sabato 12 agosto 2017

L'accelerazionismo: "il figlio bastardo del marxismo e della fantascienza"

accelera

Si tratta della storia di un asino che era allo stesso tempo affamato e assetato, che si trovava messo in mezzo fra una balla di fieno ed un secchio pieno d'acqua e che finisce per lasciarsi morire d'inedia, non sapendo decidere da dove cominciare. Conosciuto con il nome di paradosso dell'asino di Buridano, in filosofia, questa favola illustra un dilemma che viene spinto fino all'estremo. L'immobilismo, che ne è la conseguenza, non appare affatto sproporzionato rispetto alla situazione di stallo in cui si trova oggi l'immaginario della sinistra: incapace di scegliere fra modernità tecnologica e giustizia sociale, paralizzata dalla nostalgia, sembra attualmente soffrire di un deficit di futuro.
Quanto meno, appare tale la constatazione che emerge dall'accelerazionismo, uno dei pensieri sociopolitici più radicale del momento: le politiche attuali sono incapaci di generare quelle nuove idee che possono permettere di far fronte alle minacce di annientamento che provengono dal futuro. Di fronte al malfunzionamento climatico e alla distruzione terminale di alcune risorse naturali, mentre la crisi guadagna forza e velocità, i movimenti anti-globalizzazione si sono rivelati impotenti. Raggruppando una miriade di pensatori di fedi diverse, si nutre dei pensieri di Marx, di Deleuze et Guattari, e di Nick Land, ma anche della fantascienza, l'accelerazionismo propone di accentuare le tendenze autodistruttive del capitalismo. Per ricostruire, bisogna prima distruggere; per agire nel presente, ci si deve assumere il compito di dipingere immagini dell'avvenire. Nel 2013, Alex Williams e Nick Srnicek hanno pubblicato il "Manifesto per una politica accelerazionista", contribuendo a far conoscere queste idee al grande pubblico.
Oggigiorno, comunque l'accelerazionismo continua a rimanere controverso. Ma col passare del tempo (in poche parole, testimonia circa la rapidità della diffusione del pensiero nell'era 2.0), lo si è anche visto interpretato e qualificato in differenti modi. In particolare per quel che riguarda l'arte, dove il concetto di "estetica accelerazionista" ha fatto la sua comparsa sulle colonne della rivista online "e-flux". Fra gli altri, all'origine di questo pensiero, il critico culturale americano Steven Shaviro, professore di Letteratura e Cinema alla Wayne State University di Detroit, autore di diversi libri sul soggetto, fra i quali "No Speed Limit".
Quella che segue è un'intervista sull'accelerazionismo: i collegamenti col marxismo, il rapporto problematico con l'ecologia, ma anche l'importanza fondamentale della fantascienza in particolare, e dell'arte in generale - al fine di tratteggiare altri futuri possibili.

Domanda: Come definirebbe l'accelerazionismo per spiegarlo a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare?

Steven Shaviro: L'accelerazionismo proclama che la sola maniera di superare il capitalismo è spingere la sua logica fino all'estremo, vale a dire, esacerbare le sue tensioni interne accelerando il suo sviluppo per farlo implodere. Marx, in certi momenti, ha già fatto un discorso simile. Soprattutto quando parlava di contraddizioni del capitalismo, contraddizioni rispetto alle quali egli riteneva che il comunismo fosse il modo di abolirlo. Quest'ultima parola dev'essere presa nel senso della "Aufhebung" di cui parla Hegel - anche se non sono certo che Marx abbia usato quel termine.
Più specificamente, l'accelerazionismo si basa sulla crescita esponenziale dei mass media. Questo fenomeno è percepito come potenzialmente emancipatore - sia che i media possano essere utilizzati per fini anticapitalisti; sia che il loro sviluppo intrinseco finisca esso stesso per destabilizzare il capitalismo. In ogni caso, gli accelerazionisti si oppongono al sistema di pensiero dominante negli attuali partiti di sinistra, ossia, alla loro diffidenza nei confronti della tecnologia, al loro organicismo, alla loro insistenza sul primato del locale. Al contrario, gli accelerazionisti si basano - consciamente o meno - sul concetto sviluppato da Deleuze e Guattari ne L’Anti-Œdipe: la deterritorializzazione [che descrive ogni processo di decontestualizzazione di un insieme di relazioni  che permette la loro attualizzazione in altri contesti]. Secondo loro, il capitalismo è animato da profonde tendenze deterritorializzanti, benché alla fine sia sempre la riterritorializzazione che finisce per prendere il sopravvento per conservare lo status quo. Per la maggior parte degli accelerazionisti, questo movimento di  deterritorializzazione è potenzialmente rivoluzionario.

Domanda: Si è soliti associare diversi pensatori all'accelerazionismo:  Ray Brassier, Nick Srnicek e Alex Williams, Benjamin Noys - cui si deve il termine accelerazionismo - oppure ancora Armen Avanessian. Si tratta di un movimento?

Steven Shaviro: Sarebbe più giusto caratterizzare l'accelerazionismo come tendenza piuttosto che come movimento organizzato ed unificato. I pensatori menzionati l'hanno interpretato in maniere differenti. In realtà, Benjamin Noys ha inventato il termine per denunciarne la tendenza. Egli traccia una linea che parte da un certo movimento nella filosofia francese degli anni 1970 (con L’Anti-Œdipe, ma anche l'Economia libidinale di Jean-François Lyotard e lo Scambio simbolico e la morte di Jean Baudrillard), e collega questi autori al filosofo inglese Nick Land, assai influente nel mondo universitario anglosassone degli anni 1990 (si veda ad esempio il suo libro "Fanged Noumena"), e ad alcuni dei nuovi pensieri dell'inizio del XXI secolo cui si ispirano.
In seguito, se ne sono appropriati dei pensatori che intendevano dare una connotazione positiva ai temi espressi dal termine. A loro volta, l'hanno dotato di una vasta gamma di significati. Nick Land non è un marxista, ma piuttosto celebra le tendenze distruttive e disumanizzanti del capitalismo finanziario cibernetico. Al contrario, Srnicek e Williams sono dei teorici politici di sinistra che cercano di stabilire una nuova strategia socialista che dovrebbe passare per un uso progressista delle nuove tecnologie. Le loro ricerche al momento coincidono con quelle dei filosofi del realismo speculativo che sono emerse a metà del decennio precedente. Il filosofo inglese Ray Brassier ne è stata una delle figure centrali - è stato sia il traduttore in inglese delle opere del francese Quentin Meillassoux, sia sviluppando da parte sua un sistema filosofico basato su un razionalismo non antropocentrico. Armen Avanessian, quanto a lui, si ispira alle analisi politiche di Srnicek e Williams e a quelle del neo-razionalismo di Brassier e dei suoi epigoni.
Spero che tutto questo "rilascio di nomi" non sia troppo foriero di confusione. Quel che è importante, è che l'accelerazionismo si estende ad una varietà di campi: dagli argomenti politici socialisti fino alle deliranti celebrazioni di un futuro post-umanista o inumano dominato dall'intelligenza artificiale e che si riferisce alla fantascienza.

Domanda: Come ti posizioni rispetto a questi pensatori?

Steven Shaviro: La mia posizione è un po' diversa. Io prendo sul serio le possibilità di una trasformazione radicale dell'esperienza umana sotto l'effetto delle tecnologie digitali. E, allo stesso tempo, mi interesso anche molto al modo in cui la fantascienza può speculare su tali sviluppi al fine di considerare degli scenari possibili, sia di oppressione intensificata che di emancipazione potenziale.

Domanda: Il fine dell'accelerazionismo è quello di spingere il mercato fino a metterlo alle strette per fare così implodere il capitalismo - e poi? Non è sempre molto chiaro se l'accelerazionismo sia concepito come un mezzo o come un fine...

Steven Shaviro: Spero davvero che l'accelerazionismo sia il mezzo e non il fine! È effettivamente possibile vedere in Deleuze e Guattari una celebrazione della deterritorializzazione come fine in sé, ma per quanto mi riguarda, mi sembra che la loro posizione sia più sfumata. Ci fanno vedere come le correnti del capitalismo che sradicano l'organizzazione della società impongono allo stesso tempo delle nuove logiche riterritorializzanti al fine di contenere - o di espropriare - le stesse forze in tal modo scatenate. Sostengono anche che la deterritorializzazione porta ad una sorta di vicolo cieco nichilista, che deve, di conseguenza, essere temperato per mezzo di un giudizioso dosaggio fra stratificazione e riterritorializzazione - due forze che, con un po' di fortuna, si riveleranno meno opprimenti di quelle che operano nel capitalismo.
A mio avviso, gli sviluppo tecnologici recenti dimostrano che una società che sarebbe in grado di assicurare a tutti un certo grado di comfort e di tempo libero è una possibilità reale. Si è soliti ripetere che la meccanizzazione automatica dei lavori da svolgere causa la  disoccupazione e l'impoverimento dei più sfavoriti, aumentando ancora di più la ricchezza della classe privilegiata. Per me, il contributo dell'acceleraziomismo è proprio quello di dire che queste tecnologie, una volta che sono state liberate dalla proprietà privata capitalistica, potrebbero avverare una società del tempo libero e dell'abbondanza, al posto al posto di una società della scarsità come quella in cui attualmente ci troviamo. L'ironia del capitalismo è la seguente: mette in azione delle tecnologie dell'abbondanza mentre cerca di imporre la penuria.

Domanda: Nel risvolto di copertina del tuo libro, "No Speed Limit", l'accelerazionismo viene definito come «la progenie bastarda nata da una relazione furtiva fra Marxismo e fantascienza». L'accelerazionismo è un neo-marxismo? Qual è la tua relazione in rapporto al marxismo?

Steven Shaviro: Sono marxista nel senso che sono convinto che non serve a niente scindere le trasformazioni tecnologiche che sconvolgono l'esperienza umana dal fatto innegabile che l'ordine mondiale nel quale noi viviamo rimane dominato dall'accumulazione del capitale e dalla privatizzazione senza fine dei beni che in precedenza appartenevano alla sfera comune o pubblica. Le tecnologie digitali in realtà hanno avuto come conseguenza quella di un'intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro, in quanto hanno aumentato lo spettro di quello che viene considerato come ciò che può essere trasformato in merce. Tale fenomeno, che persone come Michael Hardt o Antonio Negri definiscono, estrapolando a partire da una frase di Marx, come la "sussunzione reale", da parte del capitale, non solo del lavoro, ma di tutti gli aspetti della vita umana - ivi compresa la proprietà intellettuale e gli umori e le esperienze di ciascuno.
Per dirlo in maniera diversa, l'analisi che ha fatto Marx delle tensioni interne del capitalismo oggi sembra essere più valida che mai, mentre, allo stesso tempo, le sue predizioni - o la sua teleologia - non si sono realizzate. Il capitalismo sembra non fare altro che intensificarsi sotto l'effetto delle sue stesse contrazioni anche laddove si pensava che avrebbero causato la sua rovina. Così, è da Marx che Joseph Schumpeter ha tratto il suo famoso concetto di "distruzione creativa" che tutti quanti oggi riprendono, riconoscendo che essa potrebbe portare alla rivitalizzazione del capitalismo piuttosto che alla sua caduta.
È in questo che la fantascienza può diventare utile - o, più precisamente. è qui che l'accelerazionismo infuso di fantascienza e di marxismo comincia ad avere senso. A mio avviso, il marxismo ha bisogno di una dose di fantascienza. Le recenti discussioni introno al "capitalismo cognitivo" ed al lavoro cognitivo ed affettivo fanno eco alla crisi della sussunzione reale, ma non prendono sufficientemente sul serio le trasformazioni tecnologiche. D'altra parte, la posizione di coloro che, come Nick Land, antepongono le implicazioni umane delle tecnologie digitali senza tener conto del lato dell'economia politica è estremamente problematica: arrivano a celebrare la "distruzione creativa" senza tener conto dei costi umani ed ecologici.

Domanda: Esattamente, come si fanno coesistere accelerazionismo ed ecologia?

Steven Shaviro: Tutti noi sappiamo che non è stato solo il capitalismo ad aver avuto conseguenze disastrose sull'ecologia: il socialismo, nei regimi del XX secolo che lo hanno adottato, non ha affatto risparmiato l'ambiente. Oggigiorno, i discorsi ambientalisti mettono spesso l'accento sulla scarsità e sui limiti. Così facendo, non fanno altro che ripetere la paura della penuria che ha dettato la linea di condotta delle politiche capitaliste e del socialismo di Stato stalinista. O, in alternativa, l'ecologia deve smettere di preoccuparsi unicamente della penuria, che non fa altro che accrescere lo sfruttamento intensivo. In realtà, l'energia abbonda: sono i nostri sforzi per meglio sfruttare l'energia solare, eolica o delle maree che bisogna intensificare. Può sembrare contro-intuitivo, ma penso che solo un approccio accelerazionista al clima, vale a dire che cessi di concepire l'ambiente in termini di scarsità e di competizione, può essere allo stesso tempo in grado di risolvere la nostra crisi ecologica attuale.

Domanda: Innegabilmente, c'è un tono apocalittico che soggiace all'accelerazionismo. Sei d'accordo a dire che la sua retorica esprime una certa erotizzazione della catastrofe?

Steven Shaviro: Purtroppo, è chiaramente così. Come lo ha espresso Mark Fischer in "Capitalist Realism", un'opera di un'importanza fondamentale, per noi è più facile immaginare la fine del mondo tout court piuttosto che la riforma o la sostituzione del capitalismo. D'altronde, Slavoj Zizek e Fredric Jameson lo hanno già detto prima di lui, ma è Mark Fischer che ne ha dato la formulazione più profonda e meticolosa. Troppe persone si sono bevuto l'argomento di Margaret Thatcher secondo cui "non c'è alcuna alternativa" [la famosa "TINA": "there is no alternative"] all'attuale regime di privatizzazione, di mercificazione, ecc.. Anche in questo caso, la fantascienza ci viene in aiuto al momento giusto: estrapolando la realtà attuale ed immaginando differenti futuri possibili, essa ci dà la capacità di renderci conto fino a che punto le pratiche contemporanee possono divenire malefiche e distruttive, ma anche di renderci conto che "un altro mondo è possibile", per dirlo alla maniera degli anti-globalizzazione.

Domanda: Tornando al concetto di fantascienza. Sul tuo blog, menzioni la nuova fantascienza "Pop Apocalisse" di Lee Konstantinou, in cui vedi una prefigurazione dei temi accelerazionisti. Tu stesso, scrivi spesso sul cinema. In generale, quale ruolo secondo te può giocare la fiction nell'elaborazione di una teoria? È possibile assegnargli una funzione euristica?

Steven Shaviro: L'arte in generale - e la fantascienza in particolare - è un modo di estrapolazione speculativa. Le migliori storie di fantascienza sono quelle che non cercano di predire il futuro in maniera letterale, ma di sviluppare degli indici di avvenire (o quello che Deleuze chiama il "virtuale"), che è già implicitamente presente nello stato di cose attuali. Per quanto concerne le forme audiovisive (i film, le trasmissioni televisive, ma soprattutto i videogiochi e le clip musicali). esse servono ad esprimere la trasformazione dell'esperienza soggettiva per mezzo delle nuove tecnologie digitali. Oggi, viviamo il mondo in maniera radicalmente diversa da come facevano Merleau-Ponty o gli altri autori della fenomenologia degli anni sessanta. I racconti costruiti con l'aiuto dei nuovi media ci permettono di far prendere coscienza. Quindi, per rispondere alla domanda: sì, penso che le storie di fantascienza e le fiction audiovisive possono avere una funzione euristica. In quanto ci aiutano a comprendere e ad orientarci in quelle nuove condizioni di vita che sono le nostre.

Domanda: Sulle colonne della rivista online e-flux, hai sviluppato il concetto di "estetica accelerazionista". Potresti spiegare quello che intendi con questo termine? Ritieni che ci siano degli artisti che lavorano di già in quest'ottica?

Steven Shaviro: Ovviamente, non c'è una vera e propria fuga dalle leggi del mercato: a partire dagli artisti così detti plastici fino agli illustratori, musicisti o danzatori, tutti hanno bisogno di trovare un modo di vivere della propria arte. Una delle preoccupazioni maggiori dell'arte del XX secolo è stata la trasgressione, sia a livello di forma che di contenuto. Sul terreno della "cultura alta", la cultura del circuito istituzionale, con l'orinatoio di Duchamp, con il pezzo 4.33" di John Cage, oppure anche con le opere concettuali della fine del secolo
ha tentato di produrre delle opere che resistano alla proprietà privata.
Nel XXI secolo questa strategia non funziona più realmente, poiché tutto lo spettacolo della trasgressione trova il suo mercato. Allo stesso tempo, i produttori della cultura di massa trovano sempre più difficile essere remunerati, dal momento che le grandi società di distribuzione si impadroniscono di una gran parte dei profitti provenienti dai loro sforzi. Ecco la ragione per cui non penso che gli artisti di oggi possano riuscire a minare il mercato. Tuttavia, quello che possono riuscire a fare, e questo ci fornisce l'occasione di sperimentare per procura come le cose potrebbero evolvere in maniera diversa. Ciò che io chiamo "estetica accelerazionista", e che identifico con più frequenza nelle produzioni della cultura di massa piuttosto che nella "cultura alta", è un modo di mostrare le conseguenze e le eventualità (per la fantascienza) o di modellare la riorganizzazione tecnologica della sensazione (nel caso delle clip musicali).

Domanda: L'emergere dell'accelerazionismo è strettamente correlato al web in quanto medium: l'impatto planetario e la diffusione immediata delle nuove idee. Il manifesto accelerazionista avrebbe potuto avere come titolo «#accelerate", e d'altra parte, hai un blog molto prolifico sui social network. Che impatto ha avuto il web sul modo di produrre la teoria?

Steven Shaviro: Senza internet, è poco probabile che l'accelerazionismo avrebbe visto la luce. A questo proposito, il movimento si situa nella linea delle diverse formulazioni di realismo speculativo, che sono state essenzialmente elaborate online, attraverso dei blog e dei forum, intorno al 2007. Non credo affatto che la lettura e la scrittura rapida propria del web possa sostituire le forme più tradizionali del rigore accademico - i libri e gli articoli critici. Ma il web aggiunge una dimensione supplementare alle idee innovative: esse possono diffondersi più rapidamente, le persone che hanno preoccupazioni simili possono entrare in contatto fra loro più facilmente, e alla fine, ciò permette a degli individui senza quelle qualifiche universitarie abitualmente richiese di prendere parte ai dibattiti intellettuali e di essere presi sul serio. Questi aspetti sono positivi, malgrado i noti inconvenienti del discorso di internet: spam, molestie o "doxxing". Così, si può vedere l'accelerazionismo come la risposta a tutti questi nuovi parametri e allo stesso tempo insieme alla loro esemplificazione.

- Pubblicato su Les Inrocks, il 3 ottobre 2015 -

fonte: Les Inrocks

accelera manifest

Appendice:

#ACCELERATE MANIFESTO per una Politica Accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek

01. INTRODUZIONE: Sulla congiuntura
1.
All'inizio della seconda decade del ventunesimo secolo, la civilizzazione globale affronta un nuovo tipo di cataclismi. Queste imminenti apocalissi ridicolizzano le normee le strutture organizzative delle politica che furono forgiate alla nascita degli stati-nazione e agli inizi del capitalismo e di un ventesimo secolo contrassegnato da guerre senza precedenti.
2. Il cataclisma più significativo è il collasso del sistema climatico del pianeta, che potrebbe incluso mettere in pericolo l'esistenza di tutta la popolazione mondiale. Nonostante questa sia minaccia più grave che l'umanita si trovi ad affrontare, ci sono una serie di problemi meno destabilizzanti ma potenzialmente uguali che coesistono ed interattuano con il problema principale. L'esaurimento irreversibile delle risorse, in particolare quelle idriche ed energetiche, può essere causa di carestie di massa, del crollo di paradigmi economici e di nuove guerre, calde e fredde. La crisi finanziaria in corso ha indotto i governi ad adottare la spirale mortale delle politiche di austerità e la privatizzazione dei servizi pubblici e dello stato sociale che ha causato una massiccia disoccupazione e salari stagnanti. La crescente automazione dei processi produttivi, tra cui il "lavoro intellettuale", mostra la crisi secolare del capitalismo e la sua precoce incapacità nel mantenere gli standard di vita attuali, anche per le ex classi medie del Nord del mondo.
3. In contrasto con queste catastrofi sempre più accelerate, la politica di oggi è afflitta da una incapacità di generare nuove idee e modi di organizzazione necessari per trasformare le nostre società per affrontare e risolvere le prossime devastazioni. Mentre la crisi prende forza e velocità, la politica perde forza e si ritira. In questa paralisi dell'immaginario politico, il futuro è stato annullato.
4. Dal 1979, l'ideologia politica egemonica globale è stata il neoliberismo, che ritroviamo in una sua variante in tutte principali potenze economiche. Nonostante le sfide profondamente strutturali che i nuovi problemi globali presentano in questo sistema, tra le più urgenti le crisi creditizie, finanziere e fiscali che si sono prodotte a partire dagli anni 2007/2008, i programmi neoliberali sono evoluti solo nella direzione del proprio approfondimento. Questa continuazione del progetto neoliberale, o neoliberalismo 2.0, ha cominciato ad applicare un nuovo ciclo di aggiustamenti strutturali, sempre più importanti nell’incoraggiare nuove ed aggressive incursioni del settore privato in ciò che rimane delle istituzioni e servizi socialdemocratici. Tutto ció nonostante gli effetti sociali ed economici negativi di tali politiche, e delle barriere a lungo termine che pongono le nuove crisi globali.
5. Che i settori della destra istituzionale e non e dell'ambito corporativo siano stati capaci di impulsare il neoliberalismo in questo modo è, almeno in parte, conseguenza della paralisi e della incapacità permanente di buona parte di quello che rimane della sinistra. Trent’anni di neoliberismo hanno reso la maggior parte dei partiti politici di sinistra spogliati del pensiero radicale, svuotati, e senza un mandato popolare. Nel migliore dei casi hanno risposto alle nostre crisi attuali con degli appelli per un ritorno ad una economia keynesiana, nonostante l'evidenza che le condizioni stesse che permisero l'avvento della socialdemocrazia nel dopoguerra non esistono più. Non possiamo ritornare al tempo del lavoro di massa industriale-fordista nè per decreto nè per ogni altro motivo. Anche i regimi neosocialisti della Rivoluzione Bolivariana del Sud America, mentre rincuorano nella loro capacità di resistere ai dogmi del capitalismo contemporaneo, rimangono deludentemente incapaci nel avanzare un'alternativa aldilà del socialismo della metà del ventesimo secolo. Il lavoro organizzato, essendo sistematicamente indebolito dalle modifiche introdotte nel progetto neoliberista, è sclerotizzato a livello istituzionale e - nella migliore delle ipotesi - capace solo di mitigare leggermente i nuovi aggiustamenti strutturali. Ma senza un approccio sistematico per costruire un nuova economia, o senza la solidarietà strutturale attraverso la quale impulsare tali cambiamenti, per ora il lavoro rimane relativamente impotente. I nuovi movimenti sociali che sono emersi dopo la fine della guerra fredda, vivendo una rinascita negli anni dopo il 2008, sono stati analogamente incapaci di elaborare una nuova visione ideoligico-politica. Spendono invece molte energie nei propri processi interni di democrazia diretta e nell’autovalorizzazione affettiva al di lá dell'efficacia
strategica, e spesso propongono una variante del localismo neo-primitivista, quasi come se fosse sufficiente la fragile ed effimera "autenticità" dell'immediatezza comunale per contrastare la violenza astratta del capitale globalizzato.
6. In assenza di una visione sociale, politica, organizzativa ed economica radicalmente nuova, le potenze egemoniche di destra continueranno ad essere in grado di portare avanti il loro immaginario gretto, a fronte di tutte le evidenze. Nel migliore dei casi, la sinistra potrebbe essere in grado per un certo tempo di resistere parzialmente alcune delle peggiori incursioni. Ma questo sarà ben poco rispetto all’ondata finale che incombe inesorabile. Generare una nuova egemonia globale della sinistra significa recuperare possibili futuri perduti, anzi il recupero del futuro come tale.

02. INTERREGNUM: Sugli accelererazionismi
1.
Se esiste un sistema che è stato associato con l’idea dell'accelerazione questo è il capitalismo. Il metabolismo essenziale del capitalismo richiede crescita economica, la concorrenza tra le singole entità capitaliste mettendo in moto una crescente evoluzione tecnologica nel tentativo di ottenere un vantaggio competitivo, il tutto accompagnato da una crescente dislocazione sociale. Nella sua forma neoliberista, la sua auto-narrazione ideologica è quella di liberare le forze della distruzione creativa, per spianare la strada alle innovazioni tecnologiche e sociali in costante accelerazione.
2. Il filosofo Nick Land colse questo fenomeno più acutamente, con una convinzione miope, quasi ipnotica, che velocità capitalista da sola avrebbe potuto generare una transizione globale verso una singolarità tecnologica senza precedenti. In questa visione del capitale, gli esseri umani potrebbero terminare essendo un peso ed un ostacolo per raggiungere quest'intelligenza planetaria astratta costruita rapidamente unendo i frammenti delle civilizzazioni del passato. Il neoliberalismo di Land confonde comunque la velocità con l'accelerazione. Potremmo essere in rapido movimento, ma solo dentro una ben definita serie di parametri capitalistici che non oscillano mai. Sperimentiamo solo la velocità crescente di un orizzonte locale, un semplice impeto di morte cerebrale piuttosto che una accelerazione che sia anche un viaggio, un processo sperimentale di scoperta all'interno di uno spazio universale di possibilità. È la seconda modalità di accelerazione quella che riteniamo essenziale.
3. E quel che è peggio, come Deleuze e Guattari rilevarono, fin dal principio la velocità capitalista da una parte deterritorializza, mentre riterritorializza dall'altra. Il progresso diviene costretto in un ambito di plusvalore, di un esercito di riserva del lavoro e di un capitale liberamente fluttuante. La modernità è ridotta a misure statistiche di crescita economica e l'innovazione sociale diventa incrostata delle rimanenze kitsch del nostro passato comune. La deregolamentazione thatcheriana-reaganiana siede comodamente al fianco del 'ritorno alle origini' della famiglia vittoriana e dei valori religiosi.
4. Una tensione più profonda all'interno neoliberismo si trova anche nei termini della sua rappresentazione come veicolo della modernità, come sinonimo letterale della modernizzazione, mentre promette un futuro che è costitutivamente incapace di fornire. In effetti, il progresso del neoliberismo, piuttosto che consentire la creatività degli individui ha mostrato una tendenza verso l'eliminazione della creatività cognitiva a favore di una linea di produzione affettiva delle interazioni codificatet, accoppiata a delle catene di approvviggionamento globali e una ad zona di produzione orientale neo-fordista. Un cognitariato irrisorio composto da elite di lavoratori intellettuali si restringe ogni anno di più, al ritmo nel quale una crescente automazione algoritmica si fa strada attraverso le sfere del lavoro affettivo e intellettuale. Il neoliberismo, nonostante si ponga come la fase di uno sviluppo storico necessario, in realtà si trattò di un mezzo meramente contingente per scongiurare la crisi del valore che emerse nel 1970. Inevitabilmente divenne una sublimazione della crisi piuttosto che il suo superamento definitivo.
5. Marx, insieme a Land, resta un pensatore accellerazionista paradigmatico. Contrariamente alla critica già nota e all'atteggiamento di alcuni marxiani contemporanei, dobbiamo ricordare che lo stesso Marx utilizzò gli strumenti teorici più avanzati e i dati empirici disponibili nel tentativo di comprendere e trasformare il suo mondo. Non era un pensatore che ha resistiò alla modernità, ma piuttosto fu un
pensatore che ha cercato di analizzare e intervenire all'interno di essa, comprendendo che nonostante lo sfruttamento e la corruzione, il capitalismo è rimasto fino ad oggi il sistema economico più avanzato. I suoi vantaggi non dovevano essere invertiti, ma accelerati oltre le restrizioni della forma valore capitalista.
6. Certamente, come anche Lenin scrisse nel testo del 1918 sull'infantilismo “di sinistra”: Il socialismo è inconcepibile senza l'enorme macchina capitalista basata sui più recenti progressi della scienza moderna. Non è concepibile senza un'organizzazione statale che prevede di sottoporre a decine di milioni di persone alla più rigorosa osservanza di un'unica norma di produzione e di distribuzione. Noi marxisti, abbiamo sempre parlato di questo, e non vale neanche la pena di sprecare due secondi a parlare con le persone che non capiscono nemmeno questo (anarchici e una considerevole parte dei rivoluzionari della sinistra socialista).
7. Come Marx sapeva, il capitalismo non può essere identificato come l'agente della vera accelerazione. Allo stesso modo la valutazione della sinistra in contrasto con l’accelerazione tecnosociale è, almeno in parte, un travisamento grave. Infatti, se la sinistra vuole avere un futuro deve essere quello in cui essa stessa abbracci al massimo questa tendenza accellerazionista repressa.

03. MANIFESTO: Sul futuro
1.
Crediamo che la divisione più importante della sinistra di oggi si trovi tra quelli che praticano una politica popolare di carattere locale, di azione diretta e un orizzontalismo inesauribile, e quelle che delineano ciò che deve dovrebbe chiamarsi una politica accelerazionista, comoda con una modernità composta di astrazione, complessità, globalità, e tecnologia. I primi si ritengono soddisfatti con la creazione di piccoli spazi temporanei di relazioni sociali non capitalistici, evitando i problemi reali connessi nell'affrontare dei nemici che sono intrinsecamente non locali, astratti, e profondamente radicati nella nostra infrastruttura di tutti i giorni. Il fallimento di questa politica è incorporato fin dal principio. Al contrario, una politica accelerazionista cerca di preservare le conquiste del tardo capitalismo, e allo stesso tempo di andare oltre ció che permette il suo sistema di valori, le sue strutture di governance, e le sue patologie di massa.
2. Tutti noi vogliamo lavorare di meno. È interessante sapere perché il più importante economista del mondo del dopoguerra credeva che un capitalismo illuminato sarebbe inevitabilmente evoluto con una radicale riduzione della giornata di lavoro. In Prospettive economiche per i nostri nipoti (scritto nel 1930), Keynes predisse un futuro capitalista in cui le persone avrebbero ridotto l'orario di lavoro a tre ore al giorno. Invece si è gradualmente eliminata la separazione tra lavoro e vita, il lavoro è arrivato a permeare ogni aspetto della fabbrica sociale emergente.
3. Il capitalismo ha iniziato a reprimere le forze produttive della tecnologia, o almeno, a dirigerle verso fini inutilmente limitati. Le guerre dei brevetti e la monopolizzazione delle idee sono fenomeni contemporanei che puntano sia al bisogno del capitale di superare la concorrenza, che all'approccio sempre più retrograda del capitale con la tecnologia. Le conquiste propriamente accelerative del neoliberismo non hanno portato a meno lavoro e meno stress. Infatti, invece di un mondo di viaggi nello spazio, choc del futuro, e potenziale tecnologico rivoluzionario, viviamo in un tempo in cui l'unica cosa che si sviluppa sono dei gadget per i consumatori leggermente migliorati. Iterazioni incessanti dello stesso prodotto basico sostengono la domanda marginale dei consumatori a scapito dell'accelerazione umana.
4. Non vogliamo tornare al Fordismo. Non puó esserci un ritorno al Fordismo. "L'età dell'oro" si basava sul paradigma di produzione dell'ambiente ordinato della fabbrica, dove il lavoratore (maschile) riceveva sicurezza e uno standard di vita basico a cambio di una vita mortificante e della repressione sociale. Tale sistema si appoggiava su di una gerarchia internazionale di colonie, imperi, e periderie sottosviluppate; una gerarchia nazionale di razzismo e sessismo; e una rigida gerarchia familiare di sottomissione femminile. Nonostante tutta la nostalgia che molti possono sentire, questo regime è tanto indesiderabile come il suo ritorno praticamente impossibile.
5. Gli Accelerazionisti vogliono scatenare la forze produttive latenti. In questo progetto, la piattaforma materiale del neoliberismo non ha bisogno di essere distrutta. Ha bisogno di essere riproposta verso obiettivi comuni. L'infrastruttura esistente non è una fase del capitalismo da distruggere, ma un trampolino di lancio verso il post-capitalismo.
6. Data la riduzione in schiavitù della tecnoscienza agli obiettivi capitalistici (specialmente a partire dalla fine del 1970) sicuramente non sappiamo ancora cosa può fare un corpo tecnosociale moderno. Chi tra di noi intravede le potenzialità che si nascondono dietro le tecnologie che sono già state create? La nostra scommessa è che la vera potenzialità trasformativa di molta della nostra ricerca tecnologica e scientifica rimane inutilizzata, riempita di funzionalità attualmente ridondanti (o preadattamenti) che, se spostata oltre il miope socius capitalista, può risultare decisiva.
7. Vogliamo accelerare il processo dell'evoluzione tecnologica. Ma ciò di cui stiamo discutendo di non si tratta di tecno-utopismo. Mai credere che la tecnologia sarà sufficiente per salvarci. Necessaria sì, ma mai sufficiente senza l'azione socio-politica. La tecnologia e il sociale sono intimamente legate tra loro, il cambio in una potenzia e rinforza il cambio nell'altra. Laddove i tecno-utopisti sostengono l'accellerazione sulla base che essa automaticamente supererà il conflitto sociale, la nostra posizione è quella nella quale la tecnologia dovrebbe essere accellerata proprio perchè è necessaria per vincere i conflitti sociali.
8. Crediamo che qualsiasi post-capitalismo richiede una pianificazione post-capitalista. La fiducia che riposa nell'idea nel quale, dopo la rivoluzione, la gente costituirà spontaneamente un nuovo sistema socioeconomico che non sia semplicemente un ritorno al capitalismo, nel migliore dei casi è naïve e nel peggiore è ignoranza. Per superare questo problema dobbiamo sviluppare sia una mappa cognitiva del sistema esistente sia una immagine speculativa del futuro sistema economico.
9. Per fare ciò, la sinistra deve approfittare di ogni progresso tecnologico e scientifico reso possibile dalla società capitalista. Dichiariamo che la quantificazione non è un male da eliminare, ma uno strumento da utilizzare nel modo più efficace possibile. La modellizzazione economica è - in poche parole - una necessità per rendere intelligibile un mondo complesso. La crisi finanziaria del 2008 rivela i rischi di accettare ciecamente modelli matematici sulla base della fede, ma questo è un problema di autorità illegittima, non della stessa matematica. Gli strumenti che si trovano nell'analisi delle reti sociali, nei modelli fondati sugli agenti, nelle analisi del big data, e nei modelli economici del disequilibrio, sono mediatori cognitivi necessari per capire sistemi complessi come l'economia moderna. La sinistra accelerazionista deve diventare alfabetizzata in questi settori tecnici.
10. Qualsiasi trasformazione della società deve coinvolgere la sperimentazione economica e sociale. Il progetto cileno Cybersyn è emblematico di questo atteggiamento sperimentale - fondendo tecnologie cibernetiche avanzate con sofisticati modelli economici, e una piattaforma democratica materializzata nella infrastruttura tecnologica. Esperimenti simili sono stati condotti in anni 1950 - 1960 anche nell'economia sovietica, impiegando cibernetica e programmazione lineare nel tentativo di superare i nuovi problemi della prima economia comunista. Che entrambi gli esperimenti non abbiano avuto successo si può ricondurre ai vincoli politici e tecnologici in cui operavano questi cibernetici.
11. La sinistra deve sviluppare un'egemonia sociotecnologica: sia nella sfera delle idee che nella sfera delle piattaforme materiali. Le piataforme sono l'infrastruttura della società globale. Stabiliscono i parametri di base di ciò che è possibile, sia sul piano comportamentale che su quello ideologico. In questo senso, incarnano i materiali trascendentali della società: sono ciò che rende possibile un determinato insieme di azioni, relazioni e poteri. Nonostante gran parte dell'attuale piattaforma globale è orientata a favorire i rapporti sociali capitalistici, questa non è una necessità imprescindibile. Queste piattaforme materiali di produzione, finanza, logistica, e consumo possono e devono essere riprogrammate e riformattate verso fini post-capitalistici.
12. Non crediamo che l'azione diretta sia sufficiente per raggiungere questo obiettivo. Le abituali tattiche di manifestazione, di portare cartelli, e la creazione di zone temporaneamente autonome rischiano di
diventare dei confortanti sostituti del successo effettivo. "Almeno abbiamo fatto qualcosa" è il grido di battaglia di coloro che privilegiano l'autostima piuttoso che l’azione efficace. L'unico criterio che definisce una buona tattica è se con essa si ottiene il successo o meno. Dobbiamo porre fine alle forme feticistiche di azione individuale. La politica deve essere trattata come un insieme di sistemi dinamici divisi dal conflitto, da adattamenti e contro-adattamenti, e da strategiche corse alle armi. Ciò significa che ogni forma di azione politica individuale perde la sua efficacia nel tempo, perché la controparte si adatta. Nessuna forma di azione politica è storicamente inviolabile. Inoltre con il tempo diventa sempre più necessario abbandonare alcune tattiche tradizionali di lotta perché le forze e le entità che si desidera sconfiggere imparano a difendersi e a contrattaccare in modo molto efficace. È in parte l'incapacità della sinistra contemporanea di operare in questo senso si trova in prossimità del cuore del malessere contemporaneo.
13. Lo stragrande accento posto alla “democrazia come processo” deve essere lasciato alle spalle. La feticizzazione dell'apertura, dell'orizzontalità e della inclusione di molta della sinistra 'radicale' contemporánea ha posto le basi dell'inefficacia. Anche la segretezza, la verticalità, e l’esclusione, tutte hanno il loro posto in un'azione politica efficace (anche se, ovviamente, non in maniera esclusiva).
14. La democrazia non può essere definita semplicemente con i suoi mezzi - tramite le votazioni, la discussione, o le assemblee generali - la vera democrazia deve essere definita dal suo obbiettivo: l'emancipazione collettiva e l'autogoverno. Questo è un progetto che deve allineare la politica con l'eredità dell'Illuminismo, nella misura in cui solo dalla nostra capacità di capire meglio noi stessi e il nostro mondo (sociale, tecnologico, economico, psicologico) potremo arrivare a governare noi stessi. Dobbiamo stabilire un'autorità legittima verticale controllata collettivamente assieme a dei modelli sociali orizzontali e distribuiti per evitare di diventare schiavi di un centralismo totalitario e tirannico o di un ordine emergente capriccioso che sfugga al nostro controllo. L'autorità del Piano deve sposare l'ordine improvvisato dalla Rete.
15. Non presentiamo alcuna organizzazione particolare come il mezzo perfetto per incarnare questi vettori. Ciò di cui si ha bisogno – e che è sempre stato necessario - è di una ecologia delle organizzazioni, un pluralismo di forze che risuonano e si retroalimentano sulla base della comparazione dei loro punti di forza. Il settarismo è la condanna a morte sulla sinistra così come lo è il centralismo, in questo senso dobbiamo sottolineare ancora una volta l'importanza di sperimentare tattiche diverse (anche con coloro con i quali siamo in disaccordo).
16. Abbiamo tre obiettivi specifici a medio termine. In primo luogo, dobbiamo costruire una infrastruttura intellettuale. Imitando la Mont Pelerin Society della rivoluzione neoliberale, il suo compito è quello di creare una nuova ideologia, dei modelli economici e sociali, ed una visione di ció che è giusto per sostituire e superare gli ideali emaciati che governano il nostro mondo attuale. Stiamo parlando di una infrastruttura, nel senso di costruire non solo idee, ma istituzioni e percorsi concreti che permettano di inculcare, incarnare e diffondere queste idee.
17. Abbiamo bisogno di promuovere una riforma dei mezzi di comunicazione su larga scala. Perchè, nonostante l'apparente democratizzazione che offrono internet e le reti sociali, i mezzi di comunicazione tradizionali rimangono cruciali per selezionare e definire il discorso, assieme al possedimento delle risorse necessarie per continuare a promuovere il giornalismo investigativo. Portare questi organi il più vicino possibile al controllo popolare è cruciale per disfare la presentazione dello stato attuale delle cose.
18. Infine, abbiamo bisogno di ricostituire le varie forme del potere di classe. Tale ricostituzione deve andare oltre l'idea che un proletariato globale generato orgánicamente già esista. Si deve cercare invece di saldare assieme una serie di identità proletarie parziali distinte, spesso incarnate nelle forme post-fordiste del lavoro precario.
19. Ci sono molti gruppi e individui che già lavorano su questi tre obiettivi, ma separatamente i loro sforzi non sono sufficienti. Ciò che è necessario è che i tre si retroalimentino a vicenda, ciascuno modificando la congiunzione attuale in modo tale che gli altri siano sempre più efficaci. Un ciclo di feedback positivi sulla trasformazione ideologica, sociale, economica delle infrastrutture per generare una nuova egemonia
complessa, una nuova piattaforma tecno-sociale post-capitalista. La storia dimostra che è sempre stato un ampio mix di tattiche e di organizzazioni che hanno determinato il cambiamento sistemico, queste lezioni devono essere imparate.
20. Per raggiungere ognuno di questi obiettivi, a livello più pratico riteniamo che la sinistra accelerazionista deve pensare più seriamente ai flussi di risorse e di denaro necessari per costruire una nuova infrastruttura politica efficace. Al di là del 'potere del popolo' dei corpi nelle strade, abbiamo bisogno di finanziamenti, sia da parte di governi che istituzioni, think tank, dei sindacati, o di singoli benefattori. Consideriamo la posizione e la conduzione di tali finanziamenti flussi essenziali per iniziare la ricostruzione di una ecologia di organizzazioni efficaci della sinistra accellerazionista.
21. Dichiaramo che solo una politica prometeica che detenga la massima maestria sulla società e il suo ambiente è in grado di affrontare sia i problemi globali che di ottenere la vittoria sul capitale. Questa maestria deve essere distinta da quella amata dai pensatori dell'Illuminismo originale. L'universo meccanico di Laplace, così facilmente controllato date le sufficienti informazioni, è scomparso dall'agenda della conoscenza scientifica seria. Ma non diciamo questo per allinearci con lo stanco residuo della postmodernità, condannando la maestria come proto-fascista o l'autorità come innatamente illegittima. Proponiamo invece che i problemi che affliggono il nostro pianeta e la nostra specie ci obblighino a rinnovare la maestria in una veste nuova e complessa; nonostante non possiamo prevedere il risultato esatto delle nostre azioni, possiamo probabilisticamente determinare dei probabili intervalli di risultati. Ciò che deve essere accoppiato a tale analisi dei sistemi complessi è una nuova forma di azione: improvvisativa e in grado di eseguire un disegno attraverso una pratica che funzioni con le contingenze che scopre solo nel corso della sua attuazione, in una politica di abilità artistica geosociale e di astuta razionalità. Una forma di sperimentazione abduttiva che cerca i migliori mezzi necessari per intervenire in un mondo complesso.
22. Abbiamo bisogno di rilanciare la tesi che è stata tradizionalmente posta per il post-capitalismo: non solo il capitalismo è un sistema ingiusto e perverso, ma è anche un sistema che frena il progresso. Il nostro sviluppo tecnologico è stato eliminato dal capitalismo, allo stesso modo in cui è stato impulsato. L'accelerazionismo è la convinzione di fondo che queste capacità possono e devono essere lasciate libere andando oltre i limiti imposti dalla società capitalista. Il movimento verso un superamento dei nostri attuali vincoli deve includere di più di una semplice lotta per una società globale più razionale. Crediamo sia necessario includere anche il recupero dei sogni che ha attraversato molti a partire dalla metà del diciannovesimo secolo fino agli albori dell'era neoliberista, dalla ricerca del Homo Sapiens verso l'espansione oltre i limiti della terra alle nostre forme corporee immediate. Queste visioni sono viste oggi come reliquie di un momento più innocente. Eppure entrambe diagnosticano la sconcertante mancanza di fantasia nel nostro tempo, e offrono la promessa di un futuro che è affettivamente rinforzante, oltre che intellettualmente stimolante. Dopo tutto, solo una società post-capitalista resa possibile da una politica accelerazionista sarà in grado di soddisfare le aspettative generate dai programmi spaziali della metà del ventesimo secolo e andare al di là di un mondo di minimi aggiornamenti tecnici verso il cambiamento totale. Verso un epoca di autogoverno collettivo, e un futuro propriamente alieno che implica e permette. Verso un completamento del progetto illuminista di autocritica e padronanza di sé, piuttosto che verso la sua eliminazione.
23. Le opzioni che abbiamo di fronte sono dure: o un post-capitalismo globalizzato o una lenta frammentazione verso il primitivismo, una crisi permanente e il collasso ecologico planetario.
24.
Il futuro ha bisogno di essere costruito. È stato demolito dal capitalismo neoliberista e ridotto a una promessa di una maggiore disuguaglianza, conflitto e caos. Questo crollo nell'idea del futuro è sintomatico dello stato regressivo storico della nostra epoca, piuttosto che, come i cinici di tutto lo spettro politico vorrebbero farci credere, un segno di maturità scettica. L'accelerazionismo spinge verso un futuro che è più moderno - una modernità alternativa che il neoliberismo è intrinsecamente in grado di generare. Il futuro deve essere aperto rompendosi ancora una volta, sganciando i nostri orizzonti verso le possibilità universali del Fuori.

Fonte: http://syntheticedifice.files.wordpress.com/2013/06/accelerate.pdf

venerdì 11 agosto 2017

E dopo?!?

4futuri

Il testo che segue, di Peter Frase, è la traduzione dell'articolo originale, scritto nel 2011 e pubblicato su Jacobin, che poi servirà per il libro del 2016, dello stesso autore, dal titolo "Quattro futuri: la vita dopo il capitalismo".

Quattro Futuri

- di Peter Frase -
- Una cosa di cui possiamo esser certi è che il capitalismo finirà -

Nel suo discorso, all'accampamento di Occupy Wall Street a Zuccotti Park, Slavoj Žižek si lamentava del fatto che «È facile immaginare la fine del mondo, ma non riusciamo ad immaginare la fine del capitalismo.» Si tratta della parafrasi di una commento fatto da Fredric Jameson alcuni anni fa, quando ancora l'egemonia del neoliberismo appariva essere assoluta. Eppure l'esistenza stessa di Occupy Wall Street suggerisce che ultimamente la fine del capitalismo è diventata un po' più facile da essere immaginata. Dapprima, quest'immaginazione aveva preso una forma piuttosto tetra e distopica: all'altezza della crisi finanziaria, con l'economia globale che sembra essere apparentemente arrivata al collasso, la fine del capitalismo sembrava che potesse essere l'inizio di un periodo di anarchia, di violenza e di miseria. E potrebbe esserlo ancora adesso, con l'Eurozona che vacilla al limite del collasso mentre scrivo. Ma più recentemente, la diffusione della protesta globale, da Cairo a Madrid a Madison a Wall Street, ha dato alla sinistra qualche ragione per aver qualche speranza in più in un futuro migliore dopo il capitalismo.
Una cosa di cui possiamo esser certi circa il capitalismo è che esso finirà. Forse non presto, ma probabilmente prima di troppo; prima l'umanità non era mai riuscita a forgiare un sistema sociale eterno, dopotutto, ed il capitalismo è in maniera particolare il capitalismo è un ordine sociale più precario ed esplosivo della maggior parte di quelli che lo hanno preceduto. La domanda, allora, è che cosa verrà dopo. Rosa Luxemburg, reagendo all'inizio della prima guerra mondiale, citava una frase di Engels: «La società borghese si trova ad un crocevia, o la transizione al socialismo o la regressione alla barbarie.» In questo spirito, propongo un esercizio mentale, un tentativo di dare un senso ai nostri possibili futuri. Questi sono alcuni dei socialismi ai quali possiamo arrivare se il successo arriderà ad una sinistra risorgente, e alcune delle barbarie cui potremmo essere consegnati se falliamo.
Molte delle letterature sulle economie post-capitaliste sono preoccupate circa il problema della gestione del lavoro in assenza di padroni capitalisti. Tuttavia, lascerò da parte quel problema, per poter meglio illuminare altri aspetti della questione. Ciò può essere fatto semplicemente estrapolando le tendenze del capitalismo verso una sempre maggiore automazione, che rende la produzione ancora più efficiente, mentre simultaneamente mette in discussione la capacità del sistema di creare nuovi posti di lavoro e ad accogliere pertanto la domanda per quello che viene prodotto. Questo tema è emerso nel tardo pensiero borghese: nel settembre del 2011, Farhad Manjoo della rivista "Slate" ha scritto una lunga serie sulla "Invasione dei Robot", e poco dopo due economisti del MIT hanno pubblicato "Rage against the Machine", un e-book in cui sostengono che l'automazione sta sorpassando rapidamente molte delle più grandi aree che fino a poco tempo fa servivano da motore per la creazione di nuovi posti di lavoro. Dalla piena automazione delle fabbriche di automobili ai computer che possono diagnosticare le condizioni mediche, la robotizzazione sta superando non solo la produzione manifatturiera, ma anche gran parte del settore dei servizi.
Spinta alla sua logica estrema, questa dinamica ci porta al punto in cui l'economia non ha più bisogno assolutamente di lavoro umano. Questo non porta automaticamente alla fine del lavoro o del lavoro salariato, com'è stato falsamente predetto più volte in risposta ai nuovi sviluppi tecnologici. Ma significa che le società umane affronteranno sempre più la possibilità di liberare le persone dal lavoro involontario. Se cogliamo tale opportunità, e come lo facciamo, dipenderà dai due fattori principali, uno materiale ed uno sociale. La prima attiene alla scarsità delle risorse: la capacità di trovare fonti economiche di energia a basso costo, per estrarre o riciclare materie prime, e dipendere in generale dalla capacità del pianeta a provvedere ad un alto standard di vita per tutti. Una società che ha sia la tecnologia che sostituisce il lavoro, sia che ha abbondanti risorse, può superare la scarsità in una maniera decisiva che una società che possiede solo il primo dei due elementi non può fare. La seconda questione è politica: che tipo di società sarà? Una società in cui tutte le persone vengono trattate come esseri liberi ed uguali, con uguali diritti a condividere la ricchezza della società? O un ordine gerarchico in cui un'élite domina e controlla le masse ed il loro accesso alle risorse sociali?
Ci sono perciò quattro logiche combinazioni delle due coppie di opposti, abbondanza di risorse contro scarsità ed egualitarismo contro gerarchia.
Per mettere le cose in termini che siano in qualche modo volgarmente marxiste, la prima asse fornisce la base economica del futuro post-capitalista, mentre la seconda attiene alla sovrastruttura socio-politica. I  due futuri possibili sono i socialismi (dei quali solo uno chiamerò con questo nome) mentre gli altri due hanno sapori contrastanti di barbarie.

Egalitarismo e Abbondanza: Comunismo
Nel terzo volume del Capitale c'è un famoso passaggio, in cui Marx distingue fra "regno della necessità" e "regno della libertà". Nel regno della necessità, dobbiamo «lottare con la natura per soddisfare i [nostri] bisogni, per difendere e riprodurre la vita», per mezzo del lavoro fisico attraverso la produzione. Questo regno della necessità, dice Marx, esiste «in tutte le formazioni sociali e sotto tutti i possibili modi di produzione», presumibilmente compreso il socialismo. Allora, ciò che distingue il socialismo è che la produzione viene pianificata razionalmente ed è organizzata democraticamente, anziché funzionare secondo i capricci del capitalista o del mercato. Per Marx, però, questo livello di società non era il vero obiettivo della rivoluzione, ma solamente una pre-condizione di «quello sviluppo dell'energia umana che è un fine in sé, il vero regno della libertà, che, tuttavia, può sbocciare solo avendo alla sua base questo regno della necessità.»
Altrove, Marx suggerisce che un giorno saremo in grado di liberarci del tutto dal regno della necessità. Nella "Critica del Programma di Gotha", immagina che: «In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e corporale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza, - solo allora l'angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: - Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!»
Spesso i critici di Marx hanno rivolto questo passaggio contro di lui, interpretandolo con un'improbabile utopia senza speranza. Quale società possibile potrebbe essere così produttiva da far sì che gli esseri umani verrebbero del tutto liberati dal dover svolgere un qualche tipo di lavoro da fare controvoglia? Finora la promessa di un'automazione diffusa è che essa potrebbe decretare proprio una tale liberazione, o quanto meno avvicinarsi ad essa - cioè, se troviamo un modo per affrontare la necessità di generare energia e garantire risorse. Ma i recenti sviluppi tecnologici hanno avuto luogo non solo per quel che riguarda la produzione di beni, ma anche nel generare l'energia di cui c'è bisogno per far funzionare le fabbriche automatiche e le stampanti 3D del futuro. Perciò è possibile un futuro di post-scarsità che combini la tecnologia di risparmio del lavoro con un'alternativa all'attuale regime energetico, che in ultima analisi è limitato sia dalla scarsità fisica che dalla distruttività ecologica dei combustibili fossili. Questo è ben lungi dall'essere garantito, ma ci sono indicatori promettenti. Il costo per la produzione e l'installazione di pannelli solari, ad esempio, nell'ultimo decennio è sceso in maniera significativa; a questi ritmi, nel 2020 saranno più economici delle attuali fonti di corrente elettrica. Se l'energia a basso costo e l'automazione vengono combinati con i metodi per fabbricare in maniera efficiente o per riciclare materie prime, allora ci siamo veramente lasciati alle spalle "l'economia" in quanto meccanismo sociale per gestire la scarsità. Cosa c'è all'orizzonte?

Non è che tutto il lavoro cesserà, nel senso che ce ne staremo tutti seduti a far niente e a poltrire. Perché, come afferma Marx, «il lavoro è diventato non solo uno strumento per vivere ma un'esigenza fondamentale della vita». Qualsiasi attività e progetto si intraprenda, vi partecipiamo in quanto li abbiamo trovati intrinsecamente soddisfacenti, non in quanto avevamo bisogno di un salario o perché eravamo in debito di ore mensili con la cooperativa. Questo è plausibile, se consideriamo il grado secondo il quale le decisioni sul lavoro sono guidate da considerazioni non materiali, fra coloro che sono abbastanza privilegiati da averne la possibilità: milioni di persone scelgono di frequentare scuole, o scelgono di diventare assistenti sociali, o avviare piccole aziende biologiche, anche quando avrebbero aperte carriere molto più redditizie.
La scomparsa del lavoro salariato può sembrare oggi un sogno lontano. Ma c'era una volta un tempo - prima che il movimento operaio si ritraesse dalla richiesta di avere meno ore lavorative, e prima della stagnazione e dell'inversione del trend verso la riduzione della settimana lavorativa - in cui le persone erano effettivamente preoccupate circa cosa avrebbero fatto dopo che sarebbero state liberate dal lavoro. In un saggio sulle "Possibilità economiche per i nostri nipoti", John Maynard Keynes aveva predetto che entro poche generazioni, «l'uomo si sarebbe trovato di fronte il suo reale, permanente problema - su come usare la sua libertà dalle preoccupazioni economiche, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza.» E in una discussione del 1956, pubblicata recentemente, Max Horkheimer osserva casualmente rivolto a Theodor Adorno che «oggiorno abbiamo abbastanza per via delle forze produttive; è ovvio che potremmo rifornire di beni tutto il mondo e potremmo quindi tentare di abolire il lavoro come necessità per gli esseri umani.»
E Keynes e Adorno vivevano in un mondo in cui l'industria sembrava fosse possibile solamente su larga scala, sia nelle fabbriche che nelle imprese statali; quella forma di industria implicava gerarchia a prescindere dalla formazione sociale. Ma i recenti progressi tecnologici suggeriscono la possibilità di tornare ad una struttura meno centralizzata, senza dover abbassare drasticamente gli standard materiali di vita: il diffondersi delle stampanti 3D e dei "laboratori di fabbricazione" su piccola scala rende sempre più possibile ridurre quanto meno la scala di una certa produzione senza sacrificare completamente la produttività. Quindi, nella misura in è ancora richiesto un qualche lavoro umano nella produzione, nel nostro futuro comunista immaginato, potrebbe assumere la forma di piccoli collettivi, piuttosto che quella di imprese capitalistiche o statali.
Ma superare economicamente il lavoro salariato significa anche superarlo socialmente, e questo comporta dei profondi cambiamenti nelle nostre priorità e nel nostro stile di vita. Se vogliamo immaginare un mondo dove il lavoro non sia più una necessità, è più proficuo attingere alla narrativa letteraria piuttosto che alla teoria. Infatti, molte persone hanno già familiarità con l'utopia di un comunismo post-scarsità, dal momento che è stato rappresentato in una delle opere più famose della cultura popolare: Star Trek. L'economia e la società di quella serie tv si basava su due elementi tecnici fondamentali. Uno era quello della tecnologia del "replicatore", il quale è in grado di materializzare nell'aria un oggetto solo per mezzo della pressione di un pulsante. L'altro elemento viene descritto in maniera confusa come una sorgente di energia gratuita (o quasi gratuita), la quale fa funzionare i replicatori, così come ogni altra cosa nella serie tv.

La qualità comunista dell'universo Star Trek viene spesso oscurato dal momento che il film e la serie tv sono incentrate sulla gerarchia militare della Flotta Stellare, la quale esplora la galassia ed entra in conflitto con razze aliene. Ma anche questo appare essere in larga misura una gerarchia volontariamente scelta, che attrae coloro i quale cercano una vita di avventure e di esplorazione; nella misura in cui intravvediamo scorci di vita civile, ci appaiono per lo più non affetti dalla gerarchia o dalla costrizione. E nella misura in cui la serie tv si allontana dall'utopia comunista, lo fa perché gli autori introducono la minaccia esterna di razze aliene ostili o la scarsità di risorse al fine di produrre sufficiente tensione drammatica.
Ad ogni modo, non è necessario evocare navi spaziali ed alieni per immaginare i problemi di un futuro comunista. Il romanzo di Cory Doctorow, "Down and Out in the Magic Kingdom", immagina un mondo post-scarsità che viene situato in una riconoscibile estrapolazione degli attuali Stati Uniti. Proprio come in Star Trek, in questo mondo la scarsità materiale è stata superata. Ma Doctorow si rende conto che all'interno della società umana, alcuni beni immateriali saranno sempre intrinsecamente scarse: reputazione, rispetto, stima fra uguali. Quindi il libro gira intorno ai tentativi da parte di vari caratteri di accumulare "whuffie" (che sono una sorta di "punti virtuali", un indicatore che rappresenta la "buona volontà" che hai accumulato dagli altri). A loro volta, i Whuffie vengono usati per determinare che abbia autorità rispetto a qualsiasi impresa collettiva - tipo, come avviene nel romanzo, far funzionare Disneyland.
Il valore del libro di Doctorow, a differenza di Star Trek, consiste nel trattare un mondo post-scarsità come un mondo in cui ci sono le sue gerarchie e conflitti, piuttosto che un mondo in cui tutti vivono in perfetta armonia e la politica non c'è più. La reputazione, come il capitale, può essere accumulata in maniera ineguale ed auto-perpetuante, dal momento che quelli che sono già popolari  acquisiscono l'abilità a fare cose che fanno loro ottenere maggior attenzione e li rendono più popolari. Tali dinamiche sono facilmente osservabili oggi, dal momento che blog ed altri social media producono dei misuratori che sono in grado di determinare ci ottiene attenzione e chi no, in un modo che non è del tutto in funzione di chi abbia soldi da spendere. Organizzare la società in base a chi ha più "mi piace" su Facebook ha alcuni inconvenienti, a dir poco, anche quando li è stato rimosso il suo rivestimento capitalista.
Ma se non è una visione di una società perfetta, questa versione di comunismo è quanto meno un mondo nel quale il conflitto non è più basato sull'opposizione fra lavoratori salariati e capitalisti, o su una lotta per le scarse risorse. È un mondo in cui in definitiva non tutto proviene dal denaro. Una società comunista avrebbe certamente delle gerarchie di status - come in tutte le società umane, e come avviene nel capitalismo. Ma nel capitalismo, tutte le gerarchie di status tendono ad essere allineate, sebbene imperfettamente, con uno status gerarchico principale: quello dell'accumulazione del capitale e del denaro. L'ideale per una società post-scarsità è che i vari generi di stima e di rispetto siano indipendenti, cosicché la stima in cui uno è tenuto, ad esempio, in quanto musicista è indipendente dal rispetto che uno ottiene in quanto attivista politico, e non si può fare uso di un tipo di status al fine di acquistarne un altro tipo. Allora, in certo senso, si tratta di un nome errato per riferirsi a questa come ad una configurazione "egualitaria", dal momento che non è un mondo di non-gerarchie, ma un mondo di molte gerarchie, nessuna delle quali è superiore a tutte le altre.

Gerarchia e Abbondanza: Rentismo [*]
Data la premessa tecnica della completa automazione e dell'energia gratuita, l'utopia Star Trek del puro comunismo diventa una possibilità, ma difficilmente come inevitabile. L'élite borghese di oggigiorno non gode meramente dell'accesso privilegiato agli scarsi beni materiali, dopo tutto; gode anche di un elevato status e di potere sociale sulle masse lavoratrici che non viene scontato come fonte di motivazione capitalista. Dopo tutto, nessuno oggi spende un miliardo di dollari per sé stesso, eppure ci sono gestori di fondi speculativi che lo fanno in un solo anno e poi tornano a farlo. Per tali persone, il denaro è una fonte di potere sugli altri, un indicatore di status, e un modo per mantenere il punteggio in graduatoria - non poi così diverso dai Whuffie di Doctorow, tranne per il fatto che questa è una forma di status che si basa sulla privazione materiale degli altri. È pertanto prevedibile che anche se il lavoro dovesse diventare superfluo per la produzione, le classi dominanti cercherebbero di preservare un sistema che si basa sul denaro, sul profitto e sul potere di classe
In un'economia post-scarsità, la forma embrionale del potere di classe la si può trovare nel nostro sistema del diritto di proprietà intellettuale. Mentre i difensori contemporanei della proprietà intellettuale amano parlare di essa come se fosse abbastanza analoga agli altri tipi di proprietà, essa in realtà si basa su un principio completamente differente. Come osservano gli economisti  Michele Boldrin e David K. Levine, il diritto di proprietà intellettuale va oltre la concezione tradizionale della proprietà. Tali diritti non assicurano meramente «il tuo diritto a controllare la tua copia della tua idea», nel modo in cui proteggono il mio diritto a controllare le mie scarpe o la mia casa. Piuttosto, danno ai titolari la capacità di dire agli altri come devono usare le copie di un'idea che essi "posseggono". Come dicono Boldrin e Levin. «Questo non è un diritto ordinariamente o automaticamente garantito ai possessori degli altri tipi di proprietà. Se produco una tazza di caffè, io ho il diritto di scegliere di venderla o di non venderla a te, oppure di usarla per bere. Ma il mio diritto di proprietà non è automaticamente il diritto sia di venderti la tazza di caffè sia dirti come devi berla.»
Il cambiamento della forma di proprietà, da reale ad intellettuale, catalizza la trasformazione della società in qualcosa che non è riconoscibile come capitalismo, ma è nondimeno altrettanto ineguale. Il capitalismo, alla sua radice, non è definito dalla presenza di capitalisti, bensì dall'esistenza del capitale, che a sua volta è inseparabile dal processo di produzione di merci per mezzo del lavoro salariato, M - C - M'. Quando il lavoro salariato scompare, la classe dirigente può continuare ad accumulare denaro solo se conserva la capacità di appropriarsi di un flusso di rendite [rents], le quali derivano dal loro controllo della proprietà intellettuale. In questo modo emerge una società rentista, piuttosto che una società capitalista.
Supponiamo, ad esempio, che tutta la produzione avvenga per mezzo del replicatore di Star Trek. Per poter fare soldi attraverso la vendita di oggetti replicati, dev'essere in qualche modo impedito alle persone di fabbricare gratis quello che vogliono, ed è questa la funzione della proprietà intellettuale. Un replicatore viene reso disponibile solo da parte di una compagnia che ti dà in licenza il diritto di usarne uno, dal momento che chiunque cerchi di darti un replicatore, o tu provi a farne uno con il tuo replicatore, lo farà in violazione dei termini della sua licenza. Inoltre, ogni volta che tu crei qualcosa con il replicatore, devi pagare una tassa a chi possiede i diritti su quella particolare cosa. In questo mondo, se il capitano di Star Trek, Jean-Luc Picard, volesse replicare il suo amato "“tè, Earl Grey, ben caldo" dovrebbe pagare la compagnia che ha registrato il copyright per il tè Earl Grey caldo.
Questo risolve, almeno in superficie, il problema di come fare a mantenere un impresa per il profitto. Chiunque cerchi di provvedere ai propri bisogni per mezzo del proprio replicatore senza dover pagare il cartello del copyright diventerebbe un fuorilegge, come avviene per gli odierni condivisori di file online. Malgrado la sua assurdità, questa disposizione troverebbe difensori fra alcuni dei critici contemporanei della cultura di condivisione su Internet; ad esempio, "You are not a gadget" di Jaron Lanier richiede esplicitamente che venga imposta la "scarsità artificiale" al contenuto digitale, in modo di ripristinarne il valore. Le conseguenze di un simile argomento sono già evidenti per quel che riguarda il settore discografico e le cause legali nei confronti di chi scarica gli mp3, e la continua intensificazione della sorveglianza statale sotto il pretesto della lotta alla pirateria. L'estensione di questo regime alla micro-fabbricazione di oggetti fisici renderà soltanto il problema peggiore. Ancora una volta, la fantascienza è illuminante, in questo caso per quel che riguarda l'opera di Charles Stross. Il suo romanzo "Accelerando" ci mostra un futuro in cui coloro che infrangono il copyright vengono perseguiti da killer professionali, mentre "Arresto di Sistema" ci mostra nei vicoli furtivi "fabbricanti" che fanno girare le loro stampanti 3d sempre un passo davanti alla legge.
Ma un'economia basata sulla scarsità artificiale non è soltanto irrazionale, è anche qualcosa di disfunzionale. Se tutti sono costantemente costretti a pagare soldi per le licenze, allora hanno bisogno in qualche modo di guadagnare soldi, e questo genera un nuovo problema. Il problema fondamentale del rentismo è il problema della domanda effettiva: vale a dire, come far sì che la gente sia in grado di guadagnare abbastanza soldi per poter pagare quelle licenze da cui dipende il profitto privato. Certo, questo non è poi così tanto diverso dal problema che ha dovuto affrontare il capitalismo industriale, ma diventa più grave nella misura in cui il lavoro umano viene sempre più estromesso dal sistema, e gli esseri umani diventano superflui come elementi della produzione, anche se rimangono necessari come consumatori. Quale tipo di posti di lavoro esisteranno in quest'economia?
Ci sarà ancora bisogno di alcune persone per sognare nuove cose che devono essere replicate, e così rimarrà un posto per una piccola "classe creativa" di designer ed artisti. E mentre le loro creazioni si accumulano, il numero di cose che possono essere replicate ben presto supererà largamente il tempo ed il denaro necessari per poterne fruire. La più grande minaccia per i profitti di ogni data compagnia non sarà il costo del lavoro o delle materie prime - entrambi minimali oppure inesistenti - quanto piuttosto la prospettiva che le licenze che posseggono perderanno in popolarità rispetto a quelle della concorrenza. Perciò, marketing e pubblicità continueranno ad impiegare numeri significativi. Accanto ai venditori ci sarà anche un esercito di avvocati, dal momento che le odierne controversie in materia di brevetti e violazione di copyright gonfiano fino ad inglobare ogni aspetto dell'attività economica. Ed alla fine, come avviene in ogni società gerarchica, deve esistere un apparato repressivo per poter impedire ai poveri e a quelli che non hanno potere di riprendersi dai ricchi e dai potenti una parte di ciò di cui sono stati defraudati. Imporre in maniera draconiana la legge sulla proprietà intellettuale richiederà grandi battaglioni di quelli che Samuel Bowles e Arjun Jayadev chiamano "lavoro di guardia": «Gli sforzi di controllori, guardie, e personale militare... rivolti non alla produzione, ma al rafforzamento delle richieste derivanti dallo scambio e dal perseguimento penale o alla prevenzione dei trasferimenti unilaterali dei diritti di proprietà.»

Tuttavia, mantenere la piena occupazione in un'economia rentista sarà una battaglia costante. È improbabile che le quattro aree appena descritte possano sostituire completamente tutti i posti di lavoro perduti in seguito all'automazione. Inoltre, questi posti di lavoro sono essi stessi soggetti alle innovazioni risparmia-lavoro. Il marketing può essere svolto per mezzo del "data mining" (estrazione dei dati) e degli algoritmi; gran parte delle attività legali di routine possono essere sostituite dal software; il lavoro di guardia può essere svolto dai droni di sorveglianza piuttosto che dalla polizia umana. Anche alcuni dei lavori legati all'invenzione del prodotto, potrebbero essere assegnati ai computer che posseggono una qualche rudimentale creativa intelligenza artificiale.
E se l'automazione fallisce, l'élite rentista può colonizzare il nostro tempo libero in maniera da estrarne lavoro gratuito. Facebook si affida già ai suoi utenti per creare contenuti in maniera gratuita, e la recente mania per la "gamification" suggerisce che le corporazioni sono molto interessate a trovare modi per trasformare il lavoro dei propri dipendenti in attività che le persone troveranno piacevoli, e che quindi svolgeranno gratuitamente durante il loro tempo libero. L'informatico Luis von Ahn, ad esempio, si è specializzato nello sviluppare "giochi con uno scopo", applicazioni che si presentano agli utenti finali con divertenti passatempi, mentre allo stesso tempo svolgono utili compiti computazionali. Uno dei giochi di Ahn chiede agli utenti di identificare degli oggetti nelle foto, e i dati vengono riportati poi in un database che viene usato per cercare immagini. Questa linea di ricerca evoca il mondo del romanzo di Orson Scott Card, "Il mondo di Ender", dove i bambini combattono a distanza una guerra interstellare per mezzo di qualcosa che loro credono sia un videogioco.
Tutto questo significa che la società del rentismo potrebbe probabilmente essere soggetta ad una tendenza persistente verso la sotto-occupazione, che la classe dirigente dovrebbe trovare un modo di contrastare per poter tenere insieme il sistema. Questo comporta realizzare la visione della società post-industriale che aveva avuto l'ultimo André Gorz: «la distribuzione dei mezzi di pagamento deve corrispondere al volume della ricchezza socialmente prodotta e non al volume del lavoro svolto.» Ciò potrebbe comportare la tassazione dei profitti delle imprese redditizie e la redistribuzione del denaro ai consumatori - possibilmente sotto forma di un reddito garantito senza alcun requisito, e possibilmente in cambio dello svolgimento di qualche tipo di lavoro senza senso, solo per mantenere occupate le persone. Ma anche se la redistribuzione è desiderabile dal punto di vista della classe nel suo complesso, emerge un problema di azione collettiva; ogni società individuale o persona ricca sarà tentata di ottenere un pagamento dagli altri, e tuttavia resisterà agli sforzi per mettere in atto una tassa redistributiva. Il governo potrebbe anche stampare semplicemente soldi da dare alla classe operaia, ma l'inflazione che ne risulterebbe sarebbe solo una forna indiretta di redistribuzione e anche qui ci sarebbe resistenza. Infine, c'è la possibilità di finanziare il consumo per mezzo dell'indebitamento dei consumatori - ma i lettori dell'inizio del ventunesimo secolo presumibilmente non hanno bisogno di ricordare i limiti inerenti a tale soluzione.
Considerati tutti questi problemi, ci si potrebbe chiedere perché mai la classe dei rentier si dovrebbe preoccupare di trarre profitto dalle persone, dal momento che potrebbero semplicemente replicare comunque qualsiasi cosa vogliono. Cosa impedisce alla società semplicemente di dissolversi, dalla precedente sezione, nello scenario comunista? Potrebbe darsi il caso che nessuno abbia abbastanza licenze per soddisfare tutte le sue esigenze, cosicché ciascuno avrebbe bisogno di entrate per poter pagare i propri costi di licenza. Si potrebbe possedere il replicatore con il modello per poter creare le mele, ma essere in grado di fare solo mele non basta per poter sopravvivere. In questa versione, la classe dei rentier sono solo coloro che posseggono abbastanza licenze da poter coprire tutte le loro spese per le licenze.
O forse, come osservato in precedenza, la classe dirigente difenderebbe la propria posizione privilegiata per garantire il potere a quelli che si trovano al vertice della società divisa in classi. Questo suggerisce un'altra soluzione al problema della sottoccupazione del rentismo: assumere persone per svolgere servizi personali potrebbe diventare un segnalatore di status, anche se l'automazione lo rende inutile. L'ascesa, annunciata in pompa magna, dell'economia dei servizi evolverebbe in una versione futuristica dell'Inghilterra del XIX secolo o di una parte dell'India attuale, dove le élite possono permettersi di assumere una gran numero di servitori.
Ma questa società può continuare ad esistere solo fino a quando la maggior parte delle persone accettano la leggittimità della loro gerarchia governativa. Forse il potere dell'ideologia può essere abbastanza forte da indurre le persone ad accettare lo stato di cose qui descritto. O forse le persone comincerebbero a chiedersi perché l'abbondanza di conoscenza e di cultura è stata limitata per mezzo di leggi restrittive, quando, per usare uno slogan popolare recente, "un altro mondo è possibile" oltre il regime della scarsità artificiale.

[*: N.d.T:  Il rentismo non si fonda sulla proprietà dei beni, ma sul loro usufrutto, dietro il pagamento di una licenza o abbonamento: esattamente il modo in cui attualmente “consumiamo” la maggior parte dei prodotti digitali. In un modello del genere il lavoro rimane necessario per il singolo individuo, che deve guadagnare per pagare le licenze d’uso, ma inutile sul piano della produzione di beni e servizi (infinitamente replicabili a costo zero), provocando una continua crescita del tasso di disoccupazione.]

Egalitarismo e scarsità: Socialismo
Abbiamo visto che la combinazione di produzione automatica e di generose risorse ci dà o la pura utopia del comunismo o l'assurda distopia del rentismo; ma cosa accade se l'energia e le risorse rimangono scarse? In questo caso, arriviamo in un mondo caratterizzato contemporaneamente sia dall'abbondanza che dalla scarsità, in cui la liberazione della produzione avviene a lato di una pianificazione intensificata e accanto ad una gestione dei suggerimenti a tale produzione. Il bisogno di controllare il lavoro è scomparso anche qui, ma la necessità di gestire la scarsità permane.
La scarsità nei suggerimenti fisici alla produzione dev'essere intesa come qualcosa che comprende molto più che merci particolari come il petrolio o il minerale di ferro - gli effetti maligni del capitalismo sull'ambiente minacciano di danneggiare in maniera permanente il clima e l'ecosistema da cui dipende gran parte della nostra attuale economia. Il cambiamento climatico ha già cominciato a mandare all'aria il sistema alimentare mondiale, e le generazioni future guarderanno alla varietà di prodotti alimentari oggi disponibili come ad un'insostenibile età dell'oro. (Precedenti generazioni di scrittori di fantascienza hanno immaginato talora che un giorno avremmo potuto scegliere di consumare tutto il nostro nutrimento sotto forma di pillole insapori; oggi potremmo doverlo fare nuovamente, per necessità.) E secondo le proiezioni più severe, molte aree oggi densamente popolate potrebbero diventare inabitabili, imponendo forti costi di ricollocazione ai nostri discendenti.
Il nostro terzo futuro, quindi, è un futuro in cui nessuno ha bisogno di lavorare, eppure le persone non sono libere di consumare quanto vorrebbero. Si richiede un qualche tipo di governo, e come possibilità è escluso il puro comunismo; quel che invece otteniamo è una versione di socialismo, ed una qualche forma di pianificazione economica. Contrariamente a quanto è avvenuto con la pianificazione del XX secolo, tuttavia, la pianificazione vincolata alle risorse è preoccupata prevalentemente di gestire il consumo, piuttosto che la produzione. Vale a dire, abbiamo ancora il replicatore; ma l'affare è quello che riguarda la gestione degli input che lo alimentano, il replicatore.

Tutto questo potrebbe sembrare non proprio promettente. Il consumo, dopo tutto, è stata proprio l'area in cui la pianificazione stile soviet è risultata essere la più carente. Una società che può affrontare una guerra contro i nazisti, ma che si trova poi soggetta ad avere una scarsità senza fine e le code per il pane, difficilmente riesce ad essere un modello di ispirazione. Ma la vera lezione che ci viene dall'Unione Sovietica e dai suoi imitatori è che il tempo della pianificazione non era ancora arrivato - e quando stava cominciando ad arrivare, la sclerosi burocratica e le carenze politiche del sistema comunista si sono rivelate incapaci di farsene carico. Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli economisti sovietici avevano tentato eroicamente di ricostruire la loro economia in una forma più funzionale - in questo sforzo, una delle figure principali era il premio Nobel Leonid Kantorovich, la cui storia ci è stata raccontata in forma romanzesca nel recente libro di Francis Spufford, "Red Plenty". Lo sforzo non si è arenato perché la pianificazione era impossibile in linea di principio, ma perché era tecnicamente e politicamente impossibile nell'USSR di quel tempo. Tecnicamente, perché non era ancora disponibile un sufficiente potere di calcolo da parte dei computer, e politicamente in quanto l'élite burocratica sovietica non voleva separarsi dal potere e dai privilegi che le venivano garantiti sotto l'attuale sistema.
Ma gli sforzi di Kantorovich, e quelli dei teorici contemporanei della pianificazione come Paul Cockshott e Allin Cottrell, suggeriscono che una qualche forma efficiente e democratica di pianificazione sia possibile. E diverrà necessaria in un mondo di scarse risorse: mentre la produzione capitalista privata ha avuto molto successo nell'incentivare l'innovazione tecnologica che fa risparmiare lavoro, si è dimostrata terribile per quanto attiene alla conservazione dell'ambiente o il razionare le scarse risorse. Anche in un mondo capitalista post-lavoro, é necessario un qualche tipo di coordinazione che assicuri che gli individui non minaccino il pianeta in un modo che è, globalmente, insostenibile. Come ha detto Michael Löwy , quello di cui c'è bisogno è una qualche sorta di "pianificazione democratica globale" che si radichi nel dibattito democratico e pluralista, anziché essere dominata dai burocrati.

Ad ogni modo, dovrebbe essere fatta una distinzione fra pianificazione democratica ed un'economia completamente non di mercato. Un'economia socialista potrebbe impiegare una pianificazione razionale mentre ancora rappresenta uno scambio di mercato di qualche genere, insieme a denaro e prezzi. Questa, infatti, era una delle intuizioni di Kantorovich; anziché sbarazzarsi dei cartellini con sopra il prezzo, voleva rendere i prezzi con un meccanismo che trasformasse gli obiettivi della produzione pianificata in realtà economiche. Gli attuali tentativi di mettere un prezzo alle emissioni di carbonio per mezzo di schemi di controllo delle emissioni puntano in questa direzione: mentre usano il mercato come meccanismo di coordinazione, sono anche una forma di pianificazione, dal momento che la chiave è decidere, fuori dal mercato, a quale livello l'emissione di carbonio è accettabile. Quest'approccio potrebbe sembrare piuttosto differente da quello odierno, si generalizzato e implementato senza relazione alla proprietà capitalista e alle disuguaglianze di ricchezza.
Supponiamo che tutti ricevano un salario, non come un ritorno al lavoro ma in quanto diritto umano. Il salario potrebbe non comprare i prodotti del lavoro altrui, ma piuttosto sarebbe il diritto ad usare una certa quantità di energia e di risorse, come se si usassero i replicatori. I mercati si potrebbero sviluppare nella misura in cui le persone scelgono di scambiare un tipo di permesso di consumo con un altro tipo, ma questo sarebbe ciò che il sociologo Erik Olin Wright chiama "capitalismo fra adulti consenzienti", anziché partecipazione involontaria al lavoro salariato motivato dalla minaccia della fame.
Data la necessità di determinare e stabilire livelli di consumo - e quindi fissare i prezzi - lo Stato non può estinguersi, come avviene nello scenario comunista. E dove c'è scarsità, ci sarà sicuramente conflitto politico, anche se non si tratta più di conflitto di classe. Conflitti fra località, fra generazioni, fra quelli che sono più preoccupati per la salute a lungo termine dell'ambiente e quelli che preferiscono un maggior consumo materiale nel breve periodo - nessuno di questi conflitti sarà semplice da risolvere. Ma almeno saremo arrivati dall'altra parte del capitalismo e lo avremo fatto in quanto società democratica, e più o meno in maniera unita.

Gerarchia e Scarsità: Sterminismo *
Ma se non arriviamo come uguali, e i limiti ambientali continuano a premere contro di noi, arriviamo al quarto e più inquietante dei nostri possibili futuri. In un certo senso, rassomiglia al comunismo con cui abbiamo cominciato - ma è un comunismo per pochi.
Una verità paradossale che riguarda l'élite globale che abbiamo imparato a chiamare "uno per cento" è che, mentre essi vengono definiti a partire dal loro controllo di un'enorme quota della ricchezza monetaria mondiale, sono allo stesso tempo quel frammento di umanità le cui vite quotidiane sono meno dominate dai soldi. Come ha scritto Charles Stross [ http://www.antipope.org/charlie/blog-static/2011/10/a-cultural-experiment.html ] coloro che sono molto ricchi conducono un'esistenza nella quale la più parte dei beni mondano sono, in effetti, gratuiti. Vale a dire, la loro ricchezza è talmente grande relativamente al costo del cibo, dell'alloggio, dei viaggi, ed altre amenità, che raramente avviene che debbano considerare il costo di qualcosa. Qualsiasi consa vogliono, possono averla.
Vale a dire che per i molto ricchi, il mondo è di già qualcosa che assomiglia al comunismo precedentemente descritto. La differenza, certamente, è che la sua condizione di post-scarsità è resa possibile non solo dalle macchine, ma da lavoro della classe operaia globale. Ma una visione ottimistica dei futuri sviluppi - il futuro che ho descritto come comunismo - è quella secondo cui arriveremo eventualmente ad una situazione nella quale si trova, in un certo senso, tutto quell'uno per cento. Come recita la famosa frase di William Gibson: «il futuro è già qui; solo che è stato distribuito in maniera diseguale.»
Ma cosa succede se le risorse e l'energia sono semplicemente troppo scarse per poter permettere a tutti di godere dello standard di vita materiale
dei ricchi di oggi? Che succede se arriviamo in un futuro che non richiede più per la produzione il lavoro delle masse del proletariato, ma non è in grado di fornire a tutti uno standard arbitrariamente elevato di consumo? Se arriviamo in quel mondo come società egualitaria, allora la risposta è il regime socialista di condivisione descritto nella sezione precedente. Ma se, invece, rimaniamo in una società polarizzata fra un'élite privilegiata ed una massa oppressa, allora la traiettoria più plausibile ci conduce a qualcosa di molto più cupo; lo chiamerò con il termine usato da E.P.Thompson per descrivere una diversa distopia, nel corso del picco della Guerra Fredda: sterminismo.
Il grande pericolo posto dall'automazione della produzione, nel contesto di un mondo di gerarchie e di scarse risorse, è che essa, dal punto di vista dell'élite dominanti, rende superflua la grande massa delle persone. Questo in contrasto con il capitalismo, dove l'antagonismo fra capitale e lavoro era caratterizzato sia da uno scontro di interessi che da una relazione di reciproca dipendenza: i lavoratori dipendono dai capitalisti fino a che non controllano i mezzi di produzione essi stessi, mentre i capitalisti hanno bisogno dei lavoratori per far funzionare le loro fabbriche ed i loro negozi. È come nel testo della canzone "Solidarity Forever": «Si sono impossessati di milioni senza aver mai lavorato per guadagnarseli / Ma senza il nostro cervello e i nostri muscoli non può girare nemmeno una sola ruota.» Con l'ascesa dei robot, la seconda riga smette di essere vera.
L'esistenza di una folla impoverita, economicamente superflua costituisce un grande pericolo per la classe dirigente, la quale naturalmente teme l'imminente esproprio; di fronte a questa minaccia, si presentano loro diverse linee di condotta. Le masse possono essere comprate con un certo grado di redistribuzione delle risorse, in quanto i ricchi possono condividere la loro ricchezza sotto forma di programmi di assistenza sociale, quanto meno, se le restrizioni dovute ai limiti delle risorse non sono troppo vincolanti. Ma oltre a reintrodurre potenzialmente la scarsità nelle vite dei ricchi, questa soluzione è suscettibile di poter portare ad una crescente ondata di richieste da parte delle masse, facendo quindi agitare di nuovo lo spettro dell'espropriazione. Ciò è essenzialmente quello che è successo di fronte alla crescita dello stato sociale, quando i padroni hanno cominciato a temere che sia i profitti che il controllo sul posto di lavoro stessero scivolando via dalle loro mani.
Se l'acquisto della folla arrabbiata non è una strategia sostenibile, un'altra opzione è semplicemente quella di scappare e nascondersi da loro. Questa traiettoria è quella che il sociologo Bryan Turner chiama "enclave society", un assetto nel quale «i governi e le altre agenzie cercano di regolare gli spazi e, ove necessario, bloccare i flussi di persone, beni e servizi» per mezzo di «recinti, barriere burocratiche, esclusioni legali e schedature.» Comunità segregate, isole private, ghetti, prigioni, paranoia del terrorismo, quarantene biologiche; tutto questo insieme forma un gulag globale a rovescio, dove il ricco vive in queste piccole isole di ricchezza circondate da un oceano di miseria. In "Tropic of Chaos: Climate Change and the New Geography", Christian Parenti sostiene la tesi che noi stiamo già costruendo questo nuovo ordine, dato che il cambiamento climatico porta a ciò che egli chiama la "convergenza catastrofica" fra distruzione ecologica, disuguaglianza economica, e fallimento dello Stato. L'eredità del colonialismo e del neoliberismo sta nel fatto che i paesi ricchi, insieme alle élite di quelli poveri, hanno facilitato la disintegrazione in una violenza anarchica, nella misura in cui fazioni tribali e politiche combattono per ecosistemi danneggiati che valgono sempre meno. Di fronte a questa squallida realtà, molti ricchi - che, in termini globali, includono anche molti lavoratori dei paesi ricchi - hanno finito per barricarsi nello loro fortezze, protetti da droni senza equipaggio e da contractor militari privati. Il lavoro di guardia, che abbiamo visto nella società rentista, riappare sotto una forma ancora più maligna, dal momento che pochi fortunati vengono impiegati come sgherri e protettori per i ricchi.
Ma anche questo è un equilibrio instabile, fondamentalmente per le stesse ragioni per cui lo è quello dell'acquisto delle masse. Finché esistono orde immiserite, c'è il pericolo un giorno possa diventare impossibile tenerle a distanza. Nella misura in cui il lavoro di massa è stato reso superfluo, resta in agguato la soluzione finale: la guerra genocida del ricco contro il povero. Molti hanno definito il recente film con Justin Timberlake, "In Time", un film marxista, ma si tratta, più precisamente, di una parabola sulla strada che porta allo sterminismo. Nel film, una minuscola classe dirigente vive letteralmente per sempre rinchiusa nelle sue enclavi grazie alla tecnologia genetica, mentre tutti gli altri sono programmati per morire all'età di "25", a meno che non possano giocare, prendere in prestito o rubare per ottenere più tempo. L'unica cosa che salva i lavoratori è che i ricchi hanno bisogno del loro lavoro [per costruire le macchine che servono a conteggiare il tempo]; quando questo finirà, presumibilmente finirà anche la stessa classe operaia.
Da qui lo sterminismo, come descrizione di questo tipo di società. Un simile fine genocida può apparire come un bizzarro livello di barbarie da fumetto; forse è irragionevole pensare che un mondo che è stato sfregiato dall'olocausto del XX secolo potrebbe nuovamente affondare in una simile depravazione.

[*] "Sterminismo", quello che E.P. Thompson definiva come una combinazione di ricerca astratta e sviluppo tecnologico diretta verso l'assassinio di massa - vedi "E.P. Thompson et al (a cura di) - Exterminism and Cold War, London 1982.

Queste quattro visioni sono tipi ideali astratti, essenze platoniche di una società. Esse lasciano fuori molti dettagli confusi della storia, ed ignorano la realtà per cui la scarsità/abbondanza e la uguaglianza/gerarchia non sono semplicemente delle dicotomie, ma che attengono piuttosto ad un grado su una scala che può essere posizionato su molti diversi possibili punti. Ma la mia ispirazione, nel dipingere questi semplici quadri, è stato il modello della società puramente capitalista inseguita da Marx nel Capitale: un ideale che non si può mai riflettere perfettamente nell'insieme complesso della storia economica reale. I socialismi e le barbarie qui descritti andrebbero pensati come strade lungo le quali l'umanità può viaggiare, anche se sono destinazioni che non raggiungerà mai. Con una certa conoscenza di ciò che può essere trovato alla fine di ciascuna strada, forse saremo maggiormente in grado di evitare di prendere la direzione sbagliata.

- Peter Frase -  Pubblicato su Jacobin il 13 dicembre 2011 -

giovedì 10 agosto 2017

Studiare la crisi

crisologia

Crisologia
- di Carlo Bordoni -

«Tutta colpa della crisi»: una frase che si sente ripetere spesso in situazioni e ambienti diversi, con cui si dà una spiegazione sommaria e superficiale al disagio sociale, a una difficoltà economica o a un problema personale. Crisi è divenuta così una parola passepartout per giustificare (e coprire) ogni questione di non facile interpretazione. Per comprenderla è necessaria una teoria della crisi, una «crisologia», nei termini usati da Edgar Morin.
Sull’interpretazione della crisi esiste una contrapposizione tra apocalittici e integrati: i primi vedono nella crisi la fine di un mondo, di una civiltà, dei valori esistenti; l’unica soluzione è il ripristino dello status quo ante. Per gli integrati la crisi è benvenuta, o quasi. Perché porta a galla, evidenziandoli, vizi e problemi tenuti nascosti sotto una coltre di silenzio colpevole per pigrizia, viltà o connivenza, ma apre anche al cambiamento, al superamento dello status attuale non più accettabile.
Morin si situa tra gli integrati, forse il più inguaribile ottimista tra i sociologi del nostro tempo. La sua teoria della complessità è un inno polifonico alla positività della vita in tutte le sue declinazioni. L’idea stessa di crisi, in quanto messa in discussione, turbamento e squilibrio di un ordine prestabilito, è centrale nella sua costruzione epistemologica, una visione globale della conoscenza che va dalla scienza alla filosofia, attraverso la biologia, la fisica termodinamica, la cibernetica, la cosmologia, la teoria dei sistemi e dell’informazione. Centrale perché coglie il nucleo stesso del motore dello sviluppo. La sua affermazione, l’ordre n’est plus roi («l’ordine non è più re»), suona come uno slogan rivoluzionario che invita a salire sulle barricate per sovvertire il sistema politico, mentre è la ragione della scienza contemporanea a dimostrare dovunque come la «differenza», lo scarto dalla norma o, appunto, la crisi siano produttive.

Inevitabile che di crisi Morin si sia occupato fin dagli inizi della sua carriera e che torni oggi a parlarne con la stessa intensità, alla bella età di quasi 96 anni (è nato l’8 luglio del 1921). L’occasione è fornita da una conversazione con François L’Yvonnet, di prossima uscita presso l’editore Armando: Per una teoria della crisi comprende, quasi a confermare la continuità di un discorso iniziato quarant’anni fa, la traduzione di Pour une crisologie, un testo apparso nel 1976 sulla rivista «Communications», fondata da Morin con Roland Barthes e Georges Friedmann, assieme ai contributi di André Béjin, René Thom, Jacques Attali, Julien Freund e Pierre Gaudibert. Pour une crisologie è un testo d’estremo interesse, poiché contiene in nuce concetti che saranno sviluppati da Morin successivamente. Segue a breve distanza la pubblicazione del Paradigma perduto (1973), in cui affronta il tema della natura umana e, soprattutto, il più significativo La complessità, pubblicato dalla «Revue Internationale de Sociologie» (1974), vero manifesto preparatorio delle sue teorie dispiegate nel Metodo, che prenderà il via nel 1977 col primo volume, "La natura della natura" (Raffaello Cortina). Intanto conferma la persistenza della crisi nel tempo, se già allora Morin sentiva il bisogno di proporre una crisologia, cioè una teoria della crisi, a metà degli anni Settanta, a ridosso del Sessantotto, di cui era stato testimone durante la sua permanenza in California, dove Berkeley era stata al centro della contestazione studentesca, prima che scoppiasse il maggio francese.
La diagnosi di Morin è amara, ma non priva di speranza. «Viviamo in una comunità di destino, ma la coscienza non progredisce». Sembra anzi regredire, a fronte di un sapere parcellizzato in una miriade di aspetti che hanno perduto la capacità di restare in contatto e interagire. È una "coscienza frantumata", degna della "coscienza lacerata" di Hegel (Fenomenologia dello spirito), che vive in funzione egocentrica e ha perso ogni carattere sociale.

L'incapacità di mettere in relazione coscienza, pensiero e sapere si manifesta nella sua gravità agli occhi di chi, come Morin, vede nell'organizzazione dei sistemi viventi il fondamento dell'esistenza. Lo stesso processo vitale che conduce dal disordine creatore all'ordine di un sistema aperto, perde ogni ragion d'essere in mancanza di organizzazione. Quest'ultima è una questione di rapporti reciproci che si armonizzano e si combinano, producendo un risultato maggiore rispetto alla somma dei componenti. Tutto vive in funzione delle relazioni, dalla materia ai processi biologici, dall'equilibrio cosmico ai rapporti sociali. Qui è la complessità. Qui è il fondamento teorico su cui si basa il pensiero di Morin, sviluppato attraverso i sei volumi del Metodo e le successive integrazioni (La Via, gli scritti sulla pedagogia, le lezioni sul pensiero globale); qui la scoperta che l'organizzazione, prodotta dall'interazione e dalle relazioni reciproche, costituisce il nucleo dell'esistenza. Col progredire della globalizzazione, la frammentazione della conoscenza induce a cogliere un solo aspetto della crisi. Morin porta ad esempio l'affermazione di Emanuel Macron, allora ministro dell'Economia nel secondo governo Valls: «Terrorismo e populismo - scriveva Macron -, la soluzione è economica». Ma il restringere alla sola dimensione economica le cause di questi fenomeni è fuorviante, impedisce la reale comprensione del problema e, per di più, lascia ritenere che la crisi sia una questione solo temporanea.

A ben guardare la temporaneità e l'eccezionalità della crisi - periodo problematico tra due periodi normali - dovrebbero essere ovvie, proprio perché «la crisi stricto sensu si definisce sempre in rapporto a periodi di stabilità». Una crisologia che tenti di trovare soluzioni, si basa perciò sul postulato che ogni crisi finisca e lasci spazio alla normalità. Ma se perdurasse nel tempo e si facesse endemica, divenendo essa stessa la norma, nessuna teoria sarebbe preparata ad affrontarla. In questo caso la crisologia non avrebbe alcuna possibilità di districarsi da una crisi della crisi, in mancanza di punti di riferimento e di precedenti. Se la crisi che stiamo vivendo è per sempre, l'unica modalità per affrontarla è l'accettazione e la presa di coscienza di un mutamento epocale che non porterà a nessun altro equilibrio, se non a quello che sapremo ritrovare in noi stessi. È più che mai necessario approfondire la crisi di coscienza per far emergere la "coscienza della crisi". Per questo una versione rivista e aggiornata della teoria, adeguata ai mutamenti in corso, dovrà tener conto di molte incognite e ritrovare le certezze perdute nell'incertezza del presente. Come dire: non ha senso vivere nell'incertezza; l'aspettativa di una fine della crisi rende penosae inaccettabile l'esistenza. Una teoria della crisi dovrebbe, più che trovare soluzioni per uscirne, insegnare ad accettarla nel modo migliore. O ancora meglio, a "vivere di crisi". Oggi che crisi ha assunto un significato negativo di "indecisione" e "incertezza", la nuova crisologia di Morin potrebbe recuperare la nozione autentica di "scelta" e "decisione" che aveva in origine, e restituirle così il suo significato pienamente positivo.

- Carlo Bordoni - Pubblicato sul Corriere/La lettura del 4 giugno 2017 -

mercoledì 9 agosto 2017

Autobiografie

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L’Italia delle grandi guerre, delle finestre serrate al passare delle ronde, dei soldati chiamati al fronte e delle mogli rimaste sole. L’Italia degli amori spezzati, dei figli scomparsi, della fame e della sete; quella delle famiglie con tanti fratelli e sorelle ma poco pane. L’Italia paese delle meraviglie, dei mestieri antichi, delle terre impareggiabili, dei racconti intorno al fuoco. L’Italia forgiata dalla fiamma dei miti popolari. L’Italia degli anni sessanta, tra lotte studentesche e bombe, scioperi e miracoli italiani, e quella degli anni novanta, con i computer in ogni casa, gli eccessi e le discoteche, le fantasie e le speranze di un millennio che finisce. L’Italia che sogna l’Italia dei nostri giorni e, poi, l’Italia che noi sogniamo.
La vita è un sogno è un’opera corale che raccoglie le voci, i volti e l’anima del popolo italiano, e ne racconta i momenti indimenticabili, visti attraverso gli occhi di chi li ha vissuti in prima persona. Lettere, diari e memorie si intrecciano imprevedibilmente riscrivendo la più autentica e commovente storia d’Italia dal Settecento a oggi: dalle epidemie di colera alla claustrofobia delle trincee nella Prima guerra mondiale; dalla rinascita come società industriale all’inizio della rivoluzione informatica; dalla fatica dei contadini nei campi a maggese alla frenesia degli impiegati nelle grandi città; dai primi viaggi di fortuna in America al nuovo mondo in cui sono state abbattute le frontiere; dai balli sfrenati del dopoguerra al terrore delle stragi mafiose, all’emancipazione femminile, ai giochi dei bambini di un secolo fa e a quelli di oggi, agli amori travolgenti affidati a fogli di carta nascosti poi in un forziere, o all’impalpabilità elettrica di un messaggio su Internet.
La vita è un sogno è il libro dei sogni italiani, e le testimonianze intime e universali che lo compongono ricostruiscono una sorprendente cosmogonia dell’immaginario nazionale, riportandoci, con orgoglio e nostalgia, alle nostre radici. Per ricordare, ma soprattutto per decifrare insieme il futuro.

(dal risvolto di copertina di: "La vita è un sogno", Il saggiatore, 400 pp., 22 euri)

Voci degli italiani senza storia
- di Corrado Stajano -

Da sempre le autobiografie le scrivono i cavalieri d’industria, i capi di Stato, i generali, i politici, gli avventurieri, più narcisi che veritieri: le loro pagine sono spesso improbabili, tutti o quasi tirano l’acqua al proprio mulino, si celebrano, si vendicano, si difendono, si fanno giustizia da sé. I diari degli scrittori vanno valutati con altri criteri: il più delle volte sono libri autentici, un completamento dell’opera, molti di grande importanza letteraria, Montaigne, Goethe, Stendhal, Dostoevskij, Tolstoj, Rilke, Musil, Thomas Mann, Carlo Dossi, Virginia Woolf, Pavese, Delfini, Gadda, André Gide.
I diari della raccolta nascono invece dalle menti dei militi ignoti della scrittura, i senzastoria. Gli autori raccontano senza finzioni e mediazioni. Chissà se hanno sperato che un giorno qualcuno avrebbe letto i loro quaderni? (La polvere degli umili sparsa nei secoli).
Questi frammenti di diari, felici, infelici, brandelli di esistenze cancellate, momenti della storia del mondo di cui sono stati testimoni e spesso vittime, un destino l’hanno avuto. La loro casa madre è l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, un paese in provincia di Arezzo dove, dal 1985 a oggi, sono stati depositati e catalogati più di settemila diari, memorie, epistolari, affidati dagli autori di oggi o di appena ieri o dai loro eredi che li hanno trovati anche tanti decenni dopo nelle soffitte dei palazzi di città, nelle cassapanche delle cascine, dimenticati o nascosti.
L’idea dell’Archivio dei diari, meta di studiosi di tutto il mondo e di laureandi, per le loro ricerche, fu di Saverio Tutino, giornalista di valore, comandante partigiano e poi corrispondente da Parigi e da Algeri, ai tempi della guerra di liberazione, e per anni a Cuba, scrittore di libri importanti sull’esperienza castrista e su Che Guevara, per lui l’eroe senza macchia.

I diari arrivarono subito. Una giuria popolare ne selezionava ogni anno dieci, una giuria professionale (tra gli altri, con Tutino, Natalia Ginzburg, Paolo Spriano, Tina Anselmi, padre Nazareno Fabbretti, Rosetta Loy, Gianfranco Folena) sceglieva il vincitore.
Come mai uno come Saverio Tutino che visse con passione le rivoluzioni della libertà, della solidarietà, della giustizia, conobbe i grandi della terra del Novecento, conobbe anche uomini e donne orribili, spioni, doppiogiochisti, anime nere, agenti della Cia e del Kgb, custodi dei segreti non limpidi del mondo, ebbe il culto della memoria, quasi un assillo? «Perché — diceva — la memoria individuale e collettiva è essenziale per tenere in piedi una comunità. È la fonte dell’agire di cui deve restare traccia. La storia sconosciuta può diventare la storia vera, lo scheletro della società da nutrire di carne, di sangue».

Sembra che La vita è un sogno abbia raccolto quel messaggio rendendolo possibile e vero. L’antologia dei testi del Saggiatore, non in ordine cronologico, ricompone dal basso, come si suol dire, la storia d’Italia. Dalle Cinque giornate di Milano che disgustarono il signor Angelo Rebay e fecero morire dallo spavento sua moglie Margarita, al «grave oltraggio» che subì Torino quando Roma divenne capitale d’Italia di cui si lamenta Luigi Re, alla Grande guerra raccontata da Vincenzo Rabito, un contadino siciliano: «Erino momente di paura e di morte. Tutte tremammo, perché come li ofeciale dicevino: “Avante Savoia!”, certo che si doveva partire. E aspetammo quella infame e desonesta parola: “Avante Savoia!”»
Scrivono un po’ tutti, professori, adolescenti, mogli di ammiragli, cacciatori di teste, tossici, pastori, sommergibilisti, ladri, carcerati.
L’io, malattia del presente, è importante, ma non essenziale in questi diari. La memoria sembra riempire i buchi della storia ufficiale e la fa diventare storia sociale.
La grande Storia e i nutrimenti terrestri della piccola storia. Zelmira Marazio è rimasta fascista per tutta la vita fin da quando era ragazza. Lo rivendica fiera: «Il duce e il fascismo ci davano tutto ciò che potevamo desiderare e anche più». Guido Petter, professore di psicologia all’Università di Padova, rievoca i tempi cupi dell’Autonomia quando, nel 1979, fu aggredito sotto casa da tre terroristi, passamontagna in testa, e gravemente ferito. Le memorie della Resistenza poi, Ester Maimeri, la staffetta azzurra; il ’68 e la contestazione raccontati da Francesca Farina con il linguaggio d’epoca: «Il potere opprime il potere uccide il potere provoca attacca assale fa violenza» Tutto scritto con la maiuscola.

Si pensa che siano gli affetti, gli amori, il grande tema dei diari e invece è la guerra la protagonista. Dopo, in una classifica approssimativa, vengono le storie sentimentali, i matrimoni, le rotture, l’emigrazione, il lavoro, il tempo libero e anche vicende di corruzione e di mafia.
La vita quotidiana, la piccola vita di ogni giorno, è anch’essa in primo piano. Libri letti pochi, risentimenti molti. Un erboraio e uccellatore di Bovegno, nel Bresciano, spiega il suo mestiere. Come si coltiva la Belladonna? e l’Arnica verde e il Tillio? A quanto si possono vendere — siamo nel 1890 — la Matricarda, la Menta Piperita, l’Absinzio?
Antonio De Piero, friulano di Cordenons, racconta invece quando, bambino di 9 anni, lavorava a ripulire i solchi dei campi dalla gramigna. Siamo negli anni Venti del Novecento. Stringe il cuore la festa che gli fa la madre, e l’orgoglio di Antonio, quando portò a casa la prima paga settimanale, 2 lire e 10 centesimi.
Il lavoro, la fame, la miseria. Le storie di questo libro prezioso potrebbero incasellarsi l’una nell’altra in un unico romanzo vero.
Il pezzo forte dell’Archivio dei diari, a Pieve Santo Stefano, è il lenzuolo a due piazze, diventato famoso, appeso a una parete. Una contadina mantovana, Clelia Marchi, scrisse su quella tela il suo minuzioso diario: «Care Persone Fatene Tesoro di Questo Lenzuolo Che C’è Un Po’ Della Vita Mia»

- Corrado Stajano - Pubblicato sul Corriere della Sera/Cultura del 22 novembre 2016 -

martedì 8 agosto 2017

Essere Kafka!

villamatas

Kafka sulla tramvia
- di Enrique Vila-Matas -

Nel trovarmi di nuovo di fronte al penultimo frammento del "Jakob von Gunten" di Robert Walser - quello in cui il signor Benjamenta ed il narratore cavalcano per il mondo in un sogno di libertà assoluta - percepisco un'eventuale rassomiglianza familiare con "Desiderio di diventare un indiano", uno dei brevi racconti raccolti in "Meditazione" [Betrachtung], il primo libro pubblicato da Kafka. In quella breve ed indecisa prosa giovanile, Kafka mostra il suo desiderio di essere davvero un indiano, sempre attento, su un cavallo che va al galoppo, senza briglie, viaggiando per il mondo. Anche se la prosa è incerta, anche se si tratta di uno dei suoi primi testi giovanili, qui si trova, in tutta la sua pienezza, lo spirito di un Kafka arrivato fresco fresco dalle letture di Walser.

Incontrarmi di nuovo con questa breve prosa di un Kafka che comincia a manifestarsi - questa prosa in cui si trovava già condensato allo stesso tempo sia lo scrittore incomprensibile che quello sorprendentemente trasparente che è stato - fa sì che mi renda conto che Kafka non è stato sempre Kafka. Oggi siamo abituati a leggerlo come tale, però c'è stata una tappa - fatta di giorni di indecisioni ed esitazioni - in cui attraversò la classica crisi per cui passano coloro che desiderano cavalcare senza briglie e senza essere degli stranieri dentro il consueto e vile panorama letterario della sua epoca. Vale a dire, anche Kafka si è dovuto forgiare uno stile. Lo ha inventato all'ombra di Walser, ma anche all'ombra di Kleist, di Checov, di Dickens e del "cervantino" Flaubert.

Forse nessuno ha studiato meglio di Reiner Stach, in "Questo è Kafka?", gli anni della formazione dello stile kafkiano. Gli anni delle decisioni. È un libro che ho appena riletto in questi giorni e che credo funzioni come un perfetto antidoto contro la devastante e ostentata venerazione di Kafka da parte di coloro i quali pensano che la sua creatività sia stata solitaria e geniale. Indubbiamente, Kafka è stato un genio, ma non era così miope da aver voluto produrre i suoi testi a partire da un'inferiorità dovuta alla mancanza di esperienza. «Al contrario: proprio il suo stile controllato, artigianalmente raffinato, con influenze ed echi, lo segnala come autore della modernità, che - almeno in tal senso - si allinea con Musil, Joyce, Broch e Arno Schmidt», ci dice Reiner Stach, studioso degli anni in cui lo scrittore di Praga desiderava diventare Kafka, e per fare questo doveva sbarazzarsi, innanzitutto, del suo amico Brod, che gli proponeva di scrivere prose a quattro mani. E quindi, dopo essersi liberato di un simile impiccio, leggere in maniera approfondita, ad esempio, un Dickens, un autore con grandi dosi di umorismo nelle sue opere, quell'umorismo che tardava ad essere percepito in Kafka, il quale aveva scritto "Il disperso" ["America"] pensando di scrivere a tratti una novella comica dickensiana, e della quale Walter Benjamin diceva che quel libro era, soprattutto, una grande pagliacciata, dal momento che uno avrebbe potuto ridere ad ogni pagina.

Ma è vero che anche "Il Castello" ed "Il Processo", che sono romanzi che hanno provocato tanta ansia e tanta angoscia, hanno molte situazioni che possono suscitare ilarità. Ilarità che il lettore in certe occasioni reprime perché si trova coinvolto dentro un assurdo, dentro una problematica che provoca terrore. Però tali elementi umoristici sono il contrappunto che stabiliva Kafka stesso per togliere pressione al dramma. Un'ilarità appresa proprio in quei giorni in cui leggeva ad alta voce Robert Walser e scoppiava letteralmente a ridere, in particolare con il "Jacob von Gunten": «Qui si apprende assai poco, manca il personale docente e noi, i ragazzi dell'Istituto Benjamenta, non arriveremo mai  a niente»

Il personale docente, Kafka lo trovò nei libri dei suoi autori preferiti. Nei giorni dell'apprendistato, fino al 1910, cominciò a lavorare in un peculiare laboratorio di influenze, il più singolare di tutto il secolo scorso. I Diari, da un lato, e, dall'altro, le prose indecise che sarebbero andate a formare il suo primo libro, Meditazione, pubblicato nel 1912, libro cui mancano meno di quattro anni prima che alcuni amici dei numeri tondi celebrino il suo centenario. Si direbbe che sia passato molto più tempo da quando Kafka cominciò ad essere Kafka e si lasciò alle spalle alcune indecisioni. «Mi trovo sulla piattaforma di un tram, e mi sento del tutto insicuro riguardo la posizione che occupo in questo mondo, in questa città, in seno alla mia famiglia», scrisse ne "Il passeggero", una delle prose brevi di "Meditazione". In quei giorni, Kafka non si sentiva in grado nemmeno di giustificare quello che stava facendo su quella piattaforma, aggrappato a quella maniglia, lasciandosi trasportare dal tram. Ma in quei giorni Kafka era anche implacabile. Per esempio con una ragazza che si piazza vicino agli scalini, pronta a scendere dal tram. «Mi sembra così vera, come se l’avessi palpata.(...) l’orecchio minuto, lo vedo bene perché sono vicino, ha il padiglione che aderisce all’ombra che proietta sul collo.», scrive. E finisce chiedendosi come mai quella ragazza non si meravigli di sé stessa e tenga la bocca chiusa senza dire niente.

Tutto questo avvenne negli anni delle letture decisive, negli anni delle incertezze sparse sulle piattaforme di tutte le tramvie. Per un certo tempo, i coniugi Nabokov, nella Berlino del 1922, salirono sullo stesso tram che aveva preso Kafka, il Berlín-Litchterfelde. Non hanno mai parlato perché non sapevano che era lui, però Vera Nabokov ha sempre detto di ricordare «quel viso, il suo pallore, la pelle tirata, quegli occhi così straordinari, occhi ipnotici come se brillassero in una caverna».

Nessuno si è mai liberato degli anni della formazione nell'oscura caverna. Neanche Kafka. Nessuno in quei giorni esigeva che egli giustificasse le sue letture, né la sua presenza sulla strana piattaforma della vita. Ma la grande tramvia, al di là delle influenze iniziali, stava per partire. «È vero che nessuno me ne chiede conto, ma questo non importa.»

- Enrique Vila-Matas - Pubblicato il 22 novembre del 2008 su El País -

lunedì 7 agosto 2017

Due racconti

tram

Mi trovo sulla piattaforma di un tram, e mi sento del tutto insicuro riguardo la posizione che occupo in questo mondo, in questa città, in seno alla mia famiglia. Non sono in grado di dedidere, neppure vagamente, quali rivendicazioni avrei diritto ad invocare in un senso o nell'altro. Non riesco a giustificare il fatto di trovarmi su questa piattaforma, mentre sono aggrappato a questa maniglia, di farmi trasportare lungo questa tramvia, mentre le persone schivano il tram, o camminano tranquillamente, o si fermano di fronte ai suoi finestrini. È vero che nessumo me ne chiede conto, ma questo non importa.
Il tram si avvicina alla fermata, una ragazza si avvicina ai gradini, tra un po’ scenderà. Mi sembra così vera, come se l’avessi palpata. È vestita di nero, le pieghe della gonna quasi immobili, la giacchetta aderente, il colletto di maglia dalle punte bianche, la mano sinistra aperta sulla parete, l’ombrello nella destra appoggiato dove sta il gradino. Il suo viso è incolore, il naso, un po’ schiacciato ai lati, termina largo e rotondo. Ha una quantità di capelli castani, della peluria sulla tempia destra, l’orecchio minuto, lo vedo bene perché sono vicino, ha il padiglione che aderisce all’ombra che proietta sul collo. A questo punto mi chiedo perché lei non si meravigli di sè stessa, e tiene la bocca chiusa e non dice nulla.

- Franz Kafka - Il Passeggero - (1913)

kafka

PREPARATIVI DI NOZZE IN CAMPAGNA
- di Franz Kafka - (1907) -

Edoardo Raban, al riparo dalla pioggia, pensa che andare in vacanza forse lo renderà ancora più stanco di quello che è. Tenta invano scuse mentali per non andare ma, alla fine, si avvia mesto alla stazione. Immagina il suo corpo come quello di un automa…
“E poi, non posso fare come facevo sempre da bambino nelle situazioni difficili? Non ho neppure bisogno di andare proprio io in campagna, non è necessario. Vi mando il mio corpo vestito. Se esce vacillando dalla porta della mia camera, quel suo barcollare non è sintomo di paura, ma della sua nullità. E non si tratta di emozione, quando incespica sulle scale, quando singhiozza nel prendere il treno per la campagna e, una volta là, inghiotte cibo piangendo. (...)
E sussurro un piccolo numero di parole, che sono ordini per il mio corpo triste, ripiegato e immobile accanto a me. Presto ho finito, esso si inchina, parte rapidamente ed eseguirà tutto per il meglio, mentre io mi riposo (...)
Giunto in una piazza si ferma sotto la pensilina di una fermata del tram da dove osserva le persone e le carrozze che passano. Poi lo chiama un amico con cui prosegue a piedi. Lement, questo il nome dell’amico, se ne va e così Raban raggiunge finalmente la stazione. Sale sul treno dove comincia ad osservare gli altri passeggeri. Poi, poco a poco, si addormenta…

II
Sceso alla stazione trova solo la pioggia ad attenderlo. A bordo di una carrozza parte alla volta del villaggio della fidanzata Betty…

Il racconto si interrompe. È presente anche un secondo manoscritto del testo, ugualmente incompleto.