venerdì 25 gennaio 2019

L'ambiguità del reale

Alle soglie del 1666 si diffuse in Polonia la notizia che per gli ebrei la fine dell'Esilio era imminente: un uomo chiamato Shabbatay Tzevi si era rivelato come il Messia, e presto una «nuvola sarebbe apparsa e li avrebbe portati tutti in Terra Santa». I segni non erano mancati: nel decennio precedente i cosacchi dell'atamano ucraino Chmel'nitskij avevano massacrato quasi centomila ebrei, «scorticando vivi gli uomini, sgozzando i bambini, violando le donne per poi squarciarne i ventri e cucirvi dentro gatti vivi». Ma quegli orrori non erano altro se non «le doglie che annunciavano la nascita del Messia». Per accelerare la liberazione – così dicevano gli emissari di Shabbatay Tzevi – bisognava immergersi nell'oscurità del peccato: solo la discesa agli inferi avrebbe consentito l'ascesa delle anime, e la perfetta redenzione. Anche gli abitanti di Goraj, «la città nascosta tra le colline in capo al mondo», si abbandonano dunque all'idolatria e alla licenza, infrangendo ogni legge. Ma la sciagura si abbatte su di loro: dopo aver giaciuto, benché sposata, con il capo dei sabbatiani, Rechele la profetessa viene posseduta da un dybbuk, e finisce per essere ingravidata da Satana, mentre la disperazione stringe in una morsa la città, stremata dalla carestia. Perché a Goraj «vi sia contentezza» bisognerà che le forze demoniache vengano scacciate, e il nome dell'Onnipotente sia di nuovo santificato. «Che meraviglioso, meraviglioso mondo,» ha scritto Henry Miller «un mondo bello e terribile, quello di Isaac Bashevis Singer, benedetto sia il suo nome!».

(dal risvolto di copertina di: Isaac Bashevis Singer, Satana a Goraj, Adelphi)

Quando spunta il falso messia Satana seduce la moglie del rabbino
- di Elena Loewenthal -

Da che mondo è mondo o quasi gli ebrei aspettano il Messia. Lo aspettano con una fede incrollabile e colma di speranza, che ripetono tre volte al giorno nella preghiera: credo fermamente che il Messia verrà. E' un'attesa millenaria che si è molto spesso scontrata con una realtà che diceva tutto il contrario e teneva i figli d'Israele tenacemente legati al proprio destino, lasciando immaginare che nulla sarebbe mai cambiato.
Per l'ebraismo, del resto, il Messia è «soltanto» l'interruttore umano che aprirà le porte di una dimensione spazio-temporale completamente diversa: in ebraico è detta olam haba, «mondo/tempo che viene» contrapposto all'olam hazeh, l'imperfetto terreno esistenziale dove ci troviamo ora.
«Non verrà mai, però dobbiamo aspettarlo», ha detto un maestro del Talmud dallo sguardo scettico in fondo in fondo bonariamente ottimista, visto che gli ebrei hanno del Messia anche un pizzico di paura. Paura dell'ignoto. Di non ritrovarsi nel mondo che verrà. Fors'anche per questo nella storia si sono avvicendati dei messia che in un certo senso è difficile definire «falsi» perché ognuno di loro portava con sé la propria verità.
E ognuno di loro ha creato intorno a sé un fermento speciale, ha aperto porte, fatto riflettere. Soprattutto animato e impersonato delle grandi storie.
E chi se non il grande Isaac Bashevis Singer avrebbe potuto mettere in pagina almeno una di queste storie avvincenti che hanno per protagonista un «falso» Messia?
Satana a Goraj, che Adelphi ripubblica ora nel contesto del progetto di riedizione completa delle opere del Premio Nobel a cura di Elisabetta Zevi, racconta questa storia, insieme a tante altre.
Pubblicato originariamente in yiddish nel lontano 1935 e una trentina d'anni dopo nella traduzione inglese di Jacob Sloan seguita direttamente dall'autore, questo romanzo racconta la storia fosca e triste di Goraj, una cittadina polacca della provincia di Lublino «nascosta fra le colline in capo al mondo... un tempo celebre per i suoi studiosi e i suoi uomini d'ingegno» che nel 1648 viene devastata dai cosacchi. E' il pogrom del famigerato «atamano ucraino» Chemelnesky che quell'anno massacrò gli ebrei di tutta la regione, scorticando uomini, vendendoli schiavi, sgozzando bambini, violentando le donne «per poi squarciarne i ventri e cucirvi dentro gatti vivi».
Di quel pogrom terribile mai s'estinse la memoria: divenne una sorta di cruenta pietra di paragone. E come capita quasi sempre nella storia ebraica, a questi eventi terribili fa di solito seguito un'ondata di speranze, nell'imminenza di un cambiamento radicale che solo il Messia potrà portare, proprio perché il suo arrivo, dice la tradizione, deve essere preceduto da doglie di sofferenza e assurdità inaudite.
Singer racconta questa atmosfera, racconta l'epopea di quello che fu forse il più grande falso Messia della storia ebraica - Shabbetai Zevi - dalla prospettiva di questa cittadina più morta che viva. Qui, fra il 1665 e il 1666 (data non casuale, con tutti quei 6 che rimandano all'Apocalisse di Giovanni) i postumi del pogrom con il suo strascico di orfani e pazzi perché impazziti dal dolore, di rabbini cenciosi che vagano per le campagne, fanciulle ammutolite e matrone pettegole, si incrociano con la ventata di follia ed eresia che la predicazione di Shabbetai sta portando in giro per quella parte di mondo.
«E' una storia di isterismo religioso,» scrive il traduttore inglese nella «Nota al testo», che Singer racconta con una maestria unica, proprio perché questo grande scrittore che sa essere così dolce fu sempre affascinato dall'ambiguità del reale, per non dire dal suo lato oscuro.
Le atmosfere a Goraj sono colme di quel turbamento esistenziale che Singer serbò sempre dentro di sé. Tutto è inquietante, tutto è pieno di segnali indecifrabili eppure eloquenti, tutto è macabro: lo è più che mai il matrimonio della giovane Rechele con il rabbino cabbalista Itche Mates, che sta al centro del racconto e che innesca una serie di eventi tanto strabilianti quanto tenebrosi. A Goraj non c'è nessun personaggio che si salvi: sono tutti intaccati da una specie di maledizione, sono tutti ormai incapaci di scendere a patti con la realtà.
Tutta la storia si svolge in uno scenario segnato dalla distruzione, quella appena passata e quella imminente. Eppure ancora una volta Singer riesce a cogliere l'ambiguità che sta nel mondo e nell'uomo, e regalare al suo lettore sprazzi di luce ma soprattutto di ironia, fra una comparsata e l'altra di quel Satana che è il protagonista indiscusso della storia e che tanto per cambiare della storia si fa beffe. E se, come dice quel vecchio adagio ebraico, «l'uomo traffica e Dio se la ride», chi meglio di questo grande scrittore ci ha spiegato che tanto in cielo quanto giù negli inferi nessuno ci prende sul serio.

- Elena Loewenthal - Pubblicato sulla Stampa del 19/5/2018 -

giovedì 24 gennaio 2019

Negro

Critica della Critica della Ragione Negra
di Ines Maria

La sottigliezza, direi quasi la grandezza, con la quale Achille Mbembe affronta il problema dell'invenzione delle razze e la creazione del sostantivo "Negro", ci spinge a pensare che forse, finalmente, Fanon ha trovato un successore alla sua altezza. Senza dubbio fra i pensatori e le pensatrici più vitali, ancora assetati di vita teorica - unico modo efficace di trasformazione radicale della vita pratica -, il suo nome risuona come quello di chi ha dato concretezza al paradosso della costruzione di quello che è il significante "razza". Nel prendere posizione contro il riduzionismo proto-identitario, e nel pronunciare con orgoglio la parola "critica", consentendo così al proprio fine teorico la possibilità di un'analisi che possa andare alla ricerca delle forme determinanti dello sfruttamento coloniale (osservandole in quanto genesi e motore del capitalismo), Mbembe ha sottolineato in maniera radicale quali sono i problemi centrali nella creazione della razza, ed il suo intrecciarsi e sovrapporsi con il termine "negro" e, con questo, la maniera di superare questa condizione. Come modello di sfruttamento, come paradigma di sottomissione e in quanto struttura psico-onirica; il significante "razza" è diventato una finzione utile per il governo dei corpi e per le pratiche biopolitiche - ai fini della divisione fra coloro che condividono lo status di cittadino, e quelli che non lo anno - ed ha portato al necro-potere - definendo chi può essere ucciso, e chi non può, per mezzo di un attributo, generalmente socio-razziale creato esclusivamente per mezzo, e al fine, dell'esclusione.
La rapida diffusione del suo pensiero, e l'insegnamento che potrà renderla possibile, è qualcosa che in Brasile dev'essere ancora misurata - soprattutto se visto in un contesto nel quale l'egemonia delle teorie liberali  ha fatto sì che queste ultime venissero adottate acriticamente da gran parte del Movimento Negro. Ma le risposte a tutto ciò si trovano nel dramma della vita concreta, ed è tempo, finalmente, di raccogliere i risultati politici catastrofici, concessi e fecondati dal totale allontanamento della sinistra dalla vita comune, cosa che, ci aspettiamo possa ricondurre alla ragione i più sensibili. Ricominceremo da questo. A prescindere dal punto di vista filosofico in cui oggi ci troviamo: il carattere dissoluto, precario, degradato del mondo in cui viviamo, e della vita che ci è rimasta, sono le cose più ferme e sicure su cui possiamo contare. Stiamo affondando tutti quanti a bordo della medesima barca del ritorno al fascismo, della costruzione di muri tutt'intorno al vecchio incubo dell'identità nazionale, del mantenimento della radicale segregazione fra popolazioni differenti. A questo giro, il nemico è il rifugiato.
In tal senso, il libro di Mbembe è un contributo fondamentale per poter comprendere non solo le aree marginali e subalterne del mondo contemporaneo, in quelle che sono le loro contraddittorie relazioni, le quali dipendono dalla struttura totalizzante del capitale - e che, a ben vedere, sono diventate centrali per conformarsi ai percorsi della struttura dell'attuale dominio politico, grazie alla crisi permanente considerata come forma di governo - ma anche perché, nel momento in cui le nazioni, un tempo indispensabili per il capitalismo, si autodistruggono per poter mantenere costante il saggio di profitto, e la condizione degradata di vita si diffonde in tutto il mondo.
In altre parole: il mondo intero sta diventando negro! È la condizione nera che diventa, poco a poco, universale. E comprendere il Negro come un prodotto dello sfruttamento radicale che genera il modo di socialità del capitale - comprenderlo come condizione di sussistenza precaria, di esistenza degradata, di vita cosificata e di presenza resa nulla - è determinante al fine di comprendere la possibilità di superamento del razzismo che passa per il superamente del sistema stesso che lo ha generato. A tal riguardo, scrive Mbembe:
«Ormai non ci sono più veri e propri lavoratori, ormai esistono solo dei nomadi del lavoro. Se, ieri, il dramma del soggetto era quello di venire sfruttato dal capitale, oggi, la tragedia della moltitudine è che non possono più essere sfruttati tutti, è quella di essere oggetto di umiliazione in quanto fa parte di un'umanità superflua, arresa, nemmeno più utile al funzionamento del capitale. Quella che è emersa è una forma inedita della vita psichica che si basa sulla memoria artificiale e digitale e sui dei modelli cognitivi provenienti dalle neuroscienze e dalla neuro-economia. Dal momento che gli automatismi psichici e gli automatismi tecnologici non sono altro che le due facce della stessa moneta, quella che viene installata è la finzione di un nuovo essere umano, "imprenditore di sé stesso" plastificato e chiamata a riconfigurarsi continuamente in funzione degli artefatti che offre l'epoca». (Achille Mbembe, "Critica della ragione negra", edizioni Ibis collana Sud-nord: altri mondi ).
Ma come possiamo cominciare a parlare di un libro talmente denso da riuscire a mettere a nudo le relazioni che hanno permesso che i termini "razza" e "negro" venissero naturalizzati come se fossero stati «sempre esistenti»?  Naturalmente, lungo questa strada, si perderanno molte cose. Se supponiamo che non ci sia niente di «dato» come naturale, eccetto i nostri dubbi, e che non possiamo scendere o salire da nessun'altra verità che non sia quella provvisoria della nostra società: non è forse lecito tentare di dare centralità alla questione dell'identità come se fosse uno dei molteplici sentieri in cui veniamo guidati dall'arguzia del pensatore camerunense? Dopo tutto, forse, non solo è lecito fare questo viaggio: ma è anche qualcosa che ci viene imposto dalla coscienza di ciò che tormenta il nostro movimento attuale.
Razza e Negro sono le due parti reciproche di una moneta coloniale coniata da quel dominio e sfruttamento radicale che fonderà la modernità. Se prima della modernità, la finzione dell'identità era qualcosa a cui si poteva rinunciare per poter vivere sotto l'egida della Chiesa; con la fondazione degli Stati nazionali, con la creazione del concetto di Soggetto fondato su un mondo in cui Dio è morto, con il vuoto costituito dalle ansie di Don Chisciotte e di Amleto - veri e propri prototipi del soggetto moderno - le identità sarebbero diventate un dato centrale contrassegnato, soprattutto, dallo scambio di merci che andrà a costituire la base del mondo socializzato dal capitale.
Fin dall'inizio, l'ultimo dubbio giustifica il fatto per cui - fra le interpretazioni centrali, sia della modernità, che della razionalità moderna, quanto della dinamica che promuove il capitalismo, così come l'universalismo che ha inteso produrre - i termini "negro" e "razza" emergono come un gioco di ombre, come delle oscure fantasmagorie, senza le quali non si riesce a capire la totalità di questi termini, né quello che è il suo motore determinante: la modernità capitalistica. L'Altro che sorge a partire dall'identità europea o, per citare G. Spivak, come Soggetto dall'Occidente, è un Altro che emerge come un oggetto minaccioso. In tal modo, l'approccio da parte dell'identità europea è quello della somiglianza, e dell'essere uguale, a sé stesso, e non quello della relazione e della co-appartenenza al prossimo. L'auto-finzione identitaria dell'Europa - un'auto-contemplazione di sé stesso che intrappola il potenziale della divergenza - rende iper-identitario il significato di Negro, che per Mbembe non ha alcuna differenza con quello di razza.
La comparsa nel dizionario moderno del termine Negro, è stato quindi parallela ad un progetto di conoscenza e di governance che si instaura con lo sviluppo della modernità stessa. Razza e Negro fanno parte di un delirio manipolatorio prodotto da questa stessa modernità. Ovunque sia apparso questo delirio, lo troviamo legato a tre prescrizioni politiche: sfruttamento, sottomissione, ed un insieme di fobie forgiato da una finzione patologica di identità. Mbembe cerca perciò di rispondere a come questo delirio sia stato reso possibile, e a quali sono le sue manifestazioni di base: «In primo luogo, è dovuto al fatto che il Negro sia quello (o anche Quella) che vediamo quando non si vede, quando non vogliamo comprendere niente». Qui, più che altrove, si deve fare chiarezza sul processo di nullificazione (generato dal processo di cosificazione) del negro, che è stato incorporato dalla modernità. Intorno a nessun altro significante dato all'Altro (non-europeo), si è finora sviluppata quell'invisibilità e quella superstizione sostanziale; non c'è mai stata nessun'altra individualità, ridotta in quella che è la sua umanità, che sia stata collocata a metà strada fra l'uomo e l'animale.
Il delirio sarebbe quindi un esercizio di spurgo delle azioni passionali, e servirebbe a trovare una scusa per riempire un vuoto costitutivo proprio di quelle differenze che formano il tutto. Pertanto, il Negro viene collocato in questo non-luogo del delirio, ora zavorrato con la liberazione libidica, ora con la regressione violenta. Negro e razza costituiscono quindi i poli convergenti di un medesimo delirio europeo: la riduzione del corpo e dell'essere vivente ad una questione di apparenza.
Prodotto da una macchina sociale e tecnica indissociabile dal capitalismo, dal suo emergere e dalla sua globalizzazione, questo nome è stato inventato per significare esclusione, abbrutimento e degradazione, vale a dire, come un limite sempre evocato e odiato. E quindi è stato una conseguenza genuinamente modernizzante, il fatto che i suoi più convinti sostenitori completassero l'opera di rimozione dell'umanità nei confronti dell'Altro - sempre minaccioso - adesso incarnato in una riduzione epidermica inventata ai fini del dominio e dello sfruttamento. E la cui scala ampliata, oggi indica il motivo centrale delle enclavi fortificate, dei muri costruiti intorno alle nazioni, e l'insensibilità nei confronti dell'immigrante che bussa alla porta. La fobia dell'altro, l'Alterocidio - come lo chiama Mbembe - è parte costitutiva di questa modernizzazione sfruttatrice e violenta.
Il negro divenne il grande esempio di Essere-Altro attraverso il vuoto, attraverso la notte del mondo, per mezzo di un negativo che riempie tutti i pori dell'esistenza. Se Fanon annunciava già una sorta di ontologia degradata, imposta dall'identità colonizzatrice, Mbembe approfondisce l'investigazione e rivela che, tanto Africa quanto Negro, indicano per il colonizzatore un progetto incompiuto: indicano un'assenza di progetto.
Di fronte ad un mondo di nozioni moderne, che vorrebbe confinare ciascuna individualità in un'identità a tenuta stagna, Mbembe si vede costretto a situare le fonti battesimali della nostra modernità, elencandone i due processi reciproci, vale a dire: 1) il commercio di schiavi; 2) le piantagioni; il luogo dove hanno stabilito il principio di razza sotto il segno del capitale. Creata all'interno della merce, e come risultato del processo di mercificazione del mondo, la coscienza negra, nella fase iniziale del capitalismo, emerge a partire dalla dinamica del movimento e della circolazione. Per questo motivo: «la trans-nazionalizzazione della condizione negra è, pertanto, un momento costitutivo della modernità, ed è l'Atlantico il suo luogo di incubazione».
Se, già tali fonti determinano in maniera centrale la costruzione della razza, a loro volta datano anche la formazione del razzismo orientato dai sentimenti identitari di un'Europa che va formandosi alimentano un delirio che possa rendere redditizio il suo sfruttamento. Il Negro come un Altro reso invisibile, o meglio - lo preferisco - nullificato, è la forma centrale di dinamizzazione del processo di mercificazione del mondo e della vita. Quest'Altro che non è nulla, un nulla che è  ancora capace di trasformare la materia inanimata in ricchezza, ed essere esso stesso merce, deve uscire dal suo processo bloccato, deve diventare un Essere. Non c'è da meravigliarsi, sostiene Mbembe: «quello che chiamiamo "stato razziale" corrisponde, crediamo, ad uno stato di degrado di natura ontologica».
Ne risulta che la maggior parte di quello che ha formato ed ha codificato l'individuo come Negro si trova ad essere relazionato con il processo dell'avvento del mondo della merce, ed a partire da allora «il negro non esiste in quanto tale. Viene costantemente prodotto. Produrre il negro significa produrre un vincolo sociale di sottomissione e un corpo di sfruttamento». Non essendo un essere, un soggetto, il negro vede negata la sua umanità, e nei processi sociali il suo corpo è un corpo di esclusione che viene marchiato come bersaglio preferito dello Stato.
Tuttavia, è in questo luogo di esclusione che può essere lanciato un grido, che un'operazione di demarcazione di umanità può germogliare e può universalizzarsi, e se la «razza è un al di sotto e un al di là dell'essere», come del resto dice Mbembe, può voler dire che il significante "negro" reca in sé ed è gravido di una rifondazione della nozione stessa di essere. Il nulla che viene. Grazie alla sua fantasmagoria, alla sua presenza notturna, alla sua negazione in quanto fondamento, alla sua posizione di essere differenza delle differenze, Negro porta con sé il Nuovo - una fantasmagoria minacciosa che può innescare una profonda trasformazione.
Perciò, questa fobia del negro, questo delirio manipolatore che pone il negro come una minaccia, e come minaccia costante, riceve l'incarico di guidare il moderno funzionamento dello Stato; l'incarico di garantire il mantenimento di una violenza controllata nei confronti di un corpo eccedente rispetto alla modernizzazione - il corpo negro. La forma statale di riproduzione del capitale che, in determinati limiti e condizioni, passa per razzismo al fine di organizzare e strutturare le forme del suo controllo attraverso il monopolio della violenza, viene perciò normativizzata e normalizzata. In queste limitazioni necro-politiche, purtroppo, diventa comune vedere un negro che viene assassinato dallo Stato.
A partire dalle contraddizioni costituite dalla violenza della strutturazione della razza, attraverso il controllo biopolitico permeato di razzismo, Mbembe solleva la questione stessa della scoperta del negro in quanto negro. Dalla quale, a questo punto, ne deriva una questione importantissima che dev'essere trattata: «l'atto dell'identificazione è allo stesso tempo un'affermazione di esistenza». Se questo negro viene nullificato, se la sua presenza viene invisibilizzata, se la sua voce viene silenziata, allora l'atto di scoprire sé stesso diviene quello di parlare: Io sono un negro!, è un atto di affermazione di esistenza e della sua resistenza. Non si tratta di un luogo del discorso, ma di un non-luogo nel quale il discorso dà corpo ad una politica incarnata nel non-essere - con il suo potenziale di diventare-essere che si traduce nel Nuovo -, cioè, in un uno qualsiasi che viva la condizione del negro, e che con tale condizione solidarizzi.
Con un pensiero dialettico sensibile, il pensatore camerunense scommette sui processi di sofferenza e di superamento della condizione di nullificato nella quale il negro, nella sua riduzione epidermica, viene a trovarsi. «Il colore negro non ha senso. Esiste solo in riferimento ad un potere che lo inventa, un'infrastruttura che lo supporta e lo contrappone ad altri colori e, infine, esiste solo in un mondo che lo definisce e lo assiomatizza».
Riprendendo alcune ipotesi di Fanon - di cui non posso parlare qui - Mbembe dimostra come l'implosione del mondo simbolico, nel quale queste differenze sono state architettate al fine di manipolare e sfruttare i corpi, è proprio ciò che renderebbe possibile aprire la strada ad un'altra immaginazione della comunità universale. Avviene che la riduzione al significante negro produca un altro significante che mira a distruggere il motore in cui questo significante viene generato. L'affermazione dell'esistenza è un presupposto della lotta che avrà luogo. Quindi, nell'affermarsi negro, quella che viene aperta è una strada per poter affermare che il mondo è plurale, «militare per la sua apertura, vuol dire che l'Europa non è tutto il mondo, ma solamente una parte di esso», significa superare il riduzionismo europeo e ricondurre il concetto di universale alle sue proprie dimensioni, ristabilendo la singolarità e la differenza! Ma, per fare tutto questo, c'è bisogno di distruggere il mondo nel quale il mantenimento della finzione «colore» equivale al mantenimento dell’esclusione e del razzismo; detto in altre parole, c'è bisogno di distruggere il mondo del capitale.
Vediamo che Mbembe, sulla linea di Fanon e Cesaire, non abbandona, in nessun momento, il concetto di universalità che viene radicalizzato in un senso in cui l'universale non sia annullamento delle differenze, ma luogo delle molteplicità: «un mondo in cui ciò che condividiamo siano le differenze». Un mondo in cui sappiamo che i temi in comune sono le differenze che ci costituiscono. Solo così potremo realmente avvicinarci a quel concetto di identità che sia un'incessante auto-invenzione del nostro Io, per lanciarci nella costruzione di ciò che sia comune.
«La proclamazione della differenza è solo un momento di un progetto più vasto - di un mondo a venire, di un mondo che abbiamo davanti, in cui il destino è universale, un mondo libero dal peso della razza e del risentimento, e dal desiderio di vendetta che viene evocato da qualsiasi situazione di razzismo».
Anche se ho superato quelli che sono i limiti di una recensione, concludo emozionata dicendo  che il libro di Mbembe è un tuffo nella costruzione di un mondo che ha urgentemente bisogno di essere superato, è un volo verso l'Atlantico dove «il mare è condito dalle lacrime dei negri», ma è soprattutto la costruzione teorica di una lotta antirazzista che produce vita. È vita comune. Tutto ciò che ho detto finora non è niente a confronto di ciò che esprime il libro, non è niente di fronte al potere di sintesi realizzato in quella che è una delle opere più importanti di questo secolo. Leggerlo, discuterlo e criticarlo è per noi un compito urgente!

- Ines Maria - Pubblicato il 18/12/2018 su LavraPalavra -

mercoledì 23 gennaio 2019

La Prima Lacrima

«Otto anni fa La Storia divise la critica ma soprattutto oppose la maggior parte dei critici al successo di pubblico. Non volli allora scriverne; anche perché c’erano amici che quasi ti toglievano il saluto se avevi dubbi sulla qualità del libro. Raccolsi però un gran fascio di recensioni, interventi e studi; e in facoltà ne feci un seminario. Quello è libro cui si dovrà ripensare». Franco Fortini (1982)

Nel giugno del 1974 Einaudi pubblica La Storia di Elsa Morante. In copertina, la frase «Uno scandalo che dura da diecimila anni». La discussione sul romanzo, che subito divampa per protrarsi fino all’estate dell’anno successivo, è molto più di una semplice controversia letteraria. L’inatteso, vastissimo successo di pubblico è accompagnato da un’attenzione capillare da parte della stampa: oltre agli interventi sulle pagine delle testate maggiori, destinati a moltiplicarsi nel corso dei mesi, compaiono recensioni ovunque, dai quotidiani locali ai periodici femminili alle più svariate riviste di settore, e nuovo spazio viene concesso alla corrispondenza dei lettori, in una virtuale anticipazione dei moderni blog. Ben presto la disputa assume carattere di polemica ideologico-politica, mettendo a nudo presupposti e pregiudizi della mentalità di quegli anni. La cronaca della ricezione del romanzo morantiano – qui ripercorsa con il corredo di un commento inedito attribuibile a Franco Fortini, di un’ampia appendice di documenti e di bibliografia – diventa così la cartina di tornasole di un’intera stagione politico-culturale, nella quale il dibattito su un libro che ha entusiasmato il pubblico e diviso gli addetti ai lavori è potuto diventare una pagina dell’autobiografia della nazione.

(dal risvolto di copertina di: Angela Borghesi, "L’anno della Storia 1974-1975 Il dibattito politico e culturale sul romanzo di Elsa Morante. Cronaca e Antologia della critica". Quodlibet. pp. 928 € 34,00)

«Sei patetica», così scoppiò il caso Morante
- di Marco Belpoliti -

Nel giugno 1974, arriva nelle librerie italiane il nuovo romanzo di Elsa Morante: La Storia. Romanzo. In copertina una foto di Robert Capa dalla guerra civile spagnola: un corpo riverso su un mucchio di rovine virato in rosso. Pubblicato direttamente in economica per volontà dell'autrice, è tirato in centomila copie. Einaudi l'ha annunciato con piccole pubblicità, poi acquista un'intera pagina sul Corriere della Sera. Prima di allora nessun libro italiano era stato accompagnato da un battage simile. In breve diventa il libro dell'anno salutato da una serie incredibile di recensioni e polemiche: 354. esclusi i saggi veri e propri.
A quarantacinque anni di distanza una studiosa di letteratura italiana, Angela Borghesi, raccoglie 204 recensioni e analizza in 300 pagine quella mole di scritti, definendo in modo puntiglioso e apertamente polemico il caso-Morante: L'anno della Storia 1974-1945, che coraggiosamente l'editore Quodlibet pubblica in questi giorni.
Dopo sei mesi le copie vendute dalla Morante sono 600.000; un anno dopo l'uscita: un milione. Come si chiese in un articolo su Epoca Cesare Garboli il 12 ottobre 1974, il quarto pezzo che scrisse, ciò cui si era assistito sui giornali e riviste somigliava «all'esplosione di un caso letterario o all'eruzione di un formicaio impazzito?». Entrambe le cose viene da dire leggendo il dossier allestito da Borghesi. Scesero in campo marxisti, cattolici, anarchici, repubblicani, socialisti e fascisti, e in pochissimi casi il romanzo della Morante superò l'esame. Fu in gran parte attaccato, criticato e preso a schiaffi da un establishment che si sentiva per la prima volta superato a destra e a sinistra sull'autostrada delle Belle Lettere dal pubblico dei lettori: comunisti, extraparlamentari, socialisti, cattolici, come testimoniano le lettere ai giornali, avevano comprato, letto e pianto sul destino di Iduzza Ramundo, dei suoi figli Useppe e Nino e degli altri personaggi di questa storia ambientata nella Seconda guerra mondiale. Ad attaccare in modo frontale la scrittrice al suo terzo romando è soprattutto la sinistra intellettuale. Dopo un esordio favorevole di Geno Pampaloni, e una dichiarazione commossa di Natalia Ginzburg, scoppia la bagarre. Sulle pagine del manifesto una velenosa lettera a firma di Nanni Balestrini, Elisabetta Rasy, Letizia Paolozzi e Umberto Silva, stigmatizza la recensione positiva di Liana Cellerino nel luglio del '74. Seguiranno interventi di Rina Gagliardi, positivo, e una tirata d'orecchie di Pintor ai firmatari, poi altre recensioni negative e il finale tombale di Rossana Rossanda, decisamente contro. Non c'è critico dell'epoca che non sia intervenuto, più contro cha a favore.
I giornali sono lesti nel definire gli schieramenti: contro la neoavanguardia, la sinistra extraparlamentare, capitanata da Asor Rosa (lo paragona ad un Kolossal cinematografico: puro kitsch), Romano Luperini (ne critica l'impianto ideologico piccolo borghese) e Franco Fortini, che latita e si nasconde (la storia della sua mancata recensione è un saggio nel saggio); ma anche il gruppo romano intorno a Moravia, ex marito della Morante, che entra in campo con una secca stroncatura di Enzo Siciliano. Perfino Pier Paolo Pasolini, il più legato di tutti a Elsa Morante, in un lungo pezzo su Tempo evidenzia il fallimento del romanzo, che è «tre libri insieme».
Angela Borghesi mette in luce l'incomprensione che in un paese, dominato culturalmente da marxisti e cattolici, mostrò la critica davanti a un'opera che spiazzava le ideologie dell'epoca con una visione del mondo che Garboli giustamente definisce "poetica", al di là delle convinzioni politiche e sociali. Perché questa reazione? Ci sono almeno tre aspetti che Borghesi riassume nelle pagini finali, arrivando sino al nostro oggi, dove in Italia, in mezzo a tanti "capolavori" dimenticati, La Storia vende 7-8.000 copie ogni anni. Il primo lo spiega Garboli, il solo che si schiera con decisione e motivazioni a favore della Morante: invidia. Gran parte degli articoli con un linguaggio politico-militare stigmatizzano l'aspetto commerciale, il best seller che diventa. Aveva successo, quindi non poteva essere un buon libro. Borghesi ha strada facile nel segnalare come in gran parte delle critiche, con qualche eccezione, manchi l'analisi critica, l'approfondimento, e dire che narratologia e critica stilistica erano ben sviluppate all'epoca. La seconda ragione, scrive l'autrice, è «il pregiudizio di genere», un tema oggi attuale, forse non così profondamente marcato all'epoca; di certo, in quanto romanziere donna, Morante ha sempre suscitato molte diffidenze. La terza ragione è la più profonda, e anche letteralmente più importante: il rifiuto del patetico. Italo Calvino, che pure stimava Elsa, e a cui il romanzo non piace fino in fondo, lo dice con molta evidenza: un narratore contemporaneo può far ridere o far paura al suo lettore, ma «farlo piangere no».
Quello che la critica marxista in particolare rifiuta è proprio il pathos narrativo del La Storia. Non si concede alla scrittrice di far piangere i suoi lettori, o che usi quella che Calvino chiama la «tecnica letteraria della commozione». All'uterina scrittrice romana non è concesso utilizzare impunemente il registro patetico sentimentale. L'autore del Marcovaldo si chiede: «Cosa fare allora? Guardarsi dall'essere umano nello scrivere?». Il punto probabilmente è qui: il patetico. Morante non è kitsch, ci dice questo librone, perché quella che suscita non è «la seconda lacrima», per dirla con Milan Kundera, bensì la prima, quella vera. La sinistra italiana non ha mai fatto bene i conti con il kitsch, nonostante Gillo Dorfles e altri, come si è visto nell'epoca berlusconiana, e ancora in questo momento politico. Quello che non colsero i critici, come scrisse ex post Marino Sinibaldi, è che una concezione tragica della storia e dei limiti della modificabilità del mondo, come quella del romanzo di Morante, era «utile alla definizione dei confini, dei limiti della politica». Poi venne il riflusso e la caduta delle ideologie. Il problema, Morante sì, Morante no, è ancora qui, davanti a noi.

- Marco Belpoliti - Pubblicato su Repubblica del 21/1/2019 -

martedì 22 gennaio 2019

Libri non tradotti

Recensione di Wiktor Stoczkowski

Questo libro è il risultato di una collaborazione, tanto rara quanto inaspettata, fra un antropologo, specializzato nelle società sahariane e musulmane (Pierre Bonte), e uno storico delle idee che lavora sul pensiero vittoriano e sul darwinismo (Daniel Becquemont). Gli incontri imprevisti fra competenze abitualmente separate, spesso avvengono a partire dalla casualità delle complicità personali; e a volte sfociano in quelle che sono delle ibridazioni fertili. È il caso di questo libro che che fissa lo sguardo di due discipline per poter esaminare il concetto di lavoro,  ancora troppo spesso associato ad una funzione universale che viene attribuita a  tutte le società umane, a partire dal semplice fatto che ciascuna di esse svolge delle attività volte a produrre i beni materiali che sono necessari alla sua esistenza. Tuttavia, la nozione di lavoro, e la rete di significati che trasmette sono un prodotto particolare difficilmente generalizzabile della storia occidentale.
Nel loro tentativo di antropologizzare il nostro concetto indigeno di lavoro, Becquemont et Bonte procedono in due tempi: nel primo, propongono un quadro concettuale comune che possa consentire di collocare in un medesimo campo quello che è lo studio delle differenti occorrenze delle attività umane che noi chiamiamo lavoro; mentre nel secondo testano il valore euristico di un tale dispositivo teorico attraverso molteplici studi di casistica. Questi ultimi vengono suddivisi in due categorie. Innanzitutto, una serie di analisi sincronizzate fra di loro viene dedicata alle società degli allevatori dell'Africa, ai regni sacri della regione africana dei Grandi Laghi e alla cultura dell'antica Grecia.
A questo fa seguito una restituzione diacronica di quello che, nella società occidentale, è stato un lungo processo storico di costruzione del concetto moderno di lavoro, al termine del quale emerge, nella seconda metà del XVIII secolo, una visione assai singolare che finirà per radicarsi profondamente nello strato costitutivo delle idee del nostro senso comune.
Gli autori i interessano principalmente alle rappresentazioni del «lavoro», e si sforzano di comprendere il modo in cui ciascuna società concettualizza ciò che noi concepiamo come «l'intervento dell'uomo sulla natura». Ma le rappresentazioni del «lavoro» non esistono al di fuori di un concetto più vasto che riguarda la vita in società e la visione del mondo che la controlla.  Perciò, l'immaginario del «lavoro» funziona sempre esclusivamente nel contesto di una cosmologia locale. E questo contesto non é esclusivamente ideale - sostengono Becquemont e Bonte - ma è anche associato alla prassi, in quanto le categorie simboliche che lo compongono non sono per niente solamente delle «rappresentazioni», ma sono anche delle forme di organizzazione sociale che danno origine all'insieme del sistema di valori e di pratiche di queste società. Uno dei capisaldi di queste cosmologie pratiche del «lavoro» è il sacrificio, e certi comportamenti o certi prodotti economici prestigiosi possono persino diventare oggetti sacrificali, cosa che conferisce al processo di produzione una finalità estranea al nostro concetto moderno di lavoro.

Le diverse società, la cui analisi permette agli autori di poter testare la portata delle loro ipotesi, sono al tempo stesso altrettante configurazioni culturali che potrebbero essere considerate indipendentemente le une dalle altre. Becquemont e Bonte, tuttavia, fanno la scommessa di inscriverle in uno schema comune, che avrebbe potuto essere benissimo scambiato per una sequenza evolutiva «vecchio stile», se gli autori stessi non avessero escluso in partenza una tale interpretazione. Le configurazioni culturali attuale e storiche, vengono quindi qui disposte lungo un continuum che viene dispiegato fra due poli. Il primo polo rappresenta le società ostili, nelle quali le categorie cosmologiche del «soprannaturale» unificano la società e la natura in un solo medesimo cosmo vivente, dove i prodotti e le attività economiche sono eterogenei , dal punto di vista della carica simbolica e da quello della loro capacità di stabilire - attraverso il sacrificio - il legame con il «soprannaturale» e con altri gruppi umani. Il secondo polo è quello delle società individualistiche moderne, industriali e utilitaristiche, nelle quali la scomparsa del «soprannaturale» induce la rottura definitiva fra natura e cultura, dove le attività e i prodotti economici si trovano ad essere perfettamente omogeneizzati, tutti esclusi dalla pratica sacrificale e tutti ridotti ad una sostanza comune, che è quella misurabile del valore.
Gli allevatori dell'Africa orientale incarnano il modello della società olistica di primo tipo. Nei regni sacri dei Grandi Laghi, l'immanenza del soprannaturale nella sua funzione regale induce una prima omogeneizzazione delle attività umane, risultante dalla loro relazione comune con questa funzione; l'insieme delle attività umane viene interpretata in funzione del necessario intervento reale. Nell'antica Grecia, la distinzione fra quella che era la parte degli dei e quella che era la parte degli uomini, come viene testimoniato dalla pratica del sacrificio, introduce un nuovo grado di omogeneizzazione delle attività umane, accompagnato da una concezione strumentale del lavoro e dei suoi prodotti che erano propri dell'istituzione della schiavitù.
A partire dal terzo capitolo, il libro assume un carattere più apertamente diacronico, applicando lo schema generale come quadro interpretativo di una ricostruzione storica che offre una vera e propria genealogia del concetto di lavoro in Occidente. Il processo ha inizio a partire dall'emergere della cosmologia cristiana, la quale fa del lavoro la conseguenza del Peccato originale e lo strumento morale della Redenzione. Il ruolo del sacrificio viene ad essere modificato: ormai non c'è più alcun prodotto che disponga di un valore che lo colleghi al soprannaturale, dal momento che i beni realizzati attraverso la sofferenza degli uomini non sono altro che i segnali di un'offerta, che viene fatta a livello interiore, dell'anima alla divinità. Non essendo più i prodotti materiali destinati ad essere offerti a Dio,  verranno riservati alla soddisfazione dei bisogni umani. La configurazione sacrificale cristiana ha come effetto una omogeneizzazione parziale dei beni esteriori, e ha reso possibile l'esercizio della ragione riguardo l'assegnazione dei beni per l'utilizzo da parte degli uomini. In questo modo, venne aperta una porta all'etica puritana del protestantesimo, con il suo razionalismo economico secolare posto al servizio della salvezza trascendente che esigeva un «sacrificio interiore». In seguito a ciò, l'individualismo utilitarista si costituiva in questa nuova etica sacrificale, e sarebbe divenuto, verso la fine del XVIII secolo, il rifiuto dell'ascetismo esercitato dai primi protestanti. Separato dal cosmo delle cause trascendentali, il mondo sensibile, nel quale agiscono le cause secondarie, da quel momento in poi diventava il dominio del libero esercizio della conoscenza razionale. Alla fine di     questo lungo processo, emerge quella che è la grande sintesi economica di Adam Smith, la quale completa l'omogeneizzazione delle attività umane in una morale utilitaristica, in cui tale attività vengono ridotte ad un valore comune del lavoro, fonte ultima della ricchezza. Nella storia della nostra tradizione culturale, l'omogeneizzazione del lavoro passa attraverso diverse tappe che segnano una serie di metamorfosi della cosmologia occidentale: omogeneizzazione del soggetto sotto i concetti della ragione strumentale e della razionalizzazione dei bisogni; omogeneizzazione della natura, distinta dal cosmo e vista come un mondo di cose minimali conoscibili; definizione di una proporzionalità fra l'azione umana e i prodotti di questa azione, riduzione del lavoro ad una sostanza comune di valore.

È difficile rendere la dovuta giustizia all'erudizione e alla sottigliezza delle analisi che si possono trovare in questo libro: qualsiasi riassunto che se ne possa fare, riesce ad offrirne solo una pallida caricatura. Gli autori si sono impegnati in un'impresa ambiziosissima, riuscendo a realizzarla benissimo. Il concetto di lavoro a cui si sono riferiti, rimane una componente importante di quelle che sono le nostre rappresentazioni occidentali della cosa umana. Avrebbero potuto lasciarsi tentare di mettere in atto una decostruzione, seguendo la facile moda della «critica culturale», alla quale certo non mancano adepti, né in Antropologia né in Storia. Becquemont e Bonte si sono spinti ben al di là rispetto alla dimostrazione del carattere locale e «socialmente costruito» del concetto moderno di lavoro: compiendo una scelta difficile, mostrano in dettaglio come sia stato costruito questo concetto. E dov'è l'Antropologia in questa dimostrazione? Un lettore precipitoso potrebbe pensare che essa giochi un ruolo solamente sussidiario, critico, servendo esclusivamente ad illustrare lo status non generalizzabile del concetto di lavoro; mentre verrebbe riservato alla Storia, lo sforzo costruttivo di renderne il suo processo di elaborazione. Fare questo, significherebbe dimenticare quella che è la funzione cruciale della competenza antropologica nell'elaborazione del quadro teorico che - ponendo le rappresentazioni del «lavoro» in relazione con le pratiche sacrificali e con il contesto cosmologico - ha offerto alla competenza storica un dispositivo interpretativo altamente originale e fertile. I rapporti, già di lunga data, fra la Storia e l'Antropologia hanno il loro bagaglio di malintesi, di mancanza di fiducia, perfino di disprezzo. Tuttavia avvengono anche degli incontri felici, di cui il libro di Daniel Becquemont  e Pierre  Bonte può essere un esempio incoraggiante sia per gli antropologhi che per gli storici.

- Wiktor Stoczkowski - Pubblicato nel novembre 2005 su gradhiva.revues.org -

( Riferimento: Daniel Becquemont & Pierre Bonte, "Mythologies du travail. Travail nommé", Paris, L’Harmattan (« Logiques sociales »), 2004, 308 p.)

fonte: Gradhiva - Revue d'anthropologie et d'histoire des arts

lunedì 21 gennaio 2019

Ci saranno conseguenze!

Il Libro Nero del Capitalismo
Dalla fine del socialismo di Stato, nel 1989, alla crisi del capitale mondiale nel 2009
- Prologo -
di Robert Kurz

La memoria storica delle persone è corta. Perfino la stessa propria biografia svanisce dalla memoria. Che cosa sappiamo veramente delle nostre vite, dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti e stati d'animo risalenti a 20, 30 o 40 anni prima? In genere le persone rimangono sorprese quando accidentalmente si trovano di fronte ad una prova documentale oggettiva del loro passato, e devono constatare subito dopo come la realtà di quel tempo sia assai spesso differente dall'immagine che ne conservavano nelle loro teste. Siamo sempre differenti ed estranei a noi stessi. Tuttavia, a causare simili fallimenti di memoria, sembra non sia però la limitata capacità del cervello umano. Al contrario, in genere siamo degli artisti della rimozione, i quali dipingono la loro propria storia, e la legittimano secondo il modo migliore che possa convenire alla loro autostima. Ciascuna persona afferma il proprio ego, per quanto fragile, al fine di poter vivere in maniera confortevole e senza che debba disfarsi della propria pelle, senza che debba mettersi in discussione.
Lo stesso vale, su scala più grande, per la memoria collettiva dell'umanità. Tutto quello che precede l'orizzonte iniziale della storia di vita di ciascuno, è per noi un'oscurità ancora più buia di quello che è il proprio passato personale. Sembra strano ricordare che i genitori e i nonni, che ci sembravano così familiari, abbiano avuto una vita precedente alla nostra la quale deve rimanere per noi sempre sconosciuta. Ed è qui che ha inizio la storia della società, perché, al di là della semplice organizzazione tribale basata sulla parentela di sangue - che nel mondo moderno si è ridotta completamente fino ad essere solo la famiglia nucleare con un cucciolo, e nella versione postmoderna si è ridotta all'individuo in quanto atomo della società -, nella storia personale delle generazioni si mescola alla storia culturale, politica e socio-economica. Astraendo rispetto a quello che è il comportamento, le maniere ed i costumi del passato sono sempre estremamente comiche, come se quasi non conoscessimo le circostanze reali. Le storie sono frammentarie, ed essere stesse colorate per mezzo delle rimozioni, cosicché la storia possa essere denominata come «i bei vecchi tempi» oppure, al contrario, «i tempi brutti»; o anche le due cose insieme, poiché il buon senso comune non si imbarazza a causa delle contraddizioni irrisolte. Di fatto, le storie del «io c'ero» sono le meno affidabili.
Ma, allo stesso modo in cui il singolo si legittima in termini di storia di vita, a maggior ragione lo fa la struttura dominante della società. In quelle che sono le memorie personali, penetrano, come agenti corrosivi, l'autogiustificazione ideologica e la narrativa storica trasmessa, attraverso i libri di scuola, dalle relazioni di potere esistenti, mettendo così il pensiero sotto pressione, e a rischio di dissoluzione. L'autocensura personale si unisce alla censura sociale. In tal senso, in questo, il campione del mondo è il capitalismo moderno. Nessuna società nella storia dell'umanità si è presentata in maniera così sfacciatamente assoluta. Il sistema totale di mercato, non solo dipinge come bella la sua propria storia, ma ne cancella anche la maggior parte.  L'«homo oeconomicus» vive quello che è quasi l'orizzonte temporale di un bambino; vale a dire, vive nell'eterno presente delle azioni di mercato, che sembrano avvenire tutte nello stesso piano a-temporale. Se la mente conservatrice invoca la storia, per distorcerla in nome dell'autorità, lo spirito del liberalismo economico vende sottocosto la storia, allo stesso modo in cui vende sul mercato mutande, caccia-bombardieri da combattimento, zuppe istantanee ed altri oggetti, nei quali il mondo dell'esperienza viene trasformato in maniera indiscriminata. E se la tradizione orale è già stata mitologicamente, i  media capitalisti de-storicizzano la storia stessa, dissolvendola nell'economia di mercato.
Questo metodo è ideologicamente molto più vantaggioso di tutte quelle che sono le semplici falsificazioni della storia. Poiché il carattere aleatorio del colorato mondo delle merci inghiotte qualsiasi verità oggettiva e, conseguentemente, la cosiddetta postmodernità non sono è arrivata sul mercato totale, ma anche al relativismo totale, vale a dire, ad un paradosso. «Tutto quanto è solo un film». Perciò viene omessa qualsiasi riflessione critica sul divenire storico «di ciò che esiste». Esso «è» semplicemente il punto finale. Per questo pensiero (o meglio per questa assenza di pensiero), tuttavia, l'apparenza mediatica o ideologica ha altrettanto contenuto fattuale di quanto ce l'ha quello che è reale; più precisamente, sembra non esserci alcuna differenza tra la realtà e la messinscena. La menzogna è altrettanto vera della verità, e, quindi, viviamo da molto tempo, con tutta la nostra libertà democratica, in un mondo orwelliano. Il «1984» è già alle nostre spalle, solo che nessuno se n'è accorto.
All'essere umano del mercato, che è caduto in un realismo cinico, dal momento che immagina di essere il più illuminato di tutti, viene fatto fare quasi tutto, egli accetta le imposizioni più incredibili come se fossero una fatalità, quasi come un mistico orientale, e si lascia irretire in assurdità più grandi di quelle che potevano imprigionare un contadino medievale. Nella misura in cui ha perso qualsivoglia criterio, non riesce a distinguere il bianco dal nero; e se qualcosa lo colpisce fino a fargli del male, allora deve accettare le diagnosi degli specialisti  o degli esperti. Solo questo completo idiota, privo di ragione critica e reso inabile, può essere maturo per un'economia di mercato che è onnipresente, e Alle cui «leggi» deve credere, allo stesso modo in cui il servo della gleba feudale aveva fede nell'esistenza reale dell'inferno e del purgatorio.
L'ultimo piccolo residuo di un criterio, nella storia del dopoguerra, sembra sia stato il conflitto sistemico fra Est ed Ovest. Era, ovviamente, un criterio troppo a basso costo, con cui l'occidente capitalista ha potuto misurarsi. Perciò sappiamo che il socialismo burocratico di Stato non è emerso dalla maturità della crisi del sistema capitalistico, provenendo, al contrario, da una crisi di «sottosviluppo» della periferia del mercato mondiale, nella prima metà del XX secolo. Si può facilmente vedere come i regimi di «modernizzazione ritardata». all'est e al sud, hanno solo ripetuto le prime forme occidentali del capitalismo, da tempo dimenticate e rimosse, in un camuffamento semplicemente diverso, al fine di mettere in moto un'economia mercantile industriale moderna, che partiva da zero con un ritmo accelerato; e soprattutto, imitando anche, fino al ridicolo, le passioni e la mitologia delle rivoluzioni borghesi, i modi di vita capitalisti e perfino il design occidentale. È per questo che, fin dall'inizio, l'est non ha mai costituito alcuna alternativa storica, ma solamente una grossolana e miserabile versione a basso costo dello stesso Occidente;  una versione rimasta a metà strada. La superiorità economica e tecnologica del capitalismo occidentale fu solo quella di un fratello maggiore che solitamente annienta il più giovane, ed è anche fiero di fare questo.
Solo la più assoluta cecità storica ha reso possibile il fatto che il collasso dell'antidiluviano socialismo di Stato venisse proclamato come la vittoria finale del capitalismo, e come la soluzione finale della questione sociale. Adesso, più che mai, sembra inconcepibile che le basi comuni al moderno sistema produttore di merci, con le quali i ritardatari storici avevano dovuto misurarsi fin dall'inizio, siano proprio esse stesse oramai obsolete. Il fatto è che dal 1989 tutte le promesse capitaliste si sono rivelate delle vere e proprie bolle d'aria. I mercati aperti ad Est non hanno portato alla società occidentale alcun nuovo miracolo economico, ma solamente una concorrenza disperata, fatta a colpi di salari sempre più bassi. . E le popolazioni dell'Est, incredule, si stanno sfregando gli occhi nel constatare che perfino i più sinistri ideologhi del comunismo di caserma, la cui menzognera propaganda sul proprio dominio era tanto trasparente quanto miserabile, avevano descritto esattamente e con maliziosa precisione quelli che erano i deficit sociali dell'economia di mercato occidentale.
Ma l'idea rimane come paralizzata, e le energie utopiche appaiono come consumate. Dopo la fine della storia, quello che rimane è confusione, e sclerotizzazione interna. La speranza è persa, dal momento che non si riesce più a pensare un'alternativa. Perfino il riformismo moderato collassa. Il capitalismo è libero di circolare e mostra un ghigno talmente maligno che ben pochi se lo sarebbero aspettato. Ha avuto inizio una vuota fabbricazione di concetti, in cui venivano presentate , una dopo l'altra,  delle assurde proposte a basso costo, sul terreno di un'economia di mercato «senza alternativa», al fine di evitare una crisi sociale ed economica apparentemente inarrestabile. L'auto-censura dell'uomo capitalista, che è più efficace di qualsiasi organizzazione di polizia, ha portato alla fine del pensiero critico. Neppure la sottocultura è più un'opposizione.
Per poter riuscire a pensare una nuova alternativa, per prima cosa è la storia a dover essere riabilitata. È necessario storicizzare quello che è un capitalismo apparentemente a-storico. Questa non è più una questione che possa essere confinata al dominio facoltativo del pensiero. In realtà, abbiamo raggiunto la soglia storica del dolore dovuto alla sofferenza dell'economia di mercato, dove il totalitarismo economico comincia a diventare insopportabile. Mentre gli ultimi guerrieri della guerra fredda vanno ancora in giro a balbettare a proposito del «mondo libero», il sistema planetario del capitalismo si rivela come una società «che sta diventando letteralmente impazzita» (Oskar Negt). Com'è noto, è questo il destino di ogni Hybris. Un'auto-rigenerazione della società, un ritorno a quella che è la base sociale ed ambientale dei fatti, un calmante per il progresso che non ha più alcuna inibizione o limite, una vita sociale tollerabile e un senso basilare di sicurezza inteso come presupposto della compassione, della responsabilità creativa e della riflessione sulle idee, sarà possibile solo se il sistema di concorrenza totale - reso assurdo oltre ad essere un pericolo pubblico per gli individui atomizzati - verrà messo di fronte allo specchio della sua propria storia, in modo che l'auto-conoscenza delle persone capitaliste possa rendere facilmente possibile una fine senza terrore del capitalismo. Questa storia è soprattutto una storia economica e sociale, e non lo è solo superficialmente. In quanto se «il medium è il messaggio» (Marshall McLuhan), allora la storia del moderno «homo oeconomicus» , di fatto, può essere solo la storia della sua economia, la storia dello «sviluppo delle forze produttive», la storia dei cicli economici, delle crisi e dell'astratta ricchezza monetaria. La violenza ed il tremendo potenziale di questa storia contrasta con la sua non meno tremenda banalità. Dal momento che le questioni esistenziali, metafisiche ed epistemologiche dell'umanità sono state soffocate dalle cosiddette leggi del mercato, rimane solo la metafisica futile del denaro. Le avventure sono finire, perché, nella totale banalità del mercato, non c'è niente da scoprire, non c'è niente da sperimentare. Non esiste più nessun sport rischioso, o turismo di avventura sull'Himalaya, che ci possa aiutare. Per esempio, l'eroe della settimana è Hartwig Piepenbrock, «padrone di un'enorme impresa di pulizie», con 300 mila dipendenti con un salario basso (Wirtschaftswoche 37/1996), il cui scopo nella vita è quello di essere il più grande nel settore delle imprese di pulizia a basso salario. La soglia storica del dolore dell'economia di mercato, è anche quella della sua visione del mondo, della sua «estetica della merce» (W. F. Haug) e dell'imbarazzante ristrettezza dell'ambizione umana. Una soglia del dolore non può essere oltrepassata senza che ci siano conseguenze. Oltre una tale soglia, il paziente è morto, oppure è diventato un'altra persona. Tuttavia, la storicizzazione del capitalismo - che è già in ritardo - non può più essere realizzata a partire dai conflitti interni della storia della modernizzazione così com'è avvenuta fino ad oggi. Deve guardare alla cosa nella sua totalità, vale a dire, deve partire dall'analisi di quello che è diventata, ne deve rivelare la fine. L'ironia della storia potrebbe essere che, per il capitalismo, il trionfo assoluto e la crisi finale coincideranno storicamente. Il fatto che questa crisi inaspettata appare essere molto differente da quello che si pensava fosse il risultato del collasso dello stesso sistema di riferimento esistente. L'attuale dibattito globale sulla «localizzazione degli investimenti» è così grottesco perché non vuole rendersi conto che, oggi, l'onnipresente sistema del «posto di lavoro» dell'economia di mercato è stato distrutto ed è stato reso impossibile. È ovvio che anche la questione dei posti di lavoro attira l'attenzione sulla storia. L'industrializzazione capitalista, iniziata alla fine del XVIII secolo, entra in un vicolo cieco. Solo un'altra avventura è possibile: il superamento dell'economia di mercato, al di là delle vecchie idee del socialismo di Stato. Dopo, potrà cominciare un'altra storia.

- Robert Kurz - da "Il Libro Nero del Capitalismo" - Introduzione alla nuova edizione del 2009 -

Fonte: EXIT!

domenica 20 gennaio 2019

Il corsivo è mio!

Nell'aprile 1944, nel pieno della Seconda guerra mondiale, Viktor Krav?enko, addetto alla missione commerciale sovietica negli Stati Uniti, rompe i rapporti con il suo Paese e abbraccia lo stile di vita occidentale. Per spiegare le cause di questo "tradimento" scrive un libro, pubblicato in America nel 1946, in cui denuncia il regime staliniano e racconta al mondo intero com'è davvero vivere in Unione Sovietica. Un anno dopo, il libro viene pubblicato in Francia, diventando subito un caso; tanto che il settimanale politico-letterario «Les lettres françaises» inizia una martellante campagna diffamatoria contro l'autore, che intenta quindi causa al periodico. Il processo si svolge nel 1949 e per due mesi Nina Berberova, redattrice di una rivista per emigrati russi, lo segue come cronista. Questo libro racconta quell'esperienza memorabile, descrivendo l'eccezionale numero di testimoni dell'accusa (profughi, rifugiati politici, uomini e donne perseguitati dal regime sovietico) e della difesa (funzionari e militari russi, comunisti francesi), personaggi dipinti dalla Berberova con tratti brevi e precisi, senza perdere nessuna sfumatura delle diverse testimonianze. In questo modo l'autrice fornisce un resoconto vivissimo, completo e credibile di quanto è accaduto in aula senza però rimanere impassibile davanti allo spettacolo di intolleranza che gli intellettuali filocomunisti vogliono inscenare. Perché è russa, ed è una scrittrice. E così, accanto all'agghiacciante rappresentazione della cecità degli intellettuali di allora e dell'inevitabile violenza delle ideologie, abbiamo oggi uno straordinario racconto-verità. Introduzione di Marco Belpoliti.

(dal risvolto di copertina di: "Il caso Kravcenko", di Nina Berberova. Guanda.)

Margarete dal gulag al lager
- di Mirella Serri -

«Prima di sistemarla su un vagone ferroviario diretto in Germania, le dettero nuovi indumenti, un buon pasto e arrivò pure un parrucchiere per farla bella». Così la scrittrice e giornalista russa Nina Berberova riassume uno dei momenti più drammatici nella vita di un personaggio d’eccezione, Margarete Buber-Neumann. Si tratta delle terribili ore del gennaio 1940 in cui la quarantenne Margarete, dopo essere stata ben pettinata e nutrita, viene consegnata ai nazisti dai sovietici che l’avevano tenuta prigioniera nel gulag di Karaganda. Nel clima di amicizia creato dal patto Molotov- Ribbentrop del 23 agosto 1939, Stalin consegnò a Hitler un migliaio di ebrei e di comunisti dissidenti, tra cui la Buber-Neumann. I tedeschi la destinarono al campo di concentramento di Ravensbrück. Il racconto di questo passaggio, dal gulag di Stalin al lager di Hitler, la Berberova lo raccoglie dalla viva voce della protagonista nel 1949 in uno dei suoi reportage per la Russkaja Mysl’, rivista destinata agli emigrati del suo Paese.
Il giornale aveva incaricato la scrittrice di seguire quello che sarà definito il processo del secolo. Il dibattimento in cui la donna tedesca rivelò tutti i suoi atroci patimenti si svolse a Parigi e il principale protagonista fu l’ingegnere Viktor Andrijovyč Kravčenko fuggito dalla Russia e approdato in America. In quell’aula di tribunale venne resa nota la realtà del sistema concentrazionario sovietico per la prima volta con enorme risonanza mediatica. Le udienze, molto seguite dai giornali di tutto il mondo, s’iniziarono il 24 gennaio di 70 anni fa e adesso la raccolta degli articoli della Berberova esce con la prefazione di Marco Belpoliti nel volume Il caso Kravčenko (il 10 gennaio da Guanda, pp. 304, € 18,50).

«Ho scelto la libertà»
Kravčenko, che era stato mandato a New York dal governo russo per trattare l’import-export di materie prime, nel 1944 decise di chiedere asilo politico negli Stati Uniti e due anni dopo di rivelare nel libro Ho scelto la libertà quello che accadeva in Urss: la povertà dilagante, il massacro dei contadini ucraini, le torture, i processi farsa e i gulag. In Italia è Mario Pannunzio, direttore di Risorgimento liberale, a pubblicare a puntate, nel 1947, con grande scandalo, il libro di Kravčenko sul suo quotidiano. Ma il caso mediatico esplode quando l’esule russo fa causa alla rivista comunista Les lettres françaises. Da questa testata viene accusato di raccontare falsità, di essere al soldo degli americani e di essere stato arruolato dai fascisti.
La Berberova, che era approdata a Parigi dopo aver abbandonato la Russia dei Soviet a metà degli Anni Venti, nei suoi resoconti sul processo è asciutta, diretta e imparziale. Però riceve minacce per i suoi articoli antistaliniani e teme di avventurarsi da sola a tarda sera per le strade della capitale francese. Ad assistere alla deposizione dell’ingegnere, della Buber-Neumann e di altri detenuti scampati all’inferno della Kolyma sono presenti calibri da novanta della cultura francese, Jean-Paul Sartre, Louis Aragon, Simone de Beauvoir e altri. L’intellighenzia parigina è in gran parte schierata contro Kravčenko. Così lo scrittore Vercors e l’intellettuale Roger Garaudy, deputato e senatore del Partito comunista francese, cercano di dimostrare, come scrive la Berberova, che i gulag sono un’invenzione di Margarete e di Kravčenko. Un’analoga opinione la condivide il famoso scienziato Jean-Frédéric Joliot-Curie, scopritore del neutrone e Nobel per la chimica. Due anni dopo non a caso si aggiudicherà il premio Stalin.
Nel numeroso pubblico, tra le schiere di poliziotti e di giornalisti accorsi da tutto il globo, cala però il silenzio, commenta la Berberova, quando arriva il momento in cui Margarete, dall’aspetto dimesso e dalla voce flebile, prende la parola. In prime nozze la comunista nata a Potsdam aveva sposato Rafael, figlio di Martin Buber, noto filosofo ebreo. Poi unisce il suo destino a quello di Heinz Neumann, consigliere personale di Stalin. Heinz osa criticare il dittatore russo dopo la sua scelta di solidarizzare con Hitler. Viene imprigionato e tenuto in ostaggio all’hotel Lux con Margarete. La notte del 27 aprile 1937 è arrestato. Poi non si hanno più sue notizie.

Con la Milena di Kafka
Margarete è la moglie, anzi la vedova a questo punto, di un «deviazionista»: questa la sua colpa. Ed è destinata al carcere femminile di Mosca. Nel ’38 viene inviata nel gulag kazaco, luogo gelido in un bacino carbonifero dove, dopo quattordici ore al giorno di estenuanti fatiche, le viene concessa una minestra di acqua tiepida. «Le condizioni di vita e di lavoro erano peggiori di quanto non le abbia trovate poi a Ravensbrück. Ma debbo anche dire che nei lager di Stalin non ho trovato il sadismo e la crudeltà individuale dei lager nazisti», ricorda Margarete.
Dopo essere stata consegnata agli uomini di Hitler e trasferita nelle baracche di Ravensbrück, la Buber-Neumann ha un incontro assai speciale con Milena Jesenská, giornalista ceca e membro della resistenza che era stata legata a Franz Kafka da un amore intenso e appassionato. Milena, che con il suo affetto e la sua solidarietà aiuta Margarete a sopravvivere, muore il 10 maggio ’44. La Berberova non manca di rilevare il tono impietoso con cui l’avvocato difensore delle Lettres françaises rimprovera Margarete di non mostrare nessuna riconoscenza per i sovietici che nel 1945 hanno spalancato le porte del campo di concentramento e le hanno restituito la libertà.

Il silenzio degli Alleati
Il resoconto reso al processo parigino dalla Buber-Neumann sulla sua tremenda prigionia sovietica (a cui dedica anche la propria autobiografia) colpisce profondamente l’opinione pubblica internazionale e rappresenta una tappa fondamentale per la conoscenza di quello che stava accadendo all’Est. Durante il periodo bellico gli Alleati avevano deciso infatti di seppellire sotto una coltre di silenzi le purghe staliniane degli Anni Trenta a causa delle quali erano morte milioni di persone. Alla fine del 1942 Stalin fu addirittura dichiarato uomo dell’anno sulla copertina di Time.
Kravčenko, grazie al quale era emersa la verità sul rispetto dei diritti umani nella patria del socialismo, vincerà la causa. La verità si era affermata, però, anche grazie all’impegno di due donne: la Buber-Neumann, ex fervente comunista che seppe sfidare con la sua denuncia un mondo che le era pregiudizialmente ostile, e la Berberova che con i suoi articoli e con il suo libro dedicato al Caso Kravčenko continuò negli anni a mantenere vivo il ricordo delle sofferenze di Margarete.

- Mirella Serri - Pubblicato sulla Stampa del 7/1/2019 -

La Prefazione di Marco Belpoliti

Nell’estate del 1947 Nina Berberova è a Parigi dove vive da molti anni. Non ha più né una casa né una stanza in affitto, e neppure i soldi per cercare entrambe. Si sistema da un’amica che sta ristrutturando la sua abitazione. L’appartamento non ha il tetto. Alla mattina arrivano gli operai per i lavori, e lei se ne va. La notte invece si addormenta guardando le stelle nel cielo sopra di lei. Quando tutto è finito, Nina se ne va altrove in un minuscolo appartamento vicino al Trocadéro, come racconta in "Il corsivo è mio", la sua autobiografia.
Comincia a vendere poco a poco i propri libri per mantenersi. Nel contempo inizia a scrivere per Russkaja Mysl’, un settimanale russo, che esce proprio quell’anno, quando i comunisti vengono esclusi dal governo francese e gli emigrati ottengono il permesso di pubblicare un loro giornale. Nina Berberova ne è di fatto la redattrice letteraria.
Nel clima di quel secondo dopoguerra la situazione di coloro che sono usciti dall’URSS negli anni Venti, rifugiandosi in Germania e Francia, non è ancora molto chiara; la guerra ha mescolato le carte e dirottato molte vite. Berberova cerca di mettersi in contatto con gli emigrati che non sono tornati nella Russia di Stalin; sono rimasti in Germania, a Berlino, dove lei stessa ha sostato, e dove ha conosciuto Vladimir Nabokov, prima che questi andasse a Parigi e da lì in America. La giovane poetessa, protetta da Aleksandr Blok e Anna Achmatova, ha lasciato la Russia post-rivoluzionaria nel 1922 insieme al poeta Vladislav Chodasevič, suo compagno. Ora sono trascorsi ventitré anni ed è una scrittrice, per quanto non ancora pienamente rivelata al mondo. Ha già scritto in Francia i romanzi brevi e i racconti che la renderanno celebre più di trent’anni dopo: L’accompagnatrice (1934), Roquenval (1936), Il lacche´ e la puttana (1937), la raccolta Le feste di Billancourt (1925-1940), dal nome del quartiere dove vivono i fuoriusciti russi.
Nel 1949 accade un fatto imprevisto: l’affare Kravčenko. Si tratta dell’autore di Ho scelto la libertà. Pubblicato in America nel 1947 e subito tradotto in numerosi paesi, il libro racconta per la prima volta al pubblico occidentale la condizione dei campi di concentramento, le purghe staliniane e l’assenza di libertà in Unione Sovietica. Si scatena immediatamente un attacco contro di lui. Kravčenko è un addetto ai rifornimenti di materie prime e tecnologie per conto del governo sovietico distaccato a New York. Ha abbandonato il suo incarico e chiesto asilo al paese dove si trova nell’aprile del 1944. Nei due anni seguenti scrive il suo libro e lo dà alle stampe. Viene accusato di essere un impostore, di essere al soldo dei nemici dell’Unione Sovietica, colluso coi fascisti e anche con i servizi segreti americani, manovrato dai menscevichi rifugiati in quel paese. Una rivista d’area comunista, redatta da intellettuali e scrittori francesi, Les lettres françaises, è particolarmente dura nel denigrarlo. Kravčenko gli fa causa per diffamazione e il processo ha inizio nell’aula del tribunale di Parigi nel gennaio 1949.
Nina Berberova segue tutte le udienze per conto di Russkaja Mysl’. Così la scrittrice e poetessa, che all’epoca ha quarantotto anni, si trova nel gruppo dei giornalisti che affollano l’aula. Siede, come racconterà con dovizia di dettagli in seguito, tra il corrispondente del Times e quello della Izvestija, vicino ai rappresentanti d’importanti giornali canadesi e francesi. Quando ha lasciato l’URSS, all’inizio del decennio decisivo per la fine del sogno rivoluzionario, non ha sicuramente immaginato che le sarebbe accaduto d’ascoltare il racconto delle persecuzioni e deportazioni di massa attuate da Stalin nella sua Russia in un’aula di tribunale straniero e che ogni giorno avrebbe raccontato l’andamento di quel processo sulle pagine di un settimanale, che per merito dei suoi resoconti è diventato un quotidiano.
Ogni giorno Nina Berberova, che conosce il russo e il francese, e che non ha bisogno delle traduzioni degli interpreti, redige un articolo sul dibattimento durante la notte, prima che alle sette del mattino arrivi il fattorino del giornale per ritirarlo e portarlo in redazione.
Sino a quel momento l’esistenza degli immensi campi di lavoro russi non è nota al grande pubblico. Le notizie sono trapelate, ma in modo generico, poi la guerra contro la Germania ha di fatto messo a tacere quanto era occorso negli anni Trenta nel paese. L’URSS è alleato degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Ne parla Kravčenko nel suo libro. Nell’aula del tribunale francese sfilano gli ex prigionieri di Kolyma e Karaganda. La medesima cosa è accaduta per le vicende dei lager nazisti, la cui esistenza era nota sulla stampa internazionale; c’erano state pubblicazioni, ma sino all’arrivo degli Alleati e dei sovietici in Germania nel 1945 si era trattato di poche e inascoltate persone, scampati e testimoni.

Dodici anni dopo, in un altro processo, che si può considerare parallelo di questo francese, svoltosi in un altro clima politico, verrà alla luce in modo eclatante lo sterminio degli ebrei d’Europa. Si tratta del processo ad Adolf Eichmann, il principale organizzatore della macchina di smistamento dei deportati ebrei nell’Europa occupata dalle truppe naziste. Il dibattimento contro il criminale nazista si tiene a Gerusalemme, e curiosamente è un’altra donna, una filosofa, a suo modo una scrittrice, Hannah Arendt, a rendere conto del processo del gerarca, sequestrato in Argentina dai servizi segreti dello Stato di Israele per processarlo nel 1961.
La differenza tra il resoconto di Nina Berberova e quello di Hannah Arendt è palese dal punto di vista stilistico, ma anche la prospettiva entro cui le due donne seguono i due dibattimenti è ben diversa. Per quanto entrambe scrivano per una rivista, nonostante il coinvolgimento diretto nei fatti – Berberova è uscita dall’URSS prima delle purghe staliniane che avrebbero potuto travolgerla, così come l’ebrea tedesca Arendt è scampata per un soffio all’internamento nel lager fuggendo in Francia e poi negli Stati Uniti d’America –, il loro resoconto ha una forma e un contenuto differente.
Hannah Arendt cerca di ricostruire il contesto entro cui è avvenuto lo sterminio degli ebrei, e per questo si inoltra in questioni complesse come la responsabilità dei Consigli ebraici delle zone occupate dai tedeschi, suscitando con i suoi resoconti, e poi con la pubblicazione del volume La banalità del male (titolo originale Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil), un dibattito feroce in seno al mondo ebraico americano, e non solo.
Nina Berberova non racconta cosa è accaduto in URSS, non cerca di spiegare la trasformazione della Rivoluzione d’ottobre in una sanguinaria dittatura personale; racconta piuttosto il processo nudo e crudo. Di sicuro anche lei ha degli avversari: la sinistra francese, gli antifascisti, gli ex-resistenti al nazismo, molti dei quali legati al Partito comunista francese, che non credono all’esistenza dei campi di concentramento e di lavoro, o almeno così dichiarano. Nell’aula del tribunale sono presenti Sartre, Mauriac, Aragon e altri illustri intellettuali dell’epoca. Alcuni di loro testimonieranno contro Kravčenko.
La scelta stilistica che Nina Berberova compie è quella del resoconto quasi stenografico. Trascrive e deposizioni, i dibattiti, le discussioni, i furibondi scontri che avvengono in aula. Non ricostruisce dunque la storia delle deportazioni nei gulag, ma dà voce ai testimoni a favore di Kravčenko, e anche ai suoi denigratori. La sua posizione è precisa; si capisce da come rende i toni e descrive le persone che si siedono sul banco dei testimoni. Usa l’ironia nel raccontare gli avversari di Kravčenko, cita le risate del pubblico, gli applausi, il vociare e le richieste di autografo rivolte all’autore di Ho scelto la libertà. La sua partecipazione non è distante, bensì contenuta, resa sul filo di quella saggezza che è anche uno dei caratteri principali di Il corsivo è mio. Saggezza che è intelligenza delle cose, sottigliezza, capacità di non farsi travolgere dal partito preso delle proprie idee o dalla malinconia, peggio ancora dal rancore. Le sue frasi sono secche e dirette, lontane dal risentimento.
Nina Berberova non è stata in un campo di concentramento sovietico, è una scampata alla strage degli intellettuali e scrittori sancita da Stalin. La chiave di volta del suo reportage – perché di questo si tratta, di un testo giornalistico al limite dell’asciuttezza – è la domanda di giustizia. Non per sé, ma per Kravčenko prima di tutto, e anche per gli ex deportati nei gulag. Si tratta della medesima asciuttezza ricca di sfumature che c’é nei suoi libri degli anni Trenta, della sua sottigliezza psicologica, per cui basta un piccolo accenno, uno spostamento di tono, l’uso di un aggettivo o di un sostantivo, per far capire tutto. Economia di stile e di attenzione rivolta ai personaggi di questo processo. Lo stesso sguardo che permea le sue novelle o anche i libri biografici che scriverà successivamente.

Roger Garaudy, il giovane deputato comunista che diventerà noto negli anni Cinquanta e Sessanta, per poi convertirsi all’Islam – cosa che Berberova non potrà sapere – è «un uomo ancor giovane dai capelli neri, mal rasati, con occhiali di tartaruga » e parla come « un oratore di professione ». Anche lo scrittore Vercors non esce bene dalle pagine del reportage. Sono stilettate, come quelle che la voce narrante dell’Accompagnatrice infligge ai personaggi nel suo monologo. Nina Berberova possiede l’arte dell’entomologo: infilzare i suoi personaggi con pochi tocchi di penna. Resta piuttosto scandalizzata, cosa che ricorderà ai suoi interlocutori decenni dopo, davanti alla testimonianza di un uomo di scienza come Jean Frédéric Joliot-Curie, scopritore del neutrone, Premio Nobel per la chimica nel 1935, comunista fervente, che nega l’esistenza dei campi; nel 1951 lo scienziato riceverà il Premio Stalin. Gli intellettuali francesi appaiono, con rare eccezioni, ipnotizzati dalla sirena sovietica. Nessuno leva la sua voce nel processo a favore di Kravčenko. Sarà invece la gente comune, venuta da vari paesi, a testimoniare l’esistenza di campi di lavoro con centinaia di migliaia di deportati, campi lunghi ottocento chilometri, come dirà uno di loro davanti all’esterrefatto presidente della corte.
A deporre viene una donna che ha sperimentato l’orrore dei campi staliniani e di quelli nazisti, Margarete Buber-Neumann. Sposata con il figlio del filosofo ebraico Martin Buber, aderente al partito comunista tedesco, è riparata con il secondo marito, Heinz Neumann, a Mosca; scomparso lui, è stata portata in un gulag e successivamente consegnata ai nazisti nel 1940, dopo il patto Molotov-Ribbentrop tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica. I tedeschi la destinano a Ravensbrück, cui sopravvive; lì incontrerà Milena Jesenská, l’amica di Franz Kafka, la sua prima scopritrice. Un incrocio curioso che prende forma nelle pagine di questo resoconto. Nina Berberova dedica una particolare attenzione alla deposizione di questa donna, che racconta con le sue esperienze dirette l’intreccio tra i due paesi totalitari del XX secolo. Uno dei passaggi centrali del processo, segnato dalla presenza di uno straordinario avvocato difensore di Kravčenko, Georges Izard, ex deputato socialista, delegato della Resistenza all’Assemblea consultiva, Croce di Guerra della Resistenza, riguarda la discussione intorno al manoscritto del libro dell’ex ingegnere russo. Accusato di non essere il vero autore del libro, Kravčenko esibisce in aula il manoscritto. I suoi calunniatori eccepiscono dettagli delle pagine, riscritture, correzioni, interpolazioni, parti soppresse. Nina Berberova, ben esperta in manoscritti, racconta con precisione cosa significa scrivere e riscrivere un’opera e ironizza sulle obiezioni degli avvocati di Les lettres françaises: così lavorano gli scrittori del presente e del passato.
Nel clima infuocato del processo, in un’epoca in cui ancora non esistono i cosiddetti «dissidenti russi», la denuncia dei crimini staliniani è ancora un tabù per la sinistra politica. Nina Berberova racconterà in seguito di aver provato persino paura la sera tornando verso la sua casa al Trocadéro; evitava le strade buie dal momento in cui il quotidiano del grande Partito comunista francese, L’Humanité, aveva pubblicato una sua caricatura.
La raccolta dei pezzi usciti sulla rivista russa diventerà, dopo la fine del dibattimento, a sua volta un libro, con il resoconto delle arringhe finali e il ricorso contro la sentenza di condanna da parte dei calunniatori di Kravčenko, per la seconda volta stigmatizzati dal tribunale. Un libro stampato su pessima carta, dirà la Berberova, che si disfa ben presto e viene presto dimenticato. Ristampato sulla scia della notorietà internazionale raggiunta negli anni Ottanta dalla sua autrice, anche per merito della casa editrice Actes Sud di Hubert Nyssen, Il caso Kravčenko è diventato, a partire dalla ristampa del 1990 in francese, un’opera importante per raccontare cosa è stato nel dopoguerra il sonnambulismo della sinistra e del Partito comunista nei confronti del Grande Fratello sovietico.
Un volume che si legge tutto d’un fiato, scoprendo, o riscoprendo, una narratrice di grande talento, che sa raccontare la storia di sconosciuti personaggi, uomini e donne che transitano nell’aula del tribunale per narrare le loro tragiche storie. Questo è il libro di una scrittrice, prima di tutto, che parla di qualcosa che l’Occidente non vuole sentire, un resoconto redatto con la massima sobrietà, esattezza e convinzione.

- Marco Belpoliti - Fonte: www.illibraio.it

sabato 19 gennaio 2019

Attenzione!

Ho paura
- di Floréal -

Ho appena aggiunto due serrature alla mia porta. Non esco più di casa. Ho fatto sapere agli amici che desiderano farmi visita, una parola d'ordine, indispensabile a chiunque intenda varcare la soglia della mia tana. Li ho anche fortemente sconsigliati dall'avvicinarsi, se non vogliono passare dei guai. Ho paura per loro. Ho paura per me stesso.
Fedele ad una certa tradizione polemico-satirica, che fa dell'ironia un'arma necessario di fronte all'eccesso di stupidità, e agli eccessi della militanza fanatica, mi sono lasciato andare ad intervenire, senza riflettere, sui social forum; sono arrivato perfino a prendere le distanze dai Gilet gialli e da alcuni di quelli che sono il loro aspetti più nauseabondi: l'ottusa stupidità omofoba e sessista, l'antisemitismo e la xenofobia, la predilezione per il tricolore nazionale e per l'infuocata Marsigliese. In breve, malgrado le affermazioni orali e scritte che trasudano speranze rivoluzionarie, da parte di alcuni compagni, che convocano immediatamente il 1789 e Barcellona 1936, ritengo possibile, e perfino opportuno, affermare che questo movimento sia «non del tutto di mio gradimento».
Nel tepore del mio benessere, necessariamente piccolo-borghese, avevo dimenticato che questo genere di eventi porta inevitabilmente con sé il suo pacchetto di Fouquier-Tinville e di futuri commissari politici.
Il sito « Paris-luttes.info » , per fortuna è riuscito ad avvisarmi in tempo, e a mettermi in guardia pubblicando un post dal titolo « Quand le vent tournera », ripreso a sua volta da una pagina Facebook pro Gilet gialli che ha scelto opportunamente il nome di « Cerveaux non disponibles ».  In questo testo c'è un messaggio rivolto in maniera particolare a quelli che non sono Gilet gialli al 100%. Vi trascrivo il testo, il tempo di fare le valigie:

« Ma il vento girerà. E quando le ceneri della lotta voleranno via per lasciare intravvedere il sole, noi non rimarremo con le labbra serrate e le braccia conserte ad accontentarci di questo nuovo orizzonte. No, saremo (sic) abbastanza lucidi da guardare dietro di noi e non dimenticare i corpi martoriati che disseminati riempiranno (re-sic) la strada percorsa. E chiederemo conto. Domanderemo giustizia. I colpevoli verranno giudicati.
Ma ci ricorderemo anche dei complici di questa tragedia, di quelli che, per la loro posizione sociale, per il loro status pubblico o per la loro influenza politica, avrebbero potuto ed avrebbero dovuto indignarsi ed insorgere contro la politica anti-sociale ed anti-democratica messa in atto dall'attuale potere. Non prendere posizione è diventato ormai un sostegno alle derive autoritarie del potere. Che le associazioni, i sindacati, le ONG, i collettivi, gli artisti, i giornalisti, i filosofi, i professori. gli avvocati e gli altri cittadini si prendano le loro responsabilità. Voi, che non avete compreso l'essenza del movimento, o che non ne avete accettato la legittimità ideologica, non siete esentati dal dire la verità sulla deriva autoritaria ed anti-democratica del potere. Negarlo o nasconderlo, con il pretesto che il movimento non è del tutto di vostro gradimento, vi renderà definitivamente complici, fino alla vittoria del movimento. E perfino dopo.
  »

- Floréal - Pubblicato il 18 gennaio 2019 su Le blog de Floréal -

fonte: Le blog de Floréal

venerdì 18 gennaio 2019

L’asso nella manica

Facebook dà l'assalto al mercato dei media locali degli Stati Uniti
- di Patrice-Hans Perrier -

Le grinfie sui piccoli media
Martedì scorso, Facebook ha annunciato che nei prossimi 3 anni investirà 300 milioni di dollari americani al fine di sostenere la professione di giornalista. Il gigante dei social media punta a quello che è il mercato dei piccoli media locali, i quali si trovano in una cattiva situazione soprattutto a causa del fatto che il grande pubblico americano ha preso le distanze dalla stampa ufficiale. Questo progetto sembra corrispondere all'Iniziativa di Google News, lanciata lo scorso anno dal motore di ricerca americano.  Facebook segue l'esempio di Google e investe sui piccola media. Nella loro crescita, i giganti della Silicon Valley danno l'assalto al mercato dei piccoli media regionali e locali, in un contesto in cui i social media, come principale vettori di informazioni, in America hanno già sostituito i giornali stampati.
Questi dati, raccolti dal Pew Research Center, sottolineano il fatto che il 20% degli adulti sostiene di tenersi aggiornata sull'attualità attraverso i social media, consultandoli in maniera frequente. In confronto, solo il 16% degli intervistati hanno affermato di leggere i giornali al fine di ottenere lo stesso tipo di informazioni.

Rifarsi una verginità fra gli utenti
Facebook tenta di rifarsi una verginità presso il grande pubblico, dopo essere stato ripetutamente accusato di manipolare la propria piattaforma al fine di frenare, o di bannare, determinate fonti di informazione giudicate non conformi o considerate come delle "Fake News" [notizie false]. Inoltre, diversi media emergenti criticano il gigante dei social media per la sua politica che privilegia quei contenuti che favoriscono le grandi corporazioni che sono in grado di stanziare i fondi necessari per poterli rendere una priorità. Ultimamente, Facebook si è associato all'Agenzia France Presse al fine di istituire un meccanismo di verifica dei fatti, e diversi organi politici hanno fatto pressione sull'azienda di Mark Zuckerberg affinché intervenga per evitare che dei contenuti ritenuti indesiderabili possano intervenire a perturbare lo svolgimento delle elezioni che nel 2019 sono previste a più latitudini.

Un nuovo modello di affari
Campbell Brown, vice presidente responsabile per Facebbok del partneriato con i media, ha dichiarato, secondo quanto è stato riportato da France Press, di «voler continuare a lottare contro le "Fake News", e contro la disinformazione e le informazioni di scarsa qualità». Volendo fare bella figura, gli strateghi di Facebook ritengono che si debba «avere l'opportunità e la responsabilità di aiutare i media locali a crescere e ad avere successo»,  questo sempre secondo la signora Brown. Tutto ciò va bene, ma alcuni analisti si interrogano a proposito di questi investimenti di 300 milioni di dollari, che da soli corrispondono al budget di sfruttamento annuale di un grande media nazionale americano. Facebook sarebbe sul punto di testare un nuovo modello di attività commerciale che consisterebbe nel far migrare sulla propria piattaforma una parte sostanziale di piccoli media emergenti.

- Patrice-Hans Perrier - Pubblicato il 17 gennaio 2019 su CARNETS D'UN PROMENEUR -

fonte: Carnets d’un Promeneur

giovedì 17 gennaio 2019

Dopo la rivoluzione

Quello che può durare nella lotta dei Gilet Gialli
- di Temps critiques, 12 gennaio 2019 -

La maturazione del movimento
Quello che si può dire, è che senza trascendere dal suo punto di partenza, il movimento ha già modificato il suo anti-fiscalismo originale a favore di esigenze più sociali e generali (passando dalla giustizia fiscale dei piccoli commercianti o degli imprenditori, alla giustizia sociale). Già la lotta sul prezzo della benzina era una lotta che andava oltre la questione dell'aumento, per denunciare l'arbitrio di un prezzo senza alcun rapporto con qualsivoglia valore. I Gilet gialli non sono degli esperti economisti, ma sanno che il prezzo del barile, e quello del gas variano enormemente, sia in un senso che nell'altro, mentre il prezzo della benzina o del gas sono dei prezzi amministrati, vale a dire, dei prezzi politici. La riforma di Macron aveva una sua base materiale: il rincaro dei costi dei trasporti individuali utilizzati essenzialmente per il lavoro. Ma una semplice analisi marxista, svolta nei termini dell'aumento della difficoltà a riprodurre tale forza lavoro, mancava dell'essenziale, cioè di quello che aveva permesso di passare dal malcontento alla rivolta, vale a dire, la presa progressiva di coscienza che si tratta del  «sistema» e non della «piccola causa». Nei paesi capitalisti sviluppati, dove non ci troviamo effettivamente nella situazione delle sommosse a causa della fame, la rivolta riguarda il maggior numero di persone, diversamente da come avveniva per le vecchie tasse sul carburante, come per i camionisti, o per i berretti rossi. Come avverrà successivamente, con la rivendicazione di un aumento dello SMIC [salario minimo interprofessionale di crescita], il movimento vuole innanzitutto sostituire all'arbitrio dello Stato, o a quello dei prezzi di monopolio, una sorta di «prezzo equo », alla Proudhon.

Un'unità che si costruisce...
Il movimento non si basa affatto su un'unità di rottura (per esempio, un'unità direttamente anticapitalista, dal punto di vista ideologico), bensì su un'unità di esistenza a partire dalla condivisione delle condizioni materiali e sociali, perfino anche politiche, percepite come degradate. Una tale situazione tende a far rinascere quelle condizioni di «Tous ensemble»  del 1995, questa volta però su delle basi non sono più le stesse di prima, non sono più quelle del lavoro salariato, in senso stretto, ma piuttosto quelle di un insieme di singoli individui che all'improvviso costituiscono una massa. Quest'unità è poco divisiva in quanto procede per mezzo di scorciatoie semplificatrici (i poveri contro i ricchi, il popolo contro le élite, ecc.) anziché passare per degli schemi teorici poco elaborati rispetto alle classi. Essa forma un consenso che si oppone al consenso dominante, quello che riunisce, al di là delle loro differenze, lo Stato, il padronato «illuminato» e le classi medie colte, quelle che lavorano nell'insegnamento, nella cultura, nei media, in quanto anche questo blocco non procede per definizione ed esclusione ideologica a priori, purché gli individui o i gruppi di pressione, o i movimenti sociali, rispettino il quadro istituzionale ed il politicamente corretto.
In tutto questo, il movimento dei Gilet gialli è una risposta popolare alla politica, né di destra né di sinistra,  dei politici di Stato in lotta per il potere, che si ritengono gli unici depositari positivi; mentre gli altri ricadono tutti nel negativo del termine «populismo», servendo così a stigmatizzare tutti gli estremi della politica politicante (da Le Pen a Mèlenchon, mentre il PCF non fa parte della carretta, dal momento che si colloca, ancora una volta, dalla parte dell'ordine e del rispetto delle istituzioni in carica) e, se sarà necessario tutte queste «brave persone» che non sanno più come fare ad arrivare alla fine del mese, sfideranno le regole della civiltà a favore dell'insulto, del disimpegno e della volgarità.
Questa unità comprende uomini e donne che stanno al di fuori di ogni riferimento in termini di sesso e di colore («tutti gialli»). Contrariamente a quanti cercano invano nel movimento una rimessa in discussione della relazione uomo/donna, le donne e i gilet gialli si pongono immediatamente come uguali agli uomini, almeno in seno al movimento. La notte, sulle rotatorie, così come nelle manifestazioni che affrontano la polizia, le donne Gilet gialle non abbandonano né la loro dimensione femminile né la singolarità della loro concezione della lotta, così come essa è stata dimostrata in tutta la Francia, nelle loro manifestazioni di domenica 6 gennaio. Se, come sempre nella storia, le donne agiscono come staffette, non si manifesto in maniera particolare come se fossero delle figure «estremiste» (incendiarie o donne libere) oppure, al contrario, come ridotte a svolgere delle funzioni logistiche o domestiche, bensì come parte pregnante, piena e completa del movimento.
Come nei movimenti rivoluzionari storici (la Rivoluzione francese, il 1848, La Comune, le rivoluzioni russe e cinesi, la Spagna. l'Ungheria 1956, ecc.) o negli sconvolgimenti rivoluzionari (maggio 1968; Italia 1968-78),  non abbiamo a che fare con un movimento puramente classista, per cui non si tratta di definirlo in maniera classista, come se la rivoluzione dovesse essere necessariamente facilitata per mezzo di una purezza di classe, e quindi non ci dovrebbe aspettare niente da un movimento come quello dei Gilet gialli, a causa del suo «interclassismo». Le lotte di classe sono state più virulente proprio quando questa purezza di classe è stata meno evidente. Contadini e sanculotti della Rivoluzione francese, artisti della Comune, declassati della nobiltà ed intellettuali nella Rivoluzione russa, i marinai di Kronstadt e i consigli dei soldati, i contadini di Makhno, il maggio 1968 e gli studenti, il ruolo primario degli operai meridionali nelle lotte di fabbrica del nord Italia testimoniano le molteplici componenti sociali di queste rivoluzioni. Quando le lotte sono guidata da una maggiore omogeneità della classe operaia, questo di solito viene pagato con una maggiore dipendenza di quello che è il rapporto reciproco capitale/lavoro (la classe operaia «garantita»).

... ma in una nuova configurazione
Per il momento, il movimento è limitato alla circolazione (ai blocchi) e alla redistribuzione delle ricchezze, più che al modo di produrle. In ciò, può essere assegnabile a tutti gli sfruttati, a partire dal fatto che ripristina la fiducia nell'azione collettiva, e lo fa attraverso l'idea che non esiste alcun sconvolgimento sociale se non viene stabilito un rapporto di forza favorevole. Una posizione questa, che seduce sempre più i sindacalisti minoritari nella CGT. i quali contano di riuscire a portare questa prospettiva dentro il prossimo congresso confederale del 13 maggio a Digione: «Quello che stanno facendo i Gilet gialli si ripercuote [...] nei dibattiti nella CGT a proposito dell'efficacia delle giornate delle manifestazione e di mobilitazione del sabato. Ora, se non coniughiamo le azioni del sabato con delle azioni nelle imprese, il MEDEF [Nd.T.: la confindustria francese] potrà continuare a dormire sonni tranquilli», si legge in un progetto preliminare di contributo al congresso. Anche se siamo lontani dalla prospettiva dei Gilet gialli che s'inscrive in una sorta di «tutto è possibile», c'è un tener conto di quella che è una nuova situazione di resistenza attiva a tutto quello che subiamo, a livelli differenti.
Quel che sconcerta è che allo stesso modo in cui non è classista - l'abbiamo detto - il movimento non è nemmeno classificabile. Esso non è realmente «sociale» nel senso tradizionale di un movimento sociale, ed è per questo che a sinistra viene piuttosto respinto, però è di natura sociale (riguarda in maniera prioritaria le persone che si trovano in difficoltà finanziarie e/o professionale); non è di natura politica nella misura in cui non si definisce politicamente, ma ha un'«anima politica» come è dimostrato dai suoi riferimenti che esso a sua volta riattualizza (la Marsigliese, l'art.35 della costituzione del 1793, «governo del Popolo, dal Popolo, per il Popolo», l'appello di Commercy, ecc.). Gli individui quindi non si lasciano confinare in una situazione di dominio, e reagiscono con dei mezzi che sono al limite, vale a dire, non praticando un entrismo politico o facendo lobbying, bensì occupando lo spazio pubblico in una sorta di grande rivolta.
A questo proposito, lo slogan « Paris–Debout-Soulève-toi » (ma, nello slogan, il nome della città è intercambiabile) rimanda ad una situazione di rivolta che è più vicina a quella della rivolta dei Canuts piuttosto che a quella delle lotte di classe del XX secolo. Poiché il filo rosso storico che li lega potrebbe essere simboleggiato da « Ce n'est qu'un début continuons le combat » a cui oggi non crede più nessuno, come si è potuto vedere durante il movimento contro la loi-travail, dal momento che nonostante l'aspetto di massa del movimento quest'ultimo aveva in qualche modo, nella sua grande maggioranza, interiorizzato la debolezza della lotta nell'attuale rapporto di forza capitale/lavoro, cosa che lo ha privato di ogni possibilità di trasformare tale rapporto di forza, nel momento stesso in cui non ha prodotto uno scarto rispetto alla situazione tradizionale di uno confronto innocuo, per non rischiare la sconfitta sul campo e mantenere l'illusione.
Non classista e non classificabile, diciamo, ma d'ora in poi non inequivocabile. Perciò, nel momento in cui nel movimento stesso, questo insieme che non è una totalità (popolo), né una particolarità identificabile (classe), tende sia a volersi costituire come una totalità di dominati («le persone che stanno in basso») nelle condizioni attuali, incluse quelle che sono le trasformazioni del capitalismo, sia a voler risvegliare un Popolo essenzializzato nel grande sostegno dei simboli dell'antico Stato-nazione francese (Bandiera e Marsigliese). Ma ciò che è unisce queste due tendenze, è proprio la coscienza della trasformazione delle forme dello Stato.
Infatti, non siamo i i soli a constatare che il passaggio dalla forma dello Stato-nazione a quella dello Stato-sistema, paradossalmente ha prodotto una centralizzazione superiore fatta di retti di potere e di potere politico e di servizi pubblici insieme, di conseguenza, ad una perdita di legittimità da parte dello Stato in questa forma nuova. Una nuova forma che i Gilet gialli denunciano in  quanto, ai loro occhi, essa favorisce l'affarismo, la corruzione, le pratiche mafiose, il clientelismo e non più il bene comune o il «senso dello Stato» o della Francia.

Dopo la rivoluzione del capitale, ad essere diventato centrale è il reddito, e non più il lavoro
Non è che il movimento dei Gilet gialli non si preoccupi della questione del posto di lavoro e del ruolo che ha il capitale nel determinare le loro condizioni di vita, ma le diverse frazioni popolari non sono più strutturate a partire dalla centralità che veniva giocata prima dalla classe operaia, dalle sue organizzazioni ed associazioni, dalla sua cultura, dai suoi quartieri. La dissociazione, sempre più importante, fra luogo di vita e luogo di un eventuale lavoro, produce un decentramento della predominanza del dominio. Non si tratta più della lotta contro l'assegnazione al lavoro, e della criticava del lavoro, che avevano prevalso negli anni 1960-1970, e che avevano continuato fino ad oggi, ma delle lotte che criticano l'assegnazione alla residenza prodotta dalle politiche di «rurbanisation» [urbanizzazione dei centri rurali] (Henri Lefebvre) che avviene in un più generale processo di metropolizzazione subita. Una sorta di arresti domiciliari che vengono vissuti anche dagli immigrati e dai loro discendenti, ma anche una politica che viene subita da quest'ultimi nell'universo delle banlieue, nelle quali molti cercano di sfuggire unendosi ai comuni periferici: quegli spazi residenziali che i nuovi abitanti credono di aver scelto facendoli costruire ed accedendo a certe condizioni di vita.
È questa possibilità di incontri, di apertura, di accesso alla città, insieme a quello che essa aveva di «progressista», che i Gilet gialli rifiutano in maniera contraddittoria, ragion per cui molti di loro sono contenti di poter trovarsi ancora lontani dal tormento della città, dalla sua delinquenza, dal suo inquinamento, ecc. A tal proposito, le prime grandi manifestazioni del movimento, a Parigi, non vanno intesi come un'aspirazione ad appropriarsi della grande città. In primo luogo, assume il significato di esistenza e visibilità collettiva nei luoghi del potere, nello spazio centrale di una delle capitali mondiali del capitale globalizzato, degli «invisibili in abito giallo». Vale a dire, che all'Arco di Trionfo siamo a casa nostra, così come a place de l'Opéra, o sugli Champs-Élysées. Non si tratta della conquista di un luogo di vita iperurbano, ma piuttosto l'affermazione politica ed esistenziale che «Parigi è anche noi»; un modo per dire allo stesso tempo anche «lo Stato è anche noi», e che noi intendiamo combattere quelli che lo organizzano per il loro solo tornaconto.
Molte persone, sociologhi, esponenti della sinistra o altri sindacalisti si pongono il problema di sapere perché i Gilet gialli non attacchino il padronato, o lo attacchino così poco. È vero che un'inchiesta mostra quanti pochi siano a conoscere l'acronimo MEDEF [l'equivalente francese della Confindustria italiana], ed è vero che la sede di questa MEDEF non è stata depredata durante i sabati del 1° e dell'8 dicembre - che per quanto riguarda i beni, sono stati i più distruttivi - sebbene si trovasse al centro degli avvenimenti, nel quartiere dell'Étoile e degli Champs-Élysées
Innanzitutto, è un punto di vista che dev'essere relativizzato: gli attacchi contro «il mondo degli affari», il CAC 40 [indice azionario], le multinazionali e le banche sono frequenti, e in questo i Gilet gialli non sono molto diversi dai movimenti degli anni '30 contro le «Duecento famiglie», ma anche da Occupy Wall Street, solo che semplicemente non hanno l'etichetta «di sinistra». I Gilet gialli hanno una coscienza immediata di quello che è il processo di globalizzazione, e questo li porta a non attaccare il capitale proprietario dei mezzi di produzione, ma ad attaccare il capitalismo in quanto «sistema» (si tratta in ogni caso dell'attuale evoluzione del movimento che è passato dall'antifiscalismo ad una posizione «anti-sistema» più vicina all'anticapitalismo tradizionale - che ha avuto origine sia a destra che a sinistra - che al conservatorismo anti-statale dei movimenti simili al Tea Party.
Non possiamo, senza contraddirci, da un lato essere contenti della scomparsa di ogni mediazione che affossa le nostre rivolte e, dall'altro, deplorare il fatto che la rivolta avvenga contro quella che è la forma più globale del dominio, a livello di ciascun paese, che è quella dello Stato incaricato della riproduzione dei rapporti sociali all'interno di questo quadro limitato rappresentato dal territorio nazionale. Questo Stato che impone la sua politica, i suoi prezzi, le sue forme di tassazione, la sua legislazione. Il movimento è ostile solo contro il grande padronato e la finanza, ma non contro il piccolo imprenditore, che è il più grande creatore di posti di lavoro, e ancor meno contro l'auto-imprenditore occasionale che è appena arrivato al lavoro salariato. Perciò, il movimento non pone la questione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Per lo più, i Gilet gialli non lavorano nelle grandi imprese, perché essi sono il prodotto della ristrutturazione del capitale, del suo nomadismo e della sua flessibilità, essi sono poco permeabili all'idea dello sciopero (tranne, eventualmente, allo sciopero generale) e oscurano in maniera quasi naturale quello che è la relazione di sfruttamento fra capitale e lavoro, poiché percepiscono che essa viene giocata ad un altro livello; a quello del dominio politico dello Stato, o a quello della Comunità europea, ecc. È questa forma di coscienza a-classista che gioca contro la coscienza operaia della classe, e fa sì che chiedano rispetto per quello che consente al loro piccolo capitale di lavorare produttivamente... e un forte aumento dello SMIC [salario minimo] potrebbe essere sostenuto solo dalle grandi imprese.

Per ciò che attiene alla violenza del movimento
Bisogna distinguere quello che vogliamo rispetto alla prospettiva della comunità umana (nessun essere umano è estraneo alla nostra condizione umana comune) dalla realtà dei rapporti sociali che fa sì che certi individui, nelle loro funzioni o nei loro comportamenti, non si comportano come esseri umani. Questo è ad esempio il caso delle forze dell'ordine, così come in certe condizioni quello dei militari. Ciò non significa che siano riducibili a questo.
Ma nella funzione repressiva essi non hanno alcun margine, com'è dimostrato dalla loro azione, divenuta al giorno d'oggi essenziale: quella di gasare, accecare e manganellare, allo stesso tempo in cui, il giorno prima, sulle rotatorie, stavano cercando di simpatizzare con i Gilet gialli. Da allora in poi, sono sempre più obbedienti agli ordini, ed è stato loro chiesto di piantarla con la gentilezza e di assumere l'atteggiamento della cattiveria. Quando abbiamo detto che l'aver messo in discussione i rapporti sociali sul posto di lavoro ha creato un gap rispetto alla funzione richiesta dai padroni, dai capi o da altri, e la cosa riguardava il salariato di base -  e non un particolare tipo di lavoratore salariato, sia esso poliziotto o guardia carceraria - numericamente ultra-minoritario, ma che per il potere dominante è molto più importante di milioni di lavoratori salariati medi. 
Per queste categorie specifiche, un semplice scostamento non può bastare, ma devono disertare (come facevano i soldati refrattari durante la guerra del '14, come Jean Moulin durante l'occupazione tedesca). A partire dal fatto che sappiamo che, per vincere contro lo Stato, noi non avremo mai la potenza militare (in senso lato), evidentemente non si tratta di essere soddisfatti per uno slogan che sentiamo ovunque: «Tutti odiano la polizia». Ma quanto meno questa formula possiede una certa efficacia durante le manifestazioni, assai più importante di quella del '68 (CRS=SS) in quanto è molto più proporzionata. E durante le manifestazioni, quando cala la notte e nell'oscurità potrebbe succedere tutto, possiamo vedere fino a che punto gli sbirri sono sensibili alla vergogna che può rappresentare il loro proprio lavoro, cercano di massacrare dei «casseur» o dei giovani delle banlieue, e si vengono a trovare sotto gli occhi della gente che sanno che vivono nelle loro stesse condizioni , che soffrono come loro... ma che rinunciano pubblicamente e perfino tranquillamente ai loro 150 euri, spesi in mezza giornata di sciopero. è il prezzo dei gas lacrimogeni e della manganellate o dei flash-ball. Dalla vergogna, puo’ nascere qualsiasi cosa: più spesso la reazione immediata, ancora più rabbiosa, ma mista alla paura. In un secondo tempo, la cosa dipende dall'evoluzione del movimento nei suoi rapporti di forza con lo Stato. Ma per il momento, il movimento non vive altro che nell'immediatezza e nel breve periodo. Oscurando parzialmente la relazione di capitale nel lavoro, che costituisce in sé stessa una mediazione, che è quella del salariato, il rapporto sociale si esprime nella sua brutalità: il movimento di fronte e contro il «sistema» capitalista ed il suo apparato statale.
Ed è proprio perché non c'era alcuna mediazione in cui il movimento abbia potuto credere, in un primo tempo, é stato possibile diventare pappa e ciccia con le forze dell'ordine («siamo tutti Gilet gialli», si poteva sentire, e inoltre alcuni Gilet gialli potevano anche avere dei familiari o degli amici nella polizia) e di conseguenza occupare la strada, e più in generale lo spazio pubblico, senza alcun problema, in quanto, come proclamano i Gilet gialli «manifestare è un diritto». Si può perfino pensare che sia provenuta da questa ingenua confidenza, l'idea secondo la quale non era più necessario fare domanda, per ottenere delle autorizzazioni, in cui si comunicava il tragitto.
È stato solo essere stati manganellati sul viso ed asfissiati dai gas, che i Gilet gialli si sono resi conto che ciò che all'inizio appariva loro come un diritto, ridiventava ora qualcosa da conquistare, da imporre allo Stato, a questo governo ed al suo appartato repressivo. A partire da questo, l'atteggiamento faccia a faccia delle forze dell'ordine non poteva che cambiare, in primo luogo perché i manifestanti non erano più dei novellini, in quanto gli scontri erano diventati strutturalmente obbligatori, malgrado il pacifismo globale dei manifestanti (ivi compresi quelli violenti, ma disarmati; sotto quest'aspetto, niente a che vedere con il '68) e l'ordine di risparmiare le energie (evitare il contatto diretto); in secondo luogo, perché se potevano esserci ancora delle illusioni intorno alle rotatorie, dove i poliziotti e i gendarmi presenti facevano dei turni e sembravano essere degli individui come gli altri, ma in uniforme, nelle manifestazioni di città non si trattava di individui, ma corpi di Stato che reagivano in quanto tali, fino a quando non si sfaldavano.

A proposito di organizzazione
Sebbene in molte regioni non esista un vero e proprio coordinamento, c'è una tendenza reale a moltiplicare le richieste di coordinamento nazionale. Come nel caso del secondo appello del Commercio, del coordinamento di Tolosa o di Marsiglia. Ma come potrebbe essere possibile passare direttamente ad un coordinamento nazionale che non sia dotato di un guscio mediatico costituito da dei portavoce auto-proclamatisi? Questo sarebbe un mettere il carro davanti ai buoi, col pretesto che il Commercio si sarebbe organizzato in questo modo. In ogni caso, l'esempio concreto di coordinamento regionale al quale abbiamo partecipato è stato abbastanza caricaturale ( si veda in proposito, il nostro rendiconto sul bollettino dei Gilet gialli su https://blog.temps­cri­ti­ques.net/ ), ma allo stesso tempo è stato anche indicativo di una differenza di situazione fra le grandi città, da un lato, e le piccole cittadine dall'altro. Il movimento è partito da quest'ultime, e dalle campagne, attraverso l'utilizzo delle rotatorie e dei caselli di pagamento dei pedaggi, come punti di aggregazione. Un'organizzazione minimale e locale, controllabile, che screditava immediatamente tutti quelli che sono gli apprendisti portavoce che vanno a Parigi, per discutere con il potere, o con i media. Ma nelle grandi città c'erano solo le manifestazioni del sabato, ed era difficile essere soddisfatti dal loro ripetersi.
Nel mentre, sono emersi dei tentativi di organizzazione attraverso assemblee al fine di cercare di «definire» un movimento che diversamente non faceva altro che sposare la fluidità e la temporalità delle manifestazioni con cadenza settimanale. Ma è un'impresa difficile, in quanto allo stesso tempo, in maniera contraddittoria, necessaria ed artificiale; e poi perché non coincide bene con quelle che sono le caratteristiche originarie di un movimento che ha coniugato ad un livello assai locale azione, riflessione e comunità di lotta  e, in maniera trasversale insieme ad altri, si è trasformata come se fossero delle comunità affini di lotta.
Al contrario, nelle grandi città, l'aggregazione è più anonima, più centralista; essa introduce rapidamente verticalità e delega, e soprattutto politica, nel senso peggiore del termine, perché cerca di ideologizzare il movimento, di dargli un colore politico. Anche se in una piccola cittadina come quella di Villefranche-sur-Saône, questo è opera del Fronte Nazionale, mentre nelle altre città sembrerebbe essere piuttosto effetto della sinistra di La France Insoumise e di quello che rimane di Nuits Debout.
Per adesso - è più di un'osservazione - la lotta è aperta... e i problemi restano intatti, dal momento che, vista la singolarità del movimento, all'orizzonte non si vede alcun guadagno.
Infatti, la forma della rete, quando veniva esercitata sul modo di occupazione dei territori, utilizzava le tecnologie digitali come supporto della rete. Ma oggi, a causa del giro di vite repressivo sulle rotatorie, e alle manipolazioni da parte di certi leader autoproclamatisi tali attraverso i media e Facebook, i quali hanno tutti delle referenze meno interessanti di quelle del gruppo Commercy, le reti tendono a diventare delle consorterie, e l'assemblearismo alla Commercy sembra essere la forma più appropriata. Ma tutto ciò non impedisce affatto, malgrado la maggiore riflessività, manifestata pubblicamente e diffusa da questo gruppo, che si tratti anche di un tentativo di coordinamento nazionale dall'alto. Se possiamo esprimere delle riserve in rapporto al formalismo assembleare di Commercy, è difficile immaginare quale sia la forma di rete che possa sostituirlo, e inoltre sono essi stessi a parlare di comitati popolari, visti come base dell'insieme. Ragione per cui ci sono molte esitazioni.
Più concretamente, nella discussione, le due tendenze principali che emergono sono quelle che, da una parte ritengono che la diffusione sia un vantaggio e quelli, che dall'altro lato pensano che bisogna coordinarsi subito a livello centralizzato, poiché diversamente non si va da nessuna parte, in quanto non si riesce a dare veramente fastidio. Il problema è che dietro quella che appare come un'opposizione di strategie, si nasconde anche una differenza di quelle che sono le situazioni oggettive; la prima posizione viene assunta dalle persone che vivono nelle regioni periferiche, la seconda dagli abitanti delle grandi città, in quanto quest'ultimi trovano che sia difficile potersi inserire nel movimento senza partecipare alle manifestazioni del sabato, o senza cercare di prendere il comando politico del movimento.
Indubbiamente, bisogna che il movimento faccia esperienza della obsolescenza della forma assemblea. Il movimento è sorto e si è allargato sotto la forma della Rete; una forma che esprime già una pratica che va al di là della forma tradizionale dell'assemblea generale. Ad esempio, si tratta di solidarietà concreta fra coloro che mantengono in maniera permanente l'occupazione delle rotatorie, da una parte, e gli abitanti dei territori lì vicino, dall'altra; oppure, ancora, si tratta di uno scambio di esperienze di lotta attraverso i diversi supporti digitali, o per mezzo dei telefoni cellulari. La preparazione delle decisioni collettive coinvolge solo alcune poche riunioni specifiche, e quando queste vengono tenute ciò avviene nella vicinanza delle rotatorie o dei caselli per il pagamento dei pedaggi autostradali. Non esiste uno spazio politico fisico consacrato esclusivamente alla discussione ed all'organizzazione delle lotte. La forma rete adottata dai Gilet gialli non separa la lotta dalla vita quotidiana. Così come non ci sono rappresentanti di movimento che si confrontano con i poteri esterni, è la presenza di ciascuno nelle azioni  dirette del movimento a costituire il corpo politico comune dei Gilet gialli. È questo uno dei significati del titolo del supplemento: «Un abito giallo che fa comunità».
In questo supplemento abbiamo sostenuto che il movimento non era affatto anti-organizzazione ma a-organizzazione, e che esso rifiutava tutte le forme di organizzazione prestabilite. I rari tentativi di costituire dei «consigli di rotatoria» sono falliti. Per ora, ciò che prevale è l'immediatezza dell'azione. Ma può reggere Può diventare duratura? È questa la domanda cruciale. Poiché lo dimostra l'esperienza storica dei movimenti rivoluzionari (come quella di ogni movimento): l'organizzazione, appesantita dalla sua tentazione rappresentazionale, è assai spesso la prima tappa dell'istituzione. E l'istituzione è la fine del movimento, il segnale del suo fallimento... Il testo dei Gilet gialli di Commercy esprime un'assemblearismo di base, democraticista, che tuttavia denota una capacità riflessiva del movimento, un non immediatismo, che sembra differenziarlo da quello dei tentativi di Marsiglia o da quelli di Tolosa e, in maniera del tutto evidente, dalle iniziative di quei leader che sono alla ricerca dell'effetto carismatico e/o mediatico.
 
Quale avvenire?
Ovviamente, questo ci appare legato al carattere della risposta dello Stato, ma al di là di questo il movimento affronta da una parte la necessità di conciliare le azioni quotidiane, di tutti i giorni, ed in particolare quelle del sabato mattina; delle azioni che possano riunire, sempre più difficilmente, oltre ai Gilet gialli che sono all'origine del movimento e ad altri, tutti quegli individui di molteplice provenienza che finora hanno partecipato solo alle azioni del sabato pomeriggio nelle città, e che non indossano necessariamente il gilet giallo, né sono integrati nel movimento. È un po' come sei i partigiani delle prime azioni, decisi e organizzati a partire dalle reti sociali, e soprattutto da Facebook, si riunissero e definissero una sorta di militante tipo dei Gilet gialli: un po' rinchiuso sulle proprie fonti parallele di informazioni, i suoi video che si trasformano in un ciclo, il suo gilet giallo, impegnato a fabbricare i propri riferimenti, a rischio di tendere ad una sorta di discussione chiusa. Questa dimensione ci sembra importante, non solo per riflettere accuratamente sui fatti, ma anche per riflettere sull'avvenire del movimento, vale a dire sapere se, come la pensa la maggior parte dei Gilet gialli, tutti dovrebbero diventare Gilet gialli, oppure se il movimento crescerà in maniera tale che il gilet giallo non sarà più il segno del riconoscimento, ma solo un segno fra gli altri.
Quest'aspirazione ad un divenire collettivo comune, nel momento in cui scriviamo, può apparire come un percorso carico di potenzialità universali, ma essa non è altro che uno degli orizzonti possibili di questo movimento. Possono avere luogo anche altre soluzioni che annullerebbero queste potenzialità. Per esempio, di tipo rosso-verde e sovraniste, che potrebbero essere la controparte del populismo di destra, tipo i 5 stelle in Italia. Di fronte a questo genere di offensiva, il nostro ruolo è quello di sostenere il rifiuto, espresso da parte dei Gilet gialli, a qualsiasi centralizzazione e gerarchizzazione  che non sia imposta dalle necessità stesse dell'azione. È questo il modo di rendere più difficili le eventuali manovre politiche. Un altro modo è quello di opporsi, per quanto possibile, all'allargamento delle rivendicazioni di base, poiché attraverso il RIC [Referendum di Iniziativa Civica], e la creazione di un nuovo comitato, nascerebbero delle assemblee o dei coordinamenti, nei quali si ha l'impressione che i Gilet gialli potrebbero costituirsi in partito politico in grado di dirigere tutto e di guidare tutto. Perciò, a rischio di sembrare restrittivi bisogna tornare a delle rivendicazioni «negoziabili» - senza che per questo si cerchi di negoziarle, ma imponendole attraverso il rapporto di forza, in quanto sono a portata di mano (il potere ha già arretrato ed ha lasciato cadere qualche briciola) -  che possono mantenere quella dinamica che permetta dopo di andare più lontano e più a fondo: ISF [Imposta di Solidarietà sulla Fortuna], CSG [Contribuzione Sociale Generalizzata], reddito minimo garantito e democrazia diretta, poiché ignorare questo aspetto del movimento significherebbe negarlo.

- Temps critiques, 12 gennaio 2019 -

Fonte: Temps Critiques