giovedì 31 agosto 2006

fusione sanpaolo-intesa


«Che cos'è un grimaldello di fronte a un titolo azionario?
Che cos'è l'effrazione di una banca di fronte alla fondazione della banca stessa?
Che cos'è l'omicidio di un uomo di fronte alla sua assunzione? »

- "L'opera da tre soldi" - Bertolt Brecht -

...portavano la peste


"La psicoanalisi costituisce una tecnica per guarire gli individui sofferenti dai desideri e dagli impulsi male indirizzati, che tessono intorno a loro delle ragnatele di terrori infondati e di attrazioni ambivalenti; una volta liberatosene, il paziente riesce a condividere con relativa soddisfazione i più realistici timori, le ostilità, le pratiche erotiche e religiose, le occupazioni, le guerre, i passatempi e i doveri familiari che la sua particolare civiltà gli offre."

- "L'eroe dai mille volti" - Joseph Campbell -

mercoledì 30 agosto 2006

arbeit macht frei 2


"Tra le misure che potrebbero entrare nel provvedimento economico vi è anche
l'innalzamento dell'età pensionabile.
L'annuncio, sempre da Telese (BN), in questo caso è del ministro per le Attività produttive, Pierluigi Bersani che sull' ipotesi di elevare l'età di accesso alle pensioni, spiega : "Stiamo naturalmente ragionando anche sul problema pensionistico. Ci stiamo riflettendo entro una logica di stabilità del sistema e anche di grande attenzione alle questioni sociali".

(fonte - La Repubblica)

don quixote


DON CHISCIOTTE
di Gordon Lightfoot

Attraverso la foresta, attraverso la valle
giunge un cavaliere libero e selvaggio
Chi sarà mai quel giovane cavaliere coraggioso
che schiva, abbassandosi, le pale dei mulini?
Selvaggio benchè sia mite
Forte pur essendo debole
Spietato, eppure tenero
Scaltro e umile, allo stesso tempo

Allunga la mano fino alla bisaccia
e ne trae un vecchio libro sciupato
Ritto come un profeta sfrontato
le sue urla attraversano l'oceano da riva a riva
fino a che la voce non gli manca
"Ho attraversato paludi e montagne
con la facilità di un falco che vola
Una volta ero un cavaliere risplendente
guardia personale del re
Ho frugato il mondo da cima a fondo
cercando di un posto dove poter dormire
Ho visto prevalere il forte
e il debole soccombere
Ho visto i figli dei contadini
svegliarsi e non avere niente da mangiare
Ho visto i proprietari terrieri
uscire a cavallo per prendere aria."

Allunga la mano fino alla bisaccia
e ne trae una spada arrugginita
che brandisce come fa un cavaliere
le sue urla attraversano l'oceano da riva a riva
fino a che la voce non gli manca
E vede il carceriere con la sua chiave
che si chiude alle spalle ogni traccia di colpa
E vede il giudice sopra lo scranno
che tratta il caso meglio che può
E vede i saggi e i malvagi
alimentare il sacro fuoco della vita
E vede il soldato con la sua arma
costretto a morire per essere ammirato
E vede l'uomo che fa la punta all'ago
E vede l'uomo che compra e vende
E vede l'uomo che mette il collare
a coloro che non osano parlare
E vede l'ubriacone nella locanda
vivere alla giornata lottando con i soldi
E vede la gioventù nera nel ghetto
costretta a vivere per strada

Allunga la mano fino alla bisaccia
e ne trae una croce annerita
adesso sta ritto come un predicatore
e le sue urla attraversano l'oceano da riva a riva
Poi in un impeto di zoccoli che si aggrovigliano
attraversa galoppando la pianura polverosa
via, ancora alla vana ricerca
il posto in cui trovare oblio.

Attraverso la foresta, attraverso la valle
giunge un cavaliere libero e selvaggio
Chi sarà mai quel giovane cavaliere coraggioso
che schiva, abbassandosi, le pale dei mulini?
Selvaggio benchè sia mite
Forte pur essendo debole
Spietato, eppure tenero
Scaltro e umile, allo stesso tempo

arbeit macht frei



"Il lavoro rende liberi". E' lo slogan scelto da Tommaso Coletti, presidente della Provincia di Chieti ed esponente della "margherita", per i depliant e le inserzioni pubblicitarie della Provincia che promuovono i Centri per l'impiego.
"Il lavoro rende liberi - scrive Coletti nella pubblicità - Non ricordo dove lessi questa frase ma fu una di quelle citazioni che ti fulminano all'istante perché raccontano un'immensa verità". Secondo il presidente, senatore della Margherita nella scorsa legislatura, il messaggio non è di cattivo gusto perché "le parole hanno un significato in senso assoluto e non in relazione a chi le adopera".

martedì 29 agosto 2006

generazioni


[…] Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. Si è spezzato il legame dei tempi. Abbiamo vissuto troppo del futuro, pensato troppo ad esso, in esso troppo creduto, e per noi non c'è un'attualità autosufficiente: abbiamo perso il senso del presente. Noi siamo i testimoni e i compartecipi di grandi cataclismi sociali, scientifici e d'altri ancora. La vita quotidiana è rimasta indietro. Secondo una splendida iperbole del primo Majakovskij, "l'altra gamba corre ancora nella via accanto". Ed ecco che "i tentativi di organizzare la vita personale assomigliano agli esperimenti per scaldare un gelato".
[…] Neppure il futuro ci appartiene. Tra qualche decennio ci affibbieranno duramente il titolo di "uomini dello scorso millennio". Avevamo soltanto canzoni affascinanti che ci parlavano del futuro, e d'un tratto queste canzoni da dinamica del presente si sono trasformate in fatto storico-letterario. Quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate al museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel più autentico senso della parola.

"Una generazione che ha dissipato i suoi poeti - Il problema Majakovskij"
- Roman Jakobson -

storie


In fondo è proprio il mondo, tutto questo mondo che a prima vista potrebbe sembrare solo una cosa fatta di pietra e piante, che è una storia, semplicemente.
Il mondo contiene in sè una storia e questa storia e la somma di tutte le storie minori; eppure tutte queste storie minori sono sempre la stessa medesima storia e contengono tutto. Cosicchè tutto è necessario: ogni minimo particolare.
E' questa in fondo la lezione: non si può fare a meno di nulla.
Niente deve essere disprezzato.
Non sappiamo dove stanno i fili. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui si può fare a meno. E tutti quei fili che non conosciamo, che non vediamo, fanno parte anche essi della storia. E la storia può esistere solo nel racconto.
E quindi non si può finire mai di raccontare. Non può esserci fine al raccontare.

- Cormac McCarthy -

lunedì 28 agosto 2006

lupi solitari


Un lupo solitario si aggira da alcuni mesi nella Valle di Goms, Alto Vallese, in Svizzera. Il servizio cantonale della caccia ha chiesto un preavviso a Berna per poter procedere all'abbattimento. Così è previsto quando un lupo abbia sbranato "almeno 35 animali da reddito nell'arco di quattro mesi consecutivi o almeno 25 animali da reddito nell'arco di un mese", e il lupo di Goms ha ucciso complessivamente 33 pecore fra il 1. luglio e la notte del 24 agosto. Ed inoltre è stato accertato che 26 pecore sono state sbranate in un solo mese.
...
Chissà se c'è qualcuno che si ricorda ancora di Luciano Liboni...?



"se si muovono...uccideteli!"


"Ogni personaggio sta lì a darci una chiave del Messico, ogni panorama serve a sua volta a darci la chiave del personaggio, della sua fame, della sua sete, della sua rabbia di vita, della sua paura...Un panorama può spiegare un uomo?
Sì, se è messicano."
- David Samuel Peckimpah - 21 Febbraio 1925 - 28 Dicembre 1984 -

venerdì 25 agosto 2006

...vitti 'na crozza...


Un bel disco "Sicily" di Carlo Muratori . Ben fatto, ben cantato, ben confezionato con quel merletto che occupa quasi metà della copertina. E un bel libretto, con i testi siciliani tradotti in inglese, oltre che in italiano. C'è anche il celeberrimo "Vitti 'na Crozza".
Già, "...vitti 'na crozza supra 'nu cannuni.....". Tradotto come "Ho visto un teschio su un cannone". Un cannone?....ma no, dai!
Il cannone, la grande canna. Così si chiamavano quasi dovunque, in sicilia, sia le torri dei castelli che quelle di guardia: solo che, distrutti castelli a torri, in certi paesi, la parola è rimasta ad evocare una mitica arma da fuoco puntata a minaccia, sull'altura dove invece era il castello.
Al cannone-torre ci si riferisce nel verso "vitti 'na crozza supra LU ( e non "''nu") cannuni", che, a chi non sa, fa piuttosto pensare ad un cannone (arma da fuoco) decorato del piratesco emblema di un teschio. E invece si tratta del teschio di un giustiziato.
Nelle giustizie feudali - anche in Sicilia - si usava attaccare la testa dell'uomo, su cui era stata eseguita sentenza di morte, alla torre del castello; e, se si trattava di un qualche brigante che aveva terrorizzato anche le terre vicine, i "quarti" (di uomo, non di bue) alle porte del paese.
...spendiamo anche due parole su "crozza". Di "crozza" esiste anche una personalizzazione, in Sicilia. Prende il nome di "Viciu Crozza", traducibile in "Vincenzo Teschio". Ed è il nome ed il cognome della "morte". Non la morte che viene per prendere, bensì quella che appare per ammonire.
"Cu nun diuna lu venniri di marzu
ci agghiorna viciu crozza a lu capizzi"
(chi non digiuna nei venerdì di marzo/
si troverà al mattino con la morte al capezzale).
In quanto a Viciu Crozza, è probabile che abbia origine da qualche immagine di san vincenzo con accanto un teschio.
Finisco, aggiungendo solo che il distico ammonitore si usava recitarlo in special modo ai bambini. Come "imago mortis"!

giovedì 24 agosto 2006


Tradurre canzoni, per cantarle, non è la stessa cosa che tradurre canzoni per meglio capirle! C'è stato un periodo, nella storia della musica italiana, in cui le "cover" erano all'ordine del giorno. Erano gli anni sessanta, in Italia, e si "coverava" di tutto. Spesso senza nemmeno dichiararle, le cover! Mi è capitato, non troppo tempo fa, di vedere in televisione un cialtrone (dovrebbe essere "Renato dei Profeti", mi dice google) che spacciava ancora per sua la brutta cover di "Angel of the Morning" di Chip Taylor, che gli aveva dato un immeritato successo negli anni sessanta, per l'appunto. Tradurre canzoni, si diceva, era cosa diffusa. Anche perché in Italia esisteva (credo non esista più) una "strana" legge che faceva sì che il traduttore ufficiale, chessoio, di una canzone di Bob Dylan per esempio, si trovava ad incassare una percentuale non solo sul pezzo coverato e venduto nei negozi, ma anche una percentuale sull'originale. Per esempio, Mogol (tanto per fare un nome), oltre a prendere le "royalties" sul venduto di Tenco e del duo "Jonathan & Michelle", prendeva anche tutte quelle su Bob Dylan riguardo a "Blowin' in the Wind". Questo faceva sì che i traduttori ufficiali fossero pochi e riconoscibili.
Al "problema" della traduzione - conviene citarlo - è dedicato il bel libro, a cura del "Club Tenco", "La tradotta - storie di canzoni amate e tradite" Edizioni Zona.
Assai meno consueto, invece, è stato il "coveraggio" all'incontrario; ovvero la traduzione e interpretazione di canzoni italiane in altre lingue. Fra queste almeno un paio meritano di essere citate. "Disamistade" di Fabrizio de André, da parte dei Walkabouts e "Auschwitz" di Guccini, resa in inglese da Rod MacDonald nel suo album "Man in the Ledge" del 1994.

Auschwitz
by Francesco Guccini
translated from the italian by Rod MacDonald

I died, who was a child
I died, like so many others
who passed through a chimney
and now are in the wind

At Auschwitz, there was the snow
and the smoke rose slowly of so many people
but now there's only a great silence
of so many people in the wind

It's strange, but still I haven't learned
to smile here in this wind
and I wonder, can man learn to live without killing?
and will this wind ever end?

And still, the cannons are sounding
and still, he's not contented
this blood thirst of the human beast
with so many in the wind

Yes, and still, the cannons are sounding
yes, and still he's not contented
we will be here always, the smoke and the powder
of millions in the wind

Un vecchio andava tutte le sere a cantare il tramonto in una grotta in cima alla montagna. E tutte le sere un bambino lo seguiva per osservarlo a distanza. Un giorno il bambino gli domandò: "Canti da solo. La tua gente è dispersa, disgregata, sterminata dall'alcool, la fatica, la fame, le droghe, il carcere... Ormai parlano solo la lingua dell'impero e non sono nemmeno in grado di capirti... perché continui a cantare? Sei rimasto solo". Il vecchio rispose: "Se non lo facessi vorrebbe dire che hanno preso anche me".

...me and Bobby McGee


Ci sono canzoni, per ciascuno di noi, che sono come una sorta di manifesto.
Una canzone-manifesto è qualcosa che si avvicina al nostro "ideale" di canzone. Una canzone ideale...Non tanto perchè riesce a rendere, con le parole e con le immagini che queste suscitano, quei pensieri o quelle considerazioni che ci piacerebbe dire o sentir dire. E' più come un qualcosa che viene messo in scena. Con la musica giusta, col ritornello giusto. Una storia. Forse nemmeno tanto giusta.
E', forse, il film che vorresti girare, o vedere girato da uno dei registi che ami in modo particolare. Un film in cui, naturalmente, la canzone di cui si sta parlando farebbe da tema della colonna sonora.


...me e bobby mcgee
di Kris Kristofferson

Bucai una gomma a Baton Rouge;
Ero solo e mi sentivo scolorito quasi come i mie jeans
Incontrai Bobby, e lei riuscì a farsi dare un passaggio da un tir prima che cominciasse a piovere;
mettendoci così sulla strada per new orleans
Mi stavo soffiando tristemente il naso nel mio fazzoletto rosso e sporco
quando Bobby cominciò a cantare i blues
I tergicristalli schiaffeggavano il tempo e Bobby batteva le mani
e alla fine cantammo tutte le canzoni che il camionista conosceva

CORO:
Libertà è solo un modo come un altro per dire che non hai più niente da perdere
e le uniche cose che hanno valore sono quelle che sono gratis
Era facile sentirsi bene quando Bobby cantava i blues
E, amico, questo ci bastava
Era abbastanza per me e per Bobby McGee

Dalle miniere gelate del Kentucky fino al sole della California,
Bobby condivise i segreti della mia anima
Restava in piedi al mio fianco, qualsiasi cosa io facessi;
ed ogni notte teneva lontano il freddo da me
Finchè dalle parti di Salinas lasciai che se ne andasse
in cerca di quella casa che spero possa trovare
Ed io avrei dato via tutti i miei domani per un solo ieri,
mentre stringevo al mio il corpo senza vita di Bobby.

CORO:
Libertà è solo un modo come un altro per dire che non hai più niente da perdere
e il niente che mi è rimasto e tutto ciò che lei mi ha lasciato
Era facile sentirsi bene quando Bobby cantava i blues
E, amico, questo ci bastava
Era abbastanza per me e per Bobby McGee


*** Nota: Bobby è un nome femminile



mercoledì 23 agosto 2006

E. G. de la S. (1928-1967)


Ci fu un tempo quand'erano in diecimila a portare in capo il suo berretto,
in centomila a portare per le strade, del suo ritratto
grandi ritratti, a gridare il suo nome a perdifiato.
Irreali sembrano ora quei cortei attraverso la città, quasi
quanto la terra e la classe in cui egli era nato.

Lontana dai mattatoi e dalle baracche e dai bordelli
si sgretolava sul fiume la villla del padre. Il denaro era svanito,
ma la piscina fu tenuta. Un bambino timido, allergico,
spesso sul punto di soffocare. Lottò col proprio corpo,
fumò sigari, divenne (per ciò che vuol dire) un uomo.

Sotto il cuscino teneva Jules Verne. La sua prima sortita,
la sua prima fuga nella realtà: Tristi Tropici.
Ma i lebbrosi sotto la decrepita veranda lungo il Rio delle Amazzoni
non capivano ciò che diceva, e continuavano a morire. Fu solo allora
che trovò il nemico che gli rimase fedele fino alla fine,
e il nemico del nemico. Poche vittorie trascorsero, e a lui
l'Uomo Nuovo, una vecchia idea, parve una novità. Eppure l'economia
non ascoltava i suoi discorsi. Mancavano sempre gli spaghetti.
Inoltre non c'era più dentifricio, e di che cosa è fatto il dentifricio?
Le banconote ch'egli firmava non valevano nulla.

Lo zucchero sulla camicia era vischioso.
Le macchine, pagate con valuta pregiata,
arrugginivano sul molo. Un ronzìo di si dice sommergeva La Rampa.
Inchini a Mosca, nuovi crediti. Il popolo aspettava in fila,
era irresponsabile, faceva battute fameliche. Ovunque delatori,
intrighi ch'egli non afferrò mai. Un eterno forestiero.

Voleva moralizzare i Russi. Il filantropo invocava
"l'odio inesorabile che avrebbe trasformato gli uomini
in una violenta, efficace, fredda macchina omicida". In realtà
era una mimosa: preferiva leggere poesie. (Baudelaire
lo conosceva a memoria). Un delicato infingardo, pane per i servizi segreti.

E allora corse alle armi e rimase lì, dove tutto era chiaro
e distinto: nemico il nemico e tradimento il tradimento, nella giungla.
Solo lui stesso pareva spento. "Gonfio, senza barba, con le tempie grigie,
occhiali dalle lenti spesse, come un salesman, in montgomery", così
camuffato si avviò a Ñanccahuazú al suo ultimo lavoro.

Non parlava in quechua né il guaraní. "Il silenzio degli indios
era assoluto, come se venissimo da mondi diversi". Insetti,
liane, boscaglia. "I contadini come pietre". Coliche, attacchi di tosse,
edemi. Dosi eccessive di cortisone. Adrenalina.
Anelante l'ultima iniezione: "Ave María purísima!"

Già "la leggenda si diffondeva come una schiuma. Siamo tutti
Supermen, invincibili". (Sempre questa micidiale ironia,
inavvertita dai compagni). "Un relitto umano", un idolo.
"Lo avremmo impiegato", annunciarono tra i suoi nemici mortali
i più progressisti. Invece spiegarono il suo cadavere
con le mani mozzate. "Un'avventura mistica", anzi,
"una Passione che irresistibilmente ricorda l'immagine di Cristo":
così scrissero i seguaci. Lui: "Les honneurs, ça m'emmerde".
E' stato non molto tempo fa, ed è stato dimenticato. Solo gli storici
si annidano come tarme nella stoffa della sua uniforme.

Buchi nella guerra del popolo. Ormai nella metropoli di lui parla
soltanto una boutique, che gli ha rubato il nome.
In Kesington High Street ardono i bastoncini d'incenso;
accanto alla cassa siedono gli ultimi hippies, fiaccati,
irreali, come fossili, e senza quesiti, e quasi immortali.

Il testo si tronca, e quiete continuano a marcire le risposte.

- Hans Magnus Enzensberger -

...un paese di merda!



Mi dicono che Marcello Mastroianni è morto: lo straniero, il gaudente di La dolce vita, il professore socialista de I compagni, il timido omosessuale di Una giornata particolare, l'uomo di cento e passa film, quasi tutti indimenticabili. Il gigante del cinema italiano ha fatto quel che più lo ripugnava: morire. Qualche mese fa, in un'intervista insieme con Vittorio Gassman, interrogato dal direttore di la Repubblica, diceva che gli sarebbe piaciuto vivere in eterno, circondato dalle donne. Lo stesso aveva detto a me nel '93 a Colonia del Sacramento dove passammo una settimana insieme fuggendo dai rompiscatole e scompisciandoci dalle risate con le sue imitazioni di Gassman, De Niro e Fellini, con le sue storie di donne in cui finiva sempre a mal partito.
Uno dei suoi incanti era che gli annedoti che raccontava lo mostravano come un tipo grezzo. Mi ricordo di uno che tirava dentro Nikita Michalkov e il re di Spagna durante le riprese di Oci Ciornie. Il regista russo credeva di avercela fatta a guadagnarsi i favori di una misteriosa donna che cenava sempre da sola in un lussuoso hotel di Mosca di cui non ricordo il nome. Mastroianni aveva fallito nell'intento di conquistarla perché lei aveva occhi solo per un altro, un passeggero invisibile. Michalkov sembrava perdutamente innamorato della sconosciuta e alla fine di mille seduzioni Marcello riuscì a combinare l'incontro tra i due. Lei gli concesse un appuntamento galante alle due di notte in una stanza dell'ultimo piano e scomparve per tutto il giorno. Il russo attese in paziente veglia che scoccasse l'ora. Alla fine, quando furono le due in punto, si infilò in un ascensore e si piazzò davanti alla porta che lei gli aveva indicato.
Mastroianni aspettava al bar, in ansia: voleva sapere come era andata per il suo amico. Michalkov batté leggermente alla porta, ma non ottenne risposta. Tornò a bussare, questa volta più forte e poco dopo, credendo che lei dormisse, cominciò a battere con i pugni. Allora sì, la porta si aprì e quel che stava lì davanti, in mutande, era il re Juan Carlos di Spagna. Nikita accettò la sua sconfitta e scese per riunirsi con Mastroianni, sconsolato. All'ora delle riprese i due comparirono sbronzi e cantando. Ricordo questa e altre cento storie che raccontava recitandole nelle strade deserte senza che gli pesasse il fatto di essere uno degli uomini più ambiti del mondo. Detestava la fama e i suoi orpelli. Sapeva a memoria le parti dei suoi film migliori e ogni volta che glielo chiedevo si piantava in mezzo al marciapiedi e li ripeteva, soprattutto il professore de I compagni: "Senta, scusi, che paese è questo?". E la risposta: "Questo è un paese di merda". Io dormivo fin dopo mezzogiorno e uscendo dalla mia stanza lo incontravo che si aggirava per il patio dell'hotel. Rispettava gli altri con tanta naturalezza che gli argentini lo lasciavano perplesso con la loro voracità di autografi e il loro affanno di mettersi in mostra.
Ogni mattina cominciavamo allo stesso modo. Mi chiedeva: "Senta, scusi, che paese è questo?". E io: "Questo è un paese di merda". Si faceva un whisky e salivamo su un'auto che ci portava alla litoranea. Mi raccontò che il suo sogno, ai 69 anni che aveva allora, era quello di interpretare un Tarzan vecchio e sgangherato, impotente, patetico. "Perché non mi scrivi la sceneggiatura?". Gli dissi che sì, che forse un giorno... Anni dopo gli sarebbe piaciuto portare sullo schermo A sus plantas rendido un leon che conosceva attraverso la traduzione italiana. Un giorno svegliò per telefono Ettore Scola e gli chiese che cominciassimo subito a lavorarci, che cercasse un produttore, che pagasse i diritti. Non si poté: per quanto sembri incredibile, né lui né il Federico Fellini degli ultimi anni avevano il potere di smuovere i finanziatori. Arrivai a vedere, e quello fu uno dei grandi momenti della mia vita, come lui avrebbe interpretato per nessun altro che per me alcuni istanti della solitudine del console onorario argentino Bertoldi, eroe delle Malvine perduto nelle terre d'Africa.
Era un appassionato della vita alla Casanova. Da quando, adolescente, abbandonò un ufficio per dedicarsi al teatro, fu un uomo felice. La celebrità gli venne con il cinema. Otto e mezzo, I soliti ignoti, tutto il grande momento della commedia italiana. E sempre, al suo fianco, le donne più belle e intelligenti di quel mondo. "Di quale ti ricordi con più affetto? Di Catherine Deneuve o di Faye Dunaway?", gli chiesi una notte; "Di Catherine - mi disse - è molto fine, ha la pelle più trasparente del mondo. Faye Dunaway si ostinava a regalarmi scarpe. Scarpe orribili che io mettevo solo per cortesia".
Venne a salutarmi al porto e questo ebbe per me il sapore di un film perduto. Al momento di attraversare il posto di polizia mi voltai a salutarlo con la mano e al di sopra del bisbiglio della gente che gli si stringeva intorno, mi gridò: "Senta, scusi, che paese è questo?". E per quanto io già lo perdessi di vista, riuscii a rispondergli: "Questo è un paese di merda".

- Un ricordo di Mastroianni - Osvaldo Soriano - "il manifesto" 30 Gennaio 1997

martedì 22 agosto 2006

una canzone per Patricia Hearst


"Ma lei aprì i suoi occhi e si guardò intorno
E vide quanto spesso il denaro contasse più delle persone
Adesso sta scappando via da un mondo che non la vuole
Nascondendosi nel silenzio e nel vento."

da - Song for Patty (1975) - Sammy Walker -

a candle for Durruti


Racconta Al Grierson che il titolo della canzone “Una Candela per Durruti” gli è venuto da Dave Van Ronk, il quale gli raccontò una storia a proposito di un suo amico che, ogni qual volta passava accanto ad una cattedrale cattolica, entrava e accendeva una candela in memoria di Buenaventura Durruti, leader di una colonna anarchica durante la guerra civile spagnola.
La canzone è del 1998. Al Grierson è morto, in un incidente stradale. Nel novembre del 2000, Jack Hardy ha scritto una canzone per lui: “Il fantasma di Grierson”.


Una Candela per Durruti
di Al Grierson

Sui giornali c'era scritto che la guerra era stata vinta dai buoni
E nessuna stella rossa avrebbe più brillato su Mosca
Il mio cuore precipitò dentro l'abisso della mia disperazione, come un passerotto
Quando vidi la pasionaria con un fiore fra i capelli

Sopra una cartolina di Picasso, spavalda e serena
Con la misericordia di una madre, grandiosa come una regina
Aveva riunito tutti i suoi figli che erano divisi
Grazie alla potenza della promessa di una rivoluzione a venire

In mezzo alle tenebre e al disordine, nel fuoco delle nostre paure
Aveva fasciato i nostri corpi spezzati con l'arcobaleno delle sue lacrime
Nell'ora del nostro trionfo, con una promessa per la vittoria
Ed una promessa per il futuro qualora fossimo stati sconfitti

E allora, amico e compagno che stai attraversando l'oceano
Niente scintillanti souvenir, mandami solamente
il miglior rum di Cuba, fatto con la miglior canna da zucchero
E una cartolina di Picasso, non appena toccherai la sponda spagnola

E ricorda fino a domani, sebbene abbiamo ammainato le nostre bandiere
Che ci vollero sei giorni per fare il mondo, e dieci per sconvolgerlo
Accendi una candela per Durruti per onorare tutti i valorosi
chiamando all'appello tutti i caduti nella polvere del cimitero franchista.

migrazione del crimine e crimine della migrazione


Toni Capuozzo, promosso al rango di editorialista, per meriti bellici raccattati sul tubo catodico, tuona dalle "colonne" del TG5 contro la forbice degli immigrati che, fra Brescia e Lampedusa, minaccerebbe i nostri sacri confini nazionali e il nostro altrettanto sacro stile di vita.
"Solo i MERITEVOLI", avverte e non transige, indicando a chi di dovere le linee guida da seguire "avranno il privilegio di poter accedere al nostro bel paese (che in questo caso non è un formaggio)!"
Leggenda vuole che Capuozzo, nella sua dubbia gioventù risalente agli anni '70, sia stato vicino a "Potere Operaio". Ignoro (sebbene ne dubiti) se allora avesse un qualche senso del ridicolo. Adesso, sicuramente, ne è del tutto privo.
Prova a fermarlo tu, Capuozzo, con il tuo corpaccio, il flusso migrante!
Forse non sarà propriamente una risata, ma sicuramente ti seppellirà.

è la stampa, baby, non ci puoi fare niente


Mi domando perché, in questa calda estate, debba accadere che il vice-ministro Visco, già ministro delle finanze ed, in quanto tale, autore insieme ai tre sindacati di una riforma che diede luogo alle sedicenti agenzie delle entrate (riforma che in campagna elettorale venne osteggiata da Tremonti, che ne minacciava l'abrogazione e che, invece, una volta nominato, a sua volta, super-ministro dell'economia pensò bene di tenersi). Dicevo, mi domando perché un vice-ministro debba “minacciare” l'attuazione di una “anagrafe tributaria” in possesso di tutti i dati “incrociati” e in grado di fornire una “fotografia” del contribuente, scatenando, da destra a sinistra (con l'eccezione “morbida” di Robecchi, su “il manifesto”) una gara a sposare o a condannare il mesto annuncio. Quando, come dice Robecchi, basta inserire nel posto giusto il codice fiscale (ma basta anche solo il nome ed il cognome) per sapere cosa possiede il “cittadino”(non la stampante, robecchi, che oggi costa meno di una stecca di Gitanes!).
Certo che ad uno come me, che non si pone tanto il problema di essere paranoico quanto se lo sia abbastanza, viene il sospetto, come nel più feroce dei luoghi comuni qualunquisti, se siano ... tutti d'accordo.
A cercare di prenderci per il culo!
Ciascuno con i suoi mezzi: l'inghilterra con gli aereoporti, l'italia con il fisco....

lunedì 21 agosto 2006

...e tutti se ne andarono in messico...



Il 23 luglio del 1923 Stan Laurel varca la frontiera per il Messico portando con sè otto bottiglie di gin olandese che aspettano solo di essere bevute. A cosa è dovuta la sbornia colossale che ha in programma? E l'assassinio di Pancho Villa che di lì a poco avverrà sotto i suoi occhi è reale o è frutto dei fumi dell'alcool?

"C'e una canzone di Greg Brown in Havana Moon, un disco di Santana, che ripete a ritmo country la frase “E tutti se ne andarono in Messico”, ci andarono i suoi amici, ci andarono i suoi compagni, ci andò persino il suo cane. Immagino che formi parte della congiunzione di due delle più sane tradizioni nordamericane: mettersi in strada (grazie Woody Guthrie, Kerouac, Wyatt Earp, Bob Dylan, John Dos Passos, Calamity Jane, L'uomo Ragno, John Garfield, Ernest Hemingway) e scendere verso la frontiera, cercare il sud (grazie John Reed, Indiana Jones, James Taylor, Clint Eastwood, John Houston, Babe Ruth, Carleton Beals, Mike Gold, Burt Lancaster).
(...)
Scendere a sud, è, come sapevano Malcolm Lowry e Joseph Conrad e Ambrose Bierce, una discesa ai propri inferi. Abbandonando l'ingannevole paradiso nordamericano, il vero inferno, i demoni attaccano, cercano di fuggire dalla pelle ed erompere fuori. Lo sappiamo quando viaggiavamo verso sud, conosciamo i marziani che giocano a ping pong nelle nostre teste. E tutto sommato ci piace essere così, e non in un altro modo. Quello che non ha l'inferno dentro sarà contento di morire davanti al suo televisore in un posto assurdo come Indianapolis."

- "A Quattro Mani" di Paco Ignacio Taibo II -

They All Went to Mexico
by Greg Brown

Where's my pal, where's my friend
All good things must have an end
Sad things and nothings
On and on they go
I guess he went to Mexico

Chorus:
They all went to Mexico
Buenas dias, got to go
Tengo que obedecer
Mi corazon
They all went to Mexico

Where's my mule, where's my dray
Straw hat's packed up and gone away
Mule don't go north and dray go slow
They both went to Mexico
Where's my sweetie, where's the face
That lit dark corners every place
She put up with me long time you know
And then she had to go to Mexico

Chorus

Wheres my brown dog, where's my hound
He liked my truck he hung around
But he's a canine romeo
And I guess he went to Mexico
Where's that woman so sweet, so mean
Her heart was cautious her mind was keen
She was always looking for the peccadillo
I hope she went to Mexico

Chorus

Where's December's happy crew
With German bikes and sidecars too
They take the truck south to St. Louis, MO
Motorcycle all the way to Mexico
Where's my luck, where's my grace
Has it all been just a foolish chase
Every time I hear that rainy chill wind blow
I think it might be time to head to Mexico