"Tornatevene in Polonia!":
Sionismo, Palestina e il paradigma del colonialismo degli insediamenti
- di Philipp Lenhard -
Il 20 aprile del 2024, a 135 anni esatti dalla nascita di Adolf Hitler a Braunau am Inn, un giovane con una giacca antipioggia gialla, un berretto da baseball nero e una bandiera palestinese in mano ha gridato «Tornatevene in Polonia!», verso un gruppo di studenti ebrei che, muniti di una bandiera israeliana, protestava contro il crescente antisemitismo alla Columbia University. [*1] Questo attacco antisemita potrebbe non essere stato rappresentativo delle proteste anti-israeliane in generale, ma non è stato nemmeno un semplice incidente. Al contrario, il desiderio che gli ebrei scomparissero, preferibilmente nel paese di Auschwitz e Kielce, esprimeva una forma post-coloniale di antigiudaismo, la cui storia risale a molto tempo fa, ma che ha acquisito importanza solo all'ombra dell'attuale guerra a Gaza. Come possiamo, allora, affrontare la connessione tra la teoria postcoloniale e l'attivismo anti-israeliano da una prospettiva storica, senza generalizzare che il post-colonialismo è, di per sé, ostile a Israele e antisemita? L'affermazione, senza dubbio corretta, secondo cui "la" teoria postcoloniale non esiste, purtroppo non ci aiuta molto. [*2] Se è vero che, nelle loro opere, importanti rappresentanti del post-colonialismo - come Homi Bhabha, Gayatri Spivak o Dipesh Chakrabarty - hanno dedicato relativamente poca attenzione al conflitto in Medio Oriente, tuttavia, oltre a numerose pubblicazioni recenti, come quelle di Joseph Massad, Patrick Wolfe, Saree Makdisi o Ilan Pappé, studi pionieristici come "Israel: A Colonial Settler-State?" di Maxime Rodinson (1967), "Colonialismo sionista in Palestina" (1965) di Fayez Sayegh e soprattutto "La questione della Palestina" (1979) di Edward Said continuano ad essere influenti in questo campo. [*3] Non sorprende quindi che gli attivisti anti-israeliani abbiano fatto sempre più riferimento a concetti e termini postcoloniali. [*4] Mentre fino agli anni '90, in solidarietà con la Palestina erano dominanti i modelli di interpretazione marxista-antimperialista, dopo il crollo dell'Unione Sovietica il discorso si è gradualmente spostato verso la teoria postcoloniale. Anziché all'espansione geopolitica della teoria della lotta di classe, che distingueva tra "popoli proletari" e "borghesia imperialista", l'attenzione si è ora concentrata sulle relazioni postcoloniali di potere e violenza tra il "Sud globale" e il "Nord globale". [*5] Le teorie antimperialiste e postcoloniali non si escludono a vicenda, ma la rinuncia alle categorie marxiste di analisi, ormai influenzate dal post-strutturalismo, ha portato a cambiamenti significativi nella teoria, specialmente circa la valutazione della religione, della tradizione, del progresso, della tecnologia e della cultura. [*6] Il modello di interpretazione marxista basato sull'eurocentrismo e sulla teoria della modernizzazione, è stato gradualmente sostituito da uno schema di interpretazione anti-occidentale e politicamente identitario di quelle che sono le strutture di potere globale, sebbene il post-strutturalismo miri alla decostruzione delle identità fisse. [*7] Il contenuto identitario, più o meno pronunciato, della teoria postcoloniale è più evidente in una sua forma specifica, vale a dire nel teorema del colonialismo degli insediamenti, che si basa sulla polarizzazione indifferenziata tra indigeni e coloni, e la consolida. [*8] Originariamente sviluppato soprattutto riguardo la storia delle Americhe e dell'Australia, il concetto di colonialismo insediativo pretende di spiegare l'apparentemente disorganizzata e avventurosa colonizzazione europea di quelle "nuove" terre e continenti che i coloni consideravano disabitati. Nella sua opera fondamentale, Patrick Wolfe sottolinea, in contrasto con teorici anticoloniali come Frantz Fanon e Amílcar Cabral, che nelle colonie di insediamento l'attenzione non era rivolta allo sfruttamento della forza lavoro e delle risorse dei colonizzati, ma piuttosto all'espulsione e all'eliminazione della popolazione indigena. [*9] I coloni europei spostarono gli abitanti indigeni, li privarono dei loro diritti, distrussero le loro culture e uccisero gran parte di loro, facendolo sia con atti diretti di violenza che con l'introduzione di malattie e con le conseguenze a lungo termine delle politiche di espulsione e di colonizzazione. Nel paradigma del colonialismo degli insediamenti, gli europei bianchi sono degli intrusi indesiderati in un mondo che è loro estraneo: la potente metropoli coloniale agisce dietro le quinte, fornendo ai coloni risorse, armi e ideologia; ma il fulcro della teoria del colonialismo degli insediamenti è basato sulle relazioni locali di potere e violenza tra alieni e autoctoni. Gli attivisti politici che applicano questo modello ai conflitti contemporanei, spesso credono che il colonialismo degli insediamenti - che è diventato istituzionalizzato in formazioni statali come gli Stati Uniti, il Canada, l'Australia o Israele - possa essere superato solo restituendo tutta la terra originale alle popolazioni indigene, e decostruendo le strutture politiche e sociali dello stato colonizzatore. [*10] Mentre tra le popolazioni indigene del Nord America o dell'Australia quasi nessuno sostiene richieste così radicali, nel caso della Palestina invece la situazione è assai diversa: ci sono importanti forze politiche nella regione che lottano apertamente per la completa eliminazione dello Stato ebraico e per la creazione di uno Stato arabo e/o islamico che ricopra «ogni centimetro della Palestina». [*11] Nella Carta dell'OLP del 1964/68 - ancora valida - «gli ebrei che normalmente risiedevano in Palestina prima dell'inizio dell'invasione sionista» (art. 6) vengono esplicitamente riconosciuti come palestinesi, ma la "indigenità" palestinese, "innata" e «trasmessa dai genitori ai figli» (art. 4), viene a essere contrapposta al sionismo visto come forza d'invasione "straniera", europea e imperialista. [*12] In tal modo, il paradigma del colonialismo degli insediamenti sembra essere fatto su misura per le ambizioni politiche dell'OLP e di altre organizzazioni palestinesi. Questo spiega, almeno in parte, perché in Occidente, nelle loro opinioni politiche, gli attivisti anti-israeliani adottano questo modello esplicativo.
Il compito della scienza storica, è quello di esaminare la tesi del «colonialismo insediativo sionista» visto nel suo contenuto storico, e pertanto influenzare indirettamente il discorso pubblico. Un materiale particolarmente adatto a un tale scopo è il bestseller recentemente tradotto in tedesco "La guerra dei cent'anni in Palestina" dello storico Rashid Khalidi, professore di studi arabi moderni alla Columbia University e co-editore del Journal of Palestine Studies. [*13] Nella sua monografia, Khalidi ha presentato una narrazione principale che si basa sul post-colonialismo e sulle fonti che sembrano legittimare le proteste anti-israeliane nelle università statunitensi d'élite, storicamente fondante la narrativa dell'OLP. [*14] Mentre a New York, a Los Angeles o a Berkeley si vedevano delle furiose proteste contro il «colonialismo sionista degli insediamenti» e contro il «genocidio di Israele», la narrazione che Khalidi fa di una presunta conquista coloniale della Palestina, avvenuta nel corso di un secolo, diviene un bestseller. Nei corsi di studio organizzati dagli studenti, e nei podcast popolari, sono state divulgate le tesi di Khalidi , e lui stesso ha parlato in diversi eventi, e almeno nel corso di un raduno alla Columbia University. Così, il libro ha assunto per il movimento di protesta una funzione simile a quella che "L'uomo a una dimensione" di Herbert Marcuse ha avuto per la Nuova Sinistra. Proprio come Marcuse stilizzò i gruppi militanti afroamericani definendoli come l'avanguardia della resistenza al capitalismo e all'imperialismo statunitensi, e per mantenere una prospettiva rivoluzionaria nonostante la delusione per l'assenza di lotta di classe del proletariato, oggi, per molti a sinistra, la lotta antisionista dei gruppi radicali palestinesi prende il posto del soggetto rivoluzionario. Per molti attivisti nei campi di solidarietà di Gaza, il conflitto in Medio Oriente non era solo una disputa nazionale e territoriale, ma una lotta tra imperialismo e antimperialismo, l'Occidente capitalista e il Sud globale, la "supremazia bianca" e la "gente di colore" e, in ultima analisi, una guerra escatologica tra le forze del male e del bene. [*15] Questa dimensione, a volte quasi religiosa, dell'antisionismo contemporaneo è cruciale per il radicalismo e per l'intransigenza di una parte del movimento di protesta. La visione del mondo dicotomica, porta anche a riconoscere i fatti storici in maniera assai selettiva. Questo spiega il grande successo del libro di Khalidi, il quale presenta in grandi quantità tutto ciò che conferma le dicerie globali sul sionismo. Nonostante la sua ricchezza di dettagli, e malgrado una varietà di fonti, Khalidi presenta una storia in gran parte priva di contraddizioni, nella quale sostiene tre tesi principali ad incastro: in primo luogo, che l'imperialismo occidentale (prima britannico, poi americano) ha cercato ininterrottamente, dal 1917, di soggiogare e dominare la società palestinese indigena con l'aiuto del sionismo; in secondo luogo, che il sionismo, in quanto movimento di colonizzazione, ha mirato fin dall'inizio alla completa espulsione dei palestinesi, e alla conquista di tutti i territori; in altre parole, una "pulizia etnica" della Palestina e un genocidio dei palestinesi; e in terzo luogo che il successo del progetto sionista sia stato, in ultima analisi, una conseguenza dell'interazione tra imperialismo, colonialismo degli insediamenti e nazismo; dal momento che ai fini della fondazione dello Stato, fu l'espulsione degli ebrei dall'Europa il fattore demografico decisivo. Così, in tal modo, i palestinesi sarebbero diventati le vittime dei presunti nazionalsocialisti filo-sionisti. [*16] Khalidi ha diviso la sua «storia del colonialismo e della resistenza agli insediamenti» in sei capitoli, ciascuno associato a una «dichiarazione di guerra» sionista contro i palestinesi. Questa scelta di parole suggerisce già da subito chiarezza morale: qui i carnefici, lì le loro vittime. È da questa semplice dicotomia che deriva l'intera struttura narrativa del libro, il quale presenta la storia della Palestina, dal 1917 a oggi, come una storia di "resistenza" all'imperialismo occidentale e al colonialismo sionista degli insediamenti.
Quanto è convincente questa interpretazione? E' evidente che le associazioni sioniste hanno sfollato ed espulso un gran numero di persone arabe dal territorio del nuovo Stato ebraico nel 1948 (una catena di eventi chiamata in arabo "an-Nakba", "la catastrofe"), ma né il sionismo né lo Stato di Israele hanno eliminato e sostituito il popolo palestinese e la sua cultura. Mentre i popoli indigeni americani o australiani sono stati in gran parte decimati a causa della colonizzazione europea, oggi più di 2 milioni di arabi vivono in Israele (un quinto della popolazione) e altri 5 milioni nelle aree autonome palestinesi – rispetto a circa 1,3 milioni che c'erano alla vigilia della fondazione dello Stato di Israele. La popolazione indigena della Palestina (senza contare la parte ebraica) è più che quintuplicata; e il che pone il modello interpretativo del colonialismo insediativo su basi molto fragili. Ma anche la divisione tra autoctoni e alloctoni, o tra coloni e nativi, non è poi così netta come sembra, dal momento che oggi la stragrande maggioranza degli israeliani è nata in Israele. La domanda è, quindi, a partire da quale generazione una persona viene considerata "autoctona", e non "straniera"; una discussione questa, che in Germania l'AfD e altri estremisti di destra spesso vogliono avviare per poter così negare l'identità tedesca a tutti quei tedeschi che hanno un background migratorio. Ma anche se si lascia da parte questo aspetto (i teorici postcoloniali distinguerebbero rigorosamente tra migrazione e colonizzazione, anche se non sempre è chiaro separarle nei singoli casi) e ci si concentra solo sulla storia del paese che risale a diverse generazioni, la Palestina è senza dubbio anche la patria storica del popolo ebraico. Astrattamente, Khalidi riconosce la relazione storica degli ebrei con Eretz Israel, che è stata un elemento centrale della liturgia ebraica nel corso dei secoli, ma quando si tratta della legittimità della colonizzazione ebraica della Palestina, improvvisamente tutto questo non conta più. In passato, Khalidi ha dedicato grandi sforzi alla (ri)costruzione dell'identità nazionale palestinese, dalla fine del XIX secolo, allo scopo di sostanziare la rivendicazione di uno stato nazionale palestinese; ma nel caso ebraico, però, mette in discussione il legame ebraico con Eretz Israel in quanto, in linea con la Carta dell'OLP (art. 20) [*17], sarebbe una «tradizione inventata». Mentre Khalidi, nel testo, intreccia abilmente la storia della sua famiglia in modo da generare autenticità, le esperienze ebraiche e le ragioni dell'ascesa del sionismo vengono invece completamente ignorate, tranne che per alcune menzioni superficiali. Sebbene l'antisemitismo europeo, che ha avuto un impatto significativo sull'attrattiva del sionismo, specialmente nell'Europa orientale, sia brevemente menzionato, il fatto che la speranza di un ritorno a Sion sia una parte centrale della tradizione ebraica viene omesso. Al suo posto, il sionismo è ritratto come un flagello europeo del Sud globale, e una testa di ponte dell'imperialismo occidentale in Medio Oriente. Tuttavia, il rapporto tra il sionismo e l'imperialismo britannico sarebbe stato, innanzitutto, una sorta di affinità elettiva. Dopo i tentativi falliti iniziali di Theodor Herzl di ottenere come protettori il sultano Abdülhamid II e il Kaiser Guglielmo II , ecco che e speranze si rivolsero alla Gran Bretagna. Sebbene l'Inghilterra e la Francia, durante la prima guerra mondiale, si siano alleate con l'odiata Russia zarista - dove, dalla fine del XIX secolo, a seguito dell'oppressione statale e di nuove ondate di pogrom, fino a due milioni di ebrei erano cacciati dalle loro case - una vittoria dell'impero tedesco, nella guerra, avrebbe anche dato seguito al dominio turco sulla Palestina. Il che avrebbe reso impossibile la creazione di uno Stato ebraico. [*18] Quando dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, l'Impero Ottomano collassò , la Russia, dopo la Rivoluzione d'Ottobre, si precipitò in una sanguinosa guerra civile, e l'influenza globale della Germania venne gravemente ridotta dal Trattato di Versailles, ecco che allora il centro delle attività diplomatiche dell'Organizzazione Sionista Mondiale (WZO) si spostò logicamente a Londra. Mentre la Germania era ancora il centro politico del movimento sionista - e lo rimase fino alla fine della prima guerra mondiale - ecco che sotto Chaim Weizmann, presidente della WZO tra il 1921 e il 1931, e di nuovo tra il 1935 e il 1946, l'impero britannico prese il suo posto. Khalidi relativizza il carattere pragmatico dei rapporti tra la WZO e le potenze europee, e spiega invece l'alleanza sionista-britannica - che si manifestò nella Dichiarazione Balfour del 1917 - soprattutto a partire dalla presunta affinità ideologica tra il sionismo e l'imperialismo britannico. [*19] Tutti i politici britannici che a un certo punto si sono espressi positivamente sul sionismo si sono, per Khalidi, trasformati in "sionisti". Lloyd George, Lord Balfour, Winston Churchill e molti altri si sarebbero convinti del potere degli ebrei e sostenendo il sionismo, per ragioni filosofiche, avrebbero cercato di ottenere il loro sostegno per l'Impero. Mentre Khalidi identifica anche gli interessi imperiali della Gran Bretagna, non ritrae il rapporto tra britannici e sionisti come un'alleanza temporanea e piuttosto conflittuale, ma come un rapporto tra la madrepatria inglese e la colonia di insediamenti sionisti. Gli interessi eterogenei, e solo parzialmente sovrapposti, della Gran Bretagna e dell'Yishuv, nella narrazione di Khalidi vengono consolidati in un unico piano regolatore colonialista. In realtà, Theodor Herzl aveva già compreso la colonizzazione ebraica della Palestina, vedendola come parte della missione civilizzatrice occidentale e, nel tipico discorso coloniale dell'epoca, parlava della "barbarie" degli antichi abitanti della terra. [*20] Questo atteggiamento coloniale occidentale, diffuso in Europa, era condiviso da molti sionisti, ma faceva anche parte di una strategia diplomatica per conquistare gli inglesi come potenza coloniale alla realizzazione del progetto sionista. L'"orientalismo", formulato in modo molto simile in relazione alla politica estera tedesca prima e durante la prima guerra mondiale, era un elemento centrale della realpolitik sionista. [*21] Tuttavia, anche se i leader sionisti hanno definito "coloniale" il loro progetto di colonizzazione, in linea con questa ideologia, lo sviluppo storico è chiaramente più complesso. Come ha giustamente osservato Derek Penslar, il sionismo: «Storicamente e concettualmente si colloca tra discorsi e pratiche coloniali, anticoloniali e post-coloniali. Dall'inizio, e fino alla fondazione dello Stato nel 1948, elementi coloniali e anticoloniali hanno coesistito nel progetto sionista.» [22].
Oltre al livello discorsivo, anche l'attività pratica della colonizzazione e la costruzione di una comunità ebraica erano guidate da dei modelli coloniali; però, allo stesso tempo, l'Yishuv non era una colonia europea; vale a dire che i coloni non erano rappresentanti europei che avanzavano la conquista del territorio indigeno per la metropoli imperiale britannica (o tedesca). Il sionismo rappresentava una comunità transnazionale di persone espulse dalle società europee, nordafricane e arabe, che volevano riunirsi in "terra santa"come nazione. La politica dei sionisti, pertanto, mirava all'indipendenza e alla separazione dalle potenze europee, all'emancipazione e alla liberazione dal giogo millenario di Galut. Ciò implicava, oltre all'europeizzazione dell'Oriente, anche un'orientalizzazione dell'ebraismo, vale a dire, sia la creazione di caffè viennesi a Tel Aviv insieme all'adozione del sistema giuridico britannico, sia l'ebraizzazione della cultura e il presunto "ritorno" a un'agricoltura come veniva descritta nella Torah e nel Talmud. [*23] Gli arabi non ebrei della Palestina, da parte loro, non dovevano essere sfruttati e oppressi, né espulsi e né sterminati. Piuttosto, gli architetti del sionismo immaginavano l'acquisizione legale della terra attraverso dei contratti e a partire da una convivenza politico-economica basata sull'autonomia nazionale e sullo scambio economico. [*24] Una tale visione, in retrospettiva, era tanto ingenua quanto intrisa di arroganza europea, cosa che però non cambia il fatto che l'escalation violenta del conflitto è stata il risultato cumulativo di un processo non lineare e non, come afferma Khalidi, un piano predeterminato di pulizia etnica. Ridurre l'atteggiamento sionista nei confronti degli arabi al paradigma del colonialismo degli insediamenti, perciò, non rende giustizia ai reali progetti dei politici sionisti, soprattutto nella loro eterogeneità. [*25] Inizialmente, dal punto di vista britannico, il sostegno al sionismo sembrava un mezzo adeguato a raggiungere obiettivi politici di ordine nella regione, e a proteggere il controllo del Canale di Suez, la via marittima più breve, per la colonia della corona indiana, con una zona cuscinetto. Ciò includeva principalmente il contenimento dell'influenza tedesca, l'indebolimento dell'Impero ottomano e, durante il mandato, la soppressione della resistenza locale. Con lo Yishuw, la Potenza Mandataria britannica credeva di avere un gruppo di popolazione fortemente europeizzato in un'area che dipendeva fortemente dal sostegno della Gran Bretagna, e che quindi poteva essere facilmente strumentalizzato. Le motivazioni filosofiche dei singoli politici britannici giocarono certamente un ruolo nell'emissione della Dichiarazione Balfour nel 1917, ma allo stesso tempo, il sostegno al movimento sionista fu sempre condizionato dal fatto che avrebbe dovuto servire gli interessi della politica d'ordine dell'Impero. Questo, tuttavia – e ciò è cruciale – pose l'alleanza sionista-britannica fin dall'inizio sotto una riserva generale, la quale poteva essere terminata unilateralmente dagli inglesi in qualsiasi momento. Nella narrazione di Khalidi, tuttavia, i ruoli sono quasi invertiti: «qui sono i sionisti che, con astuzia, denaro e potere nascosto, trasformano gli inglesi in strumenti delle loro ambizioni coloniali: I sionisti riuscirono a mettere i loro sostenitori, o talvolta anche i loro leader, come l'impressionante Chaim Weizmann, sulle leve decisive a Whitehall almeno fino al 1939.», scrive, aggiungendo che nel quartiere governativo di Londra «alcuni funzionari erano anche ardenti sionisti». Khalidi cita, con approvazione, un funzionario britannico che ha affermato che non era il governo britannico a essere «la potenza colonizzatrice qui; il popolo ebraico è la potenza colonizzatrice» . Il sionismo avrebbe dalla sua parte «un'allettante giustificazione biblica e una base e finanziamenti internazionali stabiliti». Allo stesso tempo, i leader sionisti avrebbero capito chiaramente che per non «perdere la simpatia del mondo» avevano bisogno di mantenere segrete le loro reali intenzioni, cioè l'espulsione degli arabi e la creazione di una maggioranza della popolazione ebraica. Avrebbero anche cercato di erigere una «facciata ingannevole» nei confronti dei palestinesi. Tuttavia, anche questa enorme cortina fumogena di inganni, menzogne e frodi, secondo Khalidi, non fu sufficiente per realizzare il piano sionista per un sequestro totale della terra, perché nonostante la «straordinaria capacità del movimento sionista di mobilitare capitali e investire in Palestina», il numero di immigrati ebrei tra il 1926 e il 1932 ristagnava. Il fattore decisivo per il successo della strategia sionista sarebbe stato quindi la presa del potere da parte dei nazionalsocialisti in Germania. Secondo Khalidi, l'ondata di rifugiati ebrei tedeschi dopo il 1933 fu il fattore decisivo che guidò il progetto di colonizzazione sionista: «Tutto cambiò nel 1933 con la presa del potere da parte dei nazionalsocialisti in Germania, che iniziarono immediatamente a perseguitare ed espellere la popolazione ebraica di lunga data»[*26], scrive, aggiungendo che di fronte alle leggi discriminatorie sull'immigrazione negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in altri paesi, per molti ebrei tedeschi c'era solo una strada, per la Palestina. L'ascesa di Hitler sarebbe diventata «una pietra miliare sia nella storia moderna della Palestina che nel sionismo».
Solo nel 1935, si dice che 60.000 ebrei siano immigrati in Palestina, un numero che però Khalidi non contestualizza. Infatti, anche se quell'anno nel territorio mandatario della Palestina emigrarono tra i 61.000 e i 66.000 ebrei, solo l'11% di loro proveniva dalla Germania. [*27] Tra gli immigrati, la percentuale di ebrei tedeschi sarebbe aumentata negli anni successivi, prima dell'inizio della guerra, al 27% (1936), al 34% (1937) e infine al 52% (1938). Ma allo stesso tempo i numeri assoluti diminuirono bruscamente rispetto al picco del 1935. Nel 1936, il numero era diminuito di oltre la metà (29.727), e un anno dopo, in Palestina sarebbero arrivati poco più di 10.000 ebrei. [*28] Sebbene il numero aumentasse di nuovo nel 1939 – dopo i pogrom di novembre e l'anno dell'inizio della guerra – a 27.561, nel 1940 era tornato al livello dell'anno precedente, con 10.000 persone. Khalidi non menziona queste fluttuazioni, poiché minerebbero la sua narrazione: il potere del mandato britannico limitò l'immigrazione ebraica in Palestina, almeno dal 1937, a causa della resistenza araba, e fino alla pubblicazione del famigerato "Libro Bianco", che nel 1939 – cioè alla vigilia dell'Olocausto – avrebbe limitato l'immigrazione ebraica a un totale di 75.000 persone nei successivi cinque anni. [*29] Khalidi discute il Libro Bianco, il quale determinò la politica britannica verso la Palestina negli anni successivi, ed ebbe conseguenze catastrofiche per gli ebrei europei, in quanto espressione di un "cambiamento fondamentale" nella politica britannica, vale a dire, il ritiro di un presunto «sostegno incondizionato al sionismo», tanto per minimizzare il Libro Bianco mostrandolo come praticamente irrilevante subito poco dopo. In realtà, il limite del Libro Bianco, in cui si parlava di 75.000 ebrei emigrati, non venne nemmeno raggiunto: dal 1939 al 1944, nel paese arrivarono solo 50.000 ebrei. Dato che la quota non era ancora stata colmata, e alla fine del 1945 rimanevano ancora 400 certificati, gli inglesi, dopo la fine della guerra, permisero l'immigrazione di altri 1.500 ebrei al mese. [*30] Inoltre, ci fu l'Aliyah Bet, vale a dire l'immigrazione clandestina, durante la quale varie organizzazioni sioniste contrabbandarono circa 19.000 immigrati aggiuntivi nel paese tra il 1939 e il 1944, per salvarli da una morte quasi certa in Europa; una prospettiva questa che, nella sua narrazione, Khalidi ignora completamente. [*31] La questione se i leader arabi avrebbero dovuto accettare il Libro Bianco viene da lui giudicata esclusivamente in relazione alla "causa palestinese", senza preoccuparsi del destino dei rifugiati ebrei. Il fatto che i presunti filo-sionisti britannici abbiano permesso una significativa immigrazione araba, nel libro di Khalidi non appare, per ragioni comprensibili. Per tutto il periodo del mandato, ci fu una continua immigrazione araba dalla Siria, dalla Transgiordania e dalla penisola del Sinai, che, combinata con il tasso di natalità naturale, fece aumentare la popolazione araba della Palestina da 668.000, nel 1922, a circa un milione nel 1940. [*32] Già tra il 1922 e il 1931, l'economista Fred Gottheil calcolò che circa 60.000 arabi non ebrei erano entrati nel territorio del mandato, cosicché nel 1931 quasi il 12% della popolazione araba della Palestina aveva un background migratorio. [*33] L'entità dell'immigrazione araba in Palestina tra il 1931 e il 1947, è molto controversa, ma la maggior parte degli autori stima che durante l'intero periodo del mandato, il numero fu di 100.000 fino a un massimo di 200.000. [*34] Il risultato di questi calcoli, è che dal 1936 la dimensione relativa della popolazione ebraica in Palestina non è cambiata in modo significativo, ma è rimasta costantemente tra il 28% e il 32% fino alla fondazione dello Stato. Un cambiamento decisivo si verificò solo con il ritiro degli inglesi, e quindi dopo il periodo del mandato, soprattutto negli anni '50, quando centinaia di migliaia di ebrei del mondo musulmano emigrarono anche loro nel nuovo Stato ebraico, per lo più in fuga dalle persecuzioni sofferte nella loro patria. [*35] Oggi, i Mizrahim in Israele sono noti per costituire la maggioranza della popolazione ebraica. La tesi centrale di Khalidi, secondo cui il colonialismo occidentale avrebbe sostenuto pienamente il sionismo fin dall'inizio; cosa che a sua volta avrebbe reso lo Stato di Israele una testa di ponte colonialista dell'Occidente, è quindi storicamente difficile da sostenere. Al contrario, furono proprio gli interessi imperiali e la politica dell'ordine a portare ripetutamente gli inglesi in conflitto con il movimento sionista. Lo stesso vale per l'Yishuv e i vari attori arabi, che, a seconda dei loro interessi, a volte hanno cooperato con gli inglesi e a volte hanno dissentito. Per quanto ebrei e arabi in Palestina si combattessero l'un l'altro, entrambi, dopo la fine dell'Impero Ottomano, furono soggetti al potere mandatario britannico. E furono, non da ultimo, gli attacchi anti-britannici da parte delle organizzazioni sioniste clandestine Lehi e Irgun che portarono alla fine prematura del mandato del governo di Clement Attlee. [*36] Fin dall'inizio, il sionismo intendeva stabilire una comunità ebraica indipendente in Palestina; da un lato, come reazione all'antisemitismo, ma dall'altro anche come realizzazione di una promessa nazionale, religiosa e politica, che aveva le sue origini di lunga data nella storia ebraica. Al progetto sionista sono sempre stati associati diversi concetti su come risolvere l'evidente conflitto con la popolazione araba locale. L'espulsione e la "pulizia etnica" erano concetti che, nel 1948, nel contesto della guerra d'indipendenza, innescata principalmente dal rifiuto arabo del piano di spartizione dell'ONU e dalla successiva invasione, non solo venivano discussi, ma sono stati anche attuati localmente. Tuttavia, il cosiddetto Piano Dalet (Piano D), che prevedeva la distruzione dei villaggi palestinesi e l'espulsione della popolazione civile, a seconda delle necessità militari, non è stato mai attuato sistematicamente, né può essere riferito al progetto sionista nel suo complesso. [*37] Benny Morris ha dimostrato che la prima guerra arabo-israeliana venne percepita, da una prospettiva ebraica, come una "guerra per la sopravvivenza", la quale poi si tradusse, in certi tempi e luoghi, in una politica di "pulizia etnica". Nel complesso, tuttavia, la completa espulsione e il reinsediamento della popolazione araba fuori dalla Palestina «non è mai stata una politica sionista generale o aperta». [*38] D'altra parte, il «pensiero dell'espulsione o, ove possibile, il comportamento dell'espulsione» sarebbe stato caratteristico del movimento nazionale palestinese tradizionale. [*39] Senza ulteriori distinzioni tra le varie strategie militari sioniste e le concezioni politiche, Khalidi continua la sua narrazione colonialista degli insediamenti fino ad oggi. Anche se si è d'accordo con la sua descrizione della colonizzazione sionista della Palestina, e della fondazione dello Stato di Israele, sarebbe assurdo e altamente antistorico ridurre una storia di più di cento anni a una sola medesima logica. Semplici formule come quella del "colonialismo sionista degli insediamenti" semplificano una storia estremamente complessa per demonizzare il sionismo. Lo schema interpretativo del "colonialismo degli insediamenti" non rende giustizia alla storia del sionismo, o alla realtà di Israele oggi. Ciò non esclude che le teorie postcoloniali possano essere fruttuose nell'interpretazione degli eventi, ma solo se si riflettono i limiti del rispettivo approccio. La questione politicamente (non storicamente) decisiva, è senza dubbio quella circa come si possa realizzare una convivenza pacifica o parallela di tutti i popoli della terra. Il modello del "colonialismo degli insediamenti" contribuisce ben poco a una tale soluzione politica. Al contrario, aggrava la situazione esistente, distinguendo tra "indigeni" e "coloni" e può, in ultima analisi, portare alla richiesta antisemita secondo la quale gli ebrei israeliani dovrebbero «tornare in Polonia».
- Philipp Lenhard - Pubblicato il 24/3/2025 su História e Desamparo -
NOTE:
[1] Steven Vagol Isabel Keane, manifestante anti-israeliano urla «Tornatevene in Polonia» ai manifestanti con la bandiera israeliana fuori dalla Colombia University il 21.04.2024 - https://nypost.com/2024/04/21/us-news/anti-israel-protester-screams-at-demonstrators-with-israeli-flag-outside-columbia-u-go-back-to-poland/ -
[2] Sebastian Conrad, Postcolonialismo e Israele: accusa di un approccio, in: Frankfurter Allgemeine Zeitung, 13 febbraio 2024.
[3] Joseph Massad, La persistenza della questione palestinese. Saggi sul sionismo e i palestinesi. Londra 2006; Patrick Wolfe, Colonialismo di insediamento ed eliminazione dei nativi, in: Journal of Genocide Research 8/4, 2006, 387-409; Saree Makdisi, Palestina dentro e fuori. Un'occupazione quotidiana. New York 2008; Ilan Pappé, Die ethnische Säuberung Palästinas. Francoforte sul Meno 2007; Maxime Rodinson, Israele. Uno stato-colonialista? New York 1973 [1967]; Fayez Sayegh, Colonialismo sionista in Palestina, in: Settler Colonial Studies 2/1, 2012, 206-225; Edward Said, La questione della Palestina. New York, 1979. Una panoramica dei dibattiti teorici del campo e del ruolo centrale di Said è offerta da Leela Gandhi, Postcolonial Theory. Un'introduzione critica. New York 1998, 64-80. Più recentemente, María do Mar Castro Varela/Nikita Dhawan, Postkoloniale Theorie. Eine Einführung. 3a ed. aggiornata. Bielefeld 2020, 99–159.
[4] Recentemente, ci sono stati tentativi di applicare in modo fruttuoso gli approcci postcoloniali negli studi israeliani. Si veda, ad esempio, Arieh Saposnik/Derek Penslar/Stefan Vogt (a cura di), Unrecognized Kinships. Studi postcoloniali e storiografia del sionismo. Waltham, MA 2023.
[5] Il concetto di "Sud globale" si riferisce in gran parte alla discussione di Gramsci sul divario nord-sud in Italia ed è stato sviluppato dallo storico indiano Ranajit Guha e dal gruppo "Subaltern Studies" negli anni '80, ma ha anche punti di contatto con la vecchia teoria della dipendenza.
[6] Vedi, ad esempio, Gayatri Chakravorty Spivak, Practical Politics of the Open End, in: Sarah Harasym (a cura di), The Post-Colonial Critic. Interviste, strategie, dialoghi. New York 1990, 95-112. Una posizione integrativa è difesa da Crystal Bartolovich/Neil Lazarus (a cura di), Marxism, Modernity, and Postcolonial Studies. Cambridge/New York 2002. Che il postcolonialismo sia "anti-marxista" è lamentato dal sociologo Vivek Chibber, Postkoloniale Theorie und das Gespenst des Kapitals. Berlino 2018.
[7] Nell'ambito degli studi postcoloniali, si veda, ad esempio, Homi K. Bhabha, Hybridité, identité et culture contemporaine, in: Jean Hubert Martin (Ed.), Magiciens de la terre. Parigi 1989, 24-27.
[8] Sul concetto di indigenità nel contesto di Israele-Palestina, si veda Amal Jamal, Arab Minority Nationalism in Israel. La politica dell'indigenità. Londra/New York 2011, in particolare 12-27. Mahmood Mamdani, né colono né nativo. La creazione e la dissoluzione delle minoranze permanenti. Cambridge 2020 critica la naturalizzazione di queste identità da una prospettiva postcoloniale.
[9] Patrick Wolfe, Colonialismo di insediamento e trasformazione dell'antropologia. La politica e la poetica di un evento etnografico. Londra 1999, 1.
[10] Si vedano i molti esempi in Adam Kirsch, On Settler Colonialism. Ideologia, violenza e giustizia. New York 2024.
[11] "Lettera del Movimento di Resistenza Islamica (Hamas) della Palestina". Tradotto da Muhammad Maqdsi, in: Journal of Palestine Studies 22/4, 1993, 124.
[12] "La Carta Nazionale Palestinese: Risoluzioni del Consiglio Nazionale Palestinese, 1-17 luglio 1968", <https://avalon.law.yale.edu/20thcentury/plocov.asp> (traduzione mia, PL).
[13] Rashid Khalidi, La guerra dei cent'anni in Palestina. Una storia del colonialismo e della resistenza ai coloni, 1917-2017. New York 2020. Tutti i riferimenti alle pagine nel testo si riferiscono alla traduzione tedesca del libro pubblicata da Unionsverlag Zürich nel 2024.
[14] Si veda la recensione di Reinhard Schulze, Modernizzazione di un mito, in: Süddeutsche Zeitung, 14 giugno 2024.
[15] Cfr Philipp Lenhard, Israele come simbolo del male: l'immagine proiettata del nemico, in: taz – die Tageszeitung, 9 dicembre 2023.
[16] Sulla politica nazista nei confronti del sionismo, vedi Francis R. Nicosia, Hitler and Zionism. Il Terzo Reich e la questione della Palestina 1933-1939. Druffel 1989. Un cambiamento decisivo nella politica palestinese si verificò con lo scoppio della guerra. Cfr. Klaus-Michael Mallmann/Martin Cüppers (a cura di), Mezzaluna e svastica. Il "Terzo Reich", gli arabi e la Palestina. Darmstadt 2006.
[17] Rashid Khalidi, Il collo e la spada, in: New Left Review 147, maggio/giugno 2024, <https://newleftreview.org/issues/ii147/articles/the-neck-and-the-sword>. Sulla storia dell'identità palestinese, si veda idem, Palestinian Identity. La costruzione della coscienza nazionale moderna. New York 1997. Sulla tesi della "tradizione inventata" del sionismo, si veda Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico. Berlino 2010.
[18] Anita Shapira, Sionismo. Una storia. Libano, PA 2012, 70.
[19] Una tesi simile è difesa da James Renton, The Zionist Masquerade. La nascita dell'alleanza anglo-sionista, 1914-1918. New York 2007.
[20] Shlomo Avineri, Theodor Herzl e la fondazione dello Stato ebraico. Berlino 2016, 176f.
[21] Fabian Weber, Proiezioni sul sionismo. Percezioni non ebraiche del sionismo nell'impero tedesco, 1897-1933. Gottinga 2020, 95–105.
[22] Derek J. Penslar, Il sionismo è un movimento coloniale?, in: Ethan B. Katz/Lisa Moses Leff/Maud S. Mandel (a cura di), Il colonialismo e gli ebrei. Bloomington/Indianapolis, NEL 2017, 275–301, 276.
[23] Boaz Neumann, Terra e desiderio nel primo sionismo. Waltham, MA 2011.
[24] Avineri, Theodor Herzl (come nella nota 20), 251.
[25] Questo vale anche per Zeev Jabotinsky, che nella narrazione di Khalidi gioca un ruolo chiave nella "vera natura" del sionismo. Il saggio programmatico di Jabotinsky del 1923 "Il muro di ferro", che probabilmente usa la retorica colonialista e sostiene una politica intransigente nei confronti degli arabi, prevede anche un'autonomia nazionale per loro in uno stato ebraico. Khalidi (21) non menziona questo, così come non menziona il fatto che il testo era una reazione alla restrizione dell'immigrazione ebraica da parte del ministro coloniale britannico "sionista" Winston Churchill. Cfr. Michael Brenner, Israele. Sogno e realtà dello Stato ebraico. Monaco di Baviera 2016, 99–106.
[26] Nell'originale inglese, si dice "ben stabilito", che qui sarebbe meglio tradurre come "stabilito" e si riferisce al presunto benessere materiale degli ebrei tedeschi, che, grazie all'accordo di Haavara, sarebbero stati trasferiti in Palestina. Tuttavia, la descrizione di Khalidi dell'accordo tra l'Agenzia Ebraica, la ZVD e il Ministero dell'Economia del Reich è semplificata, in quanto ignora lo sfruttamento degli ebrei tedeschi da parte del regime nazista e omette che furono gli inglesi che, nel 1937, resuscitarono l'accordo per considerazione degli interessi arabi. Cfr. Avraham Barkai, Interessi tedeschi nell'accordo di trasferimento di Haavara 1933-1939, in: Leo Baeck Institute Yearbook 35, 1990, 245-266.
[27] Nei tre decenni precedenti la fondazione dello stato, circa 14.000 ebrei yemeniti, 10.000 siriani e 8.000 iracheni emigrarono in Palestina. Cfr. Michael Brenner, Storia del sionismo, 5a ed. Monaco di Baviera 2019, 96f.
[28] I numeri variano leggermente tra i diversi studi. Qui, secondo Aviwa Halamish, la Palestina come destinazione per gli immigrati ebrei e i rifugiati dalla Germania nazista, in: Frank Caestecker/Bob Moore (a cura di), Rifugiati dalla Germania nazista e dagli Stati europei liberali. New York 2010, 122–151, 144.
[29] Ivi, 142.
[30] Arieh J. Kochavi, La lotta contro l'immigrazione ebraica in Palestina, in: Middle Eastern Studies 34/3, 1998, 146-167, 149.
[31] Dalia Ofer, Sfuggire all'Olocausto. Immigrazione illegale in Terra di Israele, 1939-1944. New York/Oxford 1990, 319. Tra il 1944 e il 1948, nonostante il blocco britannico, circa 90.000 immigrati ebrei arrivarono illegalmente nel paese, per lo più dall'Europa.
[32] Michael Wolfsohn, Israele. Conoscenze di base – Geografia. Vol. 3, Wiesbaden 1984, 116.
[33] Fred M. Gottheil, Immigrazione araba in Israele pre-statale: 1922-1931, in: Middle Eastern Studies 9/3, 1973, 315-324, 319 e 322.
[34] Vedi, ad esempio, Arieh L. Avneri, The Claim of Dispossession. Insediamento terriero ebraico e gli arabi 1878-1948. Nuovo Brunswick 1984, 282. I numeri di Joan Peters, da tempo immemorabile. Le origini del conflitto arabo-ebraico sulla Palestina. New York 1984 sono stati respinti all'unanimità dal sondaggio come troppo alti.
[35] Su questo, vedi Nathan Weinstock, Il filo spezzato. Come il mondo arabo ha perso i suoi ebrei nel 1947-1967. Vienna/Friburgo 2019.
[36] J. Bowyer Bell, Terrore da Sion. La lotta per l'indipendenza israeliana. 2a ed. Abingdon/New York 2017.
[37] Yoav Gelber, Palestina, 1948. La guerra, la fuga e l'emergere del problema dei rifugiati palestinesi. 2a ed. rivista e ampliata. Brighton 2012, 305.
[38] Benny Morris, 1948 – La prima guerra arabo-israeliana. New Haven, CT 2008, 408 (traduzione mia, PL).
[39] Ivi.