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domenica 7 aprile 2013

Diario de campaña

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Sarà proprio lui, "El Viejo", "Il Vecchio", come lo chiamano a dispetto dei suoi soli 39 anni, lui, Cipriano Mera, antimilitarista fervente, il più convinto propugnatore della militarizzazione delle milizie; per poter affrontare una guerra civile spagnola, che non è più una rivoluzione ma una spietata carneficina.
Una decisione assai dura, per Cipriano, dettata dalla necessità di confrontarsi col nemico. La conosce assai bene, Cipriano, la necessità. Ci ha dovuto fare i conti da subito, nel corso della sua vita. E lo farà fino all'ultimo giorno, nel corso di quella guerra. Fino al 29 marzo del 1939. Sarà suo. l'ultimo fronte. Negrin, La Pasionaria, Modesto, Lister, El Campesino e Carrillo si trovano, già da un mese e più, in Francia, e sarà Largo Caballero in persona a congratularsi con Cipriano Mera per la sua resistenza in Spagna: le congratulazioni gli arrivano direttamente dall'esilio. Il giorno prima che lasciasse la Spagna, il 28 marzo, aveva ricevuto due valigie con gioielli e denaro - come tutti gli altri capi repubblicani. Le devolverà al Banco de España, accompagnate da una nota "Da parte di Cipriano Mera".

Cipriano Mera

Se ne può convenire o meno, ma Cipriano si rese conto che sottomettere i suoi uomini alla disciplina militare, era l'unica possibilità che avevano per uscire vivi dalla guerra contro un nemico disciplinato e ben equipaggiato. Uscirne vivi e vincere. Come aveva fatto a Guadalajara, sfruttando il fattore sorpresa, contro le truppe di Mussolini che subirono pesantissime perdite e fuggirono abbandonando gran parte dell'equipaggiamento. Degli uomini di Cipriano, invece, ne morì uno solo, di freddo; e un altro rimase ferito per essersi sparato, per sbaglio, un colpo al piede. Oppure, come aveva fatto a Cuenca, quando con 80 miliziani espugnò una caserma dove si erano barricate 300 guardie civili. "Mi chiamo Cipriano Mera e i miei uomini, qui fuori, vi distruggeranno" - lo disse con tale convinzione che le guardie si arresero, senza che venisse versata una sola goccia di sangue. Erano le sue doti: quelle di cacciatore di frodo nella tenuta del Palazzo Reale di El Pardo; quelle di attore, che aveva coltivato nei teatri sociali degli Atenei Libertari. Quante volte si travestì per attraversare il fronte, per infiltrarsi, per avere notizie di prima mano su quello che andava a succedere. Peccato che quel film di Otto Preminger, sulla sua vita, non arrivò mai ad essere girato!

Il documento scritto a macchina - che riporto qui sotto - sono i diari di guerra del IV Corpo dell'Esercito del Centro. E' un documento inedito, mai stampato né, tanto meno, tradotto dallo spagnolo. E' stato ritrovato in un armadio - insieme ad altri manoscritti, ricordi di quest'uomo - in una casa dove vivevano i suoi nipoti che non sapevano niente del passato di Cipriano Mera.

lunedì 7 dicembre 2009

Maletas



Il modo migliore per comprendere Cipriano Mera, muratore anarchico che arrivò al comando della 14a Divisione dell'esercito repubblicano durante la guerra civile, consiste nello svelare il contenuto di due valigette. La prima cadde nelle sue mani dopo aver sconfitto le truppe di Mussolini nella battaglia di Guadalajara (marzo 1937). Era del generale italiano Annibale Bergonzoli. Dentro, c'erano "foto del militare vestito solo di biancheria intima femminile". Non sappiamo cosa sia passato per la testa di Mera, quando vide il suo nemico travestito da donna, ma ordinò di bruciare le foto e si tenne la valigetta italiana.
Due anni più tardi, durante le giornate caotiche della caduta di Madrid, ebbe l'opportunità di scambiare la valigia di Bergonzoli con un'altra piena di soldi e gioielli. Ma non lo fece (anche se qualcuno ha pensato che si fosse tentu). Spedì la borsa del tesoro al Banco di Spagna, con la seguente nota: "Da parte di Cipriano Mera". Non sarebbe stata l'ultima volta che quest'uomo, che proveniva dalla miseria di un piccolo letto condiviso con otto fratelli, che apprese a leggere e scrivere all'età di 23 anni e che praticò l'azione diretta contro la dittatura di Primo de Rivera e i pistolerois padronali, si sarebbe dimostrato persona retta e integra fino alla fine!
Poi Mera andò in esilio in Africa: tre anni di prigionia, fughe e campi di concentramento nei territori francesi del Nord Africa. Come se non fosse stato abbastanza aver perso la guerra, i suoi problemi si aggravorono in seguito ad un equivoco. Circolavano su di lui tutti i tipi di leggende a proposito di enormi quantità di denaro saccheggiato in Spagna dai capi dell'esercito repubblicano. Sia le autorità francesi a Casablanca, così come le spie Franco e qualche altro rifugiato stalinista, credevano che Mera nascondesse nella sua valigia ora sufficiente ad organizzare una guerriglia anarchica contro Franco. Tutto ciò gli rese la vita impossibile. Una situazione che mise a dura prova i suoi nervi. "E' ripugnante che gli uomini debbano rifuggire dagli uomini per poter vivere», annotava nel suo diario mentre vagava per i deserti del Marocco.
Infine fu trasferito in un carcere spagnolo dove penò per tre anni, fino a quando, in un tentativo da parte delle autorità di ripulire la propria immagine all'estero, gli fu concessa la grazia. Ma Mera era quel che era: il giorno della sua liberazione promunciò, rivolto ai suoi carcerieri, uno dei giudizi più duri sulla Spagna degli anni Quaranta: "Non mi concedono l'indulto, mi trasferiscono solamente in un cortile più ampio di quello del carcere".
A quel tempo, seppellì la sua valigia sotto la sua casa nel quartiere di Tetuan de las Victorias, al sicuro dalle incursioni della polizia di Franco. Nessuno sembrava sapere più niente della sua sorte fino a pochi mesi fa, quando il regista Figueres l'ha trovata per caso, dimenticata, nella casa del figlio della vedova di Mera, Floreal, nella periferia di Parigi.
Ma la cosa più sorprendente è stata che Figueres ha dovuto spiegare ai nipoti di Mera, che non parlano una parola di spagnolo, chi in realtà fosse il loro nonno. "Non avevano idea né della sua militanza sindacale, né della sua partecipazione attiva alla guerra civile. Nessuno aveva letto le sue memorie", dice il regista, riferendosi a "La guerra, l'esilio e la prigionia di un anarcosindacalista".
Solo uno dei suoi nipoti ha ricordato che il nonno era misteriosamente scomparso da casa per un paio di giorni nel maggio del 1968. "Ci siamo chiesti dove fosse finito", dice nel film. Semplice: il nonno stava tirando giù un muro. "Questo è un film su un muratore e tre crepe", afferma Figueras. "La prima crepa si produsse dopo la rivoluzione russa del 1917 che ha dato le ali a quelli come Mera che agognavano la rivoluzione sociale. La seconda crepa si produsse il 19 luglio 1936, quando la gente prese le armi e cominciò la breve estate del l'anarchia."
La terza crepa si è aperta durante il maggio francese. "Dal 1936, Mera non aveva più visto quell'energia che scuote il mondo", dice il documentario. Dopo aver subito un doloroso esilio (arresti, prigioni, l'espulsione traumatica dalla CNT da parte della dirigenza in esilio in Francia), Mera ebbe la più grande gioia dei suoi ultimi anni viaggiando in bicicletta (senza bagagli) per le barricate di Parigi.
Giustizia poetica, la chiamano.

sabato 16 giugno 2012

facce e grugni

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Non ritengo affatto che la Guerra Civile Spagnola sia una sorta di metafora, né della lotta contro il capitalismo né della rivoluzione e della sua organizzazione. Credo, semplicemente, che abbia rappresentato quel momento, "benjaminiano", in cui, laddove maggiore era il pericolo, si desse maggior possibilità di salvezza. Nient'altro.
Che poi sia stata una sorta di ultimo "poema omerico" della storia recente, be', questo è un altro discorso.
Non sono nemmeno portato a pensare che, oggi come oggi, gli anarchici, in quanto tali, o il movimento anarchico, in qualunque delle sue sfaccettature e qualsiasi cosa oggi voglia dire, possano avere un qualche ruolo privilegiato, rispetto ad altre componenti. Tutt'altro. Ma la confusione è tanta, e fare chiarezza - o cercare di farla - non guasta mai. Se oggi vai a cercare, ad esempio, su wikipedia italiana, trovi un'asfittica biografia di Cipriano Mera, e ti accorgi che alla fine viene, addirittura, tacciato di essere stato un traditore. Evito, per amore del mio stomaco, di andarmi a leggere le presunte biografie della Montseny, o di Esgleas, così evito anche di vederli rappresentati come fulgidi rappresentanti della classe operaia, o qualche altra amenità del genere. Di Cipriano Mera, avevo già parlato, molte volte, in questo mio spazio e per leggerlo basta farci una ricerca. Ma non è questo il punto. Tralascio di fare un discorso sulle facce - e la faccia di Cipriano vale migliaia delle facce di personaggi come quella di Esgleas (quella della Montseny, di faccia, evito perfino di illustrala!), e mi fermo alle analogie. Analogie fra chi lotta per cambiare lo stato presente delle cose, per quanto può, e chi invece coltiva l'unica preoccupazione di mantenere un suo ruolo, ed è disposto a tutto purché quel ruolo gli venga riconosciuto ... dalla controparte. E quindi, giù a fare comunicati, apparizioni, distinzioni, discriminazioni, a stabilire quello che è e quello che non è. Succedeva decenni fa, continua a succedere oggi. E, per dirla con Carletto, la storia si ripete. Da tragedia in farsa.
Insomma, chiedo scusa per la prolissità, ma questo documento che ho trovato in rete attesta come le cose non siano poi tanto cambiate. Da una parte, i bonzi, gli avanzi di segreteria, in cerca di un ruolo paludato, di un timbro di gomma da mettere in fondo a qualche documento; dall'altra ... gli altri. Gli altri come Cipriano Mera che, alla fine, verrà espulso dalla sua CNT. Un'espulsione che è una medaglia, da mostrare, per dire come niente si debba mai avere a che fare con certa gente!
Insomma, insegnamenti da trarre ... perché succede di avere a che fare con:

Una manica di furfanti

Note per una inchiesta in corso sul ruolo pernicioso di informatori dei servizi di polizia e di sicurezza, infiltrati, agenti di influenza, disonesti e traditori, in particolare all'interno del movimento anarchico spagnolo (1939-1975) - e tutti gli insegnamenti da trarne.

Io, Cipriano Mera*, dichiaro di impugnare Esgleas Germinal**, segretario generale del Segretariato Intercontinental (SI) della Confederazione Nazionale del Lavoro di Spagna in Exile (CNTE), per i seguenti motivi:

PRIMO: Per avere deliberatamente accettato l'incarico che ricopre attualmente, nonostante il fatto che il Congresso che lo aveva nominato, aveva anche approvato la creazione della sezione DI (Difesa Interna, la sezione che pianificava l'azione clandestina della CNT-FAI-FIJL) - da cui egli poco dopo si dimise - laddove era consapevolmente in contrasto con dette azioni e con le finalità e con gli obiettivi della sezione di cui sopra (il DI), e per avere sfruttato la sua posizione - dall'interno e dall'esterno - per sabotare deliberatamente detta Sezione, fin dalla sua creazione.
SECONDO: in quanto persona primariamente responsabile della maggior parte dei problemi che hanno ostacolato il normale coordinamento delle attività che competevano alla Difesa(DI), e per la sua determinazione a silurare queste operazioni, come dimostrano le sue dimissioni, alcuni mesi dopo il Congresso Confederale, nel quale sapeva che sarebbe stato proposto come candidato per la carica di segretario generale, prevenendo in tal modo qualsiasi controllo del suo comportamento in relazione agli obblighi che aveva in qualità di membro del DI.
TERZO: Per le sue violazioni di ogni norma organizzativa libertaria e per i suoi inciuci bolscevichi quando era segretario generale, dalla quale posizione ha impedito che gli affari della Difesa fossero condotti in conformità con le regole; affari che avrebbero potuto essere chiariti e risolti a vantaggio del Movimento Libertario.
QUARTO: in quanto persona responsabile per l'ostruzione e per l'indebolimento delle risoluzioni del 1961, per quanto riguarda le operazioni di cospirazione [in Spagna]; per non aver risposto alle accuse che abbiamo presentato alla Commissione Difesa, anche se, in un contrastato faccia a faccia durante un meeting( 11 aprile 1964) abbiamo sostenuto che le nostre obiezioni dovrebbe essere rimesse all'Organizzazione in modo che la questione possa essere risolta, in quanto è stata violata ogni etica libertaria, e l'impugnato e le parti interessate possano risolvere questa delicata questione fra loro.
QUINTO: Come favoreggiatore nel cattivo uso dei fondi (i fondi Pro-España), i quali sono di proprietà dell'Organizzazione e del Movimento Libertario, in quanto, nella sua qualità di rappresentante della CNT, come segretario generale, ha autorizzato somme da detti fondi per essere spese per attività diverse da quelle per cui sono stati raccolti con gli accordi e le risoluzioni entrate in vigore nel 1961, e che sono stati sabotati con lui in carica.

Impugno anche Vicente Llansola*** , Segretario Coordinatore della Segreteria Intercontinentale (SI)

PRIMO: Sugli stessi cinque punti relativi a Esgleas Germinal.
SECONDO: per non aver rispettato gli accordi con la Commissione Difesa, rassegnando le sue dimissioni, e generando una grave questione di irresponsabilità, essendo quell'incarico di importanza cruciale.
TERZO: per l'irresponsabilità nella condotta di detto incarico cruciale, in quanto se ne era assunto il compito volontariamente, e per l'utilizzo improprio dei fondi relativi a tale compito fondamentale e poco attuato [...]

Parigi, 11 settembre 1964
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*Cipriano Mera Sanz (1897-1975), muratore e militante CNT imprigionato sotto la Repubblica per il suo ruolo nello sciopero operaio del giugno 1936. Liberato dai compagni durante la ribellione militare fascista, la sua colonna sconfisse i fascisti a Guadalajara, ad Alcalá de Henares e a Cuenca. Come comandante della 14.ma Divisione d'Armata (sotto il generale Miaja, O/C Armata del Centro) prese parte alla difesa di Madrid, sconfiggendo il Corpo Italiano Volontari nella battaglia di Guadalajara (marzo 1937), forse il più grande successo repubblicano della guerra civile, e alla battaglia di Brunete (marzo 1937), fu l'ultimo comandante del IV Corpo d'Armata del Centro. Ripara prima in Alegeria e poi in Marocco, dove viene arrestato dai francesi ed estradato in Spagna, nel 1942, viene condannato a morte nel 1943, sentenza in seguito commutata a 30 anni di reclusione. Graziato nel 1946, ripara in Francia dove lavora come muratore per il resto della sua vita. Nel 1961, durante il Congresso di Limoges, gioca un ruolo chiave nella creazione e nella gestione di Defensa Interior (DI), la sezione clandestina della CNT-FAI-FIJL, responsabile delle azioni dirette contro il regime fascista, e volta all'organizzazione di attentati alla vita di Franco. Viene arrestato dalle autorità francesi nel settembre 1963 per la sua attività nella DI. Nell'agosto 1965, durante il Congresso di Montpellier (nel quale la leadership degli emigrati a Toulouse è riuscita a liquidare ufficialmente la DI e a terminare ogni coinvolgimento, ufficiale e non ufficiale, della CNT nella resistenza anti-franchista), Mera viene falsamente, ed in mala fede, accusato da Vicente Llansola e da Germinal Esgleas di aver derubato la CNT di 5.000 pesetas; fondi che, in effetti, erano stati autorizzati da Llansola ed Esgleas per venire usati per permettere ad Octavio Alberola di ritirarsi dalla lotta clandestina contro Franco e tornare in Messico. Cipriano Mera viene ufficialmente espulso dalla CNT guidata da Esgleas-Montseny, nel 1970.


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**Esgleas Germinal, Segretario generale del Consiglio esecutivo del MLE (Movimento Libertario Spagnolo), un organizzazzione burocratica formata dai "leader di spicco" dei comitati della CNT emigrata all'estero (Esgleas, Federica Montseny, Mariano Rodriguez Vázquez, ed altri), che divise il movimento libertario post-guerra civile e che garantì che l'organizzazione rimanesse passiva in esilio, e neutralizzata in Spagna. Il mantra ideologico di Esgleas e della Montseny era che la sconfitta era la conseguenza del fatto che la CNT-FAI aver abbandonato i suoi principi anarchici ed aveva collaborato con i partiti politici e con il governo repubblicano; una politica di cui proprio loro erano stati primariamente responsabili.
Eletto Segretario Generale del Comitato Nazionale della CNT in esilio nel 1945, Esgleas, tutt'altro che carismatico e machiavellico, continuò ad occupare molte posizioni di notevole influenza all'interno della CNT per più di 30 anni dopo la liberazione della Francia (compresa la carica di Segretario Generale del CNT Intercontinentale). Non era né un grande oratore, né uno scrittore né un attivista, e la sua influenza era in gran parte dovuta alle manovre politiche dietro le quinte - e, naturalmente, all'influenza della moglie, l'altrettanto riprovevole e perniciosa Federica Montseny, ex ministro della Sanità e co-promotore del comitato esecutivo del Consiglio generale del MLE.
A discapito delle dichiarazioni ufficiali a proposito di una politica di non-collaborazione, Esgleas e i suoi erano immersi nelle trattative con Izquierda Republicana, POUM, Union Republicana, Esquerra Republicana de Catalunya, e il Partido Republicano federale (ma NON con i comunisti del PCE o dei sindacalisti della UGT) che propongono la formazione di un Fronte Antifascista Spagnolo.
Per quanto riguarda la 'posizione di principio' di Esgleas e Montseny contro la collaborazione politica con le istituzioni di altri esuli anti-franchisti, c'è da dire che quando, nel 1945, José Giral y Pereira, primo ministro del governo repubblicano spagnolo in esilio, invita gli esponenti della CNT ad unirsi alla sua amministrazione in Messico, vengono fatti quattro nomi: due dal Comitato Nazionale all'interno della Spagna e due dalla leadership in esilio in Tolosa. I candidati sono Federica Montseny e H M Prieto (fuori della Spagna) e José Sancho e José M Leyva (all'interno della Spagna). Enrique Marco Nadal (un ex segretario del Comitato nazionale clandestino all'interno della Spagna (che era stato tradito ed aveva trascorso 17 anni nelle carceri di Franco) ipotizzò che se Giral avesse optato per la Montseny, invece di Prieto, il duo Esgleas-Montseny non avrebbe avuto la conversione improvvisa sul ripristino dei principi puri. Il giorno in cui Leyva e Prieto ebbero i loro incarichi di governo in Messico, CNT, organo ufficiale della CNT in esilio a cura di Esgleas e di Federica Montseny, li dismise (con un pizzico di ironia) come: "... due ex-lavoratori che non rappresentano nessuno, tranne loro stessi ".

Llansola

*** Vicente Llansola Renau, sostenitore della linea Esgleas e, dal 1945 al 1949, membro della Commissione Difesa (DC) con base a Toulouse, l'organismo responsabile del coordinamento, del finanziamento e e dei rifornimenti per tutte le operazioni di guerriglia urbana e rurale all'interno della Spagna. Ci sono buone ragioni per ritenere che la DC era stata compromessa ed infiltrata dai servizi segreti franchisti (come lo era stato il Comitato Nazionale della CNT, a Toulouse, da parte di entrambi i servizi di sicurezza spagnoli e francesi). Molte delle missioni di guerriglia e di collegamento in Spagna erano state gravemente compromesse, soprattutto tra la primavera del 1949 e l'estate del 1950, quando la maggioranza dei gruppi e delle loro reti di supporto all'interno della Spagna vennero effettivamente eliminati. Ángel Fernández, ad esempio, uno dei molti compagni che caddero nelle imboscate della Guardia Civile e della polizia, in quell'anno, ha riferito che l'ufficiale della Guardia Civil, che lo aveva interrogato aveva fotografie di ciascuno dei nove compagni arrestati con lui (e cinque di quelle fotografie erano state scattate nel maggio 1950), foto scattate appositamente per quel viaggio e che potevano venire solo dalla Commissione di Difesa. Nel 1961, Llansola e Esgleas erano due dei sette responsabili della commissione della CNT-FAI-FIJL, commissione a sua volta responsabile della supervisione della sezione clandestina, la DI. Esgleas era responsabile per la propaganda, mentre Llansola era apparentemente responsabile, inizialmente, per l'organizzazione degli attentati alla vita di Franco, attentati che non sono mai stati effettuati, fino a quando il DI non si è dissociato dalla CNT/MLE, ed il controllo delle operazioni è passato in mano a Cipriano Mera e ad Octavio Alberola.

fonte: www.christiebooks.com

venerdì 4 dicembre 2009

Vivere in piedi. Le guerre di Cipriano Mera.



Muratore, sindacalista, membro della CNT e anche tenente colonnello. Cipriano Mera Sanz è una delle personalità più interessanti della guerra civile spagnola. Nato a Madrid, nel barrio di Tetuan, venne condannato a morte, dopo la sconfitta , ma riuscì a scappare. Andò in esilio in Francia, dove, oltre a seguire attivamente le idee anarchiche, entrò a far parte della Gioventù libertaria e si impegnò per porre fine alla vita di Franco. Nel maggio del 1968, non esitò ad andare sulle barricate, nuovamente!
"Vivir de pie. Las guerras de Cipriano Mera" è uno sguardo documentario su uno dei personaggi più "cinematografici" della guerra civile spagnola. Il regista e sceneggiatore Valenti Figueres ha conosciuto la sua storia per caso, durante un viaggio in Francia, e non ha esitato a mettere sulla pellicola la vita di questo "vecchio anarchico". Il lavoro documentario lo ha impegnato cinque lunghi anni in undici diversi paesi (Spagna, Francia, Olanda, Stati Uniti, Marocco, ...), riportando alla luce eventi e documenti audiovisivi finora sconosciuti.
Il film ripercorre gli episodi più drammatici nella vita di Cipriano Mera, dalle sue umili origini, fino alla sua morte, venti giorni prima di quella di Franco, raccontando il suo attivismo nella CNT e i suoi piani per uccidere il dittatore. Tutto questo accompagnato dalle parole dei testimoni del tempo.
"Vivir de pie" racconta, attraverso documenti inediti, l'odissea di uno straccivendolo e bracconiere che fu muratore e sindacalista nella UGT per poi diventare un rivoluzionario e uomo d'azione della CNT. Racconta la vita di un muratore che comandava il IV Corpo d'armata nella guerra civile e che sconfisse i generali italiani. Racconta del generale che perse le mostrine ma mantenne il suo obiettivo: uccidere Franco. Racconta anche le storie sconosciute di un cameriere, di un sarto, di un binario ... tutte le sue "doppie vite"in cui è stato El Viejo, La Leona, El Fraile,...
Le vite di coloro che innalzarono le bandiere della libertà ed ebbero il coraggio di sognare un mondo nuovo.

mercoledì 26 gennaio 2022

Omaggio alla Catalogna !!

26 Gennaio 1939, Barcellona. Come se fosse stato l'ultimo atto di un copione già scritto, la Catalogna è stata occupata dai franchisti. Barcellona è stata espugnata. Nessuna resistenza, niente di niente. Sia il governo repubblicano, che i «notabili» delle organizzazioni politiche e sindacali hanno già riparato all'estero. Al sicuro. Sembra che sia davvero ormai tutto irrimediabilmente perduto. Le giornate di luglio 1936 sembrano ormai lontane mille anni. Eppure, tuttavia, anche in quel momento così buio, ad aleggiare sulle teste di tutti continuava a esserci un però! Un però costituito dai combattenti che in Spagna ancora resistevano a centinaia di migliaia, asserragliati tra Madrid e Valencia, lontano da Barcellona.

Fra di essi, Cipriano Mera che di fatto continua a essere il generale comandante il sesto corpo di armata dell'esercito repubblicano. Solo pochi giorni prima, aveva proposto a Negrin di rompere tutti quanti i fronti e di passare alla guerriglia. In risposta, aveva ricevuto il silenzio. Era una cosa che forse avrebbero dovuto già fare molti mesi prima. Un cosa che si trovava insieme alle altre tre proposte che potevano essere lette tra i punti del rapporto stilato da Pierre Besnard, segretario dell'A.I.T., per il Congresso Anarchico Internazionale del 1937.

1° - Una rivolta in Marocco, che avrebbe dovuto essere accompagnata dal riconoscimento pubblico da parte di Largo Caballero.
2° - Una rivolta in Portogallo.
3° - Espropriazione dell'oro della Banca di Spagna.

Ovviamente, la storia non può essere di certo fatta a colpi di «... e se... » e l'oro spagnolo era stato da tempo trasferito a Odessa, nelle casseforti sovietiche, quando già dal giugno 1938, dalla Russia ormai non arrivava più niente; neppure quegli schioppi senza otturatore che, con brioso senso dell'umorismo, Stalin era solito inviare. Ora, siamo nel 1939 e la politica di non aggressione tra Unione Sovietica e Germania è un fatto compiuto. E tutti sanno che la Spagna non vale tanto, non ha mai valso tanto.

Cipriano Mera sceglierà di sostenere la giunta di Casado, allorché questi si illuderà di riuscire a negoziare una pace dignitosa, per salvare il salvabile. Sosterrà la giunta, fino all'ultimo, Mera; e per farlo spazzerà via il tentativo stalinista di riprendere il controllo dell'esercito (che Negrin aveva loro consegnato al prezzo, anche, delle giornate del maggio 1937, a Barcellona); lo farà facendo pelo e contropelo ai comunisti, a Fuencarral. E si arriverà così al colonnello Casado che negozia la resa, e lo fa supplicando Franco. Si parla di rispettare quelli che non si erano macchiati le mani di sangue, e di dare un passaporto e aprire le porte dell'esilio a quelli che le mani invece se le erano macchiate e come. Qualcuno perfino ci crede! Ma era troppo tardi per poter tornare indietro, mentre Mera inghiotte e manda giù tutta la sua amarezza e comincia a parlare alla radio. E’ lui il Paladino, il campione del Consiglio di Difesa di Casado, che lo guarda, da vicino, mentre appare come incuriosito. Mentre, nella fotografia, vediamo Salgado e Garcia Pradas che quasi sfumano nella penombra e nel segreto. Nella foto non compare, ma non troppo lontano doveva esserci anche il colonnello José Centaño de la Paz, quintacolunnista della "Lucero Verde" nonché capo di stato maggiore della repubblica e strettissimo collaboratore di Casado, con il quale rimase in massima confidenza, per tutta la guerra.  In un certo qual modo, Cipriano Mera sta chiudendo, a Madrid, il conto apertosi nel 1937 a Barcellona.

già pubblicato in forma diversa sul blog

lunedì 5 gennaio 2015

Mika

mika

"Abbiamo visto di tutto. C'è una donna che comanda la compagnia e i miliziani che si lavano i calzini. Questo, per una rivoluzione. è una rivoluzione!"

Ne "La mia guerra di Spagna", di Mika Etchebéhère, ci troviamo ben lontani da quei racconti eroici dove ad ogni pagina trasudano momenti di gloria e colpi di mano. Mika parla con semplicità del suo impegno politico iniziato in Argentina, della sua partecipazione insieme al POUM sul fronte di Sigüenza, delle altre battaglie. Con umanità, parla del suo amore con Hippolyte, fa le sue considerazioni sull'arte, sulla sessualità al fronte. Ci racconta della sua amicizia con Cipriano Mera, il quale interverrà al momento del suo arresto da parte della Ghepeù.
L'incontro con Hippolyte Etchebéhère, per Micaela Feldman (il vero nome di Mika), sarà l'incontro della sua vita; lo sposerà e, alla morte di lui, gli succederà sul fronte spagnolo come comandante di una colonna del POUM. Più volte, nel libro, parla del marito, ne parla ogni volte che si sente stanca o depressa, o semplicemente sola. Dopo la caduta della cattedrale di Sigüenza - la battaglia più importante in cui ottenne il comando della colonna - parte verso Parigi per recuperare le forze:

"Dopo ho eretto una diga contro i ricordi. Per poter vivere. Così mi sono svuotata. Ho solo i pensieri utili alla guerra, dagli altri mi difendo. Non devo leggere perché ho già letto tutto insieme a lui, né devo guardare il cielo, né amare la montagna, né soffermarmi a guardare un fiore, perché tutto questo appartiene alla nostra vita a due, a quando mi diceva: 'Dobbiamo amministrare il nostro amore. Compreremo meno libri così che tu possa avere un bel vestito. Ti ricordi di quello che avevo disegnato per te quando ci siamo conosciuti? Ora non hai altro che una vecchia gonna e quel cappotto da ragazzo che ti ha regalato Marguerite.
La politica inghiotte tutta la nostra vita, bisogna che non ci divori.'"

Quando, sul fronte, incontra Cipriano Mera, si ricorda il suo primo coinvolgimento con l'anarchismo e con il gruppo femminista "Louise Michel", cui aveva aderito, in Argentina, all'età di 14 anni... "Lui incarna per me l'anarchismo intransigente ed austero che mi ha portato alla lotta rivoluzionaria appena uscita dall'infanzia". E lui non nega affatto il suo modo di pensare:

Cipriano: "Ammetto che tu continui ad essere legata ai tuoi vecchi fratelli anarchici. In te, il comunismo resta in superficie, dentro tu rimani anarchica."
Mika: "Forse hai ragione... In ogni caso, quello che a me rimane dell'anarchismo, è l'incapacità a rispettare le gerarchie imposte, e la mia fede nel circolo dell'uguaglianza."

Quando uno dei suoi miliziani, Clavellin - che aveva solo 15 anni - resta mortalmente ferito nel corso della battaglia sulle colline dell'Aguila, Mika scoppia a piangere, e mera le si rivolge con tono sferzante:
"Andiamo, piccola, smetti di piangere: sei così coraggiosa, e piangi! Certo, dopo tutto sei una donna."
Con orgoglio, risponde con una quota di disprezzo:
Le sue parole mi colpiscono come una frusta, facendomi stringere i pugni e facendo bruciare il mio viso. Alzo la testa, cercando di calmarmi, cercando una risposta schiacciante, ma riesco solo a dire: "E' vero, una donna dopo tutto, e tu, con tutto il tuo anarchismo, un uomo dopo tutto, marcio di pregiudizi come qualsiasi altro maschio."

Si oppone, Mika, quando vede le chiese bruciate a causa dell'anticlericalismo.
"Sapete, compagni, ci sono dei veri tesori qui. Ogni pezzo di legno dipinto vale una fortuna. E' molto antico e non si potrà mai più rifare niente del genere. Quando la guerra sarà finita, la vostra chiesa verrà dichiarata monumento nazionale e verranno dappertutto per poterla vedere, perfino dall'estero."
E quando vede tre sacerdoti arrestati dai miliziani, seduti su una panchina davanti alla stazione, ne ha pietà:
"Senza i miliziani armati a sorvegliarli, si potrebbe credere che aspettino il treno per partire. Nessuno di loro prega. Hanno un'aria così patetica, che provo rabbia a sentire il mio vecchio nemico, la pietà, e la vergogna di avere sempre pietà mi serra la gola."

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Non c'è un capitolo sulle donne in generale, nel libro, ma vengono evocate secondo le circostanze e nel corso della vita quotidiana al fronte. Le prime ad essere citate sono "alcune donne, qualcuna di loro dall'aspetto bizzarro" che si trovano nella sede del POUM nei primi giorni di guerra. Rapidamente viene a sapere che "sono le ragazze di un bordello qui vicino che sono venute ad arruolarsi nella milizia". Allora emerge disagio e disgusto nei confronti di queste prostitute.
"Mi riportano lontano, e indietro, ad una triste serata di Parigi, nel quartiere della Chapelle, rue de la Charbonnerie: indossavo un impermeabile nero, la mista stanchezza di una dura giornata ed una valigia piena di 'Che fare?', la rivista del nostro gruppo che bisognava distribuire nei chioschi. Venni assalita da un terrore infantile, quando una gigantesca donna bruna cominciò ad avanzare verso di me facendo dei gesti osceni, mi misi a correre come una folle, inseguita a lungo dalle risate di queste donne che nei nostri discorsi anarchici, quando avevo diciott'anni, chiamavamo 'nostre sorelle puttane'. Di fronte a queste sorelle che oggi si rivolgono a noi, non ho un'anima fraterna. Rancore, forse perfino gelosia perché i nostri compagni le ricoprono di riguardi."

Ci sono anche altre che sono fonte di rifiuto: quelle che cercano, a qualsiasi prezzo, di diventare le fidanzate dei miliziani, o le amanti dei capi, al fine di ottenere, per procura, un certo prestigio, un'ascesa sociale, oppure semplicemente salvarsi la vita approfittando della loro femminilità.
Ma c'è "l'Abissina":
"Da dove veniva quest'Abissina che al ritorno dell'ospedale avevo trovato in mezzo a noi? Aveva la pelle di un bruno praticamente nero, degli occhi come carbone e la testa incoronata da trecce nere quanto i suoi occhi, da qui il suo soprannome di "Abissina", e aveva sedici anni - ma ne dimostrava venti. Grande, il petto alto, la tuta blu di miliziana non riusciva a nascondere la sua taglia né a dissimulare la sua camminata bilanciata da figlia dei bassi quartieri di Madrid. Cantava tutto il giorno Ay Mari-Cruz, Mari-Cruz, maravilla de mujer..., passeggiava, abbozzava un passo di danza, abbordava un miliziano, un altro cui faceva sempre la stessa richiesta: 'Mostrami come si smonta un fucile. Lo so caricare, ma non smontarlo, ed un giorno anch'io ne avrò uno..."
Ma anche "Manolita la Fea" (la brutta):
"Sì, Brutta. Faccio parte della colonna Pasionaria, ma preferisco rimanere con voi. Loro non hanno mai voluto dare armi alle ragazze. Vanno bene per i piatti e per il bucato. Ho sentito dire che nella vostra colonna le miliziane hanno gli stessi diritti degli uomini, che non si occupano né di cucina né di lavanderia. Non sono venuta al fronte per crepare con uno strofinaccio in mano. Ho lavato già abbastanza pentole per la rivoluzione!"
Le sue riflessioni sulla sessualità delle altre donne cambiano dopo aver visto tutte le atrocità che una guerra può causare. A Madrid, incontra una donna per strada ed inizia una conversazione:
"Non ho mai fatto molto l'amore qui, mi dice una donna che tiene una grossa gallina legata per una zampa ad una sedia. Questa gallina, ci fa un uovo al giorno. La sera esco a prendere un po' d'aria non appena smettono di cadere le granate. Le ragazze di Madrid vanno in cerca di ragazzi... A questo ritmo, le perdite della guerra verranno ben presto colmate.
E' sempre così in tempo di guerra, le dico affinché non si vergogni delle sue concittadine. La gente vuol vivere velocemente per paura di morire...
"

Dopo le giornate del maggio 1937 a Barcellona e la messa fuorilegge del POUM, Mika viene arrestata dagli stalinisti e rischia di andare incontro alla stessa sorte di molti suoi compagni eliminati dalla Ghepeù. Riesce a sfuggire all'esecuzione sommaria grazie all'intervento di Cipriano Mera.

Dopo la sua liberazione si unirà al gruppo femminista libertario delle Mujeres Libres, parteciperà ai combattimenti fino al giugno del 1938.
Come Mera, alla fine, morirà a Parigi, non prima di aver partecipato al maggio francese.
Ironia della sorte, anche Mera, qualche anno più tardi, sarà a sua volta vittima di altri commissari politici, ma questa volta della CNT in esilio.

martedì 15 marzo 2016

L’opzione di Cipriano Mera

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Il SERE (Servicio de Evacuación de Refugiados Españoles o Servicio de Emigración de los Republicanos Españoles) era, presumibilmente, un'organizzazione non settaria di supporto che si stabilì nel febbraio del 1939, sotto l'egida del primo ministro stalinista Juan Negrín.
La ripartizione dei fondi del SERE - la cui responsabilità si erano auto-arrogati Negrin ed i suoi compari del PSOE (Partito Socialista) - venne sospesa nel luglio 1939, in base al fatto che l'organizzazione aveva "finito i soldi". In realtà, secondo molti osservato ben informati, ivi inclusi Cipriano Mera e lo storico anarchico Francisco Olaya Morales, i fondi erano stati oggetto di appropriazione indebita, amministrati e distribuiti senza alcuna adeguata supervisione, e ne avevano beneficiato, soprattutto, le alte sfere repubblicane vicine a Negrin. Cipriano Mera scrisse alla SERE la seguente lettera, chiarendo quale era stato il suo ruolo nella militarizzazione, nel Consiglio Nazionale di Difesa e nel colpo di Stato preventivo contro Negrin - informandoli esplicitamente circa cosa avrebbero potuto farci con la loro offerta di sostegno finanziario.


"Quelli come me che hanno fatto un pezzo di cammino lungo l'autostrada della vita, un percorso disseminato più di spine che di fiori; quelli come me che hanno oltrepassato il crinale della collina della vita e si trovano più vicini al tramonto che all'alba; quelli come me che hanno speso vent'anni combattendo per fare in modo che il lavoratore potesse vivere, se non bene almeno un po' meno male; quelli come me che sono stati, non spettatori ma attori nel dramma della guerra, non per costringere altri a seguire le nostre orme, ma per avere la possibilità di far sentire la nostra voce, dal momento che, nell'enorme brutalità della guerra, abbiamo lasciato pezzi della nostra dignità, addolorati per l'impossibilità di far coincidere il nostro agire con i dettami della nostra coscienza rivoluzionaria; quelli come me i cui cuori sono stati induriti nel corso della lotta dai brutali errori fatti da un numero infinito di individui - alcuni irresponsabili a causa della mancanza di comprensione che si richiede per poter fare una chiara distinzione fra il bene ed il male, ma altri hanno avuto una grande responsabilità in quanto dotati di vaste conoscenze - noi, lo dico di nuovo, siamo nel pieno diritto di parlare francamente a qualsiasi spagnolo che in un modo o nell'altro ha preso parte alla guerra contro il fascismo internazionale.

Queste righe, che dovrebbero farsi strada attraverso le tenebre fino ad arrivare alla pubblica attenzione, sono  - me ne rendo conto - indirizzate a voi, ma avrei potuto anche indirizzarle a me stesso o a qualsiasi militante; potrebbero essere state scritte per qualsiasi lavoratore, perché quando si parla di responsabilità sociale, politica, economica, sindacale, ecc., assolutamente tutti coloro che sono coinvolti nella vita pubblica, qualsiasi rango possano avere, dal più oscuro compagno fino al più elegante intellettuale, sono direttamente o indirettamente responsabili. E diciamo tutti perché alcuni, a forza di pigrizia mentale, ed altri per mancanza di comprensione dei problemi sociali ed altri ancora perché, astutamente o saggiamente, si sono affrettati ad aderire alle organizzazioni e non perdono tempo a rimuginarci sopra o si rifiutano di considerare e valutare la gravità dei problemi che abbiamo di fronte in ogni momento ed in ogni contesto. Così, sebbene queste righe possono essere indirizzate a voi, possono servire a far sapere a ciascuna e ad ogni persona chi è rimasto e chi ha abbandonato il suo posto, il posto che la storia del proletariato e dell'umanità aveva assegnato a quelli di noi spagnoli che hanno preso parte a questa guerra per contribuire a dare forma a questo storia proletaria.

Queste considerazioni introduttive, servono a dire che io, come molti altri, ero riluttante ad abbracciare la militarizzazione a causa di scrupoli di ordine sindacale e della mia coscienza specifica, ma una volta che i Comitati Nazionali si convinsero che la guerra, insieme a tutto quello che essa implicava, poteva essere contrastata soltanto per mezzo della guerra; una volta che si erano fatti persuasi che il protagonista principale in guerra è l'esercito, e che questo è costituito di moralità pubblica e privata, di disciplina ed obbedienza agli ordini, ecc., allora non solo ho accettato la militarizzazione su richiesta di numerosi compagni, ma, essendo convinto da una parte sia di quel bisogno che di quella impostazione - o, piuttosto, avendo messo tra parentesi scrupoli e principi - sono diventato un leale servitore ed esecutore degli ordini che il governo mi impartiva attraverso i miei superiori.

Non ho niente da rimproverarmi riguardo allo svolgimento dei miei doveri come militare e come uomo, né penso che ci sia qualcuno che possa avere l'ardire di dimostrare il contrario. Per riassumere: ho combattuto in piena convinzione contro il fascismo, perché ero perfettamente consapevole che stavo combattendo per conquistare la libertà per ogni e per ciascun spagnolo e perché nutrivo la speranza che la nostra libertà potesse essere un suggerimento rivoluzionario per la libertà di altri popoli.

Inoltre, non ho niente in comune con coloro i quali, travestiti da militari o rinchiusi nelle loro torri d'avorio nella retroguardia, in alcune occasioni hanno infangato il buon nome dell'Esercito Popolare o, in altre occasioni, hanno minato il morale della stessa retroguardia. Tuttavia, ho ancora rispetto per chi, indipendentemente dalle proprie convinzioni, ha difeso la propria postazione con vigore, sincerità ed onore, coniugando - in un modo che molti non possono capire - la loro situazione con i loro principi, nella misura in cui lo permette l'orrore della guerra.

Dal mio punto di vista di difensore di un ideale, di una causa, risoluto a fare del mio meglio per umanizzarne il suo impatto, chiunque, senza alcuna dissimulazione ipocrita, si batte per la causa umana della libertà per gli oppressi, merita rispetto e in ultima analisi verrà rispettato dall'umanità, se non da questa generazione, dalle generazioni a venire quando la storia del proletariato giudicherà la loro condotta, che sarà un modello per tutti gli uomini di retta coscienza. Quanto agli uomini che risolvono qualsiasi cosa con un atto di coraggio, assai spesso seguito da una sorta di beata incoscienza, tutto ciò che rimane di loro è un ricordo che non ha alcun impatto positivo.

Ora diamo un'occhiata a come coloro che hanno sempre detto di avere la missione di salvarlo, si sono comportati con il popolo spagnolo.

Giorni prima che avvenisse la rivolta del partito comunista, avevo richiesto, attraverso il colonnello Casado, un incontro con il capo del governo, il signor Negrin, al fine di evitare qualsiasi accenno di indisciplina, cosa che è sempre stata un mio desiderio. L'incontro ebbe luogo presso il mio posto di comando ad Alcohete (Guadalajara). Il signor Negrin arrivò all'incontro insieme al suo segretario privato, il signor Soley, aiutante di campo di Modesto e membro del partito comunista. All'incontro eravamo presenti il signor Negrin, il colonnello Casado, Feliciano Benito, un attendente ed io. Io ho spiegato l'oggetto della riunione, ricordando al signor Negrin che l'8 settembre 1938 gli avevo inviato un rapporto privato in cui esponevo gli atti di tradimento commessi all'interno di unità dell'esercito da persone appartenenti al PCE [partito comunista di Spagna]. Egli dichiarava di aver ricevuto il rapporto e di avere ordinato un'inchiesta, il cui risultato non era stato comunicato né al comandante dell'Esercito del Centro né a me. A quel punto gli ho consegnato una copia del summenzionato rapporto che il signor Negrin accettava senza commento alcuno.

Ho detto al signor Negrin che gli stavo parlando come un figlio parlerebbe al padre: Se sei ancora un socialista - gli ho detto - tu dovresti essere il primo a riconoscere che gli obiettivi perseguiti dal PCE non sono altro che quelli di impossessarsi di tutte le posizioni di comando nell'esercito, attuando un colpo di Stato di modo da poter far vedere al mondo che il PCE rimaneva al suo posto fino alla fine mentre anarchici, socialisti e repubblicani e tutti gli altri raggruppamenti politici erano agenti provocatori. Se, per poter salvare la Spagna - ho continuato - devono essere sacrificate persone di spicco, mi metto a tua disposizione. Ritengo che sia un grave errore esortare le persone a resistere quando si è sicuri che tutto sia perduto. Come dimostrato dal fatto che quelli che arringavano a restare in piedi al nostro posto avevano già messo al sicuro le loro famiglie ed i loro capitali spedendoli all'estero. A questo andava aggiunta la malnutrizione e il morale sotto i piedi dell'esercito.

Per non correre il rischio che credesse che queste affermazioni fossero pronunciato nel fuoco del momento, l'ho invitato a visitare le linee perfettamente fortificate, i rifugi sicuri e le casematte che avevamo stabilito, ecc..

Nel corso di quel colloquio con il signor Negrin, gli ho comunicato che, a mio avviso, c'erano solamente tre opzioni per salvare la Spagna, se non interamente quanto meno moralmente, e queste erano: lo schema del colonnello Casado, così come era stato comunicato a lui sei mesi prima, cioè, stabilire una linea lungo il [fiume] Segura in modo da avere accesso ad un porto e fare una selezione del nostro esercito, non più di 80mila uomini e, naturalmente, lo stoccaggio di tutti i rifornimenti di cui l'esercito avrebbe avuto bisogno sia in termini di materiale bellico che di provviste; la seconda opzione era quella preferita dal sottoscritto, e consisteva nell'incentivare il morale del nostro esercito rompendo tutti fronti e attuando il passaggio da esercito regolare ad un grande esercito di guerriglia, e mettendo tutte le riserve in un locazione strategica in attesa di dispiegarle dovunque si potesse ottenere maggior successo. Non ritengo ci fosse alcun bisogno perché io dovessi scendere in ulteriori dettagli dal momento che credo di aver vissuto questo genere di guerra; la terza [opzione] consisteva nel fatto che il governo si assumesse la piena responsabilità di parlamentare con il nemico, senza alcuna necessità di far ricorso ad emissari stranieri, al fine di riuscire a risparmiare il maggior numero possibile di vite fra il proletariato attivo.

Della ricezione di quanto sopra da parte del signor Negrin, non diremo nulla; essendo stata la sua unica risposta un tentativo di colpo di Stato, per contrastare tutti quelli che come noi non erano in combutta con il comunismo politico e per presentarci al mondo intero come agenti provocatori. Dal momento che il signor Negrin, regista di una politica che è stata disastrosa per la guerra e per innumerevoli buoni compagni, è esattamente la stessa persona che supervisiona e gestisce la politica del SERE, potete capire i motivi per cui non voglio averci niente a che fare, non solo per un qualche beneficio personale ma neppure per qualsiasi genere di negoziato relativo alla mia persona.

Per concludere: Io sono il rifugiato n° 111 del Camp Morand che Ossorio y Tafall è venuto a visitare pochi giorni fa: e ho avuto una breve conversazione con lui. Lui ha cominciato esprimendo la sua sorpresa nel trovarmi in quel campo e poi con una serie di sciocchezze rispetto alle quali ho tagliato corto rispondendogli che la gente del SERE dovrebbe rendersi conto che i milioni in oro di cui sono in possesso, contrabbandati fuori dalla Spagna soprattutto da Negrin, appartengono al popolo spagnolo che ha combattuto per la propria indipendenza, irrigando con il proprio sangue il suolo della nostra patria, e non ad un qualche branco di saggi che meritano soltanto il disprezzo di chiunque abbia la coscienza pulita.

Ragion per cui niente mi lega al SERE. Il mio dovere è nei confronti del mio sindacato e delle mie convinzioni e prenderò istruzioni, e qualsiasi altra cosa relativa a me stesso come uomo e come rifugiato, dal nostro Comitato Nazionale. Al SERE non ho niente da dire."

- Cipriano Mera - Camp Morandon - 15 luglio 1939 -

fonte: ChristieBooks

martedì 4 maggio 2021

La capitana e il generale

Quella fu la notte in cui i leader smisero di avere la parola. La notte fra il 10 e l'11 maggio del 1968. Quartiere latino a Parigi, la notte delle barricate. I manifestanti, quel giorno hanno deciso di non cercare di forzare i ponti sulla Senna, occupati dalla polizia. E giusto o sbagliato, hanno ritenuto fosse meglio barricarsi nel quartiere latino. E ora è notte, e dopo una giornata di barricate ce ne sono solo cinque o sei. A difenderle sono rimasti solo  gli anarchici, i situazionisti, i blouson-noir; quelli che hanno deciso di rimanere fino alla fine.

Sono quasi tutti giovani e giovanissimi, ma qua e là si riesce a vedere anche qualche testa incanutita. Quelli che invece mancano, sono i trentenni, e i quarantenni. Ed è così un po' dappertutto, in quegli anni mancano quelli che erano troppo giovani per la Resistenza e che ora sono troppo vecchi per vivere la strada di questa fine degli anni sessanta. Ora, in questa notte in cui dappertutto al profumo dei tigli si è mescolato l'odore acre e soffocante dei candelotti lacrimogeni; e gli operai della Renault di Billancourt non sono arrivati. Non sono venuti a dar man forte agli studenti. La cosiddetta "cintura rossa" di Parigi è rimasta consegnata. Nelle loro case, in fabbrica, nelle sedi, agli ordini dei sindacati e del PCF. Così va la vita!

Tra quelli non rimasti a casa, ci sono invece Mika e Cipriano; 66 anni lei, una settantina lui. Si conoscono bene, Mika e Cipriano; anche se con ogni probabilità quella notte non sapranno riuscire a incontrarsi.
Gli studenti, i ragazzi, li guardano con curiosità. Ascoltano i consigli di quella donna che spiega come, per divellere il selciato sia meglio usare dei guanti: in maniera che così poi non rimanga traccia alcuna sulle mani, nel caso si dovesse essere presi.

Quel giorno è uscita di casa portandosene con sé una scorta, di quei guanti bianchi. E così ora può distribuirli alle ragazze che se ne mostrano entusiaste. E sempre quella stessa notte, molto più tardi, al suo rientro, ne conserva nella borsa ancora un paio di quei guanti sporchi della terra dei sanpietrini. Souvenir.
Mika sa che nessuno le chiederà di aprirla, la sua borsa; anzi, gli agenti sono così gentili mentre, preoccupati, si offrono di accompagnarla a casa: è pericoloso, dicono, guardando quella signora dall'aspetto così fragile.

Ovviamente, non sospettano nemmeno lontanamente - e come potrebbero - di avere a che fare con Micaela Feldman Etchebehere, Mika, l'unica donna che abbia mai comandato una colonna di miliziani durante la guerra civile spagnola. E a quel tempo, la capitana ci avrebbe lasciato la pelle, in Spagna, se non fosse stato per Cipriano Mera che, facendo uso della sua autorità di generale di corpo d'armata, riuscì a tirarla fuori da quella "ceka" comunista. Già, perché quell'uomo che ora si aggira per il quartiere latino, a cavalcioni della sua bicicletta, è stato un generale. Anche lui si ferma e si spende a spiegare, a dare consigli: sa bene, da rivoluzionario e da muratore, come si costruisce una barricata. I ragazzi lo guardano, prima divertiti, poi stupiti, infine ammirati. Si è fermato a parlare con loro, sotto la bandiera nera, insieme a quei ragazzi. Ci sarà tempo per progettare un altro attentato per ammazzare quel bastardo di Francisco Franco. Ha tempo, Cipriano Mera. E gli piace, questo tempo.


già pubblicato sul blog il 15/2/2013

martedì 13 luglio 2010

Madrid, qué bien resistes

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1939. L'ultimo atto di un copione che era già stato scritto, da qualche tempo. La Catalogna è oramai occupata dai franchisti, Barcellona è stata espugnata. Nessuna resistenza, niente. Il governo repubblicano e i "notabili" delle organizzazioni politiche e sindacali hanno già riparato all'estero, al sicuro. Tutto sembra oramai irrimediabilmente perduto, le giornate del luglio 1936 sono lontane, mille anni.
Però, c'è un però!
Centinaia di migliaia di combattenti resistono ancora. Asserragliati fra Madrid e Valencia. Fra loro, Cipriano Mera, generale di fatto, comandante del sesto corpo di armata. Aveva già proposto a Negrin di rompere tutti i fronti e di passare alla guerriglia. In risposta, c'era stato il silenzio. Forse era una cosa che avrebbero dovuto fare prima. Come le altre riportate dal programma enunciato da Besnard, segretario generale dell'A.I.T.:
1) Una rivolta in Marocco, accompagnata dal riconoscimento pubblico di Largo Caballero.
2) Un tentativo di rivolta in Portogallo
3) Un tentativo di espropriazione dell'oro della Banca di Spagna.
Non si fa la storia con gli " e se ...", ma siamo nel 1939 e l'oro spagnolo è stato da tempo trasferito a Odessa, per finire nelle casseforti sovietiche, ed è dal giugno 1938 che dalla Russia non arriva più niente, nemmeno quegli schioppi senza otturatore che, con brioso senso dell'umorismo, Stalin era solito inviare. Siamo nel 1939, e la politica di non-aggressione fra Unione Sovietica e Germania è un fatto compiuto. La Spagna non vale tanto, non ha mai valso tanto.
Mera sceglierà di sostenere la giunta di Casado, quando questi si illuderà di riuscire a negoziare una pace dignitosa, per salvare il salvabile. Sosterrà la giunta, fino all'ultimo, e per farlo spazzerà via il tentativo stalinista di riprendere il controllo dell'esercito che Negrin aveva loro consegnato col prezzo, anche, delle giornate del maggio 1937, a Barcellona.
In un certo senso, Cipriano Mera chiuderà, a Madrid, il conto apertosi a Barcellona. E qualcuno, alla fine, pagherà.

venerdì 15 febbraio 2013

c’è tempo

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Quella fu la notte in cui i leader smisero di avere la parola, la notte fra il 10 e l'11 maggio del 1968. Quartiere latino a Parigi, la notte delle barricate. I manifestanti, quel giorno, hanno deciso di non provare a forzare i ponti sulla Senna, occupati dalla polizia, e di barricarsi nel quartiere. Ora è notte, e di barricate ne sono rimaste solo cinque o sei. Le difendono gli anarchici, i situazionisti, i blousons-noirs, quelli che hanno deciso di rimanere fino alla fine. Sono quasi tutti giovani e giovanissimi, ma qui e là si vede anche qualche testa incanutita. Quelli che mancano sono i trentenni, i quarantenni; è così dappertutto, in quegli anni, mancano quelli che erano troppo giovani per la Resistenza e sono troppo vecchi per vivere la strada di questa fine degli anni sessanta.
Al profumo dei tigli si è mischiato l'odore acre e soffocante dei candelotti lacrimogeni, e gli operai della Renault di Billancourt non sono arrivati a dar man forte agli studenti. La "cintura rossa" di Parigi è rimasta consegnata, a casa, in fabbrica, nelle sedi, agli ordini dei sindacati e del PCF. Così va la vita.

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Quelli che invece non sono rimasti a casa, sono Mika e Cipriano. 66 anni lei, una settantina lui. Si conoscono bene, Mika e Cipriano, anche se con ogni probabilità quella notte non si incontreranno. Gli studenti, i ragazzi, li guardano con curiosità. Ascoltano i consigli della donna che spiega che è meglio usare i guanti, per divellere il selciato; così non rimane traccia sulle mani, nel caso si venisse presi. Ne ha portato una scorta, con sé, di guanti bianchi e li distribuisce alle ragazze che ne sono entusiaste. Molto più tardi, conserva ancora un paio di guanti nella borsa, sporchi della terra dei sanpietrini, sa che nessuno le chiederà di aprirla, la sua borsa; anzi, gli agenti sono così gentili mentre, preoccupati, si offrono di accompagnarla a casa: è pericoloso, dicono, guardando quella signora dall'aspetto così fragile. Ovviamente, non sospettano nemmeno lontanamente di avere a che fare con Micaela Feldman Etchebehere, Mika, l'unica donna ad aver comandato una colonna di miliziani durante la guerra civile spagnola. La capitana; e ci avrebbe lasciato la pelle, in Spagna, Mika, se non fosse stato per Cipriano che riuscì a tirarla fuori da quella "ceka" comunista, usando la sua autorità di generale di corpo d'armata. Già, perché era un generale, quell'uomo che ora si aggira per il quartiere latino, a cavalcioni della sua bicicletta. Anche lui si ferma, a spiegare, a dare consigli; sa bene, da rivoluzionario e da muratore, come si costruisce una barricata. I ragazzi lo guardano, prima divertiti, poi stupiti, infine ammirati. Si ferma con loro, sotto la bandiera nera, insieme a quei ragazzi. Ci sarà tempo per progettare un altro attentato per ammazzare quel bastardo di Francisco Franco. Ha tempo, Cipriano Mera. E gli piace, questo tempo.

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lunedì 19 novembre 2012

Alla prossima!

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A proposito di un libro:
Salvador Gurucharri et Tomás Ibáñez
Insurgencia libertaria. Las Juventudes Libertarias en la lucha contra el franquismo
Barcelona, Virus, 2010, 344 pagine

consultabile qui

Nella galassia libertaria spagnola dell'epoca eroica, la Federazione Iberica della Gioventù Libertaria (FIJL), fondata nel 1932, rimane a lungo un oggetto non identificato, anche da parte dei suoi propri militanti. Per alcuni, questa "Gioventù" non poteva essere altro che una struttura di transizione atta a facilitare, una volta testati e formati, l'integrazione dei giovani militanti nel movimento libertario "adulto". Per altri, essa avrebbe dovuto essere l'emanazione, in seno al medesimo movimento, di una sorta di fronte della gioventù - una FAI dei giovani, insomma - portatrice di rivendicazioni specifiche e funzionante in maniera autonoma. Questa contraddizione, mai risolta, attraversa tutti i primi anni della sua storia. Quando scoppia la guerra civile, nonostante qualche velleità indipendentista espressa a livello locale, soprattutto in Catalogna, la FIJL non riesce a differenziarsi, sul piano ideologico, dalle organizzazioni consorelle. E come esse, finisce per arruolarsi sotto la bandiera della collaborazione antifascista. In nome di un'efficacia mal compresa, e a rischio di apparire altro che come un'entità appassionatamente impegnata a mettere la sua giovinezza al servizio di una politica di abbandono. Questa fu, di sicuro, una brutta partenza. Dal momento che la FIJL avrebbe potuto, al contrario di quello che fece, incarnare un'alternativa alla politica di prona collaborazione alle istanze della CNT-FAI. Questo non avrebbe sicuramente cambiato niente, ma avrebbe dato ad essa un vantaggio evidente, quello di aver almeno salvato l'onore del radicalismo.

fijaNel libro, questi primi passi sono appena abbozzati, dal momento che il suo vero oggetto non è quello di scrivere una storia generale della FIJL, ma di concentrarsi sul ruolo che essa giocherà nella lotta contro il franchismo. E' importante, però, sottolineare questo inizio proprio perché segnerà la storia di quest'organizzazione che sul bordo degli anni '60, e per tutto quel decennio, sceglierà una strategia fondata su un attivismo chiaramente assunto; opzione che la porterà a rompere con le istanze dei dirigenti della CNT e della FAI in esilio e, così facendo, a risolvere la contraddizione delle sue origini. Questo, perché la FIJL - di cui la giovinezza dei militanti è assolutamente relativa - funzionerà sempre più come una sorta di FAI-bis, ansiosa di riconquistare l'eredità combattente della mitica FAI di prima della sconfitta e dell'esilio. A rischio di riprodurne anche alcuni errori. Sarà assai lungo, tra la fine della guerra civile e gli anni '50, l'elenco dei resistenti libertari che pagheranno, con la perdita della vita e con anni di prigione, un severo tributo alla lotta (armata) contro il franchismo. Tale battaglia, ineguale e azzardata, utilizza diverse tattiche, intraprese da dei guerriglieri convinti che non ci fosse altra scelta che quella dell'opposizione frontale alla dittatura. Passano gli anni, le forze vacillano, e la direzione della CNT in esilio, che progressivamente si è convinta dell'inefficacia della lotta armata, decide di cambiare rotta. Oramai, gli irriducibili, e sempre più soli, combattenti dell'anti-franchismo attivo non possono contare altro che sulle loro proprie forze. Per molti di loro ci sarà la morte ad aspettarli, nella radura di un bosco o in una strada di Barcellona. Una morte con in testa un tricorno, una morte che si apre sulla leggenda, una morte come eredità.

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Gli autori del libro, Gurruchari e Ibáñez, sono strettamente coinvolti con l'«insurrezione» della FIJL degli anni '60. E' parte essenziale del loro essere libertari, lo stesso che all'epoca si è affermato e strutturato al momento in cui entrambi furono parte attiva della linea d'azione "diretta e violenta contro il franchismo", adottata dalla FIJL. E' per tale ragione che, all'inizio del libro, gli autori rinunciano ad ogni "ingannevole pretesa all'obiettività", precisando che sono ansiosi di raccontare questa storia con rigore e senza restrizioni, evitando di cedere a qualsiasi tentazione agiografica.
Fino alla fine degli anni '50, la FIJL si è accontentata di funzionare come un'associazione culturale e ricreativa di affiliazione libertaria. Bisognerà attendere, in effetti, la fine del decennio perché qualcosa cominci a muoversi. Si legge che i militanti della FIJL privilegiavano quella che veniva chiamata "socialità libertaria", organizzando, non solo tra di loro ma anche insieme ai nuovi immigrati dell'epoca, dei campeggi anarchici. Queste "università d'estate" - in un primo tempo solo spagnole, dopo internazionali - contribuiranno ad affermare la coscienza sociale dei partecipanti. Mai risolta, la questione del legame organico tra i gruppi di resistenza che agivano in territorio spagnolo, da una parte, e le strutture dell'esilio riconosciute e tollerate in Francia, dall'altra, costituisce, per tutto il primo decennio di attività, un problema, per cui la CNT si trova scissa in due organizzazioni fortemente rivali, di cui una - quella cosiddetta "ortodossa" - dominava l'esilio, mentre l'altra - detta "possibilista" - era nettamente maggioritaria in Spagna. I gruppi d'azione, legati più spesso alla prima, dipendevano da un organismo "idoneo" - la Commissione di Difesa - teoricamente responsabile del coordinamento e della logistica. Per diffidenza - o, semplicemente, per precauzione - molti gruppi cominciarono a sviluppare una logica di autonomia relativa che ben presto dimostrò i suoi propri limiti. Lasciati a sé stessi e privi di qualsiasi sostegno finanziario, è per necessità che cominciano ad entrare nel circolo (vizioso) dell'attività "espropriatrice" che finisce per occupare tutto il terreno della lotta armata.

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Per rispondere a questo bisogno di separazione - giudicato sempre più necessario - tra "legalità" militante ed "illegalità" combattente, si cercherà di creare, in due riprese, degli organismi indipendenti di coordinamento fra i gruppi che agiscono in Spagna: il Movimento Iberico di Resistenza (MIR), nel 1947, ed il Movimento Popolare di Resistenza-Comitato d'Aiuto alla Resistenza Spagnola (MPR-CARE), nel 1959. Questi due progetti, a distanza di dieci anni l'uno dall'altro, incontreranno la medesima feroce opposizione, da parte dell'Esilio libertario, che non intende cedere i propri poteri; ed avranno, malgrado tutti i loro difetti, il merito di voler porre una diversa articolazione fra attività "legale" e lotta armata.
Il lungo processo, che porterà nel 1961, durante il congresso di Limoges, alla riunificazione delle due CNT rivali, solleva un'ondata di entusiasmo. L'idea che sottende tale riunificazione è del tutto semplice: coniugare lo sforzo militante per accrescere il potenziale di lotta. L'ambiguità evidente che accompagna una tale riunificazione, viene ignorata in favore di una linea generale chiaramente offensiva. Ed è in un contesto euforico che viene adottata - durante una riunione "riservata" - una risoluzione che decide, all'unanimità, la creazione di un organismo, la Difesa Interna (DI), sotto la responsabilità diretta della Commissione di Difesa. La DI, la cui esistenza doveva rimanere segreta, aveva come compito essenziale di "procedere alla selezione di compagni giudicati idonei e sicuri che collaborassero alle sue attività combattenti".
Con il senno di poi, ci si può legittimamente domandare, viste le condizioni in cui avvenne la creazione della DI ed il ruolo che vi giocavano gli elementi più immobilisti dell'ortodossia CNT ( *La presenza, in seno alla DI, di Germinal Esgleas e di Vicente Llansola, che tutti sapevano in opposizione alla riunificazione della CNT, faceva presagire che il "sottomarino" - come veniva familiarmente chiamata la DI - era già affondato. Quando si sapeva, inoltre, che la DI era stata messa sotto l'autorità della Commissione di Difesa, il cui segretario era Angel Carballeira, una altro noto rappresentante dell'immobilismo...), come potesse, questo "apparato cospirativo segreto", suscitare un tale fervore nei suoi più fedeli partigiani!
Il dispositivo, insomma, nasceva già bloccato e nessuno poteva seriamente pensare che la sola dinamica unitaria riuscisse a regolare, da sé sola, la questione di metodo che doveva necessariamente essere affrontata, e che invece, a partire dall'euforia del momento, nessuno si poneva. Ed è in tal senso, a differenza di altri progetti nati già morti, che la Difesa Interna darà luogo ad una ripetizione, piuttosto che ad un salto di qualità, producendo effetti simili a quelli che erano stati prodotti nel passato recente.

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Perché, se questo "terrorismo senza terrore", da una parte, era teoricamente in vantaggio sugli altri, come l'ETA, che non partivano dalle necessarie considerazioni etiche - evitare di provocare la morte di vittime innocenti, per esempio - si negava però, cosi facendo, e contrariamente agli altri, di terrorizzare il nemico. Cosa che voleva essere, almeno al principio, il suo scopo principale. Questa contraddizione metodologica di base marcherà, senza che essa cerchi mai di risolverla, tutta la breve esistenza della DI; il cui solo progetto serio, ma illusorio, sarà quello di attentare alla vita del Generalissimo.
Come già detto, la DI nasce da un'ambiguità. La CNT in esilio, indebolita dopo 16 anni di crisi interna e di costante emorragia dei suoi effettivi, non aveva né i mezzi umani né la capacità politica di affrontare il compito cospirativo. Ammetterlo, avrebbe implicato che si disponesse verso una strategia, più modesta, di connessione con le nuove forme di conflittualità operaia che stavano emergendo in Spagna, accettando così di ripensare il proprio ruolo ed i fondamenti del suo intervento. L'altra strada, quella che guardava con favore - senza troppo crederci - alla linea attivista, però, aveva il vantaggio di blandire la militanza. Infatti, il congresso di Limoges del 1961 adotta (almeno) due linee: la prima, tradizionalmente sindacale, auspica un'alleanza con il sindacato socialista UGT e con il basco STV; la seconda, illusoriamente attivista, dà corso alla creazione della DI.
Nel libro, la FIJL - che agisce come una seconda FAI e come punta di diamante della DI - non si lasciò del tutto illudere ed ingannare da questa improvvisa conversione della CNT all'azione diretta frontale. La prova è che, riunita in plenum nell'ottobre del 1961, solo un giorno dopo il congresso di Limoges, essa deciderà di mettersi a disposizione della DI, precisando che nel caso alla DI fosse stato impedito di funzionare, essa avrebbe proseguito "a suo proprio nome" la tattica cospirativa. In altre parole, tra quelli che avevano proposto la sua creazione per ragioni puramente demagogiche, e quelli che dubitavano seriamente della sincerità dei primi, e la facevano funzionare, la DI aveva poche possibilità di essere altro da quella che realmente fu. Vale a dire, il nodo di un conflitto interno che finirà, quattro anni più tardi al congresso di Montpellier del 1965, per rimettere definitivamente in sella il settore immobilista, facendo implodere l'esilio libertario spagnolo: la CNT in esilio non sarà altro che un corpo vuotato di ogni forza, un cadavere simbolico.
Senza la FIJL, il DI sarebbe rimasto, come tanti altri progetti provenienti dai congressi della CNT in esilio, allo stato di pio desiderio. La FIJL si coinvolge completamente nella DI. VI è rappresentata da Octavio Alberola, ne fu la fonte ispiratrice e diede le gambe su cui marciare, dando così sostegno determinato ai militanti storici come Garcia Oliver e Cipriano Mera. Il primo si rese ben presto conto che, per le sue contraddizioni, l'organismo non aveva alcun futuro: passò la mano e se ne tornò velocemente in Messico, suo luogo di residenza. Il secondo, al contrario, si accompagnerà agli attivisti della FIJL fino alla fine dell'esperienza della DI, ed anche oltre.

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Nei fatti, pertanto, DI e FIJL finiranno per essere una cosa sola. E, naturalmente, sarà sulla FIJL che, ai primi fallimenti, pioveranno le critiche di quelli che, sia al suo interno che all'esterno, non volevano l'attivismo armato. Non sono omessi, nel libro, tutti i fallimenti; dalla perdita rocambolesca di un'agenda fortemente compromettente, ai mezzi logistici generalmente disastrosi, al dilettantismo continuato nella scelta degli obiettivi e nella pianificazione delle azioni, alle evidenti carenze nel reclutamento, fino alle probabili infiltrazioni della polizia, agli arresti di massa dei militanti nel corso del 1962 e, infine, alla gestione disastrosa della campagna dell'estate del 1963 che porterà all'esecuzione di Francisco Granado e di Joaquín Delgado, nell'agosto 1963. Nonostante tutto questo, la DI rimane l'ultima espressione della lotta libertaria contro la dittatura franchista.

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L'affare Granado-Delgado suona la campana a morto per il DI. Giocando sul riflesso legittimista di una basa largamente ostile all'avventura armata, il settore immobilista riprende velocemente le cose in mano. Riguadagnata allo "egleismo"  (* Il principale contributo di Esgleas Germinal, marito di Federica Montseny, alla causa libertaria spagnola è stato quello di essere riuscito a far coniare, a partire dalle sue pratiche burocratiche, il neologismo "egleismo" che, in bocca a suoi numerosi avversari, designa una variante dell'immobilismo quando si traveste di demagogia purista), la CNT tornerà ai suoi giorni tranquilli, in attesa della morte naturale del Caudillo che avrebbe segnato la fine del lungo esilio organico.
Quanto alla FIJL, essa paga un altissimo prezzo per la sua identificazione con il DI. Nell'aprile del 1963, il suo giornale, Nueva Senda, viene vietato dalle autorità francesi che, sette mesi più tardi, dichiarano l'organizzazione fuorilegge. Contemporaneamente, una vasta operazione di polizia, effettuata nel settembre dello stesso anno su tutto il territorio francese, porta all'arresto di 21 militanti, fra cui lo stesso Cipriano Mera. Oramai clandestina in Francia, la FIJL intraprende, intorno al suo nucleo di Londra, un difficile lavoro di riorganizzazione. Si tratta di denunciare il tradimento dell'accordo di Limoges, da parte del settore immobilista, e poi di di garantire coerenza alla linea scelta al momento della creazione della DI. Deciderà quindi, per proprio conto, di preparare un attentato contro Franco; con lo stesso insuccesso dei precedenti, il progetto dell'11 agosto del 1964, porterà all'arresto di Fernando Carballo e Stuart Christie.
La dissoluzione formale della DI - che costituirà il primo atto del processo di completa normalizzazione della CNT - verrà approvato dal congresso di Montpellier del 1965. La dura battaglia, condotta da Alberola e Mera, per mettere sotto accusa quelli che, in seno alla DI, l'avevano sistematicamente paralizzata, ebbe poco effetto sui delegati controllati da Esgleas e da Llansola, che vennero confermati in quanto segretario generale e segretario del coordinamento. Da qui, una vera e propria caccia alle streghe darà modo di ripulire la casa confederale, e le sue dipendenze, da qualsiasi impurità critica. Alla  fine, l'ordine regnerà a Rue Belfort!
Ormai senza nessuna speranza di poter influenzare il Movimento Libertario Spagnolo, la FIJL inizierà, stavolta in maniera indipendente, l'ultima tappa della sua esistenza. Quella che va dal 1966 al 1969, e che riattiverà attraverso il Gruppo Primo Maggio una strategia offensiva.
I legami, stabiliti dalla FIJL con la gioventù libertaria europea, in particolare i gruppi francesi, inglesi e italiani, ed in rottura con l'anarchismo istituzionale, contribuirà, in effetti, alla maturazione di un progetto neo-anarchico, di cui il maggio 1968 sarà il punto più alto di esplosione.
Parallelamente al lavoro di elaborazione teorica, preso in carico dalla rivista Presencia, la trasformazione della FIJL in Federazione Internazionale della Gioventù Libertaria si accompagna ad un rilancio dell'azione cospirativa. Il rapimento di Marcos Ussia, consigliere dell'ambasciata di Spagna presso il Vaticano, è il primo episodio. L'operazione, portata a termine a Roma il 30 aprile del 1966, esige la liberazione di tutti i prigionieri politici e sociali in Spagna, in cambio della libertà dell'ecclesiastico. Ussia verrà rilasciato una dozzina di giorni più tardi, senza che si fosse ottenuto niente in cambio. Ereditata in parte dalla DI, questa pratica spettacolare, fu il marchio di fabbrica del Gruppo Primo Maggio.
La FIJL finirà per estinguersi, a tutti gli effetti, nel 1973, quando nel frattempo una nuova ondata di attivisti si armerà.
Fino alla prossima volta.

venerdì 5 aprile 2013

Ambasciate e tunnel

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Prima che venissero creati il SIM (Servicio de investigación Militar) ed il DEDIDE (Departamento Especial de Información del Estado), quest'ultimo gestito da Partito Comunista, nel corso della guerra civile spagnola, c'erano i cosiddetti Servicios Especiales del Ministerio de la Guerra. Tali servizi vennero creati fra l'agosto ed il settembre del 1936, su consiglio degli alti ufficiali del Ministero della Guerra, fedeli alla Repubblica, e furono diretti, dapprima, da Prudencio Sayagües, un dirigente della Gioventù della Sinistra Repubblicana. I servizi contavano, fra i loro uomini di fiducia persone come Ferando Arias Parga, José María Jareño ed il cappellano militare Pablo Sarroca Tomás. Quest'ultimo era un personaggio degno di comparire in un romanzo di Pio Baroja; amico personale di Manuel Azaña, una volta affrancatosi dalla disciplina ecclesiastica, si guadagnò ben presto fama di gran bevitore e puttaniere. Aveva il compito di svolgere gli interrogatori e di ottenere, non importa come, le confessioni. Le detenzioni e le esecuzioni, decise da Sayagües, Arias Parga, Jareño y Sarroca, venivano portate a termine dai famosi fratelli Colina Quirós, affiliati al Partito Comunista.
Nel novembre del 1936, Prudencio e i suoi agenti scapparono a Valencia, ed il colonnello Rojo venne incaricato di riorganizzare i Servizi, i quali verranno rinominati "Segundo Negociado de la Segunda Sección de Estado Mayor". Alla riunione costitutiva, svoltasi nei sotterranei del Ministero delle Finanze, a Madrid, erano presenti, oltre al colonnello Rojo, il comandante Barceló, il comandante Pavón, il colonnello Piñeiros, il comandante Rolao, il capitano Lafuente, Manuel Salgado e Manuel González Marín. Gli ultimi due, erano gli unici civili, membri della CNT. E verrà deciso da tutti i presenti che sarà proprio Manuel Salgado Moreiras, membro del comitato di Difesa CNT-FAI di Madrid, a guidare i Servizi, e a renderne conto al colonnello Rojo.
Salgado decide di creare due sottosezioni di controspionaggio. La prima è diretta dall'asturiano Bernardino Alonso, “el ruso”, militante della CNT, così soprannominato per essere sopravvissuto al "biennio nero", a Mosca. Agli ordini di "el ruso", lavorano numerosi agenti affiliati alla CNT; uomini dei Comitati di Difesa confederali come Félix España, Celestino García López, Melchor Baztán, Antonio Prieto, Mariano García Cascales (segretario delle Juventudes Libertarias di Madrid e consigliere della Junta de Defensa del generale Miaja), Eloy de Miguel, Enrique Rufo, Felipe Sandoval, Miguel Ayala “el chato”; oppure provenienti dalla disciolta "checa de Atadell", come Ángel Pedrero ed il vecchio poliziotto Luis Omaña (futuro comissario di policía a Valencia); ed altri, che non si sa bene da dove vengano, come Horacio de Paz, Jesús “el canario” ed “el señorito”.

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Nella calle Fernández de la Hoz, al numero 57, si trova la seconda sottosezione del controspionaggio creato da Salgado. La dirige César Ordax Avecilla, pittore, scrittore e giornalista della CNT. In questa sezione si svolgono le azioni di controspionaggio più importanti. Il 20 dicembre del 1936, la spia di origine belga, Jaques Borchgrave, che usava il titolo di "barone", viene prelevato mentre esce dalla sede dell'ambasciata del Belgio. Avecilla ne comunica la detenzione a Eduardo Val, il quale decide che il barone venga immediatamente trasferito nella sede del Comitato di Difesa. Da lì, dopo un lungo interrogatorio, viene condotto nei pressi del cimitero di Fuencarral, dove viene giustiziato. La decisione era stata presa da Eduardo Val, da José García Pradas e da Manuel Salgado, senza che il colonnello Rojo ne venisse informato. Quando viene ritrovato il cadavere, senza documenti (sono state rimosse persino le iniziali, ricamate sulla camicia), il giudice di Fuencarral ne ordina la sepoltura, dandone comunicazione - come è prassi - anche al Consiglio di Madrid. Ma, allo stesso tempo, comunica anche - con enorme sorpresa di chi lo ha fatto fuori - l'esistenza di un'etichetta, all'interno dei pantaloni indossati dal morto, su cui si può leggere, scritto a mano, "“Barón de Borchgrave-Sr. Borchgrave”.
Le indagini, avviate dalla Direzione Generale per la Sicurezza, ben presto scoprono che lo status di diplomatico del barone è assolutamente falso, mentre viene alla luce la sua vera professione di affarista, e sembra che questi "affari" ... "non siano proprio di una rettitudine esemplare”. Il suo status di spia è più che evidente, sebbene non venga ufficializzato. Intanto, il Ministero della Guerra, nella sua ignoranza, incarica Salgado ed i suoi agenti di trovare urgentemente gli autori del delitto: Salgado se ne sta, ovviamente, ben zitto.
Lo scandalo diplomatico è enorme, ed è tutto un lanciarsi accuse fra il Ministero di Stato della Repubblica ed il governo belga. Allo stesso tempo, il governo spagnolo accetta di pagare alla famiglia della vittima, un milione di franchi, come risarcimento.
Nel frattempo, la sezione di controspionaggio diretta da Avecilla, non se ne sta certo con le mani in mano, e progetta addirittura l'apertura di una falsa ambasciata. La scelta cade sul ... Siam, di cui non esistono diplomatici in Spagna. Una villa al numero 12 della calle Juan Bravo, ospiterà la sede dell'ambasciata. L'operazione viene progettata nella sede del Comitato di Difesa, dai soliti Val, Salgado e Pradas.
Stavolta decidono di avvalersi della collaborazione di un professionista. Antonio Verardini Ferreti, CNTista occasionale, fornito di un dubbio titolo di "ingegnere" e con un turbolento passato di truffatore alle spalle. Scarcerato il 18 luglio 1936 insieme a Cipriano Mera, rimarrà sempre a fianco di quest'ultimo, con la qualifica di Capo di Stato Maggiore della Colonna di Mera. Sarà Verardini, l'ambasciatore del Siam!

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Lo scopo della finta ambasciata, è quello di ingannare gli "scontenti" ed i "quintacolunnisti", ed attrarli nel presunto rifugio dell'ambasciata. A far da amo, ci pensa Alfonso López de Letona, noto rampollo di una famosa famiglia madrilena, il quale è stato segretario di Antonio Goicoechea e membro occasionale della Falange, ed ha numerosi amici rifugiati nelle ambasciate ed in altri centri che battono bandiera diplomatica. Mentre ce ne sono moltissimi altri che se ne stanno nascosti. Lòpez de Letona è un vecchio amico di Verardini, si sono conosciuti in carcere - che è sempre un ottimo posto per forgiare stretti vincoli di amicizia. Preoccupato per la propria vita, Lòpez de Letona si è rivolto a Veradini, chiedendogli protezione. Verardini mette un prezzo, e lo ottiene: il prezzo è che faccia correre la buona novella dell'apertura dell'ambasciata del Siam. Che lo vengano a sapere i vecchi amici di destra, quelli che stanno nascosti ed hanno paura di essere scoperti. Che ci vadano, all'ambasciata del Siam, con i loro familiari e, soprattutto, con i gioielli ed il denaro che tengono nascosti. Verranno accolti e protetti, nell'ambasciata del Siam! Del resto, lui, Lòpez de Letona, lo ha già fatto, e ci si trova benissimo. E' un'occasione da non perdere.
Non passerà troppo tempo, ed i primi, incauti, si presentano. Vengono ricevuti con grande attenzione, vengono accolti ed alloggiati in accoglienti appartamenti, tutti dotati di microfoni nascosti, per registrare le conversazione che, poi, Salgado, veniva tutti i giorni ad ascoltare.
Ma si sa, i militari di carriera mancano di senso dell'umorismo, e così quando Luis Bonilla si lascia scappare, con il generale Miaja, un accenno all'ambasciata, quest'ultimo si indigna per la villania dello stratagemma, si arrabbia ed esige - ottenendolo – che l’ambasciata venga immediatamente chiusa. Così, i poveri pochi ospiti dell'ambasciata stessa, sconcertati, vengono condotti, per ordine del generale, nei locali della Brigada de Investigación Criminal.
Ah, dimenticavo, di loro non si saprà più niente!
Ma Ordax Avecilla non dorme, e se ne inventa un'altra: il tunnel di Usera.
E’ un altro trucco, simile a quello della falsa ambasciata. L'amo, stavolta, sempre a cura del povero Lòpez de Letona, sta in una voce che si doveva far correre perché raggiungesse le orecchie giuste, in luoghi adeguati, come il Bar Negresco o il Chicote. La storia raccontava che, ad Usera, esisteva un tunnel che portava alla zona franchista. Grazie ad esso - assicurava la voce - un gran numero di patrioti erano già riusciti a mettersi in salvo. C'è solo un problema, però, continuava la voce, costa denaro, e non poco, ma il risultato è garantito. Ovviamente il risultato era quello di venire uccisi, dopo essere stati spogliati di tutto, nel tunnel.

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Intanto nella sottosezione di Bernardino Alonso le cose cominciano a complicarsi quando si scopre che sia lui che uno dei suoi, sono agenti al servizio dei russi che hanno base presso l'Hotel Gaylord, dove hanno partecipato a frequenti riunioni. Salgado si sente tradito e sostituisce Alonso con un altro uomo della CNT, Vicente Santamaría, poi rimpiazza quasi tutti gli altri agenti e ne incorpora di nuovi. Felipe Sandoval diventa il braccio destro di Santamarìa.
Il primo problema che si presenta a Santamarìa, è quello della sparizione dell'archivio dei Servizi Speciali. Alonso se l'è portato via senza chiedere permesso e lo ha senza dubbio consegnato nelle mani di Alexander Orlov. L'ordine di arresto contro Alonso, richiesto da Salgado e dettato da Miaja, viene reso vano dai servizi sovietici che, con un'azione brillante e fantasiosa, nascondono Bernardino Alonso nel Palazio Nacional, il vecchio Palacio Real, residenza ufficiale del Presidente della repubblica, Manuel Azaña.
Nel marzo del 1937, i servizi verranno sciolti dal colonnello Rojo. Era arrivata l'ora di Galarza, e del Departamento Especial de Información del Estado (DEIDE)!

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