lunedì 16 ottobre 2006

L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica!



Tempo fa, ricordo, da qualche parte (newsgroup o mailing list) ci fu una piccola polemica a proposito di bollini siae, di mp3 scaricabili in rete, di riviste anarchiche e di azioni legali. Allora scrissi questa cosa in cui, in qualche modo, cerco di esprimere il mio punto di vista.


buona sera a tutti,
sono il cd di fabrizio de andré. Appena nato mi hanno chiamato "ed
avevamo gli occhi troppo belli". Ma poi, come tutti i cd, mi sono
trovato circondato da tanti altri cd, tutti uguali a me, e con lo
stesso nome. Da quel momento ho smesso di sentirmi solo, anche se
difficilmente mi ricapiterà di reincontrare da qualche parte uno dei
mie tanti fratelli. So, tuttavia, che saranno da qualche parte, come
me, a far felice qualcuno, con il loro suono. Solo questo spero. Mi
auguro che non rimangano in qualche magazzino a ricoprirsi di polvere
e ragnatele. Indesiderati.
Ora, da qualche parte ho sentito che ci sono degli altri cd che sono
in tutto e per tutto uguali a me. Hanno il mio stesso nome, e i miei
stessi occhi, e quando emettono un suono, emettono lo stesso identico
suono che emetto io. Del tutto indistinguibile da mio. E anche loro,
sono sicuro, finiscono da qualche parte a fare la gioia di chi è
disposto ad ascoltarli. No, non vengono venduti. Vengono regalati!
Qualcuno lo regala ad un amico, qualcuno ad una persona che magari gli
farebbe piacere diventasse amica sua, e ritiene che regalarmi possa
essere un buon modo per raggiungere lo scopo!
Addirittura ho sentito che qualcuno ha messo a disposizione una sorta
di kit "fatti-da-te-solo-il-tuo-e-avevamo-gli-occhi-troppo-belli": ha
messo su internet il mio dna, e ciascuno lo prende e realizza un altro
me stesso! Bello!
Io addirittura credo che loro, questi miei fratelli "selvaggi",
abbiano qualcosa in più rispetto a me. Qualcosa che mi manca. Io ho
solo quella voce stupenda che canta (poco) e parla (molto); ma loro,
loro hanno anche dentro il sovrappiù dell'amore di chi ha perso il suo
tempo a far nascere un altro me stesso.
O certo, manca loro il bollino della siae. Una sorta di anello al
naso, come quello che serve a distinguere gli elefanti addomesticati
da quelli ancora liberi.
Dicono che sono proprio gli elefanti addomesticati i peggiori nemici
degli elefanti liberi, e quando li vedono cercano di ammazzarli, a
testate. Tanti contro uno.
Probabilmente qualcuno vorrebbe che si facesse lo stesso con questi
miei fratelli selvaggi, e vorrebbe che anch'io assumessi tale
posizione. Magari sproloquiando a favore della libertà e dei diritti.
Ma io l'ho sentita quella voce che ho dentro di me. L'ho ascoltata
attentamente e ho capito che la libertà ci si prende. Se te la danno,
non è libertà. E' qualcosa altro.
Mi piace la libertà. Me la canto sempre quella canzone - per forza, ce
l'ho dentro! - quella che dice che "la bella che è prigionierà ha un
nome che fa paura: libertà libertà libertà".

firmato:
ED AVEVAMO GLI OCCHI TROPPO BELLI

venerdì 13 ottobre 2006

il tempo dell'eterno gioco della libertà



Noi siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre.
Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto "dignità". In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d'acqua, governa con l'arbitrio, impone l'ordine dell'Impero, immiserisce le comunità.
Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei Cent'anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell'anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.
Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell'anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d'assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l'oligarchia, ma il lento contagio dell'esempio non lo potevano fermare.
Siamo i contadini d'Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell'anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: "Quando Adamo zappava ed Eva filava / chi era allora il padrone?". Con roncole e forconi muovemmo dall'Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell'Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II° molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.
Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all'imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell'anno del signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d'Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato... Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent'anni di guerre e crociate.
Siamo i trentaquattromila che risposero all'appello di Hans il pifferaio. Nell'anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò ad Hans e disse:
"Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d'acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possederà più del suo vicino."
Arrivammo il giorno di S. Margherita, una candela in una mano e una picca nell'altra. La Santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.
Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d'Alsazia che, nell'anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale Imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della Santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell'anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.
Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell'anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un'altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.
Siamo i contadini d'Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell'anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l'insurrezione in tutto il paese. L'esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov'era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d'assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell'empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.
Siamo l'esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Muentzer. Nell'anno del Signore 1524, al grido di: "Tutte le cose sono comuni!" dichiarammo guerra all'ordine del mondo, i nostri Dodici Articoli fecero tremare i potenti d'Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Muentzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.
Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell'anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. "Diggers", ci chiamarono. "Zappatori". Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.
Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell'anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.
Siamo l'esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l'arnese, il telaio meccanico... Nell'anno del Signore 1811, nelle campagne d'Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e conestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:
"Non c'è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventacorvi? O semplicemente attuerete uno sterminio?... Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?".
Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.
Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell'anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del Capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant'anni di assalto al cielo.
Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell'anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell'anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.
Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, FMI, WB, WTO, NAFTA, FTAA... Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell'imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l'inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empii che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.
Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l'orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.
Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova.
Penisola italica.
19, 20 e 21 luglio
di un anno che non è più di alcun Signore.

Gillo Pontecorvo



E' morto Gillo Pontecorvo, ieri sera, mentre un ufo solcava i cieli di Roma. Aveva fatto pochi film, tutti memorabili. Mi piace ricordarlo per "Queimada", film-manuale sulla rivoluzione e sul marxismo, e per la scena in cui Marlon Brando spiega ai proprietari terrieri quanto sia più conveniente un lavoratore salariato, rispetto ad uno schiavo, facendo una briosa analogia e chiedendo se convenga di più sposarsi o andare a puttane.

giovedì 12 ottobre 2006

pescatori



Non riesco a scindere le cose, spesso. Nel senso che ascoltarmi nella testa (o sul giradischi, il ché è lo stesso) "Il pescatore" è un tutt'uno col riandare al primo ascolto: l'estate del 1970. La canzone ebbe un successo enorme, all'epoca. La sentivi dappertutto: alla radio (c'erano solo le tre reti della RAI), nei juke-boxes dei bar, in casa di persone "insospettabili". Avevo diciassette anni nel 1970, e proprio in quell'estate avevo appena finito il liceo. Possedevo già un "patrimonio" fatto dei dischi di Fabrizio De André (comprati a partire da una passa-parola per i banchi di scuola), tutti consumati su certi ignobili attrezzi che avevano il coraggio di chiamare "giradischi". Avevo già comprato, in quello stesso anno, "La buona novella" e ricordo, come fosse ora, che non vi avevo avvertito alcun empito religioso, almeno nell'accezione che rivestiva all'epoca il termine. Intendevo (e probabilmente intendo ancora) i dischi di De André come un unico grande concept-album il cui principale filo conduttore era la rabbia. Problema mio, d'accordo. Problema di una generazione nata arrabbiata. Ma non fui il solo, di quella generazione, ad eleggerlo "fratello maggiore"!
Una rabbia che si riversava, anche e soprattutto, contro tutte quelle promesse che si erano rivelate inconsistenti: la cosiddetta fede, in prima fila. Certo che c'era il discorso di dio. Ma era stato chiuso, a mio parere. Il cielo era vuoto!
"Spiritual" e "La morte" erano state le due facce della prima moneta scagliata sul tavolo della questione. Come se De André ci riproponesse, rivestito di ottima musica, un vecchio cruccio teo-filosofico, e lo risolvesse a modo suo: "Non può esistere un dio che sia, allo stesso tempo, "onnipotente" e "buono" "! "Spiritual" ce lo diceva "in allegria", quasi scherzando sul fatto che un dio che ci tiene ad essere tale, farebbe meglio a farsi vivo; ché noi di andarlo a cercare non ne abbiamo punta voglia, anche se forse di qualcosina dovrebbe renderci conto. "La morte" finiva di parlarci dell'assenza di dio, mettendo in scena quel duello fra l'uomo e quel sé stesso che è l'esistenza/la morte (un doveroso pensiero, nel dire questo, a Vittorio Gasmman che lo rappresentò mirabilmente, questo duello deandreiano, in "Brancaleone alle Crociate").
Il concept-album sulla rabbia continuava, con "Tutti morimmo a stento", dove, a mio avviso, raggiungeva le vette più alte, sia in "arte" che in "rabbia", proprio nella canzone che dava il titolo all'album. Nel volume III non era certo un caso il "S'i fossi foco" di Cecco Angiolieri, un arrabbiato ante-litteram, e la rabbia continuava a sgorgare dalle ferite aperte dalle morti "stronze" di Piero e di Miché. Ma era proprio ne "La Buona Novella" che si arrivava all'apice, della rabbia. "Via della Croce" trasuda della rabbia dei "padri di quei neonati", fino a far alzare il tono della voce. Nessun empito religioso, quindi, almeno per quanto mi riguardava. Solo rabbia.
Ed ecco che arriva l'ultimo (non certo il finale) capitolo: quello de "Il pescatore". E in quell'uomo con gli occhi socchiusi al sole riuscivo (e riesco ancora) a vederci solo un uomo. Un pescatore, per l'appunto. Un pescatore, l'unico proletario, l'unico lavoratore, che non possiede, e non possederà mai, la fonte della sua sussistenza: il mare. Niente da perdere. Visto che il mare non è suo. Lo sa bene chi è nato e cresciuto in una città di mare! E allora, mi dispiace, ma non mi riesce di vedere un "dio omertoso" in quel vecchio dal viso solcato dalle rughe, che sa riconoscere i propri nemici (come sa riconoscere il proprio simile), senza nemmeno aprire gli occhi. Un uomo che si nutre di pane, aiutato da un sorso di vino, perchè non possiede altro. Un uomo, che contro il potere non riesce ad opporre altro che il suo silenzio.
Tanto, il potere, la sua lingua non la comprende!

marinai



Un marinaio è ancora un marinaio
anche senza una nave,
anche in mezzo a un campo
Anarchico, testardo, avventuriero
è un marinaio senza via di scampo.

Il rischio è rischio in terra come in mare.
La paura è una sfida. Sa di ferro e di sale,
di vento, urla, niente da afferrare,
di denti stretti e voglia di tornare.

E' la guerra, di corsa. E' la caccia, di frodo.
E' una donna che, alla fine, c'entra in qualche modo.

E un marinaio resta un marinaio,
malato di orizzonti, di occhi socchiusi al sole,
che sposa cause e rischia di persona,
svelto di mano e avaro di parole,
legato a un soprannome di paese
Corto Maltese
Corto Maltese.

mercoledì 11 ottobre 2006

Film di un impiegato



"Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra
persone, mediato da immagini".
Guy Debord - La società dello Spettacolo - Parigi 1967


Il cinema è quanto di più adatto ci sia, a mio avviso, per una storia di bombe...e di sogni! Il cinema, con i suoi venticinque fotogrammi al secondo, è in grado di far saltare per aria questo nostro vecchio mondo, con la forza devastante della dinamite, con l'enorme calore del plastico, come nel finale di "Zabriskie Point".
Le miccie corte di Sean Mallory e i camions carichi di nitroglicerina di "Vite Vendute"; quelle di Clouzot, e quelle di Friedkin! Negli occhi e nella mente "il Rivoluzionario" John Voight che va all'appuntamento con sé stesso, stringendo spasmodicamente nelle mani una bomba, magari datagli in consegna dal David Carradine di "America 1929, sterminateli senza pietà!", o, ancora più indietro, dallo Sean Connery "Cospiratore" dei Molly Maguires.
Quanta strada, e quante bombe, per arrivare al sogno. Il sogno di quei ragazzi chiusi in una palestra, a battere con le mani, ritmicamente, sull'impiantito, "give peace a chance"; mentre le fragole si colorano di sangue, e niente sarà più come prima!
L'impossibilità di essere normali!


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Cominciamo dalla fine. Cominciamo dal carcere e, per tornare indietro, sfruttiamo la tecnica del flashback. Per i sogni, eventuali, non c'è problema. I sogni sono il pane del cinema!
Un lungo piano sequenza all'interno di un carcere. Un carcere senza secondini. Ovunque tracce di una rivolta. Brande capovolte, materassi sventrati. Le porte delle celle sono tutte spalancate. Un uomo è seduto al tavolo nella sua cella. Sta scrivendo. E fuma. Il fumo della sigaretta si mischia al fumo degli incendi, che vanno via via spegnendosi. Lentamente. Dietro le sbarre della finestra, la luce del giorno è grigia.

"Cosa facciamo, ora?" - un ragazzo è entrato, precedendo di poco la domanda. L'uomo distoglie la sua attenzione, dal foglio di carta che gli sta davanti, per rivolgerla al giovane. Posa la penna, si toglie gli occhiali e, stropicciandosi la radice del naso fra il pollice e l'indice, conclude - "non lo so!" "Non l'ho saputo mai" - aggiunge. "Non guardarmi come se fossi un dio in terra. E' passato un bel po' di tempo da quando ho sentito, per la prima volta, quella canzone. Era una canzone che parlava di cuccioli, cuccioli come te e come quelli che erano con te in quella scuola a Genova! Ero già vecchio allora. Figuriamoci adesso! No. Non so cosa fare. Non lo sapevo prima e non lo so ora". "Ma come?" - obietta il ragazzo -"Me l'hanno raccontato quello che hai fatto!" "Ah sì?" - domanda l'uomo, con ironia.
Improvvisamente, si sentono delle esplosioni, in lontananza. Fuori dalla cella si sente gridare. Urla, imprecazioni. Ancora colpi. Si comincia a sentire un odore acre di fumo. Ma non si tratta di tabacco, e neppure del crine bruciato dei materassi. Lacrimogeni! Da dentro il carcere, una voce comincia a cantare. Poi un'altra, e un'altra ancora.

"Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio .............................................................."

Dissolvenza.

Il colore dell'interno della cella sfuma nel grigio del selciato di una strada. Una qualsiasi strada di una qualsiasi città. Le macchine parcheggiate si riconoscono chiaramente. Cinquecento, seicento, millecento. Qualche 850! Le targhe sono illeggibili a causa del fumo che impregna l'aria, impenetrabile anche alla luce dei lampioni. "La barricata chiude la strada ma apre la via", legifera una scritta su un muro! Un gruppo di ragazzi, metodicamente, comincia a prendere le automobili parcheggiate e a spostarle in modo da ostruire la strada. Un, due e tre. Afferrano tutti insieme i paraurti delle "fiat", le scuotono e, al "tre", le fanno ruotare. Via via che retrocedono, le automobili vengono date alle fiamme, per cercare di rallentare l'avanzata dello schieramento vestito in grigioverde. Un ragazzo armeggia, con un attrezzo, sul selciato. Sudato e ansimante, alla fine, si alza in piedi col suo trofeo: un sampietrino! Subito gli altri, sfruttando la chiave di volta, cominciano a divellere il fondo stradale. I sampietrini vengono ammucchiati agli angoli della strada.
Il ragazzo di prima, con pochi passi decisi, si stacca dal gruppo, verso lo schieramento in grigioverde che avanza, e scaglia il sampietrino. Nel farlo, gli scivola giù il fazzoletto che gli copriva la faccia: il viso è lo stesso del ragazzo che, in carcere, è entrato nella cella dell'uomo!
L'inquadratura fa una carrellata sulla strada. Si vede un poliziotto, col casco fracassato, per terra. Altri poliziotti lo soccorrono! Poi l'inquadratura torna sui dimostranti che esultano. Esultano e cantano!

"Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio
.............................................................."

L'inquadratura si sposta ancora, fino ad un portone. Sale, scorrendo, una ad una, tutte le finestre del palazzo. Le luci sono spente in tutti gli appartamenti. In tutti tranne uno! Nella stanza un uomo. Seduto al suo tavolo. Si alza. Va alla finestra. Torna a sedere. Si alza ancora. Torna a sedere. La luce della lampada gli illumina il viso: la faccia è la stessa dell'uomo in cella, solo più giovane!

(continua....oppure no)

La guerra di Max


Mi chiamo Max, Max Hölz. Per farla breve, sono quello che ha sparato in testa a Piero, mandandolo a dormire in un campo di grano, vegliato da mille papaveri rossi. Sono nato a Moritz, nella Sassonia tedesca, e avevo ventotto anni quando mi imbattei in Piero. Devo dire che l'incontro con Piero mi ha salvato la vita, ma solo perchè prima di cadere, in fondo a quella valle, Piero riuscì a premere il grilletto, lasciando partire un colpo provvidenziale che mi raggiunse ad un piede. Era appena cominciata l'offensiva dell'autunno del 1918 e, grazie a quella pallottola, venni dichiarato inabile al combattimento e rispedito a casa. Non avrei voluto ucciderlo, giuro. Fu solo un riflesso automatico. Se avessi avuto il tempo di riflettere non gli avrei sparato in mezzo agli occhi. Non cerco scuse. E' così. Non era un bel periodo per me, quello. Stavo cominciando a capire il mondo.E il mondo stava cambiando. Aveva cominciato un anno prima, a cambiare. Febbraio, ottobre, soviet, operai armati. Trotzkji ha la barba? Avranno capisquadra nelle fabbriche? Servono gli autisti nel socialismo? E le maschere dei cinema? Domande. Quante domande! E mentre me le ponevo ancora, mi dettero una pensione di quaranta marchi e mi rispedirono a casa, dalla mia Clara che, diversamente da Nina, avrebbe riabbracciato il suo uomo. Arrivai a Falkenstein zoppicante e febbricitante, dopo aver viaggiato su un treno occupato da migliaia di disertori. A Kiel era cominciata la rivolta dei marinai, il kaiser aveva abdicato. Prima di dirigermi a casa, chiesi se esisteva un consiglio di operai e soldati: nessuno ne sapeva niente. Scrissi a mano dei volantini di convocazione per una riunione allo scopo di costituire il consiglio. Li appiccicai alla stazione e nel municipio, poi andai da Clara. Cominciai a lavorare per una rivoluzione che aveva già quasi cessato di essere tale. L'SPD (socialisti maggioritari) la stavano togliendo di mezzo. Nel gennaio del 1919 si verificò il primo scontro: gli spartachisti dichiararono l'insurrezione a Berlino. Fallì. Rosa Lucemburg e Karl Liebknecht vennero assassinati. Ebert, un socialista maggioritario, venne eletto presidente del reich, l'11 febbraio. Cominciai a cercare, disperatamente, un punto d'appoggio. Fondai la sezione locale del KPD (partito comunista tedesco) a Falkenstein, e cominciai a guardarmi intorno.

Una zona industriale distrutta, migliai di disoccupati, almeno tre o quattromila. Un corteo. Marcia sul municipio e lo occupa.Si reclama carbone e cibo. Il sindaco chiede aiuto militare a Dresda. Arriva l'esercito e dichiara lo stato d'assedio, occupa la città, arresta diversi membri del consiglio dei disoccupati. Il sottoscritto se la svigna, ma senza allontanarsi troppo: "lo stile Hölz", bisogna sempre stare vicini al punto dove può risorgere l'azione, durante la fuga bisogna mantenere sempre la vista e la distanza corte, non bisogna allontanarsi dai compagni, anche se bisogna farlo dalla polizia; una vera teoria delle distanze!

Decisi di passare al contrattacco. Un corteo di disoccupati, riunito in fretta e furia. Marciammo, cantando, sul municipio difeso da soldati che avevano montato un paio di mitriagliatrici. Apostrofai l'ufficiale, chiedendo chiarimenti sullo stato d'assedio. Un bel bluff! E mentre quello, sconcertato, chiese due ore per consultare i suoi superiori, la folla, nel frattempo riunitasi, aveva circondato il municipio. Guidai un assalto che aveva della farsa: gli operai buttavano a terra le mitragliatrici, fraternizzavano coi soldati e toglievano loro i fucili (con le buone? con un sorriso? indicando il calcio della pistola alla cintola?). Seguirono diverse settimane di pace. Ma non amavo stare con le mani in mano. Andammo a confiscare il cibo nelle case dei padroni per distribuirlo nelle case dei miserabili. Non mi bastava. Cominciammo a portare l'organizzazione nei paesi vicini. Cominciammo a tassare i capitalisti. Col denaro ottenuto finanziammo il reparto mensa per i disoccupati. Il 3 luglio, la zona temporaneamente liberata arrivò alla fine.
Un reggimento invase Falkenstein. obbiettivo?: casa mia.

Cento soldati che lanciano bombe a mano nel giardino e mi mitragliano il camino, e io ad osservarli da una collinetta vicina.(...) Ne sono successe di cose, da allora. Ed è sempre Piero che mi tornava in mente, ogni volta che riuscivo a scamparla, a farla franca. Fino alla fine, quando sono stato ritrovato morto che galleggiavo sulle acque del fiume Oka, un piccolo affluente del Volga vicino a Gor'kij, in Unione Sovietica. Galleggiavo proprio come quei cadaveri che, nella canzone, avevano soppiantato i lucci argentati. Avevo delle ferite sul viso ed, in vita, ero un eccellente nuotatore. Credo proprio sia stata la GPU di stalin ad assassinarmi, e due sono i miei più grandi crucci: il fastoso funerale che ebbero la spudoratezza di celebrare, il 9 settembre 1933, per congedarsi dal "grande rivoluzionario tedesco" e il fatto che Fabrizio De André non abbia mai scritto una canzone sulla "Guerra di Max"!

Sono stato considerato, dai socialdemocratici, un pericoloso avventuriero, dai comunisti ufficiali un irresponsabile e un traditore, dalla sinistra comunista un anarchico e dagli anarchici un leninista Poi, con la morte di coloro che avevano combattuto al mio fianco (morti, massacrati dai nazisti e dai campi di concentramento staliniani) il mio nome e le mie vicende sono stati dimenticati da tutti. Poi, negli anni ottanta, una mia statua (tentativo di riabilitazione all'acqua di rose svolto dalla burocrazia poststalinista) venne posta in una piazza della città di Hettstedt (uno dei tanti teatri delle mie "scorribande"). Fino a quando, nel marzo 1990, con le prime elezioni dopo la caduta del muro, trionfarono i conservatori della CDU, e una delle loro prime azioni fu quella di togliere la statua per deporla nella cantina del museo. Allora, un gruppo rimasto anonimo raggiunse Hottstedt e, con un operazione lampo, "liberò" la statua. La leggenda vuole che più tardi questa statua sia stata ritrovata in una casa occupata di Halle, ma, di fatto, la statua fantasma è a tutt'oggi introvabile.

Max Hölz

martedì 10 ottobre 2006

speranza



Firenze, battistero.
Sopra il portale la "Spes" di Andrea Pisano.
Seduta, leva impotente le braccia verso un frutto che le rimane irraggiungibile.
E tuttavia è alata.
Niente di più vero.

-- Walter Benjamin --

il lungo assordante silenzio



E' morto Wilson Tucker. Era nato nel 1915 ed è morto il sei ottobre, quattro giorni fa. Era una strana figura di scrittore, più fan che autore. Un po' come un calciatore di serie A che raggiunge la fama, e rimane legato ai suoi trascorsi di "ultras". Continuando a sentirsi sempre più tifoso, che calciatore! La scrittura non è mai riuscita a "diventare" una professione per lui che ha continuato per tutta la vita a fare il proiezionista e l'elettricista del cinema. Ha lasciato qualche traccia nella fantascienza. A lui si deve l'invenzione del termine "space-opera", e la sua abitudine di usare nomi di amici per i personaggi dei suoi libri è diventata così nota da essere chiamata "tuckerizzazione".
Di lui voglio ricordare un romanzo scritto nel 1952 e rivisto nel 1970. "Il lungo silenzio" (The long loud silence"). Una storia sul dopo-catastrofe, amara e disperata. Con una narrazione per niente consolatoria, dipinge uno scenario degli Stati Uniti, distrutti da una guerra nucleare e batteriologica, che vira quasi all'horror. Niente eroi buoni, così cari alla fantascienza classica americana, ma un protagonista cinico, violento e privo di emozioni la cui brutalità fa il pari con la brutalità dell'ambiente che lo circonda. Un romanzo da leggere.

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Anche questa è una storia che ho scritto tanto tempo fa. Il titolo, e il fatto che si vengano a creare due fazioni, è preso di peso da un fumetto (anche se si dovrebbe dire "graphic novel") che leggevo all'epoca ("Kingdom Come" di Alex Ross), ma, del resto, anche quell'opera, a sua volta, era "ispirata" dalla sceneggiatura di un fumetto di Alan Moore, peraltro mai pubblicato. Così va la vita. Comunque, tutto il resto è mio. Nel senso che l'ho saccheggiato da tutti i miei ricordi della fantascienza letta a partire dai miei undici anni di età. Anche qui, nomi e persone hanno seguito il loro corso. Tant'è!

VENGA IL TUO REGNO
12-12-2012

Franco schiacciò il mozzicone della gitane sotto la scarpa, tirò su il bavero del giaccone, a cercare di arginare il freddo montante della sera, e si concesse una breve nuotata nel fiume dei ricordi. Aveva ancora una manciata di minuti a disposizione, prima che arrivassero gli altri. A sessant'anni suonati, non era riuscito a perdere quella fottuta abitudine che lo portava ad arrivare sempre in anticipo, agli appuntamenti. Ripensò, con un sorriso, a quando, per ritrovarsi tutti insieme, bisognava sciropparsi ore ed ore di treno o di automobile, e poi c'era sempre qualcuno che, all'ultimo momento, non ce la faceva a venire. Senza contare quelli troppo lontani, anzi quelle. Curiosamente, erano tutte donne "le nostre agenti all'estero"! Ed era stata una donna a risolvere il problema. Lisa, a furia di smascherare "sOle", come le chiamava lei, si era imbattuta in qualcosa che "sOla" non era. Uno strano vecchietto, prima di morire, le aveva consegnato un cd-rom. Conteneva una mappa. Una mappa dettagliata e completa di tutte le locazioni in cui si poteva "transpassare". Era la fine della geografia! Bastava individuare il vicolo, la cabina telefonica, il retro di un bar o qualsiasi altro punto (ce n'erano a bizzeffe), pensare con la giusta intensità alla destinazione e....zzzaaappp! eri arrivato. Aveva sorriso, quel vecchietto, mentre porgeva il cd rom a Lisa. Un rumore di passi lo distrasse dal ricordare. Girò la testa, giusto in tempo per vedere Riccardo e Leon(Giorgio) che arrivavano a piedi, discutendo animatamente. Quei due erano proprio inseparabili! Si vociverafa che non perdessero occasione per "transpassare" insieme. Ebbe inizio al meeting antiliberista svoltosi a Città del Capo, nel 2005. Avevano cominciato da poco, ad usare i punti "zap" per transpassare. Quella fu la prima manifestazione che vide la partecipazione ufficiale di fabri...@onelist.com. Sara e Barbara avevano cucito lo striscione, sotto gli sguardi divertiti di Lucia ed Angela, che continuavano a fare degli "strani commenti femministi". Insomma, per farla breve, Riccardo aveva afferrato un poliziotto sudafricano per il collo, giusto un attimo prima che calasse il manganello sulla schiena di Leon(Giorgio) che stava discutendo, ignaro, con Mauro Perrotta. Da allora, i due scorrazzano per il mondo e, grazie alla conoscenza delle lingue di Riccardo, si bevono le cantine dei posti più strani di questo globo. Il rombo di un motore interruppe i saluti. Era Nico l'unico che continuava ad ostinarsi a viaggiare in automobile. -"I punti zap sono un gran cosa"- aveva detto - "ma io, alla mia nicomobile, non ci rinuncio!". "Allora, Nico, che novità ci sono?" - chiese Franco. "Di preciso non lo so. Sembra che Livia abbia rinvenuto una vecchia audiocassetta. E' Andrea che sa tutto. Ma eccolo che arriva, insieme a Red." Ci girammo tutti insieme a guardare: Red e Andrea, sbucarono dalla nebbia, che ormai era calata copiosa ed avvolgeva noi e tutte le cose. Accanto ad Andrea camminava il suo cane. "Cazzo" - pensò Franco - "quel cane è ancora vivo! Vuoi vedere che Andrea ha risolto quel suo problema dell'immortalità......sul cane! Sarebbe proprio da lui." "Andiamo in un bar" -disse Andrea- "Manca solo Marco, ma, come sapete, lui è "slow". Ci raggiungerà al bar. L'ho avvertito io." "E Livia?" - domandò Leon(Giorgio). "Non può venire." - tagliò corto Red. Poco dopo, seduti ad un tavolo del Bar "IRC e ICQ", tutti guardavano Andrea e aspettavano, sorseggiando una birra. "Ce l'abbiamo!" -esordì Andrea- "Livia è riuscita a trovarla. Si tratta della registrazione delle ultime canzoni di Fabrizio. Tutte inedite." "Ma non è solo questo. C'è dell'altro." - continuò - "Sembra che chiunque ascolti quel nastro, dico chiunque, si convinca. Si convince della giustezza dei concetti espressi. Non si capisce nè il come nè il perchè, ma è così. Abbiamo in mano un'arma incredibile. Che cosa ne facciamo?"

Lilia (nome in codice: Cleopatra) sentì squillare il telefono e interruppe il flusso dei pensieri. Rimise a posto, nell'archivio della sua mente, gli appunti su cui stava lavorando. "Maledetti quanti!" -imprecò ad alta voce. Difficilmente avrebbe risolto il problema dei punti zap. Il fatto era che quegli stronzi di fabri...@onelist.com avevano la mappa, e nessuna intenzione di condividerla. E lei non sarebbe mai riuscita a ricostruirla nella sua interezza. Era impossibile! La scissione del 2003, e la creazione di deandrè@onelist.com, purtroppo era avvenuta poco prima che Lisa entrasse in possesso di quel cd-rom! "Tutte le fortune a loro!" -ringhiò Lilia, mentre si apprestava a premere il pulsante per rispondere al telefono. "Lilia? Sono Corrado." la informò la voce, a qualche centinaio di chilometri di distanza. Corrado aveva sorpreso tutti, con la sua defezione. Aveva lasciato la mailing list, che aveva creato con tanto amore, nel 1988, e molti l'avevano seguito nella nuova avventura. Era tornato trasformato, dal servizio civile. E la "grande crisi dei nicknames" sulla lista, aveva dato il colpo di grazia. "Quello che non doveva accadere, è successo" -sibilò Corrado, nell'orecchio di Lilia. "Sono entrati in possesso del nastro perduto" -continuò, con un tono stanco che lasciava trasparire amarezza e contrarietà. "Noooo." - gemette Lilia- "e come hanno fatto? E tu come lo hai saputo?" "Pinz. E' stato lui ad informarmi. L'ha saputo da Slow-silvia." -rivelò Corrado. Pinz, o meglio "il dottor pinz", era riuscito ad ingannare tutti! Quando era avvenuta la scissione, aveva finto, disgustato, di non voler fare parte di nessuno dei due schieramenti. Aveva però mantenuto i contatti coi coniugi slow, carpendone la fiducia. Sapeva che prima o poi sarebbe tornato utile. "Strana figura quel pinz! " - commentò Lilia, ripensando a qualcosa che ricordava vagamente, circa una storia che il medico aveva avuto. Per un attimo, riaffiorò il ricordo di una chiaccherata in irc, di mille anni prima! Scrollò il capo, per scacciare la sensazione che rischiava di diventare piacevole. "E' stata Livia." -continuò Corrado - "E' andata a genova, accompagnata da Ernesto. Lì si sono incontrati con slowmarco. Pinz non ha capito bene, o forse è slowsilvia che non conosce tutti i particolari! Sembra che la chiave fosse nel testo di quella canzone in occitano, MISAMOUR" "Dobbiamo fermarli!" - fu la conclusione di Lilia - "prima che sia troppo tardi." - Già fermarli. E come? E soprattutto chi poteva essere in grado di fermare quella banda di matti? Tutti i tentativi fatti, in passato, per riuscire ad infiltrare qualcuno, in quella congrega di sovversivi, erano miseramente falliti. I candidati erano stati smascherati, subito oppure, peggio, erano passati armi e bagagli al "nemico". Affascinati da quello strano clima di complicità e di amicizia che abitava da quelle parti. Erano una tribù! E ci si vive bene in una tribù. Maledizione. Anche quel Gabriele Cantone e quell'altro, come si chiamava? quello della guerra per bande. Livio. Si erano lasciati ammaliare da quei "banditi". E, invece, quella Cindy (ma che cindy e cindy, mariarosa si chiamava) si era tradita subito, ancor prima di mettere le mani sul cd-rom. Bruciata. Era stata bruciata. Nonostante Franco avesse una simpatia per lei! Quel satanasso aveva sgamato subito le sue vere intenzioni. - Per un attimo Lilia ripensò agli inizi, ripensò a IRC. Un lampo! - Come si chiamava? Come si chiamava quello lì? "Silenzi"? No. Quello era solo il nick con cui aveva registrato il canale #deandre' (con l'accento) su irc.filmaker.it. No. Il suo nome vero. Aspetta. Alex....Alessandro Longo, ecco. Chissà che fine ha fatto? dopo tutti questi anni. Sparì subito prima della "grande crisi dei nicknames". Preso nelle spire di un qualche gioco di ruolo online. Un fottuto drogato. Chissà se.....................................

Franco emerse dal sogno, lentamente. Il suono che gli si era insinuato, in sordina, cresceva, cresceva...finchè alla fine assunse i connotati della realtà di uno stronzo telefono che squillava. Il tempo di buttare giù, col braccio, il portacenere e la lampada, e finalmente il telefono fu nella sua mano. "Franco" - chiamò la voce da qualche altra parte, in un mondo sempre più piccolo. "Andrea, cos'è successo?" - ascoltò la propria voce, che tradiva l'ansia, quasi come non fosse sua. "Hanno rapito Margherita!" - disse l'amico, e lo fece come se gli stesse comunicando che gli avevano portato via l'automobile, lasciata in sosta vietata. Almeno questa fu l'impressione che ne trasse Franco. Poi si ricordò, fugacemente, che le automobili non esistevano più. "Fra mezz'ora da Riccardo; l'avverto io." - decise Franco - " E tu avverti Marco, e porta Red." Riattaccò senza attendere conferma. Riccardo era l'unico che poteva essere in grado di avere i contatti giusti. Certo, malavita! Ma chi altri, se non la malavita, poteva aiutarli a rintracciare il posto dove tenevano Margherita. Emerse nel vicolo, giusto in tempo per vedere Marco che stava per entrare nel bar. "Lui e le sue maledette guinness" - ridacchiò Franco fra sé. "Ehi, aspettami" - gli urlò dietro. Marco si girò, mostrando la sua solita faccia, solo che ora era incorniciata da una chioma e da una barba non più nera. "Sembri un vecchio orso grigio" - buttò lì Franco. "Ha parlato il puer aeternus" - fu la risposta, non troppo "slow". Risero insieme e si abbracciarono. "Cheta la tua crisi d'astinenza da guinness" - lo invitò Franco - "Aspettiamo Andrea e Red. E poi vedrai che a casa di Riccardo, qualcosa da bere ci sarà pure." Marco fece uno sguardo di resa ed incrociò le braccia disponendosi ad attendere gli amici. L'attesa non fu affatto lunga. Il sorriso di Andrea era amareggiato. Ed anche Red non è che fosse proprio raggiante. Dopo essersi abbracciati, qualche istante in più del normale, nel vano tentativo di smorzare l'angoscia comune, Andrea parlò. "Ho ricevuto una strana telefonata, subito dopo averti chiamato" - esordì - "Era Paolo Micheli. Gli ho detto che andavamo da Riccardo." "Mi ha detto che stavamo sbagliando porto" - continuò Andrea, contrariato - "Sai, com'è fatto lui, con quell'atteggiamento sufi!" "Del cazzo!" - completò la frase, red. "Già!" - riprese Andrea - "Ha detto che il porto era sbagliato. Che non era ovest, ma est. Che eravamo a qualche migliaio di chilometri dalla pista giusta!" La faccia di Marco assunse un'espressione strana. I suoi due neuroni sopravvissuti (come ripeteva sempre, da tredici anni) avevano preso a girare vorticosamente. Gli occhi sembravano un tachimetro digitale. "Ma certo!" - esclamò, di botto - "Mille chilometri ad est di livorno. Chilometro più, chilometro meno. Magari scendendo un pò a sud." "Chissàperchè" - e qui sorrise con espressione sorniona - " mi viene a mente Francesco Guccini?" "Bologna?" - interloquì Franco - "No, no Bologna. Aspetta. Via Paolo Fabbri." "Sì. E cosa c'è vicino a Via Paolo Fabbri? Una Trattoria, vero?" - argomentò Marco. " E qualcuno, tanto tempo fa, portò in braccio il nostro Nicone da Via Paolo Fabbri fino alla trattoria "Da Vito" " - Pensò Franco ad alta voce. "Ma certo. Il posto è Taranto e il nostro uomo è Silenzi." - mormorò Andrea, incredulo - "Ma era amico nostro! Come ha potuto?" "Ed io che pensavo fosse morto per overdose di Ultima-on-line" - tentò di scherzare Red. In quel momento il cellulare di Andrea prese a squillare. Lo sguardo era di ghiaccio, mentre parlava al telefonino. "Pronto" .... "Sì, sì, va bene" ...... "E dove dovremmo portarglielo?" ....... Quando smise di parlare, aveva come un ghigno sul viso. "Andiamo da Riccardo, presto!" - le parole, pronunciate da Andrea, non ammettevano replica. "E' qui vicino." - disse Red. "Speriamo che abbia qualche birra!" - disse Marco, senza scherzare troppo. "Ce l'ha, ce l'ha" - lo rassicurò Franco

Lisa, Livia e Lucia. "Le tre ELLE". Così venivano chiamate scherzosamente, dal resto della tribù. Tre Elle come in "Lallans"! - le canzonava Riccardo. Dopo essersi quasi perse nel dedalo dei canali di Amsterdam, finalmente, Lisa e Livia trovarono la casa di Lucia. Si scambiarono il "triplo bacio", cui doveva adattarsi chiunque avesse la fortuna di entrare nelle grazie della padrona di casa. Ed ancora infagottate nei loro cappotti, si accomodarono sul divano, in salotto. Mentre il caldo dei caloriferi le pervadeva, invitandole a disfarsi di sciarpe, guanti e soprabiti, Livia tirò fuori dalla tasca il nastro e lo depose sul tavolino, con esagerata cautela, quasi si trattasse di nitroglicerina. "Sono solo canzonette" - scherzò Lucia, nel vedere l'amica deporre il nastro davanti a loro. "Si " - rispose Lisa - "Ma sono in grado di far saltare per aria questo vecchio mondo più e meglio di qualsiasi bomba termonucleare!" "Qualcuno di voi, ha ascoltato le canzoni che sono sul nastro?" - chiese Lucia. "Io sì." - sospirò Livia - "Avrei tanto voluto riuscire a fare la formichina, ma non ne sono stata capace." "Ho invitato anche Valeria, Silvano e Giampiero, per l'occasione" - continuò - "Anzi, siamo andati tutti a casa di Giampiero. Ci voleva l'impianto migliore, per un'occasione del genere." "E di cosa parlano, queste canzoni?" -domandò Lisa, sgranando gli occhi. "Ecco, questa è una bella domanda" - sottolineò Livia, sorridendo - "ma nessuno di noi è riuscito a capirlo. Ne abbiamo dato una copia a Walter Pi..., magari riesce a capirci qualcosa, facendolo girare al contrario. Un'altra copia ce l'ha Riccardo. Magari si tratta di qualche lingua strana. Del resto, mi ricordo, quella traduzione dall'occitano, anni fa, non è che l'abbia proprio sbarrocciata!" Lucia ripensò, mestamente, ai tempi in cui su fabrizio@onelist ci si scannava per un nonnulla. Frasi dette a metà, insinuazioni a mezza bocca, identità più o meno segrete. Tutto tornava utile per sfoggiare muscoli e far esplodere guerre e guerriglie che si propagavano di "mail in mail". Innescando nuove risse. Senza fine. Scacciò i pensieri, con un movimento della testa. "Allora" - ricapitolò Lucia - "l'operazione partirà il prima possibile. Andrea sta curando la parte, per così dire, informatica. Piazzerà le canzoni, digitalizzate, sui siti più frequentati. Di modo che chiunque si colleghi, ad esempio, ad altavista o a yahoo, ascolterà uno dei pezzi del nastro." "Per quanto riguarda la radio, siamo a posto." - continuò - "Ci penserà Angela, dalla Germania. Ha un amico in grado di fare un ponte radio. La trasmissione coinvolgerà le più grosse emittenti!" "Rimane fuori la televisione." - fece notare Lisa - "ci sta lavorando Walter. Ha accennato qualcosa riguardo un satellite. Non ha voluto aggiungere altro." "Bene" - disse Livia - "possiamo farcela. Mancano ancora quattro giorni a natale." "Qualcosa da bere?" - finì di chiedere Lucia, e il telefono squillò. Quando Lucia riattaccò, la sua faccia era terrea. Gli occhi, lucidi, cominciavano a riempirsi di lacrime. Cercò di parlare, prima che i singhiozzi le impedissero di farlo. Parlò, e disse quel che lei non avrebbe mai voluto dire, quello che le altre non avrebbero mai voluto sentire. "Red.......Red è...... Red.........l'hanno ucciso. Quei fottuti, maledetti stronzi l'hanno ammazzato!"
"Margherita è in salvo." - aggiunse, nel tentativo, inutile, di controbilanciare, in qualche modo, quella notizia enorme e terribile. Red. Red non c'era più. Era stato cancellato. Il cuore "scuro" della lista. Non esisteva più. Non avrebbero più sorriso, con affetto, a sentirsi rispondere "di merda", ogniqualvolta gli chiedevano "come stai?". Red, l'amico prezioso. Red, vegetariano e comunista. Red che faceva l'operaio (l'operaio??? nel 2012???) e che non parlava mai dei suoi amori. Red. L'avrebbero pagata questa! Cazzo se l'avrebbero pagata!

Sbucarono in un vicolo del porto di Taranto. Nico aveva in mano la pianta della città. Una "X" rossa identificava la zona interessata. Il nome della strada ed il numero civico era ben impresso nella mente di tutti loro. Nemmeno volendo, avrebbero potuto dimenticarlo. "Dev'essere qui vicino " - disse Nico. Non sarebbero arrivati a nulla, senza Nico. E non solo per il suo proverbiale senso dell'orientamento. Roberto Magalotti non ce l'aveva fatta. Quel rapimento gli era sembrata un'infamia. Certo anche lui desiderava entrare in possesso di una copia di quel dannato cd-rom. Ma non era una giustificazione sufficiente per il rapimento di Margherita. Il suo senso etico aveva avuto il sopravvento. Dopo aver passato una notte intera a macerarsi, alla fine aveva fatto quello che riteneva giusto: aveva preso il telefono e aveva chiamato Nico. Non avrebbe mai chiamato nessun altro che Nico. E gli aveva raccontato tutto. Quello che sapevano e quello che non sapevano. L'identità dell'architetto del piano e l'indirizzo dove Margherita era sequestrata. E anche l'ultima beffa: sul campanello, la targhetta del nome recitava "SILENZI"! Franco era rimasto leggermente staccato. Cazzo, a sessant'anni non si corre più come a cinquanta! Chiunque affermi il contrario mente, sapendo di mentire. Riccardo, qualche passo più avanti, teneva a bada gli anni con la statura. Però stava bestemmiando. In una di quelle strane lingue che conosceva solo lui. Bestemmiava e allungava il passo. Non si capiva una sega di quello che diceva. Non si capiva a quale dio insultasse, nè quali irriferibili attributi gli porgesse, a quel dio sconosciuto. Ma le parole avevano una loro affascinante musicalità. Doveva essere qualche idioma dell'est, ormai morto. E certo che era una lingua morta. Quel dio doveva essersi incazzato ed aveva, senza dubbio, fulminato tutti coloro che la parlavano. "Sic transit gloria mundi" mormorò Franco. E non perchè si fosse convertito, da vecchio, ma perchè aveva preso l'abitudine di commentare i propri pensieri a bassa voce. Andrea e Red, più avanti, avevano quasi raggiunto l'isolato in questione, Nico subito dietro a loro. Red, ormai avanti a tutti, arrivò alla porta, lesse il nome sul campanello e, con una smorfia dipinta sul viso, si apprestò a pigiare il pulsante. L'esplosione squassò il silenzio del vicolo. Luce e rumore. Dita invisibili afferrarono il corpo magro di Red e lo scagliarono lontano, quasi addosso a Nico. Andrea, le orecchie sanguinanti, si era accasciato sulle ginocchia. Nico si chinò su Red, con un'espressione muta. Gli accarezzò la fronte e lo sollevò, senza sforzo apparente. Con un'ombra negli occhi, il corpo inerte di Red fra le braccia, si girò verso Riccardo che sopraggiungeva urlando, in livornese stavolta. Riccardo prese in consegna quello che rimaneva dell'amico. E avanzò verso la porta, le guancie asciutte, per timore di non riuscire a piangere la perdita con la dovuta solennità. Con un sol passo, varcò l'uscio squarciato dall'esplosione e, mentre Franco e Andrea liberavano Margherita, si diresse verso Alessandro Longo che li osservava sgomento, incapace di muovere un solo dito. Con urlo terrificante, arrovesciò il muto fardello sulle braccia del nemico e, prima che gli altri, attoniti, potessero intervenire, in qualche modo, strinse le mani intorno al collo muscoloso di Alessandro. E strinse, strinse, e continuò a stringere, per un tempo interminabile, finchè non sentì la vita strisciare via, finchè non vide gli occhi sbarrarsi, finchè non sentì i vasi sanguigni smettere di pulsare. Solo allora sì lascio cadere a terra, e cominciò a piangere.

Giorgio riempì il bicchiere di Franco e, subito dopo, il proprio. Sul lettore di cd girava il disco de "La Rosa Tatuata". Niente male! considerato che aveva dodici anni. Anche il whisky di giorgio non era affatto male. Probabilmente aveva la stessa età del disco, forse anche più vecchio. Riempiva la bocca col suo sapore, e ti portava lontano. Lontano, dove i due vecchi amici, ora seduti a un tavolo, l'uno di fronte all'altro, avrebbero voluto andare. E non si poteva più! La mappa, quella che il vecchio aveva consegnato a Lisa, prima di avviarsi per la sua propria strada; la mappa era inservibile. I punti snap si erano spenti. Uno dopo l'altro. Aveva cominciato il primo, a spegnersi. Quello dislocato in Via de' Pepi, a Firenze, nel quartiere di Santa Croce. Sembrava che lo avesse usato Leonardo da Vinci in persona. Si era spento, puff, di botto. E poi a seguire, quasi tutti insieme, separati solo da una breve frazione di secondo, erano venuti meno gli altri punti snap: da Camberra a Lima, da Seattle a Port au Prince, tutti proprio tutti. Forse qualcuno era rimasto, chissà; ma, dovunque esso fosse, era oramai irraggiungibile. Erano andati via. Era stato come levare una lampadina a quelle vecchie decorazioni luminose di natale (tanto per restare in tema colla giornata). Tolta una lampadina, si spegnevano tutte quell'altre. E l'albero di natale tornava nell'oscurità da cui proveniva. Un ombra fra le ombre. Si guardarono in faccia, i due amici. E scappò loro da ridere. Ripensarono al nastro. Il nastro che doveva risolvere tutti i problemi. Un nastro come sostituto della rivoluzione!?! Non poteva essere possibile. E, infatti, non lo era stato. Solo una chimera. Un'illusione durata pochi giorni. Si era autocancellato quel nastro! Giusto ventiquattr'ore prima che dessero inizio all'operazione. "Sarà stato uno scherzo di Fabrizio" - disse Giorgio - "Chi l'ha conosciuto, asserisce che il senso dell'umorismo non gli facesse difetto". "Già, doveva proprio essere un gran figlio di buona donna" - rincarò la dose, Franco - "E noi che ci avevamo già fatto la bocca!" "Dovremo accettare i fatti" - aggiunse Giorgio - "In fondo, almeno io e te, siamo rimasti uomini del ventesimo secolo. Vedrai che faremo presto a riabituarci, anche a tornare a viaggiare coi vecchi mezzi." Alzarono i bicchieri e li fecero tintinnare uno contro l'altro. Quel "latte di misericordia" scese loro giù per la gola e fece il suo dovere. Rimetteva in pari, più o meno, lo squilibrio che i ricordi tristi avevano creato nella bilancia della memoria. Aiutava, per quanto possibile, ad accettare le perdite. "Insomma, per ricominciare a vedersi e a chiaccherare, ci toccherà rispolverare le "piole", chi l'avrebbe mai detto?" - scherzò Franco."E se non sbaglio, ce n'è una proprio fra poco." - precisò Giorgio. "Sarà bene avviarsi. Sarebbe un peccato farli aspettare. Vero?" - aggiunse. "D'accordo. Allora andiamo. Non mi sento per niente stanco." concluse Franco, vuotando il bicchiere.

--- FINE ---

lunedì 9 ottobre 2006

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Questa storia l'ho scritta tempo fa. Tanto? Poco? Non saprei. Non ho idea se sei anni siano pochi, o molti! Credo dipenda dalla ... scala. Alcune(poche? molte?) delle persone che hanno ispirato, e portano, i nomi dei personaggi che si muovono dentro la storia, sono - come dire - caduti dalla mia "considerazione", e dovessi riscrivere la storia non ce li metterei più; ma, a dire il vero, oggi non ci sarebbe il motivo di scrivere una storia come questa. E allora, ritengo che sia giusto non mettere in atto nessun tipo di "revisionismo".
Era così, allora!

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E così lei, signor Valguarnera, vorrebbe che io rintracciassi quelle persone" - concluse Marlowe -"Ma, esattamente, quanti sarebbero?".
"Non credo che questo abbia importanza" - decise Filippo - "Anche se riesce a trovarne uno solo, è fatta".
Marlowe accese una sigaretta, ricavando così dal cliente un'occhiata di disapprovazione, ed aprì il voluminoso fascicolo, per poi apprestarsi a sfogliarne il materiale che conteneva.
Cominciò a separare le fotografie dalla copie dei "posting", soffermandosi più o meno a lungo sulle immagini di tutte quelle persone, ritratte quasi sempre intorno a tavole imbandite, o con la chitarra in mano.
"Come diavolo avrà fatto a sparire uno così?" - chiese, più che altro a se stesso, l'investigatore. La foto che aveva fatto scattare il commento, naturalmente, era quella di Nico!
Arrivato all'ultima foto, Marlowe si versò da bere, guardò diritto negli occhi del Valguarnera e disse: -"Non sarà facile! Queste foto sono vecchie di una decina d'anni. Se ne rende conto, vero?" "Anche se fossero state scattate ieri, non sarebbe facile..." - tagliò corto Filippo - "Ma lei questo non può saperlo. Non li conosce!"
"D'accordo, allora vedrò di rimediare. Passerò la notte a leggere" - disse, serio, Marlowe, indicando la pila di fogli sulla scrivania.
"Così quando ci rivedremo li conoscerò un po' meglio!" - aggiunse a mo' di congedo.

La solita Firenze, accolse Filippo che usciva dal portone di Borgo Pinti, dove si trovava il quartier generale di Marlowe.
"Non è che sia proprio di serie A, quell'investigatore" - pensò il "Valgua", valutando con lo sguardo la fatiscenza della strada e degli edifici - "ma se c'è qualcuno in grado di scovarli, quello è lui!" Decise di dirigersi a piedi verso piazza della stazione e, camminando, cominciò a ripercorrere, con la memoria, gli avvenimenti.
Il suo viaggio in Svezia, nell'estate del 2000. Erano passati dieci anni. L'assenza, che avrebbe dovuto durare solo pochi mesi, si era protratta ogni oltre aspettativa. E non si era nemmeno laureato! Tutto per colpa di quella ragazza - un sorriso gli addolcì gli occhi, mentre la rammentava. Era rimasto in Svezia quasi dieci anni, per ..................amore. Accidenti, se se l'era spassata, però! E quando, alla fine, era tornato, aveva scoperto che "ifmguccini" non esisteva più! Volatilizzato. Sparito dalla "gerarchia usenet". Giravano voci, non del tutto attendibili, che ci fosse un legame con l'attentato ai danni del meeting governativo svoltosi a Rimini nel 2006*, portato a termine da un gruppo di persone che i "beneinformati" definivano "pericolosamente vicini al newsgroup su Guccini"! Il giro di vite, conseguente all'attentato, aveva portato anche alla rimozione del newsgroup. E non solo di ifmg! It.fan.musica.de-andre era ancora sulla rete, ma solo perchè si appoggiava ad un server pirata. La repressione aveva colpito duro. I "newsgruppettari" erano stati prelevati, nottetempo, casa per casa, ad uno ad uno, e torchiati a dovere. Qualcuno non ce l'aveva fatta. Come Francesco Itollo che si era tuffato giù dal terzo piano della questura di Napoli, gridando - "è la fine di ifmguccini"! Come il Ciofanskj, arrestato nei pressi del ponte alla vittoria mentre si apprestava a buttare in arno quattro faldoni pieni di documenti che, a detta degli inquirenti, si erano rivelati compromettenti assai. Il processo, tuttavia, non venne mai celebrato, e di Stefano si perse ogni traccia, dopo uno "strano" trasferimento notturno dal carcere di Sollicciano ad un posto non meglio precisato! Come Paolo Zaffi ed Ermes Zattoni.
Zaffi e Zattoni.
La storia venne pubblicata, su tutti i giornali, all'epoca. La cosa fece scalpore, e non riuscirono a farla passare sotto silenzio! Una livida mattina di novembre. Li cercavano da mesi, Zaffi e Zattoni! Senza mai riuscire a trovarli. E c'era anche chi ricamava sull'iniziale comune del loro cognome. Ma poi qualcuno cantò. Disse una parola. Una parola sola. Verghereto.
...
Alla luce sbiadita dell'alba, si intravvedevano delle ombre, fuori dalla casa. Paolo si era svegliato anzitempo. Maledicendo il "risveglio precoce", che lo tormentava da mesi, alba dopo alba, scese in cucina per andarsi a preparare un caffé (non d'orzo:-)). Si rese subito conto che c'era qualcosa che non andava: non c'erano abbastanza alberi, la fuori, per nascondere tutti quegli stronzi! Andò di sopra a svegliare Ermes. "Arrendetevi! Siete circondati!" - Sentirono gridare. "Non preoccuparti! Arriviamo!" - rispose la voce beffarda dello Zaffi. Ermes e lui si stavano già dando da fare, ciascuno al suo posto, dietro una porta-finestra, proprio come avevano deciso di fare sin dall'inizio, in caso di "necessità". Ermes, con gran disinvoltura, disponeva tutt'intorno, con cura, le rivoltelle e la sua parte di munizioni, in modo da dover compiere il minor numero possibile di movimenti. Paolo, dal canto suo, sventrava con gesti disordinati i pacchetti di cartucce, correndo a destra e a sinistra, preso da una specie di furore sanguinario. Improvvisamente vide Ada che se ne stava nel mezzo della sala da pranzo, attonita, le braccia penzoloni. "Che fai qui?" - le gridò rudemente. "Non è posto per donne" - continuò - "Vattene. Vattene, prima che sia troppo tardi!" Detto questo, la spinse risolutamente fuori della porta. - "A presto, Ada, in un mondo migliore!" - disse Ermes - "bacia Alice da parte mia, quando la vedi".
L'epopea incominciò immediatamente.Ermes, da una finestra del primo piano, colpì un ispettore in pieno petto. Paolo, più nervoso, sprecò tre cartucce prima di ferire un poliziotto alla coscia destra. Nella casa ci fu un momento di delirio. - "L'ho beccato! l'ho beccato!" - urlò Paolo. - " E se non son contenti, faremo ancora meglio" - canticchiò Ermes su un'aria di valzer. Il rumore delle armi di tutti i calibri era assordante. Il fischio acuto dei proiettili delle carabine si mescolava alle detonazioni più sorde delle pistole, inframmezzate saltuariamente dalle raffiche rabbiose dei mitra. Ermes e Paolo ferirono altri due poliziotti ed emisero, per l'occasione, degli "evviva" di gioia. Galoppando, senza sosta, dalla cantina alla soffitta, scegliendo accuratamente le posizioni di tiro, le mani nere di polvere, le pistole fumanti, vivevano momenti esaltanti. Era una cosa grandiosa, tragica, comica, sbalorditiva. Cominciarono a piovere le granate e i lacrimogeni. Senza alcun successo. Alle sette si dette l'ordine di suonare la tromba ed un prefetto, un po' teatrale, si fece avanti, la sciarpa tricolore legata intorno al braccio: - "Zaffi! Zattoni! In nome della legge, arrendetevi!" - gridò. Per tutta risposta, una decina di pallottole gli sibilarono vicino alle orecchie. Dopo mezzogiorno ci fu una sosta. Gli assedianti fecero uno spuntino. In casa, i "banditi" cercavano di capire cosa si stesse tramando. Paolo decise che era meglio fregarsene: - "Crepare per crepare" - esclamò - "preferisco farlo con la pancia piena"! -"Tienimi al corrente" - aggiunse. Si diresse verso la cucina e mise sul fuoco una casseruola con dentro degli spaghetti già cotti. Un nuovo scambio di fucilate lo distolse dalle sue faccende, e abbandonò i fornelli, imprecando. Quello che Ermes aveva preso di mira era un nuovo arrivato: il ministro degli interni in persona, che non aveva saputo resistere al desiderio di assistere di persona. Battè immediatamente in ritirata. Le pallottole ricominciarono a crepitare da tutte le parti. - "Vigliacchi, assassini" - si sentì urlare la voce di Ermes. Era stato colpito all'anca. Alle due venne ordinato l'assalto. In un angolo della prima stanza, in piedi, c'era Ermes, stordito, abbrutito, inconsciente, con la pistola che gli penzola dalla mano. Un brigadiere dei carabinieri gliela strappa di mano, ma viene spintonato da altri poliziotti che sopraggiungono. Si sentono dei colpi d'arma da fuoco: Ermes Zattoni è morto. Nello stanzino vicino, avvolto in un materasso, c'è Paolo, una spalla straziata. In un ultimo sforzo punta la sua pistola. _"Assassini" - mugola.
Spara due, tre, quattro colpi. Gli rispondono in quaranta. Paolo Zaffi ha un sussulto. Le labbra gli si piegano in una strana smorfia. Da qualche parte un orologio suona lugubremente le tre. .... Già! Paolo ed Ermes se ne erano andati, in grande stile. "E qualcuno aveva riferito che in quella casa, fino alla sera prima, c'erano anche Alice e Jacopo. E le fotografie, scattate dalla polizia dopo aver espugnato la casa, testimoniavano della cena di almeno cinque persone, a giudicare dalle immagini della cucina". - stava considerando Marlowe, disponendosi ad accendere l'ennesima sigaretta, fra un sorso di caffè e l'altro. Ne aveva bisogno, del caffè. Non aveva dormito molto in questi ultimi cinque giorni. Dopo la cosiddetta "strage di Verghereto", sembrava che i "newsgruppettari" ancora a piede libero fossero diventati imprendibili! A parte Giorgio, arrestato dall'FBI mentre cercava di attraversare la frontiera messicana, fidando in un'inesistente impunità che, nella sua fantasia, gli sarebbe derivata dal fatto che il presidente Clint Eastwood avrebbe evitato, come la peste, di ritrovarsi fra i piedi un altro "caso Baraldini"; le polizie internazionali sguinzagliate alle calcagna dei "gucciniani all'estero" si erano tutte trovate con in mano un pugno di mosche. Dall'efficiente polizia tedesca che, a Norimberga, aveva trovato quello che in codice veniva definito "il covo degli angeli" completamente vuoto (erano state portate via perfino le tende alle finestre!), alla polizia spagnola che aveva addirittura accettato di scendere a compromessi con l'ETA, pur di reperire le informazioni necessarie a mettere le mani su Sergio. Inutilmente. E la neocostituita polizia Cipriota, composta in fretta e furia coi peggiori avanzi di galera, dopo che si era formata la Repubblica Liberista di Cipro, aveva dovuto ammettere che Enrica era "irreperibile". Per non parlare degli inquirenti italiani, che avevano collezionato uno smacco dopo l'altro. A Cosenza, Anna si era volatilizzata, nonostante l'ingessatura per la caviglia slogata, dopo aver offerto da bere agli agenti che erano venuti a prelevarla. Aveva chiesto se le era permesso di andare un attimo in bagno. Quando, mezz'ora dopo, avevano buttato giù a calci la porta del bagno, avevano trovato ad aspettarli solo lo stivaletto di gesso. A Firenze, era arrivato il ministro degli interni in persona, Gad Lerner, per guidare l'irruzione al campo nomadi del poderaccio, dove, a detta di un informatore, avevano trovato asilo Lisa e Miguel. L'informatore venne licenziato! I bar di tutta la "Camunia" vennero setacciati, dal tramonto all'alba. Di "red", una volta tanto, nemmeno l'ombra.
"Tutte queste persone" - concluse Marlowe - "si erano trasformate in abili latitanti". Non importava chi fossero e che cosa facessero prima. Commercialisti come Luca, ostetriche come Silvia, insegnanti come Maila, di colpo erano entrati in clandestinità, facendo perdere ogni loro traccia. E qualcuno è sparito portandosi dietro tutta la famiglia! "Sì. Ma entrati in clandestinità per fare cosa?" - Marlowe si agitò sulla poltrona, interrompendo la lettura di un interessante post di Riccardo Venturi - " O......per andare dove"? Marlowe frugò nei cassetti, alla ricerca del numero del cellulare del Valguarnera. "Pronto, Filippo" - esordì Marlowe - "So dove sono finiti"! "Sono andati tutti a Croaton**" - aggiunse.

Sulla spiaggia sassosa di Chiessi, incastonata fra rocce e fichi d'india, stava avendo luogo una scena a dir poco spassosa. Due strani personaggi discutevano animatamente, immersi nell'acqua fino alle ginocchia.
"Non mi riesce farlo quest'accidenti di nodo"! - protestava il più grosso, che sovrastava quell'altro di almeno mezza testa, agitando le braccia.
"Eppure bisogna che tu impari, se vuoi pescare" - gli rispose il più basso, per niente intimorito da quel turbinio di braccia, che assomigliava al roteare delle pale di un elicottero.
"Ma, puttanaccia miseria, un nodo "savoia""! - rincarò la dose il primo - "ti rendi conto? Tu vuoi che io faccia con queste mani un fottuto nodo "savoia"? "Oh cristo" - quello più magro scosse il capo, cercando di decidere se cedere alla disperazione o scoppiare a ridere - "se vuoi lo ribattezziamo "chapas" sto cazzo di nodo! Ma se vuoi attaccarci un amo a quella lenza bisogna che a quell'accidenti di filo tu gli faccia fare tre giri. Poi occorre che tu prenda il capo del filo e lo cacci dentro al buco e tiri, fino a trarne una specie di farfalla. Poi, con quelle ditina che ti ritrovi, prendi l'amo stringendolo per la punta, senza conficcartelo nella mano, ne fai passare l'altra estremità dentro uno degli occhielli, dai un mezzo giro e fai passare la stessa estremità nel secondo occhiello. Fatto questo, tiri e ti ritrovi in mano una lenza con attaccato l'amo"! "E' facile" - concluse espirando forte - "Soprattutto se prima inforchi quei cazzo di occhiali"! "Oh Franco" - sospirò il primo, di rimando - "ma non sarebbe più semplice usare tutto quell'esplosivo che abbiamo, per pescare"? "Nemmeno per sogno" - ribattè Franco -"L'esplosivo ci serve, Riccardo! Avevamo deciso di tenerlo da parte per ogni eventualità. E poi, se pescassimo con le bombe, nel giro di due ore ci ritroveremmo addosso tutta la dannata guardia costiera di questo arcipelago"! "Comunque ho capito perchè non c'è il pesce nella dieta tipica elbana" - sentenziò Riccardo - "I miei progenitori si rifiutavano di fare quei nodi....savoia. Puah"!
Intorno ai due si era raccolta una nutrita platea, che commentava in modo variopinto il battibecco in corso. Ciascuno aveva una sua opinione sulla cosa, come su tutto! Una babele di dialetti e accenti! Si sentiva anche qualche parola in tedesco e in spagnolo. Solo che stavolta non erano le voci dei turisti, che l'Elba aveva fatto l'abitudine a sopportare, negli anni passati. Era gente diversa, sbarcata su quest'isola che era stata dichiarata off-limit, quando cinque anni prima c'era stato un incidente non meglio identificato sulla costa est dell'isola, che aveva costretto le autorità ad evacuare la popolazione. Dopo un paio d'anni, le "acque si erano calmate". L'Elba era stata "dimenticata", sia dalle autorità che dalle agenzie turistiche. E, così, pian piano, alla chetichella, sull'isola avevano cominciato a sbarcare certi "strani individui" per niente intimoriti dalla gravità dell'incidente. Stranamente. Nessuno sapeva se e quanto la cosa avrebbe potuto durare. Stavano lì, e ci stavano bene. Pescando e coltivando, vendemmiando e imbottigliando, senza dimenticare qualche puntata sul continente, di tanto in tanto, per procurarsi qualcosina. Ridendo e litigando, discutendo e cucinando. Vivendo. Qualcuno, probabilmente, sarebbe volato via al primo "stormir di fronde"; qualcun altro sarebbe rimasto a qualsiasi costo, anche al prezzo di usare quello che teniva gelosamente custodito in qualche grotta, da qualche parte, sull'isola.
"Guarda chi c'è" - fu il commento di Riccardo, quando vide il Valgua che veniva giù per la stradina che portava alla spiaggia - "Ce ne hai messo di tempo"! "Cosa fai? Ti fermi o riparti"? -chiese seccamente Filippo Thiery - "Puoi restare, se vuoi". "Pensa che ci sono anche degli astemi"! - lo erudì Marco - "Anzi, ci sono quasi tutti".
"Non sarebbe durato, non poteva durare" - si disse Valguarnera, senza dimenticare di aggiungere subito dopo - "Ma chi se ne frega!" Cominciò a spogliarsi, lanciando via i vestiti, man mano che se li toglieva. Poi, si lanciò di corsa verso il mare, incurante dei sassi che calpestava coi piedi nudi, sotto lo sguardo compiaciuto e divertito di Marlowe. Quest'ultimo, rivolto a Riccardo, chiese - "Se ne trova di birra da queste parti"? "Qualcosina" - rispose Riccardo, porgendo una bottiglia di Corona già stappata, che sembrava fosse apparsa come fanno certi conigli da certi cappelli a cilindro. Solo che qui non c'era nessun cappello. "No. Dicevo così. Solo per sapere" - ridacchiò l'investigatore -"Firenze è troppo umida in questo periodo"! Fece una pausa, quasi ad effetto, poi aggiunse -"e la sera mi sento solo. Mi piacerebbe rimanere per qualche tempo. La conversazione da queste parti dev'essere brillante". "Ah dimenticavo. Io so fare i nodi savoia, e anche i nodi margherita"!
--FINE--

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* Qui ci si riferisce ad un'altra storia che ho inventato, e scritto sul
newsgroup, a roposito di un attentato al meeting di comunione e liberazione.
Eccola:

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Rimini, 28 agosto 2005

Levami quel cazzo di teleobiettivo dalle costole" - abbaiò Franco in direzione di Fil, mentre cercava di massaggiarsi la schiena dolorante. "Ma guarda tu se, alla mia età, devo strisciare nella sabbia umida, insieme ad una banda di matti, per una promessa fatta cinque anni fa!" - aggiunse, a bassa voce, rivolto più che altro a sé stesso. Alice, pochi metri più avanti, al sicuro in un'avvallamento della sabbia, stava trafficando con uno strano apparecchio. "Forza!" - li incitò. "Smettetela di giocare, che non è il momento". "Muovete il culo, nonnetti" -rincarò la dose, Jacopo. Lo Zaffi lo fulminò con uno sguardo, da lontano, e, rivolto a Silvia, ammise -"l'avevo detto che era meglio se passavo dall'entrata principale!". "Non si poteva" - sentenziò Franco" - "Il pass di Nico valeva solo per due persone. E non ti ci vedo mentre cerchi di spacciarti per un delegato polacco di "comunione e democrazia (di sinistra)". ". "Quindi, o Riccardo o nessun'altro"- continuò ad argomentare - "Ci abbiamo messo cinque anni e non si poteva mandare tutto a monte solo per i tuoi reumatismi. E poi pensa al fascino del partigiano". "Vaffanculo" - lo salutò Paolo. "Altro che commando. Sembrate una combriccola di ballerine" - scherzò (ma non troppo) Red.
La prima a raggiungere Jacopo ed Alice, fu Maila. Subito depose lo zainetto vuoto davanti al capo dell'operazione. Uno alla volta, tutti gli altri zaini si aggiunsero a quello di Maila, compreso il tascapane di Fil, che si era rifiutato di fare solo il fotografo. Si era occupato personalmente di curare il lato sud della sede del megaraduno. Il solito beneinformato gli aveva rivelato che la tribuna per i giovani cattolici era stata installata in quel settore. Paolo fu l'ultimo. Ma non solo per l'età. Il punto corrispondente alla poltrona del "senatore a vita" era quello più lontano dalla sede delle operazioni. Era stato facile anche convincerlo che due feste della liberazione (una il 25 aprile ed una il 28 agosto) erano meglio di una sola. "Sembra che ci sarà anche il papa, stasera" - dichiarò Maila. "E' il suo debutto in società con il nuovo microchip che gli hanno impiantato sotto la papalina". "Già! Tutti insieme su quel palco" - sorrise Alice - "Il papa, Veltroni, Berlusconi, Prodi, D'Alema, Cofferati, D'Antoni". "Ssssstttt....Che non mi ricordo più se era il filo rosso o quello nero che ......." - li zittì Franco - "Ah sì. Ecco. Spero di aver fatto tutto per bene. Sarebbe un peccato..." "Ma finchè li cerco io......" - canticchiava Red, ad occhi chiusi. Fil cominciò a posizionare il treppiedi, cercando di dargli una certa stabilità. L'inquadratura era perfetta. "Ecco, ora aspettiamo la telefonata" - disse Alice, tirando fuori il cellulare - "Speriamo che quei due siano riusciti ad entrare nella sala audio e a piazzare il cd". "Pronto" - La voce di Nico fu riconosciuta da tutti - "Fratello non temere che corro al mio dovere". Solo quelle parole. Poi il rumore della linea che cadeva. "E' fatta" disse Alice, esitando solo un momento, prima di premere due o tre pulsanti sullo strano congegno che aveva davanti, mezzo sepolto dalla sabbia. Subito dagli altoparlanti, che erano stati disseminati, nei giorni precedenti, per tutta Rimini, fuoriuscì, chiara e possente, una voce che cominciò a cantare: "IO DICO ADDIO........................... ...................................................................................................................
BBBBBBBBBOOOOOOOOOOOOOOMMMMMMMMMMMMM.

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**Nota: "Gone to Croaton" - Il primo stanziamento nel nuovo mondo,
Roanoke, fallì; i coloni scomparirono tutti, lasciando dietro di sé
solo lo strano messaggio "Gone to Croaton".


Ci riprendiamo la giacca ci mettiamo il cappello e ci vediamo lì?



Venerdì 13 (!) Ottobre, mi dicono che all'osteria Pegaso, in quel di Arcola (provincia di La Spezia) ci suonerà proprio Richard Dobson. Proprio lui, di cui parlavo poco più sotto!
Chi altri, se non Andrea Parodi, poteva riuscire nell'impresa di portarcelo?
Ad ogni modo, Arcola è un posto delizioso dove, fra l'altro, c'è nato Renzo Novatore (che ha qualcosa a che fare con "Il bandito e il campione" di Luigi Grechi. L'osteria Pegaso, al 92 della Via Aurelia Nord è un posto accogliente, gestito e frequentato da bella gente. Ed arrivarci non è difficile. Basta uscire all'altezza di Sarzana e dirigersi verso il mare, anziché verso Sarzana....
Viene qualcuno?

Non spegnere la luce!



'Leave the light on' è il dodicesimo disco di Chris Smither.
Chris Smither può essere definito un "cantautore folk-blues".
E' anche vero che voleva diventare un antropologo, Chris, quando frequentava l'Università delle Americhe a Città del Messico. Ma, una volta trasferitosi all'Università di Tulane, dopo un anno durante il quale aveva scoperto la musica di Mississippi John Hurt, decise che preferiva suonare la chitarra piuttosto che frequentare le lezioni. Eric Von Schmidt, un altro dei suoi eroi "musicali", lo convinse a trasferirsi a Cambridge, Massachussetts. Debuttò con le sue prime canzoni al "Club 47", dove si esibiva von Schmidt, che lo invitò a salire sul palco, per cantare qualcuna delle sue canzoni.

Ancora una volta, con un disco come 'Leave the light on', Chris Smither dimostra di essere uno scrittore eccezionale, oltre che un cantante ed un chitarrista. Insieme ad un "mucchio" di superbi musicisti, fra i quali gli Ollabelle e Tim O'Brien, regala otto nuove composizioni, insieme alla rilettura di tre classici: "Visions of Johanna", di Bob Dylan, reso e arrangiato in un fascinoso valzer; "Blues in the Bottle", dove vengono aggiunte delle strofe nuove di zecca ai vecchi e immortali versi di Lightin' Hopkins; "John Hardy", una canzone senza tempo illuminata di una nuova luce.

venerdì 6 ottobre 2006

Il circo volante dei Monty Python's



La partita di calcio dei filosofi. Era uno sketch dei Monty Python's che descriveva una partita di calcio tra le rappresentanze dei filosofi greci e quelli tedeschi. Nella squadra greca giocavano, fra gli altri, Platone, Socrate ed Aristotele. Heidegger, Marx e Nietschze, in quella tedesca. Invece di giocare, i filosofi competevano pensando mentre passeggiavano per il campo sportivo, a larghi cerchi. Questo sortì l'effetto di lasciare più che confuso Franz Beckenbauer, l'unico vero calciatore in campo ("un'inclusione a sorpresa" nella squadra tedesca, secondo il cronista).
La partita era arbitrata da Confucio, e segnalinee erano Tommaso d'Aquino e Sant'Agostino.
L'unico goal della partita viene segnato da Socrate, all'89°. Al volo, di testa, su cross di Archimede (il quale ebbe l'idea di inventare il gioco del calcio, dopo aver lanciato il grido di "Eureka"!).
I tedeschi contestano il risultato.
"Hegel sta argomentando che la realtà è solo un accessorio aprioristico di etiche non-naturalistiche.
Kant, per mezzo dell'imperativo categorico, sta dimostrando che il goal esiste solo nell'immaginazione.
E Marx sta urlando che era fuorigioco!"

giovedì 5 ottobre 2006

il ragazzo della Gulf Coast



"Quando avevo otto anni, la mia famiglia ha vissuto per un anno in Olanda, a L'Aia. E lì, io e mia sorella fummo mandati a frequentare una scuola di lingua inglese. Sebbene nessuno dei miei genitori suonasse uno strumento musicale, decisero che sarebbe stata un buona idea che io prendessi delle lezioni di piano. Acconsentii, con riluttanza; ero un bambino ribelle, e spesso non disposto a seguire i loro suggerimenti. Ma era evidente fin dall'inizio che la mia insegnante ed io non saremmo andati troppo avanti. Lei e gli altri insegnanti trovavano che il mio accento texano fosse barbarico, e lo dicevano chiaramente. Dopo un paio di lezioni, dissi ai miei genitori che volevo smettere, e loro acconsentirono. Ricordo che rimasi sorpreso dal fatto che non portarono una ragione valida perché io continuassi.
Dodici anni più tardi comprai una chitarra usata in un negozio a Cali, Colombia, e cominciai da solo a suonarla. Passarono ancora altri anni, mentre ero occupato a finire il college, a fare il volontario nei "Peace Corps" e a tentare timidamente di cominciare a scrivere. In mezzo a tutto ciò, tenvo sempre una chitarra vicino ed ero solito imbracciarla e suonarla per un po' ogni volta che mi trovavo ad un'impasse. Dopo che il mio primo manoscritto venne rifiutato da più editori, me ne andai nel New Mexico a cominciarne un altro. Lì ci furono una serie di rivelazioni, e quella che era la mia attività secondaria divenne la mia attività principale; mi appassionai davvero a scrivere canzoni e tralasciai qualsiasi altra cosa.
Ispirato dall'esempio di Kris Kristofferson e dai dischi di Bob Dylan me ne andai a Nashville nel 1971, dando inizio ad una serie di peregrinazioni, avanti e indietro dal Texas, che continuarono per quasi trent'anni. Alla fine dei settanta diedi inizio ad una serie di rubriche su una fanzine inglese che si chiamava "Omaha Rainbow". Incisi il mio primo LP, "In Texas Last December" (un album di canzoni originali per la Buttermilk Records, una piccola casa discografica di Houston) nel 1977. Cominciai a vendere oltreoceano, per posta, i miei dischi . Iniziai a girare l'Europa negli anni ottanta, e questo mi portò ad avere un contratto con la Brambus Records, in Svizzera. Un legame che ha durato fino ad oggi.
Occasionalmente, le persone mi chiedono se riesco a guadagnarmi da vivere, facendo quel che faccio, ed io ho sempre risposto che sebbene non possa chiamarla una vita agiata, non la scambierei con niente. La musica ha arricchito la mia esistenza in modo incommensurabile e mi ha portato una gioia enorme, sarei stato un pazzo a lagnarmi per i tempi duri. Professione antica e privilegiata, la musica può aprire porte e portarti in posti dove le ricompense non si misurano in denaro. Una finestra sul mondo come nessun'altra. Guardandomi indietro, posso dire con sincerità che ho pochi rimpianti, solo qualche volta vorrei aver continuato con quelle lezioni di piano."

- Richard Dobson -

La ballata di Robin Winter-Smith
di Richard Dobson

Mamma è in cucina che lava i piatti e il bambino piange,
al notiziario tv, qualcuno è morto
Era un motociclista pazzo che guidava una moto in uno show temerario,
a Merry England, oh, ...aveva ventisette anni
Stava provando a battere il suo record
di salto sulle automobili, era il campione
Ha saltato un po' corto ... oh, ha colpito la rampa

Questa è la storia triste e insanguinata di Robin Winter-Smith
Era un uomo molto coraggioso se segui il mio ragionamento
Perché lasciava la folla senza fiato, gettandosi a capofitto per la rampa come
un invasato, Robin Winter-Smith ...Credo che abbia fatto del suo meglio

Mi guadagno da vivere suonando queste canzoni e girando per i bar
Suono la mia chitarra ... oh, ma io, tesoro, non salto le automobili
Mamma è in cucina che lava i piatti e il bambino piange,
al notiziario tv, qualcuno è morto
Era un motociclista pazzo che guidava una moto in uno show temerario,
a Merry England, oh, ...aveva ventisette anni

mercoledì 4 ottobre 2006

old rockers never die



11 GENNAIO 2019

Finalmente queste cazzo di feste sono finite.
Tutta quell'euforia, per poi cosa? Migliaia e migliaia di persone che si sbattono per niente.
Fino alla fiammata finale: il capodanno!
Era così anche vent'anni fa. Me lo ricordo bene, quello del duemila.
Abbiamo camminato sopra una tappeto di cocci di bottiglie.
Era l'ultimo dell'anno e pensavamo che di lì a una decina di giorni sarebbe caduto l'anniversario della morte di fabrizio. Era il primo anniversario. Il peggiore. Sì, me ne ricordo proprio bene.
Ne è passato di tempo. Chi l'avrebbe mai detto che il newsgroup, e perfino la mailing list in suo nome, avrebbero resistito per tutto questo tempo. Già è un miracolo che abbia resistito internet, tutto questo tempo!
Eppure, dopo vent'anni, ci ritroviamo ancora periodicamente per le nostre "piole".
La percentuale di "canutezza" è aumentata considerevolmente, da allora, ai tavoli.
E a volte mi chiedo se per caso non possiamo sembrare un pò.....Come dire? patetici?
Ma guarda tu cosa mi metto a pensare! Sarà meglio andare a berci qualcosa, prima di commuoverci troppo. Alla mia età, i ricordi sono da evitare, come la peste!
Fischiettando "Il Pescatore", varcai l'entrata del bar e mi diressi verso il bancone.
Il locale era deserto, data l'ora tarda, tranne che per un vecchio, seduto in un angolo,
di spalle, ad un tavolino. (Mi accorsi che l'uomo era vecchio dalla lentezza dei movimenti
con cui si versava da bere e accostava il bicchiere alle labbra; da questo e dal candore della barba che gli adornava il viso. La intravvidi, la barba, quando l'uomo girò impercettibilmente
il capo e mi lanciò un'occhiata fugace.)
Senza un particolare motivo, trasportai il boccale di corona (perfezionato con la cuervo)
al tavolo vicino a quello dov'era seduto il vecchio. Sedetti e, dopo aver acceso l'ennesima sigaretta di troppo, chiusi gli occhi, assaporando il fumo e la calma.
-"Mi scusi, era una canzone di fabrizio de andré? quella che fischiettava prima?"- una voce di un basso profondo mi riportò alla vita.
-"Sì. Certo." - risposi, osservando la faccia dell'uomo che mi aveva posto la domanda.
-"Me ne ricordo" - continuò il vecchio, più riflettendo ad alta voce che interloquendo.
- "Le sapevo cantare quelle canzoni, una volta. Le conoscevo bene." - sospirò.
Continuavo ad osservare le rughe profonde, i capelli bianchi e lisci.
Mi soffermai a fissare l'occhio semichiuso che si intravvedeva attraverso le lenti spesse degli occhiali.
- "Sono vent'anni, oggi." Buttai lì.
- "Me ne ricordo" - ripetè il vecchio. "Certo che si è levato da un bell'impiccio.
Aveva firmato un contratto che gli imponeva di fare tre dischi in non
rammento più quanti anni." - disse, ridacchiando.
- "Tre anni, mi pare. O forse cinque. Era un bel problema, comunque, per
uno pigro come il nostro amico" - risposi.
- "Proprio un bel problema" - rimarcò l'uomo - "In un modo o nell'altro, però, l'ha risolto"
- "Mi sono chiesto spesso, in questi anni, cosa farebbe, oggi, uno come lui"
- lasciai che la domanda si formulasse.
- "Niente di particolare, credo." - arrivò puntuale la risposta - "Magari,
sarebbe iscritto ad un mailing list su fabrizio de andré. Magari ogni tanto andrebbe a
dare un'occhiata a quello che viene postato su it.fan.musica.de-andre.
Tanto per cercare di riconsiderare quello che ha scritto sotto una diversa angolatura.
Tanto per riascoltare le sue canzoni attraverso le orecchie di altri.".
-"E magari gli potrebbe anche venir voglia di partecipare alla prossima
"piola", fra qualche settimana!" - scherzai, ma non troppo.
-"Sì, credo proprio di sì." - Concluse il vecchio, alzandosi.
-"Adesso è ora che io vada." - Una specie di sorriso gli illuminava il viso
mentre, dopo avermi stretto la mano, si incamminava per la sua strada.

martedì 3 ottobre 2006

programmi

risposte, senza domande!



Una volta c'erano le canzoni che davano luogo alle "risposte". Di solito, le "risposte" avevano a che fare con il "sociale", come le prime che mi vengono in mente. La famosa "risposta al ragazzo della via gluck", in cui Giorgio Gaber ribatteva a Celentano parlando di un ragazzo che non si poteva sposare in quanto gli avevano buttato giù la casa, tremila al mese fitto bloccato, per una legge sul "piano verde". Un'altra, meno famosa, era - sempre a Celentano (allora non era un paladino della "sinistra" - la risposta a "chi non lavora non fa l'amore", da parte di Franco Trincale. Ma credo ci siano altri esempi, che ora non mi vengono in mente.
Questa, nel mio piccolo, vuole essere un'altro tipo di risposta. Una risposta "al femminile", da me che donna non sono, che scrissi qualche tempo fa, dentro una mailing list, a partire dal commento alla canzone, venuto da una donna. Enrica.
Scrisse, in proposito:

>Credo che ci siano due canzoni di De Andre' particolarmente crudeli nei
>confronti della "lei" a cui sono dedicate. Una donna che dovesse
>sentirsele ricordare (in negativo) credo che resterebbe segnata a lungo.
>Non ho idea di come l'abbiano presa le due donne che hanno fatto da
>ispirazione, io al posto loro non riuscirei a pensare ad altro (.........)

Qualcosa, dentro di me, prese per buone le ragioni suespresse. E venne fuori, di getto, questa cosa, di cui confesso di essere abbastanza orgoglioso.

Solo il cielo sa perchè accidenti ho messo quel vecchio disco sul piatto! Avrei dovuto sperare che la puntina fosse abbastanza usurata da non permettermi di riascoltarlo. E invece no, il disco ha cominciato a girare, e dalle vecchie casse è riemersa quella sua voce inconfondibile a ricordarmi quanto l'ho amato. Lui e la sua voce. E per un breve lungo momento sono tornata a riamarlo.
Dopo trent'anni è stato un bel colpo, non c'è che dire!
Trent'anni! Mi è anche scappato da ridere a sentirlo rammentare di nuovo mia madre, dopo tutto questo tempo.
L'avevo quasi dimenticata mia madre!
Non che non avesse ragione, fabrizio, su quella storia del cantante e per di più sposato! Era una palla, mia madre, da questo punto di vista. Ma non è che lui abbia mai fatto più di tanto per cercare di capirla, nonostante la sua tanto sbandierata tolleranza. Il loro era una sorta di muro contro muro, ed io in mezzo! Sempre mia madre, sempre la sua presenza, anche quando non c'era, quando era distante. Ogni mio difetto, ogni mia debolezza, era sempre pronto ad imputarlo
all'ascendente nefasto di mia madre! Quante volte mi sono chiesta come sarebbe andata se fossi stata orfana.
Quante volte ho coltivato il pensiero di ucciderla, mia madre, per poterlo finalmente avere tutto per me.
Una gazza parlante, mi aveva regalato! Ve ne rendete conto? Senza nemmeno starmi a chiedere se avessi voglia o meno di accudirla! Un mazzo di rose? Mai, neanche a parlarne! Già, lui cantava. Era un'artista! Sempre a riempirmi la casa con quella gentaglia. Piedi sui tavoli, cicche per terra. Per non parlare dell'odore che emanavano!
Erano persone vere, mi ribatteva!
E io -"E che ora non si possono fare un bagno le persone vere? Senza,per questo, cessare di essere tali?"
Ma non mi sarebbe importato più di tanto, di averceli per casa, purchè lui fosse stato capace di parlare con me allo stesso modo in cui lo faceva con loro. E invece niente! Non gli riusciva al nostro caro "boccadirosa".
Era più tenero perfino con quella deficiente di mia sorella, di quanto riuscisse ad esserlo con me.
Mia sorella! Quella piccola oca cretina. Ho sempre avuto il sospetto che fosse stata lei a farla morire la gazza!
Nessun rimpianto, comunque! E' andata come doveva andare. Più o meno nello stesso modo che con quell'altra "sventurata" (sto scherzando), cui scrisse, sempre in una canzone (perchè il signor boccadirosa, a noi, le cose ce le mandava a dire dopo, con le canzoni!) "non sei riuscita a cambiarmi, non ti ho cambiata lo sai".
Comunque una cosa volevo farti sapere, ora che è troppo tardi per fartela sapere. I miei "aiuto" non sono mai stati salvati. E i tuoi?

lunedì 2 ottobre 2006

Guccini, ancora!



Lo chiamavano "il vate", il nome di tutta una vita,
segno di una rivoluzione perduta, di una lotta finita.
Lo vedevi arrivare con lasagne e depliants di rutelli
mentre i suoi vecchi fans si strappavano tutti i capelli
Dopo qualche fiasco di vino, con versi un po' ironici e amari
cantava di locomotive, di simboli ed eroi proletari.
E cantava, cantava, con Cofferati che stava a sentire
mentre il coprifuoco a Bologna andavano ad istituire.
Viveva di tutto e di niente: di vino che muove i ricordi
di articoli sull'unità, di dei e cantanti ormai sordi.
Canzoni da avvinazzato, con dentro bandiere e violenza
storie di sbornie ed amori, di cui poteva ormai fare senza.
E quelle sere d'estate sapevan d'amore e di rabbia
cantate con voce urlata per poter romper la gabbia.
Ma non ho ancora capito, mentre lo stavo a ascoltare
chi volesse prendere in giro, con il suo periodare.
Ma non ho ancora capito, fra interviste e letteratura,
quale fosse davvero la sua vera natura.
Ma non ho ancora capito, con la mia cultura fasulla,
se fosse soltanto schizzato o se stesse facendo una burla.

Seezza e Quasità!



C'è una di quelle "Storie dello spazio profondo". Una di quelle disegnate da Bonvi su sceneggiatura di Guccini . Per lo più sono giocate su trame, saccheggiate a man bassa, rubate dalla fantascienza degli anni cinquanta. Sheckley e Farmer, sopra tutti.
Ora non ricordo se questa sia stata pubblicata in volume, insieme a tutte quelle altre, oppure no. Anche perchè sfugge alla "continuity" che si appoggiava sulla pubblicazione mensile della rivista "Psycho". Uscì da un'altra parte, credo. Non ricordo dove. Su "Il mago", mi pare!
La storia vede il solito personaggio biondastro, un po' slavato, con le fattezze di Bonvi adattate al fumetto, il quale, seduto sul letto , una benda sull'occhio, ricorda gli ultimi avvenimenti. Ricorda di una scatola nera fatta di uno strano materiale, pervenutagli misteriosamente.
La scatola aveva un piccolo buco. Lui ci ha guardato dentro e qualcosa, da dentro la scatola, gli ha come pugnalato l'occhio. La reazione immediata è stata quella di schiacciare la scatola nera sotto i piedi.
Dopo una settimana, un gigantesco occhio è apparso nel cielo. Adesso dei missili a testata nucleare sono sulle rampe di lancio, pronti a decollare. Obiettivo: l'occhio nel cielo.
E Bonvi seduto sul letto se la ride, mentre pensa alla scatola schiacciata sotto i piedi. In tanti piccoli pezzettini.
Inutile dire che l'occhio azzurro chiaro che guarda il mondo, dal cielo, è il suo.