lunedì 22 gennaio 2024

Misurare la Felicità !!???

PIL, storia di un indice zombie
- Esiste solo da pochi decenni. I suoi difetti, e le sue inesattezze ampiamente note, inducono una "crescita" che devasta la società e la natura -
di Marcos Barbosa de Oliveira

Questo testo parla del PIL (Prodotto Interno Lordo), della sua storia (sezione 1) e dei suoi difetti come indicatore del benessere delle popolazioni (sezione 2), con particolare attenzione alle esternalità ambientali negative (sezione 3). Tali difetti sono la base di quello che costituisce un enorme di numero di critiche al PIL, alcune piuttosto radicali, che hanno portato alla creazione di alcuni indicatori alternativi (sezione 4). Una caratteristica importante della critica è il fatto che essa viene riconosciuta dall'establishment; e più precisamente da quelle istituzioni internazionali preposte a stabilire norme e metodi di misurazione del PIL (sezione 5). Tutti questi fattori, nel loro insieme danno luogo a un paradosso: nonostante ci sia unanimità nel riconoscere la disfunzionalità del PIL, esso rimane ben saldo nel suo ruolo di parametro per la gestione delle politiche economiche, visto come variabile da massimizzare, e di criterio di valutazione delle prestazioni dei governi, ecc. La spiegazione del paradosso viene esposta nella sezione 6, basata sul concetto di forza del capitale. La sezione 7 riprende i temi della sezione 3, analizzando la relazione tra crescita del PIL e i problemi ambientali. La sezione 8, infine esamina i due principali movimenti di sinistra che affrontano la crisi ambientale: la decrescita e l'eco-socialismo. La tesi qui difesa è quella per cui, pur condividendo diverse proposte, esistono almeno tre fattori che rendono difficile associare i due movimenti, dal punto di vista dell'eco-socialismo.

1. Il PIL e la sua storia
Il PIL è il valore, espresso in unità monetarie, dei beni prodotti in un paese (o Stato, regione, comune, ecc.) nel periodo di un anno (o trimestre, mese, ecc.). In termini più semplici, esso misura la dimensione dell'economia. Da un altro punto di vista, il PIL è una componente di ciò che è stato chiamato contabilità nazionale. I conti nazionali sono i conti di un paese; si tratta di insiemi di dati quantitativi riferiti agli innumerevoli aspetti della vita economica: oltre al PIL – di gran lunga il più importante – i conti registrano i valori della produzione per settore economico, del capitale detenuto dalle imprese, degli investimenti, del reddito degli agenti economici, ecc. Nelle storie dello sviluppo dei conti nazionali, il titolo di pioniere dev'essere attribuito  al medico, inventore, politico, filosofo naturale ed economista inglese William Petty (1620-1687). Ciò che gli valse questo titolo furono le indagini e le stime di affitti, spese, popolazione, terreni e altri beni, che egli realizzò, dapprima in Irlanda nel 1650, e poi in Inghilterra e in Galles nel decennio successivo. [*1] Dopo Petty, e fino all'inizio del XX secolo, numerose statistiche di questo tipo sono state calcolate in vari paesi (Kendrick, 1970). Il precursore più diretto, più specificamente legato al PIL, è stata l'indagine sul reddito nazionale intrapresa nei primi anni '30 da Simon Kuznets (1901-1985), un economista americano di origine bielorussa che nel 1971 è stato insignito del premio Nobel per l'economia. A quel tempo, gli Stati Uniti stavano subendo le disastrose conseguenze della Grande Depressione, iniziata con il crollo del mercato azionario nel 1929. Di fronte alla crisi, il governo ha cercato di formulare politiche economiche che potessero superare, o almeno mitigare, gli aspetti più calamitosi della situazione, ma si è risentito per la mancanza di dati quantitativi affidabili sull'economia. Nel gennaio 1932, su istigazione del senatore Robert La Follette Jr., fu approvata al Senato una risoluzione che chiedeva al Dipartimento del Commercio di preparare un rapporto contenente stime del reddito nazionale totale degli Stati Uniti per il 1929, 1930 e 1931, comprese le stime delle quote del reddito nazionale provenienti dall'agricoltura, dall'industria manifatturiera, dall'estrazione mineraria, dai trasporti e da altre industrie e occupazioni redditizie, e le stime della distribuzione del reddito nazionale sotto forma di salari, affitti, royalties, dividendi, profitti e altri tipi di pagamenti. (Carson, 1975, p. 156). Per soddisfare la richiesta, il Dipartimento del Commercio stipulò un accordo con il National Bureau of Economic Research (NBER); un'organizzazione privata che aveva Kuznets nel suo staff di ricercatori, ed era incaricata di svolgere l'indagine. Nonostante avesse una squadra molto piccola e poche risorse, Kuznets ha svolto la sua missione con grande competenza e rapidità. Nel gennaio 1934 presentò al Senato il rapporto National Income 1929-1932 (Kuznets, 1934). Il rapporto ebbe grandi ripercussioni, rappresentò un significativo passo avanti rispetto a tutto ciò che era stato fatto prima in questo campo, e stimolò la realizzazione di nuove indagini negli anni successivi, utilizzate come sussidi per la formulazione delle politiche del New Deal rooseveltiano. Alla fine del decennio, con i presagio della guerra e poi durante la guerra, i conti nazionali, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, cominciarono a svolgere un ruolo ancora più importante, come sussidio per il ri-orientamento dell'economia per soddisfare le esigenze della guerra. [*2] Dopo la guerra, la mobilitazione intorno ai conti nazionali continuò, ora in vista della ricostruzione economica dell'Europa. Nel 1944, l'accordo di Bretton Woods ha portato alla creazione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, e nel 1945 è stata fondata l'ONU, e tutti questi organismi sono stati attivamente coinvolti nella questione dei conti nazionali fin dall'inizio. La necessità che i conti di ciascun paese siano calcolati secondo gli stessi principi e metodi, almeno approssimativamente, per consentire confronti tra paesi, ha portato l'ONU a pubblicare, nel 1953, la prima edizione di un manuale normativo, il Sistema dei conti nazionali (SNA). Altre edizioni sono uscite nel 1960, 1964, 1968, 1993 e 2008 (fino al 1968, per conto dell'ONU, le ultime due per conto dell'ONU, dell'OCSE, del FMI, della Banca Mondiale e della Commissione Europea). Come precursore del PIL, il Reddito Nazionale è rimasto in vigore nel campo della contabilità nazionale fino al 1936, quando è stato sostituito dal prodotto nazionale lordo (PNL), che a sua volta, nel 1991, ha lasciato il posto al PIL. La differenza tra i due è la seguente. Il PNL di un paese si riferisce ai beni e ai servizi prodotti dai suoi residenti e dalle società con sede in esso, indipendentemente dal luogo in cui – nel proprio paese o in altri paesi – avviene la produzione. Il PIL è definito territorialmente, si riferisce ai beni e servizi prodotti in ciascun paese, indipendentemente dal luogo di residenza o dalla sede del produttore. Così, «un'impresa statunitense che opera a Shanghai entra nel PIL della Cina (e, viceversa, per quanto il PIL degli Stati Uniti), mentre un'impresa cinese che opera a Seattle contribuisce al PIL degli Stati Uniti (viceversa, rispetto al PIL della Cina)» (Fioramonti, 2013, p. 9). Per i nostri scopi, la differenza è irrilevante, per cui non è necessario entrare nel dettaglio del suo significato e delle ragioni del cambiamento. [*3] Per lo stesso motivo, al fine di semplificare le considerazioni che seguono, utilizzeremo la denominazione PIL anche nel caso di quei periodi in cui ciò che era in vigore era il Reddito Nazionale o il PNL. Nel formulare quelle che sono state le politiche economiche keynesiane del New Deal, i conti nazionali sono stati utilizzati con successo, prima, al fine di adattare le economie degli Stati Uniti e del Regno Unito allo sforzo bellico, e poi, nel dopoguerra, nella ricostruzione dei paesi più colpiti e nella ristrutturazione dell'economia mondiale. C'è un altro aspetto del significato di contabilità nazionale che non riguarda l'insieme dei dati utilizzati come sostegno all'elaborazione delle politiche economiche, ma piuttosto si tratta della sua variabile centrale, il PIL. E per quanto riguarda il PIL, l'aspetto più importante – e cruciale ai fini di questo saggio – è la valutazione della sua crescita. Il PIL di un paese rappresenta una misura delle dimensioni della sua economia - e quindi del suo potere economico - rispetto ad altri paesi. L'elenco del PIL per paese viene solitamente presentato sotto forma di classifica, e l'apprezzamento della sua crescita si manifesta sotto forma di un'aspirazione a salire nella classifica. Come dice Fioramonti, per decenni il mantra del PIL ha dominato il dibattito pubblico e i media. I paesi sono classificati in base al PIL, la definizione globale di "potenza" si basa sul PIL (ad esempio, superpotenze, potenze emergenti, ecc.), l'accesso alla governance globale è garantito anche in base all'andamento del PIL (ad esempio, i membri del G8 e del G20 sono selezionati in base al PIL) e le politiche di sviluppo sono dirette dalla formula del PIL. (Fioramonti, 2013, p. 5) Il PIL è valutato anche per quel che riguarda il suo rapporto con il benessere, o qualità della vita della popolazione. Da questo punto di vista, ciò che conta non è il PIL in sé, ma il PIL pro capite (di seguito, il PIL del PCL). L'assunto, ovviamente, è che il PIL pc sia una misura del benessere, vale a dire che più alto è il PIL, e migliore sarà la qualità della vita della popolazione. Questa ipotesi sarà discussa nelle sezioni seguenti, dove cercheremo di dimostrare che, come sostengono Costanza et al. (2014, p. 94), «Il PIL non solo non riesce a misurare gli aspetti chiave della qualità della vita molti modi, ma piuttosto incoraggia in molti modi le attività che danneggiano il benessere a lungo termine della comunità». Sia l'apprezzamento del PIL che quello del PIL del PCL implicano l'apprezzamento del tasso di crescita del PIL (tcGDP). Le tre variabili vanno di pari passo, e la loro valutazione si concretizza nell'obiettivo di massimizzarle. Nonostante la loro armonia, però, per ragioni che si chiariranno più avanti, la variabile che più intensamente figura nel dibattito pubblico a tutti i livelli, che frequenta più assiduamente i titoli dei media, è il PIL. [*4] In una visione stilizzata, si può dire che negli ultimi decenni, e con intensità sempre più crescente, la massimizzazione del tcGDP è diventato l'obiettivo primario delle politiche economiche, con dei governi che vengono valutati in base al successo o al fallimento nel raggiungerlo. Un buon governo è un governo che mantiene alto il PIL. Il fenomeno è ben noto, e per fare solo un esempio vale la pena citare il caso della Cina che, in quello che è stato un periodo che negli ultimi anni sembra volgere al termine: ha mantenuto tassi di crescita assai elevati, arrivando a sfiorare il 15% annuo, ed è stata perciò ammirata, invidiata e – per aver stimolato alla crescita degli altri Paesi – elogiata.

2. I difetti del PIL come indicatore di benessere [*5]
Nelle società democratiche, l'obiettivo delle azioni dello Stato dovrebbe essere la massimizzazione del benessere, o della qualità della vita della popolazione. Il PIL potrebbe essere un sostituto adeguato del ruolo di una variabile da massimizzare, se esso fosse un buon indicatore del benessere della popolazione. Ma non è affatto questo ciò che succede. Negli ultimi tempi, le critiche a questa interpretazione del PIL sono aumentate. Quelle principali si riferiscono all'indebita esclusione o inclusione - nel suo calcolo - di tutta una serie di fattori, come quelli elencati qui di seguito:
- Lavoro domestico non retribuito
Una delle critiche più frequenti al PIL è che in esso non viene incluso il lavoro domestico non retribuito; in genere il lavoro delle casalinghe. Si tratta di una critica sollevata con grande enfasi dalle femministe, come Waring (1989) e Warrior (2000), dal momento che tale lavoro viene svolto prevalentemente da donne. Sostengono, giustamente, che l'omissione rappresenta una svalutazione del lavoro delle donne, ma, andando oltre, la attribuiscono al carattere patriarcale e androcentrico delle società. Ci sono buone ragioni per affermare che non è questa la causa (o meglio, la causa principale) dell'omissione, ma piuttosto si tratta delle difficoltà di misurazione, derivanti dal numero di decisioni più o meno arbitrarie che dovrebbero essere prese per renderla praticabile: vale a dire, decisioni che riguardano 1) che cosa, tra le attività domestiche, dovrebbe essere considerato lavoro (giocare con i figli o le figlie è lavoro o svago?); 2) misurare il tempo dedicato alle attività lavorative e; 3) come valutare il tempo dedicato a ciascuna di esse (Stone, 1992, p. 122; Lequiller & Blades, 2014, p. 121-2). Un'altra prova contraria all'interpretazione femminista consiste nel fatto che il lavoro domestico retribuito - anch'esso svolto prevalentemente da donne - viene invece incluso nel calcolo del PIL. Riflettendo su questa differenza, un luogo comune nella letteratura sul PIL è l'osservazione (a volte attribuita a un economista, a volte a un altro) di un imprenditore che sposa una cameriera. La cameriera diventa casalinga; continua a fare lo stesso lavoro, ma senza essere pagata per questo. Il matrimonio, di conseguenza, e paradossalmente, provoca una riduzione del PIL.
- Qualità dei beni prodotti
Nel calcolo del PIL, i beni prodotti vengono contabilizzati in base ai loro prezzi di mercato, che non sempre corrisponde alla qualità. Uno dei fattori responsabili della discrepanza è il progresso tecnologico, che influisce sia sui prodotti offerti in vendita che sui metodi di produzione. Si consideri, ad esempio, due computer della stessa categoria prodotti a distanza di pochi anni l'uno dall'altro. L'ultimo modello può avere una qualità migliore (più funzioni, maggiore efficienza, durata, ecc.) e tuttavia costare lo stesso prezzo del modello precedente, grazie ai miglioramenti nel design e nei metodi di produzione. A quello stesso prezzo, anche i computer contribuiscono al PIL. È ragionevole supporre, tuttavia, che il più recente, di migliore qualità, contribuisca maggiormente al benessere (Stiglitz et al., 2010, p. 24 e 31; Coyle, 2014, p. 87-8 e 120). D'altra parte, non si dovrebbe nemmeno ignorare la strategia dell'obsolescenza programmata, in cui i progressi tecnologici vengono creati e deliberatamente implementati con l'obiettivo di ridurre la durata dei prodotti. Se presi in qualche modo in considerazione, porterebbero a una diminuzione del PIL, piuttosto che a un aumento, come nel caso precedente, dell'aumento della qualità (Slade, 2007).
- Disuguaglianza nella distribuzione del reddito
Il PIL non tiene conto della distribuzione del reddito. Da un punto di vista etico, non c'è dubbio che la giustizia sociale sia incompatibile con una distribuzione molto diseguale del reddito (senza che ciò implichi un egualitarismo radicale). Per quanto riguarda il benessere, è evidente, ad esempio, che 10.000 dollari in più di reddito mensile fanno poca differenza per un miliardario, una differenza enorme per chi vive con il salario minimo o è disoccupato. Almeno entro certi limiti, una migliore distribuzione del reddito significa un livello più elevato di benessere medio della popolazione. L'argomento ha acquisito molta importanza negli ultimi tempi a causa del peggioramento della distribuzione del reddito in molti paesi del mondo (Stiglitz et al., 2010, p. 44). Un episodio notevole di questo processo è stata la pubblicazione del libro di Thomas Piketty (2014), Il capitale nel XXI secolo, che, come è noto, ha avuto enormi ripercussioni. Torneremo su questo argomento nella sezione 4.
- Attività illegali
A differenza dei precedenti, questa carenza di PIL come indicatore di benessere non riguarda un fattore che dovrebbe essere incluso, ma un fattore che piuttosto non viene incluso propriamente. Il Sistema dei Conti Nazionali (SNA), come abbiamo visto nella sezione precedente, è quel manuale che viene pubblicato dalle organizzazioni internazionali che si occupano della raccolta di statistiche con l'obiettivo di uniformare i principi e i metodi utilizzati nel calcolo del PIL, al fine di consentire il confronto tra paesi. L'edizione del 1993 ha introdotto una norma che prescrive l'inclusione nel calcolo del PIL dei proventi di attività illegali, come la prostituzione (nei paesi in cui è illegale), il traffico di droga, le merci contraffatte, la pirateria della proprietà intellettuale, il contrabbando, la ricettazione, la corruzione, il riciclaggio di denaro, ecc. (UN et al., 1993, Ivi, p. 91; OCSE, 2002, pag. 152). [*6] Le attività illegali sono vietate perché considerate deleterie per la società o, in altre parole, perché contribuiscono negativamente al benessere della popolazione. Dal momento che il PIL è inteso come un indicatore di benessere, il valore del prodotto delle attività illegali dovrebbe essere sottratto, non aggiunto al PIL. Lo standard dell'edizione 1993 dell'SNA è stato ripetuto nell'ultima, nel 2008, ma ha iniziato ad essere implementato solo poco prima del 2014, e in alcuni paesi prima che in altri. Il cambiamento ha avuto un impatto abbastanza forte da causare cambiamenti nella classifica dei paesi in base al PIL, e questo ha contribuito a renderlo ampiamente pubblicizzato e discusso dai media, in articoli con titoli come: «L'Italia salvata dalla recessione grazie alla prostituzione e dalla droga» (Smith, 2014); «Pagare per le cattive abitudini: i servizi sessuali e le droghe aumentano il contributo del Regno Unito all'Unione europea» (Inman, 2014); «Chi dice che il crimine non paga? Contare la prostituzione e la droga nel PIL ha fatto sì che l'economia del Regno Unito superasse quella della Francia come quinta al mondo» (Linning, 2014).
- Altre attività dannose
Uno dei critici più accaniti del PIL come indicatore di benessere è stato lo stesso Kuznets, che ha svolto un ruolo così importante nello sviluppo dei conti nazionali, con gli autori che lo considerano "il padre del PIL" (Philipsen, 2015, p. 15). In un testo del 1937, elenca le attività economiche che dovrebbero essere escluse dall'insieme preso in considerazione nel calcolo del PIL, perché contribuiscono negativamente al benessere. Sarebbe molto utile disporre di stime del reddito nazionale che eliminino dal totale quegli elementi che, dal punto di vista di una filosofia sociale più illuminata di quella di una società acquisitiva, rappresentano un disservizio piuttosto che un servizio. Tali stime sottrarrebbero dal totale attuale delle entrate nazionali tutte le spese per gli armamenti, la maggior parte delle spese per la pubblicità, una buona parte delle spese impegnate in attività finanziarie e speculative e, ciò che è più importante, le spese che si sono rese necessarie per superare le difficoltà che sono, propriamente parlando, costi impliciti nella nostra civiltà economica. (Copeland, 1937, p. 37)

3. Esternalità negative
Per la considerazione delle sezioni che seguono, quest'ultimo punto dell'elenco è il più importante, perché costituisce il collegamento (il "gancio", come si suol dire) del tema del PIL con quello dei problemi ambientali. Per questo motivo, merita una sezione dedicata solo al suo studio.Le esternalità sono le conseguenze di un'attività economica che colpisce persone diverse dai produttori, indipendentemente dalla loro volontà. Le esternalità possono essere positive, quando contribuiscono al benessere delle persone colpite, o negative, quando lo danneggiano. Né i beneficiari pagano le prestazioni, né i danneggiati ricevono un risarcimento dai produttori. Il processo è quindi esterno all'economia di mercato. Nel mondo contemporaneo, una delle categorie più importanti è quella delle esternalità negative che colpiscono l'ambiente, causando i problemi del cambiamento climatico, dell'inquinamento dell'atmosfera, delle terre, dei fiumi, dei laghi e degli oceani, della riduzione della biodiversità, dello sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili – e molte altre che sono ben note, e non c'è bisogno di allungare questa lista. [*7] Il Sistema dei conti nazionali (SNA) esclude esplicitamente le esternalità ambientali dal calcolo del PIL, sulla base dell'affermazione che ... Vi sarebbero notevoli difficoltà tecniche ad associare valori economicamente significativi alle esternalità, essendo questi fenomeni intrinsecamente non di mercato. Poiché le esternalità non sono operazioni di mercato alle quali le unità istituzionali partecipano volontariamente, non esiste pertanto alcun meccanismo che garantisca la coerenza reciproca tra i valori positivi o negativi attribuiti alle esternalità dalle varie parti coinvolte. (ONU et al., 2009, p. 47) Concludendo questa rassegna dei difetti del PIL, per renderne chiara l'importanza, vale la pena citare le parole di Stiglitz: «In una società sempre più orientata alle prestazioni, le misurazioni contano. Ciò che misuriamo influisce su ciò che facciamo. Se adottiamo le misurazioni sbagliate, cercheremo le cose sbagliate. Nel tentativo di aumentare il PIL, potremmo trovarci con una società in cui i cittadini vivono peggio». (Stiglitz et al., 2010, p. xvii) Nella misura in cui hanno un impatto negativo sulla vita sociale, i difetti del PIL costituiscono quindi i fallimenti del mercato, la cui esistenza è riconosciuta anche dai neoliberisti più convinti. E per quanto riguarda le esternalità ambientali, afferma l'economista inglese Nicholas Stern nell'importante rapporto che porta il suo nome (Stern review on the economics of climate change), «Il cambiamento climatico è il più grande fallimento del mercato a cui il mondo abbia mai assistito, e interagisce con tutte le altre imperfezioni del mercato» (Stern et al., 2006, p. viii).

4. Indicatori alternativi
Le conseguenze nefaste della precarietà del PIL in quanto indicatore di benessere, hanno motivato numerosi interventi critici, accompagnati a loro volta da delle proposte di indicatori alternativi. Uno dei primi nuovi indicatori proposti, e quello che finora ha avuto la maggiore ripercussione, è l'HDI (Human Development Index), sviluppato dall'economista pakistano Mahbub ul Haq, con la collaborazione di diversi altri esperti, in particolare Amartya Sen, e lanciato nel primo Rapporto sullo Sviluppo Umano del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite nel 1990. L'HDI tiene conto dell'aspettativa di vita alla nascita, del livello di istruzione e del PIL pro capite. Nel 2010 è stato creato l'IDHAD (Inequality-Adjusted Human Development Index). La seconda iniziativa più eclatante in questo campo è stata l'istituzione, da parte del presidente Sarkozy, all'inizio del 2008, della Commissione per la misurazione della performance economica e del progresso sociale, presieduta da Joseph Stiglitz. Nel suo rapporto, reso pubblico nel settembre 2009, la Commissione propone, invece di un unico indicatore, un "cruscotto", che includa 8 dimensioni relative al benessere (Stiglitz, Sen & Fitoussi, 2010). Tra gli indicatori alternativi antecedenti all'HDI vi sono il MEW (Measure of Economic Welfare) e l'ISEW (Index of Sustainable Economic Welfare), creati rispettivamente da William Nordhaus e James Tobin nel 1972, e da Herman Daly e John Cobb nel 1989 (Daly & Cobb, 1994). Tra gli ultimi, il GPI (Genuine Progress Indicator) nel 1995 e il Better Life Index dell'OCSE nel 2011. Negli ultimi tempi hanno guadagnato terreno indicatori incentrati sulla misurazione della felicità, come l'HPI (Happy Planet Index) e il GNH (Gross National Happiness), lanciati rispettivamente nel 2006 e nel 2011. [*8]

5. Le disfunzioni del PIL e dell'establishment: il paradosso
Un aspetto assai importante della critica del PIL, basato sulle sue carenze come indicatore di benessere, è il fatto che esso venga riconosciuto dai suoi sostenitori (ad esempio, Coyle, 2014) e, più significativamente, anche dalle istituzioni internazionali responsabili di stabilire norme e metodi per il suo calcolo. Nell'SNA del 2008, ad esempio, si legge: «Il PIL viene spesso considerato come una misura del benessere, ma l'SNA non sottoscrive tale interpretazione e, di fatto, include diverse norme che la contraddicono». Successivamente, il documento elenca le diverse carenze del PIL come indicatore di benessere (UN et al. 2009, p. 12). Una prova ancora più evidente del riconoscimento dei difetti è l'esistenza dei Conti Satellite, i quali consistono in stime di aspetti rilevanti per il benessere che sono stati lasciati fuori dal PIL, come il lavoro domestico non retribuito, la disuguaglianza di reddito e gli impatti ambientali. I conti satellite hanno iniziato ad essere calcolati in Francia negli anni '60. Gli SNA del 1993 e del 2008 fanno numerosi riferimenti a essi in tutto il documento, e raccomandano a tutti i paesi di effettuare il loro calcolo (Philipsen, 2015, p. 227; UN et al., 2009, cap. 29). Un'altra iniziativa simile è iniziata nel 2007 con un convegno promosso dalla Commissione Europea e dal Parlamento Europeo, insieme al Club di Roma, all'OCSE e al WWF (World Wildlife Fund), dal titolo Beyond GDP, che ha portato al documento "Beyond GDP: measuring progress in a changing world in 2009" (Commissione Europea, 2009). Considerando il volume e la fondatezza delle critiche basate sui difetti del PIL, sull'abbondanza di indici alternativi e sulla posizione dell'establishment, ci si aspetterebbe che la sua supremazia fosse minacciata, e che il PIL si stesse indebolendo nel suo ruolo di parametro per condurre le politiche economiche, di variabile da massimizzare, di criterio di valutazione delle prestazioni dei governi. E così via. E  invece no: il PIL resta fermo in questi ruoli, continua ad essere al centro dei dibattiti economici e politici, continua a frequentare i titoli dei giornali con il massimo risalto. I numeri degli indicatori alternativi, e le rispettive classifiche dei paesi, ricevono una certa attenzione da parte dei media quando vengono pubblicati periodicamente, ma sono visti, per così dire, come note a piè di pagina alle notizie sui tassi di crescita del PIL. Qual è la spiegazione di questo paradosso?

6. La crescita del PIL e la forza del capitale
La risposta che propongo spiega il paradosso come conseguenza di una forza sociale, che chiamerò forza del capitale. Si compone di due componenti, una teorica e una empirica. Quella teorica riguarda una caratteristica fondamentale del capitalismo, riconosciuta sia dai sostenitori che dai critici, vale a dire, che il sistema funziona bene solo quando l'economia cresce, e funziona meglio quanto più alto è il tasso di crescita del PIL. Secondo alcuni economisti, il tasso di crescita minimo per un'economia capitalista sana è del 3% (Harvey, 2010, p. 27).
La componente teorica non è trascurabile, ma quella empirica è molto più potente. Corrisponde al fatto che tra il volume delle attività economiche, misurato dal PIL, e almeno altre tre variabili economiche, considerate decisamente benefiche nel contesto del capitalismo, esiste un rapporto di proporzionalità. Le tre variabili sono: il livello di occupazione, la redditività delle imprese e le entrate dello Stato. Come regola generale, con alti tassi di crescita, vincono tutti: vincono i lavoratori, aumentando i livelli di occupazione e il salario medio; le aziende vincono aumentando la redditività, che consente la loro espansione; E vince il governo, con l'aumento della riscossione delle tasse, che consente, tra le altre cose, investimenti e spese per l'assistenza sociale. Periodi di tasso di crescita basso o, peggio ancora, negativo corrispondono a recessioni (nei casi più lievi) e depressioni (nei casi più gravi), in cui si inverte la direzione delle variazioni, e tutti perdono: i lavoratori perdono, con l'aumento della disoccupazione, e la caduta dei salari; le aziende perdono quando i profitti diminuiscono e falliscono; e perde il governo, con il calo delle entrate. In ultima analisi, la resilienza del PIL si spiega con la forza del capitale, sostenuta dall'insaziabilità del sistema capitalista, dal principio del più siamo meglio è. Ho l'impressione che nella letteratura critica del PIL, questo aspetto del capitalismo sia raramente reso esplicito – anche se a volte è implicito. Se l'impressione è vera, è un'indicazione che la forza del capitale è sottovalutata. È sempre bene ricordare che conoscere la forza dell'avversario è fondamentale per sconfiggerlo.

7. Crescita e crisi ambientale
Il passo successivo del nostro ragionamento ci riporta alle esternalità ambientali negative del sistema capitalista, esposte nella sezione 3. Ciò che si aggiunge ora è l'idea, a prima vista abbastanza ragionevole, che esista una proporzionalità tra le dimensioni delle attività umane e il loro impatto sull'ambiente. Ai fini del ragionamento, tuttavia, è sufficiente una tesi più debole, secondo cui il rapporto tra le due variabili è monotono, cioè maggiore è l'economia, maggiore è l'impatto negativo sull'ambiente – anche se il rapporto non è lineare. Data la natura finita del nostro pianeta come fonte delle risorse necessarie per le attività economiche, l'implicazione è che la crescita permanente del PIL manca di sostenibilità; Se mantenuta, prima o poi porterà al collasso della civiltà. Con questo, la contraddizione fondamentale del capitalismo oggi viene alla ribalta: l'economia ha bisogno di crescere (perché il sistema funzioni bene), ma non può crescere (per non portare al collasso).

- Marcos Barbosa de Oliveira - Pubblicato l'8/12/2023 su Outras Palavras -

NOTE:

1. Un'eccellente storia del PIL e dei conti nazionali può essere trovata in Gross Domestic Problem: the politics behind the world's most powerful number (Fioramonti, 2013). Su Petty, vedi cap. 1, p. 17-20.

2. Secondo alcuni autori, le indagini dei conti nazionali negli Stati Uniti contribuirono in modo significativo alla vittoria degli alleati. Uno storico che difende questa tesi è Jim Lacey, in "Keep from all thoughtful men: how US economists won World War II "(Lacey, 2011). Cfr. anche Fioramonti (2013, cap. 1, p. 26-7).

3. Vale la pena, tuttavia, spiegare che il cambiamento ha avuto a che fare con la globalizzazione. Come dicono Stiglitz et al. (2010, p. xxii), «La globalizzazione stessa ha implicato che la differenza tra il benessere dei cittadini in un paese può differire notevolmente dalla produzione del paese. Ironia della sorte, la misura incentrata sul welfare, il Pnl, è passata di moda, lasciando il posto al PIL, che si concentra sulla produzione, proprio quando la globalizzazione stava facendo la differenza più importante. Ci sono ovvie conseguenze politiche in questa distinzione».

4. La maggiore enfasi data al PIL rispetto al PIL ha causato un curioso fenomeno di slittamento semantico in Brasile, in cui il "PIL" è venuto a designare non il Prodotto Interno Lordo, ma il tasso di crescita del suo prodotto. Con grande frequenza nei titoli dei giornali, ma in generale in tutti i media, è diventato comune usare espressioni come "PIL di x %", quando quella corretta sarebbe, ovviamente, "tasso di crescita del PIL di x %". La frana è stata così sorprendente che ha dato origine agli orrendi neologismi "pibinho" e "pibão", che significano piccolo e grande tcGDP.

5. Seguendo la letteratura, e per semplificare l'esposizione, ci riferiremo all'indicatore di benessere come PIL, invece di ciò che sarebbe più corretto, il PIL pro capite.

6. La giustificazione dell'inclusione di tali attività è essenzialmente di natura tecnica. Essa si basa sull'affermazione che la sua omissione provocherebbe discrepanze tra le diverse modalità di calcolo del PIL (OCSE, 2002, pag. 151). Ancora una volta, c'è un altro aspetto della difficoltà di misurazione.

7. Per uno studio ampio e competente dei danni all'ambiente causati dalle attività economiche, si veda Luiz Marques (2023).

8. Nel luglio 2011 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato all'unanimità la risoluzione 65/309 intitolata «Felicità: verso un approccio olistico allo sviluppo". In sintesi, la Risoluzione dice: "L'Assemblea Generale [...], consapevole che la ricerca della felicità è un'aspirazione umana fondamentale [... e], riconoscendo che il PIL, per sua natura, non è stato concepito per la felicità e il benessere della popolazione di un paese e non riflette adeguatamente la sua [...], invita gli Stati membri a intraprendere l'elaborazione di misurazioni che colgano meglio l'importanza della felicità e del benessere nello sviluppo, al fine di orientare le loro politiche pubbliche [... e] accoglie con favore l'offerta del Bhutan di convocare, durante la 66a sessione dell'Assemblea Generale, una tavola rotonda sul tema della felicità e del benessere». Nel giugno 2012 è stata adottata la risoluzione 66/281, che proclama il 20 marzo Giornata Internazionale della Felicità.

«Non posso ricordare ogni cosa» !!

Se spesso la storia finisce per ridursi a una fredda successione di eventi e date, la musica spalanca una porta segreta su un racconto tragico intessuto di illusioni e dolore. Con l’orecchio del critico, lo sguardo dello storico, lo spirito del narratore, sulle tracce di Schönberg, Strauss, Šostakovic e Britten, Jeremy Eichler ci riporta ai giorni del massacro di Babyn Jar, non lontano da Kyiv, e tra le rovine della cattedrale di Coventry; al principesco rifugio di Richard Strauss nel Sud della Baviera e ai resti di una quercia nel campo di Buchenwald.
Da quattro opere in cui questi giganti della musica del Novecento hanno immortalato sogni, speranze e paesaggi sgorgano innumerevoli significati e connessioni. Il filo che lega Beethoven, un’ode di Schiller sull’utopia di un mondo di libertà, uguaglianza e fraternità, le Metamorphosen di Strauss e i versi di un Goethe assorto, appoggiato a un albero di cui oggi non rimane che un ceppo coperto di pietre della memoria. I timori di un giovane Benjamin Britten a Bergen-Belsen che lo condurranno al War Requiem, straziante omaggio all’esperienza bellica del suo paese e insieme invocazione pacifista di un futuro senza guerre. Gli abitanti di Kyiv e una tragedia già consegnata all’oblio, se la Tredicesima sinfonia di Šostakovic non avesse interrotto quell’amnesia coatta. L’ambizioso progetto del Moses und Aron, estremo tentativo di difendere la profonda sintesi fra tradizione ebraica e cultura tedesca in cui Schönberg aveva creduto e che lui stesso incarnava. Mentre scompare l’ultima generazione dei sopravvissuti alle catastrofi del secolo scorso, stabilire un contatto con queste opere rimane una delle rare occasioni per fare i conti con le sue eredità. Per questo, chiarisce Eichler, «il libro è anche un elogio dell’ascolto in profondità, della capacità di sentire nella musica il riverbero di un’epoca, l’eco del tempo».  Il mondo sopravvissuto alla tragedia della Seconda guerra mondiale vede annientati il pensiero e la parola davanti all’orrore indicibile. L’arte conserva invece una memoria inconsapevole di ciò che è fugace e trascendente e la musica può diventare strumento di conoscenza profonda e commovente. La Storia si rivela una trama di melodie e racconti sottratti all’oblio, in cui le piccole storie di grandi compositori non misurano lo scorrere del tempo ma lo ricreano. Al trauma del conflitto Schönberg, Strauss, Šostakovic e Britten reagiscono componendo opere tra le più intense del secolo, in cui è inscritta l’essenza di un’intera epoca. Ripercorrendone le vicende, Jeremy Eichler allestisce uno struggente viaggio nel tempo perduto e della perdita, un labirinto di risonanze in cui si intrecciano i destini di scrittori e poeti, filosofi e musicisti

(dal risvolto di copertina di: Jeremy Eichler, "L'eco del tempo". Traduzione di Francesco Peri. Marsilio, pag. 432, €22)

Se questa è (solo) musica
- di Wlodek Goldkorn -

«La musica ha saputo evocare anime, revocare il tempo e risvegliare i defunti fin dai giorni leggendari in cui Orfeo ha strappato l'amata Euridice all'oltretomba grazie al potere magico del canto». Lo scrive Jeremy Eichler in un affascinante saggio "L'eco del tempo. Quattro compositori, la guerra e l’Olocausto, la musica della memoria",  tradotto da Francesco Peri e pubblicato da Marsilio. L'autore è un critico musicale e storico della cultura e insegna a Harvard. Si è detto saggio, in realtà il libro consiste in una serie di racconti, divagazioni e aneddoti, quasi un metaromanzo, con protagonisti Arnold Schonberg, Richard Strauss, Benjamin Britten e Dmitrij Sostakovic, e parla del rapporto dell'arte con i poteri e con la questione dell'identità e memoria. Con un solido impianto filosofico e letterario: da Walter Benjamin a W.G. Sebald. Si è detto memoria. Prima di tutto la memoria dell'immaginabile: la Shoah. I monumenti alle vittime non sono in grado di rappresentare fino in fondo l'accaduto. Ecco dunque che Eichler pensa a "monumenti invisibili” e dice che solo la musica permette di costruirli. Ma pone subito un problema.

La composizione più pregnante che parla dell'Olocausto è "Un sopravvissuto di Varsavia", scritta da Schònberg nell'esilio americano, nell'agosto 1947. Ma quell'oratorio di sette minuti, comincia con la frase: «Non posso ricordare ogni cosa». E allora, la memoria è incompleta, la verità del testimone parziale. E ancora, le date della composizione di "Un sopravvissuto", coincidono (grosso modo) con quelle della scrittura di "Se questo è un uomo" di Primo Levi. Delle difficoltà di pubblicare che ebbe Levi sappiamo tutto. Ma pure per Schonberg non era facile mettere in scena la sua opera. Tanto che la prima ebbe luogo ad Albuquerque nel New Mexico con un'orchestra e un coro composti in parte da volontari: insegnanti, impiegati, cowboy. Comunque fu un trionfo, ma poi arrivarono le critiche. L'obiezione è sempre valida: fin dove è lecito mettere in scena l'Olocausto, senza rendere kitsch l'accaduto? In ogni caso, è uso, oggi nelle sale dei concerti non applaudire l'oratorio.

Eichler colloca Schonberg, la sua vita e opera, compresa la dodecafonia nell'ambito del rapporto contraddittorio fra l'ebraismo e la modernità. In breve: la modernità contiene una promessa di stampo illuministico, la promessa dell'integrazione degli ebrei come cittadini uguali a tutti gli altri. In Germania, in particolare, moltissimi ci credono. Schonberg sposa l'idea della musica come elemento chiave dell'identità tedesca. E aderisce fino in fondo al sogno di una società in cui il sentimento è unito alla ragione che esclude il pregiudizio. Il resto è storia, esclusione al posto di inclusione e fino ad Auschwitz. Eppure ad Auschwitz, Alme Rosé, nipote di Gustav Mahler deportata in quanto ebrea, incaricata di dirigere l'orchestra delle prigioniere, ci tiene tantissimo alla qualità della musica che suonano, perché l'arte è verità. E al dottor Mengele piace "Traumerei" (Il sogno) di Robert Schumann: ricorda al boia la sua infanzia innocente.

Poi c'è il caso Strauss. Il geniale compositore ha lavorato assieme a Hugo von Hofmannsthal, letterato di origini ebraiche: suo il libretto di Elektra, e poi con Stephan Zweig (viennese e quindi non tedesco), amico e sodale, fra più popolari autori dell'Europa prebellica, nonché specie di sacerdote di un umanesimo che oggi sarebbe considerato  “buonista”. Ma il giorno in cui Zweig (nel 1942), travolto dalla catastrofe europea, si dà la morte nell'esilio brasiliano, Strauss va al teatro per essere omaggiato dal pubblico. Coincidenza? Probabilmente sì, ma che spiega molto, sottolinea Fichler. Il compositore non si oppone al nazismo, accetta di rimpiazzare come direttore d'orchestra persone sgradite al regime: da Bruno Walter ad Arturo Toscanini. Però, ecco, negli ultimi mesi della guerra compone Metmorphosen, uno studio per archi in cui cita Beethoven, si riallaccia al modernismo come se avesse voluto dialogare con Schònbeng e in fondo alla partitura mette la scritta In memoriam. In memoria di chi? Del mondo perduto? Della Germania sconfitta?

Resta l'ombra dell'ambiguità. Di Shostakovic si parla per raccontare la memoria di Babij Jar, luogo a Kiev dove i nazisti ammazzarono nel settembre 1941 quasi 34mila ebrei. Quella memoria, così come la memoria della Shoah fu rimossa da Stalin e dai suoi successori, fino al quando ai primi anni Sessanta il poeta Eugenij Evtusenko poté scrivere un poema intitolato appunto Babij Jar e Shostakovic compose una sinfonia, non senza censure del regime. Stupendo il racconto del viaggio che a primavera del 1945, Benjamin Britten intraprende assieme al violinista Yehudi Menuchin fra i superstiti dei  campi nazisti in Germania. I due geni intuiscono quanto i reduci di Bergen Belsen avessero bisogno non solo del pane e cure mediche ma anche della bellezza e di una musica che non lenisce le ferite ma crea memoria.

- Wlodek Goldkorn - Pubblicato su Robinson del 9/9/2023 -

domenica 21 gennaio 2024

Archivi... firmati !!

Quello che segue, è un commento di Amadeo Bordiga, pubblicato nel 1951, a proposito de "L'origine della famiglia..." di Friedrich Engels. In polemica con Cornelius Castoriadis (chiamato «Chaulieu» nel testo) e con la rivista "Socialisme ou barbarie", Bordiga analizza quello che è lo spirito della cosiddetta "barbarie" e dichiara che le sue caratteristiche sono una componente cui il comunismo deve dare il benvenuto. Il testo originale venne pubblicato a firma Amadeo Bordiga, col titolo «Avanti, barbari!», su "Battaglia comunista", n° 22, del 1951. Rimango convinto del fatto che Bordiga - a differenza di Gramsci - sia parte della soluzione, e non del problema.

Avanti, barbari! (LXXXII)
- di Amadeo Bordiga -

Due grandi concezioni della storia si contrappongono: la prima è grande in quanto antica, diffusa e dura a morire: essa vede il "momento determinante" della storia nella gloria di dominare, nella voluttà del potere, nella iniziativa, volontà e slancio di eroi, di capi, di gruppi, che si lanciano nella contesa per poter portare alle loro avide labbra la coppa che spegne questa inesausta sete del comando; e da questi urti e guerre si tracciano le vie dell'umanità. La seconda è la nostra, di noi marxisti. Scegliamo da Engels una delle formulazioni più dense e chiare. "Secondo la concezione materialistica, il momento determinante della storia è, in ultima istanza, la produzione e la riproduzione della vita immediata". Nel 1884 così Engels introduce quella splendente trattazione che è L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Dalla prima all'ultima parola di questa operetta, come dalla prima all'ultima parola della dottrina rivoluzionaria del proletariato formulata da Marx, in una linea ininterrotta corre la tesi: famiglia, proprietà, potere, non sono istituti nati colla specie umana e senza dei quali questa non può vivere. Da tempo gli uomini erano una società, quando questi tre istituti fecero la loro apparizione. Dimostrato questo, in via di scienza dei fatti, noi dimostriamo che un giorno tutti e tre cadranno. Nel nostro programma scriviamo non la modifica, la riforma, la trasformazione, ma la distruzione di queste tre basi della civiltà: famiglia, proprietà e Stato. Della famiglia, del problema del sesso, ci occuperemo a suo tempo a partito. Anche qui cade per noi la spiegazione individualista, dell'aspirazione al piacere dell'io, con tutte le sue abnormi costruzioni e corruzioni, e viene in luce una spiegazione non volontarista, ma determinista e sociale. Basti ora riportare le parole che spiegano, in quel passo, che cosa sia "la produzione e la riproduzione della vita immediata". Eccole: "Ma questa a sua volta è di duplice specie. Da un lato, la produzione di mezzi di sussistenza, di generi di alimentazione, di oggetti di vestiario, di abitazioni, e di strumenti necessari per queste cose; dall'altro, la produzione degli uomini stessi: la riproduzione della specie".

Come Pio XII, a differenza del borghese esistenzialista e cacciatore di nuovi fremiti alla sua epidermide di prossima carogna, noi vediamo nell'amore un mezzo per produrre uomini; ma, non guidati da presupposto mistico o etico, comprendiamo che, come il bambino gioca per poter un giorno correre dietro la fiera delle foreste... o il filobus della giungla di asfalto, come il motore dell'automobile si "roda" per milioni di giri al banco prima di rendere energia utile sulla strada, così anche la funzione sessuale ha un campo di esercizio più vasto del momento di incontro utile delle due cellule germinative. Le istituzioni relative alla generazione precedono quelle relative alla produzione di manufatti, ma sempre: "le istituzioni sociali entro le quali gli uomini di una determinata epoca e di un determinato paese vivono, sono condizionate da entrambe le specie della produzione: dallo stadio di sviluppo del lavoro, da una parte, da quello della famiglia, dall'altra". Nello stadio selvaggio e di barbarie la specie umana vive del prodotto della natura senza molto apporto di sforzi lavorativi; in tale stadio prevalgono come elementi determinanti i sistemi di parentado e di famiglia - nello stadio ulteriore di "civiltà", cresciuto il numero degli uomini e l'apporto dell'opera umana nel produrre sussistenze, hanno importanza prevalente i sistemi di produzione. Forme familiari e forme sociali sono transitorie e spariscono dopo avere opposto con una loro potente inerzia lunghe resistenze. Il Morgan, dalle cui ricerche Engels attinge sulla scorta di note di Marx stesso all'opera del primo (La società antica, 1877), trovò nei "sistemi di parentela" di tutti i popoli le tracce di tipi scomparsi di famiglia, e pur non partendo da un dichiarato sistema materialista osservò che mentre la realtà del fatto sessuale e riproduttivo (famiglia) varia, sopravvivono le denominazioni di parentela antiche colle loro conseguenze anche sociali e giuridiche: tali sistemi, disse, sono passivi. Ed è a questo punto che Marx nota in margine: "lo stesso vale per i sistemi politici, giuridici, religiosi, filosofici in generale". È appunto da quando conosciamo la caducità e la passività di tutti questi sistemi che siamo potuti andare al di là della borghese e forcaiola filosofia del Candido di Voltaire. La borghesia, come nacque e morrà venale, non poteva che nascere e morire scettica. Per essa è definitivo il dialogo filisteo.

"Candido: credete voi che gli uomini si siano sempre macellati a vicenda, come fanno ai nostri giorni? Che siano stati sempre bugiardi, imbroglioni, perfidi, ingrati, ecc. ecc.? - Martino: credete voi che gli sparvieri si siano sempre mangiati i piccioni quando li hanno potuti acchiappare? - Candido: senza dubbio. - Martino: e allora, se gli sparvieri hanno avuto sempre il medesimo naturale, perché volete che quello degli uomini sia mutato?".

Candido depone le armi, farfugliando che tuttavia fa differenza il libero arbitrio... Noi non crediamo al libero arbitrio come Candido, ma sappiamo con Engels chi ha "messo in moto e sviluppato le passioni ed istinti più sordidi degli uomini", ignoti all'età barbara: la "civiltà"; delle quali appunto la più alta è quella che voi annunziavate, signor Arrouet de Voltaire. Ed è perché noi siamo per questa tra le due concezioni della storia, che butta tra i ferrivecchi, col genio del bene, il genio del male, e la "natura" belluina dell'essere umano, che abbiamo potuto dire, nel 1914, idiota la ricerca dell'aggressore in guerra tra i despoti coronati di Pietrogrado, Berlino o Vienna; nel 1939 la cinica, unanime identificazione del criminale di guerra nei capi di Stato di Berlino, Roma e Tokio. E secondo la stessa coerente linea solo una piccola minoranza è ancora oggi in grado di capire la parallela vacuità delle accuse che, con ostentato omaggio ad una stessa e passatista dottrina della storia, si scambiano nelle riunioni dell'O.N.U. gli Acheson ed i Viscinsky. Entrambi fanno risalire la causa dello scoppio di una nuova e più tremenda guerra (tra i fratelli di ieri nel punire aggressori e processare criminali), al desiderio dell'opposto gruppo dirigente di avere più potere, più territorio, più controllo di masse umane. Ognuno dei due dichiara di pensare che un universale cataclisma storico possa nascere da quella brama di sadico potere in una limitata gerarchia di capi, ed altra causa non abbia: entrambi infatti dicono possibile e da loro voluta la pace, sol che il gruppo avverso possa essere "disintossicato"! Ora, se tra i pochi nostri gruppi marxisti rivoluzionari, lontani dalle bande e dalle greggi all'uno e all'altro "vicegrande" assoldate, è chiaro che cade ogni marxismo quando la causa di guerra, come di oppressione, si attribuisce alla premeditata mala volontà di uomini, poiché tanto equivale a saltare la barricata ed applicare l'altra ed opposta visione della storia - e se invece ci è chiaro che il "momento determinante" deve trovarsi nella sfera economica e nella lotta delle classi sociali - se tutto questo è palmare, come mai alcuni singoli, in tali gruppi al tempo stesso antitrumaniani e antistaliniani, non vedono che si fa lo stesso errore, quando per "spiegare la Russia di oggi" si cerca la terza classe in una gerarchia di stato che, afferrato il potere, e assaporandone le voluttà sempre più a fondo, ha tagliata la nostra strada (quella del libretto di Engels) dallo stato selvaggio alla società comunista, con un ostacolo tanto gigante, quanto imprevisto?

Ma voi avevate chiusa tutta la storia in un libercolo!? Un momento. Nessuno, che come noi sia un modesto divulgatore di vecchi temi di propaganda, che appunto non essendo mai stato assoldato vive da lavoratore quotidiano, e non dispone neppure di una enciclopedia (forse per odio a Voltaire), può contestare la possibilità che sorga un contraddittore ferrato, informato, che abbia potuto elaborare materiali scientifici immensi attinti a tutto l'orizzonte. Il solo Morgan, cui Engels si fermò, lottò quarant'anni a studiare il problema ed ottenere qualche appoggio dal governo federale americano, poi, non essendo in odore di santità (si danno ancora scienziati ingenui?), fu messo nel dimenticatoio. Siamo quindi sempre pronti a pesare la nostra dilettantesca ignoranza. Avanziamo una sola pretesa. Da tutte le parti si dichiara di parlare in nome di Marx; e dunque non lo si considera "poco aggiornato", sebbene dalla sua opera ci dividano circa ottanta anni. Beria nel sostituire Stalin alla commemorazione dell'Ottobre chiude nell'inno ai grandi insegnamenti di Marx, Engels, Lenin e Stalin. I fogli di Acheson diffondono per la propaganda americana il testo di sir David Kelly, già ambasciatore dei laburisti a Mosca, ed il titolo ne è: "Carlo Marx battuto dalla tirannia di Stalin". Noi quindi ci fermeremo ad imparare da un contraddittore se questi avrà il fegato di porre al sommo della sua trattazione questa semplice e breve epigrafe: quanto era fesso Marx! Perché solo allora costui avrebbe il diritto di spiegarci che, per altri e solidi apporti della ricerca positiva, risulta ormai che non è più vera la visione della storia, di cui siamo catecumeni. Tutti gli altri sono troppo preoccupati di passare per marxisti, per non essere agli occhi nostri tanto somari, quanto fetenti.

Ieri
Seguiamo qualche travalico della scorsa engelsiana per mostrare che "se ne scende" tutta se diamo credito alla balla dei soggetti vigorosi e audaci in fregola di regnare, e delle cricche burocratiche che hanno collocato sovrano il loro rond de cuir, il loro cuscino a cerchio, sul cratere dei grandi vulcani della storia, spegnendone l'incendio eruttivo colla potenza del flatus a tergo. Tralasciamo ora, abbiam detto, il problema del sesso e la spiegazione delle forme primitive di famiglia. Ci interessa citare un solo passo, di natura fondamentale perché vale per tutti i problemi relativi alla società futura, da quando la nostra scuola rovesciò quella utopista. La monogamia non è uno stato "naturale", dato che una volta non esisteva, e che si dimostra come i vari popoli hanno traversato stadii, non solo di poligamia e di poliandria, ma di matrimonio di gruppo. Nel seno della primitiva tribù vi sono più gentes: i membri di una stessa gens non possono sposarsi tra loro: i maschi di una gens, o un gruppo di essi, sono i "polimariti" di un gruppo di "polimogli" dell'altra gens. Abbiamo coniato i due termini per volgarizzare il concetto del matrimonio di gruppo, che precedette la monogamia, ma è cosa ben diversa dalla indistinta promiscuità sessuale o dalle balle sul libero amore: ridere è tanto cretino quanto scandalizzarsi. Comunque l'odierna forma familiare è recente e contingente. E quindi cederà a sua volta a forme nuove. Quali? Ecco il grido del cuore del piccolo borghese. Qui Engels conchiude: "Quello che noi possiamo oggi presumere circa l'ordinamento dei rapporti sessuali, dopo che sarà spazzata via la produzione capitalistica, il che accadrà tra non molto, è principalmente di carattere negativo (abbiamo scritta tale tesi cento volte, sicuri di copiarla, ma non ricordiamo il luogo...) e si limita per lo più a quello che viene soppresso. Ma che cosa si aggiungerà? Questo si deciderà dopo che una nuova generazione si maturi". Lasciamo quindi Viscinky ed Acheson, da degni compari, a rinfacciarsi a vicenda, con le offese alla sacra personalità umana, quelle alla santità della famiglia, come in generale alla salvezza della presente e comune "civiltà". Non i violatori, ma i difensori degli attuali istituti della personalità, della famiglia e della civiltà, andrebbero messi al muro.

Saltiamo allo sbocco dalla barbarie nella civiltà. La chiave dei trapassi è nelle successive forme di divisione del lavoro. Fino al primo stadio della barbarie, si ha la sola divisione naturale del lavoro, quella tra i due sessi. E ne sorge la società delle gentes, limitate comunità di uomini. Engels leva un vero inno a questo barbaro sistema. Questa semplice organizzazione risolve tutti i problemi interni senza contrasti. All'esterno è la guerra, sì, che accomoda ogni cosa: non siamo in una Arcadia... o in un mondo in cui la Organizzazione delle Nazioni Unite funzionasse come basta ai Nenni: secondo i principii della sua carta costitutiva (pezzo d'Acheson!). Forbitevi la cavità auricolare: dalla voce di Nenni torno a quella di Engels: "La guerra può finire con l'annientamento di una tribù, mai col suo soggiogamento. La grandiosità, ma anche il limite (riflettere!) della costituzione delle gentes consiste nel fatto che non vi è posto, in essa, per il dominio e per il servaggio!". Alla naturale divisione del lavoro tra i sessi si vengono sovrapponendo quelle dovute al progredire della tecnica. Prima grande divisione sociale del lavoro: gli allevatori di bestiame addomesticato si separano dai semplici cacciatori e pescatori: i primi già producono più che consumino, imparano nuovi consumi (latte, pelli, filati, tessuti...). La proprietà privata è nata: io, povero animale uomo, non potevo che filosofare: dio la ha creata. E posso oggi soltanto filosofare: il diavolo se la porti.

Imparare che si può produrre di più significa imparare a procurarsi forza di lavoro: il gruppo vincitore non stermina più il vinto. Ha incominciato ad incivilire: rende schiavo il prigioniero. È sorta la prima divisione in classi: schiavi e padroni. La seconda grande divisione sociale del lavoro si ebbe col distinguersi dell'artigianato dall'agricoltura. La produzione schiavistica è integrata da quella per servi. Una nuova divisione in classi della società: tra ricchi e poveri. "Con ciò siamo giunti alle soglie della civiltà". E con ciò anche alle soglie della burocrazia: raccontatelo, Federico, e l'ombra vostra ci perdoni il gioco dei puntini. "...Diviene necessaria la fusione dei territori separati delle tribù in un territorio comune del popolo. Il capo militare - basileus, rex - diviene un funzionario permanente indispensabile... Compare l'assemblea popolare... la guerra condotta prima di estendere il territorio (spegnendo i vinti occupatori) viene condotta a scopo di rapina, diviene mezzo di produzione... Mura si ergono minacciose intorno alle città. Nei loro fossati sta la tomba aperta della costituzione delle gentes; lo loro torri proiettano già la luce della civiltà... Le guerre di rapina accrescono la potenza sia dei supremi capi militari che dei sottocapi (e dire che Eisenhower e Rokossowsky erano in mente dei, e con essi Franco e Peron, De Gaulle e Tito...) ...l'elezione dei successori passa per usurpazione in eredità, nascono le monarchie, la nobiltà".

La civiltà è ormai in fiore, e con una terza divisione sociale del lavoro il Medio Evo ci porta i mercanti, classe che non si occupa della produzione ma dello scambio dei prodotti. Siamo alla fase monetaria: essa incoraggia il formarsi di più grandi ricchezze e possessi; accentua la divisione in classi; qui sorge (e ciò dimostra che lui pure, come famiglia e proprietà, una volta non c'era) lo Stato. Engels mostra come avvenne tale nascita in Atene, in Roma e presso i Tedeschi. E qui vengono i passi fondamentali che Lenin citò nel suo Stato e Rivoluzione. Primo punto, e chiodo da noi ben battuto: unità di territorio. Secondo punto: l'istituzione di una forza pubblica. "Può essere questa insignificante e pressocché inesistente (1884) in società con antagonismi di classe ancora poco sviluppati e su territori remoti come talvolta, e in qualche luogo, negli Stati Uniti di America. Però si rafforza nella misura in cui gli antagonismi di classe all'interno si acuiscono e gli Stati tra loro confinanti diventano più grandi e potenti. Basti guardare la nostra Europa in cui la lotta di classe e la rivalità nelle conquiste ha portato il potere esecutivo ad un'altezza da cui minaccia di inghiottire l'intera società e perfino lo Stato". Oggi, 1950, è chiaro che con la marina e l'aviazione e la radio moderne tutti i grandi Stati sono "confinanti". Ma solo ai ciechi non è chiaro che la polizia e la burocrazia nella nostra visione marxista tradizionale dovevano andare verso l'inesorabile inflazione. Engels parla poi delle imposte. E dice: "In possesso della forza pubblica (fattore politico) e del diritto di riscuotere imposte (fattore economico) i funzionari appaiono ora (ragazzi, il gallo dell'alba del primo gennaio 1901 non aveva ancora cantato!) come organi della società al di sopra della società... Essi devono farsi rispettare con leggi eccezionali in forza delle quali godono di uno speciale carattere sacro e inviolabile". Ridiamo, ridiamo pure alla Viscinsky (ma non così verde). Hanno scoperto, gli Chaulieu e aggregati, l'onnipotenza, all'ammezzar del secolo, della burocrazia staliniana!
Stabilita a questo punto su basi di granito la dottrina della morte dello Stato, dedotta dalla storia della sua nascita, Engels conclude sulla civiltà: "La civiltà è dunque, secondo quanto abbiamo detto, lo stadio di sviluppo della società, nel quale la divisione del lavoro, lo scambio tra individui da essa generato, e la produzione che li allaccia entrambi, giungono al completo dispiegamento, e rivoluzionano tutta quanta la precedente società". E poco oltre: "La società civilizzata si riassume nello Stato che, in tutti i periodi tipici, è, senza eccezione, lo Stato della classe dominante ed in ogni caso rimane essenzialmente una macchina per tenere sottomessa la classe oppressa e sfruttata".

Questa civiltà di cui abbiamo mostrato l'avvento, deve vedere la sua apocalisse prima di noi. Socialismo e comunismo, sono oltre e dopo la civiltà, come la civiltà fu oltre e dopo la barbarie. Essi non sono una nuova forma di civiltà. "Poiché la base della civiltà è lo sfruttamento di una classe da parte di un'altra, l'intero sviluppo della civiltà si muove in una contraddizione permanente". Se quindi possono stare sotto uno stesso parapioggia antibarbaro Truman, Stalin e Churchill, e se vi vuole stare Chaulieu e qualche altro relitto, con Marx Engels e Lenin noi ultimi ne stiamo fuori. Può essere conturbante che dalla caduta della civiltà non sia ancora sgorgato il comunismo, ma è ridicolo voler conturbare la soddisfazione capitalistica con la minaccia di alternative barbare. Torneremo un poco indietro per dedicare ai barbari una pagina ancora più ammirativa. Si tratta del nascere del grande Stato tedesco dei Franchi, dell'impero di Carlomagno dalle rovine dell'impero di Roma. Furono le giovani forze barbare ad uccidere una marcia burocrazia. "Lo Stato romano era diventato una macchina gigantesca e complicata, esclusivamente per lo sfruttamento dei sudditi. Al di là dei limiti della sopportazione fu spinta l'oppressione con le estorsioni di governatori, di esattori di imposte, di soldati. Lo Stato romano fondava il suo diritto ad esistere sulla difesa dell'ordine all'interno, sulla difesa contro i barbari dall'esterno. Ma il suo ordine era peggiore del peggiore disordine, e i barbari, da cui pretendeva difendere i cittadini, erano da questi considerati come salvatori!". Sembrò con le vittoriose invasioni, che per quattro secoli, ordinandosi l'Europa strappata a Roma nelle forme della teutonica costituzione di gentes, la storia si fosse fermata, e con essa la civiltà e la cultura. Ma così non fu. Il giovane sangue barbaro assimilò tutto quanto di vivo e vitale trovò nella tradizione classica. Come sempre, quanto il vinto aveva elaborato di tecnica, di sapere, di progresso effettivo non perì, ma conquistò il vincitore. Tante volte abbiamo citato l'esempio delle vittoriose invasioni barbariche, come quello delle vittoriose coalizioni antigiacobine e antinapoleoniche, contro la deformazione difesista. Ecco il passo, qui nous faut. "Le classi sociali del IX secolo si erano formate non nella putrefazione di una società in decadenza, ma nelle doglie del parto di una civiltà nuova. La nuova generazione, sia padroni che servi, era una generazione di uomini, paragonata a quella dei suoi predecessori romani". "Ma che cosa fu quel misterioso incanto con cui i Tedeschi infusero nuova vita all'Europa morente? Era forse un potere miracoloso innato nella stirpe tedesca, come ci vengono predicando i nostri storici sciovinisti? In nessun modo. Non furono le specifiche qualità nazionali dei Tedeschi a ringiovanire l'Europa, ma semplicemente la loro costituzione delle gentes, la loro barbarie". "Tutto ciò che di forte e vitale i Tedeschi innestarono nel mondo romano fu la barbarie. Solo dei barbari sono in grado di ringiovanire un mondo, che soffre di civiltà morente".

Oggi
Errore, errore dunque banalissimo e miserevole di marxismo, tentare di spiegare l'arresto dell'antagonismo di classe e della rivoluzione anticapitalista con fattori volontari e malevoli di cricche poliziesche. Errore enorme collocare, dopo lo stadio della civiltà capitalista, che proclamammo l'ultima, e peggiore, delle civiltà, una nuova imprevista civiltà di classe. Non senso, cercare una terza classe, per stabilire che lo Stato è quello di questa classe dominante, diversa dalla borghesia, allorché la classe stessa altro non sarebbe che il personale dello Stato, personale che non è nuovo... personaggio, che sempre vedemmo e analizzammo per tutti i duelli di classe, e tutte le susseguentesi forme di Stato. Errore, come vedemmo e ancora vedremo, la scaletta: capitalismo privato, capitalismo statale, socialismo. Se questo terzetto dovesse tenere la scena, come nella pochade o nel vaudeville, non si sfuggirebbe alla conclusione del Bollettino della sinistra francese: non ostracismo e scandalo, ma alleanza ed appoggio, per questo personaggio numero due, e perché il capitalismo di stato, sia Hitler o Stalin il suo ministro, faccia presto a restare solo davanti a noi. Dall'immediato dopoguerra, ed anzi al primo apparire del fascismo in Italia, nel 1919, abbiamo sciolto il problema storico-strategico: niente blocco democratico-liberale contro il fascismo - ma anche niente blocco col fascismo contro la borghesia liberale. Dicemmo subito: perché non sono due società di classe, ma una medesima. L'avere esperito la strategia bloccarda, e perfino in ambo i sensi, ci basta a spiegare il ripiegamento della nostra rivoluzione. La costruzione più vuota è quella che vuole porre davanti al mondo infame, ma ad altissimo potenziale, della civiltà capitalista (e anche davanti alle maggioranze ad esso aggiogate oramai, in virtù dei grandi errori storici, dei proletari) una alternativa contenuta nel fantasma della barbarie. Voi non avrete la rivoluzione creatrice di un mondo nuovo, voi forse la soffocherete, ma avrete lo stesso la crisi di disfacimento della società attuale: riuscirete a non passare nel socialismo, ma dalla civiltà ricadrete nella barbarie? La minaccia, di calibro puramente cerebrale, non spaventerà alcun borghese e non solleverà alla lotta nessun proletario. Nessuna società decade per le sue leggi interne, per le sue interne necessità, se queste leggi e queste necessità non conducono - e noi lo sappiamo e attendiamo - a far levare una moltitudine di uomini, organizzata con armi in pugno. Non vi è per nessuna "civiltà di classe", per corrotta e schifosa che essa sia, morte senza traumi.

Quanto alla barbarie, che a tale morte del capitalismo per dissoluzione spontanea andrebbe a succedere, se la sua scomparsa fu da noi considerata una necessaria premessa dell'ulteriore sviluppo, che inevitabilmente doveva passare per gli errori delle successive civiltà, i suoi caratteri come forma umana di convivenza non hanno nulla di orribile, che ne faccia temere un impensabile ritorno. Come occorrevano a Roma, perché non si disperdesse il contributo di tanti e tanto grandi apporti alla organizzazione degli uomini e delle cose, le orde selvagge che calassero apportatrici inconsce di una lontana e più grande rivoluzione, così vorremmo che alle porte di questo mondo borghese di profittatori oppressori e sterminatori urgesse poderosa un'onda barbarica capace di travolgerla. Ma in esso, se vi sono frontiere muraglie e cortine, tutte le forze, che pure si convellono e contrappongono, si schierano sotto la tradizione della stessa civiltà. Quando possa il movimento rivoluzionario della classe operaia ridarsi forza inquadramento ed armi, e quando possano sorgere formazioni che non stiano ai cenni né della civiltà di Acheson né di quella di Maliko, allora queste saranno le forze barbare, che non disdegneranno il frutto maturo della potenza industriale moderna, ma lo strapperanno dalle fauci degli sfruttatori, spezzando i loro denti feroci, che mordono ancora. Ben venga dunque, per il socialismo, una nuova e feconda barbarie, come quella che calò per le Alpi e rinnovò l'Europa, e non distrusse ma esaltò il portato dei secoli di sapienza e di arte, custodito nel seno del formidabile impero.

Da "Battaglia Comunista" n. 22 del 1951.

fonte: n+1 Rivista sul movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti

Il malinteso è un cuore strappato che brucia…

« Essere poeta, è come occupare degli spazi a occhi chiusi. La casa, non ha quasi alcun mobile: solo il letto, la scrivania, i libri; e una lavagna su cui studia le sue poesie. Olga, ben presto si rende conto che Alejandra sta cercando qualcosa. Dapprima ha cominciato a rovistare le sue cose con disappunto, ma poi, via via, nella misura in cui non trova quello che cerca, con sempre più disperazione, e cecità. Fruga l'oscurità.

- "Possibile che qualcuno l'abbia preso senza chiedermelo?"
- "Ma che cos'è che stai cercando esattamente?" - chiede Olga, già e ormai quasi terrorizzata.
- "Il libro" - risponde Alejandra - "quello con l'articolo in corsivo"  -

e nel mentre, sempre più angosciata, sposta i volumi da una parte all'altra della scrivania. E sembra che, nel suo non riuscire a trovare il libro, stia cercando l'ossigeno.

-"Fiuuu. Eccolo, finalmente l'ho trovato. Ce l'ho fatta" - dice, sollevata. E si siede sul letto, vicinissima a Olga.

- "Questo, è quello che io avrei voluto che fosse stato il mio di diario, ma è impossibile. Solo lui avrebbe potuto scriverlo". Alejandra si sta riferendo a Kafka. Tra le mani stringe I Diari - è un esemplare del 1953, è stato tradotto da Juan Rodolfo Wilcock - e lei ripetutamente, nel corso della sua vita, lo ha maneggiato, lo ha letto, lo ha scarabocchiato, e consultato e riconsultato innumerevoli volte; ci son alcune pagine attaccate con dei punti metallici.

Olga, lo tiene in mano come se fosse un cuore strappato che sta bruciando. Lo prende delicatamente e apre una pagina a caso. Così legge la sottolineatura fatta da Alejandra: "C'è un qualche malinteso, e questo malinteso sarà la nostra rovina". »

- da: Juan Tallón, "Fim de poema", Sotelo Blanco. 2013 -

sabato 20 gennaio 2024

KAFKA contro BRECHT !! ( arbitra BENJAMIN )

Giorgio Manacorda ricostruisce la Germania del Novecento con questa raccolta di saggi dedicati ai maggiori autori di lingua tedesca. Un panorama letterario su una cultura che nella seconda metà del secolo scorso è stata centrale in Europa, sia a livello politico – Sessantotto, caduta del Muro di Berlino, riunificazione della Germania, fine della Guerra Fredda –, sia a livello culturale – dal pensiero sociologico, filosofico e politico della Scuola di Francoforte al Nuovo Cinema Tedesco, e ancora, per la letteratura, a scrittori come Günter Grass, Peter Weiss, Hans Magnus Enzensberger, Uwe Johnson, Ingeborg Bachmann, Heiner Müller, Rainer Werner Fassbinder, Peter Handke. Lo sguardo di Manacorda si allarga ad autori come Hugo von Hofmann-sthal, Paul Klee, Frank Wedekind, Stefan George, Bertolt Brecht, Franz Kafka, Heinrich Mann, Arthur Schnitzler, Jakob Wassermann, Rainer Maria Rilke, Joseph Roth. Se è vero che la letteratura riflette l’anima di un popolo, in questo libro si specchia tutta la Germania del Novecento.

(dal risvolto di copertina di: Giorgio Manacorda, "Novecento tedesco. Narrativa, poesia, teatro”. Castelvecchi)

Il ’900 tedesco tra Kafka e Brecht
- di Alfonso Berardinelli -

Oltre a essere stato, con Patrizia Cavalli, il solo poeta della sua generazione, quella del ’68, ad aver avuto una vera e inaspettata evoluzione, passando dall’epigramma autobiografico al poema antropologico, Giorgio Manacorda è anche l’unico dotato di originali capacità di teorico e critico letterario. Per decenni ha insegnato come cattedratico di letteratura tedesca, eppure ha sempre agito più da critico scrittore che da studioso. Ha scritto saggi di totale libertà metodologica e stilistica, in cui si immerge nei testi e negli autori smontandone gli apparati difensivi. Il suo istinto conoscitivo è demolitore e interessato soprattutto a capire dove cominciano e finiscono poesia e ideologia. Leggendo ora Novecento tedesco. Narrativa, poesia, teatro ho avuto l’impressione che pur contenendo pagine su Wedekind, George, Hofmannsthal, Rilke, Heinrich Mann, Schnitzler, Roth e perfino Goethe, il libro abbia il suo baricentro storico nei tre decenni successivi al 1945 e perciò polarizzi l’intero Novecento su due autori antagonistici, Kafka e Brecht. Nel primo sembra che la narrativa contenga anche la più necessaria dimensione della poesia, cioè una forma di letteratura assoluta che non ha neppure bisogno di un pubblico. In Brecht non c’è invece letteratura senza un pubblico a cui rivolgersi e da pedagogizzare. Dunque da un lato il narratore poeta allegorico in cui la tragedia non esclude una specie di comicità metafisica. D’altro lato, Brecht scrittore didattico e manipolatore, ipocrita perché politico, sempre astutamente in maschera. Anche se i nomi di Kafka e Brecht non ricorrono molto spesso, è quello che rappresentano a dominare la dialettica critica con cui Manacorda affronta gli autori, in particolare nelle pagine sulla letteratura inevitabilmente politicizzata del secondo dopoguerra. In effetti le argomentazioni di Manacorda si surriscaldano quando fa i conti con i due opposti eredi di Brecht, cioè Hans Magnus Enzensberger e Heiner Müller, nati entrambi nel 1929. Il primo con la sua intelligenza più illuministica che poetica cade nell’equivoco di una letteratura politicamente utile. Il secondo cancella nel suo teatro la pedagogia brechtiana e riscopre una intrattabile poesia tragica, a costo di perdere il controllo sulla sua stessa opera, spodestando il suo maestro Brecht grazie a Kafka.

Non vorrei insistere troppo sul teorema Kafka contro Brecht (anche Benjamin ne fu coinvolto). Ma credo che la letteratura tedesca si trovò dopo il 1945 a non avere niente di meglio che quei due autori, mentre il famoso romanticismo nazionale sembrava ormai infrequentabile e si doveva risalire al razionalismo scettico degli illuministi. Kafka maestro di parabole chassidiche da incubo, in fondo poteva anche convivere con le acutezze materialistico-sapienziali di Brecht, e magari correggerne l’ottimismo pragmatico. Dopo il nazismo la politica in Germania era diventata una maledizione. Quel mondo in macerie imponeva a intellettuali e scrittori dei doveri di impegno sia politico che antipolitico (non a caso il secondo libro saggistico di Enzensberger sarà intitolato Politica e crimine). Di qui anche quello che Manacorda definisce «l’engagement gentile» del gruppo 47. I suoi due fondatori, Richter e Andersch, libertari e antitotalitari, praticavano una forma di «resistenza letteraria» che negli anni cinquanta attirò scrittori esordienti come Bachmann, Grass, Enzensberger, Johnson. Ma fu Peter Weiss a offrire un modello di impegno politico sia estremo che contraddittorio con la pièce documentaria L’istruttoria (1965), montaggio di documenti tratti da un processo sui crimini di Auschwitz, in cui l’impegno politico della letteratura, per essere asceticamente fedele a una verità che ammutolisce, eliminava la letteratura riducendosi a citazione.

Enzensberger non si lasciò sfuggire che il metodo di Weiss era tanto rigoroso quanto rinunciatario: prescriveva il silenzio agli scrittori in quanto scrittori. Strano che più tardi lo stesso Enzensberger fosse attratto da una letteratura come montaggio di documenti e seguì Weiss almeno in parte sia in Interrogatorio all’Havana (1970) che in La breve estate dell’anarchia(1972) in cui compito politico dell’autore è soprattutto raccogliere testimonianze e ridurre la letteratura a documentazione storica. È precisamente questo che Manacorda non riesce a perdonare a Enzensberger e all’impegno politico in letteratura, perché una letteratura che si sottometta a uno scopo pratico tradisce sé stessa. Se si deve valutare la lezione di Brecht, meglio allora studiare il lavoro di un altro suo seguace, Heiner Müller. Allievo diretto di Brecht a Berlino Est, Müller ne ha distrutto l’ideologia letteraria dall’interno. In questo la sua strada è andata in direzione opposta rispetto a Enzensberger, un poeta saggista a cui il teatro brechtiano ha sempre interessato poco. Müller, da vero drammaturgo, si concentra sul tema della maschera per andare oltre Brecht, dichiarando di non avere più nessuna fiducia nell’ideologia del dramma didattico. Questa la conclusione di Manacorda: «Heiner Müller è riuscito nell’impresa di attraversare tutte le macerie e tutte le maschere (storiche e letterarie) del secolo». I suoi testi in questo senso «non somigliano neppure più a pièces teatrali. Sono testi di poesia, sono poesia». Müller arriva alla poesia, intesa come assenza di maschere, superando Brecht grazie a Kafka.

Più che il Gruppo 47, una conventicola di scrittori, furono i socio-filosofi della Scuola di Francoforte, soprattutto Adorno e Marcuse, a essere presenti nell’impegno politico dagli anni sessanta in poi con la loro idea di un’utopia antiistituzionale. «I giovani intellettuali del Sessantotto» dice Manacorda «con la Scuola di Francoforte avevano in casa quello che serviva per sentirsi di nuovo eredi di Schiller, Heine e Büchner e insomma di tutta la loro cultura fino a Marx, magari passando per la Luxemburg». Una generazione che letterariamente non ha prodotto molto di nuovo, trovando espressione soprattutto nel cinema, con Herzog, Wenders, Fassbinder.

- Alfonso Berardinelli -  Pubblicato su Domenica del 3/9/2023 -

A Shelter from the Storm ?!!???

La Gentrificazione di Gaza
- di Slavoj Žižek -

Google definisce la gentrificazione come «il processo attraverso il quale viene alterato il carattere di un'area urbana povera, ricollocando in essa persone più ricche, migliorando le abitazioni e attirando nuove imprese, spostando spesso nel processo gli attuali abitanti». Decenni fa, allorché mi è capitato di soggiornare presso degli amici in un appartamento vicino a Tompkins Square, a Lower Manhattan, ho potuto assistere a come avviene davvero la gentrificazione. All'inizio, la polizia ha sgomberato gradualmente tutta l'area intorno alla piazza, costringendo in tal modo i senzatetto e gli spacciatori a concentrarsi all'interno della piazza; poi, con un'azione più ampia e ben coordinata, questi abitanti sono stati sgomberati dalla piazza, in quanto il luogo non era comunque la loro casa. In tal modo l'intera area è stata gentrificata, i prezzi degli immobili sono aumentati, e tutt'intorno alla piazza sono stati aperti dei nuovi negozi...  Per quel che sta accadendo ora a Gaza, non si tratta forse della medesima gentrificazione? Come prima cosa, Israele ha fatto sì che i palestinesi lasciassero i loro territori e si concentrassero a Gaza, dove l'intera popolazione proviene praticamente da altri luoghi. E ora, ha deciso di cacciarli anche da lì, dato che comunque quella non è casa loro... così ora, lo slogan proibito «dal fiume al mare» assume un nuovo significato: quello di «Grande Israele». Oggi tendiamo a dimenticare cosa significasse originariamente quello slogan: tutti coloro che vivono tra il fiume e il mare devono essere liberi, e non a partire dall'espulsione degli ebrei. Inoltre, a questo slogan si dovrebbe anche aggiungere: «Dal fiume al mare... e al di là del fiume»; il Libano, la Siria, la Giordania e l'Arabia Saudita sono forse liberi? Ci può essere libertà e pace in Palestina, se il loro dominio al di là del fiume rimane così com'è adesso? E forse gli Stati al di là del fiume non hanno forse bisogno di avere Israele come nemico principale, proprio per poter così procrastinare la propria emancipazione? Ponendosi sulla stessa linea della gentrificazione israeliana di Gaza, Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, ha commentato, in un'intervista all'agenzia di stampa statale RIA Novosti, quali saranno, nel 2024 per il suo paese, gli obiettivi di guerra: «L'operazione speciale continuerà, e il suo obiettivo continuerà a essere il disarmo delle truppe ucraine e la rinuncia, da parte dell'attuale Stato ucraino, all'ideologia del neonazismo». Pertanto, l'attacco russo all'Ucraina è un atto umanitario, il cui obiettivo è la gentrificazione dell'Ucraina... e allora, in che modo le due guerre - a Gaza e in Ucraina - sono collegate? Sui nostri media, a proposito di questo, circolano molte varianti. Innanzitutto, abbiamo una versione di pseudo-sinistra: sia l'Ucraina che Israele, hanno provocato una guerra terrorizzando progressivamente Donetsk/Gaza e facendo sì che la Russia/Hamas non potesse più tollerarlo. Poi c'è la versione di destra che propone un analogo parallelismo: sia in Ucraina che in Israele, c'è uno stato democratico europeo che viene ora brutalmente attaccato da uno stato, o da una società orientale primitiva e dispotica (Russia, palestinesi); e pertanto l'Ucraina e Israele meritano il nostro totale sostegno. Infine, c'è la posizione dei pacifisti: la guerra è sempre un male, e quindi dovremmo chiedere un cessate il fuoco in entrambi i casi, tanto in Ucraina quanto a Gaza. Non condivido questa posizione poiché essa dimentica che la pace, di regola, serve agli occupanti: e che questi, una volta terminata la conquista, è ovvio che vorranno la pace...

Il 6 gennaio 2024, nel corso di un evento elettorale a Newton, Iowa, Donald Trump ha suggerito che la guerra civile americana avrebbe potuto essere evitata grazie a un "negoziato"; sostenendo che per porre fine alla schiavitù negli Stati Uniti, non era necessaria la guerra, e che Abraham Lincoln avrebbe dovuto fare molto di più per evitare lo spargimento di sangue: «Sono stati commessi troppi errori. Come vedete, se siete onesti con voi stessi, c'era qualcosa che avrebbe potuto essere negoziato. E io penso che si sarebbe potuto negoziare. Tutte quelle persone sarebbero morte. Tante persone sono morte». Trump sta solo applicando al passato la sua idea secondo cui, se egli fosse presidente, in 24 ore porrebbe fine alla guerra ucraina, per mezzo di negoziati. Possiamo immaginare altre opinioni simili a proposito delle occasioni mancate in passato: nel luglio 1940, la Gran Bretagna avrebbe dovuto accettare il "generoso" piano di pace tedesco, cosa che le avrebbe permesso di mantenere intatto il proprio impero, ecc. Pertanto, a mio avviso, l'unica posizione corretta è: in Ucraina, resistenza armata alla Russia, ma pace e negoziati nella guerra di Gaza. Perché? Questa posizione non è forse incoerente? No. Perché, sebbene anche Israele sia un occupante, in Cisgiordania e Gaza, il parallelo tra Israele e Russia non è perfetto. In Medio Oriente abbiamo una situazione davvero tragica, nella quale una guerra totale sarebbe distruttiva per entrambe le parti, mentre l'Ucraina rappresenta un chiaro caso in cui c'è uno Stato sovrano che è stato brutalmente attaccato da uno Stato vicino. In una simile situazione, una critica precisa di Israele, è "conditio sine qua non" per qualsiasi soluzione. Rispetto a tale critica, la cosa più disgustosa è che molti tedeschi che mi hanno attaccato pubblicamente per la mia posizione sulla guerra tra Israele e Gaza, mi hanno però poi contattato in privato per dirmi che erano d'accordo con me; solo che ora non sarebbe il momento per dirlo pubblicamente. Io interpreto la loro posizione come: sì, ora non è il momento di dichiararlo pubblicamente perché un atto del genere POTREBBE AVERE QUALCHE EFFETTO REALE - ci sarà permesso di dirlo quando non avrà più alcun significato farlo. La critica comincia a partire dall'analisi del contesto di ciò che sta accadendo a Gaza e dintorni. E per «analizzare il contesto» non mi riferisco certo all'arroganza mascherata da profonda saggezza: «Un nemico è qualcuno di cui non hai sentito raccontare la storia». Ma davvero? Io ho sentito la storia di Hitler (quando ero giovane ho letto il Mein Kampf) e ne sono rimasto ancora più inorridito... Pur insistendo sul fatto che l'Olocausto non può essere "compreso", Primo Levi ha, relativamente a questo, introdotto una distinzione fondamentale tra il comprendere e il conoscere: «Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre». Ecco perché elevare l'attacco di Hamas a "Male irrappresentabile" costituisce una verità, vale a dire, un atto di libertà selvaggia che non si basa su delle cause specifiche, e ne costituisce esattamente l'opposto: siamo continuamente bombardati da delle rappresentazioni (foto e clip) degli orrori commessi da Hamas, a partire da un sottinteso: limitarsi a guardare e a inorridire, non pensare e non analizzare! L'attacco di Hamas viene trattato come se fosse un male abissale che non può essere contestualizzato o relativizzato, mentre di solito il contrattacco di Israele viene interpretato come assolutamente determinato dalle circostanze: in tanti, sono stati brutalmente massacrati, e allora che cosa può fare Israele, se non annientare la minaccia e distruggere Hamas? Nel far questo, non c'è alcuna scelta sensata... Il paradosso è sorprendente: in maniera perversa, è Hamas che appare come l'unico soggetto veramente libero. Se, dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre, ci fosse stato qualcuno che avesse solo menzionato il fatto che anche i palestinesi stanno soffrendo, sarebbe stato immediatamente accusato di relativizzare l'orrore, contestualizzandolo; «Hamas non ha alcun contesto», come titolava, in un commento, un importante quotidiano tedesco. Siamo pronti a dire lo stesso anche della massiccia distruzione di Gaza, con migliaia di bambini uccisi, oppure qui dovremmo riferirci al contesto che rende comprensibile un simile orrore? (Oggi è lecito perfino ritenere deplorevole la sofferenza dei palestinesi, e chiedere a Israele di mostrare più moderazione; ma quelli - potenzialmente - buoni sono solo i palestinesi che soffrono. Se resistono attivamente, diventano terroristi all'istante...) Le cose diventano davvero oscene nel momento in cui Israele, non solo commette violenze brutali e ingiustificabili, ma le presenta come se fosse un atto umanitario: per i palestinesi, svuotare Gaza (e forse, in un prossimo futuro, la Cisgiordania) è la migliore soluzione umanitaria (dal momento che, se vengono espulsi, le Forze di Difesa Israeliane smetteranno ovviamente di ucciderli...); nel bombardamento calcolato di Gaza, queste forze stanno stabilendo dei nuovi elevati standard umanitari relativi al bombardamento di un paese. L'obiettivo ufficiale delle Forze di Difesa, è distruggere Hamas, ma in realtà hanno distrutto Gaza, e in questo modo hanno dato ad Hamas una nuova vita, come l'unico gruppo che lotta realmente per i palestinesi.

Alcuni miei amici tedeschi pro-sionisti dicono che, nonostante le sue azioni problematiche, dovremmo sostenere incondizionatamente Israele perché quello stato è sostanzialmente l'unica isola di libertà e di democrazia della civiltà occidentale in Medio Oriente... E la mia risposta è: sì, e il mondo intero può vedere a Gaza, su base giornaliera, cosa significano in pratica la civiltà occidentale e l'umanitarismo. Anche nell'Occidente sviluppato la maggioranza delle persone è a favore del cessate il fuoco, cosa che dimostra una separazione tra la popolazione e i governi, e come questa separazione può portare a conseguenze pericolose e imprevedibili. Il nostro edificio morale, che non è solo ipocrita (come lo è sempre stato), con la guerra di Gaza ha perso anche la forza ipocrita dell'apparenza; in questa guerra, l'apparenza diventa effettivamente solo un'apparenza, e non più un'apparenza che contiene però la propria verità. A questo proposito, Arundhati Roy ha osservato che se il bombardamento di Gaza continuerà, allora «l'architettura morale del liberalismo occidentale cesserà di esistere. È sempre stato ipocrita, lo sappiamo. Ma anche così, questa ipocrisia aveva fornito una sorta di riparo. E ora quel rifugio sta scomparendo davanti ai nostri occhi». L'idea centrale è quella che, nonostante la sua ipocrisia (o, perché no, proprio a causa di essa e attraverso di essa), l'edificio morale liberale avrebbe comunque sempre «fornito una sorta di riparo». Basta ricordare le proteste di Tiananmen nel 1989: la folla in protesta costruì una semplice copia della Statua della Libertà e ci ballò intorno. Oggi, sarebbe facile liquidare tutto questo come una passione per il sogno ideologico americano: ciò che la folla cinese proiettava sulla statua era forse un mix di libertà politiche e personali, di giustizia sociale e benessere comune, un desiderio di emancipazione piuttosto dignitoso. Non è stato forse lo stesso quando, circa un decennio fa, gli studenti che protestavano a Hong Kong hanno chiesto a Donald Trump di proteggere la loro autonomia? E quando, negli ultimi decenni, si sono verificate le rivoluzioni "arcobaleno" in Ucraina, Bielorussia, ecc., la richiesta di adesione all'Unione Europea è stata motivata da ciò che "l'Europa" rappresentava agli occhi di questi paesi: libertà e sicurezza, benessere... cosa molto più vicina a un livello elementare di idea socialdemocratica, che alla realtà dell'Unione europea. In un certo senso, essi erano più europei della maggior parte dei veri europei occidentali. Ed era in questo senso che l'edificio morale dell'Europa occidentale «forniva una sorta di rifugio»: serviva da bussola morale. Ma perché non dovremmo semplicemente dire che la scomparsa del rifugio ipocrita è un bene, dal momento che - almeno negli Stati Uniti, come diceva Malcolm X – «la democrazia è ipocrisia», di modo che eliminando l'ipocrisia, potremmo costruire un edificio morale più autentico? La risposta è che l'ipocrisia è infinitamente superiore alla brutale esibizione della violenza: mantiene in vita gli standard che ci permettono di giudicare ciò che stiamo facendo. Su un piano più generale, lo stesso vale anche per i diritti umani universali: sì, sono stati ipocriti, ma hanno innescato un lungo processo di auto-rettifica. Le dittature brutali dissipano le apparenze di libertà formale, e ciò che otteniamo non è la vera libertà, ma il dominio della forza bruta. Ecco perché bisogna insistere su questioni "universali", come i diritti umani, e resistere alla tentazione di "decostruirli" in quanto strumento di dominio imperialista, contro l'atteggiamento anti-occidentale autodistruttivo della cancel culture. Quel che ci aspetta al di fuori di questo spazio, lo possiamo vedere nel nuovo gruppo BRICS non allineato, soprattutto ora che anche l'Arabia Saudita e l'Iran vi hanno aderito: ossia, la tolleranza... ai reciproci crimini. Tuttavia, il vero problema è come mantenere viva l'eredità emancipatoria dell'Occidente. In Germania, vengono ripetute spesso le parole «mai più» [Nie wieder], indicando con questo che dobbiamo fare tutto il possibile per evitare che qualcosa come la Shoah si ripeta. Tuttavia, Franco Berardi ha scritto di recente che oggi, «dal punto di vista tedesco, le parole "mai più" devono essere interpretate nel seguente modo: dopo aver ucciso sei milioni di ebrei, due milioni di zingari, trecentomila comunisti e venti milioni di sovietici, noi tedeschi proteggeremo Israele a tutti i costi, perché ora non sono più nemici della nostra razza superiore, ma parte di essa».

Può sembrare un'affermazione dura, ma è importante notare come Jürgen Habermas, l'ultimo grande rappresentante della Scuola di Francoforte e uno dei firmatari di una lettera a pieno sostegno di Israele – lettera che è diventata il principale bersaglio delle critiche di Berardi – sia un grande sostenitore dell'eredità dell'Illuminismo: uno dei suoi libri più noti è "Il progetto incompiuto dell'Illuminismo", una critica non solo del pensiero postmoderno francese, ma anche della "Dialettica dell'lluminismo" di Adorno e Horkheimer. In poche parole, Habermas liquida gli orrori degli ultimi secoli, dal colonialismo agli omicidi di massa di milioni di persone, come semplici segni del fatto che il progetto dell'Illuminismo non è stato ancora pienamente realizzato, mentre invece Adorno e Horkheimer vedono in questi orrori la materializzazione delle potenzialità più profonde dell'Illuminismo, e non solo i resti di un passato oppressivo non ancora annullato dalla realizzazione del progetto illuminista. Berardi ci ricorda i versi scritti da Max Horkheimer e Theodor Adorno nel 1941: «il concetto stesso di questo pensiero [...] contiene il germe della regressione che oggi è in atto ovunque. Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna. Se la riflessione sull’aspetto distruttivo del progresso è lasciata ai suoi nemici, il pensiero ciecamente pragmatizzato perde il suo carattere superante e conservante insieme, e quindi anche il suo rapporto alla verità».
È questo, ciò che sta accadendo anche nel sostegno problematico, alle azioni di Israele a Gaza e in Cisgiordania, da parte di molti intellettuali occidentali: vedono Israele come se fosse un'incarnazione dell'Illuminismo europeo in quella che è una parte del mondo meno progressista, e pertanto ignorano «l'elemento distruttivo del progresso», trascurando il destino degli ebrei europei, così come ciò che Israele sta facendo ai palestinesi. Un nero americano si è recentemente recato a Hebron, per valutare l'opinione prevalente secondo cui la situazione sarebbe troppo complessa; e quello che ha visto è che invece la situazione è assai semplice: nessuna complessità, solo un apartheid aperto e brutale... La lezione generale da trarre da tutto questo, è che se vogliamo davvero affrontare i fenomeni distruttivi che ci affliggono da qualche decennio, dall'ascesa dei nuovi populismi fino alle nuove forme di controllo sociale, dobbiamo guardare con occhio critico ala base filosofica stessa della democrazia liberale di oggi, il pensiero dell'Illuminismo.

- Slavoj Žižek - Pubblicato il 19/1/2024 sul Blog do Boitempo -