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lunedì 25 settembre 2017

L’economia della promessa!!!

salari

Nel 1995 Jeremy Rifkin annunciava, con l'omonimo libro, "la fine del lavoro". L'emblematico titolo rimandava a una visione del futuro nella quale, complice la Terza rivoluzione industriale, sarebbe stato possibile per tutti ridurre le ore di lavoro erogato. All'alba della Quarta rivoluzione industriale siamo costretti a parlare della fine del lavoro pagato, a indicare un'epoca nella quale l'innovazione tecnologica, la robotica e il digitale vengono usati principalmente per ridurre i salari, inducendo ciascuno a lavorare sempre di più per compensare un lavoro che vale sempre di meno. In questi anni, il lavoro gratuito è in rapida crescita - lo ritroviamo nei grandi eventi come Expo, in stage e tirocini sino all'alternanza scuola-lavoro - a normalizzare quello che per lungo tempo è stato un ossimoro: l'impiego di lavoro libero e non pagato. Quali sono le conseguenze della diffusione del lavoro non pagato? È possibile pensare il rifiuto del lavoro ai tempi della precarietà e della disoccupazione? Come, in ultima analisi, muovere verso un modello economico che riconosca il valore del lavoro e della riproduzione sociale? 

(dal risvolto di copertina di: Francesca Coin (a cura di): Salari rubati. Economia, politica e conflitto ai tempi del salario gratuito, ombre corte)

Mappe per sfuggire all’inferno del lavoro gratuito
- di Roberto Ciccarelli -

Il lavoro non pagato è il presente, e il futuro, sia nel settore pubblico che in quello privato. In Italia prende la forma del tirocinio nell’alternanza scuola-lavoro resa obbligatoria dalla «buona Scuola» di Matteo Renzi; nel curriculum universitario, nel servizio civile e nel «volontariato» all’Expo o nei bandi del ministero dei beni culturali; nel pagare per lavorare nell’intervallo tra un contratto e l’altro. «Il lavoro gratuito – scrive Francesca Coin, curatrice di un volume collettaneo Salari rubati. Economia politica e conflitto ai tempi del lavoro gratuito (Ombre Corte, pp.133, euro 12) – è un moto di spontanea solidarietà del lavoro nei confronti del capitale, legittima la competizione al ribasso che acuisce la povertà e la diseguaglianza sociale».
Formula Paradossale – un lavoro è tale se è pagato – il lavoro gratuito è un’espressione che traduce la tendenza del capitalismo contemporaneo a estrarre da una forza lavoro impiegata 24 ore su 24 quello che Marx chiamava plusvalore assoluto. Dal punto di vista del salario, questo plusvalore assume le caratteristiche della «dis-retribuzione»: il pagamento di una prestazione in denaro è solo una delle forme della retribuzione, per di più sottodimensionata e ritardata all’inverosimile. L’altra è la promessa «di futuri guadagni e di uno status spendibile nel presente», scrive Marco Bascetta. Oggi si è pagati con la promessa di essere stabilizzati in un ufficio pubblico, o in una cattedra a scuola o all’università, nel lavoro culturale. Oppure con la promessa di ottenere «visibilità» e «contatti» utili per una commessa o un «lavoretto».
Nel lavoro autonomo e nella pubblica amministrazione il lavoro gratuito è una formula che traduce un atteggiamento neo-servile presente nella forza lavoro contemporanea: chi crede nella promessa sceglie di svolgere un lavoro con un’adesione e convinzioni superiori a quelle richieste al lavoro salariato classico. È l’applicazione dei manuali del management delle risorse umane: non obbligare i lavoratori, ma renderli partecipi al proprio auto-sfruttamento in vista di una redenzione cThe non arriverà mai: un’assunzione, un salario vero, tutele sociali e previdenziali che in tutta evidenza non esistono più.
È il «trucco» del diversity management, sostiene Alessia Acquistapace: anche gay, lesbiche, trans o eterosessuali trovano nell’azienda un riconoscimento che non hanno nella società. Per questo sono grati ai datori di lavoro, lavorano di più in condizioni da incubo per tenersi stretti uno dei pochi posti di lavoro da cui possono essere esclusi in ogni momento.
La lettura di Salari rubati permette di interrompere, per un momento, l’ipnosi in cui viviamo: quello che chiamano «amore», partecipazione o promessa è uno sfruttamento che mette al lavoro l’antropologia umana. La critica spietata che il femminismo marxista rivolgeva negli anni Settanta a Marx, oggi può essere estesa alle «buone pratiche» del «capitale umano» (Anna Curcio).
Il nuovo capitalismo ha sussunto il femminile, generalizzato le caratteristiche oblative e volontarie del suo lavoro riproduttivo al lavoro in quanto tale. Allo stesso tempo indebolisce il ruolo maschile del capofamiglia, maschio, portatore del pane in famiglia protagonista della società salariata. Per Cristina Morini il doppio processo di «femminilizzazione» del lavoro (gratuito) e «maschilizzazione dell’esclusione» è «un gioco perverso di comunicazioni paradossali che rende vittime entrambi i generi» nella medesima condizione precaria che esalta la gratuità di un lavoro che ha perso la finalità del lavoro salariato.
Chi si ritrae da questa «economia della promessa» nega la sua disponibilità a essere «occupabile» ed è condannato moralmente: non può tuttavia partecipare a un processo di individualizzazione e colpevolizzazione della condizione lavorativa, ricorda Andrea Fumagalli. Rompere l’ideologia neoliberale dell’homo oeconomicus, basata sull’imprenditorialità di sé (Silvia Federici), significa «monetizzare il lavoro gratuito» per remunerare una riproduzione del lavoro vivo sganciata dal lavoro servile (Christian Marazzi). La miseria esiste, spiega Franco Berardi (Bifo), perché «la nostra attività è ridotta a un salario» pari a zero. Per rifiutare questo lavoro è necessario un reddito di base incondizionato. Formula antica, e attualissima, questa può essere la battaglia della prossima generazione.

- Roberto Ciccarelli - Pubblicato sul Manifesto del 3 giugno 2017 -

lunedì 5 dicembre 2016

Il sesso del capitalismo

Scholz

"Senza lotta non si ottiene niente"
- Fabian Henning intervista Roswitha Scholz sulla dissociazione-valore e sul patriarcato -

Fabian Henning: Rimane ancora chiaro, come constatavi più di 20 anni fa, quale sia il sesso del capitalismo?

Roswitha Scholz: Ho scritto il saggio "Il valore è l'uomo" nel 1992, che allora venne pubblicato anche sulla rivista "Krisis". È stato soprattutto un esercizio teorico, che ora considero tutto sommato troppo semplicistico. "Il valore è l'uomo" - questa formulazione sensazionale ora mi fa sentire quasi un po' a disagio, perché suona parecchio come se io avessi personalizzato il dominio astratto. La cosa fondamentale per me, tuttavia, è intendere la dissociazione-valore come contesto di base del patriarcato produttore di merci. Quello che qui avviene, è che il femminile ed il lavoro domestico sono dissociati dal valore, dal valore astratto e dalle forme connesse della razionalità, dal momento che alcune qualità connotate come femminili, quali la sensualità e l'emotività, vengono attribuite alle donne. L'uomo, da parte sua, rappresenta qualità come la comprensione, la forza di carattere ed il coraggio. Nello sviluppo moderno, l'uomo è stato identificato con la cultura, e la donna, con la natura. Valore e dissociazione si trovano qui in una relazione dialettica reciproca. La dissociazione-valore attraversa tutte le sfere della società, vale a dire, l'economia, la politica, la scienza e anche la sfera pubblica e quella privata.
Ad ogni modo, ho sviluppato molto più il teorema della dissociazione-valore. Il saggio del 1992 non è che per me sia scomodo, ma credo che non sia più il caso che mi si citi a partire da quello.

F.H.: Nel 2000, hai pubblicato "Il sesso del capitalismo".

R.S.: Sì, ne "Il sesso del capitalismo" ho elaborato e modificato la mia tesi, così come ho fatto in molti saggi che sono stati pubblicati su "EXIT!". Per esempio, nel 2013 ho scritto un testo sulla "cura".

F.H.: Che ne pensi del dibattito sulla "cura"? Ritieni che sia ingenuo il riferimento positivo al lavoro di "curare"?

R.S.: A mio avviso, le discussioni sulla cura vengono soprattutto caricate di moralismo. Il curare, nel patriarcato capitalista emerge non tanto come un problema oggettivo, quanto come una questione etica. Irene Dölling, per esempio, rivendica una valorizzazione delle attività onorarie e di volontariato. Vede il capitalismo decadente. Per lei la cura è una concezione del futuro, cui si riferisce in maniera positiva. Contrariamente alle concezioni più antiche, volte anche ad un apprezzamento della femminilità a partire da una maggior valorizzazione dei cosiddetti lavori riproduttivi, in Dölling il concetto di cura diventa una relazione positiva con la femminilità. In realtà, una tale concezione della cura va bene anche senza il femminismo, in quanto quello che viene idealizzato non sono le donne, ma semmai le attività non commerciali in generale. Sul meta-piano della riproduzione globale della società, la dissociazione-valore, rimane assente in queste teorie. E questo è un vero peccato, poiché la cura - o il ricorso alle attività riproduttive realizzate soprattutto dalle donne - è in origine una concezione materialista, marxista. Non voglio dire che non si debba lottare, ad esempio, per migliorare la qualità spaventosa degli ospedali e delle case di cura, o per migloramenti salariali. Solo che semplicemente non mi piace per niente il kitsch che si esprime nei concetti di lotta come "rivoluzione della cura". Né l'assurdità secondo cui si potrebbe trasfomare questa società in una società della cura...

F.H.: Questo vale anche per le teorie postmoderne?

R.S.: Gli approcci postmoderni, di Judith Butler e Michel Foucault o dei loro allievi, a partire dagli anni 1990 sono stati soprattutto degli sforzi volti alla decostruzione delle identità. Tali approcci queer-femministi pretendono di decostruire i dualismi donna/uomo e produzione/riproduzione. Cosa che però non può che fallire, dal momento che rimane la relazione di dissociazione-valore. Se ora, improvvisamente, gli approcci queer-femministi si interessano alla critica dell'economia politica, la cosa mi sorprende. La critica dell'economia politica ed il queer femminismo sono in contraddizione, già a partire dalle loro premesse. Anche il rapporto fra femministe decostruttiviste e femministe materialiste non si poteva definire esattamente poco conflittuale. Ancora negli anni 1990, chiunque si riferiva alla grande narrativa di Marx veniva ridicolizzato come si si trattasse di un vecchio rimambito. In quell'epoca c'era ben poche femministe che si riferivano a Marx, come, ad esempio, Frigga Haug. Per quanto riguarda Regina Becker-Schmidt e Gudrun Knapp Axeli, mi sono domandata cosa avesse a che fare la loro ricerca con Marx e con la teoria critica. Ritengo che allora fosse anche difficile, per la critica sociale radicale, essere presi sul serio nel mondo accademico. Questo ha a che fare anche con l'istituzione di studi sulle donne e con una mutazione verso gli studi di genere. Politicamente socializzato nella seconda metà degli anni settanta, il femminismo era allora un movimento extra-istituzionale, anti-establishment e contro l'elaborazione teorica androcentrica. A partire dalla metà degli anni ottanta, il femminismo è stato sempre più istituzionalizzato. Per istituzionalizzarsi nelle università, aveva bisogno di legittimarsi sulla base di teorie consolidate, motivo per cui il riconoscimento della dissociazione del femminile è stato represso strutturalmente.

F.H.: Perciò la critica della dissociazione-valore è impossibile nell'università?

R.S.: Nel decennio 1980, non era poi così poco comune parlare della dissociazione del femminile. Con la crescente istituzionalizzazione e con il cambiamento di paradigma da studi sulle donne a studi di genere, di tali approcci si è persa traccia. Sono stati sostituiti da decostruttivismo, interazionismo simbolico e approcci etno-metodologici. In seguito, la teoria femminista è stata sempre più reificata ed ha insistito sempre più visibilmente sulle identità. A causa di questa focalizzazione sulle identità, le strutture di base della società non sono state più affrontate. Anche il movimento delle donne ha finito per concentrarsi sempre più su tutto ciò che è locale e particolare. Nella postmodernità, ha prevalso un sentimento di rifiuto del generale, nel decennio dei novanta le grandi teorie erano malviste.

F.H.: E tutto questo è cambiato?

R.S.: C'è stata un'oscillazione. Diventata visibile nel corso della metà del primo decennio del 21° secolo, con il "Donne, pensate economicamente!" di Nancy Fraser. Fraser criticava il fatto che il movimento delle donne si fosse collocato in maniera troppo integrata rispetto all'ordine esistente. La decostruzione aveva finito per diventare favorevole al neoliberismo.

F.H.: Quindi, tutto può essere ricondotto all'economia?

R.S.: Per me non si tratta di spiegare, o di derivare tutto a partire dalla forma del valore. Bisogna considerare il piano culturale-simbolico, non dobbiamo usare solamente il linguaggio ed il discorso come sostituto della totalità. Anche il piano socio-psicologico è importante. Dobbiamo vedere la dissociazione-valore in quanto contesto di base. Ho sempre detto questo. Spesso mi sono sentita fraintesa - anche da parte dei fan della critica del valore. Costoro recepiscono i miei scritti di critica dell'economia, e, ovviamente, anche quelli di Robert Kurz, ma ignorano i passaggi che portano alla critica della dissociazione-valore. C'è da perdere le pazienza. Assai spesso vengo definita a partire da Robert Kurz. "Krisis" è sempre stata una banda di uomini. Ho dovuto lavorare con insistenza sull'androcentrismo di Robert Kurz, prima di arrivare a che egli si unisse alla mia teoria della dissociazione-valore. È stata un dura lotta per introdurre il femminismo nel gruppo degli uomini. In quanto donna, non mi sentivo presa sul serio, ma senza lotta non si ottiene niente. Ho lottato su due fronti - contro il decostruzionismo e contro gli uomini di "Krisis".

F.H.: Questa lotta ha portato alla scissione del gruppo Krisis e ad EXIT! ?

R.S.: Dal momento che ero una delle poche donne, mi è stata attribuita la colpa della scissione di Exit! e del gruppo Krisis - il che è assurdo. La questione era quella di sapere se la dissociazione fosse un aspetto della totalità, oppure se la dissociazione-valore è il contesto di base del patriarcato produttore di merci. La dissociazione-valore è stato uno dei motivi della separazione, ma non l'unico.

F.H.: Cosa ne pensi della crisi e del rafforzamento dei movimenti di destra?

R.H.: Sto scrivendo un saggio a proposito di queer, genere e svolta a destra. La mia tesi è che il queer ed il genere si incastrano bene nel neoliberismo e nell'ideologia della flessibilità. Inoltre, queer assai spesso non è altro che uno slogan da party e, pertanto, si integra nel migliore dei modi nella società del divertimento degli anni novanta. Ora, il divertimento è finito, e l'atmosfera è cambiata: lo sviluppo della crisi accelera, il risentimento è tornato e si volge contro i cosiddetti gruppi marginali. Prima è stato tentato di decostruire il razzismo, l'antiziganismo e l'antisemitismo - ma ora, a fronte della crisi, queste teorie superficiali, con il loro disprezzo per Marx e per la psicoanalisi, fanno una ben magra figura. La crisi, di fatto, non sarebbe stata evitata, anche con la conoscenza delle strutture sociali profonde, ma, quanto meno, avremmo avuto una valutazione realistica del presente. È già da tempo che vediamo la crisi fondamentale anche nel Sud dell'Europa, Grecia, Spagna, ecc., nella crisi finanziaria e nella caccia agli speculatori, nella relazione di crisi fra globalizzazione e Stato-nazione. Per non parlare del collasso della periferia. È qui che emerge l'identità di genere come ultimo bastione, quando non c'è più nient'altro di sicuro. Contro tutto questo, la decostruzione aiuta ben poco. Ovviamente, sono d'accordo che in una società emancipata la sessualità polimorfa dovrebbe essere vissuta, ma senza desublimazione repressiva. Nel capitalismo, la sessualità liberata non è realmente libera. Vale a dire, non basta riferirsi ad un'identità, o a un'identità differente, su un piano identitario.

- Pubblicato originariamente sulla rivista Jungle World nº 44, del 3 novembre 2016 -

fonte: EXIT!

domenica 8 ottobre 2017

Regali

favole

Adam Smith sbagliava perché le reti sociali precedono l’economia
- Siamo figli del dono e non del baratto -
- di Adriano Favole -

Il dono assomiglia a uno di quei corpi celesti che in teoria dovrebbero esistere, di cui si danno cioè segni di presenza, ma che risulta impossibile vedere con certezza. Guy Nicolas (Alfredo Salsano, Il dono perduto e ritrovato , Manifestolibri, 1994) lo definiva la faccia nascosta della modernità: se la ricerca dell’interesse, il calcolo, il profitto, insomma l’economia di mercato ha un carattere evidente, lineare e misurabile, il dono — che pur sorregge e struttura le relazioni sociali — è quanto mai sfuggente. Non poche narrazioni oggi riportano a galla le economie del dono, ma per intendere che cosa?
Il dono è il gesto disinteressato e generoso, l’anonimo che contribuisce a una campagna di raccolta fondi per i poveri oppure è quel principio di reciprocità mosso dalla triplice legge del dare-ricevere-ricambiare come diceva Marcel Mauss ( Saggio sul dono , Einaudi, 2002) che non esclude in realtà il perseguimento dell’interesse e l’ostentazione del dare? Uno scambio di oggetti, servizi, favori è dono e non mercato quando manca la garanzia della restituzione o, meglio, quando essa è affidata al legame sociale e non a un contratto; è dono quando non c’è una misurazione oggettiva del valore. Il dono in questo caso è reciprocità ma tutto ciò ha ben poco a che fare con il dono «puro» e disinteressato.
Diversi libri pubblicati di recente provano a svelare il pianeta nascosto del dono, in una contemporaneità dominata dal paradigma economicista. Cosimo Marco Mazzoni per esempio considera il dono ambivalente, oscuro, contradditorio e lo definisce un «dramma» ( Il dono è il dramma , Bompiani 2016). La gratuità in effetti induce sospetto: «Se è gratis c’è l’inganno», pensiamo; essa nasconde spesso dinamiche di potere per cui il donare apparentemente liberale schiaccia chi lo riceve. La beneficenza è un prodotto di società della diseguaglianza, in cui prima si accumula la ricchezza in poche mani che in seguito si presentano come generose (Jean Starobinski, A piene mani , Einaudi, 1995). Abitante straniero di un continente dominato dal mercato, il dono presenta molti lati oscuri. Mazzoni però contribuisce a spiegarne la forza e la persistenza nella modernità: il dono consente riconoscimento e ri-conoscenza (reciproca). Soprattutto nella figura maussiana del dare, ricevere, ricambiare, donatori e riceventi si riconoscono a vicenda, ribadiscono attraverso la circolazione degli oggetti la loro «presenza» sulla scienza sociale. Il dono, in questo senso — ed è un vecchio tema dell’antropologia economica — fonda la persona relazionale.
Anche il libro di Matteo Aria I doni di Mauss (Cisu, 2016), che ricostruisce puntualmente i dibattiti che hanno accompagnato il dono all’interno della storia dell’antropologia culturale, ne mostra ambiguità e contraddizioni. Fin dal Saggio di Mauss, il dono oscilla tra interesse e gratuità, tra reciprocità e assenza di restituzione. I critici del dono lo vedono come un «camuffamento» della logica di mercato, come una testa d’ariete di un tardo capitalismo edulcorato e travestito. Donando, gli esseri umani perseguirebbero i propri interessi con altre modalità. Gli entusiasti del dono, riuniti nel movimento che porta l’acronimo M.A.U.S.S. ( Mouvement anti-utilitariste dans les sciences sociales ) vi vedono invece l’ultima forma di resistenza contro la diffusione della specie invasiva dell’ homo oeconomicus , fattosi macchina calcolatrice e distruttrice di ambienti e relazioni sociali. Un tesoro nascosto fatto di volontariato, collaborazione informale, rapporti inter-generazionali che regge la vita delle società post-welfare state , dove è grazie ai rapporti di reciprocità che si supplisce al venir meno dello Stato madre che si prende(va) cura dei figli. Per diradare le nebbie, Aria distingue il dono dalla «condivisione», nozione più adatta a esprimere quelle situazioni caratterizzate dallo «stare» e dal «fare» insieme, anche a prescindere dallo scambio. Si delineano così quattro diverse logiche dell’agire economico: la condivisione, la reciprocità (o dono), lo scambio-mercato e la redistribuzione garantita dallo Stato o comunque da un centro politico.
Un modo di avvicinarsi al pianeta del dono può consistere nel ritornare agli originali lidi oceaniani che ispirarono Mauss. Serge Tcherkézoff, antropologo francese, tra i più importanti esperti europei di Oceania, ha di recente pubblicato Mauss à Samoa (Pacific-Credo, 2016). I samoani, anche oggi, si scambiano cibo, stoffe di corteccia e soprattutto finissime stuoie ottenute intrecciando foglie di pandano, soprattutto nel corso dei riti di passaggio (nascita, primo tatuaggio, matrimonio, accesso al ruolo di «capo villaggio», funerale). Il termine samoano più vicino all’idea di «dono» è sau . A Samoa, ci dice Tcherkézoff, sau significa «la felicità del donare e la capacità di creare la vita». Come sintetizzò un capo di alto rango a Tcherkézoff all’inizio degli anni Ottanta: «La nozione di sau è legata alla persona. Noi diciamo il sau della vita . Vuol dire: il tuo arrivo, il tuo essere qui è il sau della mia vita », per questo all’arrivo di qualcuno o di uno straniero gli si fa un dono.
Nella cultura samoana i doni, soprattutto le stuoie, simboleggiano la capacità dell’essere umano di «nutrire», avvolgere e dare la vita. L’economia dei doni esprime la dimensione relazionale dell’essere umano, la centralità del legame sociale che va anche oltre la dimensione dell’esistente, perché unisce i viventi con gli antenati e con coloro che stanno per nascere. Si potrebbe dire che se i soldi non si portano nella tomba, i doni tutto sommato sì! E così oggi, la diaspora samoana verso la Nuova Zelanda, il Regno Unito e la costa pacifica degli Usa, si accompagna alla diffusione delle stuoie di pandano che simboleggiano la profondità genealogica dei gruppi e la rete orizzontale che lega tra loro le famiglie samoane.
Fin qui antropologi, giuristi, sociologi: ma che ne pensano gli economisti del dono? Quale spazio gli riservano nei loro studi? Nel recente Economics as social science (Routledge, 2016), Roberto Marchionatti e Mario Cedrini ribaltano la tesi di Adam Smith: «La scoperta di Mauss — scrivono — è la mano invisibile dello scambio dono, vale a dire la fondazione socio-politica delle società, da cui dipende la loro dimensione economica (e razionale)».
L’errore di Adam Smith, replicato all’infinito dai suoi discendenti, è stato quello di porre all’origine delle economie umane il baratto, concepito come una forma arcaica di logica di mercato che dimostrerebbe l’universale (e immutabile) natura umana, ovvero il perseguimento dell’utile e dell’interesse individuale. In realtà, come già ha chiaramente argomentato David Graeber ( Il debito , Il Saggiatore, 2011), all’origine furono il dono e il debito, non il baratto. L’economia è incastonata nelle reti sociali e non viceversa. Uscire dall’imperialismo della scienza economica che da tempo si è chiusa in un’isola separata dalle altre scienze sociali, significa insomma mettere al centro nozioni come quelle di dono, condivisione e redistribuzione, la cui complessità rende ragione di un essere che «ancora non è diventato una macchina calcolatrice», come scriveva Mauss.

- Adriano Favole - Pubblicato sul Corriere la Lettura del 18/6/2017 -

martedì 6 dicembre 2016

Il carattere del lavoro

fuckwork2

Fuck Works
- di James Livingston -

Per noi americani, il lavoro significa tutto. Per secoli - diciamo, dal 1560 - abbiamo creduto che servisse a formare il carattere (puntualità, iniziativa, onestà, autodisciplina, e così via). Abbiamo anche creduto che il mercato del lavoro, dove andiamo a cercare un lavoro, sia stato relativamente efficiente nel dispensare opportunità e redditi. E abbiamo creduto che, anche se fa schifo, un lavoro dia senso, significato e struttura alla nostra vita quotidiana - in ogni caso, siamo abbastanza sicuri che ci farà alzare dal letto, ci farà pagare le bollette, ci farà sentire responsabili e ci terrà lontano dalla TV durante il giorno.
   Tutte queste convinzioni non sono più plausibili. Nei fatti, sono diventate ridicole, perché in giro non c'è abbastanza lavoro, e quello rimasto non ci pagherà le bollette - a meno che non si riesca ad ottenere un posto come trafficante di droga o come banchiere a Wall Street, diventando un gangster in entrambi i casi.
   Tutti, in questi giorni, da sinistra a destra - dall'economista Dean Baker fino allo scienziato sociale Arthur C. Brooks, da Bernie Sanders a Donald Trump - rispondono a questo crollo del mercato del lavoro sostenendo la "piena occupazione", come se avere un lavoro sia automaticamente una cosa buona, non importa quanto possa essere pericoloso, duro e umiliante. Ma la "piena occupazione" non è certo la strada per ristabilire la nostra fede nel duro lavoro, nel rispetto delle regole, o in qualsiasi altra cosa che possa suonare bene. Il tasso ufficiale di disoccupazione negli Stati Uniti si trova già al di sotto del 6%, abbastanza vicino a quello che gli economisti sono soliti chiamare "piena occupazione", ma la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi non è cambiata di una virgola. Non sarà un lavoro di merda a ciascuno, a risolvere tutti i problemi sociali che ci troviamo davanti.
   Non prendete per oro colato le mie parole, guardate i numeri. Attualmente, negli Stati Uniti già un quarto degli adulti occupati ricevono salari che sono al di sotto del limite della soglia di povertà - così come un quinto dei bambini americani vivono in povertà. In questo paese, quasi la metà degli adulti occupati ha diritto ai buoni pasto (la maggior parte degli aventi diritto non riceve i buoni pasto). Il mercato del lavoro si trova in panne, insieme a molte altre cose.
   Indipendentemente da quello che vi racconta il tasso di disoccupazione, tutti quei lavori che sono spariti nel corso della Grande Recessione non sono tornati - il guadagno netto di posti di lavoro a partire dal 2000 rimane a zero - e se dovessero tornare dalla morte, sarebbero zombie, lavori condizioni, part-time o lavori a salario minimo, nei quali i capi rimescolano i turni nel corso della settimana: benvenuti al Wal-Mart, dove ti pagano in buoni pasto.
   E non mi si venga a dire che l'aumento del salario minimo a 15$ l'ora risolverà i problemi. Nessuno mette in dubbio il significato morale dell'aumento. Ma a questo tasso di retribuzione, la linea ufficiale di povertà verrà superata solo dopo aver lavorato 29 ore la settimana. L'attuale salario minimo federale è di 7,25$. Lavorando una settimana di 40 ore, per raggiungere la linea ufficiale di povertà  bisogna guadagnare 10$ l'ora. Cosa rappresenta esattamente il fatto di guadagnare uno stipendio che non sia un salario di sussistenza, se non provare che possiedi un'etica del lavoro?

Ma, aspetta un attimo, il nostro dilemma non è forse solo una fase di passaggio del ciclo economico? Come sarà il mercato del lavoro del futuro? I profeti di sventura, quei dannati malthusiani, non sono forse stati sempre smentiti dalla crescente produttività, da nuovi settori di impresa, da nuove opportunità economiche? Be', sì - fino ad oggi. Il trend misurabile degli ultimi cinquant'anni, e le proiezioni plausibili per i prossimi cinquant'anni, sono troppo empiricamente fondati per essere liquidati come scienza triste o come non-sense ideologico. Somigliano ai dati sul cambiamento climatico - puoi negarli, se vuoi, ma sembri un deficiente quando lo fai.
   Ad esempio, gli economisti di Oxford che studiano i trend sull'occupazione ci dicono che quasi metà dei posti di lavoro esistenti, ivi compresi quelli che richiedono "capacità cognitive non di routine" - che richiedono cose tipo pensare - con l'informatizzazione, si trovano a rischio di sparire nei prossimi 20 anni. Stanno elaborando le conclusioni cui sono arrivati due economisti del MIT nel libro "Race Against the Machine" (2011). Nel frattempo, quei tipi della Silicon Valley che fanno le conferenze TED hanno cominciato a parlare di "surplus di esseri umani" come risultato di un unico processo - la produzione cibernetica. "Rise of the Robots", un nuovo libro che cita tutte queste fonti, è scienza sociale, e non fantascienza.
   Così questa nostra Grande Recessione - non prendete in giro voi stessi, non è affatto finita - è tanto una crisi morale quanto una catastrofe economica. Si potrebbe anche dire che si tratta di un'impasse spirituale, dal momento che fa sì che ci domandiamo quale impalcatura sociale, diversa dal lavoro, servirà alla formazione del carattere - oppure se il carattere in sé sia qualcosa cui si debba aspirare. Ma questo è anche il motivo per cui ci viene offerta un'opportunità intellettuale: ci costringe ad immaginare un mondo nel quale il lavoro non serve più a formare il carattere, a determinare il nostro reddito o a regolare la nostra vita quotidiana.

Cosa faresti se tu non avessi bisogno di lavorare per ricevere un reddito?
Per farla breve, tutto questo ci permette di dire, di già e abbastanza, fanculo al lavoro.

Certamente, questa crisi ci porta a domandarci: cosa ci sarà dopo il lavoro? Cosa faresti senza il tuo lavoro in  quanto disciplina esterna che organizza la tua vita quando sei sveglio - come imperativo sociale che ti fa alzare la mattina e ti fa andare in fabbrica, in ufficio, al negozio, al ristorante, dovunque tu lavori e, non importa quanto tu lo possa odiare, dove sempre torni? Cosa faresti se tu non avessi bisogno di lavorare per ricevere un reddito?
   E a che cosa assomiglierebbe la società e la civiltà se tu non dovessi "guadagnarti" da vivere - se il tempo libero non fosse una scelta bensì la nostra sorte? Ciondoleresti fuori dallo Starbuck con il tuo laptop aperto? O faresti volontariato per insegnare ai bambini in luoghi meno sviluppati, come il Mississippi? Oppure fumeresti erba e guarderesti tutto il giorno i reality in TV?
   Quello che sto proponendo qui non è un elegante esperimento mentale. Ormai si tratta di questioni pratiche dal momento che non ci sono abbastanza posti di lavoro. Perciò è tempo che cominciamo a porci maggiormente delle domande ancora più pratiche. Come sarebbe la tua vita senza un lavoro - puoi percepire un reddito senza che tu lavori per averlo? È possibile, ed - qui viene la parte difficile - è etico? Se sei stato educato a credere che il lavoro è l'indice del tuo valore nella società - come è avvenuto per la maggior parte di noi - ti sentiresti un imbroglione a prendere qualcosa senza dare niente in cambio?
   Dal momento che più o meno tutti riceviamo il sussidio di disoccupazione, abbiamo già qualche risposta provvisoria. Fin dal 1959, la componente più in rapida crescita del reddito delle famiglie è stato il "sussidio" da parte del governi. Dall'inizio del 21° secolo, il 20% di tutti i redditi familiari proviene da questa fonte - da ciò che è altrimenti conosciuto come welfare. Senza questo supplemento di reddito, la metà degli adulti con un lavoro a tempo pieno vivrebbe al di sotto della linea di povertà, e la maggior parte degli americani che lavorano si troverebbero nelle condizioni di dover beneficiare dei buoni pasto.
   Ma questi sussidi e contributi sono adeguati, sia in termini economici che morali? Continuando ad ampliarli, sovvenzioniamo la pigrizia, oppure contribuiamo ad arricchire un dibattito su quelli che sono i rudimenti di un buon vivere?
   I sussidi o i contributi, per non parlare dei bonus di Wall Street, ci hanno insegnato a come separare la ricezione di reddito dalla produzione di beni, ma ora, on la fine del lavoro in bella vista, la lezione deve essere ripensata. A prescindere come viene calcolato il bilancio federale, possiamo permetterci di essere il guardiano di nostro fratello. La vera questione non è se, ma in che modo scegliamo di essere.
   So cosa state pensando - non ce lo possiamo permettere! Ma sì che possiamo, e molto facilmente. Alziamo il tetto arbitrario posto ai contributi per la previdenza sociale, che ora è fissato a $127.200, e aumentiamo le tasse sul reddito, rovesciando la rivoluzione reaganiana. Questi due passaggi risolvono un falso problema fiscale e creano un surplus economico laddove invece ora misuriamo un deficit morale.
   Certo, direte voi - insieme ad ogni economista, da Dean Baker a Greg Mankiw, da sinistra a destra - questo aumento delle tasse sui profitti delle imprese è un disincentivo agli investimenti e quindi alla creazione di posti di lavoro. Oppure che spingerà le corporazioni oltre oceano, all'estero, dove la tasse sono più basse.
Ma nella realtà l'aumento delle tasse non può avere questi effetti.
Andiamo a ritroso. Le corporazioni per un bel po' di tempo sono state "multinazionali". Negli anni 1970 e 1980. prima che entrassero in vigore i tagli fiscali firmati da Ronald Reagan, circa il 60% delle merci importate venivano prodotte all'estero, oltreoceano, da compagnie americane. Questa percentuale da allora è cresciuta, ma non di molto.
   Il problema non sono i lavoratori cinesi - il problema è l'insensata idiozia della contabilità aziendale. Ecco perché la decisione del 2010 di "Citizens United" di applicare le regole della libertà di parola alle spese per la campagna elettorale è esilarante. Il denaro non è la parola, più di quanto non lo sia il rumore. La Corte Suprema ha evocato un essere vivente, una nuova persona, da quel che rimane del diritto comune, creando così un mondo reale assai più spaventoso del suo equivalente cinematografico: tipo, Frankenstein, Blade Runner o, più recentemente, Transformers.
   Ma la linea di fondo è questa. La maggior parte dei posti di lavoro non viene creata dagli investimenti privati delle imprese, per cui l'aumento delle tasse sui profitti aziendali non influisce sull'occupazione. Avete sentito bene. Dagli anni 1920, la crescita economica è avvenuta anche malgrado il fatto che gli investimenti privati netti si siano atrofizzati. Cosa significa questo? Significa che i profitti hanno esclusivamente il senso di annunciare agli azionisti (e agli specialisti della concorrenza) che la tua impresa sta andando bene ed ha un'attività fiorente. Non c'è bisogno di profitti per "reinvestire", per finanziare l'espansione o l'aumento della forza lavoro della tua impresa, come ha ampiamente dimostrato la storia recente di Apple e della maggior parte delle grandi corporazioni.

Perciò le decisioni di investimento da parte degli amministratori hanno solo un effetto marginale sull'occupazione. Tassare i profitti delle corporazioni per finanziare lo stato sociale che ci permette di amare il nostro prossimo ed essere i custodi del nostro fratello non è un problema economico. Si tratta di qualcos'altro - è un problema intellettuale, un rompicapo morale.
   Quando riponiamo la nostra fede nel duro lavoro, noi desideriamo la formazione del carattere ma stiamo anche sperando, o ci stiamo aspettando, che il mercato del lavoro assegnerà i redditi in maniera equa e razionale. E il guaio è che le due cose procedono insieme. Il carattere può formarsi sul lavoro quando possiamo vedere che esiste un'intellegibile, giustificabile relazione fra lo sforzo fatto, le competenze imparate e la ricompensa presente. Quando vedo che il tuo reddito è del tutto sproporzionato rispetto alla tua produzione di valore reale, di beni durevoli che tutti noi possiamo usare ed apprezzare (e per "durevole" non intendo solamente le cose materiali), ecco che comincio a dubitare che il carattere sia la conseguenza del duro lavoro.
   Per esempio, quando vedo che si fanno milioni con il riciclaggio dei soldi del cartello della droga (HBSC), o con lo spingere titoli tossici da parte dei manager dei fondi di investimento (AIG, Bear Stearns, Morgan Stanley, Citibank), oppure predando sugli investitori a basso reddito (Bank of America), o comprando i voti al Congresso (tutti quelli sopra insieme) - insomma, i soliti affari a Wall Street - mentre mi ritrovo a mettere insieme il pranzo con la cena per mezzo dei guadagni provenienti dal mio lavoro a tempo pieno, allora realizzo che la mia partecipazione al mercato del lavoro è del tutto irrazionale. Mi rendo conto che dal momento che il crimine paga, formare il mio carattere per mezzo del lavoro è stupido. Potrei benissimo diventare un gangster come loro.
   È questo il motivo per cui una crisi come quella della Grande Recessione è anche un problema morale, un'impasse spirituale - ed anche un'opportunità intellettuale. Abbiamo scommesso così tanto sull'importanza sociale, culturale ed etica del lavoro che nel momento in cui il mercato del lavoro fallisce, nella maniera spettacolare in cui sta avvenendo oggi, non riusciamo a spiegarci cosa stia succedendo, o ad orientarci verso un diverso insieme di significati da assegnare al lavoro ed ai mercati.
   E quando dico "noi", voglio dire praticamente tutti noi, da sinistra a destra, in quanto tutti vogliono rimettere gli americani a lavorare, in una maniera o nell'altra - la "piena occupazione" è l'obiettivo sia dei politici di destra che degli economisti di sinistra. La differenza sta nei mezzi, non nei fini, e questi fini comprendono delle cose immateriali come l'acquisizione del carattere.
   Il che è come dire che tutti quanti hanno raddoppiato il loro interesse per i benefici del lavoro proprio nel momento in cui il lavoro si trova sul punto di svanire. Garantire la "piena occupazione" è diventato un obiettivo bipartisan nel momento stesso in cui è diventata sia impossibile che inutile. Sarebbe un po' come se si fosse voluto garantire la schiavitù negli anni 1850, o la segregazione negli anni 1950.

Perché?
Perché lavorare, per noi abitanti delle moderne società di mercato significa tutto - indipendentemente dal fatto che formi un solido carattere e che assegni un reddito in maniera razionale, e a prescindere dalla necessità di doversi guadagnare da vivere. È stato il medium della maggior parte del nostro modo di pensare una buona vita fin da quando Platone ha fatto una correlazione fra il lavoro artigianale e la possibilità dell'idea in quanto tale. È stato il nostro modo di sfidare la morte, costruendo e riparando le cose durevoli, le cose importanti che sappiamo dureranno oltre il tempo che ci è concesso sulla Terra, in quanto ci insegnano, creandole e riparandole, che il mondo - il mondo prima e dopo di noi - ha i suoi propri principi di realtà, a prescindere da noi.
   Pensate alla portata di quest'idea. Il lavoro è stato un modo per dimostrare le differenze fra i maschi e le femmine, ad esempio con il fondere i significati di paternità e di "capofamiglia", per poi, più recentemente, separarli. Dal 17° secolo, maschile e femminile sono stati definiti - non necessariamente realizzati - dai loro ruoli in un'economia morale, come uomini che lavorano e ricevono salari per la loro produzione di valore per mezzo del lavoro, o come donne cui non viene pagato niente per la loro produzione e cura delle famiglie. Naturalmente, queste definizioni ora stanno cambiando, così come cambia il significato di "famiglia", insieme ai cambiamenti profondi e paralleli nel mercato del lavoro - l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro, è solo uno di questi cambiamenti - ed ai cambiamenti negli atteggiamenti nei confronti della sessualità.
   Quando il lavoro scompare, i generi in quanto prodotto del mercato del lavoro appaiono sfuocati. Quando diminuisce il lavoro socialmente necessario, quello che una volta veniva chiamato il lavoro delle donne - educazione, sanità, servizi - diventa la nostra industria di base, e non più la dimensione "terziaria" di un'economia misurabile. Il lavoro dell'amore, aver cura l'uno dell'altro ed imparare come fare ad essere il custode di nostro fratello - il lavoro socialmente utile - diviene non solo possibile, ma eminentemente necessario, e non solo nell'ambito delle famiglie, dove l'affetto è normalmente disponibile. No, voglio dire là fuori, nel vasto mondo.
   Il lavoro è stato anche il modo americano di produrre il "capitalismo razziale", come lo definisce adesso la storia, attraverso il lavoro degli schiavi, il lavoro forzato, la mezzadria, e i mercati del lavoro segregati - in altre parole, un "sistema di libera impresa" costruito sulla distruzione dei corpi neri, un edificio economico animato, saturato e determinato dal razzismo. Non c'è mai stato negli Stati Uniti un libero mercato del lavoro. Come ogni altro mercato, è stato sempre vincolato da una legale, sistematica discriminazione contro la gente nera. Si potrebbe perfino dire che questo mercato vincolato ha prodotto gli stereotipi ancora operanti della pigrizia degli afro-americani, escludendo i lavoratori neri da ogni lavoro remunerativo, confinandoli nel ghetto della giornata di otto ore.
   Eppure, eppure. Sebbene il lavoro sia stato assai spesso soggiogamento, obbedienza e gerarchia, è anche il luogo dove molti di noi, probabilmente la maggior parte di noi, hanno espresso in maniera consistente il nostro più profondo desiderio umano di essere liberi da ogni autorità o obbligo impostoci esternamente, di essere autosufficienti. Per secoli, abbiamo definito noi stessi per mezzo di quello che facciamo, per ciò che produciamo.
   Ma a questo punto dobbiamo sapere che questa definizione di noi stessi implica il principio della produttività - da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo la sua creazione di valore reale attraverso il lavoro - e ci consegna all'idea insensata secondo la quale valiamo quanto il mercato del lavoro riporta, come prezzo. Ormai è anche tempo di sapere che questo principio dà un determinato corso alla crescita infinita ed al suo fedele accompagnatore, il degrado ambientale.

Finora, il principio di produttività ha funzionato come principio della realtà che ha fatto sembrare plausibile il sogno americano. «Lavora duramente, gioca secondo le regole, vai avanti», oppure, «Ottieni quello per cui paghi, fai il tuo, riceverai giustamente quello che ti sei onestamente guadagnato» - simili prediche ed esortazioni vengono usate per dare un senso al mondo. In ogni caso non suonavano come deliranti. Ma ora lo fanno.
   Di conseguenza, l'adesione al principio di produttività minaccia la salute pubblica quanto minaccia il pianeta (attualmente, sono la stessa cosa). Impegnarci in quel che è impossibile, rende folli. L'economista premio Nobel Angus Deaton ha detto qualcosa del genere quando ha spiegato il tasso anomalo di mortalità fra i giovani bianchi della Bible Belt, sostenendo che «hanno perduto la narrazione delle loro vite» - volendo dire in tal modo che hanno perso la fede nel sogno americano. Per loro, l'etica del lavoro è una condanna a morte in quanto non possono viverla.
   Perciò l'imminente fine del mondo pone le domande fondamentali su cosa significhi essere umani. Per cominciare, cosa potremmo scegliere di fare nel momento in cui il lavoro - le necessità economiche - non consuma più la maggior parte delle nostre ore di veglia e della nostra energia creativa? Quali possibilità evidenti e ancora sconosciuto apparirebbero? Come cambierebbe la natura umana se il privilegio aristocratico del tempo libero fosse diritto di nascita per tutti?
   Sigmund Freud ha insistito sul fatto che l'amore ed il lavoro erano gli ingredienti essenziali per la salute dell'essere umano. Di certo aveva ragione. Ma può l'amore sopravvivere alla fine del lavoro in quanto suo partner attivo nella buona vita? Possiamo lasciare che le persone ottengano qualcosa in cambio di niente e continuare a trattarli come fratelli e sorelle - in quanto membri di una comunità? Puoi riuscire ad immaginare il momento in cui incontri un attraente sconosciuto ad una festa, oppure mentre sei online alla ricerca di qualcuno, chiunque, però quando lo incontri non gli chiedi: «Allora, tu che lavoro fai?»

Non avremo nessuna risposta a tutto questo, fino a quando non ci renderemo conto che il lavoro per noi non significa tutto - e che d'ora in poi non potrà nemmeno più farlo.

- James Livingston - Pubblicato su "Aeon", il 25 novembre 2016 -

fonte: AEON

sabato 13 aprile 2019

“Inter-esse”

Concepito come un viaggio nelle principali istituzioni formative americane, dalle grandi università ai piccoli college di provincia, questo libro di Martha C. Nussbaum si interroga sul ruolo dell’educazione in un mondo sempre più animato da identità diverse, sempre più molteplice, perché sempre più interdipendente e "globalizzato". Di qui l’attualità degli antichi: dell’idea aristotelica di "cittadinanza", ma soprattutto della "critica" socratica e dell’ideale stoico del "cosmopolitismo". Di qui, insomma, l’imprescindibilità dei modelli classici per un’educazione effettivamente adeguata alla nostra modernità. Perché il valore dell’istruzione superiore risiede oggi proprio nella capacità di formare "cittadini del mondo", uomini che al di là di ogni competenza specialistica siano in grado di esaminare criticamente se stessi e la realtà, di cercare e ricercare oltre le barriere di nazionalità, di genere, di classe, oltre ogni identità presupposta: uomini che sappiano vivere le differenze senza perdere la pienezza di una comune radice. Tale, dunque, l’educazione liberal a cui si pensa: un’educazione che, nella sua ispirazione classica, è volta a liberare la mente e lo sguardo dell’intelligenza da ogni pregiudizio che ci impedisca di "coltivare l’umanità" in tutte le forme in cui essa può realizzarsi, e che, proprio perciò, implica un esercizio continuo dell’"immaginazione" per sollevarci sopra le circostanze di fatto in cui siamo immersi e che limitano il nostro orizzonte. In un serrato dialogo con studenti, professori, ricercatori, il libro di Martha Nussbaum ci mostra come questi ideali possano oggi vivere nella cura per la storia delle minoranze, nell’interesse per le culture non occidentali, negli studi sulla sessualità e le differenze di genere.

(dal risvolto di copertina di:  "Coltivare l'umanità", di Martha C. Nussbaum. Carocci.)

La fine dell' umanità
- di Adriano Favole -

In un’intervista televisiva rilasciata a metà degli anni Ottanta, Claude Lévi-Strauss definì l’antropologia culturale come una continuazione del progetto umanistico rinascimentale. Se il Rinascimento, argomentava il celebre etnologo francese, si era caratterizzato come un progetto di conoscenza dell’essere umano attraverso la messa in prospettiva della sua epoca con le civiltà greco-romane; se quel progetto era poi proseguito con una riflessione sulle civiltà che l’Europa aveva incontrato nella sua espansione globale (dal Medio Oriente all’India, alla Cina), l’antropologia culturale consisteva in un tentativo di abbracciare l’umanità nella totalità delle sue espressioni, comprese società che appaiono «lontane e miserabili» e che un tempo si definivano «primitive». Lasciando da parte una questione tutt’altro che marginale, ovvero quanto e come quel progetto di conoscenza si sia intrecciato con le dinamiche coloniali dell’Occidente, viene da chiedersi, di questi tempi, che ne è di questo viaggio attorno all’essere umano. Ci interessa ancora l’umanità nella complessità e varietà delle sue forme? Oppure viviamo una sorta di «fine dell’umanità», una crisi profonda del progetto umanistico che sfocia, non a caso, nel risorgere di ideologie e prospettive razziste o comunque particolaristiche? Quanto incide la mancanza di curiosità e di strumenti per conoscere le varie umanità nella crescita di quello tsunami di odio verso l’altro a cui assistiamo attoniti ogni giorno?
Il sociologo tedesco Dietmar Kamper scriveva alla fine del secolo scorso che il concetto di «essere umano» è legato «a una pretesa che può venire disattesa, perciò so- no necessari particolari sforzi teorici e pratici per mantenere il livello adeguato. (…) Tutte le antropologie di un certo rilievo arrivano a una conclusione negativa: l’essere umano non è definibile ed è “bene” che sia così. L’uomo è eccentrico anziché centrato: è artificiale per natura; è per sé stesso e per gli altri una domanda aperta, che non può trovare alcuna risposta conclusiva e definitiva». Kamper ci dice che il concetto di «umanità» richiede una continua manutenzione, una difesa sempre precaria e tuttavia essenziale, senza la quale l’unità del genere umano non è affatto garantita. Il dato biologico da solo non basta a racchiudere l’umanità in un recinto concettuale comune. Alle parole e ai dubbi del sociologo fanno eco quelle registrate dagli antropologi presso numerose società «lontane e miserabili», per dirla ancora con Lévi-Strauss. Come i BaNande del Nord Kivu (Repubblica Democratica del Congo), studiati a partire dagli anni Settanta da Francesco Remotti, i quali, al culmine del rito di iniziazione maschile, intonavano un canto in cui si chiedevano: «O Dio dei nostri antenati, l’Ordinatore ( Katonga)/ in una casa, in una famiglia, in un villaggio,/ che cos’è un uomo? Noi chiediamo il vostro ritmo, il ritmo degli iniziati./ Che cos’è un uomo?».
Sono domande cruciali, se guardiamo a ciò che accade attorno a noi. L’unità dell’essere umano è minacciata sotto vari fronti. Tornano improvvisamente a manifestarsi ideologie razziste, è evidente. Ma soprattutto è entrata in crisi in questo inizio di millennio, complice la profonda crisi ambientale e delle risorse, l’idea di un destino comune e condiviso. Pesa, senza dubbio, la fine dell’ideologia dello sviluppo, di quel sogno di diffusione globale del benessere economico e della democrazia: un’ideologia tutt’altro che priva di accenti imperialistici certo, ma che ha caratterizzato quasi un secolo di storia. Ne è un chiaro segnale lo sdoganamento politico di atteggiamenti «anti-umanitari»: perché dovremmo aiutare chi attraversa il Mediterraneo o la frontiera degli Stati Uniti con il Messico? Perché accogliere i profughi che sbarcano nel nostro Paese?
La questione «umanitaria» è importante, come negarlo, in un’epoca segnata dai movimenti di massa che l’artista cinese Ai Weiwei ha magistralmente dipinto nel film Human Flow. Davanti alle tragedie dell’immigrazione, ci si divide tra indifferenti e sospettosi («perché dobbiamo aiutarli proprio noi?») da una parte e coloro che sono inclini all’accoglienza dall’altra. L’empatia, per fortuna, abita ancora questo mondo. Tuttavia Coltivare l’umanità (titolo di un libro di Martha Nussbaum edito da Carocci) richiede un preliminare interesse verso gli altri che sembra mancare quasi del tutto in quest’epoca di fine dell’umanità. «Inter-esse» nel significato etimologico di «stare tra», di mettersi in prospettiva, tra «noi» e «gli altri». A chi interessano oggi i sistemi di parentela del Sud della Cina, la vivacità delle oltre mille lingue papua della Nuova Guinea, i rituali redistributivi polinesiani o le cosmologie delle società amazzoniche? A chi interessano le abitudini alimentari o le relazioni di scherzo di una comunità di migranti in una città italiana? Non mi riferisco tanto agli studi specialistici, bensì al loro impatto sociale. Quanto poco la visione di LéviStrauss è diventata progetto pubblico! E quanto si è indebolito, almeno nella rappresentazione collettiva, l’interesse per le questioni umanistiche in generale.
Certo, le società «miserabili» dell’etnologo francese non corrispondono, né oggi né nel secolo di Lévi-Strauss, al nostro immaginario di popoli isolati, lontani, fuori dal tempo. Che si tratti di popoli indigeni o di società che vivono nelle cosiddette aree interne dell’Occidente, di saperi nativi o popolari, di città africane e melanesiane o di villaggi alpini, le trasformazioni subite sono state continue e, come noi, quei nostri simili abitano le contraddizioni della contemporaneità. Nonostante la globalizzazione e il capitalismo però, gran parte di queste società non sono affatto scomparse, hanno piuttosto dato vita a una loro prospettiva di modernità, in stretta relazione con ciò che capitava nel resto del mondo. Le diversità e le somiglianze che hanno costruito, o preservato, meriterebbero tutt’altra attenzione, non l’odio, l’indifferenza o il semplice sguardo pietistico.
Trent’anni fa, quando ero studente e camminavo per i portici di via Po a Torino, le bancarelle di volumi usati erano piene di libri di viaggio o di cataloghi fotografici sull’Africa, sull’Oceania, sull’America Latina. Oggi trionfa la saga dei Savoia. Un mese fa, in seguito al rapimento di Silvia Romano in Kenya (tuttora è nelle mani dei rapitori), l’opinione pubblica si è divisa tra chi non capiva perché una giovane donna dovesse «fare volontariato» in Africa piuttosto che sotto casa a Milano e chi difendeva quel «sogno di gioventù». Ben pochi si sono chiesti se un’esperienza di vita e di lavoro in una comunità africana non possa essere dettata da interesse e curiosità per quella goccia di umanità, al di là delle intenzioni di aiuto. Convinti, di nuovo, di incarnare nel bene o nel male la forma di umanità che ha trionfato nel mondo, consideriamo le altre culture, al più, come contenitori di indigenti a cui prestare soccorso.
La «fine dell’umanità» si intravvede in un’altra direzione, che ci porta a considerazioni piuttosto lontane dalle precedenti. Mi riferisco ai confini sempre più problematici dell’umano. Che cosa c’è nel nucleo dell’umanità che la rende radicalmente diversa dalle altre forme di vita? L’intelligenza? La progettualità? La mobilità? La cultura in senso antropologico? Nel suo libro Plant revolution (Giunti), Stefano Mancuso riconosce tutte queste caratteristiche anche al mondo vegetale. La botanica, gli studi sugli animali, persino la giurisprudenza che, in diversi Paesi, sta attribuendo diritti e qualificazioni di «persona» a fiumi, laghi e montagne, evidenziano un cambiamento di paradigma che incrina, in modo forse definitivo, la distinzione tra natura e cultura, tra l’essere umano e gli altri abitanti di Gaia, la Terra. È curioso: nell’epoca in cui la forza delle tecnologie è divenuta così dirompente da indurci a parlare di «Antropocene» (l’era in cui la stessa evoluzione geologica del pianeta è segnata dalle attività umane), è proprio l’antropocentrismo a essere messo in discussione. E, parallelamente, il post-umano ridisegna i confini tra l’uomo e la macchina.
Un giorno Maurice Leenhardt, pastore protestante e antropologo in Nuova Caledonia agli inizi del XX secolo, chiese a un gruppo di nativi kanak, che frequentavano la sua missione, di descrivere un essere umano. Uno di loro disegnò un fitto insieme di linee che si proiettavano fuori da un centro vuoto, spiegando che si trattava delle relazioni che ci legano ai parenti paterni, a quelli materni, alle «tribù alleate», agli amici. Cancellando le linee, nel centro non rimaneva nulla. Nell’epoca della fine dell’umanità abbiamo ben poche certezze (e forse è un bene così) su cosa ci sia al cuore dell’umanità, sappiamo però che coltivare le relazioni e l’interesse per gli altri, umani e non umani, è un buon modo per uscirne. Siamo esseri eccentrici, diceva Helmuth Plessner, tracciamo confini per poterli oltrepassare.

- Adriano Favole - Pubblicato sul corriere del 6/1/2019 -

NOTA: L'intervista di Claude Lévi-Strauss alla trasmissione televisiva Apostrophes è del 1984. La citazione di Dietmar Kamper è tratta dallo scritto "Uomo" incluso nel volume "Cosmo, corpo, cultura", a cura di Christoph Wulf (Bruno Mondadori 2002). Il libro di Franco Remotti, "Etnografia Nande" è uscito presso il Segnalibro nel 1996. Più recente il saggio di Martha Nussbaum "Coltivare l'umanità", mentre del 2017 è "Plant Revolution" di Stefano Mancusi (Giunti). Il libro di Maurice Leenhardt "Do Kamo" ("l'essere umano") uscì in Francia da Gallimard nel 1947.

mercoledì 5 luglio 2017

Madre Merce

bologna

Un testo importante di Sergio Bologna che analizza tre libri collettanei pubblicati di recente, all’interno dei quali, nelle differenze di taglio e di configurazioni, è centrale il tema della gratuità del lavoro contemporaneo, cioè la crisi del “valore” del lavoro (“merce per eccellenza, la madre di tutte le merci”). Si tratta di: Salari rubati, a cura di Francesca Coin, Ombre Corte, 2017; Le reti del lavoro gratuito, a cura di Emiliana Armano e Annalisa Murgia, Ombre Corte, 2016; Platform capitalism e confini del lavoro negli spazi digitali, a cura di Emiliana Armano, Annalisa Murgia e Maurizio Teli, Mimesis, 2017

Gratificazione o sfruttamento? Dal lavoro gratuito alle nuove forme di organizzazione e mutualismo
– di Sergio Bologna -

Il gruppo di ricercatrici e ricercatori che in Italia indaga sulla distruzione del lavoro salariato, la precarizzazione, il lavoro gratuito, l’estrazione di plusvalore dalle capacità relazionali e dagli stati emozionali, ha raggiunto ormai un grado di approfondimento analitico e di ampiezza di sguardo, che hanno permesso d’illuminare anche i lati più nascosti di questo universo del lavoro in costante decomposizione. E’ un segmento della sociologia del lavoro che ha raggiunto risultati eccellenti, in buon parte realizzati da ricercatori precari. Si potrebbe aggiungere che in parallelo alla svalorizzazione della prestazione lavorativa si assiste a una svalorizzazione delle merci, causata da quella che possiamo chiamare l’”economia della deflazione” e che consiste in una cieca politica degli sconti, in una corsa al ribasso dei prezzi che nulla ha da invidiare a quella delle retribuzioni.

Il Guardian del 23 aprile, in un’inchiesta sul fallimento della catena distributiva britannica BHS, riferiva che negli USA si parla ormai di una retail apocalypse. Le grandi catene riducono drasticamente i loro punti vendita a causa del diffondersi dell’e-commerce (vendite online) ma anche per il restringersi dei margini di profitto determinato da una politica degli sconti attuata sistematicamente per reggere la concorrenza. Centinaia di migliaia di posti di lavoro sono a rischio e, data l’età media del personale di vendita, ne viene investita la fascia di disoccupazione giovanile. Analogo fenomeno si verifica nel settore che sto seguendo da anni per ragioni professionali, il settore dello shipping, della navigazione commerciale, dove siamo arrivati al punto che il 36% della flotta mondiale in esercizio ha un valore pari a prezzi di scrap. In pratica si può comperare sul mercato dell’usato una nave e rivenderla il giorno dopo a un demolitore pakistano o indiano e ricavarci pure qualcosa.

Sembra dunque tutto coerente: se la merce per eccellenza, la madre di tutte le merci, il lavoro, perde valore, necessariamente tutto il resto segue. In realtà il processo è molto meno lineare e pieno di contraddizioni. Se il crollo delle retribuzioni, intaccando il reddito, provoca un crollo dei consumi, invano arginato dalla politica degli sconti che deprime i prezzi, come si spiega l’incremento del 16% nelle immatricolazioni di auto nuove in Italia nel 2016 (o mille altri esempi di questo genere nei paesi dell’Occidente che sembrano in controtendenza)? Dobbiamo prendere atto del colossale mutamento antropologico causato dal postfordismo, dalle politiche neoliberali, dalla globalizzazione e così via. Le gerarchie di valori sono saltate. Una famiglia può benissimo accettare di tenersi in casa e mantenere due figli laureati che lavorano gratis fino a 40 anni ma correre a cambiare macchina quando esce un nuovo modello della Toyota. Le aziende di maggior successo sono quelle che esplicitamente si prefiggono di creare un uomo nuovo, di cambiarne non solo le abitudini di consumo, ma le dinamiche razionali ed emotive, di modificarne il DNA, come ho sentito proclamare tranquillamente da top manager di Google e di Amazon ad uno degli ultimi congressi internazionali di logistica ai quali ho partecipato.

Quando parliamo di lavoro gratuito ci indigniamo per i metodi ed i linguaggi con i quali viene richiesto e rappresentato (l’appello di Expo 2015 al lavoro volontario si rivolgeva a soggetti dalle caratteristiche di eccellenza, altamente qualificati, con padronanza di lingue straniere, capacità di problem solving e disponibilità, duttilità, cortesia, empatia nelle relazioni, individui eccezionali gratificati dall’essere considerati cittadini meritevoli – per gente che doveva di fatto distribuire dei dépliant pubblicitari e dire straight ahead o welcome). Ma dovremmo indignarci assai di più per la disponibilità dimostrata dai soggetti, come se la mutazione antropologica fosse già compiuta nel loro cervello e la convinzione di essere dei cittadini modello, loro che distruggono posti di lavoro retribuiti in cambio di nulla, già acquisita. Penso che nelle nuove generazioni in Italia sia ormai molto avanzata questa mutazione, che l’idea di considerare la retribuzione un’ingiusta pretesa sia molto diffusa, che il rapporto di lavoro venga iscritto nelle “fortune della vita”, dimenticando del tutto, anzi considerando insolita, la sua sostanza contrattuale. Vendersi al ribasso è un comportamento normale ormai nel mondo dei freelance. L’abbassamento dei prezzi sembra quasi una compensazione in termini di riduzione dei costi della sopravvivenza. Di fronte a fenomeni come quello descritto nello shipping qualche marxista d’accatto tornerà a sperare in un crollo/suicidio del capitalismo, in realtà questo è il new normal. Dobbiamo partire non più dalle astuzie perverse dell’economia della promessa ma dal soggetto che accetta, riconosce come giusto, si gratifica del suo sfruttamento.

Io credo che anche nei bei ragionamenti e nelle approfondite analisi che si sono fatte finora sia avvertibile una certa carenza, quella di aver trascurato i percorsi di liberazione o, meglio, di non aver indagato la meccanica, le dinamiche per le quali dei soggetti già completamente conquistati dall’ideologia dell’autosfruttamento riescano ad uscirne, o almeno a dubitarne. Non si sono indagati quei momenti interiori nei quali scatta la scintilla del rifiuto o almeno della resistenza, del disgusto, del disagio, che poi maturano in atteggiamento di ribellione e magari in percorso di liberazione. Quali sono le condizioni che possono far scattare quella scintilla? Cos’è che ad un certo punto può diventare intollerabile? Quali condizioni esterne possono accelerare questo processo, quali stati interiori possono scatenarlo? Non cambia nulla se invece di un’adesione acritica alla predicazione del lavoro gratuito o al cedere le proprie competenze al ribasso, ci troviamo di fronte ad atteggiamenti del tipo ”certo che è tutto uno schifo ma se le condizioni del mercato sono queste non ho alternative”. Chi è impegnato – certe volte giorno per giorno – in processi associativi, di rappresentanza ed autotutela, tocca con mano una situazione che a livello di soggettività sembra irrimediabilmente compromessa. Mi piacerebbe che i ricercatori ogni tanto si mettessero nei panni o assumessero il punto di vista dell’organizer.

Gli organizzatori sindacali di una volta, che spendevano le loro vite nel tentare di far scioperare per la prima volta operai con moglie e figli a carico, disposti sino a quel momento a qualunque azione di crumiraggio, a qualunque asservimento, a qualunque straordinario non pagato, non so se facevano maggior fatica di un attivista di ACTA che si sforza di convincere un freelance ad essere cosciente dei propri diritti ed a fare qualcosa per difenderli. Non si tratta quasi mai di resistenze ad un processo associativo – perfettamente comprensibili – ma di resistenze ad un atteggiamento di “esposizione”, ad accettare il rischio della minoranza, a impegnarsi a non vendersi al ribasso. Purtroppo un organizzatore di freelance non può ricorrere a metodi coercitivi, mentre il sindacalista di una volta poteva almeno organizzare un picchetto duro. Quanto ormai la situazione sia compromessa a livello soggettivo lo si vede dal fatto che moltissimi gestori di spazi di coworking considerano dei seminatori di zizzania coloro propongono di portare al loro interno un discorso sui diritti negati del lavoro postfordista, mentre spesso spalancano le porte ad emeriti ciarlatani che vendono capitale umano a buon mercato.

Nella produzione sociologica “militante” c’è ancora carenza di analisi sulla genesi del conflitto o semplicemente sulla possibilità del conflitto (ormai dobbiamo chiamare “conflitto” quello che sarebbe stato considerato trent’anni fa un comportamento “normale”). Càpita di leggere anche in queste analisi, per esempio, un certo scetticismo per le esperienze mutualistiche. Io credo invece che il mutualismo sia la forma naturale di autotutela in un ambiente privo di conflitti o che non ha ancora raggiunto lo stadio del conflitto. Se può servirci ancora l’esperienza del passato, non possiamo ignorare che il mutualismo ha preceduto il sindacalismo, assicurando possibilità di sopravvivenza a un proletariato minacciato nella medesima e solo in un secondo tempo assicurando ad un sindacalismo conflittuale una specie di retrovia, per poter gestire la resistenza di una lotta. Questa sequenza potrebbe riprodursi oggi con i lavoratori della conoscenza? Io non vedo altre alternative. Ed ho notato con un certo piacere lo spostarsi dell’attivismo delle associazioni di freelance – sia in USA che in Europa – dal terreno delle tematiche previdenziali e assistenziali (pensioni, malattia, maternità) a quello delle tematiche retributive (wage theft, mancati e ritardati pagamenti) perché questo consente di entrare nel merito dello scontro caratteristico dell’economia della deflazione, rimanda a un conflitto hic et nunc e ribadisce la natura contrattuale della prestazione. Il mutualismo ormai non è un’utopia, possiamo testarlo su realtà esistenti che associano decine di migliaia di persone e verificare la complessità dei servizi che riesce a mettere in campo (Derive&Approdi sta traducendo l’intervista con Sandrino Graceffa, coordinatore di Smart, la Société Mutuelle des Artistes, che ormai conta più di 80 mila soci a livello europeo, Refaire le monde… du travail. Contre l’uberisation de l’économie).

Capisco la sottovalutazione del mutualismo di fronte allo spettacolo della sua mercificazione ma qui non possiamo farci nulla, non possiamo continuare a piagnucolare perché il capitalismo riesce a trarre profitto da tutto (anche dal conflitto). Piuttosto interroghiamoci se la difficoltà a individuare la genesi dei percorsi di liberazione sia in parte attribuibile alla rappresentazione di una “umanità uniformemente precaria” dove le differenze tra lavoro dipendente e autonomo scompaiono, tra occupati e inoccupati, tra giovani e vecchi, lasciando come unica differenza quella di genere ma ridotta, proprio nel lavoro, ad una differenza solo formale (la “femminilizzazione” del lavoro alla quale fa riscontro la “maschilizzazione” del femminile).

Se continuiamo a rappresentare il lavoro postfordista come un’indistinta multitudine precaria non troveremo mai, né dal punto di vista analitico né dal punto di vista pratico, l’appoggio su cui far leva per sollevare la pesante coltre di subordinazione passiva alle regole dell’economia della deflazione. In parte queste preoccupazioni mi sembrano già presenti in alcuni contributi dei testi citati (Ciccarelli, Allegri, Sciortino). Pertanto io sarei propenso a rispolverare la doppia valenza della composizione di classe e ad insistere perché la composizione tecnica, ossia, in termini attuali, la frammentazione, possa offrirci mille campi di osservazione diversi all’interno dei quali i percorsi di liberazione appaiano in tutta la loro diversificazione, come rispecchiamento di segmenti di mercato, rimandando la “ricomposizione” ad una prospettiva…escatologica, considerandola la conclusione di un cammino di civiltà non il punto di partenza del ragionamento. Per individuare i percorsi di liberazione io ho bisogno di vedere il lavoro concreto, devo mettere a fuoco dei particolari, non posso perdermi nelle nebbie di una moltitudine che viene barattata come la forma visibile del lavoro astratto dei Grundrisse. La rappresentazione uniforme dell’”umanità precaria” rischia oltretutto di ridurre strumenti di emancipazione, come  la richiesta del reddito di cittadinanza (sulla quale ribadisco il mio scetticismo), in una specie di Sol dell’Avvenire di staliniana memoria.

Molti dei nostri discorsi oggi sembrano superati dal salto in avanti prodotto dal capitalismo delle piattaforme, che ha ricombinato in maniera inedita controllo e autonomia, uso delle risorse altrui ed espropriazione, volontariato e schiavitù. Però ha anche riportato alla ribalta la protesta, il conflitto collettivo, quello tradizionale, che assume le forme ed i contenuti dello sciopero, ed è su questo che dovremo lavorare, senza inseguire soltanto le nuove trovate del capitalismo digitale. Mentre quello domina su Internet e nella rete, noi ci spostiamo verso le vecchie formule della protesta sindacale, che ci appaiono preziose, siano dei driver di Uber o dei ciclisti di Foodora. Dove andranno a finire non so ma proprio la loro forma elementare è preziosa, hanno rimesso in circolo dei vocaboli, un linguaggio, che sembravano scomparsi e li hanno riproposti al dipendente terrorizzato da una possibile operazione di “esuberi” ed al freelance che non ha tempo di scendere in pizzeria e si fa portare a casa un calzone da Deliveroo. Non buttiamoli via questi conflitti, prendiamo e mettiamo da parte, magari domani quei ciclisti con il cubo sulla schiena saranno capaci di entrare negli algoritmi che li comandano e di sabotarli come faceva il vecchio operaio Fiat sulle linee della 124.

- Sergio Bologna - Aprile 2017 - Pubblicato su Effimera - Critica e sovversione del presente

fonte: Effimera

martedì 27 ottobre 2015

Tic Tac ...

jappe

Credito a morte [*1]
- di Anselm Jappe -

Venerdì il sito del Guardian segnalava che l’immobile di Time Square nel cuore di Manhattan, sulla cui facciata è visualizzato il debito pubblico americano, non ha più abbastanza spazio per contenere la quantità astronomica di miliardi di dollari a cui ammonta, precisamente 10.299.050.383, un’enormità dovuta soprattutto al finanziamento del piano Paulson e alle flebo per Freddie Mac e Fannie Mae. Si è dovuto eliminare il simbolo “$” che occupava l’ultima casella del display, in modo che il passante potesse gustare quest'amara cifra fino alla feccia” [*2]. Chi se ne ricorda più ora? La grande paura dell’ultimo ottobre sembra già più lontana che la “grande paura” degli inizi della Rivoluzione francese. Un anno fa, tuttavia, si aveva l’impressione che numerose falle si fossero aperte e che la nave colasse a picco. Si aveva anche l’impressione che tutti, senza dirlo, se lo aspettassero da tanto tempo. Gli esperti si interrogavano apertamente sulla solvibilità degli Stati, anche dei più potenti, ed i giornali evocavano in prima pagina la possibilità di un fallimento a catena delle casse di risparmio in Francia. I consigli di famiglia discutevano per sapere se sarebbe stato necessario ritirare tutto il denaro dalla banca e conservarlo in casa; acquistando un biglietto in anticipo, gli utenti dei treni si domandavano se questi avrebbero ancora circolato due settimane dopo. Parlando della crisi finanziaria, il presidente americano George Bush si indirizzava alla nazione in termini simili a quelli impiegati dopo l’11 settembre 2001, e Le Monde intitolava il suo magazine di ottobre 2008: “La fin d’un monde”. Tutti i commentatori erano d’accordo nel ritenere che quanto stava accadendo non era una semplice turbolenza passeggera dei mercati, ma la peggiore crisi dalla Seconda Guerra mondiale o dal 1929.

Era stupefacente constatare come gli stessi che, fino alla crisi, sembravano convinti che la vita capitalista ordinaria avrebbe continuato a funzionare a tempo indeterminato – dal top manager al disoccupato –, potessero convertirsi così presto all’idea di una crisi di fondamentale importanza. L’impressione generale di sentirsi sull’orlo di un precipizio era ancora più sorprendente se si pensa che, all’inizio, si trattava solo di una crisi finanziaria della quale il cittadino medio non sapeva nulla, se non attraverso i media. Niente licenziamenti di massa, niente interruzione nei rifornimenti dei prodotti di prima necessità, niente bancomat che non distribuissero più soldi, niente commercianti che rifiutassero carte di credito. Dunque, ancora nessuna crisi “visibile”. E, tuttavia, un atmosfera da fine d’epoca. Un fatto che non si spiega se non ipotizzando che già prima della crisi ciascuno avvertisse vagamente, ma senza volersene rendere conto, di stare camminando sul ghiaccio sottile o sopra una corda tesa. In fondo, quando la crisi è esplosa, nessun individuo contemporaneo è stato sorpreso, non più di un grande fumatore che scopre di avere il cancro. Prima ancora che tutto apparisse chiaramente, era già largamente diffusa la sensazione che le cose non potessero continuare “così”. Non si sa di che cosa stupirsi di più: della velocità con la quale i media hanno messo in disparte l’apocalisse per ricominciare ad occuparsi dei pescatori di ostriche (che hanno bloccato in Francia alcuni porti) o delle scappatelle di Berlusconi; degli economisti che annunciano con aplomb che è già finita e che tutto andrà di nuovo per il meglio; dei risparmiatori che si avvicinano di nuovo alla loro banca senza il minimo timore di trovarla chiusa; del cittadino medio per il quale la crisi si riduce al fatto di trascorrere vacanze più brevi quest’anno… Anche gli esperti, che ci spiegano bonari che niente è successo e che niente di spiacevole succederà, dovrebbero inquietarsi e sospettare di un sollievo e di un oblio così immediati. Ma questi continuano a fare come il malato di cancro che fuma platealmente per dimostrare a se stesso che la sua salute è eccellente. Loro si sono già abituati a tirare avanti. Per decenni un tasso di crescita economica insufficientemente elevato veniva considerato una catastrofe nazionale; oggi la crescita è davvero negativa per la prima volta dopo sessant’anni. Non importa: la crescita sarà di ritorno l’anno prossimo – assicurano imperturbabili.
Niente di nuovo sotto il buco dell’ozono: né la scienza ufficiale, né la coscienza quotidiana arrivano ad immaginare qualcosa di diverso da ciò che conoscono già: capitalismo dunque, e ancora capitalismo. Questo può attraversare una tempesta, può mostrare degli “eccessi”, i prossimi tempi possono essere duri, ma i responsabili ne trarranno le dovute lezioni: d’altra parte gli Americani hanno eletto un presidente ragionevole e le riforme necessarie saranno adottate; dopo la pioggia, il sereno! Non è affatto sorprendente che gli ottimisti stipendiati, i soli normalmente autorizzati ad esprimersi nelle istituzioni e nei media, annuncino così, ad ogni rondine, il ritorno della primavera. Che cos’altro potrebbero dire?

Ma all’apice della crisi del 2008 i media si sentirono obbligati a concedere ogni tanto la parola a quelli che offrivano un’interpretazione “anticapitalista”, a coloro che presentavano questa crisi come la manifestazione di una disfunzione più profonda, e che non mancavano quindi di invocare “cambiamenti radicali”. Mentre il “Nuovo partito anticapitalista” [*3] e i suoi consimili strillavano platealmente ai quattro venti “non pagheremo la vostra crisi” - dissotterrando dalle cantine i volantini rimasti dalle manifestazioni di dieci, venti o trent’anni fa - i rappresentanti più noti di quella che è oggi considerata come una critica implacabile della società contemporanea – cioè i Badiou, i Žižek, i Negri – hanno avuto diritto a tenere tribune più lunghe del solito nella stampa, o, ad ogni modo, hanno sentito il vento in poppa. Ciò è comunque un po’ sorprendente: la possibilità di una grande crisi del capitalismo, non provocata da una resistenza degli “sfruttati” o della “moltitudine”, ma da un inceppamento della macchina – quindi senza alcun responsabile – non era stata prevista in alcun modo nelle loro analisi. E, in effetti, anche loro hanno spiegato, a modo proprio, che ...bisognava circolare e che non c’era nulla da vedere; che era una crisi come un’altra, che sarebbe passata come sono passate le altre, perché la crisi è il funzionamento normale del capitalismo. Ma ciò che chiamano crisi – il crollo delle borse, la deflazione mondiale – non è in verità altro che un insieme di fenomeni secondari. Sono le manifestazioni visibili, l’espressione di superficie della vera crisi, di questa vera crisi che loro stessi non riescono a pensare. Gli avversari dichiarati del capitalismo – sinistra “estrema” o “radicale”, marxisti di diversa osservanza, “obiettori della crescita” o ecologisti “radicali” – si accaniscono pressoché tutti a credere nell’eternità del capitalismo e delle sue categorie, talvolta anche più di certi suoi apologeti [*4].
Questa critica del capitalismo non prende di mira solo la finanza, considerata come la sola responsabile della crisi. La “economia reale” sarebbe sana e solo una finanza sottratta ad ogni controllo metterebbe in pericolo l’economia mondiale. Da qui la spiegazione più sommaria, la più diffusa, che attribuisce tutta la responsabilità della crisi alla “avidità” di un pugno di speculatori che avrebbero giocato con il denaro di tutti come se fossero al casinò. E, in effetti, ricondurre gli arcani dell’economia capitalista, quando essa si mette a funzionare male, agli intrighi di una cospirazione di malvagi, si iscrive dentro una tradizione lunga e pericolosa. La peggiore tra le vie d’uscita possibili sarebbe quella di additare ancora una volta dei capri espiatori - la “alta finanza ebraica” o altro - alla vendetta del “onesto popolo” dei lavoratori e dei risparmiatori. E non è molto più serio opporre un “cattivo” capitalismo anglosassone, predatore e senza limiti, ad un “buon” capitalismo “continentale”, considerato più responsabile. Abbiamo visto che li distinguono solo sfumature o poco più. Tutti coloro che ora incitano a “regolamentare di più” i mercati finanziari - dall’associazione Attac a Sarkozy - vedono nelle follie delle borse solamente un “eccesso”, un’escrescenza su un corpo sano.
“L'anticapitalismo” della sinistra radicale è solo un “antiliberalismo”. La sola alternativa al capitalismo che essa abbia mai potuto concepire era costituita dalle dittature ad economia pianificata dell’Est e del Sud del mondo; da quando quelle hanno fatto bancarotta, hanno cambiato capo o sono diventate completamente indifendibili, la sola scelta rimasta a questi anticapitalisti è stata quella tra differenti modelli di capitalismo: tra liberalismo e keynesismo, tra modello continentale e modello anglosassone, tra turbocapitalismo finanziarizzato ed economia sociale di mercato, tra giubilo delle borse e “creazione di posti di lavoro”. Ci possono essere diversi modi di valorizzazione del valore, di accumulazione del capitale, di trasformazione del denaro in più denaro; ed è soprattutto la distribuzione dei frutti di questo modo di produzione che può cambiare, facendo comodo più a certi gruppi sociali che ad altri, a certi paesi piuttosto che ad altri. Essi prevedono che anche la crisi sarà utile al capitalismo: i capitali in eccesso vengono svalutati, e dopo Schumpeter si sa che la “distruzione creatrice” è la legge fondamentale del capitalismo. Se si vuole evitare di essere tacciati di utopisti sempliciotti, o di emuli di Pol Pot - cioè di partigiani della sola alternativa al capitalismo che la coscienza dominante sappia ancora evocare - è impossibile immaginare che l’umanità possa vivere altrimenti che con la valorizzazione del valore, con l’accumulazione del capitale e con la trasformazione del denaro in più denaro. Può esserci un limite esterno alla crescita del capitalismo, sotto forma di esaurimento delle risorse e di distruzione delle fonti naturali; ma in quanto forma di riproduzione sociale il capitalismo sarebbe insuperabile. Ciò che Il Corriere della Sera dichiara apertamente, i neo-marxisti, i bourdieusiani, gli altermondialisti e i sostenitori della decrescita lo dicono con delle perifrasi: per gli uomini il mercato è naturale. Gli anticapitalisti-antiliberali propongono semplicemente di ritornare al “capitalismo sociale” degli anni ’60 (indebitamente idealizzato, va da sé), alla piena occupazione ed ai salari elevati, allo Stato sociale e alla Scuola “ascensore sociale”; alcuni vorrebbero aggiungervi un po’ di ecologia, di volontariato o perfino di “decrescita”. In verità, devono sperare che il capitalismo riguadagni ben presto il suo spirito e ricominci a girare a pieno regime, per poter realizzare i loro bei programmi onerosi.
Ai loro occhi la crisi attuale rappresenta l’occasione tanto attesa di trovare finalmente delle orecchie attente alle proposte che fanno da tempo. La crisi sarà salutare: costituirà certamente una piccolo salasso per alcuni, ma forzerà gli uomini e le istituzioni a rivedere le proprie nocive abitudini. Così, ciascuno di questi critici benevolenti cerca di portare acqua al proprio mulino: regolazione dei mercati finanziari, limitazione dei premi dei manager, abolizione dei “paradisi fiscali”, misure di redistribuzione e, soprattutto, un “capitalismo verde” come motore di un nuovo regime di accumulazione e produttore di posti di lavoro. Per loro la questione è evidente: la crisi è l’occasione di un miglioramento del capitalismo, non di una rottura con questo.

Tuttavia, anche su questo piano, rischiano di rimanere delusi. Nel contesto della crisi si stanno producendo reazioni del tutto opposte tra loro. Così, per superarla, si possono predicare misure ecologiche (come fanno Obama o Sarkozy) o, al contrario, attaccare perfino le protezioni esistenti in nome del “rilancio della crescita” e della “creazione di posti di lavoro” (come fa Berlusconi, come chiedono l’industria - soprattutto quella edile e automobilistica - ed una parte considerevole del pubblico) [*5]. E che dire quando degli operai licenziati, per ottenere migliori condizioni di licenziamento, minacciano di riversare prodotti tossici in un fiume, come è già capitato più volte in Francia? Vedremo degli ecologisti venire alle mani con degli operaisti? Ora la sinistra “radicale” dovrà decidersi: passare ad una critica del capitalismo tout court, anche se non si proclama più neoliberista, oppure partecipare alla gestione di un capitalismo che ha incorporato una parte delle critiche indirizzate ai suoi “eccessi”.
Certi osservatori sembrano andare oltre: parlano di un capitalismo che distrugge il mondo e che è in procinto di autodistruggersi. Queste grida d’allarme non denotano una presa di coscienza di fronte ai disastri del capitalismo - sia quando questo procede “normalmente” sia nei suoi periodi di crisi. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, questi attacchi sono diretti solo contro la recente fase “sregolata” e “selvaggia” del capitalismo, la fase neoliberista, e niente affatto contro il regime di accumulazione capitalista in quanto tale, contro la logica tautologica che richiede di trasformare un euro in due euro e che consuma il mondo concreto come semplice materiale per questo accrescimento della forma-valore. Secondo loro, un ritorno al capitalismo “saggio”, in quanto “regolato” e sottomesso alla “politica”, dovrebbe logicamente risolvere il problema.
Il discorso “anti-neoliberista” nega dunque che vi sia una crisi attuale? No, ma non vuole altro che la guarigione dai sintomi della malattia. D’altra parte, l’incapacità generale di immaginare che la crisi possa sfociare in qualcosa di diverso dal capitalismo contrasta, ancora e sempre, in modo impressionante con la percezione vaga, ma persistente ed universale, di vivere dentro una crisi permanente. Da decenni l’atmosfera è votata al pessimismo. I giovani sanno, e accettano con rassegnazione, che vivranno peggio dei loro genitori e che le necessità di base – lavoro, casa – saranno assai più difficili da ottenere e conservare. L’impressione generale è quella di scivolare lungo una scarpata. La sola speranza è di non farlo troppo velocemente, ma non certo quella di potere davvero risalire. C’è la sensazione diffusa che la festa sia finita e che stiano per cominciare gli anni delle vacche magre, una sensazione sovente accompagnata dalla convinzione che la generazione precedente (quella dei “baby-boomers”) abbia divorato tutto ed abbia lasciato ben poco ai propri figli. In Francia, la maggior parte dei giovani - almeno tra quelli che strappano qualche diploma - è ancora convinta che riuscirà a trovare un modo per sopravvivere sul piano economico: ma niente di più. Non si può più parlare di una crisi propria solo a certi settori, a vantaggio di altri che sarebbero in crescita: lo dimostra il crollo borsistico nel 2001 della “New Economy”, nonostante questa sia stata presentata per anni come il nuovo motore del capitalismo. Non assistiamo alla svalutazione di qualche mestiere a vantaggio di altri, come quando i maniscalchi furono rimpiazzati dai meccanici, e come la mania delle “riqualificazioni” ci vorrebbe ancora far credere. Ora si tratta di una svalutazione generale di pressoché tutte le attività umane, come mostra visibilmente l’impoverimento rapido e inatteso delle “classi medie”. Se a ciò si aggiunge la coscienza, ormai ben ancorata in ogni testa, dei disastri ambientali presenti e futuri e dell’esaurimento delle risorse, si può dire che oggi la gran maggioranza delle persone guarda il futuro con paura.
Quello che può apparire strano è il fatto che l’impressione, così diffusa, di un aggravamento generale delle condizioni di vita si accompagna spesso alla convinzione che il capitalismo funzioni a pieno regime, che la globalizzazione sia al suo culmine, che ci sia più ricchezza che mai. Il mondo sarebbe in crisi ma non il capitalismo, ovvero – come affermano Luc Boltanski ed Éve Chiappello, all’inizio del loro libro "Le Nouvel esprit du capitalisme", pubblicato nel 1999 – il capitalismo è in espansione, mentre ciò che si degrada è la situazione sociale ed economica di tante persone. Così il capitalismo è percepito come una parte della società opposta al resto, come l’insieme degli uomini che detengono il denaro accumulato, e non come un rapporto sociale che ingloba tutti i membri dell’attuale società mondiale.

Certuni, che si credono più accorti, scorgono nel discorso della crisi una semplice invenzione degli industriali per abbassare i salari ed aumentare i profitti, oppure un'invenzione del “dominio” stesso, per giustificare lo stato di emergenza planetaria e permanente. È vero che le crisi, passate e attuali, sono servite e servono spesso da legittimazione allo Stato, soprattutto da quando questo non presenta più progetti “positivi” ma si limita ad amministrare le urgenze; mettendo esso stesso in rilevo tutto ciò che non va (a differenza della propaganda del passato, votata al motto “tutti sono felici grazie alla saggezza del governo”). Il suo compito è quello di creare le condizioni necessarie allo scopo ammesso, la sola finalità riconosciuta dalla società mondiale contemporanea, dovunque essa sia (salvo che in Corea del Nord, in Iran e in qualche altro paese musulmano): permettere agli individui un massimo di consumo di merci e di “sviluppo personale”. È vero, se le crisi non esistessero gli Stati le inventerebbero. Ma solamente le crisi di secondo ordine, non quelle che minacciano le loro fondamenta. Durante questa crisi si è avuta più che mai l’impressione che le “classi dominanti” non dominassero poi granché, che queste fossero invece esse stesse dominate dal “soggetto automatico” (Marx) del capitale.
Tuttavia è stata avanzata anche una critica del capitalismo contemporaneo molto diversa da quelle fin qui evocate. Essa si chiede: e se la finanziarizzazione, lungi dall’aver rovinato l’economia reale, l’avesse invece aiutata a sopravvivere oltre la sua data di scadenza? Se avesse dato respiro ad un corpo moribondo? Perché si è così sicuri che lo stesso capitalismo sfugga al ciclo della nascita, della crescita e della morte? Non potrebbe contenere limiti intrinseci al proprio sviluppo, limiti che non risiedono solo nell’esistenza di un nemico dichiarato (il proletariato, i popoli oppressi), né nel solo esaurimento delle risorse naturali?
Durante la crisi, era di nuovo alla moda citare Marx. Ma il pensatore tedesco non ha parlato solamente di lotte di classe. Ha ugualmente previsto la possibilità che un giorno la macchina capitalista si arresti da sé, che la sua dinamica si esaurisca. Perché? La produzione capitalista di merci contiene, fin dall’origine, una contraddizione interna, una vera bomba a orologeria situata nei suoi stessi fondamenti. Non si può far fruttare il capitale, e dunque accumularlo, se non sfruttando la forza lavoro. Ma il lavoratore, per generare un profitto a vantaggio del suo datore di lavoro, deve essere rifornito degli attrezzi necessari, e oggi delle tecnologie di punta. Ogni volta, il primo datore di lavoro che ricorre a nuove tecnologie vince, perché i suoi operai producono più di quelli che non dispongono di questi strumenti. Ma il sistema intero perde, perché le tecnologie rimpiazzano il lavoro umano. Il valore di ogni singola merce contiene quindi parti sempre più esili di lavoro umano, che è tuttavia la sola fonte del plusvalore e dunque del profitto. Lo sviluppo della tecnologia riduce i profitti nella loro totalità. Ciononostante, per un secolo e mezzo, l’estensione della produzione di merci su scala globale ha potuto compensare questa tendenza alla riduzione del valore di ogni merce particolare.
Dagli anni ’60, questo meccanismo – il quale non era già altro che una fuga in avanti permanente – si è inceppato. I guadagni di produttività permessi dalla microelettronica hanno paradossalmente messo in crisi il capitalismo. Erano necessari investimenti sempre più giganteschi per far lavorare, secondo gli standard di produttività del mercato mondiale, i pochi operai restanti. L’accumulazione reale del capitale minacciava di arrestarsi. Ed è in questo momento che il “capitale fittizio”, come lo chiama Marx, spicca il volo. L’abbandono della convertibilità del dollaro in oro, nel 1971, ha eliminato l’ultima valvola di sicurezza, l’ultimo ancoraggio all’accumulazione reale. Il credito non è altro che un’anticipazione dei guadagni futuri attesi. Ma quando la produzione di valore, e dunque di plusvalore, nell’economia reale ristagna (cosa che non ha nulla a che vedere con una stagnazione della produzione di cose – ma è il capitalismo che ruota intorno alla produzione di plusvalore e non di prodotti in quanto valori d’uso), non rimane altro che la finanza a permettere ai proprietari di capitale di realizzare profitti ormai impossibili da ottenere nella sfera dell’economia reale. L’ascesa del neoliberismo a partire dal 1980 non era una sporca manovra dei capitalisti più avidi, un colpo di Stato allestito con la complicità di politici compiacenti, come la sinistra “radicale” vuole credere. Al contrario, il neoliberismo era la sola maniera possibile di prolungare ancora un po’ il sistema capitalista che nessuno voleva seriamente mettere in questione nei suoi fondamenti, né a destra né a sinistra. Un gran numero di imprese e di individui hanno potuto conservare a lungo un’illusione di prosperità grazie al credito. Ora anche questa stampella si è rotta. Ma il ritorno al keynesismo, evocato un po’ ovunque, sarà del tutto impossibile: non c’è più abbastanza denaro “reale” a disposizione degli Stati. Per il momento i “decisori” hanno rinviato ancora un po’ il "Mene, Tekel, Peres", aggiungendo un altro zero dietro le cifre fantastiche scritte sugli schermi e alle quali non corrisponde più nulla [*6]. I prestiti accordati per salvare le banche sono dieci volte superiori ai buchi che facevano tremare i mercati venti anni fa – ma la produzione reale (diciamo banalmente, il PIL) è aumentata di circa il 20-30%! La “crescita economica” degli anni ’80 e ’90 non aveva più una base autonoma, ma era dovuta alle bolle finanziarie. E quando queste bolle scoppieranno non ci sarà nessun “risanamento” dopo il quale tutto potrà ripartire.

Perché questo sistema non è ancora completamente crollato? A che cosa deve la sua sopravvivenza provvisoria? Essenzialmente al credito. Lungo l’arco del secolo, di fronte alle difficoltà crescenti nel finanziare la valorizzazione della forza lavoro, dunque nell’investire in capitale fisso, il ricorso a crediti sempre più massicci non è stata un’aberrazione, era inevitabile. Anche durante il regno dei monetaristi neoliberisti, l’indebitamento è fortemente aumentato. Che questo credito sia privato o pubblico, interno o esterno, non cambia di molto la questione. L’evoluzione continua e irreversibile della tecnologia, aumenta in modo permanente lo scarto tra il ruolo della forza lavoro – che, ripetiamolo, è la sola fonte del valore e del plusvalore – e quello, sempre più importante, degli strumenti di lavoro, i quali devono essere pagati con il plusvalore ottenuto attraverso lo sfruttamento della forza lavoro. Di conseguenza, il ricorso al credito non può che aumentare nel corso degli anni, ed evolvere verso un punto di non ritorno. Il credito, che è un profitto consumato prima di essere stato realizzato, può rimandare il momento in cui il capitalismo raggiunge i propri limiti sistemici, ma non può abolirlo. Un giorno, anche il miglior accanimento terapeutico dovrà terminare.
Il credito non prolunga solamente la vita del sistema in quanto tale, ma anche quella dei consumatori. Si sa che l’indebitamento privato ha raggiunto cifre enormi, per esempio 15.000 euro per ogni famiglia italiana, e molto di più negli Stati Uniti. E, soprattutto, esso aumenta rapidamente. Si può prendere coscienza del futuro di questo genere di vita con l’esempio di un paese come il Brasile, dove è possibile acquistare un telefono portatile e pagarlo in dieci rate, dove il cambio dell’olio dell’automobile può essere saldato in tre volte e dove i benzinai non si fanno concorrenza sui prezzi del carburante, ma sulla riscossione degli assegni – a 90, 180 giorni…
Alcuni arrivano ad estasiarsi di fronte a questa “virtualizzazione” del mondo e le pronosticano un grande avvenire. Ma solo una coscienza interamente postmodernista è capace di credere che una virtualizzazione senza basi reali potrà durare per sempre. Certuni hanno voluto mettere in discussione e “decostruire” il concetto di “economia reale”. Sicuramente, farebbe comodo a molte persone dimostrare che la finzione vale quanto la realtà, essendo inoltre molto più disponibile ai nostri desideri. Tuttavia non è necessario essere un gran profeta per prevedere che i “dinieghi di realtà” pronunciati con sorrisi di sufficienza da trent’anni a questa parte non hanno più molto futuro in un’epoca di crisi “reali”.
Questo punto di vista radicale sulla crisi – per la cui formulazione saremo sempre debitori alle analisi di Robert Kurz – annuncia dunque, innanzitutto, che, anche sul piano strettamente economico, la crisi non è che agli inizi. Continua ad esistere un gran numero di banche e di grandi imprese che occultano le loro situazioni disastrose falsificando i bilanci, e, tra gli altri fallimenti a venire, si parla di un prossimo crollo del sistema delle carte di credito negli Stati Uniti. Le somme astronomiche gettate dagli Stati nell’economia - abbandonando da un giorno all’altro la dogmatica monetarista in nome della quale si erano spinte milioni di persone verso la povertà - e gli annunci di una maggior regolazione non hanno nulla a che vedere con un ritorno al keynesismo e allo Stato sociale di un tempo. Non si tratta di investimenti nelle infrastrutture, di tipo “New Deal”, né di una creazione di potere d’acquisto popolare. Queste somme hanno fatto aumentare di colpo il debito pubblico degli Stati Uniti del 20%, ma non sono servite altro che ad evitare il crollo del sistema creditizio. Per un vero “rilancio dell’economia” servirebbero somme ancora più smisurate e che, allo stato attuale, non possono essere ottenute se non creando denaro per decreto, cosa che potrà portare solo ad una iperinflazione mondiale. Una breve crescita alimentata dall’inflazione condurrebbe ad una crisi ancora più grande, perché non si vedono da nessuna parte nuove possibili forme di accumulazione che, dopo una “stimolazione” iniziale da parte dello Stato, sarebbero in seguito in grado di produrre una crescita fondata su basi proprie.
Ma la crisi non è solamente economica. Quando non c’è più denaro, non funziona più niente. Nel corso del 20° secolo, per estendere la sfera della valorizzazione del valore, il capitalismo ha inglobato settori sempre più ampi della vita: dall’educazione dei bambini alla custodia degli anziani, dalla cucina alla cultura, dal riscaldamento ai trasporti. Si è visto un progresso, in nome dell’ “efficacia” o della “libertà degli individui” affrancati dai legami familiari e comunitari. Ora se ne vedono le conseguenze: tutto va a rotoli se non è “finanziabile”. E non è solo dal denaro che dipende tutto, ma peggio ancora: dal credito. Quando la riproduzione reale è al traino del “capitale fittizio”, quando le imprese, le istituzioni e perfino Stati interi sopravvivono solo grazie alle loro quotazioni in borsa, ogni crisi finanziaria – lungi dal riguardare solamente quelli che giocano in borsa – finisce per affliggere moltissimi uomini nella loro vita più intima e quotidiana. I numerosi americani che avevano accettato pensioni in azioni, e che dopo i crash si trovano senza niente per la loro vecchiaia, sono stati tra i primi ad assaporare questa morte a credito. Non era che l’inizio; quando la crisi si ripercuoterà davvero sulla realtà – quando un brutale aumento della disoccupazione e della precarizzazione si accompagnerà ad una forte caduta nelle entrate dello Stato -, si vedranno settori interi della vita sociale abbandonati all’arte di sopravvivere giorno per giorno.
Le diverse crisi – economica, ecologica, energetica – non sono semplicemente “contemporanee” o “collegate”: sono l’espressione di una crisi fondamentale, quella della forma-valore, della forma astratta, vuota, che si impone ad ogni contenuto in una società basata sul lavoro astratto e sulla sua rappresentazione nel valore di una merce. È tutto un modo di vita, di produzione e pensiero - vecchio di almeno duecentocinquanta anni - a non sembrare più capace di assicurare la sopravvivenza dell’umanità. Forse non ci sarà un “venerdì nero” come nel 1929, un “giorno del Giudizio”. Ma ci sono buone ragioni per pensare che stiamo vivendo la fine di una lunga epoca storica [*7]: l’epoca in cui l’attività produttrice e i prodotti non servono a soddisfare bisogni, ma ad alimentare il ciclo incessante del lavoro che valorizza il capitale e del capitale che impiega il lavoro. La merce e il lavoro, il denaro e la regolazione statale, la concorrenza e il mercato: dietro le crisi finanziarie che si ripetono da oltre venti anni, ogni volta più gravi, si profila la crisi di tutte queste categorie. Che, è sempre bene tenerlo a mente, non fanno parte ovunque e sempre dell’esistenza umana. Esse si sono impossessate della vita umana nel corso degli ultimi secoli, e potranno in seguito dar luogo a qualcosa di diverso: di migliore o di ancora peggiore. Forse ci sarà una piccola ripresa nei prossimi mesi, o anche nei prossimi anni [*8]. Ma la fine del lavoro, del vendere, del vendersi e del comprarlo, la fine del mercato e dello Stato – tutte categorie che non sono in alcun modo naturali e che un giorno scompariranno, nello stesso modo in cui esse hanno sostituito altre forme di vita sociale – tutto questo è un processo di lunga durata. La crisi attuale non ne è né l’inizio né la fine, bensì una importante tappa.

Ma perché questa critica, pressoché la sola a trovarsi confermata dalla crisi recente, suscita così poca attenzione? Essenzialmente perché nessuno può veramente immaginare la fine del capitalismo. La stessa idea suscita una fifa blu. Ognuno pensa di avere troppo poco denaro, e ognuno si sente minacciato nella sua esistenza, anche sul piano fisico, se il denaro ha l’aria di svalutarsi e di perdere il suo ruolo nella vita sociale. Nella crisi, i soggetti si aggrappano più che mai alle sole forme di socializzazione che conoscono. C’è un accordo generale almeno su una cosa: bisogna sempre continuare a vendere, a vendersi e a comprare. Ecco perché è difficile reagire a questa crisi o organizzarsi per farvi fronte: perché non si tratta di loro contro di noi. Bisognerebbe combattere il “soggetto automatico” del capitale, che abita anche in ciascuno di noi, e dunque una buona parte delle nostre abitudini, gusti, pigrizie, inclinazioni, narcisismi, vanità, egoismi… Nessuno vuole guardare il mostro in faccia. Quanti deliri, pur di non mettere in discussione il lavoro e la merce, o semplicemente l’automobile! “Grandi scienziati” sragionano su satelliti giganti capaci di rinviare al mittente una parte dei raggi solari o su apparecchi capaci di raffreddare gli oceani. Si propone “di produrre legumi nelle serre idroponiche o perfino aeroponiche” e di fabbricare carne “direttamente a partire da cellule staminali”; e di ricercare le risorse mancanti letteralmente sulla luna: “essa racchiude, tra l’altro, un milione di tonnellate di elio-3, il carburante ideale per la fusione nucleare. Una tonnellata di elio-3 dovrebbe valere circa sei miliardi di dollari, vista l’energia che può fornire. E questa è solo una delle ragioni per cui tanti paesi pensano intensamente ad un ritorno sulla luna” [*9]. Nello stesso spirito, ci viene proposto di “adattarsi” ai mutamenti climatici invece di combatterli [*10]. Piuttosto che sfuggire al “terrore economico”, se ne raddoppia la minaccia: “Più che mai, le organizzazioni e gli umani che sapranno, potranno e vorranno adattarsi hanno un avvenire economico e sociale. I fautori dell’immobilismo potrebbero perdere ogni impiegabilità” e dunque scomparire dal mondo [*11]. Malthus l’aveva già detto: la fame è il miglior educatore al lavoro. Tutto ciò che non serve alla valorizzazione del capitale è un lusso, e in tempi di crisi il lusso non è più opportuno. Non è una perversione, è del tutto logico in una società che ha fatto della trasformazione del denaro in più denaro il suo principio vitale.
Scenario apocalittico, ci verrà ribattuto: si annuncia la fine del capitalismo da quando è nato, ad ogni difficoltà che incontra. Tuttavia esso rinasce dopo ogni crisi, come l’araba fenice risorge dalle proprie ceneri. Al contempo, ogni volta esso è cambiato ed oggi è molto diverso da ciò che era nel 1800, nel 1850 o nel 1930. Non assistiamo forse ad un’ulteriore trasformazione di questo genere, nella quale esso muterebbe per meglio perdurare? Perché questa crisi sarebbe più grave di tutte quelle che si susseguono da più di 200 anni? Il capitalismo non potrebbe continuare ad esistere sotto forme atipiche, tra catastrofi e guerre? La crisi non sarebbe forse la forma eterna della sua esistenza, se non addirittura dell'esistenza delle società storiche in generale? Redigere la lista di tutte le disfunzioni del capitalismo attuale non può costituire – così prosegue l’obiezione – la prova della sua crisi finale, a meno che non si consideri il breve periodo fordista di stabilità come il solo funzionamento possibile del capitalismo, e tutte le sue altre forme di esistenza come delle deviazioni. Le guerre civili in Africa e la ri-feudalizzazione in Russia, il fondamentalismo islamico e la precarizzazione in Europa dimostrerebbero solamente che era impossibile estendere il modello fordista, in quanto tale, al mondo intero, ma non dimostra il fallimento del capitalismo, che in quanto sistema mondiale consisterebbe appunto nella coesistenza di tutte queste forme, ciascuna delle quali, nel proprio contesto, sarebbe utile al sistema mondiale. Il capitalismo potrebbe anche funzionare molto diversamente da come ha funzionato nell’Europa degli anni sessanta: questo non farebbe altro che dimostrare la sua flessibilità. Le distruzioni che causa, dall’atomizzazione degli individui e dalla dissoluzione della famiglia, fino alle malattie fisiche e psichiche e all’inquinamento, non sarebbero necessariamente un sintomo di crisi – questi fenomeni creerebbero invece sempre anche nuovi bisogni e settori di mercato, che permettono all’accumulazione di procedere.
Ma questa obiezione non regge: descrive la nascita e il perpetuarsi di forme sempre mutevoli di dominio e di sfruttamento, ma non l’emergenza di nuovi modelli di accumulazione capitalistica. Le forme “non classiche” di creazione del profitto non possono aver luogo che come partecipazione indiretta al mercato mondiale, dunque solamente parassitando i circuiti globali del valore (per esempio: vendendo cara la loro droga ai paesi ricchi, certi paesi del “Sud” dirigono verso di sé una parte del “vero” plusvalore ottenuto nei paesi ricchi). Se la creazione di valore nei centri industriali dovesse estinguersi completamente, sarebbe la fine anche per i baroni della droga e per i trafficanti di bambini. Essi allora potrebbero tutt’al più costringere di nuovo i loro sudditi a produrre un surplus agricolo, materiale per i loro padroni. Ma anche i difensori più convinti dell’eternità del capitalismo non oserebbero più chiamare tutto ciò un “nuovo modello di accumulazione capitalista”.

Più in generale, occorre sempre ricordarsi che i servizi e le ristrutturazioni non sono lavori che producono capitale, ma dipendono dai settori produttivi. Non è solo la teoria di Marx a dirlo (e su questo punto, ancor più che sugli altri, essa non è arrivata fino ai marxisti), ma anche l’esperienza di tutti i giorni: in tempi di recessione, cultura ed educazione, protezione della natura e salute, sovvenzioni alle associazioni e difesa del patrimonio, lungi dal poter servire da “motore per la crescita”, sono i primi ad essere sacrificati per “carenze finanziarie”.
Certo, non si può “dimostrare” in astratto che assistiamo alla fine della plurisecolare società della merce. Ma certe tendenze recenti sono effettivamente nuove. Un limite esterno è stato raggiunto con l’esaurimento delle risorse – e soprattutto della risorsa più importante e meno sostituibile: l’acqua – e con i cambiamenti irreversibili del clima, con le specie naturali perdute, con i paesaggi scomparsi. Allo stesso modo, il capitalismo si dirige verso un limite interno, perché la sua direttrice di sviluppo è lineare, cumulativa e irreversibile, e non ciclica e ripetitiva come altre forme di produzione. È la sola società mai esistita che contenga alla sua base una contraddizione dinamica, e non solo un antagonismo: la trasformazione del lavoro in valore è storicamente votata all’esaurimento a causa delle tecnologie che sostituiscono il lavoro.
I soggetti che vivono in questa epoca di crisi esterna e interna subiscono anche un logoramento delle strutture psichiche, le quali da tanto tempo hanno definito ciò che è l’uomo. Al contempo, questi soggetti nuovi e imprevedibili si trovano nella situazione di dover amministrare potenziali di distruzione inauditi. Infine, la riduzione della creazione di valore nel mondo intero comporta il fatto che, per la prima volta, esistono – e dappertutto – popolazioni in eccesso, superflue, che non servono nemmeno più ad essere sfruttate. Dal punto di vista della valorizzazione del valore, è l’umanità che inizia a essere un lusso superfluo, una spesa da eliminare, un “eccedente” – e qui si può parlare di un fattore del tutto nuovo nella storia!
Purtroppo, la “crisi” non comporta un’“emancipazione” garantita. Esiste molta gente arrabbiata perché ha perduto il suo denaro, la sua casa o il suo lavoro. Ma questa rabbia, a differenza di ciò che la sinistra radicale ha sempre creduto, non ha, in quanto tale, nulla di emancipatorio. La crisi attuale non sembra propizia per l'emergere di tentativi emancipatori (almeno in una prima fase), ma al “si salvi chi può”. D’altra parte, essa non appare neppure orientata alle grandi manovre di ristabilimento dell’ordine capitalista, ai totalitarismi, ai nuovi regimi autoritari di accumulazione. Ciò che si annuncia ha piuttosto l’aria di essere una barbarie a fuoco lento, e non sempre evidente. Piuttosto che il grande crash, ci si può aspettare una spirale discendente all’infinito, una depressione permanente che lascia il tempo di abituarcisi. Si assisterà sicuramente a una diffusione spettacolare dell’arte di sopravvivere in mille modi e di adattarsi a tutto, piuttosto che ad un vasto movimento di riflessione e di solidarietà, nel quale tutti mettono da parte i loro interessi personali, gettano nel dimenticatoio gli aspetti negativi della loro socializzazione e costruiscono insieme una società più umana. Perché una cosa simile accada, dovrebbe prima verificarsi una rivoluzione antropologica. Difficilmente si può affermare che le crisi e i tracolli in corso faciliteranno una rivoluzione di questo genere. Di più, anche se la crisi comporta una “decrescita” forzata, questa non va necessariamente nella giusta direzione. La crisi non colpisce in primo luogo i settori “inutili” dal punto di vista della vita umana, ma quelli “inutili” dal punto di vista dell’accumulazione del capitale. Non si ridurranno le spese per le armi, ma quelle per la salute – e una volta che si è accettata la logica del valore, protestare contro tutto ciò è abbastanza incoerente. Allora, bisogna cominciare con piccole cose, l’aiuto tra vicini, i sistemi locali di scambio, l’orto davanti casa, il volontariato nelle associazioni, le “AMAP” (Association pour le maintien d'une agriculture paysanne)? Certo, è carino. Ma voler contrastare il crollo del sistema mondiale con mezzi simili equivale a voler svuotare il mare con un cucchiaio.
A che cosa approdano queste considerazioni disincantate? Almeno ad un po’ di lucidità. Si può così evitare di ingrossare le fila dei populisti di ogni sorta che si limitano ad imprecare contro le banche, la finanza e le borse, e contro i loro presunti gestori. Questo populismo condurrà facilmente alla caccia ai “nemici del popolo”, in basso (gli immigrati) e in alto (gli speculatori) [*12], evitando così ogni critica contro le vere basi del capitalismo, basi che invece appariranno come la civiltà da tutelare: il lavoro, il denaro, la merce, il capitale, lo Stato.
Tutto ciò produce effettivamente la vertigine di immaginare la fine di un modo di vivere dentro il quale siamo risucchiati fino al collo e che, ora, sta per sprofondare senza che nessuno l’abbia deciso, lasciandoci immersi in un paesaggio di rovine. Tutti i presunti antagonisti di un tempo, il proletariato ed il capitale, il lavoro e il denaro accumulato, rischiano di scomparire insieme, avvinti nella loro agonia: è la base comune dei loro conflitti che si sta estinguendo.
Per uscire da questa situazione, ci vuole un così gran balzo nell’ignoto che chiunque – e lo si capisce! – lo rifiuta inizialmente. Ma il fatto di vivere in un simile confine d’epoca è, malgrado tutto, anche una chance inaudita. Dunque: che la crisi si aggravi! [*13] Non si tratta di “salvare” la “nostra” economia e il “nostro” modo di vita, ma di spingerli a scomparire più velocemente, dando intanto vita a qualcosa di meglio. Prendiamo l’esempio dei lunghi conflitti recenti nell’educazione e nell’Università: piuttosto che lagnarsi della riduzione dei fondi per l’istruzione e la ricerca, non sarebbe meglio mettere in discussione il fatto stesso che non si hanno educazione e ricerca se non sono “redditizie”? Si deve rinunciare a vivere perché l’accumulazione del capitale non funziona più?

Finalmente, l’uscita, è il titolo di un quadro di Paul Klee. Durante la breve crisi dell’ottobre 2008 si aveva un po’ l’impressione che il coperchio stesse per saltare: si cominciava a discutere apertamente dei misfatti e dei limiti del capitalismo. Malgrado tutto si può allora confidare nel fatto che durante una grave crisi prolungata le lingue si scioglieranno, i tabù e gli interdetti svaniranno, che numerose persone metteranno spontaneamente in discussione ciò che consideravano “naturale” o “inevitabile” fino al giorno prima e cominceranno a porre le questioni più semplici e meno spesso sollevate: perché c’è crisi se ci sono fin troppi mezzi di produzione? Perché morire di stenti, se esiste tutto il necessario (e anche molto di più)? Perché accettare che venga fermato tutto ciò che non serve all’accumulazione? Bisogna rinunciare a tutto ciò che non si può pagare? Forse, malgrado tutto, come nelle favole, verrà detta la parola che romperà l’incanto.

- Anselm Jappe - 

NOTE

[*1] - Questo articolo, pubblicato per la prima volta con il titolo di Crèdit à mort nel numero 30, 2009 della rivista francese Lignes, compare ora nel numero 0 (in corso di stampa) della rivista italiana T YSM (http://tysm.org/). La traduzione è di Alessandro Simoncini.

[2*] - É. Fottorino, Retour au rèel par le case désastre, “Le Monde”, 11-10-2008

[*3] - Partito trotzkista francese fondato all’inizio del 2009.

[*4] - “I centocinquanta relatori (di cui una sessantina stranieri) che si sono espressi il 4, 5 e 6 luglio durante i nove incontri di Aix-en-Provence, organizzati dal Circolo degli economisti, nella loro stragrande maggioranza hanno tenuto discorsi più allarmisti. Innanzitutto ci sono queste cifre, terrificanti, dell’Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico (Ocse). Da aprile 2008 ad aprile 2009, nei paesi più ricchi la disoccupazione è cresciuta del 40%. Dal 2007 al 2010 dovrebbero anche esserci 26 milioni di disoccupati in più, un balzo dell’80 %, senza precedenti in così poco tempo. «Il deterioramento più grosso deve ancora venire», ha messo in guardia Martine Durtand, responsabile dell’impiego. Ora, secondo Patrick Artus (banca Naitixis) «gli impieghi perduti, lo sono in maniera irreversibile»”. (Frédéric Lemaître, Et si la crise économique ne faisait que commencer?, “Le Monde”, 6-7-2009).

[*5] - “Si predica la «riconversione» (mutare credenze per cambiare attività) in vista di una maggiore sobrietà, si accusa il “tutti in macchina”, lo spreco delle risorse, l’invasione della vita da parte del lavoro alienato, la maledizione del progresso. Ma, nel momento in cui la macchina si blocca, il settore automobilistico entra in crisi, la pubblicità diserta i giornali e minaccia il loro equilibrio finanziario, la disoccupazione tocca un importante numero di salariati, il tono cambia e le vecchie certezze riaffiorano”. Lo ha scritto Gilbert Rist il 26-11-2008 in un blog vicino alla “decrescita”.

[*6] - Nella Bibbia (Libro di Daniele, capitolo 5), Mene, tekel, Peres! è la scritta misteriosa, annuncio di sventura, che il presunto ultimo re di Babilonia Baldassarre (che in realtà non fu mai re, ma ebbe solo la reggenza al trono per alcuni anni in sostituzione del padre assente) vide con spavento tracciata su una parete del salone in cui stava consumando il suo ultimo festino orgiastico. Durante l’orgia – mentre la città era assediata da Ciro – erano stati profanati i vasi sacri sottratti al tempio di Gerusalemme. Nella stessa notte la città fu conquistata, Baldassarre messo a morte e Babilonia divisa tra i Medi e i Persiani (ndt).

[*7] - Immanuel Wallerstein è stato pressoché il solo ad aver affermato sui grandi media che, dopo 500 anni, il capitalismo era arrivato alla sua ultima tappa e che qualcosa di nuovo si stava producendo (si veda il suo articolo Le capitalisme touche à sa fin in Le Monde dell’11-10-2008). Tuttavia, nella crisi attuale egli non vede altro che lo scoppio di una bolla speculativa che risale agli anni ’70; la compara ad altre crisi del passato. Se prevede una “fase di caos politico”, di “crisi sistemica”, e la fine del capitalismo nei prossimi decenni, è a causa della modificazione dei rapporti tra “centro” e "periferia”. La sua interpretazione è quindi molto diversa da quella che qui si propone.

[*8] - Durante gli ultimi decenni, dopo ogni crisi, si è assistito ad una “ripresa” – soprattutto degli indici di borsa –, la quale sembrava dimostrare che tutto era solo questione di cicli, di rialzi e di ribassi. Ma nessuna di queste “riprese” era il frutto di un nuovo modo di produzione che utilizzava massicciamente il lavoro in modo redditizio. Non erano che crescite fittizie di valore, ottenute vendendo e comprando titoli e, talvolta, investendo questo capitale fittizio nel consumo o nell’acquisto di servizi – cosa che ha creato ogni volta delle bolle finanziarie ancora più grandi e più prive di fondamenta, soprattutto nel settore immobiliare.

[*9] - A mo’ di punizione, si rivela qui al pubblico il nome dell’autore di questi propositi: Alexandre Xavier, Plus de croissance est en nous, “Le Monde”, 30-11-2008, “Chronique d’abbonées”.

[*10] - S’adapter au changement climatique plutôt que de le limiter?, “Le Monde”, 21-08-2009, sullo studio che il “Centro di consenso” (!) di Copenaghen ha affidato alla fondazione scientifica italiana “Enrico Mattei”, legata al gruppo petrolifero italiano ENI.

[*11] - La stessa punizione che per l’altro: Camille Sée, Le prévisible déclin du salariat, “Le Monde”, 09-08-2009, “Chronique d’abbonées”.

[*12] - Tanto la sinistra che una certa destra hanno protestato (almeno negli Stati Uniti) contro il salvataggio delle banche.

[*13] - F. Partant, Que la crise s’aggrave, Paris, Solin, 1978

fonte: EXIT!