giovedì 24 maggio 2018

Ossessione

compulsione

La dinamica immanente del capitalismo vista come ossessione per la produttività
- Processo innovativo, sovrapprofitto e crisi -
di Palim Psao

«Ma la contraddizione di questo modo di produzione capitalistico risiede proprio nella sua tendenza a sviluppare assolutamente le forze produttive, che entrano costantemente in conflitto con le condizioni specifiche di produzione, nelle quali si muove il capitale, le uniche in cui può muoversi » (Karl Marx, Il Capitale, Libro III).

1. Il capitale come «contraddizione in processo»
Il processo fondamentale di crisi non è affatto iniziato con la crisi economica e finanziaria del 2007-2008, ma ha avuto origine in una contraddizione insolubile inerente alla relazione capitalista. Alla fine, ciò che rende insostenibile il modo di produzione capitalista, è il conflitto esistente fra lo sviluppo delle forze produttive e la finalità limitata che consiste nella moltiplicazione della ricchezza astratta. Per questo motivo, Marx parla della relazione di capitale come di una «contraddizione in processo».
Più volte, Marx si riferisce ad una contraddizione in processo fra lo sviluppo delle forze produttive e le condizioni della produzione, una contraddizione che non è quella delle classi e dei loro rapporti di forza. « La contraddizione, esposta in termini generali, consiste in questo: la produzione capitalistica racchiude una tendenza verso lo sviluppo assoluto delle forze produttive, indipendentemente dal valore e dal plusvalore in esso contenuto, indipendentemente anche dalle condizioni sociali nelle quali essa funziona; ma nello stesso tempo tale produzione ha come scopo la conservazione del valore-capitale esistente e la sua massima valorizzazione {vale a dire l’accrescimento accelerato di questo valore).» (Karl Marx, Il Capitale Libro III cap.15). Questa tesi centrale della sua critica dell'economia politica, Marx l'aveva già riassunta qualche anno prima nel Grundrisse: «Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza» (Karl Marx, Grundrisse). Ed è a questa contraddizione in atto che Marx pensa quando scrive: « Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso » (Karl Marx, Il Capitale Libro III cap.15). Quindi, lo sviluppo delle forze produttive messo in moto dal capitale diventa, prima o poi, incompatibile con la produzione limitata di ricchezza da parte del capitalismo.
Il fine autoreferenziale della valorizzazione capitalistica - accumulare una quantità sempre maggiore di «lavoro morto» sfruttando, nella produzione di merci, una base sempre più ampia di lavoro vivente - entra in contraddizione con un'altra dinamica sistemica, la quale fa anch'essa parte dell'essenza della logica capitalista. Nella sua struttura alienata, il lavoro particolare di ciascun individuo sfruttato viene validato socialmente in quanto forma fenomenica del lavoro astratto, ma anche in riferimento ad uno standard sociale generale presupposto - il lavoro socialmente necessario - vale a dire, in funzione del tempo di lavoro che corrisponde al livello i produttività della società in un dato momento. Ora, questa norma temporale che si contrappone agli individui sfruttati, non è mai fissa, e si trova a diminuire costantemente a causa della concorrenza. La sfera funzionale della l'economia d'impresa è oggetto di una dinamica permanente di compulsione alla produttività.

2. Concorrenza, sovrapprofitto e ossessione per la produttività
Applicando nuovi modi di razionalizzazione, al fine di aumentare la produttività, ogni impresa sa che così diminuisce il tempo di lavoro necessario alla fabbricazione delle merci, portandolo al di sotto dello standard sociale in vigore in quel momento.
Dal momento che la produttività dipende dal carattere sociale del volto concreto del lavoro (tale carattere sociale include la conoscenza e l'esperienza scientifica, tecnica ed organizzativa), il suo aumento consiste nel principio della riduzione di questo tempo di lavoro necessario (aumentando quindi il tempo del pluslavoro). Quest'ultima cosa viene attuata storicamente col rompere in primo luogo il processo lavorativo e i suoi diversi elementi, e successivamente attraverso l'introduzione di macchinari, e subito dopo l'OST taylorista-fordista e, alla fine degli anni '80, lo snellimento della produzione. La sfera funzionale dell'economia imprenditoriale forma un processo lavorativo intrinsecamente capitalista, in quanto viene modellato materialmente a partire dal processo di valorizzazione.
In questa gara, i primi capitalisti vengono momentaneamente premiati a partire dal fatto che posso vendere le loro merci realizzando un margine di beneficio supplementare, vale a dire realizzando un «sovrapprofitto» (chiamato da Marx anche «extra plusvalore»), o aumentando la loro quota di mercato a scapito dei concorrenti, ed appropriandosi quindi di una maggior quota della massa di valore socialmente prodotta.
Poi, gradualmente, man mano che queste invenzioni si diffondo nelle imprese che sono in grado di acquisire i mezzi per aumentare la produttività, e mentre una parte delle imprese che non possono adeguarsi vengono letteralmente eliminate, lo standard sociale cambia, si assesta sul livello di produttività accelerata che aveva momentaneamente permesso la realizzazione di un sovrapprofitto, e che adesso non lo consente più, dal momento che è questo nuovo livello di produttività accelerata quello che ormai diventato il nuovo standard sociale di produttività.
Ma questa dinamica immanente al funzionamento del capitalismo è incessante, le imprese sono continuamente alla ricerca di nuove invenzioni e di processi innovativi che possano consentire al più presto di realizzare nuovamente il momento di un sovrapprofitto (extra plusvalore). Questa relazione interna fra concorrenza, processo innovativo e sovrapprofitto momentaneo, costituisce una dinamica che fondamentalmente dirige il modo di produzione capitalista, e che si esprime con una compulsione alla produttività. Si genera continuamente un nuovo ciclo di trasferimento della norma sociale, con l'eliminazione delle imprese che non possono tenere il passo (questi capitalisti vengono eliminati dal mercato insieme alla capacità di lavoro acquistata).
Una formazione sociale che si realizza attraverso il lavoro astratto e che viene quindi consegnata alla costrizione cieca dell'accumulazione infinita di quantità di lavoro astratto, tende quindi necessariamente a sviluppare dei metodi che riproducono questo vincolo su scala sempre più grande. AL centro del processo di valorizzazione si trova perciò l'aumento perpetuo della produzione per la produzione, nella forma di un flusso crescente di una quantità di merci che rappresentano del «lavoro morto» (e il suo rovescio, la distruzione del pianeta, dal suo sottosuolo fino alla sua atmosfera). Questa compulsione continua ad aumentare la produttività, segna tutta la storia del capitalismo a partire dal XVIII secolo. Tale compulsione si fonda «nella forma merce - sia degli imperativi "oggettivi" sia dei valori culturali e delle visioni del mondo che, associati a questa forma, spingono per rendere il processo lavorativo il più efficace possibile» (Moishe Postone, Tempo, lavoro e dominio sociale).

3. Micro e Macro livello della dinamica immanente
A livello della micro-economia dell'impresa e del particolare soggetto economico che considera ciecamente la forma sociale capitalista come se fosse un fondamento naturale, questa dinamica appare sotto la forma della necessaria «competitività» dell'impresa, la cui altra faccia della medaglia è la sua «produttività» interna. «Competitività» e «produttività» sono qui le due facce del processo del lavoro in quanto processo di valorizzazione. Queste categorie funzionali all'economia imprenditoriale sono delle forme di pensiero oggettivate che sono radicate nel carattere bifido del lavoro.
Per le aziende, all'interno di tale dinamica immanente al capitalismo, esistono tre tipi principali di situazioni:

1 - Le imprese che hanno un problema di competitività, perché si trovano al di sotto della standard di produttività del momento. Se non riescono a farcela, ben presto si troveranno ad essere in «default», «liquidazione» o «cessazione».
2 - Quelle che dopo una «ristrutturazione riuscita» del processo lavorativo interno, hanno aumentato la loro produttività, e si trovano quindi al livello dello standard sociale in vigore.
3 - Le imprese che fanno il loro «Sturm un Drang» di produttività, come dice Marx, vale a dire che, per mezzo dei nuovi processi innovativi del processo lavorativo interno, producono in maniera ancora più veloce di quello che è lo standard in vigore, cosa che momentaneamente permette loro di realizzare del «sovrapprofitto» ed espandere le loro quote di mercato.

Queste tre situazioni e la concorrenza che ad esse si accompagna, vanno essenzialmente a determinare quella «guerra economica» permanente che regna nella società capitalista, una lotta mortale fra i differenti «possessori di denaro». Ci saranno inevitabilmente dei vincitori e dei vinti. In Francia, nel 2017, sono state 54.572 le imprese oggetto di una procedura di salvaguardia, o che sono state messe in liquidazione, mentre nel frattempo, al di fuori della micro-imprenditorialità, sono state create 198.000 società e 151.000 imprese individuali.
A livello macro-sociale, questa dinamica immanente viene percepita dal pensiero feticizzato in maniera superficiale ed apologetica, sotto forma di un processo di «distruzione creatrice» (Schumpeter) o, ed è la stessa cosa, come opposizione fra il «vecchio mondo» ed il «nuovo mondo» (Macron), ma sempre in maniera immanente al mondo delle relazioni sociali capitaliste. Questo meccanismo di base che si trova al cuore della dinamica immanente del capitalismo, va essenzialmente a determinare il fatto che il capitalismo si trova ad essere sempre in movimento. Il capitalismo non conosce alcuna ristrutturazione, ma esiste fondamentalmente in quanto ristrutturazione permanente.
Questa dinamica immanente, che comporta una continua compulsione della produttività che copre tutta la storia del modo di produzione capitalista, spiega le diverse «rivoluzioni industriali» a partire dall'inizio del XIX secolo, che sono accompagnate dall'ideologia apologetica-affermativa di questa stessa dinamica, l'ideologia del «progresso» (o del movimento, della velocità, ecc.), che sul piano culturale-simbolico spinge sempre l'insieme del capitalismo verso il suo futuro livello di ristrutturazione.
In questo inizio di XXI secolo - accanto alla possibilità di espandere la produzione di capitale fittizio nel settore privato, a partire dalla secrezione di nuovi «portatori di speranza» (Trenkle e Lohoff) per la «nazione dello startup» - la quarta rivoluzione industriale ed il suo previsto «shock della produttività» costituiscono adesso l'ultima speranza dell'ideologia apologetica capitalista che teme, in mancanza di un nuovo «shock della produttività», la «stagnazione secolare».

4. La crisi del capitalismo come processo storico di “desustanzializzazione” [*]
Tuttavia, alla lunga, l'intero sistema perde, poiché le tecnologie sostituiscono quella che è la sostanza stessa di ciò che costituisce il fine autoreferenziale della valorizzazione - il lavoro. Questa progressiva diminuzione della sostanza lavoro in quanto sostanza valore del capitale, legata all'obsolescenza crescente del lavoro, costituisce un processo storico - immanente alla logica del capitale - di desustanzializzazione [*].
La delocalizzazione di alcune industrie di sfruttamento e l'estensione del lavoro di massa nei paesi ritardatari del mercato mondiale, non costituiscono affatto le basi per un nuovo ciclo di accumulazione capitalista autosufficiente. Una parte del lavoro di massa nelle fabbriche a basso salario del mercato globale non è socialmente convalidato, poiché la misura del valore sociale in vigore è dettata dai settori che operano ad un livello più avanzato di produttività.
Una volta superati i meccanismi di compensazione, ed evacuata dalla sfera della produzione, in maniera massiccia, la forza lavoro, l'ossessione per la produttività avrà messo in crisi il capitalismo e tutto l'insieme delle sue sfere funzionali derivate, ed avrà toccato la riproduzione della relazione capitalista nel suo insieme.

- Palim Psao - Pubblicato il 15/5/2018 -

[*] - Per una dettagliata descrizione dell'insolubile contraddizione inerente alla relazione capitalista, si veda, in francese, Norbert Trenkle et Ernst Lohoff, "La Grande dévalorisation". E a proposito del perché la speculazione ed il debito pubblico non costituiscono affatto le cause della crisi, si veda, Ernst Lohoff, «Autodestruction programmée. À propos du lien interne entre la critique de la forme-valeur et la théorie des crises dans la critique marxienne de l’économie politique» ["Autodistruzione programmata. Sul legame interno tra la critica della forma valore e la teoria delle crisi nella critica marxiana dell'economia politica"] - Sulla rivista Illusio n° 16-17. éditions Bord de l'eau, 2017.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

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