domenica 16 febbraio 2020

Una storia movimentata e ricca di eventi

La temporalità del capitalismo è, sotto certi aspetti, unica. In generale, quelle che sono le temporalità della vita sociale vengono viste come "movimentate", ricche di eventi, vale a dire irreversibili, contingenti, irregolari, discontinue e foriere di trasformazioni. E sebbene i processi sociali capitalistici siano per certi versi super-movimentati, l'estrema astrazione, che è una cifra dello sviluppo capitalistico, fa sì che i processi fondamentali  del capitalismo sfuggano a quella che l'irreversibilità del tempo, ed essa consente che venga mantenuta, nel nucleo di tali processi, una logica ricorrente. Ciò significa che la temporalità del capitalismo è composita e contraddittoria, immobile e simultaneamente iper-movimentata. Riconoscere questa contraddizione che sta alla base del capitalismo, pone a coloro che la studiano delle importanti sfide concettuali e metodologiche.

La Temporalità del  Capitalismo
- di William H. Sewell, Jr. -

I principali scienziati sociali quantitativi americani, e fra di loro soprattutto gli economisti, sono sempre stati inclini a vedere il tempo come una sorta di griglia newtoniana neutra, nella quale i processi sociali vengono determinati a partire da variabili che agiscono le une sulle altre grazie ad una sorta di gravita sociale uniforme, prevedibile, graduale e lineare (Abbott, 1988). Una temporalità movimentata - quel genere di temporalità che molti storici danno come scontata - dovrebbe implicare invece che i processi sono bitorzoluti, imprevedibili, irregolari e discontinui. Sebbene generalmente gli storici siano reticenti ad impegnarsi in espliciti discorsi teoretici, essi hanno una concettualizzazione implicita altamente sofisticata e sfumata di quella che è la temporalità. Vedono il tempo come fatidico, e lo considerano irreversibile nel senso che un'azione significativa, una volta intrapresa, o un evento, una volta vissuto, altera in maniera irrevocabile la situazione in cui si verifica. Il veicolo concettuale, usato dagli storici per costruire o analizzare la fatalità temporale e la contingenza  della vita sociale, è l'evento. Gli storici vedono il flusso della vita sociale come se esso fosse punteggiato da avvenimenti significativi, da un complesso di azioni sociali che in qualche modo cambiano il corso della storia. Ragion per cui, parlano continuamente di "punti di svolta" o di "spartiacque" nella storia, e spendono la maggior parte della loro energia concettuale a dividere il flusso della storia in epoche distinte, delimitate le une dall'altre proprio a partire da tali eventi.
Se fosse vero che gli eventi trasformano o riconfigurano le relazioni sociali, questo allora implicherebbe che il tempo è eterogeneo, che le differenti epoche storiche hanno forme di vita e dinamiche sociale differenti. L'eterogeneità temporanea implica l'eterogeneità casuale. Implica il fatto che le conseguenze di un determinato atto non son intrinseche all'atto, ma dipenderanno piuttosto da quella che è la natura del mondo sociale in cui si svolge l'atto. Una tale ipotesi è decisamente contraria a quelli che sono i metodi degli scienziati sociali mainstream, il cui modus operandi è quello di scoprire ed applicare leggi causali generali, leggi che vengono, implicitamente o esplicitamente, assunte come indipendenti dal tempo e dal luogo. L'eterogeneità temporale implica altresì che comprendere o spiegare le pratiche sociali richiede una contestualizzazione storica. Noi non possiamo sapere cosa significhi un atto, o un'espressione, e quali possono essere le sue conseguenze, senza comprendere la semantica, le tecnologie, le convenzioni - in una parola, la logica - che caratterizzano il mondo nel quale si svolge l'azione. In fin dei conti, le temporalità della vita sociale sono altamente complesse. Temporalità lente e puntuali si troveranno intrecciate in qualsiasi determinata situazione sociale e devono essere censite accuratamente dall'analista. Nel mio precedente lavoro, ho tentato di esporre teorie e metodi che ci possono consentire di comprendere in maniera più efficace le logiche storiche che strutturano la vita sociale (Sewell, 2005).
La domanda da porsi in questo testo, è quanto bene questa concezione movimentata della temporalità - che in passato ho temerariamente affermato essere universalmente vera nella vita sociale - si applichi alla moderna economia capitalista. A prima vista, non c'è niente che appaia come più movimentato del capitalismo. Ogni giorno vengono lanciate nuove iniziative imprenditoriali; imprese falliscono; le borse e i mercati oscillano in maniera vertiginosa, si sviluppano bolle che poi scoppiano; manager di fondi di investimento diventano improvvisamente miliardari; mentre, nel frattempo, tranquilli dirigenti aziendali o operai addetti alla produzione scoprono che improvvisamente la loro linea di lavoro è stata abolita; le invenzioni trasformano intere industrie o regioni; quelli che erano dei veri e propri cuori industriali si trasformano in "rust belt"; intere economie nazionali entrano in una fase febbrile di crescita, come avviene nella Cina contemporanea, oppure entrano in declino, come è successo in Argentina dopo il collasso della "dollarizzazione" del 2001. Assistiamo anche, come in altre sfere della vita sociale, a quelli che sono dei cambiamenti fatali e irreversibili nelle istituzioni o nelle strutture economiche. Alcuni di questi sono veri e propri cambiamenti epocali, come la rivoluzione industriale o come l'ascesa delle comunicazioni elettroniche che ha trasformato la vita su scala globale; altri sono sviluppi istituzionali a livello mesoeconomico, come l'ascesa del modello finanziario di controllo delle corporazioni americane o come l'emergere della "codeterminazione" nei rapporti di lavoro nella Germania del dopoguerra (Fligstein, 1990; Thelen, 1991). Una concezione della temporalità fondamentalmente movimentata, appare essere in sintonia con l'emergente disciplina socioeconomica la quale sostanzialmente proclama che l'economia è parte integrante della società. Nel mainstream, economisti inclini alla matematica assumono che gli esseri umani abbiano sempre agito, in tutte le epoche, secondo gli stessi calcoli sostanzialmente conformi all'interesse personale e che quindi, di conseguenza, le lotte sociali, politiche e culturali che hanno dato forma alla storia delle società siano esogene, esterne ai processi economici. In contrapposizione, gli studiosi socioeconomici sostengono che gli stessi processi economici sono soggetti ai ritmi storici della società. Per esempio, tendono ad essere estremamente sensibili ai fattori contestuali e contingenti che portano alla nascita ed al cambiamento delle istituzioni economiche. Ciò implica che l'esaltazione delle virtù della concezione movimentata della temporalità, fatta in queste pagine, sarebbe come sfondare una porta aperta. Presumo che la maggior parte dei miei lettori siano già convinti che il contesto sia importante, che non sempre prevalga il calcolo degli interessi monetari, che spesso le logiche istituzionali autonome arrivino a battere le apparenti "leggi economiche", che gli eventi riorganizzino le strutture esistenti dando così origine a forze causali che non esistevano precedentemente. Perciò, anziché sfondare una porta aperta, voglio pensare a quelle che sono alcune peculiarità della temporalità capitalista, peculiarità che non si adattano alla mia teoria della temporalità movimentata, e che quindi possono porre quindi delle domande scomode riguardo anche ai presupposti socioeconomici. Le temporalità del capitalismo, almeno così mi sembra, hanno delle caratteristiche che sfuggono alla «logica della storia».

1 - Il problema del ciclo economico
Mentre è vero che la superficie apparente del capitalismo consiste in un continuo cambiamento, nei cambiamenti c'è qualcosa che è stranamente, quasi misteriosamente, ripetitivo. Per esempio, malgrado tutte le enormi trasformazioni che hanno avuto luogo nella vita economia e sociale a partire dal 17° secolo, la bolla dei tulipani del 1635-36 e la bolla delle dot-con verificatasi all'inizio del 21° secolo sono entrambe riconoscibili come appartenenti alla stessa specie - alla bolla speculata - una specie che, per quanto ne so, non esisteva affatto prima dell'inizio del 17° secolo, ma che da allora in poi è sempre stata una caratteristica costante della vita economica (Kindleberger, 19899) [*1]. La bolla speculativa, potrebbe essere vista semplicemente come se fosse una manifestazione estrema dei ritmi ripetitivi che sono arrivati a caratterizzare  il capitalismo in generale, vale a dire, una manifestazione del fenomeno noto come ciclo economico. Prima del 19° secolo, si trattava, soprattutto, della successione di raccolti buoni e di raccolti cattivi, basati sulla fluttuazione climatica, la quale produceva periodi alternati di prosperità e di carestia. Ma nel corso del 18° secolo, iniziarono a svilupparsi delle fluttuazioni che erano puramente interne all'economia, fino a che, a metà del 19° secolo, il ciclo economico in sé, come fonte dominante di fluttuazione, finì per sostituire i raccolti relativa all'occupazione e alla produzione. Dapprima, i cicli economici era prevalentemente cicli di inventario delle scorte, durante i quali le condizioni favorevoli alla vendita portavano ad una sovrapproduzione di beni, ad un calo dei prezzi, ad una stretta sul credito e ad una crescita dei fallimenti e della disoccupazione - fino a quando non si esaurivano le scorte e la domanda ricominciava a salire di nuovo. Verso la metà del 19° secolo, quando la produzione industriale cominciò a diventare sempre più importante, il ciclo delle scorte venne gradualmente sopraffatto dal ciclo degli investimenti. Il ciclo degli investimenti ha una logica simile a quella del ciclo delle scorte, ma dal momento che gli investimenti nella capacità produttiva erano su scala più ampia e più lenti nella loro realizzazione di quanto lo fossero gli investimenti nelle scorte, le oscillazioni nel ciclo degli investimenti andavano a coprire un periodo più lungo. Ciò che sorprende (almeno coloro che credono nella temporalità degli eventi) è che, nonostante le immense trasformazioni che ci sono state in economia a partire dagli anni 1850 e 1860, ci sono cicli dello stesso tipo che continuano a verificarsi, ancora fino ai nostri giorni. Sebbene, nel tempo, i governi abbiano imparato a smorzare i cicli istituendo sistemi di assicurazione contro la disoccupazione, manipolandola per mezzo di politiche monetarie e fiscali, il ciclo economico si è dimostrato impossibile da abolire. Ciò suggerisce che - malgrado la nascita e la morte di imprese e di industrie, le trasformazioni tecnologiche, lo sviluppo di strumenti finanziari sempre più sofisticati, l'enorme incremento della capacità statale e i continui cambiamenti nelle politiche economiche dei vari regimi  - esso sia rimasto sostanzialmente immutato per un secolo e mezzo.
Questa qualità ciclica della temporalità capitalistica, è stata assai discussa dai commentatori politici di tutti gli orientamenti. Il problema delle crisi ricorrenti è stato centrale nell'analisi economica di Marx. Scrivendo durante la grande depressione degli anni '30, quando l'interesse per i cicli economici si trovava (non sorprendentemente) al culmine, Joseph Schumpeter distingue quattro tipi di cicli economici con periodi differenti, dando a ciascuno il nome dell'economista che aveva meglio analizzato le loro dinamiche: il ciclo di Kitchin di circa 4 anni, il ciclo di Juglar o ciclo di investimento di circa 9 anni, il ciclo di investimento infrastrutturale di Kuznets di circa 20 anni e la lunga onda di Kondratieff di circa 20 anni (Schumpeter, 1939).  Immanuel Wallerstein e la scuola dei "sistemi mondiali" distinguono dei cicli sovrapposti che hanno una durata ancora più lunga - 100 anni o più - che sono guidati da dinamiche tanto geopolitiche quanto economiche (Wallerstein, 1974–1989). "Il lungo ventesimo secolo" di Giovanni Arrighi traccia dei lunghi cicli finanziari-politici che vengono fatti risalire fino alle città norditaliane del tardo Medioevo (Arrighi, 1994). Tutto questo terreno è, naturalmente, altamente controverso. Molti economisti mainstream dubitano dell'esistenza delle lunghe onde di Kondratieff, e c'è una scuola assai influente che sostiene che non vi sia niente di intrinsecamente ciclico nei cosiddetti cicli economici, i quali non sarebbero generati in maniera endogena ma, piuttosto, delle mere risposte ai diversi shock esogeni casuali. Non sono competente a risolvere le tante controversie sui cicli economici, ma trovo difficile credere che siano solo delle semplici illusioni ottiche. Il carattere genuinamente ripetitivo delle fluttuazioni economiche mi appare incontrovertibile. Anche se esse sono causate da shock, si deve spiegare perché le risposte agli shock casuali seguono degli schemi così regolari. Il problema posto dai cicli economici può essere espresse nel modo seguente: nonostante il carattere movimentato, perfino iper-ricco di eventi, dell'economia capitalista, al centro del flusso sembra esserci una logica ricorrente che genera un modello continuo, monotono, ripetitivo. Questa logica ricorrente deve essere, in un qualche senso, estremamente astratta, dal momento che le istituzioni concrete e materiali attraverso cui si manifesta il modello ripetitivo cambiano radicalmente nel tempo.

2 - Accumulazione senza fine
Il secondo aspetto del capitalismo che smentisce una concezione movimentata della temporalità, è la sua potente e consistente spinta all'espansione. Quando ho redatto il saggio in cui formulavo per la prima volta l'espressione «temporalità movimentata», il mio obiettivo principale era quello di sostenere che la concezione evolutiva, o teleologica, della temporalità così come la pensavo, aveva predominato a lungo nella sociologia storica (Sewell, 1996).  Tanto i teorici della modernizzazione, quanto i marxisti come Immanuel Wallerstein, o il primo ed il secondo Charles Tilly, tutti sociologhi storici che cercavano di spiegare l'avvento della società moderna o capitalista, tendevano a focalizzarsi su come fossero sempre stati solo uno o due processi principali quelli che avevano portato inevitabilmente alla società contemporanea (Wallerstein, 1974–1989; Tilly, 1964, 1986). Quello che stavo cercando di fare, era tentare di introdurre nel pensiero dei sociologhi storici una forte dose di contingenza e trasparenza temporale. Il fatto che ne ricavavo, che l'emergere del capitalismo aveva instaurato una forte ed apparentemente inarrestabile dinamica economica espansiva, era scomodo per la mia posizione teorica. Una dinamica inarrestabile che suonava un po' troppo vicina a quella teleologia che stavo cercando di esporre e sradicare dal pensiero sociologico.
A mio avviso, i fatti sostengono fortemente quello che è un dinamismo così espansivo, il quale contrasta fortemente con la temporalità della vita economica precedente all'emergere del capitalismo. Nell'era precedente al fermo stabilirsi del capitalismo - diciamo, prima del 1700 - ci so stati certamente importanti espansioni temporali nella produzione, nel commercio e nella popolazione. Ma queste espansioni tendevano, dopo circa un secolo, a scontrarsi con quelli che erano dei limiti severi, e ad essere seguiti da significativi periodi di stagnazione o di declino. A volte, nel corso delle prime fasi di simili episodi di espansione precapitalistica, il reddito pro capite cresceva. Ma in breve tempo l'incremento della popolazione , indotto dalla crescita dei redditi e dalla piena occupazione, avrebbe sorpassato l'aumento della produzione, soprattutto nella sfera agricola, e il reddito pro capite di una popolazione sempre più numerosa avrebbe cominciato ben presto a crollare sostanzialmente. Alla fine, si sarebbero verificate carestie, malattie ed un generale declino economico, spesso ulteriormente aggravato dall'instabilità politica. Solo quando l'aumento dei tassi di mortalità e il declino del tasso di nascita arrivava a produrre un crollo nel rapporto tra popolazione e terra, i redditi avrebbero cominciato nuovamente ad aumentare, e si sarebbe reso possibile un nuovo ciclo di crescita. Si trattava del regime demografico ed economico pre-capitalista europeo che, malgrado i suoi lenti ritmi di ascesa e caduta, Emmanuel Le Roy Ladurie chiamò "La storia immobile" (1974) [*2].
Ma nel 18° secolo, le precedenti limitazioni smisero di funzionare. Quanto meno nell'Europa occidentale e nel Nord America, per la prima volta, la popolazione ed il reddito pro capite aumentarono insieme, e lo fecero in maniera sostenuta. Da allora la moderna crescita economica capitalista, all'inizio incentrata sul Mondo Atlantico del 18° secolo, ha dominato l'economia mondiale. Nonostante alcune pause e qualche breve declino - quello degli anni '30 del 1900 è stato il più grave - l'economia capitalista e la popolazione mondiale si espanderanno simultaneamente per tre secoli senza andare a sbattere contro nessun limite malthusiano, e questo nonostante il forte incremento demografico della popolazione verificatosi dal 19° secolo in poi. In questo secolo, il degrado ambientale - una sorta di limite neo-malthusiano - potrebbe plausibilmente porre fine a questa straordinaria corsa, ma non ci scommetterei. Questa espansività del capitalismo è, a mio avviso, una tendenza potente ma estremamente generale che si è manifestata in un certo numero di modi differenti. Oltre ai livelli sempre più elevati di popolazione mondiale e di ricchezza materiale, l'espansione del capitalismo ha una chiara dimensione geografica. Sebbene il capitalismo, o la moderna crescita economica abbiano avuto inizio nell'Europa nordoccidentale, i loro confini geografici si sono costantemente ampliati, attraverso mezzi in continua evoluzione - inclusi, il commercio, l'espansione coloniale, la schiavizzazione degli africani ed il loro trasporto verso le Americhe, l'Imperialismo del 19° secolo, il massiccio indebitamento estero, i trasferimenti per mezzo della tecnologia, e la globalizzazione contemporanea della produzione e della finanza mediata elettronicamente. David Harvey, che ha teorizzato in maniera impressionante le dimensioni geografiche dell'espansione capitalista, sostiene che l'espansione geografica sorge a partire dai ripetuti tentativi di trovare una «correzione spaziale» vista come mezzo (non duraturo) per risolvere l'inerente tendenza alla crisi da parte del capitalismo, un tentativo - che si rinnova continuamente - di trovare nuove fonti di profitti sempre maggiori, di cui i capitalisti sono sempre in cerca. Una delle fonti ricorrenti di maggiori profitti, è ciò che Harvey chiama l'annichilimento dello spazio per mezzo del tempo - realizzato accelerando la circolazione di capitale, prima velocizzando e poi diminuendo i costi di trasporto e di comunicazione. Questi aggiustamenti spaziali di solito hanno sia dimensioni intensive (che coinvolgono nuovi investimenti infrastrutturali in città o regioni già fortemente coinvolte nella produzione e negli scambi capitalistici) che estensive (che coinvolgono investimenti in area precedentemente sottosviluppate o meno sviluppate). Dal momento che il capitalismo produce necessariamente e continuamente le crisi che tendono a portare ad una successione infinita di nuove correzioni spaziali, ecco che allora la struttura spaziale del capitalismo - come avevano già notato Marx ed Engels nel Manifesto comunista - subisce costantemente espansione e trasformazione (Harvey, 1982, 1989; Marx and Engels, 1848).
Un'altra dimensione dell'espansione capitalista consiste nella continua estensione della sua logica che arriva ad investire aspetti sempre più ampi della vita sociale. La logica capitalista ha avuto inizio nel commercio, nella finanza e in alcune industrie chiave, come il settore tessile e la metallurgia. La storia del capitalismo coinvolge sia il rafforzamento e l'approfondimento del capitale - cioè, l'utilizzo in determinati settori di tecnologie sempre più sofisticate e ad alta intensità di capitale - che la diffusione del capitale - cioè, l'estensione delle tecnologie capitalistiche verso campi sempre nuovi. Le tecniche meccaniche che inizialmente erano state sviluppate nelle industrie della filatura e della tessitura, per esempio, alla fine sono state adattate in maniera analogica alla manifattura di tutti i tipi di prodotti di consumo. Le tecniche finanziare, sviluppate inizialmente al fine di gestire i problemi del commercio, sono state estese alla manifattura, alla finanza pubblica, alla finanza rivolta ai consumatori, alle assicurazioni, ai mercati, ai contratti a termine, ai mercati azionari e ai derivati. Nel mentre, sono stati mercificati interi settori della vita, precedentemente governati da istituzioni diverse dai mercati capitalistici. Beni e servizi prodotti artigianalmente per l'autoconsumo, sono stati sempre più sostituiti dalle forniture di mercato o dalla meccanizzazione del lavoro domestico. Ciò è stato vero per la produzione tessile nel 17° e del 18° secolo, per la fabbricazione di abiti nel 19° secolo, per il lavaggio degli abiti e per la conservazione degli alimenti nel 20° secolo. Recentemente, negli ultimi anni, l'integrazione di massa delle donne nella forza lavoro in Europa e in Nord America ha comportato un'ulteriore mercificazione della preparazione dei pasti, della cura dei bambini e dell'assistenza degli anziani. Dal momento che le imprese capitaliste producono sempre più beni e servizi che si rivolgono a nicchie di mercato sempre nuove, ecco che allora vengono ideati anche nuovi mezzi per spingere i consumatori a desiderare le merci che vengono prodotte. La logica della pubblicità e l'accrescimento del desiderio del consumatore sono diventati sempre più pervasivi, sollecitando l'immaginazione dei consumatori attraverso i media elettronici, il design mirato, le diverse possibilità di fare shopping e così via. In breve, c'è una chiara tendenza secolare della logica capitalista a diffondersi su una gamma sempre più ampia di attività alla ricerca di profondità psichiche sempre maggiori dell'esistenza sociale. L'immaginazione, la personalità, la famiglia e le relazioni effettive sono sempre più soggette alle logiche capitalistiche. Questa tendenza espansiva del capitalismo è simultaneamente estremamente generale e polimorfa. Possiamo prevedere con sicurezza che il capitalismo si espanderà, però è impossibile prevedere quale sia l'attuale direzione futura di tale espansione - che appare governata da logiche altamente contingenti e movimentate. (Chi avrebbe mai potuto prevedere, quarant'anni fa, un'inarrestabile boom capitalista in Cina, lo shopping su Internet, i call center in India, dei derivati internazionali dal valore di trilioni di dollari, oppure lo sviluppo di programmi televisivi per bambini che reclamizzano giocattoli prodotti commercialmente?) Infatti, l'imprevedibilità dell'attuale modello di espansione è costitutiva della dinamica capitalistica. È l'opportunità appena colta, la nuova svolta tecnologica, la nuova tecnica pubblicitaria, la nuova nicchia di mercato appena scoperta, la nuova fonte di lavoro a basso costo che non era stata sfruttata precedentemente - tutte cose che generano alti tassi di profitto di cui il capitale è sempre alla ricerca e che a loro volta generano anche quegli zampilli geografici e temporali così caratteristici della storia dell'economia capitalista. Gli imprenditori di Schumpeter, che escogitano continuamente "nuove combinazioni" proficue, sono vivi e vegeti, nonostante la prematura previsione della loro morte fatta da Schumpeter. [*3]
Questa potente, ma persistente, seppure irregolare dinamica economica del capitalismo produce una particolare struttura di esperienza sociale nel mondo moderno. Come ha notato Marx nel Manifesto Comunista, nella moderna società borghese «tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria» (Marx ed Engels, 1848). I costumi sociali, le forme di esistenza materiale, i costumi e le abitudini, lo spazio abitativo, gli standard giusti o sbagliati che siano: non c'è niente di tutto questo che sia sicuro in una società basata su un'espansione senza fine, in cui il capitale è continuamente alla ricerca di nuove opportunità di profitto. La vita sociale delle società capitaliste si trova costantemente agitata dal cambiamento economico, il quale simultaneamente attrae e costringe le donne e gli uomini moderni ad essere riflessivi, a ripensare ripetutamente ai presupposti della loro esistenza sociale. Come conseguenza, la modernità è caratterizzata da una pervasiva irrequietezza, tanto a causa del desiderio di cambiamento quanto alla paura per ciò che il cambiamento può portare. L'accumulazione senza fine di capitale tiene tutti sul filo del rasoio; si tratta di una tendenza nichilista che è alternativamente o simultaneamente liberatrice e terrificante (Berman, 1988; Giddens, 1990).  Questo modello di espansione del capitale, altamente contingente e movimentato, ma globalmente inesorabile, indica una tendenza che è - ancora una volta - reale, palpabile e potente, ma astratta. L'espansività del capitalismo è una forza realmente esistente capace di concretizzarsi, in qualsiasi momento, in un certo numero di modi alternativi, proprio come il ritmo ripetitivo del ciclo di affari capitalistico può manifestare sé stesso in qualsiasi mezzo di produzione, commercio, finanza e investimento che si trova ad essere disponibile in qualsiasi presente storico.

3 - Astrazione reale
Dovrebbe essere chiaro che sto parlando dell'astrattezza di alcuni aspetti della temporalità capitalistica, e non sto parlando di astrazione vista come procedura metodologica di investigazione, ma sto parlando dell'astrattezza dell'attuale operatività dei processi capitalisti nel mondo. Ciò significa che intendo affermare che l'astrattezza è una caratteristica distintiva del capitalismo in sé. Ciò vuol dire che il capitalismo è strutturato a partire dall'«astrazione reale» che è stata formulata con forza da alcuni allievi della scuola marxista - il più famoso è stato Georg Lukács (1971) e forse in maniera più sistematica dal mio collega dell'Università di Chicago  Moishe Postone (1993). Questa enfasi su quella che è la peculiare astrattezza dei processi sociali capitalistici è di certo uno dei temi più importanti del I volume del Capitale di Marx, nel suo capitolo sulla «merce». Come afferma Marx, «ad un primo sguardo, una merce appare come una cosa banale, normale. Dalla sua analisi risulta invece essere una cosa intricatissima, ricca di sottigliezze metafisiche e di raffinatezze teologiche». Non intendo avventurarmi ulteriormente nelle raffinatezze teleologiche, se non dicendo che io vedo come raddoppiata quella che è l'analisi che fa Marx della merce, dal momento che, in quanto fondamenta del suo resoconto del capitalismo, le dimensioni del valore d'uso e del valore di scambio devono essere sempre combinate. Gli aspetti che attengono al valore d'uso della merce, cioè, le loro manifestazioni concrete di qualsivoglia tipo, sono, sotto il capitalismo, assoggettati alla logica del valore di scambio, nel quale la merce appare come pura astrazione. Sotto il capitalismo, insiste Marx, per una merce ciò che conta è il suo valore di scambio per un'altra merce. Per quel che riguarda il lavoratore, un tale scambio è finalizzato allo scopo di ottenere la sua sussistenza; il capitalista, i cui fini, ovviamente, dominano la vita economica, si impegna nello scambio al fine di incrementare il suo capitale. Il fine del capitali è quello di generare profitto; la regola che domina la vita economica capitalistica è l'accumulazione di capitale finalizzata all'accumulazione in sé. Che si accetti o meno quella che è la particolare analisi del capitalismo fatta da Marx, appare difficile avere qualcosa da ridire su questa sua conclusione. Il capitalismo è una forma di vita sociale dominata dalla ricerca senza fine del profitto fine a sé stesso. Nella vita sociale, il verificarsi degli eventi, di avvenimenti inaspettati di ogni tipo, per il capitale è soprattutto un'opportunità per avere nuove fonti di profitto. Via via che la redditività degli investimenti esistenti  declina o ristagna, ci sono sempre dei capitalisti attenti che scrutano l'orizzonte alla ricerca di nuovi investimenti ancora più redditizi. E' questa eterna vigilanza del capitale alla ricerca di profitti sempre più alti a guidare sia il ciclo economico (perché la ricerca entusiasta di nuove possibilità di guadagni produce continuamente sovrainvestimenti) sia la continua espansione del capitalismo (in quanto i nuovi modelli geografici, tecnologici, sociali e culturali aprono le possibilità di estendere le pratiche capitaliste che fanno soldi verso sempre nuove località). Ogni cosa cui può essere attribuito un valore monetario diventa una merce e può essere paragonata a tutte le altre merci, e di conseguenza scambiata con qualsiasi altra cosa: barattoli di zuppa per un'ora di lavoro, o in cambio di un'opzione che ti permette di acquistare yen, fra un anno, oppure una fresatrice, lezioni per ottenere un Master in economia, o il successo che ha Angela Jolie. Cose concrete come la zuppa e le fresatrici diventano dei puri punteggi astratti in un gioco in cui il premio è quello di avere altri punti. Questa dinamica di astrazione reale, di accumulazione per il gusto di accumulare conferisce all'economia capitalista delle qualità che sembrano essere inquietanti, sia qualità di dinamismo soprannaturale che di stasi soprannaturale, la quale si cela dietro il flusso di superficie. La storia concreta del capitalismo è sicuramente movimentata e ricca di eventi. Infatti, per certi versi, il capitalismo è una movimentata storia sotto steroidi. La società capitalista è intrinsecamente instancabile; non solo i capitalisti sono sempre in allerta in attesa della prossima grande novità, ma essi lavorano sistematicamente per generare novità. Mi sembra corretto poter affermare che la società capitalista produce eventi più prolificamente di quanto abbia fatto qualsiasi altra precedente forma di società. E questi eventi sono davvero importanti: dopo il crollo del mercato azionario del 1929, rispetto a prima, il mondo è diventato un posto assai diverso; l'invenzione e la fabbricazione dell'automobile ha cambiato la forma stessa delle città e la natura della relazione tra ciò che urbano e ciò che è rurale; il corteggiamento è cambiato quando un appuntamento per un invito a vedere un film, seguito da un gelato in gelateria, ha sostituito la visita altamente controllata a casa dei genitori della ragazza. [*4] Per poter dare un senso a simili eventi, l'analista deve pensare come se fosse uno storico: deve essere attento a quella che è la contingenza; deve rintracciare le specifiche sequenze delle azioni; seguire in maniera rigorosa la cronologia; osservare continuamente i mutevoli contesti in cui avviene l'azione; e immaginare quali sono i protocolli attuali cui le persone hanno attinto nel momento in cui hanno agito. In altre parole, i professionisti di un'economia politica storicamente coinvolta e i professionisti della sociologia economica devono continuare a fare le cose che stanno facendo. Ma dobbiamo anche tener conto, e riconoscere la strana immobilità - quella che si potrebbe definire come «quiete in movimento» - che costituisce il nucleo del capitale a quello che è il suo livello più astratto. Qui il capitale è sempre ribollente, è sempre auto-valorizzante, mentre si muove senza sosta nell'infinita sequenza marxiana di « M - C - M » (dalla sua forma monetaria, alla sua forma merce, e nuovamente indietro alla sua forma di denaro aumentato grazie al profitto). Ogni cosa può essere scambiata con ogni altra cosa poiché la forma del denaro è un equivalente universale. C'è un movimento continuo, ma il movimento è continuamente ripetitivo. Per il capitale che si trova nella sua forma più astratta, il movimento somiglia a quello di una corsa su un tapis roulant [*5]. A questo livello, come direbbe Louis Althusser, il capitale «non ha nessuna storia»; la sua logica è sempre la stessa (Althusser, 1971). Possiamo anche dire che il capitale nella sua forma astratta viola quella che è la premessa fondamentale della temporalità movimentata, dal momento che per il capitale, in realtà, il tempo è reversibile. Certo, per il singolo capitalista il tempo è irreversibile, e il fallimento del suo investimento può espellerlo dalla classe capitalista - o è irreversibile per la comunità locale, che può essere devastata dalla perdita di un importante datore di lavoro, o può essere trasformata in seguito ad un afflusso di ricchezza e di popolazione, nel momento in cui sorge una nuova industria. Ma il singolo capitalista, se prendiamo Marx come guida, non è altro che il semplice portatore delle relazioni sociali del capitale. (La stessa cosa si potrebbe dire per la singola comunità). Se dimentichiamo i singoli attori e guardiamo alle cose dal punto di vista del capitale stesso, ogni perdita è simultaneamente, e allo stesso tempo, un guadagno: la bancarotta di un'impresa costituisce un'opportunità per i suoi rivali; il fallimento di un investimento è, per il capitale, un segno che deve investire altrove, dove le possibilità di successo sono maggiori. Analogamente, i guadagni straordinari che il capitale cerca costantemente sono necessariamente auto-annullanti. Guadagni straordinari attraggono nuovi capitali in un'area che è di super-profitto, e rapidamente spingono i tassi di profitto giù, verso qualcosa che somiglia sempre più alla media preesistente. La straordinaria mobilità del capitale in quanto tale, hanno reso possibile, attraverso la mercificazione di tutto il valore, rendere reversibile il tempo del capitale. È, oserei dire, questa caratteristica del capitalismo , la sua immutabile logica temporale astratta e reversibile, che costituisce l'economia matematica mainstream, dove tutto il mondo viene rappresentato come se fosse una serie di equazioni complesse, plausibile quanto potrebbe essere la scienza finale della società. L'economia matematica, potremmo dire, riproduce l'astrattezza dello scambio universale, come se esso fosse la verità vera riguardo l'economia, e non piuttosto un polo dialettico all'interno di un complesso fondamentalmente contraddittorio.

4 - Capitalismo e Temporalità movimentata
Se questa rappresentazione della temporalità capitalista - vista come espansiva ma priva di direzione, come iper-movimentata ma monotonamente ripetitiva - è corretta, quali sono le sue implicazioni per l'eventuale concezione della temporalità? L'esistenza delle temporalità capitalistiche qui delineate, pongono sicuramente sotto seria pressione quelle che erano le mie opinioni precedenti. Alcune temporalità del capitalismo sembrano essere come delle eccezioni rispetto all'affermazione secondo cui ogni temporalità sociale è irreversibile, contingente e causalmente eterogenea. La logica astratta del capitale è caratterizzata dalla reversibilità, dalla necessità e da una causale uniformità; nonostante gli eventi che continuamente incontra, continua a girare. Attraverso l'imposizione della forma della merce su aspetti sempre più ampi del mondo materiale e di quello sociale, il capitalismo «ingerisce» progressivamente il mondo e lo assoggetta al proprio metabolismo attraverso la logica astratta dell'accumulazione senza fine. Si potrebbe quindi concludere che la concezione della temporalità movimentata è fondamentalmente imperfetta e che l'irreversibilità, la contingenza e l'eterogeneità causale della temporalità sociale sono esse stesse solo contingenti, sono caratteristiche solamente di alcune sfere,  o di alcune epoche della vita sociale, e non della vita sociale in generale. Ma io non accetto una simile conclusione, in primo luogo perché la logica astratta del capitalismo non appare mai isolata, se non come esperimento mentale; essa non può manifestarsi se non attraverso e nelle strutture capitalistiche istituzionali, i suoi agenti umani e le risorse materiali che mette al lavoro. Ho notato che l'astrazione del capitale è solo un polo in quello che è un complesso dialettico contraddittorio. Si potrebbero distinguere due generi di contraddizioni, o tensioni in atto. All'interno delle istituzioni centrali del capitale, le merci che sono oggetto di scambio mantengono sempre il loro carattere concreto (come sottolinea Marx, senza valore d'uso non sarebbero merci) e tuttavia continuano ad essere soggette a quella che è tutta la gamma di molteplici determinazioni caratteristiche del mondo sociale e materiale, in generale. In più, le istituzioni capitaliste sono in un rapporto di interdipendenza con le altre istituzioni circostanti - per esempio, Stato, famiglia, istituzioni militari, internazionali o educative - le quali sono soggette a dinamiche e pressioni in gran parte autonome rispetto alle istituzioni del capitale. La logica astratta de capitalismo è sempre avviluppata in questa doppia tensione dialettica. La conseguenza è che le dinamiche astratte del capitale non annullano gli effetti degli eventi più di quanto questi effetti non diano forma agli eventi in maniera particolare. È proprio attraverso la mediazione degli eventi che hanno luogo le dinamiche espansive del capitalismo. Il dinamismo del capitale, come ho precedentemente affermato, dipende da quelle che sono sempre nuove opportunità di elevati profitti. Sono precisamente proprio tali eventi che offrono delle opportunità. Simili eventi vengono spesso generati da attori motivati direttamente dalla ricerca di profitto, come avviene nel caso della maggior parte delle innovazioni che hanno luogo  a partire dalla tecnologia produttiva o dal marketing, ma possono anche essere generate da molti altri processi. Questo è accaduto - per prendere tre casi abbastanza diversi - con la scoperta della struttura del DNA fatta da Crick e Watson, che è stata motivata a partire da passione scientifica e dal desiderio di fama, ma che ha aperto la possibilità di poter ottenere enormi profitti attraverso l'ingegneria genetica; oppure con la fine della segregazione formale negli Stati del Sud degli Stati Uniti, cosa che hanno reso quelle regioni più attrattive per i migranti provenienti dal Nord e per gli affari; oppure, ancora, con il collasso del Comunismo nell'Europa dell'Est, che ha offerto ai capitalisti dell'Europa Occidentale un'opportunità di ridurre il costo del lavoro, aprendo ad esempio impianti nella ex Cecoslovacchia. Eventi come questi stimolano nuovi investimenti, che hanno come effetto quel genere di boom economici che sono caratteristici delle dinamiche del capitalismo. Ma tali boom, sebbene possono incrementare la crescita economica di una nazione o di un'economia globale nella sua totalità, sono anche sempre altamente selettivi: producono impennate di crescita in determinate industrie o regioni, e non un'espansione incrementale generalizzata. Infatti, questi boom spesso producono  come effetto collaterale un declino in altre industrie o regioni - perciò, l'aumento di attrattiva da parte della "Sun Belt" degli Stati Uniti, negli anni '70 e '80, ha contribuito a produrre una corrispondente "Rust Belt" [Cintura di Ruggine] nelle regioni industriali del  Nord e nel Middle West. Gli eventi, modificando la struttura delle opportunità di investimento da parte del capitale, generano le condizioni per maggiori profitti, ma così facendo producono anche le disuguaglianze geografiche e settoriali che sono state fin dall'inizio un marchio della crescita capitalistica. L'intrecciarsi della logica senza tempo del capitale con il flusso degli eventi, produce un'accumulazione aumentata, ma si tratta di un'accumulazione fatta secondo uno schema capitalista specificamente temporale e geografico. Lo sviluppo disomogeneo - si potrebbe dire - è una forma specifica che viene assunta dagli eventi all'interno del capitalismo, ovvero, per dirla secondo il senso inverso, gli eventi vengono trasformati dalla logica del capitale in quella che è la forma di uno sviluppo diseguale. Questi scatti disomogenei di crescita che a loro volta stimolano anche degli eventi, ovviamente, hanno forma ciclica. Gli eventi in questione di cui stiamo parlando possono essere essi stessi degli esempi delle «nuove combinazioni» di Schumpeter - vale a dire, delle innovazioni industriali o commerciali lanciate da degli imprenditori. In alternativa, possono essere degli eventi abbastanza autonomi rispetto alla sfera economica che creano le condizioni per delle nuove combinazioni del genere attraverso l'apertura di nuovi orizzonti a degli investimenti redditizi - com'è accaduto nel Sud degli Stati uniti negli anni '70 e '80, o nella ex Cecoslovacchia degli anni '90 e 2000. In entrambi i casi si applica logica familiare di Schumpeter: entrano in fretta nuovi investimenti in cerca di profitti redditizi; nell'area dove c'è innovazione si espandono credito, occupazione e produzione; nel frattempo, le aziende, le regioni o le industrie svantaggiate a causa delle innovazioni fanno esperienza di quello che è il lato distruttivo della distruzione creativa. Col tempo, i profitti aumentati ottenuti per mezzo dell'innovazione cominciano inevitabilmente a declinare, mentre altri copiano l'innovazione e si danno da fare per poter mettere le mani sulla loro parte di bottino; il credito comincia a ridursi via via che le nuove imprese falliscono o si dimostrano incapaci di soddisfare alle proiezioni; e alla fine arriva, locale o generale, la recessione (Schumpeter, 1927, 1928, 1939). Nuovamente, ancora una volta, gli eventi, combinati con le logiche del capitale, danno origine ad una forma capitalista di temporalità: il ciclo economico. In poco tempo, l'astrattezza della logica del capitale non bandisce degli eventi dal capitale, ma piuttosto modella gli eventi secondo quella che è specificamente la forma capitalistica: nel contesto dei cicli economici e dello sviluppo disuguale. La temporalità del capitalismo, in questo senso, non risiede al di fuori della sfera della temporalità piena di eventi. Quanto piuttosto consiste di eventi che all'interno del capitalismo vengono trasformati all'interno di forme specificamente capitalistiche.
È tuttavia vero che poiché gli eventi capitalistici, come i cicli e gli scatti di crescita disomogenei, sono dialetticamente legati alle logiche potentemente auto-rafforzanti del capitalismo, la loro temporalità ha una regolarità ed una prevedibilità che va bene al di là di quella che vale per la più parte della vita sociale. Per tale ragione, è possibile, quanto meno a breve termine, fare delle previsioni economiche relativamente accurate - infatti, attorno a questa possibilità è cresciuta tutta un'intera industria redditizia. Inoltre, è anche vero che nel lungo periodo il capitalismo ha subito una traiettoria generalmente ascendente. A mio avviso, queste osservazioni richiedono un ripensamento rispetto a quella che era la mia iniziale riluttanza a considerare la possibilità di una direzionalità sistematica, vista come una caratteristica della vita sociale. La direzionalità, o in questo caso la ciclicità, può benissimo emergere in degli aspetti o delle aree della vita sociale e può durare per dei periodi considerevoli - così come ha con forza argomentato Michael Mann (1986) nel suo studio sociologico delle civiltà antiche e classiche. Ma vorrei piuttosto dire (concorde, credo, con Mann) che l'emergere ed il perdurare di tali schemi dev'essere considerato come un problema storico, non come un prodotto della teleologia ma come qualcosa che va spiegato in quanto prodotto contingente di quello che sono eventi nel tempo [*6]. Questo è - a mio modo di vedere - assai vero per il capitalismo. Capitalismo in quanto forma sociale emersa in maniera contingente dalla storia e, malgrado la sua logica auto-rafforzante, contingente anche la sua riproduzione continuata. Precisamente: quando e come il capitalismo abbia preso forma, è ovviamente una questione altamente controversa. Karl Marx ha cercato di spiegare l'origine del capitalismo per mezzo dell'«accumulazione primitiva», sia in Gran Bretagna (le recinzioni) che nel resto del mondo (il saccheggio della ricchezza extraeuropea) [*7]. Immanuel Wallerstein (1974) ha sottolineato come, a partire dalle grandi scoperte del 16° secolo, si sia instituita una divisione mondiale del lavoro tra il nucleo dell'Europa occidentale ed una periferia extraeuropea. Robert Brenner ha messo in risalto il risultato contingente della lotta di classe nella Gran Bretagna tardo medievale e in quella degli albori della modernità, cosa che ha prodotto un settore agricolo altamente competitivo in grado di produrre un notevole surplus (Aston and Philpin, 1985). Ancora altre narrazioni ci vengono offerte da, per esempio,  Fernand Braudel (1979), Douglass North e Robert Paul Thomas (1973), Jan DeVries (1976), Giovanni Arrighi (1994) oppure Kenneth Pomeranz (2000). Ma non esiste alcuna seria analisi pubblicata negli ultimi 40 anni che veda l'ascesa del capitalismo come il risultato inevitabile di un qualche grande processo evolutivo. Tutte queste narrazioni vedono il capitalismo come se fosse emerso in maniera contingente da quelle che sono state le lotte politiche, sociali ed economiche che hanno avuto corso tra il 15° secolo e la fine del 18° secolo. Il capitalismo, malgrado la sua apparente inevitabilità nel presente, è il prodotto di una storia movimentata ricca di eventi. Infatti, visto su una scala storica millenaria, l'emergere del capitalismo può essere considerato come se fosse esso stesso un evento [*8]. Se l'emergere delle logiche che definiscono il capitalismo va compreso come movimentato e ricco di eventi - vale a dire, come contingente e fatale per i suoi effetti - dovremmo anche assumere che anche la riproduzione continuata di queste logiche è qualcosa in qualche modo contingente. Sebbene le logiche del capitalismo si siano riprodotte con successo per più di due secoli, da questo non ne consegue che continueranno a farlo per sempre. Naturalmente, per un complesso istituzionale, una volta stabilitosi, è normale che esso riproduca sé stesso. Per definizione, le istituzioni resistono, o quanto meno influenzano i cambiamenti in atto nei loro ambiti. La questione della continuità delle istituzioni, o dei modelli socioculturali, nel tempo è una delle problematiche centrali di ogni genere di pensiero storico, e molte opere classiche nell'ambito dell'economia politica storica osservano proprio come facciano le istituzioni a persistere. Si pensi, ad esempio, alla narrazione di Kathleen Thelen su come i programmi di formazione professionale tedeschi abbiano dato continuità palpabile alle istituzioni attraverso le varie epoche, da quella imperiale, a Weimar, all'epoca nazista e a Bonn (Thelen, 2004). In linea di principio, non c'è alcuna ragione per cui non dovremmo pensare la storia del capitalismo come analoga - su una scala storica e geografica più ampia - alla storia di quelle che sono state istituzioni economiche locali, che hanno avuto degli inizi contingenti, un assemblaggio istituzionale che le ha rafforzate vicendevolmente, e una durata storica definita, ma mai del tutto certa. E non è una novità neppure il fatto che ci sia un assemblaggio istituzionale su larga scala, che riesce a riprodurre costantemente una sua dinamica per alcuni secoli.

Per circa due secoli, dal 100 a.C. al 100 d.C. circa, l'Impero Romano (che ufficialmente era stata una Repubblica fino al 27 a.C.) ha avuto una dinamica marcatamente espansiva. Tale espansione, che nel 100 d.C. includeva tutte le terre confinanti con il Mediterraneo e la più parte dell'Europa Occidentale, si reggeva soprattutto su un esercito assai consistente e molto ben organizzato, ulteriormente rafforzato da una base di ingegneria civile. L'esercito aveva ampliato la sua portata globale rafforzando la cosiddetta Pace Imperiale e costruendo strade e città che avevano perfezionato le comunicazioni ed il commercio - dando contemporaneamente corso ad un flusso continuo di bottini e di schiavi provenienti dai territori conquistati e destinati ad arricchire le classi dominanti ed a fornire lavoro per l'agricoltura su larga scala (Mann, 1986) [*9]. Per molto tempo, questa dinamica espansiva era apparsa come se fosse indefinitamente riproducibile. Si poteva perciò pensare al moderno capitalismo come ad un'analogia contemporanea dell'Impero Romano, come ad una sorta di "Impero" dinamico, basato però sulla produzione e sullo scambio di merci, piuttosto che sulla conquista, sulle strade e sugli insediamenti - e, come l'Impero Romano, indefinitamente riproducibile ma destinato alla fine ad essere soppiantato [*10].
Non intendo di certo fare alcuna predizione su come o quando avverrà finalmente il superamento della logica astratta del capitalismo. Ma vale la pena sottolineare come i visionari, gli studiosi e gli attori politici abbiano elaborato, fin dai primi anni del 19° secolo, dei programmi volti ad imbrigliare le indisciplinate dinamiche del capitalismo. Durante il secolo passato, alcuni di questi programmi sono stati effettivamente implementati. Qualcuno potrebbe sostenere che l'esperimento Comunista, sia nella sua versione sovietica che in quella cinese, abbia avuto ragione dell'ingestibile dinamica del capitalismo, ma lo abbia fatto in un modo che a lungo termine si è rivelato insostenibile. Il problema chiave del programma comunista è stato che esso reprimeva l'incessante ricerca competitiva di profitto che animava il capitalismo, affidandosi invece a quei mezzi tecnologici e burocratici che le imprese capitalistiche avevano sviluppato durante la loro ricerca di profitto nel corso del 19°, e all'inizio del 20° secolo. Le economie burocratiche pianificate create nei paesi comunisti, erano riuscite a produrre uno scatto iniziale di industrializzazione, ma alla fine si erano trasformate in una stagnazione economica, sociale e culturale che si è dimostrata insostenibile a fronte dell'assai più dinamica alternativa capitalistica. Alla fine, il Comunismo aveva soppresso lo logica ingovernabile del capitalismo, ma così facendo aveva perduto anche quello che era il dinamismo del capitalismo. All'indomani della Grande Depressione degli anni '30 e della Seconda Guerra Mondiale, gli economisti e gli statisti occidentali avevano tentato di addomesticare il capitalismo integrandolo con lo stato sociale e dirigendo le economie nazionali per mezzo della gestione keynesiana della domanda. Questo programma era molto più sottile di quello comunista, dal momento che lasciava intatta quella che era la dinamica competitiva del capitale, tentando di gestirlo facendo uso di modelli matematici astratti di quella che era l'economia moderna. Peraltro, inizialmente questo ebbe successo, producendo un boom capitalistico mondiale a partire dalla fine degli anni '40 fino all'inizio dei '70. Ma queste politiche si rivelarono insostenibili quando la concorrenza globale cominciò ad abbassare i tassi di profitto, quando la stagflazione ha minato quelle che erano le soluzioni keynesiane, e quando i fiorenti mercati finanziari offshore hanno svuotato di ogni significato lo Stato nazionale regolatore. Di conseguenza, negli anni '70 e '80, lo spietato e dinamico mercato capitalista ha riaffermato sé stesso in una nuova configurazione neoliberista globalizzata, che ora si trova al di fuori assai lontana da ogni controllo possibile da parte di qualsiasi agenzia governativa, nazionale o internazionale. Il grande dramma economico della seconda metà del XX secolo è stato il fallimento di questi due sforzi contrapposti che hanno cercato di porre un freno alla logica capitalistica. Questa esperienza dimostra che la logica astratta del capitale è, in realtà, estremamente difficile da contenere, ma simultaneamente dimostra anche che le dinamiche indisciplinate del capitalismo generano degli sforzi per contenere e superare tali dinamiche. Gli sforzi futuri potrebbero riuscire ad alterare la logica del capitale rendendola irriconoscibile. In alternativa, eventi imprevedibili potrebbero rendere il capitalismo del tutto inutile. Ma considero infinitamente improbabile che la dinamica del capitalismo possa durare per il resto della storia dell'umanità. In breve, il capitalismo dovrebbe essere compreso come un prodotto storico contingente la cui logica centrale astratta lo ha reso finora relativamente impermeabile al potere trasformativo degli eventi storici, ma che nel futuro la cui logica stessa potrà essere superata o dipanata. E questo può avvenire sia nel bene che nel male. Non possiamo saperlo.

5 - Alcune osservazioni sul metodo
Se accettiamo questo quadro generale di quella che è la temporalità del capitalismo, come dovremmo procedere, in quanto analisti, storicamente orientati, della moderna vita economica? In primo luogo, penso che si debbano tenare sempre ben presenti entrambi l lati della dialettica esistente tra temporalità reversibile e temporalità concreta irreversibile. La tendenza della socioeconomia è quella di aggrapparsi al lato più concreto delle cose, in modo da enfatizzare la pienezza degli eventi, lo spessore istituzionale e culturale, ed il radicamento sociale della vita economica. Noi tendiamo a dare più o meno per scontata quella che è la pressione continua dell'accumulazione infinita, anziché essere sempre attenti ai modi in cui queste tendenze astrattamente costanti, ma concretamente e continuamente mutevoli, si mescolano con le storie più temporalmente locali che raccontiamo. Se la spiegazione contestuale rimane una parte cruciale della cassetta degli attrezzi dello storico, allora anche l'inamovibile, ma sempre in accelerazione costante, tapis roulant capitalista continua ad essere di fondamentale rilevanza nella storia del capitalismo. Gli storici tendono ad essere orgogliosi della loro capacità di saper riconoscere l'alterità aliena delle culture passate, in modo da mostrare così che il passato, come dice il detto, «è un paese straniero» (Lowenthal, 1985). Lavorando sulla storia della vita economica sotto il capitalismo, abbiamo bisogno di far crescere la nostra capacità di vedere l'estraneità della cultura del capitalismo, di vedere quelli che sono i suoi meccanismi di base, misteriosamente autonomi, quasi automatici, e che ricorrono continuamente. Se per noi è più facile cogliere le stranezze della cultura e delle pratiche in atto nella Ribellione Cinese dei Boxer, o quelli operanti durante la rivolta degli anabattisti di Münster, o, ancora, quella ai tempi della corte di Luigi XIV - che sono tutte al sicuro nel passato ed ovviamente aliene rispetto alla vita contemporanea - piuttosto che comprendere le stranezze di una cultura capitalistica la quale fa parte dell'aria che respiriamo. Ma dato quello che è il lungo periodo del capitalismo in quanto contesto della struttura dominante la vita moderna, mi sembra fondamentale riconoscere il nichilismo intrinseco, così come l'elettrizzante dinamismo, presente nel suo nucleo: quella combinazione che Schumpeter seppe riconoscere in maniera elegante per mezzo del suo brillante ossimoro «distruzione creativa» (Schumpeter, 1942). Non dobbiamo mai smettere di continuare ad essere costantemente consapevoli del fatto che il capitale in quanto costruzione storica possiede una temporalità genuinamente misteriosa. Il capitale è strutturato in modo che alcuni aspetti della logica fondamentale violano l'irreversibilità del tempo, e le tante sommosse causate dalla sua espansione servono a rafforzare e a rendere apparentemente senza tempo quelli che sono i suoi meccanismi centrali. Nella storia del mondo non è mai esistito alcun altro complesso istituzionale che fosse così fondamentalmente imperniato su un processo di astrazione universale così come lo è il capitalismo. Penso che sia corretto affermare che per gli storici l'astrattezza prolungata è un oggetto difficile da spiegare: dopo tutto, gli storici sono fra tutti gli studiosi quelli più decisamente concreti. A cosa potrebbe assomigliare una storia concreta dell'astrattezza? Non sono in grado di offrire una risposta ad una simile domanda. Sono convinto che abbiamo bisogno di una storia concreta dell'emergere e dello sviluppo delle forme astratte del capitalismo, ma una tale prospettiva, a sua volta, pone degli enigmi metodologici e retorici la cui soluzione richiede, insieme a finezza retorica, una considerevole agilità teorica.

Attualmente, sto lavorando a quello che considero come un angolino di questo problema più ampio: una storia dell'ascesa e degli effetti socio-culturali della produzione e della commercializzazione dei beni di consumo alla moda nella Francia, tra la fine del 17° secolo e l'inizio del 18°. Esisteva, in quest'epoca, una particolare costellazione di forze che ha dato origine ad una nuova, dinamica e socialmente espansiva forma di produzione che si sposava al desiderio del consumatore, e che da allora, nei suoi lineamenti essenziali, è stata una delle principali caratteristiche del capitalismo. L'industria emergente dei beni alla moda si basava sul prestigio di prodotti asiatici esotici come la sete, il cotone, lacche ed ombrelli che potevano essere copiati e prodotti in Francia; si basava sullo splendore e sulla competenza sartoriale della corte di Versailles; sulla relativa anonimità e fluidità del mercato parigino, che permetteva ai borghesi ed eventualmente alla classe operaia di copiare gli stili mutevoli inizialmente adottati dai nobili di corte; si basava sulla genialità imprenditoriale dei mercanti parigini i quali avevano stabilito nuovi tipi di empori per la vendita al dettaglio intorno a rue Saint Honoré, e su quella dei produttori di seta e degli stampatori di cotoni assortiti lionesi, i cui prodotti dallo stile fantasioso rifornivano i loro scaffali; sulla straordinaria abilità e sulla finezza artistica degli artigiani di Parigi e della provincia; e infine si basava sulla disponibilità, anzi quasi della compulsione dei consumatori ad investire il loro tempo e le loro energie (in realtà, il loro lavoro non retribuito) nello shopping, nel tenersi informati sulla moda, e nel fungere da pubblicità gratuita per i mercanti sfilando con indosso le ultime novità, facendole vedere ai conoscenti e ad altri nel corso delle loro passeggiate domenicali, nei saloni, nei giardini pubblici e nei nuovi Caffè. Il fenomeno della moda, che inizialmente nasce con la produzione e la vendita di abbigliamento ed accessori, ma che con il tempo si è esteso a vaste regioni del mercato di consumo (si pensi alle automobili, ai telefoni cellulari, ai vini e agli elettrodomestici), mi sembra un esempio importante astrattamente costante, ma in continua espansione, di una metamorfizzazione concreta del processo capitalista; un fenomeno che fa parte dell'assemblaggio di questi processi e che, a partire dall'inizio del 19° secolo, è rimasto bloccato in una astratta dinamica capitalista saldamente ancorata nella sua posizione. Abbiamo bisogno di studi su come si siano sviluppati simili singoli processi astratti e come essi siano stati assemblati (o come si siano assemblati da sé soli) in un insieme che si auto-rafforza a vicenda - così come, ovviamente, di studi su come le relazioni tra questi processi sono cambiati nel dorso della storia dello sviluppo capitalistico. Tali studi locali, anche quando concettualizzati come contributi ad una teoria d'insieme, ne costituiscono la parte facile. È assai più difficile dare un senso alla storia del capitalismo vista nel suo sviluppo come insieme. Questo, in parte, attiene all'ampiezza del capitalismo. Penso che si possa affermare che non ci sia nessun altro complesso istituzionale nella storia umana che si avvicini a quella che è la portata geografica, temporale e sociale del capitalismo nel suo insieme. Uno studioso di talento, come lo è Thelen, in circa un decennio di duro lavoro può arrivare a conoscere e a padroneggiare la storia di un centinaio di anni di istruzione professionale tedesca (e, con meno dettagli, anche quella inglese, americana e giapponese). Spero di essere in grado di poter fare lo stesso anch’io per quel che riguarda il consumo di moda nella Francia del 18° secolo. Ma come fare con tre o quattrocento anni di storia del capitalismo, una struttura istituzionale complessa che alla fine del 19° secolo aveva già attraversato il mondo intero e stava penetrando ovunque, ancora più profondamente nella vita quotidiana delle persone? Alcuni, pochi, come Fernand Braudel (1979), Immanuel Wallerstein (1974–1989) e Giovanni Arrighi (1994), hanno cercato di scrivere dei resoconti di quest'immensa struttura in evoluzione vista come un tutto, e tutti quanti noi dovremmo essere loro grati per un simile sforzo. Spero che in futuro ci siano altri altrettanto audaci. Ma i problemi pratici ed intellettuali da superare sono colossali: la portata enorme delle letterature pertinenti; le diversità linguistiche e culturali delle società in cui il capitalismo ha messo radici; la molteplicità degli archivi relativi a tutto questo; la necessità di padroneggiare l'economia tanto da avere abbastanza dimestichezza sia con gli argomenti portati avanti tanto dagli economisti di professione quanto dagli storici dell'economia; la necessità di tenere traccia di quelli che sono gli eventi che si svolgono simultaneamente in così tanti luoghi diversi; la necessità, data la vastità e la complessità della storia, di sviluppare una tagliente prospettiva teoria in grado di guidare l'indagine senza predeterminarla. In poche parole, uno dovrebbe essere un dio per riuscire a scrivere una storia del capitalismo davvero adeguata. Per i poveri mortali, nella migliore della ipotesi, la storia dell'emergere e del riprodursi del capitalismo sarà necessariamente compromessa, sarà basata su una lettura ed una ricerca inadeguata, insufficiente per quel che riguarda la sua copertura geografica, sarà stilizzata o tendenziosa nella sua struttura argomentativa, selettiva nella sua narrazione e nella sua analisi.
Ovviamente, pochi di noi avranno il coraggio di osare scrivere dei lavori sintetici su una scala così ampia. Ma possiamo tentare di fare in modo che i nostri studi più locali contribuiscano in qualche modo ad una comprensione del tutto, producendo dei mattoni empirici da aggiungere al grande edificio, ad un certo punto, in un futuro indefinito. Dobbiamo essere consapevoli delle molteplici e contraddittorie temporalità del capitalismo, e di come si manifestano nelle istituzioni o nei problemi che studiamo. Dobbiamo essere sempre attenti al fatto che le nostre storie particolari sono parte di una storia su larga scala ed a lungo termine di quella che è un'accumulazione strutturata e dinamica, ma imprevedibile, e forse in ultima analisi priva di direzione. Dobbiamo tener conto di quella che è la dimensione globale delle nostre storie in maniera più sistematica, e mi sembra che gli studiosi più giovani abbiano già cominciato a farlo. Comprendere le temporalità del capitalismo, come ho cercato di fare, è una sfida intellettuale ed empirica difficile. Ma visti quali sono i pericoli politici e morali di un capitalismo fuori controllo che nel presente sembra governare sempre più il mondo; è una sfida che ritengo siamo obbligati ad accettare.

- William H. Sewell, Jr. - Pubblicato su Socio-Economic Review, Volume 6, Issue 3, July 2008, Pagine 517-537 -

NOTE:

[*1] - L'apparire della bolla speculativa nell'Olanda del 17° secolo, è forse il miglior segnale dell'emersione definitiva del capitalismo moderno.
[*2] - Le Roy Ladurie (1996) ha seguito tali ritmi fornendo dettagli squisiti.
[*3] - Scrivendo nel 1928, Schumpeter aveva predetto che la ricerca burocratizzata dell'innovazione all'interno delle grandi imprese avrebbe significato che «Col passare del tempo, l'unica fondamentale causa di instabilità inerente al sistema capitalista sta perdendo importanza, e ci si può perfino aspettare che scompaia» (p.385). Vedi anche Schumpeter (1942).
[*4] - Sulla mercificazione dell'amore, si veda Illouz (1997).
[*5] - Devo a Postone (1993), l'analogia del tapis roulant; cosa che include anche un'ampia riflessione sulla temporalità del capitalismo.
[*6] - Ho affrontato l'importanza della direzionalità nella mia discussione su Mann (Sewell, 2005, p.122).
[*7] - Si veda la parte VIII di Marx (1976, pagg. 871-940).
[*8] - Come ho sostenuto altrove (Sewell, 2005, pagg. 121-122), è corretto dire che la definizione dei contorni temporali di un evento deve variare secondo la scala temporale del processo storico considerato. Si potrebbe sostenere che la struttura movimentata e ricca di eventi della storia è, in generale, frattale: di modo che, per esempio, l'emergere della guerra industrializzate è un evento, all'interno del quale la Seconda Guerra Mondiale è un evento, all'interno del quale l'invasione della Normandia del D-Day è un evento, all'interno del quale la seconda ondata di sbarchi a Omaha Beach è un evento, all'interno del quale la cattura di un particolare nido di mitragliatrici è un evento, all'interno del quale la morte del tenente che guida la carica contro la postazione è un evento. Sul carattere frattale della vita sociale, si veda Abbott (2001).
[*9] - Baso questo mio schizzo "romano" su Mann (1986, pagg. 250-282).
[*10] - Secondo quella che è la prospettiva del sistema mondiale, ovviamente, in parte anche il capitalismo ha sostenuto il dinamismo per mezzo del suo marchio di espansione imperiale. Tuttavia, i teorici del sistema mondo come Wallerstein (1974) e Arrighi (1994) vedono nel capitale, e non nelle istituzioni militari, la forza trainante della moderna espansione imperiale.

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Wallerstein, Immanuel (1974–1989): "Il sistema mondiale dell'economia moderna" (in tre volumi) Il Mulino.

fonte: communists in situ



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