martedì 22 maggio 2012

conseguenze

Pontiac

Fu una delle ribellioni più significative nella storia dell'America coloniale, quella che ebbe inizio quando una confederazione di tribù sotto la guida del capo Pontiac attaccò le forze britanniche a Fort Detroit. Era il 1764, e la guerra di Pontiac avrebbe infuriato per quasi due anni, prima che si raggiungesse una tregua - ma le conseguenze si sarebbero rivelate assai più drammatiche rispetto della stessa rivolta.
Per i nativi americani, fu la prima volta di una resistenza multi-tribale contro gli intrusi europei. Come fu anche la prima delle guerre indiane che non concluse con la sconfitta totale dei nativi americani. Pontiac impose un punto di vista pan-tribale destinato a modificare le susseguenti tattiche e strategie dei leader indiani. Per gli inglesi e per i coloni americani, il conflitto causò l'introduzione di nuove politiche che avrebbero portato direttamente alla guerra d'indipendenza americana. La ribellione di Pontiac documenta anche il primo tentativo di guerra biologica nella storia del Nord America.
Verso la metà del 1700, le Nazioni Indiane dell'Interno orientale erano completamente circondate dagli invasori europei. Quando gli inglesi entrarono in conflitto con i francesi, per il controllo del Nord America nel quadro della Guerra dei Sette Anni, i nativi americani si schierarono con i francesi, i cui progetti sulle terre indiane si limitavano al redditizio commercio di pellicce, piuttosto che alla colonizzazione. Nel 1760, dopo sei anni di guerra, i francesi si ritirarono improvvisamente dalla valle dell'Ohio e dai Grandi Laghi occidentali, permettendo così agli inglesi di occuparli. Pontiac, capo di una delle tribù indiane, tuttavia, rifiutò di arrendersi agli invasori affamati di terra, che non avevano alcun interesse a cementare l'amicizia scambiando doni.
Per l'inizio del 1763, Pontiac era riuscito - per la prima volta nella storia delle guerre indiane - a mettere insieme una vasta coalizione delle nazioni indiane (spesso in guerra fra di loro). Il 7 maggio, sferrava il suo attacco iniziale contro Fort Detroit. L'assalto era stato previsto, e il 120 uomini della guarnigione resistettero con successo ai vari tentativi di Pontiac. Ma solo due giorni dopo, la confederazione indiana attaccava i coloni isolati, al di fuori di Fort Detroit, e metteva sotto assedio la guarnigione del forte. Nel giro di poche settimane, erano stati presi tutti i forti ad ovest di Niagara, ad eccezione di Detroit e Pitt. In seguito a queste vittorie incredibili, all'inizio di settembre, gli indiani erano in procinto di ottenere una vittoria totale.
Ma all'insaputa di Pontiac, i francesi avevano già firmato un trattato di resa che poneva fine ad ogni ostilità tra le due potenze coloniali. Ora, gli inglesi potevano rivolgere tutta la loro attenzione alla rivolta di Pontiac. E lo fecero, con una brutalità genocida. Il generale Jeffrey Amherst - il comandante della forze britanniche in Nord America - ordinò di far pervenire agli indiani, coperte infestate con il virus del vaiolo. Migliaia e migliaia di nativi americani vennero spazzati via dall'epidemia.
Quando la notizia della conferma della resa francese, alla fine, arrivò alle orecchie di Pontiac, fu un colpo decisivo per la ribellione. Gli inglesi colsero l'occasione per porre fine al conflitto, che stava diventando troppo costoso, e fare la pace. Acconsentirono ad istituire la cosiddetta linea degli Appalachi - oltre la quale gli insediamenti non potevano invadere il territorio indiano.
Re Giorgio III avrebbe ben presto rinnegato la sua promessa ma - cosa assai più significativa - i coloni si infuriarono, a causa dell'ordine del re, credendo che l'espansione illimitata verso ovest fosse loro diritto, e il loro destino. Il risentimento aumentò ulteriormente, quando vennero introdotte delle nuove tasse per finanziare la difesa contro gli indiani. Quando, più tardi, scoppierà la guerra d'indipendenza, la maggior parte degli indiani combatterà dalla parte di quello che prima era il loro nemico, la Gran Bretagna.
Per quanto riguarda Pontiac, dopo la mancata cattura di Fort Detroit si ritirò, ma continuò ad incoraggiare resistenza contro l'occupazione britannica. Anche se gli inglesi avevano pacificato con successo la rivolta, decisero di negoziare comunque con il capo degli Ottawa, come segno di rispetto. Pontiac incontrò il sovrintendente agli affari indiani britannico nel luglio 1766, e pose ufficialmente fine alle ostilità. Tre anni più tardi, il 20 aprile 1769, venne assassinato. Si disse che gli inglesi avevano commissionato il suo assassinio.

lunedì 21 maggio 2012

fotografando

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E' il 28 ottobre del 1938, e il governo della Seconda Repubblica Spagnola ha organizzato una grande parata per salutare i volontari delle Brigate Internazionali che stanno per lasciare il paese. Siamo a Barcellona, sulla Diagonal, e le due immagini ritraggono le automobili su cui il presidente Azana e il capo del governo, Juan Negrin, insieme al generale Rojo, si dirigono alla manifestazione. Solo che Agustì Centelles, in queste due foto che finora nessuno praticamente conosceva, ha ritratto anche Robert Capa che appare nelle immagini con la sua nuova macchina fotografica, la Contax II che aveva da poco sostituito la fedele Leica.

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E di quella giornata, le foto che ancora oggi sono universalmente conosciute, e che all'epoca fecero il giro del mondo, sono proprio quelle scattate da Robert Capa. Centelles e Capa, a quanto pare, si incontrarono per tre volte, nella loro vita. Altre due, oltre questa. La prima volta fu a Teruel, e lo testimonia una foto scattata da Capa ad un sottoufficiale della Guardia d'Assalto, dove ad un'estremità del negativo appare Centelles. L'ultimo incontro avvenne a guerra finita, nel campo di concentramento di Bram, in Francia, dove Centelles era recluso e dove Capa andò per fare un reportage fotografico. Non esiste alcuna documentazione che attesti, però, che ci sia stato fra i due un qualche scambio, personale o professionale che fosse. Capa, al tempo, godeva già di una reputazione internazionale, mentre le foto di Centelles - fatte con una Leica che aveva dovuto comprare a rate - quando uscivano dalla Spagna, non recavano neppure il nome del suo autore.
Si tratta di due modi - quello di Capa e quello di Centelles - di vedere, e di fotografare. Centelles fotografa la "sua guerra", e per questo è molto vicino alle persone che mostra. E' complice delle immagini. Ne cattura il sentimento e il dramma. Capa, forse, è più freddo, se non proprio cinico, e la tecnica - ed il disporre del miglior materiale per realizzarla - ha più peso. Così, quando entrambi fotografano il cimitero del Campo di Concentramento di Bram, Capa mostra una fila di croci con un gendarme francese che quasi le presidia, mentre Centelles ci fa vedere i suoi compagni che rendono omaggio ai caduti. Ci sono ancora molte storie, da trovare, nelle foto di Centelles. Momenti unici, come questi. Momenti casuali, come l'immagine di Robert Capa "rubata" da quello che è stato definito "il Capa spagnolo".

sabato 19 maggio 2012

senza fantasia

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Ma perché mai, secondo lor signori, un'organizzazione criminale come la Sacra Corona Unita (sui giornali, volgarmente chiamata "mafia") dovrebbe aver interesse a far sì che il territorio in cui opera - con una certa dose di consenso, mi vien da dire - venga letteralmente militarizzato? Quale vantaggiosa conseguenza avrebbe dovuto mai trarre dal mettere in atto una vera e propria strage di innocenti, se non quella di trasformare ogni genitore di vittime potenziali in un cittadino pronto a collaborare con la polizia, contro le organizzazioni criminali che uccidono i suoi figli!?
Collaborare, già! Collaborare e magari invocare, tutti insieme, delle belle leggi speciali, che facciano il paio con il tanto taumaturgico rigore.
Liberismo e legalitarismo, insieme! Magari meglio sorretti da un bell'intervento dell'esercito, considerato che ha il vantaggio, l'esercito, di non somigliare più a quello degli anni '70, quello dei "proletari in divisa", ma di essere un bell'esercito professionale che tutto il mondo ci invidia (tranne l'India, ma questa è un'altra storia). Perché il copione è vecchio, ed è già stato messo in scena più volte, ma adesso sono cambiate alcune cose.
O certo, qualcuno prova a ripetere gli schemi (come il blog di "Panorama" che ha invitato - e poi ritrattato - a seguire la "pista anarco-insurrezionalista" anche per queste bombe), ma quello che serve allo stato, agli stati, in Italia come in Grecia, in questo momento, è di consolidare una gestione autoritaria della crisi.
Liberismo e legalitarismo (Monti e Napolitano, la chiamano "fermezza e coesione", ma è la stessa cosa). In modo che possano permettersi, col consenso, di liquidare tutte quelle situazioni - a partire dalla No TAV, non per niente definito dalla Cancellieri, la madre di tutte le preoccupazioni - che mettono in discussione la loro "TINA" ("There is no Alternative"). E, per loro, non c'è alternativa a Liberismo e legalitarismo. In una sola parola, al fascismo!

venerdì 18 maggio 2012

teneri assassini

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La notizia è di oggi, è su Repubblica. A qualcuno è venuta una delle solite belle idee. IL qualcuno è la commissione di Affari Sociali della Camera. La bella idea è quella che prevederebbe che i Comuni possano istituire una tassa, da far pagare ai proprietari di cani e di gatti, da destinare alla lotta contro il randagismo, dicono loro. A parte che -  a quanto mi risulta - una tassa sui cani si paga già, mi domando come farebbero a farti pagare una tassa sul quell'essere, chiamato gatto, e che ci onora della sua presenza. Mi piace, a questo punto, far leggere, a chi ne ha voglia, quanto segue, a proposito dei gatti. Giusto per capirsi.
Ah, a quanto pare, dopo le reazioni sul web, il governo, che in un primo momento si era dimostrato entusiasta, ha ritirato il suo appoggio!

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“Che cos'è un gatto ? Tutti i bambini lo sanno. Eppure i gatti, tra gli animali che
ci sono più familiari, mantengono un'aura di ineffabile mistero. A che servono?
Cosa vogliono? I gatti trascorrono l’85 per cento della loro giornata a non fare un
cavolo. Mangiare, uccidere, cagare e fare sesso non occupano che il quattro per
cento (al massimo) della loro esistenza. Il restante dieci per cento, lo impiegano
ad andare in giro. Altrimenti dormono, o stanno li seduti e basta. Si dice che i gatti
siano stati gli ultimi animali a venire addomesticati, dagli antichi Egizi circa 3500
anni fa. Ma anche i gatti hanno addomesticato noi, per i loro buoni motivi. Oggi,
soltanto un quarto dei «padroni» di gatti americani dice di essere andato
deliberatamente ad acquistare un gatto; nel 75 per cento dei casi, è stato il gatto ad
acquistare loro. E, come hanno dimostrato gli studi, ci sono molti più proprietari
di gatti - o meglio, persone che si definiscono tali - che gatti. Quando il vostro
gatto sparisce per un po', in realtà non è andato a caccia: è dal vicino a sbafarsi
una pappa gratis; o forse se la ronfa sul davanzale di uno dei suoi rincitrulliti
«padroni». I gatti devono mangiare l'equivalente di cinque topi al giorno. Un gatto
a cui venga dato libero accesso al cibo non mangia che una porzione grande
quanto un topo per pasto. Il vostro gatto ne fa cinque al giorno, di pasti? Certo che
no: ma stasera va a cena fuori.
Una delle caratteristiche che fanno andare i gatti per la maggiore è che sono
animali puliti, abituati a insabbiare con cura le proprie feci. Anche se non lo fanno
sempre: solo una volta su due. Accumulano roba lungo i confini di tutto il loro
territorio, come se piantassero dei maleodoranti cartelli con scritto «Alla larga» o
«Smamma». A un gatto il latte, il cibo per gatti e il riscaldamento fanno male. Il
latte gli fa venire la diarrea, il cibo per gatti gli guasta le gengive e il
riscaldamento lo costringe a fare la muta di continuo. Perciò si leccano e
inghiottono pelo, cosa che gli irrita l'apparato digerente.
Negli Stati Uniti ci sono circa 75 milioni di gatti, responsabili della morte di un
miliardo di uccelli e di cinque miliardi di roditori all'anno. Fino al xvn secolo, la
gente si divertiva un sacco a infilare dei gatti vivi nei fantocci di vimini che
riproducevano l'effigie del papa e a dargli fuoco. Ne derivava un effetto sonoro
che compiaceva i puritani, ma non i gatti: hanno un udito ipersensibile e riescono
perfino a sentire i pipistrelli.
Le ricerche hanno provato quello che tutti i padroni di gatti sanno: tolti gli
esseri umani, i gatti hanno una gamma di personalità più ampia di qualsiasi altra
creatura sulla terra. E si, sono intelligenti. Intelligentissimi. Sempre che ne valga
la pena. Esistono parecchie storie ben documentate di gatti abbandonati dai
padroni che li rintracciano in posti a centinaia di chilometri di distanza. Che
sappiano leggere le mappe? Forse. Di sicuro sanno dire l'ora, come recenti
esperimenti hanno dimostrato. Gli antichi Egizi adoravano i gatti come dèi:
ucciderne uno, intenzionalmente o meno, era un delitto capitale. Quando moriva
un gatto, il suo padrone era tenuto a depilarsi le sopracciglia. Di chi era stata
quell'idea ? Di un gatto, naturalmente. Loro mica le hanno, le sopracciglia.
I gatti possono agire alla cieca, usando le sole vibrisse
A differenza dei cani, possono muovere ciascun dito indipendentemente dagli
altri e «preformarne» la presa prima di colpire
Quando un gatto sguaina gli artigli, le sue zampe diventano grandi il doppio
«Ve l'avevo detto che era meglio telefonare ! »
La maggior parte dei gatti ha un parassita che si pensa abbia effetti a lungo
termine e irreversibili sul cervello umano. Il Toxoplasma gondiì può trasformare
gli uomini in raminghi scontrosi e malvestiti, e le donne in micine votate al sesso
facile e promiscuo. Metà della popolazione inglese è già stata infettata.”
da: "Il libro dell'ignoranza sugli animali" di John Mitchinson & John Lloyd

romanticamente

faust

Nella rivista "Rethinking Marxism", questa gemma nascosta, di Myka Tucker-Abramson, "La Riforma Economica della Magia nel Doctor Faustus":

L'introduzione dell'editore:
Per coloro che sono interessati a considerare un approccio marxiano alla letteratura, presentiamo "Marlowe è un marxista? La Riforma Economica della Magia nel Doctor Faustus", di Myka Tucker-Abramson. Compiendo una lettura ricca di sfumature dell'opera, scritta nel 1594, da Christopher Marlowe, Tucker-Abramson sostiene la necessità di una nuova interpretazione delle transizioni rappresentate nel dramma. Concentrandosi sulla magia come metafora strutturante per la sua analisi, ella sostiene che il gioco di subordinazione della "vecchia" magia dell'imperatore e della chiesa alla "nuova", e molto più potente, magia esercitata dal Faust per conto di Mefistofele (e Lucifero), segna un importante cambiamento in atto nel mondo di Marlowe. Per Tucker-Abramson, questo "nuovo" paradigma è rappresentativo del capitalismo emergente. L'inevitabile "caduta" di Faust nelle grinfie dei demoni che lo "servono" è un'analogia per le pratiche del capitalismo ed il modo in cui esse ridisegnano la soggettività umana. Così, l'opera si gioca assai meno sulle carenze morali del suo personaggio eponimo di quanto, invece, si giochi sulla perniciosa, distruttiva potenza di questo nuovo ordine, che va a stabilire il suo dominio.

Nel dramma di Christopher Marlowe, del 1594, "Doctor Faustus", la magia è una metafora per lo sfruttamento. Nel mio lavoro sostengo che "Dottor Faustus" si basa sul confronto, accuratamente costruito, tra la magia, vecchia ed inefficace, dell'Imperatore ed del Papa e la nuova magia, molto efficace, di Mefistofele e Lucifero. Il passaggio dalla magia cattolica alla magia luciferina, rappresenta la dissoluzione del vecchio ordine e l'ingresso del denaro nel sistema capitalista. Io sostengo che la sottomissione di Faustus al diavolo inneschi l'attimo in cui il più ampio processo di sfruttamento, e di feticismo delle merci, prende possesso dell'intero mondo sociale del dramma, dal Papa e dall'Imperatore fino al servo ed al mercanto di vini. Da questo punto di vista, Doctor Faustus non tratta di un fallimento personale o morale, ma è una mappatura della naturalizzazione, e della sfida, dell'ideologia capitalista.
Dopo aver fatto il suo patto con il diavolo, Faustus viaggia per tutta l'Europa, distruggendo il caos ed esercitando il suo potere sulla società feudale. In questi viaggi, spiccano due scene: quella in cui Faustus gioca uno scherzo al papa, e quello in cui impressiona l'imperatore, creando l'illusione di aver resuscitato Alessandro Magno, e la sua amante, dal regno dei morti.
Le interazioni di Faustus con il papa e con l'imperatore hanno luogo quando comincia a venir meno la magia del feudalesimo. La futile risposta del papa allo scherzo di Faustus: il suo sbraitare, "Bell, book, and candle; candle, book, and bell. /Forward and backward to curse Faustus to hell" ("Cero, libro e campana, – campana, libro e cero, / su e giù, per dannar Faust dentro l'inferno nero) smaschera il potere della Chiesa cattolica e la sua abilità a sfruttare, grazie alle false e superstiziose credenze, il collegamento del papa a Dio e, più in generale, il collegamento della chiesa al divino. Allo stesso modo, l'accettazione da parte dell'imperatore della risurrezione, operata da Faustus, di un Alessandro illusorio, rivela il modo in cui l'imperatore ed il papa fanno parte di un sistema di sfruttamento basato su una falsa (divenuta obsoleta) magia. Il potere e la ricchezza del papa e dell'imperatore non derivano dalla loro capacità magica di spillare denaro a loro sudditi attraverso il lavoro, ma, più crudamente, si basa sulla minaccia della dannazione fisica o spirituale. Se, come osserva Marx, la "dipendenza personale" del feudalesimo significa che "non vi è alcuna necessità, per il lavoro e per i suoi prodotti, di assumere una forma fantastica diversa dalla loro realtà", il papa e l'imperatore di Marlowe dimostrano quanto sia futile tentare di creare una forma fantastica dallo sfruttamento feudale. Come contrappunto, Marlowe mette in campo la magia di Mefistofele e Lucifero in quanto "vera" magia che, come vedremo, è legata al sistema emergente del lavoro salariato.
Molti pensatori si sono cimentati con il rapporto tra le riforme economiche e le riforme religiose del XVI secolo: tra, da una parte, la trasformazione da un modo di produzione agrario ad un modo di produzione capitalistico e, dall'altra, la trasformazione simultanea dalla regola cattolica a quella protestante. Mentre, sono stati messi in campo argomenti deterministici, da entrambi i lati, la risposta ovviamente non è mai così semplice. R.H. Tawney mette in evidenza il rapporto tra mutamenti materiali e mutamenti morali, nella società: "L'impeto a riformare o a rivoluzionare, in ogni età muove dalla realizzazione del contrasto tra l'ordine esterno della società e gli standard morali riconosciuti validi dalla coscienza della ragione dell'individuo. E naturalmente è in periodi di rapido progresso materiale, come nei secoli XVI e XVIII, che un tale contrasto è più acutamente sentito".
Seguendo le orme di Tawney, un gruppo di storici sociali ed economici, quali Christopher Hill, e K. George, e HR Trevor-Roper, hanno tutti teorizzato la complessa interazione tra rivoluzione economica e rivoluzione religiosa. Tuttavia, questo tipo di pensiero di una dialettica tra trasformazione economica e trasformazione ideologica raramente è filtrata nella critica letteraria del Doctor Faustus di Marlowe. Invece, i critici si sono in gran parte focalizzati sul rapporto tra il dottor Faustus ed una lettura calvinista, o hanno indugiato al tentativo di accreditare Faustus sia come critico che come esplicatore del protestantesimo. La ragione per cui i critici non sono d'accordo sul messaggio ideologico del Doctor Faustus è che il contenzioso di Faustus con la Riforma non è semplicemente dottrinale o metafisico, ma è anche una lotta che fa i conti con la trasformazione economica, sociale e politica che dava forma e prendeva forma dalla Riforma protestante. In quel che segue sosterrò, in primo luogo, che la magia nel Doctor Faustus può essere letta come una metafora del crescente potere demoniaco del capitale durante l'età moderna in Inghilterra; in secondo luogo, che il rapporto di Faustus col cattolicesimo e col protestantesimo è sempre mediato dall'emergere del primo capitalismo; e in terzo, che come risultato di questa interconnessione, la resa di Faustus al diavolo deve essere letta non come un fallimento personale (o come un argomento in favore di un protestantesimo più dolce e gentile), ma come emblematico di una lotta sociale, alle prese con l'emergere del protestantesimo e con il capitalismo nascente, nel XVII secolo in Inghilterra.


fonte: http://www.principiadialectica.co.uk/

giovedì 17 maggio 2012

Fahrenheit 451

Mandelshtam

"Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese,
a dieci passi le nostre voci sono già bell’e sperse,
e dovunque ci sia spazio per una conversazioncina
eccoli ad evocarti il montanaro del Cremlino.
Le sue tozze dita come vermi sono grasse
e sono esatte le sue parole come i pesi d’un ginnasta.
Se la ridono i suoi occhiacci da blatta
e i suoi gambali scoccano neri lampi.

Ha intorno una marmaglia di gerarchi dal collo sottile:
i servigi di mezzi uomini lo mandano in visibilio.
Chi zirla, chi miagola, chi fa il piagnucolone;
lui, lui solo, mazzapicchia e rifila spintoni.
Come ferri di cavallo, decreti su decreti egli appioppa:
all’inguine, in fronte, a un sopracciglio, in un occhio.
Ogni esecuzione, con lui, è una lieta
cuccagna ed un ampio torace di osseta."

Era una sera di maggio del 1934, a Mosca, quando Osip Mandelshtam dettò questi versi, che non aveva mai osato mettere per iscritto, ad un funzionario di partito. Il funzionario - Nikolaj Shivarov, esperto di questioni letterarie - scrisse tutto, poi fece firmare. Mandelshtam, convinto che il testo fosse già noto alle autorità, finì per auto-accusarsi. A niente gli erano servite le serate passate a simulare, insieme al suo amico Arkadij Furmanov, ex cekista, gli interrogatori che sapeva sarebbero arrivati.
La sua "confessione" rimane l'unico suo scritto autografato, custodito per più di settant'anni negli archivi della polizia segreta sovietica, dentro una cartellina beige. Il fascicolo personale di Mandelstham.
Non poteva scrivere, nei campi di lavoro dove rimase internato. Così, componeva i suoi versi, le sue poesie, i suoi poemi, dentro la sua propria testa. Poi li recitava alla moglie, Nadezda, più e più volte, fino a che. questa, non li mandava a memoria. Stalin aveva dato ordine di distruggere tutte le sue opere. Ma quelle chiuse a chiave nel cassetto della memoria della moglie, rimasero e, alla fine, vennero di nuovo trascritte e pubblicate.

mercoledì 16 maggio 2012

Cronologie

cannes

Il festival del Cinema di Cannes, iniziato ieri, ha scelto di auto-celebrarsi con un manifesto in cui si vede Marilyn Monroe che soffia sull'unica candelina di una torta. Sfruttando il riferimento alla celebre interpretazione della diva, durante quella che fu forse la più celebre festa di compleanno, si intende così celebrare il 65°anniversario del festival. Il manifesto, in proposito, non lascia dubbi. Secondo questa cronologia, era il 20 settembre del 1946 quando ebbe luogo la prima edizione della rassegna cinematografica che, poi, continuò a essere tenuta ogni anno a settembre, fino al 1952 (con due eccezioni, il 1948 e il 1950, in cui non ebbe luogo per problemi di bilancio). Dopo il 1952, anno in cui le relazioni fra Italia e Francia tornarono ad essere cordiali, si decise di spostare la rassegna al mese di maggio, in modo da non fare concorrenza alla Mostra el Cinema di Venezia che si teneva in autunno.E così, tutto sembrerebbe tornare, con quel numero, 65, che troneggia sul manifesto di quest'anno. Solo che ... tecnicamente, la prima edizione non ebbe luogo nel 1946, ma nel 1939!
Il primo settembre del 1939 venne inaugurato il Festival Internazionale del Film di Cannes, per essere cancellato il giorno successivo. Visto che quel giorno era stato scelto da Hitler per invadere la Polonia e dare così inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

martedì 15 maggio 2012

tempo di crisi

LIONE comune

A seguito della sconfitta dell'esercito francese, da parte dei prussiani, e della cattura di Napoleone III durante la battaglia di Sedan, il 2 settembre 1870, il governo di Napoleone III crolla. Il 4 settembre 1870, un gruppo di borghesi repubblicani proclama la Terza Repubblica e istituisce un governo di difesa nazionale. Molti internazionalisti, che erano stati imprigionati dal regime di Napoleone III per la loro attività, vengono liberati, e salutati come eroi dalla classe operaia francese, ed Eugène Varlin ritorna dal suo esilio in Belgio.
Michael Bakunin, intanto, arriva a Lione con la speranza di trasformare la guerra tra la Prussia e la Francia in una rivoluzione sociale. Bakunin ha esposto la sua posizione in "Lettera ad un francese sulla crisi attuale".
A Lione, Bakunin si incontra con gli altri membri dell'Internazionale che condividono il suo approccio rivoluzionario socialista, tra cui Albert Richard di Lione, ed André Bastelica, di Marsiglia. Il 24 settembre 1870, a seguito di una manifestazione popolare che richiede "una tassa sui ricchi e la nomina degli ufficiali dell'esercito mediante libere elezioni", Bakunin ed i suoi compagni pubblicano un proclama (riprodotto qui sotto) in cui si chiama alla costituzione di una federazione di comuni rivoluzionarie che sostituisca lo Stato borghese. Il proclama viene accolto con entusiasmo, anche se c'è una certa riluttanza, da parte degli associati, a metterlo in pratica.
Quando il Consiglio municipale prova a ridurre il salario degli operai delle fabbriche locali che erano state nazionalizzate, migliaia di lavoratori manifestano davanti al municipio di Lione, permettendo a Bakunin e ad i suoi associati di occupare la sala comunale e ribadire le loro richieste. Ci sono scontri tra i manifestanti e la Guardia Nazionale che, alla fine, riprende il controllo della sala. Bakunin è arrestato, ma poco dopo viene liberato da un piccolo gruppo di compagni. Da Lione, Bakunin si dirige a Marsiglia, insieme a Bastelica, da dove poi rientrerà Svizzera. Una settimana dopo la partenza di Bakunin, da Marsiglia, anche lì viene messo in atto il tentativo di stabilire una comune rivoluzionaria. Mancano sei mesi, al marzo del 1871, e alla Comune di Parigi.

LIONE

LA FEDERAZIONE RIVOLUZIONARIA DELLE COMUNI

La situazione disastrosa del paese, l'incapacità dei poteri ufficiali e l'indifferenza delle classi privilegiate hanno portato la nazione francese sull'orlo della distruzione.

Se il popolo non si affretterà ad organizzarsi ed agire in modo rivoluzionario, il suo futuro è condannato; la rivoluzione sarà perduta. Riconoscendo la gravità del pericolo e considerando che un'azione urgente da parte del popolo non deve essere ritardata di un solo attimo, i delegati dei Comitati Federati per la Salvezza della Francia, ed il Comitato Centrale propongono l'adozione immediata delle seguenti risoluzioni:

Articolo 1 - La macchina amministrativa e governativa dello Stato, essendo divenuta impotente, viene abolita. Il popolo francese assume il pieno possesso del suo destino.

Articolo 2 - Tutti i tribunali civili e penali sono sospesi e sostituiti dalla giustizia del popolo.

Articolo 3 - Il pagamento delle imposte e dei mutui è sospesa. Le tasse vengono sostituite dai contributi, provenienti dai comuni federati, a carico delle classi ricche ed in proporzione a quanto è necessario per la salvezza della Francia.

Articolo 4 - Poiché lo Stato è abolito, esso non può più intervenire per assicurare il pagamento dei debiti privati.

Articolo 5 - Tutte le organizzazioni comunali esistenti sono abolite e sostituite, in tutti i comuni federati, dai comitati per la salvezza della Francia. Tutti i poteri di governo verranno esercitati da tali comitati sotto la supervisione diretta del popolo.

Articolo 6 - Ogni commissione nel capoluogo di un Dipartimento manderà due delegati alla Convenzione Rivoluzionaria per la Salvezza della Francia.

Articolo 7 - La Convenzione si riunirà immediatamente presso il municipio di Lione, dal momento che essa è la seconda città della Francia ed è nella posizione migliore per fornire le energie necessarie alla difesa del paese. Questa Convenzione, sostenuta dai tutto il popolo, salverà la Francia.

ALLE ARMI!!!

lunedì 14 maggio 2012

Imprenditori

A's Owner Charlie Finley with his manager Dick Williams in 1972. photo Ron Riesterer/Oakland Tribune

Negli anni Sessanta, Kansas City era una piccola città del Kansas, lontana dalla politica e dai grandi spettacoli. Nota per essere stata il luogo dove un tornado si portava via Dorothy, con tutta la casa, ne Il Mago di Oz, aveva recentemente attirato l'attenzione a causa del massacro di un'intera famiglia, che Truman Capote racconta in "A sangue freddo". Basta così, nient'altro. A Kansas City, viveva Charles O. Finley. Era un uomo d'affari americano che aveva fatto fortuna nel settore assicurativo. Nel dicembre del 1960, era diventato il proprietario della squadra di baseball della città, gli Athletics. La squadra giocava le sue partite casalinghe nello Stadio Comunale e , pur essendo l'unica squadra della città, giocava sempre con lo stadio mezzo vuoto. Finley doveva recuperare il suo investimento e per far questo cominciò a testare tutta una serie di strategie di marketing per cercare di promuovere, e rendere popolare, la sua squadra nell'apatica cittadina del Kansas, ma sempre senza risultato. Poi, in un momento di euforia, decise di giocarsi il tutto per tutto:
promette che avrebbe portato i Beatles a Kansas City, nel corso del loro primo tour americano, che stava per partire!
A questo punto, Charles Finley, meglio conosciuto come "Charlie O", aveva un bel problema, considerato quello che si è detto prima, a proposito della scarsa importanza della cittadina del Kansas, cui va aggiunto anche il fatto che la sua squadra di baseball si distingueva più che altro per la sua continua lotta per non essere l'ultima in classifica.
Come ci si aspettava, ed era ovvio, Kansas City non era nel circuito delle città dove i Beatles dovevano suonare. La città era appena considerata solo per quanto riguardava la musica country ed honky-tonk. Ed anche a livello turistico, lo "Stato del Ciclone" non veniva considerato dagli organizzatori del Tour. Forse fu proprio questo a colpire nell'orgoglio, Charlie O! La sua parola di cow-boy, la sua credibilità, il suo futuro imprenditoriale e gli investimenti della squadra, a questo punto, erano a rischio. Già stava considerando la possibilità di un suo linciaggio, anche fisico, oltre che mediatico, e perfino un esilio forzato, lontano dalla bella "città dei girasoli".
Tutta adrenalina, che, il 19 agosto 1964, lo spinse a salire su un aereo per San Francisco. Era a San Francisco che i Beatles avrebbero fatto il loro primo concerto americano. E a San Francisco riuscì a parlare con Brian Epstein, il manager dei Beatles. Insomma, per farla breve, offri ad Epstein 50mila dollari, in cambio di un concerto a Kansas City. Epstein rifiutò, spiegando che per l'unica data libera, il 17 settembre, il gruppo aveva programmato una giornata di riposo a New Orleans. Charlie ci rimase male, ma non mollò. La settimana dopo, a Los Angeles, tornò a fare un'altra offerta ad Epstein. Stavolta 100mila dollari. Al nuovo rifiuto, Charlie decise di alzare l'offerta a 150mila (un milione e mezzo di dollari attuali). Epstein si scusò e andò nei camerini, per parlare col gruppo. "Faremo ciò che tu ritieni più conveniente." - fu la risposta di John Lennon, a nome anche degli altri. Epstein tornò da Charlie, e si strinsero la mano. Niente contratti!
Il prezzo pagato era altissimo, e quando un giornalista chiese a Finley perché avesso voluto portarli a suonare a Kansas City a tutti i costi, quello, per giustificare il prezzo elevato, rispose: "I fans dei Beatles di oggi, sono i tifosi del baseball di domani".
La frase venne stampata sul retro dei biglietti per il concerto.

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Lo sforzo di Finley, non sarà del tutto invano, ma quasi. Ad assistere al concerto, ci saranno solo 20.207 persone, poco più della metà della capacità totale dello stadio, che aveva posti a sedere per 35.000 spettatori. Il giorno successivo, Finley, che aveva destinato il ricavato della serata a favore di un ospedale pediatrico, dovette staccare un altro assegno di 25mila dollari, per coprire l'importo della donazione minima che si era impegnato a dare all'ospedale, nel caso il concerto non avesse dato profitti.


fonte: http://www.sentadofrentealmundo.com

venerdì 11 maggio 2012

La malattia e la cura

suicide

A leggere i giornali, si direbbe che viviamo in un paese dove la causa principale di decesso sia quella che deriva dal darsi la morte per propria mano. I suicidi si sporgono da ogni pagina di carta stampata, fanno capolino da ogni telegiornale, con il loro quotidiano servizio di esequie. Suicidio economico. Quasi ci fosse stata - anche lì - una sorta di abolizione dell'equivalente di un art.18, che, prima, ne impediva l'attuazione! L'unica altra notizia, collegata e riproposta ossessivamente, in questi giorni, un po' più distanziata, è quella che ci informa, quotidianamente, delle ritorsioni che avvengono in tutto il paese, contro il colpevole, responsabile di questa presunta ondata di suicidi: Equitalia SpA (o Agenzia delle Entrate, a scelta).
Ma la notizia, il fatto, il fantasma che si aggira per l'Italia, rimane il suicidio generalizzato, per motivi economici. Insomma, sembrerebbe proprio che stia diventando quasi impossibile, uscire di casa la mattina, senza imbattersi in qualcuno che si faccia saltare le cervella o si precipiti giù da un quarto piano. Bisogna stare attenti! Anche perché c'è il pericolo del contagio. A detta di Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Neuroscienze dell'Ospedale Fatebenefratelli di Milano:

"Studi epidemiologici internazionali dimostrano con certezza che le notizie dei suicidi da crisi economica, se presentate in modo sensazionalistico, inducono altri suicidi, innescando un pericoloso effetto domino. Le persone che compiono questi gesti estremi sono nella grande maggioranza dei casi entrate da tempo nel tunnel della patologia psichica, prevalentemente depressiva, che toglie la possibilità di trovare soluzioni alternative. I gesti estremi possono essere scatenati da fatti contingenti che esasperano una situazione economica già complessa, ma s’innescano in personalità da tempo fragili e vulnerabili che non hanno avuto la possibilità di chiedere aiuto per la loro sofferenza psichica."

E questo, nonostante il fatto che, se si vanno a guardare le cifre, dal punto di vista statistico, in Italia, i suicidi sono diminuiti e sono, comunque, in numero decisamente inferiore a quelli che avvengono nei paesi dove la crisi ancora non morde, come in Germania o in Finlandia. Mentre - pensa un po' - in Grecia il numero di suicidi corrisponde più o meno alla metà di quelli che avvengono da noi. Però la stampa e la televisione hanno deciso che ci stiamo ammazzando, e che l'unico rimedio è quello di assaltare un ufficio di Equitalia SpA, o dell'Agenzia dell'Entrate, e tutto passa. Fino alla prossima! 

giovedì 10 maggio 2012

Ritratti letterari

facce

Che faccia avrebbe Emma Bovary? Se lo deve essere chiesto, senz'altro, lo scrittore Brian Joseph Davis, e così ha deciso di tirar fuori dal testo di Flaubert tutte quelle tracce utili a dare forma al viso della protagonista di Madame Bovary, così come se lo immaginava l'autore. Però niente facilonerie del tipo "Madame Bovary, c'est moi". Davis ha dato in pasto le informazioni ad un software serio: quel "Faces ID" di Foresinc che viene usato anche dall'FBI per costruire gli identikit. Così, utilizzando gli oltre diecimila dettagli fisionomici, e le loro combinazioni, è riuscito (?) a dare un volto ai vari personaggi che si muovono dentro le pagine dei libri e ci ha fatto un blog, in cui vengono citate le informazioni ricavate dai romanzi, a corredo di ogni faccia. The composites, è il nome del blog. Certo è strano, accorgersi che la faccia di Sam Spade, de "Il falcone maltese" di Dashiel Hammett, non è quella di Humprey Bogart, o che il viso del Professor Humbert Humbert, della "Lolita" di Nabokov", non corrisponde affatto alle fattezze di James Mason, nel film di Kubrik, e così via.
Curiosamente, non riesco a vedere, sul blog, l'immagine presunta di Ignatius J. Reilly, il protagonista di "Una congrega di fissati" (conosciuto anche col titolo di "Una banda di idioti") di John Kennedy Toole. A quanto pare, a furor di popolo ne è stata richiesta una riformulazione. Evidentemente non sono il solo che ha sempre immaginato quel personaggio con la faccia di John Belushi!

mercoledì 9 maggio 2012

La morte nelle mani

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Strana storia, quella di Valentin Gonzalez, detto El Campesino, eroe della guerra civile spagnola, sponsorizzato dai sovietici, entrato nel mito nella battaglia di Teruel, dove Lister pensava di averlo mandato a morire. Ne riuscirà a venire fuori attraversando a nuoto il fiume Turia, con tutta la sua divisione. Diversi gradi sottozero - siamo nell'inverno fra il 1937 e il 1938. Molti moriranno, ma molti si salveranno. Lister lo vorrebbe far fucilare, ma non è il caso, vista la penuria di generali. Poi, dopo il 1939 finirà in Russia. Non è chiaro cosa gli succede, tra la fine della guerra civile spagnola e il processo Kravchenko. Si sposa con la figlia di un generale sovietico, lavora sulla metro di Mosca, compie atti di banditismo nel Caucaso. Quello che si sa è che scappò dal gulag siberiano ed arrivò a piedi fino alle montagne che confinano con l'Iran e le attraversò ad oltre 3mila metri di altezza.

Quella che segue, è la bella introduzione, scritta da Julian Gorkin, al libro di memorie "La vita e la morte in U.R.S.S." di "El Campesino".
Il libro, per intero ed in lingua inglese, per chi lo volesse, può essere scaricato QUI. Quanto a Julian Gorkin, rappresentante del POUM (di cui poi diverrà segretario internazionale) a Barcellona, c'è da spendere un paio di parole a proposito del fatto cui accenna, quando dice a proposito del Campesigno che "fui suo avversario, e rischiai anche di esserne vittima"[1]. Il fatto si riferisce a quando Gorkin, arrestato dopo le giornate del maggio '37 a Barcellona (sarà tenuto in prigione fino alla caduta della Catalogna, nel 1939) e imprigionato a Madrid, aspetta che arrivasse El Campesino, per essere fucilato. Per sua fortuna, il generale venne trattenuto sul fronte dell'Estremadura, ed il governo repubblicano lo fece trasferire a Valencia.

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Un uomo, uno spagnolo leggendario, è riuscito nella doppia impresa di sopravvivere alle peggiori persecuzioni nella Russia stalinista ed evadere, dopo un primo tentativo fallito, da quella che lui chiama "la più grande e infernale prigione totalitaria del mondo". Quest'uomo è Valentin Gonzalez, conosciuto con il nome di El Campesino, il primo comandante comunista durante la guerra civile spagnola.
Immagino che chiunque nel mondo - soprattutto i comunisti e i veterani delle Brigate internazionali - che lo riteneva morto e sepolto da tempo, sarà sorpreso di sapere che è ancora vivo. Solo un uomo come lui, di una resistenza fisica e morale sperimentata, risoluto e indomabile, poteva realizzare una simile impresa. Solo l'uomo che per due volte ha battuto la morte in Spagna (morte annunciata ufficialmente per due volte) poteva vincerla per la terza volta, in URSS, in condizioni ancora più difficili. Ora che conosco tutti i dettagli di questa fuga, posso affermare che questo è un caso unico in un'epoca eppure così ricca di vite prodigiosamente drammatiche.
Avrei potuto dare la notizia di questa fuga già alcuni mesi fa, ma per farlo ho aspettato che fosse al sicuro. Coloro che conoscono i mezzi di cui dispone, ed i metodi che impiega, la sinistra GPU- ieri NKVD, oggi MVD - per sbarazzarsi dei suoi avversari (ci ricordiamo di come ha soppresso Ignace Reiss, Krivitsky e Trotsky), comprendono la necessità di prendere precauzioni.
Prima di lasciargli la parola, mi sembra necessario dover fornire una breve biografia. In giro ve ne sono numerose, piene di inesattezze: quella dello scrittore americano Hemingway e l'altra, del tutto fantasiosa ed adattata alle esigenze della propaganda comunista, di Ilya Ehrenburg, senza contare quelle scritte per mano dei franchisti, di cui era la bestia nera. Per me, che sono stato un suo avversario ed ho evitato di essere una sua vittima [1], non si tratta di cancellare i suoi errori passati - cosa che non accetterei di fare - ma di presentarlo per quello che è: una delle più curiose figure del nostro tempo.

L'eterno ribelle

L'Estremadura è una delle regioni più arretrate della Spagna; con un'economia rivolta quasi esclusivamente all'agricoltura e all'allevamento; conta circa il 65% di analfabetismo. Essa comprende ampie zone e aree incolte, dove vivono masse di contadini senza terra e, talvolta, senza pane, cosa che spiega il loro tradizionale spirito di ribellione. La dura lotta quotidiana con una terra ingrata, gran parte della quale è occupata da montagne impervie, quasi selvagge, ha creato uomini rudi, energici, determinati e testardi. I contadini dell'Estremadura non sanno né leggere né scrivere, ma di solito hanno una forte personalità. Fernand Cortès, che ha conquistato il Messico, era nativo dell'Estremadura, come Pizarro, il conquistatore del Perù. Ed è nato in Estremadura anche Valentin Gonzalez, in un villaggio sperduto e da una famiglia molto umile. Ai tempi dei conquistadores, sarebbe stato probabilmente un capitano avventuroso, capace di grandi imprese. Nato nel primo decennio di questo secolo, è stato un grande ribelle ed uno dei comandanti più audaci della guerra civile. Uomo di non grande cultura, era tuttavia dotato di una grande intelligenza naturale, di una memoria incredibile, di uno spirito di decisione e di un'astuzia sorprendente. Senza queste doti eccezionali, una vita simile alla sua sarebbe stata inconcepibile.
Suo padre, di origine contadina, aveva lavorato alla costruzione di strade e, più tardi, nelle miniere di Peñarroya. Più che per convinzione dottrinale o filosofica, era un anarchico per istinto; era in realtà un ribelle nato. Questo genere di anarchico in Spagna abbonda, soprattutto tra i lavoratori della Catalogna e tra i contadini dell'Andalusia ed Estremadura. Un tipo primario, e perfino primitive, avido di azione diretta, animato da un ardente desiderio di giustizia, da spirito di sacrificio e indiscutibile solidarietà . Durante la Guerra Civile, era uno dei capi dei guerriglieri dell'Estremadura. Catturato dai falangisti insieme ad una delle sue figlie, vennero impiccati senza processo. Per una settimana intera i loro cadaveri rimasero appesi, legati l'uno con l'altro, recanti un cartello che li denunciava come il padre e la sorella di El Campesino.
Ha quindici anni, Valentin Gonzalez quando inizia la sua attività sindacale. Arrestato durante uno sciopero, per aver preso la difesa dei contadini, viene soprannominato dalla polizia El Campesino. Non è vero, come è stato detto, che questo soprannome gli fu dato dagli agenti russi all'inizio della guerra civile, in modo da ottenere la simpatia dei contadini. Nel 1925, all'età di sedici anni, durante lo sciopero dei minatori a Peñarroya, lancia una bomba dentro la stazione di polizia, uccidendo quattro guardie civili. Devi conoscere l'odio profondo del popolo spagnolo contro l'istituzione della polizia, per spiegare un fatto del genere. Suo padre gli aveva detto: "Se dovrai nasconderti un giorno, vai su' in montagna. Il denaro, la civiltà, le donne ti tradiranno, la montagna non lo farà mai". E' in montagna che si nascondevano, un tempo, i banditi d'onore. E' in montagna che va a nascondersi Valentin Gonzalez, in compagnia di un altro giovane terrorista; vivranno lì come banditi per diversi mesi. Arrestati, una volta che erano scesi in pianura, vengono atrocemente torturati, il suo compagno muore, ma lui, più forte e risoluto, sopravvive. Per diversi mesi, rimane nella prigione di Fuenteojuna, il paese immortalato nella commedia di Lope de Vega. Gli anarchici detenuti con lui contribuiranno alla sua formazione politica, mentre i contadini della regione lo riforniscono di cibo nella prigione. Quando uscirà, andrà a vivere illegalmente a Peñarroya, come capo di un gruppo di pistoleros.
Il popolo spagnolo, che ha dovuto lottare per trentadue mesi di guerra civile contro la reazione interna sostenuta dal nazi-fascismo europeo, era violentemente ostile all'esercito della monarchia, ed è per questo che, dall'inizio della guerra in Marocco, ha adottato nei confronti di questo un atteggiamento di opposizione. Raggiunta l'età del servizio militare, non è sorprendente che El Campesino manifesti i suoi sentimenti antimilitaristi. Appena arruolato, diserta. Arrestato e portato a Siviglia insieme ad altri disertori, riusce a fuggire di nuovo. Ripreso, viene imbarcato, in manette, per Ceuta, dove viene condotto a Larache. Un sergente, noto per la sua brutalità, che lo aveva schiaffeggiato davanti agli altri soldati, viene trovato morto pochi giorni dopo. A Larache, conosce un soldato comunista che lo converte alle sue idee. Comincia a rubare dei prodotti all'Intendenza, che poi vende, per sostenere la pubblicazione di un foglio antimilitarista. Diserta per la terza volta e va a vivere tra i Berberi, finché un'amnistia non gli permetterà di tornare in Spagna, a Madrid, dove nel 1929 aderisce ufficialmente al partito comunista.

La morte nelle mani

E' a Mosca che Lister e Modesto, gli altri due principali comandanti comunisti della guerra civile, avevano ricevuto la loro educazione politica e militare. El Campesino, invece, era una creazione diretta del popolo spagnolo: si comportava come un leader della guerriglia piuttosto che come un militare disciplinato. Dall'inizio della guerra civile, organizza di propria iniziativa un battaglione di miliziani, il cui numero aumenta rapidamente fino a formare una brigata e poi una divisione, la famoso 46ma divisione che porterà per tutta la guerra il nome del suo creatore. Quando Mosca decide, due mesi dopo l'inizio delle ostilità, di intervenire negli affari della Spagna, i suoi agenti ed esperti militari, consapevoli del valore di questo guerrigliero e dell'influenza che esercita sui suoi uomini, lo riconosce come uno dei principali capi militari, nonostante il suo carattere anarchico e i suoi continui atti di indisciplina. Avevano visto in lui lo Tchapaiev della guerra civile spagnola. Se fosse vissuto in Messico, al momento della rivoluzione anti-Porfirista, avrebbe giocato il ruolo di un Zapata o di un Pancho Villa. In effetti, aveva con questi ultimi molto più in comune di quanto avesse con il famoso capo dei partigiani russi. Ma, desiderosi di tenere nascosto l'aiuto generoso e disinteressato del Messico e di combattere il sentimento di amicizia che il popolo spagnolo provava per quest'ultimo paese, i funzionari di Mosca scelsero di creare intorno a lui la leggenda di un Tchapaiev spagnolo.
Fatta eccezione per il fronte settentrionale, El Campesino ha combattuto su tutti i fronti della guerra civile. Lo si vedeva comparire ovunque ci fosse una operazione difficile da compiere, o una situazione disperata da recuperare. Dava l'impressione di un'eroica follia; si tirava fuori dai peggiori pericoli quasi miracolosamente, senza che nulla lo poteva fermare e senza esitare sul prezzo da pagare. Aveva acquisito una reputazione quasi sinistra, non solo presso il nemico, ma anche tra i settori del campo repubblicano ostile allo stalinismo. E oggi lo spiega con un senso di amarezza:
"L'Ufficio Politico e gli agenti di Mosca, che controllavano completamente il famoso Quinto Reggimento, commisero e fecero commettere le peggiori atrocità, di cui poi rigettavano le responsabilità su di me. Hanno voluto circondarmi di un alone di terrore, non solo sul fronte, ma anche nelle retrovie. Sapevano che avevo buone spalle e potevo prendere tutto su di me."

Esattamente. Come è anche vero che a causa del suo temperamento passionale e del suo fanatismo, commise lui stesso parecchi eccessi. Tutti coloro che hanno assistito o hanno partecipato ad una guerra civile, sanno come è facile uccidere ed essere uccisi in tempi in cui domina la passione collettiva - una sorta di follia demoniaca che non conosce confini. Questo è stato il caso della Spagna come di qualsiasi altro luogo. Lo spagnolo è per natura gioioso, cordiale, generoso, ospitale, eppure ha in sé, come nessun altro popolo, il senso tragico della vita ed il disprezzo della morte. Questo viene scambiato per una fanfaronata, ma è qualcosa di più profondo. Questo popolo ha l'abitudine di dare tutto, di rischiare tutto, di sacrificare tutto con generosità ed altruismo assoluti. Quando la sua passione si scatena, è capace di tutto. El Campesino è il prototipo per eccellenza di questo popolo. Per tutta la guerra civile, ha letteralmente portato la morte nelle sue mani. In certi momenti sembra che siano le mani stesse che, senza l'intervento della coscienza, prendano l'abitudine di uccidere. El Campesino era l'unico in questo caso? Ci sono stati altri come lui, che in tempi normali non sarebbero stati in grado di uccidere neanche una mosca. A vederlo, si rimaneva quasi sorpresi che avesse potuto giocare un ruolo così sanguinario. Era un uomo davvero semplice, bonario, e a volte dava anche l'impressione di essere un timido. I responsabili del grande dramma non furono forse quelli che scatenarono la tempesta contro la legge e la giustizia? I crimini da loro commessi non hanno forse superato in orrore tutto ciò che è stato fatto nel campo repubblicano? I crimini del franchismo possono essere paragonati solo a quelli commessi dallo stalinismo in nome di una politica estranea agli interessi e alle aspirazioni del popolo spagnolo. Ed è questo, ciò che El Campesino capirà, più tardi, in URSS. Ed è questo, ora, il suo grande dramma personale.
Le imprese militari di El Campesino sono legate alle principali operazioni della guerra civile. Conquista il famoso Cerro de los Angeles, cosa che impedirà al nemico di prendere Madrid. La stampa comunista attribuì questa impresa a Lister. Ma quest'ultimo, in realtà, persa la sua posizione, si ritirò a Perales de Tajuna, dove si consolò della sua sconfitta, con un'orgia. El Campesino ha combattuto a Somosierra, a Segovia, a Caravita, a Guadalajara, in Andalusia, in Estremadura, sul fronte del Levante, in Aragona, sull'Ebro, in Catalogna ... E' a Madrid, quando Miaja crede che tutto sia ormai perduto. Dorme nel palazzo d'Oriente, nel letto di Alfonso XIII. Stabilisce il suo quartier generale a El Escorial, poi al Pardo, l'attuale residenza di Franco. Con un piccolo gruppo di fanatici, compie un colpo di mano a Lerida, dove fa prigioniero un colonnello franchista con tutto il suo stato maggiore. Venne ferito undici volte, e più di una volta seriamente. Prima la prende, poi la perde, Teruel; e ci rimane, ferito, nascosto, per cinque giorni. Appena i soldati franchisti cominciano a gridare ai repubblicani che El Campesino è stato ucciso, subito si alza e corre sulla linea del fuoco, si arrampica in cima ad una casa in rovina e, levatasi la camicia, grida ai soldati di Franco che possono convincersi da soli quanto lui sia vivo. Quelli si guardano sbalorditi, e nessuno di loro ha la presenza di spirito di sparargli. Infine, riesce a scappare, non senza aver perso il suo aiutante di campo e più di mille uomini, dopo una mischia feroce durata oltre cinque ore. Tutti lo credono perduto. Franco ha annunciato che lo tiene prigioniero e presenta ai giornalisti il suo cappotto coperto di sangue. Ma il cappotto, in realtà, lo indossava il suo aiutante di campo, ferito a morte; se l'era messo sulle spalle nella speranza di salvarlo. Il governo repubblicano manda un telegramma alla moglie, dove la informa ufficialmente della morte del marito ... Quando, in piena notte, El Campesino chiama al telefono Prieto, allora ministro della Difesa nazionale, quest'ultimo non crede alle proprie orecchie .
Come sempre, al dramma, qui, si mescola un elemento comico. El Campesino ed il suo amico, il colonnello Francisco Galan, avevano giurato nei primi giorni della guerra civile che non avrebbero toccato un pelo delle loro barbe fino a quando non fossero entrati a Burgos, la capitale dei franchisti. Vedendo questo evento allontanarsi in una prospettiva sempre più lontana, Galan aveva alla fine deciso di radersi. El Campesino voleva imitarlo. Venne allora convocato dall'ufficio politico del Partito comunista di Spagna, dove, alla presenza dei delegati provenienti da Mosca, gli venne formalmente vietato. E' una barba leggendaria, gli venne detto; è con questo ornamento che era noto in Spagna e nel mondo; rimuoverlo sarebbe un tradimento. Uno dei delegati russi aggiunse: "Questa barba non è tua, appartiene al popolo spagnolo, alla rivoluzione e all'Internazionale comunista. Devi tenerla per disciplina". Si voleva chiaramente far nascere la leggenda che la sua forza stava nella sua barba, come quella di Sansone nei capelli.
Fu l'ultimo a lasciare la Spagna, quando, dopo il crollo del Fronte del Centro, questa era interamente nelle mani di Franco. Tutti i leader comunisti erano fuggiti sugli aereoplani tenuti pronti per questo. I collaboratori di El Campesino, che erano con lui a Valencia, si resero conto che tutto era perduto e che la resistenza, che voleva intraprendere il loro capo, sarebbe stato solo un suicidio eroico, ma inutile. Gli si buttarono addosso, lo legarono ad una sedia e gli tagliarono la barba, che nascosero sotto un tetto, ripromettendosi di tornare a cercarla, un giorno. Armati fino ai denti, riuscirono ad uscire da Valencia su una potente automobile e attraversarono tutte le province del Levante e parte del sud della Spagna, fino ad un piccolo porto di pescatori situato tra Malaga ed Almeria, non senza aver lasciato dietro di sé qualche cadavere di falangista. Sia a causa della sua mancanza di importanza, sia a causa della confusione che regnava, il paese era ancora amministrato da un commissario socialista di nome Benavente. Questi li nascose nella sua casa. La stessa notte dopo il loro arrivo, i franchisti presero possesso del villaggio e della casa dove i fuggiaschi si erano nascosti. Non potevano supporre che, in una camera accanto alle loro, ci fosse il famoso El Campesino insieme ai suoi aiutanti. Eppure la loro presenza nella regione era stata segnalato dalla radio franchista, che inviava costantemente l'ordine di catturarli a tutti i costi. Questi ordini erano arrivati anche alle orecchie dei fuggitivi, insieme ai commenti del commissario franchista, do sua moglie e dei suoi collaboratori. Ad un dato momento uscirono dal loro nascondiglio, uccisero tutti quelli che si trovavano nella casa e guadagnarono il porto, dove si impadronirono della migliore barca a motore. Durante la fuga, la moglie di Benavente rimase uccisa. Diverse barche si lanciarono all'inseguimento dei fuggitivi, che navigavano in direzione di Melilla; in mare incrociarono un peschereccio, di cui requisirono il combustibile, e poterono raggiungere la costa del Nord Africa, arrivando ad Oran. Per la seconda volta, El Campesino era scampato ad una morte annunciata.

"Ho sfidato la morte ad ogni passo, prima in Spagna, poi in URSS. E' senza dubbio a quella che devo il miracolo di vivere, e quello, più straordinario ancora, di essere evaso dall'inferno sovietico. "

Lo dice con orgoglio, con energia. Raramente ho visto degli occhi come i suoi: così luminosi, così limpidi e pieni di risolutezza. I suoi capelli sono neri, crespi, e le sue sopracciglia cespugliose gli danno un'aria di ostinazione. I suoi lineamenti, tipicamente spagnoli, denunciano la sua origine araba. E' di taglia normale, piuttosto inferiore alla media. Il suo corpo non è vigoroso, ma ben proporzionato, e sembra avere dei nervi d'acciaio. Quale straordinaria vitalità! E' una vera forza della natura, un prodotto tipico della terra spagnola. Ho fatto un lungo viaggio per trascorrere una quindicina di giorni con lui. Quando riuscì a fuggire, era debole ed emaciato, ma la sua vitalità ha preso il sopravvento ed ha recuperato in fretta. I primi tre giorni, l'ho lasciato parlare quasi senza interruzione, era così tanto che non poteva esprimersi nella sua lingua madre, confidarsi con qualcuno! Non riesce quasi a stare fermo, va nervosamente avanti e indietro, gesticola ed esplode in imprecazioni indignate, si direbbe che ha bisogno di rompere qualcosa.

Alla fine, si siede e continua:

"Ho pagato terribilmente cara la mia libertà: mio padre e mia sorella, impiccati pochi mesi dopo l'inizio della guerra civile, e mio fratello minore, che aveva combattuto come un leone, fucilato alla fine della guerra. Non capisco come, essendo mio fratello, abbia potuto lasciarsi prendere vivo. La mia compagna e i miei tre figli perduti nella Spagna di Franco. La mia nuova compagna e una figlia perdute nella Russia di Stalin. Tuttavia, nessuno si creda che io abbandoni la lotta. Oggi mi sento più forte che mai. Morire, per me, sarebbe stata la cosa più facile; se ho messo una tale determinazione nel vivere, malgrado tutto, è perché volevo far conoscere al mondo la verità sull'inferno sovietico, e continuare la lotta per la libertà degli uomini e dei popoli. "

JULIAN Gorkin.

fonte: http://bataillesocialiste.wordpress.com

martedì 8 maggio 2012

L’arte sulle barricate

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Centosessantadue anni fa, ha inizio a Dresda la Rivolta di Maggio: l'insurrezione finale a seguito di un'ondata rivoluzionaria che ha spazzato quasi tutta l'Europa, sulla scia della Rivoluzione francese del 1848 e dopo l'abdicazione di re Luigi Filippo, l'ultimo re di Francia. Tra il 3 e il 9 maggio 1849, nella capitale della Sassonia ha luogo uno scoppio di violenza urbana unico nella storia degli stati tedeschi del XIX secolo. Imponenti barricate bloccano l'accesso alla Città Vecchia, che ha subito notevoli danni provocati dai bombardamenti e dagli incendi. Tra i ribelli si battono, Mikhail Bakunin - che dopo aver saccheggiato i musei di Dresda dei suoi tesori d'arte, li ha piazzati in prima linea, sulle barricate, per scoraggiare gli attacchi da parte degli aristocratici - e il compositore Richard Wagner. La Sassonia ha una tradizione di radicalismo, e il sentimento repubblicano è quasi universale tra le classi lavoratrici. Tuttavia, i tradizionalisti ritengono che la rivolta sia stato pianificata e messa in atto da un complotto internazionale repubblicano, che la partecipazione di Bakunin sulle barricate - insieme alla presenza di numerosi stranieri - dovrebbe confermare. Anche se in parte è un prodotto della sovversione politica, la rivolta di maggio è indissolubilmente legata alla causa comune rivoluzionaria che sta spazzando non meno di 50 paesi europei. Molti dei trentanove Stati che costituiscono la Confederazione tedesca si sono uniti, nel marzo 1848, per chiedere libertà civili ed uno Stato tedesco unificato. Nonostante una serie di splendide vittorie iniziali, e a discapito della crescente pressione democratica e nazionalista in tutti gli Stati tedeschi, al momento della rivolta di Dresda, poco più di un anno dopo le vittorie del marzo 1848, gran parte della slancio iniziale è oramai perso, e quella di Dresda diverrà la battaglia finale di una rivoluzione fallita. Le truppe sassoni  e prussiane ristabiliscono l'ordine nel giro di una settimana. Poi seguirà un decennio di repressione politica. La protesta urbana, endemica nel 1830 e nel 1840, scompare completamente quando, sui riformatori democratici si abbatte l'ira dei loro governanti - costringendo all'esilio la maggior parte dell'intellighenzia di Dresda. Ci vorranno altri ventitré anni prima che la Germania venga unificata.

Per quanto riguarda i due più famosi partecipanti alla rivolta, Bakunin viene arrestato e imprigionato per tredici mesi prima di essere condannato a morte dal governo della Sassonia. Come avevano già fatto i governi di Russia e d'Austria, la sua pena viene commutata nell'ergastolo. Nel giugno del 1850, viene consegnato alle autorità austriache, e undici mesi più tardi gli viene decretata un'ulteriore condanna a morte, ma anche questa viene commutata nella detenzione a vita. Infine, nel maggio 1851, Bakunin verrà consegnato alle autorità russe e passerà dieci lunghi anni in una prigione siberiana prima che una serie di opportunità gli permettano di fuggire su una nave diretta in Giappone. Mentre è in carcere, Bakunin scrive il suo famoso "Appello agli Slavi", in cui dichiara che la borghesia si è rivelata una forza squisitamente contro-rivoluzionaria, e che le future speranze della rivoluzione stava risiedono solo nella classe operaia. Wagner, nel frattempo, è stato costretto a fuggire in Svizzera con l'aiuto del suo futuro suocero, Franz Liszt, dopo che era stato emesso un mandato per il suo arresto. In quei 12 anni in cui vivrà esiliato ed ostracizzato, a causa del suo ruolo nella rivolta di maggio, scriverà il suo saggio "Arte e rivoluzione", e la sua opera più famosa, "L'anello dei Nibelunghi".

Non sarebbe un così cattivo risultato, dopo tutto, per una rivoluzione fallita - si potrebbe argomentare. Tuttavia, la rivolta di Dresda - e il ruolo di Wagner, in particolare - ci avverte dei pericoli a venire, a partire dall'unificazione tedesca e dal successivo nazionalismo dilagante. Mentre era in esilio, Wagner scrisse anche "Giudaismo in Musica" - un punto di riferimento fondamentale, in lingua tedesca, per l'antisemitismo, e precursore della cloaca del nazismo.

domenica 6 maggio 2012

Bio che???

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Quello che segue è un estratto da un recente articolo di Moishe Postone, che critica il concetto di biopolitica come è inteso da Michael Hardt (socio di Toni Negri).

Nel suo saggio, “Falsify the Currency!” ("Falsificare la moneta!"), Michael Hardt affronta la mancanza di orientamento storico implicita nella nostra epoca e solleva la questione della possibilità di nuove forme di vita sociale. Prendendo come punto di partenza la storia dell'Oracolo di Delfi che avrebbe detto a Diogene di Sinope di falsificare, o cambiare, la valuta, Hardt suggerisce che ciò possa essere inteso come un progetto per creare una nuova forma di vita e, quindi, un nuovo mondo.
Con il termine "moneta", Hardt sembra riferirsi in primo luogo ai processi di quantificazione che avvengono nel cuore del capitalismo. Questi processi, egli sostiene, stanno diventando anacronistici, come risultato della crescente importanza di quello che Hardt chiama "produzione biopolitica". Tale termine si riferisce alla produzione di beni immateriali, ad una forma di produzione fondamentalmente differente dalla forma della produzione industriale, con i suoi strumenti meccanici, le sue relazioni salariali, la sua struttura della giornata di lavoro, e la sua temporalità. Secondo Hardt, staremmo entrando in un'era di produzione biopolitica in cui i valori di produzione economica sono fondamentalmente incommensurabili.
L'anacronismo della forma di misurazione al centro del capitalismo, secondo Hardt, è paradossalmente indicato dalla crescente importanza del capitale finanziario. Hardt sostiene che ci sia una simmetria sconcertante tra la sfera biopolitica e le tecnologie della finanza. Il valore, nel regno della biopolitica, è fatto di plastica ed è incommensurabile.
Il capitale finanziario falsifica la moneta non solo manipolandola per il suo profitto, ma ma capitalizzando il suo essere di plastica, al fine di spostare ricchezza sociale verso l'alto. Più fondamentalmente, la finanza cerca di quantificare i valori fluidi ed incommensurabili, al fine di catturarli al processo di accumulazione del capitale. Ciò è particolarmente evidente nel caso dei "derivati" che cercano di quantificare il rischio, o quelli che mettono insieme vari di tipi di attività, cercando di stabilire una misura comune per tutte le attività coinvolte.
Hardt, poi, suggerisce che la crescente importanza del capitale finanziario sarebbe un'indicazione del fatto che la base di misurabilità nel cuore del capitalismo sta diventando anacronistica. E' per questo motivo che egli è critico verso quegli approcci che considerano il capitale finanziario come "immaginario", criticandolo dal punto di vista dell'economia "reale". Il problema con questo genere di critiche, sostiene, è che esse mantengono un immaginario industriale nell'era della produzione biopolitica. Questo immaginario, però, è diventato anacronistico.
Non ci può essere il ritorno ad una economia industriale come quella che è fiorita nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.
Il compito, secondo Hardt, dovrebbe essere quello di sviluppare una tecnologia, pari al potere della finanza, che potrebbe fondare uno schema non capitalista, democratico ed equo per la gestione e la distribuzione della ricchezza sociale. Questo richiederebbe l'esame delle pratiche alternative biopolitiche esistenti. Hardt conclude rivisitando la lettura della "Rivoluzione Iraniana", fatta da Michel Foucault, riflettendo sulla gamma di movimenti che sono esplosi a livello globale nel 2011 (Tunisia, Egitto, Spagna, Wall Street), e considerando i modi in cui tali movimenti potrebbero essere considerati come lotte biopolitiche.
Al centro del saggio di Hardt, sta la questione della possibilità di un futuro qualitativamente diverso, in relazione al carattere sempre più anacronistico delle forme di misurabilità quantitativa al cuore del capitalismo. Questa problematica può essere inquadrata come uno dei caratteri sempre più anacronistici del Valore. Anche se Hardt, ad un certo punto, sembra suggerire che la questione della misurabilità sia una funzione della natura di ciò che viene misurato - materiale o immateriale che sia - la questione della misurabilità rimane, fondamentalmente, una questione di commensurabilità. E questo non è un attributo ontologico degli oggetti stessi. Piuttosto, è in funzione della natura del contesto sociale in cui gli oggetti esistono. Nel primo volume del Capitale, Marx osserva che, per Aristotele, le scarpe e le case sono incommensurabili. Di conseguenza, egli non riuscire a trovare un terreno per la loro scambiabilità reciproca. Questo terreno, per Marx, è storicamente specifico e sociale. Ciò che rende commensurabili - scarpe e case - è il valore, una forma storicamente determinata di ricchezza che nulla ha a che fare con le loro proprietà, materiali o immateriali, ma è l'espressione cristallizzata di una forma storicamente determinata di mediazione sociale che, secondo l' analisi di Marx, è costituita da un forma storicamente specifica di lavoro.
La traiettoria del Valore è tale che esso diventa anacronistico e, eppure, al tempo stesso, viene ricostituito come necessario per il sistema. Il concetto per cui il Valore sarebbe un carattere sempre più anacronistico è un argomento centrale per Hardt (anche se il suo uso del termine "valore" non è lo stesso di quello su esposto) e per le sue considerazioni a proposito di un possibile futuro alternativo. La storicizzazione del Valore implica che anche i movimenti contro il capitalismo devono essere considerati storicamente. La questione delle condizioni storiche di rivolta e di rivoluzione non attiene solo alla loro genesi, ma anche al tipo di ordine sociale che potrebbe conseguentemente emergere. Si tratta di una questione storica fondamentale che non può essere semplicemente messa tra parentesi. La mancanza di distanza critica dalle rivolte, e la mancanza di un'indagine sulla natura del nuovo ordine emergente, può essere inteso anche come sintomo di una sorta di disorientamento temporale che, probabilmente, caratterizza la nostra situazione storica.
I diversi tipi di risposta alla crisi attuale variano a seconda del grado in cui accettano l'ordine presente come necessario. Una risposta molto comune nella sfera pubblica, è stata quella di chiedere una migliore regolamentazione degli strumenti finanziari e dei mercati, al fine di contenere i peggiori eccessi del capitalismo da casinò. Ci sono state altre risposte, ad un livello più strutturale, soprattutto per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza e del potere. Lo sviluppo socio-economico negli ultimi tre decenni, ha dimostrato ancora una volta che, senza compensazioni politiche governative, il capitalismo genera crescente disuguaglianza e insicurezza. Questo, a sua volta, ha sollecitato molte risposte socialdemocratiche alla crisi corrente, che chiamano al ritorno di una sorta di sintesi keynesiana / fordista, come quella che ha segnato i decenni del dopoguerra. (...) Ma il consolidamento di quella sintesi, nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, dipendeva da condizioni storiche che non sono più presenti.
Ciò solleva la questione di un possibile futuro qualitativamente diverso dall'ordine presente. Questo, come alcuni hanno osservato, richiederebbe una trasformazione radicale, non solo del modo di distribuzione, ma del modo di produzione stesso. Alcuni aspetti della teoria del valore potrebbero contribuire ad illuminare meglio questa problematica. Il concetto, già accennato, per cui il Valore diventa storicamente anacronistico implica che anche il lavoro che crea valore diventa anch'esso anacronistico, pur rimanendo necessario per il capitalismo. Sempre più e più lavoro viene reso superfluo, anche se l'organizzazione della società capitalistica rimane basata sulla sua esistenza. Uno dei risultati, è una sempre più cattiva distribuzione del tempo di lavoro tra un segmento della società sovraccarico di lavoro, da una parte, e un segmento che, dall'altra parte, è essenzialmente senza lavoro. Questa non è più una questione congiunturale, come, forse, era stata durante la Grande Depressione, ma è diventata una questione strutturale.

Queste brevi considerazioni suggeriscono che un futuro che vada oltre il capitalismo richiederebbe una trasformazione fondamentale della divisione del lavoro e che, senza un movimento in quella direzione, un numero crescente di persone verrà reso superfluo, suscettibile di fame, di malattie, e di violenza. Diverrà sempre più oggetto di controllo militarizzato. A questo livello, l'attuale crisi può essere intesa anche come una crisi del lavoro intrecciata, in modo complesso, anche con una crisi dell'ambiente naturale. In questo contesto storico, il vecchio slogan "socialismo o barbarie" acquista nuova urgenza, anche se la nostra comprensione di entrambi i termini è stata radicalmente trasformata.

- Moishe Postone -

venerdì 4 maggio 2012

Per primo arriva il Rosso!

colore

E' assai curioso il modo in cui le diverse lingue vedono i colori. Certo, se n'è fatta di strada dal "mare color del vino" di Omero, e i Cinesi, dopo avere incontrato la moderna cultura europea, hanno guadagnato una parola per il colore rosa. Però, se si va ad indagare, si scopre che in tutte le culture, le prove storiche, ed anche preistoriche, dimostrano che i colori sono stati identificati, da tutti, in un ordine specifico. Prima il bianco ed il nero, poi il rosso, quindi il verde e/o il giallo, per andare poi al blu, a seguire il marrone e, proprio alla fine, una spruzzata di viola, di arancio, di grigio. Insomma, l'origine della gerarchia dei nomi dei colori stabilisce che :

Se una popolazione ha un nome per il rosso, allora essa ha anche un nome per il bianco e per il nero; ma non viceversa. Se ha un nome per il verde, allora ha anche necessariamente un nome per il rosso; ma non viceversa. E così via.

giovedì 3 maggio 2012

Stalin sulla Luna

kosmichejski rei viaje cosmico

Non sono stati gli americani a vincere la corsa allo spazio, per quanto dica la storia: i primi a mettere piede sulla luna sono stati i sovietici nel 1946! Per lo meno, secondo il resoconto dettagliato di un film muto girato dieci anni prima. Non c'è da stupirsi che in quell'anno si producessero ancora film muti, era prassi comune in paesi lontani dall'industria di Hollywood, come il Giappone o l'Unione Sovietica.
Questo ... Viaggio Cosmico (Kosmicheskiy reys) ha luogo nel 1936,in piena era di terrore staliniano. Diretto da Vasily Zhuravlyov, il film è una sorta di canto, colmo di fiducia nel futuro, un ode all'estetica della trave d'acciaio. Illuminato da un'allegria e da una gioia insolita, considerate le circostanze in cui venne girato.
Sebbene sottotitolato come "Un romanzo fantasy", è pura fantascienza che si muove secondo la logica possibilista e secondo la speculazione scientifica, svolta sulla base delle reali possibilità tecnologiche. Vero e proprio esempio di realismo sovietico promosso dagli organismi ufficiali, Zhuravlyov confeziona un prodotto pieno di buon umore e di senso di meraviglia, durevole e da tenere in considerazione.
In un colossale hangar futurista, fatto di linee pulite e prodotto di un'architettura razionale, dove sono ospitati gli scienziati sovietici, si ergono due razzi stilizzati, posti su giganteschi ponteggi. La loro destinazione è la luna. Dopo una serie di peripezie, che comprendono anche un timido scontro con le vedute di un commissario politico, l'astronave chiamata "Joseph Stalin" verrà lanciata nello spazio, con un equipaggio composto da un vecchio professore dalla lunga barba (che si addice alla sua qualità di saggio), da una giovane ragazza senza paura e da suo fratello, pioniere con fazzoletto rosso al collo e convinzioni inamovibili.
L'avventura cosmica è una festa visiva di primo ordine, con modelli dettagliati, che ricreano perfettamente sia la città del futuro, stilizzata e colossale, che i gadget tecnici. Una luna fatta di abissi e grotte, sulla cui superficie compiono evoluzioni tre avventurieri vestiti di scafandri art decò. Impeccabilmente fotografata ed illuminata, è una gioia vedere l'esperienza degli astronauti che si muovono in assenza di gravità, saltando di roccia in roccia, sia di persona che sotto forma di pupazzi animati secondo la tecnica, sempre affascinante dello stop motion.
Fatto di incessante azione, veloce e divertente, l'unica cosa che manca a questa Selene Sovietica è una qualche creatura aliena.

mercoledì 2 maggio 2012

Il virus della crisi

tulipani

Fu la cosiddetta "bolla dei tulipani", alla fine del 1600, a causare il crollo dell'economia olandese. Ed il responsabile, a dispetto del nome, non fu un fiore, bensì un virus. Nel 1600, in Olanda, la speculazione godeva di uno dei suoi momenti migliori. I fiori - i tulipani - importati dall'Asia minore, arrivarono ad animare il paesaggio olandese; e non solo il paesaggio. In un periodo in cui il denaro scorreva copioso, arrivarono al momento giusto per tutta una classe di persone alla ricerca di nuovi modi di spendere il loro denaro per sciocchezze. Il prezzo dei bulbi era in continua ascesa, e venivano vendute, o messe all'asta, intere attività commerciali per una sola di quelle strane radici. Si cominciò a pensare che un qualcosa che dava l'opportunità di poter fare così tanti soldi, in un colpo solo, avesse un valore di per sé. Così si cominciò a speculare sempre più, sui bulbi, finché non ci si accorse del contrario. Tutto ad un tratto, la gente si rese conto che i bulbi non avevano affatto quel valore intrinseco che ciascuno sembrava assegnargli, ed i prezzi cominciarono a collassare. Beh, dopo tutto erano solo tulipani. Da cui, non si poteva fare altro che far nascere più tulipani, i quali, a loro volta, avrebbero fatto scendere sempre più il prezzo dei tulipani. Visto che non c'era ragione per quel genere di prezzi esagerati. Solo che, a questo punto, si scopre che qualcosa ha trasformato i tulipani - alcuni tulipani - in oro!
Una qualità speciale, si direbbe, che adesso fa salire il prezzo ancora più in alto, fino alle stelle. Alcuni tulipani, senza alcuna ragione apparente sembrano come esplodere: da un colore solido, uniforme, originario eruttano in un turbinio di meravigliosi esotici colori. Nessuno riesce a capire perché alcuni bulbi facciano questo genere di cosa, e quando la faranno. Era come se uno facesse commercio di uova di gallina, e che da qualcuna di quelle uova potesse nascere un grifone, anziché un pollo! 
Solo che, invece, una ragione c'era, ed era una ragione ben precisa. Aveva un nome. Si chiamava "Tulip Breaking Virus", o "virus mosaico". SI trasmetteva da un bulbo all'altro, oppure veniva portato dagli afidi che infestavano i tulipani. Il virus cambiava la pigmentazione, influendo sulla distribuzione dell'antocianina nel fiore. Però, a quei tempi, nessuno lo sapeva, e gli olandesi ne attribuirono la responsabilità agli escrementi di piccione.
Alla fine, il virus fece quello che generalmente fanno tutti i virus. Uccise i tulipani, dopo alcune splendide stagioni di fioritura. E, così facendo, sortì l'effetto di fare alzare ancora ulteriormente i prezzi. Era come se il virus trasformasse i tulipani in biglietti della lotteria.
Il bulbo più costoso, all'epoca, fu il "Semper Augustus": arrivava a costare 13.000 fiorini, e bisogna considerare che allora una casa con giardino poteva arrivare a costare, al più, un terzo di quella cifra. Alla fine, l'economia collassò.
Ah, oggi, i botanici sono riusciti a far crescere selettivamente - senza virus - quelli che si chiamano "Tulipani di Rembrandt" e che imitano i colori che venivano causati dal virus. Ovviamente, il nome deriva dal fatto che l'unica cosa preziosa che rimane di quei costosissimi tulipani sono i dipinti che li raffiguravano.

martedì 1 maggio 2012

Una magnifica sconfitta

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29 aprile 1916, Pàdraig Pearse, poeta e rivoluzionario, stila il seguente comunicato:

"Allo scopo di impedire l'ulteriore massacro dei cittadini di Dublino, e nella speranza di salvare la vita dei nostri seguaci, oramai circondati ed in disperata inferiorità numerica, i membri del Governo Provvisorio acconsentono ad una resa incondizionata, ed i comandanti dei vari distretti della città daranno ordine ai loro comandi di deporre le armi."

Era la fine della Rivolta di Pasqua, il momento più importante nella lotta per l'indipendenza irlandese, dalla ribellione del 1798. La rivolta aveva lasciato interi quartieri della città decimati, causando migliaia di vittime. Era anche stata, in modo inequivocabile, uno spettacolare fallimento dal punto di vista militare. Nondimeno, era stata la scintilla che aveva acceso la miccia della guerra d'indipendenza che, entro cinque anni, avrebbe portato il governo inglese ad un tavolo negoziale per discutere i termini dell'indipendenza irlandese.
Cinque giorni prima della dichiarazione di resa di Pearse, tre organizzazioni rivoluzionarie, riunite nella Fratellanza Repubblicana Irlandese ( Irish Republican Brotherhood ), avevano messo a punto il piano della rivolta. C'è da dire, che i leader sapevano, fin dall'inizio che il piano era destinato al fallimento. La Fratellanza aveva fatto un accordo segreto con la Germania, per cui si aspettava un carico di armi e munizioni, con cui dare inizio alla rivolta. La nave tedesca, però, era stata intercettata dalla Royal Navy, ed affondata. Ciò nonostante, il consiglio militare della Fratellanza prese la decisione di non annullare la rivolta, nella speranza che, pur male equipaggiati, la loro azione avrebbe scatenato una sollevazione di massa tra la popolazione.

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A mezzogiorno del Lunedì di Pasqua, gli Irish Volunteers di Pàdraig Pearse, l'Irish Citizen Army di James Connolly ed il "Cumann na mBan" (in inglese, Irishwomen’s Council, un'organizzazione paramilitare di donne) di Kathleen Lane-O’Kelley, in tutto circa 1.200 fra uomini e donne, marciarono per le strade di Dublino. Malamente armati e del tutto impreparati a quello che stava per accadere, i ribelli si divisero in più unità e presero posizione nei punti chiave della città. Il General Post Office, sulla O'Connell Street, fu la prima posizione di cui presero possesso: doveva servire da quartier generale. Qui, venne innalzata la bandiera irlandese, e Pearse lesse la Proclamazione della Repubblica davanti ad una piccola folla di curiosi.
Nel giro di pochi minuti, anche le altre unità entrarono in azione. Il 1° Battaglione di Ned Daly prese d'assalto le Four Courts, altro punto di riferimento centrale e simbolo della giustizia inglese in Irlanda, il 2° battaglione, sotto il comando di Thomas MacDonagh, prese possesso della Fabbrica di Biscotti di Jacob, appena a sud del castello di Dublino, mentre, nel frattempo, Éamon de Valera, col suo 3° battaglione, occupava il Mulino di Boland, che si affacciava sul porto. Un certo numero di altre postazioni venivano fortificate. Per il resto della prima giornata, le forze britanniche, impreparate, dovettero ripiegare.
Un successo di breve durata, però. Pearse e i suoi compagni rimasero costernati nello scoprire che la loro azione, lungi dal suscitare un'insurrezione di massa, aveva loro alienato l'appoggio di gran parte della popolazione. Cominciarono a girare racconti di come persone comuni erano rimaste uccise a causa del fuoco incrociato e di come i ribelli avessero deliberatamente sparato sui civili che non obbedivano ai loro ordini.
Il giorno seguente venne dichiarata la legge marziale, e venne chiamato il generale di brigata William Lowe, il quale, invece di avvalersi della guarnigione di Dublino, chiamò, come rinforzo, l'artiglieria pesante. Per la fine della settimana, c'erano più di sedicimila soldati britannici in città! L'artiglieria era stata appostata in due locazioni, e una nave da guerra pattugliava il fiume Liffey. I ribelli videro ben poco combattimento: vennero semplicemente circondati e bombardati a distanza, senza pietà. O'Connell Street, le Four Courts, Mill Boland e la fabbrica di biscotti di Jacob, e le aree intorno ad esse, vennero ridotte in macerie. Vennero bombardati con l'artiglieria anche altri quartieri, via via che al comando britannico arrivavano voci di attività dei ribelli in altre zone.
Quando i cannoni tacquero, le truppe britanniche presero d'assalto le posizioni oramai indebolite. I combattimenti si fecero feroci, e ci furono vittime da entrambi i lati. Avvennero anche rappresaglie, da parte degli inglesi, per le perdite subite. Francis Sheehy-Skeffington, un attivista irlandese pacifista, venne fucilato per aver cercato di mediare fra un gruppo di ribelli e le forze assedianti. Quindici civili, in North King Street, vennero trucidati come rappresaglia per un agguato, teso dai ribelli, in cui erano morti undici militari inglesi.
Furono episodi come questi, a trasformare un disastro militare in quella che sarebbe diventata una vittoria per il movimento irredentista.
Intanto, si era diffusa la voce del comunicato di resa di Pearse, e i ribelli cominciavano a deporre le armi e ad arrendersi. Solo il battaglione decimato di De Valera, dapprima rifiutò di ammettere la sconfitta, ma una nuova salva di artiglieria lo condusse a più miti consigli.
Gran parte della città era in rovina, o in fiamme, o entrambe le cose. La rabbia della popolazione che, all'inizio, si era diretta contro i ribelli, cominciò a ritorcersi contro gli inglesi, quando divenne evidente la portata della distruzione, e quando le notizie dei massacri cominciarono a diffondersi. Ma fu quello che avvenne dopo a mettere fine al dominio inglese.
Erano trascorsi 3 giorni da quando era stato sparato l'ultimo colpo. Erano state arrestate più di 3.500 persone, molte delle quali avevano ben poco a che fare con la rivolta, anche se erano coinvolte nella politica o nei sindacati. Ben novanta vennero identificati come "leader dei ribelli", ed un Tribunale Militare segreto riunitosi il 2 di Maggio li condannò a morte. Il 3 di Maggio le esecuzioni ebbero inizio.

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I primi furono i 7 firmatari della Proclamazione della Repubblica. Vennero fucilati nel cortile della prigione di Kilmainham. Fra loro, James Connolly, che era stato ferito gravemente durante i combattimenti, e dovette essere legato ad una sedia di fronte al plotone di esecuzione.
Entro il 12 maggio, quindici, delle 90 esecuzioni, erano avvenute e lo sdegno popolare irlandese continuava a crescere. Quando si seppe in che modo era avvenuta l'esecuzione di Connolly - che era un leader del movimento operaio - scoppiarono tumulti di piazza. L'ultima cosa che volevano le autorità inglesi, che dopo pochi giorni che avevano sconfitto una rivolta ne scoppiasse un'altra. Così, il resto delle esecuzioni vennero annullate (compresa quella di de Valera, che avrebbe giocato un ruolo centrale nella politica irlandese del mezzo secolo seguente). Ma ormai il danno era fatto!