mercoledì 2 aprile 2025

Tornarsene ad Auschwitz ?!!???

"Tornatevene in Polonia!":
Sionismo, Palestina e il paradigma del colonialismo degli insediamenti
- di Philipp Lenhard -

Il 20 aprile del 2024, a 135 anni esatti dalla nascita di Adolf Hitler a Braunau am Inn, un giovane con una giacca antipioggia gialla, un berretto da baseball nero e una bandiera palestinese in mano ha gridato «Tornatevene in Polonia!», verso un gruppo di studenti ebrei che, muniti di una bandiera israeliana, protestava contro il crescente antisemitismo alla Columbia University. [*1] Questo attacco antisemita potrebbe non essere stato rappresentativo delle proteste anti-israeliane in generale, ma non è stato nemmeno un semplice incidente. Al contrario, il desiderio che gli ebrei scomparissero, preferibilmente nel paese di Auschwitz e Kielce, esprimeva una forma post-coloniale di antigiudaismo, la cui storia risale a molto tempo fa, ma che ha acquisito importanza solo all'ombra dell'attuale guerra a Gaza. Come possiamo, allora, affrontare la connessione tra la teoria postcoloniale e l'attivismo anti-israeliano da una prospettiva storica, senza generalizzare che il post-colonialismo è, di per sé, ostile a Israele e antisemita? L'affermazione, senza dubbio corretta, secondo cui "la" teoria postcoloniale non esiste, purtroppo non ci aiuta molto. [*2] Se è vero che, nelle loro opere, importanti rappresentanti del post-colonialismo - come Homi Bhabha, Gayatri Spivak o Dipesh Chakrabarty - hanno dedicato relativamente poca attenzione al conflitto in Medio Oriente, tuttavia, oltre a numerose pubblicazioni recenti, come quelle di Joseph Massad, Patrick Wolfe, Saree Makdisi o Ilan Pappé, studi pionieristici come "Israel: A Colonial Settler-State?" di Maxime Rodinson (1967), "Colonialismo sionista in Palestina" (1965) di Fayez Sayegh e soprattutto "La questione della Palestina" (1979) di Edward Said continuano ad essere influenti in questo campo. [*3] Non sorprende quindi che gli attivisti anti-israeliani abbiano fatto sempre più riferimento a concetti e termini postcoloniali. [*4] Mentre fino agli anni '90,  in solidarietà con la Palestina erano dominanti i modelli di interpretazione marxista-antimperialista, dopo il crollo dell'Unione Sovietica il discorso si è gradualmente spostato verso la teoria postcoloniale. Anziché all'espansione geopolitica della teoria della lotta di classe, che distingueva tra "popoli proletari" e "borghesia imperialista", l'attenzione si è ora concentrata sulle relazioni postcoloniali di potere e violenza tra il "Sud globale" e il "Nord globale". [*5] Le teorie antimperialiste e postcoloniali non si escludono a vicenda, ma la rinuncia alle categorie marxiste di analisi, ormai influenzate dal post-strutturalismo, ha portato a cambiamenti significativi nella teoria, specialmente circa la valutazione della religione, della tradizione, del progresso, della tecnologia e della cultura. [*6] Il modello di interpretazione marxista basato sull'eurocentrismo e sulla teoria della modernizzazione, è stato gradualmente sostituito da uno schema di interpretazione anti-occidentale e politicamente identitario di quelle che sono le strutture di potere globale, sebbene il post-strutturalismo miri alla decostruzione delle identità fisse. [*7] Il contenuto identitario, più o meno pronunciato, della teoria postcoloniale è più evidente in una sua forma specifica, vale a dire nel teorema del colonialismo degli insediamenti, che si basa sulla polarizzazione indifferenziata tra indigeni e coloni, e la consolida. [*8] Originariamente sviluppato soprattutto riguardo la storia delle Americhe e dell'Australia, il concetto di colonialismo insediativo pretende di spiegare l'apparentemente disorganizzata e avventurosa colonizzazione europea di quelle "nuove" terre e continenti che i coloni consideravano disabitati. Nella sua opera fondamentale, Patrick Wolfe sottolinea, in contrasto con teorici anticoloniali come Frantz Fanon e Amílcar Cabral, che nelle colonie di insediamento l'attenzione non era rivolta allo sfruttamento della forza lavoro e delle risorse dei colonizzati, ma piuttosto all'espulsione e all'eliminazione della popolazione indigena. [*9] I coloni europei spostarono gli abitanti indigeni, li privarono dei loro diritti, distrussero le loro culture e uccisero gran parte di loro, facendolo sia con atti diretti di violenza che con l'introduzione di malattie e con le conseguenze a lungo termine delle politiche di espulsione e di colonizzazione. Nel paradigma del colonialismo degli insediamenti, gli europei bianchi sono degli intrusi indesiderati in un mondo che è loro estraneo: la potente metropoli coloniale agisce dietro le quinte, fornendo ai coloni risorse, armi e ideologia; ma il fulcro della teoria del colonialismo degli insediamenti è basato sulle relazioni locali di potere e violenza tra alieni e autoctoni. Gli attivisti politici che applicano questo modello ai conflitti contemporanei, spesso credono che il colonialismo degli insediamenti - che è diventato istituzionalizzato in formazioni statali come gli Stati Uniti, il Canada, l'Australia o Israele - possa essere superato solo restituendo tutta la terra originale alle popolazioni indigene, e decostruendo le strutture politiche e sociali dello stato colonizzatore. [*10] Mentre tra le popolazioni indigene del Nord America o dell'Australia quasi nessuno sostiene richieste così radicali, nel caso della Palestina invece la situazione è assai diversa: ci sono importanti forze politiche nella regione che lottano apertamente per la completa eliminazione dello Stato ebraico e per la creazione di uno Stato arabo e/o islamico che ricopra «ogni centimetro della Palestina». [*11] Nella Carta dell'OLP del 1964/68 - ancora valida - «gli ebrei che normalmente risiedevano in Palestina prima dell'inizio dell'invasione sionista» (art. 6) vengono esplicitamente riconosciuti come palestinesi, ma la "indigenità" palestinese, "innata" e «trasmessa dai genitori ai figli» (art. 4), viene a essere contrapposta al sionismo visto come forza d'invasione "straniera", europea e imperialista. [*12] In tal modo, il paradigma del colonialismo degli insediamenti sembra essere fatto su misura per le ambizioni politiche dell'OLP e di altre organizzazioni palestinesi. Questo spiega, almeno in parte, perché in Occidente, nelle loro opinioni politiche, gli attivisti anti-israeliani adottano questo modello esplicativo.

   Il compito della scienza storica, è quello di esaminare la tesi del «colonialismo insediativo sionista» visto nel suo contenuto storico, e pertanto influenzare indirettamente il discorso pubblico. Un materiale particolarmente adatto a un tale scopo è il bestseller recentemente tradotto in tedesco "La guerra dei cent'anni in Palestina" dello storico Rashid Khalidi, professore di studi arabi moderni alla Columbia University e co-editore del Journal of Palestine Studies. [*13] Nella sua monografia, Khalidi ha presentato una narrazione principale che si basa sul post-colonialismo e sulle fonti che sembrano legittimare le proteste anti-israeliane nelle università statunitensi d'élite, storicamente fondante la narrativa dell'OLP. [*14] Mentre a New York, a Los Angeles o a Berkeley si vedevano delle furiose proteste contro il «colonialismo sionista degli insediamenti» e contro il «genocidio di Israele», la narrazione che Khalidi fa di una presunta conquista coloniale della Palestina, avvenuta nel corso di un secolo, diviene un bestseller. Nei corsi di studio organizzati dagli studenti, e nei podcast popolari, sono state divulgate le tesi di Khalidi , e lui stesso ha parlato in diversi eventi, e almeno nel corso di un raduno alla Columbia University. Così, il libro ha assunto per il movimento di protesta una funzione simile a quella che "L'uomo a una dimensione" di Herbert Marcuse ha avuto per la Nuova Sinistra. Proprio come Marcuse stilizzò i gruppi militanti afroamericani definendoli come l'avanguardia della resistenza al capitalismo e all'imperialismo statunitensi, e per mantenere una prospettiva rivoluzionaria nonostante la delusione per l'assenza di lotta di classe del proletariato, oggi, per molti a sinistra, la lotta antisionista dei gruppi radicali palestinesi prende il posto del soggetto rivoluzionario. Per molti attivisti nei campi di solidarietà di Gaza, il conflitto in Medio Oriente non era solo una disputa nazionale e territoriale, ma una lotta tra imperialismo e antimperialismo, l'Occidente capitalista e il Sud globale, la "supremazia bianca" e la "gente di colore" e, in ultima analisi, una guerra escatologica tra le forze del male e del bene. [*15] Questa dimensione, a volte quasi religiosa, dell'antisionismo contemporaneo è cruciale per il radicalismo e per l'intransigenza di una parte del movimento di protesta. La visione del mondo dicotomica, porta anche a riconoscere i fatti storici in maniera assai selettiva. Questo spiega il grande successo del libro di Khalidi, il quale presenta in grandi quantità tutto ciò che conferma le dicerie globali sul sionismo. Nonostante la sua ricchezza di dettagli, e malgrado una varietà di fonti, Khalidi presenta una storia in gran parte priva di contraddizioni, nella quale sostiene tre tesi principali ad incastro: in primo luogo, che l'imperialismo occidentale (prima britannico, poi americano) ha cercato ininterrottamente, dal 1917, di soggiogare e dominare la società palestinese indigena con l'aiuto del sionismo; in secondo luogo, che il sionismo, in quanto movimento di colonizzazione, ha mirato fin dall'inizio alla completa espulsione dei palestinesi, e alla conquista di tutti i territori; in altre parole, una "pulizia etnica" della Palestina e un genocidio dei palestinesi; e in terzo luogo che il successo del progetto sionista sia stato, in ultima analisi, una conseguenza dell'interazione tra imperialismo, colonialismo degli insediamenti e nazismo; dal momento che ai fini della fondazione dello Stato, fu l'espulsione degli ebrei dall'Europa il fattore demografico decisivo. Così, in tal modo, i palestinesi sarebbero diventati le vittime dei presunti nazionalsocialisti filo-sionisti. [*16] Khalidi ha diviso la sua «storia del colonialismo e della resistenza agli insediamenti» in sei capitoli, ciascuno associato a una «dichiarazione di guerra» sionista contro i palestinesi. Questa scelta di parole suggerisce già da subito chiarezza morale: qui i carnefici, lì le loro vittime. È da questa semplice dicotomia che deriva l'intera struttura narrativa del libro, il quale presenta la storia della Palestina, dal 1917 a oggi, come una storia di "resistenza" all'imperialismo occidentale e al colonialismo sionista degli insediamenti.

   Quanto è convincente questa interpretazione? E' evidente che le associazioni sioniste hanno sfollato ed espulso un gran numero di persone arabe dal territorio del nuovo Stato ebraico nel 1948 (una catena di eventi chiamata in arabo "an-Nakba", "la catastrofe"), ma né il sionismo né lo Stato di Israele hanno eliminato e sostituito il popolo palestinese e la sua cultura. Mentre i popoli indigeni americani o australiani sono stati in gran parte decimati a causa della colonizzazione europea, oggi più di 2 milioni di arabi vivono in Israele (un quinto della popolazione) e altri 5 milioni nelle aree autonome palestinesi – rispetto a circa 1,3 milioni che c'erano alla vigilia della fondazione dello Stato di Israele. La popolazione indigena della Palestina (senza contare la parte ebraica) è più che quintuplicata; e il che pone il modello interpretativo del colonialismo insediativo su basi molto fragili. Ma anche la divisione tra autoctoni e alloctoni, o tra coloni e nativi, non è poi così netta come sembra, dal momento che oggi la stragrande maggioranza degli israeliani è nata in Israele. La domanda è, quindi, a partire da quale generazione una persona viene considerata "autoctona", e non "straniera"; una discussione questa, che in Germania l'AfD e altri estremisti di destra spesso vogliono avviare per poter così negare l'identità tedesca a tutti quei tedeschi che hanno un background migratorio. Ma anche se si lascia da parte questo aspetto (i teorici postcoloniali distinguerebbero rigorosamente tra migrazione e colonizzazione, anche se non sempre è chiaro separarle nei singoli casi) e ci si concentra solo sulla storia del paese che risale a diverse generazioni, la Palestina è senza dubbio anche la patria storica del popolo ebraico. Astrattamente, Khalidi riconosce la relazione storica degli ebrei con Eretz Israel, che è stata un elemento centrale della liturgia ebraica nel corso dei secoli, ma quando si tratta della legittimità della colonizzazione ebraica della Palestina, improvvisamente tutto questo non conta più. In passato, Khalidi ha dedicato grandi sforzi alla (ri)costruzione dell'identità nazionale palestinese, dalla fine del XIX secolo, allo scopo di sostanziare la rivendicazione di uno stato nazionale palestinese; ma nel caso ebraico, però, mette in discussione il legame ebraico con Eretz Israel in quanto, in linea con la Carta dell'OLP (art. 20) [*17], sarebbe una «tradizione inventata». Mentre Khalidi, nel testo, intreccia abilmente la storia della sua famiglia in modo da generare autenticità, le esperienze ebraiche e le ragioni dell'ascesa del sionismo vengono invece completamente ignorate, tranne che per alcune menzioni superficiali. Sebbene l'antisemitismo europeo, che ha avuto un impatto significativo sull'attrattiva del sionismo, specialmente nell'Europa orientale, sia brevemente menzionato, il fatto che la speranza di un ritorno a Sion sia una parte centrale della tradizione ebraica viene omesso. Al suo posto, il sionismo è ritratto come un flagello europeo del Sud globale, e una testa di ponte dell'imperialismo occidentale in Medio Oriente. Tuttavia, il rapporto tra il sionismo e l'imperialismo britannico sarebbe stato, innanzitutto, una sorta di affinità elettiva. Dopo i tentativi falliti iniziali di Theodor Herzl di ottenere come protettori il sultano Abdülhamid II e il Kaiser Guglielmo II , ecco che e speranze si rivolsero alla Gran Bretagna. Sebbene l'Inghilterra e la Francia, durante la prima guerra mondiale, si siano alleate con l'odiata Russia zarista - dove, dalla fine del XIX secolo, a seguito dell'oppressione statale e di nuove ondate di pogrom, fino a due milioni di ebrei erano cacciati dalle loro case - una vittoria dell'impero tedesco, nella guerra, avrebbe anche dato seguito al dominio turco sulla Palestina. Il che avrebbe reso impossibile la creazione di uno Stato ebraico. [*18] Quando dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, l'Impero Ottomano collassò , la Russia, dopo la Rivoluzione d'Ottobre, si precipitò in una sanguinosa guerra civile, e l'influenza globale della Germania venne gravemente ridotta dal Trattato di Versailles, ecco che allora il centro delle attività diplomatiche dell'Organizzazione Sionista Mondiale (WZO) si spostò logicamente a Londra. Mentre la Germania era ancora il centro politico del movimento sionista - e lo rimase fino alla fine della prima guerra mondiale - ecco che sotto Chaim Weizmann, presidente della WZO tra il 1921 e il 1931, e di nuovo tra il 1935 e il 1946, l'impero britannico prese il suo posto. Khalidi relativizza il carattere pragmatico dei rapporti tra la WZO e le potenze europee, e spiega invece l'alleanza sionista-britannica - che si manifestò nella Dichiarazione Balfour del 1917 - soprattutto a partire dalla presunta affinità ideologica tra il sionismo e l'imperialismo britannico. [*19] Tutti i politici britannici che a un certo punto si sono espressi positivamente sul sionismo si sono, per Khalidi, trasformati in "sionisti". Lloyd George, Lord Balfour, Winston Churchill e molti altri si sarebbero convinti del potere degli ebrei e sostenendo il sionismo, per ragioni filosofiche, avrebbero cercato di ottenere il loro sostegno per l'Impero. Mentre Khalidi identifica anche gli interessi imperiali della Gran Bretagna, non ritrae il rapporto tra britannici e sionisti come un'alleanza temporanea e piuttosto conflittuale, ma come un rapporto tra la madrepatria inglese e la colonia di insediamenti sionisti. Gli interessi eterogenei, e solo parzialmente sovrapposti, della Gran Bretagna e dell'Yishuv, nella narrazione di Khalidi vengono consolidati in un unico piano regolatore colonialista. In realtà, Theodor Herzl aveva già compreso la colonizzazione ebraica della Palestina, vedendola come parte della missione civilizzatrice occidentale e, nel tipico discorso coloniale dell'epoca, parlava della "barbarie" degli antichi abitanti della terra. [*20] Questo atteggiamento coloniale occidentale, diffuso in Europa, era condiviso da molti sionisti, ma faceva anche parte di una strategia diplomatica per conquistare gli inglesi come potenza coloniale alla realizzazione del progetto sionista. L'"orientalismo", formulato in modo molto simile in relazione alla politica estera tedesca prima e durante la prima guerra mondiale, era un elemento centrale della realpolitik sionista. [*21] Tuttavia, anche se i leader sionisti hanno definito "coloniale" il loro progetto di colonizzazione, in linea con questa ideologia, lo sviluppo storico è chiaramente più complesso. Come ha giustamente osservato Derek Penslar, il sionismo: «Storicamente e concettualmente si colloca tra discorsi e pratiche coloniali, anticoloniali e post-coloniali. Dall'inizio, e fino alla fondazione dello Stato nel 1948, elementi coloniali e anticoloniali hanno coesistito nel progetto sionista.» [22].

   Oltre al livello discorsivo, anche l'attività pratica della colonizzazione e la costruzione di una comunità ebraica erano guidate da dei modelli coloniali; però, allo stesso tempo, l'Yishuv non era una colonia europea; vale a dire che i coloni non erano rappresentanti europei che avanzavano la conquista del territorio indigeno per la metropoli imperiale britannica (o tedesca). Il sionismo rappresentava una comunità transnazionale di persone espulse dalle società europee, nordafricane e arabe, che volevano riunirsi in "terra santa"come nazione. La politica dei sionisti, pertanto, mirava all'indipendenza e alla separazione dalle potenze europee, all'emancipazione e alla liberazione dal giogo millenario di Galut. Ciò implicava, oltre all'europeizzazione dell'Oriente, anche un'orientalizzazione dell'ebraismo, vale a dire, sia la creazione di caffè viennesi a Tel Aviv insieme all'adozione del sistema giuridico britannico, sia l'ebraizzazione della cultura e il presunto "ritorno" a un'agricoltura come veniva descritta nella Torah e nel Talmud. [*23] Gli arabi non ebrei della Palestina, da parte loro, non dovevano essere sfruttati e oppressi, né espulsi e né sterminati. Piuttosto, gli architetti del sionismo immaginavano l'acquisizione legale della terra attraverso dei contratti e a partire da una convivenza politico-economica basata sull'autonomia nazionale e sullo scambio economico. [*24] Una tale visione, in retrospettiva, era tanto ingenua quanto intrisa di arroganza europea, cosa che però non cambia il fatto che l'escalation violenta del conflitto è stata il risultato cumulativo di un processo non lineare e non, come afferma Khalidi, un piano predeterminato di pulizia etnica. Ridurre l'atteggiamento sionista nei confronti degli arabi al paradigma del colonialismo degli insediamenti, perciò, non rende giustizia ai reali progetti dei politici sionisti, soprattutto nella loro eterogeneità. [*25] Inizialmente, dal punto di vista britannico, il sostegno al sionismo sembrava un mezzo adeguato a raggiungere obiettivi politici di ordine nella regione, e a proteggere il controllo del Canale di Suez, la via marittima più breve, per la colonia della corona indiana, con una zona cuscinetto. Ciò includeva principalmente il contenimento dell'influenza tedesca, l'indebolimento dell'Impero ottomano e, durante il mandato, la soppressione della resistenza locale. Con lo Yishuw, la Potenza Mandataria britannica credeva di avere un gruppo di popolazione fortemente europeizzato in un'area che dipendeva fortemente dal sostegno della Gran Bretagna, e che quindi poteva essere facilmente strumentalizzato. Le motivazioni filosofiche dei singoli politici britannici giocarono certamente un ruolo nell'emissione della Dichiarazione Balfour nel 1917, ma allo stesso tempo, il sostegno al movimento sionista fu sempre condizionato dal fatto che avrebbe dovuto servire gli interessi della politica d'ordine dell'Impero. Questo, tuttavia – e ciò è cruciale – pose l'alleanza sionista-britannica fin dall'inizio sotto una riserva generale, la quale poteva essere terminata unilateralmente dagli inglesi in qualsiasi momento. Nella narrazione di Khalidi, tuttavia, i ruoli sono quasi invertiti: «qui sono i sionisti che, con astuzia, denaro e potere nascosto, trasformano gli inglesi in strumenti delle loro ambizioni coloniali: I sionisti riuscirono a mettere i loro sostenitori, o talvolta anche i loro leader, come l'impressionante Chaim Weizmann, sulle leve decisive a Whitehall almeno fino al 1939.», scrive, aggiungendo che nel quartiere governativo di Londra «alcuni funzionari erano anche ardenti sionisti». Khalidi cita, con approvazione, un funzionario britannico che ha affermato che non era il governo britannico a essere «la potenza colonizzatrice qui; il popolo ebraico è la potenza colonizzatrice» . Il sionismo avrebbe dalla sua parte «un'allettante giustificazione biblica e una base e finanziamenti internazionali stabiliti». Allo stesso tempo, i leader sionisti avrebbero capito chiaramente che per non «perdere la simpatia del mondo» avevano bisogno di mantenere segrete le loro reali intenzioni, cioè l'espulsione degli arabi e la creazione di una maggioranza della popolazione ebraica. Avrebbero anche cercato di erigere una «facciata ingannevole» nei confronti dei palestinesi. Tuttavia, anche questa enorme cortina fumogena di inganni, menzogne e frodi, secondo Khalidi, non fu sufficiente per realizzare il piano sionista per un sequestro totale della terra, perché nonostante la «straordinaria capacità del movimento sionista di mobilitare capitali e investire in Palestina», il numero di immigrati ebrei tra il 1926 e il 1932 ristagnava. Il fattore decisivo per il successo della strategia sionista sarebbe stato quindi la presa del potere da parte dei nazionalsocialisti in Germania. Secondo Khalidi, l'ondata di rifugiati ebrei tedeschi dopo il 1933 fu il fattore decisivo che guidò il progetto di colonizzazione sionista: «Tutto cambiò nel 1933 con la presa del potere da parte dei nazionalsocialisti in Germania, che iniziarono immediatamente a perseguitare ed espellere la popolazione ebraica di lunga data»[*26], scrive, aggiungendo che di fronte alle leggi discriminatorie sull'immigrazione negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in altri paesi, per molti ebrei tedeschi c'era solo una strada, per la Palestina. L'ascesa di Hitler sarebbe diventata «una pietra miliare sia nella storia moderna della Palestina che nel sionismo».

   Solo nel 1935, si dice che 60.000 ebrei siano immigrati in Palestina, un numero che però Khalidi non contestualizza. Infatti, anche se quell'anno nel territorio mandatario della Palestina emigrarono tra i 61.000 e i 66.000 ebrei, solo l'11% di loro proveniva dalla Germania. [*27] Tra gli immigrati, la percentuale di ebrei tedeschi sarebbe aumentata negli anni successivi, prima dell'inizio della guerra, al 27% (1936), al 34% (1937) e infine al 52% (1938). Ma allo stesso tempo i numeri assoluti diminuirono bruscamente rispetto al picco del 1935. Nel 1936, il numero era diminuito di oltre la metà (29.727), e un anno dopo, in Palestina sarebbero arrivati poco più di 10.000 ebrei. [*28] Sebbene il numero aumentasse di nuovo nel 1939 – dopo i pogrom di novembre e l'anno dell'inizio della guerra – a 27.561, nel 1940 era tornato al livello dell'anno precedente, con 10.000 persone. Khalidi non menziona queste fluttuazioni, poiché minerebbero la sua narrazione: il potere del mandato britannico limitò l'immigrazione ebraica in Palestina, almeno dal 1937, a causa della resistenza araba, e fino alla pubblicazione del famigerato "Libro Bianco", che nel 1939 – cioè alla vigilia dell'Olocausto – avrebbe limitato l'immigrazione ebraica a un totale di 75.000 persone nei successivi cinque anni. [*29] Khalidi discute il Libro Bianco, il quale determinò la politica britannica verso la Palestina negli anni successivi, ed ebbe conseguenze catastrofiche per gli ebrei europei, in quanto espressione di un "cambiamento fondamentale" nella politica britannica, vale a dire, il ritiro di un presunto «sostegno incondizionato al sionismo», tanto per minimizzare il Libro Bianco mostrandolo come praticamente irrilevante subito poco dopo. In realtà, il limite del Libro Bianco, in cui si parlava di 75.000 ebrei emigrati, non venne nemmeno raggiunto: dal 1939 al 1944, nel paese arrivarono solo 50.000 ebrei. Dato che la quota non era ancora stata colmata, e alla fine del 1945 rimanevano ancora 400 certificati, gli inglesi, dopo la fine della guerra, permisero l'immigrazione di altri 1.500 ebrei al mese. [*30] Inoltre, ci fu l'Aliyah Bet, vale a dire l'immigrazione clandestina, durante la quale varie organizzazioni sioniste contrabbandarono circa 19.000 immigrati aggiuntivi nel paese tra il 1939 e il 1944, per salvarli da una morte quasi certa in Europa; una prospettiva questa che, nella sua narrazione, Khalidi ignora completamente. [*31] La questione se i leader arabi avrebbero dovuto accettare il Libro Bianco viene da lui giudicata esclusivamente in relazione alla "causa palestinese", senza preoccuparsi del destino dei rifugiati ebrei. Il fatto che i presunti filo-sionisti britannici abbiano permesso una significativa immigrazione araba, nel libro di Khalidi non appare, per ragioni comprensibili. Per tutto il periodo del mandato, ci fu una continua immigrazione araba dalla Siria, dalla Transgiordania e dalla penisola del Sinai, che, combinata con il tasso di natalità naturale, fece aumentare la popolazione araba della Palestina da 668.000, nel 1922, a circa un milione nel 1940. [*32] Già tra il 1922 e il 1931, l'economista Fred Gottheil calcolò che circa 60.000 arabi non ebrei erano entrati nel territorio del mandato, cosicché nel 1931 quasi il 12% della popolazione araba della Palestina aveva un background migratorio. [*33] L'entità dell'immigrazione araba in Palestina tra il 1931 e il 1947, è molto controversa, ma la maggior parte degli autori stima che durante l'intero periodo del mandato, il numero fu di 100.000 fino a un massimo di 200.000. [*34] Il risultato di questi calcoli, è che dal 1936 la dimensione relativa della popolazione ebraica in Palestina non è cambiata in modo significativo, ma è rimasta costantemente tra il 28% e il 32% fino alla fondazione dello Stato. Un cambiamento decisivo si verificò solo con il ritiro degli inglesi, e quindi dopo il periodo del mandato, soprattutto negli anni '50, quando centinaia di migliaia di ebrei del mondo musulmano emigrarono anche loro nel nuovo Stato ebraico, per lo più in fuga dalle persecuzioni sofferte nella loro patria. [*35] Oggi, i Mizrahim in Israele sono noti per costituire la maggioranza della popolazione ebraica. La tesi centrale di Khalidi, secondo cui il colonialismo occidentale avrebbe sostenuto pienamente il sionismo fin dall'inizio; cosa che a sua volta avrebbe reso lo Stato di Israele una testa di ponte colonialista dell'Occidente, è quindi storicamente difficile da sostenere. Al contrario, furono proprio gli interessi imperiali e la politica dell'ordine a portare ripetutamente gli inglesi in conflitto con il movimento sionista. Lo stesso vale per l'Yishuv e i vari attori arabi, che, a seconda dei loro interessi, a volte hanno cooperato con gli inglesi e a volte hanno dissentito. Per quanto ebrei e arabi in Palestina si combattessero l'un l'altro, entrambi, dopo la fine dell'Impero Ottomano, furono soggetti al potere mandatario britannico. E furono, non da ultimo, gli attacchi anti-britannici da parte delle organizzazioni sioniste clandestine Lehi e Irgun che portarono alla fine prematura del mandato del governo di Clement Attlee. [*36] Fin dall'inizio, il sionismo intendeva stabilire una comunità ebraica indipendente in Palestina; da un lato, come reazione all'antisemitismo, ma dall'altro anche come realizzazione di una promessa nazionale, religiosa e politica, che aveva le sue origini di lunga data nella storia ebraica. Al progetto sionista sono sempre stati associati diversi concetti su come risolvere l'evidente conflitto con la popolazione araba locale. L'espulsione e la "pulizia etnica" erano concetti che, nel 1948, nel contesto della guerra d'indipendenza, innescata principalmente dal rifiuto arabo del piano di spartizione dell'ONU e dalla successiva invasione, non solo venivano discussi, ma sono stati anche attuati localmente. Tuttavia, il cosiddetto Piano Dalet (Piano D), che prevedeva la distruzione dei villaggi palestinesi e l'espulsione della popolazione civile, a seconda delle necessità militari, non è stato mai attuato sistematicamente, né può essere riferito al progetto sionista nel suo complesso. [*37] Benny Morris ha dimostrato che la prima guerra arabo-israeliana venne percepita, da una prospettiva ebraica, come una "guerra per la sopravvivenza", la quale poi si tradusse, in certi tempi e luoghi, in una politica di "pulizia etnica". Nel complesso, tuttavia, la completa espulsione e il reinsediamento della popolazione araba fuori dalla Palestina «non è mai stata una politica sionista generale o aperta». [*38] D'altra parte, il «pensiero dell'espulsione o, ove possibile, il comportamento dell'espulsione» sarebbe stato caratteristico del movimento nazionale palestinese tradizionale. [*39] Senza ulteriori distinzioni tra le varie strategie militari sioniste e le concezioni politiche, Khalidi continua la sua narrazione colonialista degli insediamenti fino ad oggi. Anche se si è d'accordo con la sua descrizione della colonizzazione sionista della Palestina, e della fondazione dello Stato di Israele, sarebbe assurdo e altamente antistorico ridurre una storia di più di cento anni a una sola medesima logica. Semplici formule come quella del "colonialismo sionista degli insediamenti" semplificano una storia estremamente complessa per demonizzare il sionismo. Lo schema interpretativo del "colonialismo degli insediamenti" non rende giustizia alla storia del sionismo, o alla realtà di Israele oggi. Ciò non esclude che le teorie postcoloniali possano essere fruttuose nell'interpretazione degli eventi, ma solo se si riflettono i limiti del rispettivo approccio. La questione politicamente (non storicamente) decisiva, è senza dubbio quella circa come si possa realizzare una convivenza pacifica o parallela di tutti i popoli della terra. Il modello del "colonialismo degli insediamenti" contribuisce ben poco a una tale soluzione politica. Al contrario, aggrava la situazione esistente, distinguendo tra "indigeni" e "coloni" e può, in ultima analisi, portare alla richiesta antisemita secondo la quale gli ebrei israeliani dovrebbero «tornare in Polonia».

Philipp Lenhard - Pubblicato il 24/3/2025 su História e Desamparo -

NOTE:

[1] Steven Vagol Isabel Keane, manifestante anti-israeliano urla «Tornatevene in Polonia» ai manifestanti con la bandiera israeliana fuori dalla Colombia University il 21.04.2024 - https://nypost.com/2024/04/21/us-news/anti-israel-protester-screams-at-demonstrators-with-israeli-flag-outside-columbia-u-go-back-to-poland/  -

[2] Sebastian Conrad, Postcolonialismo e Israele: accusa di un approccio, in: Frankfurter Allgemeine Zeitung, 13 febbraio 2024.

[3] Joseph Massad, La persistenza della questione palestinese. Saggi sul sionismo e i palestinesi. Londra 2006; Patrick Wolfe, Colonialismo di insediamento ed eliminazione dei nativi, in: Journal of Genocide Research 8/4, 2006, 387-409; Saree Makdisi, Palestina dentro e fuori. Un'occupazione quotidiana. New York 2008; Ilan Pappé, Die ethnische Säuberung Palästinas. Francoforte sul Meno 2007; Maxime Rodinson, Israele. Uno stato-colonialista? New York 1973 [1967]; Fayez Sayegh, Colonialismo sionista in Palestina, in: Settler Colonial Studies 2/1, 2012, 206-225; Edward Said, La questione della Palestina. New York, 1979. Una panoramica dei dibattiti teorici del campo e del ruolo centrale di Said è offerta da Leela Gandhi, Postcolonial Theory. Un'introduzione critica. New York 1998, 64-80. Più recentemente, María do Mar Castro Varela/Nikita Dhawan, Postkoloniale Theorie. Eine Einführung. 3a ed. aggiornata. Bielefeld 2020, 99–159.

[4] Recentemente, ci sono stati tentativi di applicare in modo fruttuoso gli approcci postcoloniali negli studi israeliani. Si veda, ad esempio, Arieh Saposnik/Derek Penslar/Stefan Vogt (a cura di), Unrecognized Kinships. Studi postcoloniali e storiografia del sionismo. Waltham, MA 2023.

[5] Il concetto di "Sud globale" si riferisce in gran parte alla discussione di Gramsci sul divario nord-sud in Italia ed è stato sviluppato dallo storico indiano Ranajit Guha e dal gruppo "Subaltern Studies" negli anni '80, ma ha anche punti di contatto con la vecchia teoria della dipendenza.

[6] Vedi, ad esempio, Gayatri Chakravorty Spivak, Practical Politics of the Open End, in: Sarah Harasym (a cura di), The Post-Colonial Critic. Interviste, strategie, dialoghi. New York 1990, 95-112. Una posizione integrativa è difesa da Crystal Bartolovich/Neil Lazarus (a cura di), Marxism, Modernity, and Postcolonial Studies. Cambridge/New York 2002. Che il postcolonialismo sia "anti-marxista" è lamentato dal sociologo Vivek Chibber, Postkoloniale Theorie und das Gespenst des Kapitals. Berlino 2018.

[7] Nell'ambito degli studi postcoloniali, si veda, ad esempio, Homi K. Bhabha, Hybridité, identité et culture contemporaine, in: Jean Hubert Martin (Ed.), Magiciens de la terre. Parigi 1989, 24-27.

[8] Sul concetto di indigenità nel contesto di Israele-Palestina, si veda Amal Jamal, Arab Minority Nationalism in Israel. La politica dell'indigenità. Londra/New York 2011, in particolare 12-27. Mahmood Mamdani, né colono né nativo. La creazione e la dissoluzione delle minoranze permanenti. Cambridge 2020 critica la naturalizzazione di queste identità da una prospettiva postcoloniale.

[9] Patrick Wolfe, Colonialismo di insediamento e trasformazione dell'antropologia. La politica e la poetica di un evento etnografico. Londra 1999, 1.

[10] Si vedano i molti esempi in Adam Kirsch, On Settler Colonialism. Ideologia, violenza e giustizia. New York 2024.

[11] "Lettera del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas) della Palestina". Tradotto da Muhammad Maqdsi, in: Journal of Palestine Studies 22/4, 1993, 124.

[12] "La Carta Nazionale Palestinese: Risoluzioni del Consiglio Nazionale Palestinese, 1-17 luglio 1968", <https://avalon.law.yale.edu/20thcentury/plocov.asp&gt; (traduzione mia, PL).

[13] Rashid Khalidi, La guerra dei cent'anni in Palestina. Una storia del colonialismo e della resistenza ai coloni, 1917-2017. New York 2020. Tutti i riferimenti alle pagine nel testo si riferiscono alla traduzione tedesca del libro pubblicata da Unionsverlag Zürich nel 2024.

[14] Si veda la recensione di Reinhard Schulze, Modernizzazione di un mito, in: Süddeutsche Zeitung, 14 giugno 2024.

[15] Cfr Philipp Lenhard, Israele come simbolo del male: l'immagine proiettata del nemico, in: taz – die Tageszeitung, 9 dicembre 2023.

[16] Sulla politica nazista nei confronti del sionismo, vedi Francis R. Nicosia, Hitler and Zionism. Il Terzo Reich e la questione della Palestina 1933-1939. Druffel 1989. Un cambiamento decisivo nella politica palestinese si verificò con lo scoppio della guerra. Cfr. Klaus-Michael Mallmann/Martin Cüppers (a cura di), Mezzaluna e svastica. Il "Terzo Reich", gli arabi e la Palestina. Darmstadt 2006.

[17] Rashid Khalidi, Il collo e la spada, in: New Left Review 147, maggio/giugno 2024, <https://newleftreview.org/issues/ii147/articles/the-neck-and-the-sword&gt;. Sulla storia dell'identità palestinese, si veda idem, Palestinian Identity. La costruzione della coscienza nazionale moderna. New York 1997. Sulla tesi della "tradizione inventata" del sionismo, si veda Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico. Berlino 2010.

[18] Anita Shapira, Sionismo. Una storia. Libano, PA 2012, 70.

[19] Una tesi simile è difesa da James Renton, The Zionist Masquerade. La nascita dell'alleanza anglo-sionista, 1914-1918. New York 2007.

[20] Shlomo Avineri, Theodor Herzl e la fondazione dello Stato ebraico. Berlino 2016, 176f.

[21] Fabian Weber, Proiezioni sul sionismo. Percezioni non ebraiche del sionismo nell'impero tedesco, 1897-1933. Gottinga 2020, 95–105.

[22] Derek J. Penslar, Il sionismo è un movimento coloniale?, in: Ethan B. Katz/Lisa Moses Leff/Maud S. Mandel (a cura di), Il colonialismo e gli ebrei. Bloomington/Indianapolis, NEL 2017, 275–301, 276.

[23] Boaz Neumann, Terra e desiderio nel primo sionismo. Waltham, MA 2011.

[24] Avineri, Theodor Herzl (come nella nota 20), 251.

[25] Questo vale anche per Zeev Jabotinsky, che nella narrazione di Khalidi gioca un ruolo chiave nella "vera natura" del sionismo. Il saggio programmatico di Jabotinsky del 1923 "Il muro di ferro", che probabilmente usa la retorica colonialista e sostiene una politica intransigente nei confronti degli arabi, prevede anche un'autonomia nazionale per loro in uno stato ebraico. Khalidi (21) non menziona questo, così come non menziona il fatto che il testo era una reazione alla restrizione dell'immigrazione ebraica da parte del ministro coloniale britannico "sionista" Winston Churchill. Cfr. Michael Brenner, Israele. Sogno e realtà dello Stato ebraico. Monaco di Baviera 2016, 99–106.

[26] Nell'originale inglese, si dice "ben stabilito", che qui sarebbe meglio tradurre come "stabilito" e si riferisce al presunto benessere materiale degli ebrei tedeschi, che, grazie all'accordo di Haavara, sarebbero stati trasferiti in Palestina. Tuttavia, la descrizione di Khalidi dell'accordo tra l'Agenzia Ebraica, la ZVD e il Ministero dell'Economia del Reich è semplificata, in quanto ignora lo sfruttamento degli ebrei tedeschi da parte del regime nazista e omette che furono gli inglesi che, nel 1937, resuscitarono l'accordo per considerazione degli interessi arabi. Cfr. Avraham Barkai, Interessi tedeschi nell'accordo di trasferimento di Haavara 1933-1939, in: Leo Baeck Institute Yearbook 35, 1990, 245-266.

[27] Nei tre decenni precedenti la fondazione dello stato, circa 14.000 ebrei yemeniti, 10.000 siriani e 8.000 iracheni emigrarono in Palestina. Cfr. Michael Brenner, Storia del sionismo, 5a ed. Monaco di Baviera 2019, 96f.

[28] I numeri variano leggermente tra i diversi studi. Qui, secondo Aviwa Halamish, la Palestina come destinazione per gli immigrati ebrei e i rifugiati dalla Germania nazista, in: Frank Caestecker/Bob Moore (a cura di), Rifugiati dalla Germania nazista e dagli Stati europei liberali. New York 2010, 122–151, 144.

[29] Ivi, 142.

[30] Arieh J. Kochavi, La lotta contro l'immigrazione ebraica in Palestina, in: Middle Eastern Studies 34/3, 1998, 146-167, 149.

[31] Dalia Ofer, Sfuggire all'Olocausto. Immigrazione illegale in Terra di Israele, 1939-1944. New York/Oxford 1990, 319. Tra il 1944 e il 1948, nonostante il blocco britannico, circa 90.000 immigrati ebrei arrivarono illegalmente nel paese, per lo più dall'Europa.

[32] Michael Wolfsohn, Israele. Conoscenze di base – Geografia. Vol. 3, Wiesbaden 1984, 116.

[33] Fred M. Gottheil, Immigrazione araba in Israele pre-statale: 1922-1931, in: Middle Eastern Studies 9/3, 1973, 315-324, 319 e 322.

[34] Vedi, ad esempio, Arieh L. Avneri, The Claim of Dispossession. Insediamento terriero ebraico e gli arabi 1878-1948. Nuovo Brunswick 1984, 282. I numeri di Joan Peters, da tempo immemorabile. Le origini del conflitto arabo-ebraico sulla Palestina. New York 1984 sono stati respinti all'unanimità dal sondaggio come troppo alti.

[35] Su questo, vedi Nathan Weinstock, Il filo spezzato. Come il mondo arabo ha perso i suoi ebrei nel 1947-1967. Vienna/Friburgo 2019.

[36] J. Bowyer Bell, Terrore da Sion. La lotta per l'indipendenza israeliana. 2a ed. Abingdon/New York 2017.

[37] Yoav Gelber, Palestina, 1948. La guerra, la fuga e l'emergere del problema dei rifugiati palestinesi. 2a ed. rivista e ampliata. Brighton 2012, 305.

[38] Benny Morris, 1948 – La prima guerra arabo-israeliana. New Haven, CT 2008, 408 (traduzione mia, PL).

[39] Ivi.

martedì 1 aprile 2025

Cambio-Valuta

Il Vendicatore Protezionista
- di Tomasz Konicz -

Ne volete ancora? Quando si parla di tariffe e di barriere commerciali, il Presidente degli Stati Uniti è noto per non essere certo da meno. Donald Trump ha reagito all'annuncio fatto dall'UE, relativo alle misure di ritorsione causate dai dazi statunitensi sull'alluminio e sull'acciaio, includendo anche quelle sulle bevande alcoliche, e minacciando tariffe punitive astronomiche, del 200%, su vini e spumanti europei. Finora, questa strategia di escalation ha funzionato: allorché la provincia canadese dell'Ontario, nell'ambito della guerra commerciale nordamericana, aveva annunciato tasse del 25% sulle esportazioni di elettricità verso gli Stati Uniti, Trump ha immediatamente minacciato di raddoppiare i dazi statunitensi su tutte le importazioni canadesi di metalli al 50%; e l'Ontario ha di conseguenza ritirato la sua tassa sulle esportazioni.

   In realtà, va detto che gli Stati Uniti hanno un vantaggio strategico nelle guerre commerciali, dal momento che il loro deficit commerciale è gigantesco (918,4 miliardi di dollari nel 2024). Ed è proprio tale deficit quello che dovrebbe tendere a diminuire nel corso delle guerre commerciali, mentre, da parte loro, la maggior parte dei partner commerciali degli Stati Uniti dovrebbe invece vedere ridotte le proprie esportazioni. Trump sta puntando a superare le turbolenze a breve termine causate dalla grande svolta protezionistica, in modo da ottenere così il suo auspicato risultato a lungo termine, sotto forma di una reindustrializzazione degli Stati Uniti in vista delle prossime elezioni. Ma in realtà, gli Stati Uniti stanno tentando di reindustrializzarsi a spese di Paesi e aree economiche per le quali le industrie di esportazione degli Stati Uniti finora hanno rappresentato un programma di stimolo economico finanziato dal credito. Di fatto, anche l'economia globale, che nell'era neoliberista si reggeva sempre più sul credito, finora ha funzionato seguendo questo schema: nell'economia globale, gli Stati Uniti avevano finito per assomigliare a un buco nero che assorbiva tutta la produzione industriale in eccesso; in modo da poter così ottenere, sui mercati finanziari in rapida espansione, prestiti nella valuta di riserva mondiale, ossia in dollari USA. In tal modo - in quanto centro della finanziarizzazione neoliberale del capitalismo - negli Stati Uniti, nell'ambito di cicli di deficit in costante crescita, sono confluite gigantesche eccedenze di esportazione. Mentre, in direzione opposta, ha avuto inizio un flusso di strumenti e di titoli di debito, facendo sì che in tal modo la Cina, ad esempio, diventasse nel corso degli anni il principale creditore estero degli Stati Uniti (attualmente lo è il Giappone).

   Nell'era neoliberista, il debito globale è aumentato assai più rapidamente di quanto abbia fatto la produzione economica globale (passando, da circa il 110% all'inizio degli anni '70, a oltre il 250% nel 2020) ed è proprio attraverso questi cicli di deficit che è stata alimentata  la globalizzazione. Questa edificazione neoliberista della Torre del Debito -che negli Stati Uniti ha alimentato l'illusione di una crescita trainata dai mercati finanziari - ha prodotto piuttosto una vera e propria economia globale della bolla finanziaria, divenuta nel frattempo, prima instabile, con lo scoppio della bolla immobiliare nel 2008, e poi insostenibile, con l'impennata dell'inflazione, a partire dal 2020. Trump è pertanto un prodotto della crisi, il cui Protezionismo punta a dare una risposta a quei processi di disgregazione sociale che hanno accompagnato la deindustrializzazione e il crollo dell'economia della bolla finanziaria. E non è affatto un caso che tutto ciò assomigli al protezionismo degli anni Trenta, quando il sistema mondiale venne colpito dalla più grande crisi mai verificatasi.

   Quella che sta venendo alla luce, diventando sempre più visibile, è la barriera interna al capitalismo, la quale si sta liberando della sua stessa propria sostanza - il lavoro salariato - per mezzo della razionalizzazione mediata dal mercato: dal momento che non c'è più in vista alcun nuovo settore economico che possa sfruttare il lavoro salariato in maniera massiccia, ogni area economica ora deve preoccuparsi di proteggere le proprie capacità industriali residue, dal momento che tutti stanno cercando di sostenere le proprie industrie tramite le esportazioni. Di fatto, Trump vuole una rottura qualitativa con quello che è il regime di crisi alimentato dal credito dell'era neoliberista; e in tutto questo la contraddizione è diventata quasi palpabile: ad esempio, nell'eterno protezionismo di Trump, il sistema può funzionare solo a credito; e tuttavia, allo stesso tempo, dal punto di vista sociale, economico e soprattutto politico, le conseguenze di questa economia globale in deficit non sono più sostenibili.

   Ma cosa vuole Trump? In ultima analisi, la Casa Bianca sta attualmente distruggendo il sistema egemonico statunitense instaurato nel dopoguerra, perché gli Stati Uniti non possono più, o non vogliono più, sostenere i costi di questa egemonia. Trump sta invece cercando di costruire un impero statunitense che, per esercitare il potere, non si baserà più su una rete globale di istituzioni e regole, ma probabilmente si affermerà attraverso la forza diretta, in ultima analisi militare. E questo non è un segno di forza, quanto piuttosto di debolezza. Nella crisi imperialistica, il gretto calcolo di Trump, che ritiene la deindustrializzazione degli Stati Uniti come se fosse il risultato di una frode perpetrata dai concorrenti stranieri, verrà smentito, al più tardi, quando la stessa concorrenza deciderà che non esiste più alcun motivo per accettare il dollaro USA come la valuta di riserva mondiale. Gli sconvolgimenti geopolitici che oggi scuotono ciò che rimane di questo "Occidente” hanno la loro causa sistemica proprio nel limite interno del capitale che sta diventando sempre più netto.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 28/3/2025 su Tomasz Konicz. Wertkritik, Krise, Antifa -

lunedì 31 marzo 2025

Primo Incontro…

«Un giorno del 1950, un mio amico, Robert Carlier, mi disse: "Dovresti leggere il manoscritto di uno scrittore irlandese che scrive in francese. Il suo nome è Samuel Beckett. Sei editori l'hanno già respinto". Era da  due anni che dirigevo le Éditions de Minuit. Qualche settimana dopo, mi accorsi che su una delle nostre scrivanie c'erano tre manoscritti : Molloy, Malone meurt,  L'Innomable, tutti e tre con il nome di quell'autore allora sconosciuto, ma già familiare. È stato in quel momento che ho capito che forse sarei diventato un editor, voglio dire, un vero editor. Fin dalla prima riga - "Mi trovo nella stanza di mia madre.  Ora sono io che ci vivo qui. Non ricordo come ci sono arrivato": rimasi colpito dalla bellezza travolgente di quel testo. Molloy, l'ho letto in poche ore; come non avevo mai prima letto un libro. E questa volta non si trattava di un romanzo che era stato pubblicato da un mio collega, di uno di quei capolavori consacrati, rispetto al quale, come editore, non avrei mai potuto prendere parte: stavolta, si trattava di un manoscritto inedito, e non solo era inedito, ma era stato rifiutato da diversi editori. Non potevo crederci. Il giorno dopo, ho incontrato Suzanne, sua moglie, e le ho detto che mi sarebbe piaciuto pubblicare quei tre libri il prima possibile, facendole notare che tuttavia non avevo molte risorse. Lei si è assunta subito la responsabilità di fare avere i contratti a Samuel Beckett, e il giorno stesso me li ha restituiti firmati. Era il 15 novembre 1950. Poche settimane dopo, Samuel Beckett passò dalla casa editrice. Giorni dopo, Suzanne mi avrebbe detto che quando lui tornò a casa aveva una faccia cupa. Sorpresa, temendo che fosse rimasto deluso dal contratto con il suo primo editore, gli chiese cosa c'era che non andava. Beckett le rispose che, al contrario, ci aveva trovati molto gentili, e che era disperato al pensiero che la pubblicazione di Molloy ci avrebbe portato tutti alla rovina. Il libro venne pubblicato il 15 marzo 1951. Il tipografo, un cattolico alsaziano,  temendo che l'opera sarebbe stata perseguita per offesa al buon costume, prudentemente omise di indicare il proprio nome alla fine del volume.  Giorni dopo, scrissi a Sam per chiedergli una sua foto e una storia che mi aveva raccontato, entrambe da destinare ai giornali. Egli mi rispose con la seguente lettera:

Caro signor Lindon,
ho ricevuto la sua lettera di ieri mattina. La ringrazio di cuore per il suo generoso anticipo. Ho scattato la foto questo pomeriggio. L'avrò dopodomani e gliela manderò non appena l'avrò ritirata.
So che Roger Blin vuole mettere in scena l'opera. Aveva intenzione di richiedere una sovvenzione per questo. Dubito fortemente che la concederanno. Aspettiamo Godot, ma non per domani.
La prima metà della storia, con il titolo "Escape", è già apparsa su Les Temps modernes, ed è a sua disposizione. Potreste aspettare il mio ritorno? È il mio primo lavoro in francese (in prosa). "L'antidolorifico", che Madame Dumesnil ha fatto avere al signor Lambrichs, è forse più adatto. Lascio fare a voi. Sono felice di sapere che non vede l'ora di pubblicare al più presto "L'Innomable". Come le ho detto, è quello il lavoro che per me conta di più, anche se scrivendolo mi sono cacciato in un bel po' di guai. Cerco di uscirne. Ma non ci riesco. Non so se può diventare un libro. Forse è solo tempo perso.
Mi permetta di dirle ancora una volta quanto sono commosso dall'interesse che dimostrate per il mio lavoro e quanto vi ringrazio per l'impegno che avete messo nel diffonderlo. Riceva i miei più sinceri sentimenti di amicizia.
Samuel Beckett

Dal momento che probabilmente Samuel Beckett potrebbe leggere questa mia sofferta testimonianza, non oserò esprimere qui la mia sconfinata ammirazione e l'affetto che nutro nei suoi confronti. Lo metterei a disagio, e lo sarei anche io. Ma vorrei che si sapesse questo, solo questo: che in tutta la mia vita non ho mai incontrato un uomo in cui nobiltà e modestia, lucidità e gentilezza coesistessero in così alto grado. Non avrei mai immaginato che potesse esistere qualcuno così autentico, così grande, così integro.»

- Jérôme Lindon -  in "Samuel Beckett. Cahier de l’Herne"

domenica 30 marzo 2025

Il Critico come Vigile Urbano !!

Il Critico dell'Ordine
- di Juan Benet -

Alcuni insinuano che stia arrivando una nuova era retorica, simile a quella che l'Impero romano visse durante la dinastia antonina. Ed ecco che così, a un periodo dominato dalla libera creazione, ne seguirebbe solitamente un altro, più interessato allo studio e all'analisi dei testi precedenti, di modo che così, per il critico e il ricercatore, arriva il momento  di occupare quella che nella cultura è la posizione di comando, rimasta vacante a causa dell'abdicazione da parte del narratore o del poeta. Nessuno, quel punto, si stupirà dell'entusiasmo e del fervore con cui il nuovo retore assumerà il comando della prima autorità gerarchica, e non tanto per la brama di potere in sé, quanto piuttosto per le possibilità che questo momento offre per poter esercitare un insegnamento, il quale dovrà essere ricevuto con obbedienza e rispetto. Infatti, la funzione primaria del critico dovrebbe essere quella di insegnare, ma gli è che quando la cultura si trova a essere in gran parte nutrita e sostenuta proprio da coloro che ne disdegnano le regole - e sono più dediti a ricreare e a inventare - ecco che allora. piuttosto che insegnare e informare, il lavoro di insegnamento svolto dal critico si trova spesso offuscato dal disagio causato dalla servitù ai testi , come dire, nei confronti di gusti e maniere che non coincidono con i propri. Quanto può essere frequente allora che il critico nostalgico e amareggiato – similmente all'insegnante incaricato di tenere un corso su una materia che non è la sua e che non gli procura alcun piacere, obbligandolo a uno sforzo supplementare che, come se non bastasse, lo pone anche in una situazione difficile di fronte ai suoi studenti - il quale riesce a parlare solo di confusione e decadenza ogni volta che deve confrontarsi con ciò che sa a malapena giudicare. Pertanto, non stupisce che non appena egli arriva al potere, la prima cosa che intende fare sia quella di imporre la disciplina. In ultima analisi, chi sceglie la critica si autodenuncia: egli di solito è un uomo d'ordine che ama le regole, per il quale non esiste nulla di più emozionante della validità universale di un principio, dell'infallibilità di una dottrina, della sacralizzazione di un nome, o dell'eternizzazione di un valore: vale a dire, ama tutto ciò contro cui la cultura (forse l'unica attività umana che mette in discussione tutto e che, in linea di principio, non deve rispettare nulla) ha sempre combattuto. È per questo che l'epoca retorica è così ben distinguibile: essa inizia proprio nel momento in cui il critico comincia a polemizzare. Non appena - non accontentandosi solo di giudicare la nuova opera - comincia a indicare al creatore di quell'opera quale deve essere la condotta da tenere e il percorso da seguire. Insomma, quando diventa un vigile del traffico.

Non gli basta più insegnare, ora deve imporre. E analogamente a quel che fa quell'insegnante che impone la propria gerarchia oltre i limiti dell'aula, anch’egli non si limita solo a imporre i propri criteri nel campo di una materia, ma pretende che l'allievo si conformi al modello che lui stabilisce per ogni cosa: in che modo debba stare seduto e parlare, quali libri dovrà leggere, a quali dogmi deve credere e quali santi è obbligato a venerare. Poiché, altrimenti, ogni cosa finirebbe per diventare confusione... o decadenza. E alla fine, quando l' atmosfera risulta satura di tutta questa obbedienza a modelli e dottrine, ecco che l'epoca retorica si conclude - e non potrebbe essere altrimenti – poiché finisce per essere solamente una tautologia morale: il Critico, a forza di imporre i propri criteri, finisce per parlare solo di sé stesso. La dottrina sorregge e ingloba i modelli, tanto quanto i modelli inglobano la dottrina... e non c'è nulla di meglio che la disobbedienza, escogitata dall'uomo, per poter uscire da questa situazione soffocante. Il termine che viene usato di solito dal critico (sempre sufficientemente istruito per nascondere la propria genealogia di regime) è sempre lo stesso: confusione il più delle volte, decadenza altre. Così, quando mi capita di sentire le ammonizioni con cui un critico travolto dagli eventi si rivolge al suo pubblico per fargli sapere che, nonostante il caos, lui conserva la giusta misura di virtù; quando leggo quelle frasi sulla “confusione che regna nel mondo delle lettere...”, o sul “percorso di rigenerazione della nostra narrativa”, non mi chiedo nemmeno più come sia possibile che le persone che sembrano conoscere il rimedio a questi mali si lamentino così tanto, anziché mettere in pratica la cura o, quantomeno, proporre al pubblico la loro misteriosa medicina. Sono consapevole del fatto che si tratta solo di modi di dire e che, in fondo, servono solo a nascondere l'intima pochezza dell'indole critica. È fin troppo noto che non esistano rimedi di tale genere; che non esistano strade per la rigenerazione dell'arte fornite dalla teoria, e che un ambiente culturale sarà tanto più ricco e fertile quanto più sarà confuso. Ogni volta che li sento parlare di confusione e di decadenza, penso all'espressione di nostalgia e di ammirazione con cui si ricordano di quell'ordine che regnava nelle aule dei seminari in cui molti di loro si sono formati.

- Juan Benet - da "Articoli (1962-1977", Ediciones Libertarias

sabato 29 marzo 2025

La Direttiva Primaria !!

Confesso che mi ha fatto tenerezza; anche per questo mi sono dedicato a leggerlo, mentre lo traducevo, per poi pubblicarlo sul blog. Non sono d'accordo quasi su niente, a partire proprio da quel materialismo storico di cui fa professione, per non parlare dei "nuvolisti" e della colossale stronzata del suo Tecno-Feudalesimo, che tra l'altro confligge, e non poco, col suddetto Storicismo. Ma mentre lo leggevo, mi sono detto più volte, che sì, valeva la pena farlo conoscere questo Varoufakis lettore e critico di fantascienza. Anche perché è assai meglio - sì lo so che ci voleva poco - dell'economista e dello stratega che cospirava per fare uscire la Grecia dall'Euro! Confesso che mi è sempre stato simpatico Varoufakis, pur non condividendone niente, fino a quella sua "rivoluzione politica" che non riesco bene a capire che cosa mai possa essere, dal momento che quel suo «trasferire la proprietà delle reti tecnologiche all'oligarchia ai comuni» somiglia più a un Frankenstein politico-giuridico che a una “rivoluzione”. Ma non importa, penso che le sue intenzioni siano buone, per quanto non capisca una sega, men che meno di Keynes, e di che cosa egli volesse dire. Ma tant'è... E allora meglio leggersi e gustarsi la sua fascinazione mentre ci racconta i begli episodi di Star Trek, per i quali ha … “goduto”. Non so se qualcuno lo assumerà mai come critico di fantascienza - che ne ha tutta la stoffa! - (anche per impedirgli di scrivere un seguito a quel brutto "romanzo" distopico che ha appena scritto) ma eppure continuo a pensare che in lui ci sia del buono. Magari mi sbaglio. Ma che importa? Leggetelo!!

Star Trek, serie comunista?
di Yanis Varoufakis

Il 9 febbraio 1967, poche ore dopo che l'aeronautica americana aveva raso al suolo il porto di Haiphong e diverse basi aeree vietnamite, la NBC mandò in onda un episodio di Star Trek, portatore di un concetto che si scontrava brutalmente con tutto ciò che era appena accaduto in Vietnam: la Direttiva Primaria, un divieto generale, per i capitani delle loro navi stellari, di utilizzare una tecnologia superiore (militare o di altro tipo) per interferire con qualsiasi comunità, persone o specie senzienti, anche se la non interferenza avrebbe costato loro la vita. Trasformando un'ideologia così tanto radicalmente antimperialista nella regola cardinale dell'immaginaria Federazione Unita dei Pianeti – che il pubblico americano vedeva come una logica prosecuzione degli Stati Uniti – non sarebbe certo stata una sorpresa, se il presidente Lyndon B. Johnson o il Pentagono avessero chiesto l'immediata cancellazione di Star Trek. Per fortuna non l'hanno fatto. E così, nel corso dei 939 episodi (in 12 serie diverse) che da allora sarebbero seguite, "Guideline One" [La Direttiva Primaria] avrebbe permesso, e permise a sceneggiatori e registi, di esplorare quali sarebbero state le sue ripercussioni politiche e filosofiche, ivi compresi quei conflitti etici che poi avrebbero portato alle sue frequenti violazioni, ma mai, tuttavia, alla sua abrogazione. Questo permetteva anche un'altra deduzione: tale Federazione non sarebbe mai arrivata a maturare sufficientemente da adottare la Direttiva Primaria anti-imperialista, se prima non veniva stabilita sulla Terra una versione umanista di comunismo!

Il comunismo libertario di Star Trek contro il collettivismo autoritario
Appare chiaro che Star Trek ritragga una società comunista, pur senza mai nominarla in quanto tale. In un episodio del 1988, la USS Enterprise incontra una nave terrestre ormai arrugginita, con camere criogeniche dentro le quali trova dei plutocrati umani che hanno pagato del fortune per poter essere congelati, e lanciati nello spazio, nella speranza che gli alieni li avrebbero curati dalle loro malattie mortali del ventesimo secolo. Dopo che l'equipaggio dell'Enterprise li ha scongelati e guariti, uno di loro, Ralph Offenhouse, un uomo d'affari, chiede di contattare i suoi banchieri e il suo studio legale sulla Terra. Il capitano Jean-Luc Picard non ha altra scelta se non quella di rivelare come, nei trecento anni trascorsi, molte cose siano cambiate.

- Picard: «Le persone non sono più ossessionate dall'accaparramento di cose. Abbiamo eliminato la fame, la povertà e il bisogno di possesso. Siamo usciti dalla nostra infanzia.»
- Offenhouse: «Voi non capite.Non è mai stata una questione di possesso. Si tratta di potere.»
- Picard: «Potere, per cosa?»
- Offenhouse: «Per controllare la propria vita, il proprio destino».
- Picard: «Tale tipo di controllo è un'illusione.»
- Offenhouse: «Davvero? E allora perché io sarei qui?»

L'allusione, che fa Offenhouse, alla propensione all'accumulazione, che sostiene la volontà di potenza, indica il motivo per cui la Prima Direttiva è incompatibile con lo spirito del capitalismo: fina che l'accumulazione, la quale alimenta l'espansione dei mercati, sarà la forza trainante, e l'ideologia della nostra società, l'imperialismo sarà inevitabile. Per sfuggire a tutto questo, l'umanità dovrà prima eliminare la scarsità di beni materiali; un'eliminazione questa, che, nella Federazione Unita dei Pianeti, è stata raggiunta grazie all'invenzione e alla diffusione dei replicatori: macchine che convertono l'abbondante energia verde in qualsiasi forma di materia desiderata, dal cibo, ai gadget, alle astronavi. Questa non è esattamente proprio un'idea nuova. Già nel 350 a.C., Aristotele aveva predetto che ... «se ogni strumento potesse svolgere il suo lavoro per sé stesso, obbedendo o anticipando la volontà degli altri, come facevano le statue di Dedalo o i tripodi di Efesto che - dice il poeta - "per loro propria volontà erano entrati nell'assemblea degli Dei"; e se, allo stesso modo, la spola tessesse e il plettro suonasse la lira senza mani che li guidino, i padroni non avrebbero bisogno di servi, né i padroni di schiavi.» Karl Marx, che era egli stesso un appassionato aristotelico, basava la propria visione di una società comunista liberatrice – nella quale sia lo Stato che il mercato languiscono – su delle macchine simili ai replicatori di Star Trek, che in tal modo ci liberino dal lavoro non creativo e schiacciante dell'anima. In uno dei suoi primi scritti, immagina cosa sarebbe successo in seguito all'invenzione di tali macchine: «Nella società comunista, dove nessuno è confinato in una sola sfera di attività, ma può dedicarsi a qualsiasi campo desideri, la società regola la produzione totale, e così posso la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi viene voglia; senza per questo diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.» [L'ideologia tedesca, 1845]. Così, quando incontriamo il padre del capitano Benjamin Sisko, che nel XXIV secolo gestisce un ristorante creolo a New Orleans solo perché ama l'espressione di gratitudine sui volti degli avventori che amano il suo cibo – gratis, ovviamente, perché il denaro è ormai diventato obsoleto - quelle che sentiamo riecheggiare sono le parole di Marx. Esse trovano eco anche nella risposta data da Picard a Offenhouse che, dopo aver appreso che sarebbe stato rimandato su una Terra essenzialmente comunista, chiede preoccupato: «Che ne sarà di me? Non c'è più traccia dei miei soldi. Il mio ufficio non c'è più. Cosa farò? Come vivrò? Quale sfida dovrò affrontare?» - «La sfida, signor Offenhouse», risponde Picard in tono incoraggiante, «è migliorare sé stesso, arricchirsi. Buon divertimento!»: senza dubbio, Marx avrebbe applaudito vigorosamente. “Gioia” non è certo una parola che faccia naturalmente rima con comunismo, almeno non con quello sovietico. Ma nella versione del comunismo di Star Trek il piacere è un elemento centrale, in quanto rifiuta l'idea che per sfuggire alla logica dell'accumulazione sia necessario che gli individui si sottomettano a una comunità. Questo, gli sceneggiatori di Star Trek lo illustrano in maniera brillante, contrapponendo alla Federazione – composta da individui creativi che scelgono liberamente i propri progetti e i loro partner – i "Borg", un collettivo distopico di cyborg interconnessi in un ordine sociale simile a un alveare, il quale si espande assimilando ogni specie che incontra. Evitando critiche semplicistiche al collettivismo, Star Trek si limita a rifiutarlo, pur senza ignorarne il fascino. Quando la capitana Kathryn Janeway salva un drone Borg ("Sette di Nove") dal Collettivo, assistiamo al suo traumatico ritorno all'umanità. Dopo essere stata svincolato dal Collettivo, soffre di sintomi di astinenza debilitanti, dal momento che gli manca disperatamente quella voce collettiva nella sua mente; un promemoria di quanto possa essere pericolosamente seducente, per chi è solo, l'autoritarismo. Ma anche di quanto sia necessario pagare il prezzo dell'individualità, anche a rischio della solitudine; la quale può essere combattuta solo grazie all'amicizia e al lavoro creativo.

La teoria materialista storica del cambiamento in Star Trek
Per avere un'utilità pratica, qualsiasi manifesto deve poter offrire una teoria del cambiamento, e non solo la visione di uno splendido futuro. Star Trek non si sottrae a questa responsabilità. Pur rispettando la Direttiva Primaria, la Federazione osserva da vicino quale sia l'evoluzione delle specie primitive in tutta la galassia, alla ricerca di indizi che richiamano la storia umana stessa. Inoltre, offre una teoria coerente dell'evoluzione sociale basata su dei solidi principi storici materialistici. Si consideri, ad esempio, l'episodio in cui la USS Voyager rimane bloccata nel campo gravitazionale di uno strano pianeta, in cui il tempo sulla superficie passa assai più velocemente di come avvenga sulla nave orbitante. Ben presto la capitana Janeway e i suoi ufficiali si rendono conto che per ogni loro minuto, gli umanoidi primitivi del pianeta sperimentano 58 albe. Ragion per cui, l'equipaggio assiste, in movimento accelerato, all'evoluzione di quella società. Ciò che vedono è una riproduzione di quella che è stata la storia umana, di come le innovazioni tecnologiche si scontrino con le superstizioni e con le obsolete relazioni sociali di sfruttamento, generando rivoluzioni, progresso, ma anche guerre e disastri ambientali. A volte, sembra quasi che le specie osservate - come l'umanità - possano autodistruggersi. Ma in quello che è un lieto fine, riescono anche a superare il proprio imperialismo e le proprie voglie di accumulazione, mettendo le nuove tecnologie al servizio del bene comune; tra le quali anche la liberazione della Voyager, e pertanto il suo viaggio di ritorno a casa. Un'altra strategia narrativa - per mostrare in che modo un comunismo lussuoso e liberatorio possa essere emerso nel XXI secolo - è stata quella di utilizzare il viaggio nel tempo in modo da tornare così al nostro prossimo futuro. E il XXI secolo si è dimostrato piuttosto brutale. Negli episodi andati in onda nel 1995, scopriamo le rivolte di Bell, quelle che, nel settembre 2024, hanno posto fine a un sistema di apartheid a San Francisco, dove i poveri, i malati e gli emarginati della città erano stati confinati in un ghetto. Questa ribellione, insieme a una devastante terza guerra mondiale, avrebbe però messo l'umanità sulla strada dell'eliminazione di ogni nazionalismo, del capitalismo e, infine, anche dell'espansionismo. Forse gli spunti più interessanti emergono allorché gli sceneggiatori ci portano ai confini della Federazione, laddove i loro esploratori incontrano – e spesso combattono – civiltà che si trovano in dei primitivi stadi di sviluppo, o dove sono state create tirannie tecnologicamente avanzate. Lì, al confine, le specie aliene ci offrono occasioni di introspezione, come i "Bajoriani", appena usciti dalla brutale occupazione dei "Cardassiani", una specie suprematista che governava Bajor avendola ridotta a una colonia penale, con campi di concentramento e impulsi genocidi. In un episodio che potrebbe essere facilmente adattato al palcoscenico sotto forma di un atto unico, vediamo un combattente per la libertà bajoriano identificare un ex mostro che svolgeva il suo lavoro di aguzzino nel campo di concentramento cardassiano, adoprarsi instancabilmente per portarlo davanti a un tribunale per i crimini di guerra della Federazione-Bajor. Con un colpo di scena emotivamente devastante, la sceneggiatura offre una catarsi inaspettata, ricordandoci che la buona fantascienza non riguarda tanto il futuro, ma quanto sia piuttosto uno strumento straordinario per poter rivisitare il nostro passato. Non riesco a pensare a un altro programma televisivo che, in quaranta minuti, possa educare così bene i giovani sugli orrori dell'Olocausto. In orbita attorno a Bajor, c'è una stazione spaziale gestita dalla Federazione (DS9), dove diverse specie si mescolano per commerciare; un punto d'incontro tra la federazione comunista, il post-denaro e il post-lavoro salariato, e altre civiltà per le quali l'accumulazione e il profitto sono ancora centrali. Su questa stazione spaziale c'è un bar malfamato gestito da Quark, un "ferengi", che tratta i suoi lavoratori come bestiame senza alcun valore di mercato. Finché suo fratello, che lavora anche lui nel bar, si stanca della situazione e invita i suoi colleghi a formare un sindacato e a scioperare per i diritti fondamentali. Quando il suo capo-fratello cerca di corromperlo, lui prende un tablet e legge lentamente dallo schermo qualcosa che ha scaricato: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! Non avete nulla da perdere se non le vostre catene!» Per Quark, come per tutti i ferengi, il neoliberismo è più di un'ideologia, e meno di una religione secolare: è una cultura, un modo di essere. Svolgendo con il massimo umorismo la loro critica al neoliberismo, gli scrittori di Star Trek dipingono i Ferengi come umanoidi incapaci di differenziarsi dall'Homo Economicus. A giudicare dal lavoro degli scrittori nel compilare tutte le 285 Regole di Acquisizione Ferengi – il loro libro sacro – devono essersi divertiti parecchio. Ecco un esempio:

"Il profitto è la sua propria stessa ricompensa" (41)
"Nutri la tua avidità, ma non fino al punto di soffocarla" (43)
"Espandi o muori" (45)
"Lo sfruttamento diviso per il tempo è uguale al profitto" (54)
"Trattate i debitori come una famiglia... e sfruttarli" (111)
"Un ricco può comprare tutto tranne una coscienza" (261)
"La guerra fa bene agli affari" (34)
"La pace anche fa bene agli affari" (35)

Per bilanciare il brutalismo neoliberista dei Fereng ,con degli scorci di un'altra forma di tirannia (la versione burocratico-centralista), Star Trek ci trasporta su un pianeta non federato, e lo fa insieme al medico della USS Voyager, rapito e costretto a lavorare in un ospedale dove scopre con orrore che le cure mediche vengono distribuite rigorosamente in base a quello che è un "indice di valore sociale" del paziente: un numero che viene calcolato da un computer controllato centralmente, la cui programmazione rispecchia la valutazione burocratica del "merito" di ogni cittadino. Esternalità ambientali negative, compaiono anche ai confini, la dove termina la giurisdizione della Federazione. Due scienziati alieni, derisi come eccentrici, dimostrano che i veicoli spaziali federali e non federali a velocità di curvatura (cioè al di sopra della velocità della luce) danneggiano gravemente il tessuto del continuum spazio-temporale. Quando il capitano Picard conferma la validità delle loro scoperte, cerca di convincere la Flotta Stellare a ridurre i danni, rallentando o addirittura immobilizzando le navi. Facendo eco alle attuali argomentazioni contro la legislazione sulle emissioni zero («Se il Sud del mondo continua a bruciare carbone, perché l'Occidente dovrebbe sostenerne i costi?»), vediamo che il governo della Federazione appare riluttante ad agire unilateralmente, senza misure equivalenti da parte di altre civiltà.

L'intelligenza artificiale e il significato di essere umani
Alla maniera hegeliana, Star Trek mette in discussione la nostra umanità, e lo fa posizionando ufficiali alieni sulle navi federali, costringendo gli esseri umani a vedere sé stessi attraverso esseri che hanno delle filosofie radicalmente diverse (come i Vulcaniani - Spock, Tuvok e T'Pol - la cui capacità di reprimere le emozioni è raffinata). Tuttavia, lo scontro più rilevante per la nostra epoca si verifica allorché il tenente comandante Data viene introdotto sul ponte della USS Enterprise. Data è un androide super-intelligente incapace di provare sentimenti, ma animato da un intenso desiderio di comprendere gli esseri umani. Nella sua ricerca dell'umanità, Data studia non solo il nostro comportamento, ma anche l'arte, la musica, il teatro e la letteratura. Pertanto diventa, non solo un membro prezioso dell'equipaggio, ma anche, nell'era dei modelli linguistici e dei chatbot come GPT, una figura drammatica volta ad alimentare il nostro dibattito sull'intelligenza artificiale. Ben presto sorge la domanda: i "Data" hanno dei diritti? Quando un laboratorio federale gli chiede di sottoporsi a uno smontaggio in modo da replicarlo (e così dotare di un Data ogni nave), lui rifiuta. Dopo aver sentito che i suoi ricordi sarebbero stati conservati in upload, Data ribatte con un argomento che ricorda il rifiuto del materialismo volgare di Noam Chomsky : «C'è una qualità ineffabile nei ricordi, che non sopravviverà alla tua procedura», dice al capo del laboratorio. Quando lo scienziato sostiene che Data deve obbedire, Picard chiede che sia un tribunale a decidere se l'androide ha il diritto di rifiutare, offrendosi di essere lui il suo avvocato. Nella sentenza, il giudice definisce quello che è il nocciolo della questione: i dati sono proprietà o hanno una loro autonomia (o "anima", come afferma drammaticamente). L'avvocato del laboratorio sostiene invece che Data è solo una macchina con un software sofisticato, che simula la senzienza. Riguardo al rifiuto di "costui" a collaborare, egli chiede al giudice: «Permettereste al computer della sua nave di rifiutare un reset?» Picard si rende conto di trovarsi di fronte a un muro. Durante una pausa, dopo aver parlato con il barista della nave (interpretato da Whoopi Goldberg), Picard ha un'intuizione. Decide di concentrarsi sul piano della Flotta Stellare di replicare Data in modo da creare un "esercito” di Data. «Quando creeremo migliaia di Data», chiede alla corte, «ci sarà un punto a partire dal quale diventeranno una razza? E da quel momento in poi noi saremo giudicati per come trattiamo quella razza? Ora ditemi: cos'è un Data? O meglio, chi è Data?» «Una macchina», risponde il suo avversario. E Picard fa il suo appello finale:

  «Vostro Onore, questo tribunale è un crogiolo in cui si bruciano le cose irrilevanti per poter estrarre la pura verità. Prima o poi, questo o un altro laboratorio replicherà il tenente comandante Data. La decisione di oggi determinerà il modo in cui vediamo quella che è la nostra stessa creatura. Rivelerà chi siamo. Ridefinirà i limiti della libertà, estendendola per alcuni e limitandola brutalmente per altri. Siete pronti a condannare lui, e tutti coloro che verranno dopo di lui, alla servitù?» Poi, infine, fissa uno sguardo penetrante sul giudice e conclude: «La Flotta Stellare è stata fondata per scoprire nuove forme di vita». E indicando Data: «Beh, lì ce n'è uno. Che sta aspettando». Il processo si conclude con il verdetto che sostiene non ci sia alcun ragionevole dubbio sulla non senzienza del Comandante Data, concedendogli il diritto di rifiutare lo smontaggio. Ma Star Trek non aderisce al pan-psichismo: riconosce che un'I.A. in grado di superare il test di Turing (come Chat-GPT) non equivale ad essere senziente. La Federazione Unita dei Pianeti non è un'utopia. Il nemico interno – la xenofobia – rimane latente, pronto a infangare l'umanesimo della Federazione, e persino a revocare la Direttiva Primaria. Quando l'equipaggio della USS Enterprise ritorna da una missione contro il letale Xindi, c'è una folla umana che vuole linciare il medico denobulano della nave, in un chiaro crimine d'odio contro un alieno. Poco dopo, sulla Luna, una cellula terroristica suprematista umana minaccia di tenere in ostaggio l'umanità fino a che tutti gli alieni non lasceranno la Terra. E non sono solo gli estremisti e gli specisti a minacciare la Federazione: gli stessi servizi segreti, come la Sezione 31, mettono in serio rischio comunismo libertario della Federazione. Eppure, come una sfida piena di speranza, i valori comunisti umanisti della Federazione persistono. La domanda è: a parte l'intrattenimento, i quasi 1.000 episodi di Star Trek offrono qualcosa alla sinistra morente di oggi, nella sua lotta per rimanere rilevante di fronte all'IA, alla xenofobia di massa, alla nuova guerra fredda e all'emergenza climatica? La risposta è sì. Per l'attuale sinistra, la lezione principale è quella di evitare tanto la tecnofobia conservatrice quanto l'errore dei tecno-ottimisti liberali, i quali si concentrano sulla tecnologia senza capire che tutto viene ridotto ai diritti di proprietà e alle lotte politiche che li circondano.

   Nel 1930, nel bel mezzo della Grande Depressione, John Maynard Keynes osò sognare che, entro la fine del XX secolo, il progresso tecnologico avrebbe sradicato la scarsità, la povertà e lo sfruttamento. In "Prospettive economiche per i nostri nipoti", egli immaginò un mondo in cui il "problema economico" dell'umanità sarebbe stato risolto: «Per la prima volta dalla sua creazione, l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti,come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza». Keynes fallì, non a causa della mancanza di tecnologia, ma perché i diritti di proprietà sulle macchine erano concentrati nelle mani di una piccola minoranza. C'è da meravigliarsi che né la scienza né l'interesse composto siano riusciti a liberarci dalla scarsità, dalla povertà o dalla guerra? Oppure che, invece del keynesiano "benessere comune", l'umanità si sia avvicinata all'episodio d "Cloud Minders" ["I signori della nuvola"], dove le élite vivono in un paradiso sospeso tra le nuvole mentre gli altri lavorano come trogloditi nelle miniere sotterranee? (Nota di  Varoufakis: "quell'episodio mi ha ispirato, in 'Tecno-feudalesimo', a chiamare l'élite della Silicon Valley col nome di "cloudalisti"). Star Trek non ripete gli errori di Keynes o dei tecno-feticisti. Il capitale, il cloud e l'intelligenza artificiale sono le condizioni necessarie ma insufficienti per la nostra liberazione. Per renderli sufficienti, si renderà necessaria una rivoluzione politica che trasferisca la proprietà delle reti tecnologiche dall'oligarchia ai Comuni. E, come Star Trek dimostra con forza, la nostra liberazione dipende anche dal non cadere nella trappola del collettivismo autoritario. La sinistra morente di oggi farebbe bene a trarre ispirazione dall'abbraccio coraggioso con cui Star Trek abbracciava un comunismo umanista e antiautoritario.

- di Yanis Varoufakis - Pubblicato su "Outras Palavras" il 29/3/2025 -

giovedì 27 marzo 2025

Dentro... il Processo!

Kafka, la verità e la necessità della legge
- di Natalino Irti -

«Davanti alla legge c’è un guardiano. A questo guardiano si presenta un uomo di campagna e chiede di entrare nella legge. Ma il guardiano dice che ora non gli può consentire l’ingresso. L’uomo riflette e poi chiede se allora potrà entrare più tardi. “È ‘possibile’, dice il guardiano ‘non ora, però». Questo è l’inizio del racconto Davanti alla legge, che Kafka inserì in un capitolo de il Processo come tema di dialogo fra il protagonista Josef K. e un sacerdote. Racconto, o piuttosto parabola, che reca nel romanzo una tonalità di religioso mistero. Il guardiano avverte il campagnolo che egli non è l’ultimo dei custodi, e perciò non è scansabile o eludibile, poiché vi sono, di sala in sala, «altri guardiani, uno più potente dell’altro». Allora il piccolo e smarrito visitatore siede di fianco alla porta su uno sgabello, offertogli dal guardiano, per anni ed anni. Dapprima maledice la sorte a voce alta, e poi, fattosi vecchio e stanco, si riduce a brontolare fra sé e sé. La vista gli si indebolisce, e non sa se il buio d’intorno si addensi più fitto. «Ma ora scorge nell’oscurità un chiarore che erompe inestinguibile dalla porta della legge». È alla fine della vita, e sulle labbra gli viene una sola domanda mai posta al guardiano, che lo reputa insaziabile nel suo desiderio di sapere: «tutti vogliono giungere alla legge, come mai in questi anni nessuno oltre a me ha chiesto il permesso di entrare?». E il guardiano gli urla: «Nessun altro poteva ottenere il permesso di entrare qui, perché questo ingresso era destinato solo a te. Ora vado e lo chiudo».

   Tutto è controverso nella critica kafkiana: il carattere ebraico della parabola, l’ansia di sapere del campagnolo, il divieto del guardiano, la lunga attesa dinanzi alla porta. Vi domina il rapporto diretto tra il campagnolo e la Legge: la quale non si dà a tutti, come cosa fruibile da qualsiasi uomo, ma è accessibile soltanto dall’individuo che sappia attendere la propria ora. E questa può non giungere mai. Tra il singolo e la Legge c’è il guardiano, sistema organizzato di controlli e divieti. Che è il “tribunale” del romanzo, e l’apparato burocratico dei “funzionari”, oscuri e servili. Il campagnolo – nota Giuliano Baioni, uno fra gli interpreti più sottili della parabola – non può avere “conoscenza”, ma solo “esperienza” della Legge, arcana misura della vita, non raggiungibile dall’individuo. La collocazione della parabola in un decisivo e splendido capitolo del romanzo obbedisce a una rigorosa logica narrativa e alla intelaiatura metaforica dell’opera kafkiana. Ne il Processo la Legge non è conosciuta da Josef: essa è la norma, che si rivela soltanto nel suo concreto e crudele attuarsi (l’arresto e l’esecuzione capitale dell’incolpevole Josef); non si discopre come criterio di condotta e di giudizio, ma sta, remota e inaccessibile, in inviolabile oscurità. Qui, al pari di altri innumerevoli luoghi, si esprime il tragico profetismo di Kafka, la capacità di scorgere il destino della nostra epoca, dove la legge, ormai disciolta da fonti religiose e metafisiche, e custodita da guardiani superbi di capacità interpretante, è lontana e remota dagli umili campagnoli. Inserita nella trama del romanzo, la parabola si fa più ardua e complessa, sollevando l’interrogativo, se sia “ingannato” il campagnolo o il guardiano, o se sia da ammirare più la libertà dell’uno o la servile dedizione dell’altro. Il guardiano, appunto come custode, è indissolubilmente vincolato alla Legge e al suo apparato di protezione; il campagnolo può andarsene libero, sciolto da qualsiasi rapporto di dipendenza: «chi è libero è superiore a chi è legato». Il guardiano ha tratti di semplicità e di superbia: ascolta, sì, ma consapevole e fiero del suo potere, sicché Kafka può, con magia di parola, enunciare la massima: «La giusta comprensione di una cosa e l’incomprensione della cosa stessa non si escludono». Mentre le parole del sacerdote dialogante esaltano il servizio reso dal guardiano alla Legge, e la dignità che perciò ne deriva e protegge, Josef rifiuta di prender per vero tutto quello che dice il custode: «No – replica il sacerdote – non bisogna prendere tutto per vero, bisogna solo prenderlo per necessario». È un pensiero di estrema profondità, che tocca la ragione stessa dell’obbedienza alla Legge, di cui non si controlla verità o falsità, ma si avverte la costrittiva necessità. Risuona, resa più dolorosa, la massima romana; “pro veritate accipitur”: la sentenza, quale che ne sia il contenuto, è, essa stessa, verità vincolante, necessità a cui il convivere non può sottrarsi. La pagina di Kafka appartiene intera al nostro tempo.

Natalino Irti - Pubblicato su Domenica del 9/6/2024 -

mercoledì 26 marzo 2025

La forza del muscoli algoritmici, e noi…

Da qualche tempo abbiamo appreso che esiste un problema chiamato “capitalismo della sorveglianza”, cioè il business del controllo, dell’estrazione e della vendita dei dati degli utenti che è esploso con l’ascesa dei giganti tecnologici Google, Apple, Facebook e Amazon. E se il capitalismo della sorveglianza non fosse un capitalismo disonesto o una svolta sbagliata presa da alcune aziende deviate? E se il sistema funzionasse esattamente come previsto e l’unica speranza di ripristinare un web libero fosse quella di combattere direttamente il sistema stesso? Doctorow sostiene che l’unica possibilità che abbiamo è distruggere i monopoli che attualmente costituiscono il web commerciale così come lo conosciamo, per tornare a un web più aperto e libero, in cui la raccolta predatoria dei dati non sia un principio fondante.

(dal risvolto di copertina di: CORY DOCTOROW, "Come distruggere il capitalismo della sorveglianza". MIMESIS, Pagine 156, €16)

Una legge non batte da sola i muscoli dell’algoritmo
- di Federica Colonna -

«Non c’è sorveglianza statale di massa senza sorveglianza commerciale di massa». Lo scrive Cory Doctorow, ricercatore al Mit Media Lab, autore di fantascienza, attivista per i diritti digitali, co-fondatore del gruppo britannico Open Rights e consulente speciale della Electronic Frontier Foundation, organizzazione internazionale per la tutela della privacy e delle libertà online. In "Come distruggere il capitalismo della sorveglianza" spiega perché le azioni intraprese finora a livello globale per limitare il controllo degli utenti online non siano mai state davvero efficaci. La raccolta predatoria di dati non è una deriva di alcune aziende deviate, al contrario: è alla base del web per come lo conosciamo oggi. Il sistema, scrive l’autore, funziona esattamente nel modo in cui è stato programmato per funzionare e a garantirne l’efficacia e la continuità è la posizione di monopolio di giganti tecnologici come Google, Amazon, Meta il cui modello di business si fonda sulla raccolta delle informazioni di chi naviga. In altri termini: il capitalismo della sorveglianza — il modello economico che configura l’esperienza umana digitale come materia prima — non è un errore ma il principio fondante della Rete contemporanea. Se questa è la chiave, non è possibile riformare internet: l’unica via è radicale e consiste nello smembrare il monopolio per disegnare un web aperto, libero, diverso a partire dalle fondamenta. La tesi di Doctorow è radicata nella nostra vita quotidiana. Tutti noi facciamo esperienza del tracciamento basato su quella che nel dialogo tra l’autore e Taylor Owen del Center for International Governance Innovation viene definita «la forza dei muscoli algoritmici». Ogni giorno, infatti, trascorriamo una porzione del nostro tempo su social il cui interesse aziendale è intrattenerci il più a lungo nel flusso di informazioni per aumentare la possibilità di sottoporci almeno un annuncio che ci interessi davvero. Gli smartphone, «oggetti rettangolari di distrazione di massa che teniamo nelle tasche», con il loro ronzio perenne sono lì a richiamare la nostra attenzione quando ci distraiamo per tornare a immergerci nella valanga di contenuti online. Solo così, spiega l’autore, Instagram o TikTok riusciranno a carpire le informazioni necessarie per riuscire a «proporre a una cheerleader proprio l’uniforme da cheerleader che cercava». «Essere in grado di indirizzare gli annunci — spiega Doctorow — non rende però le piattaforme capaci di controllo mentale», come una certa corrente di pensiero sostiene. Semplicemente la capacità di vendere frigoriferi a chi ha appena comprato casa e scarpe da corsa, al runner mostra l’efficacia del meccanismo predatorio alla base del web commerciale. «Le piattaforme non hanno il potere di rendere tuo zio un razzista», ha dichiarato Doctorow alla «Columbia Journalism Review», ma di certo possono proporgli il barbecue adatto per le sue indimenticabili domeniche in famiglia. Attenzione, però. Che Facebook e Amazon non abbiano nascosti poteri psicologici — non esistono prove scientifiche per dimostrarlo, scrive l’autore — non significa che non esercitino un potere incisivo sulle nostre libertà. «L’arma che hanno non è la macchina dell’influenza, è il monopolio», spiega Doctorow. Non solo un pugno di aziende costringe gli utenti a comprare le App nei loro App store, domina i risultati di ricerca e mercifica le nostre relazioni tenendole ostaggio di spazi circoscritti, «i giardini recintati dei social». Proprio grazie ai profitti che la loro posizione di mercato garantisce, esercitano pressione politica per orientare la regolamentazione in ambito tecnologico che le riguarda. Siamo di fronte a un enigma normativo, scrive l’autore. Se non dalla legge, da dove passa infatti la possibilità di rifondare la Rete sulla base di nuovi principi? Ostacolare le acquisizioni che limitano la concorrenza non basta. Il capitalismo della sorveglianza è ovunque, pervasivo, e non è riformabile. Smembrarlo, per Doctorow, è l’unica scelta possibile. Da prendere ora.

- Federica Colonna - Pubblicato su La Lettura del 9/6/2024 -