venerdì 22 novembre 2013

tradurre

gide_congo-1

E' il gennaio del 1928, quando André Gide arriva a Berlino per tenere una conferenza. Ed è a Berlino, nella sua stanza d'albergo, che Gide si incontra con Walter Benjamin, inviato dal "Die literarische Welt". La conversazione, ben presto si sposta sulla figura di Proust, sull'amicizia di Gide con Proust, poi sulla traduzione della Recerche, cui Benjamin sta lavorando e, finalmente, sull'atto stesso di tradurre. "Gide ha fatto tutto quello che ha potuto, come traduttore, per riuscire a divulgare l'opera di Conrad, ed inoltre si è impegnato criticamente su Shakespeare e, in tal proposito, va citata la sua magistrale traduzione dell'Antonio e Cleopatra" - scrive Benjamin.
Poi, riportando le sue parole, Benjamin aggiunge che Gide non è riuscito a trovare, a Berlino, quella tranquillità necessaria a preparare la sua conferenza.
"Vorrei aggiungere qualcosa a proposito del mio rapporto con la lingua tedesca" - dice Gide, e scrive Benjamin. A quanto pare, dopo un periodo di studio, "intensivo ed estensivo", di quella lingua, Gide ha all'improvviso, e per dieci anni, interrotto qualsiasi rapporto con l'idioma tedesco. "La mia attenzione è stata catturata completamente dall'inglese", afferma, e continua: "Poi, l'anno scorso, ero in Congo e mi sono trovato ad aprire un libro scritto in tedesco, dopo tanto tempo. Le Affinità Elettive. E mi sono reso conto di una cosa: la lettura non era affatto difficile come immaginavo, era molto facile."
Benjamin annota che il tono di Gide, nel dire queste parole, si era fatto assai "insistente" e sottolinea più volte che tale insistenza non riguardava l'affinità fra inglese e tedesco, bensì il fatto che Gide si fosse sentito "drammaticamente respinto dalla mia lingua materna".
Per tradurre - afferma Gide, e Benjamin scrive - o anche solo per padroneggiare una lingua straniera, non conta tanto la lingua che si sceglie, quanto, piuttosto, la capacità di abbandonare la propria lingua, la lingua d'origine.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho riletto... e forse non ho capito che era Gide e non Benyamin a tirare quelle conclusioni! Scusa la mia ironia, ma fin da piccolo ho sofferto di ADHD! Non lo sapevi? Ciao belin! Gianni

Franco Senia ha detto...

Diciamo che è cosa assai difficile - quando Benjamin scrive - capire chi è che tira le conclusioni vere! ;-)

ciao

Luc Nemeth ha detto...

non si abbandona cosi facilmente la propria lingua... E' in francese che il Gide aveva scritto, nel libro Voyage au Congo, une frase che certo si puo tradurre in molte lingue pero sfortunamente ha ancora oggidi un sapore insoperabile, in francese : "moins le Blanc est intelligent, plus le noir lui paraît bête"...

dalla Francia, un caro saluto

Franco Senia ha detto...

Credo che la difficoltà ad abbandonare la lingua sia direttamente proporzionale all'investimento, in ricchezza e varietà, che ci abbiamo fatto sopra. Per esempio, emblematico rimane il caso di Emanuel Carnevali, barrocciaio toscano, praticamente semianalfabeta, che, emigrato in America, fa dell'inglese la sua lingua, e l'inglese fa di lui uno dei massimi poeti ... americani. Curioso destino, certo diverso da quello di Gide, e dal suo francese.

un caro saluto a te!

Luc Nemeth ha detto...

è chiaro che anche nei casi di "perfetto" bilinguismo non diciamo le stesse cose nelle nostre diverse lingue -dietro ogni lingua vi è sempre una cultura...
Di questo ho avuto bella illustrazione nel lontano '88, a Santa Rosa (California), parlando con John Vattuone che quanto anarchico e sardo, almeno di adozione, fu a NY assai vicino a Michele Schirru.
Facevamo come sempre uso di in una lingua mista, tipo "spaghetti with meatballs", che creava complicità, al di là del inevitabile formalismo della bella lingua oxfordiana e/o toscana (comunque a me sconosciute). E fu in questa mistura che gli dissi, a proposito della mia intenzione di scrivere qualcosa su Schirru : "communque questo libro lo scrivero, just facts*, e basta cosi".
* tenendomene ai fatti
Alla mia gran sorpresa mi rispose allora in puro inglese, trattandosi di dare solennità a cio che stava per dire (e devo ben dire che ebbi questo giorno una bella lezione quanto ricercatore, perche capii che è facile lasciarsi contaminare dall'ideologia dell'imparzialità) :
- NO. WHY, 'JUST FACTS' : THE HISTORIAN HAS TO GIVE HIS OPINION, TOO.
saluti

PS. si potrebbe anche parlare del Victor Serge, che malgrado la sua lunga permanenza nella Russia bolscevica continuava a scrivere in francese i libri nei quali, con tutto il talento letterario che era suo, non facevano nondimeno che scimmiotare, a proposito dei tempi eroici della Rivoluzione russa, il "93" del Victor Hugo...