sabato 15 dicembre 2012

Livello 5

Level-Five-banner.jpg.scaled1000

Laura riceve l'incarico di completare un videogioco sulla Battaglia di Okinawa. L'obiettivo del gioco non consiste nel cambiare il corso della storia, ma di riprodurla così come è avvenuta. Ma, lavorando su Okinawa, incappa, dentro Internet, in una misteriosa rete parallela di informatori e testimoni della battaglia. In tal modo, verrà a conoscenza di aspetti della tragedia che cominceranno ad interferire con la sua vita. Level 5, come ogni videogioco procede per livelli. Il videogioco, finirà per diventare una metafora della vita, attribuendo "livelli" a tutto ciò che circonda i protagonisti. Intossicandoli.

Titolo: Level Five; Regia: Chris Marker; Interpreti: Catherine Belkhodja (Laura), Kenji Tokitsu, Nagisa Oshima;
Anno: 1996; Paese: Francia; Durata: 1h46

venerdì 14 dicembre 2012

13 anni fa

striscia

CHARLES M. SCHULZ
c/o UNITED MEDIA
200 MADISON AVENUE • NEW YORK, NY 10016
212-293-8500

14 dicembre 1999

Cari lettori, colleghi, compagni fumettari e amici vicini e lontani:

Ho sempre voluto essere un fumettista, e mi sento molto fortunato per aver potuto fare quel che amavo per quasi 50 anni. Tutti voi, stretti intorno a Snoopy, Charlie Brown, Lucy e Linus e tutti gli altri PEANUTS, siete stati per me una motivazione costante.
E' importante per me dirvi personalmente che ho deciso di ritirarmi e smettere di disegnare le strisce dei PEANUTS, dopo l'uscita giornaliera di lunedì 3 gennaio 2000 (e quella domenicale del 13 febbraio), per potermi concentrare sulla cura del mio cancro al colon. Anche se mi sento meglio dopo il recente intervento che ho subito, voglio concentrarmi sulla mia salute e sulla mia famiglia, senza la preoccupazione di una scadenza giornaliera.
Grazie per la vostra gentilezza e per il sostegno datomi nel corso degli anni, e per l'affetto manifestatomi da quando mi sono operato.

Sinceramente,

(firmato)

Charles M. Schulz

letteraschulz

Capa prima di Capa

capa0

Un anno prima che scoppiasse la guerra civile spagnola, Robert Capa era in Andalusia. "Quando arrivò, Capa non era ancora Capa, bensì André Friedman, perciò nessuno era interessato a quel tesoro che erano i negativi del suo viaggio" - sostiene Carmen Rengel, autrice de "Il viaggio andaluso di Robert Capa", un saggio che ripercorre il cammino del fotografo ungherese, inviato speciale all'estero. "Bevila a grandi sorsate", dice un verso di Brecht, riferendosi alla vita. Una filosofia cui Capa, in quel 1935, si attenne rigorosamente. "Era un ventiduenne avido di sensazione che, arrivato a Siviglia, voleva sentirne il polso. Durante quel viaggio" - spiega Rengel - " riuscì a godere di ogni cosa". Ancora non si era coinvolto politicamente e perciò era "più concentrato sul piacere che sulla sofferenza". Anche se era stato perseguitato nella sua natia Ungheria. Prima degli allori e della fama, André Friedman - solo un anno dopo, allo scoppio della guerra, avrebbe cambiato il suo nome in Robert Capa - soffrì l'anonimato e la precarietà del lavoro. Dopo aver cercato invano un'opzione per San Sebastian e Madrid, sarebbero state la passione solenne della Settimana Santa di Siviglia e la gioia della Festa d'Aprile, che gli avrebbero permesso di muovere i primi passi, fruttuosi, nella sua professione. Il suo obiettivo era sempre puntato su come le persone affrontavano, vivevano e digerivano gli eventi, piuttosto che sui cerimoniali. Era la sua mania, quella di guardare le persone, e non gli accessori.
Totalmente alieno alla devozione e alle confraternite, ai fronzoli e alle sivigliane, alla conoscenza autoctona degli appuntamenti primaverili della città, Capa pose rimedio alla sua ignoranza. Mescolata, nella sue lettere, si trova la descrizione della Settimana Santa e della Festa, come se fosse un'unica celebrazione. Concentrato assai più sugli effetti della fede, piuttosto che sulle figure che la generavano.
Scrive nelle sue note che è "la festa più sacra, e allo stesso tempo la più profana, d'Europa". Le strade di Siviglia "erano piene di gentiluomini a cavallo, dame con mantelli su vecchie carrozze, gitani, ballerini di flamenco, toreri, gente vestita in abiti folcloristici in modo arruffato, migliaia di turisti ubriachi e chiassosi, ragazzini che sparavano petardi e, soprattutto, spettacolari processioni religiose". E su queste si concentrò, anche se le sue immagini dimostrano come fosse alla ricerca dell'umano, assai più che del divino. Le sue fotografie sequestrano le facce, i gesti, le emozioni. Non un solo passo in processione, salvo per uno scorcio, in un angolo morto.

capa2

capa1

Delle tre immagini, le sole che ho trovato, due sono scattate durante la settimana santa; la terza durante la Festa. La prima ha catturato un bambino, durante la processione per San Fernando, un'asta in mano e la maschera sollevata, poco distante dagli "Accoliti di Cristo".
L'altra immagine della settimana santa è stata presa in prossimità del duomo. Non mostra in alcun modo i fasti e gli splendori delle confraternite, né il lusso della borghesia, stipata sui palchi. Si vede la gente umile che copre le scale, in piedi, dietro le sedie, accatastate a sbarrare il passaggio, al sole. Devozione e forza. Visi rugosi, bambini con le stampelle, poliomielitici, c'è anche una guardia col cappello tricorno.
"Che gioia in Spagna, quale intensità di vita!" - scrive in una lettera a sua madre, Julia. Ecco, la terza foto, sulle giostre volanti, i bambini con i calzoni corti di flanella.

capa3

Quando nel 1936, accompagnato dalla sua complice, personale e professionale, la fotografa Gerda Taro, André - che era adesso Robert - dovette confrontare l'orrore con la bellezza che aveva vissuto un anno prima, dovette confrontare il contrasto. Nel 1937, tornò ad Almeria, dove fotografò i rifugiati che erano scampati al feroce bombardamento di Malaga. Arrivò fino a La Granjuela, Cordoba, insieme ai resistenti repubblicani. Aveva cura di non scattare foto in cui ci fossero fucili o carri armati, perché uno sguardo racconta assai meglio il dolore e la dignità.

giovedì 13 dicembre 2012

Poeta per una sola notte

Marsiglia 800px-Marseillaise01

Siamo nel 1792, sono già un po' di mesi che l'Assemblea Nazionale Francese continua a discutere se si debba o meno dichiarare guerra alla coalizione di re ed imperatori. I girondini insistono sulla guerra, per potersi mantenere al potere; Robespierre, e i giacobini, si battono per la pace, per non mettere in pericolo l'assemblea e riuscire a prendere il potere nelle loro mani. Da parte sua, Luigi XVI, non sa che fare, però teme una rivoluzione interna. La Francia è una pentola a pressione, i giornali sfornano articoli nazionalisti e si discute in ogni angolo, mentre circolano le voci più disparate. Finalmente, il 20 aprile, il re di Francia dichiara guerra all'imperatore d'Austria e al re di Prussia.
La tensione, da Parigi, finisce per trasferirsi nelle città ai confini. Si arruolano volontari, si mobilita la guardia nazionale e si costruiscono fortificazioni. La provincia d'Alsazia, confinante con la Germania, è dove la tensione è maggiore, concretamente a Strasburgo, sulla riva francese del Reno. La gente si riversa nelle strade e nelle piazze. I reggimenti sfilano a passo di marcia; nella Piazza Maggiore, il sindaco Dietrich aspetta di tenere il suo discorso e salutare i soldati. Nei club e nei caffè discorsi infiammati. All'armi cittadini! Tremino le teste coronate, marciamo figli della libertà!
Per la sera, il barone Dietrich, sindaco di Strasburgo, ha indetto una festa pubblica, e il vino infiamma ancora di più i discorsi. Improvvisamente, in quest'atmosfera, il sindaco si rivolge ad un giovane capitano del Genio, di nome Rouget, che gli siede accanto. Si è ricordato che un anno e mezzo prima, quel simpatico ufficiale ha scritto una bella poesia alla libertà, per l'entrata in vigore della costituzione. Potrebbe scrivere qualcosa di simile, adesso!
Di notte, Rouget, a casa, irrequieto, cammina avanti e indietro, pensando alla composizione a venire. Nelle orecchie, i proclami, i discorsi, i brindisi del giorno prima. Aux armes, citoyens! Marchons, enfants de la liberté! Ma anche le parole, rubate nelle taverne, le facce dei contadini che temono per i campi della Francia. Comincia a scrivere.

marsiglia delisle_r

Allons, enfants de la patrie,
le jour de gloire est arrivé!

Poi si ferma. L'inizio suona bene ma ora serve il ritmo, e la melodia deve corrispondere al testo; prende il violino, il suono è quello del battito del cuore di tutto un popolo. Ricomincia a scrivere, come spinto dalla corrente. Non ha bisogno di inventare o di elaborare, è solo la rima quella che manca. Scrive, sempre più velocemente, come a passo svelto, i versi, le note musicali. Un vento lo sospinge. Non ricorda se le ha sentite pronunciare, le parole, o se le ha lette su qualche giornale, non importa, le mette sul foglio.

Amour sacré de la patrie,
conduis, soutiens nos bras vengeur;
liberté, liberté chérie,
combats avec tes défenseurs.

Arriva alla quinta strofa, l'ultima. E arriva anche l'alba, spegne le candele e si addormenta. Sul tavolo tutto il lavoro svolto. L'inno è terminato. Fuori risuonano i primi spari di una guerra appena cominciata, e svegliano Rouget dal breve sonno. Sa che sta succedendo qualcosa, ma non se ne ricorda, si alza e gli occhi cascano sul tavolo, sui fogli sparsi. Non ricorda di averli scritti, poi ... ah sì. la canzone che mi ha chiesto Dietrich, la marcia per le truppe del Reno. La guarda, mormora la melodia, non se ne sente troppo sicuro. Si rimette un po' in sesto, esce, diretto alla casa del sindaco. Lo incontra mentre quello sta facendo la sua passeggiata mattutina in giardino. Gli consegna l'opera. Come? E' già pronta? - si stupisce l'altro. Entrano in casa, Dietrich si siede al pianoforte e Rouget si dispone a cantare. Incuriosita dall'inaspettata musica mattutina, entra la moglie del sindaco, promette di fare più copie della canzone e di trovare un degno accompagnamento musicale, per la presentazione ufficiale del pezzo. Ma già la sera, Dietrich, da tenore, lo canta davanti ad un pubblico selezionato. Ci sono applausi, di cortesia!

Marseillaisenoframe

La Marsigliese non è fatta per ascoltatori che se ne stanno seduti in silenzio, ma per essere ripresa, per le strade, da soldati, da guerrieri. Non è stata composta perché un soprano, o un tenore, la cantino, ma perché la possa intonare una moltitudine, in marcia, come canto di lotta, di vittoria, di morte. L'inno di un popolo che canta per ricordare qualcosa a tutto il paese. E' stato l'entusiasmo che l'ha creato. Sarà l'entusiasmo di una rivoluzione a farne il suo proprio inno. Rouget non immagina nemmeno cosa ha fatto, quella notte! Ne è contento, ovviamente, gli ospiti lo hanno applaudito e si sono complimentati con l'autore. Nei giorni successivi, si limiterà a cantarlo a suoi commilitoni, nei caffè, e ne manderà delle copie ai generali dell'esercito del Reno. Intanto, per ordine del sindaco, la Banda Musicale di Strasburgo aveva cominciato a provare "La canzone di guerra dell'Esercito del Reno" finché, quattro giorni più tardi, la interpretò sulla Piazza Maggiore, davanti alle truppe schierate. Ma tutto finì lì, con rammarico per Rouget e Dietrich. Solo un bel momento e nient'altro, il trionfo di una notte, ben presto dimenticata.

MarsigliaPils_-_Rouget_de_Lisle_chantant_la_Marseillaise
All'estremità opposta della Francia, a Marsiglia, il "Club degli Amici della Costituzione" dà una cena per i volontari arruolatisi per andare in guerra. Sono più di 500 giovani soldati ed hanno tutti la medesima febbre patriottica che regnava a Strasburgo, la notte del 25 aprile. Anzi, con più passione ed ardore, secondo il carattere proprio ai Marsigliesi. D'un tratto, in pieno banchetto, un certo Mireur, studente di medicina, alza il calice. Tutti si zittiscono e lo guardano, in attesa di un discorso, di un'arringa, ma quello comincia ad intonare una canzone, nuova, sconosciuta a tutti. Nessuno sa dove né come l'abbia imparata. E' la scintilla nella polveriera, l'emozione taglia l'aria, l'emozione di 500 giovani, disposti a morire per la patria, in procinto di marciare verso il fronte, si riconoscono in quelle parole, in quella musica. Con i bicchieri alzati, cantano, come in un delirio. Per strada, la gente che sente un inno cantato con tale entusiasmo, unisce le sue voci al coro dei volontari. Il giorno dopo, migliaia di francesi, di marsigliesi, conoscono quella canzone.
L'inno è stampato nella mente, e nel cuore, dei 500 che vanno a marciare, vanno alla guerra; serve a marciare. Attraversano le città, e i contadini ascoltano, e cantano. Stupiti. E' "La Marsigliese", è il loro canto. Non è più un inno, è una canzone, di tutti, è una bandiera, è un atto di fede che li accompagna fino alla morte, accompagnato da trombe e dal battito dei tamburi. Poi, dopo, Servan, ministro della guerra, riconoscerà la forza tonica ed esaltante di quello straordinario canto di guerra ed ordinerà che venga mandato, in centinaia di migliaia di copie, a tutti i quartieri generali.

marsigliese

Nel frattempo, in una piccola guarnigione di Hüningen, Claude Rouget, l'autore, si era dimenticato dell'inno da lui composto. Poi, un giorno, legge sui giornali che c'è un nuovo inno intitolato "Canzone dei Marsigliesi"; ma non gli passa nemmeno per la testa che possa essere il suo, quell'inno. Nessuno, in Francia, sa chi sia l'autore, anche perché, nelle migliaia di copie stampate, l'autore viene dato come anonimo. La cosa buffa, l'ironia, in tutto questo, sta nel fatto che l'autore dell'inno della Rivoluzione non aveva né pensava niente di rivoluzionario; gli eccessi di quelli che avevano preso il potere lo aveva profondamente deluso. Quando, in agosto, i francesi, e la popolazione di Parigi, assaltarono la Tullerìas e costrinsero il re ad abdicare, Rouget era inorridito. Amareggiato per essere venuto a sapere che l'inno, utilizzato per commettere simili eccessi, era il suo, arrivò al punto di negarsi a prestare giuramento alla Repubblica, e preferì abbandonare la carriera militare, piuttosto che servire sotto i giacobini.
L'amata libertà, la cara libertà del suo inno, non era una parola vuota per lui, che considerava i nuovi tiranni e despoti della Convenzione, uguali a quelli delle monarchie straniere. Ed arrivò ad esprimere pubblicamente tale disprezzo, al Comitato di Salute Pubblica, quando il suo amico Dietrich, il padrino della "Marsigliese", insieme a tutti gli altri ufficiali ed aristocratici che erano stati i primi ad ascoltarla, venne condotto alla ghigliottina. Per questo motivo, venne arrestato come controrivoluzionario, e processato. L'autore della Marsigliese, accusato di tradimento e condannato a morte!
Solo l'apertura delle prigioni, avvenuta nel 1794, in seguito alla caduta del Regime del Terrore, salverà la testa Rouget.
Passerà il resto della sua vita ad arrangiarsi, spogliato della sua uniforme e privato della pensione, perseguitato dai creditori. Fino al luglio del 1830, quando, in seguito alla rivoluzione che riporterà la sua melodia sulle barricate, il re borghese, Luigi Filippo, gli assegnerà una pensione, in quanto autore della Marsigliese, 38 anni dopo che l'aveva scritta. Quando muore, nel 1836, nessuno conosce il suo nome. Dovranno passare altre generazioni, fino ad un'altra guerra, la grande guerra, la prima guerra mondiale, quando "La Marsigliese" torna ad essere l'inno nazionale della Francia.
Si ordinerà che il corpo dello sconosciuto capitano Rouget venga riesumato e che venga, di nuovo, interrato nell'Hôtel des Invalides, a Parigi.
Triste fine, per l'autore di una canzone immortale, poeta di solo una notte.

Marsiglia Rouget_de_Lisle_

fonte: http://www.sentadofrentealmundo.com

mercoledì 12 dicembre 2012

persecuzioni religiose

ateo

Dai paesi cristiani fino a quelli islamici, gli atei subiscono discriminazioni e persecuzioni, inclusa la pena di morte e l'ergastolo, oltre alla privazione della cittadinanza, dell'istruzione e dell'assistenza medica. Lo afferma un rapporto pubblicato dall'Unione Internazionale Umanista ed Etica, uno studio intitolato "Libertà di Pensiero 2012: Un rapporto globale sulla discriminazione contro gli umanisti, gli atei ed i non-religiosi".
Vengono commentate le leggi che violano la libertà di coscienza in 60 paesi, e vengono elencati vari casi individuali, dove gli atei sono stati perseguitati a causa delle loro convinzioni. La peggiore discriminazione ha luogo in paesi come l'Afghanistan, l'Iran e il Pakistan. Inoltre, in paesi come il Bangladesh, l'Egitto e l'Indonesia è rigorosamente proibito pubblicare scritti in cui viene espresso il punto di vista ateo o umanista. Nella maggior parte di tali paesi, i cittadini sono obbligati a registrarsi come appartenenti ad una religione che sia ufficialmente riconosciuta: normalmente il cristianesimo, il giudaismo o l'islam. Diversamente, i cittadini non hanno diritto a ricevere assistenza medica, a guidare, a frequentare l'università o a viaggiare all'estero. Cosa che obbliga i non-credenti a mentire.
Ma non sono solo i paesi orientali a perseguitare la libertà di coscienza. Anche l'occidente illuminato è assai poco tollerante con certi gruppi della popolazione, secondo questo studio. Negli Stati Uniti, per esempio, dove almeno in sette stati, gli atei non possono essere dipendenti pubblici, mentre in Arkansas non possono fare testimonianza in tribunale.
In Svizzera, nel 2010 un maestro di scuola è stato licenziato per aver reso pubbliche le sue preoccupazioni sul fatto che lo stato promuova la religione cattolica nelle scuole.
"Abbiamo informato il maestro che è stato licenziato per aver rimosso il crocefisso dall'aula della scuola pubblica dove lavorava" - assicura il rapporto, menzionando questo caso, insieme a molti altri.
Heiner Bielefeldt, rappresentante speciale dell'ONU per la libertà di Religione e di Credo, si è espresso a favore della pubblicazione dello studio, ed ha mostrato preoccupazione per la mancanza di attenzione che i gruppi, e le associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, mostrano rispetto alla violazione dei diritti dei non credenti.
Qui il pdf del rapporto completo.


fonte: http://actualidad.rt.com/

martedì 11 dicembre 2012

MiseryVille

miserville

Pipe City, 1932 (foto di M.L.Cohen)

Durante la Grande Depressione, degli uomini senza fissa dimora crearono una comunità chiamata Pipe City, conosciuta anche come Miseryville.
L'insediamento si trovava all'imbocco delle Diciannovesima Avenue, ad Oakland, California. Servendosi delle grosse tubature per le fogne, appartenenti alla "American Concrete and Steel Pipe Company", quegli uomini crearono abitazioni di fortuna sul terreno della Compagnia. Per poter beneficiare di un tubo (come abitazione), si richiedeva che si dovesse essere disoccupati, senza fissa dimora, affamati e trasandati, ma non disperati!

lunedì 10 dicembre 2012

misure

gini

Il divario fra i ricchi ed i poveri, in Cina, è cresciuto a tal punto da  fare della seconda potenza economica mondiale, uno dei paesi con maggior tasso di disuguaglianza al mondo. Secondo un'inchiesta, pubblicata da un istituto legato alla banca centrale cinese, il "coefficiente di Gini", nel 2010, è arrivato allo 0,61; laddove il valore "zero" rappresenta una società perfettamente egualitaria dove tutti dispongono dello stesso reddito, mentre il valore "1" descriverebbe una società dove tutte le ricchezze sono concentrate nelle mani di una sola persona (un padrone ed i suoi schiavi).
Attualmente, le disparità di redditi, tra le famiglie, in Cina, sono enormi", argomenta lo studio realizzato da questo centro, creato dall'Istituto di Ricerca sulla Finanza che dipende dalla banca centrale. "Coefficiente di Gini, pari allo 0,61, sono assai rari nel mondo", sostengono gli autori della ricerca.
La crescita delle diseguaglianze sociale è una delle principali preoccupazioni, per il regime comunista cinese, che si trova costantemente di fronte a tutta una serie di problemi, provocati dalla corruzione dei suoi dirigenti locali.
L'indice, sviluppato dallo statistico italiano Corrado Gini, viene considerato un dato particolarmente sensibile, dal governo, che ha evitato di renderlo noto per più di un decennio. L'ultimo indice Gini, per la Cina, risale al 2000, ed allora si attestava sullo 0,412. La cifra attuale, piazzerebbe il paese in testa ad un gruppo di altre 16 nazioni che la Banca Mondiale ha classificato secondo il coefficiente Gini per l'anno 2010.
Per l'anno 2008, la lista della Banca Mondiale comprendeva 47 paesi, di cui il più "ineguale" era l'Honduras, con lo 0,613. Secondo il Global Times, che ha reso pubblici, una settimana fa, i risultati dell'inchiesta, il divario fra ricchi e poveri in Cina ha raggiunto un livello allarmante.

fonte:  http://juralib.noblogs.org

profeti

brunner0

"I governi sopravvivono grazie alle minacce e ai traumi. Il popolo più facile da governare è il popolo debole, povero, superstizioso e preferibilmente terrorizzato da quello che gli può riservare il futuro, e a cui viene costantemente ricordato che la gente comune deve stendersi sullo stagno quando i suoi superiori vogliono attraversarlo senza bagnarsi".

brunner

Hackers, virus informatici, worm e trojan, sovrabbondanza di informazioni, reti di computer e perdite di dati del tipo Wikileaks. No, non è il 2012, anche se nel libro sembra che si parli del 2012. Solo che è stato scritto nel 1975, e se nella fantascienza esistesse un premio per il miglior profeta, dovrebbe senza dubbio andare a John Brunner, l'autore di "Codice 4GH" (The Shockwave Rider).
Ovviamente, non è necessario azzeccare le previsioni, per essere un buon autore di fantascienza; un genere che, nella maggior parte dei casi, non è altro che una proiezione, nel futuro, dei nostri problemi attuali. Ci sono stati e ci sono autori, come Orwell, Huxley, e persino Saramago, che hanno utilizzato, e utilizzano, l'allegoria per parlare della società in cui vivono, senza che per questo le loro previsioni si siano realizzate. Altri scrittori, come Verne, sono riusciti a immaginare, relativamente, alcune innovazioni scientifiche, senza però mai calarsi nell'analisi sociologica.
Brunner, invece, riesce a mettere insieme il meglio delle due cose. Disseziona la società del suo tempo, la proietta nel futuro, ne trae delle conclusioni sociologiche, e le azzecca!
Riesce a profetizzare l'attuale Internet, e ci riesce nel 1975! E, sempre nel 1975, prevede il momento storico attuale, compreso il suo livello di degradazione morale, di corruzione politica e di miseria umana, cui ci ha portato il capitalismo. Vien da chiedersi, come abbia potuto riuscire a parlarci, nel 1975, dell'angoscia esistenziale di un hacker e della sua immensa responsabilità a fronte della criticità dei sistemi, continuando a fare debug delle linee di codice, mentre tutto crolla intorno a lui; doveva essere una cosa assolutamente inconcepibile per un abitante della Terra del 1975, a meno che non fosse ... un viaggiatore del tempo!!!
Quel libro parla del mondo in cui noi adesso viviamo, un mondo perfettamente riconoscibile. Non è un libro facile da leggere, ha una struttura decisamente caotica, e assomiglia in questo alla rete di dati di cui parla, con continui "input" di informazioni della più disparata origine, e del più diverso genere.

"Non pensare al futuro; questo è un tuo diritto. Ma non ti lamentare se poi ti prendono alla sprovvista".

sabato 8 dicembre 2012

virus

waits

Nel 2002, dopo aver letto un articolo scritto da John Densmore - ex-batterista dei Doors - a proposito dei musicisti che permettono che il loro lavoro venga usato per degli spot commerciali, Tom Waits (che aveva vinto, dieci anni prima, una causa per dieci milioni di dollari, contro la "Frito Lay" che aveva usato una sua canzone per vendere "Doritos") scrive a "The Nation" la seguente lettera, in cui ribadisce la sua opinione in materia.

Woodland Hills, California

   Grazie per per l'eloquente "tirata" di John Densmore dei Doors, sul tema degli artisti che permettono che le loro canzoni vengano usate per degli spot commerciali ("Riders on the Storm", dell'8 Luglio). Avevo già parlato, per quanto possibile, di questo argomento ancor prima del caso della "Frite Lay", laddove avevano usato una cover della mia canzone "Step Right Up", così convincente che sembrava cantata da me. Alla fine, dopo molti processi e tribolazioni, abbiamo vinto e la corte ha sancito che la mia voce è di mia proprietà.
   Le canzoni portano in sé informazioni emozionali ed alcune canzoni ci riportano indietro ad un tempo struggente, ad un luogo, ad un evento della nostra vita. Non c'è da meravigliarsi se una corporazione cerca di scroccare un passaggio sul fascino che certe canzoni emanano, per spingerti a comprare una bibita, un paio di mutande o un'automobile, mentre sei in trance. Artisti che fanno soldi per pubblicità velenosa che pervertono le loro canzoni. Questo le riduce a livello di sigle pubblicitarie, "jingle", una parola che descrive il suono degli spiccioli nelle tue tasche, questo è quello che diventano le tue canzoni. Ricordati che quando vendi una canzone per uno spot commerciale, stai vendendo anche il tuo pubblico.
   Quand'ero un ragazzino, ho visto un artista che ammiravo fare uno spot pubblicitario, e ho pensato, "Peccato, deve avere davvero bisogno di soldi". Ma ora la cosa è diventata pervasiva. E' un virus. Gli artisti si mettono in fila per fare pubblicità. Il denaro e la visibilità sono troppo allettanti per molti artisti, perché possano rifiutare. Le aziende sperano di riuscire a sequestrare le memorie della cultura per i loro prodotti. Vogliono per sé il pubblico di un artista, la sua credibilità, la sua buona volontà e tutta l'energia che le canzono racchiudono, per come le hanno raccolte nel corso degli anni. Loro succhiano via la vita ed il significato dalle canzoni e le impregnano delle promesse di una vita resa migliore dal loro prodotto.
   Alla fine, gli artisti andranno sul palco, ricoperti da centinaia di marchi commerciali, come gli autisti delle auto da corsa. John, rimani pulito. La tua credibilità, la tua integrità ed il tuo onore sono cose che nessuna azienda sarà mai in grado di comprare.
  
   TOM WAITS
  
fonte: http://www.lettersofnote.com

venerdì 7 dicembre 2012

Egitto

Copio e incollo da http://debord-encore.blogspot.it/2012/12/linsurrection-egyptienne-2012.html
Nel 2011, all'inizio dell'insurrezione Egiziana venne diffuso questo piccolo PDF, tratto da un manuale cartaceo di 9 pagine, da allora circola per le strade d'Egitto. Il PDF è tuttora rintracciabile e scaricabile dal P2P. Più sotto se ne può vedere qualche foglio.
A quest'ora, i nostri compagni egiziani combattono nelle strade del Cairo contro l'oppressione poliziesca/islamica/capitalista.
La libertà è il crimine che contiene in sé tutti i crimini. E' la nostra arma assoluta!

0 manuel 20111 manuel 2011
2 manuel 20113 manuel 2011
5 manuel 20116 manuel 2011

7 manuel 2011

la donna che uccise Liberty Valance

western

Ci stiamo perdendo un sacco di "western"! Parecchio, e parecchio buono, e questo avviene perché quasi nessuno lo legge. Quello scritto, è il miglior western che esista, e quest'opinione si basa sul fatto che il western nasce dalla realtà indiscutibile di un tempo che fu: quello in cui l'uomo aveva bisogno di mistificare un'epoca, la conquista di un territorio, doveva stabilire una frontiera e creare un nuovo mondo davanti ad essa. E allora, non aveva cineprese per aiutarsi a farlo. Lo fece, e assai bene, mettendo insieme una parola dopo l'altra: scrivendo. Oramai sono molte le generazioni che hanno avuto accesso al cinema e che sono arrivate a pensare che i film, in sé stessi, siano fondativi delle storie che narrano, solo a partire dal semplice fatto che le filmano. Sarebbe come dar valore all'opera di Omero, solo a partire da "Troy", di Wolfgang Petersen. Un Omero del selvaggio west; anzi, ce n'è più di uno! Scrittori di qualità straordinaria che superavano, di gran lunga, con le loro storie, gli adattamenti cinematografici. Altri, riposano più tranquilli, nelle loro tombe, sapendo che i miti dei quali sono gli autori sono stati trattati con giustizia e rispetto, dal cinema.

westerndorothy-m-johnson

Per esempio, non fu John Ford ad uccidere Liberty Valance - servendosi della perizia di John Wayne, nell'uso del winchester; per lo meno, non è stato il primo a stendere quel mascalzone che usava, per castigare il prossimo, la frusta con un manico corto e grosso. A levarlo dal mondo, per prima, se ne occupò una donna, di nome Dorothy, usando l'arma del suo talento narrativo. Già, il Far West, questa specie di Valhalla di uomini duri e non rasati, uomini che bevevano il più cinematografico dei super-alcolici, questo mondo ce lo ha consegnato Dorothy M.Johnson, una signora! Senza macchina da presa, con la scrittura. La conosceva bene la qualità della scrittura di Dorothy, John Ford. Quel maniaco alcolizzato ne trasse profitto dal racconto sul sadico Valance, e riuscì a tirarne fuori tutta la scarna poesia che c'era, per farne un grande capolavoro. Certo, di capolavori, Ford ne realizzò almeno una dozzina. Ma dietro a ciascuno c'era dietro un grande scrittore. Non c'è da scandalizzarsi, è così che funziona il cinema.
In "Ombre Rosse", per esempio, si respira l'essenza della trama del racconto di Ernest Haycox, come è riconosciuto nei titoli del film. Ma il racconto di Haycox, pur notevole, è inferiore alla realizzazione drammatica della pellicola di Ford. Qualcuno dice che Ford si relazionò anche col racconto "Boule de suif", di Guy de Maupassant, cui la storia di Haycox si sarebbe ispirata. Invece, con ogni probabilità, la disperazione, il dolore la tragedia dei personaggi di "Ombre Rosse" si ispira al racconto di Bret Harte, "The Outcasts of Poker Flat". Una storia terribile, dove la sofferenza di alcuni poveri diavoli, scacciati da un villaggio - fucile alla mano - dal "comitato per la decenza", trascende i personaggi nel momento in cui devono confrontarsi con la morte collettiva, sulla sierra, per il freddo e la fame. Qui, l'autore tira fuori dai personaggi la parte più nobile, la migliore, quella della dedizione agli altri: come quando scoprono che la vecchia prostituta, la prima a morire di fame, giorno dopo giorno si privava della sua misera razione di cibo, per darlo alla ragazza del gruppo, quasi una bambina. Proprio come avviene in "Ombre rosse", dove la generosità trascende e rende grandi "gli espulsi", in una situazione di minaccia e pericolo per le loro vite. Bret Harte, un Omero, all'altezza di Dorothy M. Johnson, creatore ineguagliabile di tanti altri western, di cui noi - non leggendolo - ci priviamo.
Anche in un altro film di Ford - "Sentieri Selvaggi" - si nasconde Dorothy, fra una sequenza e l'altra. Scorre, dentro il film, come un ruscello, silenzioso e mite. Non si sa, o non si dice, però lei sta lì. Non dentro la sceneggiatura, ma nella sua carica drammatica. Sta dentro lo sguardo di disgusto e di odio immenso che Ethan rivolge alla pioniera pazza, salvata dall'esercito dopo essere stata rapita dagli indiani e che, fra grida e gemiti, afferra con disperazione una bambola di stracci, per poi cullarla nelle sue braccia. Uno sguardo femminile sulla devastazione che la guerra degli uomini produce.
Sta anche dentro il senso di inquietudine e di perdita, espresso dalla madre che vede il suo amato Ethan partire in cerca della banda di comanches che ha attaccato un ranch. Ford era come una sorta di spugna che assorbiva tutta la buona letteratura.

westernbret-harte-2

Ne "L'uomo che uccise Liberty Valance" prende parecchio della storia originale. Ci sono tre colonne portanti: il carattere sadico di Valance, l'atteggiamento sconcertante di Stoddard (Jimmy Stewart) e, soprattutto, la dedizione assoluta - per amore - di Donyphon (John Wayne). Un amore così potente che lo farà rinunciare all'amata in favore di Stoddard. Ford di suo, fra l'altro, ci mette la disperazione emotiva di Donyphon quando, ubriaco, brucia la sua propria casa; la casa che aveva costruito con le sue mani, per lei, la sua illusione, la sua vita.
I racconto della Johnson è superiore, almeno in uno delle due rimanenti colonne: la descrizione di Stoddard che viene ritratto come un irritante viziato dell'est, anche cinico. Capace solo di sentirsi motivato dall'odio profondo che prova per Valance, che lo ha umiliato, picchiato e abbandonato nel deserto. Paradossalmente, Valance acquista una luce quasi positiva perché tira fuori il peggio, da Stoddard (Ramsom Foster, nel racconto). Ford, invece, sceglie di ritrarlo, fin dal principio, come un nobile lottatore, poco portato per la vita del selvaggio west.
"Non ho potuto dare la vera risposta: egli era il mio nemico; egli era la mia coscienza. Lui mi ha reso quello che sono" - questo, il pensiero che il vecchio senatore Foster (nel racconto) non ha osato rivelare al giornalista, davanti al cadavere di Barricune (Donyphon, nel film), cui ha rubato l'illusione di vivere, strappandogli l'affetto dell'amata. "E' stato il mio amico per tutti questi trent'anni" - mente, invece.
Un estremo cinismo che non ha domicilio dentro la pellicola di Ford.

giovedì 6 dicembre 2012

la storia … inventata

Le drapeau de la victoire

Era il 3 di maggio del 1945, quando la rivista Ogonjok pubblica questa fotografia, scattata un giorno prima. Un fotografo russo era nel posto giusto al momento giusto, e così aveva potuto scattare una foto che poi è diventata storia. Il fotografo di cui stiamo parlando si chiamava Yevgenni Jaldei, o Khaldei, ed era un russo, ebreo ucraino per l'esattezza, nato nel 1917. Dalla sua macchina fotografica sarebbero scaturite altre foto della seconda guerra Mondiale e del processo di Norimberga, ma questa, sopra riprodotta, sarebbe rimasta per sempre la più nota. La macchina fotografica utilizzata da Khaldei era una Leica, e la bandiera era stata praticamente "costruita" a mano. Un uomo di nome Grisha, che lavorava presso l'intendenza russa, aveva dato al fotografo, dietro richiesta di questi, un mantello rosso. Poi, lo stesso Jaldei, insieme ad un suo amico sarto, ci aveva cucito sopra falce e martello, dopo averle ritagliate, e avevano dato forma alla bandiera sovietica. Perciò, quella che andò a sventolare sopra Berlino non era propriamente una bandiera, ma un mantello.
L'uomo che regge la bandiera rossa che sventola sul Reichstag, è un soldato di nome Aleksei Kovalyev. Lo accompagnano in questa sua avventura altri due soldati. Quando la foto venne stampata, ci si rese conto che Kovalyev portava due orologi, uno per polso. Una chiara prova del diritto di saccheggio, esercitato dall'armata rossa a Berlino. Per poter pubblicare la foto, Khaldei si vide costretto ad eliminare, con un aerografo, quel dettaglio dalla fotografia. In seguito, vennero fatte altre modifiche per rendere l'immagine ancora più drammatica: ancora più fumo, un cielo diverso ...
Poi, per dirla tutta, quella non fu affatto la prima volta, in quei giorni, che si innalzava la bandiera sovietica sul Reichstag. Già il 30 aprile, 3 giorni prima, un altro soldato che si chiamava  Mikhail Minin aveva scalato l'edificio, salendo fina in cima per sventolare la bandiera sovietica.
Un po' com'era successo con la foto dei soldati americani e la loro bandiera sul monte Suribachi, la foto di Iwo Jima.

khaldei_goering

fonte: http://curistoria.blogspot.it

mercoledì 5 dicembre 2012

Mimosa

mimosa

"Mimosa", era il nome con cui era conosciuta Georgete Léontine Roberte Kokoczynski. Era nata il 16 agosto del 1907 a Versailles, in una famiglia della media borghesia. All'età di 16 anni, incapace di continuare a vivere con i genitori, se ne andò a Parigi, dove iniziò a frequentare i cabaret di Montmatre, e fu subito attratta dallo spettacolo e dalla poesia. Nel 1925, fondò il gruppo "Educazione Sociale", insieme all'anarchico Fernand Fortin, e cominciò a prendere parte a manifestazioni e festival. Fu nel 1928, a Parigi, che cominciò ad usare il nome d'arte di Mimosa, quando iniziò a far parte di un gruppo teatrale che aggiungeva colore ai meeting anarchici, per mezzo di canzoni e recite. Nello stesso periodo prese il diploma di infermiera, e nel 1931 sposò il giornalista socialista Miecsejlaw Kokoczinski, di cui prese il cognome.
Fu il 28 agosto 1936, partecipando ad una manifestazione di sostegno alla rivoluzione spagnola, che prese la decisione di raggiungere la Spagna. Il 18 settembre dello stesso anno andò ad arruolarsi nel Gruppo Internazionale della Colonna Durruti. Inviata sul fronte aragonese, insieme alle anarchiche tedesche Augusta Marx e Madeleine Gierth, si occupava dell'infermeria e della cucina. Mimosa morirà il 17 ottobre del 1936 nella battaglia di Perdiguera, vicino Saragozza. I dettagli della sua morte non sono noti, ma, a quanto pare, sarebbe stata catturata dalle truppe franchiste, che poi l'avrebbero fucilata insieme ai suoi compagni maschi. Il corpo, stando a qualche testimone, verrà poi bruciato in un fienile. Racconta invece Antoine Gimenez che fu catturata insieme ad Augusta Marx, e le due donne, nude e sventrate, ma ancora vive, vennero gettate sulla linea del fronte, dove un compagno mise fine alla loro sofferenza.
Kyralina (alias Lola Iturbe), in un articolo sulla battaglia di Perdiguera, dove il gruppo internazionale della colonna Durruti subì pesanti perdite, scrive: "Tra i combattenti internazionali c'era Georgette. Dapprima, l'attacco fu un successo, i nostri miliziani riuscirono a raggiungere di sorpresa le case periferiche della cittadina; ma poco dopo rimasero completamente accerchiati. Durruti diede loro l'ordine di ritirarsi, ma la cosa poté essere attuata solo in parte, dal momento che erano schierate forze ribelli di cavalleria, molto consistenti. Cinquanta combattenti che non sarebbero mai più tornati indietro vennero abbandonati sulle strade di Perdiguera. Un gruppo, di francesi, di italiani e di qualche tedesco, si asserragliarono dentro una casa e resistettero. Finché durarono le granate e le munizioni, continuarono a tenere a bada l'attacco dei fascisti. Una volta finite, accerchiati, venne loro fatta l'offerta di arrendersi, diversamente l'edificio sarebbe stato dato alle fiamme. Nessuno acconsentì ad arrendersi. Ciascuno di quegli eroi venne bruciato a morte, e Georgette fra di loro. Aveva 27 anni."
Iturbe scrisse ancora, nel 1937, sulle modalità della morte di Mimosa.
"Ci sono molte versioni a proposito di quello che accadde. Secondo alcuni prigionieri (...) venne fucilata dai fascisti insieme ad altri tre compagni. Stando alla versione della Commissione di Guerra, venne fucilata ed il suo corpo venne bruciato in un fienile che gli uomini di Franco avevano dato alle fiamme. Non sapremo mai i dettagli precisi della sua morte, dal momento che i testimoni più vicini erano lontano dal luogo della tragedia. Una cosa è certa: venne uccisa dai fascisti in modo atroce. E questa è stata la fine di Mimosa (...)"
Mimosa teneva un diario durante il suo tempo passato in Spagna. Venne scoperto dopo la sua morte. Fortin lo copiò. L'originale si trova conservato presso l'Istituto di Storia Sociale, ad Amsterdam.

fonte: http://www.katesharpleylibrary.net/

martedì 4 dicembre 2012

sportiva!

violette1

Violette Morris nacque a Parigi, il 18 aprile del 1893. L'ultima nata, di sei fratelli; il padre decise che avrebbe passato la sua adolescenza nel convento dell'Assunzione di Huy. Nel 1914, all'età di 21 anni, nonostante fosse lesbica, decise di sposarsi con Joseph Gourad. Ben presto annoiata, si presentò come infermiera volontaria, per servire nell'esercito francese, nel corso della prima guerra mondiale. Lì, ebbe modo di guidare un'ambulanza, al fronte, durante la battaglia del Somme e Verdun. Finita la guerra, ci mise ancora qualche anno a divorziare, fino al maggio 1923. Era una donna fisicamente dotata, e già quand'era nell'esercito si era dedicata allo sport, diventando la prima donna francese a gareggiare nel lancio del perso e del disco. A quei tempi faceva furore il calcio femminile. Giocò in due squadre femminile, dal 1917 al 1926, ed arrivò ad essere seleziona per la squadra olimpica femminile francese.
Ma partecipò in molti altri sport, e venne selezionata per la squadra maschile di pallanuoto, considerato che era un'ottima giocatrice e non esisteva una squadra femminile. E, infine, era anche un ottimo pugile.

 violette11

Amava salire sul ring e picchiarsi con i soldati che, la maggior parte delle volte, ne uscivano sconfitti. Ancora, altri sport in cui si mise in luce furono: ciclismo su strada, motociclismo (la prima donna), automobilismo, ippica, tennis, tiro con l'arco, immersione, sollevamento persi, lotta libera e lotta greco-romana. "Qualsiasi cosa può fare un uomo, lo fa anche Violette", era il motto che contrassegnò gli anni più fulgidi della sua carriera, fra il 1921 e il 1924.

Ovviamente, il suo stile di vita non era propriamente quello solito tradizionale delle donne, in Francia, nei primi anni '20. A prescindere dalle sue attività sportive, Violette conduceva una sorta di doppia vita fuori dai campi di gioco. Amava la notte, il vino e le belle donne, che si racconta non le siano mai mancate. Ciò che incuriosiva nel giro di chi la conosceva bene, era come riuscisse ad essere un'ottima atleta pur continuando a festeggiare, a bere e a fumare fino a 3 pacchetti di sigarette al giorno.

violette2

Così, alla fine le negarono il rinnovo della licenza della FFSF (Federazione Francese Sportiva Femminile), a causa delle denunce per il suo stile di vita notturna. Venne esclusa dalle Olimpiadi estive del 1928. L'organismo sportivo alluse alla sua "mancanza di morale", anche perché, uno dei suoi amanti, Raoul Paoli, rese pubbliche le sue relazioni bisessuali, e non solo lesbiche. Paoli aveva deciso di separarsi da Violette dopo che lei si era sottomessa ad una mastectomia, al fine di poter guidare con maggior facilità le auto da corsa.
Dopo il 1928, ormai lontana da tutte le attività sportive, Violette mise su un negozio di ricambi per auto a Parigi, e si dedicò unicamente a costruire e guidare automobili da corsa.
A quel tempo, nella sua categoria, l'automobile non doveva superare i 400 kg., per cui l'abitacolo era molto stretto ed il volante premeva contro le tette. Una volta privatesene, delle tette, Violette gareggiò con molto più successo, nell'automobilismo professionale. Nel 1922, vinse la Parigi-Pirenei-Parigi, nella categoria 750 cc.Un anno dopo trionfò nella stessa gara e vinse anche la Parigi-Nizza. Nel 1926, vinse il Gran Prix di San Sebastiàn, e un anno dopo le 24 ore di Parigi. Nel 1934, vinse il Rally delle Dolomiti.

violette3

Era la fine del mese di dicembre 1935, quando Violette si lasciò sedurre dalla Gestapo. La Germania nazista la invitò come ospite d'onore ai giochi olimpici dell'estate del 1936, a Berlino, dietro ordine personale di Adolf Hitler. In cambiò, lei forni alla Germania i piani parziali della Linea Maginot, in più piani dettagliati dei punti strategici di Parigi e gli schemi di rifornimento principali dell'esercito francese. Tali informazioni si riveleranno vitali ai fini dell'invasione tedesca e della cattura di Parigi, nel 1940. Durante l'occupazione tedesca, Violette visse assai comodamente, piazzata in un casa galleggiante sulla Senna!
Una delle sue principali responsabilità, durante la guerra, fu quella di vanificare le operazioni della SOE (un'organizzazione britannica che forniva aiuti alla Resistenza). Per tutte queste attività, l'ex-atleta verrà poi condannata a morte, in contumacia.
Verrà giustiziata, non molto tempo dopo, da alcuni membri della resistenza francese, mentre camminava per una strada di campagna, insieme a due suoi dipendenti (uccisi anch'essi). Era il 26 aprile del 1944, ed aveva 51 anni (sì, c'è qualcosa di questo in "Bastardi senza Gloria", di Tarantino!).

violette4
Il suo corpo, crivellato di pallottole, fu gettato in una fossa comune.
Oggi, Violette Morris è un simbolo per le lesbiche di destra.

fonte: http://www.sentadofrentealmundo.com

lunedì 3 dicembre 2012

vecchie storie

amoros

Quello che colpisce, da subito, in questo libro, è la straordinaria ricchezza "sediziosa" degli anni sessanta, ed il contenuto essenzialmente libertario della contestazione; cosa che spiega come l'Internazionale Situazionista sia riuscita , a dispetto dei suoi mezzi assai limitati, ma con una grande intelligenza critica ad imprimere il proprio marchio al progetto di una rivoluzione sociale allora realizzabile: perfino gli alienati, i pazzi, aveva incominciato un processo di "s/pazzimento". Un pugno di individui aveva portato loro delle armi, di cui dopo, la storia, avrebbe dimostrato tutta l'efficacia.
Per rievocare tale periodo, Miguel Amòros nel suo libro, "Los situacionistas y la anarquía", si è basato sullo studio di una grande massa di documenti, di epistolari (alcuni inediti), di opuscoli, di edizioni critiche, perfino di conversazioni dirette con alcuni dei protagonisti; dipingendo in tal modo un quadro preciso e dettagliato dei rapporti che si vennero a stabilire fra l'universo libertario e l'internazionale situazionista, da prima della rivolta del maggio '68 fino alla sua esplosione.
Ci sarà, però, un rovescio della medaglia che si concretizzerà per la generazione successiva, all'inizio degli anni settanta. Viene messo in luce, dall'autore, senza indorare la pillola, il fallimento dell'intervento situazionista, determinato da un errore di valutazione del movimento storico, di cui la prima manifestazione sarà il "fiasco americano" e, ugualmente, anche il fallito intervento in Gran Bretagna.
Ma al di là delle relazioni fra l'internazionale situazionista e i diversi gruppi anarchici, più o meno legati alla Fédération Anarchiste, al di là del fallimento del tentativo di impiantarsi negli Stati Uniti, o del fallimento di integrare gli "Arrabbiati" nell'IS, quella che emerge dai documenti e dalle testimonianze, è la miopia delle burocrazie (libertarie o anarco-sindacaliste).
Dalla sprangatura della "Fédération Anarchiste di Maurice Joyeux" e del movimento anarchico nelle sue diverse composizioni, all'ossessiva stigmatizzazione di quei "marxisti dei situazionisti" (colpevoli agli occhi di alcuni di aver potuto osare di criticare e teorizzare quello che loro non erano stati capaci di osare immaginare), la "burocrazia considerata come un fine in sé" fallirà il suo incontro con il '68, come lo fallirà con gli anni seguenti; troppo occupata a praticare l'esclusione, a portare avanti delle operazioni di purezza o a celebrare dei lunghi processi per "stregoneria" ...

amorosmiguel

fonte: http://www.autrefutur.net

domenica 2 dicembre 2012

Elementare, Doyle!

600x350.fitandcrop

Arthur Conan Doyle, lo scrittore famoso per aver creato il personaggio di SHerlock Holmes - il detective deduttivo per antonomasia -, quel giorno era arrivato a Boston, per fare una conferenza. Sceso dal treno, fermò un taxi affinché lo portasse in albergo. Il tassita scese ed aiutò Doyle a sistemare le valigie nel bagagliaio, poi si mise alla guida e lo portò a destinazione. Per tutto il viaggio non fece alcun commento. Arrivati che furono, e lo scrittore mise mano al portafogli per pagare la corsa, il tassista, sorprendentemente, rifiutò il denaro. Invece, avrebbe avuto piacere che, al posto del denaro, gli fosse riservato un posto alla conferenza che Doyle avrebbe tenuto il giorno seguente. Il creatore di Holmes rimase assai stupito di essere stato riconosciuto, dal momento che non aveva accennato, in nessun modo, con l'autista, alla sua propria identità.
"E' molto semplice" - rispose il tassista - "Io sapevo che lei era in America per un giro di conferenze, e che sarebbe dovuto venire a Boston. Poi, nel bavero del suo soprabito ho notato polvere che mi sembra essere newyorkese, e inoltre vedo che ha un taglio di capelli nello stile di Filadelfia, dove è già stato ...". Quindi, di fronte allo scrittore che lo aveva interrotto, commentando che era meglio di Sherlock Holmes, chiuse il discorso dicendo: "Bene, inoltre, signor Doyle, la sua valigia ha un'etichetta con sopra scritto il suo nome."

fonte: http://curistoria.blogspot.it/

sabato 1 dicembre 2012

Al peggio non c’è mai fine!

peggio0

La Vedova colpisce ancora!!!

trasformare il mondo, cambiare la vita

themroc

Nato nel 1935, Claude Faraldo - autore di "Themroc", in italiano "Il mangiaguardie", con Michel Piccoli - ha girato in tutto cinque lungometraggi (Claudio o La jeune morte (1965), Bof! (1971), Themroc (1972) Tabarnac (1974) y Les fleurs du miel (1975)) e ha rappresentato alcune opere teatrali. Quella che segue, è un'intervista - forse vecchia, ma non datata - rilasciata a El Pais, il 16 marzo del 1979.


Domanda: Come sei arrivato a fare film?

Faraldo: Mi manca quella che si chiama una cultura, una formazione intellettuale. Per tredici anni ho lavorato. Ho fatto il camionista, ed ho militato politicamente. Fu durante uno sciopero che decisi di rompere con il partito, e poi di lasciare il lavoro. Ho viaggiato da un posto all'altro, senza fare niente, vivendo. Poi ho incontrato una donna che mi ha detto: «Perché non smetti di parlarne e, tutte queste cose che racconti sempre, non le metti in un film? Io ti aiuterei.» Così scrissi la mia prima sceneggiatura. Il mio primo film, non mi piace che venga visto, perché è troppo estetico, ho capito che lo avevo messo su per fare arte, delle belle immagini. Credo che non sia quello che si deve fare. Bisogna fare film che dimostrino alla gente che anche loro possono farli, che fare cinema non è così difficile e che non c'è bisogno di nessuna cultura o preparazione speciale per fare un film. Il maggio 68 mi ha permesso di rappresentare un mia opera teatrale, e così è successo che si parlasse anche di me. Grazie a questo, ho potuto realizzare "Bof!"

Domanda: Ritiene che i suoi film illustrino in qualche modo lo spirito del maggio francese?

Faraldo: No. Ho fatto i miei film a partire da lì. Il maggio 68 mi ha permesso di farli perché ci si trovava in un grande periodo di crisi e di confusione. I commercianti del cinema non sapevano cosa piacesse alla gente, erano confusi, grazie a ciò ho potuto fare un film come "Themroc", disgraziatamente è successo. Ora sarebbe impossibile girare un film così in Francia, senza dialoghi, senza musica, ecc.

Domanda: Sei contro la qualità abituale del cinema francese?

Faraldo: Assolutamente. Bisogna fare un cinema che serva alla gente per qualcosa. Le pellicole di Bergman non servono nemmeno agli intellettuali, perché raccontano storie che loro conoscono molto bene. Storie insignificanti e meschine del tipo "Ti amo, allora mi devi qualcosa!". E' un cinema borghese, su un senso di colpa cristiano che non ha più senso, un cinema che va contro la libertà dell'individuo. E Bergman ha talento, è un grande tecnico, ma traffica con idee vecchie che non hanno più senso. I suoi film sono fatti bene. Bergman non fa cinema perché gli altri poi possano farlo a loro volta e imitarlo, ma dice: «Voi occupatevi di scaricare casse, che al cinema ci penso io.». Non sono un cinefilo, al cinema ci vado appena. Ci sono film, di tutti i generi, che mi  piacciono. Per esempio, Milos Forman, un mio amico da molti anni, ha fatto un film stupendo in America, "Qualcuno volò sul nido del cuculo", in cui la gente si sofferma sul lato psicologico e clinico della storia. Mi ha preso completamente, quello che mi piace è che in questo film c'è l'America come la vede Forman. Ultimamente, sono cambiate molte cose. Anni fa, un operaio smetteva di lavorare e si sentiva finito, non era più niente. Ora incontri uno e ti dice: «Sono rimasto disoccupato per due anni, e cercherò di rimanerci ancora per un altro anno», e questo è molto buono. In "Themroc" parlo di questo. Parlo anche del fatto che fare l'amore con tua sorella va bene, se lei è d'accordo. Dobbiamo farla finita con i vecchi tabù borghesi. Ho scoperto la libertà molto tardi. Mi riferisco alla libertà individuale, intima, che è molto importante.

Themroc 1

Domanda: In che condizioni economiche è stato realizzato "Themroc"?

Faraldo: In "Themroc" ha lavorato molta gente, guadagnando però molto poco. La pellicola è costata 130 milioni di vecchi franchi. Ma l'importante è un'altra cosa. In "Themroc" ci sono alcune scene che si svolgono nella Metropolitana; io non potevo permettermi di pagare per avere i permessi, perciò siamo entrati con la forza e abbiamo girato le scene in un'ora e mezza, il tempo che ci volle loro per venire a proibirci di girare. Abbiamo girato mettendoci in mezzo alla gente con le videocamere, alle sei del mattino. La gente non guardava nella videocamera! Stavao in qualche modo costringendo le persone, era anche molto violenta, la cosa, abbiamo rischiato che ci spaccassero la faccia. Non lo dico per raccontare un aneddoto, ma per illustrare il contesto difficile in cui è stato realizzato il film. Tutto ciò sottolinea lo stile del film e presuppone un contatto molto reale con la vita, senza i trucchi del falso cinema-verità. C'è gente che mi dice: «Claude, è possibile scrivere dei buoni dialoghi. Non ti sei rotto i coglioni delle tue storie di operai che mandano tutto al diavolo?» Mi consigliavano di cambiare argomento, di fare film d'avventura. Forse avevano ragione. Però credo che quel che faccio non sia né facile né comodo. Giro un film perché ho un forte bisogno di collegarmi alle persone e mostrare determinate cose. Le mie pellicole sono reazioni vitali, non funzionano in riferimento ad altri film, oppure alla cultura in generale. Sono parte della mia vita. Non mi piacciono quelli che fanno film in un modo, e vivono la vita in un altro modo. Bisogna essere onesti e raccontare le cose che realmente si vivono, e in cui si crede. Per mezzo dei miei film, cerco di cambiare la mia stessa vita!

venerdì 30 novembre 2012

lettere e soldi

Hunter S. Thompson

Soldi, sempre soldi, l'ABC del denaro. Sono questo le lettere di Hunter Stockton Thompson. "Sono rovinato", oppure "Sono al verde", appaiono come le frasi più ricorrenti che questo giornalista, "gonzo", batte sui tasti della sua macchina da scrivere. Sono le sue preoccupazioni e il lato amaro del suo mestiere che fanno da contraltare agli argomenti, alle denunce, alle lotte e agli insulti che sparava con la sua 44 magnum di parole. Dentro la sua corrispondenza si annida tutta la fame, la miseria, il freddo, la guerra con il mondo dell'editoria, insieme ad una vita dissipata, all'alcol e alle droghe. Ma anche l'onestà e l'integrità di un giornalista compromesso solo con la sua scrittura e con i suoi principi.

Hunter-S-Thompson-hangover-640x710
La belligeranza di Hunter diminuisce pian piano col tempo, forse un po' come succede a tutti. Il giornalista sportivo (1955-1967) è un uomo sensibile e con un enorme talento che spesso diventa verbosamente smisurato ed aggressivo. E' talmente sicuro di sé che indugia ad insultare il cielo, senza esitazione. La seconda parte della sua vita (1968-1976), quella segnata da un approccio più politico e dal compromesso con il pubblico, dalla sua candidatura a sceriffo, da quel "Freak Power" con cui intendeva unire forze e voti, dalla sua presenza abituale su Rolling Stone, Playboy, The Nation.
Eppure, in tutto questo, non cessò mai la sua lotta con il proprio conto corrente.
Hunter era un giornalista che guardava dentro sé stesso, per poter raccontare quello che succedeva fuori. Era un uomo cui i fatti importavano assai meno di quanto gli importasse dei suoi fantasmi. Era uno scrittore che guardava il mondo attraverso il vetro appannato del suo bicchiere di whiskey. La sua voce era scomoda, nella sua epoca d'oro quando gli Stati Uniti affondavano nel pantano vietnamita, illuminati dal sole malato del Watergate. Ci sono le lettere a Katharine Graham, proprietaria del Washington Post, in cui rifiuta un'offerta di lavoro. Era l'epoca in cui bisognava neutralizzare Nixon e la sua banda di tagliagole. "Era l'animale che doveva essere abbattuto", scrive, quando si riferisce al presidente destituito. Non va dimenticato che Hunter era fermamente contrario alla guerra in Vietnam, mentre era inviato a Saigon per Rolling Stone, dove cercava di intervistare il colonnello  Vo Dan Giang del Governo Rivoluzionario Provvisorio del Vietnam. Non ebbe mai risposta, al pari di scrittori della statura di Faulkner o Mailer.
L'epistolario di Hunter fotografa, in ogni lettera, la lotta dello scrittore per la sopravvivenza. Spesso i personaggi che compaiono nelle missive, sono del tutto effimeri. Altri non lo sono, come nella corrispondenza con Tom Wolfe, o con Jimmy Carter. O con Jim Silberman, il suo contatto con la casa editrice Random House. Con Wolfe mantiene una corrispondenza fluida, fatta di rispetto reciproco, sebbene in uno scambio, arriva ad attaccarlo per il "nuovo giornalismo" che questi avrebbe creato. Wolfe non cade nella trappola, e l'amicizia sembra abbia continuato.
Nel tempo, Hunter, si evolve e matura. Passa dall'insulto irrazionale all'insulto educato e prudente. Anche quando la lingua incandescente di questo giornalista picchiatore si infiamma ancor di più. Sono lettere di vomito e di stelle, come quando si legge della pace che lo pervade, mentre nell'alba attraversa a bracciate la piscina di un hotel. Dimentico della sua sopravvivenza.

giovedì 29 novembre 2012

Socialisti Immediati

caffepoeti

Quello che segue, è un estratto di un libro di memorie, uscito postumo, scritto dal linguista Roman Jakobson. "Budetlyanin Nauki", il titolo potrebbe essere tradotto come "Futurista della scienza", anche se l'edizione inglese si accontenta di un più canonico "Futurist Years" (Anni futuristi).

Era subito dopo la rivoluzione di ottobe (1917), ero andato a far visita a Elsa (Triolet) (1) a casa sua nei presso di Pyatnitskaya Street. Suggerii di recarci al Caffè dei Poeti (2)...
Il pubblico era molto vario. C'erano alcuni attuali ex-borghesi che ascoltavano le poesie di Vladimir Mayakovsky, "Mangia ananas, e mastica fagiani, più non ti resta, borghese, un domani!" C'erano alcune persone della strada che non sapevano niente della poesia, c'erano alcuni giovani curiosi. A quel tempo, avevano già cominciato ad apparire i residenti delle case e dei palazzi occupati - gli anarchici. Quella notte, improvvisamente era apparso un anarchico, indossava una sorta di strana uniforme, quasi militare, e aveva cominciato ad esibirsi. Diceva: "Qui vengono lette delle poesie, ma io vi voglio raccontare com'è che mi sono sposato." E cominciò a leggere, con grande tecnica narrativa, una tecnica quasi farsesca, un noto testo popolare che esiste fin dal 18° secolo in varie versioni, una derisione di un matrimonio patetico e di una patetica, brutta, povera e disgustosa moglie. Qualcosa di folcloristico sopravviveva dentro di me, e mi avvicinai a lui: "Mi piacerebbe molto registrarlo, dal momento che lo hai raccontato così bene." - "No, sono venuto qui solo per svago e per divertimento. Venite da me!" - "Dove si trova?" - Si chiama la Casa dei Socialisti Immediati". Volevo andare a visitarla, ma non riuscii mai a capitarci, e ben presto gli anarchici vennero sloggiati ...
Prima che finisse la notte, quando il pubblico era relativamente poco, arrivarono i cekisti a controllare i documenti, per rendersi conto di che genere di persone ci fossero. Non ricordo se i miei documenti non fossero validi, o se non avevo per niente documenti con me, fatto sta che cominciarono ad infastidirmi, quando intervennero, da un lato, (Vasily) Kamensky (3) - "Lui è il nostro uomo, lavora con noi" -   e dall'altro, particolarmente forte ed impressionante, il "futurista della vita" Vladimir Gol'tsshmidt - e così i cekisti se ne andarono. Gol'tsshmidt era un uomo terribilmente forte, e spaccava assi di legno con la testa, al Caffè dei Poeti ...
Nella primavera del 1918, David Burliuk(5) viveva in una casa anarchica - c'erano un bel po' di situazioni allora di persone che vivevano in case anarchiche. Erano palazzi, aristocratici oppure solo ricchi, espropriati ed occupati centimetro per centimetro. Volodya (Mayakovsky) mi disse che Burliuk utilizzava in un qualche modo le porcellane ed i cristalli (di quelle case). Inoltre, aveva dei fratelli arruolati nell'Armata Bianca.

- Roman Yakobson. Budetlyanin nauki -

NOTE:

1 - Elsa Triolet (1896-1970), francese di origine russa, combattente nella Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale.

caffepoeti2

2 - Il Caffè dei Poeti venne aperto nell'autunno del 1917, all'angolo di Nastas'insky Lane con Tverskaya Street. I suoi clienti abituali erano anarchici. In tal proposito, Mayakovsky ricorda: "Molto spesso venivano gli anarchici. Avevano occupato l'edificio del un club di commercianti in Malaya Dmitrovka Street. Di tanto in tanto davano scandalo, cominciando a sparare. Gli anarchici, da parte loro, vedevano i futuristi come alleati, e il Giornale Futurista (Gazeta Futuristov), che venne pubblicato nel marzo 1918, era elencato come uno dei contatti anarchici sulla rivista Revolutionary Creativity (Revolyutsionnoye Tvorchestvo). La notte del 12 aprile 1918, la Ceka compì un raid contro gli anarchici moscoviti, e due giorni più tardi - non c'è dubbio sulla connessione - il Caffè dei Poeti venne chiuso".

3 - Vasily Kamensky (1884 - 1961) - poeta futurista russo ed aviatore.

4 - Vladimir Robertovich Gol'tsshmidt,"futurista della vita", uno degli organizzatori del Caffè dei Poeti, predicatore della filosofia della "salute e sole" . Il suo principale contributo alla storia dell'ambito futurista è stato la rottura di assi di legno sopra la sua testa .. sul palco della caffetteria. Gol'tsshmidt era strettamente collegato con gli anarchici. Dopo che il Caffè dei Poeti venne chiuso, andò a finire, come David Burljuk, in Estremo Oriente, l'ultima volta che venne visto era in Giappone.

caffepoeti3

5 -  David Burljuk (1882 - 1967) - russo, pittore futurista e poeta. Le memorie di Jakobson gettano una nuova luce sulla partenza improvvisa di Burljuk da Mosca dopo il raid della Ceka contro anarchici nel mese di aprile 1918. Il fratello minore di Burljuk, Nikolay (nato nel 1890) fu arrestato dall'Armata Rossa nel dicembre del 1920 e condannato alla fucilazione. Venne giustiziato il 27 dicembre.

fonte: http://www.katesharpleylibrary.net