domenica 4 gennaio 2026

Ma davvero, ovunque ?!!???

«Con le mie classificazioni ho sempre un problema: non durano».
Questo libro, pubblicato in Francia nel 1985, raccoglie scritti di Perec comparsi su riviste tra il 1976 e il 1982, che trattano della difficile arte di classificare, catalogare, ordinare le cose. Sono riflessioni ed esempi sempre curiosi, sorprendenti, a volte geniali, come le 81 ricette di cucina ottenute con semplice metodo combinatorio, tre ingredienti per quattro operazioni, il che sembra deridere il tema culinario oggi tanto di moda. E poi l’arte di disporre i libri nella libreria di casa; il catalogo dei luoghi ideali per viverci; il metodo automatico per fabbricare aforismi impeccabili di estrema saggezza; i tanti tentativi di dare ordine a ciò che c’è al mondo, e così via. Gli elenchi sono una specialità di Perec e riescono a dare piacere, a volte a far sorridere.

(dal risvolto di copertina di: GEORGES PEREC, "Pensare/Classificare". QUODLIBET, Pag. 176, € 15)

Un’opera postuma di Georges Perec abbraccia libri e oggetti, animali e persone. In pratica: la vita
Gli elenchi, istruzioni per elencarli

- di Vanni Santoni -

   Sappiamo che per gli antichi cinesi — stando almeno alle istrioniche parole di Jorge Luis Borges — gli animali sono classificabili in quattordici categorie: a) che appartengono all’Imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) maialini da latte, e) sirene, f) favolosi, g) cani sciolti, h) inclusi nella presente classificazione, i) che si agitano come ossessi, j) innumerevoli, k) tracciati con un pennello molto fine di peli di cammello, l) eccetera, m) che hanno appena rotto il vaso n) che da lontano sembrano mosche.
Sembra esser partito da questo esilarante passaggio da "Altre inquisizioni", Georges Perec, membro di spicco dell’OuLiPo, nel suo libro Pensare/Classificare, uscito postumo nel 1985 e ora tornato sui nostri scaffali grazie a Quodlibet, tutto dedicato alle più curiose e sovente impensate classificazioni. Anzi, forse lo ha fatto davvero, visto che ritroviamo il passaggio borgesiano riportato verso la fine del libro, sia pur con alcune variazioni, assieme a un’altra celebre, assurda e sublime classificazione, quella delle «Cose non gradevoli», stilata dalla grande scrittrice giapponese del Decimo secolo, Sei Shonagon. Tali cose sono, nell’ordine: a) cose desolanti; b) cose detestabili; c) cose contrarianti; d) cose fastidiose; e) cose penose; f) cose che riempiono d’angoscia; g) cose che sembrano affliggere; h) cose sgradevoli; i) cose sgradevoli da vedere, laddove «sono cose desolanti un cane che abbaia tutto il giorno, una stanza per partorienti dove è morto un neonato, un braciere senza fuoco, un carrettiere che detesta il suo bue; tra le cose detestabili si trovano: un bambino che grida proprio nel momento in cui si vorrebbe ascoltare qualche cosa, corvi che si riuniscono e gracchiano incrociandosi in volo, cani che abbaiano, abbaiano a lungo, all’unisono, con un tono crescente; tra le cose che sembrano affliggere: la balia di un bambino che piange di notte; tra le cose sgradevoli da vedere: la portantina di un alto funzionario con le tendine interne che appaiono sporche». Due esempi di altissimo profilo letterario che tornano utili a Perec per mostrare che la classificazione stramba non è esercizio ozioso né mero gioco per scrittori, bensì una vera e propria tattica, da usare per affrontare il mondo senza lasciarsi terrorizzare dalla sua indeterminatezza e dalla sua infinitezza. E la classificazione è del resto da sempre una delle tattiche letterarie privilegiate di Georges Perec: lo sa anche chi lo conosce soltanto dalla sua opera più famosa, La vita, istruzioni per l’uso, che non manca certo di classificazioni; e lo sa ancor meglio chi ha letto Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, opera meno nota ma non meno rappresentativa dell’autore (da noi nel catalogo Voland), dove lo troviamo seduto per tre giorni ininterrotti al tavolino di un caffè di Place Saint-Sulpice, impegnato ad annotare letteralmente tutto ciò che gli passa davanti agli occhi. La tattica viene portata all’estremo e diventa addirittura metodo — forse anche di vita — in Pensare/Classificare, che prende le mosse dalla scrivania di Perec (ove scopriamo che l’oggetto più antico è la stilografica dell’autore, e il più nuovo un piccolo posacenere rotondo di ceramica che l’autore medesimo ha comprato una settimana prima), da lì arriva inevitabilmente ai suoi libri (modi di classificare una biblioteca: a) ordine alfabetico; b) ordine per continenti  o paesi; c) ordine per colore; d) ordine in base alla data di acquisto ordine secondo la data di pubblicazione; e) ordine per formati; f) ordine per generi; g) ordine seguendo i grandi periodi letterari; h) ordine per lingua; i) ordine per priorità di lettura; j) ordine per rilegature; k) ordine per collane, ma soprattutto: l) ponderazione, m) resistenza ai cambiamenti, n) desuetudine, o) stabilità, meglio se combinate tra loro) e passa dall’alfabeto stesso, per lanciarsi poi ovunque.
   Ma davvero ovunque: in Pensare/Classificare si organizzano occhiali, vestiti di moda, ricette (tutte pessime) e loro iterazioni, elementi paratestuali all’interno di libri ed enciclopedie, ed eventi storici, fino a tornare agli animali, di cui Perec offre la sua personale catalogazione, forse più adatta al mondo moderno di quella di Borges, aiutandosi con «alcuni semplici prelievi da testi amministrativi»: a) animali sui quali scommettere, b) animali che non è proibito cacciare dal 1° aprile al 15 settembre, c) balene sperdute, d) animali che devono sottostare alla quarantena prima di entrare nel territorio nazionale, e) animali in comproprietà, f) animali impagliati, g) eccetera, h) animali sospetti di trasmettere la lebbra, i) cani per ciechi, j) animali beneficiari di eredità importanti, k) animali che possono viaggiare in cabina, l) cani perduti senza collare, m) asini, n) giumente presunte pregne. Di classificazione in classificazione, s’arriva a scoprire che c’è uno scopo segreto, ma non meno rilevante, in Pensare/Classificare: il tentativo, da parte di un autore che ha sempre scritto libri del tutto diversi l’uno dall’altro — non di rado lasciando stupiti, e in alcuni casi delusi, i lettori e la critica — di venire a capo del proprio metodo e allo stesso tempo mostrare a chi ha cercato a ogni costo dei trait d’union nel suo lavoro, che farlo è in fondo assurdo, dato che gli scrittori, o almeno quelli che prendono sul serio la letteratura, non sono tanto computer quanto «contadini che coltivano parecchi campi»: in uno barbabietole, in un altro erba medica, in un terzo mais, eccetera eccetera.

- Vanni Santoni - Pubblicato su La Lettura dell'11/8/2024 -