lunedì 30 marzo 2026

“Indigeni”: un’avventura metafisica !!

Louisa Yousfi: "La grande narrazione conservatrice"
- di Faris Lounis -

   Fin dalla sua pubblicazione avvenuta il 20 febbraio 2025, "La Grande Méthode" (La Fabrique) - il secondo libro della giornalista e attivista de-coloniale Louisa Yousfi – quella che è una "avventura metafisica" è stata presentata come se si trattasse di una forma letteraria ibrida, sospesa tra narrativa, narrazione e manifesto, la quale ha ricevuto un'ottima accoglienza critica. E in effetti, va detto giustamente che il libro mostra delle vere qualità letterarie. E lo fa raccontando la storia di una famiglia proveniente dall'immigrazione post-coloniale, la quale intraprende un viaggio in Algeria per andare a seppellire il padre nella sua propria terra natale; e questo viaggio funebre cattura con grande sensibilità la questione del patrimonio – materiale e immateriale – che i proletari nordafricani lasciano ai loro figli, così come la questione relativa alla sua trasmissione, spesso incompleta. Raccontati con particolare forza, i due capitoli dedicati alla veglia e al funerale illustrano in "La Grande Méthode" ciò che è intimo e universale allo stesso tempo: l'arrivo del corpo, a Blida, nella casa di famiglia; e lo fa evocando il silenzio che regna intorno alla bara per un'intera notte, la sepoltura, l'accettazione della morte e l'aprirsi di un nuovo ciclo di vita. Strutturato com'è intorno all'Algeria, il libro avrebbe potuto – soprattutto per convincere il pubblico algerino – limitare il suo soggetto a quest'esperienza che riesce a catturare il lettore grazie alla sua profondità umana. Ma tuttavia, purtroppo, il resto dei capitoli - fortemente impregnato di una religiosità che legge la storia in termini di purezza e di contaminazione - organizza il mondo intorno a una artificiale suddivisione tra "Oriente" e "Occidente"; tra "credenti" e "non credenti". Già nel suo "Rester barbare" (La Fabrique, 2022) - un saggio letterario e politico dedicato al rap e alla cultura urbana degli "Indigènes" - l'autrice arrivava a formulare una tesi stimolante. Nella quale, il "barbaro" - di cui lei sostiene di essere la portavoce - non è affatto un essere radicalmente estraneo al cosiddetto "Impero", ma bensì è «il prodotto di questa civiltà», di cui egli «testimonia una mutazione non programmata, che non è codificata dal processo civilizzatore». Ponendosi «di fronte alla civiltà», questa figura mette a nudo le menzogne «repubblicane» sull'integrazione, così come fa con le accuse paranoiche riguardanti l'«inselvaggimento» della società e del «processo di decivilizzazione» presumibilmente in atto nei «territori conquistati dall'islamismo». Criticando le strategie del discorso assimilazionista, il quale esorta i "barbari" ad abbandonare tutto ciò che li collega alla loro storia familiare, e a dimostrare quotidianamente la loro fedeltà alla Repubblica, il libro si scontra tuttavia con una forma di ossessione riguardante un ritorno a una "natura" – la «barbarie» – che la "civiltà occidentale" avrebbe minato. In tal modo, dalla necessaria e legittima inversione dello stigma, ci troviamo pertanto a scivolare verso l'invenzione di un altro stigma: vale a dire, quello di resistere agli attacchi della destra dura ed estrema, mobilitando i cosiddetti attributi «barbari» postulati dal mascolinismo di alcuni riferimenti rap, Booba e PNL in primo luogo. Riprendendo, in chiave spirituale, il paradigma de-coloniale e gli schemi essenzialisti del suo primo libro, in cui tracciava una linea di demarcazione tra i «Beaufs» dei quartieri popolari e i «Barbari» delle periferie, questo nuovo libro è un tentativo di pensare l’emancipazione del «popolo degli Indigeni della Repubblica» a partire da un metodo che concepisce l’appartenenza in maniera esclusivamente teologica e ritualistica. «Anche se non ci credi. Anche se dubiti. I gesti valgono per ciò che evocano, non per ciò che dimostrano. Riprendi a digiunare, a donare, a purificarti. La fede si nasconde dietro i gesti che compi senza pensarci.»

Orientalismo inverso
    Se "Rester barbare" integrava, in maniera discutibile Kateb Yacine, l'autore di "Nedjma" (Seuil, 1956) - un ateo senza freni, che però veniva rivendicato dalla Yousfi come se fosse un laico e un internazionalista impenitente, ponendolo all'interno di una narrazione che egli invece ha sempre osteggiato; quella dell'autenticità dell'identità e della purezza religiosa -  "La Grande Méthode" mette invece in atto un posizionamento diverso. Affermando che «La trascendenza e gli immaginari sacri sono parte integrante della vita quotidiana dei subalterni », il libro imbarca in un nuovo viaggio de-coloniale verso l'Est, senza chiedere loro il permesso, tutti coloro che sono legati alla cultura islamica. Per chiunque possegga una conoscenza anche solo superficiale delle correnti del pensiero arabo, leggere un saggio simile gli ricorderà il cosiddetto concetto di "orientalismo inverso", così come viene proposto da Sadik Jalal al-Azm in un suo opuscolo pubblicato a Beirut nel 1981, e poi tradotto in francese nella raccolta "Ces interdits qui nous hantent. Islam, censure, orientalisme" (Parenthèses/MMSH/IFPO, 2008). Questo concetto non si riferiva a nessuna critica dell'orientalismo, quanto piuttosto a una critica che, pur denunciando le categorie orientaliste classiche, ne rinnova comunque gli schemi essenzialisti, e lo fa invertendone semplicemente la valenza: all'Oriente passivo e irrazionale si sostituirebbe un Oriente portatore di una singolarità spirituale e di una sostanzialità culturale che attraversa, senza alterazioni, le aree geografiche e i periodi storici. Oggi, la confutazione della rottura immaginaria tra "Est" e "Ovest", proposta da Sadik Jalal al-Azm, rimane utile al fine di contestare l'esistenza di quei «mondi invisibili» nei quali i loro «segreti» sono inaccessibili a degli esseri limitati quali i «Bianchi». A partire dalla fede nell'esistenza di un «gene» dell'Islam, ne "La Grande Méthode" l'identità dell'uomo algerino viene descritta come se si trattasse di un «homo islamicus» privo di capacità di agire. Egli non vive in una società in movimento, attraversata da antagonismi sociali e da lotte politiche severamente represse, bensì in una «cosmologia» radicalmente altra: seppellire i morti senza la presenza delle donne («noi, le sorelle cui è vietato l'accesso al cimitero: assistiamo alla scena da casa, incollate allo schermo. Disobbediamo e obbediamo allo stesso tempo») sarebbe quindi questo l'orizzonte del popolo algerino, agli occhi di Louisa Yousfi. Le donne algerine e franco-algerine dovrebbero rispettare gli «equilibri» locali, e non adeguarsi ai criteri del «femminismo liberale», che le indurrebbe a invadere i cimiteri. Nel corso della presentazione di “La Grande Méthode” sul media de-coloniale “Paroles d’honneur”, la conduttrice del programma e la saggista Houria Bouteldja hanno accolto con entusiasmo il fatto che, nella scena del funerale, le donne siano rimaste al «loro» posto: a casa, anziché al cimitero, con gli uomini. Senza dubbio, condividono l’opinione di Bouabdellah Ghlamallah, alto dignitario algerino che nel maggio del 2021 ha dichiarato che «l’algerino non può essere che musulmano». A tal proposito, la mancanza di interesse per le dinamiche sociali che attraversano oggi la società algerina, può solo offendere le donne algerine e franco-algerine che hanno vissuto in prima persona l'ideologia dei fondamentalisti religiosi e dei nazional-conservatori locali, i qual hanno fatto del "loro" Islam un espediente repressivo che limita severamente le libertà dei cittadini.

Scienze umane e cosmologie dei «popoli indigeni»
   Questo essenzialismo spiega le numerose estrapolazioni mistico-teosofiche del libro, che mascherano male quello che è un evidente vuoto teologico: una spiritualità concepita, non come filosofia di vita, ma a mo' di slogan. Il capitolo che racconta il passaggio dal consolato ne offre un chiaro esempio. Per la narratrice, l'impiegata sciovinista, la cui esistenza sarebbe votata a impedire che «l'indegnità dei mondi» occidentali possa «contaminare il [loro] sacro tempio» , possiede il diritto assoluto di trattare i cittadini che hanno doppia nazionalità francese e algerina come degli «algerini di carta». Di fronte alle «merde occidentali» che potrebbero minacciare la «terra dei [loro] antenati martirizzati e dei liberatori del [loro] popolo», ella diventa il Cerbero guardiano della purezza nazionale e religiosa. Attenta a non dissolversi nel «trionfante razionalismo del nostro tempo», la narratrice adotta la postura dell'iniziato, penetrando, con la forza della fede, i segreti di un'Algeria «che è rimasta intatta, congelata fuori dal tempo, fedele alle sue tradizioni e alle sue regole». Questa Algeria che, fungendo da «ancora mitica», parlerebbe ai «puri» che recano nel cuore il loro Dio. Sul piano politico, una simile matrice non è affatto senza conseguenze. All'assegnazione identitaria dei francesi musulmani si aggiunge un messianesimo intorno alla Palestina, illustrato dalla visione di una massa umana «in viaggio verso la Palestina liberata» e di una Gerusalemme «vasta come una madre che li sta aspettando da mille anni» e che dice ai suoi figli «occidentali»: «Venite, figli miei che siete là lontani. Mi avete sognata, ma ormai non state più sognando me. Lo giuro in nome di Dio, perché Dio è con me.» Curiosamente, questo immaginario apocalittico tiene però poco conto delle parole – spesso espresse in arabo – con cui i palestinesi descrivono la loro lotta contro l'impresa coloniale. Nei racconti di Ghassan Kanafani, nei romanzi di Adania Shibli, nella poesia di Najwan Darwish, nei racconti di Nasser Abu Srour, nei libri di storia di Walid e Rashid Khalidi, non c'è traccia di un simile messianesimo. Per quanto riguarda gli scritti palestinesi che sono stati pubblicati dall'inizio del genocidio a Gaza, vediamo che non c'è alcuna esortazione all'arcangelo della morte simile a quella di Louisa YousfiO Azrael, sbrigati. Il cielo trema sotto la mia agonia – presto si chiuderà... »), bensì testimonianze di dignità unite a perseveranza anticoloniale. Il poeta Refaat Alareer, assassinato dallo Stato di Israele nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 2023 nel corso di un attentato a un quartiere di Gaza, ha semplicemente testimoniato: «Se io dovessi morire / Tu devi vivere / Per raccontare la mia storia…» Un'affermazione del tipo «la Palestina è l'anima delle nostre anime» gli sarebbe totalmente estranea.

I limiti dell'inversione accusatoria
   «Quando ho finito di scrivere il libro, mi sono detta: “Ma cos’è che i bianchi potranno mai capire? Quando l’ho scritto non ho mai pensato a loro”», rivela Louisa Yousfi. Ossessionato com'è dal pericolo del «contagio bianco», "La Grande Méthode", a causa dell'antropologia differenzialista che sviluppa (da un lato, lo «spirito orientale» che avrebbe accesso alla vera conoscenza; e dall'altro, lo «spirito occidentale» che ne sarebbe stato irrimediabilmente privato)  appare essere un testo problematico. Per un algerino, o un arabo - che padroneggi quella parte dell'eredità ellenista e razionalista della propria tradizione - affermazioni quali «L'Islam non è una religione del visibile», oppure,  «Le anime [musulmane] si riuniscono attorno a un centro invisibile» non possono che essere scandalose: rinnovano una rappresentazione ferocemente occidentale dell'Islam, presentata come il vettore di una «barriera invisibile» che immunizzi i «buoni credenti» da una presunta cultura francese corruttrice. Rimane tuttavia un paradosso. Se il saggio afferma l'esistenza di una scienza tipicamente «islamica», accessibile solo ai musulmani di lingua araba o persiana, e accusa la Repubblica di corrompere l'anima dei suoi «indigeni» attraverso i «morsi» dell'integrazione, è davvero possibile emanciparsene attingendo a testi – come il “Cantico degli uccelli” di Attar o “L’Arcangelo purpureo” di Sohravardî - trasmessi grazie alle traduzioni erudite realizzate dagli orientalisti europei? Lo stesso Sohravardî - nell'introduzione a Kitâb Hikmat al-Ishrâq ("Il Libro della Saggezza Orientale") - segue comunque le orme tracciate da Socrate, Platone, Avicenna e dai saggi persiani. E allora che cos'è "La Grande Méthode"? Un'inversione accusatoria estetizzata, una passeggiata esotica tra i meandri di una «scienza alata», una grande narrazione conservatrice pensata per incantare il mondo per mezzo della preghiera e le abluzioni. «Tu costruisci un mito per colmare un vuoto. Scambi il silenzio di tuo padre per una leggenda. Innalzi un culto basato sul nulla. » Innegabilmente, la scrittura febbrile de “La Grande Méthode” trasforma il racconto della morte e della sepoltura di un padre, nato come «soggetto francese» -  e quindi «non cittadino» - nell’Algeria francese, in un’epopea che restituisce la loro dignità ai discendenti dei lavoratori stranieri. Tuttavia, malgrado le nuove possibilità offerte in termini di narrazione e riflessione sulla ricchezza dei volti e delle sensibilità che compongono la Francia di oggi, il testo di Louisa Yousfi presenta due ostacoli principali. Da un lato, l'affermazione secondo cui il «bianco» sarebbe incapace, dal punto di vista ermeneutico, di cogliere il «segreto» dei «colonizzati» immaginari, finisce per assomigliare a una forma di segregazione culturale, che annulla ogni possibilità di dibattito e di scambio di idee tra i gruppi sociali. In secondo luogo, sostenendo che l’emancipazione consisterebbe in un ritorno a un Islam identitario, “La Grande Méthode” finisce, in definitiva, per riprendere in modo inverso lo schema delle argomentazioni dell’estrema destra di Boualem Sansal o di Kamel Daoud, per i quali questa religione costituirebbe «il» maggior pericolo per «la continuità storica della Francia»: una sorta di «colonialismo arabo-islamico-turco-africano» che intende prima «inghiottire la Repubblica e poi anche il resto del mondo».

- Faris Lounis - Pubblicato il 27/3/2026 su Mediapart -
- fonte: @Palim Psao -

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