lunedì 4 febbraio 2019

Indesiderabile!

Fra l'ectogenesi e la felicità materna
- Sulla riproduzione della razza umana nella crisi del patriarcato produttore di merci -
- di Thomas Meyer -

La crisi del patriarcato produttore di merci si riflette non solo nella dissoluzione della sostanza del lavoro, ma anche nel l'aspetto soggettivo per cui il carattere sociale narcisista è diventato un fenomeno di massa (Wissen, 2017) ed appaiono delle distorsioni ideologiche enormi, come si può vedere dall'ascesa del neofascismo  (si veda, ad esempio,  Späth 2017 e Konicz 2018).
Ma anche l'area della riproduzione del genere umano mostra quello che è il suo proprio percorso di crisi. Questo si esprime, per esempio, nel collasso della famiglia e, soprattutto, nel fatto che avere figli diventi un «fattore di perturbazione» fondamentale. Nel discorso pubblico, questo problema appare, da un lato, in un «femminismo di Stato», che per emancipazione delle donne intende soprattutto l'integrazione nel mercato del lavoro (precario), dal momento che vengono (devono essere) delegate allo Stato un numero crescente di attività dello stato sociale [*1]. Dall'altro lato, questo lo si vede nei neo-conservatori che rifiutano questa forma di emancipazione civico-femminista, e scommettono invece sulla felicità familiare privata.
Tuttavia, la promessa di felicità borghese della sinistra, a partire dal fatto che ora anche la donna può e deve finalmente avere un lavoro salariato, diventa in qualche modo inutile in quelle che sono le condizioni di crisi, in special modo in Germania, come sottolineano Lent e Trumann nel loro libro (Lent; Trumann 2015), visto che negli ultimi anni l'aumento dell'occupazione femminile è dovuta soprattutto all'espansione dei settori a bassa salario (le analisi di Lent e di Trumann si riferiscono solo alla Germania).
Da parte sua, la parte neoconservatrice, come nel caso di Birgit Kelle [*2], evidenzia il fatto che una tale emancipazione finisca per portare solo ad un eccesso di carichi in più alle donne, dal momento che di norma «carriera e figli» si escludono a vicenda [*3]. Kelle continua sottolineando che la donna non vuole smettere di credere che fare figli possa essere significativo e possa realizzare la sua vita, anziché consegnarla allo Stato, e dare perciò un senso alla vita per mezzo del lavoro salariato.
Secondo Kelle, per il capitalismo gravidanza e maternità sono un onere così grande, in quanto allontanano per qualche tempo le donne dal mercato dal lavoro. «Qualsiasi persona che desidera che le donne si sbrighino ad aver figli il più presto possibile, le sta trattando come se fossero delle incubatrici. Qui la gravidanza è un male necessario, una situazione transitoria medicalmente necessaria, la quale, purtroppo, interferisce ripetutamente con i processo di produzione per l'economia» (Kelle, 2017). Continua ad essere auspicabile, pertanto, che dopo la gravidanza, la donna torni il più velocemente possibile sul mercato del lavoro (per esempio, nidi d'infanzia per tutti). È ovvio che qui non vengono discusse le condizioni di lavoro ed il loro contenuto (Lente, Trumann, 2015). Inoltre, la carriera lavorativa delle donne ha una qualità diversa rispetto a quelle degli uomini, nel senso che la donna, come lavoratrice, è sottoposta ad essere il proprio compenso privato per il lavoro salariato, come ha scritto nel 1987 Christel Eckart: «Al contrario del lavoratore uomo, per cui la divisione sessuale del lavoro lo rifornisce della "donna che sta al suo fianco" come assistente alla carriera, le donne invece hanno bisogno di imparare a pianificare e configurare la propria carriera e le loro condizioni di riproduzione [...] e come professioniste devono crearsi una vita privata complementare. [...] La socializzazione femminile, la quale esige una differenziazione emotiva e un'azione orientata alle persone[...], insieme all'emergere dell'individualizzazione del mercato del lavoro, che porta le donne alla differenziazione cognitivo-intellettuale e all'azione strumentale nel mercato del lavoro, mette oggettivamente sotto pressione le donne stesse, affinché esse possano riunire quello che nella società civile esiste come lacerato, nella separazione fra sfera pubblica e privata e con la polarizzazione dei caratteri sessuali» (Eckart, 1987).  Per Eckart l'integrazione delle donne nel mercato del lavoro non è emancipatrice, dal momento che significa solo un allineamento con la forma del soggetto maschile, laddove allo stesso tempo la donna deve assumere il ruolo di «donna» in sé.
Il fatto che avere figli - vale a dire, una vita familiare - e un posto di lavoro (a tempo pieno) siano fra di loro fondamentalmente incompatibili e sempre meno sostenibili (a causa della precarizzazione, ecc.), è stato ripetutamente criticato dalle femministe (recentemente Lent; Trumann 2015, e si veda anche Scholz 1999). Lent e Trumann sostengono anche che, nel movimento e nella teoria femminista, la maternità è stata messa da parte e viene considerata come se fosse un problema privato. L'obiezione a tutto questo, è stata formulata dalle correnti che vengono definite come «femminismo della differenza», la cui critica sosteneva che il femminismo ufficiale  «aveva marginalizzato le madri, e prendeva sul serio solo le donne in quanto professioniste», e criticava anche quello che era il «trattamento predominante della maternità nella società». In questo modo, è nata la madre vista come un soggetto rivoluzionario (Lent, Trumann 2015). Inoltre, le femministe della differenza parlano di «non adattarsi al mondo capitalista borghese esistente [...]. ma esigerne la sua completa rivoluzione» [*4].
Dall'altro lato, è stato giustamente criticato ciò che è l'addestrare la donna, da parte dello Stato e della Chiesa, come se fosse una macchina per partorire. Shulamith Firestone è arrivata al punto di considerare la capacità di partorire come un ostacolo cruciale all'emancipazione delle donne, e per questo ha accolto positivamente il fatto che rimanere incinta ed avere figli potrebbe essere abolito grazie alla tecnologie riproduttive. Nel farlo, Firestone ha equiparato quello che è un fatto biologico al trattamento patriarcale di tale fatto. Di conseguenza,  se in futuro gli esseri umani venissero creati artificialmente, scomparirebbe una giustificazione ed una base decisiva del patriarcato, e la donna potrebbe finalmente raggiungere l'uomo nella soggettività del lavoro produttivo. Questa soggettività del lavoro, borghese e androcentrica, che prende come modello l'esistenza vista come recipiente della forza lavoro, dev'essere essa stessa un bersaglio della critica, e non un obiettivo per cui lottare, soprattutto in tempi di crisi, quando la forma borghese del soggetto diventa comunque obsoleta. In caso contrario, si corre il rischio, come scrive Felicita Reuschling, di «cadere in una posizione eugenetica che misura la natura dei corpi vulnerabili dei vecchi, dei giovani e di altri a partire dalla norma delle funzionalità ai fini del capitalismo» (Reuschling 2009). La posizione acritica e ingenua di Firestone, relativa alle tecnologie di riproduzione, e le varie fantasie di creazione artificiale sono pertanto spaventose. Ci avverte che, se la «riproduzione artificiale dovesse cadere nelle mani degli attuali governanti», questo significherebbe realizzare un incubo, ma rispetto a questo procede in maniera simile a quella del solito marxismo che ritiene neutrale la tecnologia, preoccupata solo che eventualmente essa non cada nelle mani sbagliate.
Una critica delle tecnologie riproduttive, delle madri surrogate e della selezione genetica, ecc., è stata anche uno degli argomenti della critica femminista, in special modo negli anni '80. Sebbene, a partire dagli anni '60,  i dibattiti e le critiche all'eugenetica siano divenuti ripetutamente attuali (come è accaduto in conessione con la Conferenza della "Fondazione CIBA", nel 1962 a Londra [*5], per la critica si vedano gli articoli in: Wagner, 1969), per molto tempo non hanno tuttavia costituito un tema per la sinistra (Brockmann, Schwerdtner 1987). È stata Traude Bührmann (Bührmann, 1981) a dare il via alla critica femminista nei confronti della tecnologia genetica e della riproduzione. In essa viene elencato assai chiaramente cosa muove i Biocrati: si pretende, in tutta serietà, di risolvere tutti i problemi attraverso l'ingegneria genetica, ossia, tecnicamente, anziché cambiare quelle che sono le condizioni sociali; una logica argomentativa che oggi viene propagandata anche dagli scagnozzi del transumanesimo. Ad esempio, Bührmann cita il genetista e Premio Nobel Joshua Lederberg, un «avversario rabbioso di qualsiasi restrizione alla ricerca genetica». Secondo lui, l'umanità rimarrebbe «sconvolta a causa del collasso della tecnologia». In tal coso, il «problema [...] può essere risolto solo adattando geneticamente l'essere umano a questo sviluppo, per esempio risolvendo - secondo la citazione di Lerderberg, che ne fa Bührmann - il problema del suicidio nucleare dell'umanità industriale, attraverso il suo adattamento genetico all'era atomica (!), il problema dei negri negli Stati Uniti, eliminandone la sua base genetica (!), e la discriminazione delle donne nella società industriale, per mezzo del livellamento genetico, o attraverso la sospensione dei due sessi che ne stanno alla base» (Bührmann 1981). Tuttavia, a partire dagli anni '90, la preoccupazione della parte femminista nei confronti di questo tema è diminuita in maniera significativa, fino a quando alla fine «è scomparsa» (Trumann, 2006) [*6]. Questo dimostra come i problemi in sé e la necessità di affrontarli sono tutt'altro che scomparsi!
Pertanto, la situazione dell'avere figli è stata, o viene, trattata in maniera diversa, secondo posizioni che sono, in una certa misura, completamente errate. Da un lato, in termini di difesa della famiglia nucleare borghese e della propaganda della felicità materna (che sicuramente può essere sperimentata come felicità solo da parte di coloro che si trovano in una situazione migliore, dal momento che molti non possono scegliere fra figli e lavoro), dall'altro lato, avere figli viene visto come un fattore di perturbazione anti-emancipatoria: La donna rinuncia ad aver figli, per potersi dedicare interamente alla carriera, oppure accetta un doppio fardello. E se ha figli - allora, per favore, che costino il meno possibile! In questa società competitiva non c'è posto per «vite sovraccaricate»! Perciò, ogni donna può decidere «liberamente» se mettere al mondo un bambino con una possibile (!) disabilità [*7]. Vale a dire: emancipazione attraverso il lavoro, oppure attraverso la felicità familiare borghese, ma non emancipandosi da entrambe le cose! Senza dubbio, le due posizioni hanno in comune il fatto che non tengono conto della struttura della società della dissociazione-valore e, pertanto, non la percepiscono come criticabile e come storicamente superabile. Dovrebbero piuttosto essere abbattute tutte quelle condizioni che misurano il valore della vita umana secondo la sua redditività ed efficienza, e costringono allo sforzo di dover estrarre lavoro da ogni atomo. Quindi, coloro che non sono ancora, o che non sono più, competitivi (soprattutto gli anziani, si veda Urban, 2018) sono per il capitalismo un problema fondamentale.
Più avanti, rivisiteremo la critica femminista delle tecnologie riproduttive. Anche se con questo argomento sia diminuita l'occupazione, come abbiamo detto, la questione continua a sussistere in maniera ancora virulenta. Sia perché c'è di nuovo fermento contro le persone che hanno disabilità [*8], sia perché avere figli viene razionalizzato tecnicamente, per esempio, attraverso il «social freezing» [*9], oppure attraverso quei processi derivati ripetutamente dalla costruzione di un «utero artificiale». Già nel 1955 esisteva un brevetto per un «utero artificiale», o per un suo primo test tecnico [*10]. Per definire la crescita di un embrione in un utero artificiale, esiste del resto un concetto autonomo: Ectogenesi. In questo discorso, sono presenti anche gli ideologhi del transumanesimo - c'è qualcuno che li ammira? - (di questo più nella III sezione).

II Sezione
La scomparsa dalla scena, della critica femminista delle tecnologie riproduttive fin dagli anni '90, può essere correlata, come sostiene Andrea Trumann (Truman, 2006), col fatto che alcune parti del movimento femminista, con la loro insistenza sull'«autodeterminazione» delle donne [*11], hanno contribuito alla diffusione e all'accettazione delle tecnologie riproduttive.
Un'altra ragione potrebbe benissimo risiedere nel post-strutturalismo, che ha prevalso anch'esso negli anni '90, e su cui tutto, in qualche modo, è costruito solo sul discorso, e tutte le cose si esauriscono nel linguaggio. La «natura», è stata perciò presupposta come pre-teorica e, pertanto, insignificante. Di conseguenza, non ci sarebbe «natura» che possa essere funzionalizzata e condizionata dal capitalismo. Cosa cui va contrapposto che anche la nostra immagine di natura, di fatto, è di già, e sempre, influenzata dalla società e dal potere. Uno degli errori centrali del post-strutturalismo è quello che non può (o non vuole) distinguere fra immagine (linguistica) di una cosa, e cosa in sé, equiparando quindi la realtà con una determinata (cattiva) comprensione della stessa; come se l'esistenza dei dinosauri fosse solo un prodotto del discorso, senza alcun riferimento a qualcosa che si trova fuori dal discorso umano, o dalla prassi umana (la paleontologia è nata, come si sa, nel XIX secolo, così come la psichiatria moderna e la sessuologia) [*12].
Come scrive Robert Kurz, «Il punto di vista secondo cui la lingua non è un mezzo neutrale per poter descrivere una realtà indipendente da essa, è stato troppo ampliato, fino all'affermazione che il linguaggio è l'unica cosa costitutiva della realtà, effettivamente l'unica realtà in sé» (Kutz, 2014).
Dal momento che, per il post-strutturalismo, la natura, e l'atteggiamento sociale verso di essa, resta fuori dal suo esame teorico e critico - e dal momento che per la visione post-strutturalista la natura di fatto non esiste - il suo controllo, e la sua distruzione, possono essere realmente criticati. Infatti, il «new materialism» (che si dispone a criticare il post-strutturalismo) conclude che il rifiuto di una natura al di fuori del discorso, vale a dire, la visione della natura in quanto pura costruzione sociale, non esprime altro che la pretesa di poter disporre completamente di essa, e contro di essa (si veda Henning, 2016) [*13].
Il post-strutturalismo dimostra di essere incapace di una critica fondamentale sia del capitalismo che della corrispondente forma del soggetto, anche se in quest'ultimo caso, soprattutto attraverso Foucault, ha fornito qualche contributo. Come potrebbe essere realmente abolita la forma del soggetto borghese, se l'essere umano stesso non è altro che una figura tracciata sulla sabbia, che sparirebbe del tutto se venisse eliminato il discorso moderno, vale a dire la forma del soggetto? [*14]
Su Foucault ed i suoi seguaci, Georg Gangl ha scritto: «Questa valorizzazione del sapere, che è radicata in profondità nella teoria di Foucault, e che ha guidato anche gran parte della sua prassi politica [...] diventa epistemologicamente interessante dal punto di vista delle diverse colorazioni (post-coloniale, femminista, queer). Pertanto Foucautl vuole valorizzare il "sapere locale, disarticolato, squalificato, non legittimato" nei confronti della "istanza teorica unitaria" [...] della verità e della scienza, visto che sono proprio i tesori dell'esperienza delle donne, delle minoranze sessuali ed etniche, ecc. che assai spesso vengono strutturalmente ignorate nei discorsi scientifici. In questo senso, la prospettiva foucaultiana, che sottolinea quella che è la stretta connessione fra potere, sapere e dominio, può certamente essere utile negli sforzi di emancipazione da parte di questi gruppi [...]. La spina dorsale filosofica che molte epistemologie condividono, o accettano da Foucault [...] è, alla fine, soprattutto un ostacolo per questi sforzi di emancipazione, dal momento che, come abbiamo argomentato, tende a negare una verità che sia al di là del potere, e rende impossibile che vengano visti quelli che sono dei contesti estensivi» (Gangl 2012).
Tuttavia, la pretesa post-strutturalista, o costruttivista, contro la natura, contiene anche un po' di legittimità, anche se, in seguito, si è trasformata nell'esatto opposto della critica (come contingenza pura, piuttosto che come determinismo) e ha rifiutato, per mezzo di un'accusa di essenzialismo, qualsiasi coinvolgimento con la natura e con quello che non è semplicemente costruito nel discorso, o che da esso non viene assorbito. Ute Bertrand, nel contesto di una critica femminista della biologia e della biotecnologia, scrive quanto segue: «Sicuramente, l'approccio costruzionista facilita la relativizzazione delle verità scientifiche, ed aiuta a difendere la rivendicazione dell'esistenza di una vera e propria verità. Nell'abbandonare la distinzione fra "sesso" e "genere", e nel descrivere tutte le affermazioni scientifiche sulla natura come se fossero una costruzione sociale, le donne possono difendersi contro le attribuzioni di qualità basate sulla biologia (molecolare). Non hanno bisogno di lasciarsi compromettere, non serve loro che siano altri a dire come sono o come dovrebbero essere le donne - se è la struttura del cervello, la miscela di ormoni o la codifica dei geni, quella che gli scienziati descrivono come caratteristiche della femminilità. [...] L'atteggiamento da esperto, il quale dichiara che il mondo è universale ed obbligatorio per tutti, viene ridicolizzato; la "comunità scientifica" è diventata una setta fra le altre. [...] Con il costruttivismo, anche la critica della scienza ha conosciuto un nuovo progresso. Ci invita a dare un'occhiata più da vicino a quelle che sono le dichiarazioni degli scienziati, come se fossimo dei marziani che visitano la Terra nel corso di una spedizione tecnologica. Con distacco, le donne possono analizzare gli "stili di pensiero" dei diversi "collettivi di pensiero" e cercare spiegazioni circa il motivo perché alcune verità abbiano prevalso, mentre altre continuano a vivere nell'ombra, o sono cadute completamente nel dimenticatoio» (Bertrand 1994).
Tuttavia, gli aspetti accettabili e significativi del post-strutturalismo e del costruttivismo presentano il problema di aver rinunciato, in ultima analisi, ad una pretesa di verità e soprattutto, eventualmente contro le sue intenzioni,
dissolvendo tutto quanto nei discorsi e nei simboli, raggiungendo così un momento a-storico - soprattutto il costruttivismo - trovandosi perciò d'accordo con la virtualizzazione del mondo della vita (si veda Kurz 1999). Continua Bertrand: «Con la relativizzazione costruttivista della verità dei suoi avversari, i critici si sparano sui propri piedi, dal momento che devono relativizzare ugualmente anche le loro proprie verità (ivi incluso l'approccio costruttivista). [...] Se manca la prospettiva storica, i vantaggi dell'argomentazione costruttivista si trasformano rapidamente nel suo opposto. Per cui, enfatizzare il modellamento del mondo significa accelerare la perdita della realtà. Informazioni, segni, simboli, rappresentazioni della realtà determinano la vita nell'ombra, l'auto-messinscena nella società dell'informazione. Importa solo ciò di cui la gente parla. [...] Barbara Duden critica giustamente il "coro degli accademici" che vuole "conferire all'auto-reificazione della società mediatica, l'apparenza che questo avvenga anche nell'interesse del movimento delle donne"» (Bertrand 1994).
Dall'altro lato, diversi autori, come quelli di "Beiträge zur feministischen Theorie und Praxis" ["Contributi alla teoria e alla pratica femminista"], pretendono di legare la biotecnologia e le tecnnologie riproduttive, alle conseguenti applicazioni eugenetiche, nel contesto di una critica fondamentale del capitalismo (e di quello che è il suo presente reale), in contrasto con i teorici del discorso puro e, maggiormente, con i lavoratori intellettuali, oggi accademicamente addomesticati. Perciò, Gundula Kayser formula, quali sono le motivazioni o gli obiettivi perseguiti dalla ricerca sulle tecnologie genetiche o riproduttive, così come viene dimostrato in molte citazioni di scienziati: «La capacità di partorire delle donne e la possibilità della manipolazione dei geni, saranno nel futuro oggetto di ricerca, per determinare prima della nascita, con precisione,  le qualità fisiche e psichiche, e qual è l'occorrenza quantitativa di determinati tipi di esseri umani, facendo la corrispondente pianificazione tecnica, e controllandone totalmente il suo processo di produzione, sotto la supervisione di specialisti in produzione umana. Come in qualsiasi altra merce, dev'essere industrializzata anche la produzione della merce "forza lavoro". [...] Sul piano politico, ciò significa, a mio avviso, un consolidamento delle tendenze fasciste nella politica demografica mondiale. Queste sono già state applicate a partire dall'industrializzazione della produzione di merci, e fino ad ora a quella che è stata la loro applicazione sistematica nel nazismo» (Kayser 1985).
Ufficialmente, le tecnologie riproduttive sono motivate soprattutto per aiutare le donne nel loro desiderio di avere un figlio. Ma Gena Corea osserva che le tecnologie riproduttive, e il loro metodi, come viene dimostrato in ultima analisi dalla zootecnica industriale, vengono trasferite agli esseri umani (Corea, 1986). In particolare, critica il fatto che normalmente le difficoltà, i fallimenti e le sofferenze delle persone non vengono divulgate, preferendo occultarle (ivi). A questo si aggiunge un linguaggio, relativo alle donne/madri, che è disumanizzate e sessista [*15].
Sia Corea che le altre evidenziano le applicazioni eugenetiche delle varie tecnologie riproduttive, come avviene nell'esame degli embrioni da impiantare, relativamente a possibili malattie ereditarie, o disabilità, come la trissioma 21 (sindrome di Down), ed altre caratteristiche che sono in linea di principio geneticamente identificabili [*16]. A questo, va aggiunta la determinazione del sesso attraverso l'amniocentesi, o quello che ha portato (e che porta) milioni di volte, specialmente in India ed in Cina, al fatto che le neonate venissero, e vengano, abortite, solo a causa del loro genere (Patel 1985) [*17]. Una simile politica demografica, per alcune femministe, è stata caratterizzata come femminicidio (Bührmann, 1985, si veda anche: Corea, 1986). Pertanto, diventa molto chiaro quale sia la portate delle tecnologie riproduttive.
In realtà, la non fertilità è un problema crescente [*18]. Ma non si parla mai delle cause, come lo stress psicosomatico o l'inquinamento (si veda, ad esempio, Peters, 1993). Invece, si invoca la scienza come soluzione dei problemi, senza che la società capitalista ed il suo distruttivo «metabolismo con la natura» (Marx) siano viste a partire da una critica radicale. Si fa anche uso di un «depistaggio genetico» (Hansen, 1985), per analizzare quelle lavoratrici che hanno una (presunta) predisposizione genetica alla sensibilità nei confronti di determinate sostanze nella produzione industriale, le quali non dovrebbero essere assunte o, secondo una visione estrapolatrice del futuro, sarebbe meglio che non nascessero nemmeno, di modo che quelli nati dopo di noi possano sopravvivere in una natura avvelenata e contaminata (si veda anche Ditfurth, 1997). Ovviamente, qui non si desidera alcuna mutazione nella composizione materiale della produzione, così come nel suo contenuto e nei suoi risultati. Come scrive anche Daniel Cunha (Cunha, 1916), nel capitalismo, al vero e proprio processo di produzione sono collegate tutta una serie di tecniche che si presume pongano rimedio alla distruzione ambientale o all'inquinamento (come i filtri per la fuliggine), le cosiddette tecnologie «end-of-pipe», che tuttavia lasciano generalmente intatto il processo di produzione stesso. La continua promozione delle tecnologie riproduttive - la quale non è probabile che in futuro potrà diminuire nel regime capitalista, dal momento che sempre più persone sono afflitte dall'infertilità - si inquadra anch'essa in questa categoria.
La critica femminista delle tecnologie riproduttive, è rivolta principalmente al dominio patriarcale e tecnico sulla natura femminile: l'espropriazione della capacità di generare, rendendo le donne dipendenti da un apparato tecnico reificante e, infine, dando loro una libertà di scelta con delle implicazioni eugenetiche che non è altro che un'imposizione, la quale porta ad un «rafforzamento del controllo sociale» sulle donne, e ad «una pressione più o meno aperta della legittimità sociale, che viene esercitata attraverso le nuove possibilità di diagnosi» (Kontos, 1985). Poiché, continua Kontos:«La decisione, da parte di una donna, di accettare o meno un bambino presumibilmente disabile, è pre-strutturata in larga misura dal modo in cui la società affronta e gestisce la malattia, la sofferenza e la disabilità» (ivi). E questo modo di affrontare e gestire significa proprio che «le vite che sono un peso» devono essere evitate! La conseguenza è una fondamentale ostilità nei confronti della disabilità, la cui persistenza ed aumento sempre più crescente a partire dagli anni '80 appare ripetutamente nella critica (su questo: Christoph, 1990).
Kontos, tuttavia, critica anche quello che è un rifiuto generalizzato delle moderne tecnologie riproduttive, come spesso accade nella critica femminista. In quanto, ad essere decisive non sarebbero le tecnologie in quanto tali ed il loro «utilizzo o non utilizzo», ma, semmai, la connessa «ristrutturazione delle relazioni sociali che determinano il processo di riproduzione» (Kontos, 1985). Una natura della riproduzione immediata, che non sia influenzata né dalla tecnica né dalla cultura, non esiste, «si è sempre tentato di influenzare la fertilità delle donne [...]». Tuttavia, Kontos fa un capitombolo, e si dice convinta che la gravidanza ecc. siano ancora solo delle costruzioni sociali, e suggerisce che alla fine eventualmente le idee di Firestone non sarebbero poi da respingere completamente, e dovrebbero quanto meno essere discusse (ivi).
Il rifiuto generalizzato porta, praticamente, anche ad un «appello ad un'interruzione della ricerca che, con ogni probabilità, è condannata al fallimento, poiché non affronta le condizioni sociali sulle quali si basa la tecnologia riproduttiva. [...] Ora, per comprendere il totale significato sociale delle nuove tecnologie riproduttive, esse devono essere collocate nel contesto di quelle che sono le condizioni riproduttive generali [...] » (ivi). Cosa con cui si può essere d'accordo, ma le proibizioni alla ricerca, o quanto meno le moratorie possono ancora avere senso (anche se non necessariamente). Pur così, non potendo essere eliminate le cause sociali, difficilmente sarà necessario usare questo come scusa per tutto ciò che dev'essere autorizzato, o per realizzare per la prima volta qualsiasi porcheria (e si deve quindi procedere "eticamente") [*19]. Le condizioni e le radici sociali dovrebbero essere tematizzate congiuntamente alla proibizione o alla moratoria, perché poi si possa attuare qualsiasi sviluppo in una direzione, o di qualità, diversa, oppure abolire del tutto determinati sviluppi.
Seguendo Kontos, in realtà, si può dire che di regola le tecnologie non dovrebbero essere rifiutate globalmente, dal momento che le loro opzioni e contenuti non si esauriscono necessariamente nella costituzione del feticcio a partire dal quale sono state inventate, sia che si tratti del capitalismo o dell'antichità. Vale a dire, la macchina a vapore ed il martello ancora non realizzano il capitale, e neppure il motore a combustione interna realizza il traffico del trasporto individuale. Bisogna anche distinguere fra la mera invenzione e la sua distribuzione di massa, o l'implementazione imprenditoriale. Ora, un'invenzione o la sua capacità tecnica è produttiva in eccesso, e viene venduta in eccesso, se con questo apre la prospettiva di un corrispondente profitto; profitto che continua ad essere l'obiettivo della produzione nel regime capitalista della valorizzazione del valore: quel D-M-D', con cui l'infrastruttura e l'ambiente di vita vengono poi trasformati in conformità, laddove quello che è il risultato viene considerato, da qui in avanti, irreversibile, ed appare come se fosse «progresso» necessario. I distruttivi effetti collaterali possono effettivamente essere conosciuti e ricercati, ma vengono ancora ignorati o scartati come eco-isteria di sinistra. Si suppone poi, che le catastrofi ecologiche corrispondenti non hanno niente a che vedere con il modo di produzione, e pertanto metterlo in discussione non sarebbe altro che populismo di sinistra, oppure un presunto «ritorno al Medioevo». Proprio le tecnologie che sono state, o che vengono sviluppate e prodotte come tecnologie "end-of-pipe", sono però tuttavia discutibili, se si tiene conto della loro motivazione feticistica. Così, negli ultimi anni, l'attenzione è stata più volte attratta dalla mortalità delle api. Per rimediare alla mancanza di api, si sono messi in marcia eserciti di lavoratori e lavoratrici per eseguire manualmente le impollinazioni. Ma, per economizzare il lavoro, si stanno facendo dei seri tentativi per sviluppare adeguati droni per l'impollinazione. (!) [*20] Lo stesso succede, come già detto, con le tecnologie di riproduzione. Perciò, la loro origine può essere collocata nell'allevamento industriale e nell'imprenditoria scientifica androcentrica, ma questo non vuol dire che siano in qualche modo legati a quella che è la sua origine nel dominio. Per quanto possa essere così, da questo non ne deriva la sua applicazione di massa, né il suo utilizzo volontario. Se non fosse per l'aumento dell'infertilità causata dall'inquinamento industriale e dalla coercizione eugenetica - nel senso che è più opportuno fare nascere solo coloro che poi saranno idonei in quanto portatori di forza lavoro - le tecnologie riproduttive, benché note ed utilizzabili, non avrebbero alcun significato sociale. Allo stesso modo, quando qualcuno ordina un bambino su misura, quello che mostra è il suo narcisismo malato. Senza il patriarcato, nessuno avrebbe mai avuto l'idea di testare l'embrione per quel che riguarda il sesso, in modo che non nascesse nessuna bambina! L'efficacia concreta della tecnologia, e le sue conseguenze sociali sono determinate dai suoi propositi sociali o feticisti di dominio e, pertanto, solo insieme ad essi possono essere criticati . In questo modo si eviterebbe una critica «non dialettica» della tecnica.

III Sezione
Com'è noto, anche il transumanesimo non è piovuto dal cielo. Darwinismo sociale ed eugenetica, vale a dire, la «creazione di materiale umano redditizio» e tutte quelle idee secondo cui l'essere umano è una macchina da ottimizzare, possono essere giustamente considerate come i suoi predecessori storici (si veda, ad esempio, Wess, 1989). Occasionalmente, i transumanisti considerano la loro storia, o la loro origine storica, essere quella che sostiene nel suo saggio, "A History of Transhumanist Thought" [*21], Nick Bostrom. È ovvio che il transumanesimo non vorrebbe avere niente a che vedere con le irragionevoli esigenze di questa società, ma le sue idee fondamentali, per così dire, sarebbero sempre esistite, come nel caso della ricerca o del desiderio di immortalità, che può essere trovato fin dall'epopea di Gilgamesh. Ad essere popolari, e citati più volte con compiacimento (si veda Woyke, 2010), sono quei pensatori del Rinascimento, come Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), il quale disse che l'essere umano è stato creato libero da Dio, ed egli ha la libertà di esistere come pianta, come animale, o perfino come angelo, e pertanto l'essere umano è, in certo senso, aperto allo sviluppo, e non è predeterminato; posizione questa, in cui transumanisti affermano di riconoscere sé stessi e la loro ideologia [*22]. È interessante anche notate che, fra le fonti delle idee transumaniste (e fra quelle di un'eugenetica «liberale») citate da Bostrom, come John Haldane (1892-1964) e Julian Huxley (1887-1975) (si veda Heil, 2010), nella lista non compare Trotsky, sebbene, nel suo discorso di Copenaghen del 1932, ha formulato in termini inequivocabili il «miglioramento della razza umana», potendo così, pertanto, essere giustamente considerato come una delle fonti delle idee del transumanesimo. Egli dice: «Quando l'avrà fatta finita con le forze anarchiche della sua stessa propria società, l'essere umano si integrerà nei laboratori, nelle storte del chimico. Per la prima volta, l'umanità considererà sé stessa come una materia prima e, nel migliore dei casi, come un prodotto semilavorato fisico e psichico. Il socialismo significherà un salto dal regno della necessità al regno della libertà, nel senso che l'essere umano odierno, che vive senza armonia, schiacciato sotto il peso delle contraddizioni, aprirà la strada ad una nuova razza più felice» [*23]. Sebbene le parole di Trotsky sembrano essere uscite dalla bocca del signor Bostrom e dei suoi amici, a quanto pare il signor Bostrom si vergogna a riferirsi ai bolscevichi. Probabilmente perché il nazionalsocialismo ed il socialismo sono per lui e per i suoi amici degli «imperi del male», vedendo una differenza di principio fra la biopolitica di questi e quella dei liberali, anziché tener conto della loro sovrapposizione e della loro comune origine.
In ogni caso, il termine «ectogenesi» risale al già citato Haldane, come scrive il transumanista Zoltan Istvan [*24] [*25]. Nella giustificazione di un «utero artificiale» si fa ricorso alla solita verbosità scientifica: si cerca solo di aiutare! Per esempio, si vorrebbe dare ai bambini nati prematuri una maggiore probabilità di sopravvivenza [*26], e un utero artificiale sarebbe un vantaggio anche per le donne. Poiché la gravidanza è ancora un tema rischioso: cosa succede, quando una donna durante una gravidanza beve acqua di rubinetto che contiene piombo, o prende l'influenza, o che effetto ha sull'intelligenza del bambino il fatto che beva mezzo bicchiere di vino? [*27] Ovviamente, in Istvan l'idea secondo cui questa tecnica potrebbe essere molto rischiosa, una volta disponibile, non balena nemmeno. Com'è noto, le centrali nucleari, dopo tutto, sono anche sicure! Inoltre, l'ectogenesi liberebbe le donne ancora di più dal lavoro domestico (Firestone manda i suoi saluti) e, alla fine, la gravidanza potrebbe anche avvenire in età avanzata (in modo che la dona più giovane possa essere completamente disponibile per il lavoro salariato) e i gay, o i single (!) non dovrebbero continuare ad affidarsi a delle «madri in affitto». Con tutte queste promesse di felicità, si può solo restare a bocca aperta!
Quindi, lo stress e la tensione per la gravidanza, che non sono solo una questione naturale, devono essere aboliti o ridotti per mezzo dell'ectogenesi, anziché abolire le cause sociali del doppio incarico, ecc. Fondamentalmente, tutto punta ad una razionalizzazione tecnologica della gravidanza o della riproduzione [*28]. La sarcastica osservazione di Kelle, secondo la quale nove mesi di gravidanza sono davvero troppi, e il tempo dovrebbe essere ridotto a beneficio dell'economia, non è affatto uno scherzo: «Basterebbe solamente ridurre legalmente la gravidanza a sei mesi. Nove mesi - che perdita di tempo! Come mai gli economisti non considerano questo di più? Sarebbero tre mesi in più per la catena della creazione di valore sul mercato del lavoro delle madri. Possiamo avere anche bambini prematuri così grandi. Da un'incubatrice all'altra, dopo di che nell'asilo nido, un'istruzione secondaria turbo, rapidamente, una laurea, poi uno stage non retribuito e, a seguire, un lavoro con un salario minimo. Ecco fatto. Chiunque grugnisca viene sedato con il Ritalin» (Kelle, 2017). 
Tuttavia, le osservazioni di Kelle suggeriscono che la famiglia borghese tradizionale ha sempre più difficoltà ad adempiere ai suoi compiti ed obiettivi. Ciò è dovuto al fatto che la loro base sociale è sempre più frammentata (cosa che Kelle ed i suoi naturalmente non vedono). Ora, della crisi della famiglia, non ci se ne dovrebbe lamentare, ma non dovrebbe neppure essere celebrata. Non la si dovrebbe celebrare, dal momento che i «modelli di vita alternativi», nelle condizioni sociali date, sono tutt'altro che migliori. Comunità residenziali vegane, o clan ceceni, di solito sono anche peggiori.
Si auspica, tuttavia, che riparta una critica delle tecnologie riproduttive, e che (ancora di più) una critica di quelle che sono le promesse tecniche di salvezza del transumanesimo apra la strada nel contesto del femminismo radicale. Allo stesso tempo, il recupero neofascista e neoconservatore della famiglia borghese, ivi inclusa l'eterosessualità compulsiva ed il romanticismo della maternità (come ripetutamente risuona nei libri di Kelle) [*29] venga contrastato, senza che qui la diversità postmoderna (ancora più ingenua) venga vista come la fine della storia.
È ovvio che uno stile di vita postmoderno di sinistra, profondamente segnato dal carattere sociale narcisistico (cfr. Wissen, 2017), non dispone di nessuna risposta efficace alla svolta neoconservatrice, né, tanto meno, alla fascistizzazione (si veda, Kurz 1999).

- Thomas Meyer - Pubblicato il 26/7/208 su EXIT! -

NOTE:

[*1] - Ovviamente, questa è la situazione in Germania. È chiaro che una simile delega delle attività assistenziali allo Stato è valida solo a condizione che sia finanziabile. Probabilmente questo succede ancora (!) solo perché la Germania è la vincitrice del mercato mondiale, e beneficia del suo sciovinismo di esportazione. Ma prima o poi questo finirà.

[*2] - Per la critica di Kelle, si veda Meyer 2016.

[*3] - Anche "Radikalfeminin", una sezione antifemminista degli identitari, si lamenta del fatto che la gravidanza non sia inclusa nella pianificazione tradizionale della vita. Cfr. Radikalfeminin – Frauen gegen Genderwahn

[*4] - Nella critica del femminismo della differenza, spesso, come affermano Lent & Trumann, questi aspetti vengono trascurati. Il femminismo della differenza, è senza dubbio criticabile nel senso che tendeva in fondo ad occupare positivamente quello che viene attribuito al "femminile", questione che tuttavia non può essere qui approfondita.

[*5] - Jan, Löther e Senglaub riassumono il contenuto di questo simposio che, non a caso, ci ricorda gli argomenti degli attuali transumanisti: «Gli autori [del simposio] partono dalla vecchia concezione della contro-selezione e pensano che l'essere umano, attraverso la civiltà tecnica e la medicina moderna da lui create, sarebbe sfuggito alla legge della selezione naturale, e ora degenererebbe geneticamente, se non mette in atto un intervento regolatore. D'altra parte, si ritiene che l'attuale essere umano, con la sua condizione fisica e le possibilità della sua mente e della sua ragione, non sia più in grado di controllare lo sviluppo tecnico che ha messo in moto. Entrambe le questioni portano alla stessa conclusione, ai programmi di riproduzione umana e alla manipolazione genetica dell'umanità, che un'élite impone come dev'essere e dove porta. Per la fattibilità di tali programmi, i loro araldi invocano i risultati e le prospettive della genetica. Da qui le risorse necessarie al miglioramento biologico, supposto come necessario all'umanità. Per questo, sono previsti rigidi controllo della natalità con finalità eugenetiche, congelamento degli spermatozoi dei donatori considerati geneticamente validi per l'inseminazione artificiale, aumento della prole delle donne considerate geneticamente particolarmente preziose, attraverso lo scarico di uova fertilizzate trapiantati in madri ospiti umane di basso rating, ed altri metodi collaudati e testati nel corso della creazione e della riproduzione di animali»  (Jan; Löther; Senglaub, 585s.).

[*6] - Si veda anche la lezione di Kelle sul tema «Madre a noleggio: come la tratta di persone diventa nuovamente accettabile», su youtube del 24/1/2018.

[*7] - Silja Samerski scrive: «Nel consultorio medico e nella seduta di consulenza, i calcoli della probabilità appaiono come se fossero previsioni concrete, o addirittura diagnosi. Perfino con i risultati dei test genetici, con alcune eccezioni, quelle che possono dedursi sono solo delle dichiarazioni di probabilità: Un "difetto genetico" o un gene identificato in laboratorio, in genere ci dice solo che la persona testata potrebbe ammalarsi, e questo "potrebbe" va inteso in termini di rischio. Tuttavia rimane oscuro ciò che il pensiero presuppone in termini di rischio: vale a dire, una forma di pensiero di gruppo, secondo cui l'individuo si trasforma in un membro senza volto che appartiene ad una popolazione» (Samerski 2008).

[*8] - L'AfD [Alternative für Deutschland] ha fatto una piccola indagine per sapere quante persone disabili esistono in Germania, soprattutto a causa dell'endogamia, e in che misura parte di questo è dovuto all'afflusso di migranti o di rifugiati, cfr Hilfe zur Hetze, neues-deutschland.de del 23.04.2018.

[*9] - Cosa che consiste nel congelare gli ovuli, in modo che la donna possa dedicarsi alla carriera durante la sua gioventù, senza essere disturbata nelle sua attività imprenditoriali da nessuna irritante creatura. Poi, quando è il tempo, o di solito troppo tardi, può fertilizzare il suo uovo conservato e farlo impiantare su sé stessa o piuttosto su una "madre a noleggio"; per meglio dire, una "incubatrice" in affitto, cfr "Social Freezing".

[*10] - Cfr.: "Il coraggioso mondo nuovo" - L'utero artificiale - La macchina al posto della madre è una realtà, Netzfrauen.org del 9.07.2016.

[*11] - Quando si parlava di "autonomia", o di "autodeterminazione", vale la pena ricordare, si criticava l'individualismo borghese: si rivendicava l'enfatizzazione del lato collettivo della lotta femminista, volta a superare "i rapporti uomo-donna", visti come relazioni di sfruttamento e di oppressione (si veda l'editoriale di Beiträge zur feministischen Theorie und Praxis n°14). Allo stesso modo, si criticava anche uno sforzo emancipatore che permettesse alla donna, in quanto proprietaria del suo corpo, di disporne liberamente, dal momento che questo avrebbe portato ad una relazione reificante con il corpo e con la natura, equiparandosi alla forma maschile del soggetto, borghese e dominante la natura, cosa che anch'essa doveva essere oggetto della critica, cfr. Brockmann, 1989, così come Mies, 1989. Venne anche criticato che si parlasse di autodeterminazione astraendo dal contesto politico e sociale. Soprattutto perché l'autodeterminazione, con enfasi sul soggetto borghese, non a caso era associata al dominio razzista e sessista, cfr. E.coli.bri 1994.

[*12] - Questo punto è stato persino usato contro Foucault, dai filosofi conservatori, come Roger Scruton, in: Scruton, 2016.

[*13] - Sulla Critica del nuovo materialismo e del nuovo realismo, cfr. Scholz 2018, così come Henning 2016.

[*14] - Per la critica di Foucault, si veda Gangl 2012, 117-136 (testo disponibile online su exit.online.org , così come Kurz, 2004.

[*15] - Si parla, per esempio, di "ambiente fetale" riferendosi ad una donna o ad una madre in attesa.

[*16] - Gli embrioni vengono selezionati anche in funzione del colore dei capelli (!) desiderato, o degli occhi (!) (si veda Jansen 2015). Pertanto, non si tratta solo di abortire i bambini con la sindrome di Down, ma di fare bambini su ordinazione. In ultima analisi, è indesiderabile qualsiasi neonato che non si conformi ( o che presumibilmente non) si conformi a quella che è la misurazione di una bellezza superiore. È stato macabro un caso in cui una coppia di lesbiche sorde che avevano chiesto esplicitamente un bebè sordo e, pertanto, era stato fornito materiale genetico proveniente da una famiglia in cui nascevano sordi da diverse generazioni (essendo così, quindi, probabile la sordità del nascituro). La giustificazione è stata che essere sordo è un "modo di vivere" proprio (!), vale a dire, un'identità culturale (!), la quale, è ovvio, richiede un riconoscimento. Anche il bambino deve perciò corrispondere a questa identità, cfr. Sandel 2015).

[*17] - Cfr.: Troppi uomini, Cina e India si scontrano con le conseguenze dello squilibrio di genere, netzfrauen.org del 22/5/2018.

[*18] - Per esempio, negli ultimi anni l'infertilità nelle gigantesche città cinesi contaminate dall'inquinamento atmosferico è aumentata in maniera massiccia, cfr. Florian Rötzer, Telepolis del 14.11.2013.  Quando in Cina, alla fine del 2016, circa 500 milioni (!) di persone sono fuggite verso la campagna (i rifugiati dallo smog!), il governo cinese ha definito smog come se fosse semplicemente un «disastro meteorologico», al fine di «impedire che le autorità potessero essere ritenute responsabili del disastro» (cfr. Zizex 2018). Pertanto, lo smog sarebbe un «disastro naturale», come un uragano! Da notare anche che negli ultimi 40 anni il numero di spermatozoi degli uomini occidentali è crollato della metà, cfr.  Florian Rötzer: Telepolis del 11.10.2017.

[*19] - Soprattutto perché in simili frangenti, come obiezione, si invoca sempre la nota «logica della localizzazione dell'investimento»: se non lo facciamo noi, lo fanno gli altri. Vista in questo modo, si può sempre lasciare tutto com'è, o accettare tutto quello che si vede. Ma se si ottiene una moratoria o una proibizione di, per esempio, alcuni prodotti geneticamente modificati, questo rende evidente anche il fatto che gli sviluppi tecnologici non sono il destino inevitabile, come vengono volentieri sempre rappresentati. Il fattore decisivo è che una proibizione o una moratoria dev'essere accompagnata da una critica fondamentale del capitalismo e dei suoi prodotti.

[*20] - Si vede, ad esempio, «Robot volante con supergel cerca di sostituire le api», su spektrum.de del 9/2/2017.

[*21] - https://nickbostrom.com/papers/history.pdf

[*22] - « [...] "Non ti abbiamo dato, o Adamo, una dimora certa, né un sembiante proprio, né una prerogativa peculiare affinché avessi e possedessi come desideri e come senti la dimora, il sembiante, le prerogative che tu da te stesso avrai scelto.  19.La natura agli altri esseri, una volta definita, è costretta entro le leggi da noi dettate.  20. Nel tuo caso sarai tu, non costretto da alcuna limitazione, secondo il tuo arbitrio, nella cui mano ti ho posto, a decidere su di essa. 21. Ti ho posto in mezzo al mondo, perché di qui potessi più facilmente guardare attorno a quanto è nel mondo." [...] " 24. O somma liberalità di Dio Padre, somma e mirabile felicità dell’uomo! 25. Al quale è dato avere ciò che desidera, essere ciò che vuole.  26. I bruti nascendo recano seco (come dice Lucilio) dall’utero della madre tutto ciò che possederanno. 27. Gli spiriti superni o sin dall’inizio o poco dopo diventarono quello che saranno nelle perpetue eternità.  28. Nell’uomo nascente il Padre infuse semi di ogni tipo e germi d’ogni specie di vita.  29. I quali cresceranno in colui che li avrà coltivati e in lui daranno i loro frutti. Se saranno vegetali, diventerà pianta; se sensibili [sensitivo?] abbrutirà. Se razionali, riuscirà animale celeste. Se intellettuali, sarà angelo e figlio di Dio. 31. E se, non contento della sorte di nessuna creatura, si raccoglierà nel centro della sua unità, fattosi uno spirito solo con Dio, nella solitaria caligine del Padre, colui che è collocato sopra tutte le cose su tutte primeggerà. § 7. [...]" » (Pico Giovanni della Mirandola, Discorso sulla dignità dell'uomo (Oratio de hominis dignitate)).

[*23] - https://www.marxists.org/deutsch/archiv/trotzki/1932/11/koprede.htm

[*24] - Nel 2014, Zoltan Istvan ha fondato il  "Transhumanist Party": https://www.huffingtonpost.com/zoltan-istvan/should-a-transhumanist-be_b_5949688.html . Tuttavia, poi si è unito al "Libertarian Party", ossia, al partito degli anarco-capitalisti. Per la critica dell'anarco-capitalismo si veda Meyer 2017.

[*25] - Quel che segue è una citazione da:  https://motherboard.vice.com/de/article/4xampd/knstliche-gebaermuetter-sind-laengst-in-der-entwicklung

[*26] - Riguardo questo problema, c'è già stata una ricerca affannosa sugli animali: un utero artificiale per gli agnelli nati prematuri, si veda: https://www.nature.com/articles/ncomms15112 .

[*27] Infatti, tali elenchi evidenziano una certa paranoia. Anche Gena Corea ha fatto qualche elenco da "farmacista", nel senso che l'«ambiente fetale», vale a dire, la donna - come viene chiamata nel gergo sessista dei "farmacisti" - è pericolosa per l'embrione. Solo per fare un esempio: «Siamo giunti alla conclusione che l'utero sia un luogo tenebroso, un ambiente che mette a rischio la vita. Dobbiamo augurare ai nostri potenziali figli un luogo dove essi si trovino sotto la miglio supervisione possibile (!) e con la miglior protezione possibile.» Qui la causa può essere la paura androcentrica della natura, o della natura femminile, che non è tecnicamente disponibile o dominabile nel suo insieme, sebbene questo sia stato tentato, cfr. Corea 1986. Ci sono qui dei paralleli con la caccia alle streghe.

[*28] - Di fatto, tale razionalizzazione non esiste soltanto nell'ectogenesi: «Uno degli aspetti dell'industrializzazione della riproduzione, è l'applicazione, dalla fabbrica alla procreazione, del principio della linea di montaggio. [...] Nella fabbrica delle nascite, la parola chiave è efficienza. Per soddisfare le necessità della fabbrica, le donne devono partorire durante l'orario d'ufficio, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 17. Alcuni medici, non solo praticano l'«ostetricia diurna», vale a dire, iniziano artificialmente il lavoro del parto secondo gli interessi della comodità, ma lo rivendicano apertamente. Ci sono anche prove, per cui i tagli cesarei, che negli Stati Uniti sono arrivati ad una percentuale scandalosa, vengono fatti per adattare le nascite agli orari di lavoro preferiti dai medici» (Corea, 1989).

[*29] - Soprattutto da parte dei fondamentalisti cristiani, si è alla ricerca di un'inversione radicale. Su questo, per qualche tempo, sono stati resi pubblici alcuni documenti, si veda: www.queer.de/detail.php?article_id=31059

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domenica 3 febbraio 2019

Assalti al cielo

Ludd, o il Sessantotto trascendente

di Anselm Jappe

Tra il 1968 e il 1978 l’Italia, com’è noto, ha vissuto la più lunga stagione contestataria di tutti i paesi occidentali in quel periodo, mentre altrove “il Sessantotto” era generalmente tanto intenso quanto breve. Era anche l’unico paese dove le proteste videro una sostanziale partecipazione operaia e popolare. Allo stesso tempo, l’Italia ha dato un’elaborazione teorica tutta sua di quegli eventi e della loro novità: l’operaismo, le cui propaggini si estendono fino a oggi. In retrospettiva, l’operaismo e le organizzazioni da esso influenzate (Potere Operaio, Lotta continua, poi Autonomia operaia) sembravano occupare tutto lo spazio a sinistra del PCI, vista anche la scarsa importanza che ebbero maoisti e trotzkisti, diversamente dagli altri paesi europei. In effetti, esiste ormai una ricca letteratura sull’operaismo. Tuttavia, a margine c’erano altre correnti che si volevano più radicali e che si ispiravano soprattutto ai situazionisti francesi e alla tradizione anti-leninista dei Consigli operai. Questa piccola area di “comunisti eretici”, che spiccava più per lucidità che per impatto immediato sulle lotte sociali, va sotto il nome di “Critica radicale”. Il suo raggruppamento più importante fu Ludd. Benché sia esistito per appena un anno, dal 1969 al 1970, coinvolgendo solo alcune decine di persone, soprattutto a Genova e Milano, e ne rimangano essenzialmente tre bollettini e alcuni volantini, Ludd è diventato nel corso del tempo una “leggenda” per quegli ambienti della critica sociale che si richiamano alle idee situazioniste, oggi forse più numerosi che quarant’anni fa.

Per la prima volta, una larga documentazione su Ludd e i suoi “precursori” è disponibile su carta stampata (il materiale era già disponibile sul sito nelvento.net ). Un’utile introduzione di Leonardo Lippolis spiega il contesto storico. Quasi metà del libro è occupato da un saggio di 200 pagine di Paolo Ranieri, ex membro del gruppo, che mescola ricordi personali con commenti allo stato attuale del mondo, offrendo informazioni preziose, ma anche alcuni deplorevoli scivoloni. [*]  L’interesse principale risiede nella parte documentaria: documenti (soprattutto volantini) del Circolo Rosa Luxemburg, della Lega degli operai e degli studenti e del Comitato d’azione di lettere che si sono succeduti a Genova, nonché i tre bollettini di Ludd e i suoi volantini, con in più alcuni documenti interni.

Gli antecedenti si trovano in quei circoli che a partire dal 1960 si collocavano alla sinistra del PCI, dal quale si distanziavano sempre più nettamente: dapprima i Quaderni rossi di Panzieri, poi Classe operaia dove Antonio Negri e Mario Tronti gettavano le basi del futuro operaismo. Di fronte a quello che consideravano come una rottura ancora insufficiente con il leninismo, alcuni collaboratori di Classe operaia come Gianfranco Faina e Riccardo d’Este, futuri protagonisti di Ludd, ne uscivano per fondare il Circolo Rosa Luxemburg a Genova. Scoprivano la rivista francese Socialisme ou Barbarie (che aveva appena cessato di uscire), la cui figura centrale era Cornelius Castoriadis e che costituiva la punta più avanzata in Europa di una critica del leninismo e del progetto di un’“autonomia operaia” di fronte ai partiti e sindacati. A partire dalla fine del 1967, la situazione italiana si radicalizza rapidamente per culminare nell’”autunno caldo” del 1969: non solo nelle università, ma anche nelle fabbriche. La sinistra “extraparlamentare” passò da ultra-minoritaria a essere l’area più in sintonia con delle lotte che sfuggivano al controllo del PCI e della CGIL, e anche alle categorie interpretative tradizionali. Allo stesso tempo, il Maggio francese elettrizzò gli animi e comportò una maggiore diffusione delle tesi situazioniste, soprattutto la “critica della vita quotidiana”.

Dai vari contatti nacque nell’estate 1969 “Ludd – Consigli proletari” in una riunione al Film Studio di Roma. Ebbe almeno quaranta partecipanti distribuiti tra Torino, Genova, Roma, Milano e Trento, tra cui si possono ricordare, oltre a Faina e d’Este, Giorgio Cesarano, Pier Paolo Poggio, Mario Lippolis, Piero Coppo, Eddie Ginosa, ma anche Mario Perniola (tutti maschi, come ricorda Ranieri nella sua introduzione che contiene anche molti spunti autocritici). Una sezione italiana dell’Internazionale situazionista si era già formata all’inizio di quell’anno e mantenne altezzosamente le distanze. Nello stesso anno si formavano anche Potere operaio e Lotta continua – oggetti di forte polemiche da parte di Ludd che li accusava di voler dirigere nuovamente dall’esterno la spontaneità proletaria, di avere dei “capi” e di essere disponibili a una “modernizzazione” o “democratizzazione” del capitalismo. Ludd invece mirava a una “rivoluzione totale” che includeva anche una rottura esistenziale a livello individuale con il modo di vita vigente: la rivoluzione della vita quotidiana.

Il nome era già un programma: il movimento dei “luddisti”, gli operai inglesi che all’inizio del Ottocento distruggevano i telai meccanici, passava nella tradizione marxista come l’espressione di una tendenza infantile o reazionaria del nascente movimento operaio. Il libro dello storico inglese E. P. Thompson sulla formazione della classe operaia inglese, tradotto in italiano nel 1969, ne aveva invece rivelato l’importanza. Aveva ispirato il nome ai giovani rivoluzionari italiani. In generale, il loro orizzonte si muoveva tra marxismo e anarchismo, con uno spiccato interesse per il “consiliarismo”: quella tendenza eretica del movimento operaio che si rifà ai primi soviet e ai consigli durante la rivoluzione tedesca del 1919 nonché alle organizzazioni che ne continuavano il programma tra le due guerre, soprattutto in Germania e Olanda. In Italia questa tradizione di autoorganizzazione operaia fuori dai partiti e sindacati era del tutto assente e veniva scoperta attraverso la Francia. Divenne per Ludd (come per l’I. S.) uno spartiacque nella polemica contro l’operaismo nascente e le sue volontà “politiciste”.

Ludd intervenne con volantini spesso sarcastici e improntati al pamphlet situazionista “Della miseria nell’ambito studentesco”, tra cui una progettata contestazione del festival di Sanremo. Ma il più notevole fu il volantino “Bombe, sangue, capitale” distribuito qualche settimana dopo la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e dove Ludd indicava – primi a farlo dopo il volantino “Il Reichstag brucia” della sezione italiana dell’I.S. – nello Stato il mandante della strage, in un momento in cui anche a sinistra regnava la più grande confusione.

Ma quello che può interessare maggiormente il lettore di oggi, perché meno legato al solo clima di quell’epoca, sono alcuni aspetti degli articoli più teorici del bollettino. Vi si ritrova anzitutto il rifiuto del lavoro e dell’”ideologia”. Gli autori, che si rivendicano «estremisti», constatano che ormai il proletariato è una categoria ben più vasta dei soli operai: l’alienazione e lo spossessamento si estendono alla vita intera, non solo al lavoro, sotto forma di una “colonizzazione della vita quotidiana”. Notano che ormai molti operai agiscono in modo del tutto diverso dai canoni del movimento operaio tradizionale. Ludd fa allora un elogio costante delle “lotte anti-economiche” del nuovo proletariato, del “sabotaggio”, della negazione tanto dell’economia quanto della politica, in nome del rifiuto dei “feticci della merce e del capitale”. La lotta di classe rimane un argomento onnipresente, ma assume i tratti di uno scontro generalizzato tra chi difende il modo capitalista di vivere e chi lo vuole abolire. Non la trasformazione graduale dell’esistente è l’orizzonte, ma la sua distruzione sotto forma di un’insurrezione, rifiutando tutte le mediazioni istituzionali. Ludd polemizza costantemente contro il militantismo e lo spirito di sacrificio: nell’azione rivoluzionaria, mezzo e fine, vita personale e azione collettiva devono coincidere (naturalmente, come ricorda l’introduzione, i membri di Ludd trovano grandi difficoltà a vivere veramente questa rottura e ne derivano forti frustrazioni e tensioni nel gruppo).

Un’altra preoccupazione costante è l’opera dei “recuperatori” (il Movimento studentesco di Mario Capanna è uno dei loro bersagli preferiti) che vogliono canalizzare l’energia negativa del proletariato verso delle riforme, promuovendo al contempo il proprio statuto di leader – non si può negare un grande valore profetico a questi attacchi! Altre volte, le critiche appaiono alquanto ingenerose, per esempio quando; parlando di psichiatria, mettono Franco Basaglia e Ronald Laing nel novero dei “rivoluzionari parziali” che non fanno altro che rafforzare il sistema.

Pur continuando a guardare all’operaio di fabbrica, Ludd elogia le nuove forme di opposizione al capitalismo: le rivolte dei neri negli USA, il sabotaggio, i saccheggi, l’assenteismo, l’illegalità, e anche la criminalità, la malattia mentale, la marginalizzazione. Come i situazionisti italiani, si entusiasmano per il sollevamento popolare di Battipaglia nell’aprile del ’69. Nel bollettino numero 3 (gennaio 1970), Piero Coppo, futuro antropologo e etnopsichiatra, espone una critica della medicina e della psichiatria come strumenti di dominio che critica la stessa antipsichiatria. Ma nonostante il nome, in Ludd si trova appena un inizio di una critica approfondita della scienza, della tecnologia e del regno degli esperti.

Più sorprendente, vista la sua evoluzione successiva, è la partecipazione di Mario Perniola (che era stato in contatto diretto con i situazionisti francesi tra il ’66 e il ’69); il suo contributo sulla “creatività generalizzata” anticipa il suo libro L’alienazione artistica.

Un particolare rilievo assume la figura di Giorgio Cesarano. Aveva già quarant’anni nel 1968, era poeta e faceva parte del mondo culturale milanese. La sua partecipazione agli eventi del ’68 lo scosse durevolmente (la sua elaborazione letteraria di quegli eventi sotto forma di diario, pubblicata nello stesso anno come I giorni del dissenso e La notte delle barricate, è stata riproposta nel 2018 dall’editore Castelvecchi, che ha ugualmente pubblicato uno studio di Neil Novello su Cesarano dal titolo L’oracolo senza enigma). Un suo saggio intitolato “L’utopia capitalista. Tattica e strategia del capitalismo avanzato nelle sue linee di tendenza” apparve nel terzo bollettino. In uno stile a volte pesante (in generale bisogna dire che a Ludd mancava lo stile brillante, caustico e spesso divertente dell’I. S.) vi espone delle idee sviluppate da lui negli anni successivi in Apocalisse e rivoluzione (Dedalo, 1973), Manuale di sopravvivenza (Dedalo 1974) e nell’incompiuta Critica dell’utopia capitale (Colibrì, 1993). Vi espone l’idea di una “rivoluzione biologica” che a partire dal corpo si opporrà a tutte le alienazioni, perfino al linguaggio.

Nel saggio su Ludd, Cesarano sottolinea il ruolo del credito: ormai è socializzato, cioè viene concesso ai proletari, e facilita l’invasione della merce in tutto lo spazio sociale. Lo sfruttamento non si limita più allora alla vendita della forza-lavoro, ma invade tutto lo spazio e tutto il tempo. A causa del debito il proletario è ancora più in ostaggio dei dominanti. Scrive: “Ciò che in realtà l’individuo consuma nella società capitalista è sempre e solo merce e cioè capitale, lavoro morto, organizzato in modo da riprodursi e da accrescersi, e che si riproduce e si accresce proprio nella misura in cui viene consumato”. L’accento messo sulla “merce” come categoria centrale della critica sociale era poi destinato a un importante futuro. La lotta di classe non si presenta infatti più nei termini tradizionali: “Il ribaltamento ideologico operato dai sociologi ‘operaisti’ di ridurre la portata del processo di proletarizzazione universale all’aspetto di una ‘operaizzazione’ di nuovi ceti, da affrontare nei termini di un’analisi sociologica di ‘ricomposizione di classe’, si rivela ormai per quello che è: l’ultimo trucco, l’ultima mistificazione per nascondere al proletariato se stesso”. Diventare proletari non significa dunque più diventare operai. Riprendendo spunti situazionisti, Cesarano afferma che il “proletariato non è più identificabile in entità sociali parcellizzate e statiche – ma poiché ‘o è rivoluzionario o è nulla’ è lo stesso movimento che tende verso la totalità”. (Una definizione talmente “soggettivista” del proletariato comporta, è chiaro, ugualmente dei problemi – ma aveva un’importante funzione in quel momento storico in cui l’operaio di fabbrica cominciava da un lato a perdere la sua centralità, e dall’altro il suo aspetto necessariamente rivoluzionario). Infatti, Cesarano propone di abbandonare “l’immobile personificazione del proletariato” e di valorizzare l’”eterogeneità delle masse che colmano i ghetti dei disadattati, le carceri, i manicomi”, di tutti coloro cioè che non sopportano più le condizioni di vita che vengono loro imposte. Ma questo significa – altra idea assai importante – che “quando la classe tende all’universale e universale si fa la proletarizzazione imposta dallo sviluppo capitalistico, il fronte della lotta di classe passa ormai all’interno delle persone”: se (quasi) ognuno può essere un po’ proletario, in cambio ognuno partecipa anche al dominio e ne riproduce i meccanismi (una conseguenza era, nei gruppi radicali, la ricerca spesso ossessiva e denunciatoria di atteggiamenti “borghesi” in se stessi o negli altri membri del gruppo).

Cesarano articola la critica dell’ideologia che sottrae il significato a ogni atto della vita e del lavoro, ma anche della scienza che perde di vista la totalità. Bisogna far cadere tutta la divisione tra struttura e sovrastruttura (ideologia). Lui oppone, in modo poco dialettico, a dire il vero, il valore d’uso come l’aspetto vivo, da rivendicare, al valore di scambio come aspetto mortifero della produzione e si spinge molto lontano nella ricerca delle origini ultime dell’alienazione, in termini che ricordano talvolta la Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno: le trova nella preistoria, nel linguaggio e nella natura. “Prima che materializzarsi nel denaro, il valore di scambio si materializza, sacralizzato, nel sacrificio, nel mito, nel linguaggio come accumulazione seriale di significati”. La colonizzazione dei significati conta tanto quanto lo sfruttamento economico: “Qualsiasi forma di schiavitù, prima che misurabile in termini di quantificazione (termini di economia), è sempre qualificabile in termini di subordinazione dell’attività umana allo stato delle cose; così come qualsiasi forma di dominio, prima che quantificabile in termini di accumulazione di valore, è qualificabile in termini di gestione dei significati cui fa capo lo stato delle cose”. È allora logico che per Cesarano si deve arrivare alla “distruzione definitiva del regno delle cose” (qualunque cosa questo possa significare), ad opera della “spontaneità proletaria” fortemente elogiata.

Questo tentativo di rintracciare le cause della non-vita contemporanea fino alla sua dimensione più profonda, biologica e linguistica, porta Cesarano a una febbrile attività di scrittura negli anni successivi, ma anche al suo tragico suicidio nel 1975.

Nell’estate del 1970 Ludd decide di sciogliersi, senza drammi. L’incapacità di andare oltre la teoria e di implicarsi realmente nelle lotte collettive era uno dei motivi messi in avanti. I suoi membri più attivi continuano quasi tutti la critica sociale, ognuno a modo suo, e evitano le compromissioni con il sistema capitalistico cosi come con le organizzazioni “recuperatrici”.

Che cosa se ne può ritenere oggi, a parte il tassello che completa un quadro storico? Il Sessantotto mondiale, questa insurrezione contro il “vecchio mondo”, appare in retrospettiva ben diverso da quello che erano le intenzioni dei suoi protagonisti: ha prodotto non l’abbattimento della società borghese e capitalista, ma la sua modernizzazione. I contestatari hanno aiutato, volenti o nolenti, la società della merce a liberarsi di una serie di anacronismi e di superstrutture obsolete e incrostate, laddove i suoi stessi gestori non erano in grado di operare un tale aggiornamento. Questo fatto è ormai risaputo. Molti si sono accontentati dei cambiamenti – d’altronde grandi – che il “capitalismo progressista” ha introdotto negli anni settanta in tutte le sfere sociali. Ma come in ogni rivoluzione, c’erano stati i momenti dell’”assalto al cielo” in cui sembrava possibile di volere tutto, non soltanto delle briciole. La poesia, ma anche una parte dell’importanza perdurante di questi picchi della storia risiede in quella ricerca dell’assoluto, che sia realizzabile o no. Ludd, per quanto minoritario, e con tutti i suoi limiti, faceva parte di questi “momenti trascendenti” della storia di cui possono nutrirsi i ribelli ancora per diverse generazioni.

- Anselm JappePubblicato il 3/2/2019 – su Alfabeta2 -

Progetto Critica radicale - La critica radicale in Italia: Ludd 1967-1970 - Nautilus, Torino 2018 p. 566

[*] - (Pubblicata su Alfabeta2, come risposta ad un commento, da parte di Anselm Jappe, l’8 febbraio 2019):

Quali sono gli scivoloni nell’introduzione di Ranieri? Il più grave è la difesa di Paul Rassinier che sarebbe stato “calunniato”. Bisogna sapere che Paul Rassinier (1906-1967), presunto anarchico, è stato il “padre” del negazionismo “di sinistra” in Francia, cioè della negazione della realtà storica della Shoah. E’ stato l’ispiratore di Robert Faurisson. Se poi si leggono sull’ultima pagina dell’introduzione delle frasi sul presunto vittimismo degli ebrei, ci si rende conto che una parte dell’ultrasinistra non ha mai fatto i conti con il negazionismo, cui avevano partecipato diversi suoi esponenti, né con l’antisemitismo che ne costituiva la base. Se questo non permette di gettare l’obbrobrio su tutto quello che ha fatto l’ultrasinistra francese e italiana prima della fine degli anni settanta, dovrebbe però essere oggetto di una critica più che vigile.
Un altro scivolone, di un genere ben diverso, è la qualificazione di “Il Reichstag brucia”, lo storico volantino dei situazionisti italiani distribuito subito dopo le bombe di Piazza Fontana, come ambiguo e ipocrita e la qualificazione delle prese di posizione successive di Gianfranco Sanguinetti in Del terrorismo e dello Stato (1980) come espressione di un “delirio cospirazionista”. Tutto questo sente troppo il regolamento di vecchi conti.


venerdì 1 febbraio 2019

Frontiere

Essere Alle frontiere del capitale significa prendere atto della condizione in cui si trovano il mondo, l'umanità, i singoli: trionfo della tecnologia e dell'ingiustizia; ricchezze senza limiti e vergogna che prosperano sulla disperazione; il futuro posto sotto sequestro; la politica che ridiventa fascista.
Tappa ulteriore del progetto "Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico", il volume si concentra sulla fenomenologia del tempo presente, cercando di risalire alle radici di errori e orrori; senza chiudere le porte alla speranza. Una duplice tensione - etica e teoretica insieme - è all'origine di analisi incentrate sul modo in cui si vanno ridefinendo i rapporti tra il capitalismo, da un lato - con la sua ricerca frenetica del profitto e la sua pervasività senza limiti -, e dall'altro il vivente, oggetto di una voracità predatrice, che macina uomini e cose.
Tensione etica, perché è una lotta in cui non si può transigere: la posta in gioco è la vita della specie e quella dell'intera ecosfera, ancor prima e concretamente la dignità delle singole persone.
Secondo un'ideologia diffusa, è venuta meno la possibilità di una trasformazione qualitativa dell'esistente. Alla superficie il mondo corre insensatamente ma nella sostanza appare pietrificato, congelato entro rapporti indiscutibili, in una paralisi della storia ossessivamente concentrata sul presente e la sua ripetizione: nel sottofondo di coscienze assopite l'eco di sconvolgimenti tellurici, l'incombere di catastrofi sociali e naturali.
Il capitale pretende di costituire l'ultima parola sulla storia, non più un fenomeno storico ma uno stato di fatto insuperabile, fuori dal tempo, con la medesima perentorietà dei fenomeni naturali e ancor meno scalfibile dall'azione umana. All'opposto, ripercorrere a contrappelo le vicende storiche è un compito ineludibile per ritrovarvi, nel passato e nel presente, quelle insorgenze e quegli scarti che scardinano il corso omogeneo e lineare del dominio. Si tratta di cogliere nella storia le molteplici chances che la abitano irriducibili a rappresentarsi in una forma definitivamente compiuta.
Nella mezzanotte del tempo in cui ci è dato vivere, non possiamo rinunciare ad affermare l'esistenza dell'utopia concreta, di brecce di insorgenza all'interno dell'astrazione apparentemente invalicabile del capitale, di un possibile risveglio dalle sue fantasmagorie. In altre parole, occorre tener viva l'idea della non naturalità e della non necessità del capitale, idea portante, variamente coniugata, di tutti i saggi che compongono questo libro.

Indice:

ECOLOGIA E SOCIALISMO
Tecnica e natura: contro il destino della crisi, Pier Paolo Poggio
Ecosocialismo e pianificazione democratica, Michael Löwy
Scienza e vita oltre i limiti, Enzo Ferrara
Lettera dal 2100. La società postcapitalistica comunitaria, Giorgio Nebbia
Ecologia e Teologia della liberazione, Luis Martínez Andrade

LAVORO E CAPITALE
L’ethos di un lavoro futuro, Roberto Finelli
Tesi eterodosse per il perfezionamento della critica dell’economia politica, Karl Heinz Roth
Nuova scienza: il lavoro e la sua organizzazione nell’era 4.0, Mario Agostinelli
Valorizzazione e sfruttamento nel capitalismo bio-cognitivo, Andrea Fumagalli
Precarietà e timore, Ferruccio Gambino

SOGGETTIVITÀ E FORME DI VITA
Nostalgia dell’iniziazione. Su alcuni consumi simbolici di massa, Daniele Balicco
Comunicazione e dominio, Franco Berardi
Neoliberalismo e forme di vita, Paolo Godani
Il terrore e l’estasi, Stefania Consigliere
La teoria critica tra estetica e teologia, intervista a Christoph Türcke

OLTRE LA POLITICA
Dopo Cosmopolis: quel che resta della politica, Giorgio Barberis, Marco Revelli
Dopo il Leviatano cosa? Sulla metamorfosi della forma-Stato, Alessandro Simoncini
Dalla bio-politica alle bio-tecnologie: note arendtiane sulla postmodernità, Eugenia Lamedica
Il marxismo nelle vene dell’America, Harry Harootunian
Controllare per pacificare dopo Auschwitz e Hiroshima, Carlo Tombola
Mario Tronti. Dello spirito libero, Fabio Milana

BRECCE
Non ancora, non più, Mario Pezzella
Attualità e anacronismi del comunismo, Massimiliano Tomba
La ragione comunista. Dieci tesi nell’era del populismo avanzato, Francesco Biagi, Gianfranco Ferraro
Creare il Comune, incrinare il capitalismo, Michael Hardt, John Holloway
L’esperienza plebea e la logica della democrazia (radicale), Martin Breaugh
La settima meraviglia della ZAD. Attualità della Comune, Kristin Ross
Marx: quale critica dell’utopia?, Miguel Abensour

(L'Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico - Alle frontiere del capitale - Vol.VI - Jaca Book - 38,00 €)

Per una genealogia del pensiero radicale
- di Michele Nani -

A otto anni dall’uscita del primo volume, si avvicina al compimento l’ambizioso progetto della Fondazione Micheletti di Brescia e della casa editrice milanese Jaca Book: L’Altronovecento, una grande enciclopedia del «comunismo eretico» e del «pensiero critico» novecenteschi. Alla scansione geografica dei primi cinque volumi (due sull’Europa e due sulle Americhe, l’ultimo – ancora in lavorazione – su Africa e Asia), segue ora una raccolta di contributi sul presente, Alle frontiere del capitale (pp.416, euro 38), curato da Massimo Cappitti, Mario Pezzella e Pier Paolo Poggio.
La Presentazione dei curatori delinea la «duplice tensione» all’origine del volume: «etica», «perché con il capitalismo dilagante non si può transigere» nell’epoca in cui il rapporto di capitale minaccia le basi stesse della vita sulla Terra; «teorica», perché urgono strumenti in grado di pensare e di trasformare un mondo in pericolo. Per ricostruirli, i principali punti di riferimento sono qui offerti dal «comunismo eretico», cioè dalle «esperienze radicali che non si sono declinate in forma di partito o di Stato, entrambi manifestazioni del potere concentrato della modernità».
In realtà, il volume prescinde da una partizione così drastica, che in fondo offrirebbe consolazione ideologica a una ragione vittimistica: il racconto di un’«eresia» rivoluzionaria sconfitta spiegherebbe in maniera riduttiva (la repressione convergente dell’«ortodossia» sovietica e del nemico di classe) perché storicamente non si siano invertiti i rapporti fra le parti; e non permetterebbe comunque di capire perché dopo il 1989 la crisi del socialismo reale ha trascinato con sé non solo le socialdemocrazie, ma anche le diversissime forze politiche alla sinistra del comunismo maggioritario.
Raccogliere in un solo volume le esperienze odierne di critica radicale al capitalismo è compito assai impegnativo. Forse avrebbe giovato un riferimento ad altri tentativi contemporanei, come quello del sociologo svedese Göran Therborn (From Marxism to Post-Marxism, Verso 2008; New Masses?, New Left Review, n. 85, 2014). La mappa che ne risulta è inevitabilmente parziale e selettiva, ma anche diseguale per genere di contributo (dal saggio teorico ai semplici appunti), per orizzonte disciplinare e, va detto, anche per effettivo rilievo e chiarezza di lettura. Oltre a questa natura variegata, anche la mole del libro (quattrocento pagine fittissime) e la sua articolazione in cinque blocchi (Ecologia e socialismo; Lavoro e capitale; Soggettività e forme di vita; Oltre la politica; Brecce) rende impossibile una trattazione unitaria.
Fra i molti possibili, un filo per attraversare il volume, richiamato a più riprese dalla Presentazione, può essere offerto dal rapporto con la storia, un tratto rivelatore in un tempo assediato dal «presentismo» (François Hartog). Contro la «naturalizzazione» del capitalismo in un «presente astorico», ma senza cedere al rifugio nella memoria del passato o alla celebrazione delle aperture del «nuovo», Massimiliano Tomba invita a pensare, sulla scorta dell’ultimo Marx, di Benjamin e di Bloch, all’assemblaggio odierno di temporalità diverse. Il farsi globale della storia umana, sincronizzata dal «valore» forgiato dal rapporto di capitale, produce immancabilmente «anacronismi», che sono forieri di sviluppi alternativi: non come ritorno a forme sociali passate, ma per le opportunità presenti che dischiudono.
La presenza di modalità di relazione non mercantili e le anticipazioni di un diverso modo di vivere che si danno nel momento della lotta e dell’organizzazione rappresentano tensioni che orientano il presente verso un diverso futuro – un tema al centro anche dell’intervento di Kristin Ross sull’attualità della Comune parigina nelle lotte in difesa del territorio, come quelle della Zad francese e dei No-Tav valsusini.
La fine del «progressismo» informa anche il saggio di Pier Paolo Poggio: la crisi ambientale, orizzonte del nostro tempo, costituisce infatti una rottura storica. Se l’indifferenza e l’inerzia di fronte ad allarmi ormai quotidiani accomunano gran parte delle classi dirigenti, non offrono soluzioni né la via d’uscita tecnico-scientifica (adattarsi a un mondo artificiale), né la teorizzazione di uno «sviluppo sostenibile» (civilizzare il capitalismo). Si delinea invece un’alternativa a partire dai conflitti ambientali e dalla critica degli usi e delle appropriazioni della scienza e della tecnica, verso una conversione ecologica della società che ponga limiti alla distruzione della Natura, ad esempio riducendo i consumi energetici e la produzione di rifiuti, ristabilendo forme di circolarità e valorizzando un settore primario de-industrializzato.
Come ribadisce Michael Löwy questa prospettiva «ecosocialista» richiederebbe una «politica economica fondata su criteri non monetari ed extraeconomici», dunque la fuoriuscita dal capitalismo, verso una società a piena occupazione con il controllo pubblico sui mezzi di produzione, attraverso una pianificazione democratica e partecipata che soddisfi i bisogni (cibo, alloggio, vestiario) e i servizi (salute, educazione, comunicazioni e cultura).
Questo «comunismo solare» trova una suggestiva formulazione nello scritto di Giorgio Nebbia, uno dei padri dell’ecologismo italiano, che si riallaccia alla tradizione utopistica con una Lettera dal 2100. Vi si descrive una «società postcapitalistica comunitaria» retta dalla «proprietà collettiva» e tesa a minimizzare le scorie inquinanti: un arcipelago di piccoli insediamenti resi autosufficienti dal decentramento di produzione di energie rinnovabili. Il rapporto fra marxismo e utopia è al centro del contributo del compianto Miguel Abensour, alla cui memoria è dedicato il volume.
Nell'importante saggio dello storico Karl-Heinz Roth si propone una riformulazione della critica marxiana dell’economia politica alla luce degli sviluppi storici, ampliando le forme che contribuiscono alla valorizzazione (lavori non salariati, riproduzione, natura) e introducendo maggiore attenzione all’espropriazione delle popolazioni messe al lavoro e al peso della rendita fondiaria: il capitalismo vede il continuo ripetersi di dinamiche di «accumulazione originaria», a permanente sconvolgimento della natura e della società. Si deve a un sociologo, Ferruccio Gambino, un ricco profilo del lavoro contemporaneo, a partire dalla compresenza di forme di lavoro coatto (dominate dalla «paura» per la propria incolumità) e di salariato più o meno precario (che genera «timore» di disoccupazione).
Di questa situazione, articolata dal diritto o meno alla mobilità, si traccia un’interessante genealogia secondo-novecentesca, a partire dall’esperienza statunitense, precoce ispirazione per il resto d’Occidente, dalle realtà postcoloniali, laboratori di precarizzazione, e dal «tradimento» (con Raniero Panzieri) del movimento operaio europeo che è alle radici della frammentazione estrema del lavoro contemporaneo.
Il volume presenta contributi interessanti, anche se spesso parziali, su molti altri aspetti del presente, dalla cultura di massa (Daniele Balicco) alla forma-Stato (Alessandro Simoncini), e insiste opportunamente, nel contributo di Carlo Tombola, sull’orizzonte della catastrofe atomica globale e sulla proliferazione della produzione di armi, usate soprattutto in guerre contro i civili. Piace tuttavia chiudere con una nota di speranza nell’«esperienza plebea», che si presenta, secondo il contributo di Martin Breaugh, in ricorrenti lotte per allargare la democrazia, che hanno il loro paradigma nell’Aventino dell’antica Roma e le loro ultime incarnazioni nelle Primavere arabe e in Occupy Wall Street.

- Michele Nani - Pubblicato sul Manifesto del 23/1/2019 -