giovedì 24 gennaio 2008

anagrammando



Non va più di moda, ed ha perso forse quasi tutto il suo fascino, il pugilato, nella nostra vita di tutti i giorni. Soppiantato in televisione dal wrestling, sport assai più adatto alla mancanza di tragicità che contraddistingue il nostro tempo, sopravvive qua e là, in qualche film, sempre meno nei libri, e in qualche canzone. Ce ne sono state di questi tempi, da Springsteen ad Aimes Mann. Pugili veri e pugili immaginari, pugili da strada, e poi i pugili del "nostro immaginario". Anche qui, pugili veri e non, a cominciare dal Jack LaMotta di "Toro Scatenato", fino al "pantera" de "I soliti ignoti". E così via.
Luca Mirti dei Del Sangre ne ha scritta una anche lui, di canzone su un pugile. La canzone, bella come può essere bello un incontro di pugilato, quando è giocato bene, parla di Tiberio Mitri, alla sua figura si ispira, alla sua vita e alla sua morte. Tutto nello spazio di una canzone. Una canzone a volte dura più di un incontro, a volte meno. A volte dura più di un round, a volte meno. Come la vita, dura lo spazio di una vita, la canzone dura lo spazio di una canzone. Ce ne puoi mettere di cose dentro!
Tiberio Mitri, nasce a Trieste nel 1926. Buffo a pensarci, a Trieste nascono anche Duilio Loi, altro grande pugile, morto proprio in questi giorni, e nasce anche Vittorio Gasman che pugile lo è stato almeno due volte - a quanto mi ricordo - ne "I soliti ignoti" e ne "I mostri". E ancora più buffo è il pensare che anche Tiberio Mitri ha avuto una piccola carriera cinematografica, e fra i film cui ha partecipato c'è "La Grande Guerra", con Gassman!
All'inizio, la sua carriera è fulminante, proprio come un diretto al mento. Come afferma ironicamente nella sua autobiografia, "La botta in testa", si fa strada nel mondo con i pugni. Nel 1948 campione italiano dei medi, nel 1949 campione europeo. Nel luglio del 1950, a ventiquattro anni, affronta Jake LaMotta, per il titolo mondiale, e perde dopo quindici riprese. Nel 1954 riconquista il titolo europeo, per poi riperderlo dopo cinque mesi. Nel 1957 si ritira.

"Si allontanava come quando si segue un oggetto al margine della ferrovia e in breve non si può più nemmeno immaginarlo, tanto breve è stata l'apparizione. Tutto era passato in un soffio. I combattimenti con Jack "il toro" e Humez il minatore. I miei liquidatori... Molti avevano trovato scuse per le mie sconfitte incolpando persone a me vicine, ma io no. Mai. Bisogna essere onesti con se stessi. Me stesso.
Non ce l'avevo fatta a superare ostacoli più grossi. Il mio record parlava chiaro."

Negli ultimi anni della sua vita, il cervello comincia a spappolarsi, e per i traumi subiti in combattimento e per l'uso della cocaina di cui si è reso dipendente.
Muore nel febbraio del 2001, travolto da un treno locale, a Roma, in circostanze mai del tutto chiarite.
In mezzo c'è tutta una vita, dall'infanzia a Trieste, al pugilato come fuga dalla miseria e come riscatto sociale, il matrimonio con Fulvia Franco, miss Italia dell'epoca, l'America e la mafia e gli allibratori.La vita di un uomo.

Un link per farvi ascoltare la stupenda canzone di Luca, non ce l'ho (ora si: più sotto). Non ancora. Dovrebbe comparire sul sito dei Del Sangre, in download, quanto prima. Dateci un'occhiata, di tanto!
E poi Mirti è l'anagramma di Mitri.

LA TIGRE
di Luca Mirti

A volte mi ricordo quella folla stretta tutta intorno al ring
L'odore dei guantoni che si mescola col sangue e con le lacrime
Non ero certo il diavolo però picchiavo duro ed ero un idolo
Ho riso in faccia a Jack La Motta e i miei sogni morirono in quell'angolo

E tutto ciò che un tempo era per me uno scherzo avere ora è lì fermo immobile
Le braccia troppo a pezzi per alzarsi ancora a dire sono io l'invincibile
Li vedo ancora chi mi soprannominò la Tigre di Trieste voltarsi e non
Chiamarti più una volta che le luci sono spente

E non è certo un pugno quanto un gong che lentamente inizia a ucciderti
Assieme a tutta quella gente che fa finta poi di non conoscerti
E non ti resta che campare di ricordi e anche quelli poi ti abbandonano
La Tigre adesso è senza artigli e senza denti e non sa più chi è, Dio perdonalo

Ho visto la mia foto sui giornali di stamani in prima pagina
Mi fa uno strano effetto rivedere quella faccia sulla cronaca
Ed hanno scritto che ero sui binari a fare cosa non si sa, ma che ne sanno mai
Cosa vuol dire scendere da un ring e i guanti non riuscire più a sfilarseli

mercoledì 23 gennaio 2008

Senzacasa




Loudon Wainwright III. E' da tempo - per me - come un amico con una chitarra ed una sensibilità quasi lirica. Ha attraversato la storia della musica folk-rock, con spirito tagliente e con canzoni con titoli come "Me and My Friend the Cat" e "Glad to See You've Got Religion". Fin dai suoi primi dischi che per titolo recavano un numero romano, in progresso, a parte il primo, del 1970, che si chiamava semplicemente "Loudon Wainwright III".
Ai tempi del suo secondo album, "II", si troverà a cantare "Motel Blues" durante un programma di "women's liberation" trasmesso da una radio di Chicago. Una canzone che parlava di un cantante che cerca una ragazza da portarsi in albergo. "Il moderatore era una donna molto arrabbiata - racconta Loudon - che suggerì che forse mi avrebbe fatto bene avere i miei genitali tagliati! ...Non so. Quando l'ho scritta, la canzone, non stavo pensando alla liberazione della donna. Stavo pensando ad un "motel blues". Continua Wainwright - "Non scrivo canzoni sul Vietnam o sullo "impeachment" del presidente o sulla liberazione della donna o sulla situazione dei neri, so che le mie non sono canzoni di protesta o social-politiche. Le canzoni che di solito finisco a scrivere parlano di quel genere di cui si discute mentre si mangia, al bar. La mia è la politica dell'esistenza, quasi ."

Questa canzone, invece, una delle più belle, delle più trusti che abbia mai scritto, è recente. E parla della madre, parla della morte.


Senza Casa
di Loudon Wainwright III

Quando tu eri viva
Non ero mai solo
Da qualche parte nel mondo
C'era qualcosa che poteva essere chiamata casa

E fino quando non sei morta
Potevo dire di star bene
C'erano ragioni per vincere
E incentivi per combattere

Ora ho ricominciato a fumare
E ho pensato che tutto era finito
E che non voglio continuare a vivere
Ma cos'altro posso fare?
E mi sento come se stessi fingendo
E come se avessi ormai fatto tutto
Ed ho lasciato crescere una barba grigia
Ma piango come un bambino

Avevo sette anni quando ti cantai
"Rosin the Bow"
Nella cucina di zia Mary
E non riesco a credere

Che ho continuato a fare questo
Per tutto questo tempo
Ma adesso suonare e cantare
Mi sembra un gioco e un delitto

C'è chi mi ha telefonato per sapere se sto bene
Li ho rassicurati
Ma non è così
C'è un limite

Mi dicono che alla fine
Sono i tuoi migliori amici ad aiutarti ad andare avanti
Ma lo sanno tutti
Che eri tu la mia migliore amica

Certo ho avuto un aiuto
Lo so, stavo male
Si suppone che succeda qualcosa
Quando qualcuno muore

Ma ancora una volta comincio a star meglio
Sarò forte
Dopo tutto, ascolta
Sto cantando questa canzone

Quando tu eri viva
Non ero mai solo
Da qualche parte nel mondo
C'era qualcosa che poteva essere chiamata casa

Ora mi sento come se fossi un barbone senza casa
Ma starò bene
Camminerò attraverso i giorni
Fino ad arrivare a guardare in faccia la notte.

martedì 22 gennaio 2008

Just a story ...



E' molto tempo che "frequento" Elliott Murphy, fin da quando alla fine degli anni settanta si vide assegnare, fra tanti altri, la maledizone di un'etichetta che ha portato sfortuna a quanti l'hanno avuta in dono. Quella di essere un erede. L'erede di Bob Dylan. Dai tempi di "Aquashow" e di "Just a story from America", ho continuato a seguirlo, musicalmente parlando, da New York a Pargi, dove adesso vive, suona, incide dischi (ne ha incisi ben ventinove, senza mai perdere lo smalto) e, ultimamente, scrive anche libri che viaggiano anch'essi fra New York e Parigi. Si trovano anche in edizione in lingua italiana. Uno è una sorta di diario, "Note al caffé". L'altro, "Il mio nome è John Little" (orig. "Poetic Justice") è un ... western immaginario.

Generazione Perduta
di Elliott Murphy

La madre del bandito sta pensando a quando lui aveva gli orecchioni
E lei era davvero preoccupata
E sperava che non ci fossero conseguenze
Nel modo in cui la cosa si sarebbe risolta
E il bandito giace ferito mentre il dottore
Sta facendo un cenno al sergente di polizia
E le ultime parole che stava dicendo
Avevano a fare con il credere in Dio

E chi divide gli oceani
Quando una generazione ha perduto il suo posto
E chi sta montando il film
Della razza umana

E la sorella della prostituta
Sta cercando il modo giusto di amare
Dal momento che quando prova a battere
In questi giorni è dannatamente difficile per una ragazza
E la storia d'amore sul suo angolo di strada
Guida una cadillac modello Eldorado
E ultimamente lei ha cominciato a pensare
Che la realtà non è quella che si vede nei film

E chi divide gli oceani
Quando una generazione ha perduto il suo posto
E chi sta montando il film
Della razza umana

E il reduce dal Vietnam, senza una gamba
Sta provando a trovare un lavoro o una moglie
Perché non riesce a darsi pace
Ed è condizionato dal vivere su una sedia a rotelle
E gli assassini viaggiano ancora liberi per il paese
E contano i loro soldi
Con le loro mani insanguinate
E ultimamente ho cominciato a pensare
Che forse è tempo di prendersi una pausa

E chi divide gli oceani
Quando una generazione ha perduto il suo posto
E chi sta montando il film
Della razza umana

lunedì 21 gennaio 2008

Democrazia è il fucile in spalla agli operai



Un corteo interno, di operai, a viso scoperto, che spazza via gli impiegati crumiri della Fiat asserragliati nei loro uffici. Su una parete, prima di andar via, viene apposto, fra le esili proteste dell'unico operaio-sindacalista di tutto il film, un drappo rosso con sopra scritto a grandi lettere maiuscole: "POTERE OPERAIO".
E' la mia sintesi, la scena sopra descritta, del bel film di Wilma Labate, "Signorinaeffe"!

Poi ci sarà tutto il resto, quello di cui non si parla nel film (la strage della stazione di Bologna) e quello di cui si parla (la marcia dei quarantamila quadri ed impiegati Fiat). E prima c'è stato quello di cui non si parla (il licenziamento dei sessantuno operai accusati di connivenza colla lotta armata) ma che si intravvede nelle parole dure di un oste già operaio Fiat, parole da cui il protagonista prende bruscamente la distanza, dicendo che a lui non piacciono i morti ammazzati.

Prima c'è stata, non vista, quella sconfitta che si è già consumata ed è oramai dipinta a tratti indelebili sul volto degli operai fin dall'inizio del film; molto prima che tale sconfitta venga sugellata, alla fine del film stesso, dalla votazione-farsa, sull'accordo, davanti ai cancelli. La svendita di un'intera classe operaia, viene sancita dalla voce del sindacalista (sarà stata la voce di quel Carniti, lo stesso cui il film sarebbe tanto piaciuto!?) che dichiara l'accordo approvato, nonostante il filmato d'epoca ci consegni l'immagine di una assemblea decisamente contraria all'accordo! Magie sindacali mai dismesse.

In mezzo c'è tutto il film, con il suo saper coniugare il "politico" con il "personale", attraverso una capacità quasi inedita e sconosciuta per il cinema italiano degli ultimi trent'anni, mettendolo in scena nelle tante piccole situazioni che rappresenta. I silenzi di Sergio, un Filippo Timi che ha l'unico torto di non essere Gian Maria Volonté, a cui continua a tentare di riferirsi, e di riportarci. La famiglia di Emma, nelle sue componenti (sublime, la nonna) e nei suoi riti a tavola (i due maschi che si consolano mangiando pasta e fagioli); il vecchio mondo che si credeva fosse stato in qualche modo spazzato via da dodici anni di lotte e di cultura operaia che torna ad intonare il suo peana al padrone, e a vendergli e sacrificargli i figli. Figli oramai - di nuovo - troppo pronti a sacrificarsi e a lasciarsi vendere.

La partita è persa. E' persa già in quella testata sul viso, data a Sergio dal dirigente Fiat. E' perduta nelle "pere" che si fa il giovane operaio amico di Sergio. E' perduta nella distanza che Sergio misura, rispetto ad Emma, fin dentro l'aula di matematica, all'università. Ed è irrimediabilmente perduta nell'incapacità imbelle di quel reparto operaio che cede senza quasi reagire alla violenza mercenaria, prezzolata dall'ingegnere Fiat rivale di Sergio.
Forse è proprio la "storia d'amore", l'anello debole del film! Oppure ne è proprio la cifra, e la metafora, riuscendo a raccontarci la sconfitta e la disfatta proprio attraverso la sconfitta e la disfatta dell'amore. L'amore viene sbaragliato né più né meno di quanto venga sbaragliata la classe operaia. Quasi, anzi senza quasi, di conseguenza.
E così, mentre viene siglato, proprio mentre sto scrivendo, l'ennesimo accordo bidone, concordato fra padroni e sindacati, c'è un film da andare a vedere.
Un film da guardare. A lacrime asciutte!

venerdì 18 gennaio 2008

verità



Doc Schneider
, come si definisce lui stesso, "un avvocato per lavoro e per amore e un cantautore, inoltre. Al sicuro qui ad Atlanta".
Doc Schneider, canzoni come acquarelli - a volte ce n'è un bisogno disperato! - come questa, scritta col cuore e con animo leggero per un'amica, una collega di lavoro. Parla di come le persone, a volte, siano sleali nei loro rapporti. Non dicono la verità per paura di ferire il prossimo. La canzone - racconta l'autore - è nata quando ha sentito un suo cliente raccontare di un "movimento per la sincerità radicale"!

La canzone di Jennifer (Mi piace quando menti)

Mi piace quando sospiri
mentre stai dormendo, i tuoi piedi nudi
Mi piace quando menti,
ogni occasione che dai ai nostri occhi di incontrarsi
e mi piaci nei tuoi jeans
e tutto quanto
come se io non avessi mai saputo
che per te è lo stesso, lo stesso

Ma tu non dici mai la verità
perché se lo facessi tutto andrebbe in pezzi, in pezzi
E non sto a chiederti prove
non importa cosa c'è nel tuo cuore
dal momento che non voglio la tua sincerità
Voglio solo te, accanto a me
Certo, posso leggerti dentro gli occhi
ma mi piace quando menti

Sono caduto dentro la tua vita
e adesso è semplice non volere più partire
Vivo dentro la tua luce
e spero che tu non lasci mai scendere le ombre
ed ogni notte sembra
qualcosa che rassomiglia ai miei sogni
ed ogni volta che mi chiami
cado giù ruzzolando

Ma tu non dici mai la verità
perché se lo facessi tutto andrebbe in pezzi, in pezzi
E non sto a chiederti prove
non importa cosa c'è nel tuo cuore
dal momento che non voglio la tua sincerità
Voglio solo te, accanto a me
Certo, posso leggerti dentro gli occhi
ma mi piace quando menti

Qualche volta mi ferisce
averti solo per poco
e poi sentire che ci sono cose che
non mi hai mai detto
le cose che io ho detto a te
e sapere che stanotte non vuoi
non vuoi

Ma tu non dici mai la verità
perché se lo facessi tutto andrebbe in pezzi, in pezzi
E non sto a chiederti prove
non importa cosa c'è nel tuo cuore
dal momento che non voglio la tua sincerità
Voglio solo te, accanto a me
Certo, posso leggerti dentro gli occhi
ma mi piace quando menti
e dici che è vero
Mi piace quando menti
Certo, posso leggerti dentro gli occhi
ma mi piace quando menti.

giovedì 17 gennaio 2008

Da Lama a Ratzinger



Alla fine ... è finita così. Al papa sarebbe stato "impedito" di parlare a "La Sapienza"!
E infatti, magari gli andava detto: "vieni, vieni!" E poi, chissà ...
Comunque, adesso stanno sbraitando un po' dappertutto. A colpi di cazzate, e di cifre.
Sono venuti a dirci che i cattolici nel mondo sarebbero un miliardo e mezzo (parola di Giuliano Ferrara!). Chissà come andrebbe - mi domando - se, come nel film di Lelouch, si chiedesse un euro (vabbé, lì era un dollaro) ad ogni cattolico nel mondo per la liberazione del papa preventivamente sequestrato? Si riuscirebbe a tirare su un miliardo e mezzo di euri?
Non credo proprio! Mi sa che ci hanno messo anche me, in quel miliardo e mezzo!

mercoledì 16 gennaio 2008

Pensando alla mia colite...



Al personaggio del Dr. House, e ai suoi telefilm, sono stato "iniziato" da mio figlio. Lui ha un debole per due generi di personaggi, entrambi "politicamente scorretti", i bastardi e i cazzoni. E il Dr. House non è un cazzone! Così mi sono interessato alla cosa e mi è capitato di seguirne con interesse qualche episodio. Episodi che, fra le altre cose, devo dire, recano sempre in sé delle splendide canzoni!


Dr. House: "le prescrivo io una cosa. Costa poco, il che non guasta, perche'
l'assicurazione non gliela passa"

- gli porge la ricetta -

Paziente : "Cogaritte!??"

Dr. House: "Sigarette. Una-due volte al giorno, ne' piu' ne' meno. Gli studi
hanno dimostrato che il fumo e' uno dei sistemi piu' efficaci per
controllare l'infiammazione intestinale. E poi e' risaputo che rende del
30% piu' fichi.

Paziente: "Cos'e'? Uno scherzo per caso?

Dr. House: "Il fatto che renda piu' fichi sì. Il resto e' vero"

Paziente: "Ma non da' un'assuefazione nociva?"

Dr. House: "Molte delle cose che prescrivo danno un'assuefazione nociva. La sola
differenza è che il fumo è legale."

martedì 15 gennaio 2008

Assassini e Codardi



Rimane quel senso di fastidio, e di stanchezza, dato dalla ripetizione infinita dell'espediente filmico che vuole farti vedere le immagini riflesse, deformate, da un qualche vetro. In uno sforzo immenso di farti capire la metafora ... del mito. Ma è solo un espediente, e nemmeno troppo alto! Non basta a fare cinema, e men che mai a raccontare.
"L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" è un film lungo e noioso. Troppo lungo e troppo noioso, quasi quanto il suo titolo. Certo, non mancano dei "bei momenti", delle invenzioni che ti riportano al cinema, nel secondo film (mi dicono che il primo, "Chopper", sia uscito solo in dvd: dubito che mai lo cercherò!) di Andrew Dominik, regista neozelandese. Dicevo, non mancano i bei momenti come quando l'assassino Robert Ford spara per terra, vicino ai piedi di Nick Cave che sta cantando la ballata di Jesse James, attribuendo ben tre figli al bandito deceduto. "Erano solo due, i figli" - si limita a precisare il bravo Casey Affleck, prima di uscire dal saloon. Anche la rapina al treno potrebbe arrivare addirittura ad affascinare, con i suoi giochi di ombre e luci ed i vagoni affollati all'inverosimile. Potrebbe, se solo non fosse malamente ritagliata sulla rapina iniziale al treno di Butch Cassidy, trasformando il custode dei valori da simpatico quasi-complice in vittima designata, con un inutile gioco di violenza che farebbe sorridere Peckimpah; prima di farlo incazzare, rubandogli malamente la scena dei barattoli sugli scaffali di "Pat Garrett & Billy the Kid".
Troppe citazioni, troppe! E immerse, affogate, in centosessanta minuti di sequenze quasi sempre estenuanti. E Jesse James, a morire, ci mette più di due ore: un'agonia! E, quando finalmente si becca quella palla in testa, è stato oramai trasformato, improvvidamente, in una sorta di "rapinatore zen" che, prima di ammazzare uno dei suoi ex-complici, si mette a parlare di stelle, e di come ogni volta che le conti (vien da pensare che sia un'attività cui si dedichi spesso, la notte), il numero gli risulta essere sempre diverso.
"Non so nemmeno cosa siano propriamente, le stelle" - considera l'altro.
"Il tuo corpo lo sapeva, ma la tua mente l'ha dimenticato" - risponde il bandito iconografico.
E uno si chiede che cazzo gli spari a fare, dopo. Una battuta così avrebbe annientato chiunque, risparmiano il piombo!
Alla fine, in una ventina di minuti, la parte più interessante di cui dicevo prima, con l'assassino che "rappresenta" sé stesso nei teatri di tutta l'America. Fino alla nemesi. La morte per mano di un "vendicatore" in cerca della sua gloria, come Robert Ford prima.
Come uno specchio, appunto!
E per tutto il tempo, la voce fuori campo che non ti lascia mai in pace.
Aggiungendo fastidio al fastido.
Penso che andrò a riguardarmi "I Cavalieri dalle Lunghe Ombre"!

lunedì 14 gennaio 2008

Espressioni



"Ci vediamo ieri"

Curiosamente, è un'espressione araba che serve per troncare una conversazione, o una relazione, che ha fatto, alla lettera, il suo tempo. E' scaduta.
In originale è ancora più bella. Sembra quasi una formula magica, da pronunciare per far sparire l'indesiderato:

"Ashufakembereh!"

venerdì 11 gennaio 2008

A proposito di anni 70 e processi senza difesa ...



«Espulso a dodici anni da tutte le scuole: molestava una coetanea nel cortile di una scuola media del centro.»

La notizia è del 15 Maggio 1977, a Milano.
La decisione, che decreta la morte civile di un ragazzino, viene presa da un tribunalino d'inquisizione, composto da due insegnanti, due genitori e il preside!

mercoledì 9 gennaio 2008

fughe




Accade che non siano stati solo poliziotti, magistrati e padroni di varia fatta ad aver messo al mondo dei figli nei fatidici anni settanta. Così è successo allora a Piero Morlacchi e, per alcuni, la cosa peggiore è stata che il figlio, Manolo, abbia scritto un libro sul suo "essere figlio" che, per di più, è stato pubblicato. Il libro parte da assai lontano, dagli anni del fascismo, quasi volesse raccontare una sorta di saga familiare, un'epopea, quella della famiglia Morlacchi. Così nella prima parte si addensano testimonianze a cercare di tracciare un quadro delle epoche e dei tanti componenti la famiglia. Riesce spesso ad essere toccante, la vicenda, e le storie sono belle storie. Parlano di proletariato e di lotte, articoli che non è che abbiano poi oggi tutto questo mercato. Poi si arriva ad anni più recenti, gli anni cinquanta e la morte di Stalin e si racconta come lo "stalinismo" fosse di casa nel mondo operaio e proletario italiano in generale, e milanese nella fattispecie. E così, si viene anche a "scoprire" il dna stalinista del nucleo storico delle brigate rosse. Non ha problemi ad ammetterlo, Manolo, anche a colpi di "aneddoti", come quello del padre che per rincuorare un compagno di cella (Sirianni, di Lotta comunista), ferito da secondini mascherati, e in crollo di nervi, lo apostrofa definendolo "trotzkista di merda"!
Sorvolando sul fatto che "lotta comunista" era - ed è - organizzazione tutt'al più "bordighista", e mai trotzkista; la scoperta dello "stalinismo" delle brigate rosse è un po' la scoperta dell'acqua calda, rapportabile solo alla scoperta dello "stalinismo", appunto, di una quota di certo proletariato che, c'è da dire, però che lo viveva come l'affermazione di un'identità di classe, in contrapposizione a chi tale identità aveva svenduto. Il problema sarebbe stato, semmai, rendersi conto che la svendita era avvenuta molti anni prima, ed era stata orchestrata proprio dalla russia sovietica. Ma non voglio fare digressioni.
Fatto sta - ed è questo il senso del mio scrivere, oggi - che questo libro di Manolo Morlacchi ha dato fastidio. Ed ha dato fastidio - non agli eredi dei Calabresi e dei Moro - ma a Wu Ming 1 (uno dei componenti il celebre collettivo editoriale) che ha ravvisato nell'operazione un difetto, sotto forma di debito non assolto, nella sua recenzione su "Nandropausa". Ovvero ha lamentato, nella "ricostruzione" l'assenza totale di qualunque "pentimento" o "dissociazione". Ha ritenuto - come dire - eccessiva l'assunzione di eredità da parte del figlio! E, per farlo, ha denunciato come la deriva non è stata, appunto, una deriva ma era già insita nel culto dell'avanguardia. E, fin qui, se ne potrebbe anche discutere, della cosa. E su tale lettura, anche lo stesso Manolo Morlacchi ha avuto modo di ribattere dalle pagine del sito di Carmilla.
Ma quello che non mi ha convinto, nelle argomentazioni del Wu Ming, sono due cose. La prima è quasi banale ed è il suo avventarsi contro il titolo del libro ("la fuga in avanti"), coniugandolo artatamente con la frase virgolettata sul retro di copertina ("... e non ci vengano a parlare di fughe in avanti, gli specialisti delle fughe all'indietro", per poter affermare, a sua volta che "Riconoscere l'orrore anche dentro l'amore non è "fuga all'indietro", né significa abiurare il conflitto. Al contrario, è il solo modo per tornare a pensarlo fecondo." E questo, a mio avviso, il Wu Ming lo fa senza rendersi conto che la frase sul retro - nel libro - si trova dentro un documento citato risalente al febbraio 1965, stilato dai militanti del gruppo "Luglio 1960" di Milano, rivolta ai dirigenti del pci di allora, certo non meno stalinisti dei brigatisti a venire, e in cui il Wu Ming - per deduzione, se ha letto il libro - sembra riconoscersi!
La seconda cosa, a mio avviso, è assai peggiore ed ha a che fare con l'auto-convinzione che porta a cambiare la realtà passata, fino ad assumerla come verità assoluta. Così - nel caso - si usa il peggior stalinismo per combattere ...lo stalinismo. Arrivare a dire che " Roberto Peci venne dichiarato traditore su base biologica - per consanguineità con un pentito - dopo un "processo" senza difesa" è un falso assoluto, in quanto Roberto Peci non venne assassinato, dopo un processo - questo sì stalinista - volto ad ottenere che la vittima riconoscesse le ragioni degli assassini, per motivi "di sangue", solo in quanto fratello di Patrizio. Ma sembra che, addirittura, fosse passato al libro paga come confidente ben prima del fratello. Almeno così dicono le famose "inchieste giornalistiche", tipo quelle di Zavoli e Minoli, che tanta ammirazione suscitano nei sinceri democratici.
La lotta contro lo stalinismo, che è ancora ben vivo ed egemone, nella gestione della politica e, soprattutto, della memoria, non credo possa autorizzare nessuno a sparare cazzate come quelle sparate dal Wu Ming in questione. La verità va sempre onorata, per intelligenza!


Manolo Morlacchi, La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore, ed. Agenzia X, pp. 216, € 15,00.

martedì 8 gennaio 2008

Con una pallottola alla schiena



fonte: "il manifesto" del 5 gennaio 2008 Giancarlo Bocchi

Il 5 gennaio di settantuno anni fa, sulle alture spagnole de El Matoral, una pallottola vigliacca colpiva alle spalle e uccideva Guido Picelli, vicecomandante del Battaglione Garibaldi. Sulla vita di uno degli oppositori antifascisti più importanti e ingiustamente anche più misconosciuti della storia del nostro paese, da più di 10 mesi sto portando avanti una ricerca storica-documentaristica per la realizzazione di un film, che mi ha portato a viaggiare attraverso gli archivi riservati e segreti di Russia, Spagna, Francia e Italia. Qui a fianco ho voluto ricordare un episodio poco conosciuto della vita del rivoluzionario di Parma, ma importante per il suo significato storico-politico e simbolico: nel 1924 Picelli inalberò la bandiera rossa sul Parlamento italiano sfidando Mussolini che aveva abolito la Festa del Primo Maggio. Ma chi era quest'uomo coraggioso, altruista, nobile, libertario e beffardo? Negli anni '20 e '30 fu una vera leggenda per il proletariato internazionale. Il teorico della «guerriglia urbana» era in realtà un fervente anti-militarista che si serviva delle tecniche e strategie militari per difendere il proletariato. In questo senso sarà sempre ricordato per la «Battaglia di Parma» del 1922, quando sconfisse con 400 Arditi del popolo i 10 mila squadristi fascisti guidati da Italo Balbo. Fu una vittoria unica, un capolavoro tattico che le forze politiche democratiche nazionali non vollero trasformare in strategia. Così tra errori, settarismi e divisioni, misero il paese in mano ai fascisti. La strategia politica di Picelli era racchiusa in due parole: «unità e azione». Con il suo Fronte unico, composto da anarchici, comunisti, socialisti, cattolici, repubblicani, ecc. nel 1922 sbaragliò i fascisti. Per primo aveva indicato una via, che sarà poi percorsa molti anni dopo, con grave ritardo e a volte malamente, dalle forze democratiche. In questa occasione, grazie a un documento inedito trovato negli archivi russi, per la prima volta possiamo indicare Guido Picelli, non solo come il vice-comandante dei garibaldini di Spagna, ma anche come il comandante dell' 8° Battaglione delle Brigate Internazionali. Quello che i suoi volontari chiamavano affettuosamente «Il Battaglione Picelli».

Il primo maggio 1924 non è un giorno di festa. Mussolini, che ha preso il potere da quasi due anni, ha abolito la Festa internazionale dei lavoratori. Malgrado l'imposizione del regime fascista le astensioni dal lavoro sono comunque massicce. Pattuglioni di agenti di polizia e di carabinieri si aggirano per le vie arrestando gli operai che non possono giustificare l'astensione dal lavoro. Solo nella capitale i lavoratori arrestati sono più di mille.
È in questo contesto che Guido Picelli, deputato comunista, già comandante degli Arditi del popolo durante la vittoriosa Battaglia di Parma del '22 contro migliaia di squadristi di Italo Balbo, progetta e attua un'azione solitaria e clamorosa. Picelli vuole sfidare il regime fascista proprio nel palazzo del Parlamento ormai in mano ai fascisti, anche grazie ai brogli elettorali.
Nelle elezioni che si sono svolte da poco la lista nazionale del fascio littorio ha riportato, secondo i conteggi ufficiali, 4 milioni di voti e eletto 356 deputati. Più i 19 fascisti eletti in una lista civetta. La sinistra ha ottenuto al Nord più voti dei fascisti, ma il risultato elettorale complessivo è disastroso. I socialisti hanno perso i 3/5 dei voti, mentre il Pc ha ottenuto un piccolo successo, eleggendo 19 deputati. Tra questi l'«indipendente» e ex deputato socialista Guido Picelli.
Il sistema delle preferenze indicate dal Partito è rigido. Ma Picelli vince ugualmente. È l'unico a essere eletto al di fuori delle preferenze del Partito, grazie al largo seguito popolare che ha in Emilia.
Picelli è alto, ha gli occhi intensi, luminosi e magnetici. Ha un portamento elegante e fiero che incute rispetto. Quella mattina del primo maggio del 1924, all'ingresso della Camera dei deputati i commessi lo salutano con deferenza, rispetto e forse commentano tra di loro: «L' on. Picelli è veramente matto a venire qui proprio oggi». È un giorno di tensione. Decine di deputati fascisti bivaccano nell'edificio.
Ma Picelli è uno che non ha paura di niente e di nessuno. Sulla tempia ha una cicatrice. È il segno di un colpo di rivoltella ricevuto nel marzo 1923. Un fascista di Parma aveva mirato dritto alla sua fronte e gli aveva sparato a bruciapelo. Per fortuna o per caso, Picelli si era salvato con un movimento istintivo della testa.
Negli ultimi mesi è scampato a numerose aggressioni che potevano diventare mortali. Con l' aiuto dei popolani dei borghi dell'Oltretorrente ha organizzato una rete segreta di percorsi e vie d'uscita per fuggire con gli uomini della sua organizzazione clandestina dei «Soldati del popolo» agli agguati e agli attentati squadristi. Per organizzare la resistenza e partecipare alle riunioni politiche riesce ad attraversare gran parte della città di Parma passando per i tetti delle case. Frequentemente salta dalle finestre e passa per gli scantinati e i sotterranei seguendo percorsi sconosciuti a altri. Per i fascisti locali è diventato l'imprendibile. Picelli non è un politico di primo piano come Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci o Palmiro Togliatti. Ma al contrario dei dirigenti può vantare di essere l'unico che ha sconfitto sul piano militare i fascisti durante la Battaglia di Parma, nelle 5 giornate dell'agosto 1922.
Per il proletariato italiano Picelli è una leggenda. Una leggenda che «ha un coraggio di ferro», come dicono i popolani della sua città. Anche per questo motivo è molto temuto dai fascisti, fuori e dentro il Parlamento.
Nell'ottobre 1923 venne organizzato un complotto (come poi avverrà mesi dopo per Matteotti) per farlo fuori. Vincenzo Tonti, infiltrato, strumento del regime, preso dal rimorso e affascinato dalla nobiltà d'animo di Picelli denuncia pubblicamente: «Gli orditori del complotto erano divisi da due opinioni: secondo alcuni l'on. Picelli doveva essere bastonato a sangue (...) secondo altri, egli doveva scomparire addirittura». Chi erano gli organizzatori del complotto? Tonti denuncia il generale Agostini, il generale Sacco, il vicequestore Angelucci e Italo Balbo. Il complotto doveva avere inizio proprio davanti alla Camera dei deputati. Un portiere infedele, vedendo uscire Picelli, doveva avvertire i sicari del regime.
Ma quel primo maggio del 1924 Picelli non si cura dei complotti e dei rischi che corre. Ha in testa l'azione che deve portare a termine. È deciso, determinato. Dopo essere riuscito a seminare i pedinatori, a far perdere le sue tracce agli sbirri che lo seguono giorno e notte, attraversa i corridoi di Montecitorio con l'aria decisa di chi ha un lavoro urgente da fare. In mano ha il solito bastone da passeggio, che a volte gli serve come arma di difesa, e tiene sottobraccio qualcosa di morbido avvolto in una carta. Sale lo scalone del palazzo e senza dare nell'occhio arriva al primo piano. Attraversa alcune sale, si dirige verso la grande finestra prospiciente il balcone sulla facciata principale sulla piazza di Montecitorio .
Picelli esce sul balcone, scarta il pacchetto che aveva sottobraccio e srotola un grande drappo rosso ornato di falce e martello. L'asta portabandiera che si protende sulla piazza è nuda. Il tricolore sabaudo viene inalberato solo durante le sedute del Parlamento. Ma in quel momento non c'è alcuna bandiera perché la nuova legislatura non è ancora iniziata. Picelli con l' aiuto di alcuni pezzi di spago fissa il vessillo rosso sull' asta .
Dalla piazza i passanti, le forze dell'ordine e i fascisti guardano allibiti il vessillo rosso dei lavoratori e del comunismo che sventola placidamente sul palazzo del parlamento del regno. Picelli, anche approfittando del trambusto e confusione, scende tranquillamente le scale ed esce dal palazzo. Nessuno lo ferma. Nessuno gli chiede niente.
Il suo non è un atto per riaffermare lo slogan bordighista «Rosso contro tricolore», ma piuttosto un gesto simbolico per affermare che la Festa dei lavoratori non si tocca.
La polizia, dopo aver rimosso il corpo del reato dall'asta del palazzo del Parlamento, svolge intense e urgenti indagini. Benito Mussolini, che non si è ancora trasferito a Palazzo Venezia e alberga da presidente del consiglio nel vicino palazzo Chigi è furioso: «Ancora quel Picelli!». Probabilmente in Mussolini quel giorno riaffiorano i timori espressi prima della marcia su Roma: «Non possiamo arrivare a Roma lasciandoci alle spalle una situazione scoperta e pericolosa come quella di Parma». I primi rapporti di polizia arrivano alle 16.30 dello stesso giorno nelle mani del capo della polizia: «Verso le ore 14, l' on. Dudan, entrato con l'ing. Foscolo del Comune di Roma, nel salone di lettura della Camera, si era accorto che era stato attaccato all'asta della bandiera, posta al balcone di centro del 1° piano del Palazzo di Montecitorio, un drappo rosso (...). Immediatamente l'on. Dudan si era affrettato a togliere quel drappo, informandone successivamente la Questura della camera. Questa avrebbe raccolto sufficienti elementi per ritenere autore del gesto inconsulto l' on. Picelli, deputato di Parma, che non è stato più rintracciato nel locali della Camera».
Il rapporto del questore, il giorno dopo si si arricchisce di particolari : «Alle ore 13.45 di ieri l' on. Dudan e l' architetto Fasolo (Foscolo nel secondo rapporto di polizia diventa Fasolo) del comune di Roma, saliti al salone dei giornali, alla Camera dei Deputati, notarono che un individuo vestito di nero, sbarbato, si ritirava dal balcone prospiciente su piazza Montecitorio, allontanandosi frettolosamente dal salone stesso. Insospettito, l' on. Dudan si avvicinò al balcone e si accorse che un drappo rosso era stato legato all' asta della bandiera». Quindi, secondo i documenti ufficiali , la bandiera rossa dei lavoratori e del comunismo sventolò per almeno 15 minuti sul palazzo del Parlamento italiano.
L'epilogo della clamorosa azione avviene alle 17.30 dello stesso giorno. Picelli viene rintracciato dalla polizia in via Uffici del Vicario e «tratto in arresto». Secondo il rapporto della Questura «L' on. Picelli confessò (sic) il fatto aggiungendo di aver voluto compiere una affermazione di carattere sentimentale e politico». Il questore inviperito per la beffa arresta Picelli «per delitto di offesa alla bandiera nazionale, ai sensi dell' articolo 115 Codice Penale».
Come ricordò Umberto Terracini anni dopo, Picelli compì l' azione «temerariamente e di sua iniziativa» aggiungendo poi che «dopo che essa fu compiuta certamente nessuno dei compagni di partito gliene fece rimprovero».
Dopo poche settimane, l'10 giugno 1924, viene rapito e assassinato a Roma da sicari fascisti il deputato socialista Giacomo Matteotti. Il 30 maggio 1924 Matteotti aveva preso la parola alla Camera elencando tutte le illegalità e gli abusi commessi dai fascisti per vincere le elezioni. Nel discorso venne pronunciata la profetica frase: «uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai». Il corpo di Matteotti viene ritrovato il 16 agosto in un bosco nel comune di Riano a 25 km da Roma. L'intero paese è scosso da un'ondata di sdegno e d' indignazione. Il regime fascista vacilla.
Il 17 luglio al Comitato Centrale del Partito, Picelli propone la linea dell'azione: «L' organizzazione di carattere militare deve essere rafforzata. Da un momento all' altro noi possiamo essere trascinati sul terreno dell'azione e guai se il Partito non fosse in condizione di compiere interamente il suo dovere...». Come ai tempi della battaglia di Parma del 1922, il suo appello all'«unità e all' azione» non sarà ascoltato.

Giancarlo Bocchi (cineasta)

lunedì 7 gennaio 2008

una vita (anzi due) in tre minuti e mezzo!



Desperados che aspettano il treno giusto
di Guy Clark

Io stavo suonando Red River Valley e lui stava seduto in cucina e piangeva
E tamburellava con le dita ripassandosi i suoi settant'anni di vita
E mi chiedo, Signore,perché ogni pozzo scavato alla fine si secca
Eravamo amici, io e questo vecchio

Eravamo come desperados* che aspettano il treno giusto

Lui è uno sbandato e scava pozzi di petrolio ed era un vecchio allievo del mondo
Mi ha insegnato a guidare la sua macchina per quando lui era troppo ubriaco per farlo
E mi strizzava l'occhio quando mi dava dei soldi per portar fuori una ragazza
E le nostre vite assomigliavano ad un vecchio film western

Come desperados* che aspettano il treno giusto

Fin dal momento in cui cominciai a camminare, prese a portarmi con sé
In un bar che si chiamava "Rana Verde Café"
E lì c'erano dei vecchi con il ventre gonfio di birra ed il gioco del domino
Raccontavano balle sulle loro vite, intanto che giocavano
Ed io ero solo un bambino, ma si rivolgevano a me chiamandomi "il suo compare"

Come desperados* che aspettano il treno giusto

Poi, un giorno alzai gli occhi e mi accorsi che aveva già ottant'anni
Ed il suo mento era macchiato di tabacco da masticare, tutt'intorno
Per me lui continua ad essere uno degli eroi di questo paese
Ma perché - mi chiedo - è vestito come uno di quei vecchi
E sta lì a bere birra e a giocare a scala quaranta?

Come un desperado che aspetta il treno giusto

E il giorno prima che morisse, lo andai a trovare
Io ero cresciuto e lui era alla fine
Così ci limitammo a chiudere i nostri occhi e a sognare insieme, in cucina
E cantammo un altro verso di quella vecchia canzone
Andiamo Jack, sono sicuro che ora il tempo è venuto

E noi siamo come desperados* che aspettano il treno giusto


* Desperado (slang): chi scommette, giocando d'azzardo, al di sopra delle sue possibilità.

venerdì 4 gennaio 2008

Epitaffio


Un uccello su un filo
di Leonard Cohen

Come un uccello su un filo
Come un ubriaco che canta in coro a mezzanotte
A modo mio, ho provato ad essere libero.
Come un verme infilzato all'amo
Come un cavaliere preso da qualche antico libro
Ho conservato i miei nastri per te.

Se sono stato prepotente
Spero tu riesca a passarci sopra
Se sono stato falso
Spero tu sappia che non l'ho mai fatto con te.

Come un bambino nato morto
Come un animale feroce col suo corno
Ho fatto a pezzi chiunque cercasse di colpirmi.
Ma credo ciecamente in questa canzone
E in tutto quel che ho fatto di sbagliato
Ti ripagherò di tutto.

Ho visto un mendicante appoggiato alla sua gruccia
Mi ha detto: "Non dovresti chiedere così tanto."
E una graziosa donna sporgendosi dalla sua porta buia,
Mi ha urlato: "Hey, perché non chiedere di più?"

Come un uccello su un filo
Come un ubriaco che canta in coro a mezzanotte
A modo mio, ho provato ad essere libero.

giovedì 3 gennaio 2008

Marx a Detroit e ... Totò a Cleveland



Il remake, al cinema come in altri territori, di solito è sintomo di mancanza di idee. Oppure no. Oppure si potrebbe anche configurare come supremo gesto d'amore. Simile, nella sua dinamica, a quello che Héctor German Oesterheld fa dire ad Ezra Winston (uno dei personaggi del suo Mort Cinder, disegnato da Alberto Breccia), a proposito delle "copie" di un'opera d'arte, che sarebbero superiori all'originale, in quanto recherebbero in sé, oltre alla bellezza anche l'amore per l'originale!
E magari questo "Welcome to Collinwood" non sarà certo superiore a "I soliti ignoti", ma riesce a trasmettere come un senso di stranita ammirazione per un'operazione che traspone nell'odierna Cleveland la Roma del dopoguerra, con cinque squinternati (più un George Clooney su una sedia a rotelle che interpreta il ruolo che fu di Totò) che non avrebbero niente da invidiare agli originali, se non fosse per il continuo richiamo del cuore.
Non saprei davvero quale, delle due cinquine di ladri, definire più improbabili!
Poche e piccole variazioni nello script, giusto per evidenziare le poche e piccole differenze fra le due locazioni, fra cui il finale.
Ché non c'è pericolo, a Cleveland, che un sottoproletario possa cadere nella trappola del lavoro!
Insomma, un film da guardare. Con indulgenza e con l'attenzione dovuta alla somiglianza e alla differenza. Col cuore.

mercoledì 2 gennaio 2008

Redford per Sartori


Se non ricordo male, il cinema nel giorno di capodanno è sempre stato una sorta di rito. Ci andavo con mio padre, io e lui da soli, quand'ero bambino, a vedere un western o un horror, che allora non si chiamavano horror ed in famiglia piacevano solo a me e a lui, e riusciva a farmi entrare anche se era vietato, il film in questione.
A quanto pare, e a giudicare dalla quantità di persone, è ancora un rito! E ieri, a Roma dalle parti di piazza Barberini, c'era un mucchio di persone, a svolgerlo il rito. Addirittura in coda per fare il biglietto per accedere ad una delle tre sale, poi in piedi ad aspettare di entrare e ciucciarsi tre quarti d'ora di pubblicità varia, prima dell'inizio della pellicola. E va bene, l'ho fatto anch'io, senza risparmiare le mie solite lamentele ad alta voce. La fine del piacere e del godimento, laddove anche andare a vedere uno spettacolo diventa - è diventato - governato dalle regole di mercato. Tempo di lavoro, anche questo. Come tutto, oramai. Niente sfugge al tempo imposto. E anche il film, alla fine, si è rivelato esser parte del gioco. Un film inutile, non sto nemmeno a definirlo un brutto film. Ché forse non è nemmeno un film! Certo, c'è una regola, nella narrativa filmica e ci sarebbe da aggiungere che - diversamente dai libri - non dovrebbe essere dato ad un film di sfuggire dalla narrazione ed entrare nel saggio o, peggio, nel pamphlet. Se - come dice Sbancor - il romanzo (soprattutto noir) è rimasto l'unico modo di descrivere la realtà, dovrebbe essere così a maggior ragione per il film. Ma, purtroppo, abbiamo avuto Moore, nel cinema, negli ultimi tempi, e il "successo" tende ad ... arruolare. E così Redford ha voluto girare questo "Leone per Agnelli". E viene da chiedersi solo perché abbia voluto farlo. La storia si ripete - avrebbero potuto dire insieme Robert Redford e Meryl Streep - la prima volta in tragedia, la seconda in farsa, ripensando al Vietnam e pensando al presente. E Tom Cruise potrebbe anche rendere bene i termini della farsa. E, invece, tutto sembra risolversi in una sorta di chiamata alla realtà e ad un impegno che ha il suono fesso di una lezione di politologia dove - per più di un attimo - ho visto che le sembianze di Redford diventavano quelle di Sartori!

lunedì 31 dicembre 2007

Capodanno


Una persona amica, mi ha mandato un "sms", per gli auguri di fine anno, in cui mi ricorda che il 2008 sarà il quarantennale...!
E, mentre mi dispongo, come è mio solito, ad aspettare la fine di un anno (un altro anno in meno) insieme ad un mazzo di amici e persone care, scrivo qui ed estendo il ricordo e la speranza a tutti gli altri. A chi non ci sarà con me, stanotte, e che avrei amato che ci fosse. E anche a chi passa da queste parti....

venerdì 28 dicembre 2007

I conti col destino



«Anche la musica era interessante. Ricordo quando ho sentito per la prima volta Nilsson cantare "Everybody's Talkin'". Eravamo quasi al termine delle riprese e John Schlesinger, il regista, mi disse: "C'è un disco che mi sembra adatto come tema musicale, ti va di sentirlo?". Andammo in albergo, mise il disco e a me vennero i brividi.»

- John Voight, a proposito della colonna sonora di "Midnight Cowboy (Un uomo da marciapiede)"

Non è mai stato molto considerato, Fred Neil, nonostante abbia firmato alcune canzoni poi riprese ed eseguite da molte "stelle del rock"! Neppure la celeberrima, ai tempi, canzone che fece da colonna sonora al film "Un uomo da marciapiede", nelle versione di Harry Nilsson, servì troppo a portare il suo nome alla ribalta. Ha inciso poco, eppure è stato uno dei musicisti più completi di quel gigantesco movimento folk che si impadronì della scena nella New York del Greenwich Village, nella seconda metà degli anni sessanta. Non è stato un "protagonista", come Phil Ochs che del proprio impegno politico fece un vessillo, o come Bob Dylan che di quel gruppo rimane il musicista più importante, per usare un eufemismo. Eppure la sua vena triste e malinconica, legata al blues oltre che al folk, fa brillare la sua opera come una gemma di inestimabile bellezza. Non era simpatico a molti, e non ha mai fatto parlare di sé più di tanto. Erano in tanti a dovergli molto: a cominciare da Tim Buckley e Tim Hardin, continuando con gente del calibro di Eric Andersen, John Prine, Jackson Browne, Don McLean, fino ad arrivare a Townes Van Zandt.
Quando è morto, nel 2001, a 64 anni di età, si era già ritirato da tempo dalle scene, rifugiandosi nel silenzio, tanto che quando, nei primi anni settanta, Frank Sinatra (che conduceva allora un popolare show televisivo del sabato sera) gli offrì un mucchio di soldi, per cantare ancora una volta la sua "Everybody's Talkin'", Neil rifiutò. Aveva chiuso il suo debito col destino, e non tornò sui suoi passi. Né quella volta, né altre. Mai più.


Tutti parlano

Mi stanno parlando tutti
non sento una parola di quel che dicono
solo echi della mia mente

La gente si ferma a fissarmi
non riesco a vederne le facce
solo le ombre dei loro occhi

Vado in un posto dove il sole continui a splendere
anche attraverso il diluvio della pioggia
Dove il tempo vada bene per i vestiti che indosso

Via lontano dal vento di nord-est
Alla ricerca di una brezza estiva
Saltando sopra l'oceano come un sasso.

giovedì 27 dicembre 2007

che lo dico a fare!?



Per me - non è retorica - è cominciata allora, con i miei sedici e rotti anni, il 12 dicembre del 1969. La strage di ... stato. Venire da lì, dalla rabbia per quelle morti vigliacche. Nemmeno il coraggio di spianare le armi in faccia, come ad Avola, non troppo tempo prima, e neanche il nemico, di classe, da lasciare sul terreno. Solo la morte, da gettare sul piatto, e in faccia a tutti noi. Un'altra epoca, quella del 1969, per molti versi. Amici, nemici, alleati, avversari, per molti di noi, erano ancora da definire o, forse, da redifinire. Noialtri da soli, "sinn fein" in gaelico. E soprattutto quando interviene un senatore, Giovanni Pellegrino, "persona informata dei fatti" e a lungo presidente della "Commissione stragi", a raccontarci come andava in quell'epoca. Nessun mistero - ci racconta il senatore - serviva solo un'Italia che fosse ben allineata in un Mediterraneo inquieto. Dettaglio in più, dettaglio in meno. "Intemperanze sociali" da contrastare con un "piano degli ordigni esplosivi", e gli esecutori erano solo "ragazzi troppo esuberanti", giovani di "ordine nuovo" arruolati dai servizi segreti militari. Non ci sono misteri - ci informa Pellegrino - e non c'erano nemmeno allora, quando scoppiò la bomba, quando arrestarono Valpreda, quando morì Pinelli.

"Sapevano benissimo anche i capi del Partito Comunista, troppo intelligenti per non capire. Non parlarono per senso di responsabilità. Se avessero raccontato i retroscena di quella strage cosa sarebbe accaduto? I Feltrinelli, i Curcio e altri esaltati come loro si sarebbero moltiplicati. Non avremmo assistito a una guerra civile a bassa intensità, ma ad un vero e proprio scontro aperto."

L'intelligenza, già! E l'intelligenza non è mica acqua fresca, forse per questo nessuno ha commentato le dichiarazioni del senatore Pellegrino. Silenzio. Anche perchè, sennò, i signori del Pci (quelli sopravvissuti) avrebbero dovuto specificare che non si limitarono a "non parlare". Fecero di più e di meglio! Mistificarono, calunniarono, annientarono. Del resto, erano degli esperti. Il segretario Luigi Longo si era svezzato in Catalogna, contro gli anarchici, ed era sempre pronto a rinnovare gli antichi fasti. Per rendersene conto basta andarsi a rileggere la stampa del partito ai tempi della "pista Valpreda"!
Ora, la maggior parte di questi personaggi non c'è più, però molti ci sono ancora (cazzo, se ci sono!) e può essere "bello" rivederli tutti insieme. Eccoli!:

Segretario Generale: Luigi Longo
Vicesegretario Generale: Enrico Berlinguer

Direzione: Abdon Alinovi, Giorgio Amendola, Paolo Bufalini, Sergio Cavina, Gerardo Chiaromonte, Arturo Colombi, Armando Cossutta, Fernando Di Giulio, Guido Fanti, Carlo Galluzzi, Pietro Ingrao, Leonilde Iotti, Luciano Lama, Emanuele Macaluso, Adalberto Minucci, Giorgio Napolitano, Alessandro Natta, Agostino Novella, Achille Occhetto, Gian Carlo Pajetta, Ugo Pecchioli, Claudio Petruccioli, Alfredo Reichlin, Antonio Romeo, Rinaldo Scheda, Mauro Scoccimarro, Emilio Sereni, Adriana Seroni, Umberto Terracini, Aldo Tortorella.

Comitato Centrale: Giovanni Berlinguer, Arrigo Boldrini, Napoleone Colajanni, Giueseppe D'Alema, Edoardo D'Onofrio, Giuseppe Dozza, Maurizio Ferrara, Sergio Garavini, Fausto Gullo, Renato Guttuso, Davide Lajolo, Lucio Lombardo Radice, Giuliano Pajetta, Luca Pavolini, Luigi Petroselli, Bruno Trentin, Vittorio Vidali, Renato Zangheri.

E, del resto, gli epigoni non sono certamente da meno dei loro venerandi maestri! Basta riguardarsi la storia di questi ultimi anni: la precarietà sul lavoro, e del lavoro, è stata sancita dalla legge nota come "pacchetto Treu", votato anche da "Rifondazione comunista"; la legislazione contro gli immigrati e i richiedenti asilo ha avuto inizio con la legge Turco-Napolitano, e sempre votata da Rifondazione; si deve alla penna di Violante il più brioso manifesto sulla "sicurezza"("apologia dell'ordine pubblico") poi tradotto in una legge che ha decretato l'autonomia dell'arma dei carabinieri; è stato Oliviero Diliberto, in qualità di ministro della giustizia, a promuovere i GOM (reparti speciali di guardie carcerarie) che, poi, si distingueranno a Genova. E si potrebbe continuare. Ma a che pro? Che lo dico a fare!?

lunedì 24 dicembre 2007

Ciak, è Natale!



Ma guarda un po', domani è un'altra volta il giorno che chiamano "natale"!
Dicono che sia un giorno importante, per molti, e magari lo è davvero, in un modo o nell'altro. Lo è, a prescindere dalla ricorrenza della presunta nascita di colui che i surrealisti chiamavano "il rospo di Betlemme". Lo è perché non si riesce a sfuggire - per quanto tu ti nasconda - al clima, per così dire. Sarebbe ipocrisia negare, da parte mia, l'essere del tutto immune alla mitologia, del natale. Perfino un film come "La vita è meravigliosa" di Frank Capra, non mi dispiace e, a dirla tutta, riesco anche a trarre "ispirazione" da molti altri film di ambientazione più o meno natalizia quando son fatti bene (secondo i miei gusti), compresi quelli con Chevy Chase. Già, il cimena. Il cinema è forse davvero, se non l'unica, la migliore cifra del natale. E, a mio avviso, lo è a trecentosessanta gradi. Vado a braccio, a ricordare, via via che mi vengono in mente. Da "Parenti serpenti" di Monicelli - e come avrebbe detto Peppino De Filippo: "...e ho detto tutto." - fino al natale di guerra de "La grande illusione" di Renoir fino a tutte le versioni cinematografiche de "Il canto di natale" di Dickens (maledetto!"), il natale - bisogna ammetterlo - fa parte del dna del nostro immaginario. E anche le canzoncine svolgono un buon ruolo, e confesso di aver comprato una volta una compilation di canzoni natalizie in chiave country. Vabbé, c'è da dire che l'interpretazione di "Jingle Bells Rock", resa da Jerry Jeff Walker, era (ed è) da standing ovation!
Tutto questo preambolo, per dire che non sono immune ad una sorta di immagine del natale, fatta di letto caldo e di pigrizia e di camino acceso mentre fuori tutto è freddo e bianco e altre bischerate simili. Ma la famiglia no, non la sopporto! Preferisco stordirmi di televisione da solo, piuttosto che attuare una full immersion in famiglia! Ed è quello che mi toccherà fare, per natale. Passarmelo da solo, dico. Anche perchè, tutti quegli altri stanno in ...famiglia!
E poi, ecchecazzo, ditemi qual è un dolce peggiore del panettone!?!

venerdì 21 dicembre 2007

La Classe...non è acqua!



"Si era autonominato apostolo del sabotaggio, aveva un sorprendente dono della parola, passava da un lavoro all'altron trasformando i «mangiaufo» in Wobblies e insegnado loro quella che lui chiamava la «tecnica del perder tempo». La insegnò anche a me. Mi diceva: «Non darci così sotto con quella pala, ragazzo! Non romperti la schiena! Mi viene a mente quello che un branco di buoni a nulla fece giù a Bedford, nell'Indiana, nel 1908, quando il padrone disse loro che c'era una riduzione sulla paga. Allora loro andarono in un negozio di utensili e si fecero accorciare le pale e dissero al padrone: “paga piccola, pala piccola”. Gli era scattata la molla giusta: era una forma di sabotaggio istintivo e spontaneo, anche se il sabotaggio, voglio dire la parola «sabotaggio», era allora sconosciuto in questo paese. E va ancora bene, paga piccola, pala piccola. Prendi tre e cinquanta: pensi che valga tanto il tuo lavoro? Non essere scemo. E allora: pala piccola, e quando nessuno ti guarda, niente pala. E che vadano al diavolo! Perdi tempo, sciopera sul lavoro. Capito?»
Io trovavo che perder tempo, anche quando ero diventato più o meno padrone della tecnica, era più faticoso che lavorare davvero, ma il mio maestro ne era profondamente soddisfatto. Mi incoraggiava dicendomi che un po' alla volta ci avrei fatto l'abitudine.”

Louis Adamic – DYNAMITE – collettivo editoriale librirossi – seimila lire

giovedì 20 dicembre 2007

chitarre



Woody Guthrie e Pete Seeger.Suonavano insieme in un gruppo, a New York. Indossavano camicie da lavoro e jeans, e scrivevano canzoni folk che avevano come protagonista l'uomo della strada, vittima dello sfruttamento in lotta contro i vampiri capitalisti. Sulla chitarra di Woody campeggiava lo slogan:
"Questa macchina uccide i fascisti".
Sul banjo di Pete c'era una versione più moderata e gentile:
"Questa macchina attacca l'odio e lo costringe ad arrendersi".

mercoledì 19 dicembre 2007

Troppi Western!



Non è un gran film, decisamente. Non ricordo nemmeno il nome del regista, offuscato dalle presenze "ingombranti" di Robert Redford e Morgan Freeman. Jennifer Lopez assolve al suo ruolo, nient'altro.
No, non è un grande film "Il Vento del Perdono" (meglio il titolo originale "An Unfinished Life". Una vita incompiuta.), gli mancano molte cose per esserlo, anche se adesso non me ne viene in mente nessuna. Ma a volte sono i piccoli film, quelli che riescono a parlarti; magari i grandi non ne sono capaci, ti lasciano ammirato ma non ci riescono. Invece, un film come questo, ri-visto martedì sera, ti scava dentro, e riesce a tirarti fuori il sorriso e la lacrima asciutta. Magari ci riesce solo perché ti parla di te, una sorta di "te" condiviso. Per quello che sei. Magari è l'età! E poi fuori anche stasera fa freddo,così uno resta in casa, consolato dal termosifone e dalla bottiglia di herradura, accende il televisore e si dice "perché no?".
Neanché i dialoghi, alla fin fine, sono granché. Niente a che fare con la sontuosità cinematografica dei duetti che lo stesso Freeman svolge con Clint Eastwood in un film comer"Million Dollar Baby"! Però....le facce...
Sì, certo, un film scarno, una storia scarna intagliata col coltello, con la presenza di un orso quasi archetipico a fare da controcanto alla violenza sudicia e vigliacca che è da tutte le parti.
Poché verità. I padri che non dovrebbero mai sopravvivere a nessun figlio. I film western che abbiamo visto, troppi, e che dovrebbero essere una motivo in più di preoccupazione, per i nostri nemici. Quei nemici spiccioli, quelli che ci assediano, comunque, dovunque si riesca a fuggire. Naufraghi. Danno piacere, i piccoli film. Più dei grandi. Ti confortano e ti tengono in piedi, nonostante tutto. Malgrado tutto, Ogni tanto, in sere come questa.

martedì 18 dicembre 2007

Pesci Pollo e P38, in salsa fiamminga



Faceva freddo a Bruxelles. Faceva freddo, non tanto per le minime attestate su pochissimi gradi sotto lo zero, quanto piuttosto per le massime che, nonostante il sole risplendente in un cielo del tutto terso, non andavano al di là del loro reciproco negativo. Faceva un freddo boia e a ben poco serviva l'antico vino cotto venduto per strada nei mercatini che, per natale, invadono la città.
Bruxelles andata e ritorno, in poco più di ventiquattr'ore, con in mezzo un concerto di Tom Russell. Splendido pazzo! Un cantautore (ma "songwriter" rende meglio l'idea!) capace di scrivere, e cantare, canzoni che ti graffiano il cuore. Un uomo che ... non lo diresti mai. L'aspetto che penseresti in un avvocato, magari in odor di ... mafia; qualcosa alla "Carlito's Way", per intendersi. Le canzoni, sorrette dall'accompagnamento decisamente toccante della chitarra di Michael Martin (un "mezzo indiano" di San Antonio, Texas, quasi un Charles Bronson giovane con un'acconciatura alla "swingin' London" ed i modi strani ed affettati di un damerino da film western di John Ford). Le canzoni, inframmezzate da un torrente di parole, invenzioni linguistiche che diventano un tormentone, come il "Chicken fish" ed il "You, bastards" con cui si rivolge a noi pubblico; aneddoti e battute che risparmiano ben pochi mostri, sacri e non sacri. Bob Dylan che non è dio e Springsteen e Iggy Pop e gli americani che ci mettono dovunque il ghiaccio e qualsiasi schifezza diventa buona, e via di questo passo.
Poi, il giorno successivo, la ri-partenza da Charleroi, dove la scena che si è svolta al controllo bagagli avrebbe meritato di essere consegnata ad un qualche supporto, ottico o magnetico:
La perquisizione di uno zaino, alla ricerca di una ... candela! Il contenuto del bagaglio viene sparpagliato sul banco alla fine del nastro trasportatore, alla ricerca di questa maledetta candela che sembra non trovarsi e alla fine emerge dal caos. La candela è solo un bicchierino riempito per tre quarti di una cera dal color rosso miele. Nello stesso involucro che avvolge la candela, si trova lo ... stoppino. Insignificante, innocuo, fatto di carta che uno poteva metterselo anche in tasca e passava indenne attraverso qualsiasi ispezione, ma... Non si può! Come!? Potrebbe essere pericoloso! La soluzione? Lascia lo stoppino (che potrebb essere una miccia, un innesco!!!) e porta via la candela! Come non averci pensato?
Ma il tutto avviene mentre sullo stesso bancone teatro dell'autopsia dello zaino giaceva, ammiccante, un libro sulla cui copertina in bella evidenza recava il titolo "La Compagna P38" e la foto, quasi a tutta pagina dell'arma in questione, e ancora a sinistra a titoli cubitali la scritta "il romanzo delle BRIGATE ROSSE". Nessuno ci ha fatto caso!
Poi, vabbé, siamo partiti in ritardo perché un coglione ha ritenuto violata la sua dignità dal fatto che i passeggeri dotati di biglietto "check'n'go" salissero prima di lui e della sua comitiva, cui doveva dimostrare di essere uomo da rispettare. Risultato: noi mezz'ora di ritardo, e lui rimasto a Charleroi dove potrebbe venire dichiarato indesiderabile per un lungo periodo sui voli di linea. Ben gli sta!

venerdì 14 dicembre 2007

Date fiori ai ribelli caduti



"Severino Di Giovanni rimase un pericolo pubblico anche quando era cadavere. Seppellito durante la notte, in fretta e furia, nel cimitero della Chacarita in una tomba senza nome, la polizia scoprì con orrore che quella tomba, la mattina dopo, era completamente ricoperta di rose rosse. Allora il ministero dell'interno dispose che il corpo fosse rimosso e buttato in una delle fosse comuni. Ma anche allora, per giorni e giorni, ogni mattina, gli agenti trovarono la fossa ricoperta di rose rosse. Non si riuscì mai a scoprire la misteriosa persona che portava i fiori durante la notte."

Nico Francalanci
L'anarchico che cade nelle mie mani deve aver litigato con la vita se continia a essere anarchico Robin Edizioni 2007 - 10 euri

Scelte



I Del Sangre. Luca Mirti e Marco Lastrucci. Ricordo che una persona, tempo fa, mi chiedeva se davvero fossero ... operai. Il "blue collar rock" sta bene ad Ashbury Park. Fra Firenze, Prato e Lamporecchio si fa fatica a crederci!
Ma come? Cantano suonano e sono pure operai!? Ma dai, non è possibile.
Tralascio ogni considerazione su simili "incredulità", mi limito a prenderne atto. Come ho preso atto, con gioia e soddisfazione, del fatto che adesso è possibile, andando sul sito dei Del Sangre, scaricarsi aggratis l'intera discografia. Tre dischi, uno più bello dell'altro, e la cover di "Masters of War" di Bob Dylan tratto dalla compilation "Not in my name".
Ma non solo, seguendo il link alle Bonus-Tracks è possibile scaricarsi "Zoe", il primo disco mai pubblicato, più un'altra decina di pezzi, più o meno inediti.
Bisogna ascoltarla per credere! I Del Sangre rifanno il Canto dei Lavoratori, quello scritto da Filippo Turati in persona, e musicato da non ricordo chi. Ma il fatto incredibile è che, non conoscendo la musica della versione originale, Luca si inventa un suo adattamento, e su quella sua musica canta. Da rimanere a bocca e orecchie aperte!
Il cuore e la generosità. Questo sono i Del Sangre! Si forse è solo "musica per vecchi animali". Ma vale la pena! Ne vale talmente la pena da anderseli a sentire, venerdì 28 dicembre, al Pegaso, ad Arcola provincia di La Spezia. Arcola, paese natale di Renzo Novatore (nato Abele Ferrari), poeta e sodale di Sante Pollastri! Quelli de "Il Bandito e il Campione".
Hanno scelto, i Del Sangre, di condividere la loro musica. E' una scelta. Perché la musica non si vende, e non si compra. Si condivide, come e dovunque capita. Come un paio di settimane fa, quando davanti alla stazione Termini, sull'autobus della Lifegate, le chitarre di Andrea Parodi e Marco "Phyton" Fecchio con Davide Livio al basso e la batteria di Max Malavasi, i vetri dei finestrini rigati dalla pioggerellina insistente, le luci al neon da dentro il bus illuminavano i musicisti creando - come ho fatto loro notare, ironicamente - quasi la suggestione di un angolo da quartiere a luci rosse. Portando Amburgo a Roma. Venti minuti, più o meno, di musica. I cd disponibili a dieci euro esauriti. Condivisi.
Magari un giorno riusciranno a farlo, tutti insieme, il "rolling thunder revue" di noantri!
Chissà.....

giovedì 13 dicembre 2007

Non abbiamo cominciato noi!



La rete innesca strani meccanismi, "da quartiere" mi verrebbe da dire. Dopo anni passati a frequentarla, dopo un inizio "roboante" in cui ti spostavi continuamente, macinando siti su siti, seguendo link, cercando quasi la fine dell'arcobaleno, ti accorgi che alla fine ti ritrovi, ogni giorno, giorno dopo giorno, a fare il solito "giro". Il deposito per le eventuali nuove versioni del software che usi, o che ti potrebbe interessare usare. L'edicola, la libreria, il negozio dei dischi per sapere in anticipo le novità. Poi, i siti degli amici e i loro blog. In questi ultimi luoghi, può capitare di orecchiare qualche discorso, magari suscitato da qualcos'altro, magari fuori luogo! Solo che - lo confesso - da tempo mi è venuta meno la spinta ad andare ad "urlare" le mie ragioni in casa d'altri. Per continuare a coltivare tale ghiribizzo conservo solo l'abitudine ad un paio di mailing list, forse per vizio forse - per l'appunto - per abitudine. Ché l'abitudine è di conforto (agli altri, ovviamente), e vuoi mettere la soddisfazione di aspettare la passeggiata di Immanuel Kant, al fine di poter rimettere l'orologio sull'ora esatta, tutti i pomeriggi! Ragion per cui, dicevo, quando ho prestato orecchio ad una discussione che non esito a definire assurda, fatta su un sito gestito da un amico e in cui si parla di canzoni. A partire da un testo del collettivo Victor Jara (dei fratelli David e Chiara Riondino) a proposito della fucilazione di Giancarlo Del Padrone sui tetti del carcere delle Murate, a Firenze, qualcuno è passato a disquisire della susseguente rivolta che avvenne nel quartiere di Santa Croce e poi, con un doppio salto mortale carpiato con avvitamento, a ricordare un episodio in cui avvenne che dei democristiani, un paio di anni dopo, vennero aggrediti da un nutrito gruppo di compagni. Niente di male (letteralmente), solo che la citazione veniva fatta, in mala fede suppongo, riconducendola alla strage di Piazza della Loggia a Brescia e sostenendo che era stato un "errore", in quanto i democristiani sarebbero stati "dalla nostra parte". E, intendendo con questo, non tanto dalla sua, quanto anche dalla mia!
Il discorso ha funzionato, fino al punto che l'ingenuo mio amico, amministratore del sito, ha ritenuto che fosse accaduto che i democristiani erano andati a portare la loro solidarietà e partecipazione al lutto per i caduti a seguito dell'attentato.
A seguito di tutto questo, non ho mai avuto la minima intenzione di intervenire a quella sorta di "forum" - non mi piacciono i forum "amministrati", anche se lo sono da amici: ho dei brutti ricordi in proposito - però, da giorni, rimugino su questo fatto e su come sia facile cambiare le carte in tavola e dare, o far credere, una versione dei fatti che si discosta - poco o molto - dalla verità della realtà di allora. E allora la scrivo qui, per i pochi cui può interessare, considerato anche che essendo oramai tutto prescritto posso "sbruffoneggiare" quanto mi pare!
Sono arrivato a quella che ciascuno può chiamare come gli pare, da coscienza a follia, per mezzo di due episodi che mi hanno dato una "causa". I due episodi, in susseguenza, sono stati: la fucilazione dei braccianti di Avola e la bomba di Piazza Fontana a Milano. Li ho chiamati, insieme a molti altri, "strage di stato", e su questo non ritorno indietro. A me risulta che lo stato fosse gestito da un partito che si chiamava "democrazia cristiana".
Ma veniamo a quella sera...una sera di giugno, per un comizio di Fanfani che doveva chiudere la campagna elettorale del 1976, in Piazza della Signoria, sulla parola d'ordine che la dc non si processa! Sono passati pochi giorni dal tentativo di comizio di Almirante in Piazza Strozzi e il clima è frizzante. Ragion per cui, gruppi di compagni decidono di andare a guardarli in faccia questi democristiani che "rischiano la piazza". Gli scudo-crociati sono gasati e un mini-corteo di lor signori - con slogan del tipo "rossa o nera è sempre dittatura" - suscita delle piccole reazioni. Scoppia una gigantesca rissa, e le bianche bandiere vengono bruciate e le aste delle stesse usate per bastonare sulla testa quei coraggiosi.
Solo di un'unica cosa sono dispiaciuto. Che al terzo cazzotto dato in faccia ad un tizio che non avevo mai visto - e che ritenevo essere un democristiano - smisi solo perché lui riuscì a bofonchiare di essere un compagno ... socialista. Dico che avrei fatto meglio a continuare a cazzottarlo.
Allora eravamo giovani, e come i ragazzi potevamo sempre dire una semplice verità: non abbiamo cominciato noi!

mercoledì 12 dicembre 2007

Non è fantascienza!



L'associazione degli scrittori di fantascienza americani (la SFWA) ha deciso di cominciare ad affrontare il problema posto al copyright da Internet. Così, per tramite del suo vicepresidente Andrew Burt, ha segnalato una lista di circa un migliaio di opere che a suo avviso violano il copyright, solamente di Robert Silverberg e degli eredi di Isaac Asimov.
La lista è stata preparata semplicemente come risultato di una ricerca sul sito Scribd.com, che permette di pubblicare online i propri libri in formato elettronico, con le parole "silverberg" e "asimov". Presa nota di tutti i libri che soddisfavano alla ricerca, è stata inviata ai responsabili di Scribd una lettera di avviso di infrazione del copyright.
Fra le opere incriminate, c'erano un romanzo di Cory Doctorow, una guida per insegnanti sulle letture per ragazzi, un catalogo di arretrati di riviste di fantascienza e così via.
La situazione ha del ridicolo: la SFWA cerca di promuovere gli autori di fantascienza facendo causa a tutti quelli che citano i nomi degli autori di fantascienza nei loro testi!
Ma la legge non conosce il ridicolo. Quel che un tempo era come una sorta di "omaggio" diffuso, tipo citare le tre leggi sulla robotica create da Asimov qualora si stesse scrivendo un libro sui robot, oggi è diventato passibile di denuncia, almeno in America.
Magari - come brillantemente è stato argomentato su www.fantascienza.com in proposito - "si avvicina il giorno in cui possedere dei libri stampati verrà considerato una violazione del copyright, e lo stato istituirà un corpo di pompieri per cercare e bruciare i libri in circolazione. Allora Ray Brabdury (o gli eredi) farà causa allo stato per aver copiato la sua idea!"

martedì 11 dicembre 2007

Canto di Natale



Potrebbe averla scritta un Dickens in vena di umorismo nero, la storia che si è svolta nei giorni scorsi fra Denver e Colorado Springs, a distanza di cento chilometri e a qualche ora l'una dall'altra.
Un giovane sui vent'anni bussa alla porta di un convento, alla periferia di Denver, e chiede asilo per passare la notte. Gli rispondono di no e lui apre il fuoco!
Due morti e due feriti gravi.
Il convento è sede di un'associazione, "Youth With A Mission", che si occupa di preparare giovani evangelisi da inviare all'estero come missionari. Nel convento, era appena finita una cena di preparazione al Natale (ma non abbastanza, verrebbe da commentare), quando il ragazzo è arrivato e ha chiesto ospitalità. Rifiutatagli. Se n'è risentito.
Dopo aver sparato, il giovane si è dato alla fuga, sparendo nella bufera di neve che imperversava. Sembra che sia lo stesso che qualche ora dopo, a Colorado Springs, ha aperto il fuoco davanti alla New Life Church, una chiesa, uccidendo una persona e ferendone almeno altre quattro. Ma qui, un addetto alla sicurezza ha risposto al fuoco, uccidendolo.
Hanno ucciso lo spirito del Natale!

Un ribelle senza una causa



Però, i ribelli senza causa, sono sempre pronti a sposarla, una causa, quando ritengono che ne possa valere la pena. Soprattutto se vi trovano altri ribelli, insieme in quella causa.
Così racconta Jean-Patrick Manchette - sempre nel suo splendido libro "Le ombre inquiete" - a proposito di un episodio verificatosi nel maggio 1968:

"Maggio 1968, barricate e tutto il resto. In una stanza d'albergo un mio amico viene a sapere che a Parigi ci sono scontri con la polizia. Si fionda sulla valigia. "Andiamo" - dice estraendone una pistola. Vuole scendere in strada e ammazzare un po' di sbirri, come cerca di fare in Lorena, mentre sto scrivendo (ndr: è il 1979), qualche altro "irresponsabile" ("Le Nouvel Observateur" dixit). Lo calmo: "In Francia, non si fa così. E' troppo presto". Lui sospira e ripone la pistola. Sarà per un altra volta.
L'amico in questione era Nicholas Ray. Adesso ha dieci anni di più e non ci vede da un occhio."

*Nota: Il film più famoso di Nicholas Ray, autore di innumerevoli capolavori è "Rebel without a Cause" (in italiano: "Gioventù Bruciata") con James Dean.

lunedì 10 dicembre 2007

IL DIRITTO DI UCCIDERE



E' andata bene. Se vogliamo, tolto il trascurabile dettaglio di essere più o meno tutti quanti morti, è andata loro bene. Le famiglie riceveranno sottoscrizioni varie, comprese quelle che elargiranno generosamente gli assassini dei loro congiunti! Certo non una pensione, ma dicono che tocca contentarsi, coi tempi che corrono. Poi dappertutto è un coro che invoca regole e pene per chi viola le norme sulla sicurezza nel posto di lavoro. Dal governo ai sindacati alla confindustria. Sembrerebbe - almeno così dicono - che sia un obiettivo comune a tutti!!
Com'era il vecchio slogan del PCI? Rispolverato, farebbe la sua porca figura in quest'ultima kermesse che si agita su tutti gli organi di informazione. Anche perché nessuno, a quel "Di lavoro non si deve più morire", opporrebbe, oggi, quel "Di lavoro non si deve più vivere" che tanto faceva incazzare burocrati e quadri di partito.
Ma oramai, la malattia infantile non c'è più, da quando non c'è più ...il comunismo.
Nel frattempo, però, sono già morti un'altra dozzina di operai, e per loro non ci sarà alcuna sottoscrizione, ché si sono persi il palcoscenico giusto. Sculo!
Ah, però, nel frattempo la Cub (che vorrebbe indire uno sciopero generale, se le verrà permesso!) ha scoperto che gli operai sono merce (ai tempi, si diceva "forza-lavoro"); sì, ma sono merce solo quelli che lavorano nelle aziende dove non vengono rispettate le norme sulla sicurezza.
Ma quali norme!!??

venerdì 7 dicembre 2007

Umorismo



"Quando si parla di umorismo, io penso sempre al filosofo Hegel. Il suo libro "La grande logica" lo lessi una volta che avevo i reumatismi e non potevo muovermi. È una delle più grandi opere umoristiche della letteratura mondiale. Tratta della maniera di vivere dei concetti, queste esistenze scivolose, instabili, irresponsabili; come s’insultano l’un l’altro e fanno la lotta a coltello e poi si siedono a tavola insieme per la cena, come non fosse successo niente. Essi compaiono, per così dire, a coppie, ciascuno sposato col suo contrario, e le loro faccende le sbrigano in coppia, cioè firmano contratti in coppia, fanno processi in coppia, organizzano irruzioni e scassi in coppia, scrivono libri e fanno dichiarazioni giurate in coppia, e cioè come coppia completamente in disaccordo su ogni cosa. Ciò che afferma l’ordine, lo confuta subito, possibilmente nello stesso momento, il disordine, suo compagno inseparabile. Non possono vivere l’uno senza l’altro, né l’uno con l’altro.
Lo spirito, l’ironia di una cosa lui la chiama dialettica. Come tutti i grandi umoristi, egli diceva tutto con la faccia più seria di questo mondo. I più grandi sovversivi si definiscono allievi del più grande sostenitore dello stato! Tra parentesi, questo testimonia in favore del loro umorismo. Difatti, non ho mai visto un uomo privo di umorismo che capisse la dialettica di Hegel."

- Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi -

giovedì 6 dicembre 2007

I figli delle vittime



Ho fra le mani un vecchio libro - vecchio??? - del 1977. L'ho ripreso in mano per farne delle fotocopie da dare a un nuovo amico che sta scrivendo anche lui un libro (il suo secondo) su certe persone che in quegli anni hanno attraversato (termine riduttivo, ma non me viene un altro) la mia vita.
L'autore (del libro del 1977), Alessandro Silj, nato a Roma nel 1935 - così riportano le note di copertina - è stato, all'epoca, autore di un romanzo e di numerosi saggi, è stato ricercatore ad Harvard e funzionario internazionale a Bruxelles e a Washington e collaboratore di giornali come "Le Monde" e "La Repubblica" e riviste come "L'espresso". Non certo un pericoloso estremista!
Ma si possono leggere cose che oggi nessun quotidiano (nessuno! nessuno escluso.) o rivista osa riportare nelle proprie pagine; e questo non perché questo nostro "bel paese" sia cambiato più di tanto, se non nella sua stampa, nella sua verità.
Vi si può leggere, parlando di strutture totale e di Giovanni Senzani,di quando, ancora giovane "aclista" torinese, stava svolgendo un'inchiesta che poi sarebbe stata pubblicata per "Jaca Book" con il titolo "L'esclusione anticipata". Parla delle condizioni di vita dei ragazzi figli di genitori ricoverati in manicomio che venivano rinchiusi nello stesso tipo di istituzione e "rieducati" con gli stessi metodi. All'epoca c'erano 118 istituti di rieducazione, di cui 40 gestiti dallo stato e gli altri da laici o enti religiosi convenzionati con il ministero della Giustizia, che controllavano cinquemila fra ragazzi e ragazze. Le condizioni di vita? Celle di isolamento per futili motivi, calci nei coglioni e altri maltrattamenti, mancanza d'acqua, di riscaldamento e servizi igienici. Dimenticati dal mondo esterno e sodomizzati dai compagni più anziani, il tentativo di suicidio era di "gran moda" come unico mezzo per strappare un po' d'attenzione ai gestori degli istituti. Quando Senzani trovò ottanta bambini fra i sei e i nove anni rinchiusi nella "Villa Nazareth" di Ostuni, e volle parlare col direttore, si sentì rispondere che "a cinque anni, il bambino pugliese è già delinquente".
E poi, direttori di manicomi che hanno fatto morire uomini e donne per averli costretti in un letto di contenzione per trenta e più giorni di fila e senza inturrezione, lasciandoli marcire nei propri escrementi.
Ah, a proposito, i manicomi criminali esistono e sono ancora in vigore in Italia.
Quello che non è in vigore è altro. Nemmeno quel tanto che, in quel lontano 1977, era rimasto un poco in vigore.
Adesso ci sono i figli delle vittime (le uniche legittimate ad esserlo, vittime).
E si potrebbero risentire!

mercoledì 5 dicembre 2007

Sarebbe stato di marzo. Con il sole.



La compagna P38!
Certo, la provenienza è nobile. Viene direttamente da Majakovsvkji e dal suo "la parola al compagno Mauser"! Ma mi aveva lasciato perplesso il libro, in bella mostra sugli scaffali, firmato da un certo Dario Morgante. Sui risvolti di copertina, poco di più rispetto al sottotitolo, quel "romanzo delle brigate rosse", e ancora meno notizie sull'autore. Classe 1971(!?), già autore di una raccolta di racconti - "Mia sorella è una gran figa" (per un imprecisato editore e contrariante a partire da quella "g" milanese!) - e di un ancor meno precisato numero di sceneggiature di fumetti. In quarta di copertina un ancor più indisponente estratto di una recensione da "Rolling Stone" (che, nonostante la valenza datane da Stephen King ne "L'incendiaria" non sono mai riuscito a farmela star simpatica, quella rivista). Calma, calma, ora arrivo dopo questo profluvio di parentesi. Il libro - dicevo - il libro alla fine l'ho preso e .... cazzo, se ho fatto bene!!!
L'ho praticamente letto tutto d'un fiato, sdraiato sul divano, in due ore, due ore e mezza, dalle tre alle cinque e mezza del pomeriggio. C'era quello che cervavo, a proposito di noir, di illusi che diventano disillusi, di ragioni che sono buone ragioni. Comincia un po' come quel piccolo "sazmidat" che sono riuscito a leggere, dallo splendido titolo "Guai a chi ci tocca" di Francesco "Franz" Lo Duca. Poi si impenna. Dapprima non riesci quasi nemmeno ad accorgertene, poi ti rendi conto che l'autore ha messo in atto un espediente. E lo ha fatto con somma maestria. Ha cominciato a portare tutto quanto a .... Primavalle! Tutte le "brigate rosse" non riconducibili al più bieco e becero marx-leninismo si ritrovano a Primavalle. La colonna genovese sterminata in via Fracchia, Walter Alasia e Tonino Lo Muscio dei Nap e Prima Linea. Tutto quanto fino al finale tragico e insostenibile, come un film noir e un western allo stesso tempo. E quella rivoluzione che non c'è stata, è bella da leggersi per come è stata immaginata.
"Saremo lì perché è il nostro destino. Quando sarà, sarà un giorno bellissimo. Ti dirò di più: secondo me non sarà di ottobre, né di maggio. Sarà un giorno di marzo. Con il sole."
Sì, credo che dovesse essere quella!

Dario Morgante - La Compagna P38 - Newton Compton - 9 euri e 90

martedì 4 dicembre 2007

Uccelli da Guardia!



Non so quanti sappiano cos'è il "Taser", ma esiste davvero e non è fantascienza. Inventato nel 1969 da tale Jack Cover, il nome è l'acronimo di "Thomas A. Swift Electronic Rifle" dove Thomas Swift è il personaggio di una serie di romanzi per ragazzi, è un'arma che spara due piccoli elettrodi che restano collegati tramite dei fili metallici alla pistola (nonostante il fucile dell'acronimo). Raggiunto il bersaglio, i due elettrodi liberano una scarica elettrica che causa un forte dolore, rendendo inoffensiva la vittima. Un'arma, il taser (che fa chiaro riferimento al laser e al "phaser" di "star trek"), che in diverse occasioni ha anche causato la morte del bersaglio.
Adesso Sarkozy, non contento di essere un sostenitore di quest'arma che vorrebbe vedere in mano ad ogni agente (niente affatto preoccupato che in molti ambiti si cerca di fare equiparare il taser alla tortura), ha pensato bene di finanziare uno studio per approntare un nuovo modello di taser, studiato apposta per combattere i disordini di piazza. Un mini disco volante automatico che possa sparare cariche taser su chi aizza la folla.
Ma l'idea non è affatto nuova - guarda un po' - e ricorda da vicino quello di un celebre racconto di Robert Sheckley, "Uccelli da guardia" (Watchbird), apparso su Galaxy nel 1953. Nel racconto, per combattere il crimine, veniva progettato e costruito un uccello robotico in grado di individuare chi violava la legge e di colpirei i trasgressori con una scarica elettrica. In breve, gli uccelli da guardia diventano un vero pericolo, colpendo e punendo anche le minime trasgressioni (come il divieto di sosta) e rendendo impossibile la vita. La soluzione, proposta nella storia di Shekley, consiste nella costruzione dei falchi elettronici, progettati per dare la caccia e distruggere gli uccelli da guardia. Cosa accadrà quando ... finiranno gli uccelli da guardia?

lunedì 3 dicembre 2007

Singolarità



Sempre più spesso, nel leggere un libro, nell'ascoltare il testo di una canzone, e una musica, nel guardare un film, ma anche, perfino, nel parlare con delle persone di ciascuna di queste cose, oppure nel discutere, nello scambiare punti di vista, a volte stanchi a volte appassionati.
In tutto questo, a fronte di tutto questo - sempre più spesso, dicevo - intravvedo come una sorta di spettro sbeffeggiante. Lo spettro dell'incapacità a spiegare, non dico il disaccordo, ma il ... non poter non essere d'accordo, alla fine.
E, allo stesso tempo, rendersi conto, quasi allucinando, che "l'altro" non sarebbe d'accordo sulle mie ragioni (le stesse ragioni che mi farebbero essere d'accordo con lui!).
Perché, in questa tragedia (a volte commedia), ciascuno ha le sue, di ragioni.
E sono buone, sempre.