domenica 11 ottobre 2009

Vetrine Infrante



QUEL CHE RESTA DEL VETRO

di Marco Bascetta

E’ una verità elementare che le vetrine siano state inventate per essere rotte: un diaframma frangibile, visibilmente frangibile, posto tra noi e ciò che ci può servire, o che possiamo desiderare.
Oggetti esibiti, a portata di mano, protetti da un nonnulla. C‘è di che rendere desiderabile l’insulso, il superfluo, persino l’orripilante.
Poiché le vetrine sono state inventate per essere rotte, poiché non invitano ad altro che al saccheggio, poiché sbeffeggiano chi non osa soddisfare il proprio desiderio, poiché rendono patetico, lacrimevole come il famoso nasino schiacciato contro il vetro della pasticceria, ogni sguardo desiderante, per tutte queste ragioni ed altre ancora il fatto veramente straordinario, eccezionale, incomprensibile è che nonostante tutto questo le vetrine restino intatte. Come se un pesciolino indifeso attraversasse indisturbato un mare infestato di squali famelici.
Possiamo dunque avvicinarci ancora di un passo alla morale invetriata in queste parvenze del paesaggio metropolitano.
Le vetrine sono state inventate per essere rotte, ma affinché non lo siano. Con la loro evidente fragilità intatta esse mettono in scena la potenza sconfinata dell’Ordine. Le vetrine sono l’esatto contrario delle banche, ma altrettanto inviolabili.
Tentazione repressa, rispetto delle regole, timore della punizione, ogni vetrina che giunga intatta alla chiusura della serranda, o attraversi addirittura senza danno la notte della metropoli, parla di questo. Più che le merci le vetrine esibiscono l’inviolabilità dell’ordine attraverso cui esse circolano. Le vetrine intatte e piene sono la prova più eloquente della stabilità dell’ordine costituito.
Ecco perché non può darsi alcuna seria aggressione all’ ordine costituito , alcuna sensata protesta che, in un modo o nell’altro, guardi oltre le compatibilità di sistema, nessuna presenza di piazza capace di denunciare una qualche iniquità, nessuna volontà radicale di trasformazione, che possa lasciare intatte le vetrine nella loro fragile, beffarda potenza.
Il casseur è l’interprete appassionato, disinteressato, autentico, di questa elementare verità. Rompere per rompere casseur di nome e di fatto, non ha altri obiettivi, non intende punire nessuno, se ruba lo fa distrattamente, senza interesse e senza passione, non si batte nè contro “il consumismo” né a suo favore, ha “rotto”, semplicemente, percepisce che se quelle vetrine rimanessero intatte non sarebbe successo nulla. Il casseur capisce il linguaggio della vetrina e lo parla a sua volta, intende il linguaggio dell’Ordine e lo contraddice. Certo non è la rivoluzione, ma senza di lui non ci sarebbero rivoluzioni.
Sul Kurfuerstendamm, negli anni ’60, sui larghi marciapiedi del corso berlinese, troneggiavano famose cubiche vetrine, infinite volte distrutte, infinite volte ricostruite. Non servivano ad esporre la merce, erano una sorta di barometro dell’ordine sociale.E’ una verità elementare che le vetrine siano state inventate per essere rotte: un diaframma frangibile, visibilmente frangibile, posto tra noi e ciò che ci può servire, o che possiamo desiderare.
Oggetti esibiti, a portata di mano, protetti da un nonnulla. C‘è di che rendere desiderabile l’insulso, il superfluo, persino l’orripilante.
Poiché le vetrine sono state inventate per essere rotte, poiché non invitano ad altro che al saccheggio, poiché sbeffeggiano chi non osa soddisfare il proprio desiderio, poiché rendono patetico, lacrimevole come il famoso nasino schiacciato contro il vetro della pasticceria, ogni sguardo desiderante, per tutte queste ragioni ed altre ancora il fatto veramente straordinario, eccezionale, incomprensibile è che nonostante tutto questo le vetrine restino intatte. Come se un pesciolino indifeso attraversasse indisturbato un mare infestato di squali famelici.
Possiamo dunque avvicinarci ancora di un passo alla morale invetriata in queste parvenze del paesaggio metropolitano.
Le vetrine sono state inventate per essere rotte, ma affinché non lo siano. Con la loro evidente fragilità intatta esse mettono in scena la potenza sconfinata dell’Ordine. Le vetrine sono l’esatto contrario delle banche, ma altrettanto inviolabili.
Tentazione repressa, rispetto delle regole, timore della punizione, ogni vetrina che giunga intatta alla chiusura della serranda, o attraversi addirittura senza danno la notte della metropoli, parla di questo. Più che le merci le vetrine esibiscono l’inviolabilità dell’ordine attraverso cui esse circolano. Le vetrine intatte e piene sono la prova più eloquente della stabilità dell’ordine costituito.
Ecco perché non può darsi alcuna seria aggressione all’ ordine costituito , alcuna sensata protesta che, in un modo o nell’altro, guardi oltre le compatibilità di sistema, nessuna presenza di piazza capace di denunciare una qualche iniquità, nessuna volontà radicale di trasformazione, che possa lasciare intatte le vetrine nella loro fragile, beffarda potenza.
Il casseur è l’interprete appassionato, disinteressato, autentico, di questa elementare verità. Rompere per rompere casseur di nome e di fatto, non ha altri obiettivi, non intende punire nessuno, se ruba lo fa distrattamente, senza interesse e senza passione, non si batte nè contro “il consumismo” né a suo favore, ha “rotto”, semplicemente, percepisce che se quelle vetrine rimanessero intatte non sarebbe successo nulla. Il casseur capisce il linguaggio della vetrina e lo parla a sua volta, intende il linguaggio dell’Ordine e lo contraddice. Certo non è la rivoluzione, ma senza di lui non ci sarebbero rivoluzioni.
Sul Kurfuerstendamm, negli anni ’60, sui larghi marciapiedi del corso berlinese, troneggiavano famose cubiche vetrine, infinite volte distrutte, infinite volte ricostruite. Non servivano ad esporre la merce, erano una sorta di barometro dell’ordine sociale.

(Da Anarchi.ca)

3 commenti:

Baldons ha detto...

Mi sembra una storia... raccontata due volte.

Guido Baldoni

franco senia ha detto...

due, cento, anche mille. Dipende dalla storia, da chi la racconta e da come la racconta. Di odissee non mi stanco mai. Ma non è certo questo che tu intendevi ...

salud

Baldons ha detto...

No, no... mi riferivo al fatto che a volte un testo, bree o lungo, è così bello che, una volta finito di leggerlo, l'unica cosa che puoi fare è tornare all'inizio e metterti a rileggerlo.
Questo qua, di testo, ti risparmia la fatica di tornare all'inizio, e basta leggerlo tutto per leggerlo due volte!

Guido Baldoni