martedì 23 novembre 2010

La prima volta

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Parigi, Belleville, 1935 - Guido Beiso spara al dirigente del Partito Comunista Camillo Montanari,dopo che questi - avendo accusato Beiso, sul giornale "Azione Popolare", di essere un agente provocatore –si era rifiutato di smentire, o di fornire le prove, le sue accuse.
Nell'articolo, Beiso, membro del partito ed attivista a tutti gli effetti del "gruppo delle Alpi Marittime", veniva descritto come un "provocatore trotzkista-bordighista", quindi "fascista" a tutti gli effetti. "Colpevole" di aver criticato l'ingresso dell'Unione Sovietica" in quella Società delle Nazioni che Lenin aveva definito "rifugio dei briganti imperialisti", dove era stato approvato, con le felicitazioni dell'emissario sovietico, il compromesso che sanzionava lo sviluppo degli armamenti fascisti diretti a sostituirsi al regime del Negus nello sfruttamento dell'Abissinia. Così, mentre il Partito Comunista celebrava come un eroe Camillo Montanari caduto "vittima di un feroce assassinio, preparato alla sua missione omicida nei gruppetti trotzkisti e bordighisti emigrati, agenti della reazione fascista, che cerca con tutti i mezzi di pugnalare il partito comunista che lotta eroicamente per salvare l'Italia dalla catastrofe a cui la porta il fascismo particolarmente in questo momento con la guerra in Abissinia”, allo stesso tempo l'Unione Sovietica foraggiava di benzina le truppe fasciste impegnate in quella guerra di conquista!
Giova ricordare che il Partito Comunista - rompendo, per la prima volta, con l'estraneità proletaria ai meccanismi della giustizia borghese - ha deciso di costituirsi parte civile nel processo contro Guido Beiso. Comincia da qui il lungo percorso che doveva permettere loro di calunniare e trattare da provocatore ogni proletario che si opponeva alla loro politica.

lunedì 22 novembre 2010

Chiarezza

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Francia, 1939. Le autorità francesi offrivano, ai soldati repubblicani spagnoli che lo desideravano, la possibilità di ritornare in Spagna. Il cartello esplicativo, collocato dai gendarmi e dalle guardie di frontiera della Francia, indica semplicemente "FRANCO". Non "Spagna", e neppure "Nacionales",  solo "FRANCO". Più chiari di così...

venerdì 19 novembre 2010

Freud voleva comprare il Messico?!!?

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Strano tipo Lazaro Cardenas, presidente del Messico dal 1934 al 1940! Fu l'unico capo di stato democratico ad opporsi al non-interventismo nella guerra civile spagnola, sostenendo che andasse appoggiata la causa lealista; del resto, aveva armato i contadini del suo paese al fine di attuare la riforma agraria! Cardenas, dopo la sconfitta della repubblica spagnola, trasformò il Messico in un rifugio per tutti i perseguitati, aprendo le porte ad un'impressionante lista di dissidenti e rifugiati provenienti dalla Spagna, dalla Francia, dalla Germania e dall'Austria. Leon Trotsky arrivò in Messico su invito del Cárdenas nel 1937. Grazie al suo amico ed emissario in Europa, Gilberto Bosques, nominato console a Marsiglia, vennero rilasciati più di 40 000 visti a famiglie ebraiche e a rifugiati della guerra civile spagnola.
il Messico fu l'unico paese ad emettere una denuncia formale davanti al plenum delle Nazioni Unite, quando avvenne l'Anschluss, cioè, quando la Germania nazista si annesse l'Austria nel marzo del 1938 . E da parte dell'Austria ci sarà un riconoscimento per la protesta del generale Lazaro Cardenas quando, a guerra finita, intitolerà una piazza sulle rive del Danubio al Messico (Mexikoplatz).
Ma c'è una storia di un Ebreo particolare, e del suo rapporto con il Messico, che è molto meno nota: nella primavera del 1938 la Gestapo nazista condusse un raid in cerca di intellettuali ebrei noti a Vienna. Fecero irruzione nella casa editrice di letteratura psicoanalitica e da lì andarono a cercare Sigmund Freud nel suo appartamento al n.19 di Berggasse, dove arestarono la figlia Anna.
Freud, che era stato riluttante a lasciare Vienna, si trovò in cattive acque: i visti per l'emigrazione degli ebrei da Vienna erano quasi impossibili da ottenere. Una campagna orchestrata da potenti amici, studenti e pazienti, come Ernest Jones, che portò la petizione davanti al Parlamento inglese, l'intervento dell'ambasciatore statunitense in Francia, William Bullitt, e gli sforzi di un'amica di Franklin D. Roosevelt, la principessa Marie Bonaparte, riuscirono a  mettere finalmente al sicuro Freud e la sua famiglia a Londra.
Anche in Messico, nel frattempo, si compivano grandi sforzi per fare uscire da Vienna Freud e la sua famiglia. L'organizzazione conosciuta come "Soccorso Rosso Internazionale" aveva inviato un telegramma al generale Lazaro Cardenas per richiedere il suo intervento affinché venisse offerto asilo al pensatore descritto come "il più grande ricercatore delle varie manifestazioni dello spirito, colui che demolito i pregiudizi per la costruzione di nuova morale universale".
Durante le tre settimane successive a questo telegramma, Lazaro Cardenas aveva ricevuto chiamate simili da parte del Sindicato de Trabajadores de Artes Gráficas, dal Sindicato de Trabajadores de la Industria Azucarera y Similares, dal Sindicato de Maestros e dal Sindicato de Mineros y Metalúrgicos, così come dal Sindicato de Electricistas che sollecitavano il governo messicano a concedere l'asilo a Sigmund Freud. Eduardo Hay, Ministro degli Affari Esteri, davanti ad una simile mobilitazione "rossa", rispose spiegando che il presidente Cárdenas aveva già impartito istruzioni alll'Ambasciata del Messico a Vienna per offrire asilo ai rifugiati politici che richiedevano la protezione del Messico, e che le loro richieste sarebbero state analizzate dal Ministero degli Interni.
Freud non chiese mai asilo al Messico; nel novembre del 1938 partì con la sua famiglia diretto a Londra. La parte attiva che il Messico aveva assunto in difesa degli ebrei, con il progredire della guerra dei nazisti in Europa ispirò, però, la principessa Marie Bonaparte a proporre all'ambasciatore Bullitt un piano che avrebbe permesso di salvare il numero più alto possibile di ebrei: lo spiega in una lettera in cui suggerisce al governo americano di acquistare la BaJa California (Bassa California) in Messico, al fine di creare uno Stato ebreo. Quando Bullitt tentò di dissuaderla, spiegando che il suo piano non era fattibile, la principessa inviò la sua richiesta direttamente al presidente Roosevelt.
Freud era a conoscenza di questi sforzi, che classificò come "fantasiosi", e assicurò la principessa circa il fatto che era impossibile prenderli sul serio.
Più tardi, nacque Una leggenda ,tuttavia, che attribuisce a Freud stesso il progetto di acquistare dal Messico la Baja California, al fine di fondarvi lo stato di Israele.
Freud parlava correntemente lo spagnolo e conosceva la cultura mesoamericana, ma non è mai andato in Messico!

giovedì 18 novembre 2010

Debiti

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Era una giornata grigia, come oggi, quel 29 ottobre di 36 anni fa; lo ricordo bene. La ricordo bene quella giornata maledetta! Ne ricordo gli attimi e lo stato d'animo, dopo niente sarebbe più stato come prima. Ricordo che ero con Daniele, sul suo "galletto" della guzzi, e passavamo proprio per Via Lungo l'Affrico, dalle parti di Piazza Alberti, quella maledetta piazza. Poi, le notizie, concitate, le ore, i giorni e le notti senza sonno.
Mille e mille volte, e più, mi sono chiesto come sarebbe stato se ... Domande inutili, sul filo del dolore e dello scoramento, che continui a farti anche adesso che il dolore si è attenuato, fino ad ottundersi, e lo scoramento indugia alla disillusione, senza però risolversi.
Non so perché, ma l'aver ritrovato le stesse mie domande dentro il libro di Valerio è stato per me motivo di conforto. "Vorrei che il futuro fosse oggi", già! L'ho letto in meno di tre ore, il libro che Valerio ci ha messo tre anni, a scrivere. E per tre ore. e anche dopo, è stato come se ... il passato fosse oggi! Prima come stupito, per il fatto che qualcuno che "non c'era" potesse essere riuscito ad entrare fino in fondo, con tutte le scarpe, dentro a quel tempo, ed "ai suoi dei" - mi vien da dire - come potesse partecipare fino in fondo di un dolore, e di un amore, che non dovrebbe esser suo. E invece, è anche suo. Se l'è - come dire - guadagnato, e poi ce lo ha regalato. E ho continuato a leggere, sempre più rassicurato dallo scorrere dei ricordi che si mischiano con la sete, e la volontà, di sapere, di sentire. E così, ho potuto rivederli. Mi sono potuto rivedere. E, di questi tempi strani e difficili, è già qualcosa. E' molto. Non so raccontarlo, il libro. Non so raccontare la storia quando le storie mi distraggono. E sono stato felice nel leggere che, dentro, c'era qualcuna delle mie storie, insieme alle storie di altri. Alle persone, alle persone che eravamo, alle persone che siamo. Claudio, Tonino, Luca, Anna Maria. Tutti insieme tornano a muoversi per quelle strade di questa mia città che sempre più spesso non so più, e le storie si intrecciano, carne viva e sangue, riacquistano sguardi e voci. Scrivo, il giorno dopo, con gli occhi ancora pieni delle immagini, per un lungo momento senza più domande, e senza risposte. Tutto è tornato intatto, come deve essere. Grazie a questo libro che ha pagato un debito, quanto meno una parte.


Valerio Lucarelli - Vorrei che il futuro fosse oggi - Nap: ribellione, rivolta e lotta armata -        edizioni l'ancora del mediterraneo - 16 euri

Qui si possono leggere le prime ventisei pagine!

mercoledì 17 novembre 2010

Il potere della televisione (ovvero, trovate le differenze)!

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La Televisione, in Italia, comincerà le sue trasmissioni nel Gennaio del 1954.

7 Giugno 1953 - Risultati delle Elezioni alla Camera dei Deputati:
Elettori 30.272.236
Votanti 28.406.479 (93,84%)
Schede bianche 421.381
Schede non valide (Schede bianche incluse) 1.318.778

Voti:
Democrazia Cristiana: 40,10%
Partito Cominista Italiano: 22,60%
Partito Socialista Italiano: 12,70%
Partito Nazionale Monarchico: 6,85%
Movimento Sociale Italiano: 5,84%
Partito SocialDemocratico Italiano:  4,51%
Partito Liberale Italiano:  3,01%
Partito Repubblicano Italiano:  1,62%

Nel 2008, la televisione impera (così dicono)


13 Aprile 2008 - Risultati delle elezioni alla Camera dei Deputati
(esclusa la Val d'Aosta)

Elettori 47.041.814
Votanti 37.874.569 80,51%
Schede bianche 485.870
Schede non valide (Schede bianche incluse) 1.417.315


Voti:
Il Popolo della Libertà                 37,38
Lega Nord                        8,29
Movimento per l'Autonomia        1,12
Partito Democratico             33,17
Italia dei Valori                4,37
Unione di Centro                        5,62
La Sinistra - L'Arcobaleno      3,08
La Destra-Fiamma Tricolore      2,42

martedì 16 novembre 2010

L’orologio del filosofo

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Kant dava la supremazia alla ragion pura, tanto che sentiva poco il bisogno dell'esperienza personale per risolvere i problemi della conoscenza. Di conseguenza non si avventurò mai fuori Konigsberg, la sua città, e visse un'esistenza solitaria fatta di abitudini estremamente regolari, come la quotidiana passeggiata dopo pranzo. Si dice che gli abitanti di Konigsberg regolassero gli orologi sul passaggio del professor Kant, all'andata o al ritorno della passeggiata quotidiana. La strada era sempre la stessa (più tardi divenne nota come Philosophengang, o "Passeggiata del filosofo").
Molto meno noto (probabilmente perché potrebbe non essere vero) è il particolare che anche il sagrestano della cattedrale di Konigsberg regolava l'orologio del campanile controllando quando Kant faceva la passeggiata quotidiana, e Kant, dal canto suo, programmava la passeggiata regolandosi sull'orologio del campanile della cattedrale. A proposito della confusione fra analitico e sintetico! Kant e il sagrestano pensavano entrambi di acquisire nuove informazioni osservando il comportamento dell'altro. Kant pensava che osservando l'orologio del campanile della cattedrale venisse a conoscenza dell'ora esatta, che, a sua volta, era stata stabilita osservando la rotazione terrestre. Il sagrestano pensava che osservando la passeggiata quotidiana di Kant potesse rimettere l'orologio all'ora esatta, perché credeva nell'innata puntualità di Kant. Di fatto, ognuno dei due giungeva semplicemente a una conclusione analitica: vera per definizione. La conclusione di Kant "Faccio la mia passeggiata alle 15:30" si riduce davvero ad una affermazione analitica: "Faccio la mia passeggiata quando faccio la mia passeggiata", perché il modo in cui Kant determina il suo 15:30 è osservando un orologio tarato sulla sua passeggiata. La conclusione del sagrestano: "Il mio orologio è giusto" si riduce a: "Il mio orologio dice quello che dice il mio orologio", perché il criterio su cui si basa la precisione del suo orologio è la passeggiata di Kant, che a sua volta era basata su quello che dice l'orologio della cattedrale.

- Thomas Cathcart e Daniel Klein - Platone e l'Ornitorinco

lunedì 15 novembre 2010

Genealogia

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La moderna distinzione fra "destra" e "sinistra" (che nasce come trasposizione francese della suddivisione, avvenuta in Inghilterra, fra Tories e Whigs) corrisponde, per tutto il Diciannovesimo secolo, al conflitto in atto fra i difensori dell'Ancien Régime (ossia, una società agraria e teologico-militare), da un lato, ed i partigiani del cosiddetto "Progresso", per i quali la rivoluzione industriale e scientifica (la forma pratica del trionfo della "dea" Ragione) avrebbe fatto sì che l'umanità si riconciliasse con sé stessa, dall’altro.
C'è da dire che, diversamente, il socialismo delle origini è del tutto estraneo a questa contrapposizione e cerca, innanzitutto, di tradurre in un programma quelle che sono le prime proteste proletarie (Luddisti e Cartisti Inglesi, operai della seta di Lione, tessitori della Slesia) contro i disastrosi effetti, umani ed ecologici, provocati dall'industrializzazione liberale. Per cui non troviamo, né in Fourier né in Marx, appelli vibranti per unificare un misterioso "popolo di sinistra" contro quell'insieme di forze che si suppone ostile al cambiamento.
Per tutto il Diciannovesimo secolo, i socialisti più radicali sono assai attenti a cercare di non mettere a repentaglio la preziosa autonomia dei lavoratori per delle alleanze effimere che si vorrebbero costruire - da parte di alcuni -  ora contro i poteri dell'Ancien Régime, ora contro gli industriali liberali.
Sarà solo dopo il cosiddetto "Affaire Dreyfus" - e non senza accese discussioni - che avverrà l'arruolamento in massa, del movimento socialista, nel campo della Sinistra, e delle forze del Progresso. Per validare una simile operazione storica, si renderà necessaria una messa a punto della genealogia del progetto socialista (e qui giocherà un ruolo importante Durkheim). Si sceglierà di guardare meno al prodotto della creatività operaia, e più allo sviluppo "scientifico" della filosofia dei Lumi; il tutto reso possibile dall'opera del Conte di Saint-Simon, e successivamente importandola  all'interno della classe operaia.

venerdì 12 novembre 2010

Dottore in niente

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«Così fu tracciato il programma che meglio poteva colpire di suspicione completa l’insieme della vita sociale: classi e specializzazioni, lavoro e divertimento, merce e urbanismo, ideologia e Stato, noi  abbiamo dimostrato che tutto era da buttare. E un simile programma non conteneva nessun’altra promessa che quella di un’autonomia senza freni e senza regole. (...) Esisteva sì allora qualche  individuo che si trovava d’accordo con maggiore e minor conseguenza, sull’una o sull’altra di queste critiche, ma per riconoscerle tutte non c’era nessuno; e tanto meno per saperle formulare, e  aggiornare. È per questo che nessun altro tentativo rivoluzionario di questo periodo ha avuto la minima influenza sulla trasformazione del mondo.»
Guy Debord

Nota: La foto ha a che fare col titolo ed è un quiz!

giovedì 11 novembre 2010

Guerre. Fredde e non.

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Washington, 1950, 1 Novembre - Il presidente degli Stati Uniti, Harry Truman risiede in questi giorni alla Casa Blair, poco distante dalla Casa Bianca dove sono in corso dei lavori di ristrutturazione. Negli stessi giorni, A Portorico, è scoppiata un'insurrezione. Griselio Torresola e Oscar Collazzo, due separatisti portoricani, aprono il fuoco sulle tre guardie private in servizio alla residenza presidenziale. Cercano di aprirsi la strada per poter arrivare negli alloggi del presidente. Contro di loro un inferno di fuoco; poliziotti e agenti segreti sparano, senza risparmio alcuno. Il presidente, svegliato dal trambusto, si alza, si affaccia alla finestra del secondo piano e i suoi occhi incontrano gli occhi di Torresola. Quando Leslie Coffelt, in fin di vita (nella foto), riesce a colpirlo a morte.

mercoledì 10 novembre 2010

Armeria

Bisogna sapere di cosa si scrive! E questa è' la miglior guida che abbia mai letto, a proposito di armi, pistole, fucili, calibri, silenziatori ecc. L'ha scritta Jean-Patrick Manchette ed è una delle ultime cose, se non l'ultima, che ha scritto. Bella come un racconto intrigante. Magari non serve a niente, a chi legge gialli e/o noir, ma l'ha scritta Manchette ed è stupenda, fino all'ironica chiosa finale.

Manchette1963

Kanonensong
di Jean-Patrick Manchette

Leggendo un bel noir, peraltro tradotto molto bene, sono rimasto di stucco perché il bravo traduttore è inciampato in un dettaglio di balistica. Per un fucile da caccia a canna liscia, calibro 12 (o calibro 16, non ricordo più con precisione) ha scritto una cifra preceduta da un punto, come si fa quando si parla di un'arma a canna rigata (un .42, un .22). E' un errore. Ho fatto lo stesso, e anche di peggio, nel 1971, in un romanzo che avevo scritto, ma resta un errore. Per spiegarmi, dedicherò un intero paragrafo alla balistica, chi pensa di annoiarsi può passare subito al paragrafo seguente, ma credo che una spiegazione possa tornare utile anche ai lettori di noir, sicuramente ai traduttori, e forse a qualche autore. Ci sono tre sistemi per misurare i calibri. Il sistema metrico si applica, con l'eccezione dei paesi anglofoni, alle armi a canna rigata (le armi moderne che sparano pallottole hanno una canna rigata per guidare il proiettile). Si dice e si scrive un calibro 9mm, 7,65mm, 11,43mm eccetera. Spesso si abbrevia in 7,65 o 11,43, ma non si dice né si scrive "un 9", risulterebbe oscuro, si dice un 9mm. Nei paesi anglofoni, il calibro delle armi rigate è espresso in decimali di pollice preceduti da un punto. Un calibro di quarantacinque centesimi di pollice si scrive .45, lo stesso vale nel caso di .22 o .32 o .38 eccetera. Se non siamo puristi, siamo autorizzati a non mettere il punto davanti al numero. Ma la grafia purista, con il punto davanti, possiede una certa forza espressiva, ha l'aria estremamente tecnica, dà al lettore la gradevole impressione che lo scrittore sappia di cosa parla, il che non è sempre vero. Vi faccio notare che un calibro .380 non è affatto più grosso di un .38, perché si tratta di decimali; i due calibri sono in teoria assolutamente uguali. Allo stesso modo, un .455 differisce pochissimo da un .45. Sto parlando dei calibri. Le munizioni sono un'altra cosa. Per esempio, .380 ACP significa .380 Automatico Colt Pistol, ossia una munizione precisa, con una propria lunghezza e potenza, che potete sparare con armi differenti (compresa la Beretta 9mm, modello 1934), ma non con altre armi calibro .38 (altrimenti ci rimettete l'avanbraccio). La celebre Parabellum è solo una delle due pistole che sparano la cartuccia 9mm Parabellum della Luger, e il nomignolo indica la Luger P 08 rivestita a 9mm, ma la munizione può essere sparata, per esempio, anche dalla non meno celebre Walther P38.
Fra parentesi, ricordo che una volta un traduttore, peraltro decente, ha affibbiato agli sbirri dell'87° distretto di Ed McBain la P 38. Il Nostro aveva letto ".38", conosceva la P 38 perchè è un'arma famosa e ha freddamente equipaggiato Carella e colleghi di pistole automatiche tedesche (semiautomatiche!, strillano i puristi in fondo all'aula). E' chiaro che McBain aveva in mente i solidi e banali revolver della polizia calibro .38. Quanto alle denominazioni P 08 e P38 (senza contare la miserevole P 35, di cui dotai una volta uno dei miei personaggi), indicano la data di fabbricazione dei modelli: la Luger è una pistola del 1908, quindi è una P 08. E così via.
Quanto al terzo sistema per misurare i calibri, è stranissimo. Riguarda le armi a canna liscia e risale al tempo in cui queste armi sparavano pallottole (adesso sparano pallini di piombo). Si ritiene che indichi quante pallottole di questo calibro vi vogliono per fare una libbra. Il calibro 12 e il calibro 16 (i soli che siano diffusi per i fucili da caccia) hanno quindi, in teoria, dimensioni tali che se le pallottole di piombo avessero quel diametro, ce ne vorrebbero rispettivamente dodici o sedici per fare una libbra. Notate che, di conseguenza, il calibro 12 è più grosso del calibro 16. E di certo non si mettono i punti davanti ai numeri 12 e 16. Se non si è ignoranti, come lo ero io nel 1971, non si immagina che un calibro 12 sia più piccolo di un .22. Né che un omicida, come ho letto su un giornale, ha commesso il proprio delitto con un'arma di 38mm. Ma non voglio che vi perdiate.
Visto che ci siamo, bivacchiamo ancora un altro po' in armeria. Oso sperare che forse sarò utile ai lettori, a qualche collega traduttore e anche a uno o due autori (penso a un giovanotto che l'anno scorso aveva fatto brandire "un 45 di calibro 11,45", che è come dire una libbra di cinquecento grammi). Ricordiamo, ma rapidamente, che un revolver una pistola automatica non sono la stessa cosa (semiautomatica!, strillano di nuovo i puristi). Il revolver è l'arma a tamburo che si vede nei film western. Non s'inceppa. Non getta i bossoli. Non dispiaccia ai trovarobe di cinema e televisione – per esempio a quelli di Contratto per uccidere di Don Siegel – ma un riduttore di suono (un silenziatore) non serve a niente su un revolver, perché c'è uno spazio tra il tamburo e il corpo dell'arma: il rumore esce da lì (anche James Ellroy ha commesso questo errore, ma non ricordo dove).
La pistola a ripetizione semiautomatica (ah!, finalmente, sbottano i puristi) è l'arma senza tamburo. Il caricatore è nell'impugnatura (le armi tascabili non hanno calcio. Se picchiate qualcuno con il calcio della pistola, è un errore grammaticale, ma è tollerabile: la cosa migliore è picchiare con la canna, perchè "Lo stordii con un colpo d'impugnatura" suona in effetti un po' strano). Dopo aver caricato il primo colpo, ogni sparo espelle il bossolo, fa salire una nuova cartuccia nella camera d'esplosione e riarma il cane, basta premere di nuovo. Il titolo di Albert Simonin Une balle dans le canon (più espressivo e meno enigmatico che une balle dans la chambre) fa venire in mente una pistola armata. La pistola può accogliere un silenziatore. Può incepparsi, in particolare se il bossolo non viene espulso.
La semplicità e la robustezza del revolver sono i suoi punti di forza. La pistola ha dalla sua la superiore capacità del caricatore (alcune armi recenti sparano 17 colpi, e anche di più) e la maggiore velocità di tiro.
Nella storia delle armi è stato fatto anche il tentativo di mettere a punto una pistola a ripetizione interamente automatica, che si riarmi e faccia fuoco incessantemente finché si tiene il dito sul grilletto (la coda del grilletto!, rettificano i puristi, la voce inizia ad arrochirsi. Cosa sarebbe successo se avessi parlato di "cane"!). Per le armi tascabili il risultato non è stato soddisfacente, per via del rinculo. Sparare una raffica con una pistola lunga venticinque centimetri vi permetterà al massimo di ferire mortalmente il lampadario. Si è cercato di rettificare il tiro (è la parola giusta) dotando la pistola interamente automatica di prolunghe pieghevoli (calcio, impugnatura). Ma ci si è avvicinati alla pistola mitragliatrice, volgarmente detta mitraglietta, che analizzeremo un'altra volta se ne avremo davvero bisogno. Prima di concludere, bisogna considerare, in maniera sommaria, la differenza tra un fucile e una carabina, perché anche in questo caso i traduttori (e non solo) le sparano grosse. Ne ho conosciuto uno (traduttore, s'intende) che aveva impunemente smontato la parola buckshot, che significa pallettoni e nient'altro, e, a partire da buck (capriolo) e shot (pallini di piombo, sorsata, sparo eccetera), aveva trionfalmente sventolata "un colpo di carabina da capriolo". Non so dove avesse preso la carabina. Senza dubbio nella stessa rastrelliera dove brucava il capriolo.
Bene. Fusil indica in francese due cose, per le quali l'inglese utilizza due termini: rifle e shotgun. Il primo è un fucile a canna rigata che spara pallottole. Il corrispondente francese corretto è fusil de guerre. La seconda accezione (shotgun) è il fucile a canna liscia che spara pallini di piombo ed è solitamente un fucile da caccia, benché possa essere anche un'arma per il mantenimento dell'ordine, per esempio un fucile antisommossa (riotgun).
Da alcuni si è diffuso la nozione di "fucile d'assalto". Corrisponde semplicemente a fucili da guerra con notevole potenza di fuoco come il kalashnikov, l'M16 americano, il Famas francese e altri aggeggi delicati.
Quanto alla carabina, se mi permette di schematizzare un po' (mai e poi mai!, tuonano i puristi), è un fucile rigato alleggerito. Guardate i film di guerra americani degli anni Quaranta e Cinquanta. Vedrete la truppa portare in spalla il pesante e potente fucile garand, mentre John Wayne o Errol Flynn hanno una graziosa arma leggera: è la carabina M1, non c'è un solo film in cui sia assente. Prima della M1, si chiamano carabine le armi a canna lunga e rigata facilmente trasportabili, per esempio da uomo a cavallo, di nuovo John Wayne o forse James Stewart. Dubito che qualcuno di voi sia cresciuto senza aver visto aver visto sullo schermo un Winchester. Spara pallottole. Nel mondo di cui ci parla il noir, avremo fatto un grande passo avanti quando non confonderemo più le armi a canna lunga che sparano pallottole con le armi a canna lunga e liscia che sparano pallini di piombo, ossia le carabine e i fucili da caccia.
La prossima volta studieremo le concrezioni di ossido di ferro nelle falesie calcaree diclasiate.

Jean-Patrick Manchette

martedì 9 novembre 2010

Odio

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Era il marzo del 1937, quando a Guadalajara ebbe inizio quella che, a ben vedere, fu la prima battaglia di un'altra guerra civile che di lì a poco più di un lustro avrebbe avuto inizio ufficiale in territorio italiano. Era un conto quasi privato quello che c'era da regolare fra gli uomini delle brigate internazionali e le truppe di Mussolini che affiancavano i franchisti. Per ben quindici giorni, i miliziani si scontrarono con le truppe ben armate e ben equipaggiate, meccanizzate e motorizzate, di fascisti e franchisti. Gli scontri, anche all'arma bianca, si risolsero in una completa disfatta e con l'abbandono, da parte dei fascisti italiani, di mezzi, armi e munizioni. La foto mostra una lunga teoria di motociclette italiane. Per qualche motivo, i fascisti ritenevano che si scappasse meglio a piedi!

lunedì 8 novembre 2010

Luci e Ombre

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L'intento doveva essere - credo - quello di sembrare dei ... bolscevichi! E, in effetti, avevano un'aria a metà fra cosacchi e bolscevichi, anche un po' ... turchi, a dire il vero. A conti fatti, però, si dimostrarono sostanzialmente una burla. La sedicente "Columna Fantasma", comandata da uno dei capi della Guardia Civil, Manuel Uribarri Baturell, era ben equipaggiata e ben armata, ma si dimostrò un totale fallimento dal punto di vista del combattimento. L'aria fiera, tutta tesa ad incutere timore, che tanto successo aveva avuto nelle retroguardie, servì a ben poco nella battaglia di Guadalupe, dove Urribarri e i suoi uomini presero una bella batosta, e questo nonostante fossero superiori in numero e in armamento.

venerdì 5 novembre 2010

Sciopero

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Cleveland, Ohio, Stati Uniti d'America, 1954 - Una linea di picchetto di tremila uomini, membri del CIO, "United Auto Workers", ha impedito ai crumiri di entrare in fabbrica. Arriva la polizia a cavallo. Uno scioperante, finito fra gli zoccoli dei cavalli della polizia, cerca di proteggersi come può.

giovedì 4 novembre 2010

Nemici 2

Albero y Segovia. AGA-54176

Ha tutta l'aria di essere una scatola di sardine, quella cui la Guardia Civile attinge per sfamarsi, l'espressione soddisfatta, quasi felice, e lo sguardo ancora incredulo per lo strano convitto. Siamo da qualche parte sulla Sierra, nei pressi di Madrid, sempre nel luglio del 1936. La Guardia Civile ha difeso il villaggio dai franchisti, ha aiutato a difenderlo. E ora riscuote la sua lealtà. L'immagine appare strana e inquietante, eppure essenziale.
E' il proletario senza divisa quello che ha vinto, questa volta. L'uomo in uniforme rimane estraneo a questa vittoria, non riesce ad afferrarne la solennità, a parteciparne. E' abituato a stare dalla parte dei vincitori, e starà con i vincitori finché vinceranno; si accorge solo che questi vincitori sono differenti. Basta guardare come beve il vino, l'uomo con il basco, una mano sempre sul fucile: come se fosse la cosa più importante, come se fosse la cosa più naturale, il vino e il fucile.

mercoledì 3 novembre 2010

Nemici

AGA 53950

Nella foto, una miliziana mentre lega uno straccio rosso al braccio di una guardia civile in uniforme. Siamo all'inizio, sono le giornate del luglio 1936, e lo straccio serve a segnalare ad eventuali tiratori scelti che la guardia civile in questione ha combattuto, e combatte, contro i franchisti. Così i nemici giurati, inconciliabili da sempre, adesso diventano compagni di trincea contro il golpe fascista. Ma nessuno sembra fidarsi degli altri. C'è qualcosa di strano e di inquietante negli occhi, di ciascuno. Non sembra una riconciliazione destinata a durare!
E mentre scrivo questa breve nota, a commento di un'immagine così insolita ed efficace, mi ritrovo a leggere, segnalatomi dal "reader", che oggi 3 novembre 2010, da qualche parte in Spagna ... "Una veintena de oficiales de la Guardia Civil han impedido que un centenar de personas acudieran a una misa programada en el templo en honor a los caídos durante la Guerra Civil española." ( http://www.20minutos.es/noticia/862195/0/misa/valle/caidos/ )

martedì 2 novembre 2010

Pentimento

laurelhardy

"vorremmo dire ad ogni persona che ci prenderemo cura di lei", questa - a quanto pare - è stata la minaccia, in puro stile "battiatesco", che Niki Vendola avrebbe rivolto a tutti, senza eccezione alcuna. C'è di che inquietarsi, se non di che rabbrividire! Sono tempi curiosi assai, questi in cui  soltanto il "meno peggio" è auspicabile e da perseguire. E si fa a gara a chi propone il peggior meno  peggio: ché peggio è e più, a loro avviso, diventa realizzabile! Alchimie fatte di niente, dove lo “spacciatore” ideale ha da rivestire un ruolo ... amministrativo, e dove l'amministratore di condominio primeggia - chessoio - sul fabbro. Gli è che questi parlano sempre "da sindaco", "da governatore", e parlano senza mai dire niente se non la propria miseria del proprio "possibile". Fotocopie di niente.
Uno dice, dovresti essere contento - tu che ti opponi - che il governo non governi e che non vari misure cui - per definizione di oppositore - ti dovresti opporre. E invece niente, giù a lamentarsi, come se il capitalismo fosse un modo di gestione, e non già di produzione, per cui tutto si fermerebbe - pensano loro - se il padrone restasse a casa malato, o se il direttore fosse scappato con l'amante. Ma adesso pensano, sono convinti,  che oramai è fatta. Vanno al governo. Hanno fatto tutto e di tutto per riuscirci - sostengono. Sono anche cattolici! Ma non hanno capito - diversamente da mio padre, che era fabbro e non amministratore - che se sei cattolico sei a posto. Puoi fare le peggiori porcate - diceva - poi vai in chiesa ti confessi ti batti il petto e torni come nuovo. Qualsiasi cosa tu abbia fatto, sei pulito e sei pronto per rifarle tutte, le porcate. Mica come me – concludeva mestamente - che se mai dovessi agire male mi toccherebbe viverci per tutta la vita!

venerdì 29 ottobre 2010

Dei che si comportano male

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Ci aveva già provato (e ci era anche riuscito!), a livello alto, Heinrich Heine con i suoi "Dei in esilio". Le divinità dell'Olimpo in fuga e travestiti - quei pochi sopravvissuti - a cercare di sbarcare il lunario, al riparo dall'inumanità dei vari monoteismi. Fino allo strazio di uno Zeus, riparato su un'isola (e dove sennò?), l'isola dei conigli, solo, unica compagnia una capra dal nome consueto. Ed ora, forse più vicino al fumetto di Eddie Campbell, "Bacchus", la cui saga, cominciata in coppia con Alan Moore ne "L'immortalità non è per sempre", ancora continua. Dicevo, più commedia che tragedia alla Heine, di questo libro scritto da una libraia inglese di trent'anni. "Gods Behaving Badly", tradotto come "Per amore di un dio", a firma Marie Phillips, racconta di un pugno di divinità greche e della loro vita nella Londra contemporanea. E di come, alla fine, metteranno ancora una volta il mondo sottosopra. Sembra che ci faranno un film, o qualcosa del genere. Vale bene una lettura!

"Una mattina, mentre portava a passeggio i cani, Artemide vide un albero dove non avrebbe dovuto esserci.
L’albero se ne stava solo soletto in un punto riparato del pendio. A un occhio non allenato, a chi non passava spesso di lì, probabilmente sarebbe sembrato un albero normalissimo. Ma l’occhio di Artemide era tutt’altro che non allenato e lei andava a correre in quella zona di Hampstead Heath ogni giorno. L’albero era un nuovo arrivato: il giorno prima non c’era. E le bastò uno sguardo per notare che si trattava pure di una specie sconosciuta, un tipo di eucalipto che fino al giorno prima non si era mai visto. Era un albero, insomma, che non avrebbe proprio dovuto esistere.
Trascinandosi dietro i bastardi, Artemide si avvicinò all’albero. Ne toccò la corteccia e sentì che respirava. Posò l’orecchio sul tronco e ascoltò il battito del cuore. Poi si guardò attorno. Bene: era presto e non c’era nessuno a portata d’orecchi. Ricordò a se stessa di non arrabbiarsi con l’albero perché non era colpa dell’albero. A quel punto parlò.
"Ciao" disse.
Ci fu un lungo silenzio.
"Ciao" ripeté Artemide.
"Stai parlando con me?" chiese l'albero. Aveva un leggero accento australiano.
"Sì" rispose Artemide. "Sono Artemide." Se l'albero la riconobbe, non lo diede a vedere. Perciò Artemide aggiunse "Sono la dea della caccia e della castità".
Ancora silenzio. Poi l'albero disse: "Io sono Kate. Lavoro alla Goldman Sachs, fusioni e acquisizioni".

Gods cover

PER L'AMOR DI UN DIO
Autore: Marie Phillips
Traduzione di Elisa Banfi
Pagg. 294 € 9.50
Guanda Collana: le fenici tascabili

giovedì 28 ottobre 2010

Que serà, serà …

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Los Angeles 1969 - Nella foto, Terrence P. "Terry" Melcher, il figlio ventisettenne dell'attrice Doris Day, mentre aspetta di essere interrogato dal Grand Jury della Contea di Los Angeles circa il caso Tate. Sharon Tate, un’attrice, e altre quattro persone sono state assassinate, in Agosto, in casa  della Tate. Terry Melcher conosceva Charles Manson, sospettato della strage.

mercoledì 27 ottobre 2010

Comic

comics

New York, 1954 - Nella foto, Charles F. Murphy, l'uomo che ha letteralmente “ripulito” 28 case editrici di pubblicazioni a fumetti. Serio e compunto, tiene una conferenza stampa nel suo ufficio di New York. Dietro di lui, un enorme illustrazione progettata per mostrare come la "Comics Magazine Association of America" abbia applicato l'auto-censura, dopo diversi attacchi contro l'intero settore con l'accusa di aver promosso la delinquenza giovanile. Ha dichiarato che molto di quello che potrebbe essere considerato materiale contestabile è stato eliminato. Murphy ha detto poi ai giornalisti che il suo ufficio ha disposto modifiche in 5.656 tavole, ha respinto 126 storie a fumetti in quanto inadatte e ha bloccato sei inserzioni pubblicitarie, tra cui una per una frusta e un'altra per una scacciacani. Una buona parte del suo lavoro – ha dichiarato - consisterebbe nell'"educare gli artisti di modo da ridurre le curve femminili e per vestire maggiormente le ragazze".

martedì 26 ottobre 2010

Writers!

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La scritta invincibile
(1934) di B.Brecht


Al tempo della guerra mondiale
in una cella del carcere italiano di San Carlo
pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri,
un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo:
viva Lenin!

Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile, ma
scritto in maiuscole enormi.
Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino con un secchio di calce
e quello, con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa.
Ma siccome, con la sua calce, aveva seguito soltanto i caratteri
ora c'è scritto nella cella, in bianco:
viva Lenin!

Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello
sì che per lunghe ore non si vide più nulla. Ma al mattino,
quando la calce fu asciutta, ricomparve la scritta:
viva Lenin!

Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello.
E quello raschiò una lettera dopo l'altra, per un'ora buona.
E quand'ebbe finito, c'era nella cella, ormai senza colore
ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile:
viva Lenin!

E ora levate il muro! Disse il soldato.

Bertolt Brecht

lunedì 25 ottobre 2010

Il pizzo come fase della lotta di classe

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"(...) Gli imprenditori, arricchiti ancor più dalla guerra e sfruttando la disoccupazione, la caotica situazione sociale del dopoguerra e l'isterismo anti-comunista che essi stessi fomentavano, dettero il via, verso la metà del 1920, alle grandi campagne di "americanizzazione" dell'operaio americano. In altre parole, cercarono di rompere il controllo dei sindacati sul mercato del lavoro in alcuni rami dell'attività industriale e in alcune città, tentarono di screditare la teoria e la pratica del sindacalismo, di istituire ovunque aziende che assumevano manodopera non sindacalizzata e, quando era necessario, di organizzare gli operai in innocui sindacati aziendali controllati dalla direzione. (...) Gli operai, per avere lavoro, furono costretti a firmare i cosiddetti contratti "yellow dog", con cui si impegnavano a non iscriversi al sindacato. (...) Gli imprenditori parlavano di libertà industriale, un'espressione che significava libertà di sfruttare gli operai. Anche gli operai, ovviamente, dovevano essere liberi, liberi di accettare il loro salario o di andarsene a mani vuote.
(...)
La lotta di classe, diventata sempre più dura con lunghi periodi di disoccupazione e bassi salari, ha spinto o indotto numerosi lavoratori o giovani che in una situazione migliore sarebbero diventati dei lavoratori, a far parte della categoria dei criminali. (...) I criminali, compresi i potentissimi rackeeters (ndr.: quelli che prendono il pizzo) sono reclutati in gran parte da quelle classi che maggiormente soffrono per la miseria, per l'occupazione instabile e malsana e per altre pessime condizioni di vita e lavoro. (...) L'operaio dotato di maggior intelligenza che lavora in un'industria dove l'occupazione è instabile e periodica e il salario e le condizioni di lavoro non sono troppo buone, si rende presto conto del fatto che se continua a lavorare come fa, solo sei mesi all'anno, non arriverà da nessuna parte e che quando diventerà precocemente vecchio e la sua salute sarà rovinata, l'industria, con tutta naturalezza, si laverà le mani di lui. Può essere intimamente onesto e rispettoso della legge come tutti, ma quando si trova senza lavoro e senza soldi è già disposto a consultare un amico contrabbandiere e ad essere iniziato al racket.(...)"

da: Louis Adamic - Dynamite -

venerdì 22 ottobre 2010

Estraneità

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"Crediamo di avere l'idea dello strano e dell'estraneo, mentre in realtà l'abbiamo solo di ciò che ci è familiare. Non pensiamo la lontananza, bensì la prossimità che della lontananza è la misura."

- Maurice Blanchot - L'infinito intrattenimento -

giovedì 21 ottobre 2010

Convergenze editoriali

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"L'estremismo, malattia infantile del comunismo" a firma di Lenin, sarà il primo volume dei classici ad essere pubblicato nell’Italia liberata dal fascismo, al Nord, dal PCI, nel giugno del 1945. 
A proposito del libro di Lenin, c’è da riportare una notizia quantomeno curiosa. Otto Ruhle, in una sua testimonianza, asseriva che la brochure de "L'estremismo" rimase in vendita nelle librerie di Berlino anche dopo il 1933, anno della presa del potere da parte dei nazisti.

mercoledì 20 ottobre 2010

Senza Mercato

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Ecco, per poter vedere un buon western, di questi tempi, bisogna andarsi a cercare un horror! Per quanto possa sembrare paradossale, è proprio così. Con questo "The Burrowers", J.T. Petty riesce a confezionare un prodotto che definire eccellente è poco. Ambientato nei territori del Dakota durante il 1879, tre anni dopo la disfatta di Custer a Little Big Horn, si apre con le tenere immagini di un corteggiamento, giocate su un registro quasi onirico. A spezzare il sogno, l'attacco alla piccola fattoria isolata, i morti, la ragazza scomparsa. Coffey, immigrato irlandese, innamorato, sul teatro della tragedia. A lui, si uniscono Clay, allevatore, barba bianca, mascella squadrata e buon senso, e Parcher, un altro allevatore. Si mettono in caccia, niente eroismi. Qui, la sopravvivenza prevale sull'onore. Il reparto di cavalleria, cui si uniscono, è comandato da Henry Victor, un sadico alla Custer che odia i Sioux e tutti gli indiani. La realtà storica piano piano prende forma, si colora di sangue. L'immigrato irlandese, Coffey, e Callahan, nero dall'improbabile cognome irlandese che fa il cuoco per i militari senza essersi arruolato, per poter restare libero di andarsene quando vuole, sono a disagio con la violenza fatta agli indiani, mentre considerano la loro "insufficienza" in questo mondo di frontiera. Il film, quasi impercettibilmente cambia registro, ma non troppo, mentre si scopre e si comincia a parlare di una tribù misteriosa, the burrowers, gli scavatori di tane...Ma non sembra che importi poi molto. C'erano prima ... Quasi un simbolo, tenue, diafano ... E una storia di fantasmi la si può raccontare anche intorno ad un fuoco, fra i boschi e la prateria, nel Dakota del 1870.
Poi, mentre scorrono i titoli, una canzone, "All the Pretty Little Horses", una ninna-nanna che risale alla guerra civile americana, la canta Grant Campbell, ma come si può facilmente evincere appartiene al repertorio di Nick Cave.

Volendo, lo si può vedere in streaming ( http://italia-film.com/film-horror/4404-the-burrowers.html ), con i sottotitoli italiani, oppure lo si può scaricare in rete. Non credo che mai nessuno lo importerà. Non ha mercato.

The Burrowers (2008) di J.T. Petty
con Doug Hutchison, Clancy Brown, William Mapother, Sean Patrick
Thomas, Karl Geary, Jocelin Donahue, Laura Leighton, Stan Burd, David
Busse, Trip Davis.
Prodotto in USA. Durata: 96 minuti.

martedì 19 ottobre 2010

Vecchi Wobblies

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E' il 31 marzo del 1921, quando Big Bill Haywood lascia gli Stati Uniti. Si imbarca ad Hoboken, di fronte a Manhattan, diretto a Riga, in Lettonia, Unione Sovietica! Davanti alla statua della libertà, scrive: “Salutando la vecchia megera con la sua fiaccola levata, pensai: ‘Addio, per troppo tempo mi hai voltato le spalle. Me ne vado nel paese della libertà’”.
Di lì a non molto, incontrerà Lenin e gli chiederà - la sua preoccupazione - se le industrie sovietiche siano dirette e amministrate dagli operai. ‘Sì, compagno Haywood, è questo il comunismo’- sarebbe stata la risposta di Lenin. Un po' troppo sempliciotti, questi americani. Sempre.
Più tardi, un paio d'anni dopo, in un'intervista rilasciata al corrispondente del New York Times a Mosca, riassumerà:  “Il problema di noi vecchi wobblies è che noi sappiamo come dargliele ai crumiri, alle guardie delle miniere e alla polizia, o fare discorsi di battaglia ad una folla di scioperanti, ma non la sappiamo così lunga come i russi su queste cose ideologiche. Questi russi danno un mucchio d’importanza alla teoria ideologica e, se non stanno attenti, finiremo per fare a pugni uno di questi giorni”.
Il vecchio wobbly morirà nel 1928, senza aver trovato il paese della libertà! Verrà cremato, e una metà delle sue ceneri verranno sepolte sotto le mura del Cremlino, accanto a quelle di John Reed.
L'altra metà viaggerà verso gli Stati Uniti, fino a Chicago, nel cimitero di Waldheim. Verrà sotterrata ai piedi del monumento ai martiri di Chicago, con Lucy Parsons, Emma Goldman, Elizabeth Gurley Flynn, Joe Hill.

lunedì 18 ottobre 2010

Inattualità

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"Quando Giuseppe figlio di Matatia (il futuro Giuseppe Flavio) fu governatore della Galilea e della provincia di Gamala, tentò di consolidare la resistenza ebraica contro i romani organizzando le truppe degli insorti secondo gli stessi schemi propri dell'esercito occupante. Con ben minori ragioni le organizzazioni della classe operaia da molto tempo hanno preso a modello le strutture avversarie. Partiti e sindacati di classe subiscono l'indubbio potere fascinatorio della controparte capitalistica e intendono fronteggiarla trasformandosi in organi formalmente similari a quelli che la caratterizzano. Non si tratta di una più o meno accettabile scelta strategica. Una delle più temibili conquiste del capitalismo consiste proprio nell'aver conferito un valore simbolico di forza e di potere alle sue strutture: valore simbolico al riconoscimento del quale non sfuggono neppure molti di coloro che si propongono di abbattere il capitalismo."

- Furio Jesi - Spartakus -

sabato 16 ottobre 2010

Buone Notizie dalla Francia

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Il «problema» delle pensioni è una grande truffa, volta a farci ingoiare misure il cui obiettivo è affatto semplice: farci sgobbare di più, più a lungo, e pagarci di meno... per meglio riempire le tasche dei padroni. Reagire è naturale...

Non si tratta di difendere un sistema pensionistico marcio, o di salvaguardare pretese «conquiste» che ci costringono a lavorare 40 anni, con la sola speranza di potere, alla fine, crepare in santa pace: sprecare la vita a guadagnarsi da vivere. Si tratta di difendersi contro questa nuova offensiva dello Stato e dei capitalisti.

Da che mondo è mondo, la migliore difesa è l'attacco; dunque, riprendiamo il controllo dei nostri interessi!

Scavalchiamo i cani da guardia! Basta coi sindacati, che cercano di controllare il movimento a forza di manifestazioni straccione e pallose, per apparire responsabili e seri, e andare poi negoziare le briciole coi ministri! Basta coi partiti, che pensano soltanto alle loro elezioni e che, se fossero al governo, attuerebbero le stesse riforme!

Reagiamo!
Non seguiamo più le regole del loro gioco!

Lo sciopero è un'arma a nostra disposizione per bloccare l'economia e colpire i nostri nemici là dove fa più male: nel portafoglio.

Lo sciopero non libera solo tempo, ma anche cervelli; per riflettere, discutere, organizzarsi e agire collettivamente, al di là delle categorie professionali: comitati di sciopero, Assemblee Generali interprofessionali, Assemblee Generali di lotta, comitati di quartiere, gruppi di affinità, azioni dirette, picchettaggi, occupazioni, e tutto ciò che si può immaginare per uscire dal quadro sclerotizzato che ci viene imposto.

A noi, il compito di passare all'offensiva e di essere incontrollabili!
È questo che fa paura al potere.
È questo che può farlo vacillare.

Per un movimento reale che abolisca lo stato di cose presente, rompiamo gli argini!

Lavoratori, disoccupati, studenti, liceali...

CONTRO LO STATO, I PADRONI, I PARTITI, I SINDACATI!

TUTTI IN PIAZZA!

La lotta è classe contro classe!
Scioperi, picchetti e tutto ciò che è necessario...

[Dal sito Des Nouvelles Du Front; trad. it. Lmjf]

venerdì 15 ottobre 2010

Panegirico

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“E fino alla fine del mondo dello spettacolo, il mese di maggio non tornerà più senza che ci si ricordi di noi”

- Guy Debord -

giovedì 14 ottobre 2010

fiammate, umide come i sogni …

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Cinque note su come mi guadagno da vivere - di Jean Patrick Manchette


- 1 -
Nel romanzo poliziesco classico, la criminalità disturba l'ordine della legge, che è fondamentale venga ripristinato per mezzo della scoperta del colpevole e la sua eliminazione dal campo sociale.
L'inchiesta può anche svelare i desideri maligni di quasi tutti i personaggi, ma questi desideri sono inerenti alla natura umana, considerata con rassegnazione da parte dell'autore e del suo investigatore. Nella misura in cui questi desideri non comportano un passaggio all'azione (criminosa), la miglior soluzione consiste nello stendere un velo su di essi. E così l'investigatore privato è un eroe più appropriato di di un poliziotto ufficiale. Allo stesso modo il suicidio del colpevole è la forma più elegante della sua eliminazione, una forma che permette di evitare la pubblicità di un processo e di un'esecuzione, e che in ogni caso non aggiunge alcun supplemento di colpa alle tristi, varie e necessarie incarnazioni del male. L'investigatore, da solo, porterà la responsabilità per il male fatto al colpevole, il peso del senso di colpa legato alla sua azione necessaria - e lo porterà anche a consumare occasionalmente cocaina o a giocare a scacchi o forse a suonare il violino, in modo da poter a sopportare meglio il male eterno e (dimostrando la propria umanità) e a sacrificarsi ad esso.
- 2 -
Nel romanzo criminale violento e realista di tipo americano (il noir) l'ordine della legge non è buono, ma è transitorio ed in contraddizione con se stesso. Formulato in modo diverso, il male domina storicamente. Il dominio del male è sociale e politico. Il potere sociale e politico è esercitato da bastardi. Più precisamente, da capitalisti senza scrupoli, alleati o identici ai gangster riuniti nelle organizzazioni, che hanno sul libro paga politici, giornalisti ed altri ideologhi, così come la giustizia, la polizia, ed altri seguaci. E questo in tutto il territorio dove queste persone, divise in clan, combattono tra di loro con tutti i mezzi possibili per ottenere il controllo dei mercati e profitti. Possiamo riconoscere qui una immagine della società capitalistica in generale più o meno analoga a quella che troviamo nella critica rivoluzionaria. Questo è ovvio.
- 3 -
Meno ovvio, ma sicuro, è il fatto che il noir si caratterizza per l'assenza o per la debolezza della lotta di classe e per la sua sostituzione con l'azione individuale (che è, per inciso, senza speranza). Mentre i bastardi e gli sfruttatori di fatto detengono il potere sociale e politico, gli altri - gli sfruttati, la massa delle persone - non sono più il soggetto della storia, ed in ogni caso appaiono nel romanzo noir solo in ruoli minori, più o meno socialmente emarginati - i tassisti, le minoranze razziali (i neri, i chicanos), i vagabondi, i disoccupati, gli intellettuali declassati, il personale di servizio (ma anche, in numero sorprendente, nelle figure dei lavoratori, da sempre particolarmente maltrattati, prima o durante l'azione del romanzo, da parte dei boss, dai pezzi grossi e dai loro scagnozzi).
Qui la lotta di classe non è assente nello stesso modo in cui lo è nel romanzo poliziesco. Gli è semplicemente che qui gli sfruttati sono stati sconfitti e sono costretti a soffrire sotto il regno del male. Questo regno è il campo del romanzo noir, un campo in cui e contro il quale si danno luogo le azioni del protagonista. Quando questo eroe non è di per sé un bastardo che lotta per la sua piccola porzione di potere e di denaro (come nel caso dei primi romanzi di James Hadley Chase), quando (come nel caso di Hammett e Chandler) sa cosa sono bene e male, egli non è altro che la virtù in un mondo senza virtù. Egli può riparare qualche torto, ma non riparerà mai il torto generale di questo mondo, lui lo sa, e questa è la fonte della sua amarezza.
- 4 -
Possiamo vedere che la grande stagione del romanzo noir si colloca nel periodo finale della contro-rivoluzione trionfante (approssimativamente fra il 1920 e il 1950), e soprattutto raggiunge il suo culmine sotto i vari fascismi e durante la guerra. La definizione del romanzo noir come principalmente antifascista, seppur stranamente, non sembra possa essere confutata. (Questo si spiega asserendo che il romanzo noir può facilmente essere accusato di fascismo, o può dare luogo a derivazioni od imitazioni fasciste. Fascismo e antifascismo sono naturalmente le forme complementari per mezzo delle quali la contro-rivoluzione inchioda il proletariato alla sua condizione.)
- 5 -
La fine della controrivoluzione ed il ritorno all'offensiva proletaria decretano, nel lungo periodo, la fine di tutto per le professioni intellettuali. Tra le altre cose, il romanzo noir sparirà presto, un fenomeno che rappresenta una quantità notevole di cose prive d'importanza. Ancora per un po' potrà accendere le sue ultime fiammate (umide, come i sogni), amalgamandosi con il cinema, la musica pop, e tutta la rimanente merce culturale, nella pietosa messinscena della rivolta individuale finale, cioè nella pietosa messinscena dell'arretratezza e anche dell'impazienza del giovane ladro, del pazzo, del terrorista (le definizioni non si limitano a quelle riportate in questa lista). Ma ben presto il movimento verso il comunismo dissolverà ogni arretratezza e soddisferà ogni impazienza.

(tradotto da)
Jean-Patrick Manchette – Les Nouvelles littéraires, no. 2565, December 30, 1976

mercoledì 13 ottobre 2010

mezzanotte

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"Sanno quello che siamo e cosa sono essi stessi… Nessuno è più pratico, più cinico e più lesto a risolvere tutto con l’omicidio, dei plebei privilegiati che sopravvivono alle rivoluzioni… Nasce una nuova piccola borghesia con i denti aguzzi, che ignora il significato della parola coscienza, si prende gioco di ciò che ignora, vive di energie e di slogan d’acciaio e sa molto bene di averci rubato le vecchie bandiere… E’ feroce e vile. Noi siamo stati implacabili per trasformare il mondo, loro lo saranno per conservare il bottino. Noi davamo tutto, anche quello che non avevamo, il sangue degli altri assieme al nostro, per un futuro sconosciuto. Loro sostengono che ogni cosa è compiuta purché non gli si chieda niente; e per loro ogni cosa è realmente compiuta visto che hanno tutto. Saranno inumani per vigliaccheria"

- Victor Serge, E’ mezzanotte nel secolo, Edizioni e/o, Roma 1980, p.122 -

martedì 12 ottobre 2010

Passeggiando …

kafka

Incontriamo un corteo di operai che sfila, diretto ad un meeting, striscioni e bandiere al vento.
Allora Kafka mi fa: "Queste persone sono così fiere, così sicure, così felici. Sono padroni della strada e pensano di essere padroni del mondo. In realtà si sbagliano, e alla grande! Già, dietro di loro, marciano i segretari, i professionisti, i politici, tutti i sultani dei tempi moderni, ai quali loro stanno spianando la strada che conduce al potere."
- Voi non credete nel potere delle masse?
- Lo vedo, questo potere delle masse: è informe e sembra invincibile, eppure non smette di essere continuamente vinto e addomesticato. Al termine di tutti i rivolgimenti realmente rivoluzionari, ci aspetta sempre un Napoleone Bonaparte.
- Non credete che la rivoluzione russa possa estendersi?
Dopo un lungo silenzio, Kafka risponde: "Più un'inondazione si estende, meno profonde si fannno le sue acque, e sempre più torbide. La rivoluzione evapora e rimane solo il limo di una nuova burocrazia. Le catene dell'umanità torturata sono forgiate con le scartoffie".

- da Gustav Janouch, Conversazioni con Kafka -

lunedì 11 ottobre 2010

Miti e Leggende

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Di Domenico Tempio (Miciu Tempio), catanese e poeta, si parla poco, o punto.
Eppure, in vita, nella sua Catania dove era nato nel 1750, era famoso. Dopo, è stato ricordato, quando lo è stato, solo per i suoi componimenti poetici che gli hanno valso l'attributo di "poeta pornografico". La sua opera maggiore, in due volumi", "La Caristia", racconta in venti canti ed in quartine di settenari la sommossa che divampò a Catania a cavallo fra il 1797 ed il 1798. Gli affamati, finalmente protagonisti, si mettono in scena ed irrompono, nella storia e nel poema, con le loro vite e con il desiderio di un mondo nuovo. Ognuno di quei "pezzenti rivoluzionari" racconta la propria triste storia, e tutte insieme - queste storie - danno unità e genuinità al poema. Solo un piccolo e breve aneddoto, riferito alla figura dell'uomo e del poeta, anticlericale proprio in forza del fatto che era rimasto chiuso in seminario per anni, destinato dal padre ad una carriera ecclesiastica che non avvenne mai. Leggenda vuole che la chiesa, negli anni, tentasse un riavvicinamento, commissionandogli un lavoro che celebrasse la natività. Dell'opera perduta, e ovviamente rifiutata, si conosce - tramandato a voce nei licei dell'isola - solo l'incipit. Una cosa del genere, fra l'italiano e il dialetto:

C'erano templi e c'erano palazzi
pi 'ffari nasciri lu re di la natura
Ma quali minchie, ma quali cazzi
'Appi a nasciri 'nna na mangiatura.

venerdì 8 ottobre 2010

Sidney Falco

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E' la solita domanda cretina, quella che ti fai, più o meno ad alta voce, non appena cominciano a scorrere le prime immagini - e già la tentazione di fartela ti era venuta davani ai titoli! Uno si chiede, ma perché??? Perché nessuno riesce più a fare film come questo? Magari la risposta, semplice, sarebbe che non li fanno più perché li hanno già fatti, ma lasciamo perdere. Il film è un capolavoro, nella trama, nella realizzazione, nella recitazione, nella fotografia, nella musica perfetta ad accompagnare le immagini. The Sweet Smell of Success. Il dolce profumo del successo. Che ci vleva a tradurre il titolo, pari pari? E invece no, dovevano dargli un titolo scemo, in italiano, come al solito. Piombo Rovente. Sì, lo so, il piombo non è quello dei western o dei film di gangster, è quello delle macchine da stampa ... Ad ogni modo, Alexander Mackendrick firma un capolavoro, e Tony Curtis e Burt Lancaster gli danno le gambe su cui farlo camminare. Un addetto stampa dal nome che sembra un destino, Sidney Falco, e un giornalista titolare di una rubrica che fa il bello e il cattivo tempo, fa salire e sbatte giù dai piedistalli, insomma ... roba attuale, per un film girato nel 1957!
Hunseker (Lancaster) ha una sorella di 19 anni, cui è legato da un affetto morboso, e Sidney Falco (Tony Curtis) ha un debito, oltre ad essere "una torta farcita di arsenico". Il piano è quello di creare le condizioni affinché il chitarrista jazz, di cui è innamorata la sorellina, si levi di mezzo. E va fatto con ogni mezzo, per questo c'è Falco! "Il gatto è nel sacco, è il sacco è nel fiume" - garantisce Falco. Ma forse non è proprio così ....

Nemmeno una nomination, per questo capolavoro, nemmeno per James Wong Howe, che fotografa Manhattan come se fosse una jungla paranoica. Chi non l'ha mai visto, questo film. lo cerchi, in dvd, su emule, dovunque, lo cerchi e lo guardi. E anche se l'ha già visto, ed è passato qualche tempo, lo riguardi e si gusti tutta la scena in cui Falco/Curtis tenta di corrompere un giornalista, ricattandolo, per costringerlo a pubblicare una notizia falsa ...

Sweet Smell of Success
(titolo italiano: Piombo rovente, USA, 1957)
Regia: Alexander Mackendrick
Sceneggiatura: Clifford Odets, Alexander Mackendrick e Ernest Lehman (dal soggetto di Ernest Lehman) Musiche originali: Elmer Bernstein Fotografia: James Wong Howe Montaggio: Alan Crosland Jr.
Interpreti principali: Burt Lancaster, Tony Curtis, Susan Harrison, Martin Milner, Sam Levene, Barbara Nichols Durata . 96’

giovedì 7 ottobre 2010

Avvoltoi e non

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(nella foto) Nel giugno del 1962 è in corso il rinnovo dei contratti di alcune categorie di lavoratori, tra cui quella dei metalmeccanici. Per i giorni 7, 8 e 9 luglio è stato proclamato uno sciopero, ma la UIL e il SIDA — il sindacato aziendale della FIAT - siglano un accordo separato con la direzione della FIAT, col quale, in cambio di poche lire, non vengono toccati alcuni degli elementi più scottanti, tra cui ritmi e carichi di lavoro, la dura disciplina aziendale ecc. Insomma, il solito bidone. I due sindacati, forse resi spavaldi dal fatto che in FIAT avevano raccolto il 63% dei consensi nelle elezioni delle Commissioni Interne, pensano che questa ennesima fregatura passi senza colpo ferire, E invece no, Il sabato mattina, 7 luglio, lo sciopero prende corpo in un clima teso (picchetti, caccia e botte ai crumiri, ecc.); al pomeriggio cominciano a radunarsi sotto la sede della UIL, in piazza Statuto,  centinaia di manifestanti, molti iscritti alla UIL, che fischiano, urlano contro il sindacato; due  sindacalisti, riconosciuti in un bar, vengono picchiati e cominciano a volare sassi contro la sede del sindacato. Da qui prendono il via gli scontri e la successiva, dura, repressione. Le forze “di sinistra”  condannano i “giovani teppisti” di piazza Statuto; anche i Quaderni Rossi, culla dell’operaismo, si  uniscono al coro di condanna. E fin qui, la storia …


Sì, in effetti, qualche somiglianza c'è. Qualche parallelo si può fare, fra la critica - così come sta montando oggi  - nei confronti della CISL e del suo risibile segretario, e gli "antichi" fatti di Piazza Statuto, nel 1962, a Torino.
Tutti - ora come allora - sono d'accordo nel proclamare che simili episodi di INTOLLERANZA non possono essere ... TOLLERATI! Divertente, no? Da ogni parte, si tuona che la CGIL non deve più TOLLERARE la FIOM, in quanto la FIOM non TOLLERA la CISL. Per parte sua, la FIOM argomenta che non TOLLERA più che la si accusi di non-TOLLERARE, perché la FIOM TOLLERA, oh se TOLLERA. E così via ...
In questo quadro, ovviamente, ci sono quelli che tollerano di meno e quelli che tollerano di più.  Come Gad Lerner che tollera la FIOM, ma non tollera gli avvoltoi, come li definisce. Gli avvoltoi – sono parole sue - sarebbero "personaggi dell'area antagonista, estranei al mondo del lavoro". Una  definizione nella quale, qualche tempo fa, ci sarebbe rientrato perfino Carletto Marx. Non c'è che dire! E nel suo argomentare contro gli avvoltoi, si lascia scappare anche un ricordo, proprio, di  quella Piazza Statuto, facendo professione di TOLLERANZA, però! Perché, a suo dire, "anticipava una lunga stagione di lotte unitarie, grazie alle quali i lavoratori raccolsero una quota significativa di benefici del miracolo economico italiano". Mentre, adesso, per l'ex LC adesso in veste di Cassandra, "evidenziano solo la debolezza e la lacerazione di un sindacalismo che pare predestinato a gestire una fase di arretramento del lavoro salariato".
E gli avvoltoi che volano - si sa - certe cose non riescono a vederle. Forse, per vederle, bisogna strisciare. Poi, per quello che non si riesce a vedere subito, ci sono le telecamere!

mercoledì 6 ottobre 2010

Filosofie

chesterton

G.K. Chesterton scrisse una volta: "La parola 'buono' ha molti significati. Per esempio, se un uomo dovesse uccidere la madre sparandole da una distanza di mezzo chilometro, lo definirei un buon tiratore, ma non necessariamente un buon uomo".

E' l'avverbio "necessariamente" che mostra quanto Chesterton possedesse una vera mente filosofica.

da "Platone e l'Ornitorinco", di T. Cathcart e D. Klein

martedì 5 ottobre 2010

Nuova Grinta

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I fratelli Cohen scelgono il western, era ora! "True Grit", Vera Grinta, recita il titolo, considerato che il film proclama di essere una versione più fedele del romanzo di Charles Portis da cui, a suo tempo, venne girato "Il Grinta", che valse anche un Oscar, come miglior attore protagonista, a John Wayne.
Qui, il ruolo che fu del Duca tocca ad un Jeff Bridges testardo ed ubriaco, assunto dalla figlia quattordicenne della vittima, che si mette in caccia del ricercato di turno. Matt Damon, Texas ranger, anche lui sulle tracce dell'assassino, si aggregherà, formando un improbabile trio. Sulle note di una colonna sonora, realizzata da Carter Burnwell, che usa e rielabora vecchi inni protestanti, a sottolineare i principi morali della protagonista. E la voce di Johnny Cash in 'God's gonna cut you down', fra gli altri. Arriverà a gennaio, in Italia. Maledizione!

lunedì 4 ottobre 2010

España

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C'è una scena, ne "La Grande Fuga", quando James Coburn, dopo essere praticamente scappato in bicicletta dal campo di concentramento, arriva a Parigi e, grazie ai maquis francesi, viene accompagnato alla frontiera con la Spagna, dove viene preso in consegna da uno spagnolo che gli farà attraversare il confine.
" España? " - chiede Coburn. "España!" - è la risposta che riceve.
Mi piace pensare che quello spagnolo fosse Francisco Denís Diéz, detto "Catala'". Militante del sindacato dei trasporti di Barcellona, e commissario nella Colonna Durruti, ferito nella battaglia di Montsech, aveva riparato in Francia alla fine della guerra. Ma sarebbe ritornato in Spagna molte, moltissime volte. A partire dal 1943, aveva organizzato una rete che consentiva il passaggio attraverso i Pirenei. Il Catala' entrerà in Spagna, per l'ultima volta, il 29 maggio del 1949. Verrà arrestato il  3 giugno nei pressi di Gironella. Portato alla caserma di Lerida, per non correre il rischio di parlare sotto tortura, ingoierà una pasticca di cianuro.

venerdì 1 ottobre 2010

tamburi nella notte

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"Un cane andò in cucina
e si accostò al fornello
Allora col coltello
Il cuoco lo sgozzò.

Ciò visto gli altri cani
Scavarono una fossa
E sulla terra smossa
Scrissero con la coda:

Un cane andò in cucina ..."


Così canta Andreas Kragler, in "Tamburi nella Notte" di Brecht. In una Berlino diventata campo di battaglia contro la borghesia, da campo trincerato della borghesia che era! La rivolta e Kagler, un reduce della guerra, creduto morto, che torna. Torna e si scopre ... tradito.
Si getta nell'insurrezione, vaga nella notte insieme agli altri ribelli. Gruppi di insorti, e in mezzo Kragler, animato da spirito di distruzione, pubblico e privato. Si tirerà indietro, alla fine, rifiutando di immolarsi, scaglierà il tamburo contro la luna che era solo un lampione e luna e tamburo, insieme, finiranno nel fiume, secco.
Ma la rinuncia nasce dallo stesso "vivere la morte ogni giorno" che porta alla rivolta. Una mitologia della sconfitta che ci accomuna, che accomuna la Berlino della Luxemburg alla Comune di Parigi e alla Spagna del 1936. Battaglie perdute cui si vorrebbe aver partecipato!

giovedì 30 settembre 2010

la mia città

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Si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie memorie più remote e segrete; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come l’“haut-lieu” e al tempo stesso come la propria città: propria poiché dell’io e al tempo stesso degli altri; propria, poiché campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto; propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue  conseguenze immediate. Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una  ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città."


da "Spartakus o della rivolta" di Furio Jesi

mercoledì 29 settembre 2010

Sogni

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La giovane Vittoria Valiente, figlia di esuli, rifugiatisi da Barcellona in Francia, alla fine della guerra civile spagnola, fa dei sogni. Sogna che un soldato repubblicano, nel 1939, l'accompagni lungo la spiaggia di Argelés sur Mer, nel sud della Francia, nel luogo dove venne impiantato il campo di prigionia destinato ad accogliere mille rifugiati spagnoli, in fuga davanti alle truppe franchiste. Con "El angel de la retirada", Paco Roca scrive un altro romanzo grafico ispirato ai temi della guerra civile spagnola, e per farlo si avvale della collaborazione di Serguei Dounovetz, autore francese di polizieschi. Già ne "El Faro", Paco Roca, aveva raccontato l'arrivo di un rifugiato dalla guerra civile spagnola in in faro del sud della Francia. Lì c'era Francisco Valiente, un soldato repubblicano di Almeria, ed il suo incontro con un vecchio che ritrovava la voglia di vivere.

martedì 28 settembre 2010

Occhi

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"Occhio per Occhio", è una miniserie televisiva in due parti che ci trasporta nella convulsa Barcellona degli anni '20 dello scorso secolo. Lluis Homar, Nuria Gago e Manu Follola sono i tre attori protagonisti di questo film TV, scritto da Isaac Palmiola e da Eduard Rodrigo, e diretto da Mar Targarona. Il film è stato trasmesso da TV3, in catalano, col titolo "Ull per Ull".
La storia ruota intorno ad Eric Serra (Manu Fullola), un giovane operaio che lavora in una fabbrica tessile. Un giorno, all'uscita dalla fabbrica, Eric si ritrova ad assistere, con un misto di rabbia ed impotenza, all'assassinio del proprio fratello, il quale poco tempo prima aveva guidato uno sciopero che aveva causato un enorme danno economico alla famiglia Torrents. Eric sa chi è il responsabile di quella morte e, pertanto, decide di unirsi ad un gruppo di azione anarchica, per vendicare il fratello. Inizia così una nuova vita, ai margini della legge, imparando a conoscere le teorie dell'anarchismo rivoluzionario. Fare la rivoluzione, ma per cominciare servono denaro ed armi. Per questo, sequestrerà Eulalia, la figlia del padrone.
Questa, a grandi linee, la storia. Pare che, nonostante la "irrinunciabile" storia d'amore, il film non sia male e che riesca a rappresentare, con un certo rigore, l'epoca in cui è stato ambientato.
Almeno nella prima parte!


http://www.tv3.cat/videos/2847850/Ull-per-ull---Cap-1
http://www.tv3.cat/videos/2847930/Ull-per-ull---Capitol-2

lunedì 27 settembre 2010

Quien Sabe?

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In Spagna ci era arrivato da solo, attraverso la Francia. Sembra che ce l'avesse a morte con il regime fascista di Mussolini, ed anche per questo aveva offerto i suoi servigi alla Repubblica. Frank Glasgow Tinker, detto "Salty", già aviatore della marina americana che aveva dovuto "lasciare" per questioni di alcol e di risse, riuscì a spuntare uno stipendio di 1.500 dollari al mese, più mille per ogni aereo nemico abbattuto. Erano soldi, a quei tempi! E Salty aveva un paio di sogni da realizzare. Piccole cose, come comprarsi una casa e scendere il Mississippi in canoa, da solo insieme al suo fox terrier, giù, fino a New Orleans.
L'ultimo volo lo aveva fatto il 29 luglio del 1937, quando aveva abbattuto l'ultimo aereo, l'ottavo. Poi se n'era tornato a casa negli Stati Uniti, in Arkansas, con un bel gruzzolo. Aveva fatto quello che doveva fare (casa e fiume), ed aveva anche scritto una serie di articoli per il Saturday Evening Post, sui suoi mesi in Spagna. Che poi erano diventati un libro, “Some Still Live”. Ma, il 13 giugno del 1939, dopo aver preso una stanza in un albergo economico a Little Rock, aveva passato tutta la mattinata a contemplare le sue mappe della Spagna, i suoi diari di volo, il suo passaporto falso intestato a Francisco Gómez Trejo e la fotografia che lo ritravea accanto al suo "Chato", il suo aereo, un Polikarpov I-15. Il suo aereo, il numero 56, cui stava appoggiato, il gomito sulla coda del velivolo, addosso la sua uniforme, la sua giacca di cuoio.
Era seduto di fronte alla finestra quando, impugnata la pistola, se la puntò dritta al cuore e fece fuoco. Non aveva ancora trent'anni.
Sulla sua tomba c'è scritto, in spagnolo, "Quien Sabe?".

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venerdì 24 settembre 2010

L’onore delle Offese

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La vendetta. Tutta la sua vita, in fin dei conti, fu un lungo e calcolato regolamento di conti contro le offese fattegli nel suo passato. La vendetta contro la fame e la miseria. Felipe Sandoval, anarchico, muratore, rapinatore e assassino. Felipe Sandoval, conosciuto come "Doctor Muñiz", capo, durante la guerra civile spagnola, della più temuta delle cosiddette "ceche" anarchiche.
Ha un bel curriculum, Felipe, nato il 26 maggio 1886 proprio nel "Barrio de las Injurias", a Madrid. Il suo primo colpo lo realizza a casa di Agapito Velasco, un funzionario comunale che ha il vizio di appropriarsi dei fondi dell'Assistenza Sociale, 35.000 pesetas è il bottino! Diventa così il nemico  pubblico numero uno, una sorta di Al Capone spagnolo. E qualche mese dopo, sarà proprio in stile Al Capone la rapina portata a termine ai danni di una filiale del Banco de Vizcaya: 40.000 pesetas in dieci minuti. Poi, altre rapine, fino a quel 22 agosto 1936 quando organizzerà l'assalto e l'incendio del carcere Modelo a Madrid (nella foto) che si concluderà con l'esecuzione di tutti i più noti politici di destra, ivi rinchiusi, e che provocò uno shock tremendo alla Repubblica.
Già, la Repubblica, non c'era più la repubblica quel mese di giugno del 1939, a Madrid, in Calle de Almagro al n°36, dopo che i franchisti avevano portato a termine l' "operazione 101"! Centoeuno, i più ricercati, i più odiati. Dirigenti politici e sindacali, deputati, governatori, sindaci, giornalisti. Tutto quello che della repubblica era rimasto venne catturato ad Alicante, mentre aspettavano una nave che li avrebbe portati in esilio, e che non arrivò mai. Fra loro c'era Felipe.
Nel centro di detenzione, la polizia lo obbliga a redigere una confessione. E Felipe scrive tutto, tutto quello che lui ha fatto. 63 pagine, in cui ricorda chi era, chi è. Aveva 53 anni, ed era un uomo invecchiato e malato di tubercolosi (i suoi aguzzini lo costringeranno anche a leccare i suoi propri grumi di sangue dal pavimento). I suoi compagni lo accusano di tradimento.
Quest'uomo alto, magro, con mani grandi, educato e riservato, silenzioso si toglie la vita. Nessuno reclama il suo corpo, che verrà seppellito in una tomba anonima del cimitero di Madrid.
Ora, settant'anni dopo, un'ora e mezza di film, infarcito di materiale d'archivio, e con solo quattro foto di Felipe, gli rende giustizia.

Chi vuole, lo scarichi.


"El honor de las injurias"
Dirección y guión: Carlos García-Alix
Fotografía: José Luis Sánz Peñalba
Montaje: Juan Luis de No, Marcos Flórez
Música: Álvaro de Cárdenas
Producción: No Hay Penas
País y año de producción: España, 2007

Guerra_Civil

giovedì 23 settembre 2010

If I can't dance, I don't want to be part of your revolution

Corruco-de-Algeciras.1

Vivevano come potevano, lavorando di giorno e cantando di notte, sempre per i padroni. Aspettavano fuori dalle taverne, ché magari il proprietario chiedeva loro di animare una festa. Spesso non li pagavano nemmeno, e se ne tornavano a casa con le tasche vuote. Quelli che avevano una casa! Bizco Amate viveva sotto un ponte. Nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra civile spagnola, essere cantate di flamenco era una colpa. Il Bizco poteva scegliere fra il ponte ed una cella, in prigione. Del resto fu proprio in prigione che scrisse i suoi fandango più popolari! Canti di protesta per denunciare gli abusi del potere: i cantori erano poveri, mica ciechi!
Negli anni '30 e '40, il flamenco era considerata un'arte assai marginale. ristretto solo alle zone della bassa Andalusia, considerato come legato a doppio filo con la malavita, la notte, l'alcol e le prostitute. Era considerata cosa da zingari.
Il flamenco, e i suoi cantori, non rimasero in disparte, però, durante la guerra civile.
Corruco de Algeciras (José Ruiz Arroyo) fu uno dei più grandi cantori di quel periodo, combinando ortodossia ed innovazione raggiunse una certa popolarità negli anni '30 e incise anche alcuni dischi. L'11 aprile del 1938, combattendo contro le truppe franchiste che avanzavano sull'Ebro, si buscò una pallottola che gli spense la voce, e la vita. Aveva 28 anni, venne sepolto nel cimitero di Balaguer, a Lleida, a pochi chilometri da dove era caduto.