domenica 25 maggio 2025

ABSCHAFFUNGEN !!

Karl Korsch, "Le livre des abolitions"

Les éditions L'Asymétrie hanno pubblicato nel 2024 - per la prima volta in francese - una traduzione del "Libro delle Abolizioni" di Karl Korsch: una cinquantina di pagine consacrate alla riformulazione del progetto comunista. Per molto tempo rimasti dimenticati in un cassetto, questi appunti frammentari vennero riscoperti durante il maggio '68 tedesco da Hans Jurgen Krahl, Rudi Dutschke, Herbert Marcuse, Robert Kurz e da altre figure storiche del movimento di contestazione. Si tratta di riflessioni incompiute, di «considerazioni sull'abolizione del modo di produzione capitalistico» che delineano un programma di emancipazione sociale: abolizione del lavoro, abolizione del valore e del prezzo, abolizione dello Stato e così via. Korsch, all'epoca influenzato dagli scritti del dopoguerra di Roman Rosdolsky, aveva adottato un approccio diretto a tutti questi temi. Egli non esita a confrontarsi con le opere di Marx, mettendone in discussione i margini sfumati, i blocchi e i limiti. Insomma, con Marx, ma anche e soprattutto oltre, e al di là. È anche probabile che quando sarà pronta l'antologia di testi di Kurz - "Du présent, table rase. Essais de reformulation de l'émancipation sociale aprés la fin du marxisme" (Éditions Crise & Critique) - che uscirà all'inizio del 2026, essa conterrà anche dei commenti approfonditi a proposito del rapporto che Kurz ha avuto con questo testo di Korsch, che nei suoi scritti egli cita più volte.

fonte @Palim Psao

Andate all’Inferno !! Tanto è vuoto…

Esiste davvero l'inferno? Può sembrare una domanda fuori tempo massimo: eppure, per quasi due millenni questo interrogativo ha determinato la vita e le paure di intere generazioni. Fuoco e fiamme propone un viaggio, accurato e inedito, alla scoperta di un luogo a lungo ritenuto una realtà fisica e tangibile. Nella storia del cristianesimo, infatti, la sua esistenza come sito realmente individuabile è stata utilizzata per influire sui comportamenti collettivi e, per ciò stesso, fu strenuamente difesa dalle autorità religiose. Sotto terra, nelle profondità dei vulcani, sul sole o ai confini dell'universo: molti sono stati gli angoli del cosmo in cui lo si è posizionato, e in tutti i casi la trattazione si è indirizzata verso un inferno vero e mai metaforico. Perché il regno del male fu concepito in un certo modo? Cosa implicava, nella vita di ogni giorno, insistere sulla sua fisicità, e non relegarlo in una dimensione trascendente e immateriale? Infine, come ha fatto l'inferno a superare i cambiamenti filosofici, teologici e culturali delle varie epoche, restando parte integrante della dottrina cristiana? Fuoco e fiamme cerca di trovare risposta a tali quesiti, partendo dall'età moderna per arrivare ai dibattiti che, ancora oggi, agitano la società. Con questo libro Matteo Al Kalak ripercorre la concezione dell’inferno come luogo fisico, nella sua dimensione spaziale, seguendo una narrazione che dura da millenni e si è fissata nelle strutture mentali ed emotive degli uomini. La prospettiva adottata è quella della storia culturale, che cerca di comporre fra loro ambiti e linguaggi diversi per restituire un quadro complesso, vario e articolato. Tale approccio, certamente fecondo, impone scelte di cui è necessario dare conto per orientarsi in una materia scivolosa. Il principale nodo da sciogliere è stato l’atteggiamento da assumere di fronte a un elemento che, nella tradizione presa a riferimento (il cristianesimo), è strutturalmente intrecciato al discorso sul regno oscuro: il male e la sua personificazione. È possibile distinguere l’analisi del luogo della dannazione dall’entità (individuale o fattuale) che la provoca? Nelle pagine del libro si è tentato di tenere separati, per quanto possibile, questi due elementi, isolando la trattazione sull’inferno dalla “biografia” del suo signore (secondo vari racconti, un angelo ribellatosi al suo creatore). Sia perché all’essere che incarna il male sono stati dedicati infiniti studi; sia perché distinguere peccato e punizione, crimine e condanna, consente di mettere l’accento su aspetti differenti che, nel tempo, ebbero vite autonome seppure legate.

(dal risvolto di copertina di: Matteo Al Kalak, "Fuoco e fiamme. Storia e geografia dell’inferno". Einaudi, Pagg. 270, € 25)

Il regno delle tenebre abita nell’aldiquà
- Nell’antica Mesopotamia il soggiorno nell’aldilà era ritenuto ciclico, mentre la fede cristiana lo ha reso definitivo. Qualcuno pensa che l’inferno sia vuoto, di certo esiste sulla Terra -
- di Marco Rizzi -

   Per Dino Buzzati l’inferno esiste e vi si accede da una delle gallerie della metropolitana di Milano, almeno stando al suo racconto "Viaggio agli inferni del secolo" pubblicato pochi anni dopo l’inaugurazione della linea 1, che forse non per caso è nota come «la rossa», anche se nella descrizione buzzatiana di fuoco e di diavoli col forcone non c’è neppure l’ombra. Al contrario, il primo girone infernale in cui si imbatte il narratore — nelle sue vesti di giornalista inviato a verificare la notizia — è costituito da un immenso ingorgo stradale, che si propaga a un’intera città, fatto di automobili bloccate, impossibilitate ad andare avanti o indietro. Al loro interno uomini, per lo più soli, che non possono nemmeno scendere, talmente fitto è l’ingorgo: pallidi, svuotati, vinti, senza più alcuna speranza. Il lungo reportage si conclude con l’inquietante interrogativo che si pone l’autore, tornato al mondo dei vivi (si fa per dire): «Considerando ciò che ho potuto udire e vedere, mi domando anzi se per caso l’inferno non sia tutto di qui, e io mi ci trovi ancora, e che non sia solamente punizione, che non sia castigo, ma semplicemente il nostro misterioso destino». La penna di Buzzati dà forma narrativa a una riflessione che ha percorso gran parte del XX secolo e che, passata la superficiale ondata di ottimismo generatosi alla sua conclusione e all’apertura del nuovo millennio, è tornata di prepotente attualità: l’inferno è intrinseco alla condizione umana e non si trova in un aldilà, ma neppure in un altrove, è semplicemente la nostra esistenza, individuale e collettiva.

   Certo, il XX secolo, con le sue due guerre mondiali, i genocidi di massa, le armi atomiche, l’Aids, aveva tutte le caratteristiche per essere definito «il secolo degli inferni» a parere di George Minois (Piccola storia dell’inferno, il Mulino, 1995; l’originale francese è del 1994); ma, se possibile, il XXI ha apportato ulteriori argomenti, tra esplosione demografica, migrazioni forzate, degrado ambientale, surriscaldamento globale, epidemie. «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme», annota Italo Calvino nelle Città invisibili, facendo eco alla frase di Sartre: «L’inferno sono gli altri» (A porte chiuse). Eppure non è sempre stato così, anzi. Sin dalle prime rappresentazioni letterarie risalenti al secondo millennio prima di Cristo e originatesi nell’area mesopotamica, l’inferno si definisce in contrasto al mondo presente, come un «altro mondo» a cui si accede varcando la soglia rappresentata dalla morte. Un mondo caratterizzato dall’oscurità, dall’indeterminatezza, da una condizione che, se non si può definire di dannazione come siamo abituati a considerarla, non è certo felice, bensì umbratile e insoddisfacente: la pienezza della vita resta una possibilità limitata all’aldiquà. In questi testi, le descrizioni dell’aldilà si soffermano a lungo sul giudizio che attende le anime dei morti, i cui criteri non fanno che riprodurre i codici sociali del mondo dei vivi: il defunto ha rispettato l’autorità? Ha commesso furti o frodi? Ha violato i doveri del culto degli dèi? E così via, per determinare le pene, descritte con  dovizia di particolari, a scontarsi nei luoghi infernali. Molto più indefinite appaiono le caratteristiche del destino che attende quanti dovessero superare positivamente l’esame, anche se le concezioni cicliche del tempo proprie di queste culture implicano che pene e ricompense non abbiano carattere eterno, ma si risolvano in un ritorno alla vita segnato dall’inizio di un nuovo ciclo: tanto cosmico, quanto individuale. Temi e idee che si ritrovano anche nel celebre Libro dei morti dell’antico Egitto, la cui genesi risale all’incirca alla metà del secondo millennio avanti Cristo: anche in questo caso, le sofferenze infernali sono riportate con dettagli che si ritroveranno poi nelle rappresentazioni cristiane.

   Con la grande stagione della riflessione filosofica greca, inaugurata da Platone, l’accento si sposta sulla prospettiva che attende quanti, invece, hanno condotto una vita buona e virtuosa, sia sul piano individuale, sia in relazione ai comportamenti sociali, una volta che la morte abbia liberato la loro anima dal corpo che la tratteneva come in una prigione. Nel più esteso dei suoi dialoghi, La Repubblica, Platone narra il mito di Er, valoroso soldato ucciso in battaglia, ma rimandato in vita dai giudici ultraterreni per informare e ammonire gli uomini circa il destino che li attendeva nell’aldilà. Secondo il giudizio ricevuto le anime vengono inviate in un luogo inferiore — i malvagi — o in uno superiore — i giusti — per un periodo di tempo più o meno lungo, proporzionato alle colpe commesse o al bene conseguito. Al termine di questo periodo, le anime si riuniscono in un grande prato, per raccontare le delizie provate da quanti erano stati nei luoghi superi o delle sofferenze patite da coloro che erano precipitati negli inferi, per poi fare ritorno alla vita terrena reincarnandosi in esseri umani o, per chi non avesse ancora espiato a sufficienza, in animali, non prima però di aver bevuto dalle acque del fiume Lete che fa dimenticare loro tutto quanto sin lì sperimentato. Da Platone in poi si struttura così anche un’idea positiva dell’aldilà, come luogo di felicità e premio per i giusti — è il caso del libro biblico della Sapienza — o per quanti abbiano contribuito alla grandezza dello Stato, come nel Sogno di Scipione di Cicerone. Il cristianesimo si innesta e al tempo stesso supera queste concezioni. Come da ultimo ha mostrato Barth Ehrman (Inferno e paradiso. Storia dell’aldilà, Carocci, 2020), la fede nella resurrezione di Gesù ha portato i primi cristiani a rovesciare il rapporto sin lì esistente tra aldilà e aldiquà, tra vita e morte. La definitiva sconfitta di quest’ultima ad opera del Risorto rende privo di senso qualsiasi va e vieni tra vita terrena e ultraterrena, per connotare invece il destino dei credenti quale felicità che non ha fine. Il paradiso, il ritorno alla condizione di beatitudine pensata da Dio per l’uomo nel giardino della creazione, in altri termini la vita eterna, è il focus su cui si concentra la prima predicazione cristiana. Non a caso, Paolo definisce Cristo «nuovo Adamo».

   Solo in un secondo momento il cristianesimo riprende e trasforma le concezioni del giudizio e dell’inferno preesistenti, dando origine alla visione escatologica che a lungo ha egemonizzato la cultura occidentale: paradiso e inferno come luoghi «geografici» in cui si consuma il destino eterno di ciascuno, precisamente localizzati nei cieli e sottoterra, l’uno spazio di dolore fisico per la varietà dei patimenti inflitti ai dannati; di godimento spirituale e immateriale per i beati, l’altro. La rivoluzione scientifica prima e l’Illuminismo poi hanno messo in crisi questa rappresentazione, costringendo le Chiese cristiane, almeno quelle storiche, a svuotarne progressivamente il significato. Come osserva Matteo Al Kalak nel suo Fuoco e fiamme. Storia e geografia dell’inferno (Einaudi), già nella prima metà del Novecento ha preso forma l’insofferenza teologica verso una geografia materiale dell’aldilà. Uno dei maggiori teologi cattolici del Novecento, il francese Yves Congar, respingeva risolutamente i toni orrorifici della tradizione — fiamme, torture, demoni e forconi — a vantaggio di una concezione più spirituale (l’inferno come «assenza di Dio») già propria di alcuni filoni del primo cristianesimo. Dal canto suo, Hans Urs von Balthasar si è spinto a ipotizzare che l’inferno esista (essendo stato dogmatizzato, la sua esistenza non può essere revocata in dubbio dal punto di vista dottrinale), ma sia destinato a rimanere vuoto, la misericordia di Dio essendo tale da redimere ogni uomo. Se così fosse, l’unico inferno abitato resterebbe solo quello che si costruisce e si sperimenta ogni giorno qui sulla Terra.

- Marco Rizzi - Pubblicato su La Lettura del 23/6/2024 -

sabato 24 maggio 2025

Netanyahu, l’Anti-Sionista !??!!!

Riflessione sul termine “antisionismo”
- di Vincent Présumey -

Proibire che ci si possa dichiarare “antisionisti”, o associare l'antisionismo all'antisemitismo all'interno di una definizione normativa che abbia portata giuridica, è ovviamente una provocazione che non si rivolge all'antisemitismo, quanto piuttosto alla libertà di espressione e alla libertà politica, e pertanto dev'essere combattuta in quanto tale. Ma questo, forse vorrebbe dire che non ci sia niente da chiarire rispetto alla relazione antisionismo/antisemitismo? Certamente, no! Pertanto, rivolgendosi soprattutto a quei militanti che si considerano anticapitalisti e rivoluzionari, le riflessioni che seguiranno intendono far saltare quegli schemi di pensiero che vengono ritenuti dogmi, in un contesto di quello che appare come un terreno “scottante”. Suggerendo però, allo stesso tempo, che anche quei compagni che soggettivamente detestano con la massima sincerità l'antisemitismo, sono comunque prigionieri di rappresentazioni che, in ultima analisi, lo rivelano; e la cosa  potrebbe anche offenderli! Ma si tratta però di un male necessario. Stando così le cose, si richiede perciò di fare attenzione, in quanto questo piccolo testo non parla dell'antisemitismo in quanto tale, ma di una questione che a esso si trova connessa, e con la quale ha a che fare. In realtà, “antisionismo”, “antisionisti” sono dei termini polisemici e ambigui. Innanzitutto, per prima cosa, bisogna scartare in anticipo quelli che sono i loro significati “deboli”.

Criticare la politica del governo israeliano, criticare a lungo termine, al di là del governo, la politica dello Stato israeliano e denunciare in particolare l'occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme, il blocco della striscia di Gaza, e l'occupazione del Golan; ecco sono quelle di solito le posizioni che vengono frequentemente definite come “antisioniste”, ma che tuttavia non lo sono necessariamente, in quanto vengono sostenute perfino anche tanto dai sionisti di sinistra, quanto dai sionisti moderati, e addirittura da quei sionisti che si collocano nella continuità con l'Israele precedente al 1967, e che rifiutano ogni logica relativa alla cosiddetta “grande Israele”.  Ci sono poi altri sionisti che, al contrario, si collocano all'interno di tale logica, e che ne hanno fatto - come Netanyahu, l'erede politico di Jabotinsky - un'opzione etno-religiosa a orientamento segregazionista, se non peggio. Rispetto ai loro oppositori, ecco che questi ultimi sono degli “antisionisti”, ma lo sono solo relativamente a quegli altri. Fa loro molto comodo che la critica di quella che è la loro politica razzista, venga definita antisionista, o perfino “antisemita”. E detto fra parentesi, questo vale anche per coloro il cui “antisionismo” è effettivamente antisemita. Va anche aggiunto che questo significato “debole del termine - in realtà improprio - rimane anche quando le critiche e le rivendicazioni rivolte allo Stato di Israele si riferiscono a degli eventi precedenti al 1967, e che attengono a una vera e propria uguaglianza di diritti per gli abitanti non ebrei di Israele, arabi o drusi, che viene rivendicata a partire dal riconoscimento della Nakba (espulsione in massa dei palestinesi arabi, musulmani o cristiani, avvenuta nel 1947), e che comporta un diritto al risarcimento, se non al ritorno, il quale va effettuato in condizioni da stabilire: si tratta di una rivendicazione democratica, analoga a quella dei discendenti dei tedeschi espulsi dai Sudeti, o dalla Silesia e dalla Pomerania, e altrove nell'Europa centrale ed orientale alla fine della seconda guerra mondiale. Tale rivendicazione democratica, chiama sicuramente in causa dei caratteri strutturali propri dello Stato di Israele, ma non necessariamente la sua esistenza e, in questo senso, non è “antisionista”. E questo in quanto il vero senso di “antisionista” - a differenza degli usi impropri che viene fatto del termine di cui abbiamo appena discusso – è propriamente la messa in discussione dell'esistenza di questo Stato, e pertanto la prospettiva della sua distruzione, assunta positivamente. Per un attivista, che consideri sé stesso in maniera del tutto sincera come un rivoluzionario, e come ostile all'antisemitismo, una posizione simile può essere riassunta nel modo seguente: lo Stato israeliano è di natura particolare, non perché sia ebreo, ma in quanto è stato impostato in maniera coloniale, e in controtendenza, nel momento in cui, altrove, è in corso la decolonizzazione. Basandosi sulla negazione dei diritti nazionali dei palestinesi, o perfino della loro esistenza, tale Stato si è costituito in maniera predatoria, e si perpetua continuando questo processo predatorio nei territori occupati, sviluppando una logica sempre più militare, reazionaria, etnico-nazionalista, la quale contraddice sicuramente gli ideali affermati dal primo sionismo in quelle che erano le sue componenti maggioritarie; ma che inevitabilmente non poteva svilupparsi se non in questo modo. I suoi leader sono arrivati al punto di investire sull'antisemitismo, e si sono alleati a correnti cristiane evangeliche nordamericane ultra-reazionarie e bellamente antisemite che vorrebbero vedere tutti gli ebrei in Israele. Per tutte queste ragioni, questo Stato dev'essere distrutto, in favore di una repubblica palestinese laica e democratica, nella quale i discendenti dei coloni sionisti potranno liberamente diventare dei cittadini realmente liberi, poiché «un popolo che ne opprime un altro non può essere libero» (Marx).

L'«antisionismo», così come l'ho appena presentato, non è per niente maggioritario, ma un simile schema costituisce, in qualche modo, l'alibi di ogni antisionismo assai meno “puro”: anticolonialista, laico e democratico. Si tratta di un alibi, rafforzato dal fatto che un certo numero di ebrei condividono effettivamente queste posizioni, soprattutto all'interno della diaspora; una minoranza attiva di estrema sinistra. Questa posizione, apparentemente impeccabile, tuttavia pecca su quelli che sono su alcuni punti decisivi. L'argomento che di solito gli viene opposto, merita di essere preso in considerazione, per quanto tuttavia sia però il più debole. È quello della cosiddetta “prescrizione”. Il progetto sionista avrebbe dovuto essere denunciato in anticipo, così come avevano fatto i rivoluzionari ebrei, ivi compresi quegli ebrei rivoluzionari che difendevano la costruzione di una nazione ebraica, però extraterritoriale, vale a dire il “Bund”, il quale venne distrutto prima da Hitler, soprattutto, e poi da Stalin; lasciando in tal modo campo aperto alle correnti sioniste. Ma ormai la cosa era fatta: questo Stato esiste, e se, in generale, i suoi abitanti hanno una forte mentalità colonialista, essi non sono principalmente dei coloni, ma ne sono gli abitanti, una popolazione mediorientale, vale a dire la nazione ebraica-israeliana; la quale non è organicamente legata a una nazione occidentale colonizzatrice che potrebbe servirle da “ritirata” in caso di espulsione, diversamente da come accadde per esempio per i “pieds-noirs” dell'Algeria francese. Questo argomento, visto sotto l'angolatura della “prescrizione”, appare debole, dal momento che un'ingiustizia che perdura non ottiene in tal modo una sua legittimità. Si potrebbe dire che se venissero aboliti tutti gli Stati prodotti direttamente a partire da un'impresa coloniale, ecco che allora ciò riguarderebbe tutti quelli delle due Americhe, così come gli Stati dell'Australia e della Nuova Zelanda. Tuttavia, per quanto deplorevoli, i genocidi e gli shock microbici, pur lasciando una questione indigena reale, hanno reso i colonizzati, o coloro che si ritenevano tali, minoritari (senza sviluppo). Questo argomento è più forte, se considerato dal punto di vista dei diritti delle persone attuali. In quanto individui, i bambini nati da uno stupro non devono essere loro a pagare. Per riprendere un paragone fatto prima, i pronipoti dei coloni in Israele/Palestina, che sfuggirono al post-Olocausto in Europa, non devono pagare per il furto subito dagli avi dei colonizzati e degli espulsi, più di quanto non abbiano pagato i pronipoti dei contadini polacchi espulsi dall'esercito sovietico e poi reinsediati al posto dei contadini tedeschi; sebbene, in tutti e due i casi, va presa in considerazione la questione democratica del risarcimento e del riconoscimento, o perfino quella del diritto a ritornare. Ma c'è di più: questi individui formano quello che - ci piaccia o meno - è un gruppo nazionale, formano questa nazione ebraico-israeliana, se vogliamo chiamarla così (la quale è ben lungi dal raccogliere in sé tutte le identità ebraiche; ma questa è un'altra faccenda). Perciò, la distruzione del “loro” Stato può avere come bersaglio unicamente - anche se non lo si vuole - la loro esistenza nazionale. In questa fase della nostra esposizione, ecco che riferirsi a un paragone può essere illuminante! Cronologicamente parlando, è esistito uno Stato che ha avuto una costruzione coloniale, perfino ultra-coloniale se vogliamo, e che è stato anch'esso costruito “fuori tempo”, se visto relativamente alla decolonizzazione che si verificava altrove, e rispetto alla quale costituiva un'enorme baluardo di resistenza. Si tratta del Sudafrica. In quanto Stato dell'apartheid, che veniva teorizzato e cristallizzato a un livello superiore rispetto alle misure analoghe che esistevano in Israele, il Sudafrica doveva essere “distrutto”. Ma così non fu: l'apartheid venne abolito nel momento stesso in cui cadde il muro di Berlino, grazie al rapporto di forza imposto dalla popolazione nera maggioritaria, e grazie al sostegno di cui beneficiava nel continente africano e altrove. Questa abolizione però non ha regolato le questioni sociali  ed inestricabilmente “razziali” ereditate dall'apartheid; ma che oggi vede la lotta di classe svilupparsi nel contesto sudafricano, e non nella prospettiva della distruzione di quello Stato, cosa a cui, in un modo o in un altro, si accompagnerebbe l'espulsione e/o il rimodellamento dei gruppi etno-nazionali privilegiati: i bianchi anglofoni e afrikaners. Il fatto che gli antagonismi e le discriminazioni razziali non vengano cancellate e che le rivivano sotto nuove forme, non attenua,  ma piuttosto rafforza il fatto che appare interessante constatare come il cumulo delle rivendicazioni di uguaglianza per tutti, con le richieste di un'emancipazione dei neri, abbia fatto sì che tutto ciò non significasse la «distruzione del Sudafrica» o «i bianchi a mare». Invece, tutto ciò ha significato una trasformazione profonda dello Stato che, del resto, è rimasto incompleto e incompiuto. La stessa cosa, sotto forme diverse, vale per tutti i paesi africani che rientrano nella sfera diretta di influenza del Sudafrica, uno dei quali fra l'altro (nel corso di un tale processo, ma nel 1979) ha cambiato il suo nome da Rhodesia in Zimbabwe. Se trasferiamo queste riflessioni su Israele, ecco che ciò significa che la realizzazione di tutte le rivendicazioni democratiche summenzionate non hanno corrisposto alla «distruzione dello Stato d'Israele», ma ad una sua fondamentale trasformazione strutturale. Solo che questa fondamentale trasformazione strutturale non implica la dimensione secondo cui Israele viene attaccata, in maniera fatale da grandi masse, secondo lo slogan della «distruzione dello Stato d'Israele», vale a dire la distruzione del gruppo nazionale ebraico-israeliano che si identifica con quello Stato. Al contrario, come elemento chiave, la cosa comporta il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione dei palestinesi. Quindi, la formazione di uno Stato palestinese. Ragion per cui, non si tratta di “distruggere” Israele, quanto piuttosto di imporgli quella fondamentale trasformazione strutturale cui corrisponderebbe questo riconoscimento, e questa prossimità reale. Si tratta di un'esigenza realmente “di transizione”, nel senso di una rivendicazione che porta più lontano ciò che viene detto nel corso di un primo approccio. Poiché la prossimità di due Stati laici e democratici potrebbe davvero portare a una loro federazione, alla loro confederazione, perfino alla loro fusione, un modello per tutta la regione... Ovviamente è beninteso che la “distruzione di Israele” cementifichi i cittadini ebraico-israeliani secondo una logica da bunker coloniale, se non peggio. E questo mi porta ad affrontare due punti decisivi che devono portarci a condannare come politicamente reazionaria la posizione “antisionista, la quale si riassume nella formula della «distruzione dello Stato d'Isralele» (in cui la «Palestina unica, laica e democratica» dimostra di essere nient'altro che una copertura, un abito elegante ed una maschera avvenente).

Innanzitutto, sebbene sia assolutamente vero che lo Stato d'Israele è di natura coloniale, e pertanto razzista, tendenzialmente etno-nazionalista e segregazionista, esso possiede tuttavia quella che è e rimane una specificità assoluta che lo distingue radicalmente dal Sudafrica di prima del 1990, o dalle altre costruzioni coloniali; e questo deriva dal fatto che la sua origine lo ha reso un fenomeno per cui è un rifugio per dei gruppi perseguitati. Tutto questo non conferisce alcuna legittimità alla predazione e alla repressione dei palestinesi. Tuttavia, rimane un dato imprescindibile che ha avuto il suo culmine nell'arrivo dei rifugiati sfuggiti alla Shoah, e più precisamente nell’arrivo di  coloro che erano in fuga dall'Europa centrale e orientale, la quale era stata resa inabitabile per tutti coloro che erano sopravvissuti, ma che - contrariamente a quel che per lo più si pensa -  quel dato di fatto che era presente prima, ha continuato a esserlo anche dopo; e lo è tuttora. Ovviamente, il punto centrale che lo rende ancora più imprescindibile, è la Shoah, ma la cosa non si riduce solo a questo. Prima della Shoah, il termine “patria nazionale” significava rifugio, e il sionismo, in quanto movimento nazionale, è stato una reazione all'antisemitismo (e non ha derogato a quella regola secondo cui la più parte dei fenomeni di costruzione nazionale restano legati alla reazione contro un'oppressione: e questo è anche il caso della nazione palestinese, costituitasi come reazione all'oppressione israeliana). Dopo la Shoah e dopo la proclamazione di Israele, praticamente, tutti i paesi arabi tranne il Marocco e la Tunisia hanno messo in atto un'epurazione etnica, aperta o mascherata, che ha fatto sì che i sefarditi si rifugiassero in Israele. È stato questo anche il caso dei Falascià etiopi, degli ebrei dell'Unione Sovietica, e successivamente della Russia, la cui migrazione, soprattutto dopo il 1991, assunse un aspetto economico, compiendo una svolta che tuttavia non ne cancella la sua dimensione di “rifugio”, in quella che ne è la percezione da parte dei suoi attori. Questa costruzione, avvenuta attraverso migrazioni successive, pone altresì dei problemi di “integrazione”, se non addirittura di razzismo, all'interno del gruppo ebraico-israeliano, la cui coesione esige ancor più la mentalità di bunker coloniale. La persistenza dell'antisemitismo continua a essere un fenomeno mondiale, che non è direttamente legato all'esistenza di Israele; ma tuttavia tale esistenza rende permanente il carattere di rifugio per quel che riguarda il territorio di quello Stato. E questo, che ci piaccia o meno, è una cosa che va presa in considerazione. In relazione alla trasformazione democratica strutturale e fondamentale di cui si è parlato, ciò ha come conseguenza che se anche un giorno dovesse arrivare perfino a nascere una Palestina/Israele laica e democratica ..., che non faccia seguito alla «distruzione di Israele», ma attraverso una transizione ai due Stati, ciò implicherebbe che manterrebbe ancora questa sua specificità di essere un rifugio per gli ebrei; salvo considerare che, dopo tutto, a livello globale, nel quadro di trasformazioni rivoluzionarie così tanto necessarie, una Palestina/Israele laica e democratica non sarebbe né più né meno utopica della fine dell'antisemitismo!

In secondo luogo, il tema della «distruzione dello Stato d'Israele» è condiviso anche da molti antisemiti e, nel settore mediorientale, viene sostenuto dall'Iran, da Hezbollah, da Hamas (cosa che non impedisce a quest'ultimo di essere oggettivamente sempre più alleato di Israele), e teoricamente rappresenta anche uno degli obiettivi di Bashar al-Assad (che ha massacrato molti più palestinesi di quanto abbia fatto Israele), ed è quindi fra i primi punti di un programma cosiddetto “antimperialista” - e di fatto ultra-reazionario – del rimodellamento della regione. Una simile “distruzione” potrebbe anche essere accompagnata dall'epurazione etnica, dall'espulsione, o dal massacro del gruppo nazionale ebraico-israeliano, cosa che andrebbe di pari passo con dei massacri simili a quelli avvenuti in Siria, o come quelli avvenuti in Iraq, Turchia, Iran, e che hanno preso di mira i curdi (per soprammercato, nel XX secolo, in Medio Oriente, si è già verificato un doppio genocidio che non è stato riconosciuto da nessuno dei regimi che sostengono di «combattere Israele», vale a dire di quello commesso contro gli armeni e gli assiri, o caldei, avvenuto nel corso della prima guerra imperialista mondiale). Pertanto, l'eventuale espulsione degli ebrei-israeliani, nella probabile eventualità storica della sua attuazione, non si annuncerebbe come una qualche sorta di sfortunata deviazione, che pareggerebbe costi e benefici, vista nel contesto di una vittoria antimperialista - simile a quello che è stato l'esodo dei “pieds-noirs” nel 1962 – ma sarebbe piuttosto come il culmine di una regressione generalizzata. Attenersi a una «Palestina laica e democratica», mentre si nasconde ,sotto il tappeto della rubrica delle inevitabili spese accessorie, la polvere di questa triste eventualità, visto che non sarebbe possibile fare una frittata senza rompere le uova, la cosa finisce per essere in realtà una posizione irresponsabile, in quanto reazionaria. A questo si aggiunge anche che l'espulsione-esodo dei pied-noir (come quella degli Harki e degli ebrei d'Algeria, quest'ultimi verso Israele) non è stata il necessario risultato di una vittoria democratica della nazione algerina sull'imperialismo francese, ma bensì l'infelice conseguenza del suo ritardo e delle politiche di entrambi, e che i suoi effetti reazionari sono pesanti (per questo, non serve ricordare quanto gli debba l'impresa politica del clan della famiglia Le Pen). Ancora più terribili sarebbero gli effetti reazionari, su scala mondiale, di una «distruzione dello Stato d'Israele» se avvenisse nell'unica modalità realistica del suo verificarsi come espulsione e come massacro! I rivoluzionari seri - ai loro tempi - hanno potuto giocare il ruolo di Cassandre per quel che riguardava il progetto sionista; oggi invece, nella nostra epoca, sono tutti obbligati a giocare il ruolo di chi denuncia il progetto antisionista. E tale ruolo non porta in alcun modo ad aderire e a unirsi al sionismo contemporaneo, o a coprire la repressione antipalestinese. Al contrario!

Ecco quali mi sembrano essere i due argomenti centrali che da un punto di vista proletario, democratico, rivoluzionario, invalidano l'«antisionismo». Questi argomenti non rendono gli “antisionisti” - dei quali si sta discutendo qui la posizione – degli antisemiti, ma dovrebbero però portarli a capire il perché, a volte, possono essere scambiati per tali, e perché sulla base delle loro posizione essi si assumono dei seri rischi di poter venire confusi ed essere mescolati. Ci sono ancora due considerazioni che si rendono necessarie: chiunque -  vecchi o giovani che siano - osservi un po' il mondo in generale, e gli ambienti militanti  tradizionali del nostro vecchio mondo, a lungo andare, non può non essere colpito dalla dimensione compulsiva, ossessiva, irrazionale, che ha assunto il nome di questione israelo-palestinese. Se venisse colta razionalmente come quella questione di oppressione nazionale che effettivamente è, essa sarebbe oggetto di campagne di difesa, di solidarietà, e di messa in relazione con altre questioni analoghe come, per esempio, quella dei Curdi. Ma non è così: essa viene colta come se si trattasse di una questione identitaria, per la quale bisogna infiammarsi. E non sto parlando affatto solo dei “giovani delle banlieue”, i quali, in realtà, sono i primi a parlarne in maniera spontanea. Quante migliaia di militanti di sinistra ci sono, in Europa, che hanno, per i loro sentimenti e per le loro azioni di solidarietà internazionale, solo delle assai vaghe nozioni geografiche, e ignorano il genocidio commesso in Ruanda contro i Tutsi, e che non sanno niente della Siria, identificando il nemico solo con alcuni paesi - come gli Stati Uniti e Israele - per l'appunto, e non si chiedono mai per quale motivo bisogni sempre manifestare, preferibilmente se non esclusivamente (e senza alcun risultato apparente!), a favore di alcuni territori di piccola taglia, perfino quando negli ultimi ottant'anni, la dittatura siriana o la monarchia giordana sono stati i più grandi massacratori di palestinesi? Non capiscono niente ma sanno una cosa, e questa cosa è che in un posto che si chiama “Gaza”  ci sono i bambini che soffrono (cosa che è vera), e che in quel posto almeno si capisce chi è gentile e chi è cattivo. Come si spiega questo strano fenomeno psico-politico di massa? Mi sembra evidente che decenni di eredità stalinista, uniti a secoli e secoli di eredità cristiana, non si possa essere estranei a tutto questo. Perciò, i nostri coraggiosi militanti sarebbero degli antisemiti? Se l'antisemitismo fosse esplicito, sarebbero contrari. Ma il loro comportamento semi-cosciente rivela in parte quelli che sono dei fantasmi, insieme a delle rappresentazioni che costituiscono l'antisemitismo. E tutto ciò non per “stupidità”, ma piuttosto perché le condizioni della produzione e dello scambio sotto il capitalismo alimentano questo genere di rappresentazioni feticistiche (cosa che qui non intendo sviluppare). Quanti di questi militanti si definiscono, fieramente, se non con orgoglio, «anticapitalisti, antimperialisti, anticolonialisti, antirazzisti» ... e, «antisionisti»? Perché «antisionisti», oltre a tutto il resto? E non – per esempio – “antifranchisti”, contro la monarchia spagnola, o antinucleari, o qualche altra cosa? Perché, quando ci sono milioni di Uiguri che si trovano nei campi di concentramento, quando ci sono i Rohingya che vengono massacrati, quando ... ecc., ecc. ... invece questa fissazione su una, e una sola questione nazionale, che, territorialmente e demograficamente parlando, non è di gran lunga né la più importante né la più terribile, allora perché essa è stata eretta - in un accesso di fissazione universale - a simbolo del Male radicale, incarnando l'infelicità del mondo, fino al punto di sostituirsi a essa? Non è forse strano? Perché questa compulsione ad affermarsi - nelle strade di Parigi, di Londra o di Berlino, e nelle aule di Columbia o di Boston – come “antisionisti”, senza che d'altronde, a rigore, questo possa apportare niente alle legittime aspirazioni dei bambini di Gaza? Per chiarire ulteriormente quale sia il punto; anche se mi sembra che non ce ne sia più bisogno, ma che va detto, perché è vero: sapete quando è apparso massicciamente, per la prima volta, il termine “antisionista” (tranne per alcuni utilizzi assai circostanziali, soprattutto da parte del Bund nelle lotte politiche interne al mondo ebraico, e tranne anche da parte dei religiosi ebrei antisionisti)? Andatevi a rivedere il film di Kosta-Gravas, “La Confessione” [L'aveau. 1970], e avrete la risposta: sono i torturatori stalinisti a dire alle loro vittime che a farlo sarebbero stati invece i “sionisti”, per non dire così “ebrei”. Il termine compare, accanto a quello di “anti-cosmopolita”, durante il processo Slansky (Praga, 1952), e poi nella caccia agli «assassini in camice bianco» (Mosca, 1953). La sua retorica sostituisce, e di fatto impedisce, il proseguimento di un discorso razionale contro l'istituzione dello Stato d'Israele, contro le sue modalità e contro la sua politica, vista nell'ambito del registro democratico e anticoloniale. Bisogna anche notare come “antisionista” possa anche essere inteso – e pertanto compreso da alcuni – come “nemico di Sion”, essendo «Sion» il luogo satanico evocato nel famoso falso, e modello di tutte le teorie del complotto, costituito da "I Protocolli dei Savi di Sion". L'utilizzo di antisionista è innanzitutto antisemita e stalinista, ed è solo in seguito che il termine viene ripreso, con tutto ciò che porta in sé - senza rendersene conto - per significare la difesa della causa palestinese.

- Vincent Présumey - Pubblicato su Solitudes Intangibles il 22/2/2019 -

mercoledì 21 maggio 2025

L’Illuminismo Oscuro nello Specchio Nero del Tardo Capitalismo

Trump e l'Illuminismo oscuro
- La transizione verso una nuova fase storica della crisi del tardo capitalismo -
- di Nec Plus Ultra -

La recente seconda ascesa di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, è stata sostenuta da quel che era un movimento neo-reazionario in ascesa, e che si è rafforzato durante e dopo la rivolta per l'omicidio di George Floyd il 25 maggio 2020; una delle più grandi rivolte di tutta la storia degli Stati Uniti, e secondo Richard Seymour, in "Disaster Nationalism" [*1], la più grande. Questo "disastroso nazionalismo" - il quale va di pari passo con la crisi socio-ecologica del capitalismo mondiale - espone e definisce apertamente i suoi obiettivi politici deliranti, e costituisce pertanto un sintomo ineludibile di quali sono le tendenze oggettive dell'attuale fase storica del capitale, così come le profonde trasformazioni sociali che si stanno svolgendo in questo processo. Certamente, per quanto folli possano sembrarci gli interventi pubblici di personaggi come Milei, Elon Musk o Trump, la verità è che attraverso le loro azioni e la loro coscienza essi incarnano le esigenze oggettive nell'attuale fase storica della tarda civiltà capitalistica. D'altra parte, dato il rapporto aperto ed esplicito di Trump con i giganti dell'industria tecnologica - un rapporto che si accompagna a un riorientamento della geopolitica statunitense nel quadro della sua guerra commerciale con la Cina - diventa chiaro come la sua seconda ascesa a comandante supremo della più grande macchina di morte della storia non corrisponda solo alla contingenza di una particolare figura politica, o agli impulsi di una massa reazionaria e ignorante che vota contro i propri interessi oggettivi: ma questo costituisce piuttosto il quadro di comprensione del progressismo woke in declino; un'altra forma di controrivoluzione quotidiana, oltre che una forza attiva del realismo capitalista [*2]. Diversamente, questo processo storico esige di essere compreso in quanto momento di un processo sistemico più ampio: ovvero, come la convergenza tra * accelerazione tecnologica, *tendenza oggettiva alla decomposizione del lavoro in quanto fondamento della società capitalistica, *distruzione sempre più accelerata della natura in concomitanza con l'accelerazione del capitale, ed *emergere di nuove forme politiche apertamente autoritarie nel contesto della crisi di questa civiltà. Hegel, quando dalla sua casa di Jena vide Napoleone che passava con le sue truppe, rifletté su quali fossero le implicazioni storico-universali circa la concentrazione di un intero processo storico in un solo uomo il quale, seduto sul suo cavallo, interveniva nel mondo e lo dominava.  Oggi potremmo dire che le due immagini storico-universali che riassumono il nostro presente, siano il saluto fascista di Elon Musk - il capitalista più ricco che abbia mai camminato sulla terra - nel corso dell'ascesa imperiale di Trump, e il bombardamento a tappeto di Gaza. Attraverso i nostri schermi, abbiamo visto lo spirito del mondo che saliva al potere - circondato dagli esseri umani più potenti che siano mai esistiti nella storia, e la cui stessa esistenza, in quanto tale, esprime l'accumulazione di un enorme sfruttamento dell'umanità - e che parlava di raggiungere il proprio destino manifesto, inviando la sua impresa a colonizzare di Marte. Ma abbiamo anche visto, tale spirito, vaporizzare vive, con l'aiuto delle forze più avanzate dell'industria, migliaia delle persone più diseredate del mondo. Il terribile quadro che risulta dalla fusione di queste due immagini, ci dà una diagnosi precisa di quale sia lo stato attuale dell'umanità organizzata sotto l'irrazionale forma sociale capitalistica; ma anche di quale sarà il futuro nella nuova fase storica della formazione della crisi mondiale della civiltà del capitale. Ora, sosterrò che l'ascesa di Trump costituisce un momento chiave nella transizione verso una nuova fase storica della crisi del capitalismo mondiale, le cui caratteristiche fondamentali erano state, tra l'altro, anche previste – sebbene in modo distorto – proprio dalla filosofia neo-reazionaria, ed erano state catalogate sotto l'etichetta di "Illuminismo Oscuro". Adotterò anch'io l'uso di questo termine, facendolo però in un senso che sovverte l'idea neo-reazionaria formulata per la prima volta da Curtis Yarvin e da Nick Land, integrandola pertanto in un'analisi critica, la quale mira a sviluppare il suo momento di verità, a mostrarne le sue imposture e, infine, a chiarire quali sono le possibilità emancipatorie che ancora si annidano in un simile processo storico che tuttavia tende a bloccare le potenzialità di una trasformazione sociale radicale.

Il concetto di Illuminismo Oscuro
    L'Illuminismo Oscuro, è un concetto filosofico neo-reazionario sviluppato per la prima volta da Curtis Yarvin, e successivamente ampliato da Nick Land. Il primo di loro, Yarvin, è un ingegnere informatico, imprenditore e blogger americano che – sotto lo pseudonimo di Mencius Moldbug – ha iniziato la sua opera di produzione e diffusione di idee neo-reazionarie, insieme a Elon Musk, e sotto l'influenza del co-fondatore di PayPal, Peter Thiel [*3]. A differenza dell'élite, fino ad allora tradizionale, della Silicon Valley, Yarvin e Thiel erano contrari ai principi fondamentali della governance neoliberista che caratterizza la tradizionale destra americana. Da parte sua, Nick Land, dopo aver lasciato il suo lavoro di professore universitario a Warwick e essersi stabilito a Shanghai,  ha continuato a sviluppare la filosofia accelerazionista. Il suo approfondimento del senso neo-reazionario dell'accelerazionismo – l'unico significato che per lui poteva avere questo processo – aveva portato Land a entrare in contatto con le idee di Curtis Yarvin - idee esposte nel blog Unqualified Reservations -  e a sviluppare un commento filosofico sulla sua opera sotto il titolo "The Dark Enlightenment" [*4]; il compendio più completo di quella filosofia neo-reazionaria. Grazie alla sua vasta formazione filosofica iniziale, e alla sua conoscenza delle teorie di Deleuze e Guattari, egli è stato in grado di sviluppare una sintesi tra le idee neo-reazionarie di Yarvin, una lettura accelerazionista dell'opera marxiana, mediata dal lavoro di Deleuze e Guattari, con gli sviluppi teorici interdisciplinari del CCRU [Cybernetic Culture Research Unit] – cosa a cui aveva partecipato anche Mark Fisher – e le critiche postmoderne del tardo capitalismo. L'Illuminismo Oscuro, visto come concetto, designa, per Yarvin e Land, l'affermarsi di quella che sarebbe un'eredità, perversa o oscura, dell'Illuminismo moderno, che è stata negata dalla filosofia democratico-progressista, insieme a una particolare proposta per il futuro della civiltà capitalistica, la quale abbraccia apertamente una deriva storica distopica. Se ci si ponesse la domanda: «Che cosa caratterizza il pensiero neo-reazionario?», si potrebbe rispondere, a grandi linee, che si tratta di una rivendicazione della cosiddetta "biodiversità umana" – ossia, una forma pseudo-biologica di razzismo postmoderno – che proclama il diritto di uscita, o di secessione, in quanto diritto fondamentale insieme alla proprietà privata - dove ciò appare evidente in degli Stati Uniti sempre più divisi tra Stati come il Texas e la California, i quali rappresentano i due poli complementari e opposti del capitalismo americano - oltre a un rifiuto viscerale di ogni e qualsiasi forma di correttezza politica, e di egualitarismo progressista, coniugando il tutto in una proposta di amministrazione corporativa dello Stato che abbia marcate sfumature di darwinismo sociale, chiamato "neo-cameralismo".

   Vale la pena soffermarsi su quest'ultimo concetto, in quanto esso è fondamentale per riuscire a comprendere quale sia stata l'evoluzione delle idee neo-reazionarie, e il loro legame con la recente ascesa di Trump. Il cameralismo è stato un movimento politico tedesco, e un processo socio-storico del XVIII secolo guidato da dei funzionari pubblici tedeschi, volto a promuovere lo stato assolutista. Questo movimento rappresentava un antecedente diretto di quelle che poi sono state le moderne scienze borghesi dell'amministrazione statale e di polizia, caratterizzate tutte dalla promozione di politiche che cercavano di dotare il principe, o il monarca, di poteri illimitati ai fini della massima efficienza dello Stato, considerando la Camera – una parola usata per riferirsi alla stanza in cui era conservata la tesoreria dello Stato o alle stanze in cui si svolgeva la riunione dei più alti funzionari pubblici del commercio e della guerra - come se essa fosse la più alta forma di organizzazione dello Stato, promuovendo la polizia a elemento fondamentale dell'amministrazione della società, e in considerazione della necessità che i cameralisti dovevano possedere un grado assai alto di conoscenza nei diversi rami dello Stato, specialmente nel commercio, nel diritto e nella guerra. D'altra parte, il neo-cameralismo proposto dalla filosofia neo-reazionaria consisterebbe proprio in una gestione corporativa dello Stato, che verrebbe amministrata allo stesso modo di una società per azioni, e guidata da un amministratore delegato. Inutile dire che, in un simile concetto di governo, è fondamentale una forza di polizia tecnologicamente massimizzata al servizio della protezione dell'ordine capitalista. Quindi, dal punto di vista dell'Illuminismo Oscuro, lo Stato diventa apertamente proprietà privata dei grandi monopoli capitalistici, ed è governato da essi come una società per azioni. Non sorprende che, nel suo saggio sulla filosofia libertaria-neo-reazionaria "L'educazione di un libertario" [*5]Peter Thiel abbia sottolineato che per lui la libertà – la libertà di mercato, vale a dire – è diventata incompatibile con la democrazia. Questa visione antidemocratica, è una caratteristica comune ai neo-reazionari, in particolare di Curtis Yarvin e di Nick Land. Curtis Yarvin, nel 2007 è arrivato persino ad affermare che i neo-reazionari non avranno nemmeno bisogno di fare alcun tipo di propaganda per il crollo dello Stato democratico in vigore negli Stati Uniti, poiché la democrazia imploderà a causa delle sue stesse contraddizioni intrinseche, come un'amministrazione inefficiente del capitale soggetta a una crescente entropia [*6]. Seguendo una linea di argomentazione più sofisticata, nel suo "Dark Enlightenment", Nick Land sostiene che l'accelerazione tecno-economica del capitale porterà necessariamente a una soppressione della democrazia, e alla sua sostituzione con la governance aziendale. A questo proposito, sottolinea come in paesi come la Cina, Hong Kong o Singapore questo tipo di governo è praticamente già una realtà, e il che indica che si tratta di una tendenza intrinseca di accelerazione tecnologica nel contesto della crisi del tardo capitalismo. Va notato, in questo senso, che il legame iniziale tra figure neo-reazionarie come Curtis Yarvin e Peter Thiel non è affatto casuale, ma rappresenta bensì un'espressione ideologica delle tendenze oggettive del capitale; si tratta della formazione di enormi monopoli legati all'industria tecnologica e dell'emergere di nuove direzioni all'interno della classe capitalista americana, che personificano, attraverso la concorrenza, i bisogni del capitale contemporaneo. A partire dal 2000, Peter Thiel ha co-fondato PayPal con Elon Musk e, oltre a essere nell'élite delle persone più ricche del pianeta, egli è uno sponsor attivo e promotore di iniziative dedicate alla diffusione di idee neo-reazionarie, o legate alla ”alt-right”. Come ho già accennato, l'ascesa di Trump va di pari passo con un gabinetto di miliardari in cui al timone c'è Elon Musk. Quest'ultimo, grazie alla sua piattaforma X, ha contribuito non solo alla più grande donazione della storia a una campagna politica – in questo caso quella di Trump – ma ha anche promosso apertamente la diffusione di Fake News e di propaganda reazionaria, svolta su una scala industrialmente senza precedenti.

   Goebbels diceva che una bugia ripetuta mille volte diventa la verità, ma con X, e i social network in generale, la bugia socialmente pianificata raggiunge una nuova qualità grazie all'effettivo monopolio dei colossi tecnologici dell'industria. Elon Musk o Mark Zuckerberg non solo sono all'apice dell'accumulazione verticale del capitale, ma anche oggi essi posseggono  la prerogativa, storicamente senza precedenti per i singoli individui, di mentire su scala storico-universale. Curiosamente, va detto che anche se Donald Trump non ha certo idea dell'esistenza di Nick Land o di Curtis Yarvis, egli realizza comunque idee neo-reazionarie, scegliendo un gabinetto di miliardari, con Elon Musk a capo, o espandendo di fatto, dopo poche settimane in carica [*7], i poteri del ramo esecutivo. L'Illuminismo Oscuro, non è un'idea inverosimile di alcuni fanatici filosofici ma, al contrario, è una tendenza intrinseca della crisi del tardo capitalismo e delle nuove configurazioni della governance capitalistica su scala globale; insieme a essa, qui potremmo anche includere le forme di controllo territoriale post-sovraniste, come i cartelli narco-capitalistici su scala trans-nazionale. Se guardiamo alla dilagante ascesa di Donald Trump verso il secondo mandato - sostenuta dalla complicità non così passiva dei criminali contro l'umanità facente parti del governo democratico di Joe Biden - ecco che le idee di Curtin Yarvis e di Nick Land circa quali siano le tendenze entropiche della democrazia, vista come forma storica obsoleta di governo del capitale, non sembrano poi così inverosimili. La fase storica emergente del capitale mondiale, tende pertanto a rendere obsoleta la critica dell'ultra-sinistra alla democrazia, poiché è il capitale stesso, e non la rivoluzione internazionale, che tende a superare storicamente la democrazia. L'Illuminismo Oscuro, perciò, non va inteso come se fosse una mera idea formulata da certi filosofi accelerazionisti di estrema destra, ma piuttosto come l'espressione teorica di un processo reale della crisi del tardo capitalismo. Inoltre, è anche l'anticipazione e l'espressione teorica delle caratteristiche distintive di una nuova fase storica della civiltà capitalistica, che risulta proprio a partire dalle condizioni di quella crisi. Basta dare un'occhiata, ad esempio, al rapido smantellamento dei bilanci e delle istituzioni internazionali concordati dalle classi capitalistiche in conflitto, attuato alla fine della seconda guerra mondiale. Oggi si parla apertamente dell'uso di armi nucleari – si ipotizza che, in realtà, Israele abbia già fatto esplodere un'arma nucleare tattica in Siria – come dell'uccisione aperta e indiscriminata di civili in quanto obiettivo militare, o tra le altre cose della necessità di revocare i diritti umani in un quadro giuridico sovranazionale. Il genocidio a Gaza - dove, tra gli altri orrori tipici di quest'epoca,  i bambini vengono deliberatamente fucilati, così come si fa con i civili, fucilati a distanza ravvicinata, o dove interi campi profughi vengono vaporizzati con bombe dirette dall'intelligenza artificiale – diventa pertanto il paradigma dell'immediato futuro della civiltà capitalista, oltre a essere la testimonianza diretta di quali saranno le nuove configurazioni geopolitiche nel capitalismo mondiale. In questo senso, come ho sottolineato all'inizio di questo saggio, Gaza costituisce, insieme alla seconda ascesa di Trump, un chiaro momento di trasformazione qualitativa dell'attuale processo del Capitale, insieme all'inizio di una nuova fase storica della civiltà capitalistica segnata dall'imbarbarimento del rapporto di Capitale su scala mondiale. Da una prospettiva critica, il momento della verità, nella filosofia dell'Illuminismo Oscuro, risiede nella sua diagnosi dell'accelerazione del Capitale visto come processo che implica necessariamente lo sfruttamento intensificato dell'umanità e della natura, insieme alla trasformazione dell'amministrazione statale del capitale in un governo corporativo, lo smantellamento delle strutture legali del capitalismo (neo)liberale, lo sviluppo di nuove forme di guerra e l'eliminazione attiva delle popolazioni considerate indesiderabili e/o superflue. Tuttavia, la loro analisi perde di vista il fatto che questa accelerazione non è una forza autonoma, bensì il risultato della logica della valorizzazione del Capitale, che si trova ora di fronte a quelli che sono i propri limiti storici, contro cui ha già cominciato a sbattere. In tal senso, l'Illuminismo Oscuro non costituisce una rottura con la modernità capitalistica, ma rappresenta uno sviluppo necessario di questo modo di produzione nelle condizioni della sua crisi strutturale. Approfondirò di seguito questo aspetto.

Accelerazione e capitale
    L'accelerazione rappresenta la struttura temporale del capitale sviluppato. Questa struttura temporale è il risultato della dinamica intrinseca dell'accumulazione del Capitale, sviluppato e costituito - in quanto modo di produzione specificamente capitalistico - attraverso l'introduzione di macchinari nel processo di produzione. Nelle precedenti forme di società, l'introduzione delle macchine tendeva a liberare le classi subalterne dal lavoro. Aristotele sosteneva che se i telai avessero tessuto da sé soli, non sarebbero stati necessari più gli schiavi. E com'è noto, nell'antica Grecia, l'introduzione del mulino ad acqua ebbe l'effetto di liberare di fatto un numero significativo di schiavi dal lavoro forzato. Nella società capitalistica, al contrario, le macchine, che creano le condizioni per la diminuzione dello sforzo umano nella produzione - e la liberazione dal lavoro - servono invece ad aumentare e a intensificare il lavoro. Ciò deriva dalla forma sociale storicamente specifica della ricchezza capitalistica: il Valore costituisce il tempo di lavoro sociale che viene oggettivato nelle merci nel corso del processo di produzione. Si tratta di una misurazione della ricchezza, specificamente temporale, che può essere accumulata soltanto attraverso lo sfruttamento del tempo di lavoro in eccesso dell'umanità. Di qui, il paradosso secondo cui - poiché esistono in questo momento tutti i mezzi storico-oggettivi atti a realizzare una vasta liberazione dal lavoro - l'umanità, oggi,  lavora assai più di quanto abbia mai lavorato prima, nella Storia. Il rapporto di produzione di base che sostiene questa dinamica, è il lavoro salariato, il quale a sua volta implica una relazione tra Capitale e Lavoro, vale a dire, un rapporto tra classi necessariamente antagoniste: la classe capitalista e la classe salariata. Chi vuole approfondire questo argomento troverà nel Capitale di Marx un'opera di piena attualità che spiega quali sono le basi fondamentali della dinamica dell'accumulazione del capitale. Ai fini di questo articolo, è sufficiente sapere che il capitale - per accumularsi - ha bisogno di sfruttare intensamente l'umanità e che - sviluppando la scienza e la tecnologia a tale scopo -  dà origine a quella che è una dinamica assai specifica di uno sviluppo storico, accelerato e sempre più distruttivo. In tempi più recenti, lo storico Moishe Postone ha caratterizzato, nella sua opera più importante – "Tempo, lavoro e dominazione sociale" [*8] –, questa dinamica definendola come «dinamica del tapis roulant», la quale comporta uno stimolo oggettivo permanente per ulteriori aumenti dei tassi di produttività; e quindi anche aumenti della loro capacità di distruzione. Questa dinamica è stata illustrata in maniera impeccabile da Nuno Miguel Cardoso Marchado:

«[Immaginiamo che] il livello medio di produttività nell'industria dell'abbigliamento sia tale che in 1 ora si producano 5 magliette per un valore complessivo di 25 euro (...). Un capitale innovativo, che sia in grado di produrre 10 magliette in 1 ora - diminuendo così il  valore individuale di ciascuna a 2,5 euro - potrebbe realizzare un profitto aggiuntivo, poiché potrebbe vendere ogni maglietta a 5 euro; vale a dire, il valore di mercato determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario. Tuttavia, non appena il progresso tecnico [di quel particolare capitale] comincerà a diffondersi tra la concorrenza, e si applicherà un nuovo livello medio di produttività, l'unico risultato permanente sarà quello dell'aumento della quantità [di ricchezza materiale prodotta] in un'ora di tempo di lavoro socialmente necessario – 10 camicie anziché 5 – e la riduzione del loro valore unitario da 5 a 2,5 euro. La massa di valore così creata sarà pertanto esattamente la stessa di prima: 25 euro (...). Ecco che è  stato ripristinato l'incentivo per un successivo salto di progresso tecnico, in grado di premiare i capitalisti innovativi con un profitto aggiuntivo.» [*9]

   La produzione quantitativamente aumentata e accelerata di ricchezza materiale, nel processo immediato di produzione di merci, comporta necessariamente l'aumento e l'accelerazione della distruzione della fonte di tutta la ricchezza reale: la natura [*10]. Infatti, produrre, per esempio, due telefoni cellulari consuma più litio, più rame, ecc. - in breve, più natura – di quanto ne consuma produrne uno solo, e questo perché la produzione non conosce altro obiettivo oggettivo che non sia quello dell'accumulazione del capitale; ecco che allora questa distruzione accelerata non trova alcun limite oggettivo se non quello di minare le relazioni sociali fondamentali del sistema stesso. Ciò significa che, anche se i livelli di produttività e la quantità di ricchezza materiale prodotta aumentano su scala stratosferica, la scienza, la tecnologia e le macchine non producono alcun valore aggiunto – dal momento che questo Valore può essere prodotto solo dalla materializzazione prodotta dal tempo in eccesso di lavoro vivo – dando così origine a una traiettoria storica segnata dall'accelerazione temporale e dalla crescente distruzione della natura che produce l'effetto tapis-roulant tipico del capitalismo evoluto. L'accelerazione tecnologica - in particolare quella avvenuta nell'automazione e nell'intelligenza artificiale - ha ridotto drasticamente la necessità, nell'immediato processo di produzione, di manodopera umana. Questo fenomeno, noto come tendenza alla caduta della proporzione di lavoro vivo, nella produzione di valore, genera una crisi strutturale: il Capitale, riducendo la sua dipendenza dal lavoro, mina la base stessa della propria valorizzazione. Tuttavia, si tratta solo una tendenza oggettiva del processo, la quale viene contrastata attraverso lo sviluppo del Capitale stesso. Il modo in cui si risolve questa tendenza oggettiva del processo, che lo porta a diminuire la massa totale del plusvalore, viene realizzato attraverso l'intensificazione dello sfruttamento del proletariato produttivo. Da qui la competizione, e la concorrenza sempre più accelerata tra i più grandi neo-imperialismi contemporanei, gli Stati Uniti e la Cina, per sviluppare le infrastrutture, la scienza e la tecnologia necessarie allo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Questa tecnologia, nel quadro dei rapporti capitalistici, lungi dal condurre l'umanità all'emancipazione del lavoro, determinerà solo la possibilità di uno sfruttamento ancora più brutale del lavoro vivo dell'umanità. Di fatto, questo sta già avvenendo. Dall'altro lato, a partire da queste condizioni di un accelerato sviluppo tecno-scientifico, le quali vengono applicate al processo immediato di produzione delle merci, risulta la necessaria – per il capitale – ricostituzione del lavoro proletario, vista come condizione necessaria alla perpetuazione dell'accumulazione del capitale; dove la cosa assume caratteristiche sempre più repressive, le quali tendono così all'imbarbarimento dei rapporti sociali capitalistici.

   Visto il carattere parzialmente superfluo di enormi settori del proletariato mondiale, l'intensificazione dello sfruttamento del lavoro procede di pari passo con un'esacerbata competizione per l'accesso a dei lavori precari, sottopagati e con diritti in costante declino. Allo stesso tempo, questa realtà si interseca con una stratificazione razziale del proletariato, che appare sempre più evidente all'interno delle nazioni industrialmente avanzate dell'Occidente, le quali ricevono grandi masse migratorie in fuga da condizioni estremamente avverse nei loro paesi di origine; che sono richieste dalle esigenze di alcune industrie, le quali hanno bisogno di manodopera a basso costo che manchi di diritti, per poter essere più sfruttata. La relazione di Capitale, tra capitale e classe salariata, diventa sempre più repressiva. Dato l'aumento dilagante della miseria – nel nel bel mezzo dell'abbondanza più stupefacente – occorre che le città vadano militarizzate, e la polizia dev’essere armata fino ai denti. Non per difendere la popolazione, ovviamente, ma per prepararsi all'inevitabile rivolta quotidiana, la quale ora assume connotazioni criminali; ma anche perché sia finalizzata alla cattura di quel materiale umano che verrà poi inviato nelle carceri in espansione del sistema. Del resto, una parte importante di questo enorme esercito industriale di riserva - in particolare quello facente parte dell'attuale sottoproletariato postmoderno - viene integrata nel Capitale per mezzo del suo ingresso in imprese criminali narco-capitaliste, le quali ne consentono così l'impiego produttivo finalizzato a questo particolare ramo dell'industria, ottenendo così  anche la loro rapida eliminazione, date le condizioni violente di un tale lavoro. Senza contare, ovviamente, che questo tipo di impresa criminale non solo permette di poter impiegare quelle masse lavoratrici che erano precedentemente inoccupabili, ma assicura anche una rapida eliminazione fisica e psicologica di quanti incarnano la miseria; cosa che avviene attraverso lo sviluppo di farmaci che creano sempre più dipendenza e che, nella loro chimica, sono distruttivi per l'organismo umano. Il Capitale combatte la miseria che esso stesso produce con i propri mezzi, e questo implica anche la caccia all'uomo. Negli Stati Uniti, e anche nell'Europa occidentale, questa caccia è diretta soprattutto contro le popolazioni migranti, che vengono deportate in catene nei loro paesi d'origine, dove vengono immagazzinate in campi di concentramento perfettamente legali; simili alla schiavitù o alle leggi razziali del Terzo Reich, in passato. Il delirio nazionalista su cui poggia l'ondata neo-reazionaria mondiale è proprio dovuto a queste condizioni, nelle quali la crisi della relazione di Capitale getta le classi medie e il proletariato nel terrore di essere lasciati senza alcun accesso alla ricchezza sociale. Le persone diventano pertanto Oggetti di sfruttamento in quello che è un sistema che tuttavia essi stessi riproducono come Soggetti. È questa la terribile dialettica dell'attuale perpetuazione del sistema, ma è in essa che troviamo anche la possibilità di superarla.

Trump come sintomo della riconfigurazione geopolitica del capitalismo mondiale
L'ascesa di Trump, va pertanto intesa come la risposta necessaria, da parte delle classi dominanti negli Stati Uniti, alla decomposizione dell'ordine geopolitico di quel capitalismo mondiale che aveva prevalso a partire dalla fine della Guerra Fredda; una risposta che costringe a una riconfigurazione delle aree di influenza imperiale degli Stati Uniti, e che viene guidata anche dall'ascesa delle altre potenze emergenti, come la Cina e, più in generale, di tutti quei paesi che compongono i BRICS. L'idea marxiana, secondo cui i capitalisti mettano le armi in mano a quelli che saranno i loro stessi becchini, non ha ancora visto il suo culmine in una rivoluzione comunista internazionale, ma di certo essa si applica alla dialettica degli Stati-nazione occidentali, i quali vedono il modo in cui proliferano altri Stati in tutto il mondo, i quali stanno sviluppando ed espandendo i propri prodotti tecnologici al fine di poter mettere il mondo sotto il controllo della loro egemonia. I razzi, praticamente artigianali, realizzati dalla Corea del Nord, e che vengono ricavati a partire da dei chip rimediati sul mercato nero, devastano il suolo ucraino, e ciò nonostante siano molto più economici e meno sofisticati del materiale bellico occidentale; mentre, dall'altro lato, il suo programma nucleare viene finanziato in gran parte dall'hacking delle istituzioni finanziarie internazionali. La Cina di OpenAI, con la sua piattaforma DeepSeek, sta riuscendo a competere con ChatGpt, e questo nonostante utilizzi meno schede grafiche a causa delle restrizioni applicate dagli Stati Uniti nell'ambito della sua guerra commerciale contro l'inarrestabile ascesa della nazione orientale. La Russia ha dimostrato dei progressi significativi nello sviluppo di armi ipersoniche, le quali, finora, non hanno controparti nelle nazioni raggruppate nella NATO. In Ucraina, la vecchia alleanza tra gli Stati Uniti e l'Europa occidentale si sta sgretolando. Tutto questo è un risultato diretto delle contraddizioni della crisi capitalistica, dal momento che gli Stati Uniti hanno un urgente bisogno di tagliare quanto più plusvalore possibile, affinché esso non vada a finire nelle tasche dei loro ex alleati mentre, allo stesso tempo, deve rivitalizzare la propria industria nazionale minacciata dall'ascesa della Cina. Se l'Europa vuole rimanere a galla, dovrà riarmarsi e attuare delle misure draconiane assai simili a quelle degli Stati Uniti; e il che è già evidente nell'ascesa dell'estrema destra in Europa, la quale, seguendo l'esempio della campagna di Trump, cerca ora di mobilitare la popolazione europea sotto lo slogan di rendere l'Europa di nuovo grande. Il fatto che uno stesso slogan funzioni nelle diverse parti del mondo, e mobiliti masse sempre più apertamente razziste, non è solo una testimonianza dell'assurdità di quest'epoca, ma mostra anche quale sia la portata storico-mondiale delle trasformazioni della crisi del tardo capitalismo in atto, e di quale sia il carattere che la lotta di classe sta acquistando oggi.

   D'altra parte, gli Stati Uniti dovranno contenere - per continuare ad esistere come potenza imperiale - l'espansione della Cina nell'Oceano Pacifico; il quale, com'è noto, è il luogo dove circola la maggior parte del commercio internazionale. Per raggiungere tale obiettivo, dovrà ristrutturare la relazione di Capitale all'interno del suo territorio e - con Trump al potere - lo sta facendo rapidamente. Questa ristrutturazione richiederà inoltre anche un espansionismo limitato alla sua più ristretta area di influenza – probabilmente annetterà in futuro nuovi territori dai suoi vicini – soprattutto in relazione alla Groenlandia e al Canada, le quali sono aree che concentrano risorse strategiche per l'industria nordamericana. In Medio Oriente, è chiaro che l'alleanza tra Stati Uniti e Israele durerà fino a quando questo modo di produzione non crollerà sotto il calore delle armi all'idrogeno; o sotto i colpi di una rivoluzione mondiale sempre più improbabile. In effetti, forse il grande vincitore del terribile anno 2024 è stato proprio lo Stato di Israele. Mentre lo Stato siriano - punta di diamante dell'Iran, nelle vicinanze di Israele e enclave chiave per la fornitura di armi e risorse a Hezbollah e Hamas - è crollato proprio a causa di un'offensiva dei jihadisti, esplicitamente sostenuti da Israele, Stati Uniti ed Europa. Coloro che ci avevano presentato i jihadisti di Al-Nusra (ex-Al-Qaeda) come se fossero il Diavolo incarnato sulla Terra, non hanno esitato a salutare il nuovo governo del loro leader al-Golani – vestito in modo identico a Zelensky, oramai caduto in disgrazia – come se si trattasse di un leader fondamentalmente democratico. Hezbollah, intanto, è stato profondamente indebolito dal bombardamento genocida israeliano del Libano, perdendo così una parte significativa del proprio arsenale di razzi e di droni. Infine, l'accordo di cessate il fuoco con Hamas, è stato presentato alla popolazione come se si trattasse di una vittoria; e questo mentre in Cisgiordania, con la complicità dell'Autorità Nazionale Palestinese, proseguono i bombardamenti e i raid contro i gruppi di resistenza. Ho più volte sottolineato, in altri scritti, come Gaza sia il mondo, dal momento che è lì che si radicalizza la logica distruttiva della crisi: l'eliminazione programmata delle popolazioni proletarie superflue, non risponde solo a obiettivi geostrategici, ma anche alla necessità di mantenere un sistema globale nel quale le vite dei diseredati vengano gestite come dei rifiuti.

   Gaza è lo specchio oscuro del tardo capitalismo: un'area in cui il progresso tecnologico convive con la disumanizzazione assoluta, dove droni e algoritmi eseguono ordini di sterminio, mentre il resto del mondo osserva con indifferenza o impotenza. Gaza è un laboratorio globale della desensibilizzazione, attraverso la quale oggi le persone vengono addestrate mettendole di fronte alle schiaccianti esigenze della perpetuazione sacrificale del sistema. Un laboratorio che si sta già espandendo in tutto il mondo, e che costituisce l'esatta immagine del futuro più prossimo della civiltà capitalista. A questo proposito, credo che nessuno oggi dubiti che la popolazione di Gaza sia stata completamente spazzata via da questo mondo - o quantomeno espulsa dal territorio della Striscia di Gaza – a causa della lotta militare tra le diverse fazioni della resistenza palestinese, in particolare Hamas. Ed è per questo che Hamas non costituisce affatto la salvezza incarnata della popolazione palestinese; dal momento che invece fa parte di una rete di interessi geopolitici antagonisti agli interessi della popolazione di Gaza. La verità è che l'invasione di Gaza non è stata portata a termine fino alle sue ultime conseguenze, proprio a causa dell'alto costo militare che ciò, pur con tutti i suoi vantaggi tecnologici, comporta per lo Stato di Israele. Tuttavia, il cessate il fuoco sarà probabilmente di breve durata, poiché Trump ha già sottolineato, esprimendo così le esigenze del Capitale, che il futuro che gli Stati Uniti e Israele pianificano per Gaza è il completo spostamento della sua popolazione. Di fronte a questa situazione, veramente disperata -  se ci pensiamo dalla parte di coloro le cui vite sono direttamente minacciate di cadere sotto le ruote del carro sacrificale dell'imperialismo capitalista  - il nostro primo compito è quello di organizzare la lotta nel raggio della nostra influenza più immediata. A Gaza si è sgretolato il discorso democratico e sui diritti umani che aveva caratterizzato, almeno per alcune regioni del pianeta, gli interventi genocidi delle nazioni industrialmente avanzate dell'Occidente in Medio Oriente. Oggi nulla di tutto ciò ha più importanza, e non esiste alcuna denuncia, o meccanismo legale internazionale, in grado di fermare le azioni degli autori del genocidio, la prova: l'aperta impunità dello Stato di Israele e della sua leadership suprematista in relazione ai crimini commessi a Gaza. E' chiaro che, date le condizioni della crisi, Gaza è un esempio di quello che sarà il tenore del prossimo futuro del capitale mondiale, e di quello che esso dovrà fare per potersi perpetuare in un contesto storico in cui le sue tendenze oggettive implicano una ristrutturazione repressiva della relazione di capitale che acquisisca direttamente delle caratteristiche genocide. Di fronte alle nuove condizioni dell'attuale fase storica della civiltà capitalistica, tutto ciò implica la necessità di una riattualizzazione della critica radicale, ma anche la formazione di un movimento storico che sia in grado di agire strategicamente nel quadro di questo processo. La nostra missione immediata è quella di iniziare a costruire quello che Marx chiamava il partito storico. Questo compito non può essere il lavoro di individui isolati che scrivono su blog o sui social network per un pubblico selezionato, sebbene anche questo lavoro può essere necessario per la diffusione di prospettive radicali nelle condizioni avverse imposte dalla crisi capitalista. Questo compito, è una pratica necessaria che appartiene a un movimento radicalmente riattualizzato. In questo senso, è una necessità fondamentale, per tutti coloro che cercano un'alternativa radicale alla crisi catastrofica di questo sistema, trovare i mezzi per connettersi con il proletariato, oggi atomizzato, frammentato e sistematicamente manipolato da una politica di terrore costante, che spinge le masse lavoratrici, impoverite, precarie e disoccupate nelle braccia delle nuove forme di reazione. Comunque sia, è chiaro che con l'ascesa di Trump ed Elon Musk ai vertici del più grande impero capitalista, quella che è iniziata è una nuova epoca storica della crisi del capitale che porterà a un'intensificazione dello sfruttamento, del terrore tecnologico e della morte in tutto il mondo. Benvenuti nei tempi dell'Illuminismo Oscuro.

- Nec Plus Ultra - Pubblicato il 23/2/2025 su https://necplusultra.noblogs.org/  -

NOTE:

[1] Seymour, R. (2024). Nazionalismo disastroso. La caduta della civiltà liberale. New York: Verso.

[2] Il concetto di realismo capitalista è stato sviluppato da Mark Fisher. Fondamentalmente designa la prospettiva, ora massicciamente diffusa nella società, che il capitalismo è l'ultima forma possibile di sviluppo sociale o che, anche se è indesiderabile e distruttivo, non esiste un'alternativa in grado di superarlo.

[3] Jones, A. (2019), "Dalla teoria neoreazionaria all'alt-right", Teoria critica e le discipline umanistiche nell'era dell'alt-right, a cura di Christine M. Battista e Melissa R. Sande, Denver: Palgrave Macmillan, pp. 101-120.

[4] Esiste un'edizione spagnola intitolata The Dark Illustration and Other Essays on Neoreaction a cura di Materia Obscura Ediciones.

[5] Disponibile al seguente link: https://www.cato-unbound.org/2009/04/13/peter-thiel/education-libertarian/

[6] Yarvin, C. (2007), "The Case Against Democracy: Ten Red Pills", Unqualified Reservations, 24 aprile, disponibile all'indirizzo https://www.unqualified-reservations.org/2007/04/case-against-democracy-ten-red-pills/. Ultimo accesso: 22 marzo 2024.

[7] Vedi: https://www.bbc.com/mundo/articles/cd0j8p43j95o.

[8] Postone, M. (2006). Tempo, lavoro e dominio sociale: una reinterpretazione della teoria critica di Marx. Madrid: Marcial Pons.

[9] Cardoso Machado, NM (2021). "Il limite ecologico del capitalismo: la forma-valore e la distruzione accelerata della natura alla luce delle teorie di Karl Marx e Moishe Postone". In: "Oltre il capitalismo e il neoliberismo". Belgrado: Istituto per gli studi politici, pp. 111 – 122. La citazione è tratta da pagina 114.

[10] Marx, K. (2018). Capitale. Critica dell'economia politica. Libro Primo: Il processo di produzione del capitale. Buenos Aires: Siglo XXI, p. 613.

martedì 20 maggio 2025

La Grande Confusione…

Jérôme Baschet - Il malessere della decolonialità - Revue Terrestre - 1 maggio 2025
-  A proposito del libro collettivo "Critica della ragione decoloniale. Sur une contre-révolution intellectuelle", pubblicato da L'Échappée nel 2024 -

   Questo libro costituisce la traduzione parziale di un volume collettivo, coordinato da Pierre Gaussens e Gaya Marakan e pubblicato nel 2020 dall'Universidad Nacional Autónoma de México, con un titolo che mostra il suo riferirsi a Franz Fanon: "Piel blanca, Máscaras negras. Crítica de la razón decolonial." Di quel volume, sono state conservate "l'introduzione" dei due coordinatori e "quattro contributi" (su dodici), a cui si è aggiunto un testo proveniente da un'altra opera collettiva, pubblicata in Argentina nel 2021. Per quanto riguarda la prefazione di Mikaël Faujour, essa offre una presentazione critica della ricezione del pensiero decoloniale in Francia. La ragion d'essere del libro, è la preoccupazione degli autori per la crescente influenza, nel mondo accademico e nel campo intellettuale, del pensiero decoloniale, o più precisamente di una sua forma particolare, della quale essi giudicano duramente i pregiudizi, e che non esitano a qualificare come una "impostura intellettuale". Accusando gli autori decoloniali di usare diversi stratagemmi per porre così le loro tesi al di sopra di ogni messa in discussione, gli autori ritengono sia necessario accendere un fuoco di contrattacco o, per lo meno, aprire un dibattito ragionato su una forma di pensiero in piena espansione. Questo è ciò che giustifica l'interesse per questo libro, e la partecipazione a tale dibattito. Va notato, fin dall'inizio, che questo volume non tenta di fornire una panoramica generale del pensiero decoloniale [*1]. Un tale punto è già stato oggetto di critiche che sottolineano sia il carattere limitato dell'impresa, che l'esiguo numero di autori presi in considerazione [*2]. Gli autori del volume lo spiegano nell'introduzione: non sono affatto inconsapevoli della diversità delle correnti decoloniali, ma hanno scelto di concentrare le loro analisi sul gruppo "Modernità/Colonialità", fondato alla fine degli anni '90 dal sociologo peruviano Aníbal Quijano, dal filosofo argentino-messicano Enrique Dussel e dal semiologo argentino residente negli Stati Uniti Walter Mignolo. e a cui si associarono anche Ramón Grosfoguel, Edgardo Lander, Nelson Maldonado-Torres, Catherine Walsh e Santiago Castro-Gómez. Questa opzione è giustificata dal fatto che il gruppo – e in particolare le sue figure più importanti – ha acquisito una notevole influenza nel mondo accademico e intellettuale, sia in America Latina che in Nord America e anche oltre.Tra l'altro, tale gruppo ha finito per costituire la matrice iniziale del pensiero decoloniale, ampiamente riprodotta da molti altri autori, soprattutto delle generazioni più giovani. Sembra pertanto legittimo nutrire un particolare interesse per questo gruppo: ad esempio, Daniel Inclán critica la filosofia della storia che sta alla base delle sue tesi; Rodrigo Castro Orellana analizza i concetti di "differenza coloniale" e di "pensiero di confine" in Mignolo; Brian Jacob Bonilla Avendaño identifica i pregiudizi relativi alla denuncia dell'eurocentrismo da parte di Grosfoguel; Martin Cortés protesta contro quell'ontologia dell'origine e della purezza che prevale in questi stessi autori; e infine, Andrea Barriga affronta il concetto centrale di "colonialità", che è una delle principali eredità di Quijano [*3]. Giustificata e pertinente, questa scelta segna tuttavia un limite del libro: la "critica della ragione decoloniale" si realizza solo nella misura in cui essa si limita al gruppo Modernità/Colonialità, e a coloro che ne riprendono le tesi fondamentali. Di conseguenza, per quanto fondata possa essere la sua critica, il libro non può pretendere di segnare il destino del pensiero decoloniale nel suo insieme. A tal proposito, si possono citare due casi interessanti. Difendendo un'epistemologia del Sud, incline alla decolonizzazione epistemica, Boaventura de Sousa Santos viene citato dagli autori del volume e giudiziosamente rimosso dalle loro critiche [*4]. D'altra parte, è deplorevole che l'antropologo colombiano Arturo Escobar non venga preso in considerazione, anche se era vicino al gruppo Modernité/Colonialité: rimane tuttavia una delle figure più interessanti delle correnti decoloniali, e il suo lavoro, basato su vere e proprie indagini sul campo, sfugge in gran parte alle critiche formulate in questo libro [*5]. Inoltre, è importante situare il punto di vista dei suoi autori, il quale, ovviamente, non ha nulla a che fare con una critica conservatrice che celebra la grandezza della civiltà occidentale, o che insegue le fantasie del wokismo. Tutti rivendicano una prospettiva di emancipazione, combinando la critica del colonialismo e l'ancoraggio alle correnti non dogmatiche del marxismo. Così, Cortés si basa sul "comunismo Inca" di José Carlos Mariategui, e sul tardo Marx delle lettere a V. Zasulich, mentre Inclán si appella a Walter Benjamin. Soprattutto, va detto che Fanon è la figura tutelare del volume, ed essa collega il marxismo e l'anticolonialismo. L'introduzione chiama a raccolta il suo pensiero contro gli autori decoloniali – che pure lo rivendicano, ma ai quali si può rimproverare di aver tradito le sue lezioni principali. Ricorda la sua capacità di riconoscere nelle sue dimensioni più profonde l'esperienza del colonizzato, ma senza mai rinunciare a una coscienza universalista. Viene anche sottolineata la sua insistenza nel rifiutare ogni confinamento in un'identità nera e, più in generale, nelle categorie imposte dal dominante: «dal momento in cui il accetta la scollatura imposta dall'europeo, non ha più tregua»; perché «l'uomo bianco si trova a essere racchiuso nel proprio candore, e il nero nel suo essere nero»; ed è per questo che è necessario «liberare l'uomo di colore da sé stesso», e proclamare che il «nero non è, e nemmeno l'uomo bianco è». Così, Fanon porta alla luce l'oppressione coloniale e la combatte, proclamando, per quanto possibile lontano da qualsiasi essenzializzazione delle identità oppresse: «Sono un uomo ed è tutto il passato del mondo che devo riprendermi. Non sono solo responsabile della rivolta di Santo Domingo. Ogni volta che un uomo ha fatto trionfare la dignità dello spirito, ogni volta che un uomo ha detto no a un tentativo di asservire il suo prossimo, io ho sentito solidarietà con il suo gesto» [*6]. Tutto ciò che si può rimproverare agli autori decoloniali, come vedremo in seguito, è proprio ciò a cui, con queste ammirevoli osservazioni, Fanon sfugge. Nel tentativo di approfondire il dibattito sollecitato dagli autori del libro, esporremo, raggruppandoli in quattro assi principali, le critiche che essi rivolgono ai pensatori decoloniali, che sono essenzialmente rilevanti e importanti. Li estenderemo su alcuni punti e li sottoporremo a loro volta a critiche, proponendo di individuare alcuni pregiudizi legati al punto di vista da cui si formula la critica. Infine, per superare i limiti delle due posizioni in gioco, proporremo di operare un cambiamento che ci permetta di ripensare la posta in gioco della decolonialità attraverso il prisma di un'esperienza concreta di lotta, l'esperienza zapatista, intesa come fonte di ispirazione rilevante per collegare le lotte dei subalterni del Sud con le prospettive anticapitaliste globali [*7]. Va inoltre notato che, mentre la discussione rimarrà in gran parte incentrata sulle tesi del gruppo "Modernità/Colonialità", la questione va oltre gli spazi in cui esercita un'influenza diretta. In realtà, si tratta di un'occasione per impegnarsi in un dibattito più ampio sul pensiero decoloniale, anche in Europa, a partire dall'individuazione di uno dei suoi nuclei problematici, anche se si riconosce che non tutte le correnti del pensiero decoloniale ne riproducono necessariamente le fattezze.

Geopolitica della conoscenza decoloniale
Non ci soffermeremo molto sul primo asse della critica portata avanti dagli autori del libro. Nell'introduzione, in particolare, essi denunciano un'enfasi teorica, volutamente carica di gergo, associata all'assenza di qualsiasi ricerca empirica, alla mancanza di conoscenza dei mondi indigeni e delle loro lingue, e per di più senza alcun legame con le lotte indigene del continente (pp. 39-40 e 55-57). Essi insistono sulla posizione contraddittoria di una teoria che pretende di enunciare il punto di vista dei subalterni di un Sud colonizzato, ma che si sta sviluppando nei centri universitari nordamericani. Su questo punto, la critica lanciata da Silvia Rivera Cusicanqui, e ripetuta nel volume, non manca di forza. Il sociologo boliviano e aymara, il cui importante lavoro è purtroppo poco conosciuto in Francia, ha introdotto gli studi subalterni dall'India all'America Latina e dal 1983 in poi ha promosso il "Taller de Historial Oral Andina", un esperimento innovativo di co-costruzione della conoscenza con le comunità indigene [*8]. Per lei, gli autori decoloniali hanno «creato un gergo, un apparato concettuale e forme di riferimento e contro-riferimento che hanno allontanato la ricerca accademica dall'impegno e dal dialogo con le forze sociali insorti. Il Mignolo e compagnia hanno costruito un piccolo impero nell'impero» (p. 43-44). Li accusa anche di estrattivismo intellettuale e, più specificamente, di aver ripreso le proprie idee distorcendole all'interno di «un discorso profondamente depoliticizzato sull'alterità» che neutralizza le pratiche di decolonizzazione (p. 95-96) [*9]. L'approccio di Rivera Cusicanqui, che in gran parte si sovrappone a quello proposto dagli autori di questo libro, è stato costruito al contrario a partire dalla rivendicazione di una duplice appartenenza «aymara ed europea» (p. 94) e da una lunga esperienza di pratiche di decolonizzazione intrecciate con le lotte indigene andine.

Semplicismo storico e "1492-centrismo"
I contributori del libro accusano i pensatori decoloniali di attenersi principalmente a dei "dati storici scheletrici". Al di là dei molti errori di fatto, il cui elenco sarebbe noioso [*10], il cuore del semplicismo storico del gruppo "Modernità/Colonialità" potrebbe essere utilmente designato per mezzo del neologismo che si riferisce alla "centralità del 1492". Naturalmente, questo non significa in alcun modo negare l'importanza fondamentale di tale data, la quale indica l'inizio di un ciclo storico segnato da un'espansione europea senza precedenti, che comporta la colonizzazione di quasi un intero continente, la brutale distruzione di intere civiltà e il crollo delle popolazioni amerinde, decimate del 90%. È, d'altra parte, problematico considerare, come fanno gli autori decoloniali, che tutto è nato - e tutto in una volta - nel 1492 (anche se non intendiamo questa data... letteralmente, ma piuttosto come un segnale dell'inizio della colonizzazione americana). Per Quijano, «nel 1492, con la nascita dell'America e dell'Europa, del capitalismo e della modernità, iniziò un processo di ri-concentrazione brutale e violenta del mondo» (p. 190). Sarebbe nato tutto: non solo l'idea dell'Europa e dell'America [*11], ma anche niente di meno che il capitalismo e la modernità. Il 1492 acquista così una centralità per l'intera storia dell'umanità. Ancora Quijano: «America Latina (...) è il soggetto fondamentale della storia degli ultimi cinquecento anni. Con la costituzione di quella che chiamiamo America, si costituisce anche il capitalismo mondiale e inizia il periodo della modernità»; «Allo stesso tempo e nello stesso movimento, il potere capitalista emergente diventa globale... e anche il colonialismo e la modernità si sono affermati come assi centrali del suo nuovo modello di dominio» (p. 212). Facendo della conquista americana il perno di tutta la storia moderna,ecco che questo 1492-centrismo diventa anche un presunto americano-centrismo, a partire dal fatto che l'America Latina viene impostata come un «soggetto fondamentale della storia». Abbastanza comprensibili da un punto di vista latinoamericano, simili affermazioni però tendono a oscurare il ruolo storico di altri continenti non europei, e a minimizzare l'oppressione coloniale subita dai loro popoli [*12]. Inoltre, questo è storicamente inverosimile: tra il XVI e il XVIII secolo, né l'America, e tantomeno l'Europa, possono essere considerate come il centro del mondo, ciò perché l'India e la Cina rimasero potenze considerevoli che l'Europa non era ancora in grado di sfidare. Fu solo nella seconda metà del XVIII secolo che si verificò una svolta decisiva con l'inizio della conquista dell'India da parte della Gran Bretagna e con l'inizio della "grande divergenza" tra Cina ed Europa; è solo a partire dal XIX secolo che si può parlare di un mondo interamente eurocentrico, nel quale l'Europa esercita un'egemonia completa [*13]. Nel ricordare questi fatti, non si sta in alcun modo cercando di minimizzare l'importanza storica della morsa europea sul continente americano (il suo ruolo deve essere analizzato con precisione, anche tenendo conto dei suoi effetti ritardati); ma non dobbiamo tuttavia dargli un campo d'azione che allora non può avere. Allo schematismo storico decoloniale, bisogna pertanto opporre che la dominazione planetaria europea si è formata in modo progressivo e attraverso due momenti essenziali ben distinti: la colonizzazione del continente americano da parte delle potenze iberiche, prima; e poi il controllo esercitato sulle grandi potenze asiatiche e sull'Africa da parte delle potenze del nord Europa. Ancora più difficile, è sostenere che il capitalismo e la modernità siano nati tutti in una volta nel 1492. Barriga sottolinea in tal modo l'incoerenza di Quijano, il quale ha proclamato nel 1942 la nascita della modernità,  ma che poi deve - quando vuole definire l'episteme moderna - andare a riportarsi al Seicento e alla figura di Cartesio, ritenutone il fondatore (p. 212). Più in generale, fare del 1492 l'inizio della modernità significa ripetere l'assurdità delle periodizzazioni scolastiche, le quali ci hanno abituato a credere che il Medioevo avrebbe poi ceduto il passo alla gloria dei cosiddetti Tempi Moderni. Qualunque cosa si pensi di una tale rottura, è imperativo riconoscere che la modernità - se vogliamo dare a questo termine quanto meno un significato concettuale che sia un po' coerente - si è formata solo tra la metà del XVII secolo - con l'ascesa delle scienze moderne, con l'individualismo e con la grande divisione tra uomo e natura -  e tra la seconda metà del XVIII secolo; con l'Illuminismo e con l'emergere del moderno regime di storicità basato sull'idea di Progresso.[*14] Per quanto riguarda l'idea che il capitalismo sarebbe iniziato nel 1492, questa è una questione troppo vasta per venire discussa qui [*15]. Ma in questo però possiamo seguire Barriga, il quale nota come gli autori decoloniali non mostrino il minimo interesse alle dinamiche storiche che possono essere esistite in Europa prima del 1492, né nei confronti di altri fenomeni successivi che vengono classicamente associati all'emergere del capitalismo, come l'accumulazione primitiva o le recinzioni. Affinché la sua costruzione teorica possa produrre l'effetto desiderato, il capitalismo dovrebbe nascere nella sua interezza solo grazie al solo effetto della conquista dell'America. E se Mignolo si vantava di star disfacendo il mito del glorioso Rinascimento svelandone "il suo lato oscuro" (la colonizzazione dell'America), in tal modo non stava facendo altro che riprodurre il povero schema educativo in virtù del quale il Rinascimento avrebbe improvvisamente dato vita a un mondo completamente nuovo, moderno, che non avrebbe più avuto nulla a che fare con il passato medievale. Ancora più cruciale è l'idea secondo cui la colonialità [*16] acquisisca immediatamente quelle che sono tutte le sue caratteristiche fondamentali. Ecco che così la nozione di razza, concepita come categoria fondamentale della colonialità, deve essere nata proprio nel 1492. Questo è ciò che sostiene Quijano, e Barriga gli rimprovera, in modo convincente (pp. 190-197), di stare pertanto affermando, sia che non c'era nulla prima («l'idea di razza non esisteva nella storia del mondo prima dell'America») sia che essa appaia all'improvviso («l'idea di razza è, senza dubbio, lo strumento più efficace di dominio sociale inventato negli ultimi cinquecento anni. Prodotto all'inizio della formazione dell'America e del capitalismo, nel passaggio dal XV al XVI secolo, si è imposto ai popoli del pianeta nei secoli successivi come parte integrante del dominio coloniale dell'Europa»). Tuttavia, Barriga sottolinea il fatto che la nozione di razza sia assente negli autori spagnoli del XVI secolo, come Sahagún o Las Casas, ed essa appaia come tale solo nel XVIII o, meglio ancora, nel XIX secolo, mentre invece se ci riferiamo a una concezione non biologica della razza, dobbiamo invece risalire allora all'antichità romana. Più in generale, quella che le opere storiche ci invitano a comprendere [*17] è una lunga storia del lento emergere della nozione di razza e delle discriminazioni a essa associate. Dobbiamo perciò abbandonare il binomio America/1492 - che è stato visto e usato come se fosse il colpo di bacchetta magica della storia - per far posto invece a un processo complesso e contraddittorio; tanto più che l'inferiorizzazione degli altri popoli non è affatto una particolarità europea, essendo, nella storia dell'umanità, l'etnocentrismo un tratto ampiamente condiviso . E a conti fatti, tutto sommato, la critica al semplicismo storico degli autori decoloniali sembra essere ben fondata. Cercando di far emergere delle Grandi Entità dicotomicamente opposte nello spazio-tempo unificato della modernità, finiscono per essere incapaci di pensare a dei veri processi storici, intesi nelle loro contraddizioni e nelle loro dimensioni multifattoriali. Tuttavia, sembra possibile salvare la nozione di colonialità – un modo opportuno, questo, per poter cogliere le asimmetrie associate al fatto coloniale, visto in tutte le sue dimensioni – a condizione però che si restituisca la sua storia, e si colga la diversità delle sue forme. Così, nella prospettiva che difendo, non esiste solo una colonialità, ma ce ne sono almeno due, le quali corrispondono ciascuna a configurazioni successive della colonizzazione europea, e sono governate da dei principi radicalmente diversi: la prima delle due, dal XVI secolo in poi, non è né moderna né capitalistica, ma piuttosto feudale-ecclesiale, e il suo principio iniziale di espansività è costituito dall'universalismo cristiano; solo la seconda, dalla fine del XVIII secolo, è stata propriamente capitalista, guidata com'era dalla logica dell'espansione del valore e dai principi del progresso e della modernità [*18]. E anche se non aderiamo a questa tesi, sarebbe quantomeno nel nostro interesse cogliere la colonialità come se fosse un fenomeno storico in profonda trasformazione, strettamente legato alla storia del capitalismo stesso.

Essenzializzazione dell'Occidente
Ignorando una vera analisi storica, gli autori decoloniali si accontentano di mettere in scena come dei blocchi omogenei e fissi. Ecco perché una delle principali critiche nei loro confronti si riferisce alla loro essenzializzazione dell'Occidente, vale a dire, la sua riduzione a un'unica essenza immutabile. Naturalmente, essi, i decoloniani, non ignorano che ci sono diverse correnti all'interno del pensiero europeo. Ma, come osserva Cortés, queste differenze contano poco e sono state sussunte sotto l'unità fondamentale dell'eurocentrismo. E Mignolo afferma: «Eurocentrismo e occidentalismo sono la stessa cosa: entrambi si riferiscono a una centralizzazione e a un'egemonia dei principi di conoscenza e di interpretazione che si possono osservare in tutte le loro varianti, anche quando vi sono differenze tra loro, come (...) tra cristiani, liberali e marxisti» (p. 145) [*19]. Allo stesso modo, anche Castro fa spazio al tentativo di Grosfoguel di evitare il riduzionismo dicotomico ricorrendo alla nozione di "etero-archia" di Kyriatos Kontopoulos, usata per articolare le divisioni etnico-razziali con altre gerarchie all'interno del moderno sistema-mondo; ma conclude che Grosfoguel ritorna sempre all'idea di «un modello coloniale di potere», il quale è lo stesso da cinque secoli, e si basa su una razionalità unica e inequivocabile (pp. 101-102). Di conseguenza, per questi autori, non ci può essere un pensiero veramente critico ed emancipatorio all'interno della modernità occidentale, dal momento che la colonialità verrebbe sistematicamente «passata sotto silenzio» (Mignolo, p. 225). Anche in questo caso, Cortés sostiene il carattere semplificatore di una prospettiva simile, la quale ha come contropartita l'idealizzazione dei mondi indigeni, le cui forme interne di dominio, a cominciare da quelle degli imperi Inca e Mexica, vengono ignorate. Ma Mignolo vede la liberazione possibile solo «al di fuori della modernità», nelle lotte dei popoli indigeni e a condizione che il rifiuto di ogni influenza moderna permetta loro di recuperare la presunta purezza della propria identità (pp. 148-149). In queste condizioni, la denuncia sistematica dell'eurocentrismo permette agli autori decoloniali di liquidare tutto il marxismo a basso costo: qui, non è necessaria alcuna discussione, poiché l'accusa di eurocentrismo equivale a una condanna irrevocabile. Questo è un punto cruciale, che spiega in gran parte l'approccio degli autori del libro e, forse, anche le loro reazioni, a volte troppo epidermiche: fluttua come se si percepisse l'odore di una lotta per la vita o la morte, tra decoloniali e marxisti, con quest'ultimi che protestano contro un'operazione di liquidazione pura e semplice. Ma il nocciolo della critica all'essenzializzazione dell'Occidente sembra essere proprio questo. Come sottolinea giudiziosamente Inclán, la riduzione dell'Europa a un intero blocco situato dalla parte della dominazione coloniale, ci impedisce di prendere in considerazione i rapporti di dominio al suo interno – dimenticando così che ci sono «dominati, tra i dominanti» e «dominanti tra i subalterni» (Gaussens-Makaran, p. 34). Ansioso di «pensare alla dialettica dell'Europa nei processi di colonizzazione», Inclán individua, dietro la colonialità, una matrice che descrive come la «valorizzazione del valore»,  che «per realizzarsi, deve prima colonizzare l'Europa», per poi «creare le condizioni per l'espansione del capitalismo» verso l'America (p. 61). Anche se non siamo d'accordo con i dettagli della sua proposta, emerge che una lettura storica che sia in qualche modo solida, deve analizzare le interazioni tra le forme di dominio interne all'Europa e le forme di dominio che essa impone ai popoli colonizzati. Pertanto, il punto di vista dei subalterni non porta a esibire solo la linea di scissione opposta all'Occidente e ai suoi Altri, ma porta a una ricerca di tutto ciò che accomuna i dominati del sistema sociale europeo e i colonizzati posti sotto il giogo dell'Europa; e questo, senza in alcun modo nascondere la specifica subalternità che travolge quest'ultima.

Assegnazioni semplicistiche e asserzioni riduzioniste
La semplificazione storica, così come l'essenzializzazione dicotomica, portano entrambe a una situazione in cui i luoghi di enunciazione possibili sono solo due: da un lato, quello della modernità europea e, dall'altro, gli spazi situati ai suoi confini, dove la voce del subalterno può essere ascoltata (quello che Mignolo chiama "pensiero di confine"). Mentre il carattere manicheo di una simile configurazione è ovvio, la natura della scissione coinvolta rimane incerta. Gaussens e Makaran attaccano l'idea di una «determinazione delle condizioni geografiche di produzione» riguardanti le opere dell'ingegno, e la «presunta correlazione tra la loro collocazione geo-storica, e la loro collocazione epistemologica», alla quale oppongono il fatto che «le coordinate spaziali di un'opera sono un semplice epifenomeno, dal momento che non hanno alcuna influenza sul significato geopolitico del testo» (p. 31). Tuttavia, l'argomento sembra troppo semplicistico perché l'Europa (o l'Occidente), per gli autori decoloniali, non è solo un luogo geografico ma piuttosto uno spazio epistemico, identificabile con la modernità; e pertanto è l'appartenenza, o meno, a esso a costituire la determinazione fondamentale del luogo di enunciazione di ogni forma di pensiero. Tuttavia, il rozzo riduzionismo di questa affermazione, sebbene venga riformulato in questo modo, è talmente evidente che due antropologi colombiani, Eduardo Restrepo e Axel Rojas, hanno dovuto impegnarsi a esonerare gli autori decoloniali da una tale concezione: secondo loro, Grosfoguel non presuppone un nesso meccanico tra il luogo del pensiero e la prospettiva adottata; in particolare poiché non basta essere collocati nel "locus" degli oppressi per poter avere accesso a un'episteme veramente subordinata (p. 86). Gli scritti di Mignolo, tuttavia, al riguardo sono intessuti di ambiguità. In risposta alle critiche di Ricardo Salvatore sull'esistenza di un "privilegio epistemico" dei colonizzati, egli sembra riconoscere una possibilità universale di «diventare subalterni», basata sulla capacità degli individui di identificarsi e impegnarsi per mezzo della «differenza coloniale». Tuttavia, a partire dalla categoria debole del "pensiero di confine", egli finisce per reintrodurre una forma di determinismo parziale del "luogo" del pensiero. Ad esempio, Bartolomé de Las Casas [*20] può spiegare l'esperienza del soggetto coloniale; però si tratta di un «pensiero di frontiera, debole», specifico solo di coloro che «senza essere diseredati, ne adottano la prospettiva» (p. 87). Mentre autori come Guamán Poma de Ayala o Fanon possono invece accedere a un «forte pensiero di confine» dal momento che essi appartengono a una cultura amerindia, o portano nella loro carne l'esperienza dei dannati della terra; mentre invece gli autori europei che non hanno sofferto personalmente la colonizzazione, sarebbero pertanto condannati a un "deficit epistemico" insormontabile. Non si tratta certo di sottovalutare l'impatto di questo differenziale relativo all'esperienza; bensì di rammaricarsi che la divisione a priori tra pensieri di confine forti e deboli, porti ad oscurare, ad esempio, la capacità trasgressiva di Las Casas, il quale si stacca dall'etnocentrismo fino al punto di considerare i popoli amerindi come civilizzati, in particolare in termini di organizzazione politica o di costumi, alla stessa stregua degli antichi romani o degli spagnoli del suo tempo, affermando che le conquiste fatte da questi ultimi erano illegittime, e che i loro regni dovevano essere restituiti agli indigeni [*21]. Sebbene sia attraverso la sofferenza vissuta, che Mignolo giustifica la scissione tra pensieri di confine forti e deboli, egli si riferisce a un divario etno-razziale che gli individui non possono cambiare. Castro conclude che «Mignolo incorpora al centro della sua proposta di pensiero dissidente la classificazione etno-razziale, che egli ha tuttavia denunciato come caratteristica della modernità» (pp. 88-90). Per sua stessa ambiguità, la sua posizione apre la strada a uno degli effetti più problematici dell'influenza decoloniale: stabilire un legame inequivocabile di identificazione tra gli enunciati e un luogo di enunciazione definito unicamente a partire dalla differenza coloniale, e quindi tendenzialmente ridotto a identità etno-razziale: cosa che, in casi estremi, può portare a squalificare una proposizione solo sulla base del colore della pelle della persona che la pronuncia.

Critiche ai critici
Pur condividendo in larga misura le principali critiche rivolte ai membri del gruppo Modernità/Colonialità, mi sembra che i presupposti, a partire dai quali gli autori del libro le espongono, possano anche essere criticati [*22]. Mentre i decoloniali tendono a ridurre meccanicamente il pensiero alle determinazioni del suo luogo di enunciazione, gli autori del libro si espongono talvolta all'errore opposto pretendendo di ridurli a nulla. Così, quando Castro vorrebbe che il campo intellettuale fosse «uno spazio democratico ed egualitario, dove ogni discorso andrebbe appreso indipendentemente dal luogo di enunciazione, o dalla razza della persona che lo pronuncia» (p. 90), egli mostra un certo positivismo, ignaro della necessaria analisi delle condizioni di produzione degli enunciati, compresi quelli scientifici [*23]. E mentre Mignolo e i suoi colleghi tendono a cercare una purezza indigena che si trova completamente al di fuori dei parametri della modernità, gli autori del libro assumono invece una prospettiva strettamente opposta, suggerendo che le ontologie amerinde non potrebbero sopravvivere all'imposizione coloniale e alle ibridazioni culturali che ne sono derivate (p. 106). Inclán, afferma addirittura che «non c'è (...) quell'America profonda, la cui sostanza potesse essere trovata. I paleo-amerindi non sono all'origine delle identità indigene risultanti dalla colonizzazione», e questo perché «hanno subito una mutazione così radicale che ora è molto difficile (...) afferrare ciò che ne rimane» (p. 67). È ovvio che le forme di vita e le ontologie amerinde sono state radicalmente sconvolte dalla colonizzazione, e non sono state preservate nella loro purezza o essenza (che sono inesistenti). Ma affermare che di queste culture non rimane nulla, e che gli attuali popoli indigeni non possono essere considerati come «gli eredi diretti delle culture materiali precedenti alla conquista e alla colonizzazione» significa ignorare le legittime rivendicazioni di questi popoli, così come le conquiste della disciplina antropologica (a cominciare dal magnifico "Mexique profond" di  Bonfil Batalla [*24]). Va notato, per inciso, che qui l'argomento si basa in modo parziale su un riferimento agli zapatisti, perché Inclán agisce come se la storicità assunta dalla "Prima Dichiarazione della Selva Lacandona", il 1° gennaio 1994 («siamo il prodotto di 500 anni di lotta» [*25]) implichi il rifiuto di qualsiasi legame con il periodo precedente la conquista. Ciò è contraddetto da un'analisi più ampia delle concezioni zapatiste [*26]. Negare qualsiasi iscrizione in una lunga storia che sia in parte indigena, è altrettanto problematico quanto affermare la persistenza di un'essenza pre-ispanica: equivale a riprodurre la logica binaria del tutto o niente, la stessa che viene rimproverata agli autori coloniali. Inoltre, mentre gli autori del libro hanno ragione a criticare il fatto di erigere la ferita coloniale come se essa fosse l'unica linea di divisione fondamentale all'interno del mondo moderno, alcuni di loro tendono talvolta a minimizzarne l'importanza. Castro ha certamente ragione a ricordare che il colonialismo – e, si potrebbe aggiungere, la schiavitù – non è solo europeo e moderno, ma affermare che «per millenni l'uomo è stato un animale colonizzatore» (p. 104) è solo una pericolosa generalizzazione che equivale ad affogare i pesci  - di un fenomeno così singolare com'è stata la conquista duratura di quasi un intero continente - nello stagno di una concettualizzazione troppo vaga del colonialismo. Infine, se i decoloniali sono inclini a colpire tutto ciò che appartiene all'Occidente per mezzo di un segno negativo proibitivo, gli autori del libro non sempre sfuggono alla tendenza simmetrica a celebrare, in alcuni casi in modo decisamente acritico, gli apporti della modernità. Così, Barriga si lancia in un verso che loda «i successi [della scienza] al servizio dell'umanità», come i vaccini o come l'orbita dei satelliti di comunicazione, e mostra una neutralità decisamente positivista, ben lontana da ciò che richiede una vera riflessività scientifica (p. 203).Tutto sommato, gli autori del libro svolgono una critica pertinente del pensiero dei fondatori della corrente decoloniale. Ma lo fanno da una posizione a volte troppo acritica nei confronti della modernità e, soprattutto, dalla pretesa di un universalismo concepito classicamente. Non c'è certo una completa omogeneità tra gli autori di questo volume; visto che non tutti rivendicano un marxismo eterodosso, come fanno in particolare Inclán e Cortés. Resta il fatto che la loro critica tende ad essere esposta ai  difetti opposti a quelli rimproverati agli autori decoloniali.

Attraverso la lente dell'esperienza zapatista
Per uscire dal ping-pong che viene giocato tra queste posizioni contrapposte, è arrivato il momento di fare l'annunciato viaggio, che potrebbe portare a superare alcune delle opposizioni in gioco. L'esperienza zapatista è, ovviamente, una lotta indigena [*27]. Con la notevole eccezione del portavoce di lunga data e leader militare (il Subcomandante Marcos/Galeano, ora capitano), quasi tutti i membri dell'EZLN appartengono ai gruppi etnici Maya del Chiapas. Inoltre, tra le sue richieste, è stato da tempo avanzato il riconoscimento dei "Diritti e della Cultura Indigena", che sono stati oggetto degli Accordi di San Andrés, firmati con il governo federale nel 1996, ma mai da esso onorati. Uno degli effetti principali della rivolta è stato quello di aver rimesso la questione indigena al centro dell'agenda politica del paese, portando in particolare alla creazione del Congresso Nazionale Indigeno e alla lotta per la riconquistata dignità dei popoli originari di tutto il Messico. Infine, è da un ancoraggio all'esperienza specifica dei popoli indigeni, e in particolare alle forme di vita comunitaria e alle capacità di organizzazione collettiva che le caratterizzano, che è emersa una potente critica della modernità, in particolare per quanto riguarda le concezioni della temporalità e della storia, che comprende la critica dell'ideologia del Progresso pur andando oltre le formulazioni che erano state proposte fino ad allora [*28]. In questo senso, qualcuno potrebbe obiettare che la lotta zapatista non è solo indigena ma anche "decoloniale", secondo l'etichetta assegnata dallo stesso Mignolo. Eppure gli zapatisti stanno molto attenti a non lasciarsi coinvolgere in una lotta strettamente etnica. Diffidano dell'idealizzazione di una presunta identità indigena, e rifiutano qualsiasi ostilità sistematica nei confronti dei non nativi: oltre alla denuncia del razzismo a rovescio nei confronti dei meticci, c'è anche la relativizzazione delle identità etno-razziali, dal momento che esse non definiscono il nemico a partire dal colore della loro pelle, quanto piuttosto da quello del denaro [*30]. Inoltre, tra gli zapatisti non c'è alcun rifiuto delle culture europee. In occasione del loro viaggio in Europa nel 2021, hanno ritenuto che fosse ridicolo chiedere perdono allo Stato spagnolo per la conquista e per la colonizzazione, e hanno reso un singolare omaggio alla cultura della nazione colonizzatrice: «Per cosa chiederà perdono la Spagna? Di aver dato alla luce Cervantes? (…) A Federico García Lorca? (…) A Lope de Vega? (…) A Buñuel, Almodóvar? A Dalí, Miró, Goya, Picasso, el Greco e Velázquez? Al meglio del pensiero critico mondiale, con il sigillo libertario "A"? » [*31]. Un esercizio come questo rifiuta ogni essenzializzazione del mondo occidentale, il quale non può essere giudicato solo in termini di scissione della colonialità, oppure ridotto al solo tratto dell'eurocentrismo; così come il colonizzato non può essere ridotto allo status di vittima. Quest'ultimo punto è di notevole importanza, ed è il motivo per cui il messaggio zapatista rivolto agli spagnoli il 13 agosto 2021, 500 anni dopo la caduta di Tenochtitlán, è stato: «Voi non ci avete conquistati. Siamo ancora nella resistenza e nella ribellione» [*32]. Tutto sommato, l'EZLN è un movimento indigeno che rifiuta di chiudersi in una prospettiva strettamente etnica: anziché essenzializzare le identità indigene (o non indigene), promuove una concezione aperta dell'etnicità, sempre articolata con la dimensione sociale e compresa in una prospettiva politica più ampia, che si preoccupa di associare indigeni e non indigeni. Bisogna perciò tenere insieme due affermazioni: la lotta zapatista è, profondamente, una lotta indigena; ma non è solo una lotta indigena. È tanto questo quanto qualcos'altro: una formula chiave per andare oltre gli approcci all'identità [*33]. Certo, gli zapatisti affermano che è legittimo, come popolo indigeno, lottare per «continuare ad essere ciò che siamo», di fronte a tutto quello che pretende di distruggerli; ma pretendono anche di trasformare sé stessi e cercare «ciò che possiamo essere», riconoscendo prontamente la congiunzione di identità multiple, e privilegiando la processualità del divenire, piuttosto che una concezione fissa dell'essere [*34]. È in questo modo che l'approccio anti-identitario rende possibile andare oltre, e contrastare le definizioni identitarie, anziché lasciarsi rinchiudere in esse [*35]. Se una tale congiunzione può avvenire, è perché la lotta zapatista si definisce tanto autoctona quanto anticapitalista (innanzitutto, attraverso la critica del neoliberismo, poi, più esplicitamente, a partire dalla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, nel 2005); una congiunzione questa, che molti non riescono a concepire [*36]. E se l'esperienza zapatista non può essere ridotta alla sola dimensione indigena - per quanto cruciale essa possa essere - ciò avviene perché articola almeno tre scale di azione: 1) è allo stesso tempo la lotta dei popoli indigeni che stanno costruendo l'autonomia nei territori ribelli del Chiapas, 2) una lotta nazionale per la trasformazione del Messico, 3) e una lotta planetaria per l'umanità e per la vita. È l'articolazione di queste tre scale, a rimuovere i pericoli che ciascuna di esse, se presa isolatamente, potrebbe comportare: il confinamento localista e l'etnicismo essenzialista, il nazionalismo xenofobo e l'universalismo astratto. Si può pertanto così individuare il criterio della differenziazione rispetto ai particolarismi identitari: questi ultimi diventano minacciosi, non appena essi isolano e reificano il locale e il particolare, l'etnico o il nazionale, esaltati come dei valori separati, e come fini a sé stessi. Nel caso degli zapatisti, invece, finiscono per costituire valori che vengono rivendicati, ma che tuttavia fanno parte di una prospettiva più ampia, che li supera e che ne trasforma il significato. Le proposte zapatiste possono così contribuire all'elaborazione di un nuovo universalismo, capace di sfuggire alla critica dell'universalismo dell'Illuminismo; vale a dire, non essere altro che l'universalizzazione di quelli che sono i valori particolari - cioè un "universalismo europeo" [*37] - fondato su una concezione astrattamente unitaria dell'Uomo, che elude tutte le differenze concrete di cui è fatta l'umanità e che ha finito per accompagnare l'espansione dell'egemonia occidentale, così come il rafforzamento di una discriminazione basata sulla razza e sul genere. Invocando l'invenzione di «un mondo dove ci sia posto per molti mondi», gli zapatisti ci offrono un'affermazione radicale di quella che appare come la necessaria molteplicità dei mondi. Essi ci suggeriscono che solo la scomparsa della logica della merce può permettere questo dispiegamento di molti modi di fare il mondo, vale a dire, forme di vita singolari, nate dalle interrelazioni che si formano all'interno di ogni ambiente abitato, e secondo le loro memorie particolari. Questa molteplicità di mondi viene facilmente qualificata - specialmente tra le correnti decoloniali - come se fossero dei pluriversi [*38]. Tuttavia, si può notare che, nella formulazione zapatista, l'affermazione di questa molteplicità si articola in questo "unico mondo" in cui tutti i mondi hanno il loro posto; e non solo nel senso di uno spazio neutro di convivenza, ma come condizione stessa per lo sviluppo di una tale molteplicità. Questo "mondo unico" è prima di tutto l'unità del pianeta Terra, il quale, di certo, esiste prima di tutto per i suoi abitanti, e anche attraverso i suoi luoghi particolari, ma rispetto al quale il grado di devastazione indotto dal produttivismo capitalista lo trasforma in una questione condivisa da tutti i suoi abitanti. Riparare il mondo, è quindi il primo punto di ancoraggio comune per tutti quei molteplici mondi che lo abitano. Ecco che così, questo "mondo unico" fa già parte di un dato di fatto, ma è anche, per altri aspetti, tutto da costruire. Così, tra i mondi che si incontrano e si incrociano, può nascere la comunanza, una comunanza che emerge dall'eterogeneità e non dall'uniformità, una comunanza che si costruisce nella molteplicità delle esperienze, invece di basarsi sul postulato delle stesse. Questi molteplici mondi non hanno la pretesa di rimanere isolati, ma sono al contrario chiamati allo scambio, a sviluppare legami di conoscenza reciproca e di cooperazione, per poter affrontare le loro differenze. Su questa base, ci si può chiedere se la nozione di pluriverso, che all'uni- sostituisce il pluri- , non rischi così di sostituire l'omogeneizzazione astratta con la semplice proliferazione delle differenze, la quale, in un'epoca in cui regnano i fondamentalismi identitari, non è priva di inconvenienti. Ecco perché allora  potremmo preferire un altro neologismo, quello di "pluniverso" che, combinando i due prefissi (pluri- e uni-), rende percepibile la necessaria congiunzione della molteplicità e del comune. Ma l'approccio zapatista potrebbe anche invitarci a invocare un universalismo delle molteplicità, assai diverso dall'universalismo dell'Uno, ereditato dall'Illuminismo. Qualunque sia l'espressione scelta, qui si tratta di conciliare l'affermazione della molteplicità dei mondi con la preoccupazione di una comunanza che eviti l'assolutizzazione delle differenze. Ma questo comune non può essere identificato con l'Uno dell'omogeneo, o con quello dell'unità astrattamente definita: deve essere costruito senza sacrificare nessuna delle differenze, nell'eterogeneità delle esperienze. La questione decisiva - nella follia del mondo di oggi - è quella di sfuggire al falso dilemma secondo cui non ci sono altre opzioni, se non quella di affermare l'universale rifiutando l'importanza delle differenze (e quindi negando la rilevanza di lotte particolari, come quelle dei popoli indigeni), oppure a quello di esaltare le differenze assolutizzandole (e negando così ogni possibilità di una lotta comune alle altre differenze). Per quanto riguarda le concezioni qui analizzate, abbiamo visto - da un lato - come coloro che affermano l'universale rischino di minimizzare la frattura coloniale e le differenze che essa stabilisce; e dall'altro, coloro che invece rifiutano l'universale, assolutizzando questa scissione, fino a condannare le lotte dei dominati a  una divisione tragicamente insormontabile. D'altra parte, però, le concezioni zapatiste, che combinano la lotta indigena e la lotta anticapitalista, ci invitano a rifiutare questa sterile alternativa, facendolo attraverso l'affermazione congiunta di una molteplicità di mondi, rifiutando ogni indifferenza alle differenze, in una comunità planetaria, rifiutando così anche ogni essenzializzazione delle identità particolari. In conclusione, possiamo ribadire l'attualità di una critica della colonialità, preoccupata di denunciarne le persistenti asimmetrie, sottolineando al contempo i pericoli a cui gli approcci decoloniali sono talvolta esposti.

– Mentre è inaccettabile minimizzare l'esperienza e la sofferenza sopportata da coloro a cui la dominazione coloniale ha assegnato una posizione inferiore; allo stesso tempo, la razza, come la colonizzazione, non può essere eretta come se fosse l'unica, e nemmeno la principale, griglia di lettura per le dinamiche del moderno sistema-mondo. Si correrebbe così il rischio di riprodurre lo stesso tipo di bias, e la stessa visione unilaterale derivante dagli approcci esclusivi in termini di classi del passato. E questo sarebbe tanto riduttivo per l'analisi socio-storica, quanto pernicioso in termini di strategie politiche. Non dovremmo invece cercare piuttosto di promuovere possibili alleanze tra i dominati, piuttosto che separarli con un'insormontabile scissione razziale, e chiuderci così nella dicotomia inflitta al mondo dalla dominazione coloniale? E non sarebbe - più di ogni altra cosa - deplorevole fare il gioco delle logiche identitarie così care all'estrema destra, rafforzando le identificazioni razziali e contribuendo all'installazione nel panorama ideologico della guerra delle razze, che è il carburante per la sua irresistibile ascesa?
– Mentre è essenziale riconoscere che l'attuale configurazione del sistema-mondo, e alcune delle sue asimmetrie fondamentali, è in gran parte l'effetto di una dominazione europea, prima, e di una dominazione occidentale poi, gradualmente estesa all'intero globo; a maggior ragione, la dualità dicotomica di Occidente e non-Occidente non può essere eretta a sola bussola di un giudizio epistemico e politico. Se ciascuno di questi due gruppi è pensato come un blocco omogeneo e fisso, privo di contraddizioni e dominazioni interne, e definito dalla posizione che si suppone occupi ai lati della differenza coloniale, allora avviene che, oltre ai numerosi inconvenienti già menzionati, un tale approccio, tanto antistorico quanto essenzializzante, rischia di portare a posizioni campistiche, i cui pericoli sono stati ampiamente osservati, dalla Siria all'Ucraina. In un periodo di transizione geopolitica, in cui potrebbe essere in gioco il disaccoppiamento tra capitalismo e Occidente, una teoria del genere rischia di fungere da coadiuvante per gli imperialismi extra-occidentali, promossi a una probabile egemonia planetaria.
– Se tutta la conoscenza viene situata, essa non può essere ridotta meccanicamente alle presunte determinazioni di quello che sarebbe il suo "posto". E se un enunciato dev'essere compreso in relazione alle sue condizioni di enunciazione, esso allora non può essere giudicato solo in base al criterio dell'appartenenza o meno della persona che lo pronuncia rispetto a un insieme vasto come l'Occidente e, a maggior ragione, in base alla sua sola identità etno-razziale. Se il pensiero decoloniale incoraggiasse - se non con la letteralità delle sue affermazioni, quanto meno con le sue ambiguità - il fatto di screditare una proposizione, o un pensiero, per il solo fatto che il suo enunciatore può essere descritto come europeo o bianco – o di elogiarla per la ragione opposta – ciò avrebbe la responsabilità di un fatale impoverimento del dibattito intellettuale e politico; così come dell'impossibilità di sviluppare un pensiero critico e anti-sistemico al di là delle differenze che sono diventate insormontabili.
    Ragion per cui, tutto sommato, ciò che contribuisce a rafforzare il confinamento degli individui in un'identità fissa e inequivocabile sembra altamente pericoloso. Ciò appare ancora più evidente se questa identità viene definita in termini elaborati dal dominante, e come tale egli dimostra di essere parte del dominio stesso. Che si tratti di una questione di razza o di classe (definita da un posto specifico all'interno dei rapporti di produzione propri del capitalismo), il rischio è allora quello di impedirsi di sfuggire al dominio che si pretende di combattere. La pretesa di appartenenza può sfuggire a tali pericoli solo assumendo il necessario trabocco anti-identitario di identità, de-omogeneizzando ciascuna di esse identità, combinando le molteplici appartenenze, e articolando diverse scale di lotta, tessendo il comune nell'eterogeneità.

- Jérôme Baschet  - Pubblicato il 25 Marzo 2025 su "Terrestres" https://www.terrestres.org/

NOTE:

[*1] V., in particolare, Philippe Colin e Lissell Quiroz, Pensées décoloniales. Introduzione alle teorie critiche dell'America Latina, Parigi, Zones/La Découverte, 2023. Va inoltre notato che va fatta una netta distinzione tra l'approccio decoloniale e le prospettive post-coloniali (in particolare quelle degli studi subalterni nati in India). Queste correnti non sono affatto discusse in questo libro, ma le posizioni di autori come Dipesh Chakrabarty potrebbero essere utilmente invocate nella discussione.

[*2] Vedi "Il decoloniale in questione", di David Castañer, Aspettando Nadeau, 29 novembre 2024.

[*3] Barriga ripercorre il proprio percorso, dall'iniziale adesione alla corrente decoloniale (in un contesto in cui l'egemonia di un marxismo ortodosso provocava "indigestione") ai primi dubbi e allo sguardo decisamente critico, nell'approfondire l'analisi del pensiero decoloniale

[*4] Epistemologie del Sud. Movimenti cittadini e controversie sulla scienza, Parigi, Desclée de Brouwer, 2016. D'altra parte, è stato attaccato da autori decoloniali che credono che scrivendo dal Sud dell'Europa, non possa raggiungere la pienezza della critica decoloniale, riservata agli autori del vero Sud.

[*5] Arturo Escobar, Sentire-Pensare con la Terra. Une écologie au-delà de l'Occident, Paris, Seuil, 2018.

[*6] Tutte le citazioni sono tratte da Franz Fanon, Peau noire, masques blancs, Paris, Seuil, [1952] 2015.

[*7] Questo testo è strettamente legato alla mia esperienza in Chiapas dal 1997, nelle vicinanze della lotta zapatista. Inoltre, nei seminari dell'Universidad de la Tierra (a San Cristobal de Las Casas), tra il 2008 e il 2019, abbiamo letto e discusso le opere di Immanuel Wallerstein e Ivan Illich, i classici dell'anticolonialismo (Aimé Césaire, Franz Fanon, ecc.), ma anche autori decoloniali come Walter Mignolo, Ramon Grosfoguel, Catherine Walsh, Santiago Castro-Gómez, Arturo Escobar e altri. Nel 2008, in occasione di una dettagliata presentazione del libro di Walter Mignolo, La idea de América latina. La herida colonial y la opción decolonial (Barcellona, Gedisa, 2007), Rocío Martínez ed io abbiamo condiviso l'importanza di pensare da una "ferita coloniale" che è ancora aperta, pur formulando numerose critiche, in gran parte simili a quelle esposte nel libro qui commentato: dati empirici distorti e una visione storica scheletrica, essenzializzazione dell'Occidente, occultamento del potenziale critico interno dell'Europa, Assolutizzazione della "matrice coloniale del potere" che condanna a dividere le lotte dei dominati e a chiudersi nella dicotomia coloniale del mondo, ecc.

[*8] Claude Bourguignon, "Silvia Rivera Cusicanqui", un dizionario decoloniale

[*9] La nozione di estrattivismo epistemologico è un'opportunità per sottolineare le divisioni che sono emerse all'interno del gruppo Modernità/Colonialità. Così, nel 2013, Grosfoguel, inizialmente seguace del concetto di "colonialità del potere", così come dell'opera di Quijano nel suo complesso, se ne allontanò e fece proprie le analisi di Rivera Cusicanqui; poi, nel 2019, ha preso le distanze da lei, a causa del suo atteggiamento critico nei confronti del governo di Evo Morales, e ha preteso di squalificarla definendola una "intellettuale, meticcia e occidentalizzata" – mentre Grosfoguel, come la maggior parte degli autori decoloniali, era un sostenitore incondizionato dei cosiddetti governi progressisti dell'America Latina, anche quando le loro politiche estrattiviste si rivoltarono contro le popolazioni indigene che inizialmente li avevano sostenuti (pp. 122-126, 222 e 241).

[*10] Barriga (p.184) è particolarmente scioccato dall'affermazione di Quijano secondo cui i possedimenti spagnoli si estendevano fino alla Terra del Fuoco, mentre i territori Mapuche non furono sottomessi fino alla fine del XIX secolo.

[*11] In realtà, l'idea dell'Europa come entità continentale è molto precedente (le cosiddette cartografie medievali "a forma di T" dividono il territorio in tre parti: Europa, Asia e Africa). Per quanto riguarda l'America, la sua invenzione non può risalire al 1492, poiché Colombo rimase convinto fino alla sua morte di aver messo piede su terre vicine al Giappone o alla Cina, il cui imperatore cercò di incontrare per convertirlo al cristianesimo (vedi Jérôme Baschet, "Le Journal de bord de Christophe Colomb", in Patrick Boucheron (ed.), Une histoire du monde au XVe siècle, Paris, Fayard, 2009, p. 582-587). Inoltre, durante il periodo coloniale, il continente era chiamato principalmente "Indie Occidentali", un nome che conserva l'impronta della visione del mondo di Colombo e del suo errore.

[*12] Quijano ritiene quindi che la "distruzione culturale" sia stata minore in Asia e in Africa (p. 189).

[*13] Christopher Bayly, La nascita del mondo moderno (1780-1914), Parigi, L'Atelier-Le Monde Diplomatique, 2007 e Keneth Pomeranz, Una grande divergenza. L'Europe, la Chine et la construction de l'économie mondiale, Paris, Albin Michel, 2010. Dussel arriva a riconoscere che la centralità globale dell'Europa risale solo al XVIII secolo, contrariamente alla sua visione inizialmente focalizzata sul 1492 (p. 53-54). È un peccato che Inclán lo rimproveri per questo sviluppo giudizioso.

[*14] Si veda la tesi di un lungo Medioevo esteso al XVIII secolo: Jacques Le Goff, Faut-il vraiment découper l'histoire en tranches?, Paris, Seuil, 2014.

[*15] Vedi Jérôme Baschet, Quando inizia il capitalismo? Dalla società feudale al mondo dell'economia, Albi, Crise et Critique, 2024, in cui collego la formazione del capitalismo come sistema e come civiltà al triplice cambiamento industriale, antropologico e geopolitico della seconda metà del XVIII secolo.

[*16] Il volume contribuisce a definire questa nozione, che designa tutti i rapporti di potere costituenti la dominazione europea e, in particolare, il ruolo svolto dall'egemonia dell'episteme moderna.

[*17] Si veda in particolare Jean-Fréderic Schaub e Silvia Sebastiani, Race and History in Western Societies (XVe-XVIIIe siècle), Paris, Albin Michel, 2021. Sull'esistenza storica di diverse concettualizzazioni della razza e di diversi tipi di razzismo, si veda anche Claude-Olivier Doron e Élie Haddad, "Race and History in the Modern Era", Revue d'histoire moderne et contemporaine, 2021, 68/2, pp. 7-34 e 68/3, pp. 7-36.

[*18] Jérôme Baschet, Quand commence, op. cit., pp. 92-105 e 191-193.

[*19] Lo stesso vale per gli autori latinoamericani imbevuti di cultura europea, come Euclides da Cunha, che Mignolo riduce all'ideologia razzista dell'élite brasiliana, mentre Cortés mostra di trasformare il suo punto di vista iniziale e finisce per denunciare la barbarie repressiva dell'esercito e lodare gli insorti, nei quali vede il fermento di una nazione meticcia a venire (pp. 144-145).

[*20] Castro ricorda in particolare l'insistenza di José Aricó sull'emergere di correnti anti-europeiste nella stessa Europa, la tesi di Susan Buck-Morss secondo cui la dialettica di Hegel tra padrone e schiavo deve molto alla rivoluzione haitiana, o l'interesse del defunto Marx per le comunità contadine russe, che egli valuta contro i valori della modernità (pp. 150-151).

[*21] Bartolomé de Las Casas, Apologética historia sumaria, a cura di E. O'Gorman, Città del Messico, UNAM, 1967.

[*22] L'opera non è esente da discutibili affermazioni storiche, in particolare per quanto riguarda la Conquista (pp. 34 e 234). È ancora più sorprendente leggere che la società dell'Europa medievale "era divisa in caste" (p. 195).

[*23] Pierre Bourdieu, Science de la science et réflexivité, Paris, Raison d'Agir, 2001. ↩ []

[*24] Guillermo Bonfil Batalla, Messico Profondo. Une civilisation niée, Bruxelles, Zone Sensible, 2017.

[*25] Inclán cita approssimativamente: "Somos hijos de 500 aňos" (p. 62, nell'edizione UNAM), che la traduzione francese, anche se di alta qualità, rende come "siamo i figli di 500 anni di colonizzazione" (p. 67), mentre gli zapatisti si riferiscono a "500 anni di lotta", soprattutto contro la colonizzazione.

[*26] Vedi Jérôme Baschet, La ribellione zapatista. Indian Insurrection and Planetary Resistance, edizione aggiornata e ampliata di una nuova postfazione, Parigi, Champs-Flammarion, 2019, capitolo 3.

[*27] Per quanto segue, vedi Jérôme Baschet, "Autonomia, indianità e anticapitalismo: l'esperienza zapatista", in Le Americhe indiane di fronte al neoliberismo, Actuel Marx, 56, 2014, pp. 23-39 e La ribellione zapatista, op. cit.

[*28] La ribellione zapatista, op. cit., pp. 230-240.

[*29] Walter Mignolo, "La revolución teórica del zapatismo: sus consecuencias históricas, éticas y políticas", Orbis Tertius, 2/5, 1997, p. 63-81.

[*30] "Non possiamo combattere il razzismo contro gli indigeni praticando il razzismo contro i meticci"; "Alcuni hanno la pelle chiara e il dolore scuro. Con loro la nostra lotta progredisce. Alcuni hanno la pelle marrone e un bianco superbo; Contro di loro è diretto il nostro fuoco. Il nostro cammino armati di speranza non è contro il mezzosangue, ma contro la corsa del denaro. Non avanza contro il colore della sua pelle, ma contro il colore del denaro", citato in La ribellione zapatista, op. cit., p. 253.

[*31] Enlace zapatista, "Sexta parte: una montaña en alta mar".

[*32] Ibidem.

[*33] Un tratto in parte simile riguarda le donne zapatiste, che stanno conducendo la loro lotta contro il dominio patriarcale, mentre allo stesso tempo concepiscono una lotta comune con gli uomini.

[*34] La ribellione zapatista, op. cit., p. 305.

[*35] Per l'importanza di un approccio anti-identitario (anche per andare oltre le identità negate o oppresse che le lotte sono talvolta portate a rivendicare), si veda John Holloway, Hope in Hopeless Times (Londra: Pluto Press, 2022).

[*36] Così, durante una conferenza all'Universidad de la Tierra (13 ottobre 2008), e in risposta a una domanda che gli ho fatto, Mignolo mi ha risposto che ai suoi occhi la lotta zapatista era decoloniale ma non anticapitalista – il che è in flagrante contraddizione con le abbondanti dichiarazioni dell'EZLN sull'argomento, così come con la sua pratica.

[*37] Immanuel Wallerstein, Universalismo europeo. De la colonisation au droit d'ingérence, Paris, Démopolis, 2008.

[*38] Ad esempio, Arturo Escobar, Ashish Kothari, Ariel Salleh, Federico Demaria e Alberto Acosta (a cura di), Plurivers. Un dizionario del post-sviluppo, Marsiglia, Wildproject, 2022.

[*39] Franz Fanon, Les damnés de la terre, Paris, La Découverte, 2002, p. 48.