mercoledì 8 aprile 2020

Dalla Cina…

La crisi del Coronavirus: La Cina ha "guadagnato tempo" per l'Occidente?
- Lettera di un compagno in Cina - 25/3/2020 -

La propaganda del Partito Comunista Cinese sta diffondendo sempre più l'idea che la Cina avrebbe guadagnato tempo per fare in modo che l'Occidente potesse reagire alla catastrofe del Coronavirus. Io ritengo che il testo di Mike Davis, "Il mostro bussa alla porta", sia importante ed in gran parte corretto, ma ho avuto difficoltà a mantenere la calma mentre leggevo che: «da qui a un anno guarderemo ammirati al successo che ha avuto la Cina nel contenere la pandemia, e che rimarremo inorriditi di fronte al fallimento degli Stati Uniti.» Perché mai sarebbe impossibile criticare le miserabili condizioni della sanità negli Stati Uniti, senza doversi inchinare davanti alla gigantesca operazione di polizia che è stata condotta in Cina? L'elogio del «successo della Cina» mescola troppi elementi: il paese in sé, il Partito comunista, la polizia, la popolazione e la classe operaia. Come ha potuto scrivere una simile frase uno come Mike Davis? Nessuno deve scegliere tra «l'Occidente» e «la Cina», soprattutto quando si tratta di Coronavirus!
Il 13 marzo, il New York Times ha pubblicato un articolo di un corrispondente straniero a Pechino. Secondo lui, «la Cina ha guadagnato tempo per l'Occidente. E l'Occidente lo ha sprecato.» È evidente che l'autore di quel testo, così come Mike Davis, intende criticare le azioni de tutto insufficienti e scorrette degli Stati Uniti e dell'Europa. Ma allora, cosa avrebbe dovuto fare «l'Occidente»? Dopo che la Cina aveva fatto i i primi passi con il suo blocco totale e con le sue misure draconiane, tutte le precedenti misure erano diventate semplicemente «lassiste» e «velleitarie»? Il criterio per la riuscita o per il fallimento, è il numero delle vittime? Non dovremmo essere più interessati alla riduzione, o all'aumento, delle sofferenze create da tali misure? Esattamente, di cosa stiamo discutendo?
Gli esempi forniti dall'articolo del New York Times sono reali e facilmente percepibili in Cina. Nei parchi, dei megafoni diffondono messaggi di avvertimento: «Misurate due volte la vostra temperatura prima di mettervi in viaggio.» Siamo incessantemente bombardati dalla propaganda... Solo sulla strada vicino casa mia, 5 altoparlanti di plastica diffondono dei messaggi dal mattino alla sera: «Dovete lavarvi le mani, evitare di uscire il più possibile, evitare il contatto sociale.» Ma tutto questo è ridicolo e nessuno ci fa più caso. L'autore scrive che «non è autoritario prendere la temperatura negli aeroporti, porre in atto una distanziazione sociale e offrire cure mediche gratuite a tutti quelli che sono stati infettati dal Covid-19». Il rilevamento della temperatura negli aeroporti ha consentito di identificare solo circa la metà della persone effettivamente infettate dalla SARS, e nel caso del Coronavirus sarà ancora meno efficace dal momento che si può essere infettivi anche senza presentare dei sintomi. L'attuazione della distanziazione sociale , è comunque autoritaria se, ad esempio, i poliziotti vanno in giro a battere coi manganelli sui tavoli di mah-jong, o se le porte degli appartamenti sono stati sigillati dai poliziotti. E in realtà le cure mediche gratuite in Cina non sono poi così diffuse, se non sulla carta. Le misure messe in atto dallo Stato hanno lo scopo di incutere paura. La misurazione della temperatura davanti al mio condominio e al mercato fa parte di questo teatro dell'orrore. In molte persone, viene rilevata una presunta ma inesistente febbre, e vengono trattate con sospetto; e in parte a causa di questo vengono discriminate, e soprattutto spaventate. Hanno comunque già paura del virus, e così inoltre vivono nella paura di un isolamento forzato. Trovo sia terribile il modo in cui i malati che avrebbero davvero bisogno di aiuto sono stati trasformati in una fonte di pericolo. Si vedono degli striscioni minacciosi su cui, per esempio, si può leggere: «Gli abitanti di Hubei sono delle bombe ad orologeria», «Se ami la tua vita, non mescolarti con gli altri», «Ogni sconosciuto è un pericolo occulto». Queste misure non si basavano su alcun appello alla cooperazione volontaria, essendo state condotte come delle operazioni di polizia. I pazienti e le persone potenzialmente malate sono state trattate unicamente come se fossero degli oggetti da controllare: qualcuno ti prende la temperatura ma non ti informa del risultato dal momento che non si tratta di sapere se sei in buona salute, ma solo di eseguire degli ordini. Allo stesso tempo, attraverso queste misure sono stati individuati pochissimi malati di Covid-19 (anche per il fatto che era facile eludere i controlli). Da un punto di vista razionale, si trattava di semplici espedienti, come se ci si attaccasse dei pezzi di legno alla fronte per proteggersi dal virus, o si pregasse dio come fa Mike Pence. (I blocchi di legno avrebbero anche il vantaggio di ricordarmi continuamente il virus e di spronarmi, ad esempio, a non mettere le dita sul viso; allo stesso modo, indossare una mascherina, mi ricorda continuamente di essere prudente). Le lezioni che possiamo apprendere dalla Cina sono altrettanto inconsistenti. Ciò che il giornalista del New York Times raccomanda tanto una quarantena teatrale quanto un regime realmente autoritario. L'unica indicazione sensata proveniente dall'autore di quest'articolo, è quella di farsi carico dei costi del trattamento; allo stesso modo, avrebbe anche potuto menzionare il rafforzamento della protezione contro i licenziamenti attuati dal governo cinese, e le riduzioni degli affitti nel periodo dell'epidemia! Solamente le misure basate sulla fiducia reciproca (sul fatto che abbiamo un interesse comune per la sanità pubblica, al fine di evitare che le persone soffrano, perché vengano curate quando sono malate, ecc.) possono essere efficaci. Certamente, io desidero collaborare alla rilevazione ed al contenimento della malattia. Se decido di isolarmi da me solo, o se mantengo la distanza per la strada con le altre persone (cosa che ho riscontrato essere più facile da fare di quanto credevo), riduco il tasso di infezione quanto lo ridurrebbe un isolamento forzato. Ma posso decidere da me solo se andare a prendere un po' d'aria in un dato momento, andare a cercare le mie medicine in farmacia, o aiutare mia nonna nelle faccende domestiche. Tutte queste piccole cose indispensabili divengono dei problemi insolubili nel momento in cui lo Stato impone delle misure coercitive, come testimoniato da alcuni suicidi avvenuti in un tale contesto. Vi consiglio di leggere un'interessante intervista [ che può essere letta qui ], nella quale, tra l'altro, l'autore descrive la contrapposizione tra le misure di confinamento da parte dello Stato e la volontà delle persone di aiutarsi a vicenda.

Il corso degli eventi
Il primo caso è stato registrato il 17 novembre 2019; alla fine di dicembre, già si conosceva la sua natura infettiva, e i casi erano già circa 266, benché solo 27 erano stati segnalati all'OMS. Il 7 gennaio 2000, nel corso di una riunione interna del Comitato permanente dell'Ufficio politico, Xi Jin ping ha dato istruzioni su come controllare il virus. Il 14 gennaio 2020, l'OMS, citando delle indagini fatte in Cina, ha riferito che non c'erano prove che fosse in atto un contagio, nello stesso momento in cui si sapeva che forse 500 tra medici e infermieri fossero già stati infettati. Il 18 gennaio 2020, il governo locale di Wuhan ha organizzato una cena di Capodanno con qualche decina di migliaia di partecipanti; due giorni dopo si è venuto a sapere che il virus si poteva trasmettere tra le persone. È stato solo dopo il 20 gennaio 2020 che per la prima volta è stato permesso di parlare pubblicamente della contagiosità. Ciononostante, circa cinque milioni di abitanti di Wuhan hanno lasciato la città prima che essa venisse sigillata. Per me, la questione non è tanto di sapere se il confinamento avrebbe dovuto aver luogo «prima o poi», ma piuttosto conoscere la natura delle conseguenze che ciò provoca. Tuttavia, un numero crescente di studi indica che se la Cina avesse agito una settimana prima, il numero di persone contagiate sarebbe stato inferiore del 66%. E se a dicembre 2019 il governo avesse preso sul serio le relazioni dei medici, anziché reprimerli, probabilmente avrebbero potuto contenere il virus a Wuhan. Quindi, dopo che il Partito comunista ha commesso un errore colossale, ci sono stati numerosi volontari, che hanno accettato la possibilità di un contagio, e ci sono stati centinaia di milioni di cinesi i quali - sia privandosi della loro libertà di movimento (le porte degli appartamenti chiuse, bloccate o saldate) sia imponendosi una distanziazione sociale o rimanendo nelle loro case - hanno fatto tutto il possibile e si sono sacrificati per proteggere sé stessi e gli altri contro la nuova epidemia.  In un simile contesto, ci si può chiedere se la Cina o il Partito comunista abbiano «guadagnato tempo» per gli abitanti della Cina e del resto del mondo. Per me, la risposta è chiara: no, il Partito comunista non lo ha fatto per niente. Sono stati i comuni lavoratori cinesi ad aver agito, sono stati loro che hanno veramente cercato di fare tutto per ritardare la diffusione del virus. Ma non hanno nemmeno «fatto guadagnare tempo all'Occidente». Quel che è accaduto in Cina dopo il 20 gennaio 2020 non è successo per concedere più tempo all'«Occidente», ma per proteggersi. Si è trattato di un'autoprotezione della comune popolazione fatta di propria iniziativa; e di un'autoprotezione della classe dirigente per difendere i proprio privilegi. Non dovremmo parlare di «Cina», ma fare una netta distinzione tra il Partito comunista e la popolazione, prima, e poi quella tra i salariati, le classe media e i super-ricchi. Ecco perché il commento del New York Times è così astruso, ecco perché si concentra solamente su dei paesi o su delle sfere culturali, come se in caso di epidemia le classi sociali sparissero magicamente. Non mi stupisce perciò che l'autore arrivi ad affermare in tutta serietà che in Cina la «distanziazione sociale forzata» non sarebbe una misura autoritaria!
Il disastro non consiste nel virus, ma nell'insieme delle misure (e dei fallimenti) per combatterlo. Il bilancio dello Stato cinese in materia di controllo e di misure preventive per contenere la pandemia, è noto per la sua estrema povertà (come è stato dimostrato dall'esperienza della SARS e dell'influenza suina africana). Nel febbraio 2020, in «Occidente» sono stati pubblicati numerosi articoli che, con condiscendenza, descrivevano l'assenza di una democrazia parlamentare e di un sistema giudiziario di tipo occidentale come i responsabili dell'«incapacità della Cina» di individuare tempestivamente le pandemie e di combatterle in maniera trasparente. Questo esercizio è servito a difendere le democrazie liberali che, in realtà, sono diventate sempre più inegualitarie e repressive. Da qui la reazione del giornalista del New York Times e di Mike Davis, i quali hanno entrambi sottolineato come fuori dalla Cina si siano potute constatare parecchie castronerie, negligenze e brutalità nella lotta contro il virus.
Nel frattempo, la marea è cambiata e i media elogiano la «Cina», soprattutto per il suo trattamento draconiano delle persone; e in questo stadio, le argomentazioni di Mike Davis ed altri diventano non solo assurde, ma pericolose. Non si può affermare che i leader dello Stato cinese siano incompetenti (oppure, al contrario, che siano in grado di censurare, reprimere e sfruttare il loro popolo) solo a partire dal fatto che sventolano la bandiera rossa del «comunismo» e che non organizzano libere elezioni. Sono incompetenti perché l'organizzazione gerarchica della società, che ha il fine di sfruttare il maggior numero di persone a profitto di pochi, è altamente irrazionale e disumana, e non si preoccupa della miseria umana che causa. Ne periodo che va tra metà dicembre 2019 ed il 20 gennaio 2020, il Partito comunista, facendo ricorso a misure disciplinari e di polizia, ha impedito a centinaia di medici e di infermieri di condividere informazioni sull'aumento del rischio di contagio da parte di un nuovo virus. Eppure è del tutto normale che medici ed infermieri si scambino delle informazioni su delle nuove malattie, così come è normale che gli operai di un cantiere di costruzioni si informino vicendevolmente della presenza di una motosega rotta o di un'impalcatura difettosa. La capacità del Partito comunista nell'organizzare la censura e la repressione a Wuhan e altrove, su scala così vasta, indica quale sia la capacità del suo potere. L'estrema disuguaglianza materiale, la violenza nei confronti dei subordinati, soprattutto le donne, un alto tasso di incidenti sul lavoro, ecc., sono le conseguenze quotidiane. Questo monopolio del potere non deve in nessun caso essere considerato o assimilato ad uno «Stato di sorveglianza perfetta». Al contrario, questo sistema funziona in maniera caotica, autocratica ed informale; ogni piccolo ingranaggio della macchina fa i suoi propri piccoli affari e nessuno dice tutta la verità ai propri superiori. Nella misura in cui i lavoratori vengono privati del loro potere a causa della censura, il diritto di riunione viene loro negato e le unità organizzative dello Stato sono relativamente importanti in Cina, anche gli incidenti e le catastrofi assumono proporzioni più vaste. Si può osservare lo stesso fenomeno nelle «democrazie liberali»: nei paesi europei, tuttavia, i partiti al potere probabilmente non avrebbero impedito le condivisioni tra medici ed infermieri per così tanto tempo, ed in maniera così efficace come a Wuhan. Esiste un legame storico tra l'incapacità di individuare e controllare le epidemie che si trovano in uno stadio precoce, anche in passato, e l'uso grossolano degli strumenti di potere e di sfruttamento. In tempi di emergenza, i capi difendono i loro privilegi di classe con ancor maggior ferocia ed in maniera ancora più palese. Il controllo delle epidemie (e la lotta contro di esse) non ci rende tutti «uguali», ma approfondisce le disuguaglianze sociali. I lavoratori precari sono colpiti ancora più duramente di quelli hanno un contratto di lavoro; i funzionari e i colletti bianchi più qualificati delle grandi aziende possono assai spesso lavorare da casa, senza doversi preoccupare per il loro stipendio mensile; i ricchi possono perdere una parte della loro ricchezza, senza che la loro vita debba risentirne più di tanto; tutti loro mantengono un accesso privilegiato all'informazione e alle cure ed ai trattamenti preventivi, e alla fine possono guidare a tutta velocità la loro 4X4 nelle strade diventate vuote! Quando la gente ritorna nelle città costiere, lo Stato stabilisce una distinzione tra i proprietari ed i locatari. I primi sono autorizzati ad isolarsi nei loro alloggi, ma i secondi non hanno alcun diritto di tornare ad abitare a casa loro. Devono invece soggiornare per due settimane in degli alberghi di quarantena, che si devono pagare da soli. I cinesi hanno motivi sufficienti per opporsi a queste misure e all'aggravarsi delle disuguaglianze sociali, ma, al di fuori di quelle che sono le forme di protesta simboliche, per loro è assai difficile opporsi in questo allo Stato. Forse potrà funzionare meglio in Europa!

La rottura con «l'Occidente»
Non appena è stato emanato, i miei amici di Hong Kong hanno pensato che ad Hubei il confinamento fosse solamente uno show che probabilmente sarebbe fallito. I miei amici nella Cina continentale invece pensavano che la decisione di alcuni Stati europei di non adottare un confinamento rigoroso, insieme alla loro pretesa di riuscire a controllare il virus grazie all'«immunità collettiva», fosse irresponsabile e sconcertante. Ho come l'impressione che molti cinesi accettino la propaganda del partito, l'autosoddisfazione nazionale e giudichino le critiche degli altri paesi come lassiste e impertinenti; ma non hanno molto scelta. Da un lato, non si fidano del governo (sfiducia che si è espressa durante i blocchi stradali auto-organizzati e attraverso l'atteggiamento diffidente ed attendista nei confronti del ritorno al lavoro). Dall'altro lato, sono abituati a sentirsi impotenti. Molti accettano le notizie ufficiali come se fossero vere per tre parti, in quanto «non può essere tutto falso». Inoltre, sono in molti a provare orgoglio e a rasentare arroganza e sciovinismo per la potenza della Cina. Tutto questo va ad aumentare quella che è la rottura nei confronti dell'«Occidente» o degli stranieri. Questa rottura viene aggravata - in maniera deliberata e più o meno sistematica - in varie forme da quella che è la massiccia propaganda statale, e la diffusione di piccoli aneddoti, ed è facilitata dal fatto che gli scambi personali diretti tra cinesi e stranieri sono assai limitati. Il nazionalismo del Ministero degli Affari Esteri continua ad alimentare un tale clima. La mentalità della nuova generazione di diplomatici cinesi sembra essere duplice: da un lato, rivendicano il «diritto del più forte» e, dall'altro, fanno le vittime («la Cina viene maltrattata dalla comunità internazionale, quando è ormai a terra»). Cambiano tattica, a seconda che lo Stato cinese venga accusato di avere nascosto l'epidemia, o a seconda che il Partito comunista intende far risuonare le trombe dell'antiimperialismo. I cinesi che vivono all'estero sono un importante destinatario della propaganda del Partito comunista. Questo servirà ad aumentare la rottura con le popolazioni locali e la loro difficoltà ad integrarsi. Ho letto molti post sui social media che parlano delle misure contro la pandemia in Germania o in Inghilterra, o descrivono i viaggi di ritorno dalla Cina. Gli autori di questi messaggi, di solito non mostrano un nazionalismo brutale, ma piuttosto un senso profondo di incomprensione: pur tollerando il diverso approccio degli altri alla pandemia, in ultima analisi ritengono che il governo cinese sia il solo ad essere capace di agire in maniera decisiva.

La sporca guerra di propaganda è cominciata
I «leader occidentali» come Trump o Pompeo si lamentano del «virus di Wuhan» o del «virus cinese» [*]. E nello stesso tempo il Partito comunista sta diffondendo in Cina della voci secondo le quali sarebbero stati dei soldati americani quelli che avrebbero propagato il virus, durante i Giochi militari mondiali, a Wuhan nell'ottobre del 2019 (ricordiamo che la squadra cinese venne squalificata per frode evidente). Il partito si rallegra per come «loro» abbiano gestito la crisi, e si appropria indebitamente, inglobandole, di tutte le attività svolte dai volontari, censurando nel contempo ogni critica. Quando Xi Jin ping si è recato a Wuhan, i poliziotti erano schierati in piedi sui balconi dei residenti per evitare urla spiacevoli, simili a quelli che erano state gridate contro vice premier una settimana prima. Quale che sia la situazione, il Partito comunista vende qualsiasi evento catastrofico come se fosse una vittoria e l'espressione della sua superiorità. Indubbiamente, agisce con enorme urgenza, in fretta, prima che vengano rivelati altri dettagli su quale sia la portata del disastro e sul numero effettivo di morti. Tutto ciò non è affatto nuovo, ma a causa della potenza economica e politica della Cina, a causa della pandemia globale e della crescente tensione tra le diverse superpotenze, la questione assume un nuovo significato per le persone che vivono al di fuori della Cina, e fa riemergere anche in «Occidente» i sogni autoritari di una «vera leadership». Sul fronte del media e della propaganda, quelle che sono le tensioni nelle relazioni sino-americane crescono ogni giorno, e finora hanno trovato la loro più chiara espressione nella guerra commerciale. (...) Non è ancora possibile valutare appieno quale sia l'entità della crisi legata al virus, alle misure di quarantena, alla chiusura delle frontiere e alla recessione economica globale che sta dilagando per tutto il pianeta. Di sicuro, supererà quella che è stata la crisi del 2008, con un tasso di disoccupazione del 20% negli Stati Uniti e molti tagli di posti di lavoro in Cina, rispetto a quanti che ne sono stati nel 2008... insieme alla paura e alla rabbia verso le misure politiche, ancora più goffe e brutali del solito. In tutto il mondo, le persone stanno vivendo simili paure e condividono delle esperienze comuni che, si spera, contribuiranno a contrastare il nazionalismo e l'autoritarismo che si sta sviluppando insieme alla crisi.

- Gustav - marzo 2020, dalla Cina -

NOTA:
[*] - P.S.: la cosa si riferisce al marzo del 2020. Nel frattempo, Trump ha smesso di parlare del «virus di Wuhan» e il regime cinese ha smesso di diffondere l'affermazione secondo cui i soldati americani avrebbero diffuso il virus in Cina. Ciononostante, la situazione rimane tesa.

fonte: mondialism.org

martedì 7 aprile 2020

Buoni propositi!!

Anselm Jappe: «speriamo di riuscire a conservare quelli che sono gli aspetti positivi di questa crisi!»

La crisi del coronavirus farà suonare il campanello d'allarme per il capitalismo, e porterà alla fine della società industriale e consumistica? Alcuni lo temono, altri lo sperano. È ancora presto per dirlo. Pur sotto altri aspetti, la «ricostruzione» economica e sociale potrebbe rivelarsi altrettanto difficile della scelta delle tempistiche al momento dell'epidemia. Di sicuro c'è che è dal 1945 che non vivevamo, quanto meno in Europa, qualcosa che assomigliasse ad un «collasso»: a questa sorta di «tracollo», così tante volte evocato, nel cinema e nella letteratura cosiddetta «post-apocalittica», ma anche dalla critica radicale della società capitalistica ed industriale. Tuttavia, la gravità di questa crisi della società capitalistica globale non è conseguenza diretta e proporzionata di quella che è la gravità dell'epidemia. È piuttosto la conseguenza dell'estrema fragilità di questa società, ed un chiaro indicatore del suo stato reale. L'economia capitalistica è folle perfino in quelle che sono le sue fondamenta stesse, e non solo nella sua versione neoliberista. Il suo unico fine è quello di moltiplicare il «valore» che viene creato a partire dalla mera quantità di lavoro («lavoro astratto», lo chiama Marx) e che viene rappresentato nel denaro, senza tenere alcun conto di quelli che sono i bisogni reali degli esseri umani e delle conseguenze che questo ha per la natura. È da più di due secoli che il capitalismo industriale devasta il mondo, mentre viene minacciato e messo in crisi dalle proprie contraddizioni interne, la prima delle quali consiste nell'uso della tecnologia che, sostituendo i lavoratori ed aumentando nell'immediato i profitti, altresì prosciuga la fonte ultima di ogni profitto: lo sfruttamento della forza lavoro. Sono 50 anni che il capitalismo sopravvive essenzialmente solo grazie al suo indebitamento, che ha raggiunto dimensioni astronomiche. La finanza non costituisce la causa della crisi del capitalismo, ma al contrario lo aiuta a dissimulare la sua reale mancanza di redditività, e lo fa costruendo un castello di carte sempre più traballante. Ecco che a questo punto ci si può porre la domanda se il crollo di questo castello avverrà per delle cause «economiche», come nel 2008, o se invece piuttosto per delle cause ecologiche. Con l'epidemia, è apparso un inatteso fattore di crisi: ma la cosa più importante non è il virus, bensì la società che questo virus ha dovuto accogliere. Sia che si tratti dell'insufficienza delle strutture sanitarie, colpite dai tagli di bilancio, o del ruolo svolto dall'agricoltura industrializzata in quella che è stata la genesi di nuovi virus di origine animale, o sia che si tratti del terribile darwinismo sociale che propone (e non solo nei paesi anglosassoni) di sacrificare all'economia gli «inutili», oppure si tratti della tentazione, per gli Stati, di fare ricorso ai loro arsenali di sorveglianza: ad ogni modo, il virus proietta comunque una luce crudele sugli angoli più bui della società.
D'altronde, ovunque, gli effetti del virus mostrano quanto sia assai meno peggiore la situazione della classe sfruttatrice che costituisce la borghesia globale rispetto a quella di quei milioni di abitanti che si trovano nelle baraccopoli degli Stati falliti, o nelle periferie, oppure quella delle classi più povere abbandonate a sé stesse nei centri capitalistici. Tutto questo favorirà un consenso collettivo? Nessuno lo sa.
Ci sono molte persone che stanno già facendo esperienza del fatto che si può evitare di fare molte cose senza per questo perdere niente di essenziale. Lavorare meno, consumare meno, fare meno viaggi frenetici, inquinare meno, fare meno rumore... speriamo di riuscire a conservare quelli che sono gli aspetti positivi di questa crisi! In questi giorni si sente molto parlare di proposte ragionevoli, in tutti i campi. Vedremo se tutto ciò assomiglia alle dichiarazioni del capitano Haddock quando si ripromette che non berrà più whisky se verremo fuori da questo pericolo.

- Anselm Jappe - pubblicato il 6/4/2020 su France Culture -

lunedì 6 aprile 2020

Alla fine ne rimarrà uno solo!

In fondo, a pensarci bene, in tutto questo bailamme di interessi, egoismi, sogni, desideri e bisogni, gli esseri umani - o qualunque cosa essi siano - si possono dividere in due ( no, con questo non intendo dire « "dividere in due" facendo uso di una bella katana »! ), in due schieramenti, classi, partiti, alleanze - chiamatele come vi pare ma sempre e solo due sono -  che corrispondono, da una parte, a coloro che fanno e farebbero di tutto perché e purché, in una qualsiasi forma, legale o meno che sia, le idee possano continuare a girare e ad essere discusse e dibattute; mentre, dall'altra parte ci sono, e comandano, tutti quegli altri. Coloro che ritengono solo e unicamente che debba essere il denaro a poter e dover girare in tutti i suoi modi e le sue forme (anche in quelle di idee), senza che mai esso venga messo in discussione da nessuno, soprattutto da quelli che lo mettono in discussione solo e unicamente dietro pagamento!

domenica 5 aprile 2020

È l'economia, stupido!

O l'economia o la vita
- pubblicato su lundimatin, 30 marzo 2020 -

« Non riesci a capire, non riescono a capire i tuoi conferenzieri, che siamo noi che stiamo morendo, e che quaggiù l'unica cosa veramente viva è la Macchina? Abbiamo creato la Macchina affinché eseguisse il nostro volere, ma ora noi non riusciamo a farci obbedire. Ci ha privato del nostro senso dello spazio e del senso del tatto, ha offuscato ogni relazione umana e ridotto l'amore ad un atto carnale, ha paralizzato i nostri corpi e le nostre volontà, e ora ci obbliga a venerarla. La Macchina si evolve, ma non secondo le nostre linee. La macchina procede, ma non verso la nostra meta. Noi esistiamo semplicemente come globuli sanguigni che scorrono nelle sue arterie, e se potesse funzionare senza di noi, ci lascerebbe morire. » (da Edward Morgan Foster, "La macchina si ferma" [1909], Portaparole, 2012). [Il racconto può essere letto per intero qui]

Non tutto è falso, nella comunicazione ufficiale. In mezzo a tante menzogne sconcertanti, a volte succede che i governanti abbiano visibilmente il cuore in gola, ed è allora che arrivano a descrivere nel dettaglio fino a che punto l'economia stia soffrendo. È vero, ci sono gli anziani che vengono lasciati a casa a morire soffocati, in modo da non entrare nelle statistiche ministeriali e perché non ingombrino gli ospedali. Ma ecco che non appena avviene che muoia una bella azienda, ecco che gli si serra loro la gola. Certo, dappertutto si crepa a causa di difficoltà respiratorie, ma non bisogna permettere che l'economia vada in debito di ossigeno. Per lei, l'economia, ci sarà sempre un respiratore artificiale. Per questo, ci sono le banche centrali che provvederanno. I governanti somigliano a quella vecchia borghese la quale, mentre un visitatore agonizza nel suo salotto, sta sudando freddo a causa delle macchie sul suo bel pavimento. O come quell'esperto di tecnocrazia nazionale che, in un recente rapporto sulla sicurezza nucleare, conclude scrivendo semplicemente che: «fondamentalmente, la vittima principale del grave incidente nucleare è l'economia francese.»

Di fronte all'attuale tempesta microbica, che a partire dalla fine degli anni '90 è stata comunicata mille volte a tutti i livelli governativi, ci si perde in speculazioni a proposito della mancanza di preparazione da parte dei responsabili. Come mai a questo punto sono mancate le maschere, i tamponi, i letti, gli infermieri, i farmaci? Perché queste misure così in ritardo, e questi improvvisi capovolgimenti di linea di condotta? Perché queste disposizioni così contraddittorie: isolarsi ma andare a lavorare, chiudere i mercatini ma non i grandi supermercati, fermare la circolazione del virus ma non quella delle merci che lo trasportano? Perché ostacolare in maniera così grottesca i tamponi a livello di massa, o la somministrazione di un farmaco manifestatamente efficace ed economico? Perché scegliere il confinamento generale piuttosto che l'individuazione dei soggetti malati? La risposta è semplice e lineare: è l'economia, stupido!
Raramente l'economia è arrivata ad apparire, come sta succedendo ora, per quello che è realmente: una religione, se non addirittura una setta. Dopo tutto, a pensarci bene, una religione è solo una setta che ha preso il potere. Raramente, i governanti sono apparsi così palesemente posseduti, così come lo sembrano ora. I loro appelli lunari al sacrificio, alla guerra e alla mobilitazione totale contro il nemico invisibile, il loro appello all'unità dei fedeli, i loro inconsulti deliri verbali che non provano più nessun imbarazzo per alcun paradosso, sono gli stessi di ogni e qualsiasi celebrazione evangelica; ed ecco che noi, da dietro i nostri schermi, sempre più increduli, siamo chiamati a sopportarli. Caratteristica e peculiarità di questo genere di fede è che nessun fatto può invalidarla, anzi. Anziché dire che l'espansione del virus è venuta per condannare il regno globale dell'economia, ecco che diventa piuttosto l'occasione per realizzarne i presupposti, dell'economia. Il nuovo stile del confinamento, in cui «gli uomini non traggono alcun piacere (ma al contrario grande dispiacere) dalla vita in compagnia», e dove ciascuno considera chiunque, a partire dalla sua rigida separazione, come una minaccia per la propria vita, e dove la paura della morte viene imposta come la base del contratto sociale, e viene così realizzata l'ipotesi antropologica ed esistenziale del Leviatano di Hobbes; quell'Hobbes che Marx riteneva «uno dei più antichi economisti inglese, ed uno dei filosofi più originali». Per poter meglio inquadrare questa ipotesi, vale la pena ricordare che Hobbes era divertito dal fatto che sua madre lo avesse partorito prematuramente sotto l'effetto della paura dei fulmini. Nato dalla paura, logicamente, egli vedeva nella vita solo la paura della morte. «Questo era un suo problema», si potrebbe dire. Non si è obbligati a riconoscere questa visione malata come la base della sua esistenza, e men che mai di ogni esistenza. L'economia, che sia liberale o marxista, di destra o di sinistra, diretta o regolata, è proprio questa malattia che propone come formula per la salute generale. In questo, è davvero una religione.

Come ha osservato l'amico Hocart, fondamentalmente non c'è niente che distingua il presidente di una nazione «moderna» da un capo tribù delle isole del Pacifico o da un sovrano pontificio a Roma. Si tratta sempre e comunque di compiere tutti i riti propiziatori che siano in grado di attirare prosperità alla comunità, placare gli dei, risparmiarci le loro ire, assicurare l'unità ed impedire che le persone si disperdano. «La sua ragion d'essere non è quella di coordinare, bensì quella di presiedere il rituale» (Re e cortigiani): non si tratta di comprendere ciò che costituisce l'incurabile imbecillità dei leader contemporanei. Una cosa è attrarre la prosperità, un'altra è gestire l'economia. Una cosa è compiere dei rituali, un'altra è governare la vita delle persone. Quanto il potere sia di natura puramente liturgica, è sufficientemente dimostrato dalla profonda inutilità, se non dall'attività essenzialmente controproducente, degli attuali governanti, i quali riescono a vedere la situazione solo come un'inaudita occasione di estendere smisuratamente le loro prerogative, ed assicurarsi così che nessuno venga a prendere quello che è il loro misero posto. Di fronte alle calamità che si abbattono su di noi, i leader della religione economica devono davvero essere proprio gli ultimi dei babbei in materia di riti propiziatori, e quella religione non deve essere altra che una dannazione infernale.
Ci troviamo perciò davanti ad un crocevia: o salviamo l'economia o salviamo noi stessi; o usciamo dall'economia o ci lasciamo  arruolare nel "grande esercito delle tenebre" di quelli che sono stati sacrificati (quella che è la retorica del momento, molto 1914-1918, non lascia molti dubi in proposito). La scelta è fra l'economia e la vita. E dal momento che ci troviamo davanti ad una religione, è proprio di uno scisma che stiamo parlando. Dovunque, sono stati decretati gli stati di emergenza, dove sono all'opera l'estensione delle misure di polizia e di controllo della popolazione, la soppressione di ogni limite allo sfruttamento, la decisione sovrana riguardo chi viene lasciato vivere e chi è autorizzato a morire, la disinibita apologia del governo cinese, non mirano a garantire nel presente la «salvezza della popolazione», ma preparano il terreno per una sanguinoso «ritorno alla normalità», o meglio all'instaurazione di una normalità ancora più anomica di quella prevalente nel mondo precedente. In tal senso, per una volta, i leader non stanno mentendo: il futuro è già qui, adesso. [...]

I governanti attuali sanno benissimo che nel giorno dello sconfinamento non avremo altro desiderio che quello di veder cadere le loro teste, e perciò faranno tutto il possibile per evitare che un tale giorno arrivi, diversificando, controllando e differenziando l'uscita dal confinamento. Sta a noi decidere questo momento e le sue condizioni. Sta a noi dare forma al dopo. Sta a noi tracciare la strada che sia tecnicamente ed umanamente praticabile per poter uscire dall'economia. «Ci alziamo e usciamo», non è poi passato così tanto tempo da quando diceva così una disertrice di Gouncurt. O per citare un'economista che cercava di disintossicarsi dalla religione: «l'avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura una colpa, l’amore per il denaro spregevole, e che chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano» (Keynes, da "Prospettive economiche per i nostri nipoti" [può essere letto qui per intero])

- pubblicato su lundimatin, 30 marzo 2020 -

fonte: Lundimatin

sabato 4 aprile 2020

Denaro dal Cielo???

Brevi osservazioni sul reddito sociale da quarantena
- di Bruno Lamas -

Un reddito di quarantena sociale non è un reddito di base incondizionato o universale (RBI). Questa distinzione tra queste due misure va fatta in maniera assai chiara, poiché in questo contesto di urgenza, è più che evidente che ci sono tentativi di utilizzare i redditi da quarantena sociali per giustificare la difesa di un RBI permanente visto come panacea per la crisi strutturale della società capitalista e come base per una nuova società. Ritengo che ci siano delle buone ragioni, sia per criticare le proposte di Reddito di Base Incondizionato che per difendere un reddito di quarantena sociale in quelle che sono le attuali circostanze. Un reddito da quarantena sociale è una misura provvisoria vista in un contesto di pandemia; nelle sue più recenti versioni, invece, il RBI appare come una proposta di quello che viene chiamato un nuovo modello sociale e di accumulazione, che a volte viene presentato come se fosse già post-capitalista. Credo che si debba assumere la necessita di un reddito sociale per la quarantena ed allo stesso tempo criticare radicalmente le proposte di una società con un Reddito di Base Incondizionato e le sue illusioni.
Innanzitutto, dobbiamo tenere presente che la crisi economica in cui ci troviamo già, e che rischia di durare a lungo, non è la mera conseguenza di una pandemia, e che non ci consentirà di controllare il propagarsi del virus. La pandemia è stata tutt'al più l'innesco per una crisi economica che covava da diversi anni e si trascinava dalla crisi del 2008, e ciò appare evidente in quelli che sono stati i più recenti interventi della FED sull'economia statunitense. D'altra parte, questa crisi in via di sviluppo è essa stessa parte di un processo di crisi strutturale della riproduzione mondiale del capitale che dura forse da quarant'anni. Ciò significa anche che il verificarsi della pandemia va considerato in quello che è il complesso della traiettoria storica del capitalismo, vale a dire, la più recente dinamica negativa di decomposizione di questa forma sociale. Sia la comprensione di questo processo che le discussioni intorno al Reddito di Base Incondizionato che le attuali proposte per un reddito di quarantena sociale dipendono dalla comprensione della relazione esistente tra il lavoro ed il denaro. Il legame tra il il lavoro e il denaro è una relazione essenziale della riproduzione capitalistica, la quale si basa fondamentalmente sulla trasformazione di un Euro in due Euro, di 2 euro in 4 euro e così di seguito, fino all'infinito. Le uniche cose che il sistema promette sono anche quelle che esige: più soldi e più lavoro. Questo processo è quello che Marx chiamava infatti il «capitale», vale a dire un processo di «valorizzazione del valore». Dal punto di vista del capitale, conta solo tale moltiplicazione, e nient'altro. Il «lavoro astratto», come lo chiamava Marx, vale a dire il dispendio indifferenziato di energia umana ad un dato livello sociale di produttività, secondo quello che è lo sviluppo delle forze produttive, viene rappresentato in maniera per così dire dispiegata, da una parte nelle merci, e nel denaro, dall'altra. Questo sviluppo significa che la stessa massa di valore, prodotta in un dato momento a quello che è il livello dell'insieme della società globale, viene rappresentata dalle merci e dal denaro (essendo il denaro, come riteneva Marx, la «regina delle merci», dal momento che può essere scambiata contro tutte le altre merci), e che a questo livello della totalità, le merci ed il denaro devono corrispondere, o essere equivalenti.
Se il legame essenziale tra il lavoro ed il denaro viene occultato o dimenticato (come è prassi comune nelle concezioni dominanti), ed il denaro viene inteso come se fosse solo un semplice simbolo o una convenzione, ecco che allora diventa possibile ogni sorta di proposte deliranti che vengono fatte sulla base di quella che è la mera emissione, o la stampa, di denaro, omettendo semplicemente - tra le altre cose - quella che è stata l'inflazione secolare sviluppatasi negli ultimi cento anni. Questa comprensione ideologica ultimamente si è rafforzata, prima con la fine del «sistema aureo», cominciato a partire dalla prima guerra mondiale, in parte a causa del crescente bisogno del credito di Stato per poter far fronte ai costi militari della guerra, e poi, nel 1971, con la fine del «gold standard» del dollaro, stabilito con gli accordi di Bretton Woods. A partire da questo secondo periodo, nell'economia internazionale domina un sistema fluttuante basato unicamente sul rapporto tra l'offerta e la domanda sul mercato mondiale, e del tutto disconnesso da quella che è una produzione di valore sostanziale. In questo modo, si viene a rafforzare l'illusione che non ci sia alcuna relazione tra il lavoro ed il denaro, e che non ci sia alcuna crisi del capitalismo e del lavoro; e viene completamente rimosso quello che è il significato storico dello sviluppo delle forze produttive, avvenuto con la terza rivoluzione industriale e con l'emergere della cosiddetta Industria 4.0.
Ora, tutti questi problemi, vale a dire, celare quello che è il legame essenziale tra il lavoro ed il denaro, vengono evidentemente presenti nelle proposte di un reddito di base incondizionato apparse come se fossero una sorta di rimedio a tutti i mali della riproduzione capitalistica, e che sono state invocate come un'utopia realistica che si trova a portata di mano. È significativo che una delle prime proposte che rassomiglia ad un RBI, la si trovi nel libro Utopia di Thomas Moore. Ciò collega immediatamente il RBI al pensiero utopico borghese e a tutte le sue difficoltà, ossia, proiettare la società esistente, con tutte le sue categorie, in un mondo che viene pensato come privo di contraddizione. Idee simili a quella del RBI sono emerse lungo tutta la storia del capitalismo, ma è stato soprattutto a partire dagli interventi di alcuni liberali radicali, già nel XX secolo, come Hayek e Friedmann, che hanno cominciato a parlarne maggiormente: per loro la questione non poneva problemi di sorta, dal momento che, secondo loro, non esiste alcuna relazione intrinseca tra il lavoro ed il denaro. Tuttavia, va tenuto presente lo spirito di queste proposte era quello teso a smantellare e a sostituire lo Stato sociale, e non ad integrarlo. Anche per questo motivo, ad un certo momento Friedman ha dichiarato con grande soddisfazione che la sinistra aveva aderito alla sua proposta senza rendersi conto che stava facendo entrare tra le sue mura un «cavallo di Troia». Se la sinistra liberale è stata sedotta da una simile idea, ciò è avvenuto perché animata dal presupposto astratto dell'uguaglianza che si rivolge all'individuo isolato e alla sua libertà di scelta all'interno della gabbia costituita dal mercato.
Ma anche la stessa sinistra radicale ha in qualche modo accolto con favore queste proposte liberali radicali, anche se lo ha fatto per ragioni più complesse. André Gorz ha cominciato a parlare di un reddito di base allorché, all'inizio degli anni '80, ha detto «Addio alla classe operaia», soprattutto come strategia di riduzione del tempo di lavoro. L'idea ha suscitato interesse anche in relazione alla discussione circa il lavoro domestico, in particolar modo in seno al femminismo italiano, ed è andata avanti tra polemiche. Ad essere in gioco qui, era l'idea erronea secondo la quale il lavoro domestico creerebbe anche plusvalore, del quale si supponeva che se ne appropriasse il sistema capitalistico. Una cosa è dire che il sistema capitalistico dipende in larga misura dalle attività che vengono svolte strutturalmente dalle donne nella sfera domestica, in particolar modo per la riproduzione della «forza lavoro» maschile; un'altra cosa è dire che queste attività sono «lavoro» e che esse «creano valore». L'idea sbagliata è quella secondo cui il dispendio di energia umana, anche in astratto, crei sempre, e in tutte le circostanze, del valore. Dal momento che i post-autonomi vedono creazione del valore in tutto ciò che è dispendio di energia umana, e ovunque nella società capitalistica, questo diventa coerente con il fatto che si battano per il RBI.
Visto che i partigiani del RBI ritengono che esso dia una maggior libertà individuale e più tempo libero, appare loro come se fosse una misura che modifica il modo di produzione, ma in realtà non si tratta altro che di un cambiamento nel modo di redistribuzione della ricchezza, la quale, nella società capitalista, rimane «ricchezza astratta» rappresentata nel denaro e che ha a vedere solo in maniera collaterale con la ricchezza materiale. Più recentemente, queste proposte hanno tratto nuovo slancio dal progredire delle forze produttive e dell'automazione, e dalla corrispondente disoccupazione strutturale di lunga durata, vale a dire dall'emergere della popolazione superflua dal punto di vista della riproduzione del capitale; popolazione superflua che è in costante crescita in tutto il mondo. Di conseguenza, più l'automazione progredisce, più il RBI sembra avere senso. Dico «sembra» perché tutta l'argomentazione si basa sull'ipotesi che il denaro ed il lavoro non abbiano relazione intrinseca, ed assolutamente necessaria, per il funzionamento della società capitalistica. In sostanza, manca qui qualsiasi concetto di ciò che Marx ha chiamato il «capitale fittizio» e del ruolo centrale che attualmente esso gioca nel mantenimento artificiale della riproduzione sociale capitalistica in declino.
Rimuovendo la relazione tra lavoro e denaro, il RBI dimostra di essere attraente per delle eminenti personalità quali Antonio Negri, Yánis Varoufákis, Elon Musk, Mark Zuckerberg et David Graeber. Sembra che tutti considerino il RBI come un elemento fondamentale della costituzione di una nuova società, arrivando perfino in alcuni momenti ad intenderla come una presunta società post-capitalista.
In un contesto simile, non è raro vedere la sinistra impegnata in esercizi di contabilità creativa per vedere se il RBI è una soluzione finanziariamente più sostenibile dello Stato assistenziale. Sia i partigiani dell'uno che quelli dell'altro continuano a trattare il lavoro come una «vacca sacra», e il denaro come se fosse una convenzione intermedia, anziché considerare il legame lavoro/denaro come il rapporto irrazionale e feticistico fondamentale, specifico della società capitalistica, del quale dobbiamo urgentemente sbarazzarci. La follia non è quella di voler abolire il denaro ed il lavoro; la follia consiste nel prolungare la società del denaro e del lavoro. I sostenitori del RBI appaiono essere i più ingenui in quanto, da un lato, ignorano quali siano gli effetti economici delle loro proposte; mentre dall'altra non si rendono conto che, nel contesto attuale, la contropartita è la disattivazione assolutamente certa di quelle che sono le già mediocri prestazioni ed aiuti sociali, insieme allo sviluppo di effetti sociali del tutto perversi. Da un punto di vista economico, immettere denaro senza alcuna sostanza di lavoro, vale a dire denaro che non rappresenta alcun dispendio di energia umana, a lungo termine significa la sua svalorizzazione ed un'inflazione generalizzata che si va ad aggiungere al processo storico di inflazione del XX secolo. In altri termini, per dirla con parole semplici: se dovessimo per caso avere un reddito di base incondizionato di 500 euro, ciò che accadrebbe a lungo termine è che ben presto i 500 euro diventerebbero più o meno zero. In un simile contesto, tutto sarebbe più o meno com'è oggi, ma un grado di individualismo competitivo ancora maggiore. Se il RBI dovesse venire associato alla fine dei servizi dello Stato sociale, se ad esempio dovessero scomparire le riforme sociali (come vorrebbero i liberali radicali), ecco che questo allora sarebbe solo un altro modo per costringere gli anziani a lavorare fino al giorno della loro morte; in altre parole, ciò che oggi sta accadendo in maniera non ufficiale per quel che riguarda un'importante percentuale di persone anziane, diverrebbe per tutti una politica ufficiale.
D'altra parte, dal punto di vista della forma politica, non dobbiamo dimenticare che le proposte di RBI trovano quasi sempre origine nel quadro dello Stato nazionale, il che significa che lo Stato deve imporsi nella concorrenza globale, in particolare attraverso le esportazioni, per raggiungere l'obiettivo economico che gli permetta la redistribuzione della ricchezza monetaria sotto forma di RBI. Detto altrimenti, si tratta necessariamente di una misura nazionalista. Ben presto, la discussione si concentrerebbe sui criteri di cittadinanza: chi sono ii «cittadini»? Chi è o chi non è idoneo a ricevere un RBI? Chi rimane fuori? Cosa significa questo per quel che riguarda gli immigrati? Come possiamo vedere, nel RBI esistono enormi potenziali di esclusione sociale, e vaste possibilità di atroci esercizi burocratici di quella che è la gestione delle persone. Alla prova dei fatti, dopo tutto, l'incondizionato e l'universale, si rivelerebbe ben presto molto condizionato e assai particolare.
Se si dice che il RBI è una misura sovranazionale, europea, per esempio, non si fa altro che cambiare la scala del problema. Per poter mettere in atto un RBI europeo, l'Europa dovrà imporsi a fronte della concorrenza mondiale; ciò ovviamente a scapito dei perdenti nella competizione, come i paesi del «Sud globale». La Fortezza Europa dovrà tenere duro, con una potenza militare ancora maggiore nei confronti delle ondate di immigranti. Non c'è da stupirsi del fatto che alcuni dei suoi apologeti auspichino una sorta di RBI mondiale, ma si tratta solo della quadratura del cerchio in una società che semplicemente non può immaginare un mondo senza denaro e senza lavoro. Chiunque sogni una società con un RBI permanente, semplicemente non si rende conto del fatto che il rapporto contraddittorio tra il denaro ed il lavoro obblighi il RBI ad essere sempre provvisorio, che piaccia o meno. Ma il RBI può avere, involontariamente, due aspetti vantaggiosi, sia transitori che contingenti. In primo luogo, può servire a forzare una discussione sociale più ampia intorno all'ormai declinante «etica del lavoro», e allo slogan secondo il quale «chi non lavora, non deve mangiare». È stato anche per questo motivo che negli ultimi anni André Gorz si è interessato al RBI. Se si pensa che sono qualche anno fa in tutto il paese c'erano affissi dei manifesti che dicevano «Non vogliamo soldi, vogliamo lavoro», si può vedere come da allora la percezione sociale, le discussioni provocate dalle proposte di RBI, siano un miglioramento. In secondo luogo, c'è il fatto che l'iniezione monetaria non provoca un'inflazione immediata dall'oggi al domani, ma solo a lungo termine, e che può conferire nell'immediato, momentaneamente, una maggior capacità di acquisto a coloro che oggi vivono nella miseria e permettere così  di guadagnare tempo, per quanto forse non sia troppo lungo, affinché l'umanità possa riflettere ed organizzarsi in modo da poter superare la decomposizione del capitalismo senza cadere in una barbarie globale. In questo senso, un RBI non costituisce né partecipa alla costruzione di una nuova società; ma esso può, tutt'al più, dare un margine di manovra per potersi sbarazzare del vecchiume. Questi benefici, per così dire, sono gli stessi che può procurare anche un reddito sociale di quarantena, senza però alimentare le illusioni degli ideologhi del RBI, secondo i quali noi ci troveremmo già in un nuovo regime sociale, se non addirittura in una società post-capitalista. Una pandemia mondiale non può essere esattamente l'ambiente ideale per una riflessione e per una pratica collettiva ed emancipatrice, ma in ogni caso è dove noi ci troviamo.
Le banche centrali e gli Stati possono essere chiamati ad intervenire in tal senso. È assai probabile che si tratti di due sfere d'azione differenti. Dopo il cosiddetto «quantitative easing» della crisi del 2008/2009, del quale hanno maggiormente beneficiato le banche, ora sembra che tutto indichi che sia in corso un nuovo ciclo di «quantitative easing», ma stavolta sarà rivolto all'«economia reale», ed è questo che si chiama «gettare soldi dall'elicottero». Lo fanno perché sanno che limitarsi solo a ripetere semplicemente solo le misure messe in atto per alleviare la crisi del 2008, rivolte al sistema finanziario e che si basavano sull'abbassamento dei tassi di interesse, oggi non avrebbe molto effetto sull'economia, e questo semplicemente perché le persone si trovano confinate nelle loro case. Ed ecco perché lo chiamano anche «quantitative easing for the people» (ed è in questo senso che vanno le proposte del "Libro" [*1]). Le banche centrali potrebbero fornire del denaro direttamente alle persone per permettere un minimo di riproduzione sociale, cosa che per il momento sembra poco probabile. Un «quantitative easing» può essere applicato anche alle imprese, con la banca centrale che fornisce del denaro ad alcune di esse, imponendo loro delle condizioni (come quella di non licenziare i lavoratori). Al posto delle banche centrali, è più probabile che siano gli Stati a mettere in atto queste misure attraverso il debito pubblico, cosa che è più vicina alle aspettative del RBI, ma che fondamentalmente non cambia la questione dal punto di vista della riproduzione sociale capitalistica nel suo complesso.
Stiamo solo girando in tondo, come in una sorta di «keynesismo d'emergenza», in un momento durante il quale tutti quanto sono improvvisamente diventati keynesiani. Improvvisamente, l'emissione di denaro disconnesso dal lavoro non è più una novità; ma è diventata una pratica comune in atto da decenni, ed è anche il modo in cui la riproduzione capitalistica globale «spinge a più non posso» verso il collasso di tutto il sistema, ipotecando in tal modo sempre più quello che è il plusvalore futuro, il quale, in realtà, non verrà mai prodotto, cosa che, in un dato momento, provocherà il collasso di tutto il sistema. L'assurdità di questa situazione, la si può vedere nella reazione agli stimoli economici da parte dell'amministrazione Trump nel contesto della pandemia, quando la giornata di quello che è stato più grande rialzo del mercato azionario statunitense, dal 1933, è arrivato esattamente nella stessa settimana in cui la disoccupazione statunitense ha battuto tutti i record, quasi 5 volte superiore al suo record precedente. La differenza fondamentale rispetto al salvataggio finanziario durante la crisi del 2008, è che, dal momento che i soldi vanno direttamente alla gente e non al sistema finanziario (luogo, quest'ultimo, relativamente disconnesso dall'economia reale, e che contribuisce alla formazione di bolle, cosa che accadrà comunque), assisteremo, a lungo termine, ad una svalorizzazione del denaro ancora più marcata e ad una inflazione corrispondente, in funzione, certamente, di quello che sarà l'importo in gioco e della durata della misura. Se a questo si aggiungono i problemi di produzione e di distribuzione dei bei di sussistenza che non mancheranno di verificarsi nel prossimo futuro, allora avremo un'impennata inflazionistica come non si è mai vista in tutta la storia del mondo. O certo, naturalmente, il problema si aggraverà ancora di più se il reddito sociale di quarantena si trasformerà in RBI, come molti cercano di fare, col rischio di conseguenze nazionalistiche e di esclusione sociale di cui ho parlato prima, alimentando così delle tendenze già esistenti.
In ogni caso, contrariamente alle proposte di RBI, che fanno di un'esigenza astratta di denaro la base di una società presunta come nuova, ciò che il reddito sociale di quarantena può garantire sono le condizioni concrete di sopravvivenza nel contesto della pandemia di coronavirus, cosa che, nella forma sociale capitalistica, non può essere soddisfatta se non su larga scale e attraverso la forma denaro, con quella velocità che esige la pandemia stessa. In tal senso, mi sembra ovvio che un reddito sociale sia una misura necessaria ed urgente, e credo che ciò debba essere rapidamente applicato in tutto il mondo, come ha sottolineato alcuni già la settimana scorsa, altrimenti nei mesi a venire, a quattro angoli del pianeta, sprofonderemo simultaneamente in una spirale di guerre civili e di economia di saccheggio. Se da un lato è ovvio che questi aiuti finanziari, e tutti gli altri che verranno, sono destinati a provocare una fiammata inflazionistica, d'altro canto è ugualmente importante tutelare nel modo più ampio possibile i bisogni sociali e materiali, avvalendosi dell'immensa capacità tecnica e scientifica oggi esistente, al di là di ogni preoccupazione per quel che riguarda l'insensata «sostenibilità finanziaria». Da questo punto di vista, e tenendo conto di alcune delle iniziative emerse in queste ultime settimane un po' dappertutto, una pandemia non è nemmeno il peggiore scenario per poter costruire una base sociale più ampia di sostegno contro le forme capitalistiche di esistenza e di pensiero.
Ma non facciamoci illusioni: il discorso politico tenderà ad accentuare il carattere umanitario della misura, me per lo Stato, la principale funzione di un reddito sociale in quarantena è quella di permettere un minimo assoluto di riproduzione sociale, quella di garantire la già precaria legittimità di molti governi e di prevenire una contestazione sociale violenta e generalizzata. Ecco perché nell'ultima settimana abbiamo visto un numero crescente di governi di diversa provenienza discutere o approvare degli aiuti finanziari e delle misure simili al reddito sociale di quarantena. L'amministrazione Trump parlare di emettere per ogni cittadino americano degli assegni del valore di mille dollari, da emettere nella prima metà di aprile; nel Regno Unito, sembra che ci sia già delle pressioni in tal senso; anche in Indica ci sono delle pressioni per estendere un sostegno, che somiglia ad un reddito di base, che lo Stato ha introdotto lo scorso anno per i contadini; in Brasile, oggi (il 31 marzo) il Senato ha approvato un reddito minimo di 600 Real per le persone a basso reddito, e si prevede che della misura beneficeranno circa 100 milioni di persone. Ho il sospetto che misure simile cominceranno probabilmente a comparire ovunque, per allentare le tensioni sociali e scongiurare il rischio di saccheggi. In questo contesto, l'esigenza di un reddito di quarantena sociale, soprattutto se si sviluppa nel tempo o prende la forma di un RBI, deve necessariamente accompagnarsi a delle forme di organizzazione e di mutuo appoggio che si dissociano sia da quelle che sono forme statali e nazionali sia da delle forme monetarie di relazioni sociali, e lottino in maniera risoluta contro ogni tendenza nazionalista ed economica, che sono potenzialmente di esclusione sociale.  Ciò sarà tanto più necessario per fare fronte alla crisi globale prossima ventura, il cui esito è ancora aperto.

- Bruno Lamas - 31 marzo 2020 -

NOTA: [*1] - Il "Libro" è un partito di sinistra portoghese che la settimana scorsa ha lanciato una petizione per un "quantitative easing" a livello europeo, per tutti gli europei.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

venerdì 3 aprile 2020

La miccia

Il Coronavirus ed il Collasso della Modernizzazione
- di Roswitha Scholz & Herbert Böttcher -

Il coronavirus è l'innesco, ma non è la causa dell'aggravamento della situazione di crisi. Accelererà la disintegrazione del capitalismo. In contrapposizione a quanto avvenne con la crisi del 2007/8, che si acutizzò nelle banche «sistematicamente importanti», ora anche l'economia reale deve ricevere miliardi di aiuti. Ancora una volta si fa appello allo Stato (sociale), che nella marcia trionfale del neoliberismo era stato screditato, in quanto amaca sociale e peso morto in quella che era la concorrenza per localizzare l'investimento. Quello che era diventato un arrogante modello di successo per il capitalismo della localizzazione degli investimenti, e che veniva «promosso finanziariamente», non era altro che una strategia per poter prolungare la crisi del capitalismo. Pertanto, non è stato un caso che il coronavirus ci abbia trovato con una sistema sanitario parzialmente privatizzato, che era stato danneggiato dai tagli e, nelle regioni in crisi, aveva subito a volte il completo collasso sia delle strutture di mercato che di quelle statali.
Fin dai primi esperimenti neoliberisti degli anni '70, che Augusto Pinochet - sostenuto da quei Chicago Boys che giravano intorno a Milton Friedman - aveva imposto in Cile nella sua dittatura militare assassina, i critici avevano notato che la parola d'ordine era quella secondo cui «Lo Stato sociale schiavizza. Lo Stato di polizia libera». In realtà, anche la successiva storia del neoliberismo si è legata all'intensificazione della repressione, soprattutto contro persone divenute superflue per la valorizzazione del capitale: a partire dai disoccupati e dai lavoratori precari, passando per i rifugiati e arrivano fino agli ammalati e gli anziani non produttivi. L'esclusione e la repressione non sono semplicemente il prodotto del capitalismo neoliberista, ma sono dovute alla connessione esistente tra capitalismo e democrazia, tra liberalismo e repressione, che è dove ha la sua base lo «stato di emergenza».  Negli ultimi decenni, lo «stato di emergenza» è diventato sempre più lo «stato normale», soprattutto per i rifugiati. Sotto la pressione della crisi del coronavirus, abbiamo assistito a deportazioni collettive forzate dalla Grecia alla Turchia. Nella crisi del capitalismo intensificata dal coronavirus, c'è da temere anche la repressione statale, combinata con una crescente persecuzione esercitata da parte della polizia e della magistratura (corruzione, rapporti con la mafia ecc.).
Così come è avvenuto nel 2015 con la «cultura dell'accoglienza», stavolta non possiamo affidarci agli appelli alla solidarietà. In ambito politico, non c'era stato nessuno che aveva pensato che le «risorse» per i senzatetto e per i mendicanti dovessero essere aumentate nel contesto della crisi del coronavirus. Le loro possibilità di ricevere donazioni dai passanti e/o di raccogliere bottiglie si sono drasticamente ridotte. Né si è pensato politicamente di aiutare quelle persone che dipendono dal programma Hartz IV e dalla pensione minima di vecchiaia, i quali si trovano a dover affrontare il peggioramento della situazione alimentare, dovuto all'aumento della domanda di prodotti a basso costo e alla scomparsa delle «mense dei poveri». Nel migliore dei casi, la solidarietà politica viene estesa a quelli che sono ritenuti importanti e «di rilevanza sistemica» e, al massimo, a quegli anziani che dovrebbero godersi il meritato pensionamento dopo una vita di lavoro.
In questa situazione, ad essere richieste, come «spazzine» della crisi, sono in particolare le donne. In questo ruolo, ricevono molte attenzioni. Tuttavia, va ricordato che questo riconoscimento arriva in un momento in cui il patriarcato capitalista si sta disintegrando. In questa fase, le donne si trovano sempre più coinvolte nella lotta per la sopravvivenza. La loro importanza e la loro funzione pertanto devono riflettersi in questo contesto, anziché limitarsi ad esigere la valorizzazione del lavoro delle donne ed un'adeguata remunerazione. Il processo di crisi fondamentale, visto nel suo insieme, dovrebbe essere il punto di partenza dell'analisi, e anche le riflessioni sugli interventi da fare. Nel frattempo, ci sono sempre più voci che rivendicano i diritti liberali alla libertà, e che nel contempo suggeriscono che andrebbe preparato un ritorno alla normalità, nell'interesse dell'economia. Perché questo avvenga, c'è anche chi sarebbe pronto a sacrificare le persone in quello che è il quadro della follia del darwinismo sociale. Ed è proprio agli anziani che viene negato il diritto alla vita [*1]. Non sorprende che abbiano qualcosa da dire anche i cosiddetti «esperti di etica imprenditoriale», come fa  Dominik H. Enste su Tagesspielgel (24.3.2020). Ci avverte, dicendo che, secondo la logica dell'utilitarismo, la salute non dev'essere troppo costosa. E come esempio cita gli inglesi: Essi «hanno definito chiaramente quanto può costare prolungare una vita: 30.000 sterline; in casi eccezionali fino a 70.000 o 80.000 sterline». Non ci vuole molta fantasia per immaginare come in futuro continueranno ad aumentare le richieste  di scegliere tra «fattori umani di costo». Si vorrebbe che venisse preparato il momento in cui la presunta normalità del capitalismo dovrebbe essere rimessa in moto, e riavviata nuovamente l'economia. C'è da temere che ciò porti ad ulteriori restrizioni e ad un maggior numero di distorsioni sociali che potrebbero anche causare saccheggi e disordini, come sta già cominciando a succedere in Sicilia. Per far fronte a questo, la polizia e l'esercito sono pronti per uno «stato di emergenza». Per poterlo mettere in atto, esistono piani del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti che devono permettere che si possono detenere a tempo indeterminato, e senza processo, le persone [*2]. Ciò significherebbe estendere Guantanamo a tutta la società. Il dibattito in corso in Germania, mostrano la tendenza secondo cui l'allentamento dello «stato di emergenza» sociale generale dovrà essere accompagnato da uno «stato di emergenza» limitato agli anziani ed ai gruppi a rischio, vale a dire, all'isolamento di queste persone. L'isolamento, insieme alle nuove ondate di impoverimento, di repressione  e soprusi, vanno a colpire, in quello che è un contesto di individualizzazione, proprio quelle persone che sono state trasformate in imprese individuali caratterizzate da un'alta concorrenza. Sono soprattutto le persone della classe media che si trovano ad essere scisse tra lo stress, diventato un loro status symbol, e gli imperativi al rilassamento dell'industria della scoperta di sé, dove il rilassamento diventa la massima prestazione, tirati di qua e di là, senza che si riesca a trovare un sé curato e guarito. Le conseguenze psico-sociali dell'isolamento, già si manifestano sotto forma di depressione e di escalation di violenza, soprattutto contro le donne, in situazioni un cui le persone diventano assolutamente autodistruttive e distruttive del loro ambiente circostante. Il soggetto della concorrenza, finalizzato alla «lotta di tutti contro tutti», corre il rischio di precipitare in una lotta sociale darwinista senza nessuna considerazione per le perdite, nella misura in cui sempre meno si vede un ritorno alla solita normalità, e si diffondono sempre più l'impoverimento e il declino sociale.
Quel che Robert Kurz ha descritto in molti dei suoi libri, e che conosciamo soprattutto per quel che attiene alle regioni globali degradate, ora con ogni probabilità verrà vissuto anche da noi in un modo che potremo toccare con mano. Le posizioni sulla crisi e sul collasso, come quelle assunte dalla critica della dissociazione-valore finora non sono state - e non sono tuttora - prese sul serio, oppure vengono addirittura ignorate dai movimenti sociali, perfino a sinistra. Nel frattempo, si possono trovare in circolazione dubbie fantasie cospirative come quella di Dirk Müller ("Mr. Dax") ed analisi del collasso come quelle di Friedrich/Weik, le quali, dopo il «più grande crollo di tutti i tempi», puntano ad un nuovo capitalismo, che adesso sarebbe in condizioni di funzionare meglio. Le sinistre si lanciano in un iper-social-democratismo tipo quello del Green New Deal, o della redistribuzione, o dell'espropriazione ecc. per continuare all'interno di questa forma di società. Vale a dire: tutta quanta l'umanità viene dichiarata classe operaia contro l'«uno per cento» dei possessori, e tutta la responsabilità della catastrofe non viene imputata al capitalismo ed alla sua «contraddizione in processo», bensì soprattutto al neoliberismo.
L'alternanza nell'occupazione dei poli del Mercato e dello Stato, a seconda di quello che è il corso della crisi, diventa sempre meno possibile, poiché nell'aggravarsi della crisi si ritrovano quelli che sono i suoi limiti immanenti sempre più marcati ed in maniera sempre più accentuata. Un ritorno allo Stato-nazione sarebbe fatale. La chiusura delle frontiere mostra a che livello sia il disorientamento, e rappresenta innanzitutto un gesto di sostituzione. Piuttosto, sarebbe necessario pragmatismo e cooperazione su scala internazionale, per poter contenere la crisi attuale aggravata dal coronavirus. La ricerca, i trasferimenti di beni ecc., la produzione di quelle che sono cose vitali dovrebbe essere controllata a prescindere dai confini nazionali, senza burocrazie e gratuitamente, in modo da poter contrastare altre conseguenza barbariche. La situazione obbligata in cui siamo richiede mutuo appoggio e cooperazione reciproca. Tuttavia, un simile pragmatismo e la congiunzione degli sforzi non devono essere confusi in maniera kitsch con l'emergere di un'altra società. Questo potrà essere visto solo quando, pensando ed agendo, si arriverà ad una rottura con le forme di socializzazione della dissociazione-valore.

- Roswitha Scholz & Herbert Böttcher -  (per “Exit!”) - scritto alla fine di Marzo 2020 -

NOTE:

[*1] - Cfr. Klaus Benesch: Money before Lives, Telepolis de 26.3.2020.
[*2] - Cfr. Florian Rötzer:Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Telepolis de 23.3.2020.

fonte: EXIT!

giovedì 2 aprile 2020

Un Episodio senza fine

Nello specchio scuro della pandemia
di Gabriel Zacarias

Ho parlato con un amico che vive a Bergamo, una città del nord Italia dove ho vissuto e studiato, e che oggi è una delle più colpite dall'epidemia di Coronavirus. Mi ha descritto la situazione come se fosse «un episodio di Black Mirror che non finisce mai». In effetti è difficile respingere la sensazione che stiamo vivendo in una distopia, una di quelle che vengono rappresentate in molte serie televisive di genere. E non è a caso che Black Mirror, forse la più famosa di questo genere di serie, abbia nel suo titolo la parola «specchio». Quello che viene rappresentato nei suoi episodi non è affatto un mondo lontano - un'epoca distante, delle galassie lontane, o degli universi paralleli -  ma è bensì un futuro prossimo di datazione incerta. Le sue trame, allo stesso tempo estranee e familiari, ci portano ad immaginare che cosa potrebbe significare il rafforzarsi di alcune tendenze già presenti nella nostra quotidianità. Quel che stiamo ora vivendo, può essere compreso allo stesso modo: il cambiamento che irrompe nelle nostre abitudini, sembra annunciare un futuro già arrivato. Cosa possiamo capire del mondo in cui viviamo, a partire da questo «episodio senza fine»? I momenti eccezionali, o i momenti di crisi, possono aiutarci a rivolgere uno sguardo critico su ciò che ciascuno di noi considera come se fosse «normale». Altrove, ho suggerito di guardare nello «specchio del terrore» per poter riuscire a meglio comprendere la società del tardo capitalismo che ha dato origine alle nuove forme di terrorismo [*1]. Analogamente, ritengo sia pertinente riflettere a partire dall'immagine che vediamo formarsi sullo specchio scuro della pandemia. La situazione ci invita a pensare su diversi piani: sul piano dell'organizzazione politica, su quello della riproduzione economica, sul piano della relazione con la natura e sul piano dell'uso della scienza. Qui, mi limito a problematizzare e a mettere in discussione  l'idea del «distanziamento sociale», rapidamente accettato in quanto norma globale, che determina il divieto di incontrarsi insieme alla normalizzazione di una vita quotidiana vissuta in isolamento. La situazione pandemica si basa su una contraddizione che va sottolineata. La rapida espansione dell'epidemia è il risultato di quei flussi globali che hanno unificato le popolazioni su scala planetaria. È dalla pandemia che nasce il paradosso di una popolazione globale che si trova ad essere unificata in uno status unitario di isolamento. Ci troviamo, insomma, in un isolamento concreto degli individui in quello che è un mondo completamente connesso. Un simile paradosso non è esclusivo della pandemia, ma è un paradosso che la pandemia ha portato all'estremo, rendendolo visibile. In realtà, la dialettica tra separazione ed unificazione (di quello che si trova ad essere separato) è alla base dello sviluppo di quel capitalismo occidentale che a unificato il pianeta.
Guy Debord aveva già sottolineato questa contraddizione strutturante allorché cercò di comprendere la fase «spettacolare» del capitalismo, come si stava annunciando nel secolo scorso. Quello che lui ha chiamato «Società dello Spettacolo», era una forma sociale basata sul principio di separazione. Ciò che è stato sovente descritto come una società di comunicazione di massa, poteva essere compreso al contrario come una società in cui la capacità di comunicare era stata enormemente perduta. La comunicazione, nel suo significato profondo, era la prerogativa della vita comunitaria, era un linguaggio comune che veniva prodotto da un'esistenza in comune. Alla società del capitalismo avanzato è occorso esattamente il contrario. Il suo espandersi nello spazio - grandi città, periferie lontane, circolazione  economica globale - insieme alla razionalizzazione del lavoro, fatta a partire dall’iper-specializzazione dei compiti individuali, ha significato l'allontanamento concreto tra le persone e la perdita della comprensione comune; un fattore che è stato amplificato dal monopolio statale dell'organizzazione della vita collettiva. La progressiva scomparsa della comunità e della sue forme di comunicazione era il presupposto per la nascita dei mass media - i quali sono stati esattamente il contrario dei mezzi di comunicazione, dal momento che si basavano proprio sul crescente isolamento reale. I milioni di spettatori che si prostrano di fronte agli apparecchi televisivi, consumando le medesimi immagini senza poterne parlare, rimangono un'immagine assai chiara del fatto che lo spettacolo, come ha scritto Debord: «riunisce il separato, ma lo riunisce in quanto separato» (§29). Alcuni ritengono che questa critica sia diventata obsoleta grazie all'avvento di Internet e delle tecnologie che ne derivano. Al posto degli spettatori prostrati davanti ai televisori di ieri, oggi avremmo degli spettatori «attivi» che si scambiano messaggi, che producono e diffondono i loro propri contenuti. Ma la verità è che non c'è stato nulla che nell'ultimo mezzo secolo abbia messo in discussione la fondamentale separazione che sta alla base dello sviluppo stesso delle tecnologie di comunicazione. La solita abituale scena degli amici intorno ad un tavolo di ristorante, i quali, anziché parlare, fissano lo schermo dei propri cellulari, dovrebbe essere sufficiente a dimostrare questa verità. Oggi, il separato viene riunito in quanto separato perfino laddove occupa lo stesso spazio fisico. Ciò di cui siamo stati derubati, in questo momento di pandemia, è stata la possibilità di condividere lo spazio fisico. Nelle condizioni attuali, per la popolazione mondiale,  la proibizione di incontrarsi e l'obbligo dell'isolamento appaiono più facilmente accettabili di quanto lo sarebbero stati il divieto o un guasto di Internet o dei social network. Ironicamente, il «distanziamento sociale» viene ora rivendicato per salvare una società che è sempre stata basata sul distanziamento. L'unico luogo di incontro esistente in una società produttrice di merci è, in realtà, il mercato: è lì che le merci portano, tenendoli per mano, i loro produttori e consumatori, ed è a nome di quelle merci che gli uomini si incontrano. Ed è l'assenza di questi incontri, oramai proibiti, a sbalordire tutti: la chiusura degli spazi di lavoro e di consumo. Ma il capitalismo, che una volta era un rapporto sociale meditato da delle cose, si è scisso e si è sdoppiato in un rapporto sociale mediato da delle immagini. Ora è possibile entrare in un luogo, senza essere lì. Ormai è possibile lavorare (fino ad un certo punto) e consumare (illimitatamente) senza che ci sia bisogno di uscire dalla propria casa. Si può avere tutto a portata di mano (o, piuttosto, alla portata del dito che tocca lo schermo), si può avere tutto senza uscire di casa: non era forse questa promessa di felicità che veniva offerta dal mercato, e che veniva ripetuta in ogni pubblicità, la promessa di una vita in isolamento? Lo stato di emergenza della pandemia sembra quindi aver realizzato, almeno in parte, il sogno del capitalismo. Nel caso che l'episodio distopico in cui stiamo vivendo in questo momento si riveli un «episodio senza fine», potrà allora essere d'aiuto immaginare una popolazione che sia del tutto abituata alle relazioni virtuali, a quell'isolamento che si alimenta di Netflix e dei servizi di consegna a domicilio. Saranno vietati i viaggi: limitati solo al flusso di merci, grazie ad un settore produttivo in gran parte automatizzato. Lo spettacolo, che da tempo cercava ad ogni costo di distruggere la strada, di abolire gli incontri e di fare scomparire ogni spazio di dialogo - in modo da annientare ogni alternativa alla pseudo comunicazione spettacolare - realizzerà finalmente il suo obiettivo. Lo spazio reale, abbandonato dagli esseri umani confinati e costretti a fuggire nella virtualità, finirebbe per appartenere solo alle merci. Alla fine, la circolazione umana, «sottoprodotto della circolazione delle merci», diverrebbe così superflua, ed il mondo intero verrebbe ceduto alle «merci e alle loro passioni» (Debord, §66 e §168).
Questo è solo un esercizio di immaginazione, uno scenario improbabile, per ora. Tuttavia, è facile prevedere che in futuro assisteremo ad un aumento del controllo dei flussi globali e della circolazione delle persone, con pretesti sanitari, insieme ad una graduale normalizzazione di quelle che sono le attuali procedure di emergenza (similmente a quanto abbiamo visto per il terrorismo dopo l'11 settembre 2001). Ad ogni modo, fare delle previsioni in un contesto talmente incerto è sempre un azzardo. Ma il momento richiede riflessione, e c'è bisogno di pensare a ciò che sappiamo e a cosa di meglio possiamo fare. Ciò che in questo momento percepiamo come meno problematico, è indubbiamente proprio quello che esige di essere messo in discussione. Dobbiamo aspettarci che il distanziamento sociale venga convertito in distanziamento o in «effetto distanziamento» (Verfremdungseffekt)  in quello che è il senso attribuitogli da Brecht:  quello di rottura con la rappresentazione autonomizzata della società dello spettacolo e delle sue illusioni (delle quali, la più grande di tutte è proprio quella dell'economia capitalista, quella della riproduzione insensata ed incessante del valore astratto a scapito della vita). Una distanziazione da quella che è questa forma di società: un'occasione necessaria che ci permetta di ripensare in maniera critica quelle che sono le separazioni su cui si fonda, insieme a quelli che sono i limiti che il capitalismo ha imposto alla vita quotidiana.

- Gabriel Zacarias - Marzo 2020 -

NOTE:

[*1] - Gabriel Zacarias, No espelho do terror: jihad e espetáculo, São Paulo: Elefante, 2018.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

mercoledì 1 aprile 2020

Guerra e Pandemia

Un'economia di guerra?
- di Michael Roberts -

Se le pandemie fossero uguali in tutti i paesi, l'immagine che vediamo qui sopra ci indicherebbe il modo in cui finirà questa, di pandemia. In tutti i paesi il coefficiente che indica la relazione tra inizio e fine dell'infezione sarebbe di 40-50 giorni. Ma molti paesi ancora non sono nemmeno vicini al punto di picco, e non c'è alcuna garanzia che il picco ci sarà nello stesso momento, visto che i metodi di limitazione e prevenzione (analisi, autoisolamento, quarantena e lockdown) funzionano diversamente. Ma alla fine ci sarà un picco ovunque, e la pandemia si attenuerà, anche se lo farà solo per tornare l'anno successivo, forse. Ciò che appare chiaro è che il blocco che sta avendo luogo in così tante economie maggiori provocherà un enorme crollo della produzione, degli investimenti e dei redditi nella maggior parte di queste economie. L'OCSE riassume meglio quale sia il quadro. L'effetto che avrà l'impatto dovuto alla chiusura delle attività potrebbe causare una riduzione del 15%, o più di quello che è il livello di produzione in tutte le economie avanzate, e nelle principali economie dei mercati emergenti. Nell'economia centrale, la produzione diminuirebbe del 25%... «Per ogni mese di contenimento, ci sarà una perdita di 2 punti percentuali nella crescita annuale del PIL».

Rileggendo il mio libro, "The Long Depression", ho scoperto che la perdita di PIL, nelle maggiori economie, dall'inizio della Grande Recessione del 2008, attraverso i 18 mesi che ci hanno portato a metà del 2009, è stata superiore al 6% del PIL.  In quel periodo, il PIL reale globale è sceso di circa il 3,5%, mentre le cosiddette economie dei mercati emergenti non hanno avuto nessuna contrazione (dal momento che la Cina ha continuato ad espandersi). In questa pandemia, se le principali economie rimangono bloccate per due mesi, e forse più (il blocco di Wuhan, in Cina, non verrà revocato fino alla prossima settimana; di modo che si parla di più di due mesi), allora è probabile che il PIL globale si contrarrà più di quanto ha fatto nella Grande Recessione. Naturalmente, la speranza sarebbe che il blocco sia di breve durata. Come ha detto il segretario generale dell'OCSE, Gurria: «non sappiamo quanto tempo ci vorrà per porre rimedio alla disoccupazione e alla chiusura di milioni di piccole aziende; ma parlare di una ripresa rapida è solo un pio desiderio». Chiaramente, l'idea del presidente Trump secondo cui l'America possa tornare a lavorare a partire dalla domenica di Pasqua non è realistica. Tuttavia, nella speranza che i blocchi siano di breve durata e partire dal fatto che non ci sia altra scelta per poter sopprimere la pandemia, i governi pro-capitalisti hanno fatto tutto ciò che era possibile per evitare il peggio per le loro economie. La prima priorità è stata quella di salvare le attività capitalistiche, soprattutto per le grandi imprese. Perciò le banche centrali hanno ridotto a zero, se non ancora a meno, i loro tassi di interesse; e sono stati annunciati miriadi di agevolazioni creditizie e di programmi di acquisto di obbligazioni, al cui confronto i salvataggi e le misure di quantative easing degli ultimi dieci anni impallidiscono. I governi hanno annunciati garanzie su prestiti e sovvenzioni per le imprese per un ammontare mai visto prima. Globalmente, ho calcolato che i governi hanno annunciato pacchetti di «stimolo» fiscale per un importo pari a circa il 4% del PIL, più un altro 5% di PIL in garanzie del credito e dei prestiti al settore capitalistico. Per la Grande Recessione, i salvataggi fiscali erano arrivati solo al 2% del PIL mondiale.

Se prendiamo il pacchetto di 2 trilioni di dollari concordato dal Congresso degli Stati Uniti, assai superiore a quello stanziato nel corso del disastro finanziario del 2008-9, vediamo che due terzi di esso andranno in rifinanziamenti in contanti ed in prestiti non ripagabili per le grandi imprese (compagnie di viaggio, ecc.) e per le aziende più piccole, ma solo un terzo per aiutare a sopravvivere quei milioni di salariati e di lavoratori autonomi per mezzo di un elemosina in contanti e attraverso il differimento delle imposte. Lo stesso avviene nel Regno Unito e in Europa con i pacchetti pandemici: per prima cosa, salvare le attività capitalistiche; e poi, in secondo luogo, fare sopravvivere la popolazione che lavora.Sono previsti contributi per i lavoratori licenziati e per i lavoratori autonomi, solo per due mesi, e in molti casi le persone non riceveranno denaro contante per settimane, se non addirittura per mesi. Pertanto, queste misure sono ben lontane dal dare un sostegno sufficiente per quei milioni di persone che sono già state bloccate o che si sono viste licenziate dalle loro aziende .

È ingenuità, se non davvero ignoranza, quella di economisti premi Nobel, come Joseph Stiglitz, Chris Pissarides o Adam Posen, che elogiano schemi come quelli del governo britannico solo perché sarebbe «più generoso» di quello statunitense. «Il Regno Unito ha il merito di avere realmente invertito la sua austerità, e di essere molto ambizioso e coerente», ha detto Posen che è stato un policy-maker della Bank of England (BOE) ai tempi della crisi finanziaria. «La lista dei desideri, in termini di progetti, di dimensioni, di contenuto e di coordinamento; è tutto fantastico». In questo modo, l'inglese arci-keynesiano Will Sutton ha riassunto un simile umore: «è stato attraversato un Rubicone. Il Keynesismo  è stato rimesso a quello che deve essere il suo posto nella vita pubblica britannica». Anche i vecchi sostenitori dell'austerity si sono uniti a questo coro di elogi, incluso l'ex cancelliere del Regno Unito, George Osborne. L'opinione pubblica inglese e americana sembra anche essere convinta che i pacchetti siano generosi, visto che gli ultimi sondaggi suggeriscono una ripresa di consensi a sostegno del bugiardo Presidente Trump e del «Operazione Ultimo Respiro» Primo Ministro Johnson. Sembra che durante la crisi, ovunque, quelli che sono i governanti in carica abbiano guadagnato sostegno. Ma la cosa potrebbe non durare, ad ogni modo, se il blocco continuerà e la recessione comincerà a farsi sentire. La realtà è che il denaro che va ai lavoratori, se paragonato a quello per le grandi imprese, è minimo. Per esempio, il pacchetto del Regno Unito offre un 80% di quello che è il salario per i dipendenti e delle entrate per i lavoratori autonomi. Ma in realtà questo non è altro che la solita indennità di disoccupazione che in Europa viene offerta da molti governi. Il Regno Unito aveva un indice di indennità molto basso, che ora è stato portato alla media europea, e questo è stato fatto tra l'altro solo per pochi mesi. E ciò nonostante ci saranno milioni di persone che non ne usufruiranno. Inoltre, nessuna di queste misure eviterà la recessione, e non saranno sufficienti a ripristinare la crescita e l'occupazione nella maggior parte delle economie capitaliste nel corso del prossimo anno. È perfino possibile che questa recessione pandemica non possa avere una ripresa a forma di V, come sperano la maggior parte delle previsioni tradizionali. È assai più probabile una ripresa a forma di U (cioè una recessione che duri un anno o due). E c'è inoltre il rischio di una ripresa molto molto lenta, che somiglia più che altro ad una L curva, come fino ad adesso ha cominciato ad apparire in Cina.

In realtà, l'economia mainstream non sa che pesci pigliare. Il punto di vista keynesiano, ci viene offerto da Lord Skildesky, biografo di Keynes. Skildesky ha evidenziato come i blocchi siano l’opposto di quello che è il tipico problema keynesiano della «carenza di domanda». In effetti, si tratta di un problema di carenza di offerta, dal momento che la più parte dei lavoratori produttivi ha smesso di lavorare. Ma Skildesky non la vede in questo modo. Quello che vediamo, ritiene che non sia un «collasso dell'offerta» ma piuttosto un «eccesso di domanda». Ma l’«eccesso di domanda» è lo specchio della «scarsa offerta». Il problema è da dove cominciare: sicuramente tutto inizia a partire dalla perdita di produzione e di creazione di valore, e non dall'«eccesso di domanda». Skildesky ci dice che «normalmente, una recessione viene innescata da un fallimento bancario o da un crollo della fiducia nelle imprese. La produzione si blocca, i lavoratori vengono licenziati, il potere di acquisto diminuisce e la recessione si diffonde a partire da riduzione multipla della spesa. L'offerta e la domanda precipitano insieme, fino a che l'economia non si stabilizza ad un livello più basso. In simili circostanze, Keynes ha detto che la spesa pubblica dovrebbe aumentare per compensare la caduta della spesa privata».
Chi legge il mio blog, sa bene che a mio avviso, mentre una recessione può essere «innescata» da un fallimento bancario o da «un crollo della fiducia nelle imprese», questi fattori scatenanti non sono la causa soggiacente a quelle che sono le crisi ricorrenti nel capitalismo. Perché a volte i fallimenti bancari non causano una recessione e perché improvvisamente avviene un crollo della fiducia nelle imprese? La teoria keynesiana non è in grado di rispondere. Skildesky continua dicendo che se la crisi è una crisi di «eccesso di domanda», allora dobbiamo ridurre la domanda fino a che essa incontri l'offerta! Io penserei che piuttosto sarebbe meglio uscire da questa recessione aumentando la produzione fino a che essa non incontri la domanda, ma andiamo avanti. Skildesky precisa che «non è che le imprese vogliono produrre meno.  Sono costrette a produrre meno perché ad una parte della loro forza lavoro viene impedito di lavorare. L'effetto economico è simile a quello esercitato dalla coscrizione in tempo di guerra, quando una parte della forza lavoro viene sottratta alla produzione civile. La produzione di beni civili diminuisce, ma la domanda complessiva rimane la stessa: semplicemente, essa viene redistribuita, dai lavoratori che producono beni civili ai lavoratori arruolati nell'esercito o riallocati per produrre munizioni. Cosa accade oggi, verrà determinato a partire da quello che accade al potere di acquisto di coloro che sono costretti a rimanere inattivi». Davvero? Nell'economia di guerra, tutti quanti lavorano ancora - infatti, durante la seconda guerra mondiale, c'era davvero la piena occupazione, nella misura in cui veniva spinta la macchina bellica. Attualmente, oggi, nel giro di pochi trimestri  ci stiamo dirigendo verso quello che è il più grande incremento della disoccupazione, che ci sia mai stato in tutta la storia economica. Questa non è un'economia di guerra. Skildesky ci ricorda che la soluzione di Keynes riguardo all'«eccesso di domanda» nell'economia di guerra, è stata quella di proporre un aumento della tassazione. «Nel suo pamphlet, "Come pagare per la guerra" (1940), ha detto che il consumo civile deve essere ridotto per liberare risorse per il consumo militare. Senza un incremento del risparmio volontario, c'erano solo due modi per poter ridurre il consumo civile: o l'inflazione, o tasse più alte».
«La soluzione, che lui ed il Tesoro avevano trovato insieme, era quella di aumentare l'aliquota standard dell'imposta sul reddito fino al 50%, insieme ad un'aliquota marginale massima del 97,5%, ed abbassare contemporaneamente la soglia per il pagamento delle imposte. Quest'ultima misura avrebbe portato 3,25 milioni di contribuenti extra nella rete della tassa sul reddito. Avrebbero pagato tutti, l'aumento delle tasse richiesto dallo sforzo bellico, ma il pagamento delle tasse da parte di 3 milioni di persone sarebbe stato rimborsato dopo la guerra, sotto forma di crediti di imposta. Ci sarebbe stato anche un razionamento di quelli che esano i beni essenziali». Wow! Perciò, la risposta di Skildesky all'attuale recessione è quella di aumentare le tasse, anche per quelli che si trovano in fondo alla scala dei redditi, in modo da poter loro impedire di spendere troppo e causare inflazione! Egli finisce dicendo che la pandemia «dovrebbe rendere più profonda quella che è la nostra comprensione di cosa significa essere keynesiani». E certo!
La situazione attuale non è quella di un'economia di guerra, come dice James Meadway. Quando colpì la pandemia di quella che venne chiamata "Spagnola", ci trovavamo proprio alla fine della prime guerra mondiale. Quella pandemia, negli Stati Uniti causò 675.000 decessi, ed almeno 50 milioni di morti in tutto il mondo. L'influenza non distrusse l'economia statunitense. Nel 1918, l'anno in cui i decessi per l'influenza raggiunsero il culmine negli Stati Uniti, i fallimenti commerciali furono mena della metà di quelli prebellici, e nel 1919 furono ancora meno (si veda il grafico). Spinto dallo sforzo produttivo, nel 1918 il PIL reale degli Stati Uniti aumentò del 9%, e di circa l'1% l'anno successivo, anche quando infuriava l'influenza.

Naturalmente, allora non ci fu alcun blocco, e le persone vennero lasciate semplicemente a vivere o a morire. Ma il punto è che, una volta finito l'attuale blocco pandemico, quello di cui c'è bisogno per rilanciare la produzione, gli investimenti e l'occupazione, è proprio qualcosa che somiglia all'economia di guerra; non un salvataggio delle grandi aziende per mezzo di sovvenzioni e prestiti, cosicché loro possono tornare alla solita routine. Questa recessione può essere invertita solo attraverso misure simili a quelle belliche, vale a dire, massicci investimenti pubblici, proprietà pubblica dei settori strategici e direzione statale di quelli che sono i settori produttivi dell'economia. Ricordate, ancor prima che il virus colpisse l'economia globale, c'erano molte economie capitalistiche che stavano rallentando velocemente, o che si trovavano già in piena recessione. Negli Stati Uniti, una delle economie con i migliori risultati, la crescita reale del PIL nel quarto trimestre dello scorso anno era scesa sotto il 2% annuale, con previsioni di un ulteriore rallentamento quest'anno. Gli investimenti delle imprese erano stagnanti, e gli utili non finanziari delle imprese continuavano a calare da 5 anni. Il settore capitalista non era, e non è in grado di guidare una ripresa economica che possa riportare alla piena occupazione e all'aumento dei redditi reali. Ciò richiede che a guidare sia il settore pubblico.
Andrew Bossie e J.W. Mason hanno appena pubblicato un documento esplicativo su quella che è stata l'esperienza del settore pubblico dell'economia statunitense in tempo di guerra. Ci mostrano come, tanto per cominciare, l'amministrazione  Roosevelt abbia offerto al settore capitalistico ogni sorta di garanzie sui prestiti, sugli incentivi fiscali, ecc.. Ma era ben presto diventato chiaro che il settore capitalistico non avrebbe potuto essere in grado di svolgere il compito di portare a termine lo sforzo bellico, dal momento che non avrebbe investito, o incrementato quelle che erano le capacità, senza garanzie di profitto. Ecco che così ebbe il sopravvento l'investimento pubblico diretto e venne imposta la direzione esercitata dal governo. Bossie e Mason hanno scoperto che a fronte di una crescita del PIL dall'8 al 10% , durante gli anni '30, la spesa federale dal 1942 al 1945 crebbe ad una media di circa il 40% del PIL. E cosa ancora più significativa, durante la guerra, la spesa per i contratti sui beni e sui servizi è stata in media del 23%. Attualmente, nella maggior parte delle economie capitalistiche, gli investimenti del settore pubblico corrispondono a circa il 3% del PIL, mentre gli investimenti del settore capitalistico sono superiori al 15%. Durante la guerra, tale rapporto era rovesciato. Ho mostrato gli stessi risultati in un mio post del 2012. Cito da quel post: «Ciò che è avvenuto, è stato un massiccio aumento negli investimenti governativi e nella spesa pubblica. Nel 1940, gli investimenti del settore privato erano ancora al di sotto del livello del 1929, e durante la guerra sono ancora ulteriormente calati. In questo modo il settore statale si è impadronito di quasi tutti gli investimenti, dal momento che le risorse (valore) sono state dirottate verso la produzione di armi ed altre misure di sicurezza nel contesto dell'economia di guerra». Keynes stesso, ha detto che l'economia di guerra ha dimostrato che «Sembra politicamente impossibile per una democrazia capitalistica organizzare le spese su una scala necessaria a poter fare grandi esperimenti per dimostrare la mia tesi; eccetto che in condizioni di guerra».

L'economia di guerra non ha stimolato il settore privato, ma ha sostituito il «libero mercato» e gli investimenti capitalisti per il profitto. Per poter organizzare l'economia di guerra ed assicurare che produca i beni necessari alla guerra, il governo Roosevelt diede vita a tutta una serie di agenzie di mobilitazione che non solo spesso acquistavano beni, ma che ne dirigevano direttamente da vicino la produzione, ed influenzavano pesantemente il funzionamento delle compagnie private e di intere industrie. Bossie e Mason concludono che: «tanto più, e più velocemente, l'economia ha bisogno di cambiare, tanta più pianificazione è necessaria. Assai più che in qualsiasi altro periodo della storia americana, l'economia in tempo di guerra è stata un'economia pianificata. Il massiccio e rapido passaggio dalla produzione civile alla produzione militare, richiedeva una direzione assai più responsabile rispetto a quella di un normale processo di crescita economica. Anche la risposta nazionale al coronavirus e la transizione e la conversione dal carbonio richiederanno anch'esse un grado di pianificazione da parte del governo, assai più alto del normale». Ciò che la storia della Grande Depressione e della guerra ha dimostrato, è che, una volta che il capitalismo si trova nello sprofondo di una lunga depressione, allora deve avvenire una profonda distruzione che rada al suolo tutto ciò che il capitalismo aveva accumulato nei decenni precedenti, prima che diventi possibile una nuova era di espansione. Non c'è politica che possa evitarlo e che possa preservare da questo il settore capitalistico. Se questa volta ciò non dovesse avvenire, allora la Lunga Depressione che l'economia globale capitalistica ha subito a partire dalla Grande Recessione potrebbe entrare in un nuovo decennio. Le maggiori economie (lasciamo perdere le cosiddette economie emergenti) lotteranno per poter uscire da questa enorme recessione a meno che la legge del mercato  e del valore non venga sostituita dalla proprietà pubblica, dagli investimenti e dalla pianificazione, utilizzando tutte le competenze e tutte le risorse delle persone che lavorano. È questo che questa pandemia ci ha mostrato.

- Michael RobertsPubblicato il 30/3/2020 su Michael Roberts Blog -