sabato 27 gennaio 2018

Quaderni

Piacentini

"Quaderni Piacentini" è stata la rivista più rappresentativa e autorevole della "nuova sinistra", e una delle più anticonformiste della cultura italiana novecentesca. Diretta da Piergiorgio Bellocchio, Grazia Cherchi e Goffredo Fofi, dalla sua fondazione nel 1962 alla chiusura nel 1980, ha documentato i principali avvenimenti storici nazionali e internazionali: il boom economico, l'indipendenza algerina, la Rivoluzione cubana di Castro e Guevara, la guerra in Vietnam, la dittatura di Franco in Spagna, le lotte di Malcolm X e Martin Luther King per i diritti degli afroamericani, la Guerra dei Sei Giorni arabo-israeliana, la Rivoluzione culturale cinese, le rivolte studentesche e operaie del '68, la strage di Piazza Fontana, l'insorgere del neofascismo e delle Brigate Rosse, il colpo di stato di Pinochet in Cile, il femminismo e l'antipsichiatria, il referendum italiano per il divorzio, l'assassinio di Moro. Intorno al nucleo originario dei giovani direttori si raccolsero via via i nomi di Fortini, Cases, Solmi, Masi, Panzieri, Timpanaro, Jervis, Fachinelli, Roversi, unendosi alla nuova generazione dei Ciafaloni, Donolo, Rieser, Bologna, Stame, Salvati, Beccalli, Viale, Raboni, Madrignani, Berardinelli, Giudici, Piandola, Baranelli.

(dal risvolto di copertina di: Giacomo Pontremoli: I «Piacentini». Storia di una rivista (1962-1980), Edizioni dell’Asino, pp. 226, 10 euro)

Una multiforme comunità intellettuale testimone del Sessantotto
- di Marco Gatto -

Con I «Piacentini». Storia di una rivista (1962-1980) (Edizioni dell’Asino, pp. 226, 10 euro), Giacomo Pontremoli ci consegna una ricostruzione storico-critica minuziosa e utile delle vicende editoriali e culturali legate a uno dei periodici di sinistra più noti e importanti del secolo scorso.
Sfilano come presenze decisive i nomi di Fortini, Solmi, Cases, Panzieri, Timpanaro, accanto ai condirettori e fondatori del progetto editoriale, Piergiorgio Bellocchio, Grazia Cherchi e Goffredo Fofi. Pontremoli ricostruisce con cura le discussione interne alla rivista. le torsioni dialettiche e le dispute dialogiche di quella stagione, in cui, per forza di cose, il confronto sul Sessantotto gioca un ruolo-chiave: sono, infatti, quelle dedicate ai moti studenteschi e alle loro ripercussioni politiche le pagine più avvincenti del testo, in cui il lettore può assistere alla forza di una critica in atto, all’apertura di direzioni percorse o messe da parte.
La misura del lavoro di Pontremoli sta nel rendere la dimensione politica dei discorsi e delle argomentazioni.
Leggendo i contributi di Fortini e altri, non si può non sperimentare una sorta di inestimabile distanza dal presente: immaginazione e veemenza teorica, capacità di politicizzare la scrittura, attenzione non edonistica nei confronti dei prodotti artistici, costante rinvio a una prassi mai vissuta come rimando retorico – ecco, viene da chiedersi se tutto ciò non sia oggi disperso e se non valga la pena apprendere da quella stagione semplicemente una lezione di metodo e di stile.
Certamente i Quaderni piacentini sono un riflesso delle tensioni politiche e culturali di quegli anni. Ma anche un doloroso documento di quel drammatico passaggio agli anni Ottanta, al culto del privato, di cui lamenta Bellocchio proprio nell’aprile del 1980, e verso il quale la sinistra ha sperimentato un vuoto di elaborazione critica. Da questa prospettiva diventa interessante leggere oggi, a freddo, l’esperienza della rivista come documento delle traiettorie teoriche e politiche della sinistra: comprendere, cioè, quali riferimenti siano divenuti egemoni, quali invece tenuti da parte, persino quali eccessive aperture culturali si siano rivelate un’arma a doppio taglio per la riflessione politica. Non bisogna dimenticare, del resto, che i Piacentini furono il luogo di una curiosità intellettuale onnivora, e in virtù di ciò la sede adatta a leggere le dinamiche politico-culturali extranazionali, le strade aperte dal socialismo latino-americano o dalla rivoluzione culturale cinese.
A Pontremoli va dato atto di aver restituito al lettore, con grande onestà storica, un quadro problematico su cui riflettere, senza escludere l’utilissimo «indice degli indici» posto in appendice. Si può constatare che, a distanza di cinquant’anni e più dall’inizio di quella esperienza, si faccia fatica oggi a trovare sedi in cui il dibattito militante incontri una direzione politica condivisa?
Le diversità emergevano anche allora, e le modalità con cui si esprimevano davano il polso di un contesto in cui la discussione, anche accesa, generava nuove posizioni e nuove visioni della realtà. Che i Piacentini abbiano chiuso le ostilità al sopraggiungere di un’epoca di nichilismo culturale realizzato, è forse anche un segno di rispetto culturale: le riviste chiudono quando non hanno ragione d’essere, quando hanno bisogno di mutare pelle per sentirsi all’altezza dei cambiamenti.

- Marco Gatto - Pubblicato sul Manifesto del 10/8/2017 -

venerdì 26 gennaio 2018

Cinema & Televisione

stalin

Anastasia nel paese del Soviet e Živago agente della Cia

Il Ministero della Cultura della Federazione della Russia ha vietato l'uscita del film "The Death of Stalin" [in italiano, "Morto Stalin, se ne fa un altro"], del regista britannico Armando Iannucci. Questo film, tratto da un fumetto francese, è una satira incentrata sulla lotta per il potere fra membri influenti dell'Unione Sovietica alla morte del "piccolo padre dei popoli", avvenuta nel 1953. L'uscita del film era prevista per questo giovedì 25 gennaio, ma martedì 23 il Ministero della Cultura ha bloccato il visto per la visione, dopo che una commissione ristretta in seno a quel ministero, composta da vari professionisti nell'ambito culturale e da uomini politici, aveva partecipato ad una visione privata. Fra la crema della censura ci sono la figlia del maresciallo Zhukov (uno dei personaggi del film), il regista Nikita Mikhalkov, leccapiedi fino al midollo di Putin, ed il presidente della commissione Affari esteri della Duma, Leonid Slutski.
Oltre Stalin stesso, ci sono personaggi noti del mondo sovietico, come i militari Zhukov e Rokossovsky, Leonid Brezhnev, il sinistro Beria, quello che Stalin presentò a Ribbentrop come "il capo della nostra Gestapo" al momento della firma del patto tedesco-sovietico, e poi come "il nostro Himmler" a Franklin Roosevelt a Yalta, che vengono qui resi fortemente caricaturali, cosa che è assai dispiaciuta alla piccola camarilla dei funzionari parassiti russi. «I personaggi vengono mostrati come dei buffoni idioti», ha dichiarato dopo la proiezione Pavel Pozhigailo, membro del consiglio sociale (sic!) del Ministero della Cultura, al quale sembra sia urgente spiegare che cosa sia una satira, se si tiene conto del posto che occupa.
Il film è stato presento per la prima volta lo scorso settembre al Festival di Toronto. Chiunque abbia visto il trailer, facilmente accessibile in rete, capisce in pochi secondi che si tratta di una caricatura. Il regista, è stato tuttavia costretto, durante una dichiarazione alla stampa russa, a precisare di non aver girato un documento storico, aggiungendo che i dialoghi fra i dirigenti sovietici erano un prodotto della sua fantasia (un altro termine che dovrebbe essere spiegato ai parassiti di cui sopra).
I Comunisti Russi, quelli "veri", anch'essi dei comici nel loro genere, che avevano chiesto formalmente la proibizione del film, da parte loro lo hanno ritenuto una "provocazione". Ai tempi del loro splendore, questa "provocazione" sarebbe stata definita come imperialista o controrivoluzionaria. È da dettagli come questi che possiamo vedere in che situazione ci troviamo.

stalin Živago

I telespettatori cubani, da parte loro, sono stati molto fortunati poiché hanno avuto la possibilità che alla fine venisse permesso loro, la sera di lunedì 22 gennaio 2018, di poter vedere "Il dottor Živago" sul loro piccolo schermo, solo cinquantatré anni dopo l'uscita del film di David Lean.
Attenzione però a come, dopo quasi sessant'anni di propaganda castrista, la sola autorizzata sull'isola, questa non sia stata sufficiente a fabbricare quell'uomo nuovo che fosse in grado di capire meglio di un bambino di 10 anni di che cosa si trattava, per cui la trasmissione è stata preceduta da un avvertimento solenne riguardo quelli che sono i "problemi ideologici" posti dalla pellicola, in particolar modo quello derivante dalla rappresentazione che il film dà della "Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre" (le maiuscole sono state tratte dalla voce emozionata del presentatore), ha precisato Carlos Galiano, molto triste per il fatto di dover vedere i bolscevichi dipinti «come degli estremisti e dei fanatici, in una serie di cliché antisovietici ed anticomunisti tipici della guerra fredda».
Prima della trasmissione del film, i telespettatori cubani sono stati "informati" del fatto che era stata la CIA, nella sua guerra culturale contro l'Unione Sovietica, ad aver pagato l'accademia del Nobel svedese per assegnare il suo premio, nel 1959, a Boris Pasternak, autore del libro dal quale è stato tratto il film di David Lean. Carlos Galiano, indubbiamente emozionato per per quel momento, non ha ritenuto necessario aggiungere che ovviamente quel libro non lo si può trovare a Cuba.

fonte: Le blog de Floréal

giovedì 25 gennaio 2018

Collage

arendt

Chi fu Walter Benjamin? A questa domanda poteva forse dare risposta solo Hannah Arendt. Lo aveva conosciuto e frequentato a Parigi, negli anni d'esilio dalla Germania nazionalsocialista, prima che ponesse fine alla sua vita in Spagna nella fuga verso gli Stati Uniti, diventando un simbolo del tragico destino dell'ebraismo tedesco nel Novecento. Quando pubblicò un celebre saggio sull'amico nel 1968 - qui per la prima volta tradotto dalla versione originale tedesca - molte pagine erano dedicate alla biografia non già per ricercare motivi all'origine del suo pensiero, bensì per risalire alle cause della sua fama postuma. Scritti su letteratura ed estetica venivano riletti alla luce della critica politica, scoprendo intenti maturati dal confronto col marxismo dietro agli aspetti filosofici e religiosi rilevati fino ad allora dagli interpreti. Un'accusa che all'epoca si trasformò in polemica sullo sfondo dell'antagonismo tra capitalismo e comunismo, che richiedeva nuove soluzioni al problema della libertà dell'uomo d'imprimere un senso alla sua storia di catastrofi e non di progresso tra politica e teologia. Quel saggio dal lapidario titolo "Walter Benjamin" contribuì come nessun altro alla fortuna di un pensiero che accoglieva impulsi dalla metafisica per affrontare questioni della politica, come abbozzato nella serie di tesi "Sul concetto di storia", tradotte qui dal manoscritto originale affidato all'amica e presto riconosciute come suo testamento spirituale. Oltre alle loro lettere (1936-1940) sono raccolti in questo volume anche i principali documenti sulle discussioni che si accompagnarono alla riscoperta di un autore che continua a rivelarsi nella sua inattualità perché guardò oltre ogni attualità.

(dal risvolto di copertina di: Hannah Arendt Walter Benjamin: L’angelo della storia. Testi, lettere, documenti, a cura di D. Schöttker e E. Wizisla, traduzione italiana di C. Badocco, Giuntina, pp. 263, euro 15)

Un amorevole risarcimento per Walter Benjamin
- di Marco Pacioni -

Dopo la bocciatura del Dramma barocco tedesco che avrebbe dovuto garantirgli l’accesso all’università, a Walter Benjamin rimane aperta l’incerta strada della dipendenza economica da istituzioni culturali come quella dell’Istituto di Ricerche Sociali di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno per i suoi studi. Una strada fatta di precarietà, corroborata da collaborazioni occasionali con giornali e radio che comunque non avrebbero potuto sostituirsi all’aiuto fornitogli dalle finanze familiari. La condizione precaria di Benjamin si aggrava quando il nazismo lo costringe all’esilio in Francia e da qui al tentato espatrio negli Stati Uniti naufragato con il suicidio a Port Bou il 26 ettembre del 1940.
Anche nella difficile condizione di chi fugge con pochi mezzi, Benjamin non rinuncia a portare avanti i suoi studi e a scrivere. Gli scritti del periodo dell’esilio francese portano forti i segni delle difficili condizioni in cui era venuto a trovarsi. Altresì forti in questi testi sono le tracce del condizionamento degli interlocutori che anche a distanza cercano di influenzare e indirizzare la sua opera. La filologia di queste intricate e controverse vicende inscindibilmente testuali e biografiche, solo in parte ricostruibili attraverso gli scambi epistolari, ha determinato una vera e propria competizione sulla sull’opera interrotta dall’improvvisa morte.
Da un lato gli interlocutori a distanza come Adorno e Horkheimer (dalla loro parte si schiererà anche Scholem dopo l’interruzione dei rapporti con Arendt in seguito alla pubblicazione di Eichmann a Gerusalemme nel 1963) e dall’altro lato Hannah Arendt che con Benji (questo il modo familiare con il quale la filosofa si rivolgeva a Benjamin) era entrata in contatto diretto proprio nell’ultima fase della sua vita. È proprio sull’intenso rapporto con Arendt durante l’esilio francese e sulla ricezione postuma dei suoi ultimi scritti che verte il libro Hannah Arendt Walter Benjamin, L’angelo della storia. Testi, lettere, documenti (a cura di D. Schöttker e E. Wizisla, traduzione italiana di C. Badocco, Giuntina, pp. 263, euro 15).
Il volume ha un valore documentale notevole. Vi compare tradotta dal tedesco la prima versione del saggio di Arendt su Benjamin pubblicato a più riprese nel 1968 sulla rivista «Merkur» – saggio che nello stesso anno diventerà il testo dell’introduzione a Illuminazioni, la raccolta di scritti allestita da Arendt che risulterà determinante per la diffusione dell’opera di Benjamin soprattutto nei paesi anglofoni.
Nell'Angelo della Storia troviamo pure per la prima volta la traduzione italiana facsimilare delle Tesi sul concetto di storia nella versione che Benjamin aveva dato a Arendt. Questa versione fornirà una delle basi fondamentali per la primissima edizione di questo scritto nel ciclostilato commemorativo fuori commercio allestito dall’Istituto francofortese nel 1942 a ricordo della morte di Benjamin. Nel libro curato da Schöttker e Wizisla, a parte il loro importante saggio introduttivo, troviamo anche tradotti in italiano e in riproduzione fotografica cartoline, lettere e altri documenti di Arendt, Benjamin e altre personalità coinvolte nel conflitto sulla proposta e ricezione dell’opera di quest’ultimo.
Su cosa si appunta la controversia su Benjamin fra Arendt e gli altri? Si è detto più volte che la contesa riguarda in che misura si possa considerare materialistico il pensiero storico politico di Benjamin e, di conseguenza, quanto nella sua opera invece continui o meno ad agire la teologia, riguardo la quale Benjamin interloquiva soprattutto con Scholem.
Una lettura attenta dei documenti di questo libro, al di là del materialismo, della teologia e di altri elementi concettuali, alimenta il sospetto che la controversia su Benjamin verta anche su ragioni in un certo senso personali e biografiche che i curatori del volume definiscono come la volontà di «risarcimento» di Arendt per i danni provocati al pensiero e all’opera di Benjamin dalla condizione di dipendenza e precarietà che i supposti amici francofortesi non avrebbero saputo e voluto lenire.
Secondo Arendt, Benjamin sarebbe stato letteralmente tradito proprio da chi intellettualmente e materialmente avrebbe potuto e dovuto aiutarlo. Dalle lettere raccolte nel libro, si nota che l’intenzione di Arendt di contrapporsi a Adorno e Horkheimer riguardo Benjamin si palesa ben prima che lei scriva il saggio sull’amico pubblicato da «Merkur» nel 1968 e altresì prima della pubblicazione delle Lettere curate da Scholem e Adorno che avevano fatto deflagrare a più ampio raggio la polemica su Benjamin. Già in una sua missiva a Blücher dell’agosto del 1941, Arendt si esprime senza mezzi termini nei confronti di Horkheimer e Adorno che arriva a definire «porci», sostenendo che il manoscritto delle Tesi sul concetto di storia inviato a loro da Benjamin in realtà era stato fatto sparire da loro stessi che non avrebbero voluto pubblicarlo, così come non avevano pubblicato quella che Arendt in una lettera inviata a Adorno chiama la «versione originale» del saggio su Baudelaire. Solo forse la circostanza della commemorazione della morte di Benjamin, secondo Arendt, avrebbe potuto convincere quelli dell’Istituto di Ricerche Sociali a pubblicare, come infatti avvenne, l’ultimo lavoro di Benjamin e cioè le famose Tesi sul concetto di storia che la stessa Arendt aveva provveduto nuovamente a inviare a Adorno.
Oltre la presa di posizione che esprime soprattutto nello scritto pubblicato su «Merkur», Hannah Arendt vuole anche una sua personale selezione di scritti di Benjamin. All’inizio dell’appendice del libro curato da Schöttker e Wizisla, si trova una significativa foto della filosofa che brandisce sorridente l’edizione tedesca delle Illuminazioni mentre annuncia a che presto il libro sarà disponibile anche in inglese e che l’edizione in due volumi degli Scritti di Benjamin curati da Adorno e sua moglie Gretel «è esaurita già da anni ormai».

- Marco Pacioni - Pubblicato sul Manifesto del 12/7/2017 -

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Quell’instancabile desiderio di libertà
- di Gianpaolo Cherchi -

«In una situazione senza uscita non ho altra scelta che quella di farla finita». Sono le ultime parole che Walter Benjamin scrisse ad Adorno quando, braccato dai nazisti e bloccato dalla polizia di frontiera spagnola, decide di togliersi la vita con una overdose di morfina. Il pomeriggio successivo, a confermare l’avversità della sorte nei suoi confronti, sarebbe arrivato il visto che gli avrebbe consentito di imbarcarsi negli Stati Uniti. È il noto epilogo di una vicenda esistenziale costellata da delusioni e fallimenti senza sosta, l’atto definitivo di una vita mutilata e offesa, su cui la sfortuna non ha smesso di accanirsi nemmeno dopo la morte: il suo cadavere verrà gettato in una fossa comune, rendendo così impossibile qualsiasi identificazione.
C’è tuttavia, nella sventura benjaminiana, una purezza straordinaria, data da un instancabile desiderio di libertà. Troppo spesso, infatti, si è guardato al pensiero di Benjamin con giudizio malinconico e arrendevole, come se i fallimenti della sua esistenza si siano riversati in ogni riga e in ogni parola dei suoi scritti. Si è diffusa perciò l’immagine di Walter Benjamin «magnifico perdente», il cui pessimismo malinconico si riflette nello sguardo dell’angelo della storia: così come quest’ultimo viene spinto verso la bufera, che si impiglia nelle sue ali e gli impedisce di fermarsi, allo stesso modo Benjamin, con la sua imperizia, con la precisione di un sonnambulo (come racconta bene di lui Hannah Arendt) riusciva a dirigersi sempre al centro della catastrofe.
Se si osserva per un momento quell’uomo cardiopatico, logorato nel corpo e nello spirito dall’internamento nei campi di prigionia nazisti, che fino all’ultimo cerca disperatamente la sua redenzione, inerpicandosi lungo un pietroso sentiero dei Pirenei; se ci si sofferma con attenzione su questa goffa figura che porta con sé una valigetta nera contenente pagine ben più importanti, a suo dire, della sua stessa vita, si noterà che quanto più la sventura lo perseguitava, tanto più egli era in grado di tirare fuori frutti spirituali di infinito valore. Se si osserva con la dovuta cura l’opera di Walter Benjamin si riuscirà a vedere un instancabile combattente, sempre disposto a sondare con determinazione eroica ogni ambito del sapere, mai pago delle consolazioni date dalle varie forme di rappresentazione della realtà e sempre alla continua ricerca di esperienze in grado di rivoluzionarla.
È da una simile prospettiva che si deve guardare alla recente pubblicazione degli scritti politici benjaminiani, nel volume curato da Massimo Palma ed edito da Castelvecchi, il cui titolo è emblematico: Senza scopo finale. Scritti politici (1919-1940) (pp. 304, euro 25). La Politik è infatti un oggetto teorico frammentato, sparso, dissolto sottotraccia e sedimentatosi nell’intero quadro dell’opera di Benjamin senza un intento sistematico preciso. Una «teleologia acefala», priva appunto di quell’elemento di finalità che si determina nell’idea kantiana di un soggetto morale che agisce nel mondo. Uno spazio vuoto, quello della finalità della politica, che se da un lato inquieta, dall’altro invita ad andare oltre una prospettiva banalmente soggettivistica, a rimodellare e a riformulare la nostra esperienza stessa di soggetti.
È questa l'essenza della Kritik benjaminiana: un nichilismo metodico che deve fare tabula rasa di una concezione tutta moderna dell’esperienza, ormai non più in grado di ricongiungerci autenticamente con il nostro intero patrimonio culturale. L’esperienza del soggetto si configura come una «acquiescenza confacente» in cui «il senso della relazionalità si ottunde man mano che il meccanismo sociale funziona», come ben scrive Libero Federici nel suo Il misterioso eliotropismo. Filosofia, politica e diritto in Walter Benjamin (Ombre Corte, pp. 141, euro 13). Il merito di questo bel saggio è ricostruire i nodi tematici principali della riflessione benjaminiana mettendone in risalto la posta in gioco politica. Questa consiste nel continuum del rapporto identitario fra violenza e diritto, che rende il dominante di ogni epoca l’erede di tutti coloro che hanno sempre dominato nella storia.
Ecco dunque la povertà che caratterizza l’uomo moderno, la sua ricaduta nella barbarie mitica, prodotto di una Kultur che non è altro che pura mimesis, «assimilazione levigata al meccanismo sociale». L’immedesimazione emotiva con i vincitori va sempre a vantaggio dei dominatori del momento. È questa la civiltà, il corteo trionfale in cui i dominatori danno mostra del loro bottino: un patrimonio culturale in cui ogni documento è sempre anche, e soprattutto, un prodotto della barbarie, il risultato di un servaggio, di un abuso, di una violenza amministrata, e perciò riprovevole, perché esercitata storicamente come diritto.
Si spiega allora la necessità di fare tabula rasa di questa esperienza su cui si è edificato il soggetto moderno: un soggetto povero a cui la storia, con il suo continuum, ha negato il fondamentale diritto alla differenza.
Scardinare questo continuum della storia diventa allora il compito autentico della Politik benjaminiana, che è priva di finalità, appunto, perché il modello di storia a cui fa riferimento è fondato sullo Jetztzeit, su una nozione del presente che non è transizione temporale, mero passaggio, ma al contrario stasi, arresto: quell’adesso che rappresenta il freno d’emergenza politico della storia, la chance sempre attuale della differenza.
È in questo «adesso» che si inserisce l’interessante saggio di Giuseppe Buondonno, Il soggetto rivoluzionario. Attualità di Walter Benjamin (Ombre Corte, pp. 142, euro 13), dove la battaglia benjaminiana sul vero concetto di storia viene presentata come quella battaglia «che consente al soggetto la comprensione critica di sé stesso». Infatti «solo il soggetto che distrugge l’immagine reificata di sé può reinterpretare la realtà e la propria storia, può essere altro».
L’attualità del pensiero di Benjamin consisterebbe allora nella sua capacità di restituire al soggetto di oggi la vitalità del pensiero di Marx, ovvero la possibilità di cogliere nella lotta di classe quella capacità di «esprimere i processi storici come soggettività reale»: una precisa prassi politica in cui il soggetto rompe lo scrigno incantato della naturalezza apparente dei rapporti sociali per riconoscersi come «sostanza cosciente della storia», in grado perciò di articolare storicamente il passato, e di distruggere il continuum ideologico del dominio. Ma si badi, non si parla qui di un soggetto monolitico, omogeneo, coerente con sé stesso e autoreferenziale nelle sue varie modalità di esperienza del mondo: non si tratta, banalmente, del soggetto kantiano, trascendentale e piatto, ma di un soggetto rivoluzionario, storico, che incorpora in sé stesso l’elemento distruttivo, la crisi, e che sulla crisi si costituisce. Nella storia, infatti, «non si tratta mai di risposte evolutive alla crisi (anche nel caso delle risposte democratiche), ma di risposte soggettive al movimento reale di un soggetto determinato».
Ecco apparire, allora, di nuovo, la centralità della lotta di classe: la contraddizione, l’espressione più acuta ed evidente del carattere soggettivo della trasformazione storica. Sarebbe sempre il soggetto, quindi, nella lettura di Buondonno, a rappresentare la capacità di trasformare il punto di vista sulla storia, a generare la rottura con la tradizione, ad assumere su di sé la distanza critica della mediazione dialettica.
Un’idea forte di soggettività rivoluzionaria, che si costruisce nel rapporto con quelle esperienze capaci di produrre un punto di vista critico verso quei processi che hanno progressivamente svuotato e impoverito la nostra eredità umana, gettandoci nuovamente nella barbarie. Barbarie che, tuttavia, ha anche una valenza positiva, perché ci induce a ripartire da zero, a ricostruire una coscienza dei soggetti. «La possibilità del radicalmente nuovo nasce proprio dalla coscienza del radicalmente povero». Lasciarsi attraversare dal negativo, dunque, organizzare politicamente il pessimismo. Questo è il messaggio politico autentico di Benjamin. Contro ogni estetizzazione della politica, è necessario invece riorganizzare i disperati, gli ultimi, le rovine frammentate della storia. Non più piangere, non più sperare, ma cercare nuove armi.

- Gianpaolo Cherchi - Pubblicato sul Manifesto del 25.7.2017 –<

mercoledì 24 gennaio 2018

Pasquinate


Romanzi a chiave che svelano gli intrighi di corte, opere troppo fiacche quanto a faziosità socialista, storie d'amore in bengali da cui traspare l'odio per la dominazione inglese, e poi censori ormai insofferenti del loro lavoro, poliziotti sulle tracce di testi proibiti e appassionati bibliotecari indiani: sono solo alcuni dei protagonisti, di carta e in carne e ossa, di un libro dagli obiettivi non meno semplici che audaci – ripensare l’idea stessa di censura. Attraverso approfondite ricerche d'archivio, Darnton ricostruisce, negli aspetti teorici e nell'applicazione pratica, i meccanismi di controllo messi in atto da tre diversi sistemi autoritari: la Francia borbonica del XVIII secolo, dove il libro era un privilegio per pochi e la sanzione regia valeva non solo a reprimere, ma anche a certificare la qualità del prodotto, mentre il censore era al tempo stesso critico letterario e revisore editoriale; il Raj britannico, osservato nel momento in cui, dopo la rivolta del 1857, l'esigenza di tenere d'occhio la produzione letteraria indigena si tradusse in una curiosa mania etnografico-classificatoria; e la Germania dell'Est, dove la censura era parte di un vasto piano di ingegneria sociale e gli apparatčik svolgevano nell'ombra il ruolo di agenti-editori, negoziando permessi di pubblicazione, discutendo le bozze e lavorando per riportare nei ranghi i potenziali dissidenti. Sono prassi censorie distanti nello spazio e nel tempo, eppure capaci – se indagate con la maestria di Darnton e il suo inconfondibile gusto per il racconto – di riportare alla luce «un sistema di controllo che permea le istituzioni, colora i rapporti umani e penetra nei meccanismi più intimi dell'anima». E di farci riflettere sui problemi che oggi pone la convergenza di due tipi di potere, «quello dello Stato, che va sempre più estendendo le proprie attribuzioni, e quello della comunicazione, sempre più forte e diffuso con lo sviluppo di nuove tecnologie».
(dal risvolto di copertina di: Robert Darnton, I censori all’opera. Adelphi.)

Come censurare la Storia
- Intervista a Robert Darnton -
 La chiusura di un account Facebook o Twitter per contenuti impropri. Un voto a uno studente. L'utilizzo del maschile al posto del femminile. Non presentarsi nudi a un colloquio di lavoro. Non pubblicare un libro. Il politically correct. Siamo abituati a chiamare — o a pensare come — censura qualsiasi limitazione all'espressione dell'io. Ma che cosa sia la censura lo rivela Robert Darnton, professore a Harvard e lì direttore della biblioteca, in un saggio intitolato I censori all'opera. Darnton analizza i modi e i tempi della censura nell'India britannica, nella Francia dei Borboni e nella Germania Est comunista e, speleologo di archivi storici, racconta con la precisione appassionata dello studioso, il senso della prosa del romanziere e la tenacia del tenente Colombo durante un'indagine, quanto la nostra idea della censura sia ombelicale e quanto l'immagine che abbiamo dei censori sia infantile. Darnton spiega perché la censura non è la mera opposizione di creatività e repressione ma, nei regimi analizzati, dal punto di vista dei censori, quasi coincide con la letteratura. Robert Darnton, senza minimizzare lo scoramento, lo scetticismo e la disaffezione sotto i regimi autoritari, e senza dismettere l'ardore verso il Primo emendamento della Costituzione americana, riconosce al censore un ruolo tra i tanti (autori, stampatori, redattori, lettori) che concorreva a produrre letteratura.
Chiara Valerio: Il sottotitolo del suo saggio è "Come gli Stati hanno plasmato la letteratura". Che cos'è la letteratura?
DARNTON: « Come alcuni studiosi, tra cui Alvin Kerman, penso che la letteratura sia un particolare fenomeno storico che si è sviluppato nel XIX secolo insieme al diritto d'autore, a un più ampio mercato editoriale, a una letterarietà più evidente, e a un culto del genio tra gli scrittori che hanno cominciato a vivere del loro lavoro. Prima di tutto ciò, le "lettere" implicavano diversi elementi, in particolar modo il mecenatismo. Il potere statale ha permeato entrambi i sistemi per quanto in modo diverso. Lo ha fatto anche prima? Certo, perfino Omero cantava davanti ai suoi mecenati. Come Pierre Bourdieu, considero la letteratura nel modo più ampio possibile. Per quel che mi riguarda, non ha solo a che vedere con la creatività della lingua, ma ha luogo in un sistema di relazioni di potere e di norme espresse all'interno di un ambito socialmente determinato. Avrei potuto applicare questo approccio ad altri sistemi, ma ho deciso di limitare la mia ricerca a tre, in tre paesi e secoli diversi, per i quali era disponibile una documentazione sufficientemente corposa».
VALERIO: Perché la Francia dei Borboni, l'India britannica e la Germania Est comunista?
DARNTON: «Ho cercato di dimostrare come, in questi tre sistemi autoritari, la censura sia da ricondurre ad aspetti fondamentali della società: il privilegio nella Francia del XVIII secolo, la sorveglianza nell'India del XIX secolo, la pianificazione nella Germania Est del XX secolo. Questi fenomeni connotavano il mondo in cui i censori esercitavano la propria azione a un livello quotidiano, e lo estendevano anche a tutta la società».
VALERIO: Nel libro si aggirano cameriere, menestrelli, poliziotti, scrittori, faccendieri, figuri di ogni risma. Se dovesse scegliere una figura in questa Commedia umana della censura, chi sarebbe?
DARNTON: « Mi sono imbattuto in un numero talmente grande di personaggi affascinanti che è difficile dire quale sia il mio preferito. Ma, se proprio dovessi scegliere, sceglierei M.lle Bonafon, femme de chambre a Versailles che scrisse un roman à clé sul proprio amore per Luigi XV. Il suo romanzo, Tanastés, non è un'opera d'arte. Ma il rapporto sul suo interrogatorio alla Bastiglia mostra uno spirito nobile che contrasta le domande del capo della polizia. La donna cercò di evitare che incriminassero gli altri servitori che l'avevano aiutata a pubblicare il libro, con astuzia evitò le trappole preparate per lei in quella raffica di domande, e ribadì senza mezzi termini il fatto di essere l'autrice. Un autore che era al contempo una donna e una servitrice? Il tenente generale di polizia non riusciva a crederci. Ho trovato questa storia illuminante… La Comédie humaine di Balzac è stata per me di grande ispirazione. Nel loro piccolo, gli storici imitano Balzac, perché provano a ricreare mondi che sono esistiti nel passato, compulsando gli archivi».
VALERIO: Leo Strauss, profugo dalla Germania nazista e importante filosofo e studioso di letteratura, sostiene che i censori sono stupidi, perché incapaci di "leggere tra le righe", di cogliere il significato nascosto. Lei qui dimostra il contrario, i suoi censori sono talmente abili da comprendere quali temi e quali parole faranno eco nel pubblico…
DARNTON: «Per quanto io rispetti l'opera di Leo Strauss, credo che si sia sbagliato sulla censura. Ritiene i censori incapaci di comprendere i significati nascosti tra le righe di opere filosofiche e letterarie. I censori che ho preso in considerazione invece sapevano molto bene come individuarli. Quanti ho intervistato in Germania Est subito dopo la caduta del Muro mi hanno raccontato di aver apprezzato e perfino ammirato il modo in cui scrittori come Volker Braun giocavano con l'ironia e sfidavano il pubblico a leggere tra le righe. Riconoscevano la nozione di spazio di significato (Spielraum), ma cercavano di limitarlo. I limiti erano imposti dalla linea del partito come indicato dal dipartimento Cultura in seno al Comitato centrale del Partito comunista. I censori ammettevano che esistesse questo monopolio nel potere, e non se ne vergognavano, perché — spiegavano — la letteratura doveva essere pianificata come ogni altra cosa nel sistema socialista. Peraltro, sostenevano che il mercato funziona come una forma di censura negli Stati Uniti. Capivo l'argomentazione, che aveva una sua forza, ma ritenevo cruciale il fatto che la Ddr avesse una propria versione dei gulag e che nella Germania Est non fosse possibile pubblicare nulla senza il visto della censura. Noi viviamo in un mondo pieno di vincoli ma penso che confondere i vincoli con la censura significhi banalizzare il concetto di censura».
VALERIO: Ci sono vincoli nel suo lavoro?
DARNTON: «Penso agli storici che più ammiro, come Marc Bloch, Jacob Burckhardt e Johan Huizinga. Hanno lavorato sottoposti a dei vincoli? Assolutamente. Bloch fu messo a tacere e ucciso dai nazisti, e Huizinga si oppose ai nazisti dalla sua posizione di docente e rettore dell'Università di Leiden. La censura può assumere forme meno drammatiche e più insidiose. Richiede una vigilanza continua. Un'autorità pubblica in Texas approva libri di storia venduti all'utenza delle scuole e delle università, e gli editori talvolta rendono più moderati alcuni passaggi, specialmente su temi come il darwinismo, per fare in modo che vengano adottati in quello stato».
VALERIO: Quali sono i tempi, i modi e le insidie della censura nell'America del governo Trump?
DARNTON: «Mentre tutti proclamano la propria distanza da Trump, pare che non facciano altro che mordersi la lingua per paura di provocarlo. Col mio libro spero di aver dimostrato che l'autocensura è il tipo di censura più insidiosa ed efficace. Questo speciale filtro interiore esiste ovunque e certamente è molto diffuso negli Stati Uniti dell'amministrazione Trump. La cosa curiosa, però, è che Trump non sembra capace di censurarsi. Si direbbe che smani dalla voglia di twittare, e non sia in grado di controllare i suoi commenti dettati dall'impulso, o di renderli più incisivi. Il compito principale del nuovo capo del suo staff, John F. Kelly, sembra essere quello di imporre una qualche forma di controllo sulle caotiche relazioni della Casa Bianca, censurando le informazioni che arrivano al presidente e cercando di tenere lo stesso Trump sotto controllo. Il risultato di tutto questo è stato che di recente Trump lo ha investito con urla e insulti, i peggiori che si sia mai trovato ad affrontare in trentacinque anni di servizio».
VALERIO: Come reagisce la stampa americana a questi comportamenti di Trump?
DARNTON: « Sono tempi bui per il dibattito politico negli Stati Uniti. Mi consola il pensiero che le fake news sono sempre esistite. Ho studiato la loro storia nel mio recente libro The Devil in the Holy Water. Uno dei più grandi maestri delle fake news è il vostro indomito Pietro Aretino. Per quel che mi riguarda, preferisco le "pasquinate" a Fox News. Torno sempre su Pasquino quando sono a Roma, e mi chiedo cosa avrebbe detto di Trump».
- Intervista di Chiara Valerio - Pubblicata su Repubblica del 17/7/2017 -

martedì 23 gennaio 2018

Buono a nulla!


Un celebre adagio (di volta in volta attribuito a Slavoj Žižek o a Fredric Jameson) recita che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Lo slogan There Is No Alternative tanto caro a Margaret Thatcher è stato infine adottato anche dalla sinistra liberale, e nemmeno la crisi del 2008 è riuscita a scalfire la generalizzata convinzione che, fuori dal capitalismo, sia impossibile ipotizzare strade altre. Ma qual è l’effetto di questo «realismo capitalista» sul nostro immaginario? E qual è il suo ruolo nel diffuso sentimento di rassegnazione e infelicità che permea le nostre vite?
In questo breve ma fondamentale testo che ha avuto un impatto enorme sugli ambienti culturali in primo luogo anglofoni, il critico e teorico Mark Fisher ragiona su come il realismo capitalista abbia occupato ogni area della nostra esperienza quotidiana, e si interroga su come sia possibile combatterlo. E lo fa attraverso esempi presi non solo dalla politica, ma anche dai film e dalla narrativa di fantascienza, dalla musica pop e dalla televisione.
Con Realismo capitalista, Fisher ha firmato una delle più penetranti, illuminanti e dolorose analisi del mondo in cui viviamo. Ma Realismo capitalista è anche un testo che apre all’idea di possibilità, e che ribadisce che un’alternativa c’è. Leggerlo, per dirla con lo scrittore e poeta Alex Niven, è come «tornare a respirare dopo tanto, troppo tempo trascorso sott’acqua».

(dal risvolto di copertina di: Mark Fisher, "Realismo capitalista", Nero Edizioni. 156 pagine. € 13.)


Il capitalismo ci manda in depressione? Affidiamoci a un (geniale) buono a nulla
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di Christian Raimo -

Insegno in un liceo, e un paio di anni fa dovetti portare i miei studenti ad assistere a un sedicente esperto che li avrebbe introdotti alle tecniche di memorizzazione veloce per «essere più performativi». Un ragazzo del mio quinto di allora, bravo, intelligente, simpatico, sempre un po’ polemico, a un certo si alzò e interruppe l’incontro: «Posso dire una cosa? Per me essere performativi è una merda». Mi scaldò il cuore. E oggi mi è tornato in mente mentre leggevo l’edizione italiana – finalmente! - di Realismo capitalista di Mark Fisher, appena pubblicato dalla neonata Nero, casa editrice diretta da Corrado Melluso e Valerio Mattioli, il quale cura anche la traduzione e scrive una prefazione gioiello. Se dovete leggere un saggio solo quest’anno, leggete questo. O se dovete leggere un solo autore quest’anno, leggete questo e la traduzione di The weird and the eerie , sempre Mark Fisher, che uscirà fra qualche mese per minimum fax. 
Nella sua prefazione Mattioli parla della «funzione Fisher», ossia dello strumentario enorme che questo studioso e attivista inglese, nato nel 1968 e morto suicida nel gennaio dello scorso anno, è riuscito a elaborare, attraverso il suo blog K-Punk, attraverso i suoi libri e i suoi interventi pubblici. Per questo colpisce come questo libro sia così adatto ai nostri tempi e al nostro mondo, nonostante Fisher appunto sia morto, nonostante sia stato pubblicato in Gran Bretagna nel 2009 e parli ovviamente di un contesto politico situato.
Quello di cui scrive Fisher non è il disastro del socialismo europeo o la crisi della politica tout-court nell’era delle fake news e della fine dell’intermediazione. RC è un libro che racconta il prepolitico ancora più della dimensione politica. Ci svela che siamo immersi dentro un’ideologia che è così pervasiva che non soltanto non riusciamo nemmeno a riconoscerla come tale, ma che addirittura crediamo che il mondo sia ormai stato liberato dalle ideologie; e che quindi qualunque nostra scelta, persino qualunque nostro pensiero, non potrà più immaginare qualcosa di diverso dalla realtà come è adesso. È più difficile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, recita una celebre provocazione attribuita a Fredric Jameson o Slavoj Žižek: il neoliberismo ha prodotto nei suoi quasi quarant’anni di dominio una trasformazione delle coscienze. Il «there’s no alternative» che era la risposta thatcheriana alle proteste contro la sua politica è la condizione genetica con cui viviamo da animali sociali. L’esempio tangibile? La depressione come malattia di massa. Questo l’avevano profetizzato Deleuze e Guattari quando scrivevano Capitalismo e schizofrenia. Frank Furedi quando nel Nuovo conformismo raccontava di quando agli operai che accettavano i licenziamenti sotto la Thatcher venisse offerto un anno di terapia psicologica. Paolo Virno quando parla di sfruttamento del tempo libero da parte del capitalismo cognitivo. Bifo anche nel suo ultimo libro Heroes quando parla del suicidi collettivi e degli attentati come esito di una patologia determinata dalla ferocia del capitalismo. Christian Marazzi quando parla di bipolarismo – ansia maniacale e disforia – data dal meccanismo altalenante e allucinato dell’economia ridotta al rischio finanziario. Alain Ehrenberg nella Fatica di essere sé stessi nel descrivere l’ansia come prestazionale come modello di formazione nella società contemporanea. Pierre Dardot e Christian Laval quando nell’ultima parte dell’Unica ragione del mondo descrivono di come la malattia psichica sia funzionale al meccanismo neoliberale. Francesca Coin in un bellissimo ricordo di Fisher che si trova su Effimera o in suoi recenti sulla depressione dell’accademia. E molti altri. 
Ma leggere Fisher ha un valore in più: dona un senso di conforto strano, nonostante lui si sia tolto la vita; perché il suo stile è personale ed è così amabile la sua voce, così intimo il suo modo di ragionare e confessarsi, che nel momento in cui ci svela che questa riflessione nasce dall’essersi sentito inefficace, non performativo, «buono a nulla», come racconta in un suo bellissimo scritto, Good for nothing. («Anche quando sono stato ricoverato in un reparto psichiatrico, mi dicevo che non ero veramente depresso – stavo solo fingendo di esserlo per evitare il lavoro, o nella logica infernale e paradossale della depressione, nascondevo il fatto di non essere in grado di lavorare, e che per me non c’era alcun posto nella società»), ci siamo sentiti affratellati a lui, come davvero capita raramente. Alla sua diagnosi impietosa, che fa strame di tutte le difese che ci costruiamo per difenderci dalla luce nera della depressione collettiva del realismo capitalista – l’ironia, il cinismo, l’amore per l’apocalissi, il conformismo, l’euforia tossica dei social network – Fisher gioca l’azzardo che invece si può immaginare un orizzonte incommensurabile con l’attuale, che si possono costruire nuove forme di coinvolgimento politico, e che persino questo piccolo libro può essere un messaggio d’affetto da parte di chi non c’è più.

- Christian Raimo - Pubblicato sulla Stampa del 20/1/2018 -

lunedì 22 gennaio 2018

Equivoci: il popolo e il demo

cleofonte

Così Aristofane, con l’arma del teatro, diede man forte alla liquidazione fisica dell’ultimo leader della democrazia ateniese.
Siamo nel pieno della guerra del Peloponneso. Atene rischia la sconfitta. La tensione è altissima: il partito aristocratico vuole accordarsi a qualunque prezzo con Sparta e adottare il modello politico dei vincitori. I democratici vogliono resistere fino alla fine e salvare la costituzione. Cleofonte è il leader della parte democratica ed è l’uomo da abbattere.
In questo tumultuoso quadro politico, un ruolo fondamentale lo giocano i drammaturghi. Alcuni di loro intrattengono un rapporto stretto con i gruppi di pressione decisi a scalzare il regime democratico. La commedia si fa, così, interprete della ‘maggioranza silenziosa’, quella che non va all’assemblea popolare, e la sobilla contro i suoi capi presentandoli come mostruosi demagoghi.
Aristofane, il commediografo, si fa agitatore politico. La sua grande abilità consiste nel presentarsi come il difensore del popolo agendo, in realtà, per conto di chi intende distruggere il potere popolare. Nella commedia intitolata Rane getta la maschera, chiede e auspica la condanna di Cleofonte, accanito oppositore del potere oligarchico; rompendo la finzione scenica fa un vero e proprio comizio, e parla, questa volta apertamente, della bruciante attualità politica.

(dal risvolto di copertina di: Luciano Canfora: Cleofonte deve morire. Teatro e politica in Aristofane, Laterza)

Cose terribili su Aristofane
-di Federico Condello -

Dividere il popolo: è la mossa preliminare. È la mossa controrivoluzionaria che tanti rivoluzionari, dal Robespierre del maggio ’93 al Mao del ‘libretto rosso’, hanno paventato e tentato di sventare. Ma è anche la mossa preliminare di chi, a cose avvenute e a sangue versato, le rivoluzioni e le controrivoluzioni vuole capirle al di là delle retoriche contrapposte che sono parte integrante della battaglia. Ed è infatti la mossa preliminare di Luciano Canfora nel suo Cleofonte deve morire Teatro e politica in Aristofane (Laterza «Cultura storica», pp. 518, € 24,00), che è un’appassionante indagine su Aristofane, su Atene, sulle sue guerre civili, e su coloro che di quelle lotte furono protagonisti palesi o pupari occulti. Certo, in omaggio ai sofismi di cui Aristofane si fa beffe negli Acarnesi («Euripide c’è e non c’è, se hai comprendonio»), potremmo dire che questo è e non è un libro su Aristofane e su Atene. Ma non per sobillare o avallare letture allusive (qualcuno ha già colto in questo libro inesistenti moniti contro gli odierni abusi del dileggio ad personam, e attendiamo con ansia chi evocherà attualissimi «comici al potere»); il libro è e non è su Aristofane e su Atene perché esso coniuga l’analisi dei singoli eventi o «atomi di storia» – così Canfora ha parafrasato altrove gli erga di Tucidide – con un’attenzione spietata alla regolarità, pur mai stereotipata, dei fenomeni politici. Perciò questo è un libro che espone «cose terribili ma doverose», come si vanta, per stare ancora agli Acarnesi, il perfido Diceopoli.
Dividere il popolo, si diceva: punto di partenza e insieme fondamento della ricerca. Dividere il popolo, e cioè dissolverne l’unità apparente, per riconoscere dietro la maschera del «demo» una specialissima élite: l’élite urbana che si autoproclama «popolo» e dà così il proprio nome al regime che essa sostiene e innerva; questo «demo» è minoranza, come già sapeva un lucidissimo Nietzsche poco più che trentenne, e non è il «popolo», concetto in sé vacuo e volatile. «Dove comincia, dove finisce il popolo?», si chiedeva il Pasquali di Congresso e crisi del folklore (1929), in pagine da raccomandarsi a quegli antichisti-antropologi che oggi resuscitano addirittura «i Greci», maiuscolizzati e indifferenziati. Dove comincia e dove finisce il popolo di una precisa città (Atene) in un preciso momento storico (la fine del V secolo)? È lo stesso popolo quello che in assemblea dibatte e decide, e quello – tanto più vasto – che si raduna a teatro per ascoltare Aristofane? È lo stesso popolo quello che «fa andare le navi» (come si esprime l’autore della Costituzione degli Ateniesi, con ogni probabilità Crizia) e quello che, legato alla piccola e media proprietà terriera, più rovinosamente subisce i danni della guerra contro Sparta? Decisamente no, risponde Canfora: «il ‘giacobinismo’ della ‘democrazia’ di tipo ateniese», che di una minoranza militante fa la totalità, non deve fuorviarci; esso deve illuminarci, semmai, su tanti altri «concetti ‘neo-giacobini’» via via tornanti nelle esperienze rivoluzionarie successive, con le loro minoranze promotrici dichiarate «d’avanguardia».
Il «demo», dunque, non è il «popolo»; e il popolo non è uno: come non è uno il fronte dei signori che al «demo» si oppongono, quando non possono o non vogliono guidarlo; e vi si oppongono, magari, in nome del popolo altrimenti inteso (‘voi siete migliori dei vostri capi!’: efficacissimo trucco, dal vecchio Teognide ad Aristofane e oltre); o in nome di ideali egualitari più avanzati e radicali – e talvolta più radicati, perché in principio l’uguaglianza fu aristocratica – rispetto a quelli del «demo» razzista e bigotto: sarà questo il caso di tanti intellettuali antidemocratici che la guerra civile l’hanno ispirata o combattuta, pagata con la vita a pace fatta (Socrate) o sul campo (Crizia), o per tutta la vita rimeditata (Platone). Qui non c’è un equivoco solo da dissipare: c’è un nodo di equivoci, che rende così insidiosa, e insieme così fortunata, la nozione di democrazia. Lo notava lo Straniero del Politico platonico: la «democrazia» è quel regime di cui «nessuno usa mai cambiare il nome», quale che sia la sua mutevole sostanza istituzionale e sociale.
Dissipato questo equivoco, o nodo di equivoci, tutto si intende meglio: anche Aristofane, il suo pubblico e la sua committenza. Della commedia cosiddetta antica, quella famosa per l’onomastì komodein, cioè per gli sfottò nominali, Canfora offre un quadro spietatamente realistico, a partire da una definizione dei commediografi quali poeti salariati, spesso e volentieri al servizio delle consorterie ostili al demo. Ne emerge un quadro compattamente antidemocratico dei popolareschi beniamini del pubblico, Cratino o Ermippo, Eupoli o Aristofane. Di Aristofane, in particolare, seguiamo la carriera fra la Lisistrata (inizio del 411), le Tesmoforianti (un anno dopo, nella stesura rivista a noi giunta, calcola Canfora) e le immortali Rane (inizio del 405, in prima stesura e messinscena). Datazioni, contestualizzazioni storiche e conseguenti ipotesi di riscrittura sono oggetto di pagine che non conquisteranno solo i filologi, perché portano nel vivo della lotta politica ateniese; lotta che non fu sempre nobile né ebbe sempre fronti granitici, per come ci si rivela via Aristofane.
Ecco dunque il commediografo sposare, con Lisistrata, la causa dei golpisti antidemocratici del 411: Canfora ridicolizza a ragione l’idea che il putsch fantapolitico della commedia presenti un programma solo per caso coincidente con quello del putsch reale in corso. Ecco poi Aristofane mutare linea al mutare del regime: ciò che avviene con le Tesmoforianti. Eccolo infine tornare sulla linea antidemocratica più oltranzista, mentre Atene si avvia alla sconfitta e il suo «popolo» dispera: ed è la volta delle Rane, che da sempre piacciono ai professori perché, in apparenza, parlano di letteratura. Ma le Rane piacquero al «popolo» (ben disposto o ben pilotato) per la loro faziosa parabasi, cioè per il comizio a visiera alzata che è il cuore della commedia: e l’autore, complice la svolta politica in corso, incassò un eccezionale diritto alla replica. In quella parabasi si colgono allusioni storiche stratificate, a partire dal processo all’ultimo «demagogo», Cleofonte, di cui Aristofane antivede e sfacciatamente annuncia la morte certa: e i dati inducono a ipotizzare una parabasi aggiornata almeno fino al tardo 405, diversi mesi dopo la première, sulla soglia ormai della catastrofe che portò Atene a perdere la guerra e insieme la democrazia.
Chi si avventura in queste pagine deve lasciare l’Aristofane simpatica canaglia di tanti ricordi scolastici, o l’Aristofane trickster dei grecisti aggiornati, che è un Aristofane fuori dal tempo e dalla storia, nutrito solo di ‘carnevalesco’ bachtiniano; un Aristofane che non è poi troppo diverso, nella sua genericità, dal moralista eterno che al principio del Novecento piaceva a Ettore Romagnoli: «attuale parrà la sua opera sempre finché vi saranno demagoghi impudenti, stolti guerrafondai, filosofi acchiappanuvole, poeti asini». «Aristofane era un grande idealista», gli faceva eco Giuseppe Fraccaroli dalle pagine del Corriere (ora possiamo rileggerle, con tante altre, grazie allo splendido L’antichità classica e il “Corriere della Sera”. 1876-1945, a cura di Margherita Marvulli). Anche oggi, quando non si sa che dire dell’Aristofane politico, si dice che fu «moderato»: concetto duttile perché vuoto.
Quell’Aristofane fuori dalla storia, in chiave moralistica o carnevalesca, finisce qui. Restituito al suo tempo, che fu un tempo duro, perderà forse l’aureola, ma certo non lo smalto, come prova il fatto che, con questo restaurato profilo di Aristofane, Canfora ha introdotto a Siracusa, poche settimane fa, le apprezzatissime Rane tradotte da Olimpia Imperio e dirette da Giorgio Barberio Corsetti. Una robusta, salutare iniezione di concretezza storica e politica; e, congiuntamente, il recupero di una linea critica ottocentesca che Canfora ricostruisce sul finire del libro, fra Heyne e Droysen, fra Nietzsche e Wilamowitz, quando rivoluzioni e controrivoluzioni attuali meglio aiutavano a intendere rivoluzioni e controrivoluzioni antiche. C’è voluto un po’ di tempo per recuperarla, quella cruda ma tersa visione delle cose: forse perché – diceva Max Weber – il diavolo è vecchio, e occorre invecchiare per capirlo.

- Federico Condello - Pubblicato su Alias del 16/7/2017 -

domenica 21 gennaio 2018

Ri/Leggere

anderson

Le nazioni non esistono
- di Roberto Esposito -

Non si può certo dire che abbiamo davvero fatto i conti col nazionalismo. La distinzione di Marx tra nazionalismi buoni e cattivi si è protratta fino a noi. Chi tra coloro che vengono dalla cultura marxista non ha celebrato i nazionalismo dei Paesi del terzo mondo in lotta per l'indipendenza, in contrasto con quelli degli oppressori coloniali? Non è stata forse nazionalista la guerra di liberazione vietnamita? Ancora oggi contrapponiamo un nazionalismo positivo, che pone un freno all'omologazione economica e culturale, a quello, detestabile, che impedisce la libera circolazione delle persone. La verità è che non sappiamo bene come definire il racconto nazionalista in rapporto alla realtà delle nazioni. De resto non si può dire che vi sia stato un pensiero veramente all'altezza della questione. Elusa dal marxismo, perché refrattaria al suo impianto economicistico. essa non è nelle corde neanche della tradizione liberale, poco incline a trattare di organismi statali e dei loro derivati. Così non abbiamo avuto né un Hobbes, né un Tocqueville, né un Weber sul nazionalismo, restando per lo più ancorati ad un punto di vista tolemaico. senza mai approdare ad una prospettiva copernicana in relazione ad un problema decisivo della politica moderna.

Traggo queste considerazioni dalla lettura del libro di Benedict Anderson, "Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi", opportunamente riedito da Laterza con l'introduzione affidata a Marco d'Eramo. Colpisce, nel saggio, non solo l'attualità, ma anche l'anticipazione - la versione originale del libro è del 1983 - di eventi regolarmente accaduti nei decenni successivi, come l'esplosione della ex Jugoslavia.
Questo perché l'autore incrocia un'estesissima competenza comparativa sul piano orizzontale con una straordinaria profondità di campo su quello verticale. La sua tesi di fondo è che tutte le idee di comunità nazionale, nonostante l'impressione di universalità, siano frutto di un'invenzione postuma che assegna carattere di oggettività a costruzioni soggettive: in questo modo si trasforma un semplice caso - il fatto di essere nati in un dato posto - in un destino condiviso con altre persone che neanche si conoscono. Quanto poi al pregiudizio nazionalista, esso è ancora più contingente nella sua genesi e nei suoi modi. Per esempio Anderson mostra come non sia affatto vero che alla sua base vi siano necessariamente un popolo e una lingua comune, come ci hanno insegnato i romantici. Sono esistiti, per esempio, dei nazionalismi in Svizzera, Ungheria e Indonesia che non avevano tali caratteri. Ed è sbagliato ritenere che il nazionalismo sia nato in Europa, dal momento che la prima diffusione nazionalistica su vasta scala è avvenuta tra i popoli dell'impero ispano-americano.

Certo, in Europa avverrà il salto di paradigma destinato a trasformare, e pervertire, l'idea di nazione nell'imperialismo, nel colonialismo e poi nel razzismo. Alla sua origine tre passaggi storici decisivi: la nascita delle lingue volgari in cui si frantuma la cultura latina; l'ulteriore rottura dell'ecumene cattolica provocata dalla Riforma; e la potenza tecnologica del capitalismo industriale, produttrice da un lato di un'ideologia globalista, oggi pervenuta all'apice, ma dall'altro dello sviluppo di nuove identità nazionali. La fine dei grandi imperi - asburgico, turco, e poi inglese - ha avuto l'esito ambivalente di disgregare vecchi nazionalismi , favorendo la creazione di altri. Da allora il paradigma di legittimazione politica di gran lunga più diffuso è diventato lo Stato-nazione. Del resto, a riprova di quanto contraddittori siano i fenomeni storici, mai come oggi, nel pieno della globalizzazione, si moltiplicano nuovi nazionalismi. Il mistero che da mille anni ha portato milioni di uomini non solo a uccidere per la Patria, ma anche a morire, è ancora lontano dall'essere penetrato.

- Roberto Esposito - Pubblicato su Repubblica del 14/1/2018 -

anderson Patriotism, Giù la testa

Benedict Anderson: lo sguardo che ti spiazza
- di Marco d'Eramo -

Come è possibile che un autore tradotto in tutto il mondo, adottato come testo ininterrottamente da trent’anni nelle più prestigiose università, sia trascurato e quasi ignorato in alcuni paesi, tra cui brilla l’Italia?
Che Benedict Anderson (Kunming 26 agosto 1936 – Malang, 13 dicembre 2015) abbia avuto una persistente e diffusa influenza dall’ultimo scorcio del XX secolo a oggi, non c’è dubbio: il suo Imagined Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, dal 1983 a oggi è stato tradotto in più di 25 lingue e il sito Worldcat ne censisce 127 edizioni (oltre a 56 della versione francese): nel 1996 ne ho curato la versione italiana presso la manifestolibri (Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi).
Ma tra i 12 volumi che ha scritto, vi sono, tra le altre, perle come The Spectre of Comparisions. Nationalism, Southeast Asia and the World (20 edizioni dal 1998) e Under Three Flags. Anarchism and the Anti-Colonial Imagination (19 edizioni dal 2005).
Perciò non cercherò di tracciare un ritratto a tutto tondo di Ben Anderson, impresa cui andrebbe riservato un intero volume, se è vero quel che di lui mi scriveva Franco Moretti che, come me, lo conosceva bene di persona: «Ben era un pensatore che nei singoli punti a volte sembrava troppo semplice, a volte esagerato [sia pure nel suo tipico stile modesto] – ma che poi, nel suo insieme, era miracolosamente calibrato e interessante. Un fenomeno raro, difficile da capire, e che è un vero peccato aver perso». Mi concentrerò perciò nel cercare di capire perché la sua impostazione ha incontrato tanta resistenza in Italia, tranne tra alcuni studiosi come Mariuccia Salvati, e poi dalle ragioni di questa resistenza cercare di risalire brevemente ad alcuni problemi teorici di carattere più generale che ci riguardano tutti, anche noi italiani.

Il fatto è che nelle Comunità immaginate vediamo in azione una dietro l’altra varie mosse della ragione, tutte mosse del cavallo, se fossimo su una scacchiera. Nel 1983 il problema del nazionalismo non era certo inedito, era stato scavato, scandagliato, arato in lungo e in largo. Era quasi impensabile tirarne fuori qualcosa d’inedito. Scrive Anderson nella sua autobiografia uscita postuma presso Verso, intitolata A Life beyond Boundaries: «Quasi tutti i più importanti lavori ‘teorici’ scritti sul nazionalismo dopo la seconda guerra mondiale erano scritti e pubblicati nel Regno unito [con l’eccezione dice Anderson di Miroslav Hroch del suo studio scritto in tedesco, a Praga, sotto il regime comunista, sui «piccoli nazionalismi»]. Quasi tutti erano scritti da ebrei, anche se da posizioni politiche molto diverse. Sull’estrema destra c’era Elie Kedourie, nato e cresciuto nell’antica comunità ebrea di Baghdad, trasferitosi a Londra da giovane, e influenzato da Michael Oakeshott, allora il più famoso filosofo politico conservatore. Sulla destra moderata c’era Anthony Smith, un ebreo ortodosso inglese che insegnò storia a Londra per tutta la sua lunga carriera. Convinto che gli ebrei fossero la più antica delle nazioni, continuò a sostenere che il nazionalismo moderno si era sviluppato da antichi gruppi etnici. Sulla sinistra liberal c’era il filosofo, sociologo e antropologo Ernest Gellner, un ebreo ceco nato a Praga che si era fatto largo a Londra subito dopo la seconda guerra mondiale. Risoluto liberal illuminista, fu pioniere della cosiddetta prospettiva costruzionista del nazionalismo, sostenendo che era un prodotto strettamente dovuto all’industrializzazione e alla modernità. Sull’estrema sinistra c’era il grande storico Eric Hobsbawm, di parziale origine ebraica, nato nell’Egitto coloniale, la cui educazione era in gran parte dovuta all’Austria prenazista. Hobsbawm era insieme un costruttivista e un comunista e dette un contributo eccezionale al crescente dibattito sul nazionalismo con The Invention of Tradition (1983).» [Anderson 2016, 123-124]

È interessante sottolineare che la data di uscita di questo libro sia la stessa di Comunità immaginate. Il fatto è che, nei suoi termini tradizionali, almeno fino a questi due libri, la discussione sul nazionalismo era in qualche modo scissa dall’idea di nazione. Al primo si riconosceva l’essere apparso solo tardi, alla fine del ‘700, e solo sulla scena europea, mentre la seconda godeva di una sorta di eternità: l’idea era che le nazioni sono sempre esistite, ma i nazionalismi sono recenti.
La prima mossa del cavallo di Anderson consiste nel rompere con questa tradizione che, pur attribuendo al Romanticismo il “risveglio” (sottolineo la parola risveglio) dei nazionalismi, prendeva la nazione ancora nel modo in cui questo concetto chiedeva di essere pensato, e cioè come qualcosa di primordiale, di perenne, la coscienza della cui esistenza era semplicemente assopita, obnubilata, in lungo stato di letargo, e che bastava ridestare: non a caso il Risorgimento si chiama “ri-sorgimento”, perché c’è dietro l’idea di un risollevarsi di qualcosa che è sempre preesistito.
Una visione essenzialista, sostanzialista, del concetto di nazione, come se non solo esistesse, ma esistesse sin dall’inizio qualcosa che chiamiamo italianità, tedeschità, russità, che andrebbe rintracciata in fondo a quello che dal ‘700 in poi è stato chiamato «lo scuro abisso del tempo», come recita il titolo di un bellissimo libro del filosofo della scienza Paolo Rossi [2003]. Insomma pur facendo finta di parlare del romanticismo dal di fuori, di guardarlo dall’esterno, cadiamo sempre nell’illusione romantica sintetizzata dalla celebre triade di Herder, «Ein Volk, ein Land, eine Sprache». Ora, la prima mossa del cavallo di Anderson consiste nello smontare la triade herderiana. E questa mossa viene attuata pensando non all’irredentismo italiano o polacco, ma a nazionalismi su cui non ci soffermiamo mai, il nazionalismo svizzero (quattro lingue, varie stirpi), quello ungherese (che si sviluppò quando il magiaro era parlato solo da una minoranza) o a quello indonesiano che si sviluppa su 14.000 isole in cui sono parlate più di 700 lingue diverse. Pensare a nazioni che non condividono né la lingua, né il popolo, e a volte neanche la terra, e che pure hanno sviluppato un nazionalismo, ti costringe a ripensare completamente il concetto.

Soprattutto ti costringe ad abbandonare la prospettiva essenzialista, una concezione con cui noi andiamo a sbattere in continuazione. Mi riferisco qui alla filosofia scolastica, tanto spesso vilipesa come pura capziosità sillogistica e che invece aprì nuovi orizzonti del pensiero filosofico, proprio come, sotto traccia, il Medioevo produsse quegli incredibili progressi tecnici che resero possibili non solo i grattacieli del tempo – le cattedrali gotiche – ma anche le esplorazioni geografiche del ‘400 e del ‘500 (basti pensare all’introduzione della chiglia nelle navi, o all’invenzione della bussola). Lo stesso avvenne in filosofia, dove riflettendo sugli antichi testi, i vari Abelardo, Scoto, Occam, aprirono la via all’epistemologia moderna. Parlo del problema degli universali, discusso per la prima volta dagli scolastici. Il problema su che tipo di realtà hanno i prodotti del nostro pensiero. Molto spesso, senza accorgercene, noi ragioniamo come se i concetti fossero lì fuori, godendo di una vita indipendente dal fatto che li pensiamo o meno. Era quello che gli scolastici chiamavano la visione realista degli universali, cioè l’idea che i concetti fossero cose, immateriali sì, ma dotate di esistenza autonoma. Se gli universali non cambiano, cambia solo il modo in cui noi li pensiamo. Ma la prospettiva è completamente diversa se invece gli universali sono nomi, sono prodotti da noi e siamo noi che li facciamo nascere, morire, trasformarsi. E infatti lo stesso Anderson racconta, sempre nell’autobiografia, l’episodio fortuito che contribuì a indirizzarlo verso l’impresa mentale di smontare il realismo (nel senso scolastico) dei concetti politici.
«Un giorno, mentre ero seduto nel mio ufficio con la porta aperta, due professori ordinari passarono nel corridoio chiacchierando ad alta voce diretti al lunch. L’uomo che parlava di più era Allan Bloom che molto più tardi avrebbe pubblicato un best-seller intitolato The Closing of the American Mind. Lui era una figura decisamente affascinante e persino intimidente. Sfacciatamente effeminato, favoriva decisamente i suoi studenti maschi rispetto alle femmine, era tuttavia un carismatico professore conservatore e uno studioso eccezionale nel campo della teoria politica, da Platone a Marx. Alla University of Chicago era stato tra i migliori studenti di Leo Strauss, famoso emigrato politico dalla Germania nazista e filosofo del conservatorismo, tra i cui studenti molti, (specialmente brillanti e ambiziosi ebrei) finirono col guidare il movimento neo-con nella vita politica americana sotto Reagan e i due Bush, come anche nelle migliori università.
    Quel che captai di quanto diceva Bloom era questo: ‘Certo tu lo sai che gli antichi greci, persino Platone e Aristotele, non avevano il concetto di ‘potere’ come lo intendiamo oggi’. Questo commento causale da pausa pranzo filtrò nel mio cervello e ci si impiantò. Non mi era mai passato per la mente che due colossi della filosofia, che eravamo stati insegnati a riverire come i fondatori del ‘Pensiero Occidentale’ non avessero in testa un’idea di potere. All’inizio dubbioso, mi precipitai nella biblioteca per consultare il dizionario di greco classico. Vi trovai “tirannia”, “democrazia”, “aristocrazia”, “monarchia”, città”, “esercito”, ecc., ma nessuna voce per un qualunque concetto astratto o generale di potere.
» [Anderson 2016, 114-115]

Ora, proprio su un concetto come “potere” si fa evidente l’illusione essenzialista, sostanzialista, poiché all’osservazione di Allan Bloom l’obiezione più istintiva, più ovvia è che il potere è sempre stato in gioco nelle società umane fin dall’inizio. Ma invece no, qualcosa in gioco che coinvolge i rapporti di forza tra le persone e i gruppi di persone ci deve essere sempre stato, forse anche nei branchi dei lupi, ma quello che noi chiamiamo potere è un concetto molto più articolato, altrimenti Foucault non ci avrebbe potuto filosofare sopra. Un altro tipico esempio dell’illusione realista, per usare i termini scolastici, lo vediamo nel concetto di identità.
Oggi sembra un concetto indispensabile, inaggirabile di ogni nostro ragionare, anzi è fonte di angoscia: “oddio mi sono perso perso l’identità”. Ma se andiamo a frugare un po’ nel suo uso, ci stupiamo per quanto è recente.
Per secoli, la parola identità è stata usata in senso puramente logico: così in Aristotele è un’identità la proposizione “A è A”; l’identico è cioè solo ciò che è sempre uguale a sé. E l’identità è l’attributo degli identici. «Solo all’inizio del XX secolo il termine identità è diventato di uso comune», scrive nella voce Identità il Concise Oxford Dictionary of Sociology (1994), grazie – in psicoanalisi – alla teoria freudiana dell’identificazione e – in sociologia – alla teoria formulata da Herbert Mead del sé come costruzione sociale. Addirittura Eric Hobsbawm data il diffondersi di questo termine all’inizio degli Anni ‘70:
«Ci siamo così assuefatti a termini come ‘identità collettiva’, ‘gruppi identitari’, ‘politiche d’identità’ o, sotto questo aspetto, ‘etnicità’, che ci è arduo ricordare quanto sia recente il loro emergere come parte del vocabolario, o gergo, corrente del discorso politico. Per esempio, se guardate l’Enciclopedia internazionale delle scienze sociali pubblicata nel 1968 – cioè scritta a metà degli anni ‘60 – non troverete nessuna voce sotto il termine identità, eccetto una sull’identità psicosociale redatta da Erik Erikson, che si preoccupava soprattutto di cose come la cosiddetta ‘crisi d’identità’ degli adolescenti che cercano di scoprire cosa sono davvero, e una voce generica sull’identificazione dei votanti. Per quel che riguarda l’etnicità, nell’Oxford English Dictionnary dei primi anni ‘70, appare ancora come parola rara indicante ‘paganesimo e superstizioni pagane’ e documentata da citazioni del ‘700.» [Hobsbawm 1996, 38]
A riprova di quel che afferma Hobsbawm, basta osservare come né A Dictionary of Social Sciences del 1964 (sponsorizzato dalle Nazioni Unite), né il Dizionario di Sociologia di Luciano Gallino del 1978, né il Dictionnarie critique de la sociologie di Raymond Boudon e François Bourricaud del 1982 riportano la voce Identità, anche se il primo dei tre riporta una voce Identificazione come processo psicologico. A quanto mi risulta, il primo a contenere la voce Identità è il Dizionario di antropologia di Charlotte Seymour-Smith del 1986 [d’Eramo 2001]. Ultimo esempio è il concetto di “politica”. Tutti sappiamo che la politica di oggi non è quella degli antichi greci, ma quel che ci sembra cambiato è la pratica del concetto, non il concetto stesso. Il concetto di politica ci sembra immutabile. Solo perché una serie di lezioni di Aristotele ci è stata tramandata sotto il titolo di Politica, noi presumiamo che la politica di cui parlava lui sia la stessa cosa di cui parliamo noi. Ma l’inghippo lo scopriamo subito se guardiamo al fondatore della scienza politica moderna, a Niccolò Machiavelli, colui che ai nostri occhi ha autonomizzato (a differenza di quel che faceva Aristotele) il campo della politica da quello dell’etica. Eppure io non riesco a ricordare un solo passaggio rilevante in cui Machiavelli usa il termine “politica”. Proprio sul termine politica Anderson usa implicitamente quello che lui chiama in una metafora che ripete spesso, «il telescopio all’incontrario”, cioè ci fa pensare al concetto occidentale di politica guardandolo da Est e da Sud. Racconta Anderson del principe giavanese Diponegoro (1785-1855), che aveva combattuto una guerra contro gli olandesi (1825-1830), fu imprigionato ed esiliato in Makassar. Nelle sue memorie «i suoi nemici non compaiono mai come ‘olandesi’». I suoi vincenti nemici sono indicati, nel suo stile manoscritto feudale, per nome personale e per rango.
Vi è un’altra parola assente dalle malinconiche riflessioni di Diponegoro, e questo qualcosa è alcunché noi potessimo onestamente tradurre con ‘politica’. Quest’assenza non è per niente affatto idiosincratica. Nella quasi totalità di Asia e Africa dovettero essere coniati neologismi per questo concetto negli ultimi cento anni e la data di nascita di ognuno di questi nomi è di solito contigua a quella del nazionalismo. Perché ‘politica’ potesse diventare pensabile, come un campo distinto di vita, due cose dovevano succedere: 1) Dovevano diventare visibili istituzioni specializzate, pratiche sociali, e del tipo che sarebbe stato impossibile spiegare nei vecchi vocabolari di reami fondati cosmologicamente e religiosamente: vale a dire elezioni generali, presidenti, partiti, sindacati, comizi, polizia, leader, legislatori, boicottaggi, e simili – e anche nazioni. 2) Il mondo doveva essere capito come uno, in modo tale che, non importa quanti differenti sistemi politici e sociali, linguaggi, religioni, culture ed economie contenesse, vi fosse sempre un’attività comune “politica” che si svolgeva in modo auto-evidente ovunque. Diversamente da, per esempio, “industrialismo” o “militarismo” che, sappiamo, furono coniati in Europa decenni dopo che si erano già messi in moto i fenomeni che cercavano di denotare, i vocabolari di “politica” quasi sempre precedettero la loro realizzazione istituzionale in Asia e Africa. Si leggeva a loro proposito, si modellava su di loro, ed è per questo che tanto spesso i primi mini-dizionari indigeni furono glossari del «come fare politica» [Anderson 1998, 32].

Il fatto è che chi da sinistra affronta il problema della nazione e del nazionalismo, cerca rogna. Ripercorrendo il pensiero “di sinistra” sul tema, non ci si può esimere da un senso di fastidio e disagio per il continuo oscillare teorico, da Marx in poi, documentato dal bel volume, ingiustamente dimenticato, Les marxistes et la question nationale (1848-1914) [Haupt et al. 1974]. Una volta la nazione è ridotta a puro epifenomeno del formarsi del mercato capitalistico e dell’ascesa della borghesia. Un’altra è demone collettivo, puro impulso irrazionalistico da esorcizzare. Un’altra volta ancora è un fattore da usare strumentalmente per far avanzare la causa proletaria. Ci sono i nazionalismi buoni e quelli cattivi. Già tra il 1848 e il 1850 Marx «era favorevole al movimento nazionale dei polacchi e degli ungheresi, e contrario al movimento nazionale dei cechi e degli jugoslavi.» Perché? Perché i cechi e gli jugoslavi erano allora ‘popoli reazionari’, ‘avamposti russi in Europa’, avamposti dell’assolutismo, mentre i polacchi e gli ungheresi erano ‘popoli rivoluzionari’ che si battevano contro l’assolutismo (Stalin dixit) [Stalin 1974 (1948), 274-275]. Nello stesso modo, al cattivo nazionalismo dei fascisti viene contrapposto il buon nazionalismo dei popoli del Terzo mondo nella loro lotta per l’indipendenza e contro l’imperialismo: si noti che – in modo simmetrico – i fascisti vedevano il proprio nazionalismo in termini di lotta di classe mondiale, in cui le “nazioni proletarie” come l’Italia si battevano contro le nazioni capitaliste.
Anche oggi da noi sembra vigere una doppia verità sul nazionalismo. Schematicamente, quando si tratta di opporsi alla libera circolazione del capitale e delle merci (alla cosiddetta mondializzazione e globalizzazione), allora il nazionalismo è buono (dalla scuola economica di Cambridge fautrice di un protezionismo economico, al battersi contro lo spirito di Maastricht). Quando invece si oppone alla libera circolazione degli individui – e dunque è ostile all’immigrazione –, allora il nazionalismo è cattivo.
Nazione e nazionalismo sembrano essere i talloni di Achille del marxismo: «il nazionalismo è il fatto contro cui la teoria marxista s’infrange», aveva scritto nel 1962 Franz Borkenau [94], mentre Tom Nairn nel 1975 era ancora più lapidario: «la teoria del nazionalismo rappresenta il grande fallimento storico del marxismo». Questi giudizi possono anche essere ingenerosi, e persino inesatti, come pensa Mike Davis [2015], ma certo è che tra marxismo e nazionalismo non corre buon sangue, perché, per metterla in termini brutali, i rapporti tra classe e nazione rinviano al grumo irrisolto che nella vulgata ortodossa engelsiana andava sotto il nome dei vessati rapporti tra struttura e sovrastruttura.

Perché il nazionalismo non è solo una dottrina politica, è una formazione culturale confrontabile con le religioni: «Il modo incredibile in cui, per migliaia di anni, buddismo, cristianesimo o Islam sono riusciti a sopravvivere in dozzine di diverse formazioni sociali testimonia la forza della loro risposta allo schiacciante fardello dell’umano soffrire – malattie, mutilazioni, dolore, vecchiaia e morte. Perché sono nato cieco? Perché il mio migliore amico è paralizzato? Perché mia figlia è ritardata? Le religioni cercano di spiegare. La grande debolezza di tutte le correnti di pensiero evoluzioniste-progressiste, incluso il marxismo, è che a tali domande rispondono con impaziente silenzio. […] Il secolo dei Lumi, del laicismo razionalista, portò con sé la propria moderna oscurità. Con l’indebolirsi della fede religiosa, non scomparve la sofferenza che la fede leniva. Disintegrazione del paradiso: niente rende più arbitraria la fatalità. Assurdità della salvezza: niente rende un altro genere di continuità più necessario. Indispensabile era dunque una trasformazione laica di fatalità in continuità, di contingenza in significato. […] Poche entità erano, o sono, più adatte a questo scopo dell’idea di nazione. Se le nazioni-stato sono considerate “nuove” e “storiche”, le nazioni a cui danno espressione politica affiorano sempre da un antichissimo passato e, cosa più importante, scivolano verso un futuro senza limiti […]. Non sto suggerendo che in qualche modo il nazionalismo “rimpiazzi” storicamente la religione. Quel che sto proponendo è che il nazionalismo va interpretato commisurandolo non a ideologie politiche sostenute in modo autocosciente, ma ai grandi sistemi culturali che l’hanno preceduto, e dai quali o contro i quali, esso è nato.» [Anderson 1996 (1983), 25-26]

Se non si coglie questa peculiarità che incorpora la dimensione del senso della vita e della morte, non si riescono a capire emblemi del nazionalismo moderno come il Monumento al milite ignoto o i cimiteri militari. Altre culture hanno eretto cenotafi, ma in quei sepolcri l’identità del defunto era nota, mancava solo la salma. Qui no, riempire il cenotafio sarebbe sacrilego: in quella tomba il corpo assente è la nazione: a Roma il Milite ignoto è l’italiano, a Parigi, sotto l’Arco di Trionfo, quel vuoto è colmo di francesità. «Il significato culturale di tali monumenti diventa ancora più chiaro se si cerca d’immaginare una tomba, diciamo, dell’Ignoto Marxista, o un cenotafio dei Liberali Caduti».
Quando qualcuno ci dice che affinché una nazione si costituisca, va prima immaginata una comunità nazionale, subito sospettiamo che quel qualcuno stia di soppiatto reimmettendo nel dibattito un’impostazione idealistica, un primato dello spirito sulla materia, del pensiero sulla pratica. Che di nuovo stia capovolgendo il rapporto tra struttura e superstruttura, avrebbe sentenziato il tardo Friedrich Engels. E la domanda sorge spontanea: come fai a pensare qualcosa che non c’è? Qui si sta invertendo l’imprecazione di Massimo D’Azeglio: «Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani» [D’Azeglio 1871, 5].
Al contrario di D’Azeglio, Anderson avrebbe detto che per fare l’Italia, si dovrebbero fare prima gli italiani. O, per prendere un esempio attuale, che per fare l’Europa, gli europei dovrebbero collettivamente prima immaginarsi come “popolo europeo”. Ma in realtà è proprio quel che faceva Umberto Bossi quando cercava di creare la comunità immaginata della Padania attraverso riti “celtici”, la venerazione del “dio Po”, la raccolta dell’acqua in un’ampolla e la navigazione del fiume fino ad arrivare a Venezia, rito che nella sua prima celebrazione nel 1996 attirò una folla di 130.000 leghisti. E soprattutto la scelta di Pontida come luogo di raduno annuale dal 1990, in ricordo del giuramento dei comuni lombardi contro l’imperatore Federico Barbarossa nel 1167.
C’è mancato poco perché la comunità immaginata padana desse vita a una nazione padana. Il fatto è che le comunità non possono essere immaginate a briglia sciolta, liberamente, ma che queste immaginazioni collettive sono esse stesse il risultato di dinamiche materiali, di condizioni economiche. In termini di teoria dei sistemi, dobbiamo pensare a una serie di azioni e retroazioni che si modificano reciprocamente. Nel caso dei nazionalismi, Anderson cita esplicitamente il ruolo del capitalismo editoriale nel costituire queste immaginazioni: agli albori del capitalismo moderno, l’editoria costituiva il settore più avanzato, più multinazionale, il primo che alludeva a una “produzione di massa” di beni di consumo serializzati e standardizzati. Anche qui si vede la capacità di Anderson guardare oltre il proprio orizzonte temporale, visto che a noi oggi l’editoria pare un settore del tutto marginale (e in declino) della produzione economica complessiva.
Lo stesso Anderson ha scritto splendide pagine sul ruolo delle comunicazioni moderne nel plasmare quello che lui chiama appunto long distance nationalism, «nazionalismo in teleselezione» [Anderson 1992].
Questo continuo processo di retroazione tra grandi correnti economiche e immaginazioni collettive si vede benissimo in Under Three Flags, in cui irredentisti filippini interagiscono con anarchici francesi, seguono l’esempio di irredentisti cubani, mentre Sun Yat-sen, il padre della repubblica cinese, impara la lezione dei boeri in rivolta contro l’imperialismo inglese.

«Usando la nazione e le nazioni stato come unità base di analisi fatalmente ignoravo il fatto ovvio che in realtà queste unità erano legate insieme e traversate da correnti globali politico-intellettuali come liberalismo, fascismo, comunismo e socialismo, come anche da vaste reti religiose e forze economiche e tecnologiche. Dovevo anche prendere sul serio la realtà che ben poche persone sono mai state ‘soltanto’ nazionaliste. Per quanto forte fosse il loro nazionalismo, potevano anche essere avvinti da film hollywoodiani, neoliberalismo, gusto per i manga, diritti umani, incombente disastro ecologico, moda, scienza, anarchia, post-colonialità, astrologia, linguaggi sovra-nazionali come spagnolo o arabo, ecc. L’aver capito queste serie debolezze teoriche spiega perché il mio Under Three Flags: Anarchism and the Antai-Colonial Imagination (2005) verteva non solo sull’anarchismo globale alla fine del XIX secolo, ma anche sulle forme globali di comunicazione, specie il telegrafo e la navigazione a vapore.» [Anderson 2016, 128]

Con l’understatement che gli è proprio, Anderson non ha bisogno di sottolineare i paralleli tra il nostro discorso (e la nostra retorica) sul terrorismo attuale e invece il discorso di fine ‘800 sull’anarchia. Gli basta parlare di persone come Emile Henry. Figlio di Comunardi esiliati, Henry era nato in Spagna, tornato in Francia fu brillante allievo dell’Ecole Polytechnique, ma fu espulso nel 1891 per anarchia, e quando l’anarchico italiano Sante Caserio fu ghigliottinato per aver ucciso nel 1894 in un attentato il presidente francese Lazare Carnot, Emile Henry fece scoppiare una serie di bombe finché fu catturato e dopo meno di un anno ghigliottinato anche lui. Ecco cosa scriveva Emile Henry:
«Noi anarchici non risparmiamo né donne né bambini, perché non sono state risparmiate neanche le donne e i bambini di coloro che amiamo. Non sono innocenti vittime quei bambini che, negli slums, muoiono lentamente di anemia perché il pane a casa è scarso e quelle donne che impallidiscono nelle officine e si sfiancano a guadagnare quaranta soldi al giorno, e sono ancora fortunate se la povertà non le precipita nella prostituzione; quei vecchi che avete ridotto a macchinari per tutta la loro vita e che gettate nella spazzatura appena la loro forza si è esaurita? Almeno abbiate il coraggio dei vostri crimini, gentiluomini della borghesia, e convenite che la nostra rappresaglia è pienamente legittima. Avete impiccato uomini a Chicago, tagliato le loro teste in Germania, strangolato a Jerez, fucilato a Barcellona, ghigliottinato a Montbrisons e a Parigi, ma non distruggerete mai l’anarchia. Le sue radici sono troppo profonde; è nata nel cuore di una società corrotta che sta cadendo a pezzi; è la reazione violenta contro l’ordine stabilito. Rappresenta le aspirazioni egualitarie e libertarie che stanno sconfiggendo l’autorità esistente; l’anarchia è ovunque, il che rende impossibile catturarla. Finirà con l’uccidervi.» [in Anderson 2006, 117-118]

- Marco d'Eramo -

fonte: StoricaMente - Laboratorio di Storia -

sabato 20 gennaio 2018

Metamorfosi

apuleio

Caposaldo del fantastico antico ma in realtà di ogni tempo, l'opera di Apuleio nota come Le metamorfosi o più comunemente "L'asino d'oro" è l'unico romanzo latino a oggi pervenuto intero. Il volume che si propone costituisce un rinvio commentato, guidato, alla lettura di quest'opera bizzarra. Un'opera giocata sullo spiazzamento del lettore (e degli stessi critici, che ne dibattono il senso autentico), tra divertita ironia, fiaba erotica, orrore onirico e sapienza iniziatica, dipanata come viaggio nella terra delle Madri: di qui la scelta anche nella nostra lettura di un itinerario "in progress". Nelle pagine del romanzo tutto cambia continuamente, metamorfizza in continui colpi di scena: in un teatro di personaggi e fantasie idealmente tra Fellini e David Lynch, per bocca del povero protagonista Lucio trasformato (per errore) in asino, l'autore avvocato, conferenziere, forse mago e di sicuro un po' istrione gioca a tutto campo per tenere inchiodati i lettori/spettatori attraverso laboratori di streghe, caverne di briganti, alcove di signore birichine e santuari di Iside. Una scatenata, vertiginosa contaminazione di generi dal sentore - diceva Flaubert - d'incenso e d'orina, ma insieme una grande avventura di rinnovamento interiore; un'opera da rileggere - tale la funzione del volume proposto - continuando a farsi domande.

(dal risvolto di copertina di: Franco Pezzini: L’importanza di essere Lucio Eros, magia e mistero ne L’asino d’oro di Apuleio, Odoya, pp. 332, € 20,00)

Apuleio, quanti agganci nel romanzo iniziatico
- di Paolo Lago -

Il fascino esercitato dalle Metamorfosi (o Asino d’oro, utilizzando l’indicazione offerta da Sant’Agostino) di Apuleio (II secolo d. C.) è assai vasto: non solo perché si tratta dell’unico romanzo latino giunto per intero fino a noi – il Satyricon di Petronio, purtroppo, ci è pervenuto in forma frammentaria – ma anche perché è un’opera letterariamente complessa e raffinata. Si tratta infatti di un romanzo ‘iniziatico’, denso di riferimenti ai misteri religiosi del culto orientale di Iside – stando soprattutto all’interpretazione di Reinhold Merkelbach – ma la sua narrazione deve molto anche a un background più basso, come le fabulae Milesiae di Aristide di Mileto (salaci novelle di carattere erotico) a cui lo stesso autore riconduce la propria opera, e a tutta una tradizione novellistica nata soprattutto per delectare, per divertire. Si tratta, inoltre, anche e soprattutto di un romanzo di viaggio: la storia è incentrata infatti sulle peripezie del protagonista Lucio, in viaggio in Tessaglia, regione greca nota per streghe e magia (quasi una Transilvania del mondo antico), il quale, avvicinatosi incautamente agli incantesimi di una strega, si ritrova tramutato in asino. Sotto la veste asinina, poi, il personaggio viene condotto, dai più svariati padroni, da un capo all’altro della Grecia, fino a ritrovarsi a Corinto dove, durante una processione sacra a Iside, riuscirà a cibarsi delle rose necessarie per ritrasformarsi in uomo.
Sul romanzo di Apuleio è uscito recentemente un interessante volume di Franco Pezzini nella collana «I classici pop» di Odoya: L’importanza di essere Lucio Eros, magia e mistero ne L’asino d’oro di Apuleio (pp. 332, € 20,00). La collana in questione, curata dallo stesso Pezzini, si pone come «una rilettura divertente e accattivante dei classici» perché «se li chiamiamo “classici” un motivo ci sarà: letti a distanza di tanto tempo non solo mantengono freschezza, ma ci interpellano concretamente, offrono macchine per pensare e fantasia per costruire». L’autore (che per Odoya ha pubblicato anche un denso volume su misteri e curiosità della Londra vittoriana, costituito principalmente dai suoi interventi su «Carmillaonline», riscritti per l’occasione) ci «invita a riprendere in mano l’opera originale senza sostituirsi ad essa, come un amico che racconta una storia suscitando in noi il desiderio di rileggerla». Pezzini ci guida con intelligenza e rigore attraverso le pagine di Apuleio attuando, dietro ogni angolo, cortocircuiti sorprendenti e inaspettati con l’universo moderno e contemporaneo. Il libro di Pezzini, infatti – come lo stesso romanzo di Apuleio, caratterizzato da numerose novelle inserite che aprono diverse digressioni narrative – offre una svariata gamma di digressioni verso altri orizzonti, realizzate per mezzo di microparagrafi a tema inseriti nel testo. Questi ultimi costituiscono tante vie di uscita dall’universo apuleiano per correre rapidamente verso suggestioni di carattere antropologico, storico, sociale relative al mondo antico in generale, nonché verso diversi ‘agganci’ con la contemporaneità, siano essi la riscrittura del romanzo sotto forma di graphic novel realizzata da Milo Manara o la rappresentazione teatrale messa in scena da Paolo Poli, oppure le peripezie sotto veste asinina di Pinocchio, le cui vicende di metamorfosi trovano nell’opera di Apuleio una sicura fonte di ispirazione.
Degni di nota, inoltre, sono i disegni ispirati al romanzo realizzati dallo stesso Pezzini che, insieme a molte altre illustrazioni, accompagnano il testo in una tensione continua verso l’immagine, grazie anche ai numerosi rimandi alle arti figurative presenti nel saggio. Sempre con un occhio di riguardo per le scintillanti invenzioni linguistiche del testo (oggetto di un recente articolo di Monica Longobardi, già autrice di una innovativa traduzione del Satyricon), l’autore pone l’accento sul carattere di metamorfosi continua che – oltre a essere presente come tema principale – investe le vicende e le figure. Infatti, oltre a riproporre diversi personaggi che, per la loro caratterizzazione, appaiono simili ad altri già incontrati in precedenza, il testo di Apuleio, secondo Pezzini, offre un continuo ribaltamento metamorfico delle avventure, in modo da stravolgere le ‘banali’ aspettative del lettore. Lo stesso romanzo, poi, nel corso del tempo si è per così dire metamorfizzato nelle vesti di novella medievale e rinascimentale, di fiaba romantica, di traduzione, di opera teatrale, di film. E adesso infine, nelle vesti di questo intelligente racconto critico.

- Paolo Lago - Pubblicato su Alias del 17/9/2017 -