lunedì 9 novembre 2020

Indagando !

Elezioni americane:
le donne, i giovani, la classe operaia e le minoranze etniche si sbarazzano di Trump
- di Michael Roberts -

Nel 2020, il candidato del Partito Democratico, Joe Biden, ha battuto Donald Trump, del Partito Repubblicano, che occupava la presidenza. Cosa possiamo imparare da questo risultato risultato elettorale sugli Stati Uniti d'America, la maggior potenza imperialista del mondo, in questo terzo decennio del 21° secolo?
Come prima cosa, l'affluenza alle urne. Quando ancora non sono stati contati tutti quanti i voti, sembra che circa 150 milioni di americani in età di poter votare abbiano espresso il loro volto. Dal momento che gli aventi diritto al voto erano circa 239 milioni, ciò significa che c'è stata un'affluenza alle urne (VEP) di circa il 62%.
Un'affluenza maggiore di quella che c'era stata nel 2016, con il 59%, e la maggiore affluenza alle urne dal 1960, sebbene non sia stata così alta come veniva prevista da molti media nel giorno delle elezioni. Ciò significa che il 37% degli americani che avevano il diritto di votare non lo hanno fatto. E questo di fronte al 31,4% che ha votato per Trump. Perciò, ancora una volta, il partito del Non Voto ha ottenuto la più alta percentuale nazionale nelle elezioni americane. Inoltre, ci stati altri 20 milioni di americani in età di poter votare che sono stati esclusi dal voto per vari motivi negativi (avevano commesso un reato, oppure l'amministrazione statale si è rifiutata di registrarli). Ragion per cui, l'affluenza alle urne è stata solamente del 58%; il che significa che una parte considerevole della classe operaia americana non ha votato e/o non le è stato permesso di votare. In pratica, la "più grande democrazia del mondo" ha uno dei più bassi livelli di partecipazione al voto tra tutte le maggiori cosiddette "democrazie liberali".

Una grossa fetta della popolazione che non esercita il diritto di voto è costituita da giovani americani. Meno della metà - appena il 43,4% - degli americani sotto i 30 anni, hanno votato nelle elezioni presidenziali del 2016. Questi erano assai meno del 71,4% degli ultra-sessantenni che avevano votato. In queste elezioni sono stati ancora meno. Trump sta dicendo che le elezioni erano truccate, ed in un certo senso ha ragione. Sono state sempre truccate in quanto il candidato con la maggioranza dei voti, per non parlare di quello che prende il numero di voti più alto, raramente vince. In queste elezioni, Trump ha superato i 71 milioni di voti, per un repubblicano il numero di voti più alto di sempre. Ma Biden ha ottenuto 75 milioni di voti, il numero di voti più alto ottenuto da un presidente. Ma questo solo perché in queste elezioni hanno votato più persone di quante ne abbiano mai votato prima.
Nelle ultime otto elezioni presidenziali, il vincitore ha ottenuto meno voti del suo principale oppositore. E questo perché vince chi riceve il maggior numero di voti del "collegio elettorale". E questi voti vengono registrati da ciascuno Stato di quelli che sono i 50 Stati dell'Unione. Sono gli Stati Uniti d’America, un'unione federale di stati sovrani che si è formata nella rivoluzione americana del 18° secolo, in cui ogni Stato ha le sue leggi e le proprie procedure elettorali. Ragion per cui, raccogliere un numero enorme di voti a New York e in California, gli Stati più popolosi, non garantisce la vittoria al candidato democratico, quando i margini per la vittoria si trovano ad essere ridotti in quei piccoli Stati dove il candidato repubblicano si sommano a quelli della maggioranza nel collegio elettorale.
In tal modo, nel 2016,  la democratica Hillary Clinton aveva ottenuto 3 milioni di voti in più rispetto a Trump, ma Trump ha ottenuto 306 voti da parte del collegio elettorale poiché ha in vinto in maniera limitata in tutta una serie di Stati di piccole e medie dimensioni del Middle West. Stavolta, Biden ha ottenuto una maggioranza ancora più alta, probabilmente circa 4 milioni, ma il risultato è sembrato smile a causa degli stretti margini di vittoria nei «Swing States» chiave. Solo che stavolta Biden ha riottenuto quegli Stati riprendendoli a Trump, e il 6 gennaio, quando si riunirà il collegio elettorale, egli riceverà quei 306 voti elettorali per riuscire a vincere, quegli stessi voti che Trump ottenne nel 2016. Un'altra ragione pe cui il risultato delle elezioni è stato simile, è dovuto al fatto che negli Stati a gestione repubblicana c'è stato un significativo "gerrymandering" dell'elettorato, un blocco deliberato della registrazione dei votanti, ed in queste elezioni un disperato tentativo di ostacolare un voto postale di massa nel contesto della pandemia di Covid. La "democrazia" statunitense è una barzelletta. Secondo the Economist, nella graduatoria delle "democrazie liberali" si trova in fondo alla classifica, con solo l'Albania a segnare un punteggio più basso.

Il motivo per cui stavolta l'affluenza è stata più alta, è in parte dovuto all'intensa polarizzazione sulla pandemia di Covid e sul collasso economico; alimentata dalle impennate demagogiche di Trump. Ma anche i lockdown a causa della pandemia hanno portato ad un massiccio incremento del voto postale, che si è rivelato per i votanti come un procedimento più semplice che andare ai centri elettorali. Ci sono state anche delle significative campagne di informazione nelle grandi città per far sì che la gente si registrasse e votasse.
Possiamo imparare qualcosa dalla composizione demografica ed economica di coloro che hanno votato? Il "Votecast survey" dei votanti ci fornisce alcuni indizi. Secondo l'indagine, gli elettori maschi (47%) si dividono in 46-52 per Trump, ma le votanti donne (53%) si dividono in 55-45 per Biden. In questo modo, le donne che hanno votato hanno assicurato la vittoria a Biden.
Il voto dei giovani, come al solito, è stato basso, appena il 13% del totale dei voti, ma quelli sotto i 29 anni hanno votato 61-36 per Biden. E quelli che sono tra i 30 e i 44 anni (23% del voto) hanno sostenuto Baden a 54-43. Quelli tra i 45 e i 64 (un enorme 36% dei voti) hanno votato per Trump a 51-48. E quelli sopra i 65 anni (un altro consistente 27%) hanno votato ancora una volta per Trump a 51-48. Quindi, il 63% di quelli che hanno votato, che avevano più di 44 anni e hanno sostenuto Trump (mancandolo per un pelo); mentre quelli sotto i 45 anni (appena il 37% dei voti) hanno sostenuto fortemente Biden. È bastato a superare la piccola maggioranza per Trump nelle fasce di età più anziane.
E che dire dei gruppi etnici? Beh, il sondaggio ha rivelato che il 74% degli elettori era bianco ed ha sostenuto Trump. Ma tutti gli altri gruppi etnici hanno sostenuto in maniera schiacciante Biden al 90-8. I neri americani costituivano solo l'11% di quelli che hanno votato, ma hanno sostenuto Biden 90-8. Gli elettori ispanici erano solo il 10% del totale ma hanno votato Biden al 63-35. Gli asiatici sono stati solo il 2% dei votanti, ma hanno votato Biden a 70-28. Questo 25% dei votanti (che è cresciuto elezione dopo elezione) ha sostenuto Biden in maniera talmente schiacciante che è bastato a superare la più piccola maggioranza bianca tra gli elettori bianchi. Molto è stato detto del presunto incremento del voto per Trump da parte degli americani neri e ispanici, rispetto al 2016. Ma le prove di ciò sono dubbie e, anche se fossero vere, lo slittamento è minimo. Secondo l'exit poll di Edison, c'è stato un calo di sostegno da parte dei bianchi per Trump rispetto al 2012 che va dal 62% al 57%, e un piccolo aumento da parte delle donne bianche che va dal 52% al 54%. Il presunto aumento di sostegno a Trump da parte degli uomini neri è passato dal 13% al 17% e da parte delle donne nere dal 4% all'8%. Ma se si considera che gli elettori bianchi sono stati il 75% dei voti e i votanti neri solo l'11%, il presunto passaggio a Trump da parte degli elettori neri è meno della metà della perdita di Trump di voti dei bianchi. Si afferma che stavolta ci sono stati più elettori ispanici che hanno sostenuto Trump, ma a non farlo hanno continuato ad essere circa due terzi.

E le classi e i redditi? Beh, a livello di istruzione, gli studenti che hanno lasciato la scuola superiore (27% degli elettori) hanno sostenuto Trump per il 52-46; e quelli con qualche qualifica (il 34% degli elettori) hanno sostenuto anch'essi Trump, ma ad un minore 50-48. I laureati (un consistente 24% degli elettori) hanno votato in maggioranza Biden a 56-42 e quelli che hanno continuato a studiare anche dopo la laurea (circa il 14%) sono stati per Biden in maniera ancora più massiccia con il 56-42. Più sono istruiti, più hanno votato Biden. Ma tutto questo non significa che la classe operaia americana abbia sostenuto Trump più di quanto abbia fatto con Biden. Gli elettori che guadagnano 50.000$ l'anno(il reddito medio annuo), o meno, hanno sostenuto Biden in maniera significativa con un 53-45, e stiamo parlando del 38% degli elettori. Quelli che si trovano nel gruppo di reddito che va tra i 50 ed i 90mila $ l'anno (il 36%) hanno appoggiato Trump con un 50-48, mentre chi guadagna più di 100mila$ l'anno (il 25%) sono stati per Biden al 51-47. Gli americani con il salario più basso, e che sono il gruppo di elettori più numeroso, hanno votato per Biden con un buon margine, mentre i piccoli imprenditori e i lavoratori a reddito medio hanno sostenuto di stretta misura Trump. I più abbienti hanno sostenuto Biden (ma ho il sospetto che più alto sia il livello di reddito più si sia votato per Trump, nella misura in cui ci sono altri sondaggi che mostrano come i milionari abbiano votato in massa Trump). Sì, c'è una notevole minoranza di americani della classe operaia che ha sostenuto Trump, soprattutto nelle piccole città e nelle aree rurali. Ma la maggioranza della classe operaia americana ha rigettato il trumpismo. Le aree urbane (il 65% dei votanti) ha sostenuto in maggioranza Biden, mentre le piccole città e le aree rurali hanno votato per Trump. È stato qui che la polarizzazione del voto è stata maggiore.
Anche la religione ha svolto un ruolo importante. Cristiani protestanti ed evangelici (il 45% dei votanti) hanno sostenuto fortemente Trump, mentre i cattolici (il 22%) si sono divisi 50-50 e i musulmani, gli ebrei e gli atei dichiarati (il 25% dei votanti) hanno scelto in forze Biden.

Quali sono stati i temi principali delle elezioni? Due spiccano rispetto agli altri: la pandemia di Covid-19 e lo stato in cui si trova l'economia. Il 41% degli elettori ha considerato più importante la pandemia, e coloro i quali la pensavano così hanno votato per lo più per Biden. L'economia e l'occupazione sono stati considerati il problema maggiore da parte del 28% dei votanti, i quali hanno votato per lo più per Trump. Ecco qual è stata un'altra chiara causa della polarizzazione in America: lockdown per salvare vite umane; oppure nessun lockdown in modo da poter così salvare i posti di lavoro; è stato questo il modo in cui nel 2020 molti americani hanno visto la cosa.
Tirando le somme, gli americani si sono presentati alle urne in un numero leggermente maggiore, ma se la paragoniamo rispetto alle altre "democrazie liberali" l'affluenza ha continuato ad essere più bassa. Il candidato democratico è stato ancora più votato di quanto lo era stato nel 2016, ma le peculiarità costituzionali del sistema elettorale hanno fatto sì che il risultato fosse abbastanza simile; sebbene sia stato più o meno in linea con le previsioni dei sondaggisti. Biden ha vinto perché i giovani americani hanno votato Biden abbastanza da riuscire a superare la maggioranza che Trump aveva tra gli elettori più anziani. Biden ha vinto perché gli americani della classe operaia hanno votato per lui in un numero che è stato sufficiente a superare i voti delle piccole città e delle aree rurali.
Le elezioni negli Stati Uniti sono state un disastro; e sono lo specchio del disastro in cui si trova adesso l'imperialismo americano, con la pandemia di Covid scatenata in tutta l'America e con l'economia in ginocchio con milioni di disoccupati, salari tagliati e servizi pubblici paralizzati. Biden ha avuto il sostegno della maggioranza dei lavoratori, delle minoranze etniche, dei giovani e degli abitanti delle grandi città. Lo hanno votato per sbarazzarsi di Trump: ma forse da Biden non si aspettano poi così tanto, e avranno ragione.

- Michael Roberts -  Pubblicato l'8/11/2020 su Michael Roberts blog. Blogging from a Marxist economist -

sabato 7 novembre 2020

Fratture

«Tutte le tendenze al lavoro, tutte le tendenze alla lotta contro il nemico comune.»
(Buenaventura Durruti, "Agli operai russi".)

Si comunica l'apparizione di un nuovo gruppo, in lingua tedesca:
"Fractura. Gruppe für kategoriale Kritik".
Il comitato di redazione è composto da Heiko Gebauer, Lotte Stieglitz, Kilian Müller, Patrice Schlauch, Benedikt Schuhr, Daniel Späth, Linus Valentin.
Tra di loro, Daniel Späth è noto per i suoi testi su Hegel e per la sua critica del paradigma postmoderno, e la maggior parte di essi ha partecipato al gruppo Exit!
e fanno riferimento alla critica della dissociazione del valore e sembrano condividere le posizioni di Scholz, Kurz, ecc. Il loro sito web e i testi si possono trovare a: https://fractura.online/

dei legalitari sono piene …

Novembre 1926: « L’esecutivo guidato da Gramsci, convocò a Montecitorio il Gruppo parlamentare comunista. Contro l’imperversare delle violenze squadristiche e la montante reazione, l’Esecutivo decise di proclamare uno sciopero generale di protesta e dispose perché i deputati comunisti si recassero nelle principali città d’Italia per le disposizioni urgenti. I deputati della Sinistra comunista, e particolarmente Repossi e Fortichiari, si dichiararono pronti a partire, ma ritenevano che il partito non fosse in condizione di agire così all’improvviso e mentre era in fase di riorganizzazione. Essi, d’altra parte, si dicevano certi che il governo avrebbe proceduto senz’altro contro i delegati dell’Esecutivo. Gramsci confidava invece nell’immunità parlamentare e non ammetteva che il governo potesse sprezzare questa legge. I deputati comunisti partirono da Roma, compresi Repossi e Fortichiari diretti a Milano, pur dicendosi certi di uno scacco clamoroso. A Milano essi erano attesi dalla polizia. A poca distanza dalla ferrovia vennero fermati e condotti alla sede della questura. Qui ricevettero comunicazione "legale" della decisione "legale" del parlamento che toglieva ai deputati antifascisti l'immunità parlamentare. Vennero perquisiti e portati al carcere di S.Vittore. La fiducia di Gramsci nella legalità aveva ricevuto piena soddisfazione! In pochi giorni quasi tutti i funzionari del partito, oltre ai deputati, quasi tutti i compagni più in vista o comunque noti alla polizia e ai fascisti, si ritrovarono nelle carceri di tutta Italia. »

da: Bruno Fortichiari, "Comunismo e revisionismo in Italia" (a cura di Luigi Cortesi) Tennerello ed. 1978.

(già pubblicato sul blog il 31 agosto 2007)

venerdì 6 novembre 2020

Enigmi

Agave porta, infissa in cima a un tirso, la testa del figlio Penteo che le sue compagne hanno fatto a pezzi: la vuole consegnare a Bacco in segno di vittoria. «A lui porta un trionfo fatto di pianto», fa dire Euripide al servo che racconta ciò che ha visto accadere sul Citerone. Invasata, Agave non sa che ciò che brandisce come un trofeo è il capo sconciato del figlio, e il momento nel quale lo capisce costituirà una delle più tremende scene di riconoscimento della tragedia antica. Le “Baccanti” erano iniziate con Dioniso che annunciava di volersi rivelare come dio in Tebe, di desiderare il riconoscimento e la venerazione. Li ottiene a prezzo di un sacrificio immane, che immola la ragione sull’altare della follia, e precipita l’intera stirpe di Cadmo nella disgrazia. In questa tragedia, l’ultima prodotta dal grande teatro del V secolo a.C., e l’ultima, probabilmente, composta dall’autore prima della morte (fu messa in scena ad Atene dal figlio), Euripide «ripropone in modo emozionante e terribile quello che era stato uno tra i temi fondamentali del suo teatro, cioè il conflitto tra ragione e irrazionale». Al suo centro si trova infatti la follia scatenata delle menadi, che infuria sulla montagna, con le donne che, cinte di pelli maculate, inghirlandato il capo di edera, brandendo il tirso nelle mani, si abbandonano a danze furibonde al suono di flauti e tamburelli. «Cos’è mai la saggezza?» si domandano le baccanti del Coro: «quale il dono più bello degli dèi ai mortali?» La loro risposta è spesso sibillina, paradossale: «Non è sapienza il sapere». Le “Baccanti” discutono il tema della sophia in modo insistente, con tutta l’urgenza che il fenomeno culturale e religioso del dionisiaco – superbamente illustrato dal curatore – richiede. «Molti sono gli aspetti delle cose divine, molte cose gli dèi realizzano contro ogni speranza» conclude il Coro, qui come in altre tragedie di Euripide, «ciò che si attende non si compie, dell’inatteso il dio trova la strada.». Con questo volume la Fondazione Valla inizia la pubblicazione del teatro di Euripide, secondo Aristotele il più tragico dei poeti: con le “Baccanti”, che ebbero in sorte persino di fornire il testo a una “Passione di Cristo”, in passato attribuita a uno dei più grandi Padri greci, Gregorio di Nazianzo.

(dal risvolto di copertina di: Euripide, "Baccanti", A cura di Giulio Guidorizzi. Fondazione Lorenzo Valli)

Il rompicapo del tiranno perbenista contro lo spacciatore di nuove divinità
- di Giorgio Ieranò -

«Un rompicapo», «a riddle»: così, oltre un secolo fa, un grande studioso inglese, Gilbert Norwood, definiva le Baccanti di Euripide. Un rompicapo: un gioco di quelli che non si risolvono mai, un puzzle dove le tessere non si incastrano. Le Baccanti, infatti, ultima tragedia di Euripide, rappresentata dopo la morte del poeta nel 406 a. C., restano un enigma. Cosa ci racconta davvero la storia del giovane re di Tebe, Penteo, punito crudelmente da Dioniso per averne negato la natura divina? Qual è la morale (se una morale c'è) di questo dramma visionario e inquietante, dove un dio beffardo stringe in una trappola feroce le sue vittime, e dove alla fine Penteo muore squartato dalla sua stessa madre, resa folle da Dioniso? Che rapporto c'è tra i canti gioiosi del coro, un gruppo di donne asiatiche che celebra con accenti ispirati la bellezza sfrenata dell'estasi dionisiaca, e la sinistra e desolata vicenda di morte che si svolge nel dramma? Il dibattito è secolare. Secondo alcuni, Euripide, che già nell'antichità godeva la fama di ateo, starebbe mostrando ancora una volta i paradossi della religione tradizionale e l'insensatezza delle divinità olimpiche. Altri, al contrario, hanno visto nelle Baccanti una celebrazione dell'orgia dionisiaca, un'inno alla divina follia che travolge l'angusto razionalismo del tiranno Penteo, incapace di aprire la sua mente alla grandezza dei misteri divini. Friedrich Nietzsche, su questo, non aveva dubbi. E vedeva nelle Baccanti la conversione, in punto di morte, dell'empio Euripide: «Un poeta che ha combattuto tutta la vita contro Dioniso, con forza eroica, solo per finire la sua vita con la glorificazione del suo nemico».
Le Baccanti sono un testo cardine dell'immaginario occidentale, un serbatoio inesauribile di suggestioni per i poeti e gli intellettuali che, come Nietzsche, hanno sognato di far rivivere il mondo dionisiaco. Affrontarle è obbligatorio, ma anche disperante. Non solo perché sono state commentate e rilette infinite volte. Ma soprattutto perché, ad ogni rilettura, sembrano mostrarsi con un volto diverso, come il dio inafferrabile di cui narrano. A smontare il rompicapo delle Baccanti prova ora Giulio Guidorizzi  che ne cura un'edizione per i classici della Fondazione Valla. Guidorizzi si occupa da sempre di follia dionisiaca. Già nel 1989 aveva tradotto e commentato il dramma euripideo per la gloriosissima collana «Il convivio» di Marsilio. Rispetto ad allora non ha cambiato rotta. Facendo ampio ricorso ai suoi studi precedenti, continua a seguire la via indicata da Eric Dodds, grande studioso dell'irrazionale nel mondo greco. «Le Baccanti - scrive Guidorizzi -, non si possono interpretare con categorie puramente teatrali». Le orge sfrenate che il coro mima sulla scena, la possessione divina di cui si parla nel dramma sono esperienze reali dei greci  dell'epoca. E Dioniso è il simbolo di quella dimensione oscura ma vitalissima dell'essere umano, di quella «divina follia» (come la chiamava Platone) a cui non si può rinunciare senza mutilare la propria esistenza, così come Penteo viene mutilato della sua testa. Perciò gran parte dell'introduzione non parla delle Baccanti in quanto testo teatrale ma si sofferma sui riti orgiastici dionisiaci che, secondo Guidorizzi, Euripide ricostruisce «con l'accuratezza di un etnologo».
Eppure si ha a volte l'impressione che Euripide lavori, più che come un etnologo, come un geniale bricoleur. Da un lato prende spezzoni di un dionisismo favoloso e mitologico: il coro delle sue baccanti è la versione animata di quelle figurine di ninfe che, sui vasi ateniesi dell'epoca, venivano dipinte mentre danzavano nei boschi con i satiri dalla lunga coda, battendo le mani sui tamburelli. Ma dall'altro lato, Il Dioniso di Euripide appare in scena travestito da profeta orientale. È un mago, un illusionista, un ciarlatano molto simile ai santoni asiatici che percorrevano in quegli anni le strade di Atene. Ricorda i profeti del dio frigio Sabazio, che attraversavano la città con gran fracasso Un po' come gli Hare Krishna di oggi), agitando serpenti e picchiando sui tamburi, e ovviamente venivano guardati con scherno e diffidenza dalla gente perbene. Del resto, il Dioniso delle Baccanti vuole istituire un nuovo culto, una religione che fino ad allora non esisteva: la sua. E si sa che gli ateniesi dell'epoca non amavano molto gli spacciatori di nuove divinità: come insegna il caso di Socrate, costretto a bere la cicuta, pochi anni dopo la messinscena delle Baccanti, proprio perché accusato di introdurre nella città «nuovi esseri divini».
Ecco, allora, qual è forse il vero dramma di Penteo. Il dramma del perbenista, dell'uomo qualunque, che si ritrova travolto da una dimensione su cui non ha il controllo. Irretito dagli inganni di Dioniso, trascinato nel gioco di un'allucinazione perenne. A volte, davanti ai suoi occhi, il dio si sdoppia in un fantasma, altre volte gli si rivela con l'aspetto terribile di un toro. In questo teatro di illusioni, Penteo perde la propria dignità e la propria identità. Si traveste da donna e sale al monte dove verrà fatto a pezzi da sua madre: un sinistro pupazzo in vesti femminili, una pedina nel gioco crudele del dio. Poi, secondo i suoi gusti, ciascuno potrà scegliere se simpatizzare con Penteo o con Dioniso. Nel 1968, per esempio, Luigi Squarzina, con la traduzione di Edoardo Sanguineti, mise in scena una versione hippie e sessantottina delle Baccanti, dove l'orgiasmo dionisiaco rappresentava la forza liberatoria dei movimenti giovanili mentre Penteo incarnava l'ottusità arrogante del potere costituito. Ma, viceversa, non stupisce che il lamento della madre, infine rinsavita per la morte di Penteo, sia stato riadattato da un Padre della Chiesa, Gregorio di Nazianzo, al compianto della Madonna sul corpo di Gesù. Perché, alla fine, il dolore di Penteo è quello di tutti noi. Seppure oscuramente, percepiamo che nelle Baccanti è racchiuso, in forma di enigma, il senso profondo della nostra vita. Ed è per questo che il «rompicapo» continua a ossessionarci.

- Giorgio Ieranò - Pubblicato su Tuttolibri del 31/10/2020 -

giovedì 5 novembre 2020

soldi facili

La magia del denaro
- di Paul Mattick Jr. -

È confortante sapere che nel mezzo di questa crisi economica, medica, politica, ed ecologica nazionale e globale, la scienza economica non se ne sia stata lì a girare i pollici. Nei primi giorni della pandemia di Covid-19, hanno cercato di calcolare il valore in dollari delle vite umane che avrebbero potuto essere perse a causa dell'epidemia, o salvate grazie alla chiusura delle industrie inquinanti. Ora sembra che venga posta una domanda ancora più importante, che cerca di capire se i 600$ del sussidio settimanale di disoccupazione, conclusosi a fine luglio, abbia dissuaso i lavoratori [*1] dall'accettare un lavoro, dando loro così tanto reddito da non voler tornare ai lavori a basso salario. La domanda non è del tutto accademica, visto che le diverse risposte forniscono munizioni per lo scontro in atto nel Congresso, tra repubblicani e democratici, circa la possibilità di reintrodurre il beneficio come parte di una nuova legge multimiliardaria di incentivi. Il fatto che la possibilità di usare la depressione in corso per ridurre ancora dell'altro i salari. tagliare le indennità di disoccupazione, e peggiorare le condizioni di lavoro venga discussa per mezzo di una controversia socio-scientifica - discutendo se una misura a breve termine sia un disincentivo a lavorare in un momento in cui sono scomparsi 30 milioni posti di lavoro - ci dice più sulla natura dell'economia, di quanto non dica sulla motivazione al lavoro. Questo ci fornisce un ulteriore supporto, se ce fosse mai stato bisogno, alla descrizione dell'economia, data dallo storico della scienza Jerome Ravet, come «folk science» [scienza popolare], vista come «un corpo di conoscenze che viene accettato, la cui funzione non è quella di fornire una base per un ulteriore progresso, ma piuttosto dare conforto e rassicurazione ad un corpus di credenti» [*2]. In questo caso, i credenti includono in maniera preminente il popolo dei piccoli imprenditori, per i quali, come riporta il New York Times, «l'argomentazione dei repubblicani, a livello viscerale ha senso», e che sembrano essere - insieme ai vari suprematisti bianchi e agli entusiasti della teoria della cospirazione (senza queste siano le categorie esclusive) - i principali sostenitori del voto all'attuale governo americano. Ma i problemi che vengono posti a partire dal crescente deficit federale, sembrano avere un ruolo solo nell'essere usati come argomento per limitare il sostegno ai disoccupati, e non per rifiutare ulteriori sgravi alle imprese, e certamente non per ripristinare aliquote fiscali più elevate per le imprese e per i ricchi, cosa a cui anche i democratici sono ugualmente disinteressati. In altri termini, lo spettro che aveva ossessionato i responsabili delle politiche economiche dell'ultima Grande Depressione - vale a dire, la paura di un debito nazionale andato fuori controllo - ha smesso di turbare il loro sonno, e ciò nonostante il fatto che il debito sia destinato a ad eguagliare e ad eccedere, da un giorno all'altro, il Prodotto Interno Lordo americano.
Si temeva che ci sarebbe stato un debito pubblico elevato, poiché gli economisti si aspettavano che si sarebbe scatenata un'inflazione dannosa, con un'impennata del tasso di interesse ed una perdita di fiducia nel dollaro. Tuttavia, queste piaghe non hanno ancora fatto la loro comparsa. Di conseguenza, senza che ci sia molto da dire sul perché, gli economisti hanno cominciato a mostrarsi allegri in proposito. Per esempio, Oliver Blanchard, ex membro del Fondo Monetario Internazionale ed ora Senior Fellow al Peterson Institute for International Economics, e favorevole al libero scambio, ha dichiarato: «In questa fase, ritengo che nessuno sia molto preoccupato per il debito. Mi sembra chiara che probabilmente possiamo andare dove stiamo andando, vale a dire con un tasso di indebitamento superiore al 100% [del PIL] in molti paesi. E questa non è la fine del mondo» [*3]. Secondo Kenneth Rogoff, un esperto di Harvard sul debito pubblico e sulla crescita economica, il cui lavoro è stato spesso citato a sostegno della riduzione del deficit sotto l'amministrazione del Presidente Obama, «Qualsiasi politica sensata ci porterà per molto tempo ad accumulare deficit, se possibile. Se dovessimo aumentarlo di altri 10mila milioni di dollari, non batterei ciglio a tal riguardo» [*4]. Una tale dissonanza cognitiva, è stata forse esemplificata nel modo più chiaro dalle recenti osservazioni di Maya MacGuineas, il presidente del Comitato per un Bilancio Federale Responsabile, che ha esortato a che «Noi dovremmo pensare e preoccuparci molto del deficit, e a renderlo ancora più grande» [*5].
Appare ovvio il motivo per cui anche gli ex «falchi del deficit» stanno sposando il debito-al-livello-del-PIL, sebbene la scienza economica non abbia niente a che fare con tutto questo. L'alternativa è quella di una colossale crisi finanziaria mondiale, insieme ad un improvviso sprofondamento in un immiserimento di massa su una scala alla quale le autorità non sono ancora preparate, anche se sono chiaramente preoccupate più per la crisi finanziaria che per la povertà. Malgrado si continui ad asserire che l'attuale recessione è il risultato degli sforzi per contenere la pandemia, l'economia mondiale si trovava già benissimo sulla strada della crisi prima che venisse colpita dal Covid-19 [*6]. Lo stimolo ha fallito nello stimolare; la "ripresa a forma di V" sperata all'inizio, non si è materializzata; la disoccupazione è di nuovo in aumento mentre le imprese continuano a chiudere o non riaprono; la fame e i senzatetto sono in aumento fino ad arrivare a raggiungere i livelli classici della depressione, mentre le città e gli Stati, affamati a causa delle tasse, stanno tagliando selvaggiamente i loro stanziamenti. Ecco perché Loretta Mester, presidente della Federal Reserve Bank of Cleveland, ha comunicato ai giornalisti che le sue previsioni per la ripresa economica dipendono in parte da un continuo sostegno fiscale, e che senza di esso gli Stati Uniti potrebbero avere delle difficoltà a superare le chiusure e ad imboccare un percorso di crescita durevole. Benché la signora Mester abbia detto di non essere «una di quelle che pensa che il deficit non conta», nel bel mezzo di una ripresa nascente, gli Stati Uniti non possono preoccuparsi di accumulare debiti. «Non è questo il momento giusto per questa conversazione»[*7], ha detto. Quale sarebbe allora il momento giusto? Finora nessuno a detto quale sarebbe. Presumibilmente quando la ripresa sarà davvero in atto, la quale, il credo economista può solo dire che arriverà presto. Nel frattempo, il deficit può essere aumentato dell'altro, così come viene fatto con la moratoria sugli sfratti appena istituita che li rimanda a gennaio, senza alcuna cancellazione degli affitti non pagati e non pagabili, o addirittura degli interessi.
Se, da un lato, è richiesta la continua espansione del debito, necessaria per prevenire un'ulteriore contrazione dell'economia (anche se questo viene educatamente descritto come un sostegno alla ripresa economica), dall'altro i dirigenti politici si sentono liberi di potersi permettere di rovesciare il tavolo qualora non si manifesti l'inflazione da tempo annunciata. Si tratta di chiedersi perché,  da quando il cattivo odore emanato dalla teoria della spesa pubblica anticiclica, vale a dire, del keynesismo, ha smesso di odorare di santità  a partire dalla fine degli anni '70 a causa dell'elevato tasso di inflazione che la spesa aveva cominciato a produrre in quei bei vecchi tempi, quando perfino Nixon proclamava, «Siamo tutti keynesiani ora.»
Fondamentalmente, gli economisti mainstream credevano, seguendo il buon senso comune, che l'inflazione fosse dovuta a «troppi soldi in cambio di troppo pochi beni». La spesa pubblica - soprattutto l'assistenza sociale - mette il denaro in mano ai consumatori, la cui spesa fa salire il prezzo delle merci attraverso la concorrenza. Quest'idea, naturalmente, non risponde alla domanda che chiede perché l'aumento del potere di acquisto non abbia portato ad un aumento della produzione dei beni e dei servizi disponibili, ristabilendo così l'equilibrio tra domanda e offerta. Malgrado ciò che possono credere gli economisti, a determinare la scala della produzione, non è né il bisogno umano di beni e servizi, né la quantità di denaro che si trova nelle mani dei consumatori, bensì la redditività delle transazioni monetarie o delle attività commerciali a pagamento. Nel capitalismo, i beni non vengono prodotti perché le persone ne hanno bisogno, ma solo quando possono essere venduti con un soddisfacente profitto. Quello che viene segnalato da una recessione economica, è un calo della redditività, cosa che rende gli imprenditori disinteressati nei confronti di ulteriori investimenti su una scala che sia sufficiente ad impiegare la potenziale popolazione di salariati. L'idea keynesiana era quella secondo cui i governi avrebbero potuto acquisire (attraverso la tassazione), o prendere in prestito, il denaro che non veniva speso dagli imprenditori per espandere la produzione per procurarsi dei beni o per assumere direttamente dei lavoratori. Una tale spesa aggiuntiva, incrementando la domanda, farebbe fare un «balzo in avanti» ad una economia rallentata, portando ad un ritorno alla prosperità. E in condizioni di prosperità, l'espansione di una produzione redditizia produrrebbe denaro disponibile per la tassazione e servirebbe a pagare il debito pubblico del governo.
Come si sa, non è andata così e tutto questo non è successo. La spesa pubblica, di per sé, non ha fatto aumentare la redditività del capitale privato, dal momento che il denaro in mano al governo - servito a pagare le imprese per produrre cose come aerei da guerra e bombe - è stato prelevato, per mezzo della tassazione o attraverso dei prestiti, dai profitti aziendali già esistenti. Il massimo che una simile spesa avrebbe potuto realizzare, rimettendo in circolo i fondi non investiti, era quello di riuscire a ridurre le condizioni di disagio sia per le imprese che per i lavoratori, nel mentre che, fondamentalmente, i processi del ciclo economico (inclusa la liquidazione del debito aziendale non pagabile), insieme alla diminuzione del costo del lavoro e dell'aumento della disoccupazione, aprivano la strada ad un aumento della redditività ed al ritorno del benessere. Nel frattempo, il pagamento del debito, con i relativi interessi, richiedeva la tassazione dei profitti aziendali, oppure un ulteriore indebitamento sul mercato del capitale, che avrebbe portato all'aumento dei tassi di interesse, che sarebbe stato un costo per le imprese. Le imprese difendevano i loro profitti alzando i pressi; i lavoratori lottavano per avere salari più alti in modo da difendere il loro standard di vita, di solito più lentamente di quanto si incrementassero quei prezzi a cui loro stavano reagendo. I prezzi aumentavano in ogni settore dell'economia, man mano che i differenti settori economici lottavano per far pagare agli altri i costi del debito: la temuta inflazione indotta dalle misure di stimolo.
Nonostante l'insistere di Ronald Reagan circa il carattere malvagio della spesa pubblica, la costante debolezza dell'economia capitalista non ha consentito di porvi fine; infatti, sotto Reagan il debito pubblico ha raggiunto livelli record. Ma la modalità governativa di intervento economico si è evoluta in direzione del sovvenzionamento diretto di alcune corporazioni selezionate, con poco riguardo al mantenimento della «piena occupazione (un numero che in ogni caso viene continuamente visto al rialzo)». Il nemico era l'inflazione. In tutto il mondo, i governi hanno reagito al continuo declino della prosperità capitalistica tagliando i finanziamenti statali per la sanità, al welfare, all'istruzione, insieme ai sussidi per la disoccupazione, sia direttamente che attraverso il dispositivo della «privatizzazione», trasferendo alle imprese private alcune funzioni statali come la consegna dei pacchi e l'istruzione al settore privato.
Simultaneamente, la continua meccanizzazione della produzione ha portato al declino del settore manifatturiero in percentuale rispetto all'attività economica, un effetto particolarmente marcato nei paesi capitalisticamente sviluppati , dal momento che la capacità produttiva si è spostata verso aree a basso salario, come l'America centrale, la Cina, il Sud-Est asiatico e l'Europa orientale. Al suo posto, la speculazione finanziaria si è ampliata, come un'arena per far soldi, in tutta una serie di attività. La crescita della speculazione è stata regolarmente interrotta da vari tipi di crisi, bancarie, immobiliari, borsistiche ed altre; quando esse sono arrivate a minacciare la stabilità politica e sociale di importanti centri di affari, i governi e le agenzie internazionali si sono attivati iniettandovi direttamente denaro. Sperimentata dalla Banca del Giappone, in risposta all'insorgere di condizioni di quasi-depressione negli anni '90, questa è diventata l'arma principale utilizzata dalle banche centrali negli Stati Uniti, in Europa, in Cina per combattere la Grande Recessione del 2008. A differenza di quella che era la classica spesa per il deficit, tuttavia, il denaro utilizzato per quello che viene chiamato «quantitative easing» non è stato acquisito attraverso la tassazione - ciò perché in tal caso avrebbe fallito lo scopo di supportare il business - o attraverso il prestito proveniente da proprietari privati di ricchezza. Invece, le banche centrali - nel caso degli Stati Uniti, la Federal Reserve - hanno semplicemente ampliato la loro possibilità (hanno «stampato soldi» [*8]) per acquistare obbligazioni, sia del Tesoro che del debito privato, per esempio obbligazioni garantite da ipoteche, dalle istituzioni finanziarie private. Questo ha iniettato immediatamente denaro nel sistema finanziario e ha fatto aumentare il prezzo delle obbligazioni, cosa che, abbassando i rendimenti delle obbligazioni, ha spinto gli investitori verso il mercato azionario. In sostanza, tutto questo non costa niente al business, mentre l'aumento dei prezzi delle azioni apporta sproporzionatamente dei benefici alla piccola minoranza dei super-ricchi che posseggono obbligazioni in maniera sproporzionata, di modo che non c'è alcuna motivazione di aumentare i prezzi; soprattutto nelle condizioni deflazionistiche di un rallentamento globale del business, che produce un'espansone senza inflazione [*9].
È chiaro che i responsabili della politica economica sono ancora preoccupati per il lungo periodo, sebbene non vedano alternative a continuare in questo modo. Non c'è dubbio che questo sia in parte dovuto alla mancanza di una teoria su cui tutti gli economisti sono d'accordo, e significa che nessuno si sente sicuro di che cosa accadrà. Naturalmente c'è una teoria per razionalizzare la nuova normalità, la dottrina di fine XX secolo chiamata Chartalismo, ora rinata come Teoria Monetaria Moderna (MMT). La dimostrazione teorica della MMT, secondo la quale i deficit possono essere espansi all'infinito, è stata accolta con entusiasmo dalla sinistra democratica, che ha vista in essa il presupposto teorico per una politica di assenza di tasse e spese, la quale potrebbe superare alcuni degli effetti della disuguaglianza economica, senza redistribuire seriamente il reddito. Proprio come Keynes aveva fornito una teoria (non molto convincente) per spiegare le politiche che erano già state messe in atto da Hitler e da Roosevelt, così  anche la MMT è passata dalla marginalità ad una seria attenzione da parte delle attuali politiche delle banche centrali, anziché il contrario. Tuttavia, sembra improbabile che il denaro possa essere stampato e distribuito indefinitamente senza alcun problema.
Questo sospetto da parte degli esperti di economia e dei funzionari governativi si basa sul fatto che il sistema finanziario cui è rivolta la maggior parte dei loro sforzi è parte di un'economia che deve continuare a produrre beni materiali e servizi. Ultimamente, la redditività della finanza si basa sul successo che hanno le imprese capitaliste nel realizzare profitti reali provenienti dalle vendite di questi beni, alcuni dei quali di questi profitti possono essere investiti per espandere il sistema, mentre gli altri vanno a finire ai detentori di varie forme di debito. Se i capitalisti non possono guadagnare abbastanza soldi per poter pagare abbastanza i loro lavoratori, in modo che essi paghino per esempio gli affitti o i mutui delle loro case, ecco che allora le obbligazioni che si basano sulle ipoteche e sugli investimenti in capitale nel settore immobiliari non si trasformeranno in profitto [*10]. E oltre alla circolazione di denaro attraverso il sistema con l'obiettivo di accumularlo nella mani dei proprietari di capitale, c'è anche la questione dell'esistenza fisica della classe operaia, vale a dire del 99%, sempre più incapace di pagare per il cibo, per l'alloggio e per le cure mediche, perfino quando le operazioni di stimolo messe in atto dalle banche centrali depositano il denaro di nuova creazione in dei conti selezionati. I Democratici vogliono continuare ad inviare, ancora per qualche mese, assegni da 600$, mentre i Repubblicani si limitano a 200$ o a 300$. Ma entrambi gli schieramenti non fanno altro che limitarsi semplicemente ad assumere che la situazione si risolverà presto, con un ritorno alla prosperità, mitigata in qualche modo da quelle azioni del governo che dovrebbero servire a scongiurare le profonde perturbazioni sociali prodotte dalle precedenti depressioni. La natura autocontraddittoria del discorso politico, stretto tra la Scilla del debito in crescita all'infinito ed il Cariddi del collasso sociale, riflette l'incapacità della scienza economica che non riesce nemmeno a spiegare gli attuali eventi, e tanto meno a dominarli ed a plasmarli. Se fosse in grado di spiegarli, dovrebbe anche concludere che al riguardo non si può fare molto: la Società dovrà affrontare le miserie che le vengono imposte dal funzionamento della macchina economica, dovendo scegliere tra il soffrire decenni di distruzione per guadagnare una nuova piccola proroga temporanea, ed abolire finalmente le relazioni sociali del lavoro salariato e del capitale su cui si basa il meccanismo.

- Paul Mattick Jr. - Pubblicato su The Brooklyn Rail nell'ottobre del 2020 -

NOTE:

[*1] - Patricia Cohen, “Do Jobless Benefits Deter Workers? Some Employers Say Yes. Studies Don’t” New York Times, September 10, 2020.
[*2] - Jerome Ravetz, Scientific Knowledge and Its Social Problems (New York: Oxford University Press, 1971), p. 366.
[*3] - Matt Phillips, “We Have Crossed the Line Debt Hawks Warned Us About for Decades,” New York Times, August 21, 2020.
[*4] - Jim Tankersley, “How Washington Learned to Embrace the Budget Deficit,” New York Times, May 16, 2020.
[*5] - Jim Tankersley, “Federal Borrowing Amid Pandemic Puts U.S. Debt on Path to Exceed World War II,” New York Times, September 2, 2020.
[*6] – Si veda Paul Mattick, “Their Money or Your Life,” Brooklyn Rail Field Notes, May 2020,
[*7] - ivi Tankersley, “Federal Borrowing.”
[*8] - A differenza dello stampare denaro, come fece il governo tedesco di Weimar per ripagare il debito pubblico, gonfiato da risarcimenti insostenibili, qui si tratta di stampare denato per incrementare il debito statale, in modo che possa pompare l'economia.
[*9] - Questo non è del tutto corretto, dal momento che i prezzi dei beni scambiati all'interno del sistema finanziario, come le azioni, le proprietà immobiliari, e l'arte sono esageratamente gonfiati.
[*10] – Si veda Nathan Eisenberg and Richard Hunsinger, “The Rent Is Too Damn High,” Brooklyn Rail Field Notes, September 2020.

mercoledì 4 novembre 2020

Tra le righe…

Leonardo Sciascia e la questione della scrittura, della lettura e dell'interpretazione: dal momento che il primo presupposto è sempre quello del dubbio, allora bisogna dubitare anche della forma scritta, del messaggio, dei molteplici sensi stimolati dai segni:

1) - Già il suo capolavoro del 1966, il romanzo "A ciascuno il suo", comincia con una lezione di scrittura e lettura: una lettera anonima, le cui parole sono state ritagliate da un giornale e incollate su un foglio, viene recapitata al farmacista Manno. Ed è qui che abbiamo la prima lezione: osservando il foglio di carta in controluce,  sul retro del ritaglio il professor Laurana riconosce una parola in latino: UNICUIQUE; ed è una parola che può provenire unicamente da L'Osservatore Romano, un giornale a diffusione estremamente limitata se riferito alla cittadina siciliana in cui si svolge la vicenda (e da qui, il titolo del romanzo: «unicuique»: «a ciascuno» il suo»).

2) - Abbiamo a che fare con l'espansione (la trasformazione) di un tema pirandelliano - Pirandello è un continuo riferimento per Sciascia -, quello del dubbio e del gioco degli specchi, il tema del falso che si maschera per travestirsi da vero, e viceversa ( o per dirla con Fernando Pessoa, morto nel 1935 e contemporaneo assoluto di Pirandello -morto nel 1936: fingere che sia dolore un dolore che in realtà si sente davvero). Si tratta di una espansione che Sciascia preleva dal metafisico/psicologico, spingendola in direzione archivistica/filologica: abbiamo sempre qualcuno che ha a che fare con un manoscritto, con un articolo di giornale, con un'impressione discutibile (l'esempio migliore, è forse quello de "Il consiglio d'Egitto", un breve romanzo del 1963, in cui alla fine del 18° secolo padre Giuseppe Vella falsifica una storia dell'occupazione araba della Sicilia).

3) -  In sintesi, nella sua opera, al di là di quelli che sono i casi specifici, Sciascia ci mostra come sia necessario anche saper leggere tra le righe delle storie che vengono raccontate - come nella nota che chiude "Il giorno della civetta", del 1961, in cui Sciascia sottolinea ironicamente come sempre, in Sicilia, ogni caso di giustizia sia un racconto fantastico. Tornando al romanzo "A ciascuno il suo", e tenendo bene in mente questo pensiero, ecco che salta subito agli occhi l'epigrafe di Edgar Allan Poe presa di peso da "I delitti della Rue Morgue": «ma non pensate che io stia per rivelare un mistero o scrivere un romanzo». Insieme al dubbio, ciò che sostiene la poetica di Sciascia e la preoccupazione permanente per l'archivio, per il fatto e per la Storia (e l'irriducibile inaccessibilità a tutti e tre!).

fonte: Um túnel no fim da luz

martedì 3 novembre 2020

Adesso il cielo è nero…

Non so bene perché, ma nel mio elaborare la morte di Luigi Proietti, e quello che è in qualche modo il mio “lutto” per tale perdita, mi è tornato alla mente un vecchio film del 1941 scritto e diretto da Preston Sturges, “Sullivan's Travels” [in italiano, “I Dimenticati”]. Un film che la prima volta in cui lo vidi ero ancora un ragazzino e che, ad essere sincero, da secoli non mi è più capitato di rivedere; ma che in qualche modo è rimasto sempre dentro, dove a quanto pare continua a stare lì come acquattato da qualche parte, quasi simile alle citazioni di Walter Benjamin che vivono « appostate come briganti ai bordi della strada per poter balzare fuori armate a strappare l’assenso all’ozioso viandante ».

Non starò ora a né a raccontare il film – se non per dire che la sua chiave sta ovviamente nella scena in cui i detenuti in carcere guardano un cartone di Walt Disney – limitandomi solo a sottolineare come ci sono delle persone, come per l’appunto Luigi Proietti cui la nostra gratitudine e riconoscenza nei loro confronti non può ammettere nessuno sconto. Non può essere messa in discussione a nessun livello. Per quel che mi riguarda, rendere fruibile – per chi ne abbia voglia, sia che si tratti di “scoprirlo” oppure di “riascoltarlo” – la piccola scena che ho messo su Youtube e che è tratta dal film “Tosca” e della quale non ho trovato traccia in rete, vuole essere solo un mio modo di salutarlo e di ringraziarlo, evitando così anche di rispondere in un altro modo (che sarebbe dar loro troppa importanza) a quei piccoli miserabili che tranciando giudizi ritengono di riuscire a farsi loro più grandi di quanto non sapranno mai essere: di uno sputo.

lunedì 2 novembre 2020

Storie

L’Edipo re di Sofocle: il capolavoro tragico che nel corso del tempo è stato decisivo punto di riferimento per pensatori come Aristotele e Freud. La storia è nota: Edipo, re di Tebe, deve trovare e punire l’assassino di Laio, il vecchio sovrano, perché solo così la città sarà liberata dalla pestilenza. La verità da conoscere è lì, evidente, eppure nessuno la vede. È questo silenzio, questa rimozione collettiva, che affascina il lettore. E anche l’angosciosa ricerca del protagonista, che ha il coraggio di guardare dentro sé stesso e i propri segreti. Alla fine il giallo si scioglie: è lui il colpevole, ha ucciso Laio senza saperlo suo padre, per poi sposarne la vedova Giocasta, sua madre. La vicenda di Edipo si eleva così a parabola della fragilità umana, dell’azione cieca del destino, del dolore e della tragicità del conoscere.

Voi che abitate Tebe, la mia patria, guardate Edipo
che risolse l’enigma famoso e fu l’uomo più potente,
invidiato da tutti i cittadini: guardate in quale abisso
di sventura è precipitato.
Perciò non chiamate felice nessuno che attende
il suo ultimo giorno,  prima di aver visto se attraversa
il confine della vita senza aver provato dolori.

(dal risvolto di copertina di: GIULIO GUIDORIZZI, "Sofocle, l'abisso di Edipo". Il Mulino.)

È Edipo l’eroe vero del coraggio si tuffò nell’abisso più tetro: se stesso
- di Giulio Guidorizzi -

Ero un giovane studente quando incontrai l’Edipo re. Allora lo tradussi per la prima volta, e da allora molte altre volte, sempre scoprendo angoli inattesi, e mi sembrava ogni volta che il testo si muovesse. Non ho mai pubblicato quelle traduzioni, che anzi sono disperse non so dove, ma ora mi è parso che valesse la pena di farlo con una nuova, e insieme di spiegare, a chi vorrà leggerlo, perché mi sono portato dietro un compagno di strada tanto ingombrante e perché Edipo continua ad incrociare il cammino della nostra civiltà. La lingua di Sofocle ha una bellezza enigmatica: è sfuggente, com'è sfuggente il classicismo greco, in apparenza composto e razionale, ma dentro percorso da una misteriosa inquietudine sotterranea che lo rende inafferrabile, come le sculture di Fidia. Stare davanti all'Edipo re è una sfida della lingua e del pensiero; ci sono parole intraducibili, perché appartengono all'antropologia della lingua greca, ma più che altro Edipo re esprime, simbolicamente, più di tutte le altre opere antiche, l'ambiguità della parola in sé, dato che nessun personaggio qui appare veramente padrone di quello che sta dicendo.
L'opera di Sofocle non è una semplice opera letteraria, ma un groppo di problemi e anche un modello di umanità, in cui io credo che la nostra civiltà abbia ancora bisogno di riconoscersi. Sin dalla prima lettura, non si può non rimanere intrappolati da questa tragedia. Edipo è intrappolato dal suo destino, e noi siamo intrappolati da Edipo. Qui troviamo tutti insieme i grandi temi che rendono attuale la tragedia greca - come il destino, la volontà, le passioni, lo scandalo dell'ingiustizia e del dolore; e siccome una delle prerogative di un capolavoro è quella di trovare le parole per dire l'indicibile, l'Edipo re rivela per la prima volta una cosa fondamentale: l'esperienza umana non è regolata da una legge, qualsiasi essa sia, ma è una matassa inestricabile di fili di cui non si può trovare il capo. Dalla nostra intelligenza e dalla nostra volontà non dipendete tutto, - dice Edipo - e forse neanche molto. Perché proprio in quel momento cambia tutto, secondo un meccanismo che sfugge, ma di cui si percepisce l'inesorabilità? È una scoperta devastante, quella di Edipo; e nasce da una pestilenza (evento simbolico e oggi anche terribilmente attuale) che smantella una città e le certezze dei protagonisti. A partire dalla peste tutti gli abitanti di Tebe incominciano a guardarsi in modo diverso, così come noi, con immensa stupefazione, abbiamo imparato che basta un frammento di materia vivente per mettere in crisi la nostra vita. Non ci renderà migliori, la nostra epidemia, come quella di Tebe non rese migliori Edipo e i suoi concittadini. Anche Atene, poco prima che Sofocle scrivesse il suo dramma, aveva visto una terribile epidemia. I cittadini morivano a mucchi, nessuno soccorreva l'amico o il parente, per paura. Tutto dunque è così precario? La ricchezza, il successo, il potere, anche la vita? Sull'orlo di questo crepaccio cammina appunto il nostro Edipo.
Può essere una pestilenza, una malattia, una guerra, il Covid: qualcosa di inesorabile da cui il peggio filtra e si diffonde, per raggiungere ogni essere umano nella sua più profonda fibra; da allora il mondo non sarà più quello di prima, perché è avvenuto qualcosa di definitivo, da cui non si torna indietro. Questo dice il nostro eroe, e non potrebbe dirlo se non fosse un eroe greco e se non parlasse attraverso il mito.
Edipo è il primo eroe della mitologia ad osare un viaggio dentro sé stesso: dentro, non fuori come Ulisse. La sua unica impresa fu quella di risolvere un enigma, con la forza della ragione. Un eroe dell'intelligenza, che cosa straordinaria! Non conquistò città, non uccise nemici in duello; l'unico uomo che uccise fu suo padre, in una rissa, senza saperlo. La sua non era l'intelligenza pragmatica e avventurosa che rende Ulisse così affascinante, e anche invincibile: Edipo invece era un uomo che tra rabbie e angosce ebbe il coraggio di tuffarsi verso il tetro fondo di sé stesso e e sprofondò dentro il suo personale abisso. Non era scaltro: non riuscì, come aveva fatto Ulisse, a evitare la sua Cariddi o uccidere il suo Ciclope. Questi mostri non li poteva sconfiggere perché li portava dentro, e non lo sapeva. Così l'eroe dell'intelligenza, d'un tratto, nel corso del dramma, diventa l'eroe del coraggio, quello di cercare la propria natura. Tutti nascondono, tacciono, cercano di depistare: Edipo no, va avanti anche quando è evidente che sta per venire alla luce la sua mostruosità, un parricidio e un incesto. Chi era al culmine della felicità cade rovinosamente, e cosa ancora più terribile, fa tutto da solo. Grandezza e miseria dell'essere umano, la luce e il buio mescolati: questo dice Edipo, e questo dicono gli altri eroi della mitologia greca.
Compagni inseparabili, per me: se un giorno tornando a casa li incontrassi sul mio pianerottolo non mi stupirei. Sono loro a darmi le parole, basta che sappia aspettare il momento in cui hanno voglia di parlare. Prima viene un'immagine o un'intuizione, poi si amplia e si definisce; tutto avanza un po' caoticamente, mescolato insieme, e infine si ferma, come l'acqua di uno stagno agitata da un sasso dopo un po' si quieta. Allora vengono le parole. Scrivere - per me - significa ogni volta passare dal caos all'ordine: non esiste una pagina bianca da riempire, ma immagini mentali che si collegano, sinché tutto assume il suo senso.
Io credo che la scrittura abbia sempre qualcosa di mitico: anzi, per quanto mi riguarda, senza il mito, inteso come dimensione della mente, non può esservi scrittura. I classici, da Omero e Sofocle, lo sapevano: per questo continuavano a raccontare le stesse storie e parlavano degli stessi eroi e ogni volta venivano parole nuove. Anche per loro questi eroi erano compagni di strada. Quando una storia è stata raccontata non appartiene più a chi l'ha raccontata. Per quanto mi riguarda, quando finisco di scrivere un libro, non lo apro più. Non è più mio, e faccio fatica a parlarne.

- Giulio Guidorizzi - Pubblicato sul Tuttolibri del 3 ottobre 2020 -

domenica 1 novembre 2020

Il Ragno e l'Urlo: la società borghese sogna la propria distruzione

I sogni del coronavirus e la crisi del capitale a New York
- di Sergio Palencia Frener ***-

Durante la prima ondata di Covid-19, da marzo a maggio del 2020, New York è stata la città maggiormente colpita nel mondo. Le persone contagiata sono state circa 410 mila, un terzo di quelli che c'erano in tutti gli Stati Uniti. Alla fine del mese di luglio, in tutto il paese c'erano oltre 30 milioni di disoccupati, senza tener conto dei lavoratori migranti. Nel secondo trimestre dell'anno, il PIL degli Stati Uniti aveva subito un crollo del 9,5%, e si trattava della più grande crisi produttiva di tutta la sua storia. Queste cifre rivelano la portata della crisi capitalistica, ma, individualmente, come hanno vissuto la crisi le donne e gli uomini newyorkesi, nei loro sogni, nei loro incubi e nei loro presagi?
Quest'articolo propone una lettura dell'altro lato della luna della pandemia, a partire dalle immagini oniriche e del desiderio. In tempi di grande incertezza, come lo è l'attuale, diventa cruciale imparare ad ascoltare le emozioni profonde, i timori e le speranze che si trovano nei sogni e negli incubi di quel periodo. Secondo le parole di Audre Lorde, «quando impariamo ad usare i prodotti di un tale esame per acquisire il potere interiore sulla nostra vita, quelle paure che governano le nostre vite e costituiscono i nostri silenzi cominciano a perdere la loro influenza su di noi». Ragion per cui, il materiale onirico rivela l'insufficienza di molte analisi politiche, quando queste sono separate dalle persone e dalle loro esperienze. Negli scritti, ricorrono sogni, presagi, incubi, reazioni di ragazze e ragazzi newyorkesi, studenti dell'Università della città di New York, dove studio e insegno antropologia. Ho chiesto loro il permesso di poter studiare e trascrivere le loro storie. Da un totale di 60 sogni, ne ho scelti 12 - sei di donne e sei di uomini - e li ho ordinati secondo il tema: coronavirus come mostri, come presagi asiatici e paure legate alla famiglia, alla casa ed al lavoro durante la quarantena, e alla crisi del società capitalista. Mantengo l'anonimato di tutti e faccio riferimenti solo al quartiere in cui sono nati o al loro paese di origine. Mi ha sorpreso vedere, alla fine, il fatto che ci sono storie di sogni che provengono da varie parti del mondo. Raccomando al lettore che - mentre legge – di pensare ai propri sogni, e veda se ci sono della affinità, delle differenze o delle vibrazioni.

1 - I mostri
Il sogno è un territorio di disputa. Nei momenti di crisi sociale, le immagini del sogno - tra l'ansia e la prefigurazione del coraggio, tra le paure e gli auspici della speranza - custodiscono i contenuti della società presenti nell'individuo, di quell'individuo a partire dalla società ed oltre. Via via che, durante il sonno, l'ego si fa più malleabile, emergono possibilità che erano state occultate, o rappresentazioni che nell'esperienza sociale erano state messe a tacere. Nel corso della quarantena, i giovani newyorkesi hanno cominciato a sognare bestie pericolose oppure mostri che li inseguivano. Durante la pandemia, una delle prime caratteristiche del sogno è stata la sensazione di essere perseguitati da una forza d'invasione. Il fratello minore di uno studente gli ha raccontato un sogno in cui «[...] veniva braccato [being chased] da un terrificante mostro rosso in una strada vicina. Lui correva dentro casa e chiudeva a chiave la porta, ma il mostro, ostinato [persistent monster] riusciva a passare dalla finestra. A questo punto si era svegliato in un bagno di sudore freddo ed era quasi caduto dal letto mentre si assicurava che il mostro non fosse nella sua stanza.» Quest'ultima frase mostra il grado di realtà, non solo relativamente all'impressione onirica emozionale, ma proprio quello della stanza, vista come spazio minacciato, tra il sonno ed il brusco risveglio. Il mostro, di colore rosso, cerca il ragazzo nella strada del suo quartiere.
Immediatamente corre, cerca rifugio a casa sua, nella famiglia, anche a livello sociale, nella sua intimità. Ma il mostro, descritto come ostinato, irrompe attraverso la finestra, che spesso rappresenta un'immagine della coscienza. Ed è qui che lo sveglia, facendo alzare il giovane dal letto. La continuità con l'espressione onirica consiste nel materializzarsi dell'atto di i cercare nella propria casa, per accertarsi che il mostro rosso, o qualsiasi altro, lì non ci sia. Una studentessa ha raccontato un incubo fatto da un suo amico: «Nel sogno, il ragno era più grande della sua mano e li inseguiva [chasing him]. Ogni volta che cercava di schiacciare il ragno, quello si allontanava di un passo. Poi ha aggiunto che il ragno era molto aggressivo, ed era soprattutto molto insistente [adamant] nel cercare di afferrarlo.»
La prima cosa è il riferimento alla sproporzione, alle enormi dimensioni del ragno. È più grande della sua mano, un'immagine che evoca l'impotenza, il sentirsi sopraffatti da una situazione. Però, non sono solo le dimensioni a spaventare l'intervistato, ma piuttosto la capacità che il mostro ha di precederlo, di controllare i suoi movimenti. Nel sogno il ragno mostra perfino come una sorta di soggettività, una volontà cosciente. Il ragno, vuole catturarlo. La lettura che ne dà la giovane redattrice è assai interessante. «Credo che il sogno del mio amico possa essere interpretato nel senso che bisogna stare un passo avanti per poter inseguire i propri obiettivi, e il ragno rappresenta l'imprevedibile pandemia [the unpredictable pandemic].» Per lei, il ragno che anticipa è il riflesso del conflitto interno del suo amico che cerca di non perdere la strada durante la quarantena. Il ragno mostruoso è parte delle forze in atto, non qualcosa di meramente esterno, come un'entità aliena, ma piuttosto la battaglia al livello della sua soggettività. Il tema del mostro, allora emerge come parte della lotta dell'individuo, con il suo passato, con i suoi affetti, contro ciò che non conosce. Il prossimo sogno, a parte le somiglianze oniriche, è stato scritto con una grande qualità letteraria. Ce ne parla il suo autore, un giovane del sud di Brooklyn, di origine messicana:
« La mia famiglia ed io, eravamo inseguiti [being chased] in un tunnel da qualcosa di sconosciuto [something unknown] fino a che, finalmente, non siamo riusciti ad emergere in superficie. All'ultimo secono, qualsiasi cosa fosse quella che ci inseguiva mi ha afferrato il piede, ma io sono riuscito a liberarmi dalla sua presa. Mi sono improvvisamente venuto a trovare nel parco giochi della mia infanzia. Per proteggere gli altri da quello che c'era là sotto, ho tirato una bomba al centro e ho cominciato a correre. Nel mentre che camminavo, il luogo si trasformò in un mercato all'aperto [outdoor market], con piccoli negozi, dove c'era come una gerarchia di anzianità, una sorta di estetica primitiva. All'improvviso, venni preso di mira da un gruppo di individui e da un colossale serpente di colore verde scuro [colosal dark green serpent] che, senza che si curasse di dove correva, distruggeva il sentiero dove cercavo di nascondermi, finché, alla fine sono riuscito a tenerlo bloccato, sconfiggendolo.»
Il sogno sembra diviso in tre momenti: l'inseguimento collettivo, il ritorno alle origini, la vittoria sul mostro.
Per prima cosa, «qualcosa di sconosciuto» ma con una sua volontà propria insegue il giovane e la sua famiglia. Non è solo, di fronte al pericolo è integrato ai suoi. Riescono a trovare una via d'uscita dal tunnel e lui, in posizione da leader, aspetta fino all'ultimo momento che riescano tutti a uscire dal tunnel. Il mostro, che proprio in questo momento viene definito come «qualcosa di sconosciuto», gli afferra il piede, immobilizzandolo momentaneamente. Riesce però a liberarsi, e questa è la seconda iniziativa in cui prende una decisione di fronte al pericolo, dopo quella in cui aveva salvato i suoi. In secondo luogo, il protagonista del sogno visita dei luoghi che sono legati alla sua infanzia, alla sua origine. Sia il mostro rosso che irrompe in casa, così come lo sconosciuto presente nel parco giochi. E qui arriva la sua terza iniziativa: il giovane cerca di proteggere qualcun altro, e per questo tira la bomba. Poi si passa dalla famiglia al mercato sociale, con immagini di anziani in un villaggio. Egli descrive la scena come un'«estetica primitiva». Tuttavia, da questo mercato, apparentemente inoffensivo, spuntano gruppi di individui che lo inseguono. E poi appare il «colossale serpente verde scuro», figura e colore che vengono assunti da ciò che precedentemente era chiamato «qualcosa di sconosciuto». Qui la narrazione, nel momento in cui il serpente non solo predice ma distrugge i nascondigli del giovane, entra in sintonia con il sogno del ragno.
La particolarità di questo sogno consiste nel fatto che il mostro assume un corpo ed una figura che parte dal qualcosa di sconosciuto ed arriva al serpente. Però non va dimenticato il passaggio dal famigliare e dal domestico a ciò che è pubblico e commerciale, in questo caso rappresentato dagli anziani  e dal gruppo di persone. Il mercato è sinonimo di un ambiente sconosciuto, imprevedibile, ostile. Ed è da qui che emerge il serpente. Qui è dove per la prima volta la narrazione onirica incontra il mostro rosso. Ricordiamoci che questi sogni sono stati fatti durante il primo mese di pandemia a New York. Le immagini dei mostri hanno in comune fra di essi alcuni aspetti significativi, i quali esprimono la particolarità delle esperienze di questi giovani nel contesto della pandemia. Innanzitutto, come prima cosa, la pandemia genera sentimenti e sensazioni di persecuzione. I tre racconti onirici fanno uso del verbo «inseguire», due di loro vengono inseguiti [being chased]. In secondo luogo, i protagonisti si muovono da uno spazio esterno ad uno interno, e viceversa. Il ragno si trovava fuori, per la strada, e rompe la finestra della casa, il mostro sotterraneo viene visto quando si è in famiglia, e viene affrontato all'esterno, nel mercato. Terzo, i mostri sviluppano una soggettività via via e nella misura in cui la paura pervade, in questi tre casi, il sognatore. Quando il ragno o il serpente anticipano i movimenti e distruggono i nascondigli, la paura vince. In questi sogni, il ritorno a casa  - come immagine uterina? - finisce per far aumentare la paura. Al mercato, la decisione onirica del giovane, verso il serpente serpente, cambia. Primo, perché acquisisce conoscenza della forza distruttiva che lo insegue e, due, perché in un momento non descritto della sua storia affronta il serpente e lo riporta nel luogo da cui esso proviene: gli inferi, o il sotterraneo. Esiste una dialettica che oppone la soggettività della pandemia e la soggettività del protagonista: maggiore è la fuga, maggiore è la paura; mentre la disposizione alla conoscenza, a comprendere la strana forza, o riporta nel contesto del coraggio e alla decisione del protagonista. Questa dialettica onirica, compresa in un momento di crisi sociale, è fondamentale per percepire le tendenze regressive o il coraggio umano.

2 - I presagi asiatici
Le figure apocalittiche, i cattivi presagi, le divinazioni si riferiscono al momento della crisi. Ci sono tre messicani che provengono da Hidalgo, Moleros e Puebla che lavorano in un caffè di Astoria. Dopo aver parlato un po' con loro, e fatto amicizia, mi chiedono di dove sono. Quando vengono a sapere che sono del Guatemala, un di loro - un cameriere bilingue - mi chiede se il vulcano avesse eruttato, a cui rispondo di sì: «Qualche anno fa». Il poblano si è fatto improvvisamente serio e ha detto: «I terremoti, i disastri, sono stati predetti nella Bibbia». Al che, l'hidalguense, mostrandosi d'accordo: «Il coronavirus ne fa parte, il mondo sta per finire». Durante la crisi, le tradizioni religiose forniscono alle persone delle immagini oniriche di modo che esse diano un significato, o uno scopo, al pericolo. Diventano così delle cosmogonie popolari che servono ad affrontare l'imprevedibile. Uno dei miei studenti del Baruch College è vietnamita. Quando è iniziata la pandemia, è tornato di corsa nel suo paese, dove per tutto il mese di aprile ha osservato una rigorosa quarantena. E da lì, mi ha mandato il seguente racconto a proposito di un indovino di Hanoi:
«Il mio amico è uno studente universitario e aveva in programma, per l'inizio del 2020, di aprire un piccolo caffè nella città di Hanoi, in Vietnam. Come spesso avviene nella cultura vietnamita, ci sono molte persone che quando vogliono aprire un negozio o vogliono sapere cosa accadrà nel loro futuro o in quello della loro famiglia, vanno a consultare i consigli e la guida di un indovino [prophet]. Perciò, il mio amico ha fatto visita all'indovino per avere un consiglio. Quello gli ha detto che l'anno successivo (2020) non avrebbe dovuto dare inizio all'attività, poiché sarà difficile riuscire a guadagnare il denaro che basti a mantenersi. L'indovino gli consigliò di aspettare fino alla metà dell'anno, prima di aprirlo.»
A me sembra che nel racconto che lui fa della storia dell'indovino, ci siano almeno tre piani interconnessi. Il primo, l'amico che affronta l'incertezza relativa all'investire il suo piccolo capitale. Si trova di fronte alla sua ignoranza del mercato e della ricezione sociale della merce che offre, del suo lavoro. Il secondo piano, l'indovino - chiamato profeta dallo studente vietnamita, come se fosse qualcuno in grado di leggere le tendenze del futuro, e tra di esse compreso anche che cosa è fruttifero, sterile o pericoloso per la circolazione del denaro. L'investitore e l'indovino sono i due estremi della relazione, legati insieme da una sorta di cosmogonia del denaro. Il mio studente si stava specializzando in economia, qualcosa che possibilmente, tra i suoi connazionali, farà di lui un'autorità in materia. Per quanto riguarda la predizione, continua: «Il profeta non ha menzionato, o non sapeva niente della crisi del virus. Io ed il mio amico siamo d'accordo sul fatto che le parole del profeta riflettano in qualche modo l'attuale pandemia.» Ed è qui che arriviamo al terzo piano, quello che si colloca successivamente alla lettura originale: e dare un senso al consiglio. Entrambi pensano che la predizione era stata accurata, e implicitamente legittimano la visione dell'indovino. La pandemia si è quindi integrata simbolicamente nella cosmogonia del denaro e del negozio. Ogni cosmogonia è complessa e abbraccia l'interpretazione dell'universo, delle stelle, delle acque e degli esseri umani che si trovano in relazione con esse. Un'indagine più dettagliata sull'indovino vietnamita studierebbe quelli che sono i suoi riti di divinazione ed il ruolo del denaro, svolti per esempio attraverso del materiale di lettura stellare. A tal proposito è illuminante il sogno, fatto durante la pandemia, e la credenza zodiacale della madre di una ragazza cinese:
«Dal momento che a New York vivo da sola, mia madre in Cina si preoccupa per me tutto il tempo. Mi ha raccontato che spesso fa degli strani sogni [strange dreams]. Diverse volte ha sognato dei topi, però non si ricorda cosa sia successo esattamente nel sogno. Forse perché nel calendario cinese quest'anno è quello del topo, ed il mio segno corrisponde al topo. È anche il primo animale dello zodiaco. Molta gente crede che questo sia un anno sfortunato, con molti disastri. La Cina non ha avuto solamente il coronavirus, ma c'è stato anche un terremoto. Ho sentito dire che anche in altri paesi ci sono stati dei disastri naturali.»
Il sogno del topo è chiaramente legato alla cosmogonia zodiacale cinese. Nel caso dei giovani newyorkesi, però, il ragno, il mostro rosso o il serpente non sembrano alludere ad un corpus così definito, come avviene in questo caso. La studentessa, come figlia, enfatizza la sua solitudine negli Stati Uniti insieme alla preoccupazione della madre. Il topo non fa riferimento solo all'anno 2020, ma anche alla nascita di sua figlia nel 1996. Nella simbologia cinese, il topo rappresenta l'inizio di tutto il calendario, è un segno fondamentale che segna il confine tra le forze del passato e quelle odierne. La giovane afferma che «molta gente» [many people] mette in relazione il topo con l'anno della «sfortuna» o del «disastro». Sebbene la Cina non abbia la connotazione di sporcizia o di disgusto dell'Occidente, il suo aspetto negativo viene associato alla guerra, all'occulto e alla pestilenza. Per quel che attiene a come lei si tenga in contatto durante la pandemia, la studentessa cinese continua: «Perciò, quando parlo con lei su Facebook, mi dice che sogna spesso i topi. Credo ciò sia dovuto al fatto che viviamo lontano e si preoccupa vedere le notizie.» Sognare questi roditori può essere ambivalente e può confondere la madre, qualcosa di «strano». Sottolinea da lontano quello che è il suo ricordo della figlia, e la profonda preoccupazione quando al telegiornale ha visto che New York, nel corso della prima ondata della pandemia, era stata la città più colpita al mondo, molto più che Wuhan. La tecnologia della comunicazione, via Iphone in questo caso, rende possibile vedere immagini e sentire voci a livello globale; una possibilità insospettata anche per chi, tra noi da bambini, ha visto le tele-chiamate dei Supersonics. La distanza, unita alla tecnologia, fa aumentare le paure quotidiane relative alla pandemia. Sembrano andare ad integrare al materiale onirico la paura della morte. Una giovane studentessa di informatica, del Gambia, racconta il sogno di un membro della sua famiglia: «Mi ha spiegato che ultimamente fa dei sogni. E dice che i suoi sogni hanno a che fare con i suoi figli in America (USA) che muoiono. Nei sogni, mi ha raccontato di come spesso li vedeva in delle bare che dovevano essere sotterrate in Africa. Lo ha sognato per due giorni di fila, come un incubo. Dice che ogni volta che fa questi sogni, prega. Secondo lei, dopo il suo risveglio i sogni continuano ad essere reali [feel like a reality]. Un mio familiare mi dice che quando sente squillare il telefono, si fa prendere dal panico [she gets panicked].»
Come possiamo vedere, il telefono diventa un vettore potenziale della terribile notizia. Il desiderio del ritorno viene distrutto dall'arrivo della bara. L'incubo come materiale onirico prosegue, sotto forme consapevoli, nell'angoscia della vita in attesa. Per Ernst Bloch, ne "Il principio speranza" (1995), gli incubi esprimono una modalità del pericolo e lo ancorano all'ambito sociale vissuto. La relazione tra il sogno notturno ed il sognare da sveglio, rappresenta un continuum da esplorare, con possibilità storiche. Per gli immigrati, l'incubo durante la quarantena rimanda al loro luogo di origine, ai pericoli del ritorno. Se, dal Gambia, la paura è quella di vedere arrivare la bara con i suoi figli, per i migranti nei paesi del capitalismo avanzato è il ritorno ad un desolato luogo di origine. La madre di uno studente è nata in Bangladesh, e ora vive a New York con la sua famiglia. Il suo incubo si situa in Bangladesh: «Mi ha raccontato che stava correndo in un grande campo [large field]. Nonostante si trovasse nel suo paese di origine e lì avesse più di ottanta parenti, non le era stato possibile trovarne nemmeno uno. Ricorda di aver visto animali nella città dove prima c'era la sua casa. Non c'era più nessuno, tranne il bestiame o gli animali da cortile [livestock]. La sua casa [home] appariva essere vecchia e fatiscente.»
In questo incubo, la madre bengalese corre; un'azione onirica che denota ricerca e in questo caso disperazione. Il suo paese costituisce la sua radice e il suo senso primario di appartenenza. Suo figlio parla persino di quello che è il numero esatto dei parenti materni, ottanta. Non riesce a trovarli. La città è disabitata, così come lo è la sua casa. Non ci sono persone, ma solo animali [animals] e bestiame [livestock]. Ancora una volta, troviamo qui la divisione tra il pubblico ed il familiare, ma in questo caso denota vuoto e rovina. La madre migrante pensa i suoi parenti in Bangladesh per mezzo di immagini di catastrofe e solitudine; un'inversione dell'incubo della madre del Gambia che vede l'arrivo dei suoi figli dentro le bare. In entrambi i sogni, si teme per i legami di parentela associati al luogo, alla lontananza, all'assenza. Il sogno mette in scena il crollo della società e, allo stesso tempo, le immagini oniriche sono interpretazioni del caos visto dal basso.

3 - Lavoro e corpi vuoti
La società borghese sogna la propria distruzione. Si rappresenta il giorno quotidiano, il tipico giorno, come se fosse la soglia attraverso cui entra il caos. In "Indipendence Day", c'è un uomo che esce in pigiama per andare in giardino, nota qualcosa di insolito nei suoi vicini e vede una gigantesca astronave aliena sopra Los Angeles. E tuttavia, come in uno specchio, la giornata tipo è in realtà il caos represso della banalità quotidiana, la cosiddetta normalità. Ed in un tempo simile che avviene il prodursi della catastrofe dell'umanità che va in direzione dell'implosione. In questa prospettiva, l'origine è l'individuo e la sua famiglia, al riparo nella piccola proprietà privata che così tanto è costata loro e, allo stesso tempo, viene simultaneamente spinto ad andare a scontrarsi con degli individui che gli sono potenzialmente nemici o, peggio ancora, con degli assassini.  Ed è per questo che le produzioni e i film sulle catastrofi, che raccontano di invasioni aliene, di supereroi o, soprattutto di apocalissi zombie non attraggono l'attenzione degli spettatori tanto perché siano delle possibilità fantastiche e lontane, quanto piuttosto perché in fondo ritraggono quelle che sono le dinamiche sociali della vita nel mercato, e ci parlano dell'esistenza povera e solitaria di una forma antisociale di relazione. La pandemia non ha fermato un presunto corretto funzionamento del mercato, o quello della società mercantile. Le sue crepe erano visibili già a cominciare dalla crisi immobiliare del 2008 e delle possibilità di riprodurre le relazioni di proprietà; questo prima che vedessimo una grande maggioranza dell'umanità convertita in proletaria, nomade ed in esodo, e prima della perdita di legittimità da parte del modello storico dello Stato-nazione. Il peso dell'incertezza lavorativa, dell'indebitamento e la mancanza di spazi di vita comunitaria, con la pandemia si è solo incrementato. Per chi era possibile stare in quarantena, con la possibilità di mantenere un impiego, il coronavirus prometteva sogni di solitudine e di tremendo isolamento, oltre che di lontananza dalle altre persone. I sognatori hanno provato la durezza del periodo di solitudine. Guardiamo a due incubi.
Una studentessa bengalese racconta il seguente sogno fatto da un'amica: «Stava per andare al lavoro, quando ecco che non riusciva ad aprire la porta per uscire. Cercava in tutti i modi di aprirla, ma non c'era verso. Decideva di urlare dalla finestra chiedendo aiuto, ma non c'era nessuno [no one was there]. La strada era deserta e tutto quello che sentiva era il suono assordante di una sirena.» Contrariamente ai sogni dei mostri ragno o serpente, che avevano origine all'esterno, qui la giovane si ritrovava intrappolata dentro la propria casa. Per quel che poteva, ha fatto tutto, «è pronta», però non può aprire la porta. Compare anche qui l'immagine onirica della finestra, stavolta non come lo spazio che viene infranto dal mostro, ma come uno squarcio attraverso cui far passare la propria disperazione. Non dimentichiamo che la finestra è un sinonimo di coscienza, di soglia, di sguardo.
Tuttavia, fuori per strada non c'è nessuno. Le sue grida sono inutili. In casa non c'è nessun altro, è sola. Il sogno fornisce delle immagini oniriche che hanno a che fare con l'interno, con la sicurezza, visto come impedimento sociale, la casa vista come isolamento. In altri sogni, però succede anche il contrario: le persone possono uscire in strada, per andare al lavoro, però si trovano in un modo privo di presenza umana. È il caso del sogno che viene raccontato da uno studente canadese. Il giovane ha intervistato un suo amico in auto-isolamento [self-isolating] durante la quarantena. Viene descritto come se ultimamente facesse dei sogni «ricorrenti» e «piuttosto vividi».
«In uno di questi sogni ricorrenti [recurring dreams] sta lavorando ma è completamente solo [all alone there]. Ci sono degli altri corpi, ma non si tratta di persone che lui conosce, e non è è possibile interagire con loro. Si trovano lì solo fisicamente, però non sembra che nei loro corpi ci sia qualcuno [doesn’t seem to be anynone in the bodies]. Dice che, nel sogno, qualsiasi altro aspetto della "esperienza" di andare a lavorare sembra normale, però la sua incapacità di stabilire una connessione [inability to connect] con chiunque nel suo ufficio è una grande fonte di panico.»
Il suo incubo inizia al lavoro e non a casa, come succedeva nel caso precedente. In ufficio non c'è nessuno. Entrambi, nei due sogni, si preoccupano della loro solitudine in casa ed al lavoro. Questo sogno aggiunge un elemento interessante al mondo dei sogni pandemici: nell'ufficio ci sono dei corpi, ma non c'è alcuna presenza umana. L'atto che caratterizza l'aspetto umano della relazione è l'interazione. Non solo non li conosce ma non riconosce nemmeno nessuno «nei corpi». Se la ragazza «grida» alla finestra per chiedere aiuto, qui l'impiegato prova «panico» per il fatto di non essere in grado di «stabilire un collegamento» con degli esseri umani. Sembra esserci un continuum di isolamento tra la casa vista come prigione e l'ufficio come separazione. La pandemia non crea l'alienazione lavorativa, ma piuttosto avviene che la capacità onirica funziona come se fosse una lente che ingrandisce ciò che era già presente. La divisione tra il privato ed il pubblico, promossa dalla società capitalistica, è la solitudine degli sconosciuti. In entrambi gli incubi, le donne temono il confinamento nel privato e gli uomini temono l'isolamento nel pubblico, cosa che ha senza dubbio una sua rilevanza nella costruzione dello spazio di genere. In altri sogni, la società viene espressa come metafora della competizione, del pericolo relativo a ciò che è nascosto, del selvaggio.

4 - Il virus inoculato, la schiavitù sessuale
Per interpretare un momento storico, il sogno costituisce un'importante narrazione. La separazione tra onirico e coscienza quotidiana non è completa, le caratteristiche motorie dell'uno possono inondare l'altra, materializzarsi come delle possibilità una volta che vengono convogliate nell'ambito delle decisioni. Per cui avviene che il contenuto onirico, con il suo movimento, le sue immagini allegoriche o simboliche, costituiscono un flusso centrale per vedere dove emerge una nuova espressione storica. Una lettura politica o economica, a partire dalla razionalità sociale della coscienza, contribuisce alla comprensione dei fenomeni, però, inoltre, può essere obnubilata da quelli che sono i limiti stessi imposti dalla ragione sottomessa al quadro della società capitalistica. Nell'ultimo decennio, etnografie diverse hanno lavorato sull'importanza delle narrazioni dei sogni, degli spiriti o dei fantasmi, rispetto alla memoria e all'attualità delle persone. Amira Mittermaier, lavorando sulle guerre del XX secolo in Egitto, ci dice: «Una lettura più attenta deve considerare come le storie dei sogni interpellano [speak back] il nostro quadro interpretativo». Per l'autrice, il racconto del sogno democratizza l'interpretazione del mondo dal momento che alla fine, tutti quanti sogniamo, non c'è un monopolio del fatto di sognare e raccontare l'esperienza. I sogni della gente si riferiscono ad una storia «dal basso», una storia che annulla i sospetti su «tempo, storia, soggettività e comunità». La scienza non solo si basa sull'idea del sapere professionale a fronte di ciò che invece è popolare o volgare, sul metodo rispetto alla spontaneità cognitiva, ma anche, secondo le parole di Alfred Sohn-Rethel, del rapporto tra merce, capitalismo e forme storiche di conoscenza. La separazione tra scienza e credenza ha origine, secondo l'autore tedesco, a partire dalla divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. In questo articolo, propongo di leggere i sogni durante la pandemia in chiave del continuum tra il materiale onirico del sogno notturno e le immagini, le esperienze e le sofferenze che derivano dal feticismo della merce. La lotta non è, quindi, tra il materiale onirico e la realtà, o tra il sogno e la coscienza diurna, bensì, piuttosto, tra contenuto utopico, sofferente o critico, del sogno, da una parte, e società feticista dall'altra.
Una giovane ha raccolto il sogno di un suo amico: «Mi sono svegliato nel mezzo della foresta amazzonica e non avevo nessuna idea di dove fossi. Avevo solo i vestiti che indossavo ed un coltellino.» Secondo la studentessa, il suo amico: «ha dovuto lottare per aprirsi una strada e, nel sogno, è rimasto lì per almeno uno o due mesi. Quando alla fine è riuscito ad uscire dalla foresta ha potuto svegliarsi.» Il pericolo non si incarna in un mostro, ma in un ambiente ostile. Questo sogno condivide con il sogno della casa e dell'ufficio, la confusione e la solitudine opprimente. Nelle sue mani, c'è un'arma, un coltello, per aprirsi la strada nella foresta amazzonica. Come nell'incubo della madre bengalese, il non umano del paesaggio appare come animale e vuoto. La giungla è uno spazio di pericolo. Ma cosa succede quando il materiale onirico della pandemia si nutre della crisi politica? Come la rappresenta? Una studentessa newyorkese, di origine cinese, ha raccontato il sogno rivelatore di una sua cara amica: «Un giorno il nostro governo ha annunciato che finalmente i nostri vaccini sono pronti e che i medici verranno nelle nostre case, per impedire che ci si debba ammucchiare tutti insieme [all at once] negli ospedali. Tuttavia, qualche giorno prima che i medici arrivassero nel nostro quartiere, abbiamo visto in tv la notizia che Trump aveva ammesso che il suo vero piano era quello di infettare le persone con lo stesso virus. Il suo scopo era quello di mettere in atto la "sopravvivenza del più forte": se sei abbastanza forte da sopravvivere e sviluppare anticorpi, allora vivrai [then you live], altrimenti morirai [then you die]». Questo sogno riprende elementi della pandemia - il distanziamento sociale, la crisi politica, la sfiducia nel presidente - per reintegrarli, ulteriormente, in una interpretazione critica. Torniamo all'inizio. Alla fine di aprile a New York, le code negli ospedali sono interminabili. Donald Trump raccomanda di bere il disinfettante per contrastare il coronavirus, molte persone non sono uscite di casa pe settimane. Si aspetta un vaccino per curare la pandemia ma si parla del fatto che ci vorranno molti mesi. La ragazza mette il governo al centro del suo sogno, descrivendolo come il «nostro governo», mostrando così di avere una carica identitaria significativa. La notizia è incoraggiante: c'è già un vaccino. Ora la sanità pubblica, lo Stato - rappresentato dai medici - visiterà tutte le famiglie. Si tratta di aspettare lo Stato visto come immagine di prestatore d'opera, che salva. Pochi giorni prima che questo accada, è lo stesso Trump a dichiarare le sue vere intenzioni: inoculare il virus nel corpo di tutti gli abitanti del paese. Il fine è quello di promuovere una politica di genocidio biologico. A partire da un'argomentazione che si basa sulla famosa teoria darwinista del XIX secolo, il presidente e magnate Trump porrà in atto un piano di ingegneria sociale. Il coronavirus è stato approvato, socializzato in quanto perdita di vite umane e privatizzato ai fini del controllo e dello spopolamento. In realtà, devasterà i quartieri poveri e, di conseguenza, una maggioranza nera, o gli immigrati che temono l'espulsione se protestano. Ma come dicevamo all'inizio, spesso il materiale onirico -  o quello della possibilità fantastica - mette meglio in scena il nucleo storico, reale, concreto di una società, di quanto facciano le categorie degli analisti politici, così immedesimati in dei discorsi che vengono fatti  per dare un senso al nonsenso. Le serie televisive catastrofiche, che di per sé approfittano del gusto per la distopia delle attuali generazioni, sono assai spesso integrate nel cosmo onirico del sogno che dipinge un paesaggio e traccia un viaggio in un cui si esprimono le emozioni, le paure e le situazioni presenti nella società, sebbene non siano ufficialmente accettate.
Durante la pandemia, una giovane studentessa del Bronx si era trasferita con la famiglia in Virginia. Lì, ha raccontato, hanno guardato una serie tv dal titolo "The Handmaid's Tale" (2017). «La serie» - ci spiega - «ricrea sotto forma di serie televisiva la vita all'indomani della Seconda Guerra Civile Americana, in una società totalitaria che sottomette le donne fertili, definite con il nome di "ancelle" [handmaids], ad una sorta di "schiavitù di fare figli"». Similmente a quanto avviene con il sogno dell'inoculazione del virus da parte di Trump, questo incubo ha portato le due cugine in una società totalitaria, nella repressione poliziesca, e tutto questo solo un mese prima dell'assassinio di George Floyd avvenuto a Minneapolis, e delle rivolte di massa che ci sono state in tutto il paese. La ragazza racconta: «Nel sogno, io e lei dovevamo andare al supermercato. Ci veniva permesso di uscire di casa solamente in coppia. Indossavamo dei mantelli rossi con degli ampi cappucci che ci coprivano il viso e ci lasciavano spazio solo per poter guardare. Ad ogni angolo, c'erano molti agenti di polizia, con delle grandi pistole, che si assicuravano che non interagissimo [making sure we do not interact] o ci avvicinassimo ad altre persone. C'era il rischio che ci sparassero, anche se solo guardavamo in direzione di un'altra persona. Le strade erano polverose, il cielo era grigio e tutti quelli che si trovavano per strada erano vestiti in maniera del tutto identica. Arrivavamo al supermercato e da mangiare potevamo prendere solo della frutta, perché il resto degli scaffali era vuoto. Mia cugina cercava furtivamente di parlare con qualcun altro, ma veniva arrestata da un ufficiale armato di tutto punti. Mi ritrovavo così del tutto sola, con un cesto di frutta nel mezzo del supermercato. A quel punto mi svegliavo.»
Il sogno, sempre fatto nel mese di aprile, si svolge in un contesto di paura dovuto alla carenza di cibo nei supermercati. Lei non è sola, ma si trova ad essere accompagnata da sua cugina. Entrambe, in quella che è la società totalitaria onirica, sono parte delle donne costrette a fare figli per delle coppie bianche, eterosessuali, che fanno parte della classe capitalista. Il mantenimento dell'ordine viene assicurato a partire dal silenzio imposto dai poliziotti armati. Il sistema ha bisogno che ci sia poca interazione, connessione o conversazione comunitaria da parte delle persone. Similmente a quel che avviene nell'incubo dell'impiegato che non può comunicare con i corpi vuoti, in questo lo Stato proibisce l'interazione. Anche il contesto del supermercato viene monitorato e vigilato, e viene consentito solo lo scambio tra denaro e merci, senza parlare. Avviene quel che si temeva: la cugina cerca di parlare con qualcuno ma viene arrestata dalla polizia. Il finale del sogno coincide con la solitudine nel mercato insieme ai propri bisogni, la frutta. La situazione somiglia a quella della donna che non riesce ad aprire la porta della propria casa, o a quella dell'uomo nell'ufficio insieme ai corpi svuotati di ogni umanità. Il sogno di Trump e quello del "racconto dell'ancella" mostrano la dialettica esistente tra il materiale onirico individuale e la crisi della società capitalistica nel sul insieme. Questi sogni sono in controtendenza rispetto alle elezioni nazionali che avranno luogo a novembre, ma esprimono anche le tensioni sociali, a partire dal basso, di questi giovani newyorkesi solo un mese prima che si scatenino le proteste a New York.

Riflessione: in che direzione vanno i tempi
Quando ho cominciato ad insegnare a New York, sono rimasto impressionato dal fatto di avere di fronte a me le figlie e i figli dei migranti provenienti dal Giappone o dall'Egitto, dal Bangladesh o da Israele, da El Salvador o dall'Ucraina. Pensavo alle loro storie, ai loro villaggi, come se si trattasse del mio piccolo istmo centroamericano. Durante la pandemia. cominciammo a ricevere e-mail dai nostri studenti che ci raccontavano della morte della madre, del padre o dello zio. Allo stesso tempo, nel nostro quartiere, nel Queens, si sentivano suonare tutto il giorno le sirene, e avevamo paura ad aprire le finestre. Nei sogni che leggiamo qui, teniamo presente che la finestra è il luogo attraverso cui entra il ragno, ma è anche quello da dove esce l'urlo. Quelli di noi che in piena pandemia hanno visto Times Square completamente vuota, sono rimasti enormemente sorpresi quando, dal 29 maggio, la città ha cominciato a ribollire di ribellione. I graffiti, di per sé già presenti, si sono riempiti fino ad esplodere di messaggi rivoluzionari oppure, a Central Park, si sono visti i giovani neri che ricordavano la schiavitù dei loro antenati.
Walter Benjamin, flâneur [passeggiatore svagato e a momenti curioso] e pensatore berlinese, ci ha parlato del sogno come se si trattasse di un attributo storico generazionale: «L'esperienza della gioventù riguardante una generazione, ha molto in comune con l'esperienza dei sogni. La sua configurazione storica è una configurazione del sogno.»
Per una società commerciale che crea i propri incubi del mondo - la morte di Breonna Taylor, o i sette minori morti nel 2019 mentre si trovavano sotto la custodia del servizio federale, le sterilizzazioni forzate - la paura fa parte della sua continuità. Le vediamo nel sogno di "Handmaid" o in quello dei corpi vuoti: la connessione umana e l'interazione possono facilitare il flusso del discorso al fine di costruire nuove comunità critiche. Visto in questo modo, «il risveglio è un processo graduale che avviene nella vita di un'individuo, così come avviene nella vita delle generazioni. E dormire è la tappa con cui ha inizio.» (Benjamin). Solo a partire dal riconoscimento del sogno, la realtà può contribuire al risveglio sociale.

- Sergio Palencia Frener ***- Queens, NY, 22 agosto 2020 - Pubblicato su Comunizar -


Bibliografía

Benjamin, Walter. “K. Dream City and Dream House, Dreams of the Future, Anthropological Nihilism, Jung.” In The Arcades Project, Belknap Press: An Imprint of Harvard University Press, 2002.

Bloch, Ernst. "Il principio speranza vol. 1". Mimesis

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*** - Sergio Palencia Frener è un antropologo guatemalteco, attualmente professore aggiunto al Baruch College, City University of New York. Questo saggio è stato originariamente pubblicato su: Revista de la Universidad de San Carlos de Guatemala, Julio / Septiembre, No. 46, año 2020, pp. 11-24. Le foto pubblicate sono state scattate a New York, nel 2018 e nel 2020 dall'autore.