lunedì 20 luglio 2020

predestinati alla morte, e non

Nel suo libro del 2017, "Autoritratto nello studio", Agamben commenta dicendo che la mentalità, lo stile e gli interessi di Walter Benjamin non possono essere compresi in maniera adeguata se non si tiene conto di quella che era la sua vicinanza al circolo dei discepoli del poeta Stefan George. Prima, vicinanza, e poi, in seguito, allontanamento, dal momento che ben presto Benjamin si rese conto  - scrive Agamben - che il "circolo di George" era formato da una generazione "predestinata alla morte". Apprezzavano e davano valore ad una "Germania segreta", ma, pur sempre, una "Germania" (vale a dire, un'idea nazionale sovrapposta alla vita). Tra le due Germanie (quella segreta e quella ufficiale) esisteva una solidarietà sotterranea - scrive sempre Agamben – e quello che era un segno di una tale solidarietà consisteva nel fatto che l'attentato a Hitler del 20 luglio 1944, opera di un ufficiale della cerchia di George, fosse già nato destinato a fallire.

domenica 19 luglio 2020

Il Messia !

« Come accennavo all’inizio, fra i libri dedicati allo scrittore polacco e al suo romanzo perduto, c’è quello di Cynthia Ozick, intitolato "Il Messia di Stoccolma". In questo romanzo del 1987 la scrittrice americana immagina che un uomo, che si crede il figlio naturale di Bruno Schulz, entri in contatto in una libreria antiquaria di Stoccolma con uno strano personaggio, una donna che sostiene di avere il manoscritto del Messia. Il manoscritto alla fine scomparirà di nuovo (per la precisione verrà bruciato da chi lo ritiene un falso), ma il protagonista continuerà a chiedersi se davvero fosse quel libro. Bene, pochi anni dopo la caduta dell’impero sovietico, all’inizio degli anni Novanta, Bronislaw Geremek, storico e allora ministro degli Esteri polacco, raccontò a Francesco Cataluccio di essere stato avvicinato qualche tempo prima da un diplomatico svedese. Questo diplomatico era stato a sua volta contattato a Kiev (Drohobycz, come ho detto, ora fa parte dell’Ucraina) da un ex agente del kgb, o almeno da qualcuno accreditatosi come tale, il quale sosteneva che negli archivi della polizia politica c’era il dattiloscritto del Messia di Bruno Schulz e che, se il governo svedese fosse stato interessato o avesse potuto fare da mediatore con il governo polacco, lui sarebbe stato disposto a venderlo. Geremek era riuscito ad ottenere una pagina di questo manoscritto per sottoporlo a esperti che potessero valutarne l’autenticità, fra i quali Jerzy Ficowski. Il giudizio fu che poteva effettivamente trattarsi del Messia. A quel punto al diplomatico svedese fu consegnato il denaro necessario a riscattare il testo, e lui, con la somma richiesta, andò in Ucraina. Forse ritirò il dattiloscritto o forse no. Non possiamo saperlo, perché durante il viaggio di ritorno la sua macchina ebbe un incidente, si incendiò e morirono sia lui che l’autista. Come fosse avvenuto l’incidente, se si trattasse di una morte provocata o accidentale, non possiamo saperlo. Né possiamo sapere se il dattiloscritto fosse nella macchina, e allora, come nel romanzo della Ozick, sia andato bruciato, oppure se il diplomatico se ne stesse tornando a mani vuote e il manoscritto esista ancora da qualche parte. Sempre che non si sia trattato di una montatura messa in piedi per riuscire, in quegli anni confusi e terribili, a portarsi a casa una bella somma di denaro in dollari americani. »

(da: Giorgio van Straten, "Storie di libri perduti". Laterza)

sabato 18 luglio 2020

Il destino delle tenebre

Nella fotografia riprodotta sulla copertina di questo libro, che ritrae Mircea Eliade e Cioran insieme a Parigi, negli anni Settanta, colpisce il contrasto tra le due fisionomie. Un contrasto che sembra rispecchiare la distanza che umanamente e intellettualmente separava i due grandi romeni: il fecondo e ammirato studioso, in grado di maneggiare con scioltezza le concezioni religiose di tutte le culture; e il sulfureo flâneur del pensiero, l’antiaccademico ancorato a poche e lancinanti ossessioni. Da subito, del resto, non erano mancati gli scontri visto che, all’inizio degli anni Trenta, Eliade aveva attaccato Cioran per via della sua tanatologia, che gli faceva prediligere le tenebre e la negazione alla luce e alla creazione; e Cioran, da parte sua, aveva demolito Eliade in un articolo che sin dal titolo aveva tutto il sapore di una sentenza inappellabile: L’uomo senza destino. Ma, dietro le divergenze, si celava anche un’intesa, una complicità che alimentò una fervida, inossidabile amicizia, come testimonia questo volume in cui sono raccolte le lettere che i due si scrissero nell’arco di un cinquantennio, scambiando riflessioni, pareri letterari, impressioni di viaggio, osservazioni politiche, ricordi. Lettere a volte accese da vampate di humour, non senza contraddizioni e paradossi – ma sempre contrassegnate da quella sincerità che spingeva Cioran a confessare: «Benché io provi per te un’infinita e non smentita simpatia, a volte sento il desiderio di attaccarti, senza argomenti, senza prove e senza idee. Ogniqualvolta ho avuto l’occasione di scrivere qualcosa contro di te, il mio affetto è aumentato».

(dal risvolto di copertina di: E.M. Cioran e Mircea Eliade, "Una segreta complicità. Lettere 1933-1983". A cura di Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicorta, Adelphi, Milano, pagg. 300, € 22)

Cioran Eliade, amici antipodi
- di Raffaele Liucci -

«Un giovane di Sibiu, biondo, con i capelli scompigliati sulla fronte». Così, nelle sue Memorie, lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) rievocherà il primo incontro a Bucarest nell’inverno del 1932 con il connazionale Emil M. Cioran (1911-1995). All’epoca, questi – studente scapestrato di filosofia – aveva già perso il sonno, «la più grande tragedia che possa capitare», all’origine della sua visione umbratile del mondo. Il più ottimista Eliade, invece, era un promettente orientalista, appena tornato da un soggiorno di tre anni in India, dove aveva approfondito lo studio dello yoga, del tantrismo e dell’alchimia indiana. Dopo quel primo contatto, tra i due nacque «un’amicizia che le differenze biografiche non faranno che corroborare, all’insegna di una stimolante complementarietà», scrive Horia Corneliu Cicorta, scrupoloso curatore, insieme a Massimo Carloni, del loro cinquantennale carteggio appena pubblicato.
Cioran ed Eliade, in effetti, incarnarono due modelli intellettuali per molti versi antitetici. Il primo, trasferitosi definitivamente a Parigi nel 1937 («Se si deve essere dei falliti, è meglio esserlo a Parigi che altrove»), snobbato se non detestato dai luminari progressisti, si vanterà di essere «l’uomo più sfaccendato» della città: «credo che in questo possa battermi soltanto una puttana senza clienti». Barricato nella leggendaria soffitta-topaia al numero 21 di rue de l’Odéon («vivo come un monaco»), diventerà uno specialista del frammento e dell’aforisma, unici generi compatibili «con i miei sbalzi d’umore». I suoi libri funerei e beffardi pubblicati da Gallimard, a cominciare dal Sommario di decomposizione (1949), avranno sin dal principio una circolazione stentata.
Eliade, all’opposto, secondo l’amico era «il meno ozioso fra tutti gli esseri che ho incontrato su questa terra». Pur dilettandosi nello scrivere anche romanzi, aveva la mentalità del ricercatore di lungo corso e dell’accademico avido di riconoscimenti. I suoi interlocutori erano i colleghi studiosi, non certo le prostitute, i mendicanti e i falliti in cui si rispecchiava Cioran. Dopo aver tenuto nel secondo dopoguerra alcuni corsi all’École Pratique des Hautes Études, nel 1956 Eliade lascerà Parigi per trasferirsi a Chicago, stimato cattedratico e rinnovatore di una disciplina al suo arrivo ancora troppo legata agli studi teologici. «Che carriera, la tua!», gli scrive Cioran alla fine degli anni Sessanta: «In questi giorni ho pensato alla strada che hai percorso da “Est-Vest”, la piccola rivista di cui ti occupavi appena diplomato, fino alla History of Religions».
Quando Eliade illustrerà a Cioran la tormentata stesura dell’«opus magnum» della sua vita, «una storia delle Idee religiose, dal paleolitico fino a Nietzsche» (uscirà in tre volumi a partire dal 1976), emergerà tutto il fossato che li separava. Agli occhi dell’amico, infatti, Eliade dilapidava il proprio talento in affreschi troppo vasti e dispersivi. Del resto, come aveva annotato lo stesso Eliade nel proprio diario alla fine degli anni Quaranta, già allora Cioran snobbava «l’aspetto oggettivo delle religioni», materia da storici: «Lui è interessato unicamente alle modalità personali, esistenziali dei vari santi e mistici».
Quel che li univa era invece l’estraneità allo spirito del tempo. Esaurite le infatuazioni giovanili per la fascisteggiante Guardia di Ferro romena di Codreanu, dopo il 1945 i due transfughi non riusciranno mai a identificarsi del tutto con il mondo liberal-democratico che li aveva accolti. «Il pensiero occidentale mi delude sempre di più, non mi dà nulla (…) Persino la musica è uscita dalla mia vita. Ho optato definitivamente per la prosa, in tutti i sensi del termine», scrive Cioran. Quando poi assiste da vicino ai «discorsi» e alle «farneticazioni» dei sessantottini all’Odéon e alla Sorbona, confessa di sentirsi «combattuto»: «mi è impossibile essere a favore, mi è impossibile essere contro». Gli appaiono «bambini di nessuno», al pari dei legionari di Codreanu. Più drastico Eliade, dal suo osservatorio di Chicago, scandalizzato dal fatto che persino gli studenti di Teologia si ribellassero contro il sistema: «Negli Stati Uniti l’incoscienza, l’infantilismo e il delirio di colpa (giacché sono “bianchi” e “cristiani”) hanno raggiunto limiti tali da non suscitare più, almeno in me, alcun interesse». L’«unica gioia» era stata la vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni: «Spero che Dayan [ministro della Difesa] sappia conservare quel che ha conquistato».
Se Cioran, Eliade (e Ionesco, il terzo grande esule romeno dell’epoca) avevano ormai abbandonato la terra e – in parte – la lingua avita, c’era un «amico lontano» qui spesso evocato: il saggista e filosofo Constantin (Dinu) Noica, rimasto in patria e perseguitato dal regime sovietizzato di Bucarest. Era stato lui, in quel lontano inverno del 1932, a presentare Cioran a Eliade. Insieme a Noica, tra il 1958 e 1960 ventitré intellettuali furono arrestati e rinviati a giudizio: accusati fra l’altro di aver letto e diffuso le opere dei due transfughi, introdotte clandestinamente in Romania da Marietta Sadova, un’attrice del Teatro Nazionale di Bucarest che li aveva incontrati durante una tournée a Parigi nel 1956. Il fantasma della patria perduta è il convitato di pietra di questo carteggio, in cui si alternano rimpianto e scherno: «Riguardo al nostro paese», scrive Cioran alla fine del 1968, «sono piombato in una totale indifferenza. Giornali, riviste, libri – tutto quello che ricevo da laggiù lo mando indietro subito, senza nemmeno dare un’occhiata».
Nell’ultimo scorcio dell’epistolario affiorano gli inevitabili acciacchi della vecchiaia. Pur civettando da sempre con l’idea del suicidio, Cioran era solo ipocondriaco. «Una volta alla mia età si moriva», scrive a sessant’anni suonati: «Erano i bei tempi in cui non si aveva l’indecenza di sopravvivere a sé stessi». Più fiducioso appariva Eliade, nonostante una grave forma di artrite alle mani: seguendo una certa tradizione indù, riteneva il dolore, la malattia e la morte altrettante «prove» iniziatiche in vista di una nuova vita. Un malore fatale lo coglierà quasi ottantenne nell’aprile 1986, proprio mentre stava leggendo un libro di Cioran (Esercizi di ammirazione). «Era il meno balcanico di tutti noi», scriverà l’amico in un necrologio dal titolo sottilmente ironico: Finalmente un’esistenza compiuta!

Raffaele Liucci - Pubblicato sul Sole del 9/2/2020 -

venerdì 17 luglio 2020

Uguaglianza ?!?

Ricchezza o Reddito?
- di Michael Roberts -

La maggior parte delle discussioni sulla disuguaglianza, sia che si tratti del dibattito tra le nazioni, a livello globale, sia che esse avvengano all'interno delle nazioni stesse, hanno luogo solo intorno al reddito. I dati e i testi sulla disuguaglianza di reddito non mancano, in particolare quelli circa il suo aumento, verificatosi nella maggior parte delle economie a partire dagli anni '80, e sulle cause di tale aumento. In molti post su questo blog, ho spesso discusso tali testi, insieme a quelle che erano le loro conclusioni, e le cause. Connessa al dibattito sulla disuguaglianza di reddito, troviamo anche la questione della "povertà": come definirla e come misurarla; e se la povertà globale, così come quella all'interno delle economia, sia aumentata o diminuita. Un recente rapporto del World Economic Forum, ha rilevato come la disuguaglianza di reddito sia aumentata, o al più è rimasta stagnante, in quelle che sono 20 delle 29 economie più avanzate, mentre la povertà è cresciuta in 17 di esse. La disuguaglianza di reddito è aumentata più rapidamente. e più che altrove, in Nord America, Cina, India e Russia, ha registrato il World Inequality Report 2018 prodotto dal World Inequality Lab,  un centro di ricerca con sede presso la Paris School of Economics. Particolarmente evidente, è la differenza tra Europa occidentale e Stati Uniti: «Mentre nel 1980 la quota di reddito al top, quella dell'1% più ricco, era vicina al 10% in entrambe le regioni, nel 2016, in Europa occidentale essa è aumentata leggermente, arrivando al 12%, mentre negli Stati Uniti è arrivata al 20%. Nel frattempo, negli Stati Uniti, la quota di reddito più bassa, inferiore al 50%, che era scesa al di sotto del 20% nel 1980, nel 2016 è arrivata al 13%.»
Ma quella che è la discussione circa la disuguaglianza della ricchezza (la ricchezza personale) non riceve molta attenzione. Eppure, io affermo che chiunque possegga un'enorme quantità di ricchezza (che può essere definita come proprietà di beni immobili, mezzi di produzione e risorse finanziarie) ottiene, di conseguenza, degli alti livelli di reddito; e, a quanto pare, anche livelli di tassazione relativamente più bassi. Naturalmente, è stato fatto un ottimo lavoro nel misurare i livelli di ricchezza personale e i cambiamenti nella distribuzione nel tempo di tale ricchezza. Ogni anno pubblico un rapporto sulla ricchezza globale del Credit Suisse, che mostra quanto sia la ricchezza personale a livello individuale nel mondo. L'ultimo grafico mostra come l'1% più ricco possegga poco meno del 50% di tutta la ricchezza mondiale. Oxfam pubblica regolarmente dei dati che mostrano come, sia a livello globale che nazionale, siano solo poche famiglie a detenere enormi porzioni di ricchezza personale. E negli ultimi anni, economisti come Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman hanno fatto un eccellente lavoro nel mostrare quale sia l'enorme disuguaglianza nella proprietà di mezzi di produzione, terra, beni immobiliari, risorse finanziarie e perfino brevetti e prodotti della "conoscenza".
Ma il problema è questo. Sia nelle economie avanzate che in quelle emergenti, la ricchezza è distribuita in maniera significativamente più disuguale del reddito. E il World Economic Forum riferisce: «Negli ultimi anni, questo fenomeno non è migliorato, registrando in 49 economie un aumento della disuguaglianza.»
Nel 1912, Corrado Gini, sociologo e statistico italiano, aveva sviluppato uno strumento per misurare la distribuzione della ricchezza all'interno delle società, conosciuto col nome di indice di concentrazione di Gini, o coefficiente di Gini: il suo valore varia da 0 (o 0%) a 1 (o 100%), dove il primo (lo zero) rappresenta la perfetta uguaglianza (la ricchezza che viene distribuita in maniera uniforme), mentre l'ultimo (l'uno) rappresenta la perfetta disuguaglianza (la ricchezza nelle mani di pochi). E nel momento in cui andiamo ad usare l'indice Gini sia per il reddito che per la ricchezza di ciascun paese, la differenza diventa impressionante. Si prenda qualche esempio. L'indice Gini per gli Stati Uniti corrisponde al 37,8 per quanto riguarda la distribuzione del reddito (abbastanza alto), ma se andiamo a vedere l'indice Gini riferito alla distribuzione della ricchezza, ecco che lo vediamo salire all'85,9! Oppure, andiamo a prende l'egualitaria Scandinavia. L'indice Gini per il reddito in Norvegia è appena il 24,9, ma il Gini della ricchezza schizza all'80,5! La stessa storia la possiamo vedere anche negli altri paesi nordici. Ragion per cui, i paesi nordici possono avere una disuguaglianza di reddito inferiore alla media, però hanno una disuguaglianza di ricchezza che è superiore alla media.


Quali sono i paesi che hanno la peggiore disuguaglianza per quanto attiene alla ricchezza personale? Ecco qui, le dieci società più disuguali del mondo.

Ci si potrebbe aspettare di trovare nella Top-Ten alcuni di questi paesi elencati qui sopra: vale a dire, paesi molto poveri oppure governati da dittatori o militari. Ma la Top-Ten include anche gli Stati Uniti e la Svezia. Ragion per cui, nella lista rientrano sia un'economia avanzata "neoliberista" che un'economia "socialdemocratica": il capitalismo non discrimina quando si tratta di ricchezza.

Concretamente, possiamo stabilire se e in che modo l'elevata disuguaglianza nella ricchezza sia strettamente correlata alla disuguaglianza nei redditi? Facendo uso dell'indice del World Economic Forum, ho trovato che tra i dati esiste una correlazione positiva di circa lo 0,38: ragion per cui, in un'economia, maggiore è la disuguaglianza della ricchezza personale e maggiore la probabilità che la disuguaglianza di reddito sia più alta.

La domanda è: quale delle due determina l'altra? A questa domanda si può rispondere facilmente. La ricchezza genera ricchezza. E più ricchezza, a sua volta, genera più reddito. Una piccolissima élite possiede i mezzi di produzione e di finanziamento, ed è a partire da questo che fa il bello ed il cattivo tempo e si appropria della fetta più grossa di ricchezza e di reddito. Ed uno studio della Banca d'Italia ha scoperto che le famiglie più ricche della Firenze odierna discendono dalle famiglie più ricche della Firenze di quasi 600 anni fa! Quindi, sono le stesse famiglie che si trovano ancora in cima alla montagna di ricchezze che ha avuto inizio a partire dall'ascesa del capitalismo mercantile che ha avuto inizio nella città-stato italiane, passando per l'espansione del capitalismo industriale, ed ora per quella del capitalismo finanziario...
E parlando di quella che è la sconcertante disuguaglianza di ricchezza nell'«egualitaria» Svezia, ci sono nuove ricerche che dimostrano come il successo non derivi tanto da dei buoni geni, ma piuttosto dai soldi della famiglia, o dall'averli sposati. Le persone non sono ricche in quanto sono più intelligenti o meglio istruite. Ma ciò é perché sono, o più «fortunati», e/o perché hanno ereditato la loro ricchezza dai loro genitori o dai parenti (come Donald Trump). I ricercatori hanno scoperto che «la ricchezza è altamente correlata tra i genitori e i loro figli» e «Se si mette a confronto la ricchezza netta dei genitori adottivi e quella dei genitori biologici con quella dei figli adottati, troviamo che, anche prima che sia qualsivoglia eredità,  c'è un ruolo sostanziale svolto dall'ambiente, ed un ruolo assai più piccolo svolto dai fattori pre-nascita.» I ricercatori hanno concluso che «la trasmissione della ricchezza non è dovuta principalmente al fatto che i bambini provenienti da famiglie più ricche sono intrinsecamente più talentuosi o più capaci, ma che, anche nella relativamente egualitaria Svezia, la ricchezza genera ricchezza.»
Così viene confermata la previsione fatta da Marx 150 anni fa, che il capitalismo avrebbe portato ad una maggiore concentrazione e centralizzazione della ricchezza, in particolare nei mezzi di produzione e nella finanza. In contrapposizione a quello che è l'ottimismo e l'apologetica degli economisti mainstream, per miliardi di persone in tutto il mondo, la norma rimane la povertà (in termini di ricchezza e di reddito), con pochi segnali di miglioramento, mentre nel contesto delle maggiori economie capitalistiche, la disuguaglianza di ricchezza e di reddito aumenta man mano che il capitale viene accumulato, e rimane concentrato nelle mani di gruppi sempre più piccoli. Il lavoro di Emmanuel Saez e Gabriel Zucman ha dimostrato che, negli Stati Uniti, la ricchezza si è sempre più concentrata nelle mani dei super-ricchi. Inoltre, la disuguaglianza di ricchezza è cresciuta, soprattutto in quanto risultato e conseguenza di un'aumentata concentrazione e centralizzazione degli investimenti produttivi nel settore capitalistico. La vera concentrazione della ricchezza si è espressa per mezzo del fatto che il grande capitale (finanza e affari) controlla quelle che sono le decisioni di investimento, occupazionali e finanziarie in tutto il mondo. Secondo il Swiss Institute of Technology, un nucleo dominante di 147 imprese, attraverso la partecipazione ad altre imprese interconnesse, controlla il 40% della ricchezza globale. Un totale di 737 imprese che controllano l'80% di tutto quanto. Per il funzionamento del capitalismo, è questa la disuguaglianza che conta: il potere concentrato del capitale. Ciò significa che le politiche volte a ridurre la disuguaglianza dei redditi per mezzo della tassazione e della regolamentazione, o perfino attraverso l'aumento dei salari dei lavoratori, non avranno granché impatto fino a che ci sarà un così alto livello di disuguaglianza di ricchezza. E tutta questa disuguaglianza di ricchezza nasce dalla concentrazione dei mezzi di produzione e della finanza nelle mani di pochi. Fino a quando la struttura proprietaria rimarrà intatta, anche le tasse sulla ricchezza non serviranno.

- Michael Roberts - Pubblicato il 15 luglio 2020 su Michael Roberts Blog -

fonte: Michael Roberts Blog, blogging from a marxist economist

mercoledì 15 luglio 2020

Urbanistica

Strade cattive, strade meno cattive, e qualcuna buona, magari. Strade ovunque, strade che ci attraversano, strade da risalire o da discendere, a seconda della piega che ha preso la nostra vita nel momento in cui torniamo a volgere  indietro lo sguardo e a lanciare un'altra occhiata verso una di quelle strade. Via della Maestranza, all'angolo con Via Nizza da una parte, e la Mastrarua (Via Vittorio Emanuele) dall'altra. Le strade dove sono nato, quelle dove ho imparato a camminare e a cadere e a rialzarmi. Poi, Via Genova, Via Torino, Via Milano, le strade (brutte, con brutti nomi) dove sono cresciuto, e per quanto mi è stato possibile dove ho imparato a correre, circondate da improbabili campi di grano, senza la consapevolezza di stare solo prendendo la rincorsa per spiccare un salto, verso altre strade. Via del Leone e Via dell'Orto, e Via Ghibellina... Troppe strade a partire da quella "casa dello studente" in Piazza Indipendenza che poi casa non era. E quindi, a venire, ancora altre strade, in altre città ancora, e qualcuna perfino dal nome esotico come Köpenicker Straße. Già, le strade! Le strade hanno una loro valenza che è assai diversa da quella, ad esempio, delle piazze. La piazza parla delle istituzioni, della cosa pubblica, mentre la strada racconta l'individuo, e allo stesso tempo parla della comunità - come quella in Via Torta (già Via Torcicoda) che dava appunto su Piazza Santa Croce, di modo che andare in piazza finisce per avere un significato ben diverso dallo scendere in strada. In piazza ci si va in cento, in mille, in centomila, se occorre. In strada ciascuno ci scende per conto proprio. Solo che in piazza, per arrivarci, bisogna andarci a partire dalle strade: ciascuno dalla propria! In strada, nel 1943, ci scendevano i gappisti, ciascuno da solo, nella notte, magari armati di un martello, di un cacciavite, per attaccare il nemico e impadronirsi di quelle armi che necessitavano loro. Le armi che poi sarebbero servite a meglio percorrere la strada per arrivare nelle piazze. La strada è la "Via del corno" di "Cronache di poveri amanti" di Pratolini, tanto per restare a Firenze, Ma se devo parlare di una strada che, in qualche modo, le riassuma tutte, allora parlo di Via de' Macci. Incastonata tra "Le Murate" e Piazza Santa Croce, a due passi da Borgo Allegri, reca per me in sé sempre più i connotati astratti di un ricordo, perdendo quelli concreti di una strada. Io ci dormivo in quella strada, fra pacchi di giornali e ciclostili, ed ero sempre sul punto di andarmene a dormire da qualche altra parte, ma poi rimanevo lì, alla fine. Ed era un posto così poco casa che ti spronava a vivere per strada. Che era meglio! A pochi metri c'era un bar, uno di quelli che non esistono più, un bar con un bancone alto e con i tavoli cui sedersi, tutto quanto, bancone e tavoli, in marmo. Sgabelli a tre piedi, scomodi il giusto, per bersi un caffè senza addormentarsi stando appollaiati e addentare nel mentre un bombolone alle prime luci dell'alba. Scorrendo le "prime notizie" fresche di stampa, con le mani ancora umide della colla per "attacchinare". E non era per niente difficile, a quei tempi, credere a questa canzone di Gaber per cui: «C'è solo la strada su cui puoi contare/ La strada è l'unica salvezza / C'è solo la voglia, il coraggio di uscire / di esporsi per la strada, nella piazza. / Perché il giudizio universale non passa per le case / In casa non si sentono le trombe / In casa ti allontani dalla vita dalla lotta, dal dolore e dalle bombe.»

(già pubblicato sul blog il 31/10/2006)

martedì 14 luglio 2020

Alternativa?!?

«L'alternativa per i prossimi 20 anni, è una forma sostenibile di capitalismo, che non sarà vista come capitalismo.»
- Intervista di Juan Carlos Pérez Salazar a Paul Mason -

In questo momento, sul mondo incombe un grande punto interrogativo: cosa succederà dopo la pandemia di Covid-19? Una domanda, questa, che pesa sia sulle cose più banali e concrete - come quando potremo tornare a darci la mano o abbracciare di nuovo i nostri amici  - così come attiene a quelle astratte e più distanti: le nostre libertà individuali ne risentiranno? Sarà la fine della globalizzazione? Che cosa ne sarà del capitalismo? Quest'ultima domanda, sembra andare a quello che è il cuore del momento che stiamo vivendo adesso. Ed il capitalismo è solo una delle vittime della crisi, oppure ne è la causa? E come dovrà cambiare il sistema per potersi adattare alle nuove realtà? Tra le classi dirigenti e tra gli imprenditori, si desidera un cambiamento del genere? L'inglese Paul Mason ha dedicato parte della sua vita a riflettere sul capitalismo. Come giornalista, si è occupato di una parte delle grandi crisi economiche e di quelli che sono stati i movimenti sociali degli ultimi decenni. Come intellettuale, oltre ad un libro di narrativa e ad un'opera teatrale, a scritto su questi stessi temi: la classe operaia, la crisi finanziaria del 2008 e le diverse proteste globali, come la Primavera Araba, Occupy Wall Street e gli "Indignados" spagnoli. Ma a renderlo un nome noto a livello internazionale, coinvolto nei diversi dibattiti sullo stato attuale del capitalismo e sul suo futuro, sono stati i suoi ultimi libri: "Postcapitalismo" e "Il futuro migliore" [entrambi pubblicati in Italia da Il Saggiatore]. La BBC News Mundo (servizio in spagnolo della BBC), ha intervistato Paul Mason a Londra, dove vive.

BBC: In un suo recente articolo, lei traccia un interessante parallelo tra ciò che sta accadendo oggi e ciò che accadde dopo l'epidemia di peste nera, nel 14° secolo, la quale segnò il passaggio dal feudalesimo al capitalismo.

Paul Mason: Uno dei temi del mio lavoro è quello secondo cui il capitalismo - così come il feudalesimo - ha un inizio, una metà ed una fine. Nel mio ultimo libro, ("Il futuro migliore: in difesa dell'essere umano"), asserisco che la fine di un modo di produzione di un sistema economico coincide frequentemente con un misto di quelle che sono le sue debolezze interne e ciò che chiamiamo "shock esterni, o shock esogeni. Perciò, per noi, il cambiamento climatico si manifesta sotto forma di uno shock esogeno, dal momento che l'unico capitalismo industriale che conosciamo si basa sull'estrazione di carbone e sulla distruzione della biosfera. È possibile che, in un universo parallelo, il capitalismo si sia sviluppato a partire dall'energia pulita ed in armonia con la natura, ma qui non è avvenuto così. C'è anche la questione dell'invecchiamento della popolazione, che potenzialmente potrebbe far fare bancarotta al 60% dei Paesi entro la metà di questo secolo, poiché non ci saranno abbastanza persone per poter sostenere una popolazione sempre più invecchiata. L'altro fattore che appare essere uno shock esterno è il coronavirus. Ma la mia argomentazione è quella che, anche se tutti questi sembrano essere shock esterni, in realtà sono tutti quanti prodotti del capitalismo. È questo il problema: Il tipo di capitalismo che abbiamo, distrugge le foreste tropicali e crea le condizioni per cui milioni di persone devono vivere in situazioni vulnerabili. E nel mondo sviluppato - probabilmente la cosa non è così evidente per i lettori in America Latina - ha creato le «malattie della povertà». A Londra ci sono molte persone che stanno morendo di obesità, di diabete di tipo B, o di patologie polmonari perché hanno fumato per tutta la vita. Il parallelismo che faccio con la peste nera è limitato, ma vale la pena indagarlo, anche perché l'epidemia è stata responsabile di due cose: per prima cosa, ha interrotto il modello economico del feudalesimo a partire dal fatto che non c'erano contadini per coltivare la terra. E nelle città non c'erano sufficienti persone in grado di saper lavorare con quella che era la principale materia prima dell'epoca, la lana. Nelle rivolte scoppiate dopo la peste nera, erano sempre presenti i lavoratori della lana. Il secondo impatto - e quello maggiore - l'ha avuto quella che è stata la discontinuità ideologica. Ha fatto sì che le persone arrivassero a dire: «Tutto questo (il modello) non sta funzionando.» Tra coloro che hanno studiato quel periodo, c'è un libro brillante dal titolo "Lust for Liberty" ("Brama di libertà"), di Samuel K. Cohn. Già il titolo dice tutto: alla fine dell'epidemia, le persone si resero conto del fatto che il sistema non li stava proteggendo. Se si pensa al feudalesimo - e credo che in America Latina l'immagine sia quella di questi grandi proprietari terrieri, visto che anche le rivolte coloniali sono state sempre contro i grandi proprietari terrieri - e alla cultura prevalente tra questi proprietari terrieri, si pensa al paternalismo. Il proprietario è lì per sfruttare, ma anche per proteggere. E nel 14° secolo succede che le persone cominciano a dire: «Aspetta un attimo, questo non ci sta proteggendo affatto». Ed ecco che allora cominciò ad essere usata la parola libertà, e a diffondersi. Noi pensiamo alla parola «libertà» vedendola nel contesto della Rivoluzione francese, ma a partire dal 1360 si osserva l'uso della parola «libertas», in latino, da parte dei rivoluzionari.

BBC: Una cosa che mi colpisce, in questa comparazione, è che la peste nera ha segnato il passaggio dal feudalesimo al capitalismo, vale a dire che, in qualche modo, ha consentito il Rinascimento e quella che conosciamo come Età Moderna. Ora, sono più o meno quarant'anni che si parla della fine di questa Età Moderna e di quello che - in mancanza di un'espressione migliore - viene chiamato «postmodernismo». Come se nuovamente un'epidemia segnasse la transizione ad un altro periodo...

Paul Mason: È interessante, ma non la vedo così. Ci sono molte cose in gioco. La mia opinione è che a livello globale abbiamo un sistema economico che non funziona. Si tratta di un sistema che dipende dal fatto che c'è un mondo ricco che pompa risorse verso un mondo più povero, il quale mondo povero, a sua volta, pompa profitti verso i più ricchi. La mia è una semplificazione estrema, eppure è così che funziona. Tutto questo ha generato quello che è stato un grande sviluppo nell'emisfero sud del pianeta - qualcosa di buono per quelle regioni - ma, allo stesso tempo, ciò crea povertà e disuguaglianza, e lo fa anche nel mondo più sviluppato, fino al punto di mostrare che il sistema non è sostenibile. Nel 2008 abbiamo detto che c'era troppo debito. E la ragione era che le banche centrali stampavano un sacco di soldi e le persone usavano tutto questo denaro per speculare. E la soluzione è stata un debito supplementare di 75 miliardi di dollari e ancora più denaro da parte delle banche centrali. Quello che stiamo facendo, è tentare di curare la malattia ... con ancora più malattia. E la malattia è il capitalismo finanziario. E qual è la cura che viene offerta per Covid-19? Più denaro dalle banche centrali, più debito. Ragion per cui, prima di parlare di Modernità, dobbiamo parlare di qualcosa che è assai più recente: il modello economico neoliberista, che si basa su una profonda disuguaglianza, su un'estrema speculazione finanziaria e su bassi salari. Un momento che ad un certo punto ha funzionato, ma che ora non funziona più. Lasciamo stare la questione del debito. Se si pensa ad un franchising Starbucks, questo funziona grazie ad un margine di profitto assai piccolo, dal momento che si trova sotto una costante pressione che lo spinge a ridurre sempre più i prezzi. Se Starbucks decide di aumentare il prezzo del caffè, ecco che McDonald's lo riduce immediatamente. Ecco che a questo punto ci troviamo di fronte a qualcosa che è stato chiamato «capitalismo just in time», dove praticamente non c'è più stock, niente scorte in magazzino. E questa è la medesima cosa che abbiamo nel servizio sanitario britannico: facciamo in modo che esso operi a quella che è la sua massima capacità, e per questo motivo non ci sono più né posti letto né respiratori di riserva. E questo non può continuare ad andare avanti così. Ciò di cui si ha bisogno è la capacità. In futuro, avrà senso che Starbucks abbia diversi punti vendita di caffè in ciascun paese. Avrà senso che questi punti vendita abbiano dei dipendenti addizionali, in quanto questa situazione continuerà e in qualsiasi momento possono avere circa il 10% della forza lavoro malata. E, logicamente, il servizio sanitario inglese dovrà avere più posti letto, più medici, più infermieri. Ma se tutto ciò dovesse accadere, tutto il modello neoliberista crolla. Allora, ecco il mio punto di vista. Ci troviamo davanti ad un modello già esaurito, e ritengo che il compito di chi si occupa di politica sia quello di pensare ad una soluzione.

BBC: Questo perché la risposta non può più essere la stessa che la maggior parte dei Paesi ha dato nel 2008, giusto? Austerità, tagli in settori come quello della sanità... Sembra che si questo a trovarsi al centro di tutto ciò che in questo momento è sbagliato.

Paul Mason: Esattamente. Dobbiamo rifiutare e respingere l'austerità, e non solo in quanto colpisce chi possiede di meno, ma perché se la si combina con con la maggior disponibilità di risorse da parte delle banche centrali... Si pensi nei termini della quantità di denaro in circolazione: se un governo mette in circolazione una maggior quantità di denaro, ma simultaneamente taglia le spese, ecco che l'unico posto verso cui queste risorse possono fluire è quello dove ci sono i più ricchi. Ecco quindi che questa combinazione per cui si stampa più moneta mentre si riduce lo Stato, può solo produrre ancora più disuguaglianza. E lo dico ai vostri lettori: qualsiasi governo dell'America Latina che si proponga di fare consapevolmente e allo stesso tempo queste due cose non sta facendo altro che riempire consciamente le tasche dei più ricchi.

BBC: Cosa pensa che accadrà? Visto che ci troviamo di fronte a dei cambiamenti che non si pensava sarebbero mai avvenuti così rapidamente; Paesi che approvano un reddito di base universale, oppure la nazionalizzazione di alcuni settori dell'economia... Tutto questo deve continuare?

Paul Mason: No. Vedete, nella nostra testa si può pensare che il libero mercato funzioni perfettamente bene, e che in circostanze normali correggerà tutto, ma ciò di cui oggi abbiamo bisogno è un forte intervento statale. Ciò cui stiamo assistendo, con Trump o con i conservatori, nel Regno Unito, è che stanno prendendo le misure giuste, sebbene lo facciano con lentezza: chiudere l'economia e riconvertire alcune aziende, mettendole in mano allo Stato. Ma cosa succederà, quando le persone si renderanno contro che la normalità non tornerà? Io credo che abbiamo bisogno di tre cose. Prima cosa, che il governo partecipi a tutti gli affari strategici. E questo non si identifica con il salvarli a livello finanziario. Si possono anche dare loro dei soldi, ma ad alcune condizioni, come quella per cui mantengano tutta la forza lavoro possibile - nel caso delle imprese del settore aereo e petrolifero, si può chiedere loro di dare inizio ad una fase di transizione verso una tecnologia verde. E che lo Stato diventi proprietario di una parte dell'impresa. Lei ha parlato di reddito di base. A lungo termine, il modo migliore perché funzioni tutto questo, è attraverso qualcosa chiamato servizi universali di base. Vale a dire, usare il denaro dei contribuenti per garantire un reddito a tutti, ma anche per poter fornire servizi di base gratuiti: sanità, istruzione universitaria, alloggi a prezzi accessibili e trasporto economico, o gratuito, in città. In questa crisi, il problema è che niente di tutto questo potrà esserci di aiuto, dal momento che ciò di cui le persone hanno bisogno in questo momento è il denaro. Ragion per cui, a breve termine, c'è bisogno che ciascun paese abbia un sistema salariale di base universale. E infine, terza cosa di cui penso abbiamo bisogno è che le banche centrali acquistino, se necessario, il debito dei governi. Questo, per l'economia del libero mercato, equivale ad un anatema,  poiché in pratica si tratta del fatto che il governo decreta la fine delle banche centrali; qualcosa che fondamentalmente, in qualche modo, era già una finzione. È il governo che presta i soldi a sé stesso. Per molti, questo non ha senso, ma la cosa andrebbe pensata nel seguente modo: quello che stiamo fornendo. è un «prestito ponte» (una modalità che alcune istituzioni finanziarie concedono quando i loro clienti hanno bisogno di liquidità immediata) per il futuro. Il conto verrebbe pagato da coloro che saranno vivi da qui a 50 o 100 anni. Poiché, se pagassimo adesso i costi, le persone non morirebbero solamente a causa della malattia. Sarebbe la stessa democrazia che potrebbe morire. E questo in un momento in cui è già fragile - vedi Trump e Bolsonaro. Se dovessimo permettere una depressione sulla scala di quella del 1929, credo che in molti paesi la democrazia evaporerebbe.

BBC: Una cosa che lei aveva già analizzato cinque anni fa in "Postcapitalismo", il suo libro precedente, riguarda il fatto che il capitalismo aveva perduto la sua capacità di adattarsi, in particolar modo in quella che è la sua fase neoliberista. Cosa ne pensa oggi di questo tema?

Paul Mason: Il capitalismo può adattarsi a questa crisi, ma nel farlo assumerà una forma assai diversa. Finirà per essere così tanto diverso che molti non riusciranno più nemmeno a vederlo come se fosse capitalismo. Perfino ora, in questo momento, ci sono molte opportunità di investimento privato. Nell'istruzione, per esempio, o nell'intrattenimento. Il fatturato di Netflix sta aumentando; il suo problema è che in questo momento non è in grado di produrre nuovi contenuti. Ma, per i creativi, questo diventa una nuova opportunità per farlo. Per esempio: ritengo che ben presto l'animazione diverrà di nuovo abbastanza popolare. Non sto dicendo che questa crisi significherà la fine del capitalismo. Il tema del mio libro era diverso: che il capitalismo aveva perso la sua capacità di adattarsi ai cambiamenti tecnologici. E questo è vero. Essenzialmente, in tutte le precedenti rivoluzioni tecnologiche, le nuove tecnologie eliminavano le vecchie forme di lavoro. Per esempio, all'inizio del 20° secolo le persone che usavano i cavalli o i carri rimanevano senza lavoro, a causa della creazione delle automobili. Ma i nuovi posti di lavoro venivano create nelle fabbriche di veicoli. E in questo modo il capitalismo si adattava. Il problema è che la tecnologia informatica oggi distrugge forme di lavoro più rapidamente di quanto non le crei; e in particolare elimina posti di lavoro altamente retribuiti. È ovvio che così facendo crea anche quella che è la funzione di sviluppatore di software, la quale è ben pagata, ma il fatto è che ora gran parte del processo di sviluppo del software è automatizzato. Il classico lavoro manuale classico ben retribuito, era quello del fabbricante di strumentazioni per i macchinari. Ecco perché allora poteva esserci un ingegnere di talento in grado di progettare e fondere nel metallo qualcosa talmente prezioso che gli avrebbe permesso di costruirci aerei. Ora questo ingegnere fa un computer. È questa l'idea che cerco di spiegare quando parlo della capacità di adattamento del capitalismo, ma la crisi causata dal Covid-19 è un problema di troppo.

BBC: Lei crede che nel mondo in cui oggi viviamo sia ancora possibile vedere i semi di questo postcapitalismo?

Paul Mason: La tecnologia informatica consente di ottenere profitti in maniera sempre più facile. Essa crea anche la possibilità di una automazione rapida. Crea un effetto di rete che produce nuovi materiali. Per esempio: quando scopriremo un vaccino contro il coronavirus, indipendentemente dal fatto che i produttori decidano o meno di farlo pagare, questo potrebbe essere a disposizione di tutto il mondo già il giorno successivo. E gratuitamente. Oggi, con l'utilizzo della tecnologia informatica, è molto facile produrre un vaccino. Fondamentalmente, la tecnologia informatica sta rendendo difficile al capitalismo di continuare ad essere capitalista. Al giorno d'oggi, abbiamo differenti e diverse modalità di proprietà, come Wikipedia, il movimento «open source», le piattaforme di cooperazione. In "Postcapitalismo", sostengo che vorrà del tempo perché maturi un sistema alternativo. E credo che il fatto che ora ci troviamo in una crisi di funzionalità del modello esistente, dovrebbe far sì che le persone riflettano sulle alternative di cui disponiamo. Per me, l'alternativa per i prossimi vent'anni è quella di una forma di capitalismo più sostenibile. Intendo dire, più verde, meno escludente, senza speculazione finanziaria. Continuerà a trattarsi di capitalismo, ma saranno molti a non vederlo come tale.

- Intervista di Juan Carlos Pérez Salazar - Pubblicata su  BBC News Mundo - 11/07/2020 -

lunedì 13 luglio 2020

Niente visto !

La doppia vita di Majakovskij l'«americano»
- di Rosalba Castelletti -

Anno 1925. Nell'ancora pubescente Unione Sovietica ha da poco preso il potere Josif Stalin. Gli Stati Uniti, invece, sono nel pieno della stagione degli «Anni Ruggenti». L'allora trentaduenne Vladimir Majakovskij decide di fare un viaggio nel cuore del capitalismo. A New York incontra Elli Jones. S'innamorano. Non sarebbe mai dovuto accadere. Lui era il bardo della rivoluzione bolscevica e il padre del futurismo sovietico. Lei una modella emigrata in America per sfuggire al regime. Ma, a dispetto delle ostilità delle due nascenti potenze mondiali e degli onnipresenti occhi dell'Nkvd, l'antesignano del Kgb, da quest'amore clandestino nasce una bambina, l'unica figlia del «toro scatenato» della poesia russa: Ellen-Patricia Jones, da sposata Patricia Thomson, che rivelò i suoi natali solo sessant'anni dopo. Tenuta nascosta per decenni, nel 125mo anniversario della nascita del poeta questa storia rivive finalmente grazie alla mostra «Dockha» (Figlia) in corso a Mosca, e alle memorie raccolte da questa figlia segreta di Majakovskij. «In queste sale sento la presenza di mia madre», sospira il nipote del poeta, Roger Thompson, in visita in Russia per l'occasione. Dopo la morte di Patricia due anni fa, è rimasto l'unico erede di Majakovskij e custode di questo prezioso archivio.

Durante il suo soggiorno a Manhattan, l'avanguardista trascorse la maggior parte del suo tempo passeggiando lungo la Quinta Strada, frequentando le sale di biliardo o le feste dei letterati. Non parlava inglese. Quando si presentava alle feste in suo onore nei salotti newyorchesi, era capace solo di dire «Potreste darmi del tè per favore?», sperando che tutti pensassero che, da russo, non volesse dire una parola più del necessario. In realtà l'autore di Nuvola in calzoni era frustrato dalla barriera linguistica. È forse anche per questo che si legò alla ventenne Elli Jones. Nata Elizaveta Petrovna Ziebert, era un'ambiziosa traduttrice e modella poliglotta cresciuta nel lusso sugli Urali all'inizio del secolo scorso. Il padre era un ricco possidente terriero discendente dai tedeschi arrivati nell'Impero su invito di Caterina la Grande. Quando la rivoluzione minacciò terra e ricchezze, Elizaveta sposò l'inglese George Jones e fuggì negli Stati Uniti dove divenne Elli Jones. Era ancora sposata quando incontrò il genio russo in casa di un avvocato. Ne divenne guida, interprete e amante.
«Vari pezzi della mia collezione ricordano quei giorni. Un disegno di mio nonno che ritrae sé stesso come un uomo brutto, con il capo chino, e mia nonna con due saette che le escono dagli occhi. Era forse il suo modo di scusarsi di qualcosa. Le loro passeggiate insieme gli ispirarono varie poesie, come Il ponte di Brooklyn. Tornato a Mosca, portò con sé una foto di mia nonna con le mani tese in avanti come a dire "No"», racconta Thompson.

Per tre mesi, Elli e Vladimir furono inseparabili, ma fecero di tutto per nascondere la loro intimità. Si chiamavano per nome e patronimico. E non scattarono foto insieme. Majakovskij aveva subito messo in chiaro di essere legato a Lilja Brick. E chiese riserbo. Temeva la sua gelosia e la vendetta del regime.  Quando tornò a Mosca, Jones gli scrisse per informarlo che era incinta. Il poeta rispose, sebben con ritardo. «Oh, Vladimir, ha veramente già dimenticato l'amata zampetta?», si lamenta Jones. Il poeta cercò di organizzare un altro tour negli Stati Uniti ma, non potendo spiegare la vera ragione della sua visita, non ottenne il visto. Dovette aspettare l'ottobre 1928 per rivedere Elli e conoscere la figlia. S'incontrarono a Nizza. in Francia.
« Di quell'incontro ricordo le sue lunghe gambe », dirà anni dopo Patricia. Al suo ritorno a Parigi, Majakovskij scrisse alle sue « due care Elli » che aveva « già  nostalgia » di loro e voleva tornare a trovarle « per almeno una settimana ». « Mi riceverete, coccolerete? », scriveva. « Spero di mettermi a lucido e di presentarmi a Voi in tutta la mia sorridente bellezza. Vi bacio tutte le otto zampette ». Si firma "Vol", abbreviazione del diminutivo "Volodja". Elli chiese di telegrafarle il giorno e l'ora dell'arrivo in stazione. Ma Majakovskij non avrebbe più incontrato né la sua amata newyorchese né la sua unica figlia. Due anni dopo si sarebbe visto recapitare una scatola con dentro un proiettile. Un messaggio: scegliere la morte o l'umiliazione.

Poco dopo, il 14 aprile del 1930, il poeta morì, suicida, all'età di 37 anni. Lasciò un biglietto d'addio ma non nominò le « due Elli ». Voleva proteggerle. Non era ammesso che il poeta, che sarebbe diventato un monumento dell'ideologia avesse avuto una vita sfrenata in America e dato i natali a una giovane che stava crescendo nella patria del capitalismo. Anche Jones temeva per la vita della figlia e, insieme al marito George che la riconobbe, la nascose dall'Nkvd. Professoressa di studi femminili presso il Lehman College della City University di New York e autrice di una ventina di volumi, Patricia Thompson svelò la sua vera identità solo nel 1989, a 65 anni, e pubblicò il libro Majakovskij a Nanhattan basato sulle memorie della madre registrate su nastro prima della morte. Del padre, Patricia aveva la statura, la mascella volitiva e i grandi occhi profondi. Negli ultimi anni si faceva chiamare Elena Vladimirovna Majakovskaja e viaggiava spesso in Russia.
« Anche se la mia famiglia non mi aveva mai detto nulla » - ricorda Thompson -  « ho sempre saputo chi fosse mio nonno dall'età di cinque anni. C'erano i suoi libri in giro per tutta la casa e origliavo le conversazioni dei grandi. Mio nonno ha sempre fatto parte del mio carattere. Discendo anche da Roger Sherman Thompson, padre fondatore della Costituzione americana. Ho antenati rivoluzionari da entrambi i lati. Anch'io lo sono a pieno diritto ». Patricia, aggiunge, avrebbe voluto che le sue ceneri fossero sparse sulla tomba del padre nel cimitero di Novodevichij come quelle della madre. Due donne innamorate del poeta. « Mia figlia non l'ha ancora dimenticata, anche se non parlo mai di lei », scrive Elli nella sua ultima lettera a Majakovskij, datata " Nizza, 12 aprile 1929 ". « Una volta Lei mi ha detto che nessuna donna ha potuto resistere al Suo fascino. Evidentemente aveva ragione! »

- Rosalba Castelletti - Pubblicato su Repubblica dell'8 agosto 2018 -

domenica 12 luglio 2020

Impiegati !

In questo piccolo capolavoro, Kracauer mette insieme un “mosaico“ per definire chi sono gli impiegati: con preveggente intuizione l’autore comprende che l’impiegato – questa figura lavorativa in forte espansione nella Germania degli anni Venti – sarebbe diventato decisivo per la storia del lavoro e della società nei decenni futuri. Gli impiegati condividono con i proletari la condizione economica, ma in loro “continua a vivere lo spettro di una condizione borghese scomparsa“. In queste pagine Kracauer dà vita al ritratto dell’uomo della classe media, rinchiuso in un egoismo narcisistico che è cieco dinanzi alla propria condizione e al proprio futuro e la cui esistenza è ridotta a ingranaggio al servizio del consumo e dello spettacolo. Un ritratto dell’impiegato europeo degli anni Trenta in cui si profila la condizione del lavoratore contemporaneo.

Siegfried Kracauer, sociologo, filosofo e teorico del cinema tra i più significativi del XX secolo, dopo gli studi di ingegneria si forma con Georg Simmel entrando in contatto con Walter Benjamin, Ernst Bloch, Theodor W. Adorno. Per motivi politici e razziali fu costretto all’esilio in Francia e poi negli Stati Uniti, dove lavorò al MoMA di New York e alla Columbia University. Tra le sue opere più importanti: La massa come ornamento (1921-1933), Il romanzo poliziesco (1925), Da Caligari a Hitler (1947), Teoria del film (1960).

(dal risvolto di copertina di: "Gli impiegati", di Siegfried Kracauer. Meltemi)


Siegfried Kracauer, Gli impiegati
- di Marco Belpoliti -

Berlino 1930. Tre anni prima che un ex caporale austriaco conquisti definitivamente il governo della Germania e precipiti il paese nel peggior disastro della sua storia, un architetto dà alle stampe un libretto intitolato Angestellen. Cinquant’anni dopo, nel 1980, il volume è pubblicato in italiano da Einaudi con il titolo Gli impiegati (introduzione di Luciano Gallino e traduzione di Anna Solmi). L’autore si chiama Siegfried Kracauer; è il responsabile culturale delle pagine della “Frankfurter Zeitung”, nonché critico cinematografico, sociologo, narratore, teorico del cinema e anche filosofo. Si tratta di uno dei geniali personaggi che hanno ruotato intorno a Georg Simmel: Ernst Bloch, György Lukács, Walter Benjamin. Di quest’ultimo Kracauer è amico e interlocutore; ma è stato anche il mentore di T. W. Adorno, con cui ha letto e commentato per anni La critica della ragion pura di Kant. Meno noto dell’autore di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Kracauer è altrettanto incisivo e acuto nel descrivere la modernità dei primi decenni del Novecento.
In quel momento in Germania ci sono 1.350.000 impiegati nel settore industriale, 2.250.000 in quello commerciale, senza contare gli impiegati statali, ossatura della burocrazia guglielmina. Che cos’è Gli impiegati? Un’inchiesta, un reportage, un saggio di sociologia, un pamphlet? Di più: un mosaico, come scrive l’autore, « che viene formato con le singole osservazioni sulla base delle conoscenze del loro contenuto ». Kracauer ha parlato con dattilografe, contabili, commercianti, dirigenti d’azienda, banchieri, sindacalisti, industriali, consiglieri d’amministrazione; si è unito ai dipendenti in ristoranti e locali notturni; ha bevuto con loro e raccolto le loro lagnanze e speranze. Quindi si è accinto a scrivere una delle pietre miliari nell’analisi della società industriale avanzata, insieme a Colletti bianchi dell’americano Wright Mills, però uscito ventuno anni dopo. Siamo all’inizio della meccanizzazione del lavoro impiegatizio e della razionalizzazione estrema, che dopo il conflitto mondiale raggiungeranno il loro culmine negli Stati Uniti, e poi si diffonderanno ovunque. La “Germania attuale”, come recita il sottotitolo tedesco del libro, è all’avanguardia, e Kracauer riesce a cogliere lo sviluppo prossimo e venturo di questa figura che è il nerbo della classe media, quella che proprio oggi sembra sul punto di collassare quasi ovunque in Europa per effetto delle ultime crisi economiche.
Chi sono gli impiegati? Dei salariati, prima di tutto, come mostrano i casi di licenziamento che Kracauer analizza (parla anzitempo del mobbing aziendale). Sono dei borghesi, intendendo per borghesia quella delle professioni, i dirigenti e gli eredi di patrimoni economici accumulati nei decenni precedenti in Germania? No, almeno in senso economico, anche se imitano le aspirazioni al lusso e all’intrattenimento dei borghesi. « In loro », scrive Kracauer, « continua a vivere lo spettro di una condizione borghese scomparsa ». Sono il nuovo ceto medio. Sopra di loro i veri borghesi, quelli che si conoscono attraverso i racconti di Thomas Mann, sotto i proletari, cioè gli operai, i lavoratori manuali, che possiedono una coscienza di classe, sebbene sia « coperta da concetti marxisti, di un marxismo volgare ». Il saggio spiega come sia difficile stabilire un confine tra il tradizionale impiegato pubblico e quello privato, poiché il primo si basa sempre più sul contratto di lavoro e il secondo s’avvicina progressivamente al rapporto burocratico del primo. Kracauer, che ha scritto un saggio intitolato Le piccole commesse vanno al cinema (si legge in La massa come ornamento), sulla funzione dell’intrattenimento nel nuovo ceto medio, descrive poi la figura dell’impiegato bancario, che, per il solo fatto di avere un rapporto diretto con il denaro, crede di essere « il re del creato impiegatizio ».
Per scrivere il libro l’architetto ha analizzato le riviste e le pubblicazioni dell’Unione tedesca dei commessi e quelle della Federazione sindacale degli impiegati, che contengono inserzioni dedicate a penne, matite Kohinoor, emorroidi, caduta dei capelli, suole di gomma, denti bianchi, prodotti per ringiovanire, grammofoni, crampi degli scrivani, pianoforti a rate. Ha frequentato i nascenti circoli sportivi aziendali, e messo a tema le cure della carnagione e l’accento posto sull’aspetto fisico. Emerge l’importanza crescente dell’apparenza; non siamo ancora al narcisismo di massa di Christopher Lash, tuttavia Kracauer parla ampiamente d’individualismo dilagante. Segnala l’attenzione alla “personalità”, perché la Berlino del 1920-30 è una città all’avanguardia nonostante l’arrivo di Hitler e del suo culto della personalità, o forse proprio per questo. Kracauer racconterà poi tutto questo in un libro sul cinema tedesco intitolato emblematicamente Da Caligari a Hitler (Lindau), dopo essersi rifugiato in America e dedicato allo studio del cinema. Gli impiegati sarà bruciato in piazza dai nazisti pochi anni dopo la pubblicazione. La massa degli impiegati si distingue dal proletariato « perché spiritualmente senza tetto »; sopra di lei la borghesia appare in profonda crisi, perciò ha paura di alzare gli occhi e di interrogarsi fino in fondo. Spende per il vitto meno dell’operaio medio e dà più importanza ai bisogni culturali che non all’alloggio, al riscaldamento, al vestiario e alla biancheria.
Salute e cultura, insieme a mezzi di comunicazione e trasporto, regali, sigarette, alberghi, intrattenimenti intellettuali e sociali, sono i capitoli maggiori di spesa della nuova classe media. Come nota Kracauer la domanda di beni culturali non porta però questa classe a riflettere sulle radici della vera cultura e perciò non la dispone alla « critica delle condizioni per cui essa è potente ». Con un’icastica immagine l’autore di Impiegati definisce il rapporto che questa nuova classe intrattiene con la realtà sociale. Al lunapark, scrive, c’è uno spettacolo di giochi dell’acqua illuminati da bengala: fasci di luci rosse, gialle, verdi. Finito ci si rende conto che tutto questo è ottenuto con il povero intreccio di alcune cannelle: « I giochi d’acqua somigliano alla vita di molti impiegati. Si salva dalla sua povertà con la distrazione, si fa illuminare dai bengala e si dissolve nel vuoto notturno immemore della propria origine ». La stessa cosa non sta accadendo forse da noi, con la crisi del ceto medio? È in corso un grande cambiamento sociale e politico. Ma quando finiranno i giochi d’acqua illuminati dai fuochi d’artificio dei nuovi capi, cosa succederà? Leggete Impiegati, se lo trovate in biblioteca o tra i libri usati. Lì qualche risposta c’è.

- Marco Belpoliti - Pubblicato su Repubblica del 28/8/2018 -

sabato 11 luglio 2020

Contro l’asfissia !

Il diritto universale alla respirazione
- di Achille Mbembe - 17 aprile 2020 -

Se il Covid-19 è la drammatica espressione dell'impasse planetario in cui si trova adesso l'umanità, allora ciò che è in gioco è, né più ne meno, la ricostruzione di una Terra abitabile, in modo che essa possa offrire a tutti la possibilità di una vita respirabile. Saremo in grado di riscoprire la nostra appartenenza  alla medesima specie e il nostro vincolo indissolubile con tutti gli esseri viventi? Questa potrebbe essere la domanda, l'ultima, prima che la porta si chiuda, una volta per tutta. Alcune persone stanno già parlando del «post-Covid-19». Perché no? Tuttavia, per la maggior parte di noi, soprattutto in quelle parti del mondo dove il sistema sanitario è stato devastato da anni di abbandono organizzato, il peggio deve ancora arrivare. In assenza di posti letto in ospedale, respiratori, test , mascherine, disinfettanti a base di alcol e di altri dispositivi di quarantena per le persone che ne vengono colpite, saranno molti, sfortunatamente, che non riusciranno a passare attraverso il foro dell'ago.

La politica del vivente
Qualche settimana fa, di fronte al tumulto e all'agitazione imminente, alcuni di noi hanno cercato di descrivere questi tempi nei quali stiamo vivendo. Abbiamo parlato di un tempo senza garanzie né promesse, in un mondo sempre più dominato dalla paura della fine. Però, aggiungiamo, si tratta anche di un'epoca caratterizzata da una «redistribuzione ineguale della vulnerabilità» e da «nuovi e disastrosi compromessi con forme di violenza tanto futuristiche quanto arcaiche» [*1]. Peggio ancora, si tratta di un epoca di brutalismo.
Ma al di là di quelle che sono le sue origini che si situano nel movimento architettonico emerso a metà del XX secolo, definiamo il brutalismo come il processo contemporaneo «per mezzo del quale, il potere, che si è costituito come forma geomorfica, attualmente si esprime, si riconfigura, agisce e si riproduce». Altrimenti, per cos'altro, se non attraverso «le fratture e le crepe», per mezzo dello «svuotamento venoso», «la perforazione» e l'«estrazione delle sostanze organiche»; in breve, per mezzo di quella che abbiamo chiamato la «deplezione». E non è senza ragione che richiamiamo l'attenzione sulla dimensione molecolare, chimica e perfino radioattiva di questi processi: «Non è forse la tossicità - vale a dire, la moltiplicazione delle sostanze chimiche e dei residui pericolosi - una dimensione strutturale del presente? Tali sostanze e rifiuti non solo attaccano la natura e l'ambiente (aria, suolo, acqua, catene alimentari), ma anche i corpi che in questo modo rimangono esposti al piombo, al fosforo, al mercurio, al berillio e agli agenti refrigeranti». Naturalmente, ci stiamo riferendo ai «corpi esposti all'esaurimento fisico e ad ogni tipo di rischio biologico, a volte invisibile». Tuttavia, non abbiamo menzionato i virus (circa 600.000, trasportati da ogni tipo di mammiferi), se non metaforicamente, nel capitolo dedicato ai «corpi di frontiera». Però, d'altronde, si trattava ancora una volta della politica degli esseri viventi nel loro insieme. Ed il coronavirus è il nome palese di quello che lo precede.

L'umanità errante
In questi tempi di colore viola - presupponendo che la caratteristica distintiva di ciascun tempo sia il suo colore - forse dovremmo di conseguenza cominciare a celebrare a capo chino tutti quelli che ci hanno già lasciato. La barriera degli alveoli polmonari si è rotta ed il virus si è infiltrato nel flusso del sangue. Dopo di che ha attaccato gli organi e gli altri tessuti, ed ha cominciato a farlo a danno di coloro che sono più esposti. Quella che ne è seguita, è stata un'infiammazione sistemica. Chi - già prima che si verificasse l'attacco - aveva problemi cardiovascolari, neurologici o metabolici, oppure soffriva di patologie correlate alla contaminazione, ha dovuto subire gli attacchi più furiosi. Ansimanti e privi di respiratori, alcuni se ne sono andati come se stessero fuggendo, all'improvviso, senza alcuna possibilità di poter dire addio. I loro resti sono stati immediatamente cremati, o sepolti. In solitudine. Era necessario, ci hanno detto, sbarazzarsi di loro il prima possibile.
Ma mentre ci siamo, perché non aggiungere a tutti loro - e sono decine di milioni - le vittime dell'AIDS, del colera, della malaria, dell'Ebola, del Nipah, della febbre di Lassa, della febbre gialla, del virus Zika, della Chikungunya, di ogni tipo di tumore, le vittime degli epizootici e di tutte le altre pandemie animali come l'influenza suina o la febbre catarrale degli ovini, le vittime di tutte le epidemie immaginabili ed inimmaginabili che nel corso dei secoli hanno devastato popoli senza nome in terre lontane, per non parlare delle sostanze esplosive e delle guerre di saccheggio ed occupazione che mutilano e decimano decine di migliaia di persone  e che gettano sulla strada dell'esodo centinaia di migliaia di altre persone, l'umanità errante?
Come dimenticare, d'altra parte, la deforestazione intensiva, i mega-incendi e la distruzione degli ecosistemi, la disastrosa azione delle aziende che inquinano e distruggono la biodiversità e, nella vita quotidiana, il modo in cui la detenzione modella la nostra condizione, le moltitudini che popolano le prigioni del mondo, e tutti coloro le cui vite vanno a sbattere contro i muri di confine e le altre tecniche di frontierizzazione; sia che si tratti degli innumerevoli posti di blocco, oppure dei mari, degli oceani, dei deserti e di tutto il resto?
Ieri, e l'altroieri non si parlava altro che di accelerazione, delle reti di connessione che si espandono e vanno ad abbracciare l'intero pianeta, della inesorabile meccanica della velocità e della dematerializzazione. Nel mondo dei computer, dove si suppone ci dovrebbe essere il futuro dei gruppi umani e della produzione materiale, così come quello degli esseri viventi. A partire dalla logica dell'ubiquità, dalla circolazione ad alta velocità e da un'enorme memoria di massa, ora sarebbe sufficiente «trasferire tutte le abilità degli esseri viventi all'interno di un loro duplicato digitale», e tutto il resto vien da sé [*2]. Nella fase suprema della nostra breve storia sulla Terra, l'essere umano potrebbe finalmente trasformarsi in un dispositivo di plastica. E questa strada è stata preparata per il culmine di quello che era il vecchio progetto di estendere infinitamente il mercato.
Nel bel mezzo dell'intossicazione generale, è questa razza dionisiaca, che ho descritto d'altra parte nel libro "Brutalismo", quella che ora il virus sta frenando, senza riuscire ad interromperla in maniera definitiva, sebbene tutto continui a restare al suo posto. Adesso, tuttavia, è arrivato il momento dell'asfissia e della putrefazione, dell'accumulo e della cremazione dei cadaveri, in una parola, la resurrezione dei corpi vestiti, per l'occasione, delle loro belle maschere funebri e virali. Per gli esseri umani, la Terra si trova sul punto di trasformarsi in una Necropoli universale? Fino a che punto si spingerà il diffondersi dei batteri degli animali selvatici che contagiano l'uomo se, di fatto, ogni venti anni, devono essere tagliati quasi cento milioni di ettari di foresta tropicale (i polmoni della Terra)? In Occidente, dall'inizio della rivoluzione industriale, sono state prosciugate quasi l'85% delle zone umide. Via via che la distruzione dell'habitat prosegue senza tregua, le popolazioni umane che si trovano in una stato di salute precario, si trovano esposte, quasi ogni giorno, a nuovi agenti patogeni Prima della colonizzazione, gli animali selvatici, i principali serbatoi di agenti patogeni, si trovavano ad essere confinati in aree dove vivevano solo delle popolazioni isolate. Era il caso, ad esempio, delle ultime regioni forestali che erano rimaste al mondo, quelle del bacino del Congo. Al giorno d'oggi, le comunità che vivono e dipendono dalle risorse naturali di questi territori sono state espropriate. Espulsi dalle loro case, a seguito della vendita dei terreni da parte di regimi tirannici e corrotti, e a seguito del rilascio di vaste concessioni statali a favore dei consorzi agroalimentari, non hanno potuto continuare a mantenere quelle forme di autosufficienza alimentare ed energetica che aveva permesso loro, per secoli, di poter vivere in equilibrio con la foresta.

Non abbiamo mai imparato a morire
In simili condizioni, una cosa è preoccuparsi della morte dell'altro, da lontano, un'altra invece è diventare improvvisamente consapevoli della propria putrescibilità, sapere di dover vivere nelle vicinanze della propria morte, e contemplarla come se fosse una possibilità reale. Tale a questo, in parte, è ad esempio il terrore che il confinamento causa in molti, l'obbligo a dover rispondere perfino con la stessa propria vita e con il proprio nome. Rispondere, qui ed ora, con la nostra vita, su questa Terra, insieme ad altri (includendo in questo anche i virus), e con il nostro nome comune è, di fatto, il compito che questo momento patogeno assegna alla specie umana. Momento patogeno, ma anche momento catabolico per antonomasia, quello della decomposizione dei corpi, della classificazione e dello smaltimento di ogni genere di rifiuti umani - la «grande separazione» e il grande confinamento, visti come risposta alla sconcertante diffusione del virus, e come conseguenza alla digitalizzazione allargata del mondo. Ma per quanto si cerchi di sbarazzarcene, alla fine tutto quanto ritorna nel corpo. Abbiamo tentato di innestarlo in altri supporti, di convertirlo in un corpo-oggetto, un corpo-macchina, un corpo digitale, un corpo ontofanico [***]. Il corpo torna a noi nella straordinaria forma di un enorme mandibola, un veicolo del contagio, un vettore per il polline, le spore e le muffe. Sapere che non siamo soli fronte a tale prova, o che molti di noi riusciranno a sfuggirle, è solamente una vana consolazione. Sennò, per quale altro motivo non avremmo mai imparato a convivere con i vivi, a prenderci veramente cura dei danni causati dall'uomo ai polmoni e al corpo della Terra. Di conseguenza, non abbiamo mai imparato a morire. Con l'avvento del Nuovo Mondo e, pochi secoli dopo, con l'emergere delle «razze industrializzate», essenzialmente abbiamo scelto, in una sorta di vicariato ontologico, di delegare ad altri la nostra morte, e di rendere l'esistenza stessa una grande festa di sacrificio. In breve tempo, tuttavia, non sarà più possibile continuare a delegare la nostra morte all'altro. Quest'ultimo non morirà più al nostro posto. Ma non saremo solo condannati ad assumere, senza alcuna mediazione, quella che è la nostra stessa morte. Ci saranno sempre meno possibilità di commiato. Quello che si avvicina è il tempo dell'autofagia e, con essa, la fine della comunità, dal momento che non esiste quasi più una comunità degna di questo nome, in cui e dalla quale commiatarsi, vale a dire che non è più possibile rievocare ciò che è vivo. In quanto la comunità, o per meglio dire ciò che è comune, non si basa solo sulla possibilità di dire addio, cioè di avere quello che è un incontro unico con gli altri e tornare occasionalmente ad onorare tale incontro. Ciò che è in comune si basa anche sulla possibilità di condividere in maniera incondizionata - e sul fatto che, ogni volta, si può recuperare qualcosa di assolutamente intrinseco, ossia, qualcosa di incommensurabile, di incalcolabile e, pertanto, senza prezzo.

Il digitale, un nuovo buco scavato nel terreno da un'esplosione
Il cielo, chiaramente, continua ad oscurarsi. In trappola tra l'ingiustizia e la disuguaglianza, la maggior parte dell'umanità si trova ad essere minacciata di strangolamento, e continua a diffondersi la sensazione che il nostro mondo si trovi in uno stato di incertezza. Se, in queste condizioni, deve continuare ad esserci ancora un domani, difficilmente questo potrà essere a scapito di pochi, sempre gli stessi, come avviene nella Vecchia Economia. Dovrà esserci, necessariamente, per tutti gli abitanti della Terra, senza alcuna distinzione di specie, di razza, di sesso, di cittadinanza, di religione o di qualsiasi altro indicatore di distinzione. In altri termini, un futuro può esserci solo al prezzo di una gigantesca rottura, il prodotto di una immaginazione radicale. Non sarà sufficiente un semplice ripensamento. Al centro del cratere, dovremo letteralmente reinventare tutto, a cominciare dal sociale. Perché quando lavorare, fare scorta, ottenere informazioni, tenersi in contatto, coltivare e mantenere contatti, parlare e commerciare, bere insieme, celebrare il culto e organizzare un funerale può essere fatto solamente attraverso uno schermo, allora è arrivato per noi il momento di renderci conto che ci troviamo completamente circondati da cerchi di fuoco. In larga misura, il digitale è il nuovo buco, il cratere che l'esplosione ha scavato nel terreno. Esso è allo stesso tempo trincea, viscere e paesaggio lunare, è il bunker dove si invitano l'uomo e la donna isolati. Si ritiene che, per mezzo del digitale, il corpo in carne ed ossa, il corpo fisico e mortale verrà liberato dal suo peso e dalla sua inerzia. Al termine di tale trasfigurazione, si potrà finalmente essere in grado di attraversare lo specchio, finalmente affrancati dalla corruzione biologica e restituiti all'universo sintetico dei flussi. Un'illusione, dal momento che, così come non ci sarà umanità senza corpo, tanto meno l'umanità può essere libera da sola, al di fuori della società o a spese della biosfera.

Guerra al vivente
Pertanto, se nel perseguire la nostra stessa sopravvivenza, è indispensabile dare a tutti gli esseri viventi (inclusa la biosfera) lo spazio e l'energia di cui necessitano, allora dobbiamo cominciare daccapo. Nel suo versante notturno, la modernità dev'essere stata, dal principio alla fine una guerra interminabile contro ciò che è vivo. Ed è ancora lontana dall'essere finita. Una delle modalità di questa guerra, consiste nella sottomissione alla tecnologia digitale. Una guerra questa, che sta portando direttamente all'impoverimento del mondo e al prosciugamento di intere zone del pianeta. C'è da temere che alla fine di questa calamità, ben lungi dal santificare tutte le specie viventi, il mondo purtroppo entrerà in un nuovo periodo di tensione e di brutalità. A livello geopolitico, continuerà a prevalere la logia della forza e del potere. In assenza di un'infrastruttura comune, si accentuerà la feroce divisione del pianeta e si intensificheranno le linee di segmentazione. Nella speranza di riuscire a proteggersi dal mondo esterno, molti Stati cercheranno di rafforzare i propri confini. Ci saranno anche delle lotte per reprimere la loro violenza costitutiva, che come al solito eserciteranno al loro interno contro coloro che sono più vulnerabili. La vita dietro ai muri, in delle enclave protette per mezzo di compagnie di sicurezza private diverrà la norma. In Africa, in particolare, ed in molte parti di quello che è il Sud globale, continuerà l'estrazione intensiva di energia, la disinfestazione agricola e la predazione fatta in un contesto di accaparramento delle terre e della distruzione delle foreste. L'alimentazione ed il raffreddamento dei chip dei supercomputer dipende da questo. Fornire ed erogare le risorse e l'energia di cui necessita l'infrastruttura informatica globale, avrà il costo di limitare ulteriormente la mobilità umana. Mantenere a distanza il mondo, diverrà la norma, e questo al fine di espellere ogni tipo di minaccia. Ma questa visione catabolica del mondo, che non si cura della nostra precarietà ecologica, ispirata alle teorie dell'immunizzazione e del contagio, contribuirà assai poco a spezzare l'impasse globale in cui ci troviamo.

Il Diritto fondamentale all'esistenza
A proposito della guerra contro il vivente, possiamo dire che la sua proprietà principale è stata quella di averci lasciato senza fiato. In quanto principale impedimento alla respirazione e alla rianimazione dei corpi e dei tessuti umani, il Covid-19 segue la medesima traiettoria. Infatti, qual è lo scopo della respirazione, se non l'assorbimento di ossigeno ed il rilascio di anidride carbonica, ivi incluso lo scambio dinamico tra sangue e tessuti? Ma al ritmo della vita sulla Terra e considerando ciò che rimane della ricchezza del pianeta, forse poi non siamo così lontano dal momento in cui ci sarà più anidride carbonica da inalare, di quanto non ci sia ossigeno da respirare. Prima di questo virus, l'umanità era già minacciata di asfissia. Di conseguenza, se dev'esserci una guerra, allora questa non dev'essere tanto contro un virus in particolare, quanto piuttosto contro tutto ciò che condanna la più parte dell'umanità alla prematura cessazione della respirazione, contro tutto ciò che attacca per prime le vie respiratorie, contro tutto ciò che durante quello che è il lungo corso del capitalismo ha condannato, e confinato, interi segmenti di popolazioni e di razze ad una respirazione difficile ed ansimante, ad una vita gravosa. Ma per poter riuscire a venir fuori da questa situazione, bisogna ancora capire la respirazione, al di là di quello che sono gli aspetti puramente biologici, come qualcosa che ci è comune e che, per definizione, sfugge ad ogni calcolo. Così facendo, stiamo parlando di un diritto universale al respirare. Sotto quest'aspetto, riguardante sia la Terra che il nostro punto comune, il diritto universale alla respirazione non è quantificabile. Si tratta di un diritto che ha a che fare con l'universalità, non solo di ciascun membro della specie umana, ma di tutti gli organismi viventi nel loro insieme. Pertanto, va inteso come un diritto fondamentale all'esistenza. Come tale, non può essere oggetto di confisca e, quindi, non è soggetto ad alcuna sovranità, dal momento che esso riassume il principio sovrano in sé. È, inoltre, un diritto originario di abitazione della Terra, un diritto proprio della comunità universale degli abitanti della Terra, tanto gli esseri umano quanto gli altri. [*3]

Coda
Questa causa è stata dichiarata mille volte. Potremmo recitare ad occhi chiusi quelle che sono le principali accuse. Che si tratti della distruzione della biosfera, dell'accaparramento della mente da parte della tecnoscienza, della dissoluzione di ogni resistenza, dei ripetuti attacchi alla ragione, della cretinizzazione delle menti, dell'imporsi dei vari determinismi (genetico, neuronale, biologico, ambientale), i pericoli per l'umanità riguardano sempre più la sua esistenza. Di tutti questi pericoli, il più grande sta nel fatto che ogni forma di vita diventi impossibile. Tra quelli che sognano di scaricare la nostra coscienza ed installarla nelle macchine e quelli che sono convinti che la prossima mutazione della specie consista nella nostra liberazione da quella che è la nostra casa biologica, la distanza è insignificante. La tentazione eugenetica non è affatto scomparsa. Al contrario, ora è alla radice dei più recenti sviluppi e progressi della scienza e della tecnologia. In un tale contesto, quello che si è prodotto è un arresto improvviso, ma no della storia, bensì di qualcosa che è ancora difficile da capire. Dal momento che questa interruzione è stata forzata, essa non è il risultato della nostra volontà. Sotto molti aspetti, e in molti modi, è allo stesso tempo imprevista ed imprevedibile. Eppure ciò di cui abbiamo bisogno è proprio un'interruzione volontaria, consapevole e pienamente concordata, perché, diversamente, non ci sarà più alcun dopo. Ma avremo solamente una sequenza ininterrotta di eventi imprevisti. Se il Covid-19 non è stato altro che la drammatica espressione dell'impasse planetaria in cui si trova l'umanità, ecco che allora quello che è in gioco è, né più ne meno, la ricostruzione di una Terra abitabile, in modo che questa possa offrire a tutti la possibilità di una vita respirabile. Ragion per cui, pertanto, la sfida sarà quella di riconquista le fonti e le sorgenti del nostro mondo, con l'obiettivo di forgiare nuove terre. L'umanità e la biosfera sono collegate. Una non ha alcun futuro senza l'altra. Saremo capaci di riscoprire la nostra appartenenza alla medesima specie ed il nostro indissolubile legame con tutti gli esseri viventi? Potrebbe essere questa la domanda, finale, definitiva, prima che si chiuda la porta, una volta per tutte.

- Achille Mbembe - Pubblicato su Afribuku il 17 aprile 2020 -

NOTE:

[***] - [N.d.T.: Ontofania: Apparizione dell'essere, o meglio il suo apparire con pienezza. Il participio del verbo essere greco, "ontos" rimanda all'essere che è l'essere della realtà. Così con "ontofania" la filosofia delle religioni indica soprattutto l'apparizione dell'essere nel senso di creazione della materia prima, creata e creatrice.]

[*1] - Achille Mbembe & Felwine Sarr, "Politique des temps", Philippe Rey, 2019, pág. 8-9.

[*2] - Alexandre Friederich, "H+. Vers une civilisation 0.0", Editions Allia, 2020, pág. 50.

[*3] - Sarah Vanuxem, "La propriété de la Terre", Wildproject, 2018 ; y Marin Schaffner, Un sol commun. Lutter, habiter, penser, Wildproject, 2019.


fonte: Afribuku

venerdì 10 luglio 2020

Nondimanco!

Machiavelli, Pascal: un accostamento inatteso, per più versi sorprendente. Machiavelli, frugando nella biblioteca di suo padre, scopre la casistica medievale e mette il rapporto tra la norma e l'eccezione al centro di un mondo inventato (la Mandragola) e di quello in cui vive e agisce (Il Principe). Pascal, feroce avversario della casistica (soprattutto quella dei gesuiti), legge Machiavelli attraverso la lente di Galileo, e la realtà del potere attraverso Machiavelli. Un viaggio negli intrichi della lettura, sulle tracce di due lettori straordinari – e dei loro interlocutori, avversari, seguaci. Vi si affacciano personaggi famosi (Campanella, Galileo) visti dal loro censore, il domenicano Niccolò Riccardi, detto «Padre Mostro»; e personaggi meno noti, come Johann Ludwig Fabricius, al quale una lettura obliqua delle Provinciali di Pascal consente di proporre un'immagine inedita del «religiosissimo» Machiavelli. Un invito a leggere tra le righe, lentamente, testi cifrati, spesso criptici. Per anni Carlo Ginzburg ha lavorato su casi molto diversi tra loro, tutti però fortemente anomali. L'incontro con la casistica – ossia la tradizione, all'incrocio tra teologia e diritto, che riflette sulla tensione tra norma e anomalia, a partire da casi specifici – era forse inevitabile. Un tema insieme lontanissimo e vicino: ferita a morte da Pascal e resuscitata dalla bioetica, la casistica non smette di interrogarci, nei suoi risvolti tragici o grotteschi.

(dal risvolto di copertina di: Carlo Ginzburg, "Nondimanco. Machiavelli, Pascal". Adelphi)

"E' Machiavelli l'unico antidoto ai Gattopardi"
- di Antonio Gnoli - Intervista a Carlo Gizburg -

Ogni eccezione implica la norma. Questo è ovvio. Come pure che ogni norma che si rispetti ha la sua eccezione. Meno ovvio che tra i primi a occuparsene sia stato Machiavelli, con l'uso reiterato dell'avverbio "nondimanco". Che è pure il titolo del nuovo libro di Carlo Ginzburg, una racconta di saggi (edita da Adelphi) dove centrale risulta essere la relazione tra Machiavelli e Pascal. Che cosa consente di pensarli insieme? La risposta, dice Ginzburg, è la teologia politica. Il che rinvia il lettore che sa di queste cose a Carl Schmitt. Il salto sembra enorme.

«Nel mio libro Schmitt compare solo per spiegare l'accostamento tra Machiavelli e Pascal. Dimostro che Schmitt si è ispirato, senza mai nominarlo, a Pascal che ha letto Il Principe».

Perché non lo nomina?

«Schmitt non citava quasi mai le fonti che utilizzava. La cosa qui notevole è che egli utilizzi un frammento dai Pensieri di Pascal per giustificare lo stato d'eccezione, il quale ha per il diritto un significato analogo al miracolo nella teologia».

Di qui il nesso tra teologia e politica?

«Indubbiamente, anche se chi non condivide questa prospettiva, che per Schmitt era strettamente legata al suo antisemitismo di matrice cattolica, dovrebbe a mio parere adoperare una diversa categoria analitica».

Quale?

«Anziché di teologia politica preferisco parlare di "secolarizzazione", la quale è un processo tutt'altro che concluso e di esito non scontato, attraverso cui lo Stato si impadronisce delle armi della religione. In questa traiettoria, che ha radici molto antiche, Machiavelli ha avuto un'importanza decisiva. Ma in essa, come ho cercato di dimostrare, rientra anche il Pascal lettore di Machiavelli».

A proposito di lettore, la storia della ricezione di Machiavelli è stata un'alternanza di anatemi e riabilitazioni. Perché uno scrittore come lui ha suscitato sentimenti così estremi?

«Machiavelli, come è noto, formulò senza mezzi termini affermazioni sommamente sgradevoli, suscitando reazioni polemiche che, in qualche caso, mascheravano un'adesione di fondo. È stato detto, giustamente, che Machiavelli non va identificato con gli stereotipi (ostili e non) associati al suo nome. Ma in Nondimanco ho sostenuto, sulla base di analisi testuali precise, che la ricezione di Machiavelli può in certi casi aiutare a capire la sua opera: un punto che mi pare tutt'altro che scontato».

"Nondimanco", si è detto, è l'avverbio con cui Machiavelli in qualche modo tiene insieme l'eccezione con la regola. Sullo sfondo c'è il problema della realtà morale e della realtà effettuale. Machiavelli non è il primo a entrare in questa logica argomentativa. Già la casistica medievale si era posta il problema.

«La casistica - cioè l'analisi delle circostanze, ossia dei casi in cui la norma (teologica, morale, giuridica) può non essere applicata, ha una storia lunghissima e complessa. Pascal nelle Provinciali screditò la casistica in maniera apparentemente definitiva. Salvo vederla risorgere inaspettatamente negli ultimi decenni nel contesto della bioetica».

In che modo?

«Per semplificare, direi che il ricorso a tecnologie costosissime messe a disposizione dalla medicina può implicare una scelta: e quindi una discussione preliminare sulle condizioni di salute dei pazienti oggetto di terapia, le loro abitudini (e quindi la possibilità di una ricaduta) eccetera. Come vede le argomentazioni grottesche della casistica, messe in ridicolo da Pasal in pagine indimenticabili, riemergono in un contesto doloroso».

Si è visto in Machiavelli uno dei padri del "realismo politico". Come va presa questa espressione?

«È un tema su cui sono state scritte intere biblioteche. Quando Machiavelli ragiona di politica dice che la realtà è quella che è, non  quella che vorremmo che fosse. Questo atteggiamento non esclude il giudizio morale: Machiavelli non era un cinico. Ma per lui il giudizio morale andava inserito, e questo per noi è ovvio, nel rapporto tra norma e eccezione».

A quando risale il suo primo contatto con il suo pensiero?

«A un seminario che Arsenio Frugoni tenne nel 1957-58. Ne serbo ancora un bellissimo ricordo. Leggemmo insieme Il Principe: degli studi su Machiavelli Frugoni parlò poco, anche se li aveva ben presenti. Ma della sua straordinaria generosità di studioso mi resi conto solo qualche anno dopo, quando lessi il suo lavoro su Arnaldo da Brescia nelle fonti del XII secolo».

Un'altra figura che balza fuori da questo suo testo su Machiavelli è un po' sorprendente, mi riferisco a Francesco Orlando. Che tipo di studioso è stato?

«A chi non conosce Francesco Orlando segnalerei per cominciare tre libri: Lettura freudiana della Phédre; Per una teoria freudiana della letteratura; infine Ricordo di Lampedusa. Oralndo era uno studioso fortemente originale che amava il rischio. La sua lettura di Freud, a metà degli anni '60, andava decisamente controcorrente. Eravamo molto diversi, cosa che Orlando sottolineava spesso; siamo stati molto amici. Posso aggiungere che mi manca molto».

Orlando fu anche un acuto lettore de "Il Gattopardo". Sul romanzo di Tomasi di Lampedusa lei torna nella parte finale del suo libro. Cosa c'entra con Machiavelli.

«Il Gattopardo indubbiamente è un bel libro, anche se non farebbe parte della mia biblioteca ideale. Qualche anno fa mi sono reso conto che dietro la famosa frase "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" c'era, rovesciata, un'argomentazione avanzata da Machiavelli nei Discorsi: se vogliamo che tutto cambi, bisogna che qualcosa rimanga com'è. Il fine è opposto: rivoluzione nel caso di Machiavelli, conservazione (pronta a un cambiamento spregiudicato) nel caso de Il Gattopardo. In quest'ultimo il richiamo a Machiavelli è implicito: esplicito, invece, quello a Pascal».

A proposito di implicito, un maestro in tal senso fu Leo Strauss con la sua ermeneutica reticente. Si può leggere Machiavelli tra le righe?

«L'ermeneutica (non reticente) della reticenza che Leo Strauss propose nel saggio su Scrittura e persecuzione costituisce un contributo decisivo alla ricerca storica. Decisivo, anche se può essere stato usato a sproposito, magari dallo stesso Strauss, oppure dai suoi allievi. Ma di quelle considerazioni non si può fare a meno».

Si potrebbe considerare implicita perfino la giovinezza di Machiavelli, di cui sappiamo pochissimo. Come se una fitta nebbia avvolgesse quel primo periodo della vita. Non trova curioso che un autore celebre ovunque non abbia per noi un inizio?

«Questo silenzio non è strano: quella di Machiavelli fu una giovinezza priva di eventi. È l'originalità della sua opera che sollecita, nei lettori di oggi, domande sulla sua formazione. Curiosamente non era stato utilizzato il Libro di ricordi redatto da suo padre Bernardo per capire quali testi Niccolò si era trovato in casa e come eventualmente li aveva letti».

Lei ne suggerisce alcuni.

«Ho cercato di lavorare in questa direzione a partire dalle Quaestiones mercuriales di Giovanni d'Adrea, un'opera a mio parere importantissima per la formazione di Machiavelli. Posso aggiungere che il mio interesse per il modo in cui la lettura di determinati libri può contribuire alla formazione di un universo mentale è nato dall'incontro con un lettore di tutt'altro genere: il mugnaio friulano Domenico Scandella, detto Menocchio, protagonista de Il formaggio e i vermi».

- Intervista di Antonio Gnoli - Pubblicata su Repubblica del 23/11/2018 -