martedì 25 dicembre 2012

Susie Twain

twain1

Negli anni '80 del diciannovesimo secolo, nel periodo di natale, quando non era occupato a mandare slitte, tirate dai cavalli, piene zeppe di cibo e giocattoli ai vicini meno fortunati di lui, Samuel Clemens, conosciuto anche come Mark Twain, poteva essere trovato a casa, con la sua famiglia, dove spesso fingeva di essere babbo natale. Era la mattina del giorno di natale del 1875, quando Susie Clemens, 3 anni, svegliandosi, trovò una lettera sul suo letto.

Palazzo di St. Nicholas
Sulla Luna.
Mattina di Natale.

Mia cara Susie Clemens:

Ho ricevuto e letto tutte le lettere che tu e la tua sorellina mi avete scritto, per mano di vostra madre e delle vostre balie; ho letto anche che quella voi, piccolo popolo, mi avete scritto con le vostre mani - per quanto non usiate nessuno dei caratteri che si trovano nell'alfabeto delle persone cresciute, usate i caratteri che tutti i bambini usano, sulla terra e sulle stelle scintillanti; e dal momento che tutti i miei sudditi sulla luna sono bambini che non usano altri caratteri che quelli, potrai facilmente capire che posso leggere i fantastici ghirigori tuoi e di tua sorella, senza nessun problema.
Devo dire però che ho avuto problemi con quelle lettere che avete dettato a vostra madre e alle vostre balie, dal momento che io sono uno straniero e non so leggere bene l'inglese. Vi accorgerete che non ho fatto errori, riguardo alle cose che tu e tua sorella avete chiesto nelle lettere scritte da voi - sono venuto giù dal camino, a mezzanotte, quando eri addormentata, ed ho consegnato tutto -  e vi ho baciato tutt'e due, inoltre, perché siete delle bambine buone, beneducate, piene di buone maniere, e praticamente le più obbedienti del piccolo popolo che io abbia mai visto.

Twainfamily
Ma nella lettera che hai dettato c'erano alcune parole di cui non ero sicuro, ed uno o due piccole ordinazioni che non ho pouto soddisfare perché i prodotti erano esauriti. L'ultimo lotto di forniture di cucina per bambole è appena andato ad una piccola bambina molto povera che vive sulla Stella Polare, in un freddo paese sopra l'Orsa Maggiore. Tua madre può mostrarti quella stella, così tu dirai:"Piccolo Fiocco di Neve," (perché quello è il nome della bambina)"sono lieta che abbia avuto tu i mobili per la cucina, in quanto ne hai più bisogno di me." Ma, in altre parole, bisogna che tu le scriva, di mano tua, così Fiocco di Neve, a sua volta, ti scriverà una risposta. Se ti limiti a parlarle, lei non può sentirti. Fa' che la tua lettera sia sottile e leggera, perché la distanza è grande e le spese di spedizione sono molto care.
C'era una parola o due nella lettera di tua madre di cui non sono riuscito ad essere sicuro. L'ho presa per qualcosa tipo "baule pieno di vestiti per bambole". E' così? Sarò alla porta della tua cucina verso le nove di questa mattina per scoprirlo. Ma non deve vedermi nessuno e non devo parlare con nessuno tranne che con te. Quando suonerà il campanello alla porta della cucina, George dovà essere bendato epoi mandato ad aprire la porta. Poi deve tornare in sala da pranzo con il cuoco. Devi dire a George che deve camminare in punta di piedi e non deve parlare - altrimenti un giorno morirà. Poi devi andare nella stanza dei bambini e metterti in piedi su una sedia o su un lettino, e appoggiare il tuo orecchio al tubo per parlare che comunica con la cucina e quando io ci fischierò dentro, devi parlare nel tubo e dire, "Benvenuto, Babbo Natale". Allora io ti chiederò se era o no un baule, quello che hai ordinato. Se dirai di sì. ti chiederò di che colore vuoi che sia il baule. La tua mamma ti aiuterà a trovare il nome di un bel colore ed allora dovrai dirmi, in dettaglio, ogni singola cosa che vuoi che il baule debba contenere. Poi, quando dico "Arrivederci e Buon Natale alla mia piccola Susie Clemens", dovrai dire "Arrivederci buon vecchio Babbo Natale, ti ringrazio tantissimo e ti prego di dire a Fiocco di Neve che stanotte guarderò verso la sua stella e lei dovrà guardare giù verso qui - sarò proprio alla finestra che dà ad est; ed ogni notte, quando sarà sereno, guarderò verso di lei  e dirò, 'So che lassù c'è qualcuno e io le voglio bene." Poi andrai giù, in libreria, e dirai a George di chiudere tutte le porte che danno sul salone principale, e tutti dovranno ancora stare fermi nel frattempo. Io andrò sulla luna e prenderò quelle cose ed in pochi minuti tornerò giù per il tubo del camino che si trova nella sala - se è un baule quello che volevi - perché non posso portare un baule giù per il camino della stanza dei bambini, lo sai.
Gli altri potranno parlare, se vogliono, finché non sentiranno i miei passi nella sala. Allora dirai loro di stare zitti per un istante mentre me ne torno su per il camino. Forse dopo tutto non sentirai i miei passi - così di tanto in tanto puoi guardare attraverso la porta aperta della sala, così potrai vedere la cosa che desideri comparire sotto il pianoforte, in salotto, dove io la metterò. Se dovessi lasciare della neve nella sala, dovrai dire a George di pulire, perché io non ho tempo per queste cose. George non deve usare una scopa, ma uno straccio - altrimenti morirà un giorno. Devi stare attenta a George e non lasciare che corra questo rischio. Se i miei stivali dovessero lasciare delle strisciate sul marmo, George non dovrà fare niente. Lascia che rimangano lì, in ricordo della mia visita; ed ogni volta che le guarderai o le mostrerai a qualcuno ti ricorderanno di essere una brava bambina. Ogni volta che sarai cattiva e qualcuno ti indicherà quel segno sul marmo lasciato dallo stivale del tuo buon vecchio babbo natale, cosa dirai, piccolo tesoro?

Addio per qualche minuto, fino a quando non verrò giù a suonare il campanello.

Il tuo amore

Babbo Natale

Che la gente qualche volta chiama "L'Uomo nella Luna"

fonte: http://www.lettersofnote.com

lunedì 24 dicembre 2012

natale

communist klaus

la povertà dell’esperienza, e viceversa

Verrebbe quasi da considerarlo preveggente, questo scritto, questo frammento, di Walter Benjamin, risalente al 1933 e così attuale.
Un nuovo concetto, positivo, di barbarie, nel quadro della perdita dell'esperienza, e di una crisi economica alle porte, quasi inseguita dall'ombra di una guerra a venire. Vengono i brividi, pensandolo nell'oggi, questo frammento, mentre continuo a rileggerlo e mentre i secoli, e le barbarie, si confondono, per poi staccarsi nettamente su uno sfondo in cui, noi, continuiamo ad agitarci e ci apprestiamo a sopravvivere. Anche grazie a Walter Benjamin.

benjamin
Esperienza e Povertà - 1933 -
di Walter Benjamin

In tutte le nostre antologie scolastiche compare la favola del vecchio che, sul suo letto di morte, fa credere ai suoi figli che c'è un tesoro sepolto nella vigna. Non devono fare altro che cercarlo. I figli scavano, ma non c'è traccia del tesoro. Quando arriva l'autunno, però, la vigna fruttifica, come nessun'altra in tutto il paese. Capiscono allora che il loro padre ha voluto lasciare loro il frutto della sua esperienza: la vera ricchezza non risiede nell'oro, bensì nel lavoro. Sono le esperienze di questo genere, quelle che ci vengono contrapposte, minacciosamente o bonariamente, per tutto il tempo della nostra adolescenza: «E' ancora un moccioso e vuole mettere bocca.» « Hai ancora un bel po' da imparare.» L'esperienza, sappiamo perfettamente che cos'è: gli anziani l'hanno sempre consegnata ai più giovani. In modo conciso, con l'autorità dell'età, sotto forma di proverbi; in maniera più articolata, loquacemente, sotto forma di storie; perfino nei racconti di terre lontane, intorno al camino, davanti ai figli e ai nipoti. - Ora tutto questo è finito? Ci sono ancora delle persone in grado di raccontare delle storie? I moribondi pronunciano ancora delle parole imperiture, che si trasmettono di generazione in generazione, come un anello ancestrale? A chi, oggi, viene in mente di recitare un proverbio per tirarsi fuori dall'imbarazzo? Chi è che prova a chiudere il becco alla gioventù, invocando la propria esperienza passata?
No, una cosa è chiara; le quotazioni dell'esperienza sono crollate, ed è accaduto dentro la generazione che nel 1914-1918 ha fatto una delle più terrificanti esperienze della storia universale. Il fatto, perciò, non può essere così sorprendente come sembra. Non si poteva forse già allora constatare che le persone ritornano mute dal campo di battaglia? Non più ricche, ma più povere di esperienza comunicabile. Quello che si è riversato dieci anni più tardi nel diluvio di libri di guerra non aveva niente a che fare con una qualsiasi esperienza, perché l'esperienza si trasmette dalla bocca all'orecchio. No, questa svalutazione non ha niente di sorprendente. Perché mai le esperienze acquisite sono state così radicalmente smentite, come l'esperienza strategica è stata smentita dalla guerra di posizione, l'esperienza economica dall'inflazione, l'esperienza corporale dalla prova della fame, l'esperienza morale dalle manovre dei governanti. Una generazione che era andata a scuola sui tram tirati dai cavalli si è ritrovata in breve dentro un paesaggio dove più niente era riconoscibile, tranne le nuvole, ed in mezzo, in un campo di forze attraversate dalla tensione e dalle esplosioni distruttrici, i minuscoli e fragili corpi umani.
Quest'impressionante dispiegamento della tecnica ha piombato gli uomini in una povertà del tutto nuova. E tutto questo ha avuto, come altra faccia della medaglia, l'oppressiva profusione di idee che si desta nelle persone - o piuttosto: che si diffonde su di loro - la reviviscenza dell'astrologia e dello yoga, dello scientismo e della chiromanzia, del vegetarianesimo e della gnosi, della scolastica e dello spiritismo. Non tanto un'autentica reviviscenza, quanto una galvanizzazione, quella che qui si svolge. Pensate alle magnifiche pitture di Ensor, che mostrano le strade delle grandi città piene di tumulto, dove si riversa, non vista, una coorte di piccoli borghesi in costume da carnevale, con maschere ghignanti smorfie e fronti ornate da corone di paillettes. Questi quadri mostrano forse soprattutto la rinascita spaventosa e caotica nella quale tante persone ripongono le loro speranze. Ma noi qui vediamo, nel modo  più chiaro, che la nostra povertà d'esperienza non è che un aspetto di questa grande povertà che ha di nuovo trovato un volto - un volto netto e distinto che è quello del mendicante del Medio Evo. Cos'è allora che rimane del nostro patrimonio culturale, se non abbiamo più con esso, semplicemente, nessun legame di esperienza? Cosa ne consegua, dal simularla o ingannarla, il terribile miscuglio di stili e ideologie del secolo scorso, ce l'ha reso troppo chiaro, dimostrandoci quanto sia disonorevole confessare la nostra povertà. Diciamo la verità, la povertà non sta solo nelle nostre esperienze private, ma nelle esperienze di tutta l'umanità. E questo è un nuovo tipo di barbarie.
Barbarie? Certo. Lo diciamo per introdurre un nuovo concetto, positivo, della barbarie. A cosa è spinto, il barbaro, dalla povertà di esperienza? A ricominciare da capo, a ripartire da zero, ad accontentarsi di poco, a costruire con praticamente niente, senza volgersi né a destra né a sinistra. Tra i grandi creatori, ci sono sempre stati di questi spiriti implacabili, che cominciavano col fare tabula rasa. Volevano avere, per prima cosa, un grande tavolo da disegno; erano dei costruttori. Cartesio era uno di questi, che per tutta la sua filosofia volle una sola certezza: "penso, dunque sono", e da lì partì. Anche Einstein era un costruttore di tal genere cui, dell'intero vasto mondo della fisica, niente lo interessava più di una piccola, singola discordanza tra le equazioni di Newton ed i risultati delle osservazioni astronomiche. E lo stesso, identico, 'cominciare daccapo' lo avevano ben in mente gli artisti, come i cubisti, quando facevano riferimento alla matematica, e costruivano il mondo da forme stereometriche, o come Klee che si ispirava al lavoro degli ingegneri. Poiché le figure di Klee, si possono dire progettate praticamente sul tavolo da disegno, e come una buona automobile in cui, anche la carrozzeria, obbedisce agli imperativi della meccanica, esse rispondono, nell'espressione facciale, innanzitutto alla struttura interna. Alla loro struttura, più che alla loro vita interiore: è questo che le rende barbare.
Qua e là, le migliori menti hanno da lungo tempo cominciato a farsi un'idea a proposito di queste tematiche. Si sono caratterizzate per una totale mancanza di illusioni sul loro tempo e, ciononostante, per una pronuncia senza riserve in suo favore. Questo è il loro contrassegno. Lo stesso atteggiamento che si trova in Bert Brecht, quando osserva che il comunismo è l'equa distribuzione, non della ricchezza, ma della povertà, e quando il precursore dell'architettura moderna, Adolf Loos, afferma: "Scrivo per gli uomini con una sensibilità moderna (...) Non scrivo per gli uomini che si consumano di nostalgia per il Rinascimento o per il rococò." Un artista così complesso, come Klee, ed uno così programmatico, come Loos - entrambi rifiutano l'immagine umana tradizionale, solenne, nobile, fregiata di tutte le offerte sacrificali del passato, e si rivolgono al loro contemporaneo, spogliato di ogni ornamento, che piange come un bambino in fasce, le sudicie fasce di quest'epoca. Nessuno gli ha riservato un'accoglienza più gioiosa e ridente di quanto abbia fatto Paul Scheerbart. Ha scritto romanzi che, da lontano, assomigliano a quelli di Jules Verne, ma a grande differenza di Verne, nelle cui opere sono sempre presenti piccoli redditieri, inglesi o francesi, impegnati a volare in giro per lo spazio nei più fantastici veicoli, Scheerbart si è interessato al problema di come queste creature completamente nuove, amabili e curiose, i nostri telescopi, i nostri razzi ed aerei, trasformino il nostro uomo di ieri. Queste creature già parlano una lingua completamente nuova. Il fattore determinante in questa lingua è l'attrazione per tutto ciò che è parte di un piano deliberato di costruzione, soprattutto se in contrasto con la realtà organica. E' il segno inconfondibile del linguaggio umano - o meglio, delle persone - in Scheerbart. Proprio a partire dal rifiuto di qualsiasi somiglianza con l'uomo, il principio dell'umanesimo. Perfino nei suoi nomi propri: i personaggi, nel libro "Lesabéndio", si chiamano Peka, Labu, Sofanti e simili. Anche ai russi piace dare ai propri figli nomi disumanizzati. Li chiamano "Ottobre", come il mese della rivoluzione, oppure "Piatililitka", come il piano quinquennale, o ancora "Aviakhim", il nome di una compagnia aerea. Nessun rinnovamento tecnico della lingua, ma una mobilitazione della stessa al servizio della lotta o del lavoro; in ogni caso, la trasformazione della realtà, piuttosto che la descrizione.

Paul Scheerbart in the Glas Pavilion 1914

Scheerbart, per tornare a lui, attribuisce una grande importanza ad installare i suoi personaggi - e secondo tale modello, i suoi concittadini - in case degne del loro rango; dentro case mobili fatte di vetro, come Loos e Le Corbusier intanto hanno costruito. Il vetro, non è una coincidenza, è un materiale duro e liscio a cui niente si attacca. Ma è anche un materiale freddo e sobrio. Le cose di vetro non hanno "aura". Il vetro è soprattutto il nemico del mistero. E' anche il nemico della proprietà. Il grande scrittore André Gide ha detto una volta: ogni oggetto che voglio possedere, per me diventa opaco. Se persone come Scheerbart sognano case di vetro, non è forse perché sono gli apostoli di una nuova povertà? Ma forse un esempio ci dirà di più, a tale scopo, di quanto possa fare la teoria. Entrando in una stanza borghese degli anni 1880, in tutta la comoda e tranquilla agiatezza che essa irradia, l'impressione più forte è quella del "qui tu non hai da cercare niente". Non hai niente da cercare, perché non c'è angolo dove gli abitanti non abbiano lasciato un segno: i ninnoli sulle mensole, la coperta sulla poltrona, le vetrofanie alle finestre, il parafuoco davanti al camino. C'è una bella espressione di Brecht, che qui aiuta ad andare avanti, molto avanti: "Cancella le tracce", dice il Coro della prima poesia del Manuale per gli abitanti delle città. Qui, nel salone borghese, l'atteggiamento opposto è l'abitudine. E' l'interno, d'altra parte, che obbliga il suo abitante a prendere la maggior parte delle abitudini, le quali sono appunto commisurate assai più all'interno in cui vive, che a sé stesso. Per convincersene, basta riflettere sullo stato in cui cadevano quando nella loro dimora qualcosa andava in pezzi. Il loro stesso modo di irritarsi - e sapevano accentuare virtuosamente, questa passione che a poco a poco comincia ad estinguersi - era soprattutto la reazione di una persona cui viene cancellata ogni "traccia del suo soggiorno terreno". E da qui, Scheerbart con il suo vetro, e il Bahaus con il suo acciaio, sono riusciti a costruire spazi dove è difficile lasciare tracce. Tutto quello che è stato detto in questo libro - spiegava Scheebart più di vent'anni fa - ci autorizza a parlare di una civiltà del vetro [Glaskultur]. Il nuovo ambiente che trasformerà completamente l'uomo. E c'è da sperare soltanto che la nuova civiltà del vetro non trovi troppi avversari.
Povertà di esperienza: questo non va inteso come se gli uomini anelassero ad una nuova esperienza. No, essi aspirano ad essere esonerati una qualsiasi esperienza di sorta, desiderano un ambiente in cui possano far risaltare la loro povertà, quella esteriore e, in definitiva, quella interiore, in modo così netto e chiaro che ne possa venir fuori qualcosa di decente. Del resto, non sono sempre ignoranti o inesperti. Spesso, anzi, si può dire il contrario: hanno divorato tutta questa "cultura" e tutto "l'uomo", e ne sono stanchi e disgustati. Nessuno si sente coinvolto da queste parole di Scheerbat: "Siete tutti così stanchi - ed in realtà è solo perché non concentrate tutti i vostri pensieri intorno ad un piano semplice ma veramente grandioso." Alla stanchezza segue il sonno, e quindi non è raro che che il sogno compensi la tristezza e lo scoramento del giorno, rendendo la vita assai più semplice, ma grandiosa, realizzando qualcosa per cui, nello stato di veglia, manca la forza. L'esistenza di Topolino è uno dei sogni degli uomini di oggi. Un'esistenza piena di meraviglie che non solo superano quelle della tecnica, ma se ne prendono gioco. Perché quel che è più notevole, è che non mettono in gioco alcuna macchineria, ma saltano direttamente fuori dal corpo di Topolini, dei suoi complici e dei suoi persecutori, dai comuni mobili della casa, così come da un albero, dalle nubi o da un lago. Natura e tecnica, primitività e comfort, sono diventati perfettamente una cosa sola. E questo, agli occhi della gente, stancatasi delle complicazioni senza fine della vita quotidiana, e per cui il fine della vita affiora soltanto come un lontanissimo punto di fuga, in un'infinita prospettiva di mezzi, appare come liberatorio e liberante un'esistenza che basta a sé stessa, in ogni frangente, nel modo più semplice e più confortevole allo stesso tempo, dove un'automobile non pesa più di un cappello di paglia e il frutto dell'albero si gonfia velocemente come un pallone areostatico.
Ma manteniamo le distanze, facciamo un passo indietro!
Siamo diventati poveri. Pezzo dopo pezzo, abbiamo fatto scialo del patrimonio dell'umanità, lo abbiamo dovuto lasciare al Monte di Pietà, spesso per ottenere in cambio solo un centesimo del suo valore, in moneta corrente. La crisi economica è alle porte, dietro di essa un'ombra, la guerra che avanza. Rimanere saldi è ormai affare solo di pochi potenti che, lo sa iddio, non sono più umani di molti, anzi sono spesso più barbari, ma nel senso sbagliato. Tutti gli altri, quindi, devono arrangiarsi come possono, ripartire con un altro piede e con poca scelta. Fanno causa comune con quegli uomini impegnati ad esplorare delle possibilità radicalmente nuove, fondandosi sul discernimento e sulla rinuncia. Nei suoi edifici, fra i suoi dipinti e la sua storia, l'umanità si appresta a sopravvivere, se necessario, alla scomparsa della cultura. E quel che più importa è che lo fa, ridendo. Forse, a tratti, questo riso suona barbaro. Bene!
Talvolta il singolo può cedere un po' della sua umanità a quella massa che, un giorno, gliela renderà con interessi doppi.

- Walter Benjamin -

domenica 23 dicembre 2012

debiti

david-graeber

Per dirla con Anselm Jappe, "Lo slogan "noi siamo il 99%" è assolutamente il più demagogico ed il più stupido che si può sentire, ed è potenzialmente il più pericoloso." Questo non toglie tuttavia, in alcun modo, interesse al libro di David Graeber (che tale slogan ha coniato), "Debito. I primi 5000 anni", il quale - avvalendosi di strumenti antropologici - indaga relazioni di potere e nascita del denaro, facendo giustizia delle favolette propedeutiche alla nascita della "scienza economica", a proposito di una sorta di trapasso quasi indolore da un presunto "baratto primordiale" alla nascita della moneta.
Comprendere, credo che sia un prerequisito fondamentale, a prescindere dal fatto che, a partire dalla comprensione, si possono anche non condividere conclusioni e analisi della realtà attuale.
Quella che segue, è un'intervista a Graeber, realizzata dall'antropologo Philip Pilkingron e pubblicata sul blog naked capitalism, che riesce a riassumere le analisi svolte nel libro.

fonte: http://sinistrainrete.info/teoria/1701-david-graeber-che-cose-il-debito-.html

 

debito

Philip Pilkington: La maggior parte degli economisti sostiene che il denaro fu inventato per sostituire il sistema basato sul baratto. Ma le ricerche svolte hanno condotto a risultati completamente diversi, dico giusto?

David Graeber: Sì, c'è una storiella convenzionale che è stata raccontata a tutti noi, un "c'era una volta" – nient'altro che una fiaba, in effetti. Non merita davvero di essere introdotta diversamente da così: secondo questa teoria, in origine tutti gli scambi erano fondati sul baratto. "Sai cosa ti dico? Ti darò venti galline per quella vacca. O tre punte di freccia per quella pelliccia di castoro o per qualcos'altro tu possa offrirmi." Questo creava degli inconvenienti, magari perché il tuo vicino non aveva bisogno di galline in quel momento, ragion per cui si dovette inventare il denaro.
Questa storia risale almeno ad Adam Smith e a suo modo è il mito fondativo della scienza economica. Ora, io sono un antropologo e noi antropologi sappiamo da parecchio che si tratta di un mito, per il semplice fatto che, se ci fossero stati luoghi in cui gli scambi quotidiani si svolgevano secondo la formula "ti darò venti galline per quella vacca", avremmo scoperto almeno uno o due esempi di questa pratica. Dopo tutto, simili esempi sono stati cercati fin dal 1776, anno in cui fu pubblicata per la prima volta "La Ricchezza delle Nazioni". Ma se ci si pensa un attimo, difficilmente può sorprenderci il fatto che non si sia trovato nulla.
Si pensi a cosa sottintende quest'idea. Fondamentalmente, che un qualche gruppo di contadini neolitici, i Nativi americani o altri per essi, effettuavano scambi fra loro soltanto attraverso quelle che noi oggi chiameremmo operazioni a pronto [contrapposte alle operazioni "pronto contro termine", in cui un bene viene ceduto da A a B sul momento, in cambio di un bene di eguale o maggior valore che sarà ceduto nel futuro da B ad A, NdT]. Perciò, se il tuo confinante non ha quello che ti serve in questo momento, niente da fare.
Ovviamente, nella realtà accadrebbe qualcosa di ben diverso – ed è esattamente questo che gli antropologi osservano quando dei confinanti si impegnano in qualcosa come uno scambio reciproco: se vuoi la vacca del tuo vicino, tu diresti "Accidenti che bel capo!", e lui risponderebbe "Ti piace? Prendilo!" – e tu ti troveresti in debito con lui. Abbastanza di frequente, poi, le persone non si impegnano affatto in uno scambio; se si trattasse di Irochesi o di altri Nativi americani, ad esempio, tutti questi beni sarebbero probabilmente redistribuiti dai Consigli delle donne.
Perciò la vera domanda non è come il baratto generò un qualche mezzo di scambio, che assurse poi al rango di "denaro", quanto piuttosto come quel "sono in debito con te", nel suo senso più generale, diede origine ad un sistema preciso di misurazione, vale a dire al denaro come unità di conto.
All'epoca cui risalgono i reperti storici dell'antica Mesopotamia, intorno al 3.200 avanti Cristo, questa transizione è già avvenuta. Esistono già un sistema piuttosto elaborato di denaro di conto e un complesso sistema di credito. Soltanto il denaro inteso come mezzo di scambio o come un insieme standardizzato di unità circolanti in oro, argento, bronzo o altro, arriverà più tardi.
Questa ricostruzione, piuttosto che la classica storiella - quella secondo cui prima sarebbe venuto il baratto, poi il denaro, infine il credito – è la migliore spiegazione oggi a nostra disposizione. Il debito e il credito vennero per primi, quindi la coniazione di moneta emerse a distanza di qualche millennio e infine, quando ti capita di trovare il sistema di baratto del tipo "ti darò venti galline per quella vacca", è di solito in luoghi dove prima c'erano mercati basati sul denaro, ma per qualche motivo – come nel 1998 in Russia, ad esempio – sono collassati, o nei quali la moneta è scomparsa dalla circolazione.
 
PP: Lei sostiene che all'epoca cui risalgono i primi resoconti storici, redatti in Mesopotamia intorno al 3.200 A.C., c'era già in piedi una complessa architettura finanziaria. All'epoca quindi la società era già divisa in classi di debitori e creditori? Se la risposta è no, quando accadde ciò? Lei crede inoltre che sia questa la più fondamentale divisione in classi della storia umana?

DG: Da un punto di vista storico sembrano esserci due possibilità. Una è quella scoperta nell'Antico Egitto: uno stato fortemente centralizzato e un'amministrazione che riscuoteva delle tasse da chiunque non ne facesse parte. Per la maggior parte della storia egizia, l'usanza di prestare denaro ad interesse non si sviluppa affatto. Probabilmente non ne avevano bisogno.
In Mesopotamia le cose stanno diversamente perché lì lo stato emerse in modo discontinuo e incompleto. Inizialmente c'erano grandi templi in cui vigeva un controllo burocratico, poi fecero la loro comparsa anche dei sistemi di palazzo, ma non si trattava di veri e propri "governi" e non riscuotevano tasse dirette, che erano invece considerate un dovere dei popoli sottomessi. Piuttosto, possiamo dire si trattasse di enormi complessi industriali, con le loro terre, il loro bestiame e le loro fattorie. Fu qui che il denaro venne impiegato per la prima volta, come unità di conto; era utilizzato per redistribuire le risorse all'interno di questi complessi.
I prestiti ad interesse, a loro volta, hanno probabilmente la loro origine negli accordi fra gli amministratori e i mercanti che trasportavano, poniamo, i manufatti in lana prodotti nelle fattorie di proprietà dei templi (che inizialmente erano almeno in parte delle imprese caritatevoli, offrendo ospitalità agli orfani, ai profughi o alle persone disabili, ad esempio) e commerciavano questi beni in terre lontane scambiandole con metallo, legno o pietre preziose. I primi mercati si formarono ai confini di questi complessi e pare funzionassero in larga misura sulla base del credito, utilizzando le unità di conto introdotte nei templi. Tuttavia questa circostanza offrì ai mercanti, agli amministratori dei templi e ad altri individui "ben piantati" l'opportunità di offrire prestiti per il consumo ai contadini per cui, se ad esempio il raccolto andava male, tutti cominciavano a restare invischiati nei debiti.
Fu questa la grande sciagura sociale dell'antichità – le famiglie si trovavano costrette ad ipotecare il bestiame e le terre e, dopo un po', persino le mogli e i figli potevano essere richiesti come pegno per i debiti. Spesso gli individui potevano trovarsi costretti ad abbandonare del tutto le città, unendosi a bande semi-nomadi, minacciando di tornare armati e di rovesciare del tutto l'ordine esistente. I governanti conclusero quindi che l'unico modo per prevenire un completo collasso sociale consisteva nel dichiarare bancarotta o "pulire le tavolette", cancellando tutti i debiti dei consumatori per ricominciare da capo.
Non è un caso che la prima parola che ci è stata tramandata con il significato di "libertà" sia il termine sumerico amargi, che stava per "libertà dai debiti" e che in senso letterale significava "ritorno alla madre": quando veniva dichiarata bancarotta, infatti, tutti i pegni offerti come garanzia del debito potevano "tornare a casa".
 
PP: Lei ha sottolineato nel suo libro che quello di "debito" era un concetto morale, ben prima di diventare un concetto economico. Ha inoltre notato che si tratta di una nozione morale piuttosto ambivalente, dal momento che può essere intesa sia in senso positivo che negativo. Potrebbe spiegare questo passaggio? Quale dei due aspetti ha svolto il ruolo più importante?

DG: Il concetto tende ad oscillare molto. Si potrebbe riassumere la storia in questo modo: ad un certo punto l'approccio egizio (tasse) e quello mesopotamico (usura) si fusero insieme, e le persone si trovarono a contrarre prestiti per pagare le tasse. Il debito fu istituzionalizzato.
Anche le tasse rappresentarono un passaggio-chiave per la creazione dei primi mercati fondati sulla moneta circolante; pare infatti che la coniazione di monete sia stata inventata, o quanto meno si sia diffusa su ampia scala, per pagare i soldati. Ciò accadde più o meno simultaneamente in Cina, in India e nel Mediterraneo, dove i governi scoprirono che il modo più semplice per garantire l'approvvigionamento delle truppe consisteva nel concedere loro piccole porzioni standard di oro o di argento, e quindi esigere che chiunque altro all'interno della giurisdizione adoperasse quelle stesse monete come mezzo di pagamento per le tasse. Fu così che il linguaggio del debito e quello della morale cominciarono a svilupparsi.
In sanscrito, ebraico ed aramaico, per dire "debito", "colpa" e "peccato" si impiegava in effetti lo stesso termine. Buona parte del lessico dei grandi movimenti religiosi – giudizio, redenzione, equilibrio karmico e via dicendo – derivano dal linguaggio dell'antica finanza. Ma quel linguaggio risultava sempre mancante e inadeguato e cominciò ad essere travisato fino a trasformarsi in qualcosa di completamente diverso. È come se i grandi profeti e maestri di dottrina non avessero altra scelta che cominciare con quel genere di lessico perché era l'unico lessico disponibile all'epoca, ma che adottandolo l'abbiano stravolto, fino a trasformarlo nel suo opposto: come un modo per dire che i debiti non sono sacri di per sé, ma che il condono dei debiti, o la capacità di azzerarli, o di fare in modo che i debiti non siano effettivi – questi atti sì che sono veramente sacri.
Come accadde ciò? In precedenza ho detto che la grande domanda sull'origine del denaro è come possa essere accaduto che un generico senso di obbligazione ("sono in debito con te") si sia potuto trasformare in qualcosa che poteva essere quantificato in modo preciso. La risposta sembra quindi essere: ciò accade dove c'è la possibilità che la controversia si risolva con la violenza. Se si dà a qualcuno un maiale e in cambio si riceve soltanto qualche gallina, si potrebbe dire di aver a che fare con uno spilorcio, e schernirlo per questo; ma è improbabile che si riesca ad elaborare una formula matematica per misurare questa semplice percezione soggettiva. Ma se qualcuno colpisce il vostro occhio in un combattimento, o uccide vostro fratello, è in casi come questi che si comincia a dire "l'usanza prevede una compensazione di ventisette cavalle sane della migliore razza, e se non sono sane e della migliore razza, questo significa guerra!".
Il denaro, nel senso di un esatto equivalente, sembra emergere da situazioni come queste, ma anche dalla guerra e dal saccheggio, dalla distribuzione del bottino, dalla schiavitù. Nell'Irlanda medievale, ad esempio, la valuta più pregiata era rappresentata dalle schiave. E, in una qualsiasi casa, si sarebbe potuto specificare il valore esatto di ogni cosa, anche se pochissimi di quegli oggetti erano realmente vendibili, per il semplice fatto che erano utilizzati per pagare multe o danni se qualcuno li rompeva.
Ma una volta compreso che tasse e denaro cominciarono a diffondersi con la guerra, diventa più semplice capire cosa accadde realmente. Si tratta di una regola ben nota ai mafiosi. Se si vuole instaurare un rapporto di estorsione violenta, di potere assoluto, e quindi trasformarlo in qualcosa di "morale" – facendo addirittura sembrare che siano le vittime a doversi vergognare – quello che si deve fare è trasformare questo rapporto in uno fondato sul debito: "mi devi parecchio, ma per ora ti concedo ancora un po' di tempo...".
Molti esseri umani nella storia devono aver sentito parole del genere dai loro creditori. Il punto cruciale è: che altra risposta potresti dare se non "aspetta un attimo, chi deve cosa a chi"? E naturalmente per migliaia di anni è precisamente questo che hanno detto le vittime; ma nel momento stesso in cui lo facevano, utilizzavano il linguaggio dei loro governanti, ed ammettevano quindi che debito e moralità erano davvero la stessa cosa. Era questa la situazione che teneva in scacco i pensatori religiosi, e fu per questo che, prendendo le mosse dal linguaggio del debito, essi cercarono di rigirarlo e di trasformarlo in qualcos'altro.

PP: Questo modo di pensare somiglia molto a quello di Nietzsche. Nella sua "Genealogia della morale", il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche propose una celebre argomentazione secondo cui tutta la moralità si fondava sulla riscossione dei debiti sotto la minaccia della violenza. Il senso di obbligazione instillato nel debitore era, per Nietzsche, l'origine della civiltà in quanto tale. Lei ha studiato nel dettaglio come moralità e debito si intrecciano fra loro. Come le sembra l'argomentazione nietzscheana a distanza di più di 100 anni? E cosa ritiene sia venuto prima: la moralità o il debito?

DG: Per essere onesti, non sono mai stato tanto sicuro che Friedrich Nietzsche parlasse seriamente in quel passaggio, o se l'intera argomentazione non fosse piuttosto un modo per scandalizzare il suo pubblico borghese; un modo insomma per sostenere che se si parte dalle assunzioni del pensiero borghese riguardo alla natura umana, il ragionamento conduce in modo logico ad una conclusione che metterà a disagio gran parte di quel pubblico.
In effetti, Nietzsche fa partire il suo ragionamento esattamente dalle stesse premesse da cui aveva preso le mosse Adam Smith: gli esseri umani sono razionali. Ma qui razionalità significa calcolo e scambio, e dunque commercio e baratto; vendere e comprare è allora la prima espressione del pensiero umano ed è quindi antecedente a qualsiasi tipo di relazione sociale. Ma ciò rivela allora in modo esatto per quale motivo Adam Smith sosteneva che gli uomini neolitici interagissero attraverso il commercio "a pronto". Infatti, se non intratteniamo alcuna precedente relazione su basi etiche, e la moralità emerge soltanto attraverso lo scambio, allora le relazioni sociali in via di sviluppo fra due individui si formeranno solo se lo scambio è incompleto – ossia se qualcuno non ha pagato.
In questo caso, una delle due parti agisce in modo criminale, e la giustizia dovrà essere istituita per consentirne la punizione tramite vendetta. Da ciò ne consegue pertanto che tutti i codici di leggi, quando ricorrono a formule del tipo "venti cavalle per un occhio strappato", in origine implicavano precisamente il contrario. Se devi a qualcuno venti cavalle e non sei in grado di assolvere il tuo debito, costui è autorizzato a strapparti l'occhio. L'etica inizia con la "libbra di carne" di Shylock.
Inutile dire che non c'è alcuna prova di tutto questo – Nietzsche inventò il ragionamento da cima a fondo. La domanda è semmai se credeva davvero nella sua argomentazione. Forse sono un ottimista, ma preferisco credere che non ci credesse sul serio. In ogni caso, il ragionamento ha senso se si prendono per buone quelle premesse; ossia che tutte le interazioni umane sono basate sullo scambio e, quindi, che tutte le relazioni che si sviluppano a partire da lì, sono fondate sul debito. Queste assunzioni fanno a pugni con tutto quello che oggi sappiamo o di cui facciamo esperienza riguardo alla vita umana. Ma se si comincia a pensare che il mercato è il modello per tutto il comportamento umano, le conclusioni sono queste.
Se al contrario si abbandona del tutto il mito del baratto, si assume come premessa una comunità dove gli individui intrattengono relazioni morali anteriori allo scambio, e ci si chiede come accadde che queste relazioni finirono per essere inquadrate in termini di "debiti" – il che vuol dire come qualcosa di esattamente quantificabile, impersonale e quindi trasferibile – beh, in questo caso si pone una domanda completamente diversa. In questo caso sì, bisogna considerare anzitutto il ruolo della violenza.
 
PP: Interessante. Forse è questo il momento giusto per chiederle come vede la sua ricerca sul debito in rapporto al classico saggio sul dono del grande antropologo francese Marcel Mauss.

DG: A suo modo, il mio lavoro rientra nel solco della tradizione maussiana. Marcel Mauss fu uno dei primi antropologi a chiedersi: va bene, ma se non cominciò con il baratto allora come? Come si comportano i popoli che non usano il denaro quando i beni cambiano di mano? Gli antropologi hanno documentato una varietà infinita di sistemi economici del genere, ma non hanno sviluppato dei veri e propri principi generali. Mauss notò che in quasi tutti questi sistemi, ognuno si comportava come se stesse semplicemente regalando qualcosa ad un altro, negando in modo deciso di aspettarsi qualcosa in cambio. Ma in realtà tutti sottintendevano delle regole implicite e coloro che ricevevano si sentivano obbligati ad offrire qualcosa in cambio.
Ciò che affascinava Mauss era il fatto che ciò sembrava essere universalmente vero, persino oggi. Se invito a pranzo un economista liberista, lui si sentirà in dovere di rendermi il favore e di invitarmi a pranzo in un'altra occasione. Potrebbe persino pensare di essere uno sciocco se non lo fa, e questo anche se la sua teoria gli suggerisce che ha semplicemente ottenuto qualcosa in cambio di nulla e dovrebbe esserne felice. Perché funziona così? Qual è la forza che mi fa sentire in obbligo di offrire un contro-dono?
Si tratta di un punto molto importante, e dimostra che esiste sempre una qualche moralità sottesa a quella che chiamiamo "realtà economica". Ma mi colpisce il fatto che se ci si concentra troppo su un solo aspetto della tesi di Mauss, si finisce di nuovo per ridurre tutto allo scambio, solo con l'aggiunta della clausola per cui alcuni fingono di non essere interessati ad ottenere nulla in cambio. In realtà Mauss non pensava a tutti in termini di scambio. Questo diventa chiaro se si leggono gli altri suoi saggi oltre a quello sul dono. Mauss insisteva sul fatto che oltre alla reciprocità ci sono molti principi differenti all'opera in ogni società, inclusa la nostra.
Come esempio, si potrebbe citare la gerarchia. Doni offerti a individui di rango superiore o inferiore non devono essere affatto ricambiati. Se un altro professore invita a cena il nostro economista, di sicuro egli si sente in dovere di ricambiare; ma se lo fa una matricola, penserà probabilmente che accettare l'invito sia già di per sé abbastanza. E se è George Soros ad offrirgli la cena, in quel caso non si sentirà affatto obbligato ad offrire qualcosa in cambio. In relazioni esplicitamente asimmetriche, se si dà qualcosa a qualcuno, lungi dall'offrire un favore in cambio, è assai più probabile che gli altri si aspettino che lo si faccia di nuovo.
Un altro esempio sono le relazioni di tipo comunistico – definisco questo tipo di relazioni, in accordo con Mauss, come quelle in cui gli individui interagiscono sulla base del principio "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni". In relazioni del genere gli individui non si affidano alla reciprocità dello scambio; ciò accade ad esempio quando cercano di risolvere un problema, persino dentro un'impresa capitalistica (come dico sempre, se un dipendente della Exxon dice, "passami il cacciavite", l'altro non gli risponde "certo, ma cosa mi dai in cambio?"). In un certo senso, il comunismo è alla base di tutte le relazioni sociali, nella misura in cui se il bisogno è sufficientemente grande (sto affogando) o il costo da sostenere abbastanza ridotto (posso avere della luce?) ci si aspetta che tutti agiscano in quel modo.
In ogni caso, ecco cosa ho ripreso da Mauss: ci saranno in ogni caso molti principi di tipo diverso che agiscono in modo simultaneo in un qualsiasi sistema sociale o economico, ed è questo il motivo per cui non potremo mai rendere tutto ciò oggetto di una vera e propria scienza. L'economia ci prova, ma lo fa ignorando tutto eccetto lo scambio.

PP: Spostiamoci allora sul terreno della teoria economica. Gli economisti hanno alcune teorie abbastanza specifiche sulla natura del denaro. C'è l'approccio più diffuso che abbiamo già discusso brevemente; c'è la cosiddetta teoria del bene-moneta (Commodity Theory of Money), secondo cui alcuni beni specifici sono stati adottati come mezzi di scambio per rimpiazzare le rudimentali economie fondate sul baratto. Ma ci sono anche delle teorie alternative, oggi più in voga. Una è la teoria circuitista (Monetary Circuit Theory), secondo cui tutto il denaro deriva dalla creazione di debito all'interno del sistema bancario. L'altra – che integra l'approccio circuitista – è la teoria cartalista (Chartalism), per la quale tutta la moneta è un mezzo di scambio rilasciato da un ente sovrano e sostenuto dalla capacità, da parte di quell'ente, di riscuotere tributi. Spenderebbe qualche parola su queste teorie?

DG: Una delle mie fonti d'ispirazione per "Debt: The First 5.000 Years" è stato il saggio di Keith Hart intitolato "Two Sides of the Coin" ("Le due facce della moneta"). In quel saggio Hart sottolinea che non solo le diverse scuole economiche hanno differenti teorie sulla natura del denaro, ma che c'è anche motivo di credere che entrambe hanno ragione. Per la maggior parte della sua storia, il denaro è stato una strana entità ibrida che presenta le caratteristiche sia di un bene (la moneta intesa come oggetto) sia di una forma sociale (credito).
Quello che penso di aver detto in più rispetto a questa tesi, è che da un punto di vista storico, pur essendo sempre stato entrambe le cose, il denaro ha oscillato avanti e indietro: ci sono stati periodi in cui il credito veniva per primo, per cui si può adottare più o meno la teoria cartalista della moneta; e ci sono stati periodi in cui predominava la moneta corrente, per cui risultano più utili le teorie del bene-moneta. Tendiamo a dimenticare , ad esempio, che nel medioevo, dalla Francia alla Cina, il cartalismo era nulla più che senso comune: il denaro era pura convenzione; in pratica, era qualsiasi cosa il re fosse disposto ad accettare come pagamento delle tasse.
 
PP: Lei afferma che la storia oscilla fra periodi di moneta-bene e periodi di moneta virtuale. Non pensa che abbiamo raggiunto una fase nella storia in cui, grazie all'evoluzione tecnologica e culturale, potremmo assistere alla scomparsa definitiva della moneta-bene?

DG: I cicli si stanno facendo via via più brevi man mano che andiamo avanti. Comunque ritengo che dovremo aspettare almeno 400 anni per scoprire se le cose stanno davvero così. È possibile che questa era si stia avvicinando al termine, ma sono più preoccupato dal fatto che ora viviamo in un periodo di transizione.
Le ultime volte in cui abbiamo assistito ad uno slittamento dalla moneta-bene alla moneta di credito non è stato esattamente un bello spettacolo. Per citarne alcune abbiamo la caduta dell'Impero Romano, l'Era di Kali in India e il crollo della dinastia Han... ci furono morte, catastrofi e massacri. Quello che ne risultò fu per molti versi profondamente liberatorio per la gran parte di coloro che sopravvissero – le forme schiavitù basate sull'equiparazione degli schiavi ad oggetti (chattel slavery) furono, ad esempio, in larga parte abbandonate dalle grandi civiltà. Si trattò di un risultato storico di grande rilievo. Il declino delle città significò, per molte persone, ridurre parecchio il lavoro. In ogni caso, tutti ci auguriamo che la transizione questa volta non sia così epica nelle sue dimensioni. Soprattutto se si considera che oggi i mezzi di distruzione sono di gran lunga più potenti.
 
PP: Cosa ritiene giochi il ruolo più importante nella storia dell'umanità: il denaro o il debito?

DG: Dipende dalle definizioni. Se si definisce il denaro nel senso più ampio del termine, come unità di conto mediante cui è possibile stabilire, poniamo, che 10 di questo valgono 7 di quest'altro, possiamo affermare non ci può essere debito senza denaro. Il debito è soltanto una promessa che può essere quantificata nei termini della moneta (e che in questo modo diventa impersonale e trasferibile). Ma se mi sta chiedendo quale è stata la forma più importante che ha assunto il denaro, il credito o la moneta coniata, in tal caso la mia risposta sarebbe: il credito.
 
PP: Passiamo ora ad alcuni problemi d'attualità. Sappiamo che in molti stati occidentali, negli ultimi anni, le famiglie hanno contratto debiti enormi ricorrendo alle carte di credito e alle ipoteche (queste ultime rappresentano una delle cause principali della recente crisi finanziaria). Alcuni economisti affermano che la crescita economica, a partire dall'era di Clinton, si è basata essenzialmente su un aumento insostenibile dei debiti delle famiglie. Da un punto di vista storico, come dovremmo considerare questo fenomeno?

DG: Da una prospettiva storica, è piuttosto inquietante. In realtà ci potremmo spingere più un là dell'era Clinton – si potrebbe dire che quella che stiamo vedendo oggi è la stessa crisi che ci trovavamo ad affrontare negli anni '70; semplicemente, siamo riusciti a schivarla per 30 o 35 anni proprio grazie a tutti quegli elaborati strumenti di credito (e, naturalmente, con l'iper-sfruttamento del Sud globale attraverso i debiti contratti dai paesi del Terzo Mondo).
Come ho detto, la storia eurasiatica, presa nei suoi contorni più generali, oscilla avanti e indietro fra periodi dominati dalla moneta di credito, virtuale, e periodi dominati invece dalla moneta coniata e dai lingotti. Il sistema di credito dell'antico Vicino Oriente aprì la strada ai grandi imperi schiavisti dell'era classica in Europa, India e Cina, che utilizzavano la coniazione per pagare le truppe al loro servizio. Con il medioevo, gli imperi vennero meno e lo stesso destino subì la coniazione, con l'oro e l'argento custoditi in larga parte in templi e monasteri. Il mondo tornò così al credito. Dopo il 1492, tornano sulla scena i grandi imperi mondiali, e, con essi, ricompaiono la valuta d'oro e d'argento e la schiavitù.
Quello che è accaduto da quando Nixon ha abolito il gold standard nel 1971 ha rappresentato nient'altro che un'ulteriore giro di ruota, anche se ovviamente transizioni del genere non accadono mai due volte allo stesso modo. Nel passato, i periodi dominati dalla moneta virtuale di credito furono anche periodi in cui esistevano forme di protezione sociale per i debitori. Se si riconosce che il denaro è soltanto una convenzione sociale, un credito, un "pagherò", allora la priorità è comprendere cosa può frenare le persone dal generare denaro senza fine. Ancora: come si previene la circostanza per cui i poveri finiscono intrappolati nel debito e diventano di fatto asserviti ai ricchi? È stato per risolvere problemi del genere che abbiamo avuto la "pulitura delle tavolette" in Mesopotamia, i Giubilei, e le leggi medievali contro il prestito ad usura sia nel mondo cristiano che in quello islamico.
Già nell'antichità si pensava che il peggior scenario in grado di condurre alla dissoluzione della società era proprio una grossa crisi del debito; le persone comuni erano così indebitate con quell'uno o due percento della popolazione che deteneva il grosso della ricchezza, da trovarsi costrette a cedere in schiavitù membri della famiglia o addirittura se stessi.
Cosa accade invece oggi? Anziché dar vita a qualche genere di istituzione sovraordinata per proteggere i debitori, si creano queste immani istituzioni planetarie come il Fondo Monetario Internazionale e Standard & Poor's per proteggere i creditori. Queste istituzioni dichiarano, in spregio ad ogni logica economica, che a nessun debitore dovrebbe essere consentito fallire. Inutile a dirsi, il risultato è catastrofico. Stiamo sperimentando qualcosa che – a me, almeno – ricorda le circostanze tanto temute dagli antichi: una popolazione di debitori che cammina sull'orlo del disastro.
Dovrei aggiungere che se Aristotele fosse tra di noi oggi, dubito seriamente che penserebbe che la distinzione fra affittare o vendere se stessi o membri della propria famiglia per lavorare, sia qualcosa di più che una sfumatura legale. Concluderebbe probabilmente che la maggior parte degli americani sono, da tutti i punti di vista, schiavi.
 
PP: Ha detto che il FMI e S&P sono istituzioni tese principalmente a riscuotere debiti in nome dei creditori. Questo sembra anche essere il caso dell'Unione Monetaria Europea. Cosa pensa dell'attuale situazione europea?

DG: Penso sia un chiaro esempio del perché le attuali condizioni sono chiaramente insostenibili. Ovviamente "l'intero debito" non può essere pagato. Ma anche quando alcune banche francesi hanno offerto volontariamente garanzie per la Grecia, le altre hanno insistito nel trattarla in ogni caso come se fosse fallita. La Gran Bretagna ha preso una posizione persino più assurda, secondo cui questo vale anche per i debiti che i governi devono alle banche che sono state nazionalizzate – il che vorrebbe dire, tecnicamente parlando, che lo stato è debitore di se stesso! Se ciò significa che coloro che percepiscono pensioni di invalidità non saranno più nelle condizioni di usufruire del trasporto pubblico, o che i centri giovanili devono essere chiusi, questa ci viene presentata semplicemente come "la realtà dei fatti".
Questa "realtà dei fatti" appare sempre più chiaramente come la realtà del potere. In tutta chiarezza, ogni pretesa che i mercati si autosostengano e che i debiti siano sempre onorati, è stata spazzata via nel 2008. Questo è uno dei motivi per cui a mio avviso assisteremo ad una reazione molto simile a quella che abbiamo visto al culmine della crisi del debito del Terzo Mondo – ciò che fu chiamato, in modo piuttosto assurdo, il "movimento no-global". Questo movimento chiedeva una democrazia autentica, e sperimentò al suo interno forme di democrazia diretta e orizzontale. Dall'altra parte c'era la temibile alleanza tra le élite finanziarie e i burocrati delle istituzioni globali (FMI, Banca Mondiale, WTO, oggi l'Unione Europea...).
Quando migliaia di persone cominciano a radunarsi nelle piazze in Grecia e Spagna, chiedendo vera democrazia, quello che stanno realmente dicendo è: "nel 2008 avete fatto scappare i buoi dalla stalla. Ma se il denaro è soltanto una convenzione sociale, una promessa, un 'pagherò', e se persino miliardi di debiti possono essere cancellati se dei concorrenti sufficientemente potenti lo chiedono; se le cose stanno in questo modo, e se 'democrazia' significa davvero qualcosa, allora tutti devono avere voce in capitolo nel processo decisionale che stabilirà su quali basi queste promesse sono state fatte e come vanno rinegoziate". Trovo tutto ciò straordinariamente incoraggiante.

PP: Parlando in generale, come pensa si svilupperà l'attuale crisi finanziaria e dei debiti sovrani? Senza chiederle di leggere nella proverbiale sfera di cristallo, cosa pensa ci attenderà nel futuro? In che direzione dovremmo orientarci?

DG: Ragionando sul lungo termine, sono abbastanza ottimista. Avremmo dovuto cominciare a fare qualcosa già almeno 40 anni fa; certo che se pensiamo nei termini di cicli di 500 anni, 40 anni non sono nulla. Forse si riconoscerà finalmente che in una fase dominata dal denaro virtuale, devono essere attuate alcune misure di sicurezza, e non solo per proteggere i creditori. Quanti disastri occorreranno perché si cominci a ragionare in questi termini? Non saprei dirlo.
Ma c'è un'altra domanda che dobbiamo porci: una volta che avremo realizzato queste riforme, quello che ne risulterà potrà essere ancora chiamato "capitalismo"?

sabato 22 dicembre 2012

frammenti … di vetro

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"Il vetro - non a caso - è un materiale duro e liscio sul quale niente ha presa. Un materiale freddo e sobrio, allo stesso tempo. Gli oggetti di vetro non hanno alcuna « aura ». Il vetro, in generale, è il nemico del mistero. Ed è anche il nemico della proprietà. Il grande scrittore André Gide, una volta, ha detto: ogni oggetto che voglio possedere mi diventa opaco."

Walter Benjamin

verità

baldwin

"Forse la vera radice del nostro problema, il problema umano, è che si sacrifica tutta la bellezza delle nostre vite, che imprigioniamo noi stessi nei totem, nei tabù, nelle croci, in sacrifici di sangue, campanili, moschee, razze, eserciti, bandiere, nazioni, tutto per negare la verità della morte, la sola verità che possediamo. A me sembra che invece si dovrebbe gioire della verità della morte - bisognerebbe decidere, davvero, a guadagnarsi la propria morte confrontandosi con passione all'enigma della vita."

James Baldwin - Abbasso la Croce: Lettera da uno Stato della mia Mente -

venerdì 21 dicembre 2012

paura del vuoto

ETICA-DEL-LAVORO

LAVORO FORZATO ed ETICA del LAVORO
di Claus Peter Orlieb

«I metodi di produzione moderna hanno reso possibile comfort e sicurezza per tutti; e invece, noi abbiamo scelto il superlavoro per alcuni e la fame per altri. Finora abbiamo continuato a svolgere le stesse attività che si svolgevano quando non c'erano le macchine; e qui ci siamo mostrati stupidi, ma non abbiamo l'obbligo di perseverare eternamente in questa stupidità.» - Bertrand Russell, Elogio dell'ozio, 1932 -

etica Ortlieb_FotoOttant'anni ed una crisi economica mondiale più tardi, la nostra intelligenza ha chiaramente fatto pochi progressi, al contrario: la produttività del lavoro nell'industria e nell'agricoltura è grosso modo aumentata di dieci volte, e non si può dire che questo fatto abbia portato comfort e sicurezza. L'Europa, che per il momento sta ancora relativamente bene, sta subendo un innalzamento record del suo tasso di disoccupazione. Quanto alle poche isole che sono rimaste competitive sul piano globale, esse lottano da anni contro le nuove pandemie provocate dalla contrazione progressiva dell'offerta di lavoro: dalla sindrome di perdita di lavoro alla morte improvvisa causata dal consumo abituale di psicofarmaci.
Proviamo tuttavia ad immaginare che tutto quest'ardore eccessivo verso il lavoro, constatato da Russell, non sia nient'altro che un'abitudine, divenuta obsoleta, e che si soffrirebbe a perderla - un'abitudine ereditata dai tempi in cui non c'erano le macchine. Nel Medio Evo, dove il lavoro come fine in sé era una cosa sconosciuta, si lavorava infatti assai meno di quanto si lavori oggi. Il motivo è semplice: il lavoro come noi lo intendiamo, cioè a dire il dispendio astratto di energia umana indipendentemente da qualsiasi contenuto particolare, è storicamente determinato. Non lo si incontra che sotto il capitalismo. In qualsiasi altra formazione sociale, l'idea oggi così universamente riconosciuta secondo la quale «un lavoro, un lavoro qualunque, è meglio che nessun lavoro», sarebbe stata giustamente considerata completamente delirante.
Tale delirio è il principio astratto che regge i rapporti sociali sotto il capitalismo. Tolte (astraendole) le attività criminali, il lavoro - che si tratti del nostro o dell'appropriazione del lavoro altrui - è per noi l'unico mezzo di partecipazione alla società. Ma, nello stesso tempo, esso non dipende dal contenuto dell'attività in questione; non ha nessuna importanza che io coltivi delle patate o che fabbrichi delle bombe a frammentazione, dal momento che il mio prodotto trova un acquirente e trasforma il mio denaro in ancor più denaro. Base di valorizzazione del valore, il lavoro costituisce un fine in sé ed un principio sociale associativo, il cui unico scopo consiste nell'accumulare sempre più "lavoro morto", sotto forma di capitale.
Un vincolo, cui tutto rimane sottomesso in egual misura, è durevole solo a condizione che coloro che ne sono prigionieri imparino ad amare le loro catene. Ed in questo la società borghese si distingue da quelle precedenti.
Da Aristotele a Tommaso d'Aquino e passando per Agostino, i filosofi dell'Antichità e del Medio Evo hanno celebrato l'ozio - e soprattutto mai il lavoro - come la strada che porta ad una vita felice:

"L'apprendimento della virtù è incompatibile con una vita da artigiano e da lavoratore" - Aristotele - Etica Nicomachea -
"Lasciamo queste occupazioni vane e vuote: abbandoniamo tutto il resto per la ricerca della verità" - Agostino - Confessioni -

Altri non erano dello stesso avviso, per esempio i fondatori di certi ordini monastici che vedevano nel lavoro un mezzo per raggiungere l'ascesi e l'astinenza. Ma sarà solo col protestantesimo che si cercherà di fare del lavoro, un principio valevole su grande scala, da applicare a tutto l'insieme della popolazione:

"L'ozio è un peccato contro il comandamento di Dio, perché Egli ha ordinato che quaggiù si debba lavorare tutti." - Martin Lutero -

E l'Illuminismo non smette di elevare costantemente l'etica del lavoro - chiamato anche obbligo morale di lavorare - a livello di fine in sé:

"E' della massima importanza che i bambini imparino a lavorare. L'uomo è il solo animale che deve lavorare." - Kant - Pensieri sull'educazione - 1803 -
"Esiste una sola scappatoia dal lavoro: fare lavorare gli altri per sé." - Kant - Critica del giudizio - 1790 -
"Di questi 3 vizi: pigrizia, viltà, inganno, il primo mi sembra il più spregevole." Kant - 1798 -
"Che ci si informi specificamente sulle persone che si distinguono per una condotta indegna! Si scoprirà invariabilmente che si tratta di coloro che non hanno mai imparato a lavorare, quelli che rifuggono il lavoro." - Fichte - Discorso alla nazione tedesca - 1807 -

Come appare dalle ultime citazioni, l'amore per il lavoro si lega strettamente all'odio per l'ozio:

"Ciascuno deve poter vivere del proprio lavoro, afferma un principio avanzato. Questo poter vivere è dunque condizionato dal lavoro e non esiste laddove tale condizione non viene soddisfatta." - Fichte - Fondamenti del diritto naturale -
"Nei paesi caldi, l'uomo è maturo a tutti gli effetti ma non raggiunge la perfezione delle zone temperate. L'umanità nella sua più grande perfezione, si trova nella razza bianca. Gli indiani gialli non hanno che poche capacità, i neri stanno ancora più sotto, e al livello più basso della scala, si trovano alcune tribù americane." - Kant - Geografia fisica - 1802 -
"Il barbaro è pigro e si distingue dall'uomo civile in quanto rimane immerso nel suo abbrutimento, perché la formazione pratica consiste precisamente nell'abitudine e nel bisogno di agire." Hegel - Principi della filosofia del diritto - 1820 -

Queste affermazioni escludenti e razziste uscite dalla penna dei filosofi illuministi non sono per niente dei semplici incidenti di percorso, ma rivelano, al contrario, l'essenza dell'ideologia del lavoro. Dal momento che questa corrente di pensiero, trasfigura il lavoro in vero scopo dell'esistenza de "l'uomo", tutti i "disoccupati", per contraccolpo, si vedono esclusi dalla "razza umana": l'uomo è costretto a lavorare; pertanto, quello che non lavora non può pretendere per intero lo status di essere umano.
Quella che qui viene espressa, è la rabbia dello stakanovista bianco contro la pressione che lui stesso si è imposto, una rabbia che se la prende con tutto quello che non si sottomette a tale pressione e conduce un'esistenza oziosa: le donne, incaricate della "vita reale" nel seno della sfera privata - separata dal lavoro - della famiglia borghese; tutti quei tipi di persone (qui le attribuzioni sono ancora più varie) che vivono, senza lavorare, d'amore e d'acqua fresca; oppure, ancora, "il capitale accaparratore" (contrapposto ad un capitale "buono") che si appropria senza lavorare del plusvalore creato dagli altri. Le ideologie moderne del sessismo, del razzismo, dell'anti-zingarismo e dell'anti-semitismo sono fondate, anch'esse, sull'etica del lavoro.
A partire dagli anni '70, cominciano a sparire dal processo di produzione delle quantità sempre più crescenti di lavoro, il potenziale della razionalizzazione della microelettronica ha gettato il capitalismo nella crisi. Tuttavia, la pressione interiore ed esteriore che spinge gli uomini a lavorare non è affatto diminuita ma, al contrario, si è accentuata nella misura in cui diminuiscono gli "impieghi".Per chi rimane a lavorare, le condizioni di fanno più dure: sono oramai troppo numerosi perché il loro mantenimento rimanga ancora compatibile con il mantenimento della competitività sul piano globale. "L'assoluta necessità di portare gli uomini al lavoro" (Angela Merkel) non fa che oscurare la percezione del problema: la responsabilità della disoccupazione non sarebbe più imputabile alla sparizione progressiva del lavoro, ma ai disoccupati stessi, che bisognerebbe, conseguentemente, portare, con tutti i mezzi di coercizione a disposizione, verso un lavoro che non esiste più. Qualcosa di simile si verifica a livello europeo: si impone ai "paesi in fallimento" rimasti al traino dell'Europa, delle politiche di austerità, grazie alle quali dovrebbero, una volta superata questa prova dolorosa, ridiventare competitivi. Come se la Federcalcio tedesca pretendesse di portare in Lega dei Campioni tutt'e diciotto le sue squadre della Bundensliga.
Non c'è via d'uscita, manifestamente, se non quella dell'abolizione del lavoso, ma questo, ovviamente, comporta anche di abolire il capitalismo. E a tutto questo, si oppone la nostra etica del lavoro, frutto di secoli di condizionamento:

eticaRussell-2

"Alcuni dicono che è sicuramente bello avere un po' di tempo, ma che la gente non saprebbe come riempire le proprie giornate se dovesse lavorare solo quattro ore al giorno. Nella misura in cui questo è vero nel mondo moderno, costituisce una vergogna per la nostra civiltà; in qualsiasi altra epoca anteriore, questo non sarebbe stato un problema." - Bertrand Russell - Elogio dell'ozio - 1932 -

Il destino che Hegel assegnava ai "barbari" ci ritorna indietro: chi è senza impiego non ha che da rimanere "immerso nel suo abbrutimento". In altre parole: se al soggetto borghese ripugna talmente immaginare la propria vita senza il lavoro, è anche perché, dietro la sua etica del lavoro, cova la paura panica del suo proprio vuoto.

Claus Peter Orlieb

fonte: http://palim-psao.over-blog.fr

giovedì 20 dicembre 2012

gattopardi

lussu

Lussu e Rosselli abitano a Montmartre, Hotel du Nord de Champagne, al numero 11 di rue Chabrol, una strada di botteghe artigiane e bistrot e anticaglierie con odore di gatti pisciatori, ed è questo uno dei luoghi dove Giustizia e Libertà comincia a prender forma. Oppure s'incontrano a Saint-Germain-en-Laye, residenza di Salvemini, e al numero 15 di rue Olivier, dove, con la moglie e quattro figli, sta di casa Alberto Tarchiani. È stato Salvemini a stendere una bozza di statuto. I costituenti la discutono. Hanno storie politiche diverse: liberali Tarchiani, Cianca e Vincenzino Nitti, primogenito dell'ex-presidente del Consiglio; repubblicani Cipriano Facchinetti, Raffaele Rossetti, Gioacchino Dolci e Fausto Nitti; socialista Rosselli, anomalo Lussu, amico dei repubblicani, tendenzialmente socialista.
Ma vediamole più da vicino, alcune di queste figure. Tarchiani, romano, ha quarantaquattro anni: lungo, snello, capelli castani ondulati, larghe le spalle, lineamenti fini, un bel viso con occhiali. È di gesti sobri, non perde mai la calma. Dopo l'espatrio nel '25, è stato corrispondente de “La Tribuna da New York” (città a lui familiare per averci lavorato prima della guerra dieci anni). Ora è disoccupato. Ma lasciando con Albertini il “Corriere”, aveva riscosso una liquidazione assolutamente rimarchevole, trecentomila lire, e questo gli consente di affrontare l'esilio senza affanno. Parla più lingue. Viaggia. A Bruxelles incontra spesso l'ex-ministro degli Esteri Carlo Sforza. Non ha altro fine che l'abbattimento di Mussolini. Giudica la dittatura fascista, terrorismo che si è fatto governo e poi Stato, e sulle forme della risposta non ha dubbi. «Tarchiani - testimonia Garosci - raccolse anche l'eredità anzitutto tirannicida e in qualche caso terroristica lasciatagli da Eugenio Chiesa, che, ricco industriale, profuse tutto il suo patrimonio per alimentare gesti insurrezionali».

da - Giuseppe Fiori - "Il cavaliere dei Rossomori", Einaudi, 1985

storie

postino

In lontananza, appare un cavaliere solitario. Il sole è al tramonto, e il suo cavallo sembra stanco. Man mano che si avvicina, si vede chiaramente che indossa un'uniforme, una divisa a brandelli. Sembra una di quelle indossate dai postini. Si vede anche che porta, a tracolla, una grande borsa di cuoio. Sembra pesante.
In quella borsa, c'è la sola e unica cosa che impedisce all'umanità di piombare completamente nella barbarie, nella follia, nel cannibalismo. La posta.
Sì, la posta. Chi avrebbe potuto mai pensare che delle innocenti lettere sarebbero diventate l'ultimo filo che tiene legata insieme l'umanità? Non lui, di certo! Lui pensava che il cibo fosse la cosa più importante, se non l'unica. E invece no, è la posta. Si era fermato, per passare la notte da qualche parte al sicuro, un bivacco. Il mondo dopo l'apocalisse è noioso, non c'è molto da fare. Si è messo a leggere le lettere che erano nella borsa che aveva trovato, dal momento che non è mai stato un vero postino. Ha cominciato a leggere le lettere, una per una. Poi ha preso la prima, l'ha riletta, e a cominciato a rispondere ...

mercoledì 19 dicembre 2012

aggettivi

Kafka e brod

«Non si esagera dicendo che non esiste scrittore che abbia trovato in vita così scarso riconoscimento e sul quale si sia abbattuto dopo la morte precoce una tale marea di letteratura incomprensiva. Si è coniato l'odioso aggettivo kafkiano. Ma il "kafkiano" è proprio ciò che Kafka aborriva e combatteva nel modo più violento. Kafkiano è ciò che Kafka non era».

- Max Brod - Il Circolo di Praga -

effetti e cause

hawthornel

L'effetto Hawthorne viene citato sia da esperti del mondo imprenditoriale che da esperti di psicologia, ma assai raramente nello stesso modo. Alcuni dicono che è vero, altri che è reale, però viene male interpretato, ed ancora altri che non esiste e non è mai esistito.
Tutto è cominciato, nel 1920, con un tentativo di aumentare la produttività in una fabbrica, e da allora se ne parla.
La storia, dicevamo, comincia nel 1920, quando viene dato inizio agli studi sulla produttività, nella Hawthorne Works, fabbrica di apparecchiature elettriche con sede in Illinois. Poi, continua per una buona parte del decennio, per mezzo di analisi che investigano praticamente ogni aspetto della vita lavorativa. Vengono cambiati l'orario della pausa, la lunghezza della giornata lavorativa, perfino le condizioni climatiche. L'esperimento più famoso, legato all'effetto Hawthorne, è il cosiddetto "Studi sull'Illuminazione", dove gli analisti aumentano le luci dentro la fabbrica. La produttività aumenta. L'illuminazione viene aumentata ulteriormente. La produttività si incrementa dell'altro. Ancora più luce, e voilà ancora più produttività! Poi le luci vengono abbassate fino a rendere la fabbrica più buia, e scura, di quanto non sia mai stata prima. Sorpresa. La produttività aumenta ancora.
C'erano poche cose che i ricercatori facevano, che potevano diminuire la produttività. Sorprendentemente, si accorsero che una delle poche cose era stata di dare dei piccoli aumenti salariali. Ma ben presto, però, si accorsero, che gli operai si erano riuniti ed avevano deciso di diminuire la produttività, dal momento che pensavano che la combinazione di produttività crescente e piccoli aumenti di salario avrebbe potuto portare al licenziamento di alcuni lavoratori. La riduzione dell'orario complessivo di lavoro, per troppo tempo, faceva diminuire, anch'esso, la produttività; sebbene facesse aumentare la produttività oraria media, dato il minor numero di ore. Per lo più, secondo gli interpreti al tempo degli esperimenti, sembrava che qualsiasi intromissione portasse a far salire la produttività.
Tutto questo per dire che per molti scienziati questo è stato un esempio della distorsione che proviene dal fatto che le persone sanno di far parte di un esperimento. Non importa quanto fossero controllati gli esperimenti fatti dai ricercatori, fatto sta che non potevano controllare il fatto che le persone coinvolte sapevano che si stava sperimentando su di loro. Manager e psicologi, avevano una diversa visione  - o meglio, alcuni differenti punti di vista. Alcuni credevano che la consapevolezza di essere costantemente guardati, faceva essere i lavoratori produttivi. Alcuni pensavano che fosse la conoscenza del fatto di trovarsi dentro un esperimento, a far sentire importante, il proprio lavoro, per gli operai, che lavoravano di più. Altri pensavano che il cambiamento in sé facesse l'effetto di maggior freschezza. Elton Mayo - che era una delle persone che ha coniato il termine "effetto Hawthorne - addirittura pensava che fosse stata la simpatia e la capacità di comunicazione dei ricercatori a rendere più produttivi i lavoratori!
Molti ricercatori contemporanei non considerano l'Effetto Hawthorne più di un mito, e ci vedono parecchi problemi. Per prima cosa, in alcuni casi gli operai ricevevano rapporti sulla produttività, e spesso lavoravano per raggiungere obiettivi di produttività resi noti, che potevano influenzarli assai più che i banali cambiamenti nelle condizioni lavorative. Come per i famosi studi sull'illuminazione, di cui molti dati sono andati perduti o distrutti. Una delle copie dei dati è stata trovata perché era su microfilm, e si è notato che i livelli di illuminazione venivano cambiati di domenica, quando i lavoratori non erano in fabbrica, e il lunedì risultava più produttivo del sabato precedente! Ma il lunedì è sempre più produttivo dell'ultimo giorno della settimana precedente, anche se non si apporta nessun cambiamento. Il risultato più famoso dell'esperimento era, perciò, del tutto fittizio.


fonte: http://io9.com

martedì 18 dicembre 2012

KAOS

mariposa

da “La Teoria del Caos”, di Pierre Schelle

un altro titanic

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Nel 1943, il ministro della propaganda nazista, Joseph Goebbels, ordinò di girare un film che avrebbe ricreato la storia del Titanica e del suo famoso affondamento, però con un copione che raccontava una storia del tutto diversa da quella conosciuta.
Il titolo della pellicola era "Titanic", ma raccontava la storia di un ufficiale tedesco che svolgeva il ruolo di primo ufficiale al comando della nave. "Titanic", fu il progetto di film più costoso e più ambizioso che fosse mai stato girato e, nonostante la Germania fosse in guerra contro mezzo mondo, vennero utilizzati veri marinai tedeschi come comparse.
In quel decennio in cui le sale cinematografiche si riempivano in tutto il mondo, questo film fu concepito come veicolo della propaganda nazista. Il suo obiettivo principale era quello di screditare la Gran Bretagna. Voleva dimostrare che il naufragio del Titanic era stato il risultato della cupidigia dell'armatore, sir Bruce Ismay, e degli altri aristocratici che viaggiavano a bordo del transatlantico. Perciò venivano mostrati, nel film, sir Bruce Ismay e John Jacob Astor interessati solo a vincere la Banda Azzurra.
La Banda Azzurra era un prestigioso riconoscimento , istituito nel 1833, che veniva assegnato alla nave capace di attraversare l'Atlantico nel minor tempo, in una lotta che vedeva imporsi ora l'Europa, ora l'America. Il record, a quel tempo, era in possesso della britannica "Mauritania", che aveva effettuato il viaggio in 4 giorni, 10 ore e 51 minuti, viaggiando dall'Europa all'America alla velocità di 26, 06 nodi.
Il film nazista raccontava che per ottenere il premio, Bruce Ismay promise al capitano Smith mille dollari per ogni ora di anticipo rispetto all'arrivo previsto, a New York. Inoltre venivano mostrati i passeggeri abituali, quei nobili aristocratici che viaggiavano in prima classe, e le loro giovani amanti che erano tenute nascoste in terza classe. E' qui che entra in azione l'eroe tedesco, il giovane ufficiale Petersen che, cosciente della situazione, avverte più volte Bruce Ismay a proposito del fatto che il Titanic sta navigando ad una velocità eccessiva, dal momento che si trovano in una zona di iceberg ed hanno a bordo un numero insufficiente di scialuppe di salvataggio.
Quando accade l'inevitabile, tanto Ismay che Astor cercano di comprare la loro salvezza su una scialuppa, senza riuscirvi. Petersen ha pietà di Ismay e lo aiuta a mettersi in salvo in tutti i modi, affinché possa essere processato per la sua condotta. Anche Petersen riesce a salvarsi, nuotando fino a raggiungere una scialuppa. Alla fine, i due uomini si affronteranno, nel corso delle indagini che seguiranno al naufragio. Bruce Ismay verrà assolto, e tutta la colpa verrà addossata al capitano Smith.
Altri momenti della pellicola, includono la storia di una ragazza che abbandona i propri genitori per seguire l'uomo che ama, poi un festino un po' troppo libertino nella sala da pranzo della terza classe, ed ancora, come nel film di James Cameron, un ladro di gioielli che si salva dalla prigione della nave utilizzando un'ascia.
Stranamente, il film non uscì mai nelle sale perché, alla fine, Goebbels decise di vietare la pellicola. Si dice che la decisione venne presa perché le scene finali potevano essere demoralizzanti per la popolazione tedesca che in quel momento era sotto il fuoco alleato-
Il film può essere visto su youtube, in sei parti, in tedesco, con sottotitoli inglesi.

Le scene culminanti vennero girate a bordo della Cap Ancona, una nave requisita dall'esercito tedesco. Dopo le riprese, il regista, Herbert Selpin, si lamentò pubblicamente della condotta degli ufficiali tedeschi, e venne perciò arrestato dalla Gestapo. Interrogato dallo stesso Goebbels, in meno di 24 ore si ritrovò ... impiccato nella sua cella.
Il Cap Ancona, si unì anch'esso al disastro. Con a bordo 5.500 prigionieri provenienti dai campi di concentramento, e diretti verso una località sconosciuta, probabilmente deportati a causa dell'invasione degli alleati, venne affondato. Ironicamente, nell'attacco al Cap Ancona, ci furono il triplo dei morti registrati a causa del vero affondamento del Titanic, nel 1912.

fonte: http://www.sentadofrentealmundo.com

lunedì 17 dicembre 2012

lapidi

poe

A suo tempo, Roberto Bolaño stilò un elenco di scrittori per gli scrittori, volto a stabilire quali autori andassero letti e quali autori fossero invece prescindibili, e perfino controproducenti. Quando arrivò a confrontarsi con Edgar Allan Poe, si vide costretto ad affermare: "La verdad es que con Edgar Allan Poe todos tendríamos de sobra”, la verità è che con Edgar Allan Poe siamo tutti in debito. Non possiamo non considerare cose come "i delitti della rue Morgue", "lo scarabeo d'oro", "il corvo", "il barile di amontillado" ... e non a caso si suole associare Poe con i racconti del terrore. Quel "non a caso", vuole avere un riferimento preciso. Poe era un orfano, e da bambino venne adottato da una famiglia benestante, che lo mandò a studiare in un collegio. Le classi di questo collegio confinavano con un cimitero. Sarà stato per la mancanza di libri o di altre risorse scolastiche, fatto sta che l'insegnante di matematica era solito portare la classe a passeggiare fra le tombe. Gli alunni dovevano scegliere una lapide e, da quella, calcolare l'età in cui era morto l'ospite della tomba corrispondente, sottraendo la data di nascita alla data di morte sopraincise.
Né la cosa finiva lì, per quanto riguarda la relazione con il cimitero, di quel gruppo di bambini! Dal momento che erano loro, i bambini, a dover scavare la fossa, ogni volta che moriva un membro della parrocchia, e doveva essere lì seppellito.

fonte ;: http://curistoria.blogspot.it

grazia euclidea

aliceLewisCarroll

"Alice nel Paese delle Meraviglie", comincia come fosse una semplice storia, raccontata da un professore di matematica alla figlia di un collega. E' una storia strana, quasi il risultato di un viaggio nella droga, ma in realtà è una satira feroce della "nuova" che in quell'epoca cominciava ad invadere il campo di studio del professore. Alcune persone che hanno letto "Alice" l'hanno trovata una stravagante avventura in un mondo di piccoli divertenti paradossi. Altre persone la considerano come un viaggio raccapricciante attraverso un mondo di personaggi che sembrano creati per rendere la vita il più frustrante possibile, e più maniacale che possono. Da qualsiasi parte la si guardi, ha sempre qualche attinenza con la visione del mondo che ciascuno ha. Alice non è solo divertimento e giochi. Charles Dodgson - il vero nome di Lewis Carroll - vi ha aggiunto tutti i paradossi e i rompicapo in cui incappava, mentre era chino a studiare la nuova matematica che stava emergendo a metà del 1800.
Carroll amava la buona vecchia algebra e la geometria euclidea - aree di studio che servivano a darci delle prove circa il mondo naturale. E all'improvviso studenti di matematica, ed anche gli insegnanti, cominciavano ad usare metodi matematici differenti per cercare di provare come uno più uno non fosse sempre uguale a due. A Carroll sembravano cose impossibili da dimostrare, quindi decise di inchiodarli nel suo libro.
Alice pensa tortuosamente, e commette errori. Comincia a misurarsi con concetti matematici fin dalle prime fasi della storia, quando comincia a restringersi. Si chiede se sia possibile rimpicciolire all'infinito, diventando sempre più piccola, o se finirà per raggiungere il punto del nulla. Dov'è, esattamente, la linea di demarcazione matematica tra un qualcosa molto piccolo, e il niente di niente?
Più tardi, quando diventa più grande e cerca di fare dei calcoli, si confonde. Prova a fare una semplice moltiplicazione, ma i risultati che ottiene sono 4x5=12, 4x6=13 3 4x7=14!
Nella matematica regolare, naturalmente, non funziona così. Se, però, si scherza con i sistemi di base, le cose cambiano. Noi ragioniamo in base dieci, il ché significa che abbiamo cifre da zero fino a 9, e poi quando si arriva a dieci ci spostiamo e mettiamo un 1 nella colonna successiva. Alice calcola in base dieci, ma le sue risposte scivolano verso sistemi in base più alta. Quattro volte cinque è 20, che in base diciotto è un gruppo di diciotto e due extra singoli, e fa 12. Quattro volte sei è 24, ma in base 21 dà un gruppo di 21 più tre singoli extra, quindi 13. Quattro volte sette è 28, ma se si modifica in base 24, un gruppo di ventiquattro e quattro singoli extra, cioè 14. Quando si cambia la base del sistema di misura, ma si continua a pensare secondo lo standard originale, si accumulano i numeri e non si arriva da nessuna parte, e ci si perde, come Alice.

AliceCaterpillar

Alice deve anche lavorare sul suo senso di grazia e proporzione euclidea. Alice incontra il bruco sul suo fungo e chiede di essere fatta più grande. Lui le dice che un lato del fungo la fa più piccola e l'altra la fa più grande, poi la invita a "mantenere la calma" ("keep temper"). Temper, in questo caso, significa "corrette proporzioni"; cosa assai difficile quando lo stesso oggetto può avere effetti esattamente opposti.
E questa è la critica fatta da Carroll al nuovo tipo di matematica.
Per la maggior parte di noi, la matematica ha analogia col mondo reale. Il punto sta in questo, nell'utilizzare questo sistema di simboli come una sorta di traduzione per capire problemi che sarebbero goffi, e privi di grazia, se espressi per mezzo del linguaggio. Proprio ai tempi di Carroll, all'incirca, la matematica era diventata qualcosa di diverso. Invece di una traduzione, era diventata un linguaggio in sé e per sé, oppure molti diversi linguaggi. Se qualcuno impostava alcune regole per un problema, e poi regole opposte per un altro problema, si poteva arrivare a dimostrare che conclusioni opposte erano comunque vere. Ogni set di regole ha effetti opposti, ma finché ogni prova rimane vera rispetto alle sue regole interne, viene considerata corretta.
Alice cerca di essere proporzionata, nonostante l'inconsistenza. Nel film lei semplicemente cresce e si rimpicciolisce. Nel libro, a un certo punto il suo collo si allunga come un serpente; situazione peggiore dell'essere grande o piccola. Deve capire come mantenere grazia geometrica, come mantenere le stesse proporzioni, in qualsiasi dimensione, prima di poter andare avanti.
Una parte che viene lasciata fuori del film, e che scuote un sacco di lettori, è l'incontro con la duchessa. Alice la incontra nella sua casa, mentre mangia della zuppa insieme al suo bambino. Quando la zuppa è troppo piccante, il bambino starnutisce. Quello che ne segue è una deliziosa piccola poesia che incomincia con "Parla rudemente al tuo bambino e picchialo quando starnutisce." Alice afferra il bambino e, quando lo guarda, il bambino ha mantenuto molte delle sue caratteristiche originali, ma si è trasformato in un maiale. A questo punto molte persone abbandonano il libro.
In questa sezione, in realtà, Lewis Carroll vuole ridicolizzare l'opera di Jean-Victor Poncelet, che parlava di come trasformare le figure geometriche. Egli sosteneva che una figura geometrica sottoposta a continua trasformazione, senza sbalzi o sottrazioni, manterrà alcune caratteristiche. Tuttavia, non si mantengono tali caratteristiche in un modo che possa essere compreso fisicamente. Si riesce a mantenerli sulla carta, solo usando cose come i numeri immaginari. La trasformazione del bambino in maiale, è il commento che fa Carroll su come assurda e grottesca egli trovi quest'idea.

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Forse la scena più iconica nella storia del Paese delle Meraviglie è il Tea Party nel giardino. Qui è dove Carroll comincia veramente ad affilare la sua ascia. William Rowan Hamilton se ne era venuto fuori con una cosa nuova chiamata "quaternioni". Si trattava di una sorta di sistema di coordinate basato su quattro termini, di cui tre designavano un luogo, ed una che designava, o almeno così aveva deciso Hamilton, il tempo. Con questi quattro termini, Hamilton poteva descrivere la rotazione in un universo tridimensionale. Poteva fare questo, però, solo aggiungendo il quarto componente. Senza di esso, avrebbe ruotato solo su un piano, come le lancette di un orologio.
Carroll si sentiva offeso dal fatto che qualcuno si era appropriato del tempo solo per poter avere un quarto componente che permettesse di far ruotare le cose per bene, così nel Tea Party glielo toglie. Nel film, nessuno spiega perché il topo, il Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina vanno tutti in cerchio intorno ad un tavolo durante un'ora del the perpetua nel corso di un non-compleanno perpetuo. Nel libro, il Tempo era il quarto partecipante al party, ma si era stufato e se ne era andato. Ed aveva così lasciato gli altri tre ad andare avanti in tondo per sempre, come un quaternione incompleto.
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Il Signore del Paese delle meraviglie, molto di più dell'assurda regina e del triste e maniacale Cappellaio Matto, è il gatto del Cheshire, lo Stregatto. Egli va dove vuole, e fa come gli piace, e tutto grazie al suo sorriso. Al termine di una bislacca conversazione con Alice, il gatto scompare, ma rimane il ghigno. Alice osserva che lei aveva già visto un gatto senza un sorriso, ma non aveva mai visto un sorriso senza gatto.
Questo è il cuore della storia. Certo, chiunque può avere un sorriso sul proprio volto, ma se alla gente togli la faccia - la realtà delle equazioni - devono rimuovere anche i ghignanti, sciocchi, folli numeri! Il Paese delle Meraviglie va bene per il gatto, che ha pienamente abbracciato e realizzato la nuova pazza matematica, ma a che serve, domanda Carroll, a tutti gli altri? Il gatto dà voce alle opinioni di Carroll. Alice si lamenta che lei non vuole "andare in mezzo ai matti". Il gatto risponde che non ha scelta: "Oh, non si può fare, qui siamo tutti matti, io sono pazzo. Tu sei pazza .... Devi esserlo, altrimenti non saresti potuta venire qui. "

domenica 16 dicembre 2012

salvate le banche!

HISTOIRE-LE GOFF

"Il paesaggio dell'aldilà cambia profondamente nella seconda metà del XII secolo: compare il purgatorio, il luogo e la parola. Solo la credenza nel purgatorio e le pratiche che ne derivano permettono di adattare, grazie al meccanismo soddisfazione-riduzione della pena, le esigenze della religione alla complessità della realtà. Certo, anche col purgatorio, non tutto è vinto per l'usuraio in fatto di salvezza all'inizio del XIII secolo. Cesario  di  Heisterbach stesso, spirito illuminato e liberale, manda ancora la maggior parte degli usurai all'inferno. E la Tabula exemplorum, certamente espressione della mentalità media, non apre le porte del purgatorio agli usurai. I grandi «reazionari» del basso Medioevo — Dante prima, S. Bernardino da Siena poi — non hanno nessuna indulgenza nei confronti dell'usuraio. Nella Divina Commedia non ci sono usurai in purgatorio; sono tutti all'inferno, alla fine del settimo girone, sotto la pioggia di fuoco. Sono «la gente trista», ciascuno con una borsa che pende in perpetuo dal collo» («dal collo a ciascun pendea una tasca»). Su queste borse Dante riconosce i colori e le armi di parecchie famiglie nobili di banchieri italiani che non sono di fatto niente altro che usurai: Catello Gianfigliazzi, un fiorentino diventato banchiere in Francia, gli Obriachi e i Becchi, pure fiorentini, e un solo padovano, Reginaldo Scrovegni, della famiglia che ordinò a Giotto i famosi affreschi per la cappella di famiglia a Padova.
Ma all'inizio del XIII secolo l’apertura ideologica è un dato di fatto. Come dice Cesario di Heisterbach in un exemplum dove non si tratta di un usuraio, ma di una monaca che ha perduto la verginità con un monaco: d'ora in avanti il purgatorio rappresenta la speranza; e la speranza della salvezza diventa accessibile all'usuraio. Non pretendo di affermare che questo fatto religioso e ideologico ha creato le condizioni per lo sviluppo economico, né inversamente che la pressione della nuova economia ha generato nuove sovrastrutture spirituali; constato che, a fianco alla pratica — assai limitata — della restituzione, e all'evoluzione che conduce a distinguere 1' usuraio moderno (the pawnbroker) dal principe mercante (the merchant prince), una terza via, la salvezza tramite il purgatorio, ha permesso nel basso Medioevo, contemporaneamente all'evoluzione economica vera e propria, lo sviluppo del capitalismo. La nascita del purgatorio è anche l'alba della banca."

Jacques Le Goff - "La nascita del Purgatorio"