domenica 18 novembre 2012

guerre

kurz

La Guerra Contro Gli Ebrei
Perché nella crisi economica l'opinione pubblica si volge contro Israele

di Robert Kurz

Le reazioni politiche alla guerra di Gaza mostrano che quanto più critica è la situazione militare di Israele minore è il numero dei suoi amici. Avviene uno slittamento tettonico nei rapporti di forza. Da sempre il Medio Oriente è stato il palcoscenico non di conflitti limitati agli interessi regionali, ma di un conflitto per procura paradigmatico e con una forte carica ideologica. Nell'epoca della Guerra Fredda, il conflitto tra Israele e Palestina era visto come il paradigma dell'antagonismo tra un imperialismo occidentale capeggiato dagli USA e un campo "anti-imperialista", la cui leadership era disputata dall'Unione Sovietica e dalla Cina. Da entrambi i lati la propaganda ignorava in quella circostanza il duplice carattere dello Stato di Israele che, da un lato, è un normale paese moderno nel quadro del mercato mondiale, dall'altro, però, costituisce la risposta degli ebrei all'ideologia di esclusione eliminatoria dell'antisemitismo europeo e soprattutto tedesco. Israele è stata sussunta a una costellazione politica mondiale dalla quale non si è mai staccata.
Dopo il collasso del socialismo di Stato e dei "movimenti di liberazione nazionale", che avevano formulato un programma di "sviluppo in ritardo" con base nel mercato mondiale, la natura del conflitto per procura si è modificata profondamente. Nel Medio Oriente e non solo, al posto dei secolari regimi “sviluppisti” è emerso il cosiddetto islamismo, che solo in apparenza si presenta come movimento religioso tradizionale. In realtà si tratta di un'ideologia di crisi culturalista postmoderna da parte delle élites, da tempo occidentalizzate, dei paesi islamici, le quali rappresentano il potenziale autoritario della postmodernità e assorbono l'antisemitismo europeo totalmente non-islamico. In questa regione, i segmenti del capitale che sono crollati sul mercato mondiale hanno dichiarato guerra agli ebrei come combattimento paradigmatico contro il dominio occidentale. Inversamente, l'imperialismo di crisi occidentale, con gli Usa alla testa, ha trasformato l'islamismo nel nuovo nemico principale, dopo averlo allattato e rifornito di armi durante la Guerra Fredda.
Questa nuova costellazione ha portato a confusioni ideologiche di una dimensione mai immaginata. Il neoliberismo, con la sua guerra per l’ordine mondiale contro gli “stati falliti” nelle regioni provate dalla crisi e nel medio oriente sembrava identificarsi con Israele. Da allora, nel mondo intero correnti neofasciste si sono allineate con la "lotta di resistenza" islamica antisemita, nonostante allo stesso tempo fomentassero sentimenti razzisti nei confronti degli immigrati provenienti dai paesi islamici. Inoltre, una larga parte della sinistra globale ha cominciato a trasferire la glorificazione del vecchio “anti-imperialismo” ai movimenti e regimi islamici. Ciò si può definire unicamente come abbandono, poiché l'islamismo è contro tutto quello che la sinistra ha sempre difeso; esso perseguita senza pietà qualsiasi forma di pensiero marxista con la repressione e la tortura, punisce l'omosessualità con la pena di morte e tratta le donne come esseri umani di seconda classe. Tuttavia la responsabilità di ciò non deve essere attribuita a nessuna religione tradizionale; piuttosto, è il risultato del patriarcato capitalista in crisi, che in modi differenti si rende visibile anche in Occidente. La diabolica alleanza tra il caudillismo "socialista" di Hugo Chávez e l'islamismo rappresenta solo la ratificazione di questa decadenza ideologica sul piano della politica mondiale, senza alcuna prospettiva emancipatrice.
Dopo il recente crash finanziario senza precedenti dell'autunno 2008 la costellazione mondiale gira ancora una volta. Adesso diviene chiaro che il collasso del socialismo di stato e dei regimi di sviluppo nazionale furono solo il preannuncio di una più grossa crisi dei mercati mondiali. Il neoliberismo è andato in rovina e le guerre dell'ordine mondiale capitalistico non possono più essere finanziate. In questa situazione diventa chiaro che Israele era nulla più che una pedina nella scacchiera dell'imperialismo di crisi globale. Già l’amministrazione Bush aveva finito per considerare inoffensivo il programma iraniano di armamento atomico. Gli interessi degli USA e di Israele si vanno separando: Obama non dispone più di un qualche margine di manovra politico-militare. La guerra islamica contro gli ebrei è accettata come inevitabile. Per questo i lanci di missili di Hamas sulla popolazione civile israeliana paiono insignificanti; l'opinione pubblica globale prevalente indica il contro-attacco israeliano come "sproporzionato". I palestinesi a Gaza sono equiparati a vittime con Hamas, come se questo regime non avesse imposto una sanguinosa guerra civile contro la laica Al Fatah.
Così la propaganda islamica del massacro della popolazione civile cade su un terreno fertile. Infatti, Hamas - esattamente come gli Hezbollah libanesi nel 2006 – ha preso le popolazioni in ostaggio, ha trasformato le moschee in depositi di armi e i quadri armati hanno lasciato che si facesse fuoco da ospedali e scuole. L'opinione pubblica mondiale non dà importanza a questo, poiché ormai riconosce Hamas come "forza d'ordine" nel mezzo della crisi sociale. Per questo il pragmatismo capitalista si volge sempre di più contro l'autodifesa israeliana, come si può osservare perfino nella stampa borghese liberale. Questo è attualmente il segreto della svolta neo-statale di fronte alla caduta dell'economia globale: le masse depauperate devono essere pacificate autoritariamente, e a questo scopo persino l'islamismo è nel giusto, tanto più se formalmente legittimato con la democrazia. La stessa sinistra, che non ha più obiettivi socialisti e si gloria della postmoderna "perdita di certezze", corre il rischio di essere assorbita dall'amministrazione autoritaria di crisi e come suo fiancheggiamento ideologico accettando l'inevitabilità della guerra islamica contro gli ebrei. Il conflitto per procura ha raggiunto una dimensione sociale sul piano globale. Contro il mainstream ideologico si deve osservare che l'eliminazione di Hamas e di Hezbollah è condizione elementare non solo di una pace capitalista precaria in Palestina, ma anche di un miglioramento delle condizioni sociali. Se le chances per questo sono cattive, sono buone per la disgregazione della società mondiale nell’imbarbarimento.

- Robert Kurz - Pubblicato in Folha de S. Paulo, 11.01.2009.

Original DER KRIEG GEGEN DIE JUDEN in www.exit-online.org.

fonte: http://ozioproduttivo.blogspot.it

Walking Dead

obama_karl_marx

sabato 17 novembre 2012

DNA

DNA

«300 figli e nipoti di rivoluzionari spagnoli si sono riuniti per celebrare il 76° anniversario della rivoluzione spagnola, scoppiata il 19 luglio 1936, dopo il colpo di stato di Franco contro la Repubblica. Molto legati allo spirito anarco-sindacalista che fu il fermento delle prime ore di questa rivoluzione, incominciata con l'appello allo sciopero generale, lanciato dalla CNT e dall'UGT, i figli e le figlie dei rivoluzionari della prima ora continuano oggi a difendere "il vero contenuto sociale della Repubblica".»

Così, un articolo del 23 luglio di quest'anno, intitolato "I rivoluzionari spagnoli ricordano" - sul sito l@dépêche - riferiva a proposito delle celebrazioni, a Tolosa, per il 76° anniversario della rivoluzione spagnola.
L'utilizzo sensazionale di una "formula shock" - così cara al giornalismo - vorrebbe far credere all'esistenza di una qualche sorta di gene ereditario della rivoluzione. Tipo, qualcosa di iscritto nel DNA di alcuni, come il colore degli occhi o come l'emofilia; un po' come per il "sangue blu" dei nobili e dei reali, che verrebbe trasmesso per "diritto divino".
Lo studio della storia, però, così come la conoscenza di quelli che possono essere definiti "vissuti familiari", avrebbe dovuto da tempo insegnarci a diffidare delle apparenze, per quanto possano essere "fraterne" o "rivoluzionarie". C'è un bel libro - di cui bisognerà riparlare -, "Une résurgence anarchiste" di Tomas Ibanez e Salvador Gurucharri, che testimonia a proposito della creazione di alcuni gruppi, all'interno della CNT in esilio, al fine di intensificare la lotta contro lo stato fascista spagnolo - da una parte - ed a proposito delle divisioni, all'interno di una stessa "famiglia" e delle lotte interne per il potere e per il controllo di un organizzazione che aveva la vocazione a diventare "di massa" - dall'altra.
Così come, per quanto riguarda un periodo differente, c'è un altro documento che merita un'attenta lettura: "Ma guerre d'Espagne. Brigades internationales : la fin d'un mythe", di "Sygmunt Stein.

brigadistas
Dopo più di 76 anni, la sola idea di cercare di mettere insieme, in una stessa comunione, gli eredi dei combattenti della Colonna Durruti e quelli della direzione del Movimento Libertario in esilio (sorta di élite, formata da dirigenti senza controllo né mandato, auto-proclamatasi e preoccupata solamente di rimanere su posizioni immobiliste, abbellite da una sorta di demagogia purista, e impegnata a fare tutti quei piccoli aggiustamenti "personali" e "familiari" all'interno dell'organizzazione) non ha più, da tempo, alcuna credibilità.

venerdì 16 novembre 2012

Miseria della Filosofia

cartesio

emanciparsi

goldbug
Il concetto marxiano di "feticismo della merce" indica non solo una mistificazione della coscienza, un velo, come spesso di crede (ed ancor meno abbiamo a che fare con un gusto smodato per il consumo). Esso costituisce un fenomeno reale: nella società capitalista, tutta l'attività sociale si presenta sotto forma di valore e di merce, di lavoro astratto e di denaro. Il termine "feticismo", che Marx, con un pizzico di ironia, prese in prestito dall'etnologia e dalla critica delle religioni, è molto appropriato. Così come i pretesi "selvaggi", anche i membri della società di mercato proiettano il loro potere sociale su degli oggetti inanimati, da cui ritengono di dover dipendere. Nessuno lo ha mai deciso: tale feticismo si è costituito sulle spalle dei partecipanti in modo inconscio e collettivo, ed ha preso tutta l'apparenza di una realtà naturale e trans-storica. Il feticismo della merce esiste laddove esiste una doppia natura della merce e dove il valore di mercato - che viene creato dalla parte astratta del lavoro ed è rappresentato dal denaro - forma il legame sociale e decide perciò del destino dei prodotti e degli uomini, mentre la produzione del valore d'uso non è che una sorta di conseguenza secondaria, praticamente un male necessario. (Ho parlato di " parte astratta del lavoro", perché è più chiara di "lavoro astratto": in effetti ogni lavoro, in regime capitalista, possiede una parte astratta ed una parte concreta, e non sono affatto due generi distinti di lavoro.)
Marx chiama il valore, il soggetto automatico: la valorizzazione del valore, in quanto lavoro morto, per mezzo dell'assorbimento del lavoro vivo, e la sua accumulazione in capitale, che governa la società capitalista, e riduce gli attori sociali a delle semplici rotelle di tale meccanismo. Secondo Marx, i capitalisti stessi non sono altro che i «sottoufficiali del capitale». La proprietà privata dei mezzi di produzione e lo sfruttamento dei salariati, il dominio di un gruppo sociale su un altro e la lotta delle classi, tutte cose ben reali, non sono altro che le forme concrete, i fenomeni visibili alla superficie, di questo processo più profondo che è l'assoggettamento della vita sociale alla creazione di valore.  Marx non ha fatto altro che afferrare questa situazione - la quale è storicamente unica ed in rotta completa con le forme precedenti di società, sotto numerosi aspetti - e definirla con il termine di «feticismo della merce», che ha il vantaggio di indicare come il capitalismo faccia quanto meno parte della storia delle costituzioni inconscie dell'umanità e, contemporaneamente, che è del tutto irrazionale come i sistemi religiosi che l'hanno preceduto.
Ma questo vuole anche dire che la più parte degli antagonismi sociali nella società di mercato non si applicano all'esistenza stessa di queste categorie. Già nel XIX secolo, il movimento operaio si è limitato, dopo le resistenze iniziali, a domandare una diversa ripartizione del valore e del denaro tra coloro che contribuiscono alla creazione del valore per mezzo del lavoro astratto. Quasi tutti i movimenti che contestano il capitalismo - diciamo la "sinistra" - non considerano più il valore ed il denaro, la merce ed il lavoro astratto, come i dati negativi e distruttivi, tipici del solo capitalismo, che dunque devono essere aboliti in una società post-capitalista. Loro vogliono semplicemente redistribuire secondo i criteri di una migliore giustizia sociale. Nei paesi del socialismo reale, si pretendeva che un altro potere "pianificasse" in modo cosciente queste categorie, benché esse fossero, per essenza, feticiste e inconscie. Una volta che la "lotta di classe" divenne nella pratica - retorica a parte - una lotta per l'integrazione degli operai nella società di mercato, e, dopo, una lotta per l'integrazione o il "riconoscimento" di altri gruppi sociali, non si è combattuto altro che per sistemare dei dettagli. Inoltre, questo genere di lotta ha sovente aiutato - senza che gli attori se ne rendessero conto - il capitale a raggiungere il suo stadio successivo, contro la volontà della parte più limitata dei proprietari di capitale. Così, il consumo di massa nell'epoca fordista e lo Stato sociale, lungi dall'essere solo delle "conquiste" dei sindacati, hanno permesso al capitalismo un'espansione esterna ed interna che lo ha aiutato a compensare la caduta continua della massa di profitto.
In realtà, la maggior contraddizione del capitalismo non è il conflitto fra il capitale ed il lavoro salariato - dal punto di vista del funzionamento del capitale, il conflitto tra capitalisti e salariati è un conflitto tra i portatori viventi del capitale fisso e i portatori viventi del capitale variabile, dunque un conflitto immanente al sistema stesso. La contraddizione maggiore, piuttosto, risiede nel fatto che l'accumulazione del capitale mina inevitabilmente le sue proprie basi: solo il lavoro vivo crea valore. Le macchine non aggiungono nuovo valore. Tuttavia, la concorrenza spinge ogni proprietario di capitale ad utilizzare il più possibile di tecnologia per produrre (e dunque per vendere) a prezzi migliori. Aumentando il proprio profitto nell'immediato, ciascun capitalista contribuisce, senza volerlo, senza saperlo e senza poterlo impedire, a diminuire la massa globale del valore, e quindi del plusvalore, e quindi del profitto. Per molto tempo, l'espansione interna ed esterna del capitale ha potuto compensare la diminuzione del valore di ogni particolare merce. Ma con la rivoluzione micro-elettronica, a partire dagli anni '70, la diminuzione del valore ha continuato ad un ritmo tale che non è stato possibile fermarla. Da allora, l'accumulazione di capitale sopravvive essenzialmente sotto forma di simulazione: credito e speculazione, cioè denaro fittizio (denaro che non è il risultato di una avvenuta valorizzazione per mezzo dell'utilizzo di forza-lavoro). Oggi va di moda attribuire tutta la colpa della crisi e delle sue conseguenze alla speculazione finanziaria: ma senza di essa, la crisi sarebbe arrivata molto più lontano.
feticci
Una gran parte del pensiero che, oggi, si pretende anti-capitalista, emancipatore, ecc., si rifiuta ostinatamente di prendere atto di questa nuova situazione. Le "lotte di classe" in senso tradizionale, e quelle che le hanno rimpiazzate nel corso del XX secolo (le lotte dei "subalterni" di ogni genere, delle donne, delle popolazioni colonizzate, dei lavoratori precari, ecc.) sono piuttosto dei conflitti "immanenti", che non portano al di là della logica del valore. Quando lo sviluppo del capitalismo sembra aver raggiunto i suoi limiti storici, queste lotte rischiano spesso di limitarsi alla difesa dello status quo, e di ricercare migliori condizioni di sopravvivenza nel mezzo della crisi. Cosa perfettamente legittima, ma difendere il proprio salario o la propria pensione non ci porta, in sé, al di là di una logica dove tutto è sottomesso al principio di "efficienza", dove il denaro costituisce la mediazione sociale universale e dove la stessa produzione delle cose più importanti può essere abbandonata, se essa non si traduce in valore, e quindi in profitto.
Meno che mai, ha un senso chiedere delle "misure per l'occupazione", o di difendere i lavoratori perché essi "creano del valore". Bisognerebbe piuttosto difendere il diritto di ciascuno a partecipare ai benefici della società, anche se lui o lei non riesce a vendere la propria forza-lavoro.
Quello da cui bisognerebbe emanciparsi, sono il denaro e la merce, il lavoro e il valore, il capitale e lo Stato in quanto tali. Non si può più giocare uno di questi fattori contro gli altri, considerandolo come il polo positivo: né lo Stato contro il capitale, né il lavoro astratto nel suo aspetto morto (il capitale) contro lo stesso lavoro astratto nel suo aspetto vivo (la forza-lavoro, il salario). E' difficile attribuire il compito di superare il sistema feticista a dei gruppi che si sono costituiti per mezzo dello sviluppo della stessa merce, e che si definiscono per il loro ruolo nella produzione di valore.
Negli anni '60 e '70, i movimenti di protesta erano spesso diretti contro il successo del capitalismo, contro l'abbondanza della merce, e si esprimevano in nome di un'altra concezione della vita. Le lotte sociali ed economiche odierne sono caratterizzate, al contrario, dal desiderio che il capitalismo mantenga almeno le sue promesse. Piuttosto che di anti-capitalismo, si tratta allora di alter-capitalismo. Si capiscono così i limiti del discorso sulla "democrazia diretta" e sulla "autogestione" operaia (o altra). La democrazia non è affatto del tutto incompatibile col capitalismo. Al di là di un uso enfatico della parola, le sue forme storicamente reali non sono state affatto strappate, per mezzo di lotte popolari, ad un capitalismo recalcitrante. Una volta che le forme feticiste sono state interiorizzate a sufficienza dalla grande maggioranza della popolazione, la democrazia costituisce la forma di dominio meno costosa: i soggetti democratici, allora, applicano spontaneamente, e contro sé stessi, le "necessità economiche", le "leggi della realtà", gli "imperativi tecnologici", le "aspettative di mercato", ecc. Allo stesso modo, una fabbrica gestita democraticamente dagli operai che lavorano rimane - nel contesto di una società che continua a funzionare secondo le leggi di mercato - condannata a generare dei profitti per mezzo del lavoro astratto, ecc. I suoi membri possono anche - sempre molto democraticamente - decidere di licenziare una parte di loro, al fine di abbassare i costi e sopravvivere sul mercato ... D'altronde, non sarebbe impossibile - almeno teoricamente - che tutte le imprese venissero gestite sotto forma di "azionariato popolare". E' il capitale che regna, non i capitalisti, ed il capitale può anche avere, come amministratori, i suoi propri salariati che seguiranno le leggi pseudo-oggettive del capitalismo.
E' all'interno della problematica ecologica, che sembra porsi un po' di più la questione del senso dell'insieme. Tuttavia, la mancanza di una visione globale porta rapidamente gli ecologisti a scivolare verso dei propositi di gestione alternativa del capitalismo. Sbarazzarsi anche della colonizzazione dei nostri cervelli, per mezzo del rifiuto della pubblicità e della tirannia tecnologica, è parimenti importante, ma si rischia di rimanere sulla difensiva e di limitarsi ad una sfera particolare. E' vero che alcuni approcci come la "decrescita" recano la consapevolezza che bisogna fare un cambio di civiltà, non solo di modelli economici. Il "capitalismo", e non solo i capitalisti, i banchieri ed i ricchi, mentre "noi", la gente, il popolo, saremmo quelli "buoni". Il capitalismo è un sistema che ci comprende tutti, nessuno può pretendere di esserne fuori.
Lo slogan "noi siamo il 99%" è assolutamente il più demagogico ed il più stupido che si può sentire, ed è potenzialmente il più pericoloso.
Ma il capitalismo è anche un sistema che lavora per il suo crollo, che non può soddisfare i bisogni umani, che prepara disastri sempre più gravi e condizioni di vita insopportabili. Esso condanna l'umanità a rinunciare ad un uso ragionevole delle sue risorse, e a dilapidarle per salvaguardare la valorizzazione del valore. Ciò che lo condanna non è il semplice fatto di essere malvagio, anche perché la società precedente lo è stata ugualmente, malvagia; è la sua propria dinamica a spingerlo contro il muro.
A dire la verità, spesso, si ha l'impressione che sia tutto il mondo a desiderare di metterlo sotto accusa. Essere sfruttati è diventato pressoché un privilegio (i resti del vecchio proletariato di fabbrica, in Europa, si difende con le unghie e con i denti) nel momento in cui il capitalismo trasforma sempre più persone in "uomini superflui", in "rifiuti". Ma l'impatto congiunto della crisi economica, della crisi ecologica e della crisi energetica, costringeranno presto a delle decisioni drastiche. Nessuno può garantire che saranno buone decisioni. La crisi non è più sinonimo di emancipazione, tutt'altro. Conoscere i problemi diviene allora centrale, e disporre di una visione globale diventa vitale. Ecco perché una teoria sociale focalizzata sulla critica delle categorie di base della società di mercato non è un lusso teorico, che rimane lontano dalle preoccupazioni reali e pratiche degli esseri umani che lottano, ma una condizione necessaria per qualsiasi progetto di emancipazione.
- Anselm Jappe - Losanna, Ottobre 2012 -

giovedì 15 novembre 2012

pace

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Il 12 aprile del 1945, in una Berlino assediata e ridotta in macerie, il ministro degli Armamenti, Albert Speer, ordinò di ripristinare per breve tempo l'alimentazione elettrica, di modo che l'Orchestra Filarmonica potesse interpretare "Il crepuscolo degli dei" di Richard Wagner.
"Un gesto malinconico e patetico un attimo prima della dine dei reich", scrisse in seguito.
All'uscita del concerto, membri della gioventù hitleriana regalavano capsule di cianuro al pubblico.
Era l'apoteosi finale, il Ragnarök tanto apprezzato dal nazionalsocialismo. In molti, fra cui lo stesso Hitler, Goebbels, Himmler, Goering e molti altri scelsero questa strada, seppur in momenti diversi. Solamente nella città ceca di Brüx si suicidarono più di 600 tedeschi, dei 20.000 che lì vivevano. Però, mentre molti si suicidavano, altri seguivano la consegna di Goebbels:"siamo andati troppo lontano e, nel caso in cui perdiamo la guerra, ci faranno quello che noi abbiamo fatto a loro". Se dovevano perdere, allora la sconfitta sarebbe stata totale e assoluta.
Negli ultimi 98 giorni di guerra, morirono non meno di un milione e quattrocentomila soldati tedeschi e, nelle due ultime settimane, per vincere la resistenza di Berlino, vennero lanciate 40mila tonnellate di bombe che distrussero il 75% degli edifici. I combattimenti furono così intensi che i russi, invece di andare per le strade, optarono per avanzare dall'interno delle case, tirando giù una parete dopo l'altra. Solo alle 2:41 della mattina del 7 maggio venne firmata la resa totale e incondizionata del Terzo Reich. Si racconta che negli anni precedenti, in Germania, circolava la battuta per cui "goditi la guerra, perché la pace sarà terribile". E così fu.
Ogni palmo di terreno conquistato da parte dell'Armata Rossa, era un modo di incontrare la vendetta sovietica per quello che i nazisti avevano precedentemente fatto. Si stima che vennero violentate fino a due milioni di donne tedesche. Voleva essere un modo per umiliare il nemico (per parte sua, il generale Eisenhower si era limitato a pisciare nel Reno, come per marcare il territorio conquistato). Come conseguenza di tali violenze di massa, nasceranno più di 150mila "bambini russi" che, in molti casi, vennero abbandonati dalle loro madri.
Assai peggio andò ai tedeschi residenti in paesi come la Cecoslovacchia, l'Ungheria e la Romania. Gli anni di oppressione sofferti dagli abitanti di quei paesi generò un'ansia di vendetta che oltrepassò ogni limite imposto dalla pietà o dalla civiltà. Un gran numero di persone, anche solo di origine tedesca, vennero accusate di collaborazionismo e vennero impalati, fucilati, sottoposti a umiliazioni pubbliche. In Cecoslovacchia venne stabilito che dovevano portare un bracciale bianco che li identificasse come tedeschi, ed erano loro proibite attività come andare al cinema, nei teatri o nei bar, o usare il trasporto pubblico, e perfino camminare sui marciapiedi.
Alla fine, ci fu una vera e propria decimazione, a causa della mancanza di medicine e di forniture alimentari. Königsberg, ad esempio, la città cosmopolita e pacifica di Kant, aveva nel giugno del 1945, 75.000 abitanti. Solo un terzo riuscirono a sopravvivere e, alla fine, vennero deportati a Berlino. La città, venne popolata dai russi, e cambiò nome in Kaliningrad.
In totale, erano 13 milioni di persone quelle che dovevano essere sfollate, la maggior parte a forza, in seguito alla nuova distribuzione della popolazione e del tracciamento delle nuove linee di frontiere concordate. vennero usati treni bestiame. Gli ebrei liberati nei campi di concentramento se la cavarono poco meglio. Ne morirono il 40% nei giorni successivi, a causa del loro stato di denutrizione e per le malattie di cui soffrivano.
Emigranti, o deportati che fossero, che trovarono un paese nel caos. Epidemie di tifo e difterite, e mancanza di cibo; nei cinema si proiettavano filmati che spiegavano quali piante erano commestibili. Il paese era diviso in 4 zone, una per ciascuna delle potenze alleate che la controllava; anche se non si capiva bene cosa ci facesse la Francia. L'obiettivo, sancito dalla Conferenza di Postdam, era: smilitarizzazione, denazificazione e smantellamento dell'economia tedesca. La smilitarizzazione avvenne subito, facilmente. La denzaficazione fu più complicata.
Vennero distribuiti 16 milioni di "Fragebogen", un questionario di 12 pagine e di 133 domande. Secondo le risposte, si dovevano distinguere: i colpevoli principali, i compromessi, i mediamente compromessi, i simpatizzanti, e gli esonerati. Ogni classificazione dava diritto a differenti quote di razionamento e accesso a posti di lavoro.
I nazisti più ferventi erano i più giovani. Dopo tutto, il nazismo era l'unica cosa che avevano conosciuto in tutta la loro vita. C'è un aneddoto che riesce a spiegare tale situazione, ed è quello che accadde nel 1946, durante un'esposizione di arte astratta; quella che durante il nazismo veniva considerata "arte degenerata". Alcuni dei visitatori della mostra, soprattutto studenti, si indignarono a tal punto che cominciarono a gridare che si prendesse l'autore e lo si fucilasse. Altri acclamavano, infuriati, ai "Campi di concentramento!".
Ancora, nel 1952, il 25% della popolazione della Repubblica Federale Tedesca conservava una buona opinione di Hitler.

mercoledì 14 novembre 2012

Dialettica

oggihovisto

14 Novembre 2012, da qualche parte …

Hollywood

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Nel 1933, dopo l'ascesa al potere di Hitler in Germania, alcuni seguaci dell'ideologia nazionalsocialista residenti negli Stati Uniti, cominciarono ad organizzarsi per aiutare il loro leader a realizzare un progetto ambizioso che lo avrebbe incoronato come "Imperatore del mondo", in modo da riuscire così a dominare tutti gli angoli del pianeta. William Dudley Pelley decise di organizzare tutto i nazisti americani in un partito da lui creato, a cui dette il nome di "Silver Legion". Convinto che il posto migliore da cui dominare il pianeta erano gli Stati Uniti, pianificò la costruzione di una splendida dimora in cui avrebbe risieduto il leader supremo, Adolf Hitler. Cercò la migliore ubicazione, e la trovò ad Hollywood e, per mezzo di un agente segreto che lavorava per i servizi di spionaggio tedeschi negli Stati Uniti, il cui nome in codice era "Schmidt", convinse una ricca ereditiera e fedele seguace del nazismo, Jessie Murphy, a cedere parte della fortuna di famiglia, per acquistare una favolosa tenuta di 20 ettari da Will Rogers, uno degli attori più famosi e star più pagata di quell'epoca. L'esborso, pagato di tasca propria dalla facoltosa nazista, fu di 4 milioni di dollari (70 milioni al cambio attuale) e con quei soldi, oltre a comprare la tenuta (battezzata "Rancho Murphy", in onore della donatrice), venne costruita una dimora equipaggiata di bunker e che disponeva autonomamente di acqua ed elettricità, grazie ad un potente generatore  ed a una gigantesca cisterna che poteva contenere due milioni di litri d'acqua. Tuttavia, i soldi donati non erano sufficienti a completare il lussuoso complesso. La seconda fase sarebbe stata portata a termine quando sarebbe arrivata la cospicua somma di denaro, promessa dalla Germania.

hollyPelley

Era tutto pronto per far sì che il Führer si potesse installare nella sua casa di Hollywood, quando lo scoppio della seconda guerra mondiale fece saltare tutti i piani, per cui si decise che l'arrivo di Hitler sarebbe stato rimandato a dopo la guerra. Nel frattempo, la popolarità dell'ideologia nazista in nordamerica subiva un crollo, perdendo migliaia di seguaci e di leader, mentre le autorità emettevano un ordine di cattura nei confronti di Pelley. Così, il lussuoso complesso si ridusse ad essere usato da una cinquantina di camicie argentee (così si chiamavano i membri della Silver Legion) come rifugio per nascondersi, mentre attendevano con ansia la fine della guerra e la successiva dominazione del mondo.
Ma, dopo l'attacco giapponese a Perl Harbor dell'8 dicembre del 1941, cominciò a cambiare tutto e, con l'entrata in guerra degli Stati Uniti, il presidente Roosvelt diede ordine di arrestare tutte le persone che legate al nazismo, compresi gli occupanti della casa di Hitler.
Poi, tutto andò come andò. I tedeschi persero la guerra e tutto il resto.
Per quanto riguarda la casa, venne venduta ad una fondazione che la utilizzò come residenza per accogliere le ex-stelle del cinema che non avevano mezzi di sostentamento. Funzionò in tal modo fino a metà degli anni '70, quando venne ceduta alla città di Los Angeles, considerati gli alti costi per mantenerla. Nel 1978, un incendio devastante la rase praticamente al suolo. In questo stato si trova tutt'ora, e si è trasformata in rifugio, o luogo di riunione, per persone senza fissa dimora, tossicomani e bande di strada.

martedì 13 novembre 2012

la testa nel forno

gas

Infilare la testa dentro il forno, oppure sedersi tranquillamente sulla propria poltrona preferita dopo aver aperto il gas dei fornelli (senza accenderli) ed aver chiuso le finestre. Questo, era una volta un metodo standard di suicidio, al teatro, al cinema e nella vita reale. Sia i film in bianco e nero che i gialli degli anni cinquanta erano pieni di soccorritori dell'ultimo minuto che buttavano giù la porta, urlavano "Gas!" e si precipitavano a spalancare le finestre. Fra le vittime di un simile metodo, nella vita reale, serve ricordare la poetessa Sylvia Plath. Ma adesso, di simili tipi di suicidio non si sente più parlare? Cos'è successo?
Il suicidio con il gas non è passato di moda. E' solo diventato molto meno conveniente. Il gas che ci arriva oggi in casa non è lo stesso gas dei nostri padri. Le moderne compagnie del gas forniscono "gas naturale", un combustile fossile naturale che è una benigna miscela di metano ed etano. Puzza terribilmente; ma non è poi così letale. Viene classificato come "asfissiante semplice". Se apri il gas, sì, morirai. Ma solo dopo che il gas avrà rimpiazzato la maggior parte dell'ossigeno o, più probabilmente, quando raggiungerà la fiamma pilota di una caldaia, e sarà esploso.
Ci vorrà tanta pazienza, e toccherà sopportare a lungo quel puzzo terribile!
Il vecchio gas, il gas di carbone o gas illuminante era tutta un'altra cosa. Veniva prodotto localmente dal carbone che era riscaldato dentro camere stagne. Il gas così prodotto, una miscela di metano, idrogeno e monossido di carbonio, non solo bruciava meravigliosamente, ma era perfetto per il suicidio. L'ingrediente attivo era il monossido di carbonio, ed il sangue ha un'affinità, verso il monossido di carbonio, di circa 200 volte superiore a quella che coltiva nei confronti dell'ossigeno; perciò, il monossido ci mette poco a saturare il sangue e far morire di fame d'ossigeno, cervello e sistema nervoso. Pochi respiri, poco più di un paio, di un 1% di monossido di carbonio sono sufficiente a mettere KO chiunque; basta respirarlo per pochi minuti e sei morto. Il gas di carbonio, di monossido ne aveva il 10%. Non è difficile capire perché ci fosse un psicologo che definiva il forno a gas come "la camera a gas che c'è in tutte le cucine". Come tutte le buone tecnologie, era veloce, conveniente ed efficace.
Poi, i progressi nella metallurgia e nella tecnologia della saldatura, fra il 1930 ed il 1940, hanno ucciso l'industria del gas. Il gas naturale, che era un sottoprodotto dell'estrazione petrolifera, prima veniva semplicemente bruciato alla sommità dei pozzi di petrolio, cominciò ad essere trasportato a lunghe distanze, facilmente e a buon mercato. Dopo la seconda guerra mondiale, le città americane cominciarono a passare rapidamente al nuovo tipo di gas, e gli impianti locali di gas raggiunsero i tram a cavalli e le fornaci a carbone dentro il mucchio polveroso della tecnologia scartata. In Inghilterra, il passaggio fu più lento, con un paio di impianti locali che durarono fino agli anni '70.
Durante gli anni '50 e '60, in Inghilterra, circa la metà dei suicidi venivano portati a termine con il gas. Dagli anni '70, quando il passaggio al gas naturale fu completo, il numero di suicidi con il gas crollò a zero. Ed anche il tasso di suicidio diminuì di un terzo. Anche il suicida apprezza la comodità. Se è troppo di disturbo, come diceva Dorothy Parker, "Tanto vale vivere". 

fonte: http://io9.com

lunedì 12 novembre 2012

Titoli di testa

"L'impareggiabile Godfrey" (Gregory La Cava, 1936)

I titoli scorrono, partendo dalle luci splendenti di Broadway che pian piano sfilano, fino a sovrapporsi alla squallida depressione  di una "Hooverville" (una città inventata che prende il nome dal trentunesimo presidente degli Stati Uniti, Herbert Clark Hoover (in carica dal 1929 al 1933), le cui politiche, improntate alla linea di condotta del governo che non deve fare niente, aveva contribuito a piombare il paese nella catastrofe economica.
Un film da vedere!

autoscatto

autoscatto

A spulciare questo libro, "Le invenzioni che hanno cambiato la storia", si scopre il nome della persona che nel 1901 inventò l'autoscatto per le macchine fotografiche, Benjamin Slocum. Un marchingegno piuttosto complicato, l'autoscatto di Slocum! Comprendeva pistoni, molle e fusibili che controllavano il tempo che ci voleva, all'aria dentro un cilindro, a comprimersi e poi a rilasciarsi per attivare il pulsante di scatto.
La cosa curiosa, è che di questo Slocum non si trova nessun'altra notizia in rete. Niente, nemmeno una foto, un'immagine. Dico io, almeno una.
Fatta con l'autoscatto!!!

domenica 11 novembre 2012

domenica


Nel 1933, un compositore ungherese, Rezso Seress, scrisse una canzone passata alla storia come "la canzone ungherese del suicidio". Il titolo originale del pezzo era "la fine del mondo", però è passata alla storia come "Gloomy Sunday" ovvero "Domenica lugubre". Nel 1935 venne registrata in ungherese e, l'anno seguente, in inglese. ma il successo arrivò grazie a Billie Holiday, all'inizio degli anni '40.
Secondo la leggenda, questa canzone spinge al suicidio, e non perché sia particolarmente sgradevole. Nel suo testo, ci si riferisce alla fine e alla morte. Il mito nacque quando la canzone venne associata ad una serie di suicidi, da venti a cento, non si sa bene, come non si sa ci sia davvero un qualche legame. C'è da dire però che nel 1968, Serres, il compositore, si lanciò dalla finestra del suo appartamento, e, così facendo, pose fine alla sua vita. Un colpo di scena, finale e tetro, che avvenne di domenica. In una lugubre domenica, una … gloomy monday!

"E' autunno e cadono le foglie
Ogni amore è morto sulla terra
Il vento sta piangendo lacrime dolenti
Il mio cuore non spera più una nuova primavera
Le mie lacrime e il mio dolore sono inutili
La gente è senza cuore, avida e cattiva ...
Sotto gli alberi fioriti parto per l'ultimo viaggio
I miei occhi aperti a vederti un'ultima volta
Non temere i miei occhi, anche morto ti benedico
... Ultima Domenica

sabato 10 novembre 2012

playlist(s)

playlist

L'immagine sopra, riporta, affiancate le 2 playlist elettorali di Obama e Romney; in giro ce ne sono anche delle altre, più sostanziose (ad esempio, in quella di Obama ci sono anche i Wilco, James Taylor e Ray Lamontagne), ma sono in qualche modo una conferma dei gusti espresse in queste due, rispettivamente. C'è di che pensare. E, per quanto mi riguarda, mi è venuto di immaginare quali mai potrebbero essere le playlist dei "nostri". Come, e quale, potrebbe essere la playlist di Bersani, quale quella di Renzi, per non parlare di Monti o di Casini. Ma anche quelle di Grillo, ché quella di Berlusconi, in qualche modo, già la sappiamo. E ora, a parte il fatto che dice di essersi ritirato, ma riuscite a immaginarvela la playlist di D'Alema?!?

Indovinelli

joyce

Già a metà degli anni '20, dieci anni prima che "Finnegan's Wake", ultima opera di James Joyce, venisse pubblicata, cominciarono ad apparire su giornali e riviste estratti di quello che era un "work in progress", e che poté così essere letto, in anteprima, da un pubblico in gran parte sconcertato. Quelle che seguono, sono due lettere di "reazione" a questi primi scorci del romanzo. La prima è di pugno del H.G. Wells, per niente impressionato dagli estratti pubblicati. La seconda, invece, scritta ispirandosi proprio allo "stile Finnegan" (e che non mi azzardo nemmeno a tentare di tradurre), è firmata da un misterioso personaggio. Certo Vladimir Dixon, russo e laureato al MIT, che, nei decenni a seguire sarà ritenuto da molti - inclusa Sylvia Beach, editrice di Joyce - essere lo stesso Joyce!

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Lou Pidou,Saint Mathieu, Grasse, A.M.

November 23, 1928

Mio caro Joyce:

Ho molto studiato e pensato su di te. La conclusione è stata che non credo di poter fare niente per propagandare il tuo lavoro. Ho un enorme rispetto per il tuo genio, fin dai tuoi primi libri, e provo una grande simpatia personale nei tuoi confronti, ma tu ed io ci troviamo su percorsi completamente differenti. La tua formazione è stata cattolica, irlandese, insurrezionale; la mia, come doveva essere, è stata scientifica, costruttiva e, suppongo, inglese. Il quadro della mia mente presenta un mondo dove è possibile un grande processo di unificazione e concentrazione (incremento del potere e delle possibilità economiche e concentrazione degli sforzi), un progresso non inevitabile, tuttavia interessante e possibile. Un gioco che mi attrae e mi tiene. Per esso, voglio una lingua e un'esposizione, la più semplice e chiara possibile. Tu nasci cattolico, che è come dire che nasci con un sistema di valori in netta opposizione alla realtà. La tua esistenza mentale è ossessionata da un mostruoso sistema di contraddizioni. Puoi credere nella castità, nella purezza e in un Dio personale, e per questo scoppierai sempre in grida di fica, merda e inferno. Dal momento che io non credo in queste cose, se non come in valori personali, la mia mente non sarà scioccata, fino ad urlare, dall'esistenza di cessi e di bende mestruali - e disgrazie immeritate. E mentre tu sei stato educato alla fissazione per la persecuzione politica, io sono stato educato alla fissazione per la responsbilità politica. Sembra che sia una buona cosa per te, la sfida e la rottura. Non lo è per me.
Ora, per quanto riguarda questo tuo esperimento letterario. E' una cosa notevole perché tu sei un uomo molto notevole e, nella tua affollata composizione, c'è del genio potente che è sfuggito alla disciplina. Ma non credo che possa arrivare da qualche parte. Tu hai voltato le spalle all'uomo comune - ai suoi bisogni elementari e al suo tempo ristretto e alla sua intelligenza, ed hai elaborato. Qual è il risultato? Enormi indovinelli. I tuoi due ultimi lavori sono stati più divertenti ed eccitanti da scrivere di quanto lo saranno mai da leggere. Prendimi come un lettore tipico comune. Traggo molto piacere da quest'opera? No. Sento che sto ottenendo qualcosa di nuovo e di illuminante quando leggo la terribile traduzione che fa Anrep del libro scritto male da Pavlov sui riflessi condizionati? No. Così domando: Chi diavolo è questo Joyce che mi richiede così tante ore di veglia, delle poche migliaia che ho ancora da vivere, per un adeguato apprezzamento delle sue stranezze e delle sue fantasie, e lampi di interpretazione?
Tutto questo dal mio punto di vista. Forse tu sei nel giusto e io mi sto sbagliando. Il tuo lavoro è uno straordinario esperimento e io dovrei cercare di salvarlo da un'interruzione distruttiva o restrittiva. Ha i suoi fedeli e il suo seguito. Che ne godano. Per me è un vicolo cieco.
I miei migliori auguri, Joyce. Non posso seguire il tuo vessillo più di quanto tu non possa seguire il mio. Ma il mondo è grande e c'è spazio per entrambi per sbagliare.

Tuo
H.G.Wells

joyce dixon

La seconda lettera, "evito" di tradurla. Chi vuole, si può cimentare.
 
A LITTER TO MR. JAMES JOYCE

27 Avenue de l'Opéra, Paris I.

Dear Mister Germ's Choice,

in gutter dispear I am taking my pen toilet you know that, being Leyde up in bad with the prewailent distemper (I opened the window and in flew Enza), I have been reeding one half ter one other the numboars of "transition" in witch are printed the severeall instorments of your "Work in Progress".
you must not stink I am attempting to ridicul (de sac!) you or to be smart, but I am so disturd by my inhumility to onthorstand most of the impslocations constrained in your work that (although I am by nominals dump and in fact I consider myself not brilliantly ejewcatered but stil of above Avveroege men's tality and having maid the most of the oporto unities I kismet) I am writing you, dear mysterre Shame's Voice, to let you no how bed I feeloxerab out it all.
I am uberzeugt that the labour involved in the compostition of your work must be almost supper humane and that so much travail from a man of your intellacked must ryeseult in somethink very signicophant. I would only like to know have I been so strichnine by my illnest white wresting under my warm Coverlyette that I am as they say in my neightive land "out of the mind gone out" abd unable to combprehen that which is clear or is there really in your work some ass pecked which is Uncle Lear?
please froggive my t'Emeritus and any inconvince that may have been caused by this litter.

Yours veri tass
Vladimir Dixon


fonte: www.lettersofnote.com

venerdì 9 novembre 2012

articolo 23

article23

Troppo spesso si dimentica che l'articolo 23 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo afferma che ogni essere umano ha il diritto ad un lavoro in condizioni eque e soddisfacenti.


In una società di disoccupazione di massa, il lavoro appare sempre più come una sofferenza, come il simbolo dell'esclusione.

Non pensate che accada per caso, o per destino, addirittura ...
E, non ci sono più delle ragioni economiche, oppure storiche, che possano giustificare il sacrificio dei più deboli, al fine di salvaguardare ... l'élite! Ci troviamo solamente in presenza di un sistema organizzato da delle persone che, evidentemente, non riescono a fare altrimenti, e che sono state completamente sopraffatte dagli eventi.
Per il resto, non c'è niente da cercare ... ecco quello che sta succedendo ... ed è adesso.
Il giovane diventa il nemico del vecchio, la donna dell'uomo, il contrattista a tempo determinato nemico dello stagista, il commerciante del tecnico, il laureato dell'autodidatta. Ci si suicida sempre più, ed è a cauda della pressione esercitata dal lavoro.
Lo stress diventa una delle patologie principali, con tutte le sue conseguenze che si ben conoscono: tabagismo, alcolismo, droghe, malattie cardiovascolari, cancro ...


Articolo 23 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo
"Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.
Ogni individuo ha diritto, senza discriminazione, ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
Ogni individuo ha diritto di fondare con gli altri dei sindacati e di aderire a dei sindacati per la difesa dei propri interessi."

Jean Pierre Delépine, su questo ha realizzato un film che uscirà il prossimo 12 Dicembre.

giovedì 8 novembre 2012

pantere!

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Negli Stati Uniti è il 1967, quando due avvenimenti approfondiscono la divisione dei movimenti della comunità nera. Per la prima volta nella storia americana, un afro-americano, Carl B. Stokes, viene eletto sindaco dai suoi concittadini di Cleveland, Ohio. Il 1967 è anche l'anno in cui viene aperta la prima sede del Black Panther Party, a Oakland, California. Così, quest'anno segna simbolicamente una rottura per il movimento dei neri, lo spostamento rispetto alla prospettiva dominante, quella dei diritti civili e del pacifismo, propugnata da Martin Luther King, verso l'idea del Black Power che reclama assai più dei diritti: il potere, in senso più largo, e la giustizia, e che porterà a rimettere in discussione la mescolanza razziale e l'azione legalitaria. Due concezioni si opporranno, a partire dal 1967: quella dei neri della borghesia riformista, ben integrati dentro la società della classe medio-alta, e quella dei gruppi che non posseggono niente e che vivono nei ghetti delle grandi città. Le Pantere Nere non vogliono solo liberare i neri dal loro ambiente repressivo: "Per noi, si tratta di una lotta di classe tra la classe operaia proletaria, che comprende le masse, e la sparuta minoranza che è la classe dirigente. I membri della classe operaia, quale che sia il colore della loro pelle, devono unirsi contro la classe dirigente che li opprime e li sfrutta. (...) Noi crediamo di star conducendo una lotta di classe, non una battaglia razziale." La linea più importante del Black Panther Party, quella di Newton e di Seale, è la linea dell'unità in una solo classe di lavoratori bianchi e di colore, anche se ci sono delle voci dissonanti che danno il primato della lotta alle minoranze "colorate" e rifiutano di associarsi a dei ... bianchi. Il partito delle Pantere Nere è un movimento proteiforme, attraversato da più correnti, rivoluzionarie e riformiste radicali, che si affrontano per determinare la linea di condotta politica. Per un certo tempo, la corrente marxista-leninista è predominante. Gli Stati Uniti sono considerati essere una società di classe, capitalista e razzista, dove il profitto è il motore del modo di produzione. Una società decadente, chiamata "Babilonia", in cui il capitalismo si trova nella fase del capitalismo monopolistico, di Stato. Il razzismo non è un fenomeno isolato, frutto della "cattiveria" dei bianchi, ma proviene dal capitalismo. Divide i lavoratori, opponendo un gruppo ad un altro. Li divide per meglio regnare, e perverte la lotta di classe in lotta di razza, e cos' contribuisce a perpetuare il sistema. La polizia viene considerata come "armata di occupazione" ed i prigionieri neri sono considerati prigionieri politici. Nondimeno, i lavoratori bianchi sono considerati come "colonizzati", in ragione della loro posizione all'interno del capitalismo. Le Pantere Nere lottano per il socialismo, come utopia da realizzare: abolizione dell'imperialismo, a livello mondiale, abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, concentrandosi sui bisogni delle persone e non del profitto, controllo della produzione e distribuzione della ricchezza sociale, co-partecipazione di ciascuno al progresso sociale, fine dello sfruttamento e del lavoro alienante, abolizione dello Stato.
Queste sono le caratteristiche della società per cui combattono le Pantere Nere, ciò non toglie che, con l'arrivo di nuovi militanti, visioni diverse, meno radicali e più riconducibili a quello che alcuni considerano "assistenza sociale", prendano piede. Nei fatti, il collante degli antagonismi sarà l'azione intrapresa nei ghetti per "servire il popolo" e, in particolare, il sottoproletariato, la classe che i marxisti hanno abbandonato. Un sottoproletariato definito in modo assai preciso: quello che non ha alcun legame con i mezzi di produzione e le disposizioni della società capitalistica, l'esercito di riserva dei disoccupati "strutturali" che non ha mai lavorato, e tutti quelli che vivono dell'aiuto sociale. Ne fanno parte integrale anche i "criminali" e i "ladri", quelli che non vogliono lavorare e odiano il lavoro.

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E' nei quartieri, e più sovente nei quartieri poveri e nei ghetti, che le Pantere Nere portano a termine le loro azioni, e non nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, principale e tradizionale obiettivo delle organizzazioni marxiste. Ai sindacati, preferiscono i campus universitari, che saranno, in un primo tempo, i luoghi di reclutamento dei primi membri ed aderenti che tracceranno i moduli organizzativi e la linea politica del movimento. Poi, in seguito, il reclutamento - spontaneo o organizzato - avverrà fra gli abitanti dei quartieri poveri delle città. Ed anche se il numero delle Pantere Nere non sarà mai elevato, la comunità nera della classe media e della classe popolare - sensibile alle numerose azioni sociali organizzate e messe in pratica dal BPP, per assicurare le migliori condizioni di vita e di sicurezza - accorderà loro la più grande simpatia. Fra il 1967 ed il 1971, non ci sono mai stati più di 5.000 militanti, ma l'aura intorno a loro ha abbondantemente oltrepassato tale numero, arruolando alla causa personalità internazionali (Genet, Sartre, ecc.) e del mondo dell'arte e dello spettacolo (Dylan, Brando, i Rolling Stones, ecc.), e potendo contare in tutte le città di un esercito di sostenitori.
Al di là delle azioni spettacolari, il Black Panther Party organizza nei quartieri-ghetto un vero e proprio programma sociale parallelo, destinato ad alleviare la carenza, se non l'assenza, di quello governativo. Assistenza legale, alimentazione scolastica, associazioni di inquilini, cliniche, distribuzione di capi di abbigliamento. Tutto gratuitamente. Perfino servizi destinati, ad esempio, a riparare impianti idraulici o a derattizzare un immobile!
Tuttavia, l'obiettivo ultimo non era quello di fornire assistenza ai poveri, servizio che era fornito da decine di organizzazioni che operavano pacificamente per l'integrazione razziale, o da opere di carità. Le azioni del BPP erano atti di propaganda mediante i fatti, per aumentare la consapevolezza, da parte dei diseredati, di potersi organizzare e formare un fronte comune contro la discriminazione del governo, contro il capitalismo. Se la lotta armata difensiva è parte della soluzione, essa non può essere concepita senza un'azione sociale e culturale di lungo respiro, che deve investire il maggior numero di persone che si trovano ancora sotto l'influenza del pacifismo di Luther King. Per darsi la possibilità di una rivoluzione, bisogna servire il popolo e costruirne l'unità per mezzo della propaganda e dell'organizzazione delle masse.
Parimenti, le Pantere Nere si oppongono ai gruppi armati ultra-radicali che praticano il sabotaggio, attacchi a persone e beni, e che propongono l'estensione della lotta armata in un paese dove la classe operaia - compresa quella nera - è visceralmente contraria ad ogni idea di comunismo. Fra questi, i Weathermen che, secondo il Black Panther Party, sono impegnati un un azione disastrosa per l'insieme del movimento. Come è avvenuto nello stesso periodo in Germania Ovest ed in Italia, la nuova sinistra americana nata dal movimento studentesco, stanca di grandi concezioni politiche planetarie, di discorsi politico-filosofici, vuole portare la lotta sul terreno del quotidiano e della trasformazione immediata dei rapporti sociali. Ma, a differenza della RAF, o delle nascenti Brigate Rosse, il Black Panther Party arma i suoi militanti non per combattere, ma per difendersi, anche se i discorsi dei leader sembrano contraddirsi.

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L'attività pubblica delle Pantere Nere comincia con l'apertura di una sede, a Oakland, nel gennaio del 1967. Non è una cosa banale, come può sembrare, ma è un azione che sottolinea la volontà, da parte dei due fondatori, di inscrivere la loro lotta nella legalità. Questa forma di "commercio politico", la si ritrova in certi movimenti europei, a partire dai Provos olandesi, ma soprattutto in un'organizzazione come Lotta Continua, che apriva le sue sedi nei quartieri più poveri delle città, gestite dagli abitanti stessi del quartiere.
Seale, Hutton e Newton avevano messo i loro fondi in comune ed avevano affittato un magazzino per 150 dollari al mese. Si trovava in una posizione ideale, nel cuore della comunità della parte nord di Oakland, ad un isolato dalla Merritt University. Nel locale c'era solo una scrivania, delle sedie pieghevoli, un lungo tavolo, una lavagna e delle tende rosse a buon mercato alle finestre. Dal momento che le Pantere non avevano macchine fotocopiatrici, Hutton e Seale, che erano ancora impiegati al centro anti-povertà, facevano lì le fotocopie del loro programma. Le discussioni avvenivano durante le riunioni ufficiali che erano fissate il mercoledì sera, alle 19, e la domenica, alle 13. In quel periodo, la Merritt - e tutto il mondo universitario - era in pieno rinascimento intellettuale, il campus era un luogo d'incontro fra filosofi, scrittori, drammaturghi, artisti e musicisti. Tale energia si diffuse anche nella nuova sede delle Pantere Nere. Huey Newton voleva tentare di spingere i rivoluzionari da salotto che volevano sinceramente cambiare le cose ad unirsi alla comunità nera, dentro i loro ranghi.
Nelle prime settimane, una ventina di persone parteciparono alle riunioni. Alcuni si iscrivevano, altri rimanevano semplici sostenitori. Poi, poco a poco, la sede divenne un luogo dove i cittadini della comunità nera, e non solo gli studenti, venivano ad esprimere i loro problemi e ad informarsi. La sede divenne anche oggetto di stretta sorveglianza da parte della polizia ma, nonostante i continui ed ingiustificati arresti, le Pantere Nere tenevano aperta la loro sede. Pagare l'affitto era una sfida. La vendita di opuscoli, poster e spillette serviva a procurare un po' di soldi. Più tardi ebbero la felice idea di comprare da dei mercanti cinesi una partita del libretto rosso di Mao, che veniva venduto al campus durante le manifestazioni.
La protesta, organizzata davanti al Campidoglio della California, contro un disegno di legge che intendeva regolamentare il porto d'armi nello stato della California, contribuirà a fare conoscere il BPP, allargandone la platea, finora rimasta locale, dell'organizzazione. I media del paese cominciano ad interessarsi del loro programma e delle loro azioni. Vengano create nuove sezioni nelle grandi città della costa Est, a Jersey City, nel maggio del 1967, a Newark, nell'ottobre dello stesso anno. Il partito, composto dai soli due membir fondatori nel gennaio del 1967, aumenterà, fino a 700 membri, nell'ottobre del 1967. Nuove sedi a Los Angeles, New York e Detroit. Bisogna organizzare questa crescita. Il partito viene suddiviso in "capitoli", uno per ciascuno stato; poi viene il "ramo", uno per ogni grande città; il ramo è diviso, a sua volta, in sezioni, a loro volta suddivise in sotto-sezioni. Il Comitato Centrale è l'istanza dirigente del partito. E' composto da un ufficio politico che definisce le politiche da portare avanti. Alla sua testa, il Ministro della Difesa, assistito dal Presidente del partito. Nel 1969, ci sono 42 fra sedi e centri comunitari in tutto il paese. L'estate del 1969 vede perfino l'apertura di una sede internazionale delle Pantere Nere ad Algeri, gestita da Cleaver, esiliato in seguito ad una falsa accusa di omicidio.
Queste sedi sono obiettivo privilegiato per la polizia. Incursioni, perquisizioni, ispezioni, ricerche, distruzione dei materiali, mentre gli attivisti vengono spesso arrestati o uccisi. In altri casi, i locali vengono incendiati, vengono fatti oggetto di tirassegno, vengono saccheggiati. Il 21 dicembre del 1968, la polizia di Denver compie un raid per cercare delle armi di cui non c'è traccia. Per rifarsi, i poliziotti bruciano provviste e abiti destinati ai poveri della comunità. Nel frattempo, sulla costa ovest, Geronimo Pratt, veterano del Vietnam, fortifica militarmente la sede delle Pantere Nere di Los Angeles: non riusciranno a sloggiarlo né i fucili mitragliatori né gli elicotteri delle unità d'élite della polizia della città! In totale, 38 militanti verranno uccisi nell'anno 1970. La polizia, ogni volta, invoca la legittima difesa ed i giudici la concedono malgrado tutte le prove che testimoniano il contrario.
Il Partito delle Pantere Nere dà un contributo significativo all'arte della propaganda. Attraverso il suo giornale, i suoi raduni di massa, le conferenze, gli slogan, i manifesti, gli opuscoli, gli stemmi, i simboli (il pugno chiuso farà scuola), i graffiti, i processi politici e perfino i funerali. Anche per mezzo dell'uso sapiente della televisione della classe dirigente, la radio e la stampa. Solo dopo pochi mesi dalla sua nascita, il London Times parla di loro, ed i giornalisti americani fanno a gara per poter intervistare i leader. Però, ben presto, si rende necessaria la lotta contro la disinformazione e la manipolazione.
Nel marzo del 1969. il settimanale "Black Panther" viene distribuito per mezzo delle 26 sedi sparse nel paese. Vengono stampate più di 105mila copie la settimana, una quantità enorme per un giornale non professionale. Si lavora fino al mattino, alle 3, per etichettare e impacchettare il giornale e spedirlo per tutto il paese.
Fu questo il lavoro principale delle Pantere Nere: risvegliare la coscienza delle masse e portarle verso il Partito. I principali dirigenti ed i teorici vennero ben presto assassinati, o condannati a pesanti pene, oppure in esilio, ma le basi erano state poste.
L'autodifesa - un'idea di Malcom X ripresa dalle Pantere Nere - fu la risposta alle aggressioni, alle umiliazioni, ai linciaggi, agli omicidi di cui, per generazioni, la comunità nera era stata vittima. Le loro prime armi principali, un fucile M-1 e una pistola calibro 9, erano state il dono di un rivoluzionario giapponese affinché "si potesse cominciare a preparare il popolo ad una lotta rivoluzionaria". Da subito, le Pantere Nere hanno come attività centrale la dimostrazione di forza. Dopo una breve formazione, i membri del Partito presenziano armati, alle riunioni, fanno da guardie del corpo alle personalità, fanno capire alla polizia che dispongono dei mezzi per difendersi. Allo stesso tempo, così, assicurano protezione, in certi quartieri, la protezione degli abitanti dalle bande - bianche o nere - dei trafficanti di droghe pesanti (considerate strumento controrivoluzionario al servizio del governo) o, a New York, contro lo sviluppo di alcune attività della mafia italiana (droga, prostituzione, racket). Una delle loro prime attività sarà quella di organizzare delle pattuglie per mettere in pratica il settimo punto del loro programma: "Esigiamo la fine immediata delle brutalità poliziesche e dell'assassinio dei Neri". Vengono organizzate delle pattuglie che girano su dei veicoli - con la scritta "Proteggere e Sopravvivere", dotate di radio che ascoltano le frequenze della polizia. Munite di manuali di diritto e di magnetofoni, assicurano la legalità rispetto ad ogni intervento delle forze dell'ordine. Il gruppo di Los Angeles, di suo, arma i partecipanti che partecipano alle ronde, pur rimanendo nell'ambito della legalità.
Si risponde anche alle richieste degli anziani che chiedono protezione contro le aggressioni subite quando vanno ad incassare l'assegno di pensione. Le loro denunce alla polizia di solito incontrano disprezzo e indifferenza. Viene organizzato un piano che prevede trasporto gratuito e servizio di accompagnamento per gli anziani all'inizio di ogni mese. Si vedono gli anziani, non come potenziali militanti ma come persone che possano "predicare" in favore del Partito.
Ci sono pochi aspetti della vita quotidiana delle popolazioni dei ghetti, dall'educazione alla ristrutturazione delle abitazioni, su cui le Pantere Nere non abbiano operato. Un approccio di fondo che s'inscriveva sul lungo periodo, coinvolgendo la popolazione nera in un progetto di costruzione di un avvenire collettivo che non fosse fatto di miseria e disillusione. C'è da dire che, anni più tardi, il governo metterà in piedi dei programmi simili, come la prima colazione gratuita nelle scuole, la copertura sanitaria per gli over 65, la protezione contro gli sfratti.
Contro quest'opera, la polizia interveniva in modo sistematico. Facendo incursioni nei luoghi dove il cibo veniva distribuito - che fossero chiese o altri locali - distruggendo le attrezzature e gettando via il cibo.
Venivano create Scuole di Liberazione, dove veniva assicurata una formazione ai bambini per mezzo dell'insegnamento della storia dei neri americani, mentre veniva creato l'Intercommunal Youth Institute per l'alfabetizzazione degli adulti. Nel mese di giugno del 1969. le Pantere di Oakland aprono la prima clinica gratuita a Berkeley. Altri centri medici vengono inaugarati, nello stesso anno, a Los Angeles e a Seattle. Nemmeno questi centri sono risparmiati dagli attacchi della polizia. Contemporaneamente, insieme ad altre associazioni, le Pantere si battono sul terreno della casa: scioperi degli affitti, organizzazione degli inquilini, pressione sui proprietari, azioni contro gli sfratti.
Al problema della disoccupazione, si oppone una reta di informazioni gratuite in materia di occupazione, spingendo i padroni a creare posti di lavoro, ottenendo elenchi di posti di lavoro disponibili presso le agenzie governative, statali e locali.

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Nel 1971, il Partito deve però affrontare delle gravi lotte interne fra i dirigenti sopravvissuti. La comunità è divisa, la paranoia creata dalla polizia ha instaurato un clima velenoso tra i militanti. La separazione - venutasi a creare - fra azione politica, attività illegale, servizi sociali, accesso al potere è diventata sempre più confusa e contraddittoria. Per il Black Panther Party ci sono solo due strade: l'istituzionalizzazione del movimento o, all'opposto, la lotta armata clandestina.

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La scissione si esprimerà attraverso l'appello di 21 Pantere Nere, in prigione dal 1969. "Un nuovo mattino - il tempo sta cambiando", riferendosi ai Weathermen, chiama alla formazione di gruppi armati, e sottolinea la necessità dell'unione con i rivoluzionari bianchi, dentro un processo di lotta armata. Viene criticata la direzione del Partito per la sua incapacità contro-rivoluzionari a prendere le armi. Due leader storici, Newton e Cleaver, si affrontano. La repressione è troppo forte - argomenta Cleaver - e bisogna entrare in clandestinità, organizzando un frontr rivoluzionario politico-militare che comprenda tutte le etnie. Ribatte Newton - difendendo il legalismo - che bisogna puntare su un organizzazione legale che si basi sui bisogni dei ghetti, cui deve profondamente ancorarsi. Diverrà una guerra fratricida fra chi è a favore di una via rivoluzionaria e chi, invece, sostiene una via legale, riformista e pacifica. Newton, che dirige un Black Panther Party ormai moribondo, darà il via ad una serie di purghe per cacciare quelli che sono in disaccordo. Fra loro, Bobby Seale e Geronimo Pratt, quest'ultimo cacciato per le sue critiche e per il suo "tentativo" di eliminare fisicamente Newton. Dall'Algeria - dove si trova in esilio - Cleaver critica la linea di Newton. L'8 marzo del 1971, Robert Webb (pro-Cleaver) viene ucciso nel corso di un alterco con dei neri che stanno vendendo il giornale del BPP. La sede di New York, quartier generale della tendenza Cleaver, accusa Newton. Il 17 aprile, Samuel Napir (tendenza Newton) viene trovato ucciso. La rottura è oramai consumata. Il Partito implode. Sopravvivrà qualche anno, poi, fra 1l 1981 e il 1983, sparirà del tutto.

mercoledì 7 novembre 2012

Titoli

miles

Trascrizione:
CBS MEMORANDUM
DA: Teo Macero
A: John Berg, Joe Agresti, Phyllis Mason
Data: 14 Novembre 1969

RE: MILES DAVIS CS 9961 XSM 151732/3 PROGETTO #03802

Miles ha appena chiamato e ha detto che vuole che questo almum sia intitolato:

"BITCHES BREW"

Si prega di accusare ricevuta.

cc

(Firmato, 'Teo')

Credo che sia lecito ritenere che il consiglio, dato a malincuore, a margine di questo meraviglioso "memo", inviato dal produttore discografico Teo Macero ai dirigenti della Columbia Records, sia stato essenzialmente:
"Lasciate che Miles Davis intitoli il suo prossimo album in qualunque modo voglia."
E così è stato. Il titolo rimase "Bitches Brew" (Intruglio di Puttane), e il disco venne pubblicato quattro mesi più tardi.
Ora è considerato uno degli album di jazz più influenti di tutti i tempi!

miles-davis1

poeti!

Stalin

E' il 1895. quando un giovane seminarista che desidera diventare un poeta scrive:

"Il bocciolo rosa si apre.
Subito si tinge di un pallido azzurro violaceo
E, mosso da una leggera brezza
Il lillà si piega sull'erba
L'allodola ha cantato con voce blu scura
Volando più in alto delle nuvole
E l'usignolo dal dolce suono
Canta ai bambini da sopra gli arbusti una canzone"

Nel 1936, questo giovane aspirante prete e poeta, era diventato Stalin ed aveva ucciso più di venti milioni di persone (senza alcuna intenzione di smetterla). Si può pensare - certo - che la poesiola sopra riportata faccia proprio schifo, ma va anche considerato che è stata scritta in georgiano, e questa è una traduzione, e come tutte le traduzioni tradisce l'originale. Poi, c'è anche da dire che queste poesie bucoliche rientravano perfettamente nello stile dell'epoca, e a quello si adatta. Robert Service, che l'ha riportata nella sua biografia di Stalin, sottolinea il fatto che aveva avuto molto successo, quando venne scritta. In tal senso - diciamo, "artistico" - Stalin non è comparabile a Hitler. Nel senso che se, nel caso di Hitler, a volte, per spiegarlo, si è fatto ricorso al suo fallimento come pittore, al rifiuto ed al disprezzo che subì da parte dei "gerarchi" del mondo dell'arte, per Stalin non vale. Stalin venne subito riconosciuto come poeta, nella sua Georgia. E come poeta, aveva un futuro che poi decise di non seguire. Rinunciò alla poesia, non ne venne respinto.
Ancora, in una lettera al suo amico Kamenev (che poi fece ammazzare), nel 1912, scriveva da Cracovia: "Ti do un bacio esquimese sul naso. Il diavolo mi porti! Mi manchi, lo giuro e lo spergiuro. Non ho nessuno, assolutamente nessuno, per una conversazione sincera, maledizione. Non potresti venire in qualche modo a Cracovia?". 

martedì 6 novembre 2012

Inserzioni

Safety Not Guaranteed 3

Un pretesto, certo, ma che pretesto! Un signor pretesto. Un annuncio su un giornale, un annuncio di quelli economici, per la condivisione delle spese di un viaggio, oppure cercasi anima gemella. Insomma, una cosa così, avete capito. E, a ben guardare, è proprio tutte le cose insieme. Si cerca qualcuno per un viaggio indietro nel tempo. E si avverte che non è uno scherzo. Però, leggendo, sembra quasi che sia un lavoro. Non solo un viaggio. Perché, si verrà pagati dopo, quando si tornerà indietro dal viaggio. Poi c'è un invito, perentorio, a portarsi dietro le proprie armi. Non è ben specificato, comunque. E poco prima della frase che dovrebbe rassicurare a proposito del fatto che il viaggio nel passato non è un esperimento mai tentato prima, quelle tre parole. Quelle che danno il titolo al film. Sicurezza non garantita. Un monito, certo. Ma è così per tutte le storie d'amore. Anche per questo film, quindi. Sicurezza non garantita!

safety-not-guaranteed-still

Credo che dirò poco altro di questo gioiellino, visto l'altra sera, sottotitolato, ché tanto un film del genere - anche se ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura, al Sundance - in sala, qui, non ci arriverà mai! Il poco altro che voglio dire, è fatto dei personaggi che si muovono dentro la storia. Darius che accetta di fare la stagista dentro la redazione di un giornale, anche se non vorrebbe. Jeff, il giornalista che convince il caporedattore a farne un pezzo sul giornale, di quello strano annuncio di cui si discute su Internet; ma solo perché vuol andare in quel posto, per fatti suoi personali. E poi Kenneth, il viaggiatore del tempo, commesso in un supermercato.
Basta tutto questo a fare un film? Oltre ad un cast straordinario? Basta, e avanza!
E tutto, senza mai dimenticare la domanda che Kenneth fa sempre a tutti i potenziali viaggiatori nel tempo. La domanda fondamentale. Per tutti. Anche fuori dal film.
"Qual è la ragione per cui vuoi tornare indietro nel tempo?"
Guardate questo film, e poi rispondete!

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Titolo: Safety Not Guaranteed
Regia: Colin Trevorrow
Sceneggiatura: Derek Connolly
Fotografia: Benjamin Kasulke
Montaggio: Joe Landauer
Musica: Ryan Miller
Interpreti principali: Aubrey Plaza, Mark Duplass, Jake M. Johnson, Mary Lynn Rajskub, Kristen Bell
Produzione: Michael B. Clark, Derek Connolly, Jay Duplass, Mark Duplass, John Hodges, Stephanie Langhoff, Lacey Leavitt, Peter Saraf, Colin Trevorrow, Marc Turtletaub
Distribuzione: Big Beach Films, Duplass Brothers Production
Origine: USA, 2012
Genere: Commedia
Durata: 94'