici, così come buona parte del movimento anarchico, sono nati da questa modo di porsi, in modo esteriore, rispetto al capitalismo. Cosa che è stata vista come una sorta di invasione di una forza venuta da un altrove. Il movimento anarchico in Spagna che trovò il suo culmine dentro la rivoluzione del 1936, traeva la sua forza dal radicamento dentro una cultura quotidiana delle classi popolari, largamente caratterizzate da tradizioni pre-capitalistiche. Il disprezzo per la ricchezza, una volta soddisfatte le necessità di base, e l'avversione al lavoro, soprattutto al lavoro industriale, stavano a fondamento di tale mentalità. Spesso si trattava di un rifiuto di entrare nella società capitalistica, piuttosto che di uno sforzo per uscirne o per migliorarla. Più di un secolo prima, le rivolte dei Luddisti in Inghilterra avevano avuto lo stesso fine: non dover diventare operai! All'inizio della Rivoluzione industriale, i proprietari delle fabbriche inglesi constatavano con disperazione che mettere a lavorare un "highlander" (un abitante del selvaggio interno della Scozia) in una fabbrica era come "voler attaccare un cervo davanti ad un aratro."
Anche fino ad oggi, la diffusione dello stile di vita e di produzione capitalistica incontrano spesso delle forti resistenze in regioni ed ambienti che sono ancora estranei al capitalismo. Non è il caso di idealizzare tali resistenze, dal momento che difendono un ordine fortemente patriarcale e gerarchizzato, basato sul primato assoluto della comunità sull'individuo. Però, esse dimostrano che il capitalismo piò trovare delle opposizioni che non sono immanenti, vale a dire che non si pongono sul suo stesso terreno. Quel che invece ha fatto la corrente principale del movimento operaio. I socialdemocratici si sono limitati, molto velocemente ed esplicitamente, a richiedere una distribuzione più equa dei frutti della produzione capitalista. I leninisti affermavano di voler rovesciare completamente quel modo di produzione. Ma per arrivarci, dicevano, bisogna prima passare dal capitalismo, modernizzare il paese, imparare dal nemico. Come sappiamo, Lenin indicava in quello tedesco un modello per la costruzione del socialismo. Di conseguenza, sostenne l'importazione del fordismo e del taylorismo - l'«organizzazione scientifica del lavoro» - in Unione Sovietica. Nelle sue note su Americanismo e Fordismo, Antonio Gramsci, che viene spesso presentato come una delle fonti più importanti al fine di rinnovare una critica sociale alternativa al socialismo di Stato, era ugualmente entusiasta per il fordismo e per la catena di montaggio - non solo a causa della crescita della produzione che esso permetteva, ma anche per gli effetti benefici sulla vita morale degli operai. "La disciplina del lavoro”, dice Gramsci, “farà loro perdere i vizi come il sesso al di fuori del matrimonio e la pigrizia!"

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Il radicalismo dei metodi impiegati, non deve farci dimenticare che i leninisti, in tutte le loro varianti, compresa l'estrema sinistra, i comunisti dei consigli ..., ed anche la maggioranza degli anarchici non si dislocano al di fuori della società basata sul valore e sulla merce, sul danaro e sul lavoro astratto. Al contrario, l'etica del lavoro è stata spesso portata fino al parossismo. La sinistra ha denunciato lo sfruttamento del lavoro e le condizioni nel quale veniva svolto. Ma ha totalmente messo da parte uno dei fondamenti della teoria di Marx: non è affatto naturale, ma caratteristica del solo capitalismo, che l'attività sociale conti soltanto, a prescindere dai suoi contenuti, in quanto semplice spesa di tempi indifferenziati -  quello che Marx chiamava "il lavoro astratto" -, che tali tempi formino un "valore" fantomatico e che quei tempi si rappresentino alla fine dentro il denaro. Esattamente come la scienza economica borghese, la sinistra, in tutti suoi Stati, considera valore e lavoro astratto, merce e denaro, come fattori eterni di ogni vita sociale - si tratta pertanto, per essa, solo di assicurare una distribuzione più giusta.
Parimenti, la produzione industriale ed il produttivismo sono stati fortemente approvati da tutte le sinistre (con la sola eccezione di una parte del movimento anarchico, di alcuni artisti, come i surrealisti, e alcuni pensatori, come William Morris).
L'identificazione della felicità con li consumo di merci, non trova che poche critiche a sinistra, prima degli anni '60, e rimane marginale anche dopo. L'occupazione progressiva, da parte della merce e del lavoro, di tutti gli spazi della vita, ha comportato la diffusione di atteggiamenti umano come l'efficienza, la velocità, la disciplina, lo spirito di sacrificio nel campo del lavoro e la concezione narcisistica del proprio ruolo nella vita.
La sinistra instancabilmente si felicità per qualsiasi "modernizzazione". In breve, le opposizioni anti-capitaliste del ventesimo secolo sono state, in larga parte, dei movimenti alter-capitalisti: delle opposizioni immanenti, che combattevano affinché la parte migliore gestisse la società del lavoro. La differenza tra "radicali" e "moderati" di sinistra riguardava la forma di intervento, piuttosto che il suo contenuto.
La fabbrica in autogestione operaia, con tutto il suo inquinamento e rivolta verso il successo sul mercato, ne è stata l'emblema.
Negli ultimi decenni, l'ecologismo e il femminismo, gli stili di vita "alternativi" e, più di recente, i movimenti come quello per la "decrescita" hanno messo in questione il modello di vita propagandato dal capitalismo industriale. Ma si sa che la rivincita della "critica artistica" sulla "critica sociale" ha degli effetti perversi: essa aiuta il capitalismo a ristrutturarsi, recuperando i suoi critici, per realizzare una gestione più flessibile, e più individualizzata, e così rimane, anch'essa e anche senza volerlo, in una prospettiva "immanente".
Ma è soprattutto nell'adorazione del feticcio-lavoro che il capitalismo ed i suoi presunti avversari dimostrano l'appartenenza al medesimo universo. Salvo qualche timida eccezione, spesso incoerente, nessuno riesce ad immaginare una società che non sia più basata sulla necessità di vendere la propria forza-lavoro per poter vivere - perfino se non si trova più nessuno che la voglia acquistare. Le tecnologie hanno rimpiazzato il lavoro umano ad un tal grado, in tutti i settori, e nel mondo intero, che il lavoro ha perso la sua forza produttiva principale. Allo stesso tempo, la produzione capitalista non ha più come fine la ricchezza concreta, ma l'accumulazione del valore - che si crea con l'impiego della forza-lavoro e che, per mezzo del plus-lavoro, genera plus-valore. E non gli importa del lavoro che crea valore, ma solo di quello che riproduce il capitale investito secondo gli standard della produttività mondiale. Ecco il motivo per il quale anche tutti quei milioni di nuovi lavoratori in Cina non riescono a rianimare un'accumulazione capitalistica ormai esangue. I profitti, ancora ottenuti da qualche attore economico, in particolare nel campo della finanza, non dimostrano assolutamente che il capitalismo, nel suo insieme, sia in buona salute.
In estrema sintesi, oggi il problema principale non è solo lo sfruttamento del lavoro (anche se esiste, ed esiste più di prima), ma il fatto che degli strati sempre più larghi di popolazione sono stati resi "superflui" per la produzione. E' ridicolo immaginare di poter dare "lavoro" a tutti i "superflui". Bisognerà, piuttosto, cominciare a immaginare una società che non utilizzi il suo potenziale produttivo per soddisfare un essere fantomatico e feticistico come il valore di mercato, ma che usi questo potenziale per soddisfare i bisogni umani.

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La crisi del capitalismo è anche la crisi dei suoi avversari tradizionali. Con la fine graduale del lavoro, e quindi del valore e del denaro che ne consegue, tutte le opposizioni che vi si riferiscono, o che vogliono utilizzarlo per farne un uso migliore, perdono la loro pertinenza. Lo stesso avviene per quelli che vogliono conquistare il potere statale, al fine di utilizzarlo come leva di trasformazione emancipatrice. Per uscire dalla società capitalistica alla sua fine, bisogna separarsi da tutte le sue basi, anche dentro la testa. Questo è più difficile di quanto si possa credere, anche se la consapevolezza dell'urgenza di tale compito sembra più diffusa oggi, di quanto lo fosse una quindicina di anni fa. Tutti i membri delle società attuali sono nati e cresciuti in condizioni in cui pressoché ogni elemento della vita assume forma di merce e dove quel che si cerca si ottiene attraverso il denaro guadagnato per mezzo del lavoro (il proprio o quello degli altri; che sia lavoro presente o passato). L'idea di poter disporre di una grande quantità di denaro è evidentemente attraente, come quella di vedere utilizzare in modo migliore i fondi da parte dei poteri pubblici. Altresì, dover affrontare una svalorizzazione generalizzata del denaro e del lavoro può dare le vertigini e far paura. Però, è a partire dalla constatazione di questa nuova situazione creata dalla crisi che si può cominciare ad immaginare una società post-capitalista, che non si riduca ad essere un'altra versione di quel che già conosciamo.

Ottobre 2012

- Anselm Jappe -

fonte: http://palim-psao.over-blog.fr

mercoledì 10 ottobre 2012

lettera alla madre

barber

Nel 1919, quando scrisse la lettere alla madre che riporto più sotto, Samuel Barber aveva solo 9 anni. Dopo averla scritta, con cura, la lasciò sulla scrivania della madre, dove lei avrebbe potuto senz'altro trovarla. Così avvenne, ed un anno dopo il bambino cominciò a comporre la sua prima opera, "The Rose Tree". Avrà 26 anni, nel 1936, quando porterà a termine la sua composizione più famosa, "Adagio for Strings". In seguito vincerà numerosi premi, fra cui il Pulitzer per la musica. Ben due volte!

AVVISO per mia Madre e per nessun altro.

Cara Mamma: ho scritto questo per dirti il mio inquietante segreto. Ora non piangere quando lo leggi perché né tu né io ne abbiamo colpa. Suppongo che ora dovrò dirtelo in modo chiaro. Tanto per cominciare io non sono stato concepito per essere un atleta. Sono nato per essere un compositore, e lo sarò di sicuro. Voglio chiederti ancora una cosa - Non provare a chiedermi di dimenticare questa cosa spiacevole e di andare a giocare a football. - Per favore - A volte mi sono preoccupato per questa cosa che mi fa diventare matto (non molto).

Amore

Sam Barber II

martedì 9 ottobre 2012

Sesto

sixto

Una storia americana, una storia di Detroit ed una storia di musica, ma soprattutto la storia di Sixto Rodriguez che rispecchia la storia della sua città. Detroit, per l'appunto, "Motor City". Come dire, se ci fosse un briciolo di giustizia, a questo mondo, la classe operaia di Detroit, multi-etnica e multi-culturale, dovrebbe condurre un'esistenza dignitosa, in forza del contributo materiale e culturale che ha dato al resto degli Stati Uniti. Ma senza una lotta di classe vincente, non è data giustizia.
Ma procediamo con metodo! Rodriguez nasce nel 1942 (il nome Sixto equivale all'italiano Sesto, e lo porta perché, naturalmente, è il sesto figlio della sua famiglia) e viene "scoperto" come avviene in questi casi, in certi posti, per i musicisti. Viene scoperto in un bar pieno di fumo, siamo alla fine degli anni sessanta, da due produttori che hanno già scoperto - e poi ci hanno lavorato insieme - nomi come Marvin Gaye e Steve Wonder. Indovinate cosa vedono in lui? Ma via, è ovvio, un "nuovo Bob Dylan"! Ha già due album sul groppone, e se li cercate qua e là li trovate, ma non ha venduto un cazzo. Sarà che il suo nome non si adatta alla sua musica, e viceversa. Non ci si aspetta che un "latino" suoni folk-rock. Oppure può essere per i testi, un po' troppo politici per l'epoca. Il secondo album, uscito nel novembre del 1971, ha una canzone che comincia dicendo che ha perso il lavoro due settimane prima di natale; così la casa discografica ha annullato il contratto a metà dicembre dello stesso anno. Per farlo sentire a suo agio!
Così Sixto torna alla sua vecchia vita: lavorava come demolitore in una fabbrica di automobili. Torna a lavorare che ha ancora addosso lo smoking - gli è rimasto solo quel vestito - e fa tutti i peggiori lavori che gli capitano. Così, cresce due figlie, facendole vivere, in tutto, in 26 case diverse, una dopo l'altra, alcune senza camera da letto e senza bagno. Però frequentano biblioteche e musei, e insegna loro ad apprezzare pittori come Diego Rivera e Pablo Picasso. Torna a studiare, filosofia, all'università. Si candida a sindaco e non viene eletto. Si batte per i diritti dei poveri, per quelli che non hanno voce. E questa, fin qui, potrebbe già essere la fine di tutta la storia! Però, c'è un però. Qualcosa che Sixto non sapeva, di cui non era a conoscenza mentre portava sulle spalle vecchi frigoriferi, scendendoli lungo le scale di fatiscenti appartamenti di Detroit. Non sapeva che la sua musica, e il suo nome, erano famosi quanto il nome e la musica dei Beatles e degli Stones. Solo che erano famosi in ... Sud Africa. Perciò, questa non è solo una storia americana. E' anche una storia sudafricana.
Nessuno sa per certo come diamine abbia fatto la musica di Rodriguez ad arrivare in Sud Africa, ma una volta arrivata si è diffusa a macchia d'olio, e non solo fra i giovani liberali bianchi. Nonostante, o forse proprio a causa della rigida censura del regime, e in un paese che fino al 1976 non ha avuto la televisione perché era considerata ... comunista! E poi, dal momento che nessuno, laggiù, sapeva niente di un uomo che era caduto nell'oblio anche in patria, cominciarono a fiorire tutti i miti e si cominciarono a spargere tutte le voci possibili. Rodriguez si era ucciso sul palco. Rodriguez si era dato fuoco. Si era fatto saltare le cervella con una pistola. Quando il regime di apartheid cadde, i suoi dischi cominciarono ad essere pubblicati, e vennero venduti in centinaia di migliaia di copie. Ma nessuno sapeva che fine avesse fatto Sixto Rodriguez. E fu così, fino a quando la connessione Internet non divenne un fenomeno di massa (almeno fra la classe media), alla fine degli anni novanta. Fu allora che un giornalista musicale ed un gioielliere che si era trasformato in proprietario di un negozio di dischi, alla fine lo rintracciarono, a Detroit.

sixto poster

Ora tutto questo è un film, un documentario dal titolo "Searching for the Sugar Man", regia dello svedese Malik Bendjelloul, presentato quest'anno al Sundance Festival. La musica di Rodriguez domina la colonna sonora, e penetra la mente e il cuore. Una storia, nient'altro.

lunedì 8 ottobre 2012

polvere

Polvere
"Con la sua voce severa e nasale, e la sua chitarra come un ferro per togliere i copertoni, appesa ad un cerchione arrugginito, non c'è niente di dolce in Woody, e non c'è niente di dolce nelle canzoni che canta. Ma c'è qualcosa di molto più importante, per chi lo sta ad ascoltare. C'è la volontà del popolo di resistere e di combattere contro l'oppressione. Credo lo si possa chiamare lo Spirito Americano."
- John Steinbeck a proposito di Woody Guthrie -
L'anno della foto è il 1936, agosto. Una famiglia di contadini dell'Oklahoma sulla strada, fra Blythe ed Indio, Arizona. Sono sulla Route 466, la strada che si stacca dall'iconica Route 66, a Kingman, e da lì corre fino a Bakersfield, fino alla costa della California. Costretti dalla siccità - il disastro ecologico ed economico chiamato "Dust Bowl" - ad abbandonare la loro fattoria, si dirigono verso la California. Hanno guidato fino a qui, poi si sono fermati per raccogliere cotone, un giorno o due, in modo da rimediare qualche soldo per cibo e benzina, in modo da poter continuare. Ora si trovano a qualcosa, come un giorno di viaggio dalla loro destinazione, Bakersfield. Ma l'automobile ha esalato l'ultimo respiro, lungo la strada, e l'hanno abbandonata. Ora sono sulla strada, in mezzo alla strada percorsa, in quell'anno, da migliaia di migranti. Mezzo milione di americani sono rimasti senza casa, il 15% della popolazione dell'Oklahoma è diretta in California.

(La foto è di Dorothea Lange, la canzone è di Woody Guthrie)

domenica 7 ottobre 2012

festa

carnavalBrueghel

Quest'epoca, che mostra a sé stessa il proprio tempo essenzialmente come se fosse un ritorno precipitoso di innumerevoli e varie festività, è allo stesso tempo un'epoca senza festa. Quando le sue pseudo-feste volgarizzate, parodie del dialogo e del dono, incitano ad un surplus di spesa economica, non restituiscono altro che la delusione, sempre compensata dalla promessa di una nuova delusione. Alla realtà del tempo si è sostituita la pubblicità del tempo.

- Guy Debord -

sabato 6 ottobre 2012

sulla barca

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(A proposito di "A place in the Sun" (Un posto al sole) - di George Stevens - 1951 - con Liz Taylor, Montgomery Clift, Shelley Winters)

"(...) Ci dice anche cose che non sappiamo ci stia dicendo.Non ci sta svelando solo cosa pensano i personaggi, ci sta svelando cosa pensiamo noi.(...) Pochi minuti fa pensavamo che Monty stesse per portare Shelley sul lago, buttarla fuori bordo e annegarla - e siamo raggelati, stiamo pensando non puoi farlo, lei è incinta del tuo bambino, devi prenderti cura di lei. Poi sulla barca lui sembra aver cambiato idea - difficile capire se sia una presa di coscienza o un cedimento nervoso, ma lui sembra quasi riconciliato all'idea di una vita con lei, il sogno di Liz anche scivola via, lontano da lui, e adesso stiamo pensando, anche se non ce ne rendiamo conto, Gesù, vuoi buttarcela o no questa troia nel lago? Liz ti sta aspettando! La più bella donna del mondo nuda in un letto sta aspettando che tu vada da lei in questo preciso momento! Una vita con Shelley Winters? Meglio morto allora - a quel punto lo abbiamo condannato, li abbiamo condannati tutti."

lizmonty

- da "Zeroville", di Steve Erickson -

venerdì 5 ottobre 2012

distribuzione e/o rivoluzione

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Il concetto marxiano di "feticismo delle merci" non indica solo una mistificazione della coscienza, come un "velo". E' anche un fenomeno reale: nella società capitalistica, tutta l'attività sociale si presenta sotto forma di valore e di merci, di lavoro astratto e di denaro. Ma questo vuole anche dire che gli antagonismi sociali nella società delle merci non hanno a che fare con l'esistenza di tali categorie, ma riguardano essenzialmente la loro distribuzione fra quelli che contribuiscono alla creazione del valore attraverso il lavoro astratto. Prenderne atto, significa mettere la teoria dell'emancipazione sociale di fronte al problema che le "lotte di classe" in senso tradizionale, e quelle dei loro sostituti ("subalterni" di ogni genere, donne, popoli colonizzati, lavoratori precari, ecc.), appaiono come dei conflitti immanenti che non ci portano però al di là della logica del valore. Proprio nel momento in cui, questa sembra aver raggiunto i suoi limiti storici, tali lotte rischiano sovente di ergersi alla difesa dello status quo e alla ricerca delle migliori condizioni di sopravvivenza nel mezzo della crisi. Qui è evidente allora che, secondo queste lotte, quello che dovrebbe emanciparci sarebbero il denaro e le merci, il lavoro ed il valore, il capitale e lo Stato in quanto tali. Sembra perciò difficile attribuire compiti del genere a dei gruppi che si costituiscono ai fini dello sviluppo della merce.
Negli anni '60, i movimenti di protesta erano diretti contro i successi del capitalismo, contro "l'abbondanza delle merci", e parlavano a nome di un'altra concezione della vita. Le lotte sociali ed economiche di oggi si caratterizzano assai più per il loro desiderio di un capitalismo che mantenga le sue promesse. Forse, al più, dentro la problematica ecologica sembra esserci un po' della questione del senso dell'insieme, ma la mancanza di una visione globale porta gli ecologisti a scivolare rapidamente verso delle proposte di una gestione alternativa del capitalismo. Solo attraverso una lettura globale e radicalmente critica del presente, partendo dalla critica del valore, possiamo cominciare il cammino verso l'emancipazione.

giovedì 4 ottobre 2012

iceberg

hemingway a madrid

Una bomba arrivò dritta dentro la caldaia del vecchio Hotel Florida a Madrid, vicino a Plaza de Callao, e la fece esplodere. Mentre gli ospiti dell'albergo, scappavano lungo i corridoi, cercando di mettersi in salvo dall'esplosione, Ernest Hemingway e la corrispondente di guerra Marta Gellhorn uscivano nudi dallo stesso edificio. Era il 1937, e lo scrittore americano era appena arrivato in Spagna. In mezzo al conflitto bellico, stava conducendo la sua propria guerra sentimentale. Quel rapporto, tra lo scrittore e la giornalista, aveva avuto, per scenario, diversi paesi, oltre la Spagna.
Hemingway aveva già due matrimoni e tre figli, e riuscì a mantenere segreto il suo amore con la Gellhorn per ben quattro anni. Il divorzio dalla seconda moglie lo ottenne quando questa diede pubblicamente il suo appoggio al bando franchista. In quegli anni la Spagna non era precisamente una ... Fiesta, tipo la Parigi bohemien dove aveva vissuto lo scrittore. I suoi libri spagnoli, "Per chi suona la campana" e "La quinta colonna", lo attestano. Raccontano i suoi biografi che ad ogni battaglia, cui era presente come corrispondente di guerra, lo scrittore pronunciava sempre la stessa frase, "il fascismo lo fermeremo qui, tutti insieme".
Ma oltre alle due opere più famose, altri racconti sono nati all'ombra di quei tragici eventi. Era alloggiato in una pensione madrilena, quando scrisse "I sicari", "Dieci indiani" e "Oggi è venerdì". Li scrisse tutt'e tre in un solo pomeriggio. Era il 16 maggio, ed una nevicata tardiva lo aveva costretto ad annullare la corrida della fiera di San Isidro.
Una tecnica narrativa, la sua, denominata "teoria dell'iceberg".
"Se uno scrittore sa bene di che cosa sta scrivendo, può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse scritte. Il movimento dignitoso di un iceberg è dovuto al fatto che soltanto un ottavo della sua mole sporge dall'acqua." Hemingway salta, piuttosto che spiegare.
Ad esempio, "Il vecchio e il mare" avrebbe potuto avere un migliaio di pagine in più. Non racconta nessuna delle innumerevoli storie che conosceva a proposito del villaggio dei pescatori. E tuttavia il sapere questo costituisce la parte sommersa dell'iceberg.
Dopo il suo lungo periplo di testimone bellico, Hemingway si rifugia a Cuba, Finca Vigia. Fu lì che un vecchio pescatore gli diede l'idea per il suo romanzo. Oggi, la sua opera conta un numero pressoché equilibrato di sostenitori e di detrattori. Questi ultimi affermano che non piace loro una narrazione nuda, senza fronzoli e senza aggettivi. Certamente, i suoi lettori, oggi, sono in calo.
"Qualche anno fa, entrai nella macchina di Fidel Castro. Sul sedile c'era un piccolo libro rilegato in cuoio rosso. E' del maestro Hemingway, mi disse. Ed in effetti, Hemingway, lo trovi dove meno te lo immagini" - ha rivelato Garcia Marquez nella sua prefazione ai racconti di Hemingway ...

mercoledì 3 ottobre 2012

irriducibile

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"All the lives he led" (Tutte le vite che ha vissuto), è il titolo, fantasiosamente tradotto con "Pompei 2079" (ma si capisce, bisogna pur tentarle tutte per invogliare il lettore italiano!), dell'ultimo romanzo (del 2011) di Frederick Pohl. Ebbene sì, quest'uomo che ha praticamente fondato, negli anni '50, quella che viene comunemente definita "fantascienza sociologica", con capolavori come "i mercanti dello spazio" e "il tunnel sotto il mondo"; quest'uomo è ancora in sella e riesce ancora, all'età di novantatré anni, ad appassionare e a far ragionare.

Si può leggere sulla quarta di copertina:
" Il più recente romanzo dell'uomo che ha cambiato la fantascienza e ha saputo descrivere con lucida anticipazione il nostro futuro, Frederik Pohl, considerato il più grande personaggio espresso da questa letteratura. Siamo a Pompei, nel 2079, durante il Giubileo per i duemila anni dall'eruzione del Vesuvio. Lavoratori di tutto il pianeta, da quelli di un'America ridotta a paria della Terra dopo la disastrosa esplosione del vulcano di Yellowstone, ai ricchi esponenti delle nazioni più floride, come la Russia, l'Egitto e la Cina, sono pronti ad accogliere milioni di visitatori in una ricostruzione perfetta dell'antica Pompei. Ma i terroristi che dalle Stan, le repubbliche ex sovietiche fuorilegge, minacciano il mondo hanno scelto questa occasione di festa per sferrare l'attacco definitivo. In un cielo solcato da immensi dirigibili, in un mondo dove non si distingue la realtà dai perfetti virtogrammi che riproducono gli scontri nelle arene, un giovane americano controllato dall'onnipotente Sicurezza e innamorato di una donna misteriosa diventerà la chiave di volta di un evento che potrebbe distruggere il pianeta."

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Vuole la leggenda che Pohl sia stato iscritto all'organizzazione giovanile del Partito Comunista statunitense, e che se ne sia allontanato per una patente inconciliabilità su quello che, lui e il partito, rispettivamente, pensavano della fantascienza. Nondimeno, la chiave di lettura di tutta la sua opera va ricercata nell'attacco, che porta avanti, contro il consumismo e la società delle merci. E il sistema delle merci sta al centro di questo romanzo, narrato dalla voce di un lavoratore precario, in un mondo dove la trasformazione, delle stesse, da oggetti solidi e reali, in elementi virtuali, è oramai avvenuta.


Frederik Pohl, Pompei 2079 (All the Lives He Led, 2011)
Traduzione Maria Laura Martini,
Edizioni Elara, collana Libra fantastica 5, pagg. 361, euro 13,50

martedì 2 ottobre 2012

l’amico americano

bowers

Claude Bowers arriva a Madrid nel 1933. E' stato giornalista, scrittore e politico. Adesso è un ambasciatore. In Spagna, lo manda Roosvelt, che ha già avuto modo di apprezzare gli scritti in cui Bowers attaccava, negli anni '20, la casta conservatrice ed aristocratica. Bowers arriva in Spagna a sostituire Irving Laughlin, il suo predecessore ossessionato dall'idea che la Repubblica Spagnola sia la maschera di una rivoluzione comunista; parola, quest'ultima, che faceva tremare il suo presidente, Herbert Hoover.
Diversamente, l'analisi di Bowers è realistica e quasi chiaroveggente: a partire dal clima di instabilità, venutosi a creare nel novembre del 1933, con la vittoria elettorale della destra, arriva a predire lo scoppio della guerra civile, fino a disegnare una mappa bellica:
"Si prepara il terreno per una dittatura, che si instaurerebbe pe rmezzo di un colpo di stato. Se il golpe sarà di destra, verrà appoggiato a Santander, in Castiglia e in Navarra. Se sarà di sinistra, trionferà a Barcellona, in Andalusia ed in Estremadura, e nelle grandi città e nei distretti industriali" - scriverà in un cablogramma.
Bowers, l'uomo di Roosvelt in Spagna, si innamorò della Repubblica. Lo avrebbe raccontato, vent'anni dopo, nel suo libro di memorie "Missione in Spagna", in cui descriverà Azaña come un grande intellettuale e non perderà mai l'occasione di esprimere la sua simpatia a personaggi come Martinez Barrio e Negrin. Da qui la sua critica alla politica di neutralità sostenuta dagli stati democratici europei, durante il conflitto, cui aderirà anche il paese di cui era rappresentante.
Bowers aveva compreso come gli eventi spagnoli preludevano ad un ascesa del fascismo a livello internazionale, ma su Roosvelt finì per pesare, assai di più, la situazione interna degli Stati Uniti. L'embargo "morale" del 1936 venne deciso in maniera molto complessa: nel bel mezzo della campagna elettorale in cui Roosvelt doveva salvare il "New Deal" dagli attacchi della destra, la quale aveva già ottenuto che il Tribunale Supremo dichiarasse anticostituzionali le sue principali misure. La legge di neutralità del 1937, che comprendeva le guerre civili - sebbene Bowers non aveva mai considerato il conflitto spagnolo come se fosse solamente una guerra civile - chiuse tutte le porte. E anche se, al momento della battaglia dell'Ebro, Roosvelt avesse preso le distanze dalla politica britannica di pacificazione, era politicamente troppo debole per poter cambiare la sua posizione riguardo la Spagna.
Ancora nel febbraio del 1939, con la Gran Bretagna e la Francia che riconoscevano il governo di Franco, Roosvelt considerava essere un grave errore la politica seguita in Spagna.
Poi, alla fine, il 1° di aprile, la legittimità del regime franchista veniva riconosciuta anche dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Ma non da Bowers, che diede le sue dimissioni.

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Tutto questo, e altro, è ora in un libro, scritto da Aurora Bosch, "Miedo a la democracia", un saggio sulla politica degli Stati Uniti nei confronti della Seconda Repubblica e alla guerra civile spagnola. Il libro è anche un'analisi dettagliata dell'atteggiamento dell'America, in quegli anni, rispetto agli accadimenti spagnoli per tutto il corso degli anni '30. La preoccupazione per l'espansione del marxismo, la confusione fra anarcosindacalismo e comunismo e gli eccessi anticlericali, con l'incendio degli edifici religiosi, furono tutti elementi che misero in una preoccupata posizione di attesa il governo del presidente Hoover, alleviata solo dalla decisione da parte della giovane repubblica di non riconoscere, per il momento, l'Unione Sovietica. Poi, all'inizio del 1933, il governo del Presidente Roosvelt, in un momento di grande tensione internazionale, con l'ascesa del nazismo, in Europa, e la crescente aggressività giapponese, nel Pacifico. Ma, in Spagna, nonostante Bowers, la politica degli Stati Uniti rimane reticente. La rivolta del 1934, contribuisce a questo, come contribuisce la formazione del Fronte Popolare, visto come una manovra auspicata da Mosca. Quando arriva la sollevazione militare del 18 luglio 1936, l'amministrazione Roosvelt, in sintonia con Francia e Gran Bretagna, si dichiarerà neutrale.
Nel libro, il ruolo della stampa americana occupa una parte importante. Si va da quella cattolica, e dalla catena di Randolph Hearst, che non smise di propagandare le atrocità repubblicane, a quella che descriveva la ferocia di entrambe le parti, in una guerra implacabile. Così, il "Chicago Tribune" diffuse la notizia del massacro di Badajoz, fatto da i franchisti, mentre il "New York Times" calcò la mano su quello di Paracuellos, fatto dai comunisti. Tutta la stampa, unanimamente, diede grande ripercussione alla partecipazione dei brigatisti americani alla battaglia di Jarama.
Anche quando venne reso pubblico l'intervento nazista nel bombardamento di Guernica, non venne variata la versione americana di quella che era la posizione inglese di "tenere buono Hitler". L'embargo verso la Repubblica, venne mantenuto. Il voto cattolico era troppo importante per il Partito Democratico. Nonostante Claude Bowers.

lunedì 1 ottobre 2012

Burocraticamente

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Girato nel 1966, questo film cubano non è un titolo sconosciuto, anzi lo si potrebbe definire un classico, a leggere la famosa "storia del cinema mondiale" redatta da Georges Sadoul. Eppure, il film non è mai uscito in Italia. Il suo autore, morto nel 1996, ha anche raggiunto una certa notorietà nel nostro paese con un film come "Fragola e cioccolato", del 1994.

Commedia feroce e caricaturale allo stesso tempo, "La muerte de un burócrata" di Tomás Gutiérrez Alea racconta le vicissitudini di un uomo che non riesce ad ottenere il permesso per riesumare il corpo dello zio. Il morto è stato seppellito insieme al suo libretto di lavoro, indispensabile perché la vedova possa ottenere la pensione. Ne conseguirà il disseppellimento, fatto di notte ed illegalmente, al fine di poter rientrare in possesso del prezioso documento, ma anche l'impossibilità di poter rimettere il cadavere nella sua tomba, dal momento che non esiste un documento legale di esumazione. Ragion per cui, ufficialmente, il corpo non è mai uscito dalla tomba, quindi non può rientrarvi!
Questa la trama di un film che mette alla berlina un sistema burocratico, quello cubano, in grado di spingersi fino all'assurdo, e oltre. Ma anche un'opera tutta intessuta di un intero catalogo di citazioni e di omaggi al cinema comico americano. Harold Loyd e Buster Keaton, ma, soprattutto, Laurel & Hardy, ossequiati da tutta una serie di inseguimenti, e dalla zuffa generale nel cimitero. Non mancano scene oniriche e anticlericali (girate a rallentatore) che sembrano uscite da un film di Bunuél.
Una favola kafkiana, la si potrebbe definire, modellata intorno ad una cultura della morte, quella latina, che riesce a diventare anche fonte di comicità: lo scheletro di carta appeso allo specchietto retrovisore del carro funebre, il cane che esce dal cimitero con un osso in bocca, gli avvoltoi che si riuniscono intorno alla bara, il bambino che canta "Happy Birthday" davanti ai quattro ceri accesi che circondano la cassa da morto.