sabato 22 aprile 2017

Una cosa insolita

noia

Nel 1961, Kurt Vonnegut pubblicò quello che è ancora oggi uno dei migliori racconti distopici di sempre. "Harrison Bergeron" tratteggia in poche, dense pagine una società paralizzata (in un’America “senza tempo”), in cui viene tecnicamente impedito a tutti di pensare: la gente guarda orribili e inutili programmi in tv, e per quelli un pochino più intelligenti l’Handicapper General – che tutto vigila e controlla attraverso i suoi agenti – ha predisposto un dispositivo radiofonico nelle orecchie, che a intervalli regolari trasmette allarmi, campane, esplosioni che impediscono a persone come George, il padre di Harrison, di “trarre un indebito vantaggio dal proprio cervello”. Il presupposto è che la cultura sia intrinsecamente pericolosa, dal momento che esaspera le contraddizioni invece di comporle, e impedisce il conseguimento di un’agghiacciante “uguaglianza”, basata sullo spegnimento delle funzioni intellettuali e critiche,  sulla stupidità programmata.

Harrison Bergeron
- di Kurt Vonnegut -

Correva l'anno 2081 e, finalmente, tutti erano uguali. Non erano uguali solo di fronte a Dio e alla legge. Erano uguali in ogni singolo aspetto. Nessuno era più furbo di nessun altro. Nessuno era più bello di nessun altro. Nessuno era più forte o più veloce di nessun altro. Tutta questa uguaglianza era dovuta agli emendamenti 211, 212 e 213 della Costituzione e alla incessante vigilanza degli agenti del Generale Livellatore degli Stati Uniti.

Però, alcuni aspetti del vivere non erano ancora a posto. Aprile, per esempio, continuava a far impazzire la gente per il suo clima non primaverile.
 
E fu in quel mese umido che gli uomini del G-L si presero Harrison, il figlio quattordicenne di George e Hazel Bergeron.

Fu una cosa tragica, certo, ma George e Hazel non furono in grado di rifletterci eccessivamente. Hazel era dotata di un'intelligenza assolutamente nella media, il che implicava che non fosse in grado di pensare a nulla, se non per frangenti brevissimi. E George, per quanto la sua intelligenza fosse al di sopra della media, aveva una radiolina mentale disabilitante in un orecchio. Era tenuto per legge a portarla costantemente. Era sintonizzata sulla lunghezza di una trasmittente governativa. Più o meno ogni venti secondi, la trasmittente inviava un suono secco per evitare che persone come George facessero un uso indebito del proprio cervello.

George e Hazel stavano guardando la televisione. Sulle guance di Hazel c'erano delle lacrime, ma, in quel momento, non si ricordava più quale ne fosse la causa.

Sullo schermo del televisore apparivano delle ballerine.

Un segnale acustico risuonò nella testa di George. I suoi pensieri si dileguarono, in preda al panico, come banditi messi in fuga da un antifurto.

«Davvero bello il balletto che hanno appena fatto» disse Hazel.

«Eh?» disse George.

«Quel balletto è stato carino» disse Hazel.

«Già» disse George. Tentò di riflettere un po' su quelle ballerine. Non che fossero particolarmente brave, comunque non più brave di quanto sarebbe potuto essere chiunque altro. Erano appesantite da piombi e da sacchetti di pallini da caccia e avevano i volti mascherati di modo che nessuno, vedendo movenze libere e aggraziate oppure un bel viso, si sentisse sciatto. George stava flirtando con la vaga idea che, forse, delle ballerine non dovessero essere menomate. Ma quella riflessione non fece molta strada prima che un altro suono nel suo orecchio disperdesse i suoi pensieri.

George trasalì. E trasalirono pure due delle otto ballerine.

Hazel lo vide trasalire. Siccome lei non aveva handicap mentali, dovette chiedere a George che tipo di suono fosse stato l'ultimo che aveva sentito.

«Come se qualcuno avesse colpito una bottiglia di latte con un martello da muratore» disse George.

«Immagino che debba essere molto interessante poter udire tutti quei suoni diversi» disse Hazel, un po' invidiosa. «Tutte le cose che escogitano».

«Un paradosso» disse George.

«Se io fossi il Generale Livellatore, sai cosa farei?» disse Hazel. In effetti, Hazel assomigliava tanto al Generale Periziatore, una certa Diana Moon Glampers. «Se io fossi Diana Moon Glampers» disse Hazel «farei suonare le campane di domenica. Semplici campane. Sostanzialmente in onore della religione».

«Se fossero solo campane, riuscirei a pensare» disse George.

«Be', magari le farei suonare a volume davvero alto» disse Hazel. «Credo che sarei davvero un bravo Generale Livellatore».

«Brava come tutti» disse George.

«Chi più di me sa che cos'è normale?» disse Hazel.

«Esatto» disse George. Iniziò a fare sprazzi di riflessioni sul suo figlio anormale, Harrison, che in quel momento era in carcere, ma una salva di ventun cannoni nella sua testa li interruppe.

«Cribbio» disse Hazel. «Una cosa insolita, vero?».

Talmente insolita che George era sbiancato e tremava tutto e aveva le lacrime ai margini dei suoi occhi rossi. Due delle otto ballerine erano crollate sul pavimento dello studio e si stringevano le tempie.

«Hai un'aria improvvisamente stanchissima» disse Hazel. «Perché non ti stendi sul divano, per posare sui cuscini il sacco delle menomazioni, tesoro?». Si riferiva ai ventuno chili di pallini da caccia contenuti in un sacco di tela, stretto intorno al collo di George senza che lui potesse sfilarselo. «Va' a posare il sacco per un po'» gli disse. «Non mi importa se per un po' non sei uguale a me».

George soppesò il sacco con le mani. «Non mi dà fastidio» disse. «Ormai, non me ne accorgo nemmeno più. Fa parte di me».

«Da qualche tempo sei stanchissimo, un po' esaurito» disse Hazel. «Se esistesse un modo per aprire un buco nel fondo del sacco e per tirarne fuori qualche pallino di piombo... Qualche pallino, niente di più».

«Due anni di prigione e duemila dollari di multa per ogni pallino che dovessi tirare fuori» disse George. «Non mi pare un grande affare».

«Se solo potessi tirarne fuori qualcuno quando torni a casa dal lavoro» disse Hazel. «Voglio dire, qui non devi competere con nessuno. Qui, devi semplicemente oziare».

«Se cercassi di trovare una via d'uscita» disse George «lo farebbe anche qualcun altro e in breve tempo ci ritroveremmo in un periodo di oscurantismo, con tutti che competono contro tutti. Non ti piacerebbe, vero?».

«Lo odierei» disse Hazel.

«Esatto» disse George. «Secondo te, nel preciso istante in cui la gente dovesse mettersi a frodare la legge, cosa succederebbe alla società?».

Se Hazel non fosse riuscita a tirar fuori una risposta a quella domanda, George non gliene avrebbe potuto fornire una. Una sirena stava scattando nella sua testa.

«Immagino che si sgretolerebbe» disse Hazel.

«Che cosa si sgretolerebbe?» disse George, con uno sguardo vacuo.

«La società» disse Hazel, senza troppa convinzione. «Non è quello che hai appena detto?».

«Chi lo sa?» disse George.

La trasmissione venne interrotta bruscamente da un'edizione straordinaria del telegiornale. All'inizio, non era chiaro quale fosse l'argomento dell'edizione straordinaria, dato che l'annunciatore, come tutti gli annunciatori, soffriva di una grave balbuzie. Per circa mezzo minuto e in uno stato di profondo nervosismo, l'annunciatore cercò di dire, «Signore e Signori».

Alla fine, rinunciò e consegnò il bollettino a una ballerina perché fosse lei a leggerlo.

«Ci ha provato» disse Hazel a proposito dell'annunciatore. «L'importante è quello. Ha fatto del suo meglio, con il corredo che Dio gli ha dato. Dovrebbero assegnargli un bell'aumento di stipendio per lo sforzo che ha fatto».

«Signore e Signori» disse la ballerina, leggendo il bollettino. Doveva essere stata una bellezza straordinaria, considerato quant'era raccapricciante la maschera che indossava. Ed era facile capire che era la più forte e la più aggraziata tra tutte le danzatrici, perché i suoi sacchi delle menomazioni erano grossi come quelli indossati da uomini di novanta chili.

E dovette scusarsi subito per la sua voce, una voce che una donna non avrebbe dovuto usare. La sua voce era una melodia calda, chiara, senza tempo. «Scusate» disse, ricominciando e facendo in modo che la sua voce fosse assolutamente non competitiva.

«Harrison Bergeron, quattordici anni» disse, con una specie di squittio, «è appena evaso dal carcere, dove si trovava, sospettato di aver tramato per rovesciare il governo. È un genio e un atleta, è sotto-menomato e va ritenuto estremamente pericoloso».

Una foto segnaletica di Harrison Bergeron apparve sullo schermo, capovolta, poi sghemba, poi nuovamente capovolta e poi nel verso giusto. La foto mostrava Harrison nella sua altezza completa, indicata da un fondale su cui appariva una scala di misurazione in metri e centimetri. Era alto esattamente due metri e tredici.

Per il resto, Harrison si presentava come una specie di pupazzo di ferro. Nessuno aveva mai portato menomazioni più pesanti. Aveva imparato a ignorare gli impacci più rapidamente di quanto gli uomini del G-P riuscissero a concepirli. Al posto della radiolina impiantata in un orecchio, come menomazione mentale indossava un paio di pazzesche cuffie e occhiali dalle lenti spesse e torbide. Gli occhiali erano concepiti non solo per renderlo mezzo cieco, ma pure per procurargli roboanti emicranie.

Addosso a lui erano appesi rottami vari di metallo. Di norma, c'era una certa simmetria, un ordine militare nelle pastoie assegnate alle persone forti, ma Harrison sembrava un deposito rottami ambulante. Nella corsa della vita, Harrison si portava appresso centotrentacinque chili.

E, per offuscare il suo bell'aspetto, gli uomini del G-P lo costringevano a indossare costantemente una palla di gomma rossa sul naso, a tenere i sopraccigli rasati e a coprire i denti bianchi e ben fatti con capsule nere che lo facessero sembrare sdentato.

«Ripeto, se doveste vedere questo ragazzo, non cercate di ragionarci» disse la ballerina.

Si udì il forte cigolio di una porta strappata dai cardini.

Grida e urla di costernazione uscirono dal televisore. La foto di Harrison Bergeron sussultò più volte sullo schermo, come se stesse ballando al ritmo di un terremoto.

George Bergeron identificò esattamente la natura di quel terremoto e non avrebbe potuto fare altrimenti, dato che la sua casa aveva ballato spesso sul tempo di quella stessa melodia fragorosa. «Mio Dio» disse George. «Deve trattarsi di Harrison!».

Una presa di coscienza che deflagrò dalla sua mente nel preciso istante in cui udì nella sua testa il rumore di uno scontro automobilistico.

Quando George riuscì a riaprire gli occhi, la foto di Harrison non c'era più. A riempire lo schermo era Harrison in carne e ossa.

Harrison, sferragliante, clownesco e gigantesco, si ergeva al centro dello studio. Stringeva ancora in mano il pomello sradicato della porta dello studio. Ballerine, tecnici, musicisti e annunciatori si erano rannicchiati sui ginocchi davanti a lui, convinti di essere sul punto di morire.

«Sono l'Imperatore!» urlò Harrison. «Avete sentito? Sono l'Imperatore! Tutti devono fare immediatamente come dico io!». Sbatté un piede in terra e lo studio tremò tutto.

«Malgrado le mie menomazioni, le pastoie che mi porto appresso, i malanni che mi affliggono» tuonò «sono un sovrano più potente di qualsiasi uomo mai venuto al mondo! E ora guardatemi mentre mi trasformo in ciò in cui posso trasformarmi!».

Harrison si strappò le cinghie dell'imbracatura delle sue pastoie, come se fossero di cellulosa, strappò cinghie concepite per sopportare un peso di duemilatrecento chili.

I rottami di ferro che rappresentavano le pastoie di Harrison caddero fragorosamente sul pavimento.

Harrison infilò i pollici sotto il lucchetto che assicurava l'imbracatura intorno alla sua testa. Il lucchetto si spezzò come un gambo di sedano. Harrison distrusse le sue cuffie e i suoi occhiali, scagliandoli contro il muro.

Gettò via la palla di gomma che gli faceva da naso e mise in luce un uomo di cui Thor, il dio del tuono, avrebbe avuto una certa soggezione.

«Ora sceglierò la mia Imperatrice!» disse, posando lo sguardo sulle persone rannicchiate. «Che la prima donna che osa alzarsi in piedi si scelga il compagno e il trono!».

Trascorse un momento e poi una ballerina si alzò in piedi, ondeggiando come un salice.

Harrison le staccò la menomazione mentale dall'orecchio, le strappò di dosso le menomazioni fisiche con estrema delicatezza. Per finire, le sfilò la maschera.

La ragazza era di una bellezza abbacinante.

«Illustriamo alla gente il significato della parola ballo?» disse Harrison, prendendola per mano. «Musica!» ordinò.

I musicisti si affrettarono, con qualche impaccio, a raggiungere le proprie sedie e Harrison strappò via anche le loro pastoie. «Suonate al meglio delle vostre capacità e io vi farò baroni, duchi e conti».

La musica iniziò. Dapprima, fu normale: banale, sciocca, finta. Ma Harrison fece scattare i musicisti sulle sedie, li fece ondeggiare a bacchetta mentre cantava la musica nel modo in cui voleva che loro la suonassero. E li riportò bruscamente sulle loro sedie.

La musica riprese, decisamente migliore di prima.

Harrison e la sua Imperatrice per un po' si limitarono ad ascoltare la musica, ad ascoltare con aria solenne, come se stessero sincronizzando i battiti del loro cuore con il ritmo di quella musica.

Spostarono il proprio peso sulle punte delle dita dei piedi.

Harrison posò le sue grosse mani sul vitino della ragazza, facendole avvertire l'assenza di gravità che presto sarebbe stata sua.

E poi, con un'esplosione di gioia e grazia, i due spiccarono un balzo nell'aria!

Non solo vennero abbandonate le leggi della terra, ma pure la legge di gravità e le leggi motorie.

Fecero piroette, mulinelli, avvitamenti, scatti, balzi, capriole e volteggi.

Saltellarono come cervi sulla luna.

Il soffitto dello studio raggiungeva un'altezza di nove metri, ma, ogni volta che quei due ballerini spiccavano un salto, vi si avvicinavano sempre più.

Baciare il soffitto divenne il loro obbiettivo chiaro. E lo baciarono.

E poi, neutralizzando la forza di gravità con l'amore e la mera forza di volontà, rimasero sospesi nell'aria a pochi centimetri dal soffitto e si scambiarono un bacio lungo, molto lungo.

Fu allora che Diana Moon Clampers, il Generale Livellatore, mise piede nello studio, armata di una doppietta di grosso calibro. Fece fuoco due volte e l'Imperatore e l'Imperatrice morirono ancor prima di cadere sul pavimento.

Diana Moon Clampers ricaricò il fucile. Lo puntò contro i musicisti e comunicò loro che avevano dieci secondi per indossare nuovamente le rispettive pastoie.

Fu in quel momento che il tubo catodico del televisore dei Bergeron esplose.

Hazel si voltò per dire qualcosa a George a proposito di quel blackout. Ma George era uscito dalla stanza per andare in cucina a prendersi una lattina di birra.

George tornò nella stanza con la birra e si fermò, quando un segnale di menomazione lo scosse. E poi tornò a sedersi. «Hai pianto» disse a Hazel.

«Già» gli disse lei.

«Per cosa?» le disse.

«Non mi ricordo» disse la donna. «Qualcosa di vero detto in televisione».

«Che cosa?» le disse.

«È tutto confuso nella mia mente» disse Hazel.

«Scordati delle cose tristi» disse George.

«Lo faccio sempre» disse Hazel.

«Ora sì che ti riconosco» disse George. Trasalì. Nella sua testa, udì il rumore di una sparachiodi.

«Cribbio... Ho capito che era una cosa insolita» disse Hazel.

«Puoi ripeterlo».

«Cribbio» disse Hazel. «Ho capito che era una cosa insolita».

***

- Kurt Vonnegut -

venerdì 21 aprile 2017

Frugate il cielo!

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Secondo la teoria degli antichi astronauti, gli extraterrestri hanno raggiunto il nostro pianeta nel passato, lasciando evidenti tracce del loro passaggio. Ma qual è l’origine di questa teoria? Per scoprirlo prepariamoci ad affrontare un affascinante viaggio, che ci porterà a incontrare la storia della scienza e della tecnica, la filosofia, la psicologia e i movimenti spirituali, la fantascienza e le pseudoscienze, il cinema, i fumetti, la radio, la televisione e molti altri settori del sapere umano e, forse, anche extraterrestre.
Quando si parla di “teoria degli antichi astronauti” ci si riferisce in genere alla possibilità che entità extraterrestri abbiano raggiunto il nostro pianeta nel passato, lasciando qualche traccia, più o meno tangibile, del proprio passaggio: si va dall’esistenza di particolari reperti archeologici, non spiegabili all’interno del contesto nel quale sono stati rinvenuti, alla manipolazione del codice genetico degli ominidi preistorici e, quindi, a un’influenza diretta sull’evoluzione del genere umano.
La letteratura relativa a questo argomento, considerato da molti uno dei grandi misteri dei nostri giorni, è stata una delle più prolifiche e commercialmente redditizie della seconda metà del Novecento, e gode tutt’ora di buona, anzi, ottima salute. Ma il termine “teoria” sta in questo caso a indicare qualcosa che ha un fondamento scientifico, oppure no?
Un modo per scoprirlo è quello di ricostruire l’origine di questa problematica, cercando di comprendere quali siano gli ambiti in cui essa si è effettivamente sviluppata e se, fra questi ambiti, possa essere compreso anche quello scientifico.
Per raccontare questa storia, la cosa migliore da fare è indubbiamente quella di attingere soprattutto alle testimonianze dei suoi protagonisti. Verificare testualmente le loro affermazioni, mettendole a confronto, rappresenta infatti un elemento essenziale per comprendere la natura e l’originalità delle argomentazioni messe in campo.
Prepariamoci perciò a un lungo e affascinante viaggio che ci porterà a incontrare la storia della scienza e della tecnica, quella della fi losofia, della psicologia e dei movimenti spirituali, della fantascienza e della pseudoscienza, del cinema, della radio, dei fumetti e di molti altri settori del sapere umano e, forse, anche extraterrestre.

(dal risvolto di copertina di: Marco Ciardi: Il mistero degli antichi astronauti, Carocci, pp 220, €19)

Perché non possiamo non dirci Ufologi
- di Vittorio Sabadin -

Se così tante persone nel mondo credono che gli extraterrestri esistano, siano più evoluti di noi e ci abbiano fatto spesso visita, la colpa (o il merito) è di un ampio stuolo di persone che lo ha ripetuto nell’arco di quasi due secoli. A loro ha dedicato un meticoloso saggio dello studioso Marco Ciardi (Il mistero degli antichi astronauti, Carocci, pp 220, €19), che dovrebbe leggere chiunque venga regolarmente preso in giro perché «crede» negli Ufo: ora potrà rispondere che è in buona compagnia, visto che «ci credevano» anche lo psichiatra C. G. Jung, il fisico Albert Einstein, l’economista John Maynard Keynes, il Nobel Frederick Soddy, il filosofo G. W. Leibniz e decine di altri studiosi e scrittori.

Madame Blavatsky
La tesi di Ciardi, bisogna dirlo subito, è che da 150 anni chiunque si occupi della materia pesca sempre nello stesso stagno. Le direttrici della ricerca che bisogna condurre per credere agli Ufo sono state tracciate una volta per tutte nel 1877 da Helena Petrovna Blavatsky nel suo libro «Iside svelata», la bibbia della Società teosofica da lei fondata. Madame Blavatsky fu la prima a tracciare la via: molti miti religiosi sono concordanti; l’età dell’uomo va oltre la cronologia tradizionale; le prime civiltà non sono quantificabili; la storia del mondo si svolge in cicli segnati da immani catastrofi, l’ultima delle quali è stata il Diluvio; evoluzione e degenerazione caratterizzano questi cicli; lo sviluppo scientifico e mentale di alcune antiche nazioni può essere stato più elevato di quello attuale.
Non ci vuole nulla, partendo da queste premesse, per sentire il bisogno di cercare i continenti perduti di Atlantide, Mu e Lemuria e per attribuire a civiltà scomparse le piramidi, le mura ciclopiche di Baalbek e di Tiahuanaco e i chiodi d’acciaio trovati in sedimenti di roccia preistorica. Molti di quelli che oggi si chiamano OOPArt (Out Of Place Artifacts, oggetti fuori posto) erano già noti a metà Ottocento, ma numerosi altri se ne sono aggiunti. Arthur C. Clarke, lo scrittore di fantascienza, ripeteva che non bisogna domandarsi dove sono gli extraterrestri, ma dove sono gli oggetti fabbricati da loro. Nella sua fantasia, mai troppo disgiunta dal possibile, uno di questi oggetti lo aveva collocato sulla Luna, dove gli astronauti di 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick lo trovano. Perché così lontano? Perché gli esseri umani, prima di confrontarsi con quel nero monolito, avrebbero dovuto progredire nelle loro nozioni scientifiche, fino a viaggiare nello spazio. Anche Jack London, in uno dei suoi ultimi racconti, The Red One (Il Dio Rosso), aveva immaginato che dall’isola di Guadalcanal arrivasse un suono misterioso, che si rivelerà essere un messaggio per l’umanità lasciato da una civiltà extraterrestre.

Le colpe dei poeti
Leggendo il libro di Ciardi si finisce con il restare stupiti dall’infinito elenco di persone, celebri e rispettate, che non hanno escluso che la storia dell’uomo non sia andata come pensiamo. Che nel passato ne sapessero più di noi erano convinti anche Isaac Newton, che dedicò parte della sua vita alla ricerca alchemica, e l’economista Keynes, che nel 1936 acquistò i manoscritti del grande scienziato sulla trasformazione dei metalli. Il filosofo Leibnitz credeva che miti come le guerre di Titani e Giganti contro gli Dei fossero la memoria di eventi realmente accaduti. Ma i poeti, aggiungeva forse pensando anche a Omero, hanno poi imbrogliato ogni cosa, rendendo impossibile distinguere il vero dal falso. Responsabili di molti imbrogli sono stati anche i missionari cattolici, che hanno liquidato l’induismo e altre culture come semplici superstizioni, ritardandone colpevolmente la comprensione. Ciardi non dimentica di citare chi ha cercato di riportare un po’ d’ordine in questo campo, e ricorda giustamente il prezioso I grandi iniziati, il libro del 1889 nel quale Edouard Schuré lega ogni religione ad un unico filo.

Le onde radio
Sui misteri degli antichi astronauti hanno indagato anche numerosi italiani. Guglielmo Marconi era ossessionato da onde radio di origine sconosciuta provenienti dallo spazio; L. R. Johamis (Luigi Rapuzzi) spiegava nei Romanzi di Urania come la razza umana fosse il risultato di una fusione tra una stirpe aliena, i Nohr, e i neardenthaliani; Peter Kolosimo (Pier Domenico Colosimo) divulgava con un facile linguaggio negli Anni 70 le prime strane teorie sull’evoluzione umana, ogni volta prudentemente chiuse da un punto interrogativo. Siamo sulla Terra da più di un milione di anni e i nostri ricordi non vanno più indietro di 5000: che cosa sappiamo realmente? Molto poco.

I fumetti
Gli appassionati del genere troveranno gradevole la lettura del capitolo dedicato a come i fumetti abbiano contribuito nel secolo scorso a diffondere l’idea delle civiltà perdute e dei contatti con civiltà aliene. Non solo i più scontati Flash Gordon e Buck Rogers, ma anche le raffinatissime strisce di Jeff Hawke di Sydney Jordan, persino il Tintin di Hergé che si imbatte negli extraterrestri in Volo 714 destinazione Sidney, e ovviamente anche gli indomiti Blake e Mortimer di Edgard P. Jacobs, autore di una suggestiva tavola nella quale l’ultimo disco volante parte da Atlantide proprio mentre l’estrema diga a protezione della città cede alle acque.
Marco Ciardi non prende posizione, non ci dice se anche lui «crede che». Forse gli alieni esistono e ci osservano da millenni come fa un etologo che non vuole disturbare gli animali che studia. Ma forse, a forza di ripetere le stesse cose, la gente semplicemente finisce per credere che siano vere: accade in politica, può benissimo essere accaduto anche con gli Ufo.

- Vittorio Sabadin - Pubblicato su la Stampa del 19/2/2017 -

giovedì 20 aprile 2017

La fine delle fragole

fragole

Fragole, le lacrime di Venere per Adone
- Ultraoltre. Il mito di un frutto "mutante" simbolo di passione amorosa e di cupa morte -

di Raffaele K. Salinari

Let me take you down – Lascia che ti accompagni – ‘Cause I’m going to Strawberry Fields – Perché sto andando nei Campi di Fragole – Nothing is real – Niente è reale – And nothing to get hungabout – E niente per cui preoccuparsi – Strawberry Fields forever – Campi di Fragole per sempre. Living is easy with eyes closed – Vivere è facile con gli occhi chiusi – Misunderstanding all you see – Fraintendendo tutto ciò che vedi – It’s getting hard to be someone – Diventa difficile essere qualcuno – But it all works out – Ma tutto si risolverà – It doesn’t matter much to me – Non mi interessa molto.
La celebre canzone dei Beatles, Strawberry Fields forever, è del 1967; scritta da Lennon, riporta un suo ricordo infantile: un campo di fragole oltre una vecchia sede dell’Esercito della Salvezza, in cui lui ed altri bambini andavano a giocare senza alcuna preoccupazione, dimentichi di se stessi e della realtà del mondo, come solo i bambini sanno fare. Queste fragole torneranno come logo della casa editrice del giovane protagonista di Across the Universe, il musical del 2007 con le canzoni dei Fab4.
Ma, curiosamente, l’atmosfera onirica e visionaria della canzone, sembra la trasposizione in musica dell’altrettanto celebrata sequenza del film di Bergman, Il posto delle fragole, in cui il vecchio medico Isak Borg, oramai alla fine della vita, si lascia travolgere dai ricordi della passata giovinezza, nel luogo in cui il suo primo amore coglieva il dolce frutto selvatico. La scena, epitome di tutta la pellicola, è immersa nella stessa aura di infantile onirismo, carica di simboli impercettibili a chi non fosse in grado di immergersi coi pensieri nella stessa atmosfera sospesa tra due mondi: l’attuale e l’eterno.
La dinamica poetizzata nella canzone e quella della sequenza filmica sono le stesse: il professore si inoltra, con la giovane nuora, sulla strada che porta alla casa dove trascorreva le vacanze da ragazzo. Capiamo subito che è lei a spingere l’uomo verso il luogo magico: arrivati nel posto, infatti, non lo segue, ma lo precede verso la vecchia costruzione oramai abbandonata. Poi, ad un tratto, la nuora assume il ruolo di ninfa marina: si allontana per fare un bagno, per tornare al suo elemento, l’elemento onirico per eccellenza, l’acqua. Il professore la lascia andare trasognato, annuendo con un: «abbiamo tempo». E da quel momento si apre il Grande Tempo del ricordo, che addensa il passato, il presente ed il futuro.
Già nella radura antistante l’edificio oramai disabitato, avevamo visto una scala poggiata ad un albero: ricorda curiosamente quella di Giacobbe, o l’immagine alchemico-massonica dei gradini verso la conoscenza: la possiamo vedere incisa alla base del Portale del Giudizio Universale sulla Cattedrale gotica di Notre Dame di Parigi. È da quel passaggio simbolico che la nuora-ninfa precederà il protagonista verso «il posto delle fragole». Ma è esattamente l’entrata nel loro posto a dissolvere la realtà del giorno, come ci dice lui stesso, riportandolo indietro nel tempo a rivivere episodi della sua giovinezza felice. Il vegliardo, ormai stanco e reso cinico dalla vita, si stende per terra, accanto al cespuglio in fiore, forse per la prima volta da tanto tempo senza pensieri assillanti, come il Lennon bambino nel suo campo di fragole per sempre.
Tornano così le speranze perdute, incarnate dall’immagine irreale, eppure presente, della cugina Sara, come evocata dalla sensazione tattile che al corpo del medico trasmettono le piccole foglie di fragola nascoste sotto l’erba primaverile. Il filo rosso della rêverie, si snoda così attorno alla figura della bella ragazza, intenta a raccogliere in un paniere rustico il frutto che, più di tutti gli altri, rappresenta il tema dell’amore. Una ninfa scompare nel presente con un tuffo nell’acqua, ed un altra ricompare dal passato, come fossero Pathosformel warburghiane che si snodano nella Mnemosyne personale ed intima dell’anziano dottore.

Il mito di Venere e Adone
La pellicola si apre con una scena da incubo: il professore incontra lungo una strada deserta un carro funebre, dal quale cade una bara; apertasi su selciato, all’interno egli vede il cadavere di stesso afferrargli fermamente la mano.
Un sogno inquietante, che ben si collega alla natura simbolica delle fragole. Queste, infatti, sono le lacrime di Venere che, intrise del sangue del suo amato Adone, si trasformarono nel carminio frutto a forma di piccolo cuore.
Il mito, nelle sue varie versioni, dispiega così la gamma evocativa della fragola, e rende ragione della sua significanza come immagine. Le sue tonalità simboliche, che oscillano ambiguamente tra Eros e Thanatos, derivando tutte dal mitologema che narra della relazione tra la dea dell’amore ed il suo efebico amante, ma anche della natura stessa di Adone.
La storia del ragazzo, infatti, è tesa tra il buio del mondo infero e lo splendore della natura rinata, della quale egli era un simbolo, sin dai tempi delle religioni asiatiche, sotto forma del sumerico Tammuz.
Ritroviamo allora la sua figura in tutto il medio oriente, e nel bacino del Mediterraneo, con vari nomi: è, infatti, di volta in volta assimilato alla divinità egizia Osiride, al semitico Baal Hadad, all’etrusco Atunnis, all’anatolico Sandan, e anche al frigio Attis; tutte divinità legate alla rinascita e alla vegetazione. Questo lo rende analogo a Dioniso, l’archetipo della vita indistruttibile che, con Adone, condivide i passaggi fondamentali del suo ciclo divino, in cui il frutto della fragola riveste un ruolo simbolico affatto particolare.
Come spiega James Frazer ne Il ramo d’oro, «il culto di Adone fu praticato dalle genti semitiche di Babilonia e Siria e i Greci lo presero da loro agli inizi del settimo secolo avanti Cristo. Il vero nome della divinità era Tammuz: Adone è semplicemente il nome semitico Adon, “signore”, un titolo onorifico con il quale i fedeli si indirizzavano a lui. Nella letteratura religiosa babilonese Tammuz appare come il giovane sposo o amante di Ishtar, la grande dea madre, incarnazione delle energie riproduttive della natura».
Ritroviamo le stesse determinanti simboliche nell’Adone greco: egli nasce da una relazione incestuosa tra Cinira, re di Cipro (ubriacato ed ingannato per l’occasione dalla nutrice Ippolita), e sua figlia Mirra, entrata in uno stato di pazzia amorosa per il padre. Il re giace con la figlia per nove notti, credendo si tratti di una giovane che si era invaghita di lui. Non la riconosce perché la complice nutrice gli aveva imposto di incontrarla al buio, per non comprometterne l’identità.
Ma la moglie del re, insospettita dal suo comportamento, entra di notte nelle stanze del marito ed illumina la scena. Accortasi dell’insano gesto di Cinira, la regina Cancreide, cerca di uccidere la figlia, che viene però trasformata da Afrodite nell’albero della mirra. La pazzia di Mirra è stata, infatti, suscitata da Venere stessa, che voleva forse vendicarsi di Cancreide e della figlia perché non le avevano reso gli onori dovuti, o si vantavano di una bellezza a lei superiore o, semplicemente, di avere capelli più affascinanti. Fatto sta che dalla relazione incestuosa Mirra partorisce, in forma di albero, un neonato bellissimo quanto maledetto: Adone.
Venere lo consegna a Persefone perché lo protegga dai mali del mondo, nell’Ade. Ma Persefone si innamora del bellissimo bimbo e, giunto all’età pubere, lo vuole per se. Anche Afrodite lo reclama, dato che la sua bellezza l’ha fatta innamorare. La contesa viene diretta da un tribunale presieduto dalla Musa Calliope che decreta, salomonicamente, l’appartenenza del ragazzo ai due regni. Da qui la sua simbolica come ciclo della natura, che si risveglia a primavera, come le fragole, e muore in inverno.
Adone, intanto, cresce, e diviene un abile cacciatore, amato da Venere. Ma Marte – eterno amante “tradito” da Venere, che ne apprezza solo per pochi momenti il vigore fisico, ma ne disprezza l’ottusa brutalità – preso da insana gelosia, gli scaglia contro un cinghiale, che lo ferisce a morte. Venere piange disperata sopra il corpo ormai esanime dell’amato, e le sue copiose lacrime, cadendo a terra e mischiandosi col suo sangue, si trasformarono in piccoli cuori rossi: le fragole.
E dunque la tonalità infera della fragola nasce col e dal mito, che racconta di un frutto al tempo stesso simbolo di passione amorosa e di morte. La scena del film Fragole e sangue, in cui il giovane protagonista stringe nel pugno una fragola sino a stillarne il succo come gocce di sangue, riprende cinematograficamente questa determinante simbolica.
Il culto di Adone aveva un posto importante durante le dionisiache, dato il collegamento tra la divinità principale e la memoria del bel ragazzo amato da Venere. Oltretutto tra Dioniso e Marte le relazioni sono sempre state pessime, data l’opposizione dei due principi; da questo l’accoglienza di Adone nelle feste del dio dell’ebbrezza.
Passa il tempo, ed il culto del bel giovane si trasferisce nell’antica Roma. Qui il frutto viene chiamato fragra, da cui l’italiano fragola, ma anche fragranza. Si utilizzavano nei banchetti in onore di Adone, mentre in Grecia si continuavano a celebrare le festività dette Adonìe. Tipico di queste occasioni era la raccolta delle fragole ed altri frutti di stagione in piccoli cestini, che venivano chiamati «giardini mobili». Possiamo immaginare le giovani donne che si chinano a raccogliere le fragole, esattamente come Sara nella scena centrale del film di Bergman.

Le fragole di Shakespeare e Paracelso
«Colui che non sa niente, non ama niente. Colui che non fa niente, non capisce niente. Colui che non capisce niente è spregevole. Ma colui che capisce, vede, osserva… comprende che la maggiore conoscenza è congiunta indissolubilmente all’amore… Chiunque crede che tutti i frutti maturino contemporaneamente come le fragole, non sa nulla dell’uva».
Così, nel periodo della Rinascenza neoplatonica, Paracelso, l’innovatore della medicina basata sulle corrispondenze tra micro e macrocosmo, apostrofava chi ignorava le «segnature» che la Natura naturans lasciava su ognuna delle sue creazioni. Non a caso usa la relazione tra la fragola (Adone), e l’uva (Dioniso), come epitome di ogni relazione tra principi naturali, data anche la loro potente ambivalenza in fatto di potere sulla psiche.
L’osservazione che i frutti delle fragola maturano contemporaneamente, in specifico, va inserita nel sistema delle corrispondenze, delle analogie, delle «segnature», che culmineranno nel Seicento con l’allestimento delle grandi Wunderkammer di epoca barocca, per poi tramontare sotto i colpi dell’Illuminismo e della sua separazione tra discipline scientifiche.
Di quelle «segnature» dirà Paracelso, nel IX libro del trattato De natura rerum, che appunto si intitola De signatura rerum naturalium: «Nulla è senza un segno» egli scrive «poiché la natura non lascia uscire nulla, in cui essa non abbia segnato ciò che in esso si trova» (III, 7, 131).
Anche Jacob Böhme, nel suo Signatura Rerum, dice che «la segnatura sta nell’essenza ed è simile ad un liuto che rimane silenzioso, ed è muto e incompreso, ma se qualcuno lo suona, allora s’intende… Così anche il segno della natura è, nella sua figura, un essere muto… Nell’animo umano la segnatura sta artificiosamente predisposta secondo l’essenza di ogni essere e all’uomo manca soltanto il maestro che può suonare il suo strumento».
E allora la fragola, come simbolo dell’amore che apre lo sguardo alle corrispondenze è, per l’alchimista Paracelso, la base stessa della sua nuova Arte: la spagirica, la possibilità cioè di estrarre, seguendo le procedure alchemiche, l’essenza intima di ogni pianta che, così, può aiutare l’uomo accorto e grato, a vivere meglio la su esistenza terrena.
«Come infatti attraverso uno specchio ci si può osservare con cura punto per punto, lo stesso modo il medico deve conoscere l’uomo con precisione, ricavando la propria scienza dallo specchio dei quattro elementi e rappresentandosi il microcosmo nella sua interezza […] L’uomo è dunque un’immagine in uno specchio, un riflesso dei quattro elementi e la scomparsa dei quattro elementi comporta la scomparsa dell’uomo. Ora, il riflesso di ciò che è esterno si fissa nello specchio e permette l’esistenza dell’immagine interiore: la filosofia quindi non è che scienza e sapere totale circa le cose che conferiscono allo specchio la sua luce. Come in uno specchio nessuno può conoscere la propria natura e penetrare ciò che egli è (poiché egli è nello specchio nient’altro che una morta immagine), così l’uomo non è nulla in sé stesso e non contiene in sé nient’altro che ciò che gli deriva dalla conoscenza esteriore e di cui egli è l’immagine nello specchio».
In questo quadro diagnostico-anamnestico, il ruolo della fragola come rimedio è centrale. Essa veniva denominata «frutto cuore» poiché si riteneva che, al tempo stesso, placasse la passione amorosa, o la potesse accendere, a seconda delle «segnature» che il corpo del paziente mostrava. La sua capacità di crescere circondata da altre erbe contenenti principi, anche pericolosi, o di dare spesso rifugio a serpenti e scorpioni senza che il loro veleno la toccasse, la fa diventare protagonista di un celebre sonetto di Shakespeare che ne magnifica proprio queste doti: «La fragola, che cresce sotto l’ortica, rappresenta l’eccezione più bella alla regola, poiché innocenza e fragranza sono i suoi nomi. Essa è cibo da fate». La «regola» cui Shakespeare cercava di sottrarre il suo frutto preferito, condannava le piante ad assorbire il bene e il male dall´ambiente in cui vivevano. La sua potenza simbolica per l’autore del Moro di Venezia è tale che, il dono che poi causerà il tragico epilogo della gelosia tra Otello e la sua amata Desdemona, è proprio un fazzoletto con delle fragole ricamate.

La fine delle fragole
Questa naturalezza della fragole, che l’aveva dunque caratterizzata per millenni, viene spazzata via durante il regno del Re Sole. Furono i suoi giardinieri, infatti, a coltivarla, reimpiantando le piantine selvatiche nelle aiuole di Versailles, per il sovrano e le sue dame, e confinarla così a un ruolo tristemente cocotte: durante le feste di corte, affondare il cucchiaino nelle coppe cosparse di zucchero e panna era invito inequivocabile al cavaliere prescelto.
Una simbologia da allora mai sconfessata, tanto che nel film-simbolo dell’erotismo yuppie anni Ottanta, Nove settimane e mezzo, il regista Adrian Lyne mise le fragole al centro di una delle scene topiche tra i due amanti.
Ma per noi le fragole saranno sempre la lacrime appassionate di Venere, e quando le coglieremo ritroveremo nel nostro Mundus Imaginalis l’assenza degli amori passati, che ringrazieremo perché hanno lasciato il posto al palpito di quelli presenti.

- Raffaele K. Salinari - Pubblicato su Alias del 15 aprile 2017 -

mercoledì 19 aprile 2017

Presunzione di stalinismo!

Testamento

Il filo rosso che indica la continuità e l’omogeneità dei saggi qui raccolti (che vanno dal 1946 al 1970) è rappresentato da un tema fondamentale del  pensiero politico e filosofico di Lukács, quello della democrazia marxista e, in tal senso, della costante polemica del filosofo ungherese contro lo stalinismo.
(dal risvolto di copertina di: György Lukács: Testamento politico e altri scritti contro lo stalinismo, a cura di Antonino Infranca e Miguel Vedda, Punto Rosso)

Lo stato di salute del marxismo
- di Marco Gatto -

Per i tipi di Punto Rosso, Antonino Infranca e Miguel Vedda hanno curato una preziosa collezione di scritti di György Lukács, in gran parte mai pubblicati in tradizione italiana. Testamento politico e altri scritti contro lo stalinismo (pp. 176, euro 15) raccoglie saggi, lettere e articoli del pensatore ungherese in grado di restituire un’immagine più chiara della sua riflessione sui compiti della nuova democrazia marxista e della sua diretta polemica contro Stalin. È noto che Lukács lavorasse, negli ultimi anni della sua attività, alla prospettiva di un’ontologia dell’essere sociale, che avrebbe dovuto tradursi anche e soprattutto in un grande volume sull’etica.
In uno dei saggi più corposi del volume, il filosofo ungherese propone una vera e propria lista di questioni ritenute urgenti da affrontare per la salute del marxismo: fra queste, senz’altro la lotta a una democrazia soltanto formale, cioè regolata dal principio unificante del capitale, e la battaglia a favore di un pensiero politico che, esaltando il lavoro come momento di auto-educazione dell’uomo, sia capace di discendere, senza demagogia, nelle mediazioni della vita quotidiana. In tal senso, Lukács continua a pensare la realtà in termini hegelo-marxisti, puntando l’attenzione sul principio di «mediazione», vituperato dal pensiero conservatore contro cui il filosofo si batte, e che è poi l’oggetto polemico, si ricorderà, di uno dei suoi libri più noti, La distruzione della ragione, cui gli scritti raccolti in volume si ricollegano. Al nichilismo Lukács contrappone un pensiero che sappia raggiungere il suo significato storico riappropriandosi della tradizione, senza esaltare l’ottica della rottura, bensì mediando se stesso in uno scambio dialettico continuo col passato.
È questa forma di riflessione che, a parere del Lukács maturo, garantirebbe alla democrazia marxista la possibilità incarnarsi in una politica capace di dar vita a «connessioni effettive e dialettiche fra vita pubblica e vita privata», senza che queste si pensino esclusive: «L’autocostruzione dell’uomo ha preso un aspetto nuovo nel senso che si stabilisce, nel movimento generale, un legame tra l’autoedificazione di sé e quella dell’umanità».
È chiaro che tutto ciò presupponga, da parte di Lukács, e nello spirito delle intenzioni di Infranca e Vedda, una posizione del tutto anti-stalinista o un ripensamento delle rovine prodotte dal regime, a fronte di una letteratura secondaria che ha spesso insistito sulle compromissioni del pensatore. Il volume ha infatti questa ambizione: offrire agli studiosi dei documenti che invalidino la tesi di un Lukács incapace di svincolarsi dalle ragioni dello stalinismo.
A tal proposito, accanto all’interessante scritto Oltre Stalin, la vera perla del volume è la prima traduzione italiana di un interrogatorio della polizia sovietica ai danni di Lukács, svoltosi nel 1941, allorché venne accusato di essere il referente di una spia del governo fascista ungherese. Si tratta di un testo molto drammatico, in cui Lukács afferma con coerenza la sua posizione, non cedendo mai alle pressioni di chi interroga. Scrive Infranca: «Adesso ci sono documenti a disposizione dei lettori, che mettono davanti uno stalinista vero, l’interrogante, e uno stalinista presunto, Lukács. ’Presunto’, perché questo stalinista è in questo caso una vittima del regime stalinista, è in carcere e sta rischiando una lunga detenzione nel Gulag o addirittura la morte».

- Marco Gatto - Pubblicato sul Manifesto del 15 dicembre 2016 -

martedì 18 aprile 2017

critica del tempo

wells

Un inventore mette a punto una macchina del tempo con la quale riesce a raggiungere l'anno 802 701. Vi trova un mondo diviso in due razze umane: gli Eloj, creature delicate e pacifiche che conducono una vita di svaghi, e i Morlock, esseri pallidi e ripugnanti che vivono nei sotterranei. Dopo angoscianti avventure, riuscirà ad andare ancora più lontano nel tempo, vedrà una Terra senza più tracce di uomini, abitata soltanto da crostacei con «occhi maligni» e «bocche bramose di cibo». Fantascienza, critica sociale, romanzo distopico: il capolavoro di Wells è soprattutto l'opera di un grande visionario. Michele Mari, nel ritradurlo, ha trovato pane per i suoi denti: il fantastico, l'avventura, l'horror vampiresco, lo sguardo cosmico sugli affanni del mondo. L'incontro tra lo scrittore-traduttore e uno dei suoi romanzi preferiti era destinato a produrre scintille...

(dal risvolto di copertina di Herbert G. Wells: La macchina del tempo, traduzione di Michele Mari, Einaudi pp. 126, euro 17)

«La Macchina del Tempo è del 1895, l'edizione definitiva dell'Uomo delinquente di Lombroso è del 1897: a Darwin, rapidamente divulgato, era già subentrato il darwinismo, tanto che Wells, che pure aveva fatto un discreto tirocinio prima come studente e poi come docente di biologia, arriva a concepire la regressione per una via tutta formale: se dalla scimmia è derivato l'uomo, si chiede, perché non immaginare un'ulteriore evoluzione non in avanti ma all'indietro? Perché escludere «l'idea opposta», cioè una «regressione zoologica»? Per questa via Wells giunse a ipotizzare la totale estinzione del genere umano, come inscenato appunto nella parte finale (la cosiddetta «visione ulteriore») della Macchina del Tempo. Dipendendo dal raffreddamento del Sole, la visione finale – un mondo senza esseri umani né mammiferi – ha comunque una sua pace; la cupezza della profezia wellsiana è invece tutta nel complementare destino dei ricchi e dei poveri rispettivamente come vegetali e come bruti, secondo la logica di un dissidio tutto interno all'evoluzionismo: da una parte Huxley e Wells, dall'altra un evoluzionista della prim'ora come Herbert Spencer, convinto che l'uomo avrebbe indefinitamente migliorato se stesso.» 

 (Dalla prefazione di Michele Mari)

Il futuro rovesciato di un’umanità incapace di vivere
- di Benedetto Vecchi -

La macchina del tempo dello scrittore inglese Herbert G. Wells mantiene intatto il suo fascino e la sua potenza evocatrice non del futuro che verrà ma di un presente mai troppo indagato da scrittori contemporanei. Viene ora riproposta da Einaudi in una nuova traduzione di Michele Mari (pp. 126, euro 17) dopo un’assenza di molti anni. Scritto alla fine dell’Ottocento, il romanzo rappresenta il primo tentativo di fare i conti con le conseguenze della Rivoluzione industriale, l’aumento di produttività introdotto nelle prime industrie che aveva portato alla sostituzione del lavoro umano con telai e macchine a vapore.
Assieme alla Guerra dei mondi ha avuto più di una traduzione cinematografica: pellicole sempre accompagnate da successo. Wells scrive i due romanzi alla fine dell’Ottocento; è uno scrittore dalle idee socialiste, anche se a differenza di molti altri socialisti utipistici europei non spera in una palingenetica sovversione sociale, bensì in una pragmatica e graduale politica a sostegno dei poveri, degli esclusi della rivoluzione industriale. Il suo sarà infatti un socialismo umanitario e paternalista. Rispetto la sua attività di scrittore, fu considerato poco più che un artigiano della penna, capace tutt’al più di intrattenere un pubblico popolare desideroso solo di evasione.
Nell'Inghilterra vittoriana, la narrativa di Wells fu dunque relegata ai margini della grande letteratura. Il suo destino sarà eguale a quello di tanti altri autori di fantascienza: successo di pubblico, ma ostilità da parte dei custodi delle belle lettere. Sarà così per quasi tutto il Novecento, fino ai gloriosi anni Sessanta quando una generazione di scrittori comincerà a rivendicare a questo genere narrativo la capacità di fare grande letteratura. Da quel momento in poi, la fantascienza radicalizzò la sua tensione sociale, fino a ribadire, con il cyberpunk e lo steampunk, la sua natura politica oppositiva allo status quo.
La macchina del tempo di Wells è da collocare in un contesto dove il Regno Unito era un impero economico e militare che esercitava quasi indisturbato il suo potere nel mondo. Eppure era stato scosso nelle sue fondamenta dalle rivolte dei luddisti e dalla formazione politica del movimento operaio, che faceva leva sulle consuetudini sociali e sui diritti naturali sanciti dalla common law.
È l’intreccio tra il ruolo di superpotenza e la natura di classe della società inglese che Wells affronta nella Guerra dei mondi e, appunto, nella Macchina del tempo. Nel primo romanzo, ipotizza l’invasione dell’Inghilterra da parte di alieni che vogliono distruggere con il Regno Unito l’intera civiltà umana, nel secondo concentra la sua attenzione sulle illusioni della società inglese, in un presente di abbondanza grazie al ruolo progressivo della scienza che, oltre a favorire il benessere, può sconfiggere anche il tempo, consentendo viaggi tra passato e futuro, in maniera tale da correggere lo sviluppo storico. Tema questo che ha fatto diventare il romanzo di Wells un vero e proprio classico del genere.
La storia raccontata vede un ricco borghese fantasticare sulla possibilità di costruire una macchina del tempo. Riuscirà nel suo progetto e scorrazzerà tra passato e futuro. Ma se il passato è un moloch, il futuro è l’ignoto da svelare per correggere il presente.
È su questo aspetto che il romanzo dà il meglio di se. Il futuro che Wells immagina è un mondo dove non c’è necessità di lavorare: la popolazione degli Eloj trascorre infatti le sue giornate senza quello stigma. Ma invece di incarnare l’uomo nuovo che la mattina è pescatore e la sera scrittore o pittore, ognuno è una entità vivente incapace di sviluppare pensieri profondi.
Per mangiare e vestirsi tutti attendono che qualcuno lasci cibo. Alla soddisfazione dei bisogni ci pensano infatti i Morlock, popolo mostruoso che vive sottoterra perché è lì che sono state collocate le industrie, i falanstieri. I Morlock consentono agli Eloj di svolgere la loro vita in cambio però di tributi di carne umana e corpi di donne.
Storia avvincente, certo, ma con uno spessore politico e sociale poco indagato.
Il romanzo di Wells è infatti il primo libro di successo che vede nelle macchine lo strumento di una fallace liberazione dalla necessità, alimentando una asimmetria di potere tra chi organizza la produzione e il popolo consumatore, ridotto a un agglomerato umano senza anima e passioni.
I Morlock sono i depositari dell’etica del lavoro elevato a dispositivo per legittimare rapporti sociali dove gli Eloj sono ridotti a carne da macello, scarti umani da consumare per riprodurre la stirpe dei Morlock. Il socialista umanista si arrende di fronte a ciò e si ritrae inorridito di fronte alle macchine, anche se queste consentono di viaggiare nel tempo.
Un romanzo dal forte connotato di denuncia sugli orrori della Rivoluzione industriale. Che trova una inaspettata attualità in un mondo dove l’automazione riduce uomini e donne a materia prima della produzione di ricchezza.
Difficile immaginare una via di uscita con il ritorno di un’addomesticata etica del lavoro. Difficile non immaginare un mondo dove la liberazione dalla necessità non coincida con l’organizzazione di una società dove il lavoro non venga ridotto a attività, mandando così in pezzi il regime del lavoro salariato. Ma per questo non serve una macchina del tempo, ma solo una rivoluzione.

di Benedetto Vecchi - pubblicato sul Manifesto del 4/4/2017 -

lunedì 17 aprile 2017

Antenati cattivissimi

fichi-secchi

La guerra dei fichi secchi
- di Luigi Malerba -

Qualche volta i posteri sono veramente cattivi. Hanno fatto pesare (ma sarebbe più giusto dire "abbiamo", perché i posteri siamo anche noi), abbiamo dunque fatto pesare su Plinio Gaio Secondo l'appellativo di Vecchio (Plinio il Vecchio) che ne ha compromesso gravemente l'immagine presso i lettori, spargendo un certo sentore di muffa e di polvere sulla sua opera. Se poi andiamo a controllare le date, ci accorgiamo che Plinio il Vecchio morì a soli cinquantacinque anni durante la tragica eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo mentre era al comando della flotta romana di Capo Miseno, e che il nipote Gaio Plinio Cecilio nominato dai posteri come Plinio il Giovane morì, anno più anno meno, alla stessa età dello zio. Il lettore ha finalmente la possibilità di spolverare l'immagine di questo autore da quando l'editore Einaudi ha iniziato la pubblicazione, con testo latino a fronte, della sua Storia naturale, opera ponderosa ma anche fonte di stupori e piaceri inconsueti, fino a ieri introvabile se non nelle collane straniere dei classici. È uscito da poco il terzo volume, sui cinque complessivi (Plinio, Storia naturale, vol. III, "Botanica", pagg. 996).
I classici talvolta ci spaventano o quanto meno ci incutono troppo rispetto. Quale uso fare dunque di un testo come questo, sempre citato e pochissimo letto e che emerge dalla nostra memoria come uno dei tanti relitti di lontani naufragi scolastici? Confesso che ne ho già fatto un uso poco riverente in altra occasione, notando come la scienza enciclopedica di Plinio il Vecchio (la sua Storia naturale è una specie di Enciclopedia Treccani della antichità) si fosse mutata con il tempo in una deliziosa raccolta di favole. La pioggia di latte, di ferro, di lana e di pignatte, il vento Favonio che feconda le cavalle lusitane, l'elefante che si innamora del giovane Menandro, che altro sono se non belle favole? Questo terzo volume dedicato alla botanica e inscritto nell'ambizioso progetto di inventariare l'universo, ripropone l'annoso dilemma tra Funzione e Ornamento, tra Informazione e Immaginazione. Per quanto le notizie sulle qualità dei legnami e il loro uso, quelli che resistono meglio all'umidità e ai tarli, sulla piantagione, potatura e concimazione dell'ulivo, sulla coltivazione della vite, siano in buona parte raccomandabili ancora oggi, dubito molto che i nostri contadini andranno a consultare il testo di Plinio prima di intraprendere le loro opere. Quello che posso garantire è che questi volumi resistono allegramente ai tarli e alle muffe e potranno risultare anche molto divertenti se li si legge con l'occhio attento alla grande quantità di informazioni curiose e di aneddoti di cui Plinio era un attentissimo collezionista. Ingenuità diffidenza malizia obiettività e curiosità si alternano in quest'opera, uniti sempre allo stupore di fronte al mistero della natura.
Tutto questo emerge anche dopo una lettura più frivola, che consiglio senz'altro a chi si avvicina a questo autore perla prima volta.
Credo che la cosa migliore sia sempre quella di riportare qualche esempio. L'elvetico Elicone, che aveva soggiornato a Roma per fare il fabbro, era ritornato nelle Gallie portando con sé fichi secchi, uva passa e vino. Dopo avere assaggiato questi prodotti succulenti i Galli si riversarono in Italia in una guerra che li portò fin sotto le mura del Campidoglio. Che il platano sia un generoso dispensatore di ombra con le sue larghe foglie e le sue chiome gigantesche lo sanno tutti, ma pochi sanno che i romani facevano pagare un tributo speciale ai Morini (gli abitanti della zona intorno alla odierna Calais) che abitavano un'area piantata a platani; in altre parole, facevano pagare una tassa sull'ombra. Gli alberi sui quali venivano tirati i tralci della vite, pioppi e olmi, erano al tempo di Plinio tenuti assai più alti di quanto non si usi nelle piantate moderne. Così alti che durante la vendemmia il contratto prevedeva per i lavoranti ingaggiati per la raccolta dell'uva anche il risarcimento per le spese del funerale.
Plinio il Vecchio è anche un imperterrito moralista e contro coloro che anche ai suoi tempi disdegnavano l'umile lavoro dei campi è pronto a fare carte false raccontando, sulla autorità di Omero, che il re Laerte spargeva di propria mano il letame nei campi (in realtà Omero racconta solo che Laerte sarchiava i suoi campi, e per un re è già qualcosa). Un altro re, il re Augia, pare che abbia avviato per primo in Grecia la pratica della concimazione e che Ercole l'abbia poi divulgata in Italia, dove gli agricoltori elessero protettore delle greggi e dei campi il dio Stercuto o Sterculio. E qui Plinio esibisce fieramente le sue conoscenze sui vari tipi di letame e sulle loro qualità. Quello di cavallo pare sia il più leggero. Fra gli agricoltori c'è chi preferisce il letame di giumenta a quello di bue, quello di pecora a quello di capra; ma fra tutti quello di asino è senz'altro ritenuto il migliore perchè questo quadrupede ha la masticazione più lenta. Columella nella sua Arte dell'agricoltura (anche questa nei "Millenni" di Einaudi) condanna il letame di maiale, ma è il solo, dice Plinio, perché tutti gli altri ne fanno alte lodi.
Sui mangiatori di terra c'è una lunga tradizione che arriva fino ai nostri giorni, sempre circondata da un alone di mistero e proibizione. Si intuisce che Plinio avrebbe da fare qualche riserva su questa consuetudine poco ortodossa, ma l'albo dei mangiatori di terra è nobilitato dalla presenza del divino Augusto che si era accaparrato a suon di sesterzi addirittura una collina di terra bianca di cui era ghiottissimo, nei pressi di Cuma. Tiberio invece aveva una passione per i cetrioli e li faceva coltivare su speciali carrelli pieni di terra che venivano spostati al sole nella stagione fredda in modo da avere disponibili questi ortaggi tutto l'anno per la mensa imperiale. Augusto curava i suoi malanni al fegato (causati forse dalle scorpacciate di terra?) con la lattuga. Se la terra e i cetrioli fuori stagione erano riservati a un'èlite, pare che i romani fossero golosissimi dei grossi vermi che si trovano sotto la corteccia del rovere; ma è una notizia che si trova soltanto in Plinio. Il quale non specifica come venissero cucinati o se venivano mangiati crudi come i frutti di mare; ma doveva trattarsi comunque di una consuetudine molto diffusa dal momento che questi vermi venivano prelevati dai tronchi e ingrassati con la farina in speciali allevamenti.
Il moralismo di Plinio si fa molto severo sull'uso e abuso dei profumi. I fabbricanti e i venditori di questi frivoli e costosi prodotti, destinati a svanire subito nell'aria, erano secondo lui pericolosi agenti della corruzione e della decadenza dei costumi. Con scandalo racconta che Caligola si faceva profumare la vasca da bagno e che durante le parate militari certi generali facevano profumare perfino le punte delle lance e le aquile che avevano sottomesso il mondo. E Lucio Plozio, colpito da proscrizione da parte dei triumviri, fu tradito nel suo nascondiglio dal profumo che aveva indosso e quindi catturato. Chi potrebbe ritenere ingiusta, commenta Plinio, la morte di un simile individuo?
Un altro episodio che getta una luce sinistra su certi nostri antenati riguarda la proibizione per le donne di bere vino. La moglie di Egnazio Metennio, per aver bevuto vino da una botte venne uccisa dal marito a colpi di bastone. Questa infrazione veniva giudicata così grave che il marito venne assolto dalla imputazione di assassinio. Ma il codice dei comportamenti nella Roma antica presenta qualche smagliatura nell'area della botanica: certi ortaggi, come per esempio la ruta, crescono meglio se le piantine sono state rubate. Da Plinio il Vecchio i cattivi posteri possono imparare molte cose sui loro cattivissimi antenati.

- Luigi Malerba - Pubblicato su Repubblica del 7 aprile 1985 -

domenica 16 aprile 2017

Una scelta difficile…

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Quello che ci si aspetta da noi
- di Ted Chiang -

Questo è un avvertimento. Si prega di leggere attentamente.

Ormai probabilmente avete già visto un Predictor; dal momento in cui avete cominciato a leggere questo, milioni di essi sono già stati venduti. Per chi non ne avesse mai visto uno, si tratta di un piccolo dispositivo, tipo il telecomando che serve ad aprire la vostra automobile. Ha unicamente un bottone e un grosso led verde. Se premi il bottone, la luce lampeggia. Per dirla esattamente, la luce lampeggia un secondo prima che tu prema il pulsante.

La maggior parte delle persone afferma che la prima volta che provano a farlo, si sentono come se stessero giocando uno strano gioco, un gioco il cui obiettivo è quello di premere il bottone dopo aver visto accendersi la luce verde, e giocare è facile. Ma quando cerchi di infrangere le regole, ti accorgi che non puoi farlo. Se tenti di premere il pulsante senza che hai visto il flash, ecco che il flash lampeggia immediatamente, e per quanto veloce tu possa essere non riuscirai a premere il bottone se non quando è trascorso un secondo. Se poi aspetti il flash, con l'intenzione di evitare di premere il pulsante, il flash allora non compare mai. Non importa quel che fai, la luce precede sempre la pressione del bottone. Non c'è modo di fregare un Predictor.

Al cuore di ciascun Predictor si trova un circuito con un ritardo temporale negativo - esso manda un segnale indietro nel tempo. Le implicazioni di questa tecnologia diverranno evidenti più tardi, quando la differenza arriverà ad essere più grande di un secondo, ma l'avvertimento non riguarda questo. Il problema immediato è che i Predictor dimostrano che non esiste qualcosa come il libero arbitrio.

Sono sempre esistiti argomenti che dimostravano che il libero arbitrio è un'illusione, alcuni basati sulla fisica, altri sulla pura logica. La maggior parte delle persone concorda sul fatto che tali argomenti sono inconfutabili, ma in realtà nessuno ne accetta la conclusione. La sensazione di avere il libero arbitrio è troppo potente perché ci sia un argomento in grado di revocarla. Quello che ci vuole è una dimostrazione, ed è questo quel che ci fornisce il Predictor.

In genere, una persona gioca compulsivamente con un Predictor per diversi giorni, mostrandolo ai suoi amici, provando vari schemi nel tentativo di ingannare il dispositivo. Può sembrare che la persona perda interesse in esso, ma nessuno riesce a dimenticare quello che significa - nelle settimane successive, sprofonda nelle implicazioni di un futuro immutabile. Alcune persone, dal momento che si rendono conto che le loro scelte non contano, si rifiutano di fare qualsiasi scelta. Come una legione di Bartlebay lo Scrivano, non intraprendono più alcuna azione spontanea. Alla fine, un terzo di coloro che giocano con un Predictor dev'essere ricoverato in ospedale poiché smettono di nutrirsi. Lo status finale è quello di un mutismo acinetico, una sorta di veglia comatosa. I loro occhi seguono i movimenti, e di tanto in tanto cambiano posizione, ma niente di più. La capacità di muoversi rimane, ma non c'è più la motivazione.

Prima che le persone cominciassero a giocare con i Predictor, il mutismo acinetico era molto raro, proveniva da un danno alla corteccia cingolata anteriore del cervello. Ora si diffonde come una piaga cognitiva. Le persone sembrano speculare su un pensiero che distrugge il pensatore, come una sorta di indicibile orrore lovecraftiano, o come una frase di Gödel che manda in crash il sistema logico umano. Si scopre che il pensiero che ci disattiva, è quello che tutti ci siamo posti: l'idea che il libero arbitrio non esiste. Solo che fino quando si credeva che esistesse non era pericoloso.

I medici cercano di discutere con i pazienti, fino a quando questi rispondono ancora alla conversazione. Ragionano sul fatto che vivevamo tutti felicemente, avevamo una vita attiva,  e tuttavia non avevamo il libero arbitrio. Allora perché mai dovrebbe cambiare qualcosa? «Nessuna azione messa in atto nel mese scorso è stata una scelta più libera di qualsiasi azione svolta oggi» potrebbe argomentare un medico. «Tu puoi ancora comportarti in quel modo.» Invariabilmente, il paziente risponde, «Ma io ora lo so.» Ed alcuni di loro nemmeno ribattono nulla.

Alcuni sosterranno che il fatto che il Predictor causi tale cambiamento nel comportamento significa che abbiamo il libero arbitrio. Un automa non può diventare scoraggiato, solo un'entità dotata di libero arbitrio può farlo. Il fatto che alcuni individui cadano nel mutismo acinetico, laddove altri non lo fanno, metterebbe in evidenza proprio l'importanza di fare una scelta.

Sfortunatamente, un simile ragionamento è erroneo: ogni forma di comportamento è compatibile con il determinismo. Un sistema dinamico può cadere in un bacino di attrazione e finire in un punto fisso, mentre un altro mostra un comportamento caotico indefinito, ma entrambi sono deterministici.

Vi sto trasmettendo questo avvertimento da poco più di un anno nel vostro futuro: è il primo messaggio lungo ricevuto da quando i circuiti con ritardi negativi della portata di megasecondi vengono usati per costruire strumenti di comunicazione. Seguiranno altri messaggi, riguardanti altri problemi. Il mio messaggio per voi è questo: fingete di avere il libero arbitrio. È fondamentale che vi comportiate come se le vostre decisioni avessero importanza, anche se sapete che non ne hanno. La realtà non è importante: conta quel che credete, e credere alla bugia è l’unico modo di evitare un coma a occhi aperti. La civiltà adesso dipende dall’autoinganno. Forse è sempre stato così.

E tuttavia io so che, poiché il libero arbitrio è un'illusione, è già predeterminato chi sprofonderà nel mutismo acinetico e chi no. Nessuno può fare nulla a questo proposito… non potete decidere che effetto avrà su di voi il Predictor. Alcuni di voi soccomberanno e altri no, e l’invio di questo mio messaggio non cambierà quelle percentuali. Perché l’ho fatto, allora?

Perché non avevo scelta.

- Ted Chiang - 2005

fonte: Nature - International weekly journal of science

sabato 15 aprile 2017

Il gioco dei paradossi

aquino

Paradosso 1
In "Problemi in Paradiso", un libro di SlavoJ Zizek del 2014, c'è una strategia retorica, quasi una cifra del pensiero, che vede una serie di istituzioni e di discorsi che vengono sostenuti a partire da un doppio gioco fra apparenza ed essenza, fra denuncia pubblica e cultura privata (uno sdoppiamento rispetto a quello che propone Foucault sulla sessualità: Il controllo non risiede nell'apparente proibizione, ma nel bisogno interiore di una confessione continua). La pedofilia, nella chiesa cattolica, ad esempio, scrive Zizek:
«si tratta al contrario di un problema interno alla Chiesa cattolica in quanto tale, che è iscritto nella sua stessa natura di istituzione socio-simbolica.(...) Non è qualcosa che avviene perché quest’ultima, per sopravvivere, deve adattarsi alle realtà patologiche della vita libidica, quanto piuttosto di un fenomeno di cui essa ha bisogno per potersi riprodurre. Si può ben immaginare un prete che, dopo anni di servizio, si lascia coinvolgere negli abusi sui minori perché la logica dell’istituzione di cui fa parte lo induce a farlo.»
Poco prima, salvando lo Sloterdijk di "Ira e tempo", Zizek commenta questo gesto supremo in cui il capitalismo crea in sé stesso "il suo opposto più radicale", l'atto sovrano dell'autonegazione dell'accumulazione infinita delle ricchezze", ossia, la carità, spendere la ricchezza "in cose senza prezzo":
«L’idea di Sloterdijk equivale a elevare figure come George Soros o Bill Gates a personificazioni dell’autonegazione inerente al processo capitalistico stesso: le loro opere di carità (le loro immense donazioni per il benessere pubblico) non sono il frutto di idiosincrasie personali. Che siano sincere o ipocrite, esse rappresentano comunque la conclusione logica della circolazione capitalistica, sono necessarie da un punto di vista strettamente economico, perché permettono al sistema di differire le crisi.»
Tornando alla Chiesa e alle sue innumerevoli contraddizioni, Zizek scrive che "non appena una religione si stabilisce come istituzione ideologica legittimando le relazioni di potere esistente" essa ha bisogno di lottare "contro il suo stesso eccesso endogeno" (scismi, divisioni ed accuse del tipo: perché stiamo facendo proprio quello che abbiamo combattuto in passato?). Come conciliare la società di classe e le disuguaglianze con l'ideale della "povertà egualitaria" dei Vangeli?:
«La soluzione escogitata da Tommaso d’Aquino fu che, se in linea di principio la proprietà comune è la soluzione migliore, ciò è valido soltanto per esseri che siano perfetti; per la maggior parte di noi, che vive nel peccato, la proprietà privata e le differenze di censo sono naturali, ed è perfino blasfemo chiederne l’abolizione o promuovere l’egalitarismo in una società, come la nostra, caratterizzata dal peccato, ossia chiedere a creature imperfette ciò che conviene unicamente a creature perfette.
È questa la contraddizione che riposa nel cuore dell’identità della Chiesa, la contraddizione che fa sì che la Chiesa istituzionale sia la principale forza anticristiana.
»
In quest'ultimo caso, il paradosso inaugurale - i messaggi egualitari dei Vangeli contro la pratica gerarchizzante della Chiesa - ed il suo mantenimento nel corso dei secoli, finisce per generare un paradosso ancora più grande, e strutturale: la chiesa come la principale forza anti-cristiana di oggi.

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Paradosso 2
Lungo la strada, Zizex affronta due libri di Fredric Jameson - "Representing Capital", del 2011, e "Valences of the Dialetic", del 2009 - e le sue diagnosi sul «punto estremo di unità degli opposti nella sfera economica», ossia, tanto maggiore è la produttività, tanto maggiore è la disoccupazione.
Secondo Jameson, scrive Zizek, i disoccupati devono far parte di una categoria più ampia, quella degli "espulsi della storia", "casi senza speranza o terminali", coloro che abitano le terre devastate del pianeta, dentro un progetto continuo di manutenzione delle rovine ( attraverso la "guerra al terrore", disastri ecologici e cose simili). Pertanto, è necessario, l'ampliamento di questa categoria di esclusi, scrive Zizek, «come gli spazi bianchi presenti nelle antiche mappe» (gli spazi vuoti nelle vecchie mappe, sono quel che suscitano l'interesse di Conrad per i viaggi, come commenta Sebald ne "Gli anelli di Saturno").
Zizek parla della necessità di aggiungere un nuovo termine a quello proposto da Jameson - gli "occupati illegalmente" del mercato nero e le diverse forme di schiavitù. Questo permette l'articolazione dialettica della posizione di Jameson - gli "esclusi" vengono di fatto "inclusi" a partire dalla perversa "Aufhebung" (abolizione) dell'esclusione (la simultanea sospensione/conservazione hegeliana). «Per esempio, nel caso del Congo,», scrive Zizek, «dietro la facciata delle "passioni etniche primitive" che esplodono ancora nel "cuore di tenebra" africano, è facile rilevare il profilo del capitalismo globale.».
In Congo, lo Stato ormai non esiste più come unità - i signori della guerra controllano parti di territorio, mantenendo dei vincoli con corporazioni straniere, che pagano per avere l'esclusiva sullo sfruttamento delle risorse. «L’ironia», scrive Zizek, « è che molti di questi minerali sono utilizzati nella fabbricazione di prodotti ad alto contenuto tecnologico, come computer e telefoni cellulari. In breve, dimenticate i costumi selvaggi delle popolazioni locali: se sottraete dall’equazione le multinazionali, l’intera dinamica delle guerre etniche alimentate da passioni ancestrali scomparirà.»

fonte: Um túnel no fim da luz

venerdì 14 aprile 2017

"Schioppetti e spingarde"

armi

Dalle origini fino a oggi le armi da fuoco rappresentano gli strumenti di morte e difesa preferiti dall'uomo, permettendogli di evitare lo scontro cruento e il corpo a corpo. L'autore, attraverso un'attenta e dettagliata ricerca archivistica, descrive l'evoluzione di questi strumenti nei secoli e non trascura di riportare alla luce il ruolo avuto dagli italiani nell'invenzione di alcune tipologie di armi.

( dal risvolto di copertina di Letterio Musciarelli: Storia delle armi da fuoco dalle origini al Novecento, Odoya, pagine 220, euro 16 )

Polvere da sparo, nera invenzione tutta europea
- di Roberto I. Zanini -

Quando si parla di armi da fuoco spesso ci si dimentica che il fuoco in guerra è stato usato fin dai tempi antichi e in maniera sofisticata. Così, nel parlare di polvere da sparo si tirano in ballo luoghi comuni come quelli che ne attribuiscono l’invenzione ai cinesi o agli arabi. Eppure Marco Polo viaggiò a lungo in Oriente e in Cina fra il 1271 e il 1295 senza però menzionare, nel suo famoso resoconto di viaggio, l’uso di polvere da sparo. Questa doveva essere sconosciuta in Cina, tanto che Polo e un suo collaboratore insegnarono al Kan la costruzione dei 'mangani': potenti armi da assedio simili a catapulte, che servirono al sovrano tartaro per espugnare la città di Sian-Sang-Fu, da cinque anni sotto assedio. Sappiamo invece che già all’inizio del Trecento, in alcuni assedi avvenuti in Italia, sono state usate con efficacia delle bombarde. E sappiamo anche che nelle Cronache forlivesi del 1281 «il conte Guido chiamò una squadra di fanti e targoni e una squadra grande di balestrieri e scoppettieri...».

Vi erano quindi all’epoca soldati specializzati nell’uso di primitive armi a polvere da sparo. Gli storici ci dicono che il marchese Rinaldo D’Este utilizzò «schioppetti e spingarde» contro la città di Argenta. Così, dai suoi scritti, sappiamo che nel 1240 il filosofo francescano Ruggero Bacone faceva esperimenti 'esplosivi' miscelando zolfo, salnitro e polvere di carbone. Date e fatti che ci riportano alla poco edificante paternità europea della polvere da sparo, con in più la quasi certa possibilità che a inventare i primi strumenti in grado di sfruttarne le doti propellenti siano stati gli italiani, in particolare i fabbri e i meccanici bresciani della Val Trompia. Questa è la tesi di Letterio Musciarelli, docente di matematica, storico delle armi da fuoco, che ha dedicato a questo argomento decenni di studio e di ricerca in archivi e biblioteche pubblici e privati di mezzo mondo. Un lavoro dal quale, dopo varie pubblicazioni, è nato questo divulgativo ma documentato libro per Odoya: Storia delle armi da fuoco dalle origini al Novecento (pagine 220, euro 16) da cui si traggono informazioni curiose, ma soprattutto istruttive anche riguardo ai tanti dubbi morali che fin dalle origini hanno attraversato le coscienze di inventori, ecclesiastici e fabbricanti.

Lo stesso Ruggero Bacone si avvede dei possibili usi omicidi della miscela esplosiva da lui sperimentata e sceglie di tramandarne la formula per anagrammi, così giustificandosi: «È una follia affidare un segreto a uno scritto, tranne che sia incomprensibile all’ignorante e appena appena comprensibile all’uomo istruito e saggio». Bacone ebbe l’idea per le sue ricerche da uno scritto del XII secolo di un tale M. Graecus, in cui si proponevano ricette a base degli stessi ingredienti, miscelati però in proporzioni tali da non renderli esplosivi, ma solo capaci di produrre fiammate. Allo stesso scritto aveva attinto, in altro contesto, un altro ecclesiastico, Alberto il Grande, vescovo di Ratisbona, morto nel 1280, che in De mirabilibus mundi scrive della polvere da sparo. Dicevamo della questione morale. Già il Concilio Laterano II nel 1139 vietava l’uso della balestra nei conflitti fra cristiani. In seguito la Chiesa dichiara le armi da fuoco «troppo omicide e spiacenti a Dio». Per un certo periodo vengono considerate un disonore nel combattimento cavalleresco.

Persino nell’Orlando Furioso, scritto nel 1516, ma ambientato in epoca in cui non esistono armi da fuoco, Ariosto trova il modo di criticarne l’uso. Anche il diritto internazionale si premura a un certo punto di vietare l’uso di armi che arrechino sofferenze inutili o sproporzionate. A inizio Novecento vengono vietati i proiettili avvelenati e i gas, di cui però nella Grande Guerra e nelle guerre coloniali si farà un uso atroce. Così, la prima bomba atomica venne duramente criticata, ma qualche anno dopo si giustificò ampiamente la costituzioni di arsenali atomici. Dicevamo dell’uso del fuoco in guerra. Tucidide racconta che nell’assedio di Delio nel 424 a.C. la parte in legno delle mura della città venne arsa con un rudimentale lanciafiamme costituito da un lungo tronco cavo attraverso il quale con dei mantici veniva proiettato il 'fuoco greco': una miscela utilizzata fino a tutto il medioevo e oltre, costituita in vario modo da resine vegetali, pece, petrolio, olio, catrame, zolfo.

Leone di Bisanzio nel IV secolo a.C. parla di uno speciale fuoco greco fatto di zolfo e calce viva, che veniva lanciato nelle battaglie navali perché si infiammava a contatto con l’acqua. Nel 230 a.C. Archimede ideò l’arcitronito, una sorta di cannone che sparava pietre sfruttando la forza del vapore prodotto da acqua calda portata repentinamente a ebollizione. Le prime 'bombe a mano' vennero ideate dagli abitanti di Durazzo per difendersi dai normanni nell’assedio del 1106: erano sezioni di canna riempite di un particolare 'fuoco greco' che una volta accese venivano proiettate e «volavano nell’aria per proprio moto» infiammando i vestiti degli assalitori.

- Roberto I. Zanini - pubblicato su l'Avvenire del 40 aprile 2017 -

giovedì 13 aprile 2017

Limiti estremi

conrad

Conrad ha scritto l’epopea dell’epoca coloniale morente, e All’estremo limite è uno dei suoi romanzi esemplari. Gira attorno al capitano Whalley nel suo ultimo viaggio in mare, con il segreto inconfessabile che si porta addosso. I mari sono gli orientali Mari del Sud, sotto il sole cocente e i vapori dei Tropici; un’era di avventure sta per finire, e il futuro prossimo è buio e chiuso.

(dal risvolto di copertina di Joseph Conrad: All'estremo limite, traduzione di Gianni Celati, Quodlibet, pagine 217, euro 15)


Conrad e il suo capitano Un eroe vecchio e cieco giunto "All'estremo limite"
- di Stenio Solinas -

Mentre scriveva The End of the Tether, lo studio di Joseph Conrad prese fuoco a causa dello scoppio di una lampada a olio e buona parte del manoscritto andò bruciata, insieme alla scrivania e ai tappeti. Era il 1902 e come scrittore faticava a emergere: aveva proposto al Blackwood Magazine l'esclusiva dei suoi libri e si era sentito rispondere che quelli fino ad allora usciti a puntate sulla rivista avevano venduto poco. Non era un investimento, insomma, e quando aveva replicato che, come Rodin, come Wagner, come Whistler, pagava la sua «modernità» facendo la fame, l'editore non si era commosso. Aveva già scritto Lord Jim e Il Negro del Narcisso, Gioventù e La follia di Almayer, Un avamposto del progresso, Cuore di tenebra... Più di quindici anni dopo, sarà ancora in debito con Ford Madox Ford, il suo padrone di casa, per i danni causati dall'incendio, ed era la stima e l'amicizia fra i due ad aver permesso una così lunga dilazione. Era riuscito a essere famoso, ma non a divenire ricco.

In quell'estate del 1902 Conrad si mise dunque a riscrivere The End of the Tether e i problemi economici che in esso attanagliano il protagonista, il capitano Whalley, erano in fondo i suoi, ma sua era anche stata la vita di mare che vi veniva narrata: «Buona parte di quell'esperienza appartiene a prima che mi venisse in mente di mettere la penna su carta» dirà in seguito. Simili, infine, erano i problemi di salute, perché quella di Whalley è anche la storia di una decadenza fisica, e Conrad aveva cominciato ad avvertire la propria.

In italiano The End of the Tether divenne Al limite estremo e finora la sua esistenza era legata all'edizione completa delle Opere che Mursia curò meritoriamente negli anni Settanta e poi, all'inizio dei Novanta, a una ristampa per Garzanti. Così, fra i cosiddetti «romanzi brevi» è fra i meno noti e bene ha fatto Quodlibet a rimetterlo in circolazione, appena mutato nel titolo e in una nuova e bella traduzione di Gianni Celati (All'estremo limite, pagine 217, euro 15).

Fra gli scrittori di mare, Conrad è quello che meglio ha saputo unire una conoscenza di prima mano con una riflessione sulla condizione umana. I suoi personaggi, Lord Jim come il capitano Whalley, che del primo è una sorta di parente stretto, sono uomini di tutti i giorni, costretti a misurarsi con scelte che ne possono modificare l'esistenza, fedeli a delle linee di condotta che non necessariamente comportano il successo, ma sempre pretendono il rispetto di se stessi. Quando ciò non accade, come in quel capolavoro che è Lord Jim e in questo piccolo gioiello che è All'estremo limite, la vita diventa una peccato da espiare e di cui però non puoi assolverti, se non ponendovi volontariamente fine. E infatti pochi scrittori come lui hanno saputo raccontare così bene il momento in cui si prende su di sé il proprio destino, l'ora in cui si è soli con noi stessi e di fronte al mondo.

Al capitano Whalley, la rivelazione avviene quando tutto dovrebbe portare a una serena vecchiaia. Appartiene a quella generazione invecchiata sotto il sole cocente e i vapori dei Tropici mentre l'epopea coloniale si andava spegnendo, ma agli occhi delle popolazioni orientali che quell'«epopea» l'hanno subita, resta «uno di quegli uomini ostinati e senza regole, che inflessibilmente perseguivano scopi incomprensibili esseri con enigmatici toni di voce, mossi da inesplicabili sentimenti, guidati da motivi imperscrutabili». Come spiegare altrimenti l'aver accettato di comandare un piroscafo arrugginito, il Sofala, la cui rotta è poco più di un piccolo cabotaggio e il cui armatore è un ex macchinista litigioso e col vizio del gioco, «un bianco solo in superficie», dicono con disprezzo gli altri europei? Ha un passato glorioso Whalley, perché ha scelto di finire così oscuramente un'onorevole carriera?

Le ragioni sono l'amore paterno, una figlia lontana e in difficoltà, e un rovescio economico in cui non ha colpa, ma che gli ha tolto da sotto i piedi quella sicurezza che lo faceva forte. L'essersi messo in società con il padrone del Sofala gli garantisce che le sterline ottenute dalla vendita del suo adorato brigantino, il Far Maid, non verranno intaccate e serviranno ai bisogni della ragazza. Quanto a lui, è un uomo ancora forte, ha 67 anni, può andare avanti per gli anni stabiliti dal contratto...

Anche Al limite estremo è una storia d'onore, dell'acuta coscienza dell'onore, quello che il protagonista di Lord Jim aveva smarrito, poi ritrovato, infine difeso. Whalley il suo non l'ha mai perso, ma ad un certo punto è costretto a venire a patti con la propria coscienza: durante i viaggi del Sofala si accorge che sta divenendo cieco... Se abbandona il comando, condanna sua figlia, se continua condanna e inganna i suoi marinai, il suo armatore, se stesso: «Tutta la sua vita senza macchia era precipitata in un abisso».

Ironia del destino, mentre si preoccupa perché la cecità mette il pericolo il piroscafo, non sa che il suo datore di lavoro congiura invece per mandarlo a fondo, intascare l'assicurazione e scomparire. Come spesso accade nei romanzi di Conrad, il prezzo da pagare è la vita stessa, e non importa se quella cattiveria umana esclusa perché estranea alla tua etica e alla tua estetica - «gli uomini non erano cattivi, erano soltanto stupidi, sviati e infelici» - in realtà esiste e si rivolta contro di te. Gli eroi conradiani non scaricano mai sugli altri il peso dei propri errori: pagano sempre in prima persona, pagano sempre fino in fondo. La giustizia è un ordine interiore.

- di Stenio Solinas - pubblicato sul giornale cultura del 6/4/2017 -

mercoledì 12 aprile 2017

La crisi e il femminismo

atlantic

L'odio per le donne è di nuovo in aumento.

Il femminismo dev'essere ancora difeso? O i suoi giochi linguistici pop-culturali sono un lusso che serve solamente a chi non si aspetta più niente?
La rivista "Konkret" ha parlato con la teorica femminista Roswitha Scholz delle teorie "queer" e di genere, e circa la necessità di un femminismo materialista.

Intervista di "Konkret" a Roswitha Scholz - Marzo 2017 -

"Konkret": Dove può essere trovato il femmismo nel 2017?


Roswitha Scholz: In fin dei conti, il femminismo è tornato ad alzare la testa solo a metà del decennio degli anni 2000. Gli anni novanta del secolo scorso sono stati caratterizzati dalle teorie "queer" e di genere. Gli approcci materialisti venivano guardati con sospetto. Ma anche se nel passato recente abbiamo visto crescere gli approcci che avevano un orientamento materialista - dove la parola chiave è: lavoro di cura -, il femminismo continua ancora a non osare mettere in discussione che cosa realmente significhi la relazione di genere in una dimensione teorica maggiore.

"Konkret": Perché la discussione sulla relazione di genere è così tanto importante?

Roswitha Scholz: Si tratta della critica delle relazioni patriarcali capitaliste. Se si parla solo di capitalismo, allora nel migliore dei casi si tratta solo di una mezza verità. Vengono evidenziati determinati aspetti, vengono spiegate le relazioni economiche, ma viene ignorato quello che è un elemento costitutivo: la dissociazione delle attività riproduttive. Così viene nascosta l'importanza della dissociazione sessualmente specificata per la forma del soggetto.
Per molto tempo, la relazione di genere è stata trattata come se fosse una contraddizione secondaria. Ma non si possono semplicemente lasciare fuori le attività di metà degli esseri umano. Non solo questa situazione dev'essere integrata nella critica del capitalismo, al contrario, la dissociazione mediata dalla categoria di genere deve assumere una nuova qualità nella stessa teoria, come principio strutturale essenziale del patriarcato produttore di merci.

"Konkret": Anziché una contraddizione secondaria, c'è una doppia contraddizione principale?

Roswitha Scholz: Come teorica femminista, non intendo aggrovigliarmi nelle ragnatele della produzione teorica androcentrica (che stabilisce il maschile come la norma e lo standard), da cui proviene sempre in maniera universalità la logica dell'identità. Devo considerare che ci sono altre disparità: l'antisemitismo, il razzismo, l'antiziganismo - tutte queste forme sono essenziali per la costituzione del soggetto borghese e del contesto sociale. Questa formazione sociale, nella sua logica processuale, non può essere semplicemente derivata da una forma. L'elaborazione teorica femminista deve superare simultaneamente la visione androcentrica che costituisce relazioni causali assai spesso semplici e generalizzanti.

"Konkret": La categoria della crisi svolge un ruolo importante nella sua teoria. Come avviene che le situazioni sociali di crisi si ripercuotono in modo sessualmente specifico?

Roswitha Scholz: La crisi si ripercuote in maniera differente sugli uomini e sulle donne. In tale contesto, parlo di un "inselvaggimento del patriarcato". Questo non significa che la relazione di genere si dissolva in senso emancipatore. Né tanto meno significa che la struttura fondamentare della società sessualmente gerarchica diventi obsoleta. In condizioni di impoverimento, ci sarà invece un maggior rallentamento nei tradizionali ruoli di genere. Tali sviluppi possono essere osservati, ad esempio, negli slum del cosiddetto terzo mondo. Qui le donne sono responsabili della sopravvivenza della famiglia. Gli uomini si trascinano da un posto di lavoro all'all'altro e da un a donna all'altra e, in realtà, ormai non si sentono più responsabili nemmeno delle relazioni con i propri figli. Ci troviamo qui di fronte a dei processi di degrado. In situazioni di crisi sociale acuta, il peso maggiore ricade sulle spalle delle donne.

"Konkret": L'ascesa dei movimenti di destra va di pari passo con il desiderio di un ritorno alle tradizionali immagini di genere.

Roswitha Scholz: Sì, L'incertezza delle norme tradizionali di genere può portare a questo. L'odio verso le donne e verso le minoranze è di nuovo in aumento. Naturalmente, di fatto non ci può essere alcun ritorno all'immagine della donna degli anni cinquanta.

Qui, trovo interessante il fatto che le teorie di genere e "queer", che sperimentano una sorta di caduta dopo il collasso del blocco dell'Est, facciano una misera figura a tal proposito. Hanno effettuato in un certo qual modo una svalorizzazione delle relazioni sociali. Si credeva che la liberalizzazione della società e l'uguaglianza delle donne fosse molto avanzata. Le gerarchie di genere e la struttura dell'eterosessualità compulsiva sono state oggetto di una critica di scarso livello. Teorie marxiste o psicanalitiche, in generale sono state scartate a favore di una teoria del discorso limitata all'analisi delle attribuzioni linguistiche. Queste teorie post-strutturaliste rimanevano in un certo modo legate alle esigenze neoliberiste delle identità flessibili.

Oggi vediamo come le teorie a partire dal genere e le teorie queer, superficiali  senza una base sulla teoria sociale, hanno dato origine a degli equivoci. Se non si percepisce che esistono strutture sociali profonde, che modificano di fatto storicamente il loro volto, ma rimangono in ultima analisi come strutture coercitive, allora si ha la tendenza a confondere con la liberazione le situazioni in cui c'è la conquista di reali emancipazioni. In molti paesi, le conquiste provenienti dalle lotte di emancipazione sono state semplicememte annullate. Davanti a questo, la teoria del discorso cade dalle nuvole.

"Konkret": In Polonia, in America Latina e negli Stati Uniti, negli ultimi mesi ci sono state centinaia di migliaia di donne scese in strada a manifestare. Sarà l'inizio di un nuovo movimento di donne?

Roswitha Scholz: Queste manifestazioni sono una cosa buona e sono importanti. E credo che sia anche necessario un forte movimento antifascista. Quel che trovo problematico è l'umanismo retorico ed il continuo democraticismo acclamativo, che di fatto si oppone alla destra, ma invoca in maniera completamente positiva la cosiddetta comunita occidentale dei valori.

Original Der Hass auf Frauen nimmt wieder su konkret 3/2017.


fonte: EXIT!

martedì 11 aprile 2017

homo dieteticus?!?

freud in cucina

Ogni giorno, all’ora del pranzo, siamo costretti a subire vere e proprie nevrosi traumatiche. Panini, Coca-Cola, tramezzini e hamburger: è questa la vera psicopatologia della vita quotidiana, il vero disagio della civiltà. Quale miglior terapia di un libro di cucina freudiana, di questa lista di piaceri orali soddisfatti à la carte? Le ricette mescolano le migliori intuizioni della cucina viennese ai ricordi e alle riflessioni del padre della psicoanalisi. E, naturalmente, il gusto è dato da una straordinaria ironia. La cucina del dottor Freud è destinato ai golosi di aneddoti sui grandi della psicoanalisi, ma anche a quanti vorranno divertirsi a trasformare in piatti fumanti le proposte di questo singolare ricettario in salsa viennese.

(dal risvolto di copertina di: J. Hillman e C. Boer: La cucina del dottor Freud, Raffaello Cortina pagg. 254 euro 19)

Il cuoco con Edipo alla tavola di Freud
- di Marino Niola -

Panini, Coca- Cola, tramezzini, spaghetti precotti e hamburger. È questa la vera psicopatologia della vita quotidiana. L’origine di tutte le nostre nevrosi. A dirlo è Sigmund Freud. Anzi no. È il celebre psicanalista James Hillman che con la complicità del mitologo Charles Boer, uccide il padre della psicanalisi e cucina i suoi frammenti in un banchetto cannibalico. Il risultato è “La cucina del dottor Freud”, un libro a metà tra “Psycho” e Woody Allen, appena uscito da Raffaello Cortina con la traduzione di Vittorio Serra Boccara. Apparso negli USA nel 1985, questo spaesante cookbook freudiano, che sembrava solo un divertissement da psicanalisti consumati, alla luce della cibomania dilagante di oggi, si rivela in tutta la sua profetica attualità. E diventa una sorta di analisi dei lapsus, delle fissazioni, delle rimozioni, delle ossessioni, delle fobie di homo dieteticus. Cioè il cittadino globale che ha fatto del cibo il vero luogo della libido. Altro che il sesso. Perché Hillman e Boer fanno confessare al grande Sigmund che la psicoanalisi non è nata dietro il divano, ma davanti ai fornelli.
In questo senso è vero che la pratica analitica e la cucina hanno avuto molto in comune, perché sono entrambe delle fantaisies de bouche. Solo che all’origine di tutto non c’è il sesso, ma la gola. E le nevrosi non nascono a letto, ma a tavola. Questo libro costituisce dunque una clamorosa retromarcia dell’oralità, che restituisce alla bocca un ruolo non semplicemente metaforico, sostitutivo, ma letterale, alimentare, funzionale. Come dire che le gratificazioni genitali derivano dalle voluttà orali e non viceversa: se repressione c’è stata, è stato il sesso a reprimere e sublimare il cibo e non viceversa. E a muovere la pulsione orale non è il desiderio ma la gourmandise.
Insomma attraverso i frammenti di lettere, appunti biografici, testi della figlia Anna messi insieme da Hillman e Boer emerge un Freud severo verso se stesso e feroce verso i suoi seguaci, colpevoli di aver ridotto la pratica analitica a un formulario di ricette precotte, a «cucina psicologica freudiana ». E il padre della psicanalisi se la prende anche con i medici che, in generale, non sanno mangiare e hanno sublimato le loro frustrazioni orali con tetre ammonizioni. Per cui, conclude, «noi dovremmo mangiare come le mucche e i cavalli, vale a dire verdure crude, cereali integrali, pasti misurati, equilibrati. Quelle famose diete equilibrate, che generano menti squilibrate». E aggiunge che in fondo tutti i protagonisti dei suoi casi clinici più celebri avevano trasformato i totem alimentari in tabù.
Anna O. si nutriva unicamente di arance. Dora era una «mediocre mangiatrice e rivendicava il suo disinteresse per qualsiasi cibo». Mentre Miss Lucy R. era afflitta da strane dis-percezioni olfattive. In questo senso la ricetta del fegato d’anitra isterica che si trova nel libro è idealmente dedicata a loro. Mentre il piccolo Hans ha ispirato quella dell’Hansburger, la succulenta polpetta di carne equina che il grande viennese avrebbe consigliato come terapia per far superare al bambino la paura dei morsi di cavallo. All’insegna del meglio mangiare che essere mangiati.
E questo è solo l’antipasto. Perché il libro propone un menu ricchissimo fatto di transfert, nonsense, giochi linguistici davvero gustosi. Dalle fettuccine libido, al barattolo di déjà-vu, dalla crostata edipica alla torta paranoica. Sono a tutti gli effetti ricet- te vere, che mescolano tradizione viennese, gastronomia ungherese, umori yiddish. Come l’oca al forno con salsa di mele del pranzo di Natale, che mamma Amalia preparò per il suo goldener Sigi, l’adorato Sigi, fino all’età di novantacinque anni, senza fargli mai capire se lo chiamasse così perché lo adorava davvero o per fargli fare la figura dello scemo. Di qui al complesso di castrazione il passo è breve.
Ma il triangolo edipico Hillman-Boer-Freud si spinge ancora più in là. E liquida senza rimpianti un topos analitico come la scena primaria. All’origine di ogni sofferenza nevrotica ci sarebbe infatti la cena primaria, non la scena. A turbare il bambino non è il sadismo fantasmatico di mamma e papà che fanno sesso. Ma il sadismo autentico dei genitori che impongono di smettere di giocare per ingurgitare un’orribile purea di spinaci. E ce n’è per maestri, colleghi, rivali e seguaci, da Charcot ad Adler, da Ernest Jones a Melanie Klein. Anche se la rasoiata più feroce lo pseudo-Sigmund la riserva alla mania dilagante dello Jung Food. Un cibo pronto e di largo consumo, con una spiccata zodiacalità, caramellata ed edulcorata, un po’ esotica, un po’ esoterica. Una spazzatura analitica insomma. Proprio come le teorie di Carl Gustav in versione new age. Così tra il serio e il faceto, tra salsa Narciso e involtini Thanatos, insalata Ave Cesare Lombroso e lingua di bue afasica, rognoni di Abraham e abbassamento del pisello mentale, affiora tra le parole d’ordine e le figure chiave della psicanalisi, un immenso laboratorio di gastronomia potenziale. Che sta fra la cucina dell’inconscio e l’inconscio della cucina. Fra Totem e tabù e totem e ragù.

- Marino Niola - Pubblicato su Repubblica del 13 dicembre 2016 -