mercoledì 8 maggio 2019

Capitale e Fascismo

Editoriale [*1] del n°16 della rivista Exit!, maggio 2019
- di Thomas Meyer -

«Se, come è purtroppo possibile, noi dobbiamo perire, facciamo almeno in modo di non scomparire senza essere prima esistiti. Le forze considerevoli che dobbiamo combattere si apprestano ad annientarci; e certo esse possono impedirci di esistere pienamente, cioè di imprimere al mondo il suggello della nostra volontà. Ma c'è un settore in cui esse sono senz'altro impotenti. Esse infatti non possono impedirci di sforzarci a comprendere con chiarezza l'oggetto dei nostri sforzi. Se non ci sarà dato di realizzare ciò che vogliamo, potremo almeno averlo voluto, e non solo desiderato alla cieca. D'altra parte, la nostra debolezza può certo impedirci di vincere, ma non di comprendere la forza che ci schiaccia.»

(Simone Weil, da "Oppressione e Libertà", 1934) [*2])

«Chi non vuole parlare del capitale dovrebbe tacere sul fascismo». Oggi, questa frase di Horkheimer è ancora valida, e dovrebbe essere ampliata dell'altro: chi non vuole parlare della costituzione feticista della società della dissociazione-valore, dovrebbe tacere anche a proposito delle lotte sociali. Non c'è dubbio che la «costituzione sociale» si trova sempre più al centro dell'attenzione, soprattutto vista nel contesto della vittoria elettorale di Donald Trump avvenuta due anni fa. Sono molti quelli che, in questo processo, hanno criticato il fatto che la «classe operaia» avesse smesso da tempo d'occupare un posto centrale, e che ora ci fosse una classe media di sinistra concentrata sulla «politica identitaria» e sulle «questioni LGBT», ragion per cui i lavoratori e le lavoratrici avrebbero optato per Trump. Queste critiche possono essere corrette nella misura in cui la borghesia di sinistra si è, di fatto, poco interessata alla «sotto-classe sociale», ai lavoratori poveri, la cui miseria è diventata ormai da tempo innegabile (i senzatetto, gli anziani che raccolgono bottiglie per convertirle in pochi euro fanno ormai parte del quotidiano) ed ha raggiunto anche la classe media. Tuttavia, sono fuori strada coloro che pretendono che il razzismo abbia la sua vera causa nell'impoverimento di questi ultimi anni, come a più riprese ha sottolineato la nazional-sociale Sarah Wagenknecht. Queste critiche hanno lo stesso contenuto, quando affermano che la sinistra dovrebbe scordarsi delle «questioni di identità» (e quindi classificare l'omofobia ecc. come un problema minore o, per dirla più chiaramente, come se fosse un «problema di lusso» assai meno importante) per poter tornare finalmente a concentrarsi sulla «questione dei lavoratori» o sulla «questione di classe». Di conseguenza, recentemente si è tornato a parlare di «classi» e di «questione sociale», senza  che sia stata riformulata una necessaria emancipazione sociale che sia all'altezza dell'epoca, contro le categorie reali della società della dissociazione-valore; piuttosto accade che il vecchio vino venga versato in nuovi bicchieri. Non si tratta più di un «ritorno» della questione sociale, dal momento che non è mai scomparsa, e che sono già passati decenni da quando una nuova povertà di massa si è installata con forza. In quello che è il nostro ambito, si è già più volte fatto riferimento al minaccioso imminente collasso sociale delle classi medie, così come alle corrispondenti distorsioni ideologiche. La crisi continua ad intensificarsi, e questo significa anche che essa si manifesta sempre più in quelli che sono i centri, dove spesso non fa altro che attuare un «recupero» di ciò che è pratica comune nelle periferie. Si può perciò parlare di un «impoverimento di recupero». Da allora in poi, gli squilibri sociali sono diventati evidenti, ma senza che siano rimasti incontrastati, com'è dimostrato dai movimenti di protesta. In questo modo, i prezzi degli alloggi sono diventati sempre più insostenibili; c'è un buon numero di persone che deve riservare a tali costi una quota importante del proprio reddito, e di questo folle aumento non si vede la fine. In sostanza, le persone sono costrette a lasciare i propri appartamenti e a trasferirsi in alloggi più piccoli e ristrutturati, che sono ancora più cari di quelli vecchi non ancora ristrutturati. In caso di necessità, esiste una milizia di Stato che può «aiutare» al trasloco. In un simile contesto, si richiede un «un diritto umano all'alloggio» e si esige che i prezzi degli affitti siano accessibili, e che lo spazio della vita non venga lasciato in mano alla «speculazione», ecc. Tuttavia, ogni provvedimento «ben intenzionato» finisce per essere vittima dell'argomento della finanziabilità, e anche le «promesse» di creare eventualmente degli altri alloggi sociali alla fine vengono realizzate solo per coloro che se li possono permettere. In una situazione simile, la risposta appropriata dovrebbe essere quella di esigere che i beni materiali vengano sottratti a quella che è la logica della valorizzazione, visto che non possono più essere ottenuti a partire da dei criteri capitalistici. Ma dal momento che il capitalismo si basa sul sacrificio umano, in fin dei conti l'ultima ratio è quella di rottamare i beni materiali, quella di gettar via, nella spazzatura, il pane invenduto, di lasciare vuoti gli appartamenti e criminalizzare tutti quelli che cercano di opporvisi praticamente, occupando le case vuote, o tornando negli appartamenti dai quali sono stati espulsi. Anziché affrontare l'evidente assurdità del capitalismo, le persone vengono dichiarate fattori di perturbazione, e problema di sicurezza. Se necessario, sono disponibili in qualsiasi momento delle misure dittatoriali. I ogni caso, non mancheranno mai dei «cani assetati di sangue» né dei «carnefici volontari». La «democrazia combattiva» conosce il detto: « cavatela da solo... ». Il razzismo, ormai già endemico, si intensifica dell'altro quando si accusano i rifugiati di essere loro i responsabili della povertà delle persone anziane e della penuria degli alloggi, come se la situazione sociale prima della «crisi dei rifugiati» (Hartz IV, lavoro temporaneo, ecc.) fosse poi così buona, come se la madre single o il pensionato sarebbero stati meglio economicamente se non fossero mai arrivati i rifugiati. Sicuramente, su questo i nazisti «preoccupati e coinvolti» dell'AfD stanno ponendo la prima pietra per i pogrom. Al posto della solidarietà, si prepara la selezione razzista degli esseri umani. Un caso si è già verificato all'inizio del 2018 al «Tafel Essen» [*3], quando si è voluto distribuire cibo unicamente ai «tedeschi». Non c'è alcun dubbio che i bisogni siano enormi, soprattutto fra gli immigrati e i rifugiati; ma anziché praticare la solidarietà, in modo che tutti possano ricevere a sufficienza, e arrivando a violare perfino quello che è l'«idealismo dello scambio» borghese, il quale esige che non sia gettato via niente e che si appropria delle merci invendute, ecco che si vede come la «penuria» sia rimasta una fatto naturale indelebile nella coscienza. Come ci si poteva aspettare, anche Sahra WagenKnecht ha difeso i Tafel. D'altra parte, è anche vero che la reazione di numerosi indignati è stata ipocrita, soprattutto provenendo da coloro che erano stati congiuntamente responsabili di alcune catastrofi antisociali (Agenda 2010 della coalizione rosso-verde, ecc.). Ma anche la Wagenknecht, con la sua presunta critica sociale, è ipocrita quanto afferma di poter affrontare questa situazione mostrando della comprensione verso le misure razziste.
Naturalmente, gli agitatori di ispirazione fascista non vogliono avere niente a che fare con una critica fondamentale del capitalismo. Al suo posto, la miseria, che non può più essere ignorata, viene recuperata in maniera razzista, cosa che appare chiaramente nell'aspirazione ad una «politica sociale» da parte dell'ala nazista dell'AfD, che l'ha proposta al congresso di questo partito il 30 giugno 2018, ad Augsburg. Nek discorso di Björn Höcke, è stato detto: «Noi pensiamo identità e solidarietà allo stesso tempo, anche e soprattutto all'interno di un settore politico centrale che diverrà importante per il futuro di questo paese, riguardo quello che è il campo della potica sociale, insieme alle sotto-aree della sanità, delle pensioni e dell'assistenza. Pensiamo perciò identità e solidarietà insieme, e così diverremo il Partito del popolo, il solo partito popolare pertinente a quello che è l'avvenire della Repubblica Federale della Germania. [Applausi]. Sono fermamente convinto,  è la mia analisi della situazione in Germania, in Europa e nel mondo, sono fermamente convinto che l'AfD resterà il partito della pace sociale (!) e che esso deve entrare nella coscienza del popolo di questo paese come partito della pace sociale. [Applausi]». Il «Partito della pace sociale»! Bisognava pensarci. A cosa somigli questa «pace sociale» ne ha dato un esempio, nell'autunno 2018, durante un discorso elettorale in Baviera, il nazista dell'AfD Andreas Winhart: «C'è un numero incredibile di casi di AIDS nell'Africa nera, lo sappiamo. Ma, signore e signori, c'è anche la scabbia, e stiamo conoscendo di nuovo la tubercolosi. Vorrei sapere, se un uomo di colore mi costringe a baciarlo (!), oppure mi tossisce addosso per strada, ecco io vorrei sapere se è malato o no, cari amici, e dobbiamo esserne sicuri. Il 14 ottobre, abbiamo la possibilità di mandare l'AfD al parlamento bavarese, di mandare in pensione la signora Merkel e di colare a picco la flotta di Soros (!!) insieme a tutte le scialuppe di salvataggio, nel Mediterraneo (!!!) [applausi]» (trasmissione televisiva del 12/10/2018).
Questo dovrebbe essere sufficiente a dimostrare come i «comunisti» o i liberali di sinistra abbiano fondamentalmente torto quando pensano di poter ignorare il razzismo, oppure di poterlo far diventare una «contraddizione secondaria» nel momento in cui esigono che vengano di nuovo messe in evidenza le situazioni sociali ed i rapporti di classe, come se il razzismo e le situazioni sociali potessero essere separati l'uno dalle altre! Höcke e i suoi ci indicano chiaramente dove ci porterà il viaggio. Solo delle briciole «solidali» per i «purosangue», e niente di più, per gli altri nessuna solidarietà; niente per quelli che non corrispondo all'«identità nazionale tedesca», i quali dovrebbero, preferibilmente annegare in silenzio nel Mediterraneo.
Le conseguenze della crisi si riflettono regolarmente anche nel collasso del sistema sanitario. I «programmi di aggiustamento strutturale» [N.d.T.: "Spending Review"] hanno ripetutamente portato allo smantellamento di tutte le cure mediche, quando non potevano più essere «finanziate», come si è già visto, per esempio, in questi ultimi anni in Grecia. Anche qui, la privatizzazione degli ospedali, il «risparmio sul sistema sanitario», ha portato ad avere una medicina a più velocita e alla cosiddetta «crisi della sanità». Ovviamente, si economizza sul costo del personale, cosa dimostrata dal fatto che esiste una situazione di perenne carenza del personale nel settore infermieristico e sociale, che la giornata lavorativa normale comprende innumerevoli ore supplementari che non possono essere ridotte, così come una retribuzione miserabile. Ragion per cui non sorprende che a causa delle catastrofiche condizioni di lavoro, sempre meno persone desiderino esercitare questa professione. Lo situazione di emergenza della sanità, secondo i media, ha raggiunto un livello tale da costituire un pericolo per la salute. Contro lo stato di emergenza della sanità, la contestazione si è organizzata, attraverso scioperi e per mezzo della campagna «Gli esseri umani prima del profitto! - Stop allo stato di emergenza della sanità» del partito Die Linke. Ma non sorprende che in questo, la crisi dei servizi sanitari non venga espressa come il risultato di una crisi fondamentale del capitalismo, ma sia attribuita alla privatizzazione ed al neoliberismo. Rivendicare il rifinanziamento e più posti di lavoro non coglie quello che è il punto essenziale. Non c'è dubbio che qualcosa potrebbe essere fatta in maniera immanente, ad esempio ridistribuendo diversi fondi, e che delle lotte immanenti, come degli scioperi per dei salari più alti e per un orario di lavoro più sopportabile, sono significative e necessarie. Tuttavia, tale rifinanziamento e tale redistribuzione, per quanto auspicati, possono funzionare solo fino a quando lo permette la situazione delle finanze pubbliche. Il presupposto rimane quello che la Germania resti vincente sul mercato mondiale, e quindi competitiva (e l'enorme settore dei bassi salari ne fa parte), ma presto o tardi in qualche modo questo finirà.
La lotta sociale immanente e la lotta per gli «interessi dei lavoratori», tuttavia, raggiungono il loro limite nel limite interno della valorizzazione del capitale, e perdono il loro senso, al più tardi, allorché la produzione e la riproduzione non potranno più essere rappresentate sotto la forma del lavoro salariato e della produzione di denaro. Di conseguenza, i conflitti di interesse immanenti del «punto di vista dei lavoratori» devono essere trascesi e superati: si deve insistere sul fatto che ciascuno ha un diritto materiale all'assistenza medica, all'alloggio, all'alimentazione, ecc., indipendentemente da qualsiasi calcolo finanziario che determini per noi ciò che è ancora possibile, e cosa non lo è. Robert Kurz ha scritto: «L'universalità sociale di un interesse che superi realmente il sistema moderno di produzione di merci, tuttavia non sarebbe possibile se non come meta-interesse, vale a dire, come sviluppo di un interesse che va "contro la forma capitalistica dell'interesse stesso"; in altre parole, quello che è l'interesse, infine, di non voler più portare avanti una «lotta di interessi» eterna, la quale viene imposta dalla concorrenza borghese, e che si può fare solo "facendo esplodere dalle sue fondamenta l'ordine sociale dominante"».
Altrove, Kurz scrive: «Quali sono le possibilità di resistenza di fronte a questa travolgente tendenza alla de-civilizzazione? A quanto pare, sembra che un lobbismo limitato a dei deboli servizi sociali non sia più sufficiente. Non esiste un determinismo puramente oggettivo della crisi in qualsiasi situazione, e un margine di manovra immanente può essere utilizzato per guadagnare qualcosa. Ma questo si può fare solo nel contesto di un vasto movimento sociale capace di affrontare e vincere in una certa misura la concorrenza universale ed affermare un insieme di rivendicazioni, anche se questo non permette di superare la crisi radicata nelle contraddizioni sistemiche del lavoro astratto e della struttura della dissociazione di genere. "Perché divenga possibile un simile movimento, è necessaria anche una piccola guerra tenace nella vita quotidiana contro il pensiero social-darwinista, sessista, razzista e antisemita in tutte le sue varianti". Inoltre, il percorso della crisi può aprirsi verso una nuova società solo se la resistenza immanente trova la prospettiva di un altro modo di produzione e di vita al di là del patriarcato produttore della merce, e quindi al di là del vecchio socialismo di Stato. "Questa apertura è possibile solo attraverso la concomitante apertura dell'orizzonte intellettuale ad una nuova critica radicale della società - invece di lasciarsi divorare interamente dalla quotidianità della crisi"». Ciò contrasta nettamente con il cosiddetto dibattito sul reddito di base incondizionato (RBI). Originariamente, com'è noto, quest'idea era venuta a Milton Friedman al fine di abolire quelle che erano tutti gli altri benefici sociali. Qualora il RBI dovesse portare alla fine delle misure di repressione sociale contro i disoccupati (Hartz-IV), una cosa del genere andrebbe certamente approvata. Ma ancora una volta, verrebbero applicati il criterio della sostenibilità finanziaria e quello dei limiti fissati dal limite interno. Inoltre, il RBI sarebbe accessibile solamente ai «cittadini nazionali», cosa che non farebbe altro che accrescere la caccia all'uomo interna. Sebbene alcuni partigiani del RBI sospettino del fatto che la ricchezza prodotta sia svincolata dal lavoro salariato e che una vita professionale «di successo» sia sempre più un'eccezione, il RBI può essere comunque interpretato come una forma di negazione della crisi: malgrado la disoccupazione di massa, la forma denaro deve continuare ad essere la condizione dell'esistenza umana; il Reddito di Base Incondizionato simulerebbe perciò una società del lavoro senza lavoro, nella quale gli «hipster» potrebbero continuare a sorseggiare la loro Bionade [*4]. In modo che perciò, così, tutto potrebbe restare com'era. La stessa cosa vale anche per il «denaro dei contribuenti».

Come abbiamo più volte sottolineato in questa rivista, lo «Stato di diritto democratico», durante la crisi, non sa fare altro che reagire, ai disastri sociali e alla tendenza all'imbarbarimento della «società civile», facendo uso di mezzi repressivi. Nella storia del capitalismo questo si è visto molte volte. Al massimo dopo l'11 settembre 2001, si è potuto vedere una massiccia espansione dell'apparato di sicurezza degli stati capitalisti. Inoltre, negli ultimi decenni, negli Stati Uniti si è affermata una vera e propria industria carceraria - il «centro della libertà occidentale». La risposta alle turbolenze sociali consiste soprattutto nell'incarcerazione e nell'isolamento; ragion per cui, in maggioranza negli Stati Uniti si è detenuti per delitti legati alla droga, e non a gravi crimini violenti. Tuttavia, è per l'appunto questa pretesa gravità dei crimini ad essere sempre sottolineata dalla propaganda, e che evidenziano gli agitatori della sicurezza, allorché vogliono «resecurizzare» le strade armando la polizia, ed estendendone il suo potere. Si può sostenere che a partire dalla fine degli anni '70, la pratica penale si è allontanata dal concetto di «risocializzazione», e si concentra sempre più sulla punizione e sulla «dissuasione». Nelle condizioni di crisi, le misure di risocializzazione come il (re)inserimento sul mercato del lavoro diventano sempre meno efficaci, e perciò esiste il pericolo che l'apparato di sicurezza sia tanto più spinto a colpire ancora più selvaggiamente, e in tutte le direzioni, e che le sue misure repressive diventino sempre meno efficaci. Inoltre, a lungo termine, anche la polizia stessa diventa un problema di sicurezza, come chiaramente testimoniano i rapporti sulla violenza poliziesca. In fin dei conti, la polizia non sarebbe poi così diversa dalle milizie terroristiche, come dimostrato dagli imbarbariti apparati di Stato della «periferia». Per cui non sorprende che lo Stato estenda sempre più quello che è il potere degli apparati repressivi (polizia, servizi segreti, ecc.) e che in quegli anni la polizia sia stata anche fortemente riarmata sul piano tecnico, vale a dire sul piano militare. Qui la parola d'ordine è sicuramente quella di osare più fascismo! Con le nuove leggi sulla polizia, che nel 2018 sono state applicate praticamente in tutta la Germania - o presto lo saranno - è stato stabilito lo Stato di polizia, in parte con misure finora conosciute unicamente nelle dittature. Particolare attenzione viene accordata all'azione preventiva delle milizie di Stato contro il «pericolo imminente», come viene detto in quella che è la loro neolingua orwelliana. Quale sarà il momento in cui si tratterà di una minaccia simile, è ovviamente la polizia a deciderlo. D'altronde, in Baviera, dopo l'agosto 2017 (poco dopo il G-20), le persone cosiddette «pericolose» - quelli che, viene sottolineato, non hanno commesso dei crimini ma che forse potrebbero eventualmente commetterne - possono essere sottoposti a «custodia preventiva» - la Schutzhaft, come veniva chiamata sotto Hitler - vale a dire che possono essere rinchiusi fino a tre mesi senza né accusa né processo. Non è nemmeno necessario che sia stato pianificato in maniera dimostrabile un futuro crimine, vale a dire che per proclamare che ci sia un «pericolo imminente» non è necessario che ci sia un «pericolo concreto» reale! Dopo i tre mesi, la scadenza può essere estesa da un magistrato (e senza dubbio ci saranno degli sbirri giuridici disposti a farlo). Teoricamente, una «persona pericolosa» può anche marcire in prigione senza alcun limite di tempo e senza aver commesso alcun crimine! Detto per inciso, una tale «custodia cautelare preventiva» può essere disposta anche in caso di infrazione amministrativa. Del resto, le «persone pericolose» non hanno alcun diritto ad un avvocato d'ufficio. Inoltre, un tribunale non è affatto tenuto a soddisfare la richiesta di una persona interessata che voglia depositare delle prove (che potrebbero discolparlo). Si tratta in definitiva della logica dello stato di emergenza che viene «normalizzata» attraverso l'indurimento messo in atto da queste leggi! Ovviamente, i primi ad essere colpiti dall'intensificazione della possibile violenza poliziesca (che già di per sé è fascistoide) sono i rifugiati. Ma tutto questo non riguarderà solamente i rifugiati, come lo hanno dimostrato le rappresaglie nei confronti dei sindacalisti e degli attivisti di sinistra durante le giornate del Partito AfD a Norimberga (9 e 10 giugno 2018), e poco dopo a Augsburg. Va anche detto che, in Baviera, nella primavera del 2018, avrebbe dovuto essere adottata una nuova legge sulla psichiatria, la quale prevedeva la schedatura, da parte della polizia, delle persone che sono state ospedalizzate forzatamente. Una volta che le persone di cui si parla sono state ospedalizzate forzatamente, devono essere trattate come dei criminali incalliti: archiviazione dei dati, controllo della posta, intercettazioni telefoniche, ecc. È chiaro che le due legge non possono essere considerate separatamente una dall'altra. Dopotutto, per delle ragioni politiche, dei «piantagrane» sono stati più volte forzatamente incarcerati in psichiatria, tanto più che è stata apertamente dichiarato che lo scopo della legge era quello della «prevenzione del pericolo».
Ma la «resistenza contro il potere dello Stato», così come viene graziosamente chiamata, non sempre ha uno sfondo social-critico ed emancipatorio, Ma può anche essere parte di un'agitazione fascista che viene esplicitamente diretta contro una certa «civiltà borghese» ancora esistente (come ad esempio è il caso dei «cittadini del Reich» [*5]. La cosiddetta «alleanza fra la popolazione e l'élite» (Arendt) agisce come un acceleratore della barbarie, come dimostrano le le elezioni democratiche di Bolsonaro, Duerte, ecc. Dovremo tenerlo presente in seguito, per non commettere l'errore di vedere una fondamentale «dualità» fra la popolazione l'apparato della violenza statale, malgrado tutte le critiche alle milizie di Stato. Fra le ragioni che spiegano il continuo rafforzamento dello stato di polizia potrebbero esserci senza alcun dubbio gli atti di follia omicida e gli attentati terroristici. Ma se lo Stato riarma le sue milizie, ciò avviene, in primo luogo, per poter essere in grado di soffocare sul nascere ogni resistenza sociale, come è stato dimostrato dal summit del G-20 e dalle sue conseguenze. Quando in Francia, dopo l'attentato del 13 novembre 2015, è stato dichiarato lo stato di emergenza a Parigi, «fra le altre cose», sono stati perseguiti alcuni oppositori di sinistra. In Francia, lo stato di emergenza è stato prorogato più volte, diventando in tal modo una istituzione permanente. Nel momento in cui, «ufficialmente», lo stato di emergenza è stato revocato, questa revoca ha generato una legislazione sulla sicurezza ancora più dura - come era prevedibile. Come era già accaduto, la democrazia dà vita al fascismo. Una volta, Adorno ha detto che si preoccupava non tanto del fascismo contro la democrazia, quanto del fascismo nella democrazia. Al di là di Adorno, tuttavia, il fascismo va visto come il proseguimento della democrazia fatto con altri mezzi. Questo diventa chiaro quando si capisce che la democrazia ha come condizione di essere sottomessa al movimento di valorizzazione del capitale e che, nella crisi, la famosa democrazia si riduce perciò a quello che è il suo nucleo repressivo. Che a partire da ogni euro, bisogna farne due e che le persone che non possono più essere utilizzate per il «posto di lavoro» (così miserabile ed insensato quanto lo è per quegli «eletti» che diventano sempre meno numerosi) devono crepare più in silenzio possibile , in quanto queste sono cose che non possono più essere negoziabili democraticamente. Tutto dipende dalla sostenibilità finanziaria, e in fin dei conti, la priorità è che lo Stato si affermi nella concorrenza globale.
In questi ultimi anni il terrore poliziesco democratico è stato, e lo è tuttora, massicciamente usato contro la resistenza sociale. In Spagna ed in Grecia, ad esempio. In Grecia, ovviamente, le case occupate vengono sgomberate. La cosa viene attuata in maniera particolarmente dura, quando in questi squat si trovano alloggiati dei rifugiati. Se si viene arrestati, non è escluso che dopo si venga torturati - come avviene nelle dittature militari. Qualsiasi resistenza organizzata contro la politica del potere, provoca una reazione di delirio paranoico da parte dell'ordine. Tutto questi, ovviamente, avviene anche sotto il governo «di sinistra» di Syriza. In Spagna, le cose non sono diverse. Oggigiorno, chiunque può essere un «terrorista», anche qualcuno che disturba solamente l'«ordine pubblico», vale a dire, chiaramente, nel momento in cui le persone occupano delle case vuote, o si appropriano di cibo invenduto con l'intento di distribuirlo pubblicamente. Perciò non sorprende che si parli di un ritorno a quelli che erano i metodi di Franco. La «legge bavaglio», adottata nel 2015, alla fine abolisce la libertà di espressione e di manifestazione. Tale legge prevede delle ammende fino a 600.000 euro! Benché si tratti di restrizioni della costituzione, leggi simili sono considerate solo come delle infrazioni amministrative, vale a dire che vengono imposte direttamente dalla polizia, aggirando in tal modo la strada giudiziaria. Evidentemente, il contesto è quello delle numerose manifestazioni ed occupazioni contro la politica di austerità degli ultimi anni. Quando il regime al potere non ha più «argomenti», tira fuori il bastone. Le milizie di Stato e una paranoica giustizia del terrore, in fin dei conti non sono altro che le ultime scelte che i democratici offrono alla popolazione. In ultima analisi, viene «sospettata» ogni persona che contesta e che vuole esprimerlo praticamente o verbalmente, o chiunque possa essere legato a qualcuno che forse potrebbe farlo. Il passo successivo potrebbe perciò essere quello per cui le forze al potere non avranno più bisogno di far sembrare che vogliono preservare una qualche «civiltà», come se questi indurimenti legislativi venissero di fatto applicati per salvare il meraviglioso «Stato di diritto» (come ama sottolineare la Germania), o per «garantire la libertà e la sicurezza dei cittadini», come ha detto Rajoy al tempo della «legge bavaglio». Ragion per cui, questi maniaci a tempo pieno entrano apertamente, e senza tante cerimonie, nella barbarie, allo stesso modo in cui lo fa Duterte nelle Filippine: senza alcun indugio, fa aprire il fuoco su dei (presunti) tossicomani e si paragona a Hitler: «Hitler ha massacrato tre milioni (!) di ebrei. Adesso, ci sono tre milioni di drogati. [...] Sarei felice di massacrarli (!)», naturalmente con l'obiettivo «di risolvere il problema del mio paese e salvare dalla perdizione la prossima generazione». In effetti, ne sono stati fatti fuori migliaia. In Brasile, questa follia continuerà con Bolsonaro, il prossimo psicopatico eletto. Assomiglia più a Duterte che a Trump. Assomigliare a quest'ultimo sarebbe già abbastanza nefasto. «Naturalmente», Bolsonaro è misogino ed omofobo. Simpatizza apertamente per la dittatura militare e dichiara che a cambiare la situazione non sono le elezioni ma la guerra civile. Per lui, i movimenti sociali, come quello dei senza terra, in futuro dovranno essere trattati come dei «terroristi». Cosa faranno i nazisti «attenti e preoccupati» della Germania quando la «Merkel scomparirà» davvero, e l'economia collasserà e i dorati anni '50 non vorranno essere ripristinati? A quel punto, gli individui che fanno parte della «sifilide della sinistra» e che sono affetti dal «delirio di genere» verranno liberati per poter essere abbattuti? Le fantasie ed i commenti dei vari nazisti dell'AfD hanno già dimostrato come questo genere di ipotesi non sono poi così tanto esagerate. L'«apparato di sicurezza» sempre più imbarbarito - quello che è lo «Stato profondo» - prima o poi darà certamente il suo contributo.

È del tutto evidente che il regime capitalista è diventato insostenibile. La crisi, che ha già piombato in una miseria di massa gran parte della «periferia», è ormai da tempo diventata realtà anche negli Stati capitalisti del centro. Le ultime «isole di prosperità» si trovano a dover affrontare quello che è un «impoverimento di recupero». Allo stesso tempo, lo Stato riarma le sue milizie e soffre lui stesso di quella che è una finanziabilità sempre più precaria. Diventa quindi possibile che in avvenire la repressione non sia più inscritta in un «quadro ordinato», e che non faccia altro che aggravare il disordine pubblico, vale a dire la barbarie, a causa di qualsiasi tentativo di mantenere l'«ordine pubblico». In questo numero di Exit !, verranno criticate diverse distorsioni ideologiche, sempre più evidenti ed efficaci, soprattutto oggi, in un momento in cui le situazioni sociali si aggravano. Queste distorsioni si traducono, per esempio, nell'aspirazione alla rinascita della sovranità dello Stato-nazione, così come viene spesso sollecitato da varie «nuove destre» o «rosso-bruni»; oppure si traducono in una «teologizzazione» dello Zeitgeist postmoderno, il quale si manifesta in alcuni filosofi che fanno riferimento a San Paolo (come Badiou ed Agamben). È altrettanto importante sottolineare che, nei centri occidentali, l'«imbarbarimento degli apparati di sicurezza» e la fascistizzazione sopra descritta hanno certamente raggiunto, in questi ultimi anni, una nuova qualità, ma tuttavia ha una storia che continua da decenni. Roswitha Scholz commenta l'articolo di Robert Kurz «La democrazia divora i suoi figli - Note sul nuovo radicalismo di destra» del 1993. Da questo testo relativo a diversi settori (economia, politica, rapporto di genere, ecc.) estrae delle tesi centrali e descrive gli sviluppi in tali settori fino all'estate del 2018. Conclude, asserendo che secondo l'analisi fondamentale di Kurz, secondo la quale la democrazia ed il nazionalsocialismo/fascismo non sono strutturalmente opposte, le aspirazioni di estrema destra ed il pensiero che ne fa parte emergono dalla stessa democrazia, in quanto forma organizzativa del capitalismo, anche se no sono identiche. È solamente a partire dal crollo finanziario del 2008 - quando le ideologie di estrema destra, il populismo e la violenza che corrisponde loro, si espandono in tutto il mondo, fra le altre cose per mezzo degli apparati militari e di polizia - che tutto questo diventa visibile in tutta la sua ampiezza, scrive Scholz. Il suo saggio s'intitola perciò «La democrazia divora sempre i suoi figli - oggi ancora di più». Nell'ultima parte, Scholz critica l'articolo di Daniel Späth, «Rosso-bruni dovunque», che è stato pubblicato sul n° 14 di Exit!, affermando che Späth non ha sufficientemente tenuto conto dello slittamento verso l'estrema destra, al più tardi dopo la fine del socialismo del blocco dell'Est, ma piuttosto ha dato l'impressione che questo slittamento degli ultimi anni sia piovuto dal cielo. Per cui, Späth non tiene conto delle elaborazioni essenziali nel contesto della critica del valore (-dissociazione), ivi compresi il testo di Kurz del 1993. Inoltre, non commenta le sovrapposizioni fra la sinistra, in tutta la loro diversità, e l'estrema destra, sovrapposizioni che abitualmente il concetto di fronte trasversale ingloba, ma parla piuttosto delle sovrapposizioni esistenti fra il neoliberismo e le (nuove) ideologie di destra. Il contributo di Gerd Bedszent, «L'autorità dello Stato dall'inizio dei tempi moderni fino ai nostri giorni - Lo Stato-nazione come levatrice e fornitore di servizi per la produzione di merci», tratta il ripristino delle strutture nazionali rivendicate dalla nuova destra. Bedszent comincia tracciando uno schizzo storico, caratterizzando lo Stato come una costruzione socio-economica relativamente giovane che è emersa all'inizio dei tempi moderni come un'alleanza di interessi fra i leader assolutisti e la borghesia urbana. Descrive la dualità del potere dello Stato e dell'economia di mercato come decisivo per l'economia nazionale emergente - gli apparati burocratici erano degli strumenti  per trasformare la popolazione in soggetti funzionali dell'economia di mercato e anche per gestire i conflitti con le economie nazionali concorrenti. Oggi, la crisi strutturale dell'economia mondiale priva gli apparati amministrativi degli Stati-nazione delle loro banche finanziarie. La denazionalizzazione che ha fatto seguito al declino dell'economia, ha già causato dei terribili danni in gran parte dell'Africa, dell'Asia, dell'America Latina e dell'Europa dell'Est, e attualmente si estende alle regioni sviluppate dell'Europa occidentale e a quelle nordamericane.
L'incapacità strutturalmente condizionata degli apparati politici a far fronte alle conseguenze della crisi globale, favorisce l'emergere di oscure correnti politiche, che si riferiscono in modo positivo alla storia cosiddetta eroica dell'inizio del capitalismo. Nel mondo del pensiero sommario degli ideologhi dell'estrema destra, tuttavia, esistono solo sulla carta. Le loro rivendicazioni si limitano all'esclusione repressiva delle vittime dei collassi economici e delle guerre di distribuzione post-statali. L'ondata di violenza di estrema destra che infuria in Germania da diversi anni è perciò una tortuosa strategia di gestione della crisi. Come dimostra Bedszent, la strategia auspicata dalla nuova destra di creare degli apparati di potere isolati dal mondo esterno e su piccola scala non può funzionare, neanche teoricamente. Ora, simili entità non sono fattibili senza finanziamenti esterni, e dal momento che non si tratta della creazione statali, queste entità vengono semplicemente simulate. Nella realtà, le attività delle milizie cittadine di estrema destra, e di altri movimenti particolaristici, non fanno altro che contribuire alla disaggregazione del monopolio della violenza; il processo di erosione degli apparati della violenza statale non viene quindi fermato dalle attività dei radicali di destra, ma viene favorito.
Nel mezzo dei processi di crisi della socializzazione capitalista, il religioso è in piena attività e propone diverse offerte di felicità, di sollievo e di rifugio. La ricerca febbrile di offerte di salvezza si mescola ad un nuovo interesee per San Paolo, che si è guadagnato un nuovo posto nel pensiero filosofico - come nel caso, fra gli altri, dei filosofi Alan Badiou e Giorgio Agamben. Nel suo contributo, «Nella crisi si può solo pregare? A proposito della fuga filosofica nel messianismo paolino», Herbert Böttcher si dedica a questo messianesimo sfociato nella filosofia. L'interesse di Badiou si concentra su Paolo in quanto rivoluzionario. Attraverso quello che è l'evento della sua conversione  all'evento-Cristo, Paolo diventa un critico della legge ebraica e del pensiero greco, e quindi il fondatore di una nuova verità universale che diverrà la base della costituzione di un soggetto militante. A partire dall'impotenza di cui soffre sotto il capitalismo, il soggetto ridiventa capace di agire, per così dire, a partire dal niente, se rimane fedele ad un evento vuoto di contenuto e alla sua verità a partire da una decisione esistenziale. Quanto a Giorgio Agamben, egli vuole infrangere il divieto di uno stato di emergenza che diviene uno stato normale. Con l'aiuto di Paolo, costruisce un residuo messianico che libera dal destino, e un redentore «tempo che resta», che, in breve, per lui diverrà la base di una vita messianica del tipo «come se non fosse»: una vita sotto il capitalismo come se esso non esistesse. Mentre Badiou cerca di stabilire un'identità tra la verità ed il soggetto, Agamben cerca una non-identità che sfugge a qualsiasi definizione di contenuto. Böttcher mostra come i due autori si ritrovano nella loro rinuncia a svolgere un'analisi del capitalismo come «totalità concreta», così come attraverso il loro fare ricorso diretto alle tradizioni pre-moderne, che ignora ogni contestualizzazione storica, e quindi la questione dei rapporti di dominio. Oltre agli errori teologici, questo porta ad una semplice strumentalizzazione di Paolo da parte le loro pensiero. Il nuovo interesse filosofico per una figura religiosa va di pari passo con una apertura postmoderna alla religione che comporta dei tratti decisionisti e autoritari, e chiusi alla riflessione. Esso appare legato ad un pensiero filosofico e teologico che sostituisce la giustificazione e la riflessione critica sul suo contenuto, con un riferimento all'autenticità delle esperienze e alla necessità di una decisione esistenziale. Si rivela essere altrettanto anti-riflessivo e fondamentalista dei prodotti spirituali offerti sul mercato esoterico o nelle chiese.
In questi ultimi anni, la «politica identitaria» della sinistra, e anche della sinistra liberale, è stata oggetto di numerose critiche, in questi ultimi tempi anche negli ambiti queer, come soprattutto lo ha dimostrato, nel 2017, la pubblicazione del libro «Beißreflexe», e quella di altre pubblicazioni sulla linea della «Kreischreihe». Thomas Meyer si occupa della politica identitaria queer, in particolare nel suo testo «Il genere, tra il segno del gioco performativo e la biologizzazione - Una critica della queerità postmoderna tardiva e del discorso medico sulla "transessualità"». Egli sottolinea che le critiche, così come oggi vengono giustamente formulate contro il «queer», esistevano già negli anni '90 da parte femminista . In particolare, il testo sostiene che l'esigenza da parte dell'ambito queer di un riconoscimento delle identità «devianti» non è necessariamente non problematico. Meyer cerca di dimostrarlo ripercorrendo il discorso medico collegato al fenomeno della «transessualità». Si tratta di dimostrare che attraverso il discorso sulla transessualità (il «transessualismo»), il malessere nella coercizione del genere, il fallimento legato al non potersi classificare inequivocabilmente nei caratteri borghesi di genere e che ha assunto storicamente la forma di un problema medico, e infine chirurgico. Ragion per cui, la sessualizzazione forzata non viene criticata, bensì perpetuata e biologizzata nei fatti. La flessibilizzazione dei codici di genere nella postmodernità non ha cambiato niente in tutto questo. La politica queer del riconoscimento è perciò ben lungi dall'essere all'altezza, soprattutto se vista nel contesto dell'«imbarbarimento del patriarcato» (Roswitha Scholz)  e dell'esistenza dei movimenti fascisti che richiedono delle relazioni di genere «tradizionali».
Nel n° 14 di Exit! del 2016, è stata pubblicata la prima parte di una serie pianificata da Richard Aabromeit sulla storia della moneta. Tuttavia, il testo «Il denaro, ma è una cosa semplice o no?» è stato oggetto di molte critiche. Nella forma in cui è stato pubblicato, non ha soddisfatto per niente i requisiti della critica della dissociazione-valore. Benché non si possa parlare di una teoria della storia elaborata all'interno della critica della dissociazione-valore, è stata sovente richiamata l'esigenza secondo la quale un testo non dovrebbe scendere al di sotto del livello che è stato raggiunto, anche se è solo frammentario. Nel suo contributo «Sulla persistente aporia della storia - addendum a "Il denaro, ma è una cosa semplice o no?"», Thomas Meyer comincia col riassumere alcune delle idee di base della teoria della storia della critica della dissociazione-valore, per poi affrontare i punti problematici del testo di Aabromeit.
Il contributo di Jan Luschach, «Sulla polarità immanente della teoria della storia borghese», si concentra sulla problematizzazione, dal punto di vista della critica della dissociazione-valore, di quelle che sono alcune ipotesi di base della teoria moderna della storia, così come li troviamo nel XIX secolo, da una parte, nella metafisica del progresso di Hegel, e, dall'altra parte, nello storicismo. Egli mostra come i due approcci teorici evolvano nel quadro di una medesima forma di pensiero, ed in questa forma occupano quelli che sono i poli opposti del «concetto» e della «rappresentazione». Se la filosofia teleologica e ontologica della storia di Hegel può essere valutata come un'autonomizzazione del concetto che rimane del tutto insensibile al suo oggetto, allora la concezione storica dello storicismo è particolarmente vicina all'oggetto, mi si rivela essere come una semplice ipostasi della contingenza storica. Si perde nella modalità della conoscenza della pura rappresentazione e dell'intuizione, cosa che rende impossibile la formazione di qualsiasi concetto critico. Contro queste false alternative, facendo riferimento alle riflessioni di Robert Kurz sulla storia in quanto «storia delle relazioni feticistiche», che egli aveva sviluppato per la prima volta nei suoi testi su «La storia come Aporia», vengono discusse quelle che sono le questioni che riguardano la continuità e la discontinuità, i punti comuni e le differenze tra le relazioni capitalistiche e quelle pre-moderne.

- Thomas Meyer - per la Redazione di Exit!, scritto nel mese di Novembre 2018 -

NOTE:

[*1] - Dal numero 16 della rivista Exit ! - Krise und Kritik der Warengesellschaft, Maggio 2019.
[*2] - Edizizioni di Comunità. Milano 1956, 292 pp.
[*3] - I «Tafel» sono delle associazioni tedesche che recuperano cibo per ridistribuirlo ai poveri. In questo caso, si tratta di quello della città di Essen.
[*4] - Bionade è un marchio commerciale tedesco di bevande bio-fermentate e analcoliche assai «in».
[*5] - I «Reichsbürger» sono dei gruppi nazisti che rifiutano l'esistenza della Repubblica Federale Tedesca e pretendono una continuità con il Terzo Reich. Rifiutano la democrazia, e sostengono delle tesi negazioniste ed antisemite. Tuttavia si tratta di un movimento piuttosto eterogeneo che è composto da diverso piccoli gruppi ed individui.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

martedì 7 maggio 2019

Valute locali: arriveranno anche qui?

Le Valute locali: una critica tronca dell'economia
« Vi posso pagare in Eusko ? »

- Apparso su lundimatin#189, il 29 aprile 2019 -

Cairn, Pive, Gonette, Sol-violette, Agnel, o perfino Euroblochon: le valute locali complementari continuano a fiorire e a diffondersi, soprattutto grazie al fatto che beneficiano di quello che è un quadro legale (la legge sull'economia sociale e solidale del 2014) e di una promozione sul grande schermo (il film documentario "Demain", di Cyril Dion e Mélanie Lauren, del 2015). Alcune di queste valute sopravvivono vegetando, mentre ce ne sono altre che hanno decisamente successo. Nel Paese Basco settentrionale [francese], ci sarebbero in circolazione più di un milione di Eusko, cosa che fa di questa valuta locale la moneta più usata in Francia, e perfino in Europa. Il municipio di Bayonne ha addirittura deciso di accettare i pagamenti in Eusko - e la cosa è stata recentemente autorizzata da un tribunale. Se il testo che segue può sembrare in qualche modo elusivo per quel che riguarda come far coincidere la vita quotidiana con la lotta contro l'economia, essa ha quanto meno il merito di ricordare che dal punto di vista capitalistico la moneta alternativa rimane un gadget, se non una fumisteria, una burla.

Piuttosto che pagare, rubare
A partire dal 2013 hanno cominciato a comparire, dalla penombra delle pieghe di un portafogli tirato fuori alla cassa di un bar, di una libreria o di un supermercato, dei nuovi pezzi di carta: l'Eusko. Una nuova moneta locale, fondata dall'associazione Euskal Moneta. Di colore blu, rosso, grigio, giallo e viola, queste banconote, rispettivamente da 1, 2, 5, 10 e 20 euskos, utilizzabili nel Paese Basco settentrionale, tentano di sostituire l'euro, o quanto meno di limitare l'utilizzo della moneta europea. Grazie ad essa, si dovrebbe poter realizzare la transizione ecologica, la salvaguardia della lingua basca, la protezione dell'agricoltura contadina, la riduzione della speculazione finanziaria, un sostegno all'economia locale, il finanziamento di associazioni, e, infine, la protezione del commercio locale... Niente di meno!!
In tal modo, si vuole rispondere a questa paura che si può trovare, giorno e notte, a sinistra della destra o a destra della sinistra, non importa:  di fronte all'assurdità di un'economia che si emancipa dalle nostre forme di vita e che, in ogni momento del suo dispiegarsi (produzione, distribuzione, scambio e consumo) si presenta come distruttrice, come fare a ridurne le conseguenze? Le proposte di riforma del modo di produzione , o di trasformazione dell'economia cosiddette «etiche» ,ogni volta producono solamente una povertà di pensiero ed una limitatezza di azioni, che sono incapaci di superare l'immaginario che ci viene imposto dallo spettacolo economico. Questo pseudo-agire si accanisce allora ad usare gli stessi mezzi, riproducendo così instancabilmente l'inferno totalitario della vita economica. Le buone intenzioni non bastano, quando attaccano gli effetti senza prendere alla radice quelle che ne sono le cause. Si può ancora credere che una semplice modifica dell'oggetto che viene utilizzato per tutte le interazioni che avvengono sotto il modo di produzione capitalistico, il denaro, possa davvero essere una soluzione alla tendenza distruttrice e totalitaria del capitale? L'Eusko è arrivata ad essere la moneta locale più scambiata d'Europa, con più di un milione di unità in circolazione. Ma non mentiamo a noi stessi, l'ambizione dell'Eusko e dei suoi fondatori  non è in alcun modo da collocare in una lotta contro il capitale. Questo testo non punta affatto a far credere che siano stati fuorviati nella loro critica del capitalismo, ma intende piuttosto sottolineare come, al contrario, questo tentativo sia assai più un salto nell'assurdità economica che una via d'uscita dal disastro, e che l'imperativo è quello di mettersi in gioco per mezzo di altre lotte, non tronche, che cerchino di sabotare concretamente l'ingranaggio, e non di oliarlo. Tuttavia, non attribuiremo al nostro articolo più contenuti di quanti ne possa avere in poche pagine: si tratta di una rapida panoramica e di un appello per aprire altri orizzonti di lotta.

Prendiamo in esame l'idea di una valuta locale. Questa viene scambiata contro una moneta nazionale o sovranazionale, come avviene nel caso dell'Eusko: 1€ = 1 eusko. Essa rimane, a priori, ancora una volta, la merce che permette di poter scambiare tutte le altre merci. Una volta che è stata scambiata, non abbandona un certo territorio, e continua a passare di mano in mano, in quelli che sono i diversi momenti della produzione. Permette quindi che ci si possa limitare ad una certa zona: con degli eusko si può comprare e produrre solo delle merci che corrispondono ai criteri dell'associazione. Per utilizzare la moneta, devi essere un membro dell'associazione. Si crea perciò, a lato, una comunità di produzione, accanto all'euro, per cui non si tratta di un'uscita dall'economia, ma di un'economia parallela. La totalità delle interazioni umane rimane sempre mediata attraverso l'oggetto moneta, e, a causa di ciò, si perpetua il processo di separazione delle individualità, e dei loro rapporti sociali, da essi stessi. Comunque, l'essere umano viene spossessato di sé stesso e della sua vita con gli altri.
Ovviamente, a partire da un tale momento, queste interazioni avvengono in un quadro immediatamente meno globalizzato, più vicino, meno astratto. Pertanto, il «legame sociale» messo in atto non è poi così concreto: la divisione sociale del lavoro continua ad esistere, e quindi persiste anche la separazione [*1]. Il fenomeno del feticismo della merce non viene sradicato; il consumatore forse diventa un po' più informato riguardo le condizioni della produzione dell'oggetto acquistato, ma rimane comunque spettatore. La familiarizzazione, vale a dire, avvicinare ciò che in realtà è lontano, non è così tanto radicale: conoscere il produttore della merce non diminuisce in alcun modo la mercificazione dell'oggetto prodotto: esso rimane un valore in sé, poiché continuano ad esistere sia i ruoli che la separazione.
Il problema risiede nel fatto che non vengono rimesse in discussione quelle che sono le strutture fondamentali del capitale: il processo di valorizzazione, il lavoro, la merce e la sovranità. E non è uno strumento creato al fine di emanciparsi dalle categorie proprie del processo di valorizzazione attinente alla totalità dell'economia, ma piuttosto di un'etica, a partire da delle buone intenzioni, che tenta di mettere un tappo alle conseguenze di questa stessa economia. Tentativi come l'Eusko, che non mirano al completo rovesciamento di questa società, finiscono per dare ad essa i mezzi per perpetuarsi e modernizzarsi. Questa valuta utilizza un'identità, una cultura e una storia che arrivano a porsi persino come sovversive nei confronti dello Stato e della merce, per poterli re-iniettare in quella cosa stessa che ha prodotto queste categorie di dominio. E partecipa alla distruzione della cultura popolare di resistenza dei Paesi Baschi. Dandosi, per esempio, la missione di proteggere la lingua basca, soprattutto facendo sì che i supermercati accettino l'eusko, certificando al consumatore che può parlare in basco, partecipa all'integrazione della lingua basca nel capitalismo. Parlare basco diviene quindi una merce, in quanto farlo è parte del servizio che viene fornito.
Dal punto di vista dell'indipendenza, può essere proposta una doppia critica: in primo luogo, l'eusko è del tutto dipendente dalle istituzioni europee e statali (lo Stato francese), sia per quanto riguarda la condizione della possibilità della sua esistenza, sia per quanto riguarda una sua indipendenza. Vale a dire che lo Stato francese e l'Europa lo autorizza ad esistere, e che alla sua esistenza viene aggiunta la possibilità di essere cambiato in euro. Senza euro, niente eusko! Perciò, se la «preservazione della cultura basca» viene rivendicata dall'associazione, questo avviene solo nel quadro permesso dal dominio statale francese, e in nessun caso si tratta di una conquista di indipendenza o di autonomia, poiché ad attuarla non è un'istituzione basca che la realizza indipendentemente dal resto del mondo.
Si noti che non ci poniamo sulla linea della rivendicazione di uno Stato basco poiché lo Stato, in quanto istituzione storicamente legata al capitale, non ci sembra in alcun modo una via d'uscita dal capitalismo. Dire quindi che l'utilizzo dell'eusko consente una diminuzione della speculazione, è pura ipocrisia. Mentre la moneta non consente direttamente una certa finanziarizzazione dell'economia locale, essa viene invece totalmente indicizzata relativamente al processo di accelerazione di quello che è il peso del valore astratto nella totalità economica e politica del capitale
Infine, utilizzare una storia culturale, con il suo potenziale antistatale, per legittimare un'economia parallela incapace di emanciparsi dalle categorie del capitale, non fa altro che rafforzare il capitalismo in quello che è il suo carattere totalitario, attraverso l'accelerazione della sua influenza su culture e popoli ingovernabili. Bisogna allora vedere l'Eusko come una riflessione ed una politica fatta in malafede, tipica di un certo spirito borghese ancora più distruttivo del solito, una sorta di aggiornamento del capitale, vale a dire vedere questo strumento come un tentativo di rendere ancora più concreta l'assurdità del mercato senza mai però distruggerlo in quanto tale. Rendendo l'economia «più vicina a noi», non si fa altro che aumentare il suo potere sulle nostre vite.
Molti tentano un «ritorno» al valore d'uso, a fronte della mancanza di senso di un'economia che si emancipa dalle relazioni umane. Ma si dimentica che il valore d'uso esiste solo in quanto esiste un valore di scambio, ossia,  astratto e misurato dal tempo di lavoro necessario alla produzione di una merce. Valori di scambio e d'uso sono le due facce di una sola moneta. L'Eusko, cercando di rivalorizzare l'economia locale e l'agricoltura contadina, partecipa in realtà a rendere invisibile il valore astratto, tuttora sempre soggiacente. In maniera ancora più disperata, il capitalismo ha bisogno di tali iniziative, portatrici di un senso a priori, per poter continuare a raschiare il fondo del sistema di valorizzazione.
Così, da una trentina di anni, attraverso il movimento di finanziarizzazione dell'economia capitalistica, la perdita di senso viene sempre più sottolineata da una pseudo-sinistra che non ha mai attaccato quelle che sono le fondamenta reali di un simile fenomeno. Non ne usciremo di certo, tentando di riaggiustare un equilibrio votato allo sperpero. Rivalorizzare le economie locali, alla fine, non significa altro che aumentare i consumi, aumentare quella produzione che nel mondo viene fatta su uno spazio sempre più ristretto. A partire da questo, alla fine, ogni produttore in più viene assorbito dalle categorie del capitale, ed il totalitarismo economico colonizza un altro po' le coscienze. Non è usando l'Eusko che l'agricoltore esce dal processo di valorizzazione, che l'operaio esce dallo sfruttamento, che l'umanità esce dal consumo. Questo slancio localista, culturale: nell'era della speculazione e della finanziarizzazione, è solo un nuovo modo di produrre del valore con la coscienza a posto.


Allora si tratta, per una pratica critica e sovversiva di colpire realmente e concretamente il capitale nella sua totalità, e non di continuare instancabilmente a mancare il bersaglio e a dormire sonni tranquilli la sera, grazie a queste pseudo-azioni. I nemici sono: lo Stato, la nazione, la politica, le merci ed il lavoro.
Cosa rimane da fare per noi, in una prospettiva di lotta anticapitalista e perciò anti-sovranista?
Il sabotaggio totale dell'economia.
È rifiutando totalmente le categorie sociali e di pensiero del capitale che una via d'uscita sembra possibile.
Rifiutare il lavoro, rubare, scioperare, occupare dei luoghi: pensare delle interazioni non astratte, sperimentare nuove forme di vita: è questo l'orizzonte verso cui andare.
Bisogna rovesciare la relazione con il tempo e con lo spazio, non accontentarsi più di una riflessione sui rischi, sui costi e sull'utilità; andare più lontano, giocare, fare secessione, insurrezione.

- Apparso su lundimatin#189, il 29 aprile 2019 -

NOTA:
[*1] - Parlare di separazione significa parlare del fenomeno della separazione dell'individuo da sé stesso e dagli altri, ma anche dell'insieme della società rispetto da sé stessa e dagli individui che la compongono. Noi viviamo nella separazione, poiché le nostre esistenze sono reificate, in quanto non abbiamo delle relazioni interumane, ma solo delle relazioni fra quelli che sono dei ruoli differenti: per esempio, produttore/consumatore, studente/professore, ecc., come spiega Mandosio nel suo «Nel Calderone del Negativo»: «L'ideologia dominante fa della separazione lo stato naturale, e di conseguenza legittimo, della società umana: la sua accettazione come una fatalità genera quella che è la sua riproduzione indefinita. Le differenti forme di critica parziale portano solo al rafforzamento della separazione, poiché non attaccano le basi stesse della distinzione dei ruoli sociali, ma solamente questa o quell'altra conseguenza. Solo una critica unitaria, che metta a nudo le fonti nascoste che rendono possibile la separazione, può aprire la strada ad una trasformazione globale della società. Non può esserci rivoluzione altro che totale; ogni impresa di sovversione parziale è un accomodamento con la separazione, che lascia sussistere, intatta. I tentativi rivoluzionari che non mirano al rovesciamento completo di questa società, finiscono per dare ad essa i mezzi di perpetuarsi e di modernizzarsi».

Cesare

«La fuga per mezzo dell'emigrazione è sempre stata la conclusione di ogni sconfitta delle classi subalterne. Anche negli anni '30 e '40 la Francia aveva visto sbarcare migliaia di italiani che fuggivano il fascismo. Era però gente che si riuniva, sbraitava, costruiva resistenza. Dei rompicoglioni, in fondo. Noi, invece, siamo stati gli unici immigranti "sans papier" che, pur di non farci notare, abbiamo accettato lo statuto dell'invisibilità.
Il silenzio delle barbabietole, sarebbe stato il titolo ideale per un romanzo sui rifugiati italiani di fine secolo. D'altronde, quando vivere non è altra cosa che accettare il rischio di passare da una delusione all'altra, fino all'ultima delusione, la buffonata finale, a che serve dimenarsi?»

(Cesare Battisti, da «Le Cargo sentimental»)

lunedì 6 maggio 2019

Epitaffi

La civiltà greca, forse più di ogni altra cultura antica, sembra aver avuto una particolare predisposizione a iscrivere quasi qualunque oggetto, prodotto, spazio utili a contenere lettere, frasi, veri e propri testi articolati, finanche componimenti poetici di altissima fattura. Centinaia di migliaia sono le testimonianze di epigrafi che la Grecia antica ci ha lasciato. Fra queste, un posto di rilievo occupano le epigrafi di carattere sepolcrale, e, fra queste, le epigrafi in versi. Commissionate soprattutto dalle famiglie più colte e facoltose, queste testimonianze aprono un orizzonte tutto da scoprire sulla civiltà antica: greca, ma non solo, visto che in lingua ellenica, sentita come la lingua della cultura e della poesia, sono realizzati anche epitaffi per uomini e donne romani, italici, o di altre aree del mondo antico. Sfogliare le “pagine di pietra” di questo affascinante repertorio mette di fronte il lettore a migliaia di individui: uomini e donne, bambini e anziani, che vissero e morirono nelle più diverse situazioni. Mette di fronte il lettore, in una parola, alla vita. I casi che ci rivelano colpiscono, a volte per la drammaticità degli eventi, altre volte per la serenità di chi ha saputo affrontarli, spesso per la disarmante attualità di tante sventure, di allora e di oggi. Testi reali, composti da poeti sconosciuti, per uomini e donne che hanno lasciato in tal modo il loro ricordo nei secoli: anziani che hanno concluso la vita con una vecchiaia serena e giovani morti prematuramente; naufraghi sfortunati e soldati gloriosi; fanciulle appena sposate che Ade ha strappato agli affetti e medici che, dopo aver curato altri, non hanno potuto curare se stessi. Il quadro che emerge dalle oltre duemila testimonianze è quello di una società multiforme e, per molti aspetti, simile alla nostra: una vera e propria Spoon River dell’antichità. Nel 1955 il grande epigrafista tedesco Werner Peek pubblicò la più importante raccolta, a tutt’oggi, di epigrammi sepolcrali greci, dall’età arcaica all’epoca cristiana. In oltre dieci anni di lavoro, Franco Mosino, grecista e linguista scomparso nel 2015, tradusse e commentò, per la prima volta al mondo, la raccolta del Peek. Emanuele Lelli, in collaborazione con un gruppo di studenti del Liceo Tasso di Roma, ne ha curato la revisione, l’aggiornamento e l’introduzione. La Prefazione di Giulio Guidorizzi poi apre orizzonti di lettura suggestivi, antropologici e letterari. Un’opera, dunque, che rende finalmente disponibile al pubblico italiano un materiale imponente per quantità, e particolarissimo per contenuti: un insostituibile strumento per ogni studioso di antichità classiche, ma anche un affascinante viaggio nel quotidiano dei Greci, per il lettore curioso di oggi.

(dal risvolto di copertina di: Epitaffi Greci. La Spoon River ellenica di W.Peek. Bompiani)

E liberaci dalla vita eterna Amen
- di Silvia Ronchey -

La morte non è uguali per tutti. C’è una morte cristiana e c’è una morte pagana. La prima è un transito dalla vita terrena alla vita eterna. La seconda è un transito nel buio, “un cammino di tenebra”, per citare Catullo, “da cui non torna indietro nessuno”. Secondo l’uomo che predicò in Galilea, e che le fonti chiamano Gesù, dopo la morte ci sarà un’altra vita, e non solo, ma persisterà anche il nostro io. Contrariamente alle più ardite congetture dei mistici e dei filosofi ellenici, orfici, pitagorici e platonici, l’anima né perderà memoria di sé per reincarnarsi in altro essere vivente, pianta, bestia, uomo che sia, né verrà riassorbita nel grande alveo dell’anima  del mondo, secondo il processo evocato dai neoplatonici greci, la cui migliore raffigurazione è fornita dai mistici islamici nella cupola della moschea di Sheikh Lotfallah a Isfahan.
Nella civiltà cristiana invece, che in parte attingeva a precedenti religioni misteriche, l’immortalità è concessa all’anima individuale, che risorgerà nel proprio corpo, secondo un mistero di cui è figura e promessa la resurrezione di Cristo: l’evento sacro che da duemila anni celebriamo nel giorno di Pasqua, in concomitanza con quella festa ancestrale di rinnovamento primaverile della natura che da sempre e in più civiltà si colloca in questo periodo dell’anno. “Con la morte hai calpestato la morte”, recita l’inno pasquale bizantino che ancora si canta nel mondo ortodosso. “Morte, dov’è il tuo pungiglione?”, esultava san Paolo. Ma già all’epoca qualcuno si lamentava. Il primo resuscitato, per esempio: Lazzaro. Le leggende popolari lo vogliono smarrito nella sua immortalità, senza pace. Le intercetterà un grande interprete del folklore globale, il poeta irlandese William Butler Yeats, nel poema Calvary, in cui Lazzaro rimprovera a Cristo: “Mi hai tratto alla luce come i ragazzi strappano un coniglio / fuori dalla sua tana quando l'hanno distrutta. / Pensavo che sarei morto / quando gli anni a me assegnati fossero scaduti. / Ora accecherai con la luce la solitudine / che la morte aveva creato; disturberai quell'angolo / dove avevo creduto di poter giacere al sicuro per sempre”.
Naturalmente il messaggio evangelico si può leggere in più modi. Il regno dei cieli può alludere a un altro regno, la resurrezione dalla morte a un altro risveglio. Ma non per quello che i primi filosofi cristiani chiamavano ‘il popolo’ e che per duemila anni avrebbe preso alla lettera la promessa di una morte sconfitta per ciascuno di noi dalla vita eterna. Lazzaro si aspettava l’altra morte, quella pagana — così la chiamerebbero i primi cristiani — o ebraica o ellenica, che è del tutto diversa. In quel mondo, in cui la vita eterna non esisteva — se non in forma di sogno, incantesimo, fabula, leggenda scissa da ogni metafisica o filosofia della vita —, la vita terrena risultava intensificata. Lo testimonia un volume letteralmente monumentale: la raccolta degli oltre duemila epitaffi greci allestita dal grande epigrafista tedesco Walter Peek, pubblicata in italiano da un’équipe di giovani grecisti guidata da Emanuele Lelli, che ha revisionato e aggiornato il lavoro decennale di traduzione e commento di uno studioso da poco scomparso, Franco Mosino (Bompiani, 1516 pp., 55 €).
La visione della morte precristiana che emerge dalla formidabile Spoon River ellenica di Peek, dalle voci di queste “migliaia di esseri umani posti di fronte alla barriera alzata dalla morte”, da questo “pulviscolo di vite che si sarebbero annullate”, come scrive nella sua prefazione Guido Guidorizzi, se qualcuno non avesse inciso i loro nomi e pensieri in queste pagine di pietra, ci dice molto della vita e del suo senso prima dell’avvento di un’unica e pervasiva religione di promessa e speranza. Moltitudini di umani, prima del regno dell’imperatore Tiberio, sotto cui predicò e morì Gesù Cristo, vivevano la vita senza illusioni: “Non c’è nell’Ade la barca, non c’è il traghettatore Caronte, / non c’è il guardiano Eaco né il cane Cerbero: / ci siamo invece noi, tutti noi di quaggiù, i morti, / che diventammo ossa, cenere, e non c’è un briciolo d’altro”, recita l’epigramma funerario di un liberto romano. Oppure: “Ahimé, non c’è logica riguardo ai mortali, ma come animali / siamo governati da una vita meccanica, oppure dalla morte”. In una tomba di Cipro, nel IV secolo a.C., Onaso dichiara: “Qui giaccio io, ma non capisco perché”. Nel III a.C. un defunto di Rodi: “Vi consegno una morte da talpa”. Giuliana, otto anni, presso Ravenna, fine III d.C.: “Un tempo Ermes / usò il guscio della tartaruga come strumento musicale: io nella tenebra faccio risuonare / un canto cupo, sono io la tartaruga”. Quasi sempre, nei testi in definitiva più banali, l’evocazione della morte sfocia nell’esortazione a non perdere nulla del vivere, a non distrarsi, ad assaporare la vita momento per momento: “Guarda e fermati: /osserva questa immagine, vedi la tua fine / e usa la vita non come se dovessi vivere per sempre”. Oppure: “Vivi per vivere, quaggiù non avrai / fuoco da accendere. /Sperimenta tutto. / Da qui nessuno, dopo morto, si sveglia”. Ma in questi testi, e in generale nel mondo cosiddetto pagano, c’è di più. C’è il senso di una vita che, còlta nell’attimo, contiene più bellezza e più poesia. C’è il lamento per “la cenere caduta sui tuoi pepli non ancora profumati, / sulle corone di fiori, sui tuoi libri”. C’è il pianto cadenzato come il grido dell’alcione di una madre che non riesce a risvegliare la figlia “smarrita senza meta sulle gelide sabbie / del Cocito dalla corrente rimbombante”. Alla fine del suo epitaffio una baccante si definisce: “Una che sa l’importanza del bello”. Il mondo contemporaneo è affetto da una scissione. Da un lato, la prevalente visione che gli antichi avevano della morte come dissoluzione nel nulla non è lontana da quella che la cosiddetta secolarizzazione, e comunque la filosofia esistenzialista che ha dominato gli ultimi due secoli di pensiero occidentale, hanno oggi diffuso nella cultura e nella psiche di molti. Ma questa visione spesso, nei singoli, convive con i residui della speranza popolare cristiana, depositati nel fondo dell’anima collettiva da secoli di tradizione educativa e retaggio familiare, troppo numerosi per dissolversi del tutto e in tutti. La duplicità produce conflitti, consci e inconsci, turbamenti, oscillazioni e in ultima analisi quello che nel lessico quotidiano si è soliti chiamare, non senza improprietà, nichilismo.
Ma non era certo nichilistica la visione degli antichi — stoici, epicurei, cinici, scettici, oltreché pitagorici e platonici — né la loro regola di vita. La loro severa, coerente morale non era imposta da una promessa di remunerazione dopo la morte, ma era autonoma, fine a sé stessa, elaborata per rendere più gratificante la vita, per darle quel minimo di senso altrimenti assente. La vita senza immortalità era forse più equilibrata, più intensa, più poetica, più intrisa della necessità e capacità di “sapere l’importanza del bello” di cui parla nel suo epitaffio l’antica baccante.
Mezzo secolo prima del Lazzaro di Yeats, un poeta vittoriano, Algernon Swinburne, scrisse un inno a Proserpina, la regina degli inferi, che immaginò pronunciato all’imperatore Giuliano poco dopo la definitiva vittoria della religione cristiana: “Vicisti, Galilaee”, “Hai vinto, Galileo”, si leggeva in exergo. A Cristo rimproverava di avere sottratto agli umani la morte, e con la morte la vita: quel senso pagano del vivere che la promessa di resurrezione cancellava, quella sensualità della caducità, così intrinseca alla letteratura antica. “Vuoi prenderti tutto, Galileo? Ma questo non potrai prenderlo:/ il lauro, le palme e il peana, / la danza delle Ore come un’unica lira, / le corde crepitanti come scintille di fuoco. / Poco viviamo. Perché non più pienamente possibile?” Una pienezza inscindibile dalla finitezza, quasi un’invocazione di mortalità: liberaci dalla vita eterna, amen.

- Silvia Ronchey - Pubblicato su Repubblica del 18/04/2019 -

domenica 5 maggio 2019

La verità assoluta della bestemmia

Il libro contiene due racconti. Il primo di Maturin è la storia di un uomo, Melmoth, che ha fatto un patto col diavolo: in cambio dell'anima ottiene il prolungamento della vita. E se riuscirà a trovare chi condivida la sua sorte eviterà la dannazione. Il patto risale al XVII secolo e in una serie di episodi, generazione per generazione, Melmoth ottiene solo rifiuti: anche il prigioniero di un manicomio, anche una vittima dell'Inquisizione, nessuno accetta il suo patto. Altro filo conduttore è rappresentato dai suoi amori con la giovanissima Isadora (la sposerà per mezzo di uno spettro e ne ucciderà in duello il fratello...). La ricchezza di scene di terrore e di raccapriccio ha contribuito a farlo diventare un autentico bestselter internazionale. Dimostrazione ne è il secondo racconto contenuto nel volume scritto da Honoré de Balzac: "Melmoth riconciliato", che costituisce quello che in termini cinematografici è un "sequel". Nella classica ambientazione del mondo finanziario parigino (la Casa Nucingen), un cassiere disonesto che sta per fare un grosso ultimo colpo per poi fuggire, viene sorpreso dall'arrivo di un inquietante personaggio: John Melmoth che gli propone l'ormai consueto patto. Il cassiere accetta ma dopo una breve ebbrezza si accorge di aver fatto un pessimo affare e torna a cercare Melmoth ma scopre che, riconquistata l'anima, è morto santamente riconciliato con Dio. Non gli resta quindi che cercare una nuova vittima: la troverà nel banchiere Claperon, minacciato dal fallimento.

(dal risvolto di copertina di: "Melmoth l'errante-Melmoth riconciliato", di Charles Robert Maturin,Honoré de Balzac. Utet)


Il patto con dio e il diavolo dell'infernale Melmoth
- di Pietro Citati -

Oggi il Melmoth del reverendo Charles Robert Maturin, scritto nel 1820, è completamente dimenticato. Chi legge più questo capolavoro "gotico"? Ma il Melmoth spagnolo ed inglese continua ad essere un libro eccezionale. L'aveva detto meravigliosamente Baudelaire: «Che cosa vi è di più grande, di più potente relativamente all'umanità, di questo pallido e annoiato Melmoth? Eppure vi è in lui qualcosa di debole, abbietto, antidivino e antiluminoso. Melmoth è una contraddizione vivente. È uscito dalle condizioni fondamentali della vita e i suoi organi non sopportano più il pensiero». Melmoth è forse il personaggio più molteplice e ricco dei suoi anni. Cupo, formidabile, grottesco: ma anche, stranamente, una ragnatela, un cavastivale, un crocefisso, una pendola; che anticipava gli oggetti assurdi e smarriti di Lautréamont e insieme Faust, e Don Giovanni, e un Ebreo Errante che ha scritto il più orribile patto con Dio e con il diavolo: vittima orgogliosa e presuntuosa dell'Inquisizione, Sibilla Tenebrosa. Dappertutto, con una frequenza ossessiva, appaiono frati empi e ridicoli che assomigliano a super diavoli, a mostruosi super frati.
Melmoth è pieno di pensieri, gemiti e rantoli e inquietudini e insulti: anticipa stranamente le fantasie di Conrad - mentre un'altra tremenda donna, Isidora, lo accompagna ogni istante e in ogni fallimento delle sue imprese. Alla fine l'orribile Malmoth si salva: cede, cade e si salva: i frati si salvano; Dio si salva e si condanna mentre condanna sé stesso: Uomo Errante.
Capisco di aver raccolto contraddizioni, amore di contraddizioni, odio di contraddizioni, fuoco di contraddizioni. Robert Maturin è posseduto da un'ansia di vanità - e forse di verità. Ma come il suo personaggio, Melmoth, egli è anche, follemente, una ragnatela e un cavastivale. Tutte le cose balzano verso tutte le direzioni. Il diavolo è un purissimo uccello: nuvole sporche di sterco: ecco uno spettro, il bestemmiatore (solo la bestemmia esprime la verità assoluta) fiero, orgoglioso, inquietante, frivolo, misantropo: capo e vittima della Suprema Inquisizione, vivo, morto, moribondo. Più che moribondo, esaltandosi e offendendosi a vicenda in un balzo vertiginoso (che spesso non riusciamo a comprendere) il Melmoth appartiene al regno affascinante dell'incomprensibile. È - come lo spettro, ripetiamone i tratti - un bestemmiatore: fiero, orgoglioso, inquietante, tragico, frivolo, misantropo, vittima e capo della Suprema Inquisizione, capace di essere un assassino - in primo luogo di sé stesso - sfacciato, ipocrita, mille volte riflesso nello specchio offuscato di una stanza offuscatissima, tuffato nelle onde del mare, legato a una donna più terribile di lui o alle onde del mare.
Comprendo di aver raccolto, con l'aiuto di Maturin, sciocchezze e contraddizioni. Nella sua ansia di vanità (ma anche di verità), si oppone a qualsiasi opposizione, contrasta qualsiasi contrasto. E, come un oggetto illogico e impossibile è anche una ragnatela. Se tutte le cose balzano verso tutte le direzioni, tutto quello che leggiamo balza verso l'abisso. Tutto si ripete e si rovescia, in copie e variazioni riflesse. Il diavolo è un uccello rarefatto, i pensieri purissimi sono nuvole insozzate, la noia è letizia, più spesso la letizia è orribile noia. Tutto è tutto, è il contrario di tutto, ammesso che la parola "tutto" abbia un senso qualsiasi (e non significhi cavastivali). Il diavolo è Dio, Dio è il diavolo. Melmoth è un oratore, un tremendo torturatore, che angoscia con la sua "risata satanica" la quale ricorda quella di Faust. È un gesuita, un volgarissimo uomo di teatro, un ipocrita, un enigma. Ma è sempre, al fondo, uno spettro. Per usare una sola parola, Melmoth è un Uomo Errante, è un ritratto di sé stesso, straniero. Alla fine, è impossibile distinguere Dio, diavolo, frati gravi e frivoli e un'ironia che si beffa continuamente di sé stessa. Come è possibile in questo caso parlare di ironia? Melmoth è un'ironia che conosce tutte le forme di sarcasmo.
Ma almeno nella vita, Maturin non ebbe fortuna. Pochi anni dopo il suo libro, moriva, ucciso da una dose mortale di arsenico preso per errore. Ma era davvero uno sbaglio? O questo sbaglio comprendeva la sostanza comprensibile e incomprensibile dell'universo?

- Pietro Citati - Pubblicato su Repubblica del 15/4/2019 -

sabato 4 maggio 2019

Leggere il manuale …

Imprese da manuale
- Intervista a Maurizio Ferraris di Marco Bracconi -

Perché un ragazzo del liceo dovrebbe studiare filosofia? «Perché la mente non funziona come i sensi: un formaggio dal gusto forte anestetizza le papille e cancella quello più delicato. L’intelletto invece fa l’opposto: quando prova un pensiero forte, diventa più abile in tutto, anche nell’affrontare questioni accidentali, transitorie. Vuole un esempio? Leggere la Metafisica di Aristotele aiuta a fare un cruciverba, il contrario no». La filosofia serve. E serve ancora di più in tempi frenetici e cangianti. Per questo Maurizio Ferraris, il filosofo del nuovo realismo e della documedialità, è tornato al liceo. Non da studente, ma da autore di un pacchetto di manuali fortemente innovativi. Si chiamano "Pensiero in movimento" (Paravia, gruppo Pearson Italia): salti temporali e interdisciplinari, articoli di giornale, esercitazioni, simulazioni, app digitali e interviste allo stesso Ferraris. « La filosofia apre strade oltre sé stessa. Comprenderla vuol dire formare le competenze del futuro. Qualsiasi esse siano. Pensi a Sergio Marchionne o a Franco Tatò, manager globali, entrambi laureati in filosofia».

Immaginiamolo, questo ragazzo del liceo che studia la storia del pensiero.

«Un grande del ’900, Jacques Derrida, mi raccontò che dopo gli studi alla Normale Superiore di Parigi, luogo formalissimo, era andato a Harvard ed era rimasto scosso da uno studente che, stravaccato sull’ultimo banco, alzò la mano e disse al professore: “Signore, su questo punto sono in disaccordo con Platone”. È l’atteggiamento giusto nei confronti della filosofia. Purché si sappia che cosa ha detto Platone...».

Il “movimento” del titolo è la cifra del tempo o della storia filosofica?

«È la cifra dell’umanità. Non abbiamo idea se gli elefanti abbiano storicità, potrebbe essere, visto che hanno la memoria. Ma nulla ci lascia pensare che evolvano culturalmente: sono sempre vestiti allo stesso modo, non hanno libri, non modulano diversamente i barriti. Certo, sono diversi dai mammut, ma meno di quanto un umano di oggi sia diverso dal bisnonno. Per capire questo movimento bisogna saper vedere da lontano meglio che da vicino. Questa presbiopia è ciò che cerco nella filosofia. E su questa linea mi sono mosso con chi mi ha aiutato in questo lavoro: Enrico Terrone, Daniela Tagliafico, Alessandra Saccon».

Nei suoi manuali si rispetta la cronologia. Poteva essere altrimenti?

«Molti sostengono di sì, ma come metti insieme tanti autori se non raccontando una storia di famiglia? Kant che generò Hegel che generò Nietzsche… Con molti Edipi (i filosofi sono litigiosi) e poche Giocaste (la filosofia è stata a lungo monopolizzata da uomini). Poi certo la storia di famiglia non basta».

E infatti, spesso, quest’ordine viene integrato con incursioni nella contemporaneità. Per esempio mettendo a confronto quello che diceva Pitagora sulla matematica e quello che oggi dice Carlo Rovelli.

«Esatto. Non basta dire che Kant era stato impressionato da Newton e da Hume. Bisogna prendere sul serio la Critica della ragion pura, metterla alla prova con lo stato attuale delle conoscenze, e poi magari scoprire che molti conti non tornano».

Avete addirittura inserito articoli apparsi sui giornali. Come nel caso di Massimo Cacciari.

«Qui la risposta ci viene servita su un vassoio d’argento da Hegel che, dopo aver pubblicato la Fenomenologia dello spirito, diresse un piccolo quotidiano, la Gazzetta di Bamberga: la filosofia è il proprio tempo compreso con il concetto. Il che, se ci pensiamo, è un buon motto non solo per un filosofo, ma anche per un giornalista».

Il cuore dei manuali è il racconto classico delle “ filosofie”: nel suo è arricchito da rimandi ad altre discipline, connessioni tra autori e salti temporali. Il testo è ricco di link. Molto internettiano, no?

«Sì, ma solo nella misura in cui il web non è una mutazione genetica che determina una nuova specie. Il web, come ogni trasformazione tecnico- sociale, il capitalismo industriale, la falange macedone o l’invenzione del fuoco, non è alienazione che ci porta lontani da ciò che noi siamo veramente: è piuttosto rivelazione della nostra essenza. La tecnica, come in una processione, porta alla ribalta cose antiche: Aristotele diceva che l’uomo è un animale dotato di linguaggio e il telefonino lo ha dimostrato a oltranza. Specie nei vagoni silenzio di Trenitalia».

Il punto di vista dell’arte è una delle strutture “fisse” di rimando interdisciplinare. Si può capire Nietzsche anche attraverso un quadro di Matisse. Perché l’arte e non il cinema o la letteratura, per esempio?

«Cinema e letteratura sono rappresentati, ma l’arte visiva lo è un po’ di più perché permette di cogliere un concetto con un solo colpo d’occhio. La trasformazione del gusto in età alessadrina, che è anche il trapasso da Platone e Aristotele agli Stoici e agli Epicurei, si può spiegare con una immagine del Laocoonte o con la lettura delle Argonautiche di Apollonio Rodio. Solo che nel secondo caso serve molto più tempo, e mentre gli studenti leggono le Argonautiche il professore di filosofia è già arrivato a Tommaso d’Aquino».

La scrittura filosofica. Al tempo dell’emoticon si possono gustare i testi di un Erasmo o di un Hegel (che lei propone, ovviamente tradotti)?

«Mi verrebbe da rispondere come Mario Praz quando gli chiesero se avesse letto Guerra e pace in russo: “Certo, mica è scritto in turco!”. Nell’età del telefonino e del tablet non siamo regrediti ( e se lo siamo è colpa nostra e non sua). I nuovi metodi espressivi si aggiungono, non sostituiscono. Apparirebbe futile andare a insegnare agli studenti l’uso delle faccine ( è un concetto balordo di modernità), ma come professori possiamo insegnargli ad apprezzare testi che vengono dal passato ma che illuminano il presente. E poi tutti quanti, studenti e allievi, possiamo continuare serenamente con le nostre faccine».

Il “ pubblico” a cui si rivolge è abituato alla vulgata delle frasi filosofiche che viaggiano via meme sui social.

«Quei meme stanno alla filosofia come le reliquie stanno alla santità. E, come le reliquie, sono tutt’altro che inutili. Da giovani le immagini contano. Io ho deciso di fare filosofia guardando la scena del Conformista di Bertolucci in cui il professore antifascista racconta il mito della caverna di Platone».

Auto-interviste. Mappe. Test. Esercizi di logica: uno sforzo titanico per rendere ciò che sembra astratto più concreto agli occhi di un ragazzo?

«Sembrano auto-interviste ma non lo sono: non mi sono fatto una domanda e dato una risposta, sono stati i collaboratori della casa editrice a pormi i quesiti. Lo scopo è spezzare un testo e mostrarne la complessità in modo non anacronistico. Quanto alle mappe, io ricorro spesso a schemi per organizzare libri, articoli, lezioni, e il primo beneficiario di questo sono io. Infine, i test e gli esercizi di logica: sarebbe ben strano che un insegnante di matematica, dopo aver spiegato cos'è una moltiplicazione, non chiedesse agli studenti di fare delle moltiplicazioni. Perché in filosofia non deve succedere?».

Per questo propone alle classi di simulare dibattiti o petizioni sui social, tecniche concrete di intervento filosofico nel reale?

«È necessario. C'è chi dice che istruendo filosoficamente i cittadini avremmo una piena democrazia: non ne sono sicuro, perché i conflitti politici nascono di solito da interessi contrapposti e non da errori di ragionamento. Ma addestrarsi a fare buoni ragionamenti, in contatto con esperienze di pensiero di menti illuminate, è importante. La filosofia non ci ha salvato dal fascismo, ma quando gli ufficiali che avevano giurato fedeltà allo Stato decisero di uccidere Hitler, come riuscirono a superare la contraddizione tra parola data e interesse dell'umanità? Con la giustificazione del tirannicidio in San Tommaso».

Fare per capire, insomma?

«Sì. Platone proponeva l'immagine patetica del filosofo che dopo aver contemplato il sole delle idee ritorna nella caverna e non si raccapezza nell'ombra: tanto valeva allora starsene nella caverna, senza ricorrere a questo argomento da politico trombato. Su questo punto, come lo studente di Derrida, "non sono d'accordo con Platone". Ha molto più ragione Aristotele, che - come dicevo all'inizio - osserva che mentre i sensi, quando hanno assaporato il più forte, non percepiscono il più debole (l'esempio del formaggio), l'intelletto, se ha pensato al livello più alto, diventa anche più bravo nel comprendere il livello più basso».

Che differenza c'è tra divulgare concetti filosofici, come lei fa spesso al pubblico degli appassionati ai festival, e insegnarli?

«La differenza non sta in quello che dico, ma in come mi sento io nel dirlo. Quando parlo ai festival, lo faccio per un'ora: il danno, se c'è, non è grave. Ma a lezione sento su di me la responsabilità di giovani che mi sono affidati per almeno trentasei ore. E poi ricordo ancora il sarcasmo con cui io e i miei compagni giudicavamo i nostri professori... Per anni sono entrato in aula dicendomi: "Mi smaschereranno"».

Non vi siete risparmiati sulle biografie dei filosofi. Perché?

«Perché era la prima cosa che leggevo dei filosofi da studente».

Faccia finta che io abbia quindici anni. E mi convinca in quattro righe che mi può essere utile sapere cos'è l'essere parmenideo.

«Quando un burlone viene a dirci che ha abolito la povertà dimostra di avere poca dimestichezza con la legge secondo cui l'essere è e il non essere non è, e che non basta una parola per far scomparire una cosa».

Fuori i nomi: il filosofo antico e quello della modernità più utili per dare a un ragazzo strumenti di comprensione del reale.

«Aristotele e Leibniz. Aristotele, perché ha dimostrato che la filosofia può occuparsi davvero di tutto. Rispondendo a problemi tipo: Perché sudano i piedi? Perché il freddo fa venire la pelle d'oca? Perché la ginnastica fa dimagrire? Questi e infiniti altri quesiti sono affrontati nei Problemata, un testo attribuito probabilmente a torto ad Aristotele, ma che sicuramente tratta problemi dibattuti nella sua scuola. Come dire che la ricerca non ha mai fine. E Leibniz, perché ha capito tutto del web con tre secoli di anticipo. Sino a pochi anni fa capire di cosa parla quando parla di monadi era un'impresa disperata. Il professore descriveva la monade come una forza senza porte né finestre che rappresenta l'universo dal proprio punto di vista. A cosa si riferiva? La costernazione si diffondeva per la classe, i più audaci avevano voglia di chiedere chiarimenti, ma non è detto che lo statuto della monade fosse chiaro al professore. Però oggi (e sono i miracoli della filosofia, se vogliamo, e della tecnica) si è capito cosa siano le monadi. Siamo noi: forze spesso animate dal risentimento che si rappresentano il mondo intero dalla loro prospettiva; che non hanno porte ma solo una finestra: lo schermo del loro telefonino; e che litigano perché, diversamente che nella visione che aveva Leibniz, il web non è governato dall'armonia, anzi, si direbbe il contrario. Ovviamente Leibniz non pensava a internet ma all'assetto metafisico del mondo, non a un contesto tecnologico-sociale. Ma, visto che è anche uno dei numi tutelari della riflessione che ha portato alle AI, non sorprende che tra la sua metafisica e la nostra società ci sia una impressionante analogia».

Consigli al professore che adotterà questa manualistica?

«Non sia rispettoso. È solo un palinsesto e un promemoria. Con questo sono consapevole di aver dato una ingiunzione impossibile, l'ingiunzione di non rispettare l'ingiunzione. Ma so anche che studenti e professori se ne infischieranno delle mie ingiunzioni, ed è per questo che chiudo questa intervista a cuor leggero».

- Marco Bracconi - Pubblicata su Repubblica del 24/2/2019 -

venerdì 3 maggio 2019

Oltremare

L’ordine globale dei pezzi di patria di là dal mare
- di Franco Farinelli -
  

Una delle ragioni per cui Kant non volle mai trasferirsi a Berlino, forse la principale, fu che a differenza di Königsberg a Berlino non c’era il mare. Proprio al tempo di Kant, almeno in Occidente, terra e mare divennero idealmente la stessa cosa, ambiti non più opposti ma coerenti tra loro, per la prima volta un continuo. Ma allo stesso tempo iniziò a svanire ogni ricordo di come il nuovo modello del mondo fosse frutto delle secolari fatiche dei marinai. Con la sua Histoire Physique de la Mer, Luigi Ferdinando Marsigli (1658-1730) aveva cancellato, all’inizio del Settecento, ogni idea della distesa marina come abisso insondabile, come infinito sprofondo, iniziando a dargli misura. Alla fine del secolo Alexander von Humboldt salperà dalla costa spagnola per dimostrare il parallelismo degli strati geologici europei con quelli di là dall’Atlantico: la terra emersa riprendeva il sopravvento, come oggetto d’indagine, sull’intera vastità dell’orbe terracqueo, come allora il nostro pianeta (la cui estensione è per due terzi liquida) iniziava a essere chiamato.
Kant però mantiene precisa coscienza di quanto, dal punto di vista cognitivo, si deve all’arte marinaresca. A proposito di tale debito egli si esprime, come al solito, in maniera inequivocabile e insieme sottilmente cifrata, con un linguaggio chiarissimo ma simultaneamente allusivo. E lo fa, tra Marsigli e Humboldt, nella celebre prefazione alla seconda edizione della Critica della ragion pura, a proposito di quella che lui chiama «la più sicura via della scienza». Che consiste, per lui, nel rivolgere alla natura soltanto quelle domande di cui si è preliminarmente costruita, per mezzo di uno schema geometrico, la possibilità della risposta stessa, perché «la ragione vede soltanto ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno». E ciò va inteso alla lettera: colui che per primo trovò la strada dell’autentico percorso scientifico fece, secondo Kant, una scoperta ancora più importante di quella fatta da chi per primo doppiò il capo di Buona Speranza, il portoghese Vasco da Gama (di cui però egli tace il nome). E l’omissione ha funzione introduttiva, appunto, rispetto all’allusione con cui l’intero periodo culmina, rispetto al nome soltanto indirettamente evocato, che però regge, per assenza, l’intero ragionamento: il nome di Cristoforo Colombo, l’unico cui di fatto da Gama risulta secondo nella ricerca della via delle Indie. Quel che qui importa del discorso di Kant è l’assoluta, letterale coincidenza tra la via della scienza e quella del percorso marittimo, anzi della sua pratica. In base a tale coincidenza il «disegno» che la ragione produce, pur essendo effetto dell’astrazione, non è affatto in sé qualcosa di astratto ma coincide con la rappresentazione cartografica, con la mappa, l’agente e il veicolo della rivoluzione marinara. Rivoluzione che tra Quattrocento e Cinquecento diede nuova figura alla Terra, imponendo su di essa il modello spaziale, retto sull’idea che la relazione decisiva per il funzionamento delle cose sia la loro distanza, da calcolarsi perciò in modo geometrico e matematico, dunque il più preciso possibile.
Nasce così la modernità, per cui (proprio al contrario di come a scuola ci hanno lasciato intendere) la faccia della Terra diventa la copia della mappa, del kantiano «disegno» scientifico e razionale. Vasco da Gama navigava ancora a vista, in base alla tradizionale esperienza, il più possibile accosto alla costa africana. Colombo invece è il primo ad affidarsi anzitutto allo schema cartografico (la Carta dell’Oceano del Toscanelli) e a pretendere che la realtà, a partire da quella ancora sconosciuta, si conformi ad esso. Ecco perché egli non comprende nulla di quel che fa e inventa senza volerlo né saperlo un mondo nuovo, e con esso mette al mondo una nuova epoca. I moderni chiameranno «proiezione» la tecnica in grado di trasformare per via matematica e geometrica la sfera terrestre in una serie di carte geografiche, messa a punto da Tolomeo nel II secolo dopo Cristo e riscoperta in Occidente all’inizio del Quattrocento. Il suo primo e più vistoso risultato sarà la costituzione dello Stato moderno, il cui territorio si configura ancora oggi come una mappa, un dispositivo euclideo retto dalle proprietà che nella geometria classica specificano la natura appunto geometrica di un’estensione: la continuità, l’omogeneità e l’isotropismo, per il quale tutte le parti di cui essa si compone sono orientate nella stessa direzione. Ma, una volta riconosciuta e affermata la propria identità, proiettiva sarà anche la logica degli Stati europei stessi, intesa come materiale appropriazione di lontani territori secondo il codice (esattamente contrario a quella della propria costituzione) della discontinuità e dell’eterogeneità: il capitolo della storia che in termini moderni abbiamo conosciuto sotto il nome di colonizzazione, in parte sopravvissuta anche alla successiva decolonizzazione della seconda metà del Novecento. Spiegava Carl Schmitt che la suddivisione politica del nostro pianeta discende da due originari concetti, dietro i quali agiscono potentissimi e violenti processi: la localizzazione e l’ordine . Quella che ora chiamiamo globalizzazione ricombina la loro relazione secondo la logica della polarizzazione, perché — a differenza della mappa — il globo si articola sulla duplicità dei poli. Così proprio la natura della relazione tra Stati continentali e territori di là dal mare, con la contraddizione di cui essa è espressione, rivela la prima forma, quella arcaica, dell’ordine territoriale globale che oggi avanza. E che vale non soltanto per l’Europa, ma per tutti i continenti.

- Franco Farinelli - Pubblicato sul Corriere del 30/12/2018 -

giovedì 2 maggio 2019

Hammett

Dashiell Hammett, processo all’America in formato noir
di Giancarlo De Cataldo

I romanzi del grande scrittore statunitense, ambientati tra le strade violente e specchio della crisi del 1929, hanno cambiato per sempre il genere perché qui a essere colpevole non è il solito maggiordomo ma l’intera società. «Hammett», ha scritto Raymond Chandler, «restituì il delitto alla gente che lo commette per ragioni vere e solide, e non semplicemente per procurare un cadavere ai lettori, e lo fece compiere con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali. Mise sulla carta i suoi personaggi com’erano e li fece parlare e pensare nella lingua che si usa, di solito, per questi scopi». C’è un prima Hammett e un dopo Hammett, nella storia del romanzo poliziesco. E c’è una data precisa, che fa da spartiacque fra il classico e il moderno: il 1929. L’anno in cui William Burnett, un giovane contabile, e Armitage Trail, più o meno suo coetaneo, scoprono la mafia italo-americana di Chicago e ne raccontano il suo massimo esponente, Al Capone, in due romanzi di grande successo, Piccolo Cesare e Scarface, sui quali immediatamente si avventa Hollywood. Ma niente di questo avrebbe influito sul futuro del romanzo poliziesco quanto le opere di Dashiell Hammett. Originario del Maryland, famiglia metà francese e metà scozzese, Hammett scriveva racconti da anni ed era approdato alla corte dell’editore Joe Shaw e della rivista Black Mask, la maschera nera a cui va il merito — cronologico — dell’invenzione della "scuola dei duri". Hammett era stato dipendente dell’agenzia investigativa Pinkerton, e girava voce che si fosse dimesso quando gli era stato proposto di uccidere un sindacalista: alla Pinkerton non si respirava propriamente un clima progressista. Piombo e sangue, Il bacio della violenza e Il falcone maltese, editi fra il 1927 e il 1930, costituiscono una formidabile trilogia, nel corso della quale l’originario protagonista, un anonimo Continental Op evolve in Sam Spade, il primo dei detective moderni. Hammett immagina Sam Spade molto diverso dall’Humphrey Bogart che lo avrebbe interpretato. Spade ha «il mento come una V appuntita sotto la mobile V della bocca. Le narici disegnano un’altra V più piccola. Ha occhi giallo-grigi, orizzontali» ed è stempiato, e rassomiglia «in modo abbastanza attraente a un diavolo biondo».
Se mai uno scrittore ha incarnato lo spirito del tempo, quello è stato Hammett: perché non è un caso se l’hard boiled nasce nell’anno della crisi di Wall Street, quando il crollo della Borsa convince anche i più scettici che non si vive nel migliore dei mondi possibili e che accanto al buon vecchio assassino di un volta (magari il maggiordomo) sul banco degli imputati rischia di finirci l’intera società.
Non a caso Piombo e Sangue è ambientato in un immaginario luogo denominato Poisonville: la città avvelenata. Molto simile alla Mahagonny di Bertolt Brecht e Kurt Weill, così come l’alleanza fra malavitosi e potenti corrotti di un altro romanzo di Hammett, La chiave di vetro, ricorda assai da vicino L’opera da tre soldi. È ancora una volta Chandler a cogliere il punto, quando osserva che Hammett «descrive un mondo in cui i gangster possono governare le nazioni (...) alberghi e famosi ristoranti appartengono a individui che si sono arricchiti con le case chiuse (...) una diva dello schermo può essere l’agente segnalatore di una banda di malviventi (...) un giudice con una cantina traboccante di alcool di contrabbando può mandare in galera un uomo che ne aveva mezzo litro in tasca (...) e in ogni caso l’azzeccagarbugli della difesa ha il diritto di insultarvi e coprirvi di fango di fronte a una giuria di minchioni assortiti, senza il benché minimo intervento da parte di un giudice impegolato con la politica». Un mondo «poco fragrante», ma è «il mondo in cui viviamo», e quindi non raccontarlo sarebbe delittuoso. All’apice della fama, Hammett si trasferisce a Hollywood. Dai suoi romanzi vengono tratti film, e L’Uomo Ombra, felice incursione nella commedia, origina una serie molto amata dal pubblico. Negli anni della caccia alle streghe scatenata dal senatore McCarthy paga l’iscrizione al Partito Comunista e il coraggioso rifiuto della delazione, per morire, stanco e malato, nel 1961. Post mortem, nel 1977, Hammett è protagonista di Giulia, il film di Fred Zinnemann che rievoca la sua passionale love story con la commediografa Lilian Hellman (lo scrittore è impersonato da Jason Robards, dinoccolato e con whisky d’ordinanza) e di Hammett - Indagine a Chinatown (1982), commosso omaggio di Wim Wenders (interprete Frederic Forrest). A suoi romanzi si ispirano i fratelli Coen per Crocevia della Morte, e, secondo alcuni, Kurosawa per La sfida del Samurai. A lungo, infine, Bertolucci vagheggiò il progetto — ahinoi mai realizzato — di portare sullo schermo Piombo e sangue.

- Giancarlo De Cataldo - Pubblicato su Repubblica del 27/4/2019 -

mercoledì 1 maggio 2019

I Dipartimenti della Collera

Dietro la diffusione dei «Gilet gialli», la rete non è così «spontanea» ed «apolitica»
- Fino a 5 mesi fa, il diffondersi del movimento era basato sulla rabbia reale, ma anche su una rete militante preesistente -
di Adrien Sénécat

Solo 5 mesi fa, il 17 novembre 2018, dei francesi manifestavano per la prima volta a Le Mans (Sarthe) contro l'aumento delle tasse sul carburante. Fra di loro, ci sono alcuni che indossano orgogliosamente, come un'emblema, la scritta «Colére 72» sul dorso dei loro gilet gialli. Chi è addentro alla cosa, sa che si tratta di un riferimento ad un gruppo Facebook che riunisce migliaia di scontenti del dipartimento della Sarthe. «Siamo noi quelli che hanno trasmesso nella regione l'appello del 17 novembre. E abbiamo dato slancio all'inizio del movimento», rivendica Jonathan Torres, uno degli amministratori di questa comunità. Quando cominciò a circolare il primo appello a manifestare da parte del movimento dei «gilet gialli», dei membri di «Colére 72» raggiunsero immediatamente le prime linee. E questo non solo nella Sarthe. Nel tracciare la circolazione di quelli che sono stati i malumori all'origine della rivolta - come il video di  Jacline Mouraud  contro il presunto accanirsi sugli automobilisti da parte di Macron attraverso il rincaro del carburante, visionato su Facebook più di 5 milioni di volte - abbiamo ritrovato le tracce di dozzine di gruppi simili: «Colére 04», «Colére 17», «Colére 68»... Indagando, abbiamo trovato una nebulosa composta da 35 comunità, che associano assai spesso la parola «Rabbia» al numero di un Dipartimento ed all'inizio di aprile del 2019 arrivano a totalizzare quasi 200 mila membri . Segno che in un modo o nell'altro la loro creazione è stata in qualche modo coordinata. Secondo la nostra ricerca, la maggior parte di queste comunità (25 su 35) sono nate fra il 9 gennaio 2018 ed il 4 febbraio 2018. La maggior parte dei gruppi Facebook «Colére» sono stati creati all'inizio del 2018, dieci mesi prima dell'inizio del movimento dei «gilet gialli». Il seguente grafico rappresenta l'insieme dei gruppi «Colére» che sono stati creati nel corso del 2018. La maggior parte sono stati creati nel mese di gennaio del 2018.

(Questo grafico rappresenta il numero totale dei gruppi Colére che sono stati creati nel corso del 2018. La maggior parte è stata creata nel mese di gennaio)
(fonte: Les Décodeurs: https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ymwJLUd6soruhi05jRnoM0sy9MJ9gh99bHXpvQLF454/edit#gid=616273350 )

Tuttavia, incombe un certo mistero sulla nascita di questi gruppi. Nella maggior parte dei casi, il nome del loro creatore non è visibile sulla rete - e nei rari casi in cui lo è stato, gli interessati, da noi contattati, non hanno voluto rispondere alle nostre domande. I profili degli attuali amministratori dei gruppi sono, al contrario, sistematicamente visibili, cosa che ci ha consentito di parlare con quattro di loro. Ma, curiosamente, nessuno di loro ha potuto, o voluto, dire che all'inizio aveva creato il gruppo. Ora, col senno di poi, alcuni di loro si pongono la domanda. Anche all'interno di queste comunità, diversi amministratori si chiedono se si tratti di un'operazione coordinata a lungo termine. «Mi chiedo cosa sia accaduto realmente, e se ci sia una manipolazione dietro tutto questo», ci ha detto Juliana R., la quale ha aderito al movimento creando il 10 ottobre 2018 un proprio gruppo, «Citoyens en colère», prima di coinvolgersi nell'organizzazione dei «Gilet gialli» di Finistére. In effetti, è difficile sapere per chi lavori veramente questa rete. Frank Buhler, uno dei promotori dell'appello a manifestare il 17 novembre, ha notato anche lui questo fenomeno. Buon conoscitore dei movimenti di destra e di estrema destra online, questo "community manager" ed aderente al partito Debout la France nota che «queste comunità si sono aggregate ai "gilet gialli"» e che «tutto questo potrebbe sembrare avere l'aria di essere un modo di organizzare di nascosto un sostegno ad un partito politico». Tuttavia, è impossibile collegarli in maniera formale ad una formazione politica: nessuno di questi gruppi chiama direttamente a sostenere nessuno.

Nel mirino, gli 80 km/h
Una cosa è certa: ben prima del prezzo del carburante, la «rabbia» aveva preso di mira l'abbassamento ad 80 km/h del limite di velocità sulle strade secondarie. «I gruppi "Colére" di Facebook sono stati creati per protestare contro questo», assicura Jonathan Torres, di «Colére 72», il gruppo più seguito, con ben 30 mila membri nell'aprile del 2019. A quel tempo, una parte della Francia era effettivamente contraria alla misura che Edouard Philippe aveva annunciato per l'estate del 2018. Da parte di gruppi di automobilisti e di motociclisti, ma anche da una parte della classe politica, c'è l'inizio di una protesta. In prima linea, si trova Marine Le Pen, che insorge contro la «persecuzione degli automobilisti» del 9 gennaio 2018. Vengono organizzate delle azioni di protesta un po' dappertutto in Francia, ma non decollano. Con il passare delle settimane, i gruppi «Colére» passano ad una sorta di «sono stufo» più generale. Rimangono, tuttavia, nell'ombra fino al mese di ottobre, quando, con l'avvento dei «gilet gialli» la loro attività comincerà bruscamente a svilupparsi.

Interazioni (condivisioni, commenti e reazioni) settimanali in 16 gruppi «Colére» a partire dal marzo 2018
fonte : Les Décodeurs avec Crowdtangle
https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ymwJLUd6soruhi05jRnoM0sy9MJ9gh99bHXpvQLF454/edit#gid=16918745

L'attività dei gruppi «Colére» su Facebook fa un balzo contemporaneo a quello dei «gilet gialli»
«Questi gruppi esistevano da prima dei "gilet gialli", ma già allora facevano parte di un certo scontento. Si parlava del prezzo della benzina, del tabacco, dei limiti di velocità, degli autovelox... », racconta David Blanchet, amministratore di «Colére 17» ed in seguito creatore di molti altri gruppi simili. Ritiene che «da tempo il sistema stava andando a rotoli» e si riconosce nella ribellione che comincia a germogliare in autunno. In particolar modo, c'è da dire che i responsabili di queste comunità si scambiano regolarmente fra di loro, soprattutto in altri gruppi Facebook più riservati. E ben presto li troviamo in prima linea per mobilitarsi, perfino per organizzare raduni di «gilet gialli» dappertutto in Francia.

La «patriosfera» ha coaptato immediatamente il movimento
Altre sfere militanti che esistono da molto tempo, si sono rapidamente riconosciute negli appelli alla protesta contro l'aumento delle tasse sul carburante, se non addirittura contro il livello fiscale tout court. A cominciare dalla «patriosfera», alla quale si richiama Frank Buhler. Questo movimento include dei gruppi Facebook militanti come «Debut la France» o «Rassemblement national HBM». Ma anche delle pagine di estrema destra come «Résistance et unité PACA», «Marine Le Pen 2022» o «Amis patriotes de Marine Le Pen». Tutte queste comunità hanno una vera esperienza in materia di militantismo online. In passato, un buon numero di loro si era già mobilitato su altri soggetti, sia nel corso delle manifestazioni contro il «matrimonio per tutti» sia che in occasione della rivolta dei «bonnets rouges», oppure quando presero posizione in delle polemiche a tema identitario, come quella sul burkini dell'estate del 2016. Frank Buhler non si nasconde: se il suo video di 3 minuti che fa appello ai blocchi il 17 novembre ha avuto così tanto successo (è stato condiviso da quasi 200.000 persone ed è stato visionato da più di 4 milioni di volte su Facebook), è stato in gran parte grazie ai gruppi di «patrioti». Lui stesso lo ha condiviso nelle comunità cui fa riferimento, compresi dei gruppi segreti su Facebook, i quali riuniscono dei militanti che stanno a destra della destra.
Se la rivolta dei «gilet gialli» voleva essere apolitica, come è stato spesso proclamato dalla maggior parte delle sue figure, come Eric Drouet o Priscillia Ludosky, alcune delle sue parole d'ordine avevano le carte in regola per piacere ad un membro di Debout la France come Frank Buhker: «Per me, questo movimento è partito dal cuore della destra, ma è apolitico nel senso che siamo stati felici che ci fossero persone di ogni parte». L'aver messo in discussione una fiscalità che veniva giudicata troppo elevata, insieme alle misure di sicurezza stradale, che venivano vissute come una caccia agli automobilisti, a sedotto quelle che erano le comunità più di estrema destra. È stato quindi del tutto naturale che tali comunità alternassero i discorsi contro il prezzo del carburante e gli appelli al blocco generale. La Patriosfera ha giocato un ruolo decisivo all'inizio. È stata perciò la prima con la trasmissione del video di Frank Buhler, ma ci sono stati anche i video di Jacline Mouraud o di Ghislain Coutard (il camionista che ha reso popolare l'emblema del gilet giallo), insieme ai gruppi della rete «Colére» e alcune comunità di «gilet gialli» in gestazione. D'altra parte, le comunità di sinistra e di estrema sinistra non hanno per niente condiviso questi messaggi. Un segno, insieme agli altri, del fatto che essi hanno giocato un ruolo assai debole in questa fase del movimento.

Interazioni (condivisioni, commenti e reazioni) settimanali in quelle che sono le 21 pagine Facebook anti-Macron dal mese di marzo del 2018
Fonte: Les Décodeurs avec Crowdtangle https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ymwJLUd6soruhi05jRnoM0sy9MJ9gh99bHXpvQLF454/edit#gid=16918745

Un'occasione d'oro per gli anti-Macron
La nebulosa anti-Macron non è stata con le mani in mano. Questa rete che si trova assai più spesso all'estrema destra dello spettro politico ha un solo proposito: quello di utilizzare ogni mezzo contro il capo dello Stato. In tal senso, ci sono più di venti pagine Facebook  come «Dégageons Macron», «Macron l’imposteur» o «Macron non merci», e ci sono gruppi come «Tous unis contre Macron». I loro attacchi sono sistematici e non perdono tempo con le sfumature. Ne è la prova il fatto che attaccare l'Eliseo è un'attività a tempo pieno, nella quale alcuni non hanno fatto altro che riprendere, con il potere attuale, un esercizio che avevano già cominciato nel quinquennio precedente. La pagina Facebook di Macron, che ha più di 700.000 fan, quando venne creata, il 29 aprile 2013, si chiamava  «Hollande démission». Poi, dall'8 maggio 2017, ossia all'indomani del secondo turno presidenziale, ha cambiato nome e target. Queste pagine Facebook anti-Macron hanno un'audience molto limitata, ma anche molto attiva, la quale si è messa al servizio degli appelli ai blocchi del 17 novembre, contribuendo ad amplificare il movimento. A partire dalla fine di ottobre, la loro attività ha raggiunto dei livelli superiori alla norma, fino ad arrivare a quintuplicarsi nel periodo del culmine della protesta, in concomitanza con le prime manifestazioni dei «gilet gialli». L'effetto ha avuto delle ripercussioni significative sulle iscrizioni a quelle pagine, passando da circa 950.000, che erano  a metà novembre, ad un totale di oltre 1,2 milioni nel mese successivo.

Gli anti-Macron hanno tratto vantaggio dai «gilet gialli»
Ci sono stati perfino alcuni anti-Macron che erano in prima linea nell'organizzazione della rivolta. Dietro «Je suis Gilet jaune !», una delle più importanti pagine Facebook della rivolta (poco più di 100.000 iscritti), e dietro «Macron dégage !», il principale gruppo anti-Macron (circa 70.000 membri), c'è il medesimo amministratore, Alexis Coussot. L'influenza di questa nebulosa ha indubbiamente contribuito a polarizzare il dibattito, che è si è in gran parte focalizzato sulla persona di Emmanuel Macron. I messaggi che hanno come bersaglio il capo dello Stato o sua moglie, assai popolari nei gruppi dei «gilet gialli», provengono assai spesso da queste comunità. Attori influenti all'inizio del movimento, probabilmente meno in seguito. I gruppi Facebook «Colére», la patriosfera, gli anti-Macron... L'esistenza di tutte queste comunità, ben prima dell'autunno del 2018, costituisce una delle spiegazioni della frenesia contestatrice che nel giro di pochi giorni si è impadronita di Facebook. Prima del primo giorno di mobilitazione, del 17 novembre, i gruppi Facebook della rete «Colére» e le pagine anti-Macron hanno scatenato un'attività paragonabile, perfino superiore, a quella delle comunità embrionali dei «gilet gialli». Tuttavia, le comunità dei «gilet gialli» sono rapidamente decollate. I 173 gruppi pubblici che abbiamo potuto analizzare, nella settimana del 25 novembre hanno accumulato sulle loro piattaforme, al culmine dell'attività, 9,4 milioni di interazioni (condivisioni, reazioni e commenti). Questo equivale a dieci volte l'attività dei gruppi «Colére» e delle pagine anti-Macron, ma anche venti volte la pagina Facebook di Rt France (0,4 milioni) o quella di Le Monde (anch'essa 0,4 milioni).

Interazioni (condivisioni, commenti e reazioni) settimanali in quelle che sono state le pubblicazioni dei tre tipi di comunità, a partire dal mese di ottobre 2018.
Fonte: Les Décodeurs avec Crowdtangle https://docs.google.com/spreadsheets/d/1ymwJLUd6soruhi05jRnoM0sy9MJ9gh99bHXpvQLF454/edit#gid=16918745

I gruppi «Colére» e gli anti-Macron hanno giocato un ruolo preponderante fino a metà novembre
Al di là delle cifre, nella nostra inchiesta, abbiamo potuto confermare quella che è la varietà dei profili implicati nel movimento. Il nome di quelli che erano stati i creatori dei gruppi di «gilet gialli», era perciò visibile in 140 casi sui 226 che abbiamo studiato, vale a dire nel 61% dei gruppi, fra i quali i dieci più grandi gruppi del movimento, che riuniscono più di 25.000 membri. Di questi 140 gruppi, solo due sono stati creati da una stessa persona. Inoltre, la maggior parte dei gruppi conta almeno tre o quattro amministratori differenti.
Tutte queste osservazioni non dissipano tutti i misteri che circondano l'emergere del movimento dei «gilet gialli». Ma mostrano che al di là dei fantasmi, ci sono degli elementi concreti che spiegano in gran parte come esso abbia assunto una tale dimensione, e come lo abbia fatto in così poco tempo. Il successo di questa rivolta «made in Facebook» è dovuto all'aver fatto sia il pieno dei militanti tradizionali che quello di migliaia di cittadini che in tempi normali sarebbero rimasti lontani dalla guerriglia digitale. Arrivando così a scuotere l'intero paese.

- Adrien Sénécat - - Pubblicato il 17 aprile 2019 su Les Decoudeurs -  Le Monde -


fonte: Le Monde