domenica 6 agosto 2017

Fermare la storia

girard

In un certo senso il cristianesimo è il primo e insuperato «illuminismo». Il sacrificio, esito della “rivalità mimetica” messa in luce da René Girard nei suoi studi come stigma della violenza delle religioni primitive, viene smontato e abbattuto dalla morte di Cristo sulla croce. Cristo muore perché deve morire, come migliaia e migliaia di vittime innocenti prima di lui, ma così prende la parola per la vittima, e svela l’ingiustizia della morte dell’innocente. Il volume «Girard. Oltre il sacrificio», edito da Medusa (pagine 112, euro 13), raccoglie quattro interviste al grande studioso delle religioni e dei miti, morto nel 2015. Anticipiamo alcuni brani da una conversazione uscita sulla rivista “Certitude” nel 2005.

A un anno dalla scomparsa del grande intellettuale, antropologo e critico francese, questo volume riunisce sei interviste realizzate negli ultimi dieci anni di vita dello studioso. I temi sono quelli più scottanti, aggravati in questi mesi dalla crescita di tensione collettiva per il conflitto ormai a scala globale innescato dai continui e incontrollabili attentati terroristici nelle maggiori capitali del mondo. Il capro espiatorio, la violenza mimetica, il meccanismo vittimario che Girard ha messo in luce con i suoi studi che spaziano dall’antichità al dettato biblico, alla letteratura moderna, sono diventati materia di dibattito quotidiano. Perché? Evidentemente non è bastato, come il pensatore ha cercato di spiegare in più occasioni, che Gesù Cristo mettesse fine alla logica antica del sacrificio come mezzo per placare l’ira degli dèi. La vittima sacrificale sulla croce non ha interrotto il ciclo sanguinario che l’umanità ha riproposto per millenni praticando la logica della vendetta. L’11 settembre è stato un chiaro esempio di come la mentalità restitutiva dell’offesa non fa che allargare il cerchio della violenza (e questi mesi di attentati in Europa ne sono, in fondo, la conseguenza già prevista da Girard in queste interviste dove si toccano appunto le questioni innescate dall’attentato di New York). Che fare? Stabilire, dice Girard, un tavolo comune delle istituzioni planetarie dove la logica della violenza mimetica sia bandita per sempre dalle scelte dei singoli Paesi. Utopia o percorso praticabile?

(dal risvolto di copertina di: Girard. Oltre il sacrificio, Medusa, pagine 112, euro 13)

Inedito. René Girard: non siate nuovi sacrificatori
- di Laurent Linneuil e Guillaume De Tanoüarn - mercoledì 10 maggio 2017

L’esegesi classica, nella lettura di Adamo ed Eva, insiste sul peccato d’orgoglio mentre lei sposta questa lettura sul piano del desiderio mimetico...

È facile trovare nei testi evangelici il fatto che Satana è omicida fin dall’inizio: «Voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio» (Giovanni 8, 44). Nel capitolo 8 Giovanni ci fa vedere l’inizio della cultura, ci dice: «Voi vi credete figli di Dio, ma siete evidentemente figli di Satana poiché non sapete nemmeno come respingerlo. Vi credete figli di Dio in una sequela naturale senza sospettare di rimanere nel sacrificio». Ma questi testi non sono mai veramente letti. Cosa rimprovera Giovanni agli ebrei? In cosa si distingue dal giudaismo ortodosso in questo rimprovero? Queste le vere domande...

Rimprovera agli ebrei di valorizzare la loro comprovata filiazione...

Sì, senza vedere la loro propria violenza, senza vedere il peccato originale in certo modo. «Il nostro padre è Abramo». Gesù gli dice: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo» (Giovanni 8, 39). Ora, è la verità che rende liberi. Questa porta a mostrare come il peccato originale, anche se non è il caso di definirlo, è legato alla violenza e al religioso come è nelle religioni arcaiche o nel cristianesimo deformato dall’arcaismo di cui nella storia non giunge a trionfare totalmente. Mi guardo bene dal definire il peccato originale.

Quello che appare molto sorprendente è il fatto che nella Bibbia non si conosce la ragione per la quale Abele è preferito a Caino...

Potrebbe esserci, paradossalmente, una ragione visibile nell’islam. Abele è colui che sacrifica gli animali e siamo in questa fase: Abele non ha voglia di uccidere suo fratello forse perché sacrifica gli animali e Caino è agricoltore. E qui non ci sono sacrifici animali. Caino non ha altro mezzo d’espellere la violenza che uccidere suo fratello. Ci sono testi davvero straordinari nel Corano che dicono che l’animale inviato da Dio ad Abramo per risparmiare Isacco è lo stesso animale ucciso da Abele per impedirgli di uccidere suo fratello. È affascinante e mostra che il Corano sul piano biblico non è insignificante. È molto metaforico ma di una potenza incomparabile. Mi colpisce profondamente. Ci sono scene altrettanto confrontabili nell’Odissea, è straordinario. Quelle del Ciclope. Come si scappa dal Ciclope? Mettendosi sotto la bestia. E allo stesso modo che Isacco tasta la pelle di suo figlio per riconoscere, crede, Giacobbe, così il Ciclope tasta l’animale e sente che non è l’uomo che cerca e che vorrebbe uccidere. In un certo modo il gregge di bestie del Ciclope è ciò che salva. Si ritrova la stessa cosa nelle Mille e una notte, molto più tardi, nel mondo dell’islam e questa parte della storia del Ciclope scompare, non è più necessaria, non ha più alcun ruolo, ma nell’Odissea c’è un’intuizione sacrificale molto significativa.

Lei ha detto che questo aspetto di denunzia dell’omicidio fondatore nel discorso di Gesù è stato decisamente mal compreso: vi si legge spesso dell’antisemitismo. Per quale ragione l’evento del cristianesimo, se è stato così mal compreso, non ha provocato uno scatenamento della rivalità mimetica?

Si può dire che questo sfocia in scatenamenti di rivalità mimetica, in opposizione di fratelli nemici. La principale opposizione di fratelli nemici nella Storia è proprio tra ebrei e cristiani. Ma il primo cristianesimo è dominato dalla Lettera ai Romaniche dice: la colpa degli ebrei è molto reale, ma è la vostra salvezza. Soprattutto, non andate vantandovi voi cristiani. Siete stati innestati grazie alla colpa degli ebrei. Compare l’idea che i cristiani potrebbero rivelarsi del tutto indegni della Rivelazione cristiana così come gli ebrei si sono rivelati indegni della loro rivelazione. Credo profondamente che sia qui che bisogna cercare il fondamento della teologia contemporanea. Il libro di monsignor Lustiger, La Promesse, è ammirevole proprio in ciò che afferma sul massacro degli Innocenti e la Shoah. Bisogna riconoscere che il cristianesimo non ha di che vantarsi. I cristiani ereditano da san Paolo e dai Vangeli allo stesso modo che gli ebrei ereditano dalla Genesi e dal Levitico e da tutta la Legge. Ma non lo hanno compreso poiché hanno continuato a combattersi e a disprezzare gli ebrei.

Hanno continuato a essere nell’ordine sacrificale. Ma la Cristianità non è una contraddizione in termini? Una società cristiana è possibile? I cristiani non sono sempre dei contestatori dell’ordine di Satana e dunque dei marginali?

Sì, hanno ricreato l’ordine sacrificale. Storicamente è fatale e direi allo stesso tempo necessario. Un passaggio troppo brusco sarebbe impossibile e impensabile. Abbiamo avuto duemila anni di storia e questo è fondamentale. Il mio lavoro ha rapporto con la teologia, ma ha anche rapporto con la scienza moderna che tutto storicizza. Mostra che la religione dev’essere storicizzata: essa fa degli uomini esseri che restano sempre violenti ma che diventano più sottili, meno spettacolari, meno prossimi alla bestia e alle forme sacrificali come il sacrificio umano. Potrebbe essere che si abbia un cristianesimo storico che sia una necessità storica. Dopo duemila anni di cristianesimo storico, sembra che siamo oggi in un periodo cerniera: sia che apra direttamente sull’Apocalisse, sia che ci prepari un periodo di comprensione più grande e di tradimento più sottile del cristianesimo. Non possiamo fermare la storia e non ne abbiamo il diritto.

Per lei l’Apocalisse è la fine della storia...

Sì, per me l’Apocalisse è la fine della storia. Ho una visione il più tradizionale possibile. L’Apocalisse è l’avvento del Regno di Dio. Ma si può pensare che ci siano 'piccole o semiapocalissi' o crisi, vale a dire periodi intermedi...

sabato 5 agosto 2017

"Adesso li utilizziamo" ?!?!

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« La decisione della mafia di abbandonare il progetto secessionista equivaleva, in pratica, a una drastica virata verso un più familiare gioco tattico sulla linea della tradizionale trattativa con lo Stato nazionale. Se ne ebbero conseguenze immediate di varia natura.
La prima consistette nell’azione per recuperare e potenziare quel classico strumento di interdizione e di ricatto e, a pari titolo, di oculata mediazione per la verifica della forza contrattuale sul terreno dell’“ordine”, costituito dal fenomeno del brigantaggio che nell’immediato dopoguerra era spontaneamente risorto nell’isola, con una vera e propria esplosione di bande criminali dedite a rapine, saccheggi, estorsioni e sequestri di persona, tra le quali, a fianco di quella di Salvatore Giuliano (che occuperà una parte molto importante nella nostra storia) nel Palermitano, si segnalavano quelle meno note, ed efferatissime, dei Badalamenti nell’Agrigentino, di Rosario Avila a Niscemi (la banda detta, appunto, dei “niscemesi”), degli Albanese nelle Madonie, del Trabona nel Nisseno e le altre sparse nelle campagne, dei vari Dottore, Di Maggio, Labruzzo, Li Calzi, Mulè e Urzì (Renda, 1997).

Per il migliore controllo e la più conveniente utilizzazione dei briganti, la mafia si sarebbe avvalsa, come vedremo fra poco, di un organismo “militare” - l’Evis (Esercito Volontario Indipendenza Siciliana) - che, per la verità, era nato dall’iniziativa di un’area di forze separatistiche giovanili, alimentate dalla carica utopistica di un autentico patriottismo siciliano, di per sé eversivo e oggettivamente in netta contraddizione con gli interessi della leadership mafiosa del movimento. Ebbene, la seconda immediata conseguenza della rinunzia alla secessione fu la realizzazione di una tenebrosa operazione che avrebbe consentito di svuotare l’Evis dei suoi contenuti originari e di trasformarlo in uno strumentale contenitore di briganti.

Seguiamo, adesso, per sommi capi, le varie fasi della complessa vicenda. Per comprenderla, occorre rilevare che il movimento indipendentistico siciliano, a dispetto della natura e della composizione tutt’altro che progressista del suo staff direzionale, per affermarsi e diventare (come divenne, infatti, senza dubbio nel periodo 1943-44) un movimento di massa, aveva dovuto dar fuoco alle polveri della più spregiudicata demagogia, diffondendo ambigui e contraddittori messaggi “giustizialisti” che avevano infiammato parecchi giovani, inducendoli spesso ad un’inedita intrepretazione in chiave rivoluzionaria - e, pertanto, radicalmente libertaria e antimafiosa - dello stesso progetto secessionista.
Finocchiaro Aprile era stato l’ispirato trombone di tale demagogia nelle piazze di tutta l’isola. L’effetto inevitabile ne era stato il fenomeno di un indipendentismo di sinistra (il cui leader politico sarebbe stato l’avvocato Antonino Varvaro) che un gruppo di studenti dell’Università di Catania, capeggiati da un loro eccentrico docente, il giovane professore Antonio Canepa, radicalizzarono nella forma avventuristica di un’organizzazione militare che avrebbe dovuto conquistare l’indipendenza siciliana - e, insieme, fare la “rivoluzione” - con le armi.

Così nacque l’Evis nel febbraio-marzo del 1945. Il suo comandante, il Canepa (che avrebbe assunto il nome di battaglia di Turri), era un uomo di fegato: formatosi nel fascismo di sinistra, caduto il regime aveva chiarito a sé stesso le ragioni di un forse originario e confuso antifascismo ed era diventato un agente dei servizi britannici; rientrato a Catania dopo lo sbarco anglo-americano, aveva ripreso servizio come docente universitario di Storia delle dottrine politiche (era stato in precedenza assistente di “mistica fascista”) ed aveva aderito all’indipendentismo, ma con una cultura politica che nel frattempo era diventata qualcosa di simile ad un anarcomarxismo, sensibile alle suggestioni rivoluzionarie del comunismo (Carcaci, 1977).

Egli si professava, infatti, patriota siciliano-comunista, nel senso di concepire la liberazione della Sicilia come un primo passo nella direzione di una rivoluzione nazionale che avrebbe dovuto realizzare finalmente la giustizia sociale nell’isola. Per esigenze tattiche collaborò con principi, duchi e baronetti del movimento (il duchino Guglielmo di Carcaci e il Bruno di Belmonte, i Biondo, i Cupane, i Pottino, i La Motta, i De Stefano, i Petrulla) ed anche con personaggi organici all’alta mafia e alla massoneria come Concetto Gallo e Attilio Castrogiovanni, ma era solito lanciare ai suoi diretti seguaci messaggi come questo: «adesso li utilizziamo, poi ci prenderemo le loro terre».
Le idee che coltivava sono ben riassunte dallo scritto di un suo allievo: «Vogliamo una Sicilia in cui non si perpetui lo scandalo di colossali fortune rette sulla miseria e sull’abbrutimento dei più; soltanto in un regime di vera giustizia sociale potremo dirci indipendenti e liberi».

Un uomo come il comandante Turri risultava tanto prezioso come suscitatore di energie giovanili, quanto scomodo per le idee con le quali tentava di dare al movimento siciliano una strategia nazionalpopolare. Come “delegittimarlo” senza creare gravi turbamenti, e dilaganti defezioni, in quell'area sociale che viveva l'indipendentismo come battaglia per la giustizia?
Finocchiaro Aprile e i suoi amici, all'inizio, fecero buon viso a cattiva sorte e gli diedero via libera anche per l'Evis; ma soprattutto Calogero Vizzini e i “grandi” della mafia dell'establishment, che si erano già decisi, come si è visto, ad abbandonare il separatismo, non potevano che considerarlo come una spina nel fianco, ovvero come una scheggia impazzita, da eliminare al più presto. Ovviamente un orientamento del genere non poteva che essere condiviso dal baronaggio mafioso del latifondo. E, comunque, se qualcuno avesse provveduto ad eliminarlo, tanto i latifondisti che i loro amici gabelloti non si sarebbero certo strappati le vesti.

Sta di fatto che Antonio Canepa fu effettivamente eliminato (ucciso, insieme a due giovanissimi studenti, l’uno ginnasiale e l’altro universitario, Giuseppe Giudice e Carmelo Rosano), il 17 giugno del 1945, su una strada dell’Etna, al bivio Randazzo-Cesarò, reduce da una visita al primo campo militare del suo esercito di volontari. Indubbiamente la morte lo colse in un confuso conflitto a fuoco con una pattuglia di carabinieri di cui esistono vari resoconti ufficiali. Tali resoconti, però, non spiegano a sufficienza le responsabilità dell’accaduto: non chiariscono, per esempio, se il conflitto ci fu davvero o non si trattò invece di una sparatoria unilaterale dei carabinieri, tanto più che il professore-guerrigliero sarebbe morto, secondo quanto scrisse il prefetto di Catania del tempo, «per lo scoppio di una bomba che lo stesso deteneva evidentemente in tasca» (Marino, 1993).

Questa storia delle bombe nelle tasche delle vittime è un classico delle relazioni di polizia di quegli anni. Si aggiungano ai dubbi sulla dinamica dell’episodio gli interrogativi senza risposta sulle sue matrici: non siamo in grado di sapere se si trattò di un incontro casuale o di un agguato accuratamente organizzato e, se organizzato, da quale misteriosa entità e con quali fonti di informazione. Sull’argomento i testimoni sono stati assai contraddittori e reticenti. Ad ogni buon conto, la logica dei fatti, a partire dal valore certo di “movente” che va attribuito agli interessi politici del fronte mafioso, rende tollerabili le illazioni che propongono di interpretare l’uccisione del Canepa come un’esecuzione decisa dall’alto.
Tra l’altro, quanto già conosciamo circa gli organici rapporti stabilitisi tra la mafia e importanti autorità militari italiane all’ombra del Consolato generale degli Stati Uniti, fornisce un’interessante pista interpretativa. Se dalle sensate illazioni potessimo passare a inconfutabili prove documentarie, avremmo modo di appurare un vero e proprio capolavoro tattico della mafia: essere riuscita a trasformare, con un uso improprio di forze dello Stato, una vittima designata della sua astuta violenza addirittura in un martire, da offrire alla venerazione della composita base sociale del sicilianismo!

Quale che sia la “verità vera” sulla morte del professore-guerrigliero, siamo comunque in grado di conoscerne le immediate conseguenze. La sinistra del movimento indipendentistico andò incontro a una logorante vicenda di inesorabile liquidazione.
L'Evis per qualche tempo fu tenuto in vita, ma se ne affidò la guida a Concetto Gallo, un personaggio organico alla mafia, che si sarebbe pomposamente definito erede di Canepa (il “secondo Turri”), ma che, in realtà, non avrebbe avuto altra cura che quella di tentare di dare un sommario inquadramento “militare” al brigantaggio, attuando un piano convenuto coi Francesco Paternò di Carcaci e con Lucio Tasca.
Dopo avere assunto al suo servizio il feroce Rosario Avola, attuò - con la speciale mediazione del barone Stefano La Motta - la più famosa delle sue operazioni: investì del grado di colonnello dell’Evis il bandito Salvatore Giuliano (Carcaci, 1977).»

- da: Giuseppe Carlo Marino. "Storia della mafia - Newton Compton – [Il corsivo è mio!]

venerdì 4 agosto 2017

il conflitto e la razza

razzismo

«Il razzismo è principalmente un prodotto dell’Occidente. La sua logica è stata pienamente sviluppata, scrupolosamente attuata e portata fino alle estreme conseguenze, proprio nel contesto che presupponeva l’uguaglianza tra gli uomini». Perché il XX secolo ha conosciuto le forme più estreme di razzismo istituzionalizzato? Perché le società egualitarie sono particolarmente esposte a violenti scontri razziali? Perché il razzismo non si è manifestato in Europa prima del XIV secolo? E come mai ha toccato il suo apice tra il XVIII e il XIX secolo? Sono solo alcune delle domande a cui uno dei più autorevoli storici americani prova a rispondere con questa densa e preziosa sintesi divenuta ormai un piccolo classico. Interrogativi resi più che mai urgenti dalle turbolenze del nostro presente. In tempi di presunti o evocati scontri di civiltà, di esodi di massa, di intolleranza montante verso le migliaia di migranti che attraversano ogni giorno le frontiere dell’Europa, la ricostruzione di Fredrickson ci aiuta ad andare alla radice del problema, in un’ottica storica comparativa. Con una rara miscela di capacità divulgativa, sintesi e intuito tagliente, questo prezioso volume ripercorre la storia del razzismo in Occidente dalle sue origini nel tardo medioevo sino ai giorni nostri. Prendendo le mosse dall’antisemitismo medievale, che escludeva gli ebrei dall’umanità, Fredrickson ricostruisce la diffusione del pensiero razzista sulla scia dell’espansionismo europeo e dell’inizio della tratta degli schiavi in Africa, fino a mostrare come l’Illuminismo prima e il nazionalismo ottocentesco poi abbiano creato un nuovo contesto intellettuale per il dibattito sulla schiavitù e l’emancipazione degli ebrei. Lo storico americano traccia per la prima volta negli studi sul fenomeno un confronto articolato tra il razzismo legato al colore della pelle dell’America del XIX secolo e il razzismo antisemita in Germania. Un’opera illuminante, che spicca non solo per l’originale paragone tra le due più significative forme del razzismo moderno – la supremazia bianca e l’antisemitismo – ma anche per la sua estrema leggibilità.

(dal risvolto di copertina di: George Fredrickson: Breve Storia del razzismo. Teorie e pratiche della discriminazione razziale dal medioevo a oggi, Donzelli, pp. 186, euro 18)

L’esclusione e l’ossessione per l’unità occidentale
- di Andrea Comincini -

«Il razzismo è principalmente un prodotto dell’Occidente. La sua logica è stata pienamente sviluppata, scrupolosamente attuata e portata fino alle estreme conseguenze, proprio nel contesto che presupponeva l’uguaglianza fra gli uomini».
Queste parole sono di George Fredrickson (1934-2008), professore di storia degli Stati Uniti e condirettore dell’Istituto di ricerca per gli studi comparativi su razza e identità, fra i massimi esperti d’oltreoceano di razzismo. Poiché il fanatismo ha visto e prodotto forme di discriminazione anche in Oriente (il conflitto tra cinesi e giapponesi ha generato una notevole letteratura a proposito) e rintraccia come vittima, a volte, anche l’uomo bianco, tale giudizio sembrerebbe avventato. In realtà la dichiarazione è netta e precisa, ed esprime il nucleo centrale del libro appena riproposto da Donzelli, Breve Storia del razzismo (pp. 186, euro 18), e cioè che l’esclusione su base genetica nasce inscindibilmente con il capitalismo del XIV-XV sec., e in contrasto con quella mentalità democratica ritenuta inviolabile per i dominanti bianchi.
Fredrickson stabilisce un confine chiaro tra cosa significhi razzismo e cosa sia invece l’antisemitismo, l’antigiudaismo e la schiavitù dei neri.
Se forme di esclusione sono state sempre presenti nel corso della storia, queste non implicavano necessariamente la definitiva espulsione dalla società. Basti pensare al fenomeno delle conversioni, grazie alle quali l’«inferiorità» dell’escluso veniva risolta una volta adottato il cattolicesimo, oppure ai molti trattati in cui l’ebreo, giudicato infimo, bugiardo e traditore, era biasimato in termini intellettualistici e non razziali.
Stesso problema per le popolazioni nere: se tutti siamo figli di Dio, come giustificare la schiavitù? Il libro attraversa la storia dell’Europa raccontando le modalità con cui i dominatori hanno «risolto» questo dilemma di coscienza, riportando dettagliatamente le conseguenze prodotte dalle ghettizzazioni, fino a giungere agli albori dell’età moderna, quando il paradigma si cristallizzerà in un modello decisamente cruento.
L’impatto con la modernità, più che la superstizione diffusa, è stato causa fondante dell’odio indiscriminato, ma anche in questo caso l’autore non si lascia andare a facili generalizzazioni, bensì affronta casi specifici e situazioni estremamente complesse, distinguendo in particolare i casi di Germania e Stati Uniti.
Dalla ghettizzazione degli irlandesi alla posizione di Las Casas, passando per la guerra d’Indipendenza fino al razzismo del XXI secolo, Fredrickson dipinge un quadro nitido e altrettanto sconfortante.
Come afferma un grande studioso di psicologia, Franco Fabbro, sembra che uno «dei tratti caratteristici e perniciosi della cultura occidentale è stato ed è ancora l’ossessione per l’unità. In Occidente il concetto di diversità non è stato mai né amato né rispettato anche se tutto il vivente sembra utilizzare la strategia della diversità per garantire la continuità dell’esistenza (Neuropsicologia della esperienza religiosa, 2010)».
Ciò che inquieta è che anche la cultura illuministica, da cui sono sorti i maggiori anticorpi contro una visione discriminatoria della realtà, abbia contribuito fortemente a sviluppare strumenti repressivi: basti pensare all’eugenetica, o ai vari manifesti redatti da «scienziati» devoti sotto il regime di Mussolini e Hitler.
Con la Germania razzista si raggiunge ovviamente l’apice. Le crudeltà perpetuate costringono i moderni nazisti a negare vi sia stato l’Olocausto piuttosto che avvalorarne l’esistenza storica, perché i crimini commessi sono indifendibili, e si collocano al vertice della mostruosità di ogni tempo. Un libro quello di Fredrickson interessante e articolato quindi, e purtroppo con ampi margini di attualità. Oggi la discriminazione viene declinata non in termini sanguinei, ma culturali, e spesso sembra essere più efficace dei metodi precedenti.
«Quello che è stato definito il ’nuovo razzismo’ negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Francia è un modo di vagliare le differenze considerando parametro essenziale di valutazione la cultura e non il patrimonio genetico, o in altre parole facendo compiere alla cultura il lavoro della razza», scrive l’autore.
Se dunque la xenofobia è fenomeno universale e antico, il razzismo è una costruzione storica, rintracciabile con lo sviluppo del colonialismo, il capitale e lo Stato-nazione, modelli evocati ancora oggi e quindi tremendamente pericolosi.

- Andrea Comincini - Pubblicato sul Manifesto del 13 giugno 2017 -

giovedì 3 agosto 2017

Scienza dell’Ascolto

scienza ascolto

Karl Kraus non era un ascoltatore, e nemmeno di quelli che ascoltano tutto con entusiasmo - sebbene fosse evidente che la dimensione potenziale degli scritti provenienti da Kraus era frutto di un attento ascolto di quello che accadeva intorno a lui. Ed è esattamente questo ciò che poi accadrà con Freud, personaggio insieme a Russell e ad Einstein di questo teatro della degenerazione, così come viene visto da Wittgenstein nella vetrina di una libreria.
Kraus e Freud rimangono per sempre uniti nella celebre frase del primo:

«La psicanalisi e quella malattia mentale di cui essa stessa ritiene essere la terapia.»

Se Kraus dà inizio a Die Fackel nel 1899, quello è anche l'anno in cui Freud inizia il progetto della psicoanalisi, attraverso l'Interpretazione dei Sogni, allontandanosi dall'Ipnosi per andare verso l'Inconscio (ma bisogna ricordare che, ancora nel 1912, è lo stesso Wittegenstein a farsi ipnotizzare). L'intento di Freud è quello di fare dell'Ascolto una scienza, creando una serie di procedimenti - l'associazione libera, l'attenzione fluttuante - per organizzare un ascolto con fini terapeutici ("si fa luce nel mio orecchio" è una frase che potrebbe pronunciare anche Freud, così come fa Canetti, dato che la "luce è una rivelazione delle associazioni fatte dagli analisti e dagli analizzati”).

Ma se nel 1930 Wittgenstein vede il ritratto di Freud (insieme a quello di Einstein e Russell) nella vetrina di una libreria e lo collega alla degenerazione della cultura (se paragonato al ritratto di Beethoven), pochi anni prima, ironicamente, Wittgenstein era stato posto insieme a Freud e ad Einstein fra i grandi geni viventi.

Si trattava di una lettera scritta nel 1924 da Frank Ramsey, matematico inglese moro a 26 anni nel 1930:
«Viviamo davvero in un grande momento per il pensiero, con Einstein, Freud e Wittgenstein, i quali sono tutti vivi (e vivono tutti in Germania o in Austria, in queste nemiche della civiltà!)» (Ludwig Wittgenstein: The Duty of Genius, p. 224).
Ramsey, forse senza saperlo, offre una sorta di compendio di quello che avvicina Kraus, Wittgenstein e Spengler (e che più tardi avvicinerà altri, come Bernhard Thomas, Sebald o Jean Améry): 

Germania ed Austria, una volta vertici, ora sono avversari della civiltà, nemici della "civiltà".

mercoledì 2 agosto 2017

Matrici

idegosuperego

La matrice psicosociale del soggetto borghese nella crisi
- Una lettura della psicoanalisi di Freud dal punto di vista della critica della dissociazione-valore -
di Leni Wissen

Introduzione
Questo articolo si basa su due motivazioni. La prima è quella di determinare la matrice psicosociale del soggetto borghese sulla base di una lettura della psicoanalisi di Freud dal punto di vista della critica della dissociazione-valore. Lo sfondo di questa rischiosa scommessa è la visione secondo la quale la società capitalista è realmente prodotta dalla dinamica oggettiva della forma della dissociazione-valore, ma da questo non ne consegue alcun determinismo dello sviluppo sociale, dovuto alla relazione dialettica fra valore e dissociazione. Ciò significa soprattutto che il pensare, l'agire ed il sentire delle persone non possono essere derivati direttamente dalla forma della dissociazione-valore - e tuttavia l'organizzazione capitalista viene prodotta da persone che riproducono quotidianamente nel loro pensare, agire e sentire le categorie astratte della dissociazione-valore, senza che siano coscienti di questo. Il che solleva la questione di come le categorie astratte vengono interiorizzate nel sentire, pensare ed agire delle persone, o, detto in altre parole, come il soggetto in generale diventa soggetto.
Così come la forma della socializzazione capitalista non appare in astratto, bensì mediata con i suoi sviluppi empirici, anche il soggetto e le sue mediazioni psicosociali sono sottomessi alla processualità della socializzazione capitalista. Di qui, la seconda motivazione del testo. Poiché, nel decorso dei processi di crisi postmoderni, i sviluppa ampiamente una nuova formazione psicosociale di narcisismo. Nel gioco delle differenze e sull'onda del decostruzionismo, si può sviluppare magnificamente un tipo sociale narcisista. Il lavoro costante con la sua stessa identità diventa una virtù, quasi una prova della propria flessibilità. Il continuo riproiettare la propria vita è stato fin qui espressione di un carattere narcisista. È ormai chiaro che il diffondersi del tipo sociale narcisista non è così inoffensivo come a volte può ancora sembrare nel colorato movimento (da ballo in maschera) della postmodernità degli anni 1980/1990. L'irrompere della crisi a partire dalla fine del decennio del 2000, ha distrutto ogni illusione di una festa che si pretendeva interminabile, e la realtà della crisi irrompe in maniera sempre più drammatica. Questa situazione urta un carattere sociale narcisista molto suscettibile di indulgere all'offesa e alla minaccia, a causa del suo fragile ego. È insito nel carattere sociale narcisista che egli possa passare immediatamente da una posizione all'altra - in special modo quando si vede minacciato. Ma questo tipo sociale narcisista, per il quale precipitano sempre più le possibilità di mantenere in vita il suo fragile ego, è assai propenso a esorcizzare le sue impotenti paure narcisistiche attraverso "nuove" chiarezze. Il che è esattamente una porta aperta per le idee di antisemitismo, antiziganismo, razzismo, antifemminismo, neofascismo, ecc.. Anche per questa ragione diventa necessaria una critica del carattere sociale narcisista nel contesto della critica radicale del soggetto.

La crisi finale e la sua rimozione
Uno sguardo all'imposizione e allo sviluppo della società patriarcale capitalista chiarisce che la storia interna del capitalismo è costellata di crisi. Socializzazione capitalista e crisi non possono essere pensati separatamente. Ma a partire dagli anni 1970 ci si presenta un processo di crisi che indica la questione di un «linite interno assoluto del capitale» (Kurz, 2007). Già Karl Marx aveva indicato la possibilità di un limite interno del capitale; la teoria della crisi della critica della dissociazione-valore vede tale "limite interno assoluto della socializzazione del valore" diventato storicamente attuale con l'aumento dei processi di crisi nel contesto della terza rivoluzione industriale: poiché, per mezzo della rivoluzione microelettronica, nell'insieme della società è diventato superfluo più lavoro di quanto possa esserne compensato per mezzo dell'espansione dei mercati ecc.. Questo contesto è stato spesso sottolineato da parte della critica della dissociazione-volare. È da tempo che si possono osservare gli effetti della tendenza della crisi postmoderna, non solo nella cosiddetta periferia, ma si mostrano chiaramente anche nei centri. I sintomi del progredire della crisi globale in questo paese sono la disoccupazione e la crescita del lavoro precario, l'erosione dello stato sociale e il "ritorno della povertà" associato a questi processi (povertà che, comunque, solo in una piccola parte della storia del capitalismo - e solo per quel che riguarda una piccola parte della popolazione mondiale - potrebbe essere considerata superata) ed ora anche il confronto con il dramma dei rifugiati. Nonostante i fenomeni di crisi che si manifestano chiaramente in tutto il mondo e a vari livelli, la possibilità di una "crisi finale" del capitalismo sembra essere categoricamente esclusa - tale possibilità viene negata e rimossa. Si è venuta così a creare l'assurda situazione per cui, nonostante le catastrofi che si vedono dappertutto e nonostante il ridursi dei margini di manovra, la critica radicale della società capitalista è più che marginale - ed è perfino oggetto della più violenta ostilità.
Riguardo la percezione dei processi di crisi e riguardo il loro trattamento, qui si trovano somiglianze inquietanti fra tutto lo spettro della sinistra - dal partito "di sinistra" fino ai gruppi e alle alleanze che considerano sé stessi come estremamente radicali - e la "società ufficiale", o perfino le voci di destra e i neofascisti. Si può vedere come l'azione immediata rimuova aggressivamente la questione di un'analisi delle condizioni di crisi e di una comprensione di ciò che sta realmente avvenendo, e spinga in secondo piano ogni questione di contenuto. Vale a dire, non ci si chiede quale sia il problema - per non parlare di un'analisi della relazione con la totalità sociale. Si tratta qui solamente di un'espressione della rimozione - che viene esercitata sul piano di tutta la società - del fatto che diventa realtà il "limite interno del capitale", di modo che l'agire immediato, in connessione con l'eliminazione di ogni contenuto, non solo si limiti alla percezione ed al trattamento dei summenzionati processi di crisi, ma, in più, tale rimozione si mostri in tutti i pori della vita sociale. Sembra che non sia importante ciò di cui ci tratta. Se c'è un problema, si deve reagire ad esso immediatamente, senza che un momento di pausa e di riflessione possa infastidire l'azione. Rispetto alle situazioni problematiche complesse, devono essere immediatamente identificati i colpevoli e i responsabili. Facendo in questo modo, si rende gestibile un problema complesso. A quanto pare, così facendo, esso può essere rimosso dal mondo attraverso l'azione immediata contro i colpevoli. Anziché comprendere che non ci possono essere soluzioni ai problemi nella forma della dissociazione-valore, si tenta di esorcizzare l'impotenza risultante da questo fatto per mezzo del feticismo dell'azione. È anche questa la ragione per cui avviene che possono crescere rapidamente i vari "Pegida", "l'Afd", ecc.: essi offrono spiegazioni e soluzioni semplici, che permettono di tirar fuori sentimenti razzisti, anti-musulmani, antisemiti, ecc.( su questo, si veda anche il testo di Daniel Späth in questo numero di Exit!).
Questa rimozione aggressiva delle questioni relative al contenuto avviene sempre in connessione con un altrettanto aggressivo "terrorismo della simpatia" - un concetto elaborato da Daniel Späth. Sembra che ci sia decisamente una mania di armonia, che minaccia di appiattire tutte le ambivalenze e tutte le contraddizioni. Il culto generalizzato della preoccupazione sembra continui ad animare tale tendenza. I contenuti ormai possono essere percepiti ed elaborati solamente in riferimento diretto al proprio io (sé stesso): se si incastrano nella concezione del proprio sé stesso si ha un'identificazione immediata, se non si incastrano vengono annientati, e, se non vengono compresi, questo deve continuare ad essere del tutto dipendente dal mediatore, dal momento che il gigantesco sé stesso comprende tutto e lo fa immediatamente - oppure in questo modo il contenuto viene visto come un'imposizione, un'offesa, o perfino come un insulto, cosa che a maggior ragione sottolinea una corrispondenza con il mediatore. E dal momento che le persone sono "gentili" fra loro, non sarebbe per niente "simpatico" esprimere davanti ad una persona delle idee così tanto complesse, in generale, e questo viene eventualmente considerato come un "attacco" personale. In questo processo, tutte le questioni di contenuto vengono perciò trasformate in questioni personali.
Ora bisogna spiegare perché si sono imposte in maniera così generalizzata l'azione immediata, il culto della preoccupazione, la mania dell'armonia ecc. come modi di reagire e di affrontare le condizioni di vita che diventano davvero sempre più complesse e senza via d'uscita. Tale domanda getta una luce sulla questione di sapere perché incontri così tante difficoltà la critica sociale radicale, che riflette sul limite interno della socializzazione della dissociazione-valore; perché nei fenomeni evidenziati emerge che esiste un "limite della mediazione" che in qualche modo risiede nei soggetti stessi.
Il soggetto postmoderno è soprattutto soggetto di crisi, che è sottomesso ad un processo in cui i fondamenti della soggettività borghese vengono incessantemente e implacabilmente distrutti. Detto in termini semplici: si tratta del soggetto del lavoro che si trova a rimanere senza lavoro. Questo dev'essere digerito. La natura di questo processo, nonostante tutte le differenze individuali, non è semplicemente un'opzione, dal momento che questo processo è in gran parte strutturato dalla matrice psicosociale del soggetto capitalista.

Il processo di crisi postmoderno e la formazione di un tipo sociale narcisista
Prima di sottomettere ad un occhio più attento la matrice psicosociale del soggetto borghese, vorrei prima tratteggiare, sotto forma di annotazioni, i fenomeni che sono in connessione con la mutazione, sul piano del carattere sociale, verso il tipo narcisista e che sono stati promossi per mezzo di tale mutazione.

- Sebbene il termine postmodernità sia sorto già alla fine del XIX secolo, con questo concetto ci si riferisce alla fine di un'epoca nella storia interna del capitalismo, che irrompe socialmente insieme alle riforme neoliberiste. Nella postmodernità, Robert Kurz vede «l'insieme di un capitalismo di crisi che viene compreso in maniera equivoca come post-industriale» (Kurz, 1999).

- Con la terza rivoluzione industriale si è innescata la più grande crisi mondiale dopo il 1929: nei paesi capitalisti centrali è tornata la disoccupazione di massa e, nella periferia, «insieme al lavoro astratto, anche l'economia monetaria ha collassato in molti paesi» - scrive Kurz già nel 1999 (Kurz, 2005, prima edizione 1999). Con questo, pertanto, viene descritto solo l'inizio del comparire degli sviluppi postmoderni della crisi. È da tempo che il collasso dell'economia monetaria, insieme al collasso della Statalità, ha raggiunto anche gli Stati europei. La moltitudine di crisi in tutto il mondo, difficilmente può essere raccontata...

- La fuga del capitale finanziario verso il "regno della speculazione" . uno sviluppo che già all'inizio del XX secolo era un chiaro segnale di crisi - è un'indicazione di come gli investimenti reali erano diventati non redditizi. L'accumulazione di capitale si sposta dalle aree reali a quelle speculative e diventa così simulazione. La fragilità di quest'accumulazione simulata di capitale diventa rapidamente chiara quando le bolle cominciano a scoppiare ed improvvisamente avvengono, precipitando giù dal cielo finanziario, catastrofi perfettamente reali.

- Inoltre, i processi di globalizzazione non hanno potuto compensare questa dinamica in sé contraddittoria del modo di produzione capitalista. Tuttavia, la globalizzazione ha avuto un impatto sulla vita sociale: con le nuove tecnologie, soprattutto Internet, sono emerse nuove capacità e funzionalità in rete, che sono meno vincolate a contesti regionali.

- Data l'enorme crescita della disoccupazione nel decennio 1970, ha avuto inizio un processo di tagli sociali che, in particolare, hanno contribuito allo sviluppo del lavoro precario e, in Germania, ha finito per avere il suo culmine provvisorio nelle cosiddette "riforme Hartz".

- Parallelamente a questi sviluppi, ha avuto inizio a partire dal decennio 1980 un processo sociale che è stato descritto dalla letteratura sociologica specializzata per mezzo del concetto di individualizzazione. Questo processo dev'essere visto nell'insieme del contesto delle mutazioni avvenute nelle condizioni e nelle esigenze del lavoro. Con la disoccupazione e l'espansione del lavoro precario si disfano quelle che sono le basi della "biografia normale" borghese: già da tempo la formazione non garantisce un posto di lavoro permanete. Le nuove "libertà", ripetutamente associate al concetto di individualizzazione - come, ad esempio, essere meno dipendenti dalla famiglia di origine e da una biografia definita - pagano il prezzo per cui vengono annullate anche le garanzie e gli orientamenti. Perché la sua biografia abbia successo, viene richiesta all'individuo sempre più responsabilità. Questo, a sua volta, significa per gli individui che ciascuno di essi deve mantenersi pronto, efficiente ed in salute per il mercato del lavoro. Non riuscire a tenere il passo è espressione di un cattivo equilibrio tra lavoro e la vita e non è un problema di dilemma sulle finalità. Il dislocamento delle responsabilità verso l'individuo costringe ad un "centrarsi sull'io" - poiché questo è un prerequisito per poter stare al passo, in condizioni che in generale diventano sempre più individualizzate e flessibili.

- Anche la famiglia nucleare borghese non poteva non subire l'influenza dallo svolgersi dei processi (lavoro insicuro e precario, individualizzato, flessibilizzato). Essa è esposta a processi di enorme dissoluzione. Gli alti tassi di divorzio, il fenomeno generalizzato delle "madri single" e le cosiddette "famiglie estese" sono espressioni di questo processo. La famiglia ha perso importanza per quanto riguarda la socializzazione dei bambini e degli adolescenti, ma senza essere sparita come esempio. Il gruppo dei coetanei, l'onnipresenza dei media e l'equipaggiamento tecnico come gli smartphone ecc., che configurano le nuove forme di relazione con l'ambiente, svolgono nuovamente il ruolo che aveva la famiglia nucleare.

- Inoltre, le strutture familiari si dissolvono dall'interno verso l'esterno: il fatto di assumere relazioni stabili e obblighi e responsabilità connesse a questo sembra che venga percepito su larga scala come una minaccia. Perciò si parla di "compagni temporanei" in modo da chiarire già in anticipo che si tratta di un legame assunto solo temporaneamente. Avere figli è diventata una faccenda complementare della propria biografia: si deve inserire un bambino nel proprio concetto di vita, egli viene messo al mondo in un momento programmato in maniera precisa. Se i bambini non corrispondono alle proprie aspettative narcisistiche, le urla si levano alte ed il bambino viene trascinato dal medico, prima dal pediatra poi dallo psichiatra, per venire marchiato con la diagnosi di "disturbi del comportamento sociale" e/o "disturbo del deficit di attenzione insieme ad iperattività" ed essere poi sottoposto ad una terapia di tranquillanti.

- L'incapacità - che può essere segnalata quasi universalmente - ad entrare in contatto per mezzo di un compromesso con un'altra persona già indica strutture narcisistiche di carattere. Si può osservare, ad ogni passo, come le persone riescono a percepire e digerire il mondo solo facendo riferimento solo facendo riferimento al proprio sé stesso. Questo suggerisce che non si possiede una chiara distinzione fra l'interno e l'esterno. Pertanto, qualsiasi oggetto (una persona o un contenuto differente, fra gli altri) può diventare una minaccia immediata per il proprio suscettibile "sé stesso narcisista".

- Le esigenze postmoderne di "lavorare a sé stesso" e di ottimizzarsi continuamente da "sé solo" difficilmente lasciano fuori un area della vita: il soggetto postmoderno dev'essere sempre flessibile, disposto a lavorare e pronto - sia sul piano fisico che su quello psicologico. Ulrich Bröckling, nel suo libro "Il sé imprenditoriale", fa notare che l'ottimizzazione del sé è un processo interminabile, che ha poche possibilità di successo (vedi  Bröckling 2013 / 1ª ed.: 2007).

- L'espressione di tutto questo è la "carriera della depressione". Scrive Alain Ehrenberg: «La carriera della depressione comincia nel momento in cui il modello disciplinare di controllo del comportamento, che indica alle classi sociali e ad entrambi i sessi il loro ruolo in maniera autoritaria e proibitiva, viene abbandonato a favore di una norma che esige da ciascuno iniziativa personale: obbliga a trasformarsi in sé stesso » (Ehrenberg 2008, 14s.). La depressione è, pertanto, una «patologia della responsabilità», dove prevale un senso di inferiorità.

- Con l'ascesa della depressione sono già definiti dei marcatori che indicano la direzione verso una mutazione sul piano del carattere sociale a fronte dei processi postmoderni di crisi. Sul piano patologico, il passaggio al tipo sociale narcisista si esprime in una dislocazione, dai disturbi nevrotici a quelli depressivi. Per cui, scrive Ehrenberg: «La depressione ci mostra l'esperienza reale della persona, in quanto è la patologia di una società le cui norme di comportamento non sono più basate sul senso di colpa e sulla disciplina, ma sulla responsabilità e sull'iniziativa. [...] Il depressivo è un essere umano con un handicap» (ivi. p.20).

- Le richieste eccessive che accompagnavano le norme di comportamento basate sul senso di colpo e sulla disciplina si riflettevano nella nevrosi, come espressione di un conflitto soggiacente fra il desiderio e la repressione. Tuttavia, la depressione non è si caratterizza per un conflitto, ma esprime l'incapacità narcisista di entrare in contatto con un mondo di oggetti - psicoanaliticamente parlando, la depressione è espressione dell'incapacità di caricare gli oggetti in maniera libidinale. Ma un oggetto può essere caricato libidicamente solo se può essere percepito come oggetto al di fuori dell'universo narcisistico.

- Per Freud, la malinconia - che nei suoi sintomi ha una certa somiglianza con la depressione - era in un certo qual modo una forma clinica (ossia, patologica) del lutto. La distinzione fra lutto e malinconia è chiara nella risposta di Freud alla domanda che chiede di sapere in cosa consista il "lavoro del lutto": «La verifica della realtà ha dimostrato che l'oggetto amato non esiste più, e ora fa appello a che tutta la libido abbandoni i suoi legami con quell'oggetto» (Freud, GW XIII, 430). Questo processo si svolge in maniera cosciente. Ma nella malinconia si tratta di una "perdita sconosciuta". Scrive Freud: «Nel lutto, il mondo diventa povero e vuoto, nella malinconia a diventarlo è il proprio ego» (ivi, 431).

- Quel che Freud ha scritto nel 1917 sulla malinconia è sicuramente valido anche riguardo la depressione. La depressione è espressione di un vuoto che è l'inverso della prolungata eccessiva esigenza di dover lavorare  su di sé ed ottimizzarsi.

- Le continue manifestazioni di preoccupazione sono un'espressione dell'incapacità di designare quale sia "l'oggetto della preoccupazione" - poterlo fare significherebbe presupporre che si percepisce il mondo non esclusivamente a partire dal proprio universo narcisista, e riconoscere il mondo degli oggetti come esistente al di fuori del proprio ego. Insieme all'incapacità di riconoscere il mondo degli oggetti come esistente al di fuori del proprio universo narcisista, spariscono anche le possibilità di riflessione: problemi, tensioni, esperienze confuse ecc. ora non possono più essere denominate, ormai non possono essere più discusse. Tutto rimane diffuso, in nessun modo le cose vanno bene, è tutto troppo per una persona, semplicemente non si ha voglia di fare niente.

- Un altro tipo di processo narcisista, nella sua forma estrema è l'amok. Qui si esprime in una megalomania narcisista che consuma il suo modo di porsi nell'auto-annientamento e nell'annientamento degli altri.

Da tutti questi processi è emerso il carattere sociale narcisista, come figlio della postmodernità. La situazione postmoderna è, soprattutto, espressione della dinamica di crisi oggettiva della socializzazione della dissociazione-valore. E solo considerando questa dinamica di crisi sarà possibile comprendere il trionfo del narcisismo. Poiché la diffusione del tipo sociale narcisista è espressione del soggetto capitalista borghese in decomposizione, che con insistenza scava la propria fossa. Per il soggetto in decomposizione della società della dissociazione valore, il narcisismo è così diventato l'ultima via d'uscita.

Critica della dissociazione-valore e psicoanalisi
La critica della dissociazione-valore si focalizza sull'analisi e sulla critica della totalità costituita capitalisticamente. Qui non si opera con nessun contenuto universalista di totalità. La critica della dissociazione-valore parte da una «totalità in sé frammentata» (vedi  Roswitha Scholz, 2009) e, pertanto, tiene conto della dialettica che esercita il suo impulso sul valore e sulla dissociazione. Di conseguenza, nella critica si devono mantenere separati i diversi livelli della "totalità in sé frammentata", in quando non deve essere perduto il riferimento al piano della forma.
Questa comprensione della totalità è il risultato della consapevolezza del fatto che l'organizzazione patriarcale capitalista agisce in tutte le sfere sociali - e quindi anche sulla struttura pulsionale, la quale è promossa, gestita e riprodotta da un "inconscio sociale". Per chiarire il perché le persone riproducono i principi della forma capitalista nel loro agire, pensare e sentire quotidiano, è quindi necessario spiegare diversi piani: il piano della forma, il piano del soggetto in quanto agente del patriarcato produttore di merci, il piano ideologico, culturale-simbolico e psicosociale. Qui, tutti questi piani devono essere ripetutamente messi in relazione con i fenomeni e con gli attuali sviluppi - vale a dire, con la "totalità concreta", che mira ad ammettere il particolare, senza perdere, o senza mettere in discussione il riferimento alla totalità.
La psicoanalisi è indispensabile per poter chiarire il piano psicosociale (e, limitatamente, anche il piano culturale-simbolico). In quanto incide sui processi di mediazione fra la società e l'individuo, e pone la questione della genesi del soggetto. Tuttavia, non è un tema esente da contraddizioni - neppure relativamente alla stessa psicoanalisi di Freud, né in relazione alla storia della sua ricezione. Uno dei punti degni di nota è il fatto che nell'insieme avviene un addomesticamento del pensiero psicoanalitico, evidente nella repressione del concetto di pulsione nel dibattito dentro la psicoanalisi: a partire dal "io" in conflitto di Freud, c'è stato, nell'ambito delle corrispondenti psicologie dell'io e del sé, un "io" senza contraddizioni, che ormai non conosce più alcun conflitto. La "de-libidinizzazione" [o "desessualizzazione"] della psicoanalisi corrisponde agli sviluppi sociali, e ad un focalizzarsi su un "sé", o "io", libero dai conflitti.
Dal punto di vista della critica della dissociazione-valore, però, sarebbe ora necessario rendere fertile proprio la bandita teoria della libido. Con l'aiuto della meta-psicologia di Freud - anch'essa non esente da contraddizioni e che deve naturalmente essere sottoposta ad un esame critico - è possibile descrivere la matrice psicologica del soggetto. Ego, Id e Superio, secondo questa letteratura, sono le istanze centrali che modellano la forma psichica del soggetto. Simultaneamente, sono espressione della dinamica e dei conflitti pulsionali soggiacenti.

La teoria della libido di Freud dal punto di vista della dissociazione-valore
Innanzitutto bisogna chiarire in quale situazione storica Freud ha sviluppato la psicoanalisi. Diventa qui subito chiaro che Freud si riferiva al soggetto borghese che si era appena imposto e già si trovava in crisi dopo un periodo di massimo splendore (vedi Freud, Il Disagio della Civiltà). Ora, il soggetto borghese non è caduto semplicemente dal cielo, ma è stato il risultato della brutale storia di imposizione della società patriarcale capitalista, che si è svolta su piani differenti e, alla fine, è stata associata ad una ristrutturazione di tutte le sfere della vita. Elenchiamo qui solo alcuni punti chiave che possono aver giocato un ruolo nel quadro di questa storia dell'imposizione:

- La nascita del sistema di produzione e della fabbrica, come risultato della fame assolutista di denaro derivata dai costi della guerra, in quanto era stato lo sviluppo delle armi da fuoco ad essere qui responsabile del rapido aumento dei costi.

- L'inculcare a forza l'etica del lavoro, sul luogo di lavoro, come condizione per il lavoro in fabbrica.

- Al modo emergente di produzione era associata la separazione delle sfere di produzione e di riproduzione, situazione in cui le donne sono state assegnate all'area della riproduzione. Questa attribuzione costituisce la base per la nascita della famiglia nucleare borghese.

- Questi sviluppi sono stati accompagnati dall'«addomesticamento della donna come un essere naturale» (caccia alle streghe), cosa che a sua volta indica, non in ultimo luogo, come sia emersa una relazione completamente nuova con la natura (dominio androcentrico della natura).

- L'internalizzazione della "etica del lavoro" e l'avvento dei corrispondenti ideologemi, che alla fine culminano nella filosofia illuminista.

Nel contesto di questo processo di trasformazione, il soggetto borghese si è affermato insieme ad un'appropriata matrice psicosociale. Il soggetto borghese e la sua matrice psicosociale qui si basano decisamente sulla dissociazione del femminile, sulla fantasia del dominio della natura e sull'immaginazione  dell'auto-orientamento. Sono anche significativamente associati all'internalizzazione dell'etica del lavoro. Cosa cui corrisponde una dinamica pulsionale nella quale, di fronte al differimento della pulsione, la libido scala le montagne, nella gioiosa attesa di una "ricompensa per il rifiuto". Questo "trucco" della libido per affrontare il rifiuto della pulsione, definisce simultaneamente il percorso che porta al processo di sublimazione della pulsione. La necessità di differire la pulsione nasce con l'imposizione del modo di produzione capitalista e con il dispendio del lavoro astratto che viene richiesto da tale modo di produzione. È chiaro pertanto che anche la formazione della società capitalista non poteva restare fuori dalla struttura della pulsione. Da ciò si può concludere: solo con il patriarcato capitalista nasce una struttura di pulsione in cui l'Ego, l'Id ed il Superio interagiscono come istanze separate, in conflitto le une con le altre, e quindi mediano la dinamica psicologica. Questa forma di mediazione psichica, di conseguenza, è emersa solo conseguentemente alla storia dell'imposizione del capitalismo. Naturalmente, Freud non ha descritto la cosa in questo modo, ma questo fa parte dell'interpretazione di Freud qui effettuata, che si basa su una lettura di Freud nel contesto della situazione storica in cui egli ha sviluppato la sua teoria.
Anche questa lettura della psicoanalisi di Freud è possibile solamente nel contesto di una critica radicale dell'illuminismo e del soggetto - il che significa che anche il concetto di soggetto di Freud, nella sua affermazione dell'illuminismo, dev'essere criticato. Poiché l'illuminismo dev'essere inteso come «ideologia dell'imposizione del sistema produttore di merci» (Kurz 2004). L'illuminismo ha prodotto il soggetto moderno e, allo stesso tempo, ha identificato con tale soggetto tutte le persone che vivono nel capitalismo. Il soggetto come «moderno agente del lavoro astratto e delle sue funzioni derivate» non è nient'altro che la «forma sociale di azione degli stessi individui: forma di percezione, forma di pensiero, forma di relazionamento, forma di attività» (Kurz 2004a, 210). Quindi, il soggetto non è identico all'individuo socio-sensibile, ma semmai «all'agente cosciente (individuale ed istituzionale) del movimento della valorizzazione senza soggetto» (Kurz 2004, 57).
Per la critica della forma psicosociale del soggetto, questo significa che si deve fare qui una distinzione fra soggetto ed individuo. In quanto l'individuo socio-sensibile è realmente messo a confronto con la matrice psicosociale del soggetto borghese, ma non si limita a questo. La matrice psicosociale definisce in un certo qual modo la forma psichica in cui avviene la mediazione psichica.
Tuttavia, il piano psicosociale qui non può essere derivato dal concetto di soggetto. Ciò è vietato fin da subito nel contesto della critica del pensiero della logica deduttiva.- D'altra parte, tuttavia, anche la forma psichica è in un certo qual modo precedente al soggetto, nella misura in cui essa è il presupposto per essere soggetto. Si vedono i processi di genesi del soggetto, o di riproduzione del soggetto come "agente di azione" nell'organizzazione patriarcale capitalista. E ciò si applica tanto sul piano individuale (ossia, in relazione alla questione di sapere perché le persone sviluppano ripetutamente la posizione di soggetto e la riproducono nel loro pensare, agire e sentire) quanto sul piano della formazione della propria forma psichica. Quest'ultima è sorta, come si è già detto, nel contesto dell'imposizione del patriarcato moderno. La matrice psicosociale del soggetto viene qui realizzata o riprodotta non da ultimo da un "inconscio sociale" che è anche il risultato della sottomissione alla pulsione realmente necessaria (vedi sopra) e che viene riprodotta in ciascun processo di "soggettivazione".

Evoluzione sessualmente differente della sviluppo psicosociale
La costituzione del soggetto (maschile) va di pari passo con la dissociazione del femminile. In altre parole: la dissociazione del femminile è la condizione tacita del soggetto borghese maschile. Questa relazione fra il soggetto (maschile) e la dissociazione si estende allo "inconscio androcentrico", e si riproduce nella forma del complesso di Edipo nelle storie di vita individuali. In ultima analisi, questa interpretazione si basa sul fatto che lo stesso Freud aveva concepito il complesso di Edipo sia sul piano della filogenesi (cioè, della storia della formazione del soggetto) - in Totem e Tabù, il parricidio viene descritto come "atto fondante" che viene trasmesso di generazione in generazione come eredità (inconscia), ossia, ripetuto nel complesso di Edipo - sia sul piano dell'ontogenesi (lo sviluppo del singolo individuo). Tuttavia, è proprio il concetto di filogenesi di Freud che dev'essere esaminato criticamente nei suoi momenti ontologici. A tal riguardo, qui non si può neanche semplicemente limitarsi a ritornare ai concetti di Freud.
Naturalmente, Freud ha concepito il suo complesso di Edipo senza tener conto della struttura della dissociazione-valore. Tuttavia, Freud non tralascia il fatto di tener d'occhio il diverso sviluppo (in termini di genere) psico-sessuale. Così, egli descrive destini libidinali "maschili" e "femminili" per quanto riguarda il complesso di Edipo.
Prima di parlare dei diversi modelli di sviluppo psichico differenziati per genere, vorrei osservare che quando continua parlando di "mascolinità" e "femminilità" non si tratta di ontologizzare questi termini, ma di considerare la matrice psicologica del soggetto, profondamente segnata dalla bisessualità e assente nella dissociazione del femminile. Nel contesto della matrice psicosociale, mascolinità e femminilità sono dei rivelatori inevitabili dello sviluppo psico-sessuale e, pertanto, devono rientrare anche in questo concetto. Con il modello moderno dei due sessi, sia le donne che gli uomini erano/sono costretti a formare in modo "mascolino" o "femminile" identità di genere sotto forme continue, laddove la femminilità è svalorizzata fin dall'inizio. Femminilità è la mancanza di fallo, la mancanza assoluta. Questo "spazio vuoto", che si mantiene nella femminilità, è appropriato per assumere proiezioni maschili. Il fatto per cui la "femminilità" deve servire come superficie di proiezione - nei ben noti orientamenti di proiezioni madre/sposa e prostituta - è un'espressione della struttura della dissociazione-valore. Queste proiezioni maschili sono immediatamente espressione del fatto che la dissociazione del femminile precede la costituzione del soggetto (maschile). Ma mostrano anche che la dissociazione del femminile non è un atto che viene consumato, ma esige la ripetizione costante. In questa misura la femminilità non è per caso un "continente nero", e deve anche rimanere tale.
Questo ha delle conseguenze per lo sviluppo psico-sessuale femminile e la sua analisi. Così, la "femminilità" deve conformarsi alle esigenze del lato maschile e non deve essere "essa stessa", fuori dall'area di influenza "maschile". In questo senso, è quasi assurdo parlare di una "forma psichica femminile" in generale, dal momento che questa forma consiste soprattutto nel dover essere "senza forma". Questo si riflette anche nel destino libidico "femminile", come lo ha descritto Freud: nello sviluppo maschile, il figlio di sesso maschile, sotto la minaccia di castrazione che proviene dal padre, desiste dal desiderio orientato verso la madre, per sottomettersi, attraverso l'identificazione, alla legge paterna. Nel caso migliore, questo sviluppo porta alla «dissoluzione del complesso di Edipo» (vedi Freud). Al contrario, la figlia di sesso femminile, dal momento che non deve temere la castrazione - perché è già stata consumata - entra nel complesso di Edipo «come in un porto». Lo sfondo di questo movimento è la scoperta della differenza sessuale. Il disappunto per la "propria colpa" viene attribuito alla madre e ciò rende possibile la svolta verso il padre. Da questi la ragazza si aspetta un figlio (maschio) per compensare l'invidia del pene e ripristinarsi narcisisticamente. Così, per il destino libidinale femminile, l'assenza del fallo o la scoperta di esso è determinante. Lo sfondo di questo sviluppo è un "inconscio fallocentricamente androcentrico", che si riproduce ripetutamente nello sviluppo della differenza di genere. In questo modo, il fallocentrismo struttura la forma psichica "senza forma" femminile.
Christa Rhode Dachse critica giustamente il "fondamento patriarcale" della psicoanalisi. In questo, lei si riferisce anche alla «teoria dello sviluppo femminile in Freud» come ad una «teoria della non-individualizzazione [...] che [...] serviva all'adattamento della donna al ruolo sessuale cui era destinata in quell'epoca» (Rhode Dachser 2,003). Quest'affermazione dev'essere accolta in parte; poiché naturalmente lo sviluppo psico-sessuale femminile è sintonizzato con il ruolo destinato alla donna. Ed è anche vero che Freud descrive il destino libidinale femminile in maniera affermativa. Tuttavia, la teoria freudiana non è responsabile del destino libidinale femminile, responsabili ne sono le relazioni sociali della forma della dissociazione-valore. A questo proposito, sarebbe sbagliato anche gettare semplicemente Freud nella spazzatura perché la sua teoria è costruita androcentricamente. È molto più importante sottoporre Freud ad una critica femminista ed in questo contesto chiedersi perché Freud ha descritto il destino libidinale femminile così come lo ha descritto.
Al di là di questo, in Rhode-Dachser traspare un'ipostatizzazione del femminile. Ma la questione non può essere quella di cercare una "femminilità" oltre l'androcentrismo. È nella "femminilità" e nella "mascolinità" che si mostra la stessa struttura della dissociazione-valore. Così, sarebbe completamente sbagliato cercare nella "femminilità" qualcosa in qualche modo "migliore", possibilmente "non-identico" - anche Roswitha Scholz ha ripetutamente richiamato l'attenzione su questo punto. Per una critica della relazione capitalista di genere, ciò significa che "mascolinità" e "femminilità" devono essere visti come due poli dentro la socializzazione della dissociazione-valore e come tali criticati - non dovendo qui, naturalmente, essere occultato né lo statuto gerarchico del "maschile" né la correlativa discriminazione del "femminile". Dal punto di vista della "femminilità" ciò significa innanzitutto che dovrebbe essere sviluppata un'idea che si nasconde nel "continente nero" in generale. In tal senso, si dovrebbe porre di nuovo la questione di una teoria psicoanalitica della femminilità.
Christa Rhode-Dachser non è la sola a tentare di sviluppare una lettura femminista della psicoanalisi. Anche altre autrici hanno affrontato la questione. Tuttavia, non è sicuramente un caso che anche in queste autrici avviene una ipostatizzazione del "femminile". Qui si paga per il fatto che la teoria femminista di orientamento psicoanalitico si è occupata assai poco della critica del soggetto. Invece di mettere in discussione in maniera radicale la forma stessa del soggetto, si tenta di sviluppare una teoria della femminilità al di là del fallocentrismo, che permetta alle donne di essere "soggetto".

Processi di crisi e carattere sociale narcisista
Ora, dovrebbe esser chiaro che anche la "matrice psicosociale" del soggetto non potrebbe resistere ai processi di crisi postmoderni. Lavoro e famiglia, come istanze centrali di socializzazione, si disfano sempre più nel contesto dei processi generali di flessibilizzazione ed individualizzazione, e in questo modo cadono dei pilastri che sono stati essenziali per lo sviluppo psicosociale del soggetto borghese. Ma anche qui: la forma di elaborazione psichica non si dissolve semplicemente, ma continua ancora a determinare i percorsi dello sviluppo psicosociale - sotto il segno della postmodernità, questa strada può portare soltanto al narcisismo. Come mostrerò più avanti, il narcisismo è già di fatto creato nella costituzione del soggetto, ma sembra come implodere nelle condizioni postmoderne di crisi. Il carattere sociale postmoderno è profondamente narcisista - e questo varrà, sebbene con sviluppi differenti, sia per il carattere "femminile" che per quello "maschile". Gli è proprio, in una certa misura, l'elevato grado di "auto"-referenzialità come espressione del narcisista.
Quel che potrebbe essere cambiato, nei termini della forma psicosociale del soggetto, di fronte ai processi di crisi postmoderni può diventare chiaro grazie ad una citazione del libro "Il mondo come volontà e Design" (Robert Kurz.)
Scrive Robert Kurz: «La mancanza di relazionamento sociale non significa altro che essere una merce con due gambe; lo "individualismo espressivo" deve trasferirsi all'abbigliamento perché sotto i cenci ormai esiste solo lo spettro di un individuo: Adorno non è mai stato così tanto attuale com'è stato nei tempi postmoderni della "love parade", i cui seguaci commettono davvero una grossolana impertinenza quando dicono "io"» (Kurz, 1999).
Questa citazione può essere interpretata alla luce del concetto di ego di Freud. Scrive Freud, nel testo Introduzione al Narcisimo )1914): «È un'ipotesi necessaria, che nell'individuo non esista fin dall'inizio un'unità comparabile all'Io; l'io dev'essere sviluppato » (Freud). Freud designa il "narcisismo primario" come una forza motrice rilevante nella costituzione dell'io. Poiché questo - così scrive Lilli Gast, interpretando il pensiero di Freud - «inizia un processo di auto-riferimento nell'auto-percezione oggettuale, che finisce per sfociare nella costituzione della soggettività » (Gast, 1992). Nel momento in cui l'ego consegue una sua prima costituzione, è un ego narcisista. Nel concetto di ego di Freud, il narcisismo è saldamente inscritto come motore propulsore. Tuttavia, Freud ha visto il superamento del narcisismo primario come un passo cruciale dello sviluppo dell'io. In relazione alla matrice psicosociale del soggetto postmoderno, ora, si deve partire dal dominio del "ego narcisista" come sostegno della mediazione psichica - un "ego", pertanto, che non può essere realmente designato "ego" nel senso sopra descritto.
Davanti allo sfondo del narcisismo, più tardi diventa anche chiaro come sia possibile il diffondersi in tal modo una simile illusione di immediatezza, come l'ho descritta prima. Poiché questa va di pari passo con una struttura psichica che spinge anche all'immediatezza. Freud descrive la "unità soggetto-oggetto" del narcisismo primario come "disprezzo" o "reinterpretazione della realtà" specifico dello sviluppo. Ciò significa per il mondo degli oggetti che questo può essere incorporato immediatamente solo attraverso la "unità soggetto-oggetto" narcisista, oppure dev'essere respinto e annientato (psichicamente), quando minaccia l'integrità narcisista.
In relazione allo sfondo della formazione e dei cambiamenti immanenti della matrice psicosociale del soggetto, c'è da presumere che le differenti formazioni si sovrappongono e coesistono. Quindi, non è esistito il "carattere autoritario" in forma pura, e, quindi, neanche oggi esiste il "carattere sociale narcisista postmoderno" in forma pura. Gli sviluppi psicosociali non devono essere pensati linearmente, né sul piano della descrizione di una carattere sociale, né sul piano individuale. A questo punto, ancora una volta quel che è cruciale è la considerazione della dinamica pulsionale soggiacente: poiché questa è legata ad una logica temporale specifica, in cui il passato non è semplicemente passato e "l'inconscio" non è semplicemente "inconscio". La dinamica pulsionale esige che il passato e l'inconscio siano portati alla ribalta, quando il presente lo esige e lo permette. Ciò significa, detto in maniera banale, che i conflitti "antichi", in realtà "risolti", possono di nuovo tornare ad essere virulenti sotto l'impatto di una realtà modificata e assumere ora nuove vie di elaborazione o di repressione. Perciò si deve partire dal principio per cui il carattere sociale narcisista può essere osservato non solo fra le generazioni più giovani, ma anche le generazioni più vecchie non vengono risparmiate dall'aspirazione narcisista. Il fatto che sono proprio le "vie narcisiste" ad essere assunte ha a che vedere con una realtà che sollecita le posizioni narcisiste, anche a causa della sua complessità e delle sue mancanze di prospettive.
Proprio il tipo narcisista postmoderno non può essere pensato come una figura rigida di fronte ai processi generali di flessibilizzazione e di individualizzazione, nella misura in cui il soggetto postmoderno è flessibile fino all'autodistruzione. Questo significa anche che il tipo narcisista può passare improvvisamente da un estremo all'altro. L'io narcisista e la corrispondente mediazione dei processi pulsionali sono estremamente "flessibili" ed adattabili nella loro immediatezza, cosa che non in ultimo luogo è dovuta alla mancanza di formazione della libido oggettuale. Questa a sua volta espressione di accesso (narcisista) immediato al "mondo degli oggetti".
Pertanto, non c'è da meravigliarsi che le psicologie dell'ego, del sé e delle relazioni oggettuali riescano ad imporsi contro la teoria della pulsione. L'aver ampiamente ripulito la teoria psicoanalitica dal concetto di pulsione corrisponde agli sviluppi reali di un focalizzarsi sul proprio sé narcisista. Questi sviluppi sono stati inclusi - o anticipati - affermativamente nelle teorie dell'ego, del sé e delle relazioni oggettuali, e in questo modo tali teorie possono essere interpretate come teorie di adattamento alle imposizioni postmoderne. Ciò ad esempio si vede nel fatto che queste teorie - indipendentemente dal fatto che lo desiderino o meno - sono state accolte nella "letteratura della nuova gestione", diventando così anche parte dello sfondo della storia delle idee del "sé imprenditoriale" (vedi  Bröckling 2008).
Ma aver ripulito la teoria psicoanalitica dal concetto di libido, nel contesto delle psicologie dell'ego, del sé e delle relazioni oggettuali, non significa in nessun modo che anche la cosa in sé sia scomparsa insieme alla rimozione del concetto. La "pulsione" o la dinamica da essa messa in movimento non scompare, al contrario, quelle che spariscono sono le condizioni per una sublimazione "con successo" in senso borghese. Ciò significa che la dinamica di pulsione stessa deve modificarsi qualitativamente, e che sono stati bloccati i processi di uno sviluppo dell'io che abbia successo (in senso borghese), in cui l'ego costituisca un'istanza mediatrice stabile fra l'Id (i momenti pulsionali) ed il Superio (la legge "paterna" - patriarcale) (dovendo qui esser chiaro, data la storia della crisi immanente, che non si può più davvero partire da un "ego stabile"). La ritirata o l'auto-referenzialità narcisista è espressione di questa realtà.

Sessualità della crisi
Occorre ora interrogarsi sul diffondersi del carattere sociale narcisista, anche nelle sue implicazioni specifiche di genere, alla luce della critica della dissociazione-valore. Qui, bisogna constatare in primo luogo che in seguito agli sviluppi postmoderni descritti - anche favoriti dalla teoria di genere e queer - si è arrivati di fatto ad un avvicinamento fra i codici sessuali "maschile" e "femminile". Sia le donne che gli uomini sembrano essere meno impegnati nei loro ruoli sociali tradizionali. Questo avvicinamento dei "codici" è anche un riflesso del fatto che, a causa dei processi di crisi reale, i ruoli di genere con il marchio della bisessualità perdono sempre più le loro possibilità di realizzazione ed entrano chiaramente in conflitto con «l'individuo forzatamente flessibile» (Roswitha Scholz) postmoderno. La questione riguarda il come tale avvicinamento dei codici differenziati secondo il sesso viene mediata secondo il carattere sociale narcisista. Psicoanaliticamente, lo stadio narcisista primario ancora non conosce nessuna differenza di genere. Così, anche il carattere sociale narcisista non si sviluppa semplicemente secondo i rigidi percorsi "maschili" e "femminili".
Ma sarebbe letale pensare ora il carattere sociale narcisista come sessualmente neutro, o indipendente dalla matrice bisessuale, a causa dell'allentamento rispetto ai confini dei generi. Sebbene i confini fra lo sviluppo "maschile" e quello "femminile" stiano scomparendo, ciò non significa che le differenti forme di genere e la loro gerarchia si stiano semplicemente dissolvendo. Il carattere sociale narcisista si caratterizza proprio per il fatto che esso può passare rapidamente da un estremo all'altro, poiché i suoi legami con l'oggetto - detto eufemisticamente - sono molto vaghi. Anche se lo stadio narcisista primario non conosce la differenza fra i sessi, ne parla bene il "linguaggio". Nella fase narcisista, le ragazze ed i ragazzi si aspettano di avere un "dialogo". Ciò significa che anche il fallocentrismo non è stato superato perché c'è stato un certo avvicinamento fra i codici binari. E, sotto l'egemonia del fallo, anche i codici binari non possono semplicemente scomparire, nel contesto della società della dissociazione-valore. Al contrario, anche qui si verifica un «inselvaggimento del patriarcato» (Roswitha Scholz): I codici "maschile" - "femminile" non scompaiono, ma inselvaggiscono - e non da ultimo questo avviene con sullo sfondo il fatto che i codici hanno realmente perduto "importanza", poiché ormai non corrispondono alla realtà. Per cui non stupisce che anche l'uomo-bravo ragazzo postmoderno oggi festeggi perfino il gioco dei sessi in una "festa queer", e che domani possa scrivere un "Manifesto a favore dell'uomo", in cui lamenta la crisi della mascolinità e difende un fastidioso anti-femminismo. Il presunto avvicinamento dei differenti codici di genere avviene attraverso le differenti forme di genere, in modo che l'avvicinamento apparente possa anche voltare le spalle in qualsiasi momento, a favore di una sessualità essenzialista. Questa svolta estremamente violenta, che finge di colorare il genere per mezzo della sessualità essenzialista, è espressione della sessualità di crisi di stampo narcisista. Insieme al soggetto, anche la sua sessualità arriva alla fine.
L'invasione di genere e queer non solo hanno promosso la diffusione del carattere sociale narcisista, ma hanno anche collocato il femminismo - pur essendo stato improvvisamente evidenziato - in una situazione in cui esso deve lottare ancora una volta per la sua sopravvivenza. Per mezzo della teoria di genere, è stato trasferita sul femminismo la repressione postmoderna di tutti i contenuti e della presunzione di verità, provocando in esso dei danni. Ora è proprio la teoria di genere che non riesce a spiegare per quale ragione, nonostante l'avvicinamento fra i codici binari di genere, non siano scomparse le relazioni gerarchiche di genere, o addirittura si siano risvegliate a nuova vita. A posteriori si vede che genere e queer sono stati veicolo o espressione di una società di crisi in espansione sotto un segno narcisista, e ora non riescono a comprendere il risultato del loro movimento, una volta che i loro strumenti concettuali non vanno al di là del piano culturale-simbolico. Quindi, anche le teorie di genere e queer devono sfuggire allo "inselvaggimento del patriarcato" (Roswitha Scholz), vale a dire, esse non riescono a spiegare i differenti fenomeni che rendono chiara la relazione gerarchica di genere esistente prima e dopo.
In queste circostanze, di fronte all'aggravamento della relazione di genere, ora sarebbe importante per il pensiero femminista affrontare "l'inselvaggimento del patriarcato" e capire come esso si esprime. Uno sguardo al dispiegarsi della crisi a livello mondiale mostra che, nonostante il colorito (ancora) movimento di genere (in questo paese), è da tempo che si è diffusa una mascolinità di crisi, che si esprime in special modo nell'abbrutimento delle relazioni di genere. Ossessione e violenza sono fenomeni quotidiani della soggettività di crisi maschile - un conglomerato che è possibile che abbia svolto un ruolo in Germania, nel corso dell'anno 2015/2016 a Colonia. È sotto gli occhi il fatto che crollano le "possibilità di sublimazione" e, quindi, le barriere che inibiscono le manifestazioni immediate delle emozioni. Questo è espressione del narcisista, come ho cercato di mostrare. Il legame fra la mascolinità di crisi ed il narcisismo diventa particolarmente evidente nell'Amok: l'ultimo atto dell'autodistruzione narcisista maschile è il suicidio allargato, in cui alla fine viene immaginato l'annientamento del mondo.
Dal lato femminile, la socializzazione di crisi si presenta sotto la forma della "doppia socializzazione", sulla quale Roswitha Scholz ha ripetutamente richiamato l'attenzione, nell'interpretazione di Regina Becker-Schmidt (cf. Scholz 2011). Le donne, nella sequenza dei processi di crisi postmoderni, sono costrette ancora una volta al ruolo di amministratrici della crisi, e allo stesso tempo rese responsabili della famiglia e del salario, ma questo sotto il segno di una capitalismo al collasso, dove alla fine si tratta di pura sopravvivenza. (Le "donne delle macerie" erano anche amministratrici di crisi, ma potevano ancora costruire qualcosa). Inoltre, le donne continuano ad essere come prima esposte a proiezioni maschili che, sotto il segno del narcisismo, diventano talmente immediate che possono essere solo scaricate in emozioni (anche violente) in qualsiasi momento. Così, la responsabilità delle mogli per la famiglia e per il salario, cresce e minaccia di trasformarle in vittime della violenza, dell'ostilità, ecc. maschili. Questa prolungata richiesta eccesiva riguardo il ruolo delle donne, non può/non deve, tuttavia, essere menzionata - non coincide con l'immagine della donna emancipata, che riesce a ben gestire con facilità la sua occupazione e i figli. In tale contesto si possono anche spiegare i risultati degli studi che indicano come le donne in Germania soffrono di depressione il doppio rispetto agli uomini. La depressione è espressione delle relazioni narcisiste con le summenzionate richieste eccessive prolungate, che sono anche contraddittorie. La depressione è una variante "femminile" del narcisismo, sebbene anche gli uomini siano sempre più colpiti dalla depressione. In particolare per quello che fa riferimento ad un "narcisismo femminile", qualcosa che deve ancora essere chiarito. Bisognerebbe interrogarsi, ad esempio, sui modi femminili di reazione narcisista alle aggressioni. Sembra che vi sia una certa tendenza "femminile" a liberarsi in maniera abbastanza immediata delle aggressioni, ma in un modo in cui le aggressioni non vengono espresse apertamente. Si tratta, innanzitutto, di qualcosa come un'aggressività narcisisticamente passiva che, in quanto non aperta, fin dall'inizio allontana qualsiasi reazione e confronto, e si mostra così incompetente per il conflitto.
Anche se c'è ancora molto da chiarire per quanto riguarda i più recenti disturbi della relazione di genere sul piano psicosociale, dovrebbe essere più che chiaro che la diffusione del carattere sociale narcisista è espressione di una sessualità di crisi che è visibile tanto sul lato femminile quanto anche dal lato maschile, seppure in maniere differenti. Tutto ciò dimostra che le persone non possono facilmente uscire dalla matrice psicosociale del soggetto, anche se questa matrice si decompone dall'interno all'esterno - perde la sostanza. Il risultato di questa contraddizione è il narcisismo, come ultima tappa del soggetto di crisi: soltanto su questa base il soggetto in disintegrazione può comportarsi ancora come se fosse in grado di agire, di pensare e di sentire.

- Leni Wissen - Pubblicato sulla rivista EXIT! n°14, marzo 2017 -

Bibliografia

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fonte: EXIT!

martedì 1 agosto 2017

Insostenibile!

Venezuela-y-china

La primavera nera dell'anti-imperialismo
- Un'alleanza poco santa dei disorientati della modernizzazione -
di Robert Kurz

È possibile che sognare il mondo di domani possa muovere il mondo. Ma alcuni sogni sono meri fantasmi del mondo di ieri ormai appassito. Gran parte della sinistra oggi non dispone di alcun orientamento per quel che riguarda il futuro. Dappertutto nel mondo, la sinistra preferisce tornare ai paradigmi della politica tradizionale, basata sugli Stati nazionali. È per questo motivo che la globalizzazione reale viene smentita ed ignorata oppure viene condannata. E la critica non comincia dalle categorie di base storicamente obsolete del "lavoro astratto", della forma merce, della "valorizzazione del valore" e delle relazioni capitaliste di genere nella nuova società mondiale. Essa si limita ad un riferirsi superficiale al "capitale finanziario ed al potere imperiale esterno degli Stati Uniti. In questo modo, nelle nuove condizioni, nasce una convergenza delle posizioni di sinistra e di destra, con un accento antisemita. Dal momento che nella storia moderna, gli ideologhi irrazionali hanno da sempre identificato il denaro speculativo con gli "ebrei".
Nel clima di un'evocazione regressiva delle forme storicamente decadenti della politica, l'anti-imperialismo sta vivendo anche una primavera nera, che non ha niente a che vedere con le speranze delle rivoluzioni nazionali del passato. Contro l'imperialismo della sicurezza ed il colonialismo di crisi occidentale guidato dagli Stati Uniti, la sinistra politicamente senza speranza si propone sempre più nella sfera esterna come un contrappeso, costituito da regimi che, nel processo globale di crisi, sembrano animare la vecchia sovranità nazionale. In questo modo il vero carattere di questi regimi è evidente. Si tratta di una concezione puramente di politica di potere, senza alcuna considerazione per il contenuto storico-sociale ed ideologico. C'è una differenza decisiva con il vecchio anti-imperialismo, il quale, non metteva neanche in discussione il moderno sistema produttore di merci e, insieme ad esso, il mercato mondiale, eppure anche così, nonostante questa riduzione, difendeva una rivendicazione ideale di emancipazione. Alla base di questo stavano gli spazi di manovra di uno sviluppo nazionale che doveva essere realizzato nel corso dell'espansione capitalista. Nelle condizioni della nuova crisi mondiale, di tutto questo non è rimasto niente.

Nel senso di una riformulazione di un anti-imperialismo svincolato dalle sostanziali rivendicazioni precedenti e ridotto ad un guscio vuoto, il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, considerato il nuovo portatore di speranza della sinistra latinoamericana, ha elogiato il "triangolo di forza" formato da Iran, Russia e Cina, mirando con questo ad una sorta di alleanza contro il neoliberismo e contro la politica nordamericana delle guerre di ordinamento mondiale, e già fallito in Iraq. Ma qui non si manifesta più alcuna contrapposizione autonoma che possa sostenere una logica interna di sviluppo e di liberazione. Viene solo mostrato l'altro lato della crisi globale. Caratterizzati come nemici degli Stati Uniti e della politica interventista occidentale, questi stessi regimi sono componenti del processo di destabilizzazione e, in questo senso, sono inseriti nella decadenza del diritto borghese. Il quadro comune del mercato mondiale, che nella storia della modernizzazione ha spinto all'opposizione fra il potere imperiale e la "lotta per il riconoscimento" anti-imperialista, è diventato, con l'estinguersi del potere della modernizzazione, il campo di forza di una tendenza alla barbarie che riguarda tutti gli attori statali.
Si tratta di un'alleanza poco santa fra i disorientati della modernizzazione arrivata alla fine, destinata a sostenere il nuovo anti-imperialismo degli Stati nazionali. Soprattutto, non si tratta di rivitalizzare un programma economico-politico contro la globalizzazione; la posta in gioco sono gli effetti collaterali della globalizzazione stessa. Il fondamento della pretesa "forza" per quanto riguarda i paesi esportatori di petrolio - Russia, Iran e Venezuela - non è una prospettiva storica indipendente che va al di là del moderno sistema produttore di merci, ma il banale raddoppio del prezzo del petrolio, che ha portato a miliardi di dollari dentro le rispettive casse. Ora, il prezzo del petrolio non è in realtà in alcun modo un indicatore della trasformazione sociale, non è nient'altro che una funzione del movimento del mercato mondiale. Allo stesso tempo, non si tratta di una riproduzione sociale auto-sostenibile, ma è piuttosto un momento meramente speculativo e totalmente incerto nel contesto di crisi del sistema mondiale.
Per questa ragione, l'insperata benedizione dei miliardi provenienti dal petrolio non consolida dei programmi di sviluppo sostenibile. Il regime di Putin in Russia rappresenta solamente la rovina di una ex potenza mondiale della fallita "modernizzazione di recupero". I servizi segreti converte in Stato amministrano la miseria delle masse disperate per mezzo della repressione sociale e politica, al fine di riprodurre su un terreno ridotto l'incubo di un impero periferico, che ora si alimenta solo di petrodollari. Il regime dei Mullah, che vuole avere armi atomiche in base anche ai petrodollari, devasta l'Iran col terrore religioso e rappresenta un neo-patriarcato misogino. I dissidenti e la sinistra vengono decimati a migliaia; il nuovo presidente Ahmadinejad fa dell'eliminazione di Israele il suo programma e definisce come "mito occidentale" l'annientamento degli ebrei europei da parte dei nazisti. Dimostra di essere intellettualmente demoralizzante quando Chávez accetta la follia antisemita e chiama "fratello" Ahmadinejad. Ma anche il caudillismo messianico dello stesso Chávez presenta tratti dubbi. La "rivoluzione bolivariana", che sulla base di un'ideologia nazionalista limitata deve diventare il paradigma  per l'America Latina, coincide con la sua persona. Le riforme sociali organizzate sotto forma parastatale senza dubbio favoriscono immediatamente i poveri, ma, nel senso di una riproduzione sociale autonoma, rimangono vuote e incerte, nella misura in cui si basano unicamente su una sovvenzione oscura sostenuta dai petrodollari. E, nel contesto di un "gemellaggio" con un regime come quello iraniano, oscura l'orizzonte ideologico di questi sforzi.

Dall'altra parte, la presunta "forza" della Cina si trova in una relazione reciproca precaria con la nuova ricchezza speculativa del petrolio dei paesi esportatori. In quanto è proprio l'industrializzazione cinese rivolta all'esportazione che ha essenzialmente contribuito all'esplosione del prezzo del petrolio. In pochi anni la Cina è diventata, dopo gli Stati Uniti, il secondo maggior consumatore di petrolio. Tuttavia, quel che appare come offensiva cinese nell'esportazione rappresenta ancor meno la funzione di un programma di sviluppo nazionale; finora, si tratta piuttosto del maggior effetto collaterale della globalizzazione. Questa corrente di esportazioni si basa per lo più sugli investimenti dei conglomerati occidentali (in primo luogo, degli Stati Uniti e dell'Unione Europea), che, nel corso del loro "outsourcing" globale, hanno fatto della Cina la piattaforma girevole delle catene transnazionali di creazione di valore. Per questo la Cina ha registrato anche, dopo gli Stati Uniti, il secondo maggior afflusso di investimenti stranieri diretti. Vale a dire, nessuna traccia di autonomia nazionale, ma solamente il risultato di salari estremamente ridotti e dell'assenza di diritti degli schiavi che lavorano nelle zone dell'economia di esportazione, in maggioranza giovani e dislocati. Allo stesso tempo questi investimenti rimangono isolati. La riproduzione sociale nella zona più ampia è minacciata dal collasso di parte di questo stesso sviluppo. È in questo modo che si è costituito in Cina il paradosso di un capitalismo di minoranza sfrenato e transnazionale, protetto dal tetto politico dell'apparato di potere, comunista alla vecchia maniera e paternalista. Con azioni militari e di polizia, una burocrazia corrotta cerca di placare le contraddizioni sociali che dilaniano il paese.

In queste condizioni, il vago progetto di un'alleanza anti-imperialista di paesi esportatori di petrolio con la Cina è una chimera. È probabile che non si realizzi niente di una simile alleanza, poiché le rispettive posizioni sul mercato mondiale sono totalmente diverse e perfino opposte. Nella stessa misura in cui la Cina è diventata il nuovo Eldorado per l'outsurcing dei conglomerati transnazionali, gli investimenti diretti in America Latina sono stati ridotti. Il Messico, che negli anni 1990 era ancora, nel quadro della Nafta [Accordo di libero commercio fra Stati Uniti, Messico e Canada], una delle regioni preferite di investimento per i conglomerati nordamericani, oggi è ormai prosciugato sotto questo aspetto. Vista la vicinanza con gli Stati Uniti, ormai non ne vale la pena. visto che il lavoro cinese è ancora più a buon mercato. Un destino simile ora minaccia gli altri paesi dell'America Latina. Anche le speranze nei grandi investimenti cinesi in Argentina e in Brasile sono state ben presto frustrate.
Invece, nel frattempo le merci a buon mercato delle industrie cinesi (in realtà, prodotti di outsourcing transnazionali dei conglomerati degli Stati Uniti e dell'Unione Europea) inondano i mercati latinoamericani. Sicuramente sono aumentate anche le esportazioni latinoamericane verso la Cina. Ma, in primo luogo, qui si tratta quasi solo di materie prime. In questo modo, si riproduce per mezzo della globalizzazione solo la vecchia relazione di dipendenza fra centro e periferia nella nuova configurazione. In secondo luogo, le esportazioni verso la Cina e le importazioni provenienti dalla Cina si trovano in completo squilibrio. Nel 2005, le esportazioni del Brasile verso la Cina sono aumentate del 9%, le importazioni a loro volta del 50%. La crescente eccedenza di importazioni provenienti dalle zone cinesi dell'economia esportatrice va dagli articoli di fuoco d'artificio, giocattoli, tessuti e calzature, fino all'elettronica, le automobili, aeroplani, acciaio e prodotti chimici. L'America Latina si vede minacciata, in questo modo, da una nuova de-industrializzazione.

Il progetto di un'alleanza antimperialista fra i paesi esportatori di petrolio, la "rivoluzione bolivariana" e la Cina si rivela essere del tutto fragile quando l'ultimo anello della concatenazione della catena globale viene inserito nell'analisi. Così come la nuova ricchezza del petrolio dipende dall'industrializzazione esportatrice transnazionale della Cina, questa dipende dal consumo degli Stati Uniti. Qui si chiude il cerchio. È unicamente il flusso di esportazione del tutto unilaterale che attraversa il Pacifico che sostiene la pretesa crescita. L'alluvione sui mercati latinoamericani è soltanto un effetto collaterale dell'inondazione dei mercati nordamericani per mezzo delle merci provenienti dalla Cina. Il consumo nordamericano, a sua volta, si basa essenzialmente sull'afflusso di capitale monetario transnazionale, ossia, sull'indebitamento. Gli Stati Uniti sono da molto tempo il paese con il più alto debito esterno del mondo. La solvibilità di questo indebitamento viene garantita, tuttavia, proprio dalla posizione degli Stati Uniti come ultima potenza mondiale, soprattutto a causa della loro macchina militare senza uguali.
Le politiche sociali ed estere dei paesi esportatori di petrolio, sovvenzionate con i petrodollari, dipendono quindi, in ultima analisi, proprio dalla congiuntura che unisce la solvibilità ed il potere militare del proprio nemico imperiale. Che contraddizione! In realtà, Chávez deve pregare perché la potenza del male degli Stati Uniti continui intatta, dal momento che, in caso contrario, crollerebbe il castello di carte dei sogni politici diffusi. È probabilmente il momento irrazionale più profondo di questa costellazione, che provoca l'oscuramento ideologico del presunto nuovo antimperialismo, fino ad arrivare ad essere affetto da disordini antisemiti. Ciò dimostra ancora una volta che la lotta per l'emancipazione sociale dev'essere condotta solamente per mezzo di un movimento transnazionale proveniente dal basso, senza la rassicurazione nazionale della politica del potere. Il carisma antimperialista con una base nazionalista nelle nicchie economiche incerte della globalizzazione non può pretendere alcuna sostenibilità

- Robert Kurz - Pubblicato il 5 gennaio 2016 su “Folha de S. Paulo” con il titolo "Triangolo di Carte" -

fonte: EXIT!