lunedì 10 luglio 2023

La sconfitta della Russia ?!!

L'erosione del potere verticale
- La lotta in corso in Russia, tra bande concorrenti per la ripartizione del mercato e del territorio, che era stata finora tenuta nascosta, sta sfuggendo a ogni controllo -
di Tomasz Konicz

Il presidente russo Vladimir Putin ha spezzato il dominio degli oligarchi, ma lo ha fatto al costo di dover creare, nell'apparato statale in espansione, delle nuove strutture oligarchiche. Sulla scia della guerra in Ucraina, le lotte tra i racket concorrenti, per la distribuzione occulta, si sono intensificate. La rivolta del gruppo di mercenari della Wagner, ha mostrato quanto sia diventato fragile il dominio del presidente russo. Si tratta di un semplice gioco di potere, una di quelle ordinarie manovre politiche quotidiane, con cui si fa politica nelle democrazie capitaliste. Per imporre una decisione impopolare, come ad esempio una "riforma strutturale" neoliberista. Non c'è problema. Se qualcosa va storto, non c'è niente di più facile che sostituire un ministro. Nell'establishment politico del tardo capitalismo avanzato, la sostituzione del personale è il prezzo che viene abitualmente pagato, al fine di poter così mantenere tanto le strutture quanto la direzione politica. Nel momento in cui la stampa parla di teste che rotolano, come è ben noto, questo non va preso alla lettera. E sebbene, letteralmente, le teste non rotolano nemmeno in Russia, c'è da dire che di tanto in tanto delle morti misteriose di funzionari statali si verificano! La rivista Newsweek ne ha contati ben nove, dall'inizio della guerra in Ucraina; il più recente è stato il giudice distrettuale Artem Bartenev, "caduto dalla finestra” del suo appartamento al dodicesimo piano, a Kazan. Ma tuttavia, il governo russo non è in grado di compiere quella che è una semplice manovra di politica di potere, sostituendo un ministro. In effetti, il presidente Vladimir Putin dovrebbe sostituire Sergei Shoigu; il suo ministro della Difesa palesemente incompetente. Però non può farlo senza erodere ulteriormente la sua già fragile base di potere; per quanto l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia equivalga da tempo a un disastro geopolitico e militare, e la sostituzione di un ministro simulerebbe quanto meno un'azione. In Russia, la lotta per il potere, che ha improvvisamente assunto le caratteristiche di un ammutinamento - se non di un tentativo di colpo di Stato - continua a rimanere un mistero, in mancanza di una corretta comprensione di quella «verticalità del potere» russo plasmato da Putin, dietro cui si nasconde un'oligarchia statale di stampo mafioso. La popolarità di cui il capo di Stato russo ancora gode, è stata acquisita nella fase iniziale del suo governo, quando ha posto fine alla fase caotica della trasformazione della Russia, caratterizzata dalla disintegrazione statale e sociale. Per questo Putin viene visto, soprattutto dai membri della vecchia generazione, come un «uomo d'ordine», come se fosse la personificazione di quel forte Stato russo che ha estromesso dal potere l'oligarchia. Quell'oligarchia che discendeva dall'élite funzionale sovietica e che, dopo l'implosione dell'Unione Sovietica, è uscita vittoriosa dalle privatizzazioni selvagge. Il contenimento del pauperismo durante la fase di trasformazione degli anni Novanta, la correzione parziale della perdita di importanza geopolitica da parte della Russia, il ripristino di alcune funzioni statali di base, come la riscossione delle imposte e la fine dei trasferimenti di capitale dalla Russia: tutti questi risultati, ottenuti da Putin all'inizio del XXI secolo, sarebbero stati impensabili senza lo smantellamento dell'oligarchia russa in quanto struttura dominante. Nel corso delle dispute con il governo, durante il primo mandato di Putin, diversi oligarchi - come Vladimir Gussinsky o Boris Berezovsky - sono stati cacciati dal Paese, mentre il recalcitrante magnate del petrolio Mikhail Khodorkovsky è finito per dieci anni in galera. Successivamente, i magnati predoni e gli oligarchi post-sovietici - i quali durante la presidenza di Boris Eltsin negli anni '90 avevano accumulato, quasi senza alcun ritegno, gran parte dei beni della fallita Unione Sovietica - hanno raggiunto un accordo con il governo. Per far sì che essi potessero accettare la loro rimozione dal potere politico, pare che siano state date delle garanzie informali di proprietà, soprattutto nei confronti degli oligarchi del clan di Eltsin.

L'ascesa dei Siloviki
La Russia continua ancora a essere caratterizzata da un forte divario sociale tra ricchi e poveri. Continua ancora a esistere un piccolo strato di super-ricchi, solo che non si tratta più di un'oligarchia (come in Ucraina) in grado di usare la propria ricchezza per strumentalizzare parti dell'apparato statale al fine di affermare i propri particolari interessi economici. Quella che è emersa in Russia, è un'oligarchia di Stato. L'attuale struttura del regime russo è entrata in conflitto con l'oligarchia emersa durante il governo di Eltsin. A seguito di questo conflitto, sono state nuovamente nazionalizzate alcune imprese strategicamente importanti per l'economia russa, soprattutto quelle nei settori dell'energia e delle materie prime. Le forze che hanno portato avanti con successo la lotta di Putin contro l'oligarchia, sono state reclutate dai "ministeri del potere" post-sovietico, nel KGB (o in quello che è stato il suo successore, l'FSB), dove anche Putin ha iniziato la sua carriera, e da altre organizzazioni che hanno imposto il monopolio di Stato per quanto concerne l'utilizzo della forza. Anche i cosiddetti Siloviki (il nome deriva dalla parola russa che indica il potere, «sila»), i quali hanno assunto ruoli di leadership nelle aziende e nei gruppi appena nazionalizzati, sono diventati enormemente ricchi. Putin ha sconfitto l'oligarchia russa - rivedendo alcune delle privatizzazioni - ma questo è però avvenuto al prezzo di formare una nuova oligarchia, che ora controlla il settore statale, e lo usa come fonte di ricchezza e di potere. Il suo primo rappresentante è lo stesso Putin; il politologo russo Stanislav Belkovsky ne stima la sua fortuna personale in 70 miliardi di dollari, mentre Bill Browder, amministratore delegato della società di fondi Hermitage Capital Management, ritiene che invece sia di 200 miliardi. Putin può essere considerato un multimilionario, anche se la sua situazione finanziaria rimane accuratamente nascosta. L'idea secondo cui le posizioni statali sono una fonte di arricchimento, pervade l'intero apparato statale russo; sono tali posizioni a costituire la sostanza di tutto il potere verticale, dal vertice alla base. Tuttavia, quando le posizioni che si hanno nell'apparato statale vengono utilizzate per l'arricchimento privato, ciò non contribuisce affatto né a mantenere né a ottimizzare quello che è il processo di valorizzazione del capitale, come invece avverrebbe nel caso della consueta funzione dello Stato come «capitalista collettivo ideale». Clientele e bande, continuano a lottare per accedere alle posizioni di potere dello Stato. Le lotte oligarchiche aperte che hanno caratterizzato l'Ucraina prima dello scoppio della guerra, si stanno svolgendo anche in Russia - in gran parte a porte chiuse - all'interno dell'apparato statale. Questa guerra disastrosa e fallimentare costituisce, in un certo qual modo, il catalizzatore che fa sì che questi conflitti tra oligarchie statali si inaspriscano e vengano allo scoperto. Il centro di potere di questo sistema, è Putin: è lui ad avere l'ultima parola nelle battaglie interne per il territorio e per le ripartizioni tra le bande in competizione all'interno dello Stato. Questa struttura di potere ricorda l'epoca imperiale zarista, così cara a Putin, quando, nel XVIII e XIX secolo, il successo economico dei mercanti o degli imprenditori dipendeva, non di rado, dal favore del Cremlino. Ma questo non significa che Putin abbia un potere autocratico illimitato. Putin agisce anche come mediatore tra le diverse fazioni mafiose dello Stato. Si tratta di un equilibrio permanente di politica di potere, che il presidente deve mantenere, in modo da tenere sotto controllo tutte le forze centrifughe anomiche dell'apparato statale russo, efferato e incapace di modernizzarsi. Il governo stesso di Putin continua a essere un prodotto di tale sistema. La sua banda è stata reclutata principalmente a San Pietroburgo, e comprende, ad esempio, l'ex presidente e primo ministro Dmitry Medvedev oltre al presidente di Gazprom, Alexei Miller. Come è caratteristico delle reti mafiose, la fedeltà, piuttosto che la competenza, gioca il ruolo di gran lunga più importante nell'assegnazione delle posizioni. E per Putin, quasi nessuno è più affidabile del ministro della Difesa Sergei Shoigu. Dalla sua nomina nel 2012, egli è diventato uno dei più stretti confidenti del presidente, ed è stato anche coinvolto nei preparativi per la guerra. Dal momento che appartiene alla cerchia ristretta del potere del Cremlino, un attacco a lui equivale a un attacco alla banda di Putin.

Da ristoratore a leader mercenario
Yevgeny Prigozhin, il leader del gruppo mercenario Wagner, invece apparteneva alla periferia della cerchia di potere di Putin; ed è stato uno dei pochi che deve la sua ascesa soprattutto alle sue capacità. Ha cominciato la sua carriera negli anni '90, come «cuoco di Putin», cosa che, grazie alla sua conoscenza personale del presidente, gli ha permesso di assicurarsi dei lucrosi contratti relativi ai servizi di refezione statale. Non si sa esattamente quand'è stato che abbia iniziato ad accettare altri genere di contratti; il suo gruppo mercenario Wagner ha fatto la sua apparizione per la prima volta nell'Ucraina orientale, nel 2014. Non si sa esattamente quand'è stato che abbia iniziato ad accettare altri genere di contratti; il suo gruppo mercenario Wagner ha fatto la sua apparizione per la prima volta nell'Ucraina orientale, nel 2014. Negli anni successivi, ha dimostrato di essere un strumento efficace di politica estera non ufficiale - a costi relativamente bassi - soprattutto negli Stati africani. In vari Stati africani, la Wagner si rifinanzia partecipando allo sfruttamento delle risorse minerarie; secondo Putin, il gruppo mercenario ha ricevuto dallo Stato russo, tra maggio 2022 e maggio 2023, l'equivalente di 1 miliardo di dollari. Anche il suo moderno equipaggiamento bellico proviene dalle riserve statali. Per Putin, questo investimento ha dato i suoi frutti fin dall'inizio, anche nella guerra in Ucraina. Sebbene con gravi perdite, i combattenti di Prigozhin hanno ottenuto quello che è stato l'unico successo degno di nota di tutta l'offensiva invernale russa: la presa di Bakhmut. È stato un tale successo che ha finito per far crescere le sue ambizioni politiche: ha cominciato a parlare apertamente del fallimento dell'esercito, guadagnandosi così l'inimicizia del Ministero della Difesa. Le controversie all'interno dell'oligarchia statale russa stanno aumentando a causa della disorganizzazione dell'esercito e dei miseri sviluppi della guerra; tutte cose che hanno contribuito al recente tentativo di colpo di Stato. La trasformazione dell'apparato dello Stato in un negozio self-service per bande in concorrenza tra loro, non si limita solo all'esercito. Materia di compravendita sono anche le promozioni acquistate, le attrezzature vendute  e i fondi dirottati. Anziché modernizzare le forze armate, a quanto pare Shoigu è impegnato a preoccuparsi di sé stesso: sua figlia possiede una proprietà a Mosca del valore di 18 milioni di dollari americani. E l'esercito russo che ha invaso l'Ucraina era guidato da ufficiali che lo vedevano soprattutto come una fonte di reddito. Stando così le cose, Prigozhin non ha dovuto pertanto inventarsi nulla nei suoi discorsi contro la cattiva gestione e la corruzione dell'apparato militare. Dopo parecchie esitazioni, Putin ha decretato che la forza mercenaria venisse privata della sua autonomia, e ha deciso che, a partire dal 1° luglio, sarebbe stata posta sotto la tutela dell'odiato Ministero della Difesa. Quindi, Prigozhin doveva temere quanto meno di essere privato del proprio potere, se non addirittura di essere arrestato o liquidato; a quanto pare, è stato questo il fattore scatenante l'ammutinamento. Si è trattato di una lotta per il potere e per la spartizione nell'apparato statale russo in via di erosione, alimentata dagli eventi bellici, che questa volta si è manifestata in tutta la sua evidenza. La rivolta in corso ha rivelato la fragilità del regime di Putin. L'oligarchia statale, incapace di modernizzarsi, e che sta distruggendo l'apparato statale con le sue lotte per la ripartizione delle risorse, minaccia di trasformarsi in qualcosa che somiglia sempre più a un'Anomia, in aperta decadenza dello Stato. Non c'è stato quasi nessun attore statale che abbia voluto impedire l'azione delle truppe Wagner: i militari e la polizia sono rimasti in gran parte passivi. A Rostov-sul-Don, alcune unità della Guardia Nazionale Russa sono state frettolosamente mobilitate; ma sono state subitp sciolte nel momento in cui  i mercenari hanno marciato nella città, impadronendosi senza nemmeno combattere del quartier generale del Distretto Militare della Russia Meridionale. Anche le basi militari e gli aerodromi sono stati conquistati senza combattere, mentre il governo ordinava di scavare delle trincee sulle autostrade per cercare almeno di rallentare la rapida avanzata delle forze mercenarie. I contingenti mercenari hanno avanzato, apertamente alla luce del giorno, verso Mosca, dove la Guardia Nazionale stava già allestendo dei posti di blocco e dei nidi di mitragliatrici. Per l'aviazione russa, sarebbe stato facile polverizzare i gruppi cha avanzavano. Ma c'è stato solo qualche attaccho sporadico, in cui l'aviazione russa ha perso sei elicotteri e un aereo da trasporto. L'ufficiale al comando, il generale Sergei Surovikin - ex comandante delle forze russe in Ucraina - sarebbe stato arrestato a fine giugno, secondo quanto riportato dai media; l'ufficio presidenziale di Mosca si è finora rifiutato di confermare o smentire tale notizia. Secondo i documenti ottenuti dalla CNN, Surovikin era un «membro VIP segreto, della Wagner». Il sostegno che nell'apparato militare ha avuto la cosiddetta «Marcia per la giustizia» di Prigozhin, per il momento rimarrà probabilmente solo oggetto di speculazioni. È stato il Presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko - secondo quelle che sono state le sue stesse dichiarazioni - ad aver evitato, grazie al suo ruolo di mediatore, un'ulteriore escalation di questa lotta di potere. Prigozhin, che avrebbe negoziato per ore con Lukashenko, dovrebbe ora stabilirsi in una base militare in Bielorussia, con i suoi combattenti che non intendono unirsi all'esercito russo. A tutti i combattenti coinvolti nella rivolta è stata promessa l'immunità penale. Anche a Prigozhin è stata concessa l'amnistia, nonostante Putin, durante la rivolta lo abbia pubblicamente etichettato come traditore, e abbia annunciato la sua punizione.

Perdita di autorità
Non è chiaro se Lukashenko abbia svolto il ruolo che ha dichiarato, e che cosa sia effettivamente accaduto nelle ore cruciali dei negoziati. Le dimissioni di Shoigu e del Capo di Stato Maggiore Valery Gerasimov, richieste da Prigozhin e che secondo i primi resoconti gli sono state promesse, sembrano essere fuori discussione, almeno a breve termine - altrimenti il leader mercenario potrebbe celebrarle come una vittoria a posteriori. Se, dopo un intermezzo, ci sarà una qualche sostituzione, allora è probabile che Putin sostituisca questi due titolari di cariche - tanto leali quanto incompetenti - con altri membri della banda che siano altrettanto affidabili. In discussione c'è Alexei Djumin, un'ex guardia del corpo di Putin, il quale nel frattempo è diventato governatore dell'oblast' di Tula. A quanto pare, a essere mantenuto è sempre il vecchio schema di ricompensa della fedeltà. Anche se leale, l'ex praticante di arti marziali e attore Steven Seagal, che si dice sia in trattativa per diventare il nuovo ministro della Difesa, non dovrebbe essere preso seriamente in considerazione. A prescindere dal suo fallimento, la Guardia Nazionale Russa, composta da 200.000 persone, e inizialmente destinata solo all'uso interno, in futuro verrà equipaggiata con armi pesanti. Inoltre, i propagandisti e i lacchè del regime in via di erosione stanno cercando di tornare alla normalità, e pertanto di simularla il più rapidamente possibile. Tuttavia, questa rivolta mercenaria - che è stata accolta con una diffusa passività dall'apparato statale russo -rappresenta un punto di svolta. Putin, che nel giro di poche ore ha dovuto cambiare la sua posizione su Prigozhin, ha perso gran parte della sua autorità. Ogni parvenza di Stato ordinato, ora ha lasciato il posto a una realtà fatta di lotte di potere di stampo mafioso e di affari sporchi. È improbabile che Putin si possa riprendere da questa situazione, sebbene, nell'immediato il suo potere non sia minacciato. La guerra, che sta alimentando l'erosione della verticalità del potere in Russia, continua senza alcuna prospettiva di vittoria russa. Ma l'ammutinamento ha anche mostrato quella che probabilmente è l'unica strada percorribile perché si arrivi alla sconfitta della Russia. In termini militari, è improbabile che l'Ucraina vinca la guerra, anche contro un esercito russo depresso e incapace di grandi offensive, a causa dell'enorme discrepanza di risorse disponibili. Questo fatto è dimostrato anche dalle battute d'arresto dell'attuale offensiva ucraina; ragion per cui la Russia preferisce una guerra di logoramento. Ciò che sembra possibile, tuttavia, è uno scenario simile a quello dell'offensiva vietnamita del Tet nel gennaio 1968, quando una sconfitta militare dei Viet Cong ha potuto essere trasformata in una vittoria politica, grazie alle onde d'urto che tale offensiva aveva creato nella politica interna degli Stati Uniti.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 6/7/2023 su Jungle World -

fonte: Tomasz Konicz

È carne? O è CARNE ?!??

CARNE SINTETICA E ASTRAZIONE REALE
- di Maurilio Botelho -

Per rappresentare la differenza tra quella che è un'astrazione del pensiero e una "astrazione reale", ho sempre fatto uso dell'esempio della carne macinata. Quando arriviamo al mercato e vediamo delle comuni confezioni di hamburger, o di carne macinata bell’e pronta, non sappiamo quale sia l'origine, vale a dire, che tipo di carne sia stata utilizzata per produrre quel macinato. A volte, se si chiede al macellaio che tipo di carne sia, la risposta si limita a: «è carne». È ovvio che, materialmente, quella massa non è altro che l'aggregato di più tipi di carne; e in alcuni casi comprende perfino delle parti triturate di animali distinti (pollame, manzo, maiale) che vengono poi mescolate tutte insieme. Per questo, è molto più ragionevole scegliere un pezzo di carne la cui appartenenza sia riconoscibile e chiedere poi che venga macinata.

Trattare delle forme particolari più diverse, come se esse costituissero un'identità, e chiamarle Carne, corrisponde a un'astrazione cognitiva. Diverso è invece il caso del valore, il quale è l'espressione sintetica di delle altre merci, o meglio, l'espressione sintetizzata di tutte le altre merci. Il valore corrisponde a una quantità di ricchezza astratta, la quale ci permette così di acquistare qualsiasi altra quantità di ricchezza che equivalga a essa in termini materiali; le merci. E tuttavia, a differenza di tutte le altre merci con le quali interagisce, il valore in sé stesso non ha alcuna particolarità; anzi, oltretutto, esso non è nemmeno il miscuglio, o l'aggregazione di frammenti, delle altre merci: il valore, semplicemente, non è altro che l'astrazione realmente esistente dell'attività umana che viene spesa nella - e al fine della - produzione di merci; esso è pura energia umana, LAVORO. È nella sua espressione empirica, ossia nel denaro, che il valore acquista una sua vita propria, "materiale", che appare, accanto alle altre merci, come se invece essa fosse una merce particolare, un "equivalente generale", e questo sebbene esso non contenga in sé alcuna utilità; per quanto tale utilità ce l'abbia solo in relazione alle altre merci.

Nelle parole di Marx, «la sua esistenza funzionale assorbe, per così dire, la sua esistenza materiale». Ma ecco che, oggi, tutto questo impianto che sorregge un ragionamento logico-esplicativo è ormai scaduto. Ho appena sentito alla radio che la FDA (Food and Drugs Administration) ha autorizzato la commercializzazione di carne sintetica negli Stati Uniti. Questa carne, sintetizzata in laboratorio, è semplicemente CARNE, ovvero, è un tessuto che viene sviluppato in laboratorio; in pratica si tratta delle cellule di un animale che vengono "nutrite", e che si sviluppano come tessuto il quale viene poi trasformato nella forma della carne macinata, e reso così disponibile per la commercializzazione. Secondo il medico-scienziato che ha spiegato tutto questo, noi  possiamo «plasmarla secondo quelli che sono i nostri interessi e le nostre esigenze gastronomiche». Poi, il medesimo divulgatore della carne sintetica - sempre alla radio - ha sostenuto che il vantaggio di questa carne consiste nel non avere grassi, né tracce di piume, o di unghie, e neppure ossa macinate. L'emittente radiofonica che lo ha intervistato, è arrivata persino a sottolineare che: «in essa non ci sono questi residui, perché in essa non c'è nulla. È carne pura».

Naturalmente possiamo anche arrivare a dire - come ha fatto il medico-scienziato - che si tratta di «carne di pollo», ma tuttavia non ci è stata fornita alcuna informazione (e in effetti questo non ha nessuna importanza) sulla parte del corpo da cui è stata ottenuta, o quale tipo di carne sia all'origine di quel tessuto cresciuto in laboratorio.Gli è che la cellula del tessuto, in sé stessa, è stata prelevata, rimossa, separata dal suo contesto naturale (biologico) di sviluppo. Pertanto, abbiamo così la realizzazione di una vera e propria astrazione reale. In un primo momento, abbiamo l'astrazione (la separazione) di una parte (alcune cellule) di un tutto (del corpo di un uccello), ma ecco che subito poi questa parte si sviluppa - senza avere più alcuna relazione con il tutto - in un individuo particolare, dal momento che esso viene coltivato in un ambiente isolato; ben presto acquista autonomia, e diventa essa stessa un "tutto", l'astrazione assume vita propria e diventa semplicemente CARNE, che nella sua esistenza separata diventa un "tutto". La carne sintetica diventa pertanto un'ASTRAZIONE REALE: ecco che ora, insieme al petto di pollo, al filetto di coscia di pollo, al cuore di pollo e al ventriglio di pollo, abbiamo anche la possibilità di scegliere semplicemente la CARNE DEL POLLO. Non si tratta di una massa composta da tutte le altre, bensì semplicemente di una forma isolata, una cosa «che ha cancellato le proprie origini» (Marx); si tratta di CARNE, di una «cosa in sé».

È ovvio che, naturalmente, una simile mostruosità può esistere solo in una società nella quale la logica della produzione di merci è completamente incurante e ignara di quali sono i limiti naturali, umani e sociali. L'entusiasta divulgatore-promotore della carne sintetica ha sostenuto che, oltre ai vantaggi ambientali, considerati gli impatti prodotti dall'allevamento del bestiame, la produzione di carne sintetica ha anche il vantaggio di ridurre i tempi di produzione, dal momento che allevare i bovini, nutrirli e ingrassarli fino alla macellazione richiede molto tempo; mentre invece, in cinque settimane, la carne di laboratorio è pronta per il consumo. In fin dei conti, si tratta solamente della logica ossessiva e oggettivata, che ha il capitalismo, nel ridurre i tempi di produzione fino all'estremo: Alfred Sohn-Rethel ha sottolineato come «la socializzazione reificata corrisponde ed è analoga alla sintesi chimica». Allo stesso modo in cui la carne sintetica è un prodotto sociale, anche la sintesi sociale, realizzata dal valore e dal denaro, è un prodotto storico. La differenza risiede nel fatto che, mentre nel primo caso la sintesi è il risultato di una sperimentazione controllata e condotta consapevolmente dallo scienziato, nel secondo, la sintesi sociale prodotta dall'economia di mercato è invece un processo vissuto per secoli in modo inconsapevole e involontario dalla società, e che ha delle conseguenze ambientali incontrollate.

(Anche nel caso degli esperimenti di laboratorio, quando finisce l'isolamento, il grado di imprevedibilità e i conseguenti effetti indesiderati aumentano; poiché lì abbiamo infatti il risultato di quella che è una scienza che fin dall'origine è stata determinata dalla logica dell'astrazione e della riduzione dei tempi di produzione, dell'aumento della produttività ecc.) La carne sintetica, la pura CARNE, sembra realizzare materialmente ciò che Marx scriveva nella prima edizione del capitolo iniziale de "Il Capitale" (rimosso poi nelle edizioni successive, per cercare di rendere più semplice e comprensibile il testo). Utilizzando un ragionamento logico che partiva dalla relazione tra genere e specie, egli evidenzia il coesistere, accanto alle altre merci, anche del valore e del denaro; come astrazione reale: «Sarebbe  come se accanto, e in aggiunta ai leoni, alle tigri, alle lepri e a tutti gli animali effettivamente reali - i quali, raggruppati, costituiscono le diverse razze, specie, sottospecie, famiglie, ecc. del regno animale - oltre a loro esistesse anche l'ANIMALE, la singola incarnazione individuale di tutto l'intero regno animale. Un simile individuo, che comprende in sé tutte le specie effettivamente esistenti della stessa cosa, costituisce un UNIVERSALE, una cosa del tipo di ANIMALE, DIO ecc.».

- Maurilio Bothelo  - Pubblicato il 23/6/2023 su Facebook -

sabato 8 luglio 2023

Megalomani ?!??

Appare degno di nota il fatto che Auerbach - nel suo libro su "Dante poeta-giudice del mondo terreno" - associ il genio di Dante a quella che era la sua ossessione, la sua fissità, la sua megalomania, la sua libertà di ritenere che stesse facendo qualcosa di nuovo e di grandioso, di inedito e di sconvolgente; vale a dire, Auerbach associa Dante e la sua opera, alla profonda convinzione di essere il migliore tra tutti i suoi contemporanei, e di essere altrettanto bravo di Virgilio.

In tal modo, così facendo, Auerbach pone la questione del rapporto tra lavoro e megalomania; che anche Harold Bloom indica come questione decisiva; come lo è nel caso di Shakespeare e della sua «invenzione dell'umano» (in una certa misura, è questo ciò che Bloom, ne "L'angoscia dell'influenza. Una teoria della poesia", individua in tutti i "poeti forti".

Pertanto, la storia del romanzo nel Novecento diventa a sua volta un dispiegamento (e un'intensificazione) della percezione che Auerbach ha di Dante, e che Bloom ha di Shakespeare: all'inizio del secolo, i progetti artistici di James Joyce e di Thomas Mann si sviluppano sotto il segno della smisuratezza, dell'audacia, della volontà di rinnovare, a ogni nuovo libro, le proprie ambizioni estetiche (nel caso di Joyce, questo movimento si condensa nel passaggio che da "Ulisse" va a "Finnegans Wake"; nel caso di Mann, viene ribadito più volte, ne "I Buddenbrooks" del 1901 e ne "La montagna incantata" del 1924, poi con il ciclo di "Giuseppe e i suoi fratelli" dal 1933 al 1943, e infine con il "Doctor Faustus" del 1947).

Negli ultimi decenni del XX secolo, abbiamo altri due casi emblematici: in primo luogo, Thomas Bernhard, che ha fatto della smisuratezza del proprio odio (insieme ad altri diversi brutti sentimenti correlati) il motore della sua narrativa e, soprattutto, del suo stile (da "Perturbazione", 1967, al suo ultimo romanzo, immenso, torbido e inesauribile, "Estinzione", 1986); e poi, Roberto Bolaño, il quale, da parte sua, ripete l'inconcludenza di Joyce (in "Finnegans Wake") riproponendola con "2666", uscito postumo nel 2004, continuazione e complessificazione della cartografia ossessiva del precedente "I detective selvaggi", del 1998.

fonte: Um túnel no fim da luz

venerdì 7 luglio 2023

Esagerando ?!!??

Presi per il naso, Altan e il (non) senso della vita
- di Paolo Albani -

La prima cosa che colpisce, dal punto di vista fisico, nei personaggi creati da Altan, è il naso. È un particolare estetico che non si può non notare. Tutti i personaggi di Altan hanno nasi enormi, lunghi, bitorzoluti, a volte arricciati in modo strano. Un salsicciotto sembra il naso di Cipputi, operaio metalmeccanico comunista; simile a quello di un maiale è il naso dell’uomo con l’ombrello, che spesso ficca nel sedere di un altro uomo, e una banana in mano, in cui si ravvedono le sembianze del Cavaliere (una delle poche concessioni a prese in giro di politici); con la punta rientrante quello di Cristoforo Colombo o di Francesco d’Assisi, soprannominato Franz; a forma di banana, rivolto verso l’alto, quello di Casanova: tre protagonisti di altrettante biografie in chiave satirica scritte da Altan. Che se fossero permalosi, i personaggi nasuti di Altan, come il povero Cyrano de Bergerac, e se la prendessero con chi osasse nominare in loro presenza la parola «naso», sarebbero affari seri. Ma in genere i personaggi di Altan sono individui miti, dai modi pacati, come lo è d’altronde il loro creatore, uomo schivo, di poche parole, riservato, lontano dagli echi della mondanità.

Sul terreno della satira politica, Altan preferisce guardare le cose che accadono intorno a sé, il mondo che va a scatafascio, il senso (e il nonsense) della vita, stando dalla parte degli elettori, delle persone comuni, e non da quella degli eletti, degli uomini di potere. La sua satira è leggera, specchio di un umorismo intelligente, e filosofica, nel senso che fa riflettere, che accende lampadine in testa («C’è l’incertezza del futuro», dice il bambino al babbo che risponde: «Godiamocela, che quando diventerà certezza saranno cazzi»; «Il futuro non lo voglio più. Portatemi il conto e basta», si sfoga sconsolata una donna a seno nudo), e comunque la satira di Altan non si azzera mai nell’attualità, non scade mai nella banalità della cronaca spicciola. Le battute di Altan sono gocce di acuta saggezza, valide sempre, in ogni epoca, o quasi.  Non perdono in forza mordente, non scolorano con il passare del tempo, come succede alla maggior parte dei vignettisti. La brevità dei dialoghi, cifra stilistica inconfondibile dell’artista, condensa una comicità mai becera, per niente scontata. E, sovente, autoreferenziale: «Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio»; «Non mi fido più neanche di me stesso».

L’umorismo di Altan (Treviso, 1942), da qualcuno avvicinato a quello del migliore Woody Allen, è velato di una candida amarezza, che quasi lascia senza fiato («Pensandoci bene: gli esseri umani, a che cacchio servono?»), com’è sempre il grande umorismo, che non ricerca la risata facile, sterile, ma è un impasto – magico e sagace – in cui si mescolano vari ingredienti, gioco verbale, rovesciamento dei ruoli, sorpresa, illusione e disillusione, allegria e tristezza. Se mettiamo in fila le battute fulminanti delle tavole (per me è riduttivo chiamarle “vignette”) di Altan, quelle dei personaggi più rappresentativi della sua ricerca artistica, un campionario variopinto e balzacchiano di uomini, donne e bambini (Luisa la tipica moglie disincantata; Mocassino pieno di dubbi esistenziali; Corvo sostenitore di losche trame; Baschetto il militante di base di sinistra deluso; Deporcellis il riccone privo di stati d’animo; Nando detto anche il Trucido; Italo lo scettico), ne esce un volume istruttivo, nutriente, alla stregua di L’arte di conoscere se stessi di Arthur Schopenhauer, libro segreto del filosofo tedesco. Sto esagerando?

Certo, un po’ di esagerazione è inevitabile quando si fanno parallelismi, la mia è una sollecitazione provocatoria. Il mondo di Altan è stato paragonato a quello di Hieronymus Bosch, in cui convivono santi e creature mostruose, figuriamoci se non posso accostare il pensiero di Altan a quello stimolante del pessimista Schopenhauer. Perché, in fondo, anche Altan pessimista lo è, in senso buono, portatore di un pessimismo benefico, paradossalmente vitale: «Sono così emotivo che appena cerco di ragionare mi vien da piangere»; «La vita è meravigliosa, a parte gli effetti collaterali». Voglio mettervi alla prova. Di chi è, secondo voi, questa frase: «Penso che l’inizio della saggezza sia il timore degli uomini»? Schopenhauer o Altan? Vi lascio nel dubbio.

A Palazzo Buontalenti a Pistoia (via de’ Rossi, 7) è in corso Altan, Cipputi e la Pimpa. Il mondo com’è… e come dovrebbe essere, curata da Luca Raffaelli, in collaborazione con Kika Altan, figlia dell’artista, con una ricca selezione di disegni, di cui molti originali e inediti. La mostra offre anche spazi di gioco per i bambini e ospita i personaggi e gli animali di Altan riprodotti in gommapiuma colorata dallo scultore Pietro Perotti. La prima sezione della mostra, Il mondo com’è, ospita le vignette storiche a partire da quelle dedicate al Cipputi o a Trino, dio un po’ maldestro che, guarda caso, ostenta un bel nasone lungo. Nella seconda parte,Il mondo come dovrebbe essere, sono esposti i fumetti amati in particolare dai bambini: la Pimpa, la cagnetta a pois, e Kamillo Kromo, un piccolo straordinario camaleonte, insieme ad altri disegni e fumetti inediti. Le sale conclusive accolgono la casa della Pimpa ricostruita a grandezza di bambino, dove i visitatori più piccini possono ammirare il vivace arredamento e mettersi a giocare e colorare. Chiude il percorso della mostra una sala video con i cartoni animati della Pimpa. Il catalogo, o meglio «il giornale della mostra», è in formato tabloid, una scelta originale, stampato da Coconino Press, Fandango.

Una volta hanno chiesto ad Altan quale fosse il suo messaggio. Lui ha risposto che non ha mai pensato di diffondere messaggi, questi ultimi, come sosteneva Vladimir Nabokov, li consegna il postino, nella buca delle lettere. La cosa bella di Altan è che lui non giudica, mostra gli uomini, fa dire loro ciò che essi non osano neppure pensare (Georges Wolinski)

- Paolo Albani - Pubblicato su Domenica del 30/4/2023 -

giovedì 6 luglio 2023

Possiamo modernizzarci senza occidentalizzarci ?!!??

«Per natura, i barbari sono più servili dei greci, e gli asiatici sono più servili degli europei: per questo sopportano il governo dispotico senza protestare». (Aristotele, Politica, IX, 3).

«Il destino finale degli imperi asiatici è quello di sottomettersi agli europei, e anche la Cina dovrà un giorno fare i conti con questo destino». (Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, 1831).

«Sfatiamo il mito dell'inferiorità di coloro che non appartengono alla razza bianca... Per mezzo della nostra forza, costringiamo i membri delle più grandi potenze del mondo ad accettare il nostro potere». (Tokotumi Soho, Il Giappone del futuro, 1886).

«Sono convinto che agli occhi del popolo cinese la civiltà borghese occidentale, la democrazia borghese e la repubblica borghese siano ormai fallite. La repubblica popolare cinese abolirà le classi ed entrerà nel mondo della Grande Armonia». (Mao Zedong, proclamazione della nascita della Repubblica Popolare Cinese, 1949.

- Le 4 citazioni che aprono l'ultimo libro di Maurice Godelier, "Quand l’Occident s’empare du monde (XVe-XXIe siècle)". © CNRS Éditions, Paris, 2023 -

Se la modernizzazione è un fenomeno sociale ormai acquisito che però ha assunto molte forme nel corso della storia, però va detto che a partire dal XV secolo è stato l'Occidente che si è imposto - spesso con la forza delle armi o attraverso la propaganda - come modello di modernità. Volontariamente o meno, sotto la sua influenza centinaia di società si sono trasformate, diventando per la prima volta parte di una storia comune. Ma quali sono stati i diversi modi in cui questa vasta trasformazione ha avuto luogo? In che misura alcune società sono state in grado di integrarsi in questo movimento generale, pur mantenendo caratteristiche specifiche diverse, se non addirittura opposte a quelle promosse dall'Occidente? Dopo tutto, è possibile occidentalizzarsi senza diventare occidentalizzati. E come distinguere le trasformazioni irreversibili da quelle che possono essere messe in discussione? Per molto tempo, la fede nel progresso ci ha fatto credere che lo sviluppo economico, l'evoluzione della morale e la democratizzazione politica andassero di pari passo. Il crollo di questo mito permette oggi di caratterizzare meglio la vera posta in gioco della globalizzazione guidata dal capitalismo industriale, e quindi di comprendere le sfide che le società occidentali devono affrontare oggi, le quali si trovano di fronte a un'ostilità esacerbata e potrebbero essere sul punto di perdere la leadership economica, politica e militare che ha alimentato la loro espansione. Attingendo a una vita di ricerche sul funzionamento delle società, Maurice Godelier offre qui una rilettura della nascita e dell'ascesa del mondo moderno e una valutazione senza compromessi del ruolo e del posto dell'Occidente.

- Maurice Godelier - Quand l’Occident s’empare du monde (XVe – XXIe siècle) - Peut-on alors se moderniser sans s’occidentaliser ? - CNRS Éditions, Paris, 2023 - 25,00€ -

Ho sonno: spegnete quella luce, ché voglio dormire !!

La Luce dell’Illuminismo
- Il simbolismo della modernità e l'eliminazione della notte -
di Robert Kurz

Tuttora, dopo più di duecento anni, continuiamo a essere abbagliati dal magnifico splendore dell'Illuminismo borghese. La storia della modernizzazione continua a compiacersi delle proprie metafore basate sulla luce. Il sole radioso della ragione deve apparire come se fosse in grado di squarciare le tenebre della superstizione; rendendo così visibile quanto disordine c'è nel mondo, di modo che così, finalmente, la società potrà essere modellata secondo dei criteri razionali. Le tenebre non vengono viste come se fossero l'altra faccia della verità, ma appaiono invece come il regno negativo del demonio. Già nel Rinascimento, gli umanisti, nel polemizzare con i loro avversari, li definivano «tenebrosi». «Più luce!», si dice abbia invocato Goethe, nel 1832, sul suo letto di morte. Essendo un Classico, gli era dovuta un'uscita di scena di gran classe. A questa fredda luce della ragione, si opposero i Romantici, e lo fecero semplicemente rivolgendosi alla religione. Anziché una razionalità astratta, proposero un irrazionalismo non meno astratto. Così, voltarono le spalle alle metafore della luce per dedicarsi alle metafore dell'oscurità. Novalis scrive un «Inno alla Notte». E tuttavia, questa mera inversione del simbolismo illuminista, in realtà non coglieva il bersaglio. Non riuscendo a superare la dubbia univocità dell'Illuminismo, i Romantici si erano limitati a occupare il polo opposto alla Modernizzazione, diventando così di fatto gli «uomini oscuri» legati a un pensiero reazionario e clericale. Ma il simbolismo della modernizzazione può essere criticato anche a partire da delle ragioni diametralmente opposte: vale a dire, denunciando la paradossale irragionevolezza della stessa ragione capitalistica. Dal momento che in realtà, è sicuramente singolare il fatto che le metafore illuministe della luce puzzassero - per così dire - di misticismo bruciacchiato. Il concetto di una fonte luminosa che splende di una brillantezza soprannaturale - come suggerisce l'idea rappresentata dalla ragione moderna - rimanda alla descrizione di un Regno degli Angeli rischiarato dalla fiamma di Dio, e sappiamo che il concetto di «illuminazione» proviene dai sistemi religiosi dell'Estremo Oriente. Perciò, sebbene la luce della ragione illuminista sia terrena, essa ha tuttavia assunto un carattere curiosamente trascendentale. Lo spettacolo del balenare paradisiaco di un Dio assolutamente imperscrutabile. ha semplicemente finito per secolarizzarsi nella mostruosa banalità del fine in sé capitalistico, il cui rapporto cabalistico con la materia terrena consiste nell'accumulazione assurda di valore economico. Tutto questo non è Ragione, ma è la suprema follia; e quel che più vi brilla dentro è il balenio dell'assurdo, che ferisce e acceca la vista.

Eredi dell'Illuminismo
L'irrazionale logica dell'Illuminismo vuole far sì che la luce sia totale. E tuttavia, nel regno del pensiero, questa luce non è solo un mero simbolo, ma innanzitutto  possiede anche un reale significato socio-economico. A tal proposito, è stato fatale che il marxismo e il movimento storico dei lavoratori considerassero sé stessi come i legittimi eredi dell'Illuminismo e della sua metafora socio-economica della luce. "L'Internazionale", l'inno del marxismo, parla di un meraviglioso futuro socialista: «Il sole brillerà per sempre!». Un vignettista tedesco ha preso questa frase alla lettera, e nel suo «Regno della Libertà» si vedono degli uomini sudati, in piedi sotto il sole cocente, che si lamentavano: «Sono tre anni che splende senza mai tramontare». Questa non è solo una battuta. In un certo senso, la modernizzazione ha effettivamente «trasformato la notte in giorno». In Inghilterra - dove, com'è noto, l'industrializzazione è stata precorsa - l'illuminazione a gas venne introdotta già agli inizi del 19° secolo, e ben presto si diffuse in tutta Europa. Alla fine dello stesso secolo, le lampade a gas cedettero il posto alla luce elettrica. È stato dimostrato da tempo, dal punto di vista medico, che la mancanza di distinzione fra il giorno e la notte, nella fredda luce di quello che è «un sole artificiale», sconvolge il ritmo biologico umana, causando danni psichici e fisici. Perché allora tutta questa illuminazione globale forzata, che oggi ha  ormai raggiunto ogni angolo della Terra? Karl Marx - anch'egli a sua volta erede dell'Illuminismo - aveva dichiarato, a ragione, quanto fosse «smodato» l'attivismo instancabile della produzione capitalista. Tuttavia, per principio, tale smodatezza non poteva tollerare che una parte di tempo rimanesse «al buio». E questo perché il tempo dell'oscurità coincide anche con il tempo del riposo, della passività, della contemplazione. Mentre, al contrario, il capitalismo esige invece l'ampliamento della sua attività, fino al limite dello sforzo fisico e biologico. Questi limiti sono temporalmente limitati dalla rotazione della Terra intorno al suo asse, vale a dire, alle 24 ore del giorno astronomico, il quale ha un lato chiaro (girato verso il sole) e un lato oscuro (nascosto rispetto al sole). Il capitalismo tende a rendere totale il lato assolato, e a occupare così tutto il giorno astronomico nel suo insieme. Il lato notturno turba un simile impulso. Pertanto, la produzione, la circolazione e la distribuzione delle merci deve «bucare la notte» e funzionare «24 ore su 24» dal momento che il «tempo è denaro». Nella moderna produzione di merci, il concetto di «lavoro astratto» non corrisponde solo al suo prolungamento assoluto, ma anche alla sua astrazione astronomica.

Una nuovo modo per misurare lo spazio e il tempo
Questo processo corrisponde al cambiamento nella misurazione dello spazio. Il sistema metrico decimale è stato introdotto nel 1795, dal regime della rivoluzione francese, e si è diffuso con altrettanta rapidità dell'illuminazione a gas. In Germania, la transizione a questo sistema ebbe invece luogo nel 1872. In tal modo, le misurazioni dello spazio basate sul corpo umano (piede, cubito, ecc.), tutte differenti tra loro, e che erano tante quanto lo erano le culture umane, vennero sostituite dal metro astronomico astratto che corrisponde alla quaranta-milionesima parte del perimetro della Terra. Quest'unificazione astratta della misurazione dello spazio, rispecchiava l'immagine meccanica del mondo della fisica newtoniana, che a sua volta era servita da esempio alla moderna economia meccanica della scienza del mercato, così come l'aveva analizzata e promossa Adam Smith (1732-1790), il fondatore dell'economia. L'immagine dell'universo e della natura, vista come se fosse un'unica grande macchina, coincideva  così con la macchina universale economica del capitale, e la misurazione astronomica assegnava una misura comune alla macchina universale fisica ed economica. Questo non vale solamente per lo spazio, ma anche per il tempo. Al metro astronomico - che misura lo spazio astratto - corrisponde l'ora astronomica, che misura il tempo astratto; e queste sono anche le unità di misura della produzione capitalista di merci. Solo questo tempo astratto, ha potuto consentire che il giorno del «lavoro astratto» si allargasse fino a invadere fin dentro la notte, arrivando a divorare il tempo del riposo. Il tempo astratto ha potuto così disconnettersi dalle cose e dalle situazioni concrete. La maggior parte degli antichi orologi, come la clessidra e l'orologio ad acqua, non dicevano «che ora è»; ma erano calibrate su dei processi concreti, al fine di mostrare quanto doveva essere il «tempo appropriato». Lo si potrebbe forse paragonare al timer che ci avverte dicendoci con un ronzio quando l'uovo è sodo o è ancora alla coque. In tal caso, la quantità di tempo non è astratta, ma si rivolge direttamente a quella che è una qualità specifica. Al contrario, il tempo astronomico del «lavoro astratto» è svincolato da qualsivoglia qualità. La differenza diventa chiara anche quando, per esempio, leggiamo che nei documenti medievali si diceva che la giornata lavorativa dei servi della gleba doveva durare «dall'alba a mezzogiorno». Vale a dire che, rispetto a quella odierna, non solo la giornata lavorativa era più breve in termini assoluti, ma lo era anche in termini relativi, dal momento che variava secondo le stagioni, e pertanto in inverno finiva prima che in estate. Al contrario, l'ora astronomica astratta ha permesso invece di poter fissare l'inizio della giornata «alle 6», a prescindere tanto dalle stagioni dell'anno quanto dai ritmi fisici del corpo.

Il tempo degli orologi
Ecco perché l'epoca del capitalismo è anche l'epoca delle «sveglie», l'epoca degli orologi i quali, con uno stridente segnale acustico, interrompono il sonno degli uomini, per costringerli a scaraventarsi nel «posto di lavoro» illuminato dalla luce artificiale. E una volta che l'inizio del lavoro è stato anticipato alla notte, anche la fine della giornata lavorativa può essere portata fin dentro la notte. Questo cambiamento presenta perfino un suo lato estetico. Allo stesso modo in cui l'ambiente viene in un certa qual misura «smaterializzato» dalla razionalità imprenditoriale - dal momento che la materia e le sue correlazioni devono sottomettersi a dei criteri di redditività -  esso viene anche deprivato della sua dimensione e proporzione proprio a partire dalla medesima razionalità. Se gli edifici antichi ci sembrano in qualche modo più belli e accoglienti di quelli moderni, e se poi notiamo che allo stesso tempo sembrano in qualche modo irregolari rispetto agli edifici «funzionalisti» di oggi, ciò è perché le loro proporzioni derivano da una misurazione effettuata a partire dal corpo umano, e le loro forme sono state spesso adattate al paesaggio. Al contrario, l'architettura moderna fa uso di misurazioni astronomiche dello spazio e di forme «decontestualizzate», «staccate» dall'ambiente circostante. Lo stesso vale anche per il tempo. La moderna architettura del tempo viene deprivata di ogni proporzione e contesto. Non è solo lo spazio ad essere diventato più brutto, ma anche il tempo. Nel 18° secolo e all'inizio del 19°, tanto il prolungamento assoluto quanto quello relativo della giornata di lavoro, in quanto effetto dell'introduzione dell'ora astronomica astratta, vennero vissuti come una vera e propria tortura. Per molto tempo, c'è stata una lotta disperata contro il lavoro notturno introdotto dall'industrializzazione. Lavorare prima dell'alba e dopo il tramonto, veniva considerato, per così dire, assolutamente immorale. Nel Medioevo, quando avveniva che degli artigiani dovevano lavorare di notte, per ragioni di calendario, in quel caso ricevevano dei lauti pasti e dei salari principeschi. Il lavoro notturno era una rara eccezione. E una delle «grandi» conquiste del capitalismo, a quanto pare, é stata proprio quella di aver fatto diventare la tortura del tempo la norma dell'attività umana. Tutto questo non è cambiato nemmeno con la graduale riduzione della giornata assoluta di lavoro, cominciata già fin dall'inizio del capitalismo. Al contrario, durante il 20° secolo, il cosiddetto lavoro a turni si è esteso sempre più. Facendole funzionare in due, o anche in tre turni, le macchine vengono mantenute in quello che è un funzionamento quasi ininterrotto, con solo alcune brevi pause per lo scambio del personale, la manutenzione e la pulizia. Anche i negozi e i grandi magazzini devono estendere al massimo il loro orario di apertura, fino al limite delle 24 ore. In Germania, quest'anno, abbiamo avuto un dibattito sull'orario legale di chiusura del commercio, che fino a poco tempo fa era rimasto fissato al livello delle 18:30, e dal 1° novembre 1996 è stato prolungato fino alle 20:00. In molti paesi, come negli Stati Uniti, non vi è alcun orario di chiusura definito per legge, e numerose strutture recano il cartello: «Aperto 24 ore su 24». Da quando la tecnologia microelettronica di comunicazione ha globalizzato il flusso monetario, la giornata finanziaria si muove senza nessuna soluzione di continuità da un emisfero all'altro. «I mercati finanziari non dormono mai», recita la pubblicità di una banca giapponese.

Dormire meno ?
A illuminare il turno di notte, è la luce della ragione illuminista. Nella misura in cui la concorrenza si fa totale, anche l'imperativo sociale esteriore diventa a sua volta coercizione interiore dell'individuo. Il sonno diventa un nemico altrettanto sordido della notte, poiché fin tanto che si dorme si perdono occasioni, e si rimane esposti, impotenti, agli altrui attacchi. Nel libero mercato, il sonno dell'individuo diventa sempre più esiguo e leggero, come quello di un animale selvaggio, e ciò avviene in maniera direttamente proporzionale al suo desiderio di avere "successo". La tortura del lavoro notturno, meccanico e imposto da altri, a livello dirigenziale si manifesta come astensione "volontaria" dal sonno. Si organizzano addirittura dei seminari aziendali nei corso dei quali si prevede l'utilizzo di tecniche di contenimento del sonno. Le scuole di self-management, affermano in tutta serietà che «L'uomo d'affari ideale non dorme mai», proprio come i mercati finanziari. Ma, senza un controllo totale, la sottomissione dell'uomo al «lavoro astratto», e la sua misurazione astronomica del tempo, è impossibile. E un simile controllo totale, a sua volta, richiede anche un monitoraggio continuo a 360°, il quale si rende possibile solo in piena luce: più o meno come avviene quando la polizia, durante gli interrogatori, dirige un fascio di luce sulla faccia del delinquente. E non è a caso che il termine "Illuminismo" - in tedesco "Aufklärung" - possegga anche una sua seconda accezione, militare, che consiste nel «riconoscimento del nemico». E dacché ciò avviene in una società nella quale ciascuno diventa il nemico dell'altro e di sé stesso - a partire dal fatto che a tutti tocca servire il medesimo Dio secolarizzato del capitale -  per necessità logica, tale società si trasforma in un sistema di sorveglianza e di auto-sorveglianza totale. In un universo meccanicizzato, anche l'uomo dev'essere una macchina e dev'essere fabbricato come un macchinario. La luce dell'Illuminismo è servita a questo, rendendolo "trasparente". Nel suo libro "Sorvegliare e punire" (1975), il filosofo francese Michel Foucault mostra come questa "trasparenza" totale sia diventata una trappola storica. All'inizio del 19° secolo, il capitalismo esercitava un controllo totale per mezzo di una «Pedagogia del Sistema Penitenziario» attraverso un sagace sistema di organizzazione, punizione e perfino di architettura per carceri, fabbriche, uffici, ospedali, scuole e riformatori, secondo quelli che erano i modelli sviluppati dal filosofo utilitarista e liberale Jeremy Bentham (1748-1832). La sfera pubblica del libero mercato, non è che costituisca propriamente l'ambito di una sfera della libera comunicazione, ma corrisponde piuttosto a una zona di osservazione e controllo. Tutto ciò ci ricorda l'utopia negativa di "1984", di George Orwell. Laddove, nelle dittature totalitarie, tale controllo veniva esercitato esternamente dall'apparato burocratico dello Stato e della polizia; nelle democrazie si è invece trasformato in un auto-controllo interiorizzato, e affiancato dai media commerciali, che hanno trasformato i riflettori dei campi di concentramento nelle luminarie di una gigantesca fiera di vendita al dettaglio. Qui non si discute liberamente, ma si viene illuminati senza pietà. Nella democrazia commerciale, un sistema del genere si è affinato al punto che gli individui obbediscono da sé soli agli imperativi capitalisti, e seguono la strada loro tracciata come se fossero dei robot programmati. Il marxismo, contravvenendo alle sue stesse pretese sociali, si è reso protagonista del «lavoro astratto», e lo ha fatto nella misura in cui ha ceduto al pensiero meccanicistico dell'Illuminismo e al suo perfido simbolismo della luce. Tutto ciò che di dispotico c'è stato nel marxismo, gli è provenuto dal liberalismo illuminista. Per contro, i romantici, preoccupati di rendere giustizia alla faccia oscura della verità, tuttavia non si schierarono con l'emancipazione sociale ma con la reazione politica. Solamente quando la Notte, il Sonno e il Sogno verranno liberati da quel carcere reazionario, essi potranno diventare le parole d'ordine di una critica sociale emancipatrice. Forse, la resistenza al mercato totale comincerà solo quando, come prima cosa, gli individui si arrogheranno in maniera radicale il diritto di dormire profondamente e a sazietà.

- Robert Kurz - 20/7/2004 -

NOTA: Ho ritenuto di dover tradurre nuovamente, per la terza volta, il testo di Kurz - misurandomi stavolta con l'originale tedesco - dopo aver letto attentamente il testo (e le note) così come è stato recentemente proposto dall'Anatra di Vaucanson, e dopo aver capito il perché continuavo a non essere soddisfatto delle mie traduzioni precedenti (condotte a partire dalle versioni francesi e portoghesi dell'originale kurziano). Ragion per cui, ho ritenuto di dover superare la mia reticenza a misurarmi con la lingua che, fra le altre cose, è stata anche materia di esame della mia maturità nel lontano 1970. Spero che questa mia "ultima" traduzione tradisca il meno possibile l'originale!

mercoledì 5 luglio 2023

Ne rimarrà solo uno ?!!???

Un nuovo vecchio ordine mondiale?
- Può la Cina statal-capitalista, in quanto potenza egemone globale, ereditare la posizione degli Stati Uniti? -
di Tomasz Konicz

Se si deve credere alle dichiarazioni del vertice russo-cinese e alle valutazioni occidentali, il XXI secolo verrà definito come un'era di egemonia cinese. Al vertice di guerra di Mosca di metà marzo, Putin e Xi hanno invocato un «giusto ordine mondiale multipolare» che dovrebbe porre fine all'era dell'egemonia statunitense [*1]. Viceversa, un rapporto del governo britannico ha ammonito parlando invece di un mondo di «pericolo, disordine e divisione» che Pechino starebbe creando in quella che invece costituirebbe un'aperta «sfida epocale» all'ordine mondiale liberale «basato sulle regole» [*2]. Per gli analisti britannici sembra che sia difficile vedere il mondo tardo-capitalista in crisi come qualcosa che non sia «pericolo, disordine e divisione». Simili valutazioni sono ovviamente delle semplici proiezioni. Ma questo non significa che siano  necessariamente del tutto sbagliate, come si può evincere rivolgendo un'occhiata superficiale alla carneficina in corso in Ucraina, o al confronto in corso su Taiwan. Pertanto, da un lato, parlare di un ordine mondiale multipolare significa parlare anche dell'ideologia di tutti quegli Stati autoritari della semiperiferia che - attraverso politiche di guerra e di potere imperialista - cercano di sostituirsi agli Stati Uniti in via di erosione, per ottenere una supremazia, o un dominio a livello regionale o globale simile a quello raggiunto da Washington nella seconda metà del XX secolo.

La crescita di conflitti interstatali regionali, in un periodo di crisi globale in cui di fatto non esiste più un egemone mondiale, costituisce per l'appunto un'espressione di questo reale disordine mondiale multipolare. Sia che stiamo parlando di imperialisti russi, di mullah iraniani, di neo-ottomani turchi o di Querfrontler nazisti tedeschi per conto terzi, a motivare questa nuova era di antiamericanismo è l'invidia per i meccanismi di potere di Washington, che si stanno disintegrando. E questo è vero soprattutto proprio per il dollaro americano. Il biglietto verde, in quanto valuta di riserva mondiale basata principalmente sul commercio del petrolio, ha dato a Washington la possibilità di ottenere in prestito il valore di tutte quelle materie prime che sono servite per finanziare, ad esempio, la sua macchina militare. Esattamente al contrario di quel che avviene se, per esempio, ad accendere la macchina da stampa è Erdogan, facendo sì che in quel caso l'inflazione non possa fare altro che aumentare. È per questo che i recenti accordi valutari tra Cina, Russia e un certo numero di Stati semi-periferici stanno sollevando delle perplessità. A metà marzo, durante una visita di Stato a Riyadh, il presidente Xi aveva proposto, per il commercio di petrolio con l'Arabia Saudita, di passare allo yuan cinese, al fine di contrastare la «crescente "weaponization" del dollaro» [*3]. Si dice che Riyadh stia prendendo seriamente in considerazione questa mossa simbolica in modo da poter così svincolare una parte del suo commercio di petrolio con la Cina. Nella Russia bellica, a fronte delle sanzioni occidentali, lo yuan è salito al rango di valuta più scambiata [*4]. Pechino ha stretto simili accordi valutari bilaterali con Brasile [*5], Pakistan [*6] e Venezuela [*7]. All'ultima Riunione dei BRICS, avvenuta a febbraio, si è persino discusso della creazione di un sistema valutario alternativo per i «mercati emergenti» [*8]. A marzo, il Financial Times ha affermato che le élite funzionali dell'Occidente dovrebbero prepararsi a un «ordine mondiale valutario multipolare»; cosa che significherebbe la perdita dello «straordinario privilegio» che ha Washington, di contrarre prestiti in quella che è la valuta di riserva mondiale. Da una parte, questi crescenti movimenti di allontanamento dal dollaro, possono essere attribuiti alle sanzioni statunitensi contro la Russia quando è iniziata la guerra di aggressione contro l'Ucraina, a causa del fatto che è stata la prima volta che i beni esteri russi sono stati congelati (Lavrov ha parlato di «furto»); un fatto questo, che è stato attentamente registrato da tutti i regimi, i quali devono ora fare i conti con la prospettiva di entrare in conflitto con Washington. Ma questa tendenza alla de-dollarizzazione e alla de-globalizzazione può essere pienamente compresa solamente se posta sullo sfondo di un declino imperiale degli Stati Uniti, visto nel processo di crisi storica. Soltanto se si tiene conto di tutto ciò, diventa allora chiaro il perché la Cina non sarà in grado di assumere il ruolo di egemone degli Stati Uniti.

Giovanni Arrighi, nel suo affascinante libro su "Adam Smith a Pechino" [Mimesis, 2021], ha descritto la storia del sistema mondiale capitalista vedendolo come una successione di cicli egemonici. Una potenza in ascesa raggiunge una posizione dominante all'interno del sistema in quella che è una fase di ascesa caratterizzata dall'industria produttrice di merci; dopo una "crisi spia", questa potenza egemone entra in un declino imperiale, nel quale l'industria finanziaria acquista sempre più importanza, per poi essere, infine, sostituita da una nuova potenza egemone, dotata di maggiori mezzi di potere. Una simile sequenza, può essere tracciata empiricamente sia per quel che è stato il caso sia della Gran Bretagna che degli Stati Uniti. L'Impero britannico, divenuto nel contesto dell'industrializzazione del XVIII secolo l'«officina del mondo», si è poi trasformato, nella seconda metà del XIX secolo, in quello che è stato un centro finanziario mondiale, prima di essere sostituito, nella prima metà del XX secolo, a causa dell'ascesa economica degli Stati Uniti, i quali, a loro volta, hanno poi vissuto anch'essi, durante la fase di crisi della stagflazione negli anni Settanta, la loro «crisi spia». A questo, ha fatto seguito la deindustrializzazione e la finanziarizzazione degli Stati Uniti, portando in tal modo al dominio economico del settore finanziario statunitense. L'indebitamento, da parte della potenza egemone in declino, nei confronti della potenza in ascesa imperiale - di cui si è occupato anche Arrighi - può essere visto tanto per caso dell'indebitamento della Gran Bretagna nei confronti degli Stati Uniti, quanto nel ciclo di deficit degli Stati Uniti rispetto alla Cina. Pertanto, il dollaro raggiunse in tal modo quella che divenne la sua posizione mondiale nel contesto del boom fordista del dopoguerra, allorché il Piano Marshall finì di cementare l'egemonia statunitense anche nei confronti dell'Europa devastata. Ed è stato proprio questo lungo periodo di espansione fordista, ad aver costituito la base economica dell'egemonia statunitense. Con la fine del boom del secondo dopoguerra - con l'ingresso nella fase di stagflazione, e con la finanziarizzazione e con l'implementazione del neoliberismo - la base economica del sistema egemonico occidentale cambiava: nella crisi di valorizzazione sistemica, gli Stati Uniti, sempre più indebitati, sono diventati il «buco nero» del sistema globale, assorbendo, attraverso i propri deficit commerciali, l'eccesso di produzione di quegli Stati orientati all'esportazione, come la Cina e la Germania, al prezzo di una crescente deindustrializzazione. Pechino e Berlino avevano perciò tutte le ragioni per tollerare l'egemonia statunitense e per assumere il dollaro come valuta di riserva mondiale, dal momento che, senza il mercato americano, l'ascesa della Cina a nuova «officina del mondo» non sarebbe mai stata possibile. Nel quadro di questa globalizzazione dei cicli di deficit e della corrispondente economia di bolla, il tardo capitalismo - soffocato dalla propria produttività e sempre più in affanno con il credito - ha incatenato i "luoghi di produzione" e gli Stati in deficit, nel mentre che, allo stesso tempo, a causa dei processi di disintegrazione socio-economica, cresceva il potenziale di conflitto. Questa tendenza della crisi è stata rappresentata e impersonata, in modo assai concreto, da un Donald Trump eletto da una classe media bianca in erosione che voleva reindustrializzare gli Stati Uniti attraverso il protezionismo; accelerando così, involontariamente, quel declino del dollaro il quale è stato accettato proprio a causa dei deficit dell'area del dollaro. Infatti, dopo la presidenza Trump, non si può più parlare di "egemonia" statunitense nel senso tradizionale del termine. Gli Stati Uniti mantengono la loro posizione solo attraverso un dominio nudo: soprattutto grazie al loro settore militare-industriale, che costituisce la vera e propria spina dorsale del dollaro; ed è questo che oggi rende probabile un confronto militare tra Cina e Stati Uniti. A livello globale, gli Stati Uniti si trovano con le spalle al muro, proprio allo stesso modo in cui si è trovato l'imperialismo russo nello spazio post-sovietico alla vigilia della guerra in Ucraina. Ciò si è reso evidente anche nell'attuale terremoto bancario, che tra l'altro, è stato innescato proprio dai titoli di Stato statunitensi [*9].

Pertanto, l'aumento del protezionismo indotto dalla crisi sembra dare tregua alla valuta di riserva mondiale, il dollaro. Tuttavia, a causa della crisi socio-ecologica globale del capitale, il XXI secolo non porterà a inaugurare un'epoca di egemonia cinese. Lo yuan non succederà al dollaro. L'ascesa egemonica della Repubblica Popolare - segnata dal dominio della produzione di materie prime - si è  verificata nel contesto di quei già citati cicli di deficit globale, nei quali, in Occidente, la dinamica del debito ha generato la domanda di esportazioni cinesi, e si è conclusa con l'ondata di crisi del 2008.  In seguito allo scoppio delle bolle immobiliari negli Stati Uniti e in Europa, le estreme eccedenze delle esportazioni cinesi sono diminuite (a eccezione degli Stati Uniti), mentre i giganteschi pacchetti di stimolo varati da Pechino per sostenere l'economia, hanno causato una trasformazione nelle dinamiche economiche cinesi: le esportazioni sono diventate meno importanti, mentre l'industria edilizia e il settore immobiliare - finanziati con il credito - sono diventati i principali motori della crescita economica cinese. In tal modo, già nel 2008 la Cina aveva superato quella che era stata la sua «crisi spia», la quale segna il passaggio a un modello di crescita guidato dal mercato finanziario. La crescita cinese si basa pertanto anche sul credito, e la Repubblica Popolare è fortemente indebitata, proprio come lo sono i centri occidentali in declino del sistema globale [*10]. L'economia deficitaria cinese, genera così degli eccessi speculativi ancora maggiori rispetto a quelli degli Stati Uniti o dell'Europa occidentale, com'è stato dimostrato nel 2021 dalle distorsioni del mercato immobiliare cinese assurdamente gonfiato [*11]. Economicamente, a causa della crisi sistemica globale, il declino egemonico della Repubblica Popolare Cinese è già iniziato, sebbene, a livello geopolitico, la Cina non sia ancora riuscita a conquistare la sua posizione egemonica. La mancanza di un nuovo settore trainante, così come quella di un regime di accumulazione che mobiliti il lavoro salariato su scala di massa nella produzione di merci - cosa che rappresenta l'esistenza di una barriera interna del capitale - costituisce la principale differenza tra la Cina contemporanea e gli Stati Uniti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ciò appare particolarmente evidente nelle ambizioni di politica estera di Pechino, dove la «Nuova Via della Seta» ha avviato un ambizioso progetto di sviluppo globale sul modello del Piano Marshall, e che ha portato alla Repubblica Popolare la sua prima crisi del debito internazionale [*12]. Dei circa 838 miliardi di dollari che Pechino ha investito nella costruzione entro il 2021 di un sistema economico e di alleanze, incentrato sulla Cina, con i Paesi in via di sviluppo ed emergenti,  sarebbero ora a rischio di default, dopo lo scoppio dell'attuale ondata di crisi (la pandemia e la guerra in Ucraina), circa 118 miliardi di dollari [*13]. All'orizzonte, non si vede alcuna primavera economica globale, ma solo sovra-indebitamento [*14] e inflazione [*15]. E a causa del crollo delle torri del debito sia in patria che all'estero, la Cina sembra che sia entrata in declino ancor prima di aver raggiunto l'egemonia. A tutto questo va sommato anche il raggiungimento del limite ecologico del capitale, se lo si considera a partire dal fatto che, nel corso della sua modernizzazione statal-capitalista, la Repubblica Popolare, è diventata il maggior produttore di gas serra.

E se si considera la minaccia di una catastrofe climatica, ecco che un simile percorso di sviluppo per gli altri paesi del sud globale diventa una vera e propria follia ecologica (mentre allo stesso tempo mostra quanto sia paradossale che il centro predichi al Sud globale la rinuncia). Im tal modo, il ciclo storico egemonico del sistema capitalista globale si sovrappone e si somma al processo di crisi socio-ecologica del capitale, interagendo con esso e consentendo che, per la Cina, si mescoli e si confonda l'ascesa e la caduta egemonica. A causa delle barriere interne ed esterne sempre più manifeste del capitale, dovute alla doppia crisi economica ed ecologica, un sistema egemonico, nel quale la posizione dell'egemone verrebbe solo tollerata, non è più realizzabile. Nell'attuale fase di crisi, in cui lo storico movimento espansionistico del capitale si è trasformato in una contrazione che lascia dietro di sé solo degli Stati falliti, l'Imperialismo si limita a essere solo isolamento e puro e semplice estrattivismo delle risorse. L'isolamento di quelle aree di collasso socio-economico, che non svolgono più alcun ruolo di mercato, va di pari passo con la lotta brutale tra vari Paesi, per le materie prime e le fonti energetiche in via di esaurimento, necessarie per alimentare la macchina della valorizzazione [*16]. In tal senso, è in atto una chiara tendenza storica. Al posto della continua ricerca del controllo diretto delle colonie e dei protettorati, nel XIX secolo all'epoca dell'egemonia britannica, nel XX secolo è poi subentrato l'imperialismo informale, praticato da Washington attraverso i colpi di Stato e l'installazione di regimi dipendenti. Ora, nella fase finale del sistema mondiale capitalista, il dominio imperialista sembra equivalere alla mera manutenzione delle vie di estrazione infrastrutturali, usandole per trasportare risorse e fonti energetiche, dalle aree di collasso economico ed ecologico ai centri rimasti. In tal modo, quel che vediamo in atto, nell'attuale imperialismo di crisi, è una logica di «Last Man Standing» - [«Ne rimarrà solo uno!»] - nella quale le conseguenze della crisi vengono scaricate sulla concorrenza [*17].

Queste lotte di potere tra soggetti statali, arrivate ormai al punto di una vera e propria guerra aperta, stanno spingendo sempre più avanti il processo di crisi che va avanti a prescindere. Si tratta di una lotta geopolitica per il potere che si svolge sul Titanic di un tardo capitalismo che sta affondando, nella quale di fatto non ci sono vincitori. Ecco perché tutte le apparenti alleanze sono così tanto fragili; come abbiamo visto recentemente nelle manovre attuate dall'Unione Europea per prendere le distanze dagli Stati Uniti riguardo la questione di Taiwan [*18]. E tuttavia, sullo sfondo della crisi socio-ecologica, la lotta tra l'Eurasia russo-cinese e l'Oceania degli Stati Uniti - dove l'Ucraina e Taiwan costituiscono un acuto e potenziale punto di infiammabilità - può certamente essere intesa anche come una lotta tra il futuro e il passato. Rappresenta una lotta tra l'era declinante della governance neoliberale e l'era emergente del governo apertamente autoritario [*19], in cui interagiscono strutture autoritarie e disintegrazione sociale, come lo si può quasi paradigmaticamente vedere nell'oligarchia statale russa e nel dominio mafioso [*20]. La crisi sta letteralmente spingendo i colossi statali tardo-capitalisti in erosione a confrontarsi tra di loro, in modo che lo scatenarsi di una guerra su larga scala, a partire da quelle che sono le crescenti tendenze autodistruttive del capitale  diventa abbastanza possibile.

- Tomasz Konicz - 12/6/2023 - Pubblicato su Exit! -

NOTE:

[1] https://www.n-tv.de/politik/Xi-und-Putin-wollen-gerechtere-Weltordnung-article23996962.html

[2] https://www.aljazeera.com/news/2023/3/14/russia-china-creating-world-of-danger-disorder-division-uk

[3] https://www.globaltimes.cn/page/202212/1281416.shtml

[4] https://www.bloomberg.com/news/articles/2023-04-03/china-s-yuan-replaces-dollar-as-most-traded-currency-in-russia#xj4y7vzkg

[5] https://www.globaltimes.cn/page/202303/1288326.shtml

[6] https://www.aa.com.tr/en/energy/invesments/pakistan-china-agree-to-trade-in-yuan/22190

[7] https://www.aa.com.tr/en/energyterminal/finance/venezuela-opts-to-use-chinese-yuan-for-oil-trade/763

[8] https://www.ft.com/content/02d6ab99-ea36-41c4-9ad3-9658bb1894a7

[9] https://exitinenglish.com/2023/06/09/silicon-valley-bank-the-weakest-link/

[10] http://fingfx.thomsonreuters.com/gfx/rngs/CHINA-DEBT-HOUSEHOLD/010030H712Q/index.html

[11] https://www.konicz.info/2021/11/27/einstuerzende-neubauten/

[12] https://www.ft.com/content/ccbe2b80-0c3e-4d58-a182-8728b443df9a

[13] https://exitinenglish.com/2023/03/05/china-multiple-crises-instead-of-hegemony/

[14] https://www.theguardian.com/world/2023/mar/28/china-spent-240bn-belt-and-road-debts-between-2008-and-2021

[15] https://www.ft.com/content/049aef43-4f03-45a1-bf65-749cd44921cc?emailId=af7e811c-648b-4ffa-b140-d7980fc81974&segmentId=22011ee7-896a-8c4c-22a0-7603348b7f22

[16] https://www.konicz.info/2021/10/14/ddr-minus-sozialismus/

[17] https://www.konicz.info/2022/06/23/was-ist-krisenimperialismus/

[18] https://www.nbcnews.com/news/world/macron-europe-china-taiwan-usa-outrage-rcna79090

[19] https://exitinenglish.com/2022/08/12/a-new-quality-of-crisis/

[20] https://www.konicz.info/2022/05/25/rackets-und-rockets/

martedì 4 luglio 2023

Le Crisi Multiple, e le loro trappole, nel Capitalismo globale !!

Fed e BCE nel vicolo cieco della politica monetaria
- Breve storia delle aporie della politica borghese di crisi nella fase di transizione dell'economia globale, dalla crisi pandemica alla crisi bellica -
di Tomasz Konicz [***]

Dalla pandemia alla guerra: l'economia mondiale non ha più pace. Sul suo sito web, "Tagesschau" vede l'economia mondiale minacciata addirittura da «crisi multiple» [*1] Ma quando si tratta di parlare delle conseguenze economiche causate dalla rapida erosione del sistema capitalistico globale, quel che ora ci si pone è la questione di sapere se abbia un qualche senso parlare di crisi economica pandemica o di crisi economica bellica; o se piuttosto non sia invece più appropriato comprendere gli shock economici che si susseguono come delle fasi di quello che è un solo e unico processo di crisi sistemica. In ogni caso - nella sua ultima analisi dell'economia globale - la Banca Mondiale ha dovuto rivedere, in maniera significativa e al ribasso, le sue precedenti previsioni di crescita [*2]. Secondo le ultime previsioni, quest'anno l'economia globale dovrebbe crescere solo del 2,9%, mentre invece a gennaio, l'attesa per la Banca Mondiale, corrispondeva ancora al 4,1%. Se così fosse, ciò significherebbe arrivare quasi a dimezzare lo slancio economico globale, il quale, nel 2021, grazie alle gigantesche misure di stimolo economico finanziate dal debito di molti Stati, era arrivato a registrare un enorme aumento del 5,7%. Per molti Paesi in via di sviluppo ed emergenti, i quali possono arrivare ad avere stabilità sociale solo attraverso alti tassi di crescita, un tale rallentamento economico è già di per sé pericoloso, soprattutto se visto  in un contesto di impennata dei prezzi dei generi alimentari. Inoltre, la Banca Mondiale ha messo in guardia a proposito del crescente rischio di un periodo prolungato di stagflazione, simile alla fase di crisi avuta negli anni '70, allorché la stagnazione economica veniva a essere accompagnata anche da un'inflazione a due cifre (a tal proposito si veda anche: "Ritorno alla stagflazione?" [*3]). Anche l'OCSE ha dovuto procedere ad apportare correzioni simili, secondo le quali quest'anno la produzione economica mondiale dovrebbe crescere solo del 3% [*4]. Alla fine del 2021, la previsione era ancora del 4,5%. Per il 2023, l'associazione dei 38 Paesi industrializzati prevede una crescita economica del 2,8% - anziché del 3,2% ipotizzato in precedenza -, e questo ovviamente a patto che non si verifichino nuovi focolai di crisi. Secondo l'OCSE, il rallentamento economico del prossimo anno verrà accompagnato anche da un rallentamento dell'inflazione che - dall'8,5% di quest'anno - entro la fine del 2023 dovrebbe scendere al 6,0%. Le massicce revisioni, che nel giro di sei mesi l'OCSE e la Banca Mondiale hanno dovuto apportare, non solo dimostrano l'inutilità delle previsioni economiche in quella che è l'evidente crisi sistemica in cui sta entrando il tardo capitalismo, ma rivelano anche un legame tra inflazione e crescita economica che diventa sempre più chiaro. Al più tardi è stato a partire dallo scoppio della pandemia - alla quale i politici hanno reagito per mezzo di una massiccia stampa di moneta, attuata soprattutto al fine di poter finanziare le misure di stimolo governativo negli Stati Uniti e nell'Unione Europea - che una crescente dinamica inflazionistica ha cominciato a mettere radici. Perciò questo non è dovuto solo alla guerra - non è pura «inflazione Putin» - e alle perturbazioni nelle catene di approvvigionamento globali, ma è anche conseguenza dell'espansiva politica monetaria delle banche centrali [*5].

Inondazione di denaro e inflazione
Questa connessione tra la grande inondazione di denaro conseguente alla pandemia e l'inflazione globale, è stata discussa di recente - ad esempio - davanti alla Commissione Finanze del Senato degli Stati Uniti, che Janet Yellen, Segretario al Tesoro dell'amministrazione Biden, ha dovuto affrontare all'inizio di giugno [*6]. Le accuse mosse dall'opposizione repubblicana, secondo cui la Casa Bianca avrebbe innescato l'inflazione e il «surriscaldamento» dell'economia attraverso il suo programma di stimolo economico da 1.900 miliardi di dollari, sono disoneste sotto diversi punti di vista: da un lato, Donald Trump aveva già introdotto misure di sostegno altrettanto costose, che però comprendevano soprattutto dei tagli alle tasse per i ricchi e per le aziende, mentre Biden - nonostante tutti i tagli - è riuscito a far passare qualche sgravio per la classe media e per gli strati a basso reddito. Se la Casa Bianca sia stata accusata, ciò è dovuto proprio al fatto che - ad esempio - i sussidi sociali per i bambini vengono identificati come «fattori di inflazione» . Uno sguardo allo scorso anno ci aiuta a mettere le cose in prospettiva: l'accelerazione dell'inflazione - che ha ormai superato gli otto punti percentuali - è stata accompagnata da una crescita del PIL del 5,4%, la più alta dagli anni '80 [*7]. Questa esplosione - nella quale la Federal Reserve ha effettivamente utilizzato nuova moneta stampata per acquistare il debito contratto dal governo degli Stati Uniti per stimolare l'economia - si è verificata come risposta al tremendo crollo economico che era seguito all'epidemia, e che nel 2020 aveva causato una contrazione del PIL statunitense del 3,4%. Ma, al contrario, ci si potrebbe invece chiedere come sarebbe oggi l'economia statunitense se Washington avesse rinunciato a quei programmi di stimolo. La politica economica statunitense ha effettivamente evitato una depressione, sebbene lo abbia fatto al prezzo di ciò che i salariati, in particolare, ora devono pagare alla cassa del supermercato: il prezzo dell'inflazione. Anche in alcune fasi di crisi passate - ad esempio dopo lo scoppio della bolla immobiliare nel 2007/08 - ci sono stati acquisti di obbligazioni e di titoli da parte delle banche centrali, ma se oggi da un lato le dimensioni di questo «quantitative easing» sono molto più grandi di allora [*8], c'è da dire che però, dall'altro, la finanziarizzazione del capitale sembra aver raggiunto ormai quelli che sono i suoi limiti; a partire dal fatto che le precedenti fasi di politica monetaria espansiva avevano già portato a un'inflazione dei prezzi in quelli che erano dei mercati finanziari gonfiati, contribuendo così alla crescita di nuove bolle speculative. Pertanto, la stampa di moneta da parte della banca centrale rappresenta, insieme al collasso della globalizzazione e alla crisi climatica in espansione, uno dei tre fattori più importanti che contribuiscono all'attuale ondata di inflazione (si veda anche "Tre tipi di inflazione" [*9]). Nel frattempo, la Fed ha alzato (tra lo 0,75 e l'1%) i tassi di interesse di riferimento, nel tentativo di controllare questa inflazione, e ciò nonostante la contrazione dell'1,5% del PIL statunitense verificatasi nel primo trimestre di quest'anno [*10]. Negli Stati Uniti, l'opposizione di destra attribuisce la colpa dell'inflazione all'amministrazione Biden e ai suoi stentati approcci alla politica sociale [*11]; in Europa, a essere al centro delle critiche soprattutto tedesche, è la BCE. Nell'Unione Europea, le divergenze circa l'orientamento intrapreso dalla politica monetaria si sovrappongono agli interessi della periferia meridionale, divergenti rispetto a quelli del centro tedesco [*12]. A Berlino, cresce il risentimento contro la politica monetaria ultra-allentata della BCE, mentre il sud dell'eurozona - che, dall'introduzione dell'euro, ha sofferto a causa delle eccedenze commerciali della Germania - si affida ai tassi d'interesse zero e agli acquisti di obbligazioni, da parte della BCE, per finanziare le misure di stimolo e mantenere così sostenibile l'elevato onere del debito. In Italia, il debito pubblico supera oramai il 130% del PIL. Di conseguenza, esiste un buon indicatore del potenziale di crisi dell'Eurozona: si tratta del cosiddetto "spread", vale a dire, la differenza dei tassi d'interesse tra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani [*13], differenza che aumenta in caso di crisi imminente nell'UE, dal momento che in tal caso i capitali fuggono verso i «rifugi sicuri», come la RFT o gli USA. Tale "spread" ha appena raggiunto quello che, dallo scoppio della pandemia, è il suo livello più alto. Ecco perché la Banca Centrale Europea è molto più esitante della Fed nell'aumentare aumentare i tassi di interesse di riferimento: una nuova crisi dell'euro, nella quale tassi di interesse più elevati potrebbero far crollare le montagne di debito nel sud dell'unione monetaria, va evitata a tutti i costi [*14]. Nell'«Europa tedesca» [*15] - due decenni dopo la sua fondazione e un decennio dopo la prima crisi dell'euro - sta nuovamente emergendo quel vicolo cieco monetario che minaccia di far esplodere la zona monetaria: per contenere l'inflazione, che ora supera l'otto per cento, la BCE dovrebbe infatti alzare i tassi di interesse in maniera rapida e significativa [*16]. Ma, allo stesso tempo e simultaneamente, i «guardiani monetari» dovrebbero mantenere bassi i tassi di interesse, in modo da evitare così una nuova crisi del debito nel sud. L'Italia - il cui debito pubblico è pari al 134% del PIL - è la terza economia dell'eurozona.

La trappola della crisi della politica monetaria
Ancora una volta, la Banca Centrale Europea potrebbe, a questo punto, combattere l'inflazione attraverso un rapido e significativo aumento dei tassi di interesse, ma così facendo rischierebbe una crisi del debito nell'Europa meridionale e, di fatto, la disintegrazione dell'area valutaria. Viceversa, la BCE potrebbe invece continuare a dare priorità alla politica economica, e a mantenere bassi i tassi di interesse in modo da evitare così una nuova crisi dell'euro. In questo modo, però, si darebbe un'ulteriore spinta all'inflazione, con il rischio che l'Eurozona segua l'esempio della Turchia [*17], dove Erdogan, il «critico dei tassi d'interesse», nonostante il rapido aumento dei prezzi nel Paese, ha ripetutamente abbassato i tassi d'interesse di riferimento, cosa che ha portato così l'inflazione in Turchia fino a uno sbalorditivo 73%. In una simile immanenza del sistema, la classe politica può scegliere tra l'opzione di un ulteriore indebitamento fino ad arrivare all'Iper-Inflazione, oppure può seguire la strada dei duri programmi di austerità che portano alla recessione, dando inizio a una spirale deflazionistica, esemplificato in Grecia durante la crisi dell'euro dal sadismo dell'austerità di Schäuble. Nella crisi capitalistica permanente, la politica monetaria borghese dovrebbe infatti allo stesso tempo sia abbassare che alzare i tassi di interesse, simultaneamente; cosa che è solo una delle molte espressioni dell'aporia della politica di crisi capitalistica: un vicolo cieco in cui si trova oggi l'«amministrazione» capitalistica della crisi sistemica alla fine dell'era neoliberista [*18]. Questa trappola di crisi [*19] non vale solo per l'eurozona, ma è all'opera in i Paesi capitalisti centrali, e che finora erano sempre stati in grado di rimandare la loro chiusura grazie all'espansione della sfera finanziaria, attraverso l'aumento permanente delle montagne di debito e a forza di sempre nuove bolle dei mercati finanziari [*20]. Un'analisi dell'evoluzione a lungo termine dei tassi d'interesse di riferimento, mostra tale auto-contraddizione della politica monetaria, la quale si è sempre più sviluppata a ogni impulso del processo storico di crisi [*21]. Storicamente, tanto la BCE [*22] quanto la Fed [*23], a partire dagli anni '80, con i principali focolai di crisi finanziaria del XXI secolo che fungono da momenti di innesco per ogni fase di tassi d'interesse bassi o nulli, tendono ad abbassare sempre di più i loro tassi d'interesse di riferimento. Nell'eurozona, al momento dell'introduzione dell'euro i tassi di interesse di riferimento, talvolta addirittura negativi, erano superiori al 3%. Dopo lo scoppio della bolla delle dot-com (2000), della bolla immobiliare (2007) e dopo lo scoppio della crisi dell'euro, essi sono stati sempre più bassi. È dal 2014, che nell'eurozona prevale una politica di tassi d'interesse di fatto pari a zero, accompagnata da una stampa di denaro sempre più massiccia. Per la Fed, che ha perseguito una politica monetaria molto espansiva dopo lo scoppio della crisi immobiliare nel 2007, la situazione è simile; contribuendo in tal modo, in maniera significativa, alla formazione di quella gigantesca bolla di liquidità che nel corso della pandemia ha dovuto essere faticosamente stabilizzata per mezzo di ulteriori iniezioni di miliardi [*24]. Oggi, le distorsioni dei mercati finanziari gonfiati - iniziate già prima dello scoppio della guerra - indicano proprio che questa finanziarizzazione del capitalismo difficilmente potrà essere sostenuta. Il castello di carte della finanza globale, sempre più accatastato, rischia di crollare. Nel suo centro, è stata proprio questa dinamica del debito a portare l'indebitamento del sistema globale - il quale, con la sua produttività, stava soffocando - fino al 351% della produzione economica mondiale [*25]. Se - come reazione alle attuali «crisi multiple» (il modo in cui i media mainstream tedeschi ora chiamano la crisi sistemica capitalista) - l'amministrazione di crisi capitalista non è più in grado di avviare sui mercati finanziari una nuova formazione di bolle, ecco che allora diventa inevitabile una gigantesca ondata di svalorizzazione, la quale non solo svaluterà molti «titoli del mercato finanziario» che circolano nella sfera finanziaria sotto le più diverse forme - come azioni o derivati - ma anche tutta la spazzatura del mercato finanziario che si è accumulata nei bilanci delle banche centrali (soprattutto titoli di Stato e cartolarizzazioni di mutui o prestiti). Il collasso dei mercati finanziari - ad esempio nella forma di una crisi del debito europeo - si ripercuoterebbe sull'economia "reale", la quale è fortemente dipendente, sia dai prestiti che dalla domanda, la quale è finanziata dal credito generato nella sfera finanziaria. Tutto questo porterebbe a una svalorizzazione delle capacità produttive, che si manifesterebbe sotto forma di fallimenti di aziende, di risorse non più vendibili, e della merce forza lavoro che diventerebbe improvvisamente superflua. Ed è solo qui che per la politica di crisi borghese esiste ancora un «margine di manovra»: come già detto, è possibile determinare la forma che verrà assunta da questo processo di svalorizzazione. Vale a dire, la politica monetaria può seguire l'esempio di Erdogan e marciare verso l'Iper-Inflazione, oppure può seguire l'esempio di Schäuble, e imboccare la strada della deflazione attraverso il sadismo dell'austerità. Tuttavia, per una sinistra progressista ed emancipatrice, se vuole ancora agire sulla crisi secondo i suoi principi, c'è solo una prospettiva: la prospettiva di una critica categoriale. Anziché di concentrarsi in maniera opportunistica su delle pseudo-alternative immanenti, o su delle banalità borghesi [*26], dovrebbe essere preferibile denunciare, in quanto tale, il mostruoso fine in sé del capitale. Continua a essere, e a rimanere questo il solo presupposto fondamentale che può rendere concepibile un'alternativa al capitalismo, e di conseguenza una trasformazione del sistema.

- Tomasz Konicz - 11/6/2022 - Pubblicato su untergrund-blattle.ch - fonte: Exit! - [***]

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NOTE:

1 - https://www.tagesschau.de/wirtschaft/weltwirtschaft/iwf-weltbank-fruehjahrstagung-konjunkturprognose-101.html

2 - https://www.tagesschau.de/wirtschaft/konjunktur/weltbank-konjunktur-103.html

3 - https://www.konicz.info/?p=4616. Em português: https://www.konicz.info/?p=4632

4 -  https://www.spiegel.de/wirtschaft/unternehmen/weltwirtschaft-oecd-senkt-wachstumsprognose-deutlich-sieht-begrenztes-stagflationsrisiko-a-1cc0db29-8efa-451b-86ca-82bf9db06355

5 - http://www.konicz.info/?p=4389. Em português: http://www.konicz.info/?p=4405

6 -  https://www.nytimes.com/2022/06/07/us/politics/inflation-yellen.html

7 - https://tradingeconomics.com/united-states/full-year-gdp-growth

8 - https://lowerclassmag.com/2021/04/13/oekonomie-im-zuckerrausch-weltfinanzsystem-in-einer-gigantischen-liquiditaetsblase/. Em português: http://www.konicz.info/?p=4287

9 - http://www.konicz.info/?p=4389. Em português: http://www.konicz.info/?p=4405

10 - https://www.handelsblatt.com/finanzen/geldpolitik/beige-book-fed-us-wirtschaft-moderat-gewachsen-inflation-und-zinsen-machen-sich-aber-bemerkbar/28393622.html

11 - http://www.konicz.info/?p=4591

12 - https://www.heise.de/tp/features/Der-Aufstieg-des-deutschen-Europa-3370752.html

13 - https://www.ft.com/content/2869a8f3-bf59-437f-a795-4a3fbdc35cd4

14 - https://www.zeit.de/wirtschaft/2022-06/ezb-leitzins-inflation-notenbank-wende

15 - https://www.heise.de/tp/features/Der-Zerfall-des-deutschen-Europa-3370918.html

16 - https://www.spiegel.de/wirtschaft/statistisches-bundesamt-inflation-im-mai-erreicht-7-9-prozent-a-1ee957d1-5a15-463e-a58c-a6f423225cc5

17 - https://www.tagesschau.de/wirtschaft/weltwirtschaft/tuerkei-leitzins-erdogan-101.html

18 - http://www.konicz.info/?p=4892. In italiano: https://francosenia.blogspot.com/2022/06/il-tempo-dei-mostri.html

19 -  https://www.heise.de/tp/features/Politik-in-der-Krisenfalle-3390890.html

20 - https://www.untergrund-blättle.ch/wirtschaft/theorie/stagflation-inflationsrate-6794.html. Em português: https://www.konicz.info/?p=4632

21 - https://lowerclassmag.com/2020/04/27/corona-krisengespenster-kehren-zurueck/

22 - https://www.ft.com/content/2869a8f3-bf59-437f-a795-4a3fbdc35cd4

23 - https://tradingeconomics.com/united-states/interest-rate

24 - https://lowerclassmag.com/2021/04/13/oekonomie-im-zuckerrausch-weltfinanzsystem-in-einer-gigantischen-liquiditaetsblase/. Em português: https://www.konicz.info/?p=4287

25 - https://www.reuters.com/markets/europe/emerging-markets-drive-global-debt-record-303-trillion-iif-2022-02-23/

26 - https://exit-online.org/ In italiano: https://francosenia.blogspot.com/2020/12/gli-idioti-in-marcia.html

sabato 1 luglio 2023

La cauta sicurezza degli adolescenti…

«I diari di Joseph Cornell sono pieni zeppi di annotazioni che rivelano tutte le sue angosce. Si lamentava di un dolore al collo, che migliorava sempre quando arrivava a rendersi conto che, in realtà, egli aveva fiducia in sé stesso. Al contrario, possedeva una sicurezza aristocratica, la quale gli permetteva di muoversi con disinvoltura nel mondo di Manhattan, e gli consentiva di stringere amicizie significative con persone come Pavel Tchelitchew e Marianne Moore, di frequentare le sue ballerine preferite, e soprattutto, verso la fine della sua vita, conoscere Allegra Kent (...). Nell'ambiente cittadino, Cornell era una sorta di vagabondo da spiaggia, sempre in cerca di librerie e tipografie dove pescare quella miscellanea di scorie che erano arrivate provenienti dall'Europa e dai primordi degli Stati Uniti. Nei suoi diari, ricorda le impressioni che traeva dalle sue giornate in città, per quanto ci tenesse a ricordare come "quell'accozzaglia di scarabocchi fatti sul posto o a memoria era diametralmente opposta al naturale svolgersi della giornata".

Cornell non ha mai perso quella cauta sicurezza che di solito si associa agli adolescenti. Lui, era sempre l'uomo che sbirciava da dietro gli angoli. Specchi, vetri, riflessi sono temi costanti nei suoi diari (...) Nei diari, Cornell vede sempre due o tre cose contemporaneamente, come fossero in un collage o l'effetto di un montaggio. "Un cappuccino (di Grand o da Mott?), la foto di un operaio riflesso nello specchio & un orologio a pendolo". Era il 1956. (...) Le pagine del diario sono piene zeppe di impressioni aggrovigliate e sovrapposte in modo tale che - per Cornell - una giornata passata nella New York di metà anni Cinquanta, poteva sembrare una giornata passata verso la metà del XIX secolo»

(da: Jed Perl, New Art City, www.vintagebooks.com - pp. 321-322).

fonte: Um túnel no fim da luz