martedì 13 giugno 2017

Una canzone di addio

kempter

Il testo che segue, è stato scritto con l'intenzione di introdurre nella storiografia accademica le fondamentali idee teoriche e storiche di Robert Kurz, e renderle feconde nelle ricerche a venire. È evidente che l'apporto, da parte della critica del valore e della critica della scissione-valore, deve superare ostacoli significativi nella comunità scientifica. Dopo tutto, le cosiddette linee di una nuova teoria critica si sono sviluppate seguendo forme accademiche convenzionali, e la scienza della storia, in qualche modo orientata dalla teoria sociale, già nel decennio 1970 si è slegata dal discorso marxista e si è rivolta al post-strutturalismo. Di conseguenza, fra la critica della dissociazione-valore e la scienza della storia - così come con le scienze sociali in generale - vige fino ad oggi la completa assenza di relazione.
Gli sforzi per la pubblicazione di quest'articolo su una rivista specializzata di scienza della storia sono stati coronati da successo solo in parte: una versione assai ridotta alla fine è stata pubblicata, sulla rivista WerkstattGeschichte nº 72, 2016, pp. 65-76, col titolo di: Robert Kurz, la "critica del valore" e la teoria sociale radicale ovvero Karl Marx è ancora rilevante per la storia?

L'importanza della critica del valore e della critica della dissociazione-valore per la scienza della storia
- Sulla persistente rilevanza di Karl Marx -
di Klaus Kempter

Dopo che il "socialismo realmente esistente" è improvvisamente perito nel 1989-1991, la visione del mondo del materialismo storico, del marxismo-leninismo, e non solo, sembrava fosse definitivamente entrata nel museo delle idee perdute. Anche le numerosi idee deviate di Karl Marx, improvvisamente sono state considerate obsolete nei circoli socialdemocratici, socialisti di sinistra o marxisti eterodossi, perfino per i membri di tali gruppi, come la fede biblica nella creazione di fronte alla rivoluzione darwiniana. Nel campo delle scienze sociali, dove c'era stata una tradizione di "marxismo occidentale" in realtà marginale, seppure rispettata, assai poco influenzata dalla politica quotidiana - si pensi alla Scuola di Francoforte ed ai suoi derivati, ma anche alla ricezione del pensiero di Antonio Gramsci - gli "approcci" che facevano riferimento a Karl Marx scomparvero quasi completamente dal discorso. È ovvio che continua ad esserci un certo numero di filosofi, scienziati sociali, geografi ed antropologhi - ed attuali maîtres penseurs come Alain Badiou e Slavoj Žižek - che vedono in Marx un pensatore ancora fecondo. [*1]
Nella scienza della storia accademica, il confronto con le idee di Marx non appariva solo marginale, ma del tutto scomparso. Se prima c'erano storici rinomati che si riconoscevano esplicitamente nella tradizione marxista, oggi è difficile incontrare qualcuno che riconosca ai concetti di Marx quanto meno un potenziale di stimolo. Eric Hobsbawm, che fino alla fine della sua lunga vita si è considerato un marxista - quando anche nelle sue dichiarazioni politiche si avvicinava sempre più ad un riformismo socialdemocratico di apparenza poco radicale - non vede alcun successore, e per questo il teorico del sistema mondiale Immanuel Wallerstein dovrà essere probabilmente l'ultimo rappresentante, ben noto nella storiografia, di una tradizione scientifica quasi del tutto sprofondata.
Nella migliore delle ipotesi, negli studi post-coloniali, esistono ancora vestigia del vecchio marxismo storiografico: dibattiti sull'egemonia gramsciana, concetti come quelli di "subalterno", l'introduzione di concetti che si occupano ancora di razzismo, di sessismo e di colonizzati - così come i teoremi di "impero" e di "moltitudine" del post-operaismo e la maggior parte dei contributi teorici post-marxisti in generale - rappresentano sviluppi e sdogmatizzazioni del discorso delle classi. Tuttavia, con la loro apertura di un campo visuale rivolto meramente agli studi geografici, sociologici e di scienza culturale e con l'incuria decisamente anti-economicista riguardo alle categorie fondamentali di Marx finivano per privarsi di un potenziale teorico possibilmente decisivo.
L'instabilità permanente e lo sviluppo critico dell'economia mondiale che persiste dal 2008, ha collocato nuovamente Marx e la sua critica del capitalismo nell'agenda del dibattito politico e giornalistico. Diverse pubblicazioni parlano da allora del Padre della Chiesa della critica del capitalismo e si domandano se aveva ragione e, se così fosse, esattamente perché e dove. [*2)
Negli Stati Uniti, centro del sistema mondiale, giovani intellettuali hanno lanciato riviste radicali come The Jacobin, oppure N+1, in cui fanno uso di strumenti concettuali marxiani [*3]. Ha fatto furore in un manifesto attivista di ispirazione marxista, L'Insurrezione che viene, ed un altro che fa filosofia sul "superamento accelerazionista" del capitalismo [*4].
In ogni caso, l'utilizzo, ora senza preconcetti, della parola, prima stimolante, "capitalismo" permette, forse, di sperare in una rinascita di Marx. Ma la scienza della storia sembra non essere influenzata da tutto questo. Perché?
Sorge spontaneo un sospetto ovvio: forse queste idee di Marx, che hanno funzionato da orientamento nella precedente ricerca storica marxista, sono passate di moda, o forse erano persino inadatte da sempre. Ad esempio, l'idea secondo cui la cosiddetta base economica delle società esistenti debba essere sempre il punto di partenza della sua penetrazione storiografica; il dogma per cui tutta la storia sarebbe la storia delle lotte di classe, a partire dal quale, per andare sul terreno della storia reale, si dovrebbero sempre guardare interessi materiali divergenti e conflittuali, non lasciandosi distrarre dai riflessioni puramente ideologici sulla cultura e l'ideologia; l'idea secondo cui lo Stato moderno non sarebbe nient'altro che il comitato di gestione di affari della classe borghese, tutti questi presupposti, che si trovano alla base della storiografia marxista nelle sue varianti più grossolane ed anche in alcune delle più sottili, del tutto scomparse dal dibattito ideologico, ed a ragione.
Ma questo vecchio marxismo - ed anche qualcuno di quelli nuovi - non è tutto Marx. Nella gigantesca miniera del pensiero di Marx, scavando sufficientemente a fondo, si trovano vene che valgono la pena dello sforzo. Le considerazioni che seguono sono un appello a farsi carico di questo sforzo, per dare un nuovo impulso alla storiografia, e prendere così le distanze sia dalla riserve dell'accademia convenzionale contro la storiografia basata sulla teoria sociale, sia dall'avversione postmoderna per le grandi narrazioni che diventa sempre più sterile. Per comprendere il mondo di oggi e la sua evoluzione, nel corso che va da due e mezzo fino a cinque secoli di modernità capitalista, a seconda dell'approccio, il ricorso a Marx continua ad essere essenziale - naturalmente non al Marx trans-storico della lotta di classe, del Manifesto Comunista e del progresso sociale inarrestabile, seppure sotto forma di sviluppo dialettico; ma al Marx che ha analizzato le società "nelle quali domina il modo di produzione capitalista" [*5], ossia, il teorico del meccanismo sociale fondamentale della valorizzazione del valore, del processo cieco del capitale come "soggetto automatico" del mondo moderno. Qui, si propone che la scienza della storia si occupi non del marxismo, nemmeno di quello "occidentale", ma del relativamente sconosciuto Marx "esoterico", come lo ha inteso il teorico e storico Robert Kurz, poco letto nei circoli accademici, e che si metta alla prova per sapere se il lavoro di Kurz ispirato da Marx può dare un profondo contributo alla comprensione della storia moderna [*6].

Robert Kurz e la critica del valore
Robert Kurz (1943-2012) è stato uno dei molti attivisti che nel "decennio rosso", dopo la rivolta studentesca occidentale del 1968, si unì ad una delle sette radicali di sinistra allora sorte, tentando nel corso di vari anni di dare inizio alla rivoluzione nei "centri capitalisti". Alla fine degli anni Settanta, egli ruppe con quello che più tardi chiamerà "politicismo", per impadronirsi delle basi teoriche della pratica politica di sinistra, insieme ad un gruppo di persone con la stessa idea. Nel decennio seguente, questo circolo teorico di Norimberga si è occupato di Marx e del marxismo, e questo specialmente sotto il segno della teoria della crisi. Dal 1986, Kurz insieme ad alcuni compagni di lotta pubblica l'organo teorico  Marxistische Kritik. Nel 1990, la rivista adotta il nome di Krisis - programmaticamente, non solo per il focus tematico identificato, ma anche come uscita dal marxismo, non implicando in questo, però, nessun addio a Marx. Kurz è stato il principale autore di Krisis fino alla scissione della redazione nel 2004 ed alla fondazione della nuova rivista teorica Exit! Crisi e critica della società della merce. Il suo saggio del 1986, La crisi del valore di scambio [*7], è il documento fondante di una nuova teoria critica, che il gruppo di Norimberga chiamerà "critica del valore" con riferimento alle categorie di base marxiane. Dall'inizio degli anni novanta, Kurz ha pubblicato varie monografie maggiori e minori, fra le quali soprattutto "Il libro nero del capitalismo"(1999) ha avuto ampia diffusione. Con il crescente livello di notorietà, si allargano le sue opportunità di pubblicazione. A partire dalla metà degli anni novanta ha scritto per il giornale brasiliano Folha de São Paulo, ed a partire dal 2002 ha avuto una rubrica di politica economica sul giornale Neues Deutschland, pubblicando articoli sul settimanale Freitag. Kurz ha cercato di anche di intervenire come oratore e conferenziere, naturalmente quasi esclusivamente nei circoli politici di sinistra. La sua vita era parecchio distante dai forum accademici, dove solitamente si suggerisce, processa e continua a svilupparsi la "scienza". Per questo l'opera di Kurz gioca assai poco un ruolo nelle discussioni dei circoli eruditi, così come negli ambiti accademici consueti. I testi scientifici accademici e le opere professorali a 360°. oggi vengono sviluppati senza fare alcun riferimento a Kurz - anche quando si tratta di questioni da lui affrontante nel dettaglio ed in maniera assai stimolante. Recentemente, tuttavia, alcuni dei suoi saggi sono stati pubblicati in lingua inglese, insieme a quelli di altri "critici del valore", in una raccolta di testi fondamentali della critica del valore [*8]. Sarà il futuro a mostrare se questo può promuovere la ricezione internazionale, e non solo da parte dei tardo-marxisti e dei post-marxisti. Le conclusioni di Kurz - formulate evitando intenzionalmente la "preoccupazione e l'equilibrio" della prosa accademica [*9] - sono troppo originali e rilevanti, soprattutto per quanto riguarda lo studio della storia, per essere lasciate ai circoli politici di sinistra.
Il punto di partenza di Kurz è stato senza dubbio eminentemente politico: la preoccupazione contemporanea per la crisi delle società industriali negli anni sessanta ed ottanta, nella formulazione del discorso accademico, per Kurz indicava l'esaurimento definitivo delle energie del modo di produzione capitalista. Tale esaurimento si ripercuote sulla storia mondiale, in primo luogo come collasso del "socialismo da caserma" dell'Unione Sovietica e dei suoi Stati satellite.

Il collasso della modernizzazione e la storicità del capitalismo
Il fatto che Kurz ed i critici del valore di Norimberga, così come i rappresentanti loro contemporanei della teoria della convergenza "borghese", non vedono alcuna differenza "categoriale" fra le società industriali dell'economia di mercato occidentale ed il socialismo di Stato dell'Est, può essere stato inizialmente dovuto alle origini nel maoismo, ma dopo è stato anche spiegato in dettaglio. Nel suo primo libro del 1991, Il collasso della modernizzazione, Kurz ha spiegato - prima di sottomettere ad un'analisi le debolezze sistemiche del "mercato pianificato" del socialismo reale - quello che riteneva che fosse il ruolo storico dei regimi di produzione sovietici e dell'Est europa, a partire dal 1917 o dal 1945 [*10]. Facendo riferimento ai pensatori dell'inizio della modernità, come Fichte e Tocqueville, ha attribuito al socialismo di Stato la funzione storica di compensare, nelle società ritardatarie della periferia capitalista, il ritardo nella riproduzione economica per mezzo del comando statale sull'economia. Come osserva Kurz, Fichte aveva già delineato, nel suo libro Lo stato commerciale chiuso (1800), una produzione di merci pianificata dallo Stato, ponendo così una base ideologica fondamentale al famoso statalismo tedesco (e non solo) in termini di teoria e politica economica. Secondo Kurz, il contributo di Tocqueville, come analista degli avvenimenti rivoluzionari nella Francia dell'Ancien Régime e della Rivoluzione, ha evidenziato, in modo non sentimentale né idealista, che il mutamento delle forme politiche di governo dalla monarchia alla repubblica parlamentare è stato secondario rispetto all'imposizione dello Stato moderno in generale, e che la rivoluzione francese è stata una lotta, non tanto per i diritti civili e la sovranità popolare. ma soprattutto per la proprietà dello Stato nazionale e del mercato già creato dall'assolutismo e dalla sua collocazione al servizio degli obiettivi capitalisti privati. La Rivoluzione Russa di Ottobre ed il susseguente stabilirsi dei cosiddetti Stati ed economie socialiste erano, secondo Kurz, dentro questa tradizione di quella che era senza dubbio la "modernizzazione in ritardo" statalmente controllata. Pertanto, non rappresentavano in alcun modo un tentativo di estrarre le conseguenze della critica radicale di Marx sulla produzione capitalista di merci, ma al contrario assumevano in primo luogo l'implementazione di tale modo di produzione, sotto la gestione statale anziché sotto la gestione privata.

E quando questo "capitalismo dell'Est" sotto il controllo dello Stato collassa alla fine del decennio 1980, Kurz e i suoi colleghi non ne sono stati né sorpresi né rattristati. Al contrario. avevano già descritto da anni l'inconsistenza del socialismo da caserma, l'assurdità dei suoi mercati pianificati e delle sue relazioni di concorrenza "secondaria". [*11]
Ma la visione di Kurz, contro lo spirito del tempo dell'inizio degli anni 1990, respingeva simultaneamente il fatto che il collasso del socialismo del blocco dell'Est potesse in qualche modo significare la vittoria storica-mondiale della democrazia e dell'economia di mercato e la "fine della storia" diagnosticata da Francis Fukuyama. [*12] Il trionfalismo dell'Occidente gli appariva del tutto spropositato. I vecchi centri della modernizzazione non avevano vinto; avevano semplicemente continuato ad esistere, dopo il collasso della periferia meno sviluppata. La crisi generale del capitalismo, di cui in realtà era stata vittima la concorrenza dell'Est, aveva anch'essa ricevuto un colpo, come Kurz aveva cercato di mostrare già nel suo primo articolo empirico-teorico fondamentale del 1986.
In cosa consiste questa crisi del capitalismo, che non è una normale crisi ciclica e neppure una di quelle rare crisi che hanno messo storicamente in pericolo la sua esistenza almeno una volta - all'inizio degli anni 1930 -, ma che indica il raggiungimento del "limite interno" assoluto del modo di produzione capitalista? Robert Kurz e la critica del valore fanno qui alcune osservazioni abbastanza irregolari su Marx, come quelle a proposito del cosiddetto "Frammento sulle macchine" del vasto manoscritto sulla critica dell'economia politica scritto nel 1857-1858 e pubblicato per la prima volta solo alla fine degli anni 1930 col titolo di Grundrisse: "È il capitale stesso ad essere la contraddizione in processo, perché cerca di ridurre il tempo di lavoro come unica misura e fonte di ricchezza", [*13] per stabilire la base della sua ipotesi che, a partire da un determinato livello di aumento della produttività, la sola potenza creatrice di valore, la forza lavoro umana, viene rimossa dal processo di produzione su scala talmente elevata che il modo di produzione nel suo insieme non può continuare ad esistere. Questo limite interno, secondo l'analisi della critica del valore, è stato raggiunto a partire dagli anni 1970 e 1980, con l'utilizzo della tecnologia informatica, dell'automazione, dell'informatizzazione e della digitalizzazione, cioè, con la terza rivoluzione industriale, la rivoluzione microelettronica. Da allora, il moderno regime di produzione si trova in un inesorabile declino [*14].

Partendo sa questa diagnosi della crisi contemporanea e seguendo la corrispondente indicazione di Marx, Kurz sottomette ad un esame, nel corso del decennio del 1990, non solo il capitalismo attualmente esistente - includendo in questo vari scritti polemici, ad esempio quelli sul problema della riunificazione tedesca [*15] - ma l'intero contesto storico. Ha intrapreso così il tentativo (che distingue fondamentalmente la sua narrazione da tutte le interpretazioni storiche accademiche, così come da quelle extra-universitarie e da quelle del "marxismo residuale") di scrivere tutta la storia del capitalismo a fronte della sua fine imminente - come storia per così dire "dal di fuori", con uno sguardo meno freddo o neutro, ma uno sguardo dalla distanza. È partito pertanto dal presupposto che alla fine lo sguardo sull'economia di mercato capitalista implica che questa abbia anche un inizio storicamente identificabile, una "storia della costituzione" ed una "storia dell'imposizione", ed un successivo sviluppo progressivo "in processo", che non riposa su sé stesso per l'eternità, come costante, sebbene vada intesi in evoluzione, ma ontologicamente solidificato.
In questo modo si è rivolto contro le idee astoriche ed anti-storiche generalizzate che parlano di stati di equilibrio e di processi ciclici dell'economia di mercato. Quello che è ovvio, e pertanto noto a tutti, dentro e fuori le scienze economiche, che l'economia moderna porta al continuo aumento di produzione di beni, a maggior stock di capitale, innovazione tecnologica, espansione della cerchia dei consumatori, ecc., ma tutto questo normalmente non porta a considerare in maniera storico-evolutiva gli eventi economici.
Invece, i vari analisti dell'economia moderna rimangono prigionieri di un pensiero circolare astorico, che ha segnato la scienza economica fin dai suoi inizi. Ripetutamente, vengono forzate analogie mediche, meccaniche o cosmologiche per constatare l'eterno ritorno del sempre uguale (di fronte alla miracolosamente aumentata ricchezza di beni) e dipingere idilli di mercato. Nell'economia politica accademica, solo Schumpeter ha costituito un'eccezione rispetto ai principali teorici con la sua "Teoria dello sviluppo economico", l'idea spesso citata della "distruzione creativa" e dello sviluppo del processo di innovazione ed imitazione. Tuttavia, l'adattamento che si può vedere in lui e in altri che parlano delle "onde lunghe" di Kondratieff va a finire anche nelle idee dei cicli, anche se di dimensioni assai maggiori di quelle utilizzate nella teoria ciclica a breve termine.
Contro le idee statiche dell'equilibrio e dei cicli della scienza economica, di provenienza tanto neoclassica quanto keynesiana, ma anche proveniente dal marxismo, sotto forma di crisi di sovraccumulazione e ripulitura continuamente ricorrenti, sebbene "su scala più elevata", o della tesi secondo la quale "il capitale" tende alla guerra, per distruggere la ricchezza che esiste sotto forma di merci e di impianti produttivi e poi cominciare di nuovo con l'accumulazione; contro tali idee, fin dagli anni 1980, Kurz ha intrapreso lo sforzo di esporre la teoria della crisi, che emerge in molti punti dell'opera di Marx senza però essere esposta in maniera sistematica, e che rimane alla fine frammentaria - un tentativo i cui risultati non possono essere qui apprezzati. Egli divenne simultaneamente uno storico del capitalismo ed un eminente pensatore della storia.

La storia del capitalismo I: Costituzione ed imposizione dell'economia di mercato industriale
Quando Kurz alla fine degli anni 1990 ha pubblicato la sua principale opera storiografica, Il Libro nero del capitalismo. con il sottotitolo "Una canzone di addio dell'economia di mercato" [*16], il suo modo di esposizione era il risultato della conclusione che "i processi strutturali ciechi e le riflessioni apologetiche, insieme costituiscono il processo storico reale" [*17]. Il Libro Nero come "esposizione integrata delle tre rivoluzioni industriali descrive così, da un lato, i processi strutturali in parte quasi naturali ed in parte politicamente implementati a partire dalla fine del XVIII secolo: lo sviluppo delle grandi industrie in Inghilterra e nei paesi che seguono dell'Europa occidentale, legato alla coercizione terrorista che fin dall'inizio è stata esercitata sulla massa della popolazione contadina per essere addestrata come manodopera del processo di valorizzazione del capitale astratto - qui Kurz condivide, in forma originale e sviluppandola, l'esposizione di Marx e Foucault della "accumulazione originale" [*18].
Dall'altro lato, egli torna all'osservazione e alla concettualizzazione ideologica di queste mutazioni e documenta per esteso il ruolo affermativo della filosofia dell'età moderna - il pensiero illuminista, l'idealismo tedesco, l'utilitarismo inglese, ecc. - ai fini della genesi e dell'implementazione del capitalismo, dell'economia di mercato, della modernità. Kurz fa uso degli scritti della filosofia borghese e del pensiero economico degli inizi - ad esempio, di Mandeville e Adam Smith, ma anche di Kant - per mostrare che, a partire da un movimento di pensiero di emancipazione, che aspira alla libertà individuale, all'uguaglianza e alla fraternità fra tutte le persone, non si può parlare di una "storia occidentale della civiltà". Al contrario, il modello, in un fronte contro il dominio delle istanze premoderne religiosamente fondate, è stato quello della concorrenza dell'economia di mercato, ivi incluso il soggetto universale senza qualità che interessa tutte le manifestazioni della vita. Kurz presenta in tal modo una versione sorprendentemente "idealistica" della storia del capitalismo: la descrizione della realizzazione del pensiero illuminista, che, naturalmente, non ha in sé niente di ideale, ma - in modo estremo come in de Sade, appartenente anch'egli agli illuministi, ma anche come nel liberal-democratico Jeremy Bentham e nel suo Panopticon - è essenzialmente una "utopia nera": un pensiero della preparazione e della formazione alla lotta di tutto contro tutti dell'economia di mercato. Il pensiero illuminista era al servizio di un completo disciplinamento delle persone, con l'obiettivo "di portare al più alto grado l'inimicizia fra i singoli, la guerra infame della concorrenza" [*19], come scriveva Friedrich Engels, figlio di un industriale.

Già nel Libro Nero del 1999, e in maniera molto più dettagliata nella sua ultima monografia Denaro senza Valore (2012), Kurz ha descritto la sostituzione, del regime di produzione delle società agrarie pre-capitalistiche incentrate sulla religione, con la modernizzazione produttrice di merci: egli non lo ha visto come un processo evolutivo, così come, nonostante i riferimenti fatti da Marx al carattere violento della "accumulazione originale", è stato assai spesso concepito anche negli scritti marxisti, non lo ha visto come mutamento nel suo insieme pacifico dalla nobiltà feudale alla borghesia urbana dei commercianti e dei fabbricanti. Al contrario, sia l'economia domestica rurale che il corporativismo urbano, in realtà statico, ma che garantivano l'equilibrio sociale, sono stati distrutti attivamente dalle istanze statali assolutiste. Con l'abolizione dei vecchi regolamenti e con la creazione delle relazioni di mercato su larga scale, è stata installata la concorrenza universale, impedendo, fra le altre cose, che le innovazioni tecniche dell'inizio dell'era industriale venissero utilizzate a beneficio del benessere generale e per facilitare il lavoro. Invece, vennero utilizzate come mezzo di produzione di ricchezza astratta, nonché per tenere legati all'apparato industriale i senza terra ed i diseredati [*20].
La miseria in massa dell'nidustrializzazione iniziale è stata descritta all'epoca, per esempio da Friedrich Engels, nel suo rapporto sulla Situazione della classe operaia in Inghilterra (1845), e da Marx ne Il Capitale (1867), sulla base dei rapporti di ispezione nelle fabbriche inglesi; tuttavia vale la pena leggere le potenti descrizioni dei "mulini satanici"(William Blake) capitalisti nel libro nero di Kurz. La storiografia accademica occidentale, nella sua parte predominante vista dalla prospettiva della società di consumo sviluppatesi alla fine del XX secolo, attribuiva la miseria sociale ed il pauperismo dell'inizio del XIX secolo non all'industrializzazione capitalista, ma proprio al suo ritardo rispetto alla crescita della popolazione che l'aveva preceduta, e che comprendeva le situazioni di miseria dell'industrializzazione come una triste fase di transizione, più o meno inevitabile, dell'economia di mercato sulla strada per il "capitalismo buono" egualitario dello Stato-provvidenza. Nella narrazione di Robert Kurz, entrambi i discorsi di giustificazione vengono respinti: da un lato, la miseria non era pre-capitalista, dovuta alle condizioni tradizionali primitive medievali, al contrario: alla fine del medioevo, le condizioni di vita delle persone comuni erano assai migliore di quelle nei tempi successivi. Ciò era vero tanto per le necessità materiali, quanto per le opportunità di poter determinare il proprio tempo ed il proprio quotidiano, e perciò è stata l'imposizione del capitalismo e non la crescita della popolazione, come spiega la "impresa scientifica accademicamente devota dello Stato" nella "argomentazione maltusiana", che ha gettato gran parte della popolazione europea nella catastrofe sociale [*21].

Dall'altro lato, lo stesso capitalismo tardivo, anche nelle regioni del benessere del Nord America e dell'Europa occidentale, non è stata un'epoca idilliaca, al contrario, per Kurz è stata un'utopia negativa, arrivata ad un obiettivo provvisorio, quello di una macchina sociale che ha elevato a fine in sé il regime del lavoro astratto, vale a dire, dell'attività orientata non alle "cose utili" concrete, ma all'aumento della ricchezza monetaria. Il fatto per cui il tardo capitalismo, almeno per qualche decennio, durante la "breve estate siberiana del miracolo economico" dopo la seconda guerra mondiale, ha portato una certa ricchezza ad una parte della popolazione mondiale, non può compensare l'impoverimento di massa nel XIX secolo né la distruzione delle economie di sussistenza del cosiddetto terzo mondo. E di certo, il breve periodo di prosperità non poteva ingannare circa gli altri alti costi della modernizzazione: il fatto che l'umanità, inizialmente con una coercizione brutale, in seguito, sempre di più, attraverso meccanismi di internalizzazione e di auto-disciplinamento - praticato, ad esempio, nella formazione taylorista dell'industrializzazione accelerata - è stata portata a sottomettersi al regime automatico del "lavoro", all'assurdo dispendio di "cervello, muscoli, nervi, mano, ecc."(Marx) [*22] con il fine del mero "realizzare profitto".
Con la critica del lavoro in quanto tale, in quanto un derivato dell'attività non libera e torturante degli schiavi, Kurz si allontana quanto più possibile non solo dall'economia politica convenzionale della "mano invisibile" e dell'armonia prestabilita del mercato, ma anche dall'ideologia sia del movimento operaio riformista dei sindacati e dei socialdemocratici come dal comunismo rivoluzionario di tutte le "scuole", siano esse di dominio leninista, trotskista, stalinista, gramsciano o comunista riformista. Tutte queste posizioni marxiste e socialiste hanno in comune, nella prospettiva della fondamentale critica del valore di Kurz, il fatto che si muovono dentro il paradigma del "valore" e del "lavoro astratto". riferendosi a quest'ultimo affermativamente ed orgogliosamente, e combattono solo dal punto di vista del lavoro - vivo - il punto di vista del capitale (morto). Il marxismo del movimento operaio, così chiamato da Kurz, pretendeva di stabilire il dominio del lavoro e "cacciare gli oziosi", come veniva detto nella "Internazionale", anziché vedere l'emancipazione nella liberazione dal lavoro e nell'ottenere l'ozio, come raccomanda Kurz, seguendo una corrente assai minoritaria della sinistra.

Lo stesso Marx non è sfuggito al contesto di questa rivalutazione della categoria del lavoro, che sotto certi aspetti poteva essere invocata dal suo genero Paul Lafargue (Il diritto all'ozio). Anche l'antenato della critica del valore si lasciò andare ripetutamente agli elogi per il lavoro, e contro l'ozio, come aveva già fatto nel Manifesto Comunista del 1848, o nella sua polemica contro i nemici borghesi della Comune di Parigi, in Guerra Civile in Francia (1871). Di conseguenza, Robert Kurz distingue sul piano teorico fra questo Marx "essoterico", della modernizzazione, proveniente dal liberalismo e dal pensiero illuminista, cui tutti i comunismi di partito fanno riferimento in maniera positiva, ed il Marx "esoterico" [*23], radicalmente critico della modernità, che non ha tematizzato la ritenzione del plusvalore da parte dei presunti "dominante", bensì l'assurdo funzionamento della società moderna in generale, che rinchiude tutte le persone, anche i "ricchi" e gli "sfruttatori", in un involucro di relazioni "feticiste", duro come l'acciaio, dove non sono altro che materiale per l'autovalorizzazione del valore.
Nel Libro Nero del capitalismo. Kurz mette in atto una divisione simile, in correnti categoriali ed immanenti, fra i movimenti di resistenza e protesta contro il capitalismo. Il più nuovo è stato il movimento operaio socialista - sia di disposizione rivoluzionaria che riformista - che era emerso dalle unioni operaie di impronta liberale nel XIX secolo, ad aveva offerto, nella Comune di Parigi acclamata da Marx, un modello per i successivi sollevamenti rivoluzionari. Secondo Kurz, esso ha costituito la corrente volta alla modernizzazione, e alla fine ha partecipato in maniera costruttiva, in una dialettica immanente, alla formazione del capitalismo democratico sviluppatosi.
Il movimento radicale più vecchio, con il quale Kurz ha stabilito un contatto in maniera enfatica, è stato quello delle rivolte popolari contro l'imposizione del lavoro astratto, a partire dal XVI secolo. Le guerre dei contadini, le rivolte sociali durante la Rivoluzione Francese del 1789 - che, paradossalmente, hanno contribuito alla vittoria della "ragione" capitalista - la distruzione delle macchine dai parte dei luddisti inglesi, la rivolta dei telai della Slesia nel 1844 e le rivolte delle classi più basse durante la rivoluzione europea del 1848 hanno rappresentato i veri movimenti emancipatori nella storia del capitalismo. In nessun modo, Kurz interpreta tutto questo romanticamente, come espressione di moralità superiore del semplice povero. Egli era consapevole del fatto che gli impulsi ribelli avrebbero potuto assai facilmente essere deviati su percorsi reazionari, perfino antisemiti. Tuttavia, hanno mostrato il potenziale di qualcosa di completamente differente: un rifiuto fondamentale della logica irrazionale della modernità, cui il marxismo convenzionale, in quanto erede del liberalismo illuminista, non avrebbe mai potuto dedicarsi [*24]. Questi movimenti di opposizione sono stati perduti nel corso della storia dell'ascensione del capitalismo, con l'imposizione definitiva del sistema industriale. Quel che è rimasto è stato il movimento operaio socialista e marxista, il quale, anche nelle sue varianti politicamente radicali, come quella di Rosa Luxemburg, è rimasto prigioniero delle categorie della modernizzazione capitalista.

La storia del capitalismo II: crisi. guerre, barbarie
L'ortodossia marxista in generale ha tradotto la contraddizione espressa da Marx tra forze produttive e relazioni di produzione in un'interpretazione semplicistica: la contraddizione fra produzione sociale ed appropriazione privata. Ha visto la lotta di classe per il prodotto del lavoro come se fosse la caratteristica essenziale della storia della crisi capitalista, ed ha trovato nel proletariato l'agente del progresso storico, il "becchino" del capitalismo.
Per la critica del valore di Kurz, come abbiamo visto, il contesto storico non si produce su questo piano "sociologico", ma avviene nelle categorie del soggetto storico identificato da Marx, e non è un attore umano, bensì una macchina sociale incosciente: il meccanismo della valorizzazione del valore, guidato dalla concorrenza. Da questo punto di vista, le crisi non sono semplicemente effetto della cattiva distribuzione e della concentrazione delle risorse, delle lotte per la distribuzione o per i conflitti per il potere politico. Ma sono il risultato della contraddizione in processo di cui si è detto prima, fra la necessità di utilizzare sempre più lavoro vivo, in quanto esso è l'unico produttore del valore, e la coercizione, risultante dalla concorrenza sul mercato, per eliminare tale lavoro attraverso la razionalizzazione del processo di produzione. Con l'aumento del livello di capitalizzazione della società, tali crisi sviluppano un effetto sempre più marcato. Di solito trovano una via d'uscita nell'espansione della produzione e del commercio, nell'introduzione di nuovi prodotti e nello sviluppo di nuovi mercati.
Tuttavia, questa soluzione finisce, per così dire, per congestionarsi ripetutamente, non si aprono tutte quelle nuove aree dov'è possibile l'espansione, temporaneamente non sorge alcun settore innovativo di produzione, in grado di attrarre a sé grandi quantità di capitale monetario ed il corrispondente grande impiego di lavoro. La conseguenza potrebbe essere quella di deviare il capitale monetario verso i mercati finanziari, con crolli in borsa e successivi periodi di stagnazione prolungata, come avvenuto dopo le "grandi crisi" a partire dal 1873, con la successiva depressione profonda e duratura, così come gli ampi collassi delle economie nazionali, con la susseguente depressione, profonda e duratura, come quella avvenuta negli anni della crisi economica mondiale dopo il venerdì nero del 1929.

La via d'uscita dalla Grande depressione venne trovata con la seconda guerra mondiale. Il boom del dopoguerra, l'età dell'oro  (Eric Hobsbawm), i gloriosi Trenta (Jean Fourastié) durati fino alla metà degli anni 1970, spesso sono stati attribuiti al processo di ricostruzione e di recupero che è dovuto seguire alle distruzioni della guerra. Tuttavia, Robert Kurz identifica la base del miracolo economico mondiale nelle nuove linee di prodotti che oggi hanno conquistato il mercato: gli elettrodomestici della linea bianca (frigoriferi, lavatrici, ecc.) e di quella bruna (televisori, eccc.) per le cucini e per i salotti della massa dei consumatori, ma soprattutto l'automobilizazione diffusa delle società industriali. La produzione in massa fordista-taylorista e l'espansione del consumo di massa, con l'automobile come prodotto leader, rappresentano il marchio della lunga seconda rivoluzione industriale, alla fine della quale il capitalismo, due secoli dopo l'inizio della sua fase industriale, aveva alla fine distrutto ed assorbito completamente il vecchio mondo pre-capitalista e non-capitalista [*25].
Nel cammino verso quest'età dell'oro, tuttavia, le società capitaliste hanno provocato i più grandi disastri della storia dell'umanità, le due guerre mondiali e milioni di uccisioni di massa, fra cui in particolare lo sterminio degli ebrei europei. Per Kurz, questi cataclismi non sono stati degli sviluppi politici indipendenti, al di là della logica capitalista; essi non erano dei fatti inevitabili, ma non erano nemmeno risultati improbabili del processo del moderno modo di produzione. Non rappresentano in nessun modo una deviazione dalla politica o dalle idee della "Storia dell'Occidente", ma sono state una conseguenza sia del cieco processo della valorizzazione del capitale, sia anche dello sviluppo ideologico del pensiero illuminista e del liberalismo, che è stato sempre un pensiero dentro le categorie della concorrenza, e pertanto di isolamento, di deprezzamento e di gerarchizzazione. Al contrario delle solite grandi narrazioni, Kurz ha considerato la "biologizzazione della società mondiale" [*26], il darwinismo sociale ed il razzismo nella seconda metà del XIX secolo, non come un'aberrazione dello spirito occidentale rivolto alla libertà, all'uguaglianza e all'emancipazione, ma come i suoi successori legittimi.

Per Kurz, un caso particolare di pensiero anti-umano radicato nell'illuminismo è stato anche l'antisemitismo, la cui conseguenza pratica, la Shoah, rimane in ultima analisi inspiegabile per il marxismo, esso stesso profondamente prigioniero dell'illuminismo. del razionalismo e della narrazione del progresso, come avviene per il pensiero affermativo liberal-democratico ed idealista, che a partire dalla sua aporia ha cercato rifugio in formule come il "percorso speciale" tedesco, la "singolarità" e lo "scontrò fra civiltà". In genere, da parte dei rappresentanti della tesi della rottura della civiltà, non viene contestato che la storia di questa civiltà abbia portato con sé immensi crimini, ad esempio nelle colonie. Tuttavia, facendo notare che lo sterminio dei nativi americani, o lo sfruttamento della popolazione nera nel cuore delle tenebre congolesi, seguiva una razionalità fra mezzi e fini mossa da interessi materiali, essi accentuano, da una parte, una differenza categoriale relativamente allo sterminio nazionalsocialista degli ebrei europei, che emerge come puro fine in sé, separato da qualsiasi collegamento razionale. Dall'altro lato, si suggerisce che i crimini "normali" della modernità capitalista sarebbero in ultima analisi in opposizione rispetto ad una razionalità etica superiore della civilizzazione occidentale, e che pertanto la tendenza a tali crimini verrebbe sempre più rimossa, finendo possibilmente per sparire, nel corso del processo storico. La guerra degli Stati Uniti contro la Germania nazionalsocialista, da questo punto di vista ha confermato l'opposizione diametrale fra le civiltà capitaliste "normali" ed il caso particolare tedesco, anti-occidentale, anti-democratico, ed in un certo qual modo perfino "anticapitalista".
Tuttavia, Kurz ha anche insistito sul fatto che il nazionalsocialismo tedesco è stato caratterizzato da una "barbarie singolare" e risultante da una storia nazionale speciale. Ma non è separata dal contesto generale della civiltà moderna. Sebbene corrisponda alle particolarità dello sviluppo nazionale - che è stato più statalista  e, dal punto di vista ideologico, anche più culturalista e biologista rispetto all'Inghilterra o agli Stati Uniti, per esempio - il nazionalsocialismo è stato parte integrante della storia della modernizzazione: la "versione tedesca della trasformazione a livello dello sviluppo fordista" [*27]. Il fatto che in questa fase di transizione e di crisi l'antisemitismo si sia fatto strada anche nell'America capitalista liberale, così come nell'Unione Sovietica capitalista di Stato - ora come abominio del capitale finanziario "rapace", ora come risentimento contro l'intellettualismo astratto - indica che qui non si trattava soltanto di particolarità nazionali. Altri indizi di tendenza all'imbarbarimento sempre inerenti alla civiltà moderna, ma soprattutto nell'era fordista della società del lavoro che diventava totale, vengono visti da Kurz nell'invenzione del campo di concentramento alla fine del XIX secolo da parte delle potenze coloniali e nell'adozione di questa forma moderna di amministrazione delle persone nel sistema del Gulag sovietico. Anche l'esclusione della "vita indegna di essere vissuta", vale a dire, di quelle persone che non potrebbero dare profitto nel processo di valorizzazione del capitale, o che perturbano attivamente tale processo, e la psichiatrizzazione conseguente dei dissidenti politici, o la sterilizzazione forzata delle persone con disabilità, sono state perciò considerate come conseguenze della logica della valorizzazione della modernità, sia essa etichettata come democratica, socialista o fascista. "I nazisti", conclude Kurz, " non provenivano da un altro pianeta, essi erano carne della carne della storia della modernizzazione" [*28].

La caratterizzazione nazionalsocialista degli ebrei come anti-razza è stata conseguenza della loro posizione secolare in quanto stranieri per eccellenza nella storia europea. Allo stesso tempo, rappresentava il risultato dell'identificazione degli ebrei con il denaro, il capitali astratto straniero, che era considerato un principio contrario al buon capitale industriale concreto, creatore di valore. Secondo Kurz, che per questo si basa sugli studi del sociologo canadese Moishe Postone, gli ebrei incarnano nel pensiero nazionalsocialista quei poteri moderni che provocano crisi e catastrofi sociali, che modellano anonimamente lo sviluppo delle società alle spalle dei soggetti, senza nessuna direzione reale. [*29] E Auschwitz "prodotto autentico della civiltà occidentale" [*30], ha rappresentato, in una nuova formulazione incisiva, una "fabbrica negativa" capitalisticamente anticapitalista per "distruggere valore" [*31].
Lo sterminio degli ebrei della Germania come risultato della storia nazionale specifica, ma anche come conseguenza di una follia generale della civiltà moderna, una "pulsione di morte" del capitale che aveva già scaricato la sua furia nelle case di lavoro dell'inizio dell'età moderna, così come nei massacri della colonizzazione: soprattutto nel contesto della discussione tedesca, questa posizione poteva essere dislocata con leggerezza verso la vicinanza di un revisionismo storico che opera per mezzo di equiparazioni relativizzanti. Nonostante tali tentativi di renderli tabù, è più che tempo di analizzare con serietà il nesso di causalità menzionato da Kurz e la conseguente storicizzazione e demistificazione dell'Olocausto nella scienza della storia accademica. Lo sconsiderato discorso sulla "rottura della civiltà" - una medaglietta fornita dallo studioso per le vuote frasi di preoccupazione nei discorsi-memoriali dei politici - è diventato quindi inutile; la costernazione di fronte alle uccisioni in massa tedesche verrebbe così mantenuta [*32].
La "pulsione di morte del capitale" non è stata definitivamente soddisfatta con il crepuscolo degli dei nazionalsocialisti tedeschi. Negli anni dorati dopo la fine dell'era delle guerre mondiali, tuttavia, la barbarie aperta è stata messa in secondo piano. È vero che per questo periodo Kurz menziona anche , al contrario di quanto fanno i keynesiani e i vecchi socialdemocratici nostalgici del "buon capitalismo" [*33], soprattutto i danni legati alla transizione di successo all'automobilizzazione, al fordismo ed al consumo di massa - egli ha visto la vittoria della totalità dell'economia di mercato, della soggettività giuridica astratta e della democrazia - ma erano qualitativamente differenti dalle configurazioni precedenti, così come da quelle seguenti.

Gli anni dopo il boom rappresentano un tempo di crisi generale, e né le strategie che sono state usate contro il fondersi della sostanza del lavoro, vale a dire, la finanziarizzazione, l'aumento dell'accumulazione del capitale puramente fittizio - come lo aveva chiamato Marx nel terzo volume del Capitale -, da una parte, né la "globalizzazione" della cosiddetta decomposizione delle catene di produzione e del loro raggruppamento secondo i vantaggi dei costi offerti da una mercato mondiale aperto, dall'altra, sono state capaci di invertire questa tendenza. Nella sua monografia, "Il Capitale Mondiale", Kurz ha mostrato che ormai non potrebbe più avere nessun nuovo grande slancio di accumulazione di valore nel contesto della terza rivoluzione industriale della microelettronica; si trattava solo di delocalizzare verso una periferia di miseria globale, che diventa sempre più grande, la tendenza del lavoro a diventare superfluo [*34].
Con questo, la barbarie è tornata ovviamente ad alzare la testa in molti luoghi. Nel libro "La Guerra per l'Ordine Mondiale" [*35], Kurz ha analizzato i cosiddetti interventi militari umanitari dell'Occidente - Iraq, Jugoslavia, Afghanistan - come tentativi di mantenere sotto controllo con forze superiori i mostri prodotti dalla modernità capitalista, le dittature della modernizzazione nazionalista fallita ed i loro prodotti di decomposizione sotto forma di bande, ora islamiche, ora etno-nazionaliste, ora criminali (droga), ed in questo modo, da un lato, garantire l'accesso alle materie prime e, dall'altro lato. canalizzare il flusso di rifugiati necessariamente risultante dal deterioramento della periferia. Il quadro dipinto da Kurz, della società mondiale nel lungo momento della sua possibile distruzione - Stati falliti, privatizzazioni delle istanze di violenza, aumento dei signori della guerra, inselvaggimento, anomia, "economia del saccheggio" - mostra il ritorno di diverse manifestazioni dell'infanzia del capitalismo e dello Stato moderno, della guerra dell'inizio dell'età moderna di tutti contro tutti. Nel suo ultimo libro, pubblicato nel 2012, il lungo saggio "Denaro senza Valore", Kurz ha fatto un passo indietro nel tempo, all'epoca dell'industrializzazione iniziale descritta nel "Libro Nero", rivolgendosi intensamente alla fase iniziale della modernizzazione. Il suo interesse è stato di nuovo principalmente di natura teorica - il sottotitolo "Linee generali per la trasformazione della critica dell'economia politica" mostra la sua volontà di correggere Marx e superarlo - dal momento che le argomentazioni sono di nuovo sature di empirismo storico [*36].

La storia del capitalismo III: una nuova prospettiva sulla sua genesi
Già nel titolo del suo saggio, Kurz stabilisce il legame fra l'attuale epoca del capitalismo, da lui diagnosticata come di decadenza, e la sua storia iniziale: Se Denaro senza Valore significa oggi, a causa dello scioglimento della sostanza del lavoro, per cui anche la forma generale del valore, il denaro, perde la sua sostanza, e se diventa senza valore, questa formula significa, per la preistoria del capitalismo, che di fatto aveva nelle nicchie della riproduzione materiale qualcosa che più tardi sarebbe apparso simile al denaro, ma che non aveva ancora la funzione di sostegno al "valore". Con ciò, Kurz si è rivolto sia contro le storie del denaro che argomentano in termini antropologici e naturali o trans-storici, sia contro l'idea marxista tradizionale, alimentata dallo stesso Marx, secondo cui il capitalismo iniziale avrebbe potuto fare ricorso da secoli ad un forma sviluppata di denaro. Il denaro nelle società precapitaliste era, come egli ha creduto di poter mostrare facendo riferimento al teorico eterodosso del denaro Bernhard Laum ed al medievalista Jacques Le Goff, non un mezzo di scambio, ma una "oggettualità di sacrificio" sacrale simbolica.
Questa oggettualità ha raggiunto la pre-modernità come "scoperta storica". La differenza decisiva fra mondo moderno e società precapitaliste, secondo Kurz, viene di regola percepita in maniera solo superficialmente fenomenologica, sia dalla scienza della storia che dal marxismo. Il carattere, "strano, differente" di questi mondi non capitalisti risiedeva, secondo lui, nel fatto che non esistevano le categorie di base della socializzazione odierna: non esisteva né denaro moderno, né "valore", né merci, né scambio di merci, e neppure "economia". Anche un pensatore non convenzionale come Karl Polanyi, che aveva visto una trasformazione fondamentale della socializzazione nel fatto che l'economia nella modernità era stata svincolata dal contesto sociale globale che la circonda [*37], non era stato in grado di riconoscere che la rottura era stata molto più profonda, e che lo stesso termine "economia" era anacronistico per le società pre-moderne.
Karl Marx aveva realmente scoperto, come storico della fase iniziale del capitalismo, che era avvenuto un rivoluzionamento fondamentale fra il vecchio mondo e l'inizio dell'era moderna, e che tale rivoluzionamento era stato un atto violento ("grondante sangue e sporcizia" [*38], ma aveva concepito la "cosiddetta accumulazione originale" semplicemente come separazione dei produttori dai loro mezzi di produzione, come espropriazione della proprietà della terra dei contadini da parte dei nobili signori, come espulsione dei contadini liberi e persecuzione delle masse di contadini impoveriti risultanti dalla distruzione del vecchio ordine nell'Inghilterra pre-industriale. La sua narrazione descrive come è stata creata una massa di persone senza proprietà, obbligata al lavoro salariato, come pre-requisito essenziale del capitalismo, ma non mostra com'è sorto il capitalismo stesso, il ciclo di valorizzazione. Kurz Ha cercato di riempire quest'eminente lacuna storiografica nell'esposizione di Marx, descrivendo la trasformazione funzionale del denaro: Com'è nato, a partire dalla scoperta storica, dall'antica offerta sacrale sacrificale, l'equivalente generale, l'espressione per il nucleo del sistema economico capitalista, il valore?

Kurz identifica il meccanismo decisivo, ed anche questo distingue la sua visione tanto dal marxismo quanto dalla storiografia accademica convenzionale, non nello sviluppo degli interessi lucrativi privati, nell'espansione del commercio o della "usura" del capitale, ma nella combinazione di un'esplosione di sviluppo tecnologico con i processi di formazione dello Stato dell'inizio della modernità. [*39] In questo modo, il punto di partenza di quello che in futuro avrebbe determinato la produzione di lavoro fu la cosiddetta rivoluzione militare (Geoffrey Parker), l'implementazione delle armi da fuoco - cannoni e moschetti - e delle corrispondenti fortificazioni difensive, così come l'equipaggiamento dei grandi eserciti permanenti dei mercenari. Gli Stati territoriali in formazione all'inizio dell'età moderna si videro costretti a mantenere in Europa un'estremamente dispendiosa corsa agli armamenti. A tal fine, vennero aumentate le imposte, si crearono mercati, e non solo: si creò per la prima volta la circolazione delle merci e del denaro, per potere così ottenere i mezzi necessari alla costruzione di un'infrastruttura militare, un "complesso militare proto-industriale" senza precedenti. Lo Stato dei cannoni, delle imposte e della burocrazia, in un certo qual modo equi-primordiale insieme all'economia monetaria, impose la conversione delle antiche imposte, tributi, servizi e "offerte" feudali in pagamenti monetari. In una fase successiva, la macchina di ottenimento di denaro si slegò dalla sua finalità originale e cominciò a dominare la produzione di tutti i beni d'uso, e ad imporre a questi oggetti la forma di merce conforme al mercato. Così è venuto al mondo, secondo lo schizzo storico di Kurz, il capitale come valore che valorizza sé stesso. Gli orrori descritti da Marx e Foucault circa l'espropriazione e lo sradicamento di gran parte della popolazione e circa il maltrattamento, nelle prigioni, in case di lavoro e manicomi, di grandi parti della popolazione eccedente sono state conseguenza di questo originare denaro da valorizzare, come parte della rivoluzione militare che essi non avevano ancora tematizzato.
In maniera sanguinosa e repressiva - come lo si può vedere dalla caccia alle "streghe", che è durata secoli - ha avuto luogo un secondo fondamentale processo equi-primordiale dell'inizio della modernità, che è stato affrontato adeguatamente, né concettualmente, né in maniera storiografica-descrittiva, nel marxismo tradizionale: la produzione di relazioni asimmetriche di genere che accompagnano i secoli successivi, la "dissociazione" di un dominio di riproduzione sociale, caratterizzato come femminile, della relazione di valore capitalista che veniva a stabilirsi. Nel corso degli anni 1990, il gruppo Krisis si era avvicinato all'approccio femminista ed aveva contestato la mera continuità delle relazioni patriarcali tradizionali nell'età moderna per mezzo del teorema della "dissociazione" sviluppato da  Roswitha Scholz – la dissociazione sessuale è stata una forma nuova, specificamente moderna, di rendere le donne sottomesse.
Inoltre, era stato constato che qui non si tratta di una "contraddizione secondaria" del capitalismo, o di un "sottosistema" sociale, ma di un ordinamento fondamentale della società moderna, sullo stesso piano categoriale della relazione di valore [*40]. Il capitalismo poteva pertanto essere tradotto in patriarcato produttore di merci.

Il Marx esoterico, Robert Kurz e la storia: un paradigma per la storiografia in epoca capitalista?
La nostra epoca postmoderna è pluralista, anti-teorica. avversa alle grandi narrazioni, rivolta al particolare, differente, micro-storica e comprensibile in una maniera narrativa divertita. Tempi duri per una concezione ambiziosa della storia moderna, teoricamente coerente, che privilegia il sistemico contro l'individuale, l'oggettivo contro il soggettivo, che assai spesso considera i supposti "attori" come delle mere "maschere di carattere".
Proprio nell'attuale contesto della crisi economica sociale, culturale e politica globale, che dalla crisi economica del 2008 difficilmente può essere negata, forse si presenta tuttavia ancora una volta l'opportunità di poter tener conto della totalità, e non sciogliere il tutto in differenziazioni dettagliate. Se tentiamo, per una volta nella storia contemporanea, di partire dall'ipotesi - che ora non è più completamente assurda - secondo la quale le diverse manifestazioni della crisi si trovano tutte in una connessione interna, allora non siamo troppo lontano da un approccio - che è anch'esso un tentativo - di sperimentare davvero per la prima volta le categorie della totalità del Marx "esoterico", e che riguardano davvero tutta la storia delle "società in cui domina il modo di produzione capitalista". Robert Kurz lo ha fatto con una plausibilità sempre ammirabilmente maggiore. Per concludere, facciamo riferimento alle potenzialità per lo studio della scienza della storia del suo pensiero "critico del valore", per superare le conoscenze isolate fin qui esposte.

In primo luogo, i fondamenti teorico-sociali di tale storiografia. È vero che scuole precedenti, in particolare storico-sociali, hanno delle pretese simili - dando ovviamente la preferenza all'evidente eclettismo presente nella teoria della modernizzazione, contro qualsiasi monismo che faccia riferimento a Marx - ma da allora è avvenuto a livello teorico, da un lato, nella sequenza della svolta linguistica, della nuova storia culturale, ecc., una pluralizzazione terminologico-concettuale. Entrambe le cose offrono un vantaggio. La cosa può non essere soddisfacente sul lungo periodo, soprattutto di fronte alle nuove crisi sociali e, pertanto, anche all'interno della scienza.
In secondo luogo, il decisivo "storicismo" della critica del valore dovrebbe essere attraente per gli storici. Al contrario delle scienze sociali moderne, in particolare l'economia e la sociologia. è consapevole della necessità di un approccio storico ai fenomeni sociali, assumendo che non ci si può immergere due volte nello stesso fiume, almeno nelle relazioni capitaliste moderne, poiché il capitalismo è sempre progresso, espansione (o caduta), ammasso e accumulo, in modo che non ci sono cicli, né ritorno a determinati punti. A questo si aggiunge - contro la gretta filosofia marxista della storia - che avviene una profonda rottura fra le società pre-capitaliste agrarie, religiosamente determinate, e la modernità capitalista. Ne consegue anche il fatto che solo nella modernità si sviluppa realmente e concettualmente la storicità dei fenomeni: non c'erano né "economia" né "politica", in quanto tali, pertanto, prima dell'inizio della modernizzazione.
In terzo luogo, va ricordato il potere dello sviluppo strutturale, cioè anche in senso molto più radicale rispetto a quanto avveniva nella storia sociale e strutturale precedente: la vecchia esperienza, che già irritava l'Illuminismo, secondo cui la storia non obbedisce alla volontà umana, ma esegue degli sviluppo "dietro le spalle" dei soggetti, che non vengono pianificati da nessuno e dai quali tutti rimangono sorpresi; che uno "spirito del mondo" determina dialetticamente il destino degli esseri umano (Hegel), che una "mano invisibile" del mercato (A.Smith) governa il corso del mondo e, quindi, sarebbe meglio che non venisse disturbata, in quanto noi "veniamo vissuti" [*41]. Tutto questo non spinge Kurz a tornare a riferirsi agli interessi in conflitti ed alla loro soluzione nella lotta, ma semmai al regno del "soggetto automatico" descritto da Marx, che di fatto viene creato dalle persone - involontariamente, senza pianificarlo -, assumendo la vita stessa come un feticcio che tutto costringe con la sua logica interna ineluttabile e quasi naturale.

In quarto luogo, questo approccio offre un'alternativa alle esistenti grandi narrazioni della modernità che hanno successo sotto l'etichetta di "Occidente". Secondo queste narrazioni popolari fra il pubblico, il progetto dell'Occidente è una storia di progresso lungamente combattuta, ma alla fine vittoriosa, nella quale la libertà, l'uguaglianza, la fraternità, la sovranità popolare, i diritti umani e lo Stato di Diritto prevalgono contro idee di ordinamento contrario, ed anche le contestazioni interne autoritarie, anti-illuministe ed anti-democratiche vengono a loro volta sconfitte. La storia dell'Occidente, che bisognerebbe scrivere sulla base della nuova lettura fatta da Kurz a partire dalle conclusioni di Marx, è del tutto diversa: la storia dell'imposizione della logica del valore in tutti gli spazi ed interstizi disponibili del mondo, e della graduale impasse delle forze motrici immanenti al capitale. Bisognerebbe descrivere lo sviluppo della democrazia e del diritto moderno nel quadro della totalità determinata dal valore.
In quinto luogo, una teoria di Marx trasformata nei termini della critica del valore permette di scartare alcune delle balle ereditate dal marxismo, dogmatiche ed inibenti il libero flusso del pensiero, ed aprire un approccio alla storia di fatto ispirata dallo spirito universale di Marx, ma non dogmatica. Il ritorno dell'analisi delle relazioni di classe e della lotta di classe, infruttuosa e assai spesso dottrinalmente violenta, il focus unilaterale sulla disuguaglianza sociale [*42], la storiografia del marxismo basata su questo e molte volte altamente politicista riferita al partito in termini convenzionali verrebbero, in ogni caso, esclusi in una storiografia orientata al Marx "esoterico".
E infine, in sesto luogo, con la lettura di Marx fatta da Kurz può essere scritta la storia globale. Già il giovane Marx non aveva alcun dubbio sul fatto che il capitale - da intendersi come valore astratto che valorizza sé stesso e non sociologisticamente come classe capitalista con interessi materiali - nei suoi processi non si ferma davanti ai limiti interni sociali o psichici, né di fronte ai limiti esterni, geografici; e che nella modernità questo processo rappresenta il potere storico decisamente offensivo, che in ultima analisi non può essere contenuto per mezzo di particolari tradizioni. Pertanto, la storia è, nella modernità a priori, storia universale: in quanto storia del mercato mondiale e della società mondiale - in nessun modo crescita armoniosa tutt'insieme. Una storia globale, che a ragione si oppone alla narrazione orientata secondo "L'occidente e il resto" [*43] non dovrebbe respingere tutte le grandi esposizioni teoricamente fondate. La storia del valore che valorizza sé stesso su scala globale, del soggetto automatico che butta nella spazzatura tutti i limiti naturali e politici, offre allo stesso tempo, con i suoi deficit, un'alternativa alla teoria del sistema-mondo di ispirazione marxista di Immanuel Wallerstein, non da ultimo la sua mancanza di comprensione del contesto categoriale fondamentale del capitalismo [*44].
Una scienza della storia che sia ricettiva in termini di critica sociale e in termini teorici, può trovare nelle opere di Robert Kurz una molteplicità di suggerimenti. Dovrebbe approfittare dell'offerta.

- Klaus Kempter - pubblicato su Exit!

fonte: EXIT!

NOTE:

[*1] - Si vedano, ad esempio, i testi della collettanea di  Rahel Jaeggi/Daniel Loick (Hg.), Nach Marx. Philosophie, Kritik, Praxis [Depois de Marx. Filosofia, crítica, práxis], Berlin 2013, il libro dei sociologhi di Jena, Klaus Dörre/Stephan Lessenich/Hartmut Rosa, Soziologie – Kapitalismus – Kritik. Eine Debatte [Sociologia – Capitalismo – Crítica. Um debate], Frankfurt a. M. 2009, o le opere di David Harvey e Mike Davis.

[*2] - come esempio di una letteratura in crescendo: Terry Eagleton, Why Marx was right, New Haven – London 2011; Fritz Reheis, Wo Marx Recht hat, Darmstadt 2012. Una più recente estesa biografia di Marx, al contrario, si colloca totalmente nel XIX secolo e rifiuta esplicitamente i riferimenti attuali:  Jonathan Sperber, Karl Marx. Sein Leben und sein Jahrhundert, München 2013.

[*3] - Vedi anche Benjamin Kunkel, Utopie oder Untergang. Ein Wegweiser für die gegenwärtige Krise, Berlin 2014.

[*4] - Comité invisible, L’insurrection qui vient, Paris 2007; Nick Srnicek/Alex Williams,  http://criticallegalthinking.com/2013/05/14/accelerate-manifesto-for-an-accelerationist-politics/

[*5] -  Karl Marx, Das Kapital. Kritik der Politischen Ökonomie, Bd. 1

[*6] - Si tratta qui, in un certo qual modo, del ritorno "del marxismo a Marx", di una lettura più ambiziosa, annunciata da Matthias Middell, Marxistische Geschichtswissenschaft, in Joachim Eibach/Günther Lottes (Hg.), Kompass der Geschichtswissenschaft. Ein Handbuch, Göttingen 22006, p. 69-82

[*7] - Robert Kurz, Die Krise des Tauschwerts. Produktivkraft Wissenschaft, produktive Arbeit und kapitalistische Reproduktion in: Marxistische Kritik, Nr. 1 (1986), p. 7-48.

[*8] -  Marxism and the Critique of Value, hg. v. Neil Larsen et al., Chicago - Alberta 2014. vedi anche: http://www.mediationsjournal.org/toc/27_1

[*9] - Robert Kurz, Blutige Vernunft. Essays zur emanzipatorischen Kritik des Kapitalismus und ihrer westlichen Werte, Bad Honnef 2004, p. 91.

[*10] - Robert Kurz, Der Kollaps der Modernisierung. Vom Zusammenbruch des Kasernensozialismus zur Krise der Weltökonomie, Frankfurt a. M. 1991.

[*11] - Vedi ad esempio, Robert Kurz, Sozialistisches Ziel und neue Arbeiterbewegung. Zur Kritik der sowjetischen Produktionsweise, in: Gemeinsame Beilage, Jg. 1, 30.11.1984, p. 5-7

[*12] - Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, New York 1992.

[*13] - Karl Marx, Grundrisse der Kritik der Politischen Ökonomie (Rohentwurf 1857-1858), Berlin (Ost) 1974, S. 593.

[*14] - Una più recente teoria del collasso, discussa seriamente in ambito accademico, diversamente da quella di Robert Kurz, proviene da  Wolfgang Streeck (How Will Capitalism End?, in: New Left Review, May/June 87/2014, S. 35-64) e si basa essenzialmente sulla connessione di gravi fenomeni di crisi isolati e sulla loro estrapolazione nel futuro.

[*15] - Nel libro: Kurz, Honeckers Rache. Zur politischen Ökonomie des wiedervereinigten Deutschlands, Berlin 1991

[*16] - Prima edizione Frankfurt a. M. 1999, qui citato nella sua edizione estesa del 2009.

[*17] - Kurz, Blutige Vernunft, p. 111.

[*18] - Marx, Das Kapital, Bd. 1, Kap. 24: Die sogenannte ursprüngliche Akkumulation; Michel Foucault, Überwachen und Strafen. Die Geburt des Gefängnisses.

[*19] -  Friedrich Engels, Umrisse zu einer Kritik der Nationalökonomie

[*20] - Kurz, Schwarzbuch Kapitalismus

[*21] - Ivi, p. 174

[*22] - Marx/Engels, Werke, Bd. 23, p. 58.

[*23] - In dettaglio su questo: Robert Kurz, Marx lesen. Die wichtigsten Texte von Karl Marx für das 21. Jahrhundert, Frankfurt a. M. 22007, S. 13-48.

[*24] -  Kurz, Schwarzbuch Kapitalismus, p. 174-187.

[*25] - Si veda un testo più vecchio della fase di transizione di Kurx dall'attivismo politico all'esistenza teorica: Robert Kurz, Auf der Suche nach dem verlorenen sozialistischen Ziel. Manifest für die Erneuerung revolutionärer Theorie, Erlangen 1988, p. 23.

[*26] - Kurz, Schwarzbuch Kapitalismus, S. 293.

[*27] - Robert Kurz, Die antideutsche Ideologie. Vom Antifaschismus zum Krisenimperialismus: Kritik des neuesten linksdeutschen Sektenwesens in seinen theoretischen Propheten, Münster 2003, 86. Kurz, in questa diagnosi, si riferiva al sociologo liberale Ralf Dahrendorf, Gesellschaft und Demokratie in Deutschland, München 1965.

[*28] - Kurz, Schwarzbuch Kapitalismus, p. 508.

[*29] - Moishe Postone, Antisemitismus und Nationalsozialismus, Deutschland, die Linke und der Nationalsozialismus. Politische Interventionen, Freiburg i. Br. 2005, p. 165-194.

[*30] - Kurz cita qui, concordando, Enzo Traverso, Moderne und Gewalt. Eine europäische Genealogie des Nazi-Terrors, Köln 2003, p. 155.

[*31] -  Kurz, Schwarzbuch Kapitalismus, p. 498-516.

[*32] -  Saul Friedländer, Den Holocaust beschreiben. Auf dem Weg zu einer integrierten Geschichte, Göttingen 2007, p. 96ss.

[*33] - Si veda ad esempio: Tony Judt, Dem Land geht es schlecht. Ein Traktat über unsere Unzufriedenheit, München 2011.

[*34] - Robert Kurz, Das Weltkapital. Globalisierung und innere Schranken des modernen warenproduzierenden Systems, Berlin 2005.

[*35] - Robert Kurz, Weltordnungskrieg. Das Ende der Souveränität und die Wandlungen des Imperialismus im Zeitalter der Globalisierung, Bad Honnef 2003.

[*36] - Kurz, Geld ohne Wert. Grundrisse zu einer Transformation der Kritik der politischen Ökonomie, Bad Honnef 2012.

[*37] -  Karl Polanyi, The Great Transformation.

[*38] - Marx/Engels, Werke, Bd. 23, Das Kapital, p. 788.

[*39] - Su quanto segue, vedi:  Kurz, Geld ohne Wert, Kap. 6.

[*40] - Roswitha Scholz, Das Geschlecht des Kapitalismus. Feministische Theorien und die postmoderne Metamorphose des Kapitals, Bad Honnef 2000; ; Der Wert ist der Mann, in: Krisis. Beiträge zur Kritik der Warengesellschaft 12 (1992), p. 19-52, Kurz, Geld ohne Wert, p. 132-134; Geschlechtsfetischismus. Anmerkungen zur Logik von Männlichkeit und Weiblichkeit,  in: Krisis 12, p. 117-169.

[*41] -  Heinz Dieter Kittsteiner, Wir werden gelebt. Formprobleme der Moderne

[*42] - Che il capitalismo produca disuguaglianza, del resto non viene contestato dalla critica della dissociazione-valore, ma essa può spiegarlo. Si veda, ad esempio: Roswitha Scholz, Überflüssig sein und „Mittelschichtsangst“, EXIT!, Krise und Kritik der Warengesellschaft 5, p. 58-104.

[*43] - Si veda, ad esempio: Niall Ferguson, Civilization. The West and the Rest, London 2011.

[*44] - Vedi: Cornelius Torp, Die Weltsystemtheorie Immanuel Wallersteins. Eine kritische Analyse, in: Jahrbuch für Wirtschaftsgeschichte 1998/1, p. 217-241, aqui p.. 231ss.

lunedì 12 giugno 2017

«Attività controrivoluzionarie»

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«Chi potrà mai dirci da dove è arrivata fino a noi la divina armonia che chiamiamo “poesia di Mandel'štam”?» si chiedeva Anna Achmatova. Se lo chiederà anche il lettore di queste Ottave, un ciclo di liriche prodigiose nate in gran parte nel novembre 1933, e dunque quasi contemporaneamente al celebre epigramma contro Stalin, «il montanaro del Cremlino», dove parlavano la rabbia e l'orrore del suddito. Solo così, dopo aver pagato il tributo a un presente in cui il potere non si limita ad asservire, ma pretende anche di spiare nelle menti degli schiavi, Mandel's?tam è libero di inoltrarsi nel non-tempo e non-spazio della lirica pura. In un'epoca che promette e celebra il «radioso futuro», le Ottave di Mandel'štam («poesie sulla conoscenza» le definiva) portano il lettore indietro, sempre più indietro, in un universo incorporeo, rarefatto, dove la creazione si sta ancora compiendo – e coincide con la nascita della parola poetica.

(dal risvolto di copertina di: Osip Mandel'stam: Quasi leggera morte, a cura di Serena Vitale Adelphi, pagg. 104, euro 10)

Osip Mandel'stam Gli ultimi versi dalla Siberia che gelarono lo stalinismo
- di Davide Brullo -

I cuscini erano una via di fuga, una riserva bibliografica. «I letti li avevano rivoltati da cima a fondo, ma i cuscini, chissà perché, non li avevano toccati...», ricorda Nadezda. Siamo nel 1935, a Voronez, l'anno prima Osip Mandel'stam era stato arrestato dalla polizia politica. Tra le poesie sequestrate, la più scottante - l'unica che riuscissero a capire, in fondo - era l'epigramma antisovietico - questa la didascalia partorita dall'inquirente - Viviamo senza sentire sotto di noi il Paese, dove Stalin è «il montanaro del Cremlino» dalle «dita grasse come vermi», che «forgia un decreto dopo l'altro come ferri di cavallo» e per cui «ogni condanna a morte è una cuccagna».

La poesia non piaceva al suo autore, di solito refrattario a testimoniare gli afrori della Storia. A dire di Boris Pasternak quella non era una poesia, ma un «atto suicida». Nel 1934 Osip Mandel'stam, il poeta fragile su cui si riversò tutto l'odio del regime comunista, fu arrestato e spedito a Cerdyn. Ma il poeta stava male, trafitto dalla miocardite, e tentò il suicidio. Allora si decretò la residenza coatta a Voronez. Proprio lì, a Voronez, «Osip e io ricostruimmo a memoria i versi degli anni '30-'34». Nadezda aveva conservato i manoscritti delle poesie di Osip nella federa dei cuscini, a Mosca. La poesia, sotto Stalin, funzionava così: il poeta detta i versi, sbalzati nella memoria, incisi sull'asse del dolore. La moglie registra, domanda, aggiusta. Poi il manoscritto viene incassato nei cuscini. Così la poesia russa del Novecento è arrivata fino a noi, oggi, indenne alle tagliole staliniste. La poesia si è salvata. Il poeta no. Sempre latitante, sempre sull'orlo della fame e a un metro dal sopravvivere, accettando tutto non come una colpa, ma come una grazia (era «profondamente convinto che il benessere non fosse uno stimolo al lavoro»), spiantato, senza neppure il permesso di risiedere a Mosca o a Leningrado, Mandel'stam, il più grande poeta del suo tempo, figlio di ebrei, fu arrestato nel 1938 con la consueta accusa, «attività controrivoluzionarie». Non si sa come, dove, perché, «della sua fine non si sa nulla di preciso» (Angelo Maria Ripellino): sappiamo che Mandel'stam morì, nel dicembre di quello stesso anno, alla periferia di Vladivostok, in un lager di passaggio, quasi alla fine del mondo, dove anche gli angeli gelano.

Mandel'stam non è un poeta. Mandel'stam è un simbolo. Mandel'stam è l'agnello sacrificale della Rivoluzione russa. Alfiere, insieme ad Anna Achmatova, dell'«acmeismo», cioè di una poesia esatta, densa, concreta e di classica nitidezza - «Mandel'stam ci appare come un poeta greco o latino che scriva in russo... con particolari esatti ferma nei versi l'atmosfera d'un secolo o d'un paese», ci spiega Ripellino - gli fu impedito di pubblicare dal 1923. Da allora gli voltarono le spalle tutti, «possibile che io somigli a un monello che rigira nella mano lo specchietto gettando gibigiane sui più sconvenienti bersagli?», scrive nei taccuini del Viaggio in Armenia, libro di diafana bellezza (in Italia lo edita Adelphi), che lo inguaiò ancora di più: pubblico nel 1933, i detrattori vi scovarono botole antisovietiche.

Mandel'stam resta un magnetico mistero: perché il regime esercitò così tanta violenza su questo uomo dallo «sguardo teso, come cieco alle cose di poco conto», che «cammina in modo ridicolo», «ha reputazione di matto» e «ha pessimi rapporti con i più semplici accessori della nostra civiltà» (così la testimonianza di Lidija Ginzburg), su questo poeta disinteressato al clangore della cronaca, «devoto sempre a un ideale di armoniosa bellezza, senza piegarsi ai temi della contingenza politica»? Iosif Brodskij, che ha subito il pugno del regime comunista prima di scegliere l'esilio statunitense, una risposta se l'è data. «Era l'immensa intensità del suo lirismo a isolare Mandel'stam da tutti i contemporanei e a fare di lui un orfano della sua epoca». Il regime deve uccidere il poeta perché il poeta gli è linguisticamente - e dunque moralmente - superiore. Il regime comunista ha ucciso Mandel'stam perché non capiva i suoi versi che, appena letti, brulicavano nella gola e negli occhi, dilagavano negli intestini, come un virus, instillando l'idea che il destino dell'uomo non è programmabile in piani quinquennali, che l'uomo sogna, pensa, non ha paura.

Basta leggere le undici ottave pubblicate da Adelphi come Quasi leggera morte (pagg. 104, euro 10) con la cura meticolosissima di Serena Vitale per capire tutto. Di fronte a versi come «Forse il sussurro nacque prima delle labbra,/ e senza alberi mulinavano le foglie» o «siamo forse una Haghia Sophia/ con occhi innumerevoli», non possiamo che inchinarci, rileggere, meditare. Al di là del comprendere (d'altronde, dice Osip, «se un'opera in versi si rivela riassumibile, lì la poesia non ha mai messo piede»), questi versi, come biglie di vetro istoriate di oracoli, scritti da un poeta che amava Dante e il «connaturato dadaismo» della «fonetica italiana» e adorava Darwin («bandì una volta per tutte... ogni ampollosità e retorica, ogni pathos teleologico»), ci spingono verso l'enigma, cambiano il nostro modo di guardare le cose. I totalitarismi opprimono ciò che non è immediatamente comprensibile, perché l'ambiguità è foriera di fughe. «Il meglio è ciò che non viene annotato, che è stato creato e scompare, che si scioglie senza lasciare traccia, è solo il lavoro creativo che il poeta sente, e che non si può confondere con nient'altro», scrive Varlam Salamov, in vetta a una verità, nel più bello dei Racconti della Kolyma, Cherry-Brandy, dedicato a Mandel'stam, il poeta dalle «bianche dita esangui», che muore come un cane, come l'ultimo e l'indifeso, nei gulag. Ora che viviamo nel totalitarismo dell'ignoranza, i poeti non abitano i lager, ma sono annientati da una strategica indifferenza. Devono tornare a nascondere i versi dentro il cuscino, voltando le spalle al tempo.

- Davide Brullo - Pubblicato sul Giornale del 23 aprile 2017 -

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domenica 11 giugno 2017

Viaggiatori fantasma

stella-degli-uomini-futuri

Questo libro immagina la Terra tra più di centomila anni. Gli uomini hanno raggiunto livelli di sviluppo impensabili, hanno sconfitto le malattie, raddoppiato laspettativa di vita, arginato la povertà. In un paesaggio terrestre completamente trasformato dalla tecnologia, dove si vive in case sotterranee e la mente è lunico strumento utilizzato, la lotta è tra due diversi modi di intendere letica, il Divino e il concetto stesso di Umanità. In un affresco utopista e surreale, il lettore è guidato in un viaggio modellato sulla Commedia dantesca, pieno di avventure e personaggi sorprendenti, in un futuro in cui la specie umana continua a oscillare tra antiche virtù e nuovi vizi, ancora lontana dalla perfezione divina. Completato da Werfel sul letto di morte, il libro è uscito postumo e rappresenta il testamento letterario del grande scrittore praghese.

(dal risvolto di copertina di: Franz Werfel,  La stella degli uomini futuri. Romanzo di viaggio, Castelvecchi)

A un certo punto non moriremo più: Il romanzo del 1945 ispirato a Wells.
- di Luca Rossi -

Si legge come Alice nel paese delle meraviglie e il suo recente seguito cinematografico Alice attraverso lo specchio di burtoniana fantasmagoria, anche se visivamente troppo pompato di computer graphic, l’inedito di Franz Werfel "La stella degli uomini futuri. Romanzo di viaggio "(Castelvecchi, pp. 522, euro 25). Formalmente siamo dalle parti della fantascienza d’autore, ma il sottotitolo già fa scivolare il libro nella categoria della letteratura di viaggio, salvo poi iniziare il tomo e scoprire che ci si trova alla periferia dello spiritualismo, con un protagonista deceduto ed evocato duecento anni nel futuro, spirito che è l’autore stesso, Werfel, chiamato da un amico di scuola alla corte di un’umanità liberata dalle passioni corporali che muovevano la mano dell’autore mentre buttava giù la prima stesura del manoscritto nel 1943, completandolo nell’agosto del 1945 pochi giorni prima della sua morte, quattro mesi dopo la presa del bunker del Führer e la fine della Seconda guerra mondiale.

Sarà per questo che il romanzo inedito, e postumo, del grande amico di Franz Kafka , quello che si era adoperato per trovare una sistemazione al collega praghese malato di tubercolosi negli ultimi, dolorosi, giorni di vita, assomiglia così tanto ai capisaldi della narrativa di genere distopico. La stella degli uomini futuri odora di fantascienza classica e di Commedia dantesca, in un intreccio che mischia i piani temporali fino all’anno 100.000 d.C.

Così questo viaggiatore fantasma che ha sulle spalle tutta la paura delle V2, dell’uso del gas letale, degli U-Boat e delle rappresaglie naziste ha più di un tratto in comune con l’uomo immortale, Cabal, il protagonista di "The Shape of Things to Come" di H. G. Wells, dal quale è stato tratto il film "La vita futura" di William Cameron Menzies nel 1936, ma inedito in Italia fino agli inizi degli Anni ’60. Il film curato e voluto da Wells si concludeva in un futuro incolore e senza malattie, dove le passioni e la noia erano state sconfitte. «Cosa ci ha portato questo progresso? Macchine meravigliose hanno costruito queste meravigliose città. Hanno prolungato la vita. Hanno conquistato la natura e costruito un mondo pulito. Ma questo mondo è migliore di quello di prima? Quando la vita era breve, ma calda e felice?».

Werfel racconta invece di un futuro senza tecnologia, dove gli uomini vivono sottoterra in mondi bianchi dove non s’invecchia e non si muore. È un mondo lontano, nel quale l’umanità ha ridisegnato a fondo il pianeta Terra a sua immagine e somiglianza, bandendo il disordine e il naturale, e vivendo eternamente libera dal dolore, dai limiti dell’uomo e dalla vecchiaia, anni prima della genetica, degli studi sulle cellule staminali e il ricambio cellulare infinito, della robotica, del transumanesimo profetizzato che fonde uomo e macchina e che piace tanto a Hollywood che porta su schermo ogni cosa che parli dell'argomento, l’ultima delle quali è il manga Ghost in The Shell.

Ma la natura non si sconfigge, il passato non si cancella mai del tutto, così l’umanità transumana deve comunque lottare con il naturale, con il vegetale irregolare, con l’animale che sopravvive, che si adatta e cresce ai limiti del mondo incolore. Ed Ecco che il romanzo dello scrittore praghese si avvicina a un altro dei capisaldi della letteratura di genere, "Noi", utopia sovietica di Evgenij Ivanovic Zamjatin, in cui l’umanità originaria riesce a sopravvivere e prosperare ai margini della città di vetro dove l’uomo del futuro vive programmato come una macchina. I rapporti sociali sono regolamentati, i sentimenti banditi. Qui D-503, un funzionario di alto livello, l’ingegnere occupato nella realizzazione dell’«Integrale», la barriera che dovrebbe isolare definitivamente l’uomo bianco dal “mostro” naturale, scopre di essere portatore sano di quelle sensazioni che rendono gli uomini “bestie” e li allontanano dal Credo della trasparenza, dell’immanenza programmata. Zamjatin scrive nel 1919-21, Werfel nel 1945, eppure sono tanto vicini nel disegnare un’umanità del futuro in cui l’ingegneria sociale ha cancellato ogni traccia d’umanità negli abitanti di questa stella fredda.

Luca Rossi - Pubblicato su Libero del 9 febbraio 2017 -

sabato 10 giugno 2017

guerra ai poveri

poveri

La povertà estrema è negli Stati Uniti parte integrante della fisionomia della società e addirittura del paesaggio urbano. Mentre ciò comincia a radicarsi anche in Italia è utile osservare come il fenomeno è governato in quella società, che da tempo anticipa i nostri modi di pensare, di vivere, di organizzarci. Su questo aspetto indaga il libro, descrivendo una realtà sconvolgente nella quale il diritto non si accontenta di contribuire alla creazione del povero ma gli si accanisce contro e lo colpisce attraverso lo strumento penale, trattandolo sempre più come un nemico da sconfiggere.

(dal risvolto di copertina di: Elisabetta Grande: “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America”, gruppo Abele)

Identikit americano nel paese degli homeless
- di Sandro Mezzadra -

La povertà ha assunto negli ultimi anni negli Stati Uniti dimensioni e caratteristiche per molti versi inedite. La figura del senza tetto, dell’homeless, le riassume nel modo più efficace, per quel che riguarda la sua crescita esponenziale, certo, ma anche per il tipo di visibilità che ha assunto in molte metropoli e per le relazioni che intrattiene con le istituzioni – a partire da quelle repressive sempre più presenti nella sua quotidianità.
Quello degli Homeless è ormai «un popolo nel popolo», scrive Elisabetta Grande nel suo Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (edizioni Gruppo Abele, pp. 172, euro 14): non solo perché ha effettivamente assunto la consistenza quantitativa di un «popolo», ma anche nel senso che un insieme di dispositivi politici, giuridici e culturali – sapientemente orchestrati quantomeno a partire dalla prima presidenza di Ronald Reagan – ha finito per separare la figura inquietante e minacciosa del povero estremo dall’insieme della popolazione statunitense, scardinando le basi di quell’empatia che aveva pur caratterizzato altre fasi storiche, come il New Deal (nonostante la persistente discriminazione nei confronti degli afroamericani) e gli anni della «guerra alla povertà» di Lyndon Johnson.
L’homeless è del resto figura sintomatica della vera e propria esplosione della povertà negli Stati Uniti contemporanei (legata a doppio filo, non è certo inutile ricordarlo, all’accumulazione di ricchezza). L’«identikit» degli homeless, del resto, è drasticamente mutato, come è facile capire se si tiene presente che quasi il 50% ha un diploma di istruzione e che «un consistente numero di homeless, contato intorno al 30 per cento (e in alcuni luoghi a più del 40%) lavora a tempo pieno o parziale».
Grande ricostruisce in modo incisivo le diverse dimensioni su cui l’esplosione della povertà si articola, analizzando in pagine di grande chiarezza il progressivo smantellamento del Welfare statunitense (a cui ha dato un contributo fondamentale Bill Clinton negli anni Novanta) e soffermandosi ad esempio sulle politiche della casa e del lavoro. Raffinata giurista, l’autrice insiste sul ruolo del diritto nella produzione di una povertà che nulla ha di «naturale», ma è piuttosto «frutto delle scelte politiche e dell’intreccio fra mercato e diritto, laddove il primo non potrebbe mai funzionare senza il secondo».
Questo vale in primo luogo per le nuove architetture giuridiche internazionali, che hanno favorito una globalizzazione dalle caratteristiche «estrattive» nei confronti dei «lavoratori più deboli» (cosa non inevitabile, visto che Grande considera la possibilità di una globalizzazione di carattere «generativo», ovvero capace di porre le basi per nuove politiche redistributive ed egualitarie).
Ma vale anche, e soprattutto per quel che riguarda l’analisi svolta nel libro, per le politiche del diritto e per la giurisprudenza interne agli Stati Uniti, che nel momento stesso in cui hanno favorito lo «tsunami globalizzazione», gli interessi delle corporation e il dominio incontrastato del mercato non hanno predisposto alcun tipo di «argine» a protezione dei poveri. Hanno anzi sistematicamente disattivato, come già si è detto, gli argini sedimentati da una lunga storia di lotte e politiche sociali, trasformando progressivamente la «guerra alla povertà» in una sistematica «guerra ai poveri».
La seconda parte del libro di Grande è dedicata interamente all’analisi di questa «guerra ai poveri» – nonché delle nuove frontiere delle politiche del diritto nei confronti della povertà che attraverso lo strumento della partnership tra privato e pubblico trasformano la povertà in occasione per i più ricchi «di arricchirsi ancora di più» predisponendo interventi (ad esempio strutture di «accoglienza») che prescindono completamente dal consenso dei poveri. Non mancano in questa parte del libro, così come in altre, risonanze con la situazione europea e italiana in particolare. Basti pensare all’«accoglienza» di profughi e migranti, ma anche ai sistematici provvedimenti delle istituzioni cittadine statunitensi per proibire di «dar da mangiare ai senzatetto» (ripresi come è noto in un’ordinanza del comune di Ventimiglia sui migranti, solo da poco ritirata).
Più in generale, i tratti feroci e grotteschi della «guerra ai poveri» negli Stati Uniti sembrano rinviare – e Grande lo sottolinea esplicitamente – alla «legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio» che alle origini della modernità, secondo la celebre analisi della «cosiddetta accumulazione originaria», accompagnò la transizione al capitalismo in Europa. È un riferimento prezioso: se del resto è vero che il capitalismo, in questa sua fase «matura» e finanziarizzata, pare riproporre alcuni tratti che ne avevano caratterizzato le origini, decisamente mutate sono le funzioni della «guerra ai poveri».
Lungi dal rinviare a un lineare – ancorché violento – processo di proletarizzazione e avviamento al lavoro salariato, la produzione di povertà in un paese come gli Stati Uniti riguarda una componente costitutiva del «lavoro vivo» contemporaneo. E la povertà estrema, marchiata a fuoco da un insieme di stigmi e di misure punitive, pare funzionare come una sorta di limite della composizione di questo lavoro – nonché come una concreta minaccia che si rivolge all’insieme delle sue figure.

- Sandro Mezzadra - Pubblicato sul Manifesto del 30 maggio 2017 -

venerdì 9 giugno 2017

parlare del tempo

rogo

Il rogo del futuro
- di Robert Kurz -

È con lo sviluppo della crisi economico-sociale, a partire dalla fine degli anni novanta, che la distruzione capitalista delle basi naturali è passata progressivamente in secondo piano. Ora, improvvisamente, i mutamenti climatici noti da tempo fanno di nuovo notizia. Parallelamente ai limiti interni della valorizzazione del capitale (disoccupazione di massa e sottoccupazione globale, economia delle bolle finanziarie e circuit del deficit instabili) cominciano ad innalzarsi anche i limiti esterni della natura. Da un lato, per i prossimi decenni viene annunciato l'esaurimento delle riserve di energia fossile di facile accesso. Con tale esaurimento, si prevede un aumento di lunga durata dei prezzi dell'energia, fino al limite del sopportabile, e perfino anche oltre. Dall'altro lato, con l'emissione dei gas con effetto serra, viene programmato un riscaldamento globale, con catastrofi climatiche in parte già manifeste (siccità, inondazioni, uragani, ecc.). Secondo uno studio di de Nicholas Stern, ex economista della Banca Mondiale, conseguentemente a questo, l'economia mondiale avrà un crollo del 20%.

In effetti, si potrebbero anche concepire in senso opposto le situazioni dei limiti naturali: lo shock economico dell'eplosione dei prezzi dell'energia potrebbe ridurre drasticamente le emissioni, portando ad una caduta della crescita, sommandosi però allo stesso tempo agli effetti delle catastrofi climatiche, che non si fermeranno a breve termine. Dal momento che la diminuzione relativa delle emissioni globali dal 1990 al 2000, che ha portato ad una falsa fine-allerta. non sono state dovute al protollo del clima e alle misure di regolamentazione, ma al collasso economico del vecchio blocco dell'Est. È stato solo perché enormi strutture industriali sono state svalorizzate dal mercato mondiale e sono rimaste paralizzate che, secondo la segreteria della Convenzione Internazionale del Clima, le emissioni sono scese del 40% in questo spazio di tempo, con ripercussioni sui valori globali. Da quel momento in poi, circa il 25%, solo nel settore dei trasporti, a causa del processo di globalizzazione.

Responsabili non sono solamente le zone economiche di esportazione cinese e gli Stati Uniti. Anche l'Unione Europea cadrà molto al di sotto degli obiettivi del Protocollo di Kyoto. Ciò nonostante, la Commissione Europea ha mitigato i limiti delle emissioni di gas delle automobili, come conseguenza della lobby automobilistica tedesca. Dal momento che i conglomerati locali fabbricano soprattutto modelli che ostentano alte emissioni. Sebbene fosse necessaria una riduzione di 120 grammi di CO2 per chilometro, i vincoli stabiliti dall'Unione Europea sono stati aumentati a 140 grammi. Tuttavia la classe S della Mercedes emette più di 300 grammi; essendo questo permesso grazie alla gradazione sulla base della cilindrata. I tedeschi amano considerarsi "verdi" e romantici difensori delle foreste, ma nella realtà quella che trionfa è l'ideologia della potenza dei cavalli vapore.

Il capitalismo è una cultura della combustione, basata su un utilizzo di energia in continua crescita che, in un certo qual modo, brucia sé stessa, ed insieme ad essa il futuro dell'umanità. La vuota retorica del posto di lavoro e la retorica, altrettanto vuota, del clima si sostengono a vicenda, in senso opposto. La crisi economico-sociale e la crisi ecologica cominciano ad incrociarsi e a rafforzarsi l'un l'altra. Il modo di produzione ed il modo di vita dominante ci lasciano solo l'alternativa fra una catastrofe climatica rallentata dal collasso economico, oppure, al contrario, che il rallentamento violento della catastrofe climatica possa portare alla violenta caduta dell'economia. Dopo di noi, il diluvio!

- Robert Kurz - Pubblicato su Neues Deutschland del 9 febbraio 2007 -

fonte: EXIT!

mercoledì 7 giugno 2017

Dopo il capitalismo

after capitalism

Tutti vogliono andare in paradiso ma nessuno vuole morire per andarci!
- di Jehu -

Se mai vi dovesse venir voglia di argomentazioni contro il comunismo da parte di un lavoratore, ditegli che il comunismo vuole le seguenti cose:
- Tutti sono disoccupati
- Nessuno ha un reddito qualsiasi
- La democrazia non esiste più
- Nessuno può possedere niente

Il paradosso del comunismo consiste nel fatto che esso sembra comportare condizioni che appaiono del tutto inaccettabili per qualsiasi persona razionale. Chi è che, sano di mente, può non volere un posto di lavoro che gli paga un salario decente, il diritto al voto ed il controllo dei mezzi di produzione? E perché mai qualcuno che dichiara di lottare per l'emancipazione sociale dovrebbe sostenere questo genere di cose?
Certo, si può provare a migliorare la situazione dicendo, "Oh, io non intendo dire che tutti sono disoccupati; ma questo significa che non c'è più lavoro salariato", ma la gente non è stupida. Sanno bene che quando affermi "Niente più lavoro salariato", quello che vuoi dire realmente è "il 100% di disoccupazione". Sanno che il comunista vuole che tutti siano senza lavoro - di modo che, semmai i comunisti avranno successo, uccideranno l'economia e, nella maggior parte degli scenari che si possono immaginare, ci faranno sprofondare tutti nella povertà.
E non dite che non è così, visto che i comunisti non pensano che le persone devono essere pagate per la loro forza lavoro.
Perciò ditemi una cosa: come si pensa che la gente possa pagare le sue bollette, se non vengono pagati per la loro forza lavoro? Pensate forse che possiamo semplicemente smettere di pagare le nostre bollette? E poi? Chi costruirà le strade? Chi coltiverà il cibo? Che succede se mi ammalo ed ho bisogno di cure mediche? Chi istruirà i miei figli?
Di fronte a questo tipo di domande, la maggior parte dei comunisti che ho letto cominciano immediatamente a cercare di mostrare come essi immaginano funzionerà l'utopia comunista: costruiscono sistemi immaginari, o esperimenti limitati ad una città, come quelli di cui parla Alan Nasser in un recente articolo:
"Ci sono esempi reali che posso servire da punto di partenza per un modello funzionante di economia democratica socialista. Viene subito in mente Mondragon. Per circa 25 anni, la Jugoslavia sotto Tito ha avuto un'economia in cui i lavoratori prendevano in leasing dal governo impianti produttivi, organizzavano loro stessi la produzione e determinavano il modo in cui dovevano essere distribuiti, fra salari e reinvestimenti, i ricavi dell'azienda. In After Capitalism (Rowman and Littlefield, 2011), David Schweickart propone un modello raffinato e realistico di a che cosa dovrebbe somigliare un'economia democratica socialista praticabile, basato in parte sull'esperienza jugoslava. Anche Gar Alperovitz (What Then Must We Do?, Chelsea Green, 2013) e Michael Albert (Parecon: Life After Capitalism, Verso, 2003) hanno contribuito alla discussione. C'è un bel po' di grano da macinare, per il nostro mulino."
Il problema sollevato dall'esempio di Nasser è duplice: In primo luogo, se la Jugoslavia ebbe così tanto successo, che fine ha fatto oggi? In secondo luogo, perché, in tutti gli esempi citati, non vediamo mai chiaramente una strada che porta alla fine della classe, del lavoro, della proprietà e dello Stato? La questione è perché questi sistemi non vanno mai oltre un certo definito limite, e collassano sempre in un qualche nuovo Stato, in qualche nuovo metodo di lavoro coercitivo, ed in qualche nuova forma di proprietà.

Il paradosso del comunismo
È questo ciò che io chiamo il paradosso del comunismo: tutto ciò che è comunista appare in questa società come una catastrofe per la società esistente. Questo paradosso non è semplicemente un prodotto della mancanza di immaginazione da parte delle persone nella società attuale. Per passare, da una situazione in cui ciascuno deve vendere la sua forza lavoro, al comunismo, nelle condizioni della società attuale ciò comporta un numero sempre più grande di persone che non riescono a trovare lavoro. Il comunismo può essere la fine del lavoro salariato, ma porre fine al lavoro salariato implica sempre l'incremento della disoccupazione, la concorrenza nella vendita della forza lavoro e la distruzione sociale. E se la gente non riesce a trovare lavoro, si rivolgerà a coloro che promettono di creare lavoro, non a quelli che sostengono che si possa vivere senza lavoro.
Ciò che distingue il comunismo dalla politica, non è realizzare che la fine del lavoro salariato è un bene - cosa che non appare mai empiricamente - ma che è inevitabile. Quindi, la disoccupazione al 100% può non apparire come un beneficio per la classe operaia, ma si tratta dell'inevitabile risultato di processi che avvengono al di sotto dell'attuale società.
Non può essere evitata.
Si tratta di ciò che Ben Noys chiama la "radicale o quasi-marxista astuzia della ragione" - l'idea secondo cui, nel modo capitalistico di produzione, la disoccupazione è la strada più probabile per il comunismo. L'argomento di Noys è semplicemente la versione accademica della reazione che avrebbe ogni lavoratore se gli venisse detto che il comunismo ha come obiettivo quello di porre fine al suo lavoro. E la reazione di Noys a questo processo è esattamente quella che ci aspettiamo. La richiesta di un intervento politico immediato per impedire che avvenga il comunismo.
Nessuno sano di mente vuole il comunismo, in quanto esso emerge naturalmente sotto forma di un'immensa catastrofe sociale. Equivale alla stessa cosa per cui B.B.King che canta,  “Everybody wants to go to heaven but no one wants to die to get there." Tutti vogliono vivere senza aver bisogno di vendere la loro forza lavoro e senza la routine quotidiana del lavoro salariato, ma nessuno vuole essere disoccupato.
Comunque, per quanto ne so, a parte pochi vecchi patriarchi, tutti quelli che sono andati in paradiso hanno dovuto prima morire. Perciò sembra che siamo destinati a lottare contro l'emergere del comunismo finché non si esauriranno tutti i mezzi di lotta. Quindi, lottare è una profonda reazione politica alla terribile prospettiva della disoccupazione, ed avviene ad un livello di coscienza che non viene facilmente contrastato. La reazione dell'intera società, e di entrambe le classi sociali, è quella di impedire a tutti i costi l'emergere del comunismo.
Tale reazione politica, tuttavia, opera su due distinti livelli che non dovrebbero essere mescolati. Dobbiamo decostruire la paura che il comunismo suscita nella classe operaia.

Decostruire la paura
Se prendiamo il I volume del Capitale, Marx comincia la sua analisi del modo di produzione capitalista distinguendo fra i due aspetti della merce: valore di scambio e valore d'uso. Ritengo che la reazione delle due classi sia ciascuna collegata ad un diverso aspetto di questa contraddizione iniziale.
Sebbene la reazione politica di entrambe le classi sia la stessa, ciascuna classe esprime nella sua politica una paura riguardo l'impatto che, sulle loro condizioni materiali di esistenza, hanno i differenti aspetti della produzione di merci. Per quel che riguarda la classe capitalista, la reazione è legata alla merce in quanto valore di scambio; mentre, riguardo la classe operaia, la relazione si lega alla merce in quanto valore d'uso.
Vale a dire, i capitalisti assumono la fine del lavoro salariato in quanto fine della produzione di valore e di plusvalore; mentre la classe operaia assume la fine del lavoro salariato come l'attuale minaccia mortale alla loro esistenza fisica, in quanto minaccia di morire di fame.
La distinzione fra le due classi va qui enfatizzata, in quanto la fine del lavoro salariato può infatti essere la fine della produzione di beni, ma questo non implica sia la fine della produzione di valore che della produzione del valore d'uso. Mentre la produzione del valore arriva alla fine, la produzione del valore d'uso non finisce e non può finire.
E tale distinzione è anche fondamentale in quanto la produzione di valore d'uso non dipende necessariamente in alcun modo dal lavoro vivo. Il valore d'uso può essere prodotto in quantità enormi utilizzando solamente una trascurabile quantità di lavoro vivo incorporato nella sua produzione.

Al livello politico della reazione sociale all'idea del 100% di disoccupazione, entrambe le classi hanno la stessa reazione: entrambe lotteranno con tutti i mezzi a loro disposizione contro l'emergere del comunismo. Ciò implica che, a livello della politica, i comunisti di tutte le varietà non saranno altro che una forza politica marginale. Nella misura in cui mirano a mettere fine al lavoro salariato, tale obiettivo può avere solamente un'espressione politica marginale. Il comunismo può essere solo l'obiettivo della società per cui la produzione di valore d'uso può essere separato dalla produzione di valore di scambio.
Teoricamente, la separazione della produzione di valore d'uso dalla produzione di valore di scambio può cominciare solo una volta che l'attività produttiva della classe operaia non viene impegnata esclusivamente nella produzione di valore di scambio. Ciò richiede che la società abbia a disposizione tempo libero disponibile per essere impiegato nelle attività produttive che non mirano e non possono mirare in alcun modo alla produzione di valore di scambio.
In altre parole, la separazione della produzione del valore d'uso dalla produzione di valore di scambio è possibile solo quando il tempo libero disponibile della società diventa la fonte principale del valore d'uso. Credo che questo non possa avvenire finché quasi tutto (o almeno la maggior parte) del tempo personale degli individui nella società non sia tempo libero disponibile. Maggiore è la quantità di tempo libero disponibile che la società possiede, tanto più è probabile che questo tempo libero diverrà esso stesso la fonte più importante di ricchezza materiale.

Il problema con cui al presente ci confrontiamo è che la produzione di ricchezza materiale non può essere separata dalla produzione di valore, perché la classe operaia ha molto poco tempo a disposizione per impegnarsi in qualsiasi attività che non si basi sulla produzione di valore. Questo problema non può essere risolto domandando allo Stato di creare posti di lavoro, di fornire un reddito di base, di aumentare il salario minimo o attraverso altre misure molto popolari oggi presso la sinistra. Non può nemmeno essere risolto da idee più avanzate, quali il socialismo di mercato, le cooperative e perfino da una pianificazione centrale di stile sovietico.
Il problema non è come il lavoro salariato viene organizzato, gestito o ricompensato; ma è come i comunisti propongono di abolirlo di modo che questo non si risolva in una catastrofe.

- Jehu -

fonte: communists in situ

martedì 6 giugno 2017

Inutili

studenti 2

Studenti
- di Giorgio Agamben -

Sono passati cento anni da quando Benjamin, in un saggio memorabile, denunciava la miseria spirituale della vita degli studenti berlinesi e esattamente mezzo secolo da quando un libello anonimo diffuso nell’università di Strasburgo enunciava il suo tema nel titolo Della miseria nell’ambiente studentesco, considerata nei suoi aspetti economici, politici, psicologici, sessuali e in particolare intellettuali. Da allora, non soltanto la diagnosi impietosa non ha perso la sua attualità, ma si può dire senza timore di esagerare che la miseria – insieme economica e spirituale – della condizione studentesca si è accresciuta in misura incontrollabile. E questa degradazione è, per un osservatore accorto, tanto più evidente, in quanto si cerca di nasconderla attraverso l’elaborazione di un vocabolario ad hoc, che sta fra il gergo dell’impresa e la nomenclatura del laboratorio scientifico.

Una spia di questa impostura terminologica è la sostituzione in ogni ambito della parola “ricerca” a quella, che appare evidentemente meno prestigiosa, di “studio”. E la sostituzione è così integrale che ci si può domandare se la parola, praticamente scomparsa dai documenti accademici, finirà per essere cancellata anche dalla formula, che suona ormai come un relitto storico, “Università degli studi”. Cercheremo invece di mostrare che non soltanto lo studio è un paradigma conoscitivo sotto ogni aspetto superiore alla ricerca, ma che, nell’ambito delle scienze umane, lo statuto epistemologico che gli compete è assai meno contraddittorio di quello della didattica e della ricerca.

Proprio per il termine “ricerca” diventano particolarmente evidenti gli inconvenienti che derivano dall’incauto trasferimento di un concetto dalla sfera della scienze della natura a quella delle scienze umane. Lo stesso termine rimanda, infatti, nei due ambiti a prospettive, strutture e metodologie del tutto diverse. La ricerca nelle scienze naturali implica innanzitutto l’uso di apparecchiature così complicate e costose che non è nemmeno pensabile che un singolo ricercatore possa realizzarle da sé; implica inoltre direzioni, direttive e programmi di indagine che risultano dalla congiuntura di necessità oggettive – ad esempio, la diffusione dei tumori, lo sviluppo in corso di una nuova tecnologia o le esigenze militari – e di interessi corrispondenti nelle industrie chimiche, informatiche o belliche. Nulla di comparabile avviene nelle scienze umane. Qui il “ricercatore” – che si potrebbe più propriamente definire “studioso” – ha bisogno soltanto di biblioteche e di archivi, l’accesso ai quali è generalmente facile e gratuito (quando una tassa di iscrizione è richiesta, essa è irrisoria). In questo senso le proteste ricorrenti sull’insufficienza dei fondi di ricerca (effettivamente scarsi) sono destituite di ogni fondamento. I fondi in questione vengono infatti usati non per la ricerca in senso proprio, ma per partecipare a convegni e colloqui che per la loro natura non hanno nulla da spartire con i loro equivalenti nelle scienze naturali: mentre in questi si tratta di comunicarsi le novità più urgenti non soltanto nella teoria, ma anche e innanzitutto nelle verifiche sperimentali, nulla di simile può avvenire in ambito umanistico, in cui l’interpretazione di un passo di Plotino o di Leopardi non è legata ad alcuna urgenza particolare. Da queste diversità strutturali consegue inoltre che mentre nelle scienze della natura le ricerche più avanzate sono generalmente condotte da gruppi di scienziati che lavorano insieme, nelle scienze umane i risultati più innovativi sono ottenuti di solito da studiosi solitari, che passano il loro tempo nelle biblioteche e non amano partecipare a convegni.

Se già questa sostanziale eterogeneità dei due ambiti consiglierebbe di riservare il termine ricerca alle scienze naturali, anche altri argomenti suggeriscono di restituire le scienze umane a quello studio che le ha caratterizzate per secoli. A differenza del termine “ricerca”, che rimanda a un girare in circolo senza ancora aver trovato il proprio oggetto (circare), lo studio, che significa etimologicamente il grado estremo di un desiderio (studium), ha sempre già trovato il suo oggetto. Nelle scienze umane, la ricerca è solo una fase temporanea dello studio, che cessa una volta identificato il suo oggetto. Lo studio è, invece, una condizione permanente. Si può, anzi, definire studio il punto in cui un desiderio di conoscenza raggiunge la sua massima intensità e diventa una forma di vita: la vita dello studente – meglio, dello studioso. Per questo – al contrario di quanto implicito nella terminologia accademica, in cui lo studente è un grado più basso rispetto al ricercatore – lo studio è un paradigma conoscitivo gerarchicamente superiore alla ricerca, nel senso che questa non può raggiungere il suo scopo se non è animata da un desiderio e, una volta raggiuntolo, non può che convivere studiosamente con esso, trasformarsi in studio.

Si può obiettare a queste considerazioni che mentre la ricerca ha sempre di mira una utilità concreta, non si può dire lo stesso dello studio, che, in quanto rappresenta una condizione permanente e quasi una forma di vita, può difficilmente rivendicare un’utilità immediata. Occorre qui rovesciare il luogo comune secondo cui tutte le attività umane sono definite dalla loro utilità. In forza di questo principio, le cose più evidentemente superflue vengono oggi iscritte in un paradigma utilitaristico, ricodificando come bisogni attività umane che sono sempre state fatte soltanto per puro diletto. Dovrebbe essere chiaro, infatti, che in una società dominata dall’utilità, proprio le cose inutili diventano un bene da salvaguardare. A questa categoria appartiene lo studio. La condizione studentesca è anzi per molti la sola occasione di fare l’esperienza oggi sempre più rara di una vita sottratta a scopi utilitari. Per questo la trasformazione delle facoltà umanistiche in scuole professionali è, per gli studenti, insieme un inganno e uno scempio: un inganno, perché non esiste né può esistere una professione che corrisponda allo studio (e tale non è certamente la sempre più rarefatta e screditata didattica); uno scempio, perché priva gli studenti di ciò che costituiva il senso più proprio della loro condizione, lasciando che, ancor prima di essere catturati nel mercato del lavoro, vita e pensiero, uniti nello studio, si separino per essi irrevocabilmente.

- Giorgio Agamben - Maggio 2017 - Pubblicato su Quodlibet -

fonte: Quodlibet

sabato 3 giugno 2017

E l'anarchismo divenne spagnolo!

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«Ci sembra che, ieri come oggi, "criticare il capitalismo dal punto di vista del lavoro è un'impossibilità logica, in quanto non si può criticare il capitale dal punto di vista della sua sostanza. Una critica del capitalismo deve rimettere in discussione tale sostanza, e quindi deve liberare l'umanità dalla sua sottomissione alla costrizione del lavoro astratto" (Robert Kurz, Vita e morte del capitalismo). Per "lavoro astratto", intendiamo il lavoro considerato come lavoro che fa astrazione di ogni determinazione particolare, e viene commisurato solamente al tempo, senza nessun altro contenuto. Perciò, quest'attività è del tutto indifferente a ciò che essa produce. Anziché criticare questo processo, il movimento operaio, così come si è sviluppato attraverso i suoi partiti e i suoi sindacati, ha adottato il "punto di vista del lavoro", ed ha concepito la valorizzazione del capitale come un fatto positivo. È diventato esso stesso un acceleratore della società capitalista del lavoro, proponendo una gestione burocratica dei lavoratori [...]. In Spagna, negli anni 1930, all'interno di questo stesso movimento operaio, perduravano ancora le tracce percettibili di una comunità umana precedente alla generalizzazione del lavoro. Una parte dei rivoluzionari anarchici li sostenne nei quartieri di Barcellona e nelle comuni anarchiche aragonesi, e allo stesso tempo cominciò ad immaginare un'esistenza al di là del quadro dei rapporti strettamente economici»
(Estratto da: Giménologues
, A Zaragoza o al Charco ! Aragon 1936-1938. Récits de protagonistes libertaires, L'insomniaque/Giménologues, 2016, pp. 308-309.)

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Una storia delll'anarchismo, del comunismo libertario e delle lotte della classe operaia della Spagna, su "Les chemins du communisme libertaire en Espagne (1868-1937). Et l'anarchisme devint espagnol (1868-1910) (éditions Divergences, 2017)" di Myrtille dei Giménologues.
Una storia della resistenza popolare (scioperi, sommosse, sabotaggi, insurrezioni, repressioni) al nascente capitalismo e alla violenza dello Stato (la Guardia Civil, i suoi assassini e le sue torture) e delle classi dominanti nella Spagna del XIX secolo, con una menzione dello sciopero generale del 1855, della repressione repubblicana del sollevamento di Alcoy del 1873 e della clandestinità del periodo 1874-1881, tappe di una vera e propria guerra di classe fra un partito anticapitalista, anti-statale, anti-politico ed anticlericale delle classi popolari e quello delle classi dominanti (monarchia, grandi proprietari, Chiesa, esercito, padroni) che si opponeva ad ogni riforma.
Allo stesso tempo una storia dell'incontro con l'anarchismo di una parte delle classi popolari della Spagna (artigiani o operai catalani che andarono progressivamente verso un sindacalismo anarchico, operai agricoli dell'Andalusia si organizzarono come gruppi di affinità clandestini "intransigenti"), una storia della fondazione della FRE (Federazione Regionale spagnola, sezione dell'Internazionale anti-autoritaria) e della "propaganda attraverso i fatti" come risposta alla violenza dello Stato e delle classi dominanti. Inoltre, una storia dell'Internazionale anti-autoritaria (scissione dall'Internazionale del 1872), una storia dell'elaborazione del comunismo libertario ("da ciascuno secondo le sue possibilità a ciascuno secondo i suoi bisogni", senza ripartizioni "collettivistiche" dei prodotti dell'attività produttiva in base al tempo di lavoro) inteso come progetto rivoluzionario degli esuli della Comune di Parigi (Reclus, Kropotkine) e degli altri (Malatesta, Cafiero, ecc.) e della progressiva adozione di questo progetto in seno alle federazioni anarchiche di tutto il mondo.
Una storia, infine, delle lotte dei quartieri di Barcellona, della repressione dell'anarchismo durante gli anni 1890-1900, del sollevamento popolare di Barcellona del 1909 (e della sua feroce repressione) e infine della fondazione della CNT (centrale sindacale "anarchica") nel 1910.

Inoltre, si troveranno elementi della storia dell'anarchismo, del comunismo libertario e delle lotte delle classi popolari della Spagna in "Et l’anarchisme devint espagnol" (éditions Divergences, 2017).

«In questo libro, e nel volume che seguirà, si tratterà di evocare gli slanci, l'audacia e le auto-limitazioni del movimento anarchico spagnolo prima del 1939. Riguardo a quest'ultimi, non ci limiteremo affatto alla spiegazione per mezzo del tradimento e della critica personale ad hominem dei quadri della CNT-FAI. Pur senza eludere le loro responsabilità, si tratterà soprattutto di discernere ciò che è imputabile ai limiti intrinseci del movimento da ciò che rappresenta lo smarrimento di un'epoca. Come quello facente parte delle altre organizzazioni operaie, l'anticapitalismo del movimento anarchico venne attraversato e modificato dall'evoluzione del capitalismo stesso, dalle sue crisi e dai suoi sviluppi; e l'analisi delle circostanze del fallimento di tale movimento può aiutarci a meglio comprendere come le categorie "lavoro", "denaro", "merci", "valore" esprimano il modo in cui è strutturato il nostro mondo capitalista, e come i rapporti sociali che questo mondo ha generato si presentano a noi come dei fatti naturali.

L'ultimo avatar di questo processo, nello stato di decomposizione e di passività raggiunto dalla nostra epoca, è l'idea con la quale oggi ci confrontiamo spesso, secondo cui il capitalismo si perpetuerebbe all'infinito, ivi compresi anche coloro che si dichiarano nemici del capitalismo. Questo sistema arriva a rappresentare, per alcuni, l'ultimo baluardo contro la barbarie che esso stesso ha generato: vale a dire, o lui o il caos.

Ragion per cui, non è affatto male rivisitare quei tempi in cui il capitalismo venne percepito un po' di più per quel che era, e che è sempre stato: un momento della storia in cui l'energia umana veniva trattata come la prima delle merci».

«Chi dipende da un salario, qualunque sia la sua forma, non può essere considerato come un uomo libero. [...] Né governo, né salario! [...] Ormai non si tratta più di lavorare più o meno ore, ed ancor meno di tratta di ricorrere a pompose e rachitiche manifestazioni, ma si tratta di una lotta senza pietà in cui la classe operaia ha portato fino ad oggi il fardello più pesante. Ora che ha cominciato, non si può sfuggire a questo dilemma: o ci rassegniamo, e soccombiamo alla servitù volontaria, o ci ribelliamo per bene contro ogni oltraggio, ogni ingiustizia ed ogni umiliazione, per mostrare ai nostri sfruttatori ed ai governanti che non siamo un gregge di pecore pronto ad essere tosato» (da un opuscolo anarco-comunista diffuso a Barcellona, il 1° maggio 1892).

fonte: Sortir du capitalisme

giovedì 1 giugno 2017

Audacia

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Un libro coraggioso*
- di Roberto Schwarz -

Come va inteso il collasso dei paesi socialisti? Sebbene ci abbia colto di sorpresa, ha fatto sorgere più dubbi che certezze, ed è apparso come se fosse facile da comprendere. Secondo l'opinione comune avrebbe segnato: a) la vittoria del capitalismo, e b) la confutazione della prognosi storica di Marx; oppure, ancora, della sconfitta dello statalismo da parte della società di mercato. Ebbene, per rompere questa unanimità è appena uscito in Germania un libro intelligente ed incisivo, di Robert Kurz, che azzarda una lettura inattesa dei fatti. Il crollo summenzionato rappresenterebbe, al contrario, niente meno che l''inizio della crisi del sistema capitalista stesso, cos' come la conferma dell'argomentazione di base del "Capitale".
Il lettore smaliziato dirà che sulla carta ci puoi scrivere tutto, perfino dei sofismi come quelli succitati. Come può essere un segno di crisi la sconfitta dell'avversario? La sconfitta del socialismo non è forse davanti agli occhi di tutti? Le società ex-socialiste non hanno forse riconosciuto esse stesse la superiorità dell'economia di mercato, i cui meccanismi cercano avidamente di assimilare, a dispetto di Marx? I serbatoi di manodopera ed i potenziali mercati dell'Est non estendono forse lo spazio del capitale?

Il libro non ignora questo genere di fatti, che tuttavia considera in un'altra prospettiva. Anziché contrapporre modelli astratti di società - capitalista contro socialista, democratica contro totalitaria, concorrenziale contro statalista, borghese contro proletaria, ecc. - si tratta di concepire come una totalità in movimento la storia del sistema mondiale di produzione di merci. Sotto questa luce, il ruolo svolto da quei termini opposti si ridimensiona, rivelando un panorama sorprendente, fatto di inquietanti somiglianze. Ciò detto, devo aggiungere di non essere uno specialista in materia, e che sono stato spinto a riassumere i ragionamenti di Kurz per il loro impatto critico: che mette in evidenza la ridicola mancanza di orizzonte con cui il fascino abbagliante del mercato  avvolge la nostra intelligenza.
Il punto di partenza è noto a tutti. La competizione economica costringe le imprese ad una maggior efficacia, rivoluzionando il lavoro, la tecnica, i prodotti, i quali poi tornano nuovamente a competere e ad essere rivoluzionati, e così via. In altre parole, è nella logica della produzione di merci costringere allo sviluppo delle forze produttive. Qualche tempo dopo la seconda guerra mondiale, questo processo, che accompagna il capitalismo fin dal suo inizio, è arrivato ad un passaggio decisivo, le cui conseguenze determinano la storia contemporanea. Il fatto fondamentale consiste nel matrimonio, in regime di mercato, fra la ricerca scientifica ed il processo produttivo. Questo legame è stato reso profondamento dinamico dalle condizioni del mercato globalizzato sostenuto dalla Pax Americana, condizioni che hanno aperto possibilità inedite alla vecchia concorrenza fra capitali.

È altrettanto noto il fatto che questi sviluppi, in particolare l'utilizzo della microelettronica e dei computer, non potevano tenere il passo nei paesi socialisti. Da questo, cresce la distanza fra i due blocchi, e spinge i perdenti verso il collasso (unendosi alla parte più grande del Terzo Mondo in via di sviluppo, che era stato costretto a gettare la spugna dieci anni prima). Concepita in termini di concorrenza fra sistemi, questa sequenza è la dimostrazione della vittoria dell'economia di mercato sullo statalismo. Non è così per Kurz, il quale intende le economie cosiddette socialiste come facenti parte del sistema mondiale di produzione di merci, in modo che il fallimento delle precedenti tendenze e impasse era implicito in queste. La crisi procede dalla periferia al centro, ossia, ha avuto inizio dal Terzo Mondo, ha proseguito verso i paesi socialisti ed ha già raggiunto le regioni e zone intere dei paesi ricchi. Qual è la sua natura?
La concorrenza nel mercato mondiale rende obbligatorio il nuovo modello di produttività, configurato attraverso la combinazione di scienza, tecnologia avanzata e grandi investimenti. Sia il mercato che il modello, nella loro forma attuale, sono risultati tardivi e consistenti dell'evoluzione del sistema capitalista, il quale, arrivato a questo livello - sempre secondo Kurz - ha raggiunto il suo limite, creando condizioni del tutto nuove. Per la prima volta, l'aumento di produttività sta significando licenziamento di lavoratori, anche in termini assoluti, vale a dire, il capitale comincia a perdere la capacità di sfruttare il lavoro. La manodopera a basso costo e semi-forzata in base alla quale il Brasile o l'Unione Sovietica contavano di sviluppare un'industria moderna ha finito per non avere rilevanza ed è rimasta senza acquirente. Dopo aver lottato contro lo sfruttamento capitalista, i lavoratori dovrebbero battersi contro la sua mancanza, che non può essere migliore. Ironicamente, l'esaltazione socialista dell'eroe proletario e del lavoro "in generale" consacrava un genere di sforzo storicamente ormai obsoleto, di qualità inferiore e poco vendibile, dove aveva trionfato il capitale e non la rivoluzione. Ma il carattere escludente delle nuove forze produttive non si ferma qui.

Anche la disfatta acquisisce nuovi attributi nel mercato globale, senza perdere quelli vecchi. Non soltanto rispetto alle imprese, ma rispetto alle regioni, e perfino ai paesi. Spesso, i costi in tecnologia ed infrastrutture - indispensabili se non si vuole abbandonare la partita - sono insostenibili. Così, la vittoria di un'impresa non significa solo la sconfitta dell'impresa vicina, ma può essere la condanna e la disattivazione economica di un intero territorio in un altro continente. Con l'aggravante, nel caso di paesi in via di sviluppo. che la globalizzazione del mercato è stata preceduta da uno sforzo industrializzatore nazionale rimasto incompleto. Questo ha strappato la popolazione ai contesti ereditati, per creare la forza lavoro moderna, salariata, "astratta", vale a dire, per qualsiasi lavoro, necessario alle imprese. Ora, la produzione del mercato e del modello produttivo significa che le imprese non hanno più alcun utilizzo per la moltitudine dei lavoratori senza assistenza sanitaria, senza istruzione e quasi senza potere di acquisto che, dopo essere stati il vantaggio competitivo del Terzo Mondo, sono adesso la sua ombra, non avendo più dove rivolgersi. Anche nel migliore dei casi, quando un'impresa insediata nel paese povero riesce ad affrontare i costi della modernizzazione e a garantire un posto nel mercato mondiale, l'effetto è perverso. In mancanza di forti investimenti nel settore della comunicazione di ogni tipo, così come in istruzione e sanità, necessari per l'articolazione sociale di questo tipo di progresso, i miglioramenti eventuali rimangono isolati, come un corpo estraneo e dispendioso. O peggio, comunicano solo con partner commerciali nei paesi ricchi, costituendo possibilmente un ulteriore impoverimento dei già poveri.
Così, in combinazione con la concorrenza globale, la produttività contemporanea rende obsolete gran parte delle attività produttive del pianeta; il che nelle nuove condizioni equivale a renderle inutilizzabili. Tuttavia, il dibattito ideologico non si è concentrato su questo, ma sui meriti generici del libero mercato, inteso come modello astratto. Nel mentre che il mercato concreto, che è storico, raggiunge altezze sempre più irraggiungibili a causa dei suoi requisiti di accesso. Le virtù del modello, a differenza di quello che affermano gli ideologhi, non sono per tutti. Secondo la logica di mercato, lo stock di capitali che genera avanzamenti produttivi ormai non può essere raggiunto in altri punti della terra: ad ogni passo avanti nei paesi arretrati corrispondono due, tre, o più nei paesi avanzati, con i quali è impossibile tenere il passo.

Si considerino soddisfacenti, rispetto a questo, gli sforzi sviluppistici del Terzo Mondo, generalmente anacronistici ancor prima che comincino a dare frutti, qualora arrivino a tanto e non si fermano a metà strada. Sussidi, indebitamenti e decenni di brutali sacrifici umani non hanno portato alla promessa modernizzazione della società, vale a dire, alla sua riproduzione coerente nell'ambito del mercato globale, ora più remota che mai. Con questo fallimento si è aperta l'attuale epoca, delle "società post-catastrofe", dove la parola chiave è il collasso. La situazione dei diversi paesi dell'America Latina oggi si caratterizza come quella della "deindustrializzazione indebitata", con popolazioni composte di non-persone sociali, ossia, di soggetti monetari sprovvisti di denaro. Tuttavia, essendoci ancora quelli che operano con profitto sul mercato mondiale, l'illusione che questo sistema sia "normale" e che porti da qualche parte non si spegne, anche al prezzo che i beneficiari vivono nelle torri di guardia. "Sono quelle minoranze che si aggrappano alle strategie di privatizzazione ed apertura del Fondo Monetario Internazionale, finanziando quei miraggi ai quali figure come Fujimori, Menem o Collor de Mello devono la loro ascesa." La tendenza arriva alle sue estreme conseguenze quando un'economia viene espulsa dalla circolazione globale, dopo che la concorrenza moderna ha disattivato le risorse locali: la massa della popolazione passa a dipendere dalle organizzazioni umanitarie internazionali, trasformandosi in un caso di assistenza sociale su scala planetaria. Droga, mafia, fondamentalismo e nazionalismo rappresentano altri modi post-catastrofe di reinserimento nel contesto mondiale.

Il debacle sovietico segue una strada analoga, anch'essa determinata dal costo insostenibile della nuova produttività. Non andremo a ricapitolare le ingegnose osservazioni di Kurz a proposito di questo processo, così come le disillusioni che il mercato riserva ai paesi ex-socialisti. Ci limitiamo a due punti:
1. La sconfitta avvenuta su terreno capitalista della redditività, che pertanto aveva pertinenza interna, cosa che consiglia il riesame del socialismo iniziale. Senza dubitare delle convinzioni dei rivoluzionari, Kurz si avvicina alle formulazioni di Lenin e di Max Weber, sottolineando la parentela funzionale fra l'esaltazione socialista del lavoro in astratto e la sua giustificazione da parte dell'etica protestante. In questo senso, ed in retrospettiva, il socialismo sarebbe servito da copertura ideologica ad uno sforzo ritardatario e gigantesco si industrializzazione nazionale. Questo non sfuggiva al sistema mondiale di produzione di merci, al quale anche i momenti statalizzanti non sono stati estranei: basta pensare al mercantilismo, in Bonaparte e Bismarck, e, fra le due guerre, al keynesismo, a Stalin ed Hitler.
2. È da questo punto di vista che il crollo dei paesi socialisti e della loro industria rappresenterebbe un capitolo, posteriore a quello terzomondista del collasso della modernizzazione economico-sociale. Questo non si collocherebbe più nel futuro, ma nel passato, e orami quel che è fatto è fatto, in quanto una tale prospettiva riguarda sia l'Est europeo che l'America Latina. Il prossimo capitolo della crisi è già in atto nei paesi centrali, dove lo stesso inesorabile aumento della produttività sta rendendo inutilizzabili e sta assimilando al Terzo Mondo nuove regioni e nuovi strati sociali. Il carattere suicida degli attuali termini della concorrenza capitalista salta agli occhi e la cecità del mondo a tal riguardo non promette niente di buono. "La gara fra la lepre ed il riccio può terminare solo con la morte del primo."

A dire il vero, la caratteristica secondo cui lo sviluppo delle forze produttive ha portato il capitalismo ad una impasse, conferma la previsione centrale di Marx. Dall'altro lato, la novità della presente crisi proviene dall'incorporazione della scienza nel processo produttivo, a partire dalla quale il peso della classe operaia, sia dal punto di vista numerico che dal punto di vista della natura del processo, comincia a declinare.
Così, contrariamente all'altro pronostico di Marx, la crisi del capitalismo si acuisce nello stesso momento in cui la classe operaia non ha la forza per cogliere i suoi risultati. L'ultima versione dell'antagonismo non sarà data dal confronto fra borghesia e proletariato, ma dalla dinamica distruttiva ed escludente del feticismo del capitale, il cui assurdo percorso attraverso la devastazione sociale può essere seguito quotidianamente sui giornali. Il movimento va in direzione di un nuovo medioevo, di caos e decomposizione, sebbene il processo produttivo, considerato nella sua rilevanza e portata planetaria, a prescindere dal guscio concorrenziale, esibisce gli elementi di una soluzione che l'autore coraggiosamente chiama col nome di comunismo. Ma chi però arriverà a concepire nella sua mente il mondo contemporaneo fuori dalla legge dello scambio di merci?
Secondo il nostro libro, il prossimo decennio ci insegnerà la lezione opposta, ossia, l'impossibilità di concepire il mondo dentro questa legge. Da tale punto di vista, il Marx della critica del feticismo della merce sarebbe più attuale di quello della lotta di classe.
Il movimento pendolare del capitalismo, fra momenti concorrenziali e statalizzanti, passerà ora al secondo polo, prendendo forse la forma dello stato-di-assedio, richiesto dall'approfondimento della impasse del sistema.
La caduta del blocco socialista è stata accompagnata, sul piano delle idee, dalla proscrizione dell'analisi globalizzante e dalla promozione del catechismo liberale, pateticamente distante dalla realtà storica. La prospettiva di una storia del sistema mondiale della produzione di merci porta avanti connessioni decisive - bene o male afferrate - che un abitante dell'America Latina che legge i giornali - a meno che non sia accecato dall'interesse di classe, intellettualmente timido, o che preferisce le sciocchezze - non può fare a meno di notare.

- Roberto Schwarz - Publicado na Folha de São Paulo de 17.5.1992

* A proposito del libro di Robert Kurz: (O Colapso da Modernização; Da derrocada do socialismo de caserna à crise da economia mundial - 1991)

fonte: EXIT!