mercoledì 25 marzo 2026

«A spese dei produttori» !!!

Cos'è l'imperialismo di crisi?
- E in cosa differisce dall'imperialismo classico delle epoche precedenti? -
di Tomasz Konicz

   Con "Imperialismo di crisi" si fa riferimento alla ricerca dell'ottenimento di un dominio statale – attuato con mezzi economici, politici o militari – in quella che è un'epoca segnata dalla contrazione del processo di valorizzazione del capitale. Gli apparati statali dei centri del sistema mondiale aspirano a stabilire la loro supremazia, in quello che è il contesto di una crisi sistemica alimentata, da un lato, da un incremento permanente di produttività che, da un lato, crea regioni di terra bruciata economicamente ed ecologicamente, principalmente ai margini, mentre dall'altro rende impossibile l'emergere di un nuovo regime di accumulazione nel quale il lavoro salariato in massa verrebbe sfruttato nella produzione di merci. Questo processo di crisi, viene accompagnato da un debito, il quale cresce più rapidamente di quanto lo faccia la produzione economica mondiale, e che in tal modo porta al formarsi sempre più di un'umanità economicamente superflua; così come esplicitato, ad esempio, dalle crisi migratorie degli ultimi anni. Ed è qui che risiede la differenza fondamentale rispetto all'imperialismo delle epoche precedenti, dal momento che quest'ultimo si è svolto invece in una fase storica di espansione di un'espansione del capitale – iniziata in Europa nel XVI° secolo – e che fu proprio alimentata per mezzo dello sfruttamento omicida di masse di operai. Il saccheggio di risorse - quali oro e argento nell'America Latina - e l'istituzione di nuovi mercati nei paesi del Sud del Mondo - canna da zucchero, spezie, ecc. - poteva essere raggiunta solo attraverso lo sfruttamento massiccio del lavoro, di solito ottenibile solo attraverso il lavoro forzato. La scia di sangue, lasciata da questa espansione imperialista del sistema mondiale capitalistico, che ha incessantemente integrato sempre più, nel mercato mondiale, le nuove regioni periferiche - facendolo spesso attraverso la violenza militare - si estende a partire dal genocidio dei popoli indigeni dell'America Latina e Centrale, e passa per il triangolare commercio atlantico degli schiavi, o per lo sfruttamento dell'India da parte dell'Impero Britannico, e arriva alle atrocità dell'imperialismo belga nel Congo della fine del XIX° secolo - le cui ripercussioni si fanno sentire ancora oggi - allorché il mancato rispetto della produzione delle quote di gomma, da parte dei lavoratori forzati, portò alle più gravi mutilazioni, come l'amputazione delle mani. La sete di espansione - in ultima analisi militare - degli Stati imperialisti, deriva dal vincolo oggettivo che il capitale ha a valorizzarsi, laddove le tendenze imperialiste riescono a ottenere dinamismo proprio in risposta alle contraddizioni interne del processo di valorizzazione: l'eccessiva accumulazione di capitale alla ricerca di investimenti, le crescenti tensioni sociali che la colonizzazione dovrebbe placare, oppure la domanda di capitale, relativa a materie prime e fonti energetiche che non possono essere sfruttate sul territorio nazionale, spesso incoraggia gli Stati, che hanno mezzi sufficienti di potere, a intraprendere le corrispondenti forme di espansione imperialista.

  Dopo il XX° secolo, durante il quale - a causa della "Guerra Fredda - furono attuate pratiche di imperialismo piuttosto informali, le quali consistevano nell'installare, nella periferia - tramite pressioni economiche o per mezzo di colpi di stato orchestrati dai servizi segreti, - regimi dipendenti, ma formalmente sovrani. Questo secolo, vide così la ricomparsa di forme di aggressione imperialista diretta, e che interagiva con il declino imperiale degli Stati Uniti, e con le crescenti tendenze alla disintegrazione statale e sociale nella periferia. Cosa che comportava anche il rischio di grandi guerre tra le principali potenze imperialiste. Durante la sua fase di espansione storica, il sistema capitalista mondiale fu caratterizzato da dei cicli egemonici in cui una grande potenza imperialista riuscì a conquistare una posizione egemonica, tollerata, almeno temporaneamente, dalle potenze concorrenti. Il XIX° secolo era stato pertanto segnato da un ciclo egemonico britannico, e il XX° da un ciclo egemonico americano, basato però sull'ascesa industriale seguita poi dal declino. Il moltiplicarsi dei conflitti militari, è l'espressione del declino egemonico degli Stati Uniti, e questo sebbene la crisi socio-ecologica del capitale impedisca l'emergere di una nuova potenza egemonica. La Cina, impegnata in una lotta egemonica globale con Washington, non è in grado di succedere agli Stati Uniti in quanto "poliziotto mondiale", e questo a causa delle crescenti contraddizioni interne legate alla crisi (crisi del debito e del settore immobiliare). L'attuale fase di escalation del conflitto militare, è pertanto solo una satira sanguinosa, e molto reale, del discorso di un "ordine mondiale multipolare", che viene sostenuto da tutti i concorrenti imperiali degli Stati Uniti in declino. La crisi sistemica impedisce l'emergere di un nuovo egemone, e questo mentre molti apparati statali continuano comunque a cercare - invano, in definitiva - di diventare potenti quanto gli Stati Uniti; nel momento in cui l'erosione dell'egemonia americana dà loro lo spazio per manovrare e portare avanti le proprie avventure militari. Inoltre, le crescenti contraddizioni interne, stanno facendo riemergere la sete di espansione imperiale (ad esempio, Russia, Turchia).

     Una importante differenza concreta, rispetto a quella che è stata la ricerca della dominazione imperiale nei secoli passati, risiede perciò nel fatto che la ricerca di canali commerciali e di "manodopera", che possano essere sfruttati tramite un'integrazione forzata nel mercato mondiale, oggi non gioca più alcun ruolo, e questo a causa della crisi sistemica di sovrapproduzione menzionata sopra che colpisce il sistema mondiale globalizzato. Nell'imperialismo di crisi tardivo del capitalismo della fine del XXI° secolo, la sete di espansione imperialista si traduce nei tentativi di isolamento e di emarginazione attuati nei confronti delle masse della periferia, ormai diventate economicamente superflue; e questo sia nella "Fortezza Europa" che negli Stati Uniti. In tal senso, l'espansione si trasforma perciò nella compartimentazione che divide i centri dalla periferia, la quale non svolge più alcun ruolo se non quello di mercato outlet. La periferia decadente, con i suoi "Stati falliti", ora svolge solo un ruolo di fornitore di materie prime visto nel contesto dell'estrazione, la quale si basa anche su delle forme di disgregazione rispetto a quello che era stato l'"imperialismo informale" del XX° secolo, nella misura in cui - per esempio riguardo all'estrazione del cobalto nel Congo - le strutture di potere locali post-statali (milizie, gang, sette, ecc.) ora organizzano autonomamente l'estrazione delle risorse, per poi trasportarle sul mercato mondiale attraverso dei percorsi oscuri, tramite degli intermediari. Militarmente, i centri interagiscono con le regioni della cosiddetta "terra bruciata" solo nel contesto della "guerra per l'ordine mondiale" (Robert Kurz), nella quale la periferia dev'essere stabilizzata per mezzo dei processi di costruzione statale ("costruzione della nazione") o quanto meno neutralizzata militarmente, essendo un fattore dirompente. La campagna mondiale d'attacco con droni condotta dagli Stati Uniti, un tempo «gendarme del mondo», nell'ambito della «guerra al terrorismo», o anche gli interventi, tutti destinati al fallimento, dell’Occidente in Afghanistan e in Somalia, rientrano in questa categoria di lotta imperiale contro i mulini a vento, intrapresa dai centri nella periferia, contro le conseguenze sociali della crisi sistemica che proviene dai centri stessi. L'era attuale dell'imperialismo di crisi si caratterizza, pertanto, a partire dall'interazione tra il dominio da parte dello Stato e il processo di crisi del capitale che persegue una dinamica feticistica autonoma mediata dal mercato e alimentata dalle contraddizioni interne del capitale (e che, nella competizione di mercato, tende a liberarsi della propria sostanza: il lavoro che crea valore). Le élite funzionali degli apparati statali si trovano così di fronte alle conseguenze della crisi, la quale si svolge «a spese dei produttori» (Marx), rimanendo così esposta a una forza esterna e naturale, e questo sebbene le contraddizioni, e le crescenti distorsioni (debito, erosione sociale, crisi economiche e ambientali, ecc. siano il prodotto inconscio degli attori di mercato, nella loro ricerca della massima valorizzazione del capitale. Così facendo, il capitale ha generato una formazione sociale che non controlla tutta questa dinamica cieca, e che viene infine spinta, da essa, verso il collasso sociale ed ecologico.

   La concorrenza tra gli Stati, derivante da questa crisi sistemica di sovrapproduzione, porta pertanto all'emergere di un imperialismo che si fonda su base economica, e che cerca di ottenere i più alti surplus commerciali possibili. Grazie a queste eccedenze commerciali, la crisi di sovrapproduzione, così come il vincolo relativo al Debito che l'accompagna, vengono esportati in quei paesi che mostrano un deficit sempre più grande. Su questo terreno, dopo l'introduzione dell'Euro, la Repubblica Federale Tedesca si è dimostrata particolarmente efficace. Il dominio politico della Germania nell'eurozona, è per l'appunto il risultato dei colossali surplus commerciali tedeschi realizzati nel periodo tra l'introduzione dell'euro e la crisi dell'euro, e che hanno portato alla crisi del debito nell'Europa meridionale, e alla deindustrializzazione nei paesi indebitati; nel mentre che la base industriale dell'industria esportatrice tedesca rimaneva intatta. Dopo lo scoppio della crisi dell'euro, il ministro delle Finanze tedesco Schäuble riuscì a imporre unilateralmente, agli Stati in crisi - sotto forma di una rigida politica di austerità, e dopo aspri scontri politici -  le conseguenze dello scoppio delle bolle del debito europeo, le quali erano andate di pari passo con i surplus commerciali tedeschi, allargando così il divario economico già esistente tra Berlino e la "sua" zona euro; consolidando in tal modo la pretesa della Germania alla leadership, mentre gli Stati soggetti a distruttive politiche di austerità, come la Grecia, dovevano accettare notevoli perdite di sovranità. Il protezionismo crescente degli ultimi anni, emerso dalla prima amministrazione Trump, costituisce una reazione a una simile tendenza - nata dalla crisi - a cercare surplus commerciali più elevati possibile. Prima delle guerre commerciali aperte scatenate da Trump a causa della progressiva deindustrializzazione degli Stati Uniti, molti Stati avevano già cercato di migliorare il proprio equilibrio commerciale per mezzo di politiche di svalutazione competitiva della loro moneta. In tal modo, il processo di crisi oggettiva del capitale si sviluppa pertanto attraverso i corrispondenti scontri tra Stati imperialisti in crisi; vale a dire che l'attuazione della dinamica di crisi, mediante lotte di potere economiche, geopolitiche, di intelligence o militari, costituisce il nucleo oggettivo del modo di agire dell'imperialismo di crisi. E questo non vale non solo per i centri in via di erosione (ad esempio nell'Europa meridionale), ma vale anche per la periferia del sistema mondiale, dove il processo di crisi è più avanzato, e dove la disintegrazione sociale generalizzata si trasforma in disintegrazione statale. Gli interventi imperialisti in Siria e in Libia, dopo la "Primavera Araba", quando i regimi di modernizzazione falliti, diventati delle cleptocrazie, vennero minacciati da delle disperate rivolte, apparve chiaramente come i disordini legati alla crisi avessero aperto lo spazio a delle manovre per interventi imperiali. Le tensioni sociali nello spazio post-sovietico, laddove l'egemonia russa si è rapidamente erosa, fino ad arrivare allo scoppio della guerra in Ucraina, hanno rivelato una simile dinamica di protesta, di rivolta e di interventi esterni. La Russia di Putin ha scelto di lanciare la guerra d'aggressione contro l'Ucraina, proprio sotto l'influenza delle rivolte in Bielorussia e Kazakistan.

   A volte, gli Stati con ambizioni imperiali sfruttano direttamente le conseguenze delle crisi: la Turchia islamo-fascista di Erdogan, ad esempio, ha usato i flussi migratori verso l'Unione Europea come leva di pressione per estorcere concessioni e denaro a Bruxelles e a Berlino. In maniera analoga, l'espansione imperialista nel nord della Siria, e nel nord dell'Iraq, è stata giustificata da Ankara a partire dal desiderio di voler concentrare, in futuro, i rifugiati in queste regioni. L’imperialismo quindi non deve essere considerato, da un punto di vista storico, semplicemente come un precursore ideologico e pratico degli eccessi fascisti: lo stesso processo si sta verificando anche nell’attuale crisi sistemica. La ricerca del dominio imperialista interagisce anche con la crisi ecologica del capitale che, a causa del suo imperativo di crescita, è incapace di stabilire una riproduzione dell'umanità che rispetti le risorse e il clima. Un esempio, ne sono le tensioni nel Lontano Nord, nell'Artico, laddove il rapido scioglimento della calotta glaciale sta aprendo nuove rotte marittime, rendendo così accessibili nuovi giacimenti di combustibili fossili; il cui sfruttamento diventa così oggetto di una disputa tra i paesi rivieraschi di Russia, Stati Uniti, Canada e Unione Europea. Il conflitto tra Russia e Occidente sull'Ucraina, iniziato nel 2013, come una lotta tra aree economiche concorrenti (UE e Stati Uniti contro la desiderata "Unione Eurasiatica" di Putin), ora ha assunto una sua componente di politica climatica. L'Ucraina ha dei terreni neri-argillosi assai fertili che - di fronte alle imminenti carenze alimentari legate al clima e alle future crisi alimentari - stanno ora rapidamente guadagnando valore, in quanto leva di potere geopolitico; il cibo potrebbe diventare il petrolio del XXI° secolo. La crisi spinge perciò i mostri statali del tardo capitalismo a confrontarsi tra loro; sia economicamente che ecologicamente. L'imperialismo di crisi è pertanto simile - per restare nella metafora della crisi climatica - a una lotta spietata per la sopravvivenza su un iceberg che si sta sciogliendo, o sul Titanic che sta affondando. Ma dal momento che la crisi socio-ecologica del sistema non può essere risolta nel quadro del sistema mondiale capitalistico, L'imperialismo di crisi trova così il suo sfogo in una grande guerra che, a causa del potenziale distruttivo accumulato nel tardo capitalismo, avrebbe oggi delle conseguenze catastrofiche. Senza una trasformazione emancipatoria del sistema, il crollo della civiltà capitalista rischia pertanto di portare a una catastrofe climatica e a una guerra nucleare.

- Tomasz Konicz, 23 giugno 2022 -  fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

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