mercoledì 11 marzo 2015

Syriza e dintorni

syriza

Il capitalismo senza nemmeno un capitalista
Ci sono due saggi fondamentali per poter capire perché Syriza, in Grecia, con ogni probabilità sta andando verso il fallimento: il primo testo è "Dominio senza soggetto", di Robert Kurz, il secondo è "Che cosa fa andare avanti il capitalismo" di  Michael A. Lebowitz.

Kurz spiega perché quello che noi chiamiamo marxismo sia in fondo solo una critica riduttiva del concetto di dominio, critica di per sé incapace di spiegare quello che è il capitalismo "maturo":
« Uno dei termini più amati dalla critica sociale di sinistra - che viene utilizzato con la spensieratezza dell'ovvietà - è il concetto di "dominio". I "dominanti" sono stati e sono considerati, in numerosi trattati ed opuscoli, come dei grandi ed universali cattivi al fine di poter spiegare le sofferenze della socializzazione capitalista. Questa cornice viene applicata retrospettivamente a tutta la storia. Nel gergo specificamente marxista, questo concetto di dominio viene ampliato nel concetto di "classe dominante". In questo modo, la comprensione del dominio ottiene una "base economica": la classe dominante è la consumatrice del plusvalore, del quale essa si appropria con l'astuzia e con la perfidia e, chiaramente, con la violenza.
Salta agli occhi come la maggioranza delle teorie del dominio, ivi incluse quelle marxiste, riducono il problema in maniera utilitaristica. Se c'è appropriazione del "lavoro altrui", allora c'è repressione sociale, se c'è violenza aperta, allora questa è per il beneficio ed il profitto di qualche persona. A chi giova - a questo si riduce il problema. Una simile considerazione non rende giustizia alla realtà. Perfino la costruzione delle piramidi degli antichi egizi, che divorava una parte non insignificante del plus-prodotto di quella società, non si può far risalire forzatamente ad un prospettiva di sfruttamento (puramente economico) da parte di una classe o casta. Anche le uccisioni reciproche dei vari "dominanti", per ragioni di "onore", non soddisfano al semplice calcolo utilitario.
»

Mentre Lebowitz spiega come un più approfondita lettura di Marx ci mostri che il capitale produce un lavoratore il quale considera le proprie condizioni come se fossero delle "ovvie leggi naturali":
« Quando consideriamo la dipendenza del lavoratore dal capitale, è difficile comprendere perché il capitalismo continui ad andare avanti. Dopo tutto, Marx non ha solamente indicato che il capitale può "spezzare ogni resistenza", egli ha anche continuato a dire che il capitale può "fare affidamento sulla sua [del lavoratore] dipendenza dal capitale, che sgorga dalle stesse condizioni di produzione, e viene garantita perpetuamente da esse". In poche parole, il capitalismo tende a produrre i lavoratori di cui ha bisogno. »

I due testi, a leggerli, vanno avanti nello spiegare perché Syryza, pur avendo ora nelle sue mani la gestione di quello che in Grecia è il più grande datore unico di lavoro, con ogni probabilità non sfrutterà mai coscientemente questa sua posizione per far progredire l'emancipazione della società dal lavoro.

Facciamo una digressione: fin dal collasso dell'Unione Sovietica - ed anche prima di questo collasso, fin dal 1914 - il marxismo è rimasto intrappolato in una crisi da cui non riesce a tirarsi fuori. E' una crisi politica, ed è strettamente connessa alla stessa crisi della politica borghese. Ma la politica è lotta di classe, o, piuttosto, è la lotta di classe ad essere lotta politica. Da questo ne consegue che la crisi della politica borghese è anche la crisi della lotta fra le classi. Il problema è duplice: da una parte, se Lebowitz ha ragione, abbiamo una classe rivoluzionaria che guarda alle esigenze del modo di produzione capitalistico come ovvie leggi naturali. Dall'altra parte, se Kurz ha ragione, il dominio sociale all'interno di questo modo di produzione non ha un soggetto, non ha uno sfruttatore. Perciò, abbiamo una lotta di classe, senza una classe dominante, che viene portata avanti da una classe che vede le sue esistenti relazioni materiali di sfruttamento come se fossero delle ovvie leggi naturali. Se Kurz e Lebowitz hanno ragione, allora non vi è alcuna emancipazione politica inevitabile e, per il marxismo, l'assenza di un'inevitabile emancipazione politica equivale all'assenza di qualsiasi possibilità di emancipazione sociale. Questo non significa che un movimento politico sia del tutto escluso; significa solamente che non possiamo ipotizzare un tale movimento. E' del tutto possibile che la società inciampi in una qualche soluzione, ma non c'è niente nelle relazioni esistenti che renda inevitabile un simile inciampo. E' assolutamente impossibile, per un marxista, accettare l'idea per cui l'emancipazione politica della classe operaia è improbabile. Perfino Lebowitz - che spiega come il capitale produca i lavoratori di cui ha bisogno - argomenta che le crisi capitaliste potrebbero essere un veicolo per l'educazione della classe operaia:
« Senza dubbio, una crisi economica fa salire alla superficie la natura del sistema economico. Quando ci sono persone disoccupate, risorse, macchinari, e fabbriche - e, allo stesso tempo, persone che hanno bisogno di quelle cose che possono essere prodotte - è abbastanza ovvio che la produzione nel capitalismo non si basa sui bisogni umani ma, piuttosto, soltanto su quello che può essere prodotto per un profitto. Questo è il momento in cui le persone possono essere mobilitate per mettere in discussione il sistema. »

E Kurz ha ipotizzato che questo potrebbe essere conseguito per mezzo di consigli, tavole rotonde, e sotto la minaccia di una catastrofe economica, sociale ed ambientale:
« Perché, quando la coscienza e l'azione pratica e sociale non si sottomettono più ad una forma incosciente della coscienza e della sua normatività oggettivata, non potrà più sorgere su tale piano una determinazione formale. Quello che finora ha seguito un cieco meccanismo normativo dev'essere adesso trasposto nella "coscienza cosciente" degli uomini - l'autocoscienza. Tale trasformazione è forse più facilmente immaginabile sulla base di quei momenti di riproduzione sociale che fino ad ora sono stati chiamati "economia". La crisi socio-ecologica, nel campo negativo, ed il pensiero in rete, nel campo positivo, suggeriscono che non si dà più libero corso agli interventi nella natura e nella società secondo un principio universalmente valido (forma denaro, "redditività"), ma che prima devono essere fatte delle scelte in accordo con i criteri sociali ed ecologici, in vista del contenuto sensibile dell'intervento e del suo successo. Una tale differenziazione, che si è resa inevitabile sotto pena di una crescente minaccia di catastrofe, tuttavia può essere effettuata praticamente solo per mezzo di un collegamento diretto fra i processi di decisione sociale ed il contenuto sensibile della riproduzione, non più codificati e filtrati da una forma incosciente. Per un tale processo di decisione si richiedono naturalmente delle istituzioni ("consigli", "tavole rotonde" o quello che sia) organizzate come un insieme in rete e (per lo meno nel corso del processo sociale di trasformazione che vada oltre la forma merce) responsabili per certi criteri di decisione. In futuro solo cum grano salis si potrà parlare anche di un "contratto sociale", sebbene il concetto stesso di "contratto" faccia parte della forma giuridica, e pertanto appartenente al mondo della merce. »

Comunque, per prima cosa, chi educa gli educatori?; e, secondo di poi, che cosa viene discusso, esattamente, in queste tavole rotonde? La figura stessa dell'educatore presuppone dei processi, per mezzo dei quali quella persona acquisirebbe una posizione teorica al di fuori delle relazioni esistenti; mentre la 'tavola rotonda' presuppone che ci sia uno scopo preciso che vada oltre le relazioni esistenti. Qualcosa che assomiglia a cercare di trovare una posizione fuori dall'universo dal quale osservare l'universo: per definizione, non esiste alcuna posizione fuori dall'universo, tutte le osservazioni avvengono dal suo interno. Non sembra esserci soluzione a questo problema, tranne assumere che il capitale collassa sia perché non c'è alcun soggetto nel suo dominio, sia perché le esigenze del suo modo di produzione appaiono essere una legge naturale per il lavoratore. Che sarebbe come dire che il dominio del capitale sul lavoratore è un atto del lavoratore stesso, e di nessun altro. Kurz lo ha percepito in relazione al dominio maschile:
« Alla stessa maniera in cui il sistema produttore di merci può apparentemente trasformare in merce ogni forma di critica e renderla, come tale, "strutturalmente" inoffensiva, così anche la coscienza maschile e compulsivamente eterosessuale del dominio, con le sue esigenze obsolete di indipendenza e sovranità, sembra piegare ogni contenuto cognitivo della critica della struttura dei sessi ad una forma superiore e più elaborata di auto-affermazione. »

Col rischio di vedere solo il lavoratore come il responsabile del suo sfruttamento da parte del capitalista (capitalista che poi nemmeno esiste), gli argomenti sia di Kurz che di Lebowitz sembrano implicare proprio il fatto che il lavoratore sia l'agente inconscio del suo proprio sfruttamento. E Marx, in "Lavoro salariato e capitale", dice altrettanto quando scrive:
« L’operaio cerca di conservare la massa del suo salario lavorando di più, sia lavorando più ore, sia producendo di più nella stessa ora. Spinto dal bisogno, egli rende ancora più gravi gli effetti malefici della divisione del lavoro. Il risultato è il seguente: più egli lavora, meno salario riceve, e ciò per la semplice ragione che nella stessa misura in cui egli fa concorrenza ai suoi compagni di lavoro, egli si fa di questi compagni di lavoro altrettanti concorrenti, che si offrono alle stesse cattive condizioni alle quali egli si offre, perché, in ultima analisi, egli fa concorrenza a se stesso, a se stesso in quanto membro della classe operaia. »

Così, Marx sistema tutti i pezzi del puzzle del "dominio senza soggetto in cui l'operaio vede le richieste del capitale come leggi naturali": è il lavoro di quest'operaio - nel contesto di una divisione del lavoro - che gli fa volgere le sue proprie capacità umane contro sé stesso. La sua stessa attività diventa il dominio su di lui di una forza apparentemente aliena. Questo dominio, dal momento che è soltanto la sua stessa attività che gli si rivolta contro attraverso la magia della divisione del lavoro, non ha bisogno di alcun soggetto. Non ha bisogno della figura marxista del supercattivo nemico della classe operaia, il capitalista. Già molto tempo prima che venisse reso superfluo dallo sviluppo attuale delle forze produttive, il capitalista era irrilevante: se ha mai giocato un ruolo di sorta nel processo sociale, è stato soltanto quello dell'uomo nero, usato come spauracchio dai comunisti per far paura ai loro bambini. Come ha scritto Kurz, il capitalista ha svolto solo una funzione meramente ideologica: era un mezzo per spiegare quello che i marxisti non sapevano spiegare.

Ora, cosa ha a che fare tutto questo con Syryza?
Vuole semplicemente dire che Syriza con ogni probabilità fallirà  a mettere fine all'austerity, non perché sia riformista o perché sia paladina del neoliberismo, o altre minchiate del genere. Fallirà semplicemente perché continuerà a fare quello che il Pasok e Nuova Democrazia hanno fatto prima di lei: proverà ad estrarre un surplus di lavoro dalla classe operaia greca - nel suo caso, non per pagare i creditori, ma per produrre crescita economica. Ma che tu cerchi di pagare i debiti, o che tu cerchi di produrre crescita economica, le esigenze rimangono le medesime: e devi spremere un surplus di lavoro dalla classe operaia!
O certo, lo sanno tutti che aumentare lo sfruttamento della classe operai per pagare i debiti è una brutta cosa, terribile; non va fatta! Però, aumentare lo sfruttamento della classe operaia per far "crescere l'economia" non viene considerato nemmeno sfruttamento. Del resto, una crescita economica si tradurrà in più salari ed in più posti di lavoro. Giusto? Che cosa c'è di male? Ogni operaio, ogni lavoratore vuole un'economia in crescita, perché gli mette il cibo in tavola, rende possibile andare in pensione, e paga le cure mediche. Bello, no?
Ma c'è un piccolo problema - ed è sempre la teoria che rompe anche le uova migliori nei migliori panieri - ed è quello che, nella teoria del lavoro, la competizione - con tutto quello che di disdicevole comporta - inizia col lavoro, e non con la disoccupazione. Mentre Syriza, quello che propone è precisamente di incrementare il lavoro per mettere fine alla disoccupazione. Insomma, un'altra bolla!
Ragion per cui, anche se Syriza riuscisse a spuntarla in Europa, realizzando così perfino i suoi sogni più folli, alla fine non farebbe altro che riprodurre esattamente, su una scala ancora più grande, le identiche condizioni che hanno creato l'attuale crisi.
Buona notte capitalismo! Buona notte Syriza!

4 commenti:

ubu re ha detto...

Intanto fuori dall'euro e un con un po'di welfare i greci starebbero meglio. Obiettivi minimi ma necessari .

Franco Senia ha detto...

Senza capitalismo, starebbero ancora meglio! Obiettivo unico.

ubu re ha detto...

Con un po'di welfare (fuori dall'euro) intanto i greci starebbero meglio. Poi la magia del fare, e forse la prassi, ci diranno: "Che fare?"

Franco Senia ha detto...

Magari qualche sacrificio umano potrebbe aiutare ... Chissà