mercoledì 4 maggio 2016

Rimane il viola

colori

Sono incazzato nero e vedo rosso
- Colori, simbolici e politici -
di Lucie Heymé

Parallelamente alle loro funzioni pittoriche, i colori si inscrivono in quelle che sono le costruzioni culturali, talvolta secolari.
Associati a rappresentazioni intellettuali, i colori veicolano delle "immagini" in seno alle società, fino a dentro il linguaggio. L'espressione "giallo", usata per designare, ad esempio associata al "sindacato", il traditore o il crumiro, trova la sua origine nel colore indossato da Giuda, "l'ebreo" che avrebbe tradito Cristo. E sarà questo colore ad essere usato dai nazisti per dipingere le stelle che servivano a marchiare gli ebrei...

Colori, simbolismo e significati
Nelle tradizioni e leggende cristiane - quali la saga dei cavalieri della Tavola Rotonda in cui Gauvain combatte contro il Cavaliere Verde (che consente a tutti di colpirlo con l'ascia, ma che, in cambio, assesterà lo stesso genere di colpo un anno ed un giorno dopo [*1]) - il diavolo viene rappresentato per mezzo del colore verde. Bisognerà aspettare molti secoli prima che il colore verde e strano, considerato malefico nel mondo dello spettacolo (fatta eccezione per i clown), finisca per imporsi, attuando quasi una confisca, come l'elemento grafico della protezione dell'ambiente.
Il rosso è il colore del combattimento, rivoluzionario o nell'arena, è il colore del sesso e della violenza, del fuoco che brucia le passioni.
Il viola è associato alla magia, alla forma tribale e ai rituali, alle credenze ed allo spirito.
Il blu, è la legge e l'ordine, il conformismo, il patriottismo o il fondamentalismo religioso.
L'arancione è scientifico, individualista, legato al successo economico.
Il turchese è la visione olistica, l'unione della sensibilità e della conoscenza.

Malgrado la supremazia esercitata dall'Occidente sul resto del mondo, le regole simboliche si differenziano secondo le diverse culture del mondo:
- Rosso: nelle culture più orientali, viene associato alla fortuna e alla festa. E' il colore del sangue, quindi rappresenta la vita e la vitalità. In Cina, viene indossato dalle giovani spose. In India, simbolizza la purezza ed avviene spesso che le donne si sposino in abiti rossi. Un'interpretazione ebraico considera il rosso come il colore del peccato e del sacrificio. Per i sudafricani, è il colore del lutto, mentre per gli aborigeni australiani è il colore della terra. In Russia viene associato alla bellezza.
- Verde: nelle culture anglosassoni, si trova associato all'ambizione ed al prestigio, mentre negli Stati Uniti serve a colorare l'invidia e la gelosia, da cui l'espressione: "essere verde di invidia". In Cina, è il colore della menzogna e dell'esorcismo. Assai popolare in Irlanda, troneggia nel suo simbolo nazionale, il trifoglio. Si suppone che fosse il colore preferito di Maometto [*2], è il colore sacro dell'Islam e quindi il mondo arabo-musulmano non può utilizzarlo per altre rappresentazioni.
- Blu: in Europa, colore riposante che simbolizza l'armonia e la dedizione, mentre in Iran è il lutto ed in Cina è l'immortalità. Nelle tribù dei Cherokee del Nord America si trova associato alla perdita e alle difficoltà.
- Nero: in Cina, è il colore dei giovani ragazzi. In India, rappresenta "equilibrio e salute". In Tailandia è il colore della sfortuna. Per gli aborigeni australiani, il colore della terra e della festa.

Araldica
Nel Medioevo, dal momento che le popolazioni non sapevano né leggere né scrivere, vennero concepiti un dizionario ed una grammatica basati sui simboli e sui colori. E' l'Araldica, ovvero la scienza del blasone. Delle rappresentazioni grafiche, associate a dei colori, permettono di identificare non solo le persone ma anche delle linee di discendenza, lignaggi (il blasone veniva trasmesso per eredità e traduceva il grado di parentela), derivanti da gruppi umani o territori.
In Alsazia, le 6 corone rappresentano gli Asburgo, originari di tale regione. Per l'Aquitania, il leopardo era il segno di legittimità dei Britanni. In Alvernia, troviamo la bandiera portata da Eustachio III, conte di Boulogne, alla conquista di Gerusalemme, fatta insieme a suo fratello Godefroy de Bouillon. La Borgogna mette insieme gli emblemi dei duchi di Valois con quelli dei Capetingi. Per il duca di Bretagna, l'ermellino equivale a quel che è il giglio per il re di Francia. Nel Centro della Francia, l'abbondanza di blu e di gigli evoca evoca i castelli dei re lungo la Loira. In Champagne-Ardenne, è il cinghiale nero a rappresentare la regione. Per la Corsica, la testa serve a ricordare l'usanza barbare che voleva che al capo sconfitto venisse tagliata la testa per poi mostrarla, infilzata su una picca e alzata, ai combattenti vincitori. Per la Franca Contea, si vede il leone incoronato circondato dal gran collare del Toson d'oro. Quanto all'Île-de-France, lo stemma riprende quello antico dei re di Francia...

Nel 21° secolo, gli stemmi e i blasoni possono ancora essere visti sui frontoni dei palazzi municipale, sulle maniche delle giacche dei militari oppure negli stadi, con la medesima volontà di ostentare ed affermare un territorio.

colori marchi

Marketing "colorato"
A partire dalla constatazione che i colori hanno un'influenza in tutti i campi, e che essi fanno parte di una "comunicazione no verbale", il marketing e la pubblicità ne fanno uso (e ne abusano) nelle loro "strategie di vendita".
"Secondo degli studi", per il 92% dei consumatori, la vista è il senso più importante ed il tasso di riconoscimento di una pubblicità a colori è del 26% superiore a quello di una (medesima) pubblicità in bianco e nero. Per i negozi, viene anche "consigliato" di optare per dei colori "caldi", all'esterno, al fine di spingere ad entrare, ed allo stesso tempo optare all'interno per dei colori "freddi", più favorevoli al "comfort" del consumatore, che così si prende più tempo e... accresce il suo paniere medio di acquisti. Il rosso degli scaffali dovrebbe servire ad aumentare gli acquisti impulsivi.

Alcuni grandi marchi, come la BP, per la benzina, o McDonalds (in Francia), non hanno esitato ad abbandonare i loro colori tradizionali per aderire ai gusti attuali, convertendosi al "verde"...

colori partiti

Colori politici
in Francia, si affrontano due simboli cromatici. Il rosso della sinistra, erede di un ideale rivoluzionario e della contestazione, si oppone al blu, proveniente dalla monarchia e dal "blu reale", che si è evoluto per aderire all'immagine di una società moderna e che sostiene l'autorità ed il lavoro.
Fra il Nuovo Partito Anticapitalista, il PCF ed il Fronte di Sinistra da una parte, e i repubblicano o il Fronte Nazionale dall'altra, i colori vengono ostentati. Politicizzato nel 19° secolo, il rosa, più moderato rispetto al rosso, dal 1971 viene associato al Partito Socialista. I verde degli ecologisti fa evidentemente riferimento ad un universo "naturale" da loro rivendicato. L'arancione del Modem (Movimento Democratico) senza alcun legame con le boe ed i giubbotti di salvataggio, si lega all'omonima rivoluzione avvenuta in Ucraina nel 2004.
D'ora in poi un pugno chiuso stringe una rosa, una falce ed un martello si tramutano in un megafono, una fiamma nazionale più da "design" oppure "La libertà che guida il popolo" che ha cancellato le armi ed il popolo combattente; tutti questi simboli grafici si muovono fra l'araldica ed il logo pubblicitario con la stessa intenzione di "rivolgersi" all'immaginario culturale degli elettori/consumatori.

colori squadre

Colori, simboli, détournement e recuperi
Due colori possono condividere un medesimo significato ed un colore può avere due simbolismi divergenti. E' il caso della "bandiera nera", associata agli anarchici ma che nell'attualità ora in realtà evoca lo Stato Islamico.
In Occidente, la bandiera nera degli anarchici è l'erede putativa di quella dei pirati. Alla fine del 1882, gli anarchici si pronunciarono per l'abbandono della bandiera rossa a favore di quella nera, quella della rivolta. Il 18 marzo 1883, Louise Michel, a Parigi alla Sala Favié, esclama: "Più che la bandiera rossa, intrisa del sangue dei nostri soldati. Innalzerei la bandiera nera, che porta il lutto dei nostri morti e delle nostre illusioni.
Lo stendardo jihadista ha altre radici. Nel 750, uno schiavo persiano, Abou Muslim, a capo della rivoluzione degli Abassidi, guida una rivolta contro il clan degli Omayyadi e brandisce per la prima volta la bandiera nera. Il nero, colore degli oppositori politici, diviene quello dei rivoluzionari nell'Impero Ottomano, poi ripreso dallo Stato Islamico.
Nella sua propaganda, lo Stato Islamico sottolinea il suo sovversivismo giocando sull'immagine che deriva dalla bandiera nera in Occidente. Molti reportage sull'argomento non si preoccupano di fare il distinguo semantico fra le due bandiere. Poco a poco, il simbolo anarchico della bandiera nera rischia di venire dislocato a vantaggio dello Stato Islamico. E in questa "guerra dei segni", alcuni movimenti di estrema destra recuperano anche la bandiera degli antifa o i simboli del rosso e nero, sulla base di interpretazioni un pochino "rivisitate".

colori destra

E in futuro, quale colore per un movimento politico?
In un recente articolo apparso su Le Monde, basandosi sugli eccellenti lavori di Michel Pastoureau [*3], Ursula Michel si interroga su "cosa ci sia rimasto" come colore per la politica:

"Il blu, il rosso, il bianco e il nero sono già stati presi. Il marrone è poco amato; il giallo, è impossibile; il grigio è un colore inquietante di cui si diffida. . Per sottrazione, non rimane altro che il rosa, il viola e l'arancio.
Il rosa, apparso a metà del 19° secolo, si lega ai neonati ed al sesso femminile. Recuperato dai nazisti, sotto forma di un triangolo rosa, è servito a stigmatizzare gli omosessuali enfatizzando la loro presunta effeminatezza. Negli anni 1990, delle associazioni come "Act Up" decidono di impadronirsene a loro volta, per rivendicare i diritti degli omosessuali. Essendo quasi del tutto esaurite le risorse cromatiche, gli attuali movimenti politici non hanno molta scelta. L'avvenire sarà indubbiamente viola. Utilizzato dalle suffragette all'inizio del 20° secolo, ma senza troppo clamore, il viola è senza dubbio l'ultimo colore politico disponibile."

Lucie Heymé - Pubblicato il 24 aprile 2016 su Autre Futur -

fonte: Autre Futur

NOTE:

[*1] - E' "l'uomo vegetale" che si ritrova anche nella storia del Saladino  e nel Corano, con Al-Khidr, figura ambigua ed enigmatica, considerata da alcuni  come un santo e da altri come un profeta.

[*2] - Il profeta dell'Islam indossava mantello e turbante verdi, e i suoi scritti sono pieni di riferimenti a tale colore. Un passo del Corano descrive il paradiso come il luogo in cui le persone "porteranno vestiti verdi di seta finissima". Si dice anche che la bandiera sotto cui si è battuto Maometto, durante la battaglia della Mecca, fosse verde.

[*3] - Michel Pastoureau, storico medievalista francese, specialista del simbolismo dei colori, degli emblemi e dell'araldica.

martedì 3 maggio 2016

L'orrore! L'orrore!

Conrad

Il modo "lumpen" di stare al mondo
- di Cristóvão Feil -

Zygmunt Bauman esalta la capacità che ha la narrativa di illuminare i meandri dell'esperienza umana dello stare al mondo. Il grande sociologo contemporaneo, nato in Polonia, fa questa constatazione al fine di pungolare l'Accademia e criticare quella che lui considera l'alienazione di alcuni professionisti delle scienze sociali. Per Bauman, la letteratura riesce raggiungere gli interstizi, le crepe della realtà, laddove la ricerca sociologica non è mai riuscita ad arrivare. Per lui, la letteratura è in grado di "riprodurre la non-determinazione, la non-finalità, l'ambivalenza ostinata e insidiosa dell'esperienza umana e l'ambiguità del suo significato". E come esempi cita Borges, Tolstoj, Balzac, Dickens, Dostoevskij, Kafka, Thomas Moore. Ma avrebbe anche potuto citare un suo connazionale, Joseph Conrad, il quale, come lui, ha svolto in Inghilterra, e quindi in lingua inglese, la sua vita professionale.

Conrad è l'autore di "Cuore di tenebra", allegoria (una sequenza di metafore) sulle conquiste coloniali del capitalismo concorrenziale del 19° secolo. Brutti posti. Se Marx, ne Il Capitale, era già andato a fondo nell'illustrare e denunciare la disumanità del moderno sistema produttore di merci nella sua fase di accumulazione primitiva e concorrenziale, Conrad spinge la sua letteratura fino a raggiungere il punto dell'orrore. Il personaggio narratore è Marlow, protagonista di un'avventura che lo porta a penetrare "nei territori oscuri dell'inferno particolare" di un'impresa privata, che sfrutta l'avorio in Africa. Uomini spremuti fino all'esaurimento come si fa con la bagassa della canna da zucchero. Cannibali reclutati come mano d'opera informale ai quali viene impedito di nutrirsi in maniera corrispondente alla loro condizione antropologica, che si dedicano ad ingerire carcasse di ippopotami ed il cui salario si riduce a tre pezzi di rame la settimana, preziosa moneta di scambio in quei "confini di aride solitudini". In questo romanzo, Conrad crea un personaggio mitico chiamato Kurtz (cui si è ispirato, totalmente fuori da questo contesto, Coppola per il suo film Apocalypse Now), un uomo che si è internato nel cuore delle tenebre, una punta di lancia del capitalismo, un agente avanzato della modernità borghese in seno alla barbarie, la cui sede-fortezza è decorata con vere teste umane, per mostrarci con chi stiamo parlando.
"Tutta l'Europa ha contribuito a realizzare Kurtz" - scrive Conrad. E' la sintesi più completa dell'ethos della modernità. La Società Internazionale per la Soppressione delle Usanze Barbare (e manca solo che Conrad completasse, beffardamente, "... e per l'adozione della barbarie moderna") ha assegnato a Kurtz il compito di stendere una relazione sull'Africa. La relazione contiene parole del tipo: "noi bianchi, considerato il progresso che abbiamo già raggiunto, dobbiamo essere forzatamente visti da loro (i selvaggi) come esseri soprannaturali"; "veniamo da loro investiti dei poteri di una divinità"; per poi concludere con una terrificante sentenza di morte - "Stermineremo tutti i barbari!". Le somiglianze fondamentaliste con l'attuale situazione mondiale non sono una mera coincidenza.

Già ben prima di Michel Foucault, Conrad denunciava, per mezzo della sua letteratura, che il discorso della "lotta di razza" funzionava come principio di eliminazione, di segregazione e, infine di normalizzazione della società (Foucault)...

Si vede, anche, come in Conrad ci sia un uso accorto dell'immaginario magico-mitico delle popolazioni autoctone. Kurtz, l'uomo-sintesi della civile Europa - dell'Europa due volte disincantata-demagificata-razionalizzata-intellettualizzata (Max Weber), sia dall'etica religiosa giudaico-cristiana che dallo spirito del razionalismo scientifico - non esita a fare uso di espedienti considerati primitivi, come l'idolatria ed il soprannaturale, al fine di sottomettere, conquistare e normalizzare.

Alcuni commentatori (non arrivano ad essere dei critici) affermano disinvoltamente che nella giungla Kurtz impazzisca, che perda la ragione, avendo a che fare con la ferocia e la barbarie con cui convive per anni. Niente di più etnocentrico. Come se l'ipotetica "follia" venisse da fuori, come se gli venisse inoculata a causa della relazione promiscua con i selvaggi. Considerarla in tal modo, oltre che irrilevante, è solo una grossolana semplificazione, . Come individuo, lui, di fatto, rimane profondamente scosso da ciò che ha provocato in quel luogo: "L'orrore! L'orrore!" Ma in quanto agente sociale della modernità borghese, Kurtz conosce dei tassi di lucidità e dei tassi di demenza, in dosi fluttuanti di equilibrio e controllo razionale, sia per poter imporre la sua volontà di predatore della Natura (umana, animale, vegetale), sia per poter - con metodo e determinazione - trafficare in spiriti, in forza lavoro semi-schiava ed in merci, in maniera oggettivamente sincronizzata e funzionale ad un'attività commerciale con la lontana Europa. Dove sta la follia in tutto questo? Al contrario, in tutte queste azioni di gestione della predazione della Natura, nelle sue diverse forme di vita, si avverte il tono permanente dell'acutezza, della competenza, della logistica complessa e dell'organicità sistemica.
E' "l'arte della guerra" al servizio della rapina commerciale. E non si tratta solo della rapina ai danni degli elefanti e del loro ambìto avorio, ma egli corrompe allo stesso tempo tutto l'intero ambiente, dissolvendo, soprattutto, l'uomo e la sua cultura. La ponderata "follia" di Kurz è analoga al procedimento dello stregone - ricordato da Marx, nel Manifesto - il quale, incapace di controllare i poteri occulti scatenati per mezzo del suo feticcio, finisce egli stesso vittima del loro effetto. In ultima analisi, i danni causati mettono in pericolo la stessa impresa coloniale europea, i suoi capi. La "follia" è - a rigore - un lento processo di "lumpenizzazione" del personaggio. Kurtz non impazzisce, si trasforma in un "lumpen". In qualcuno che si stacca dalla sua propria classe, diventa un marginale sconsiderato che mette a rischio la dinamica del sistema.
Simbolicamente, Kurtz sarebbe il "lumpen" fondamentale, il "lumpen" essenziale.

Come un Faust "lumpen" postmoderno, si avvelena con le emanazioni malefiche provenienti dalle sue stesse azioni. Se il Faust di Goethe era moderno, il Faust "lumpen" rappresenta soltanto la postmodernità. Vive i limiti fisiologici del giorno-per-giorno. Come un cane che non conosce il suo futuro, il lumpen postmoderno ha solo il presente. Vive soltanto l'esistenza fisiologica unidimensionale, come un qualsiasi animale.

Il treno del capitalismo è già passato dalla stazione della modernità ed ora transita dalla stazione della postmodernità. Sono sempre meno i settori, le classi e gli individui che salgono su questo sinistro treno della storia. Abbandonati lungo il cammino, vagano tutti i superflui, i reietti del moderno sistema produttore di merci. Il lumpen è la schiuma che rimane lungo la scia di questo perverso itinerario. Il grande personaggio postmoderno è il lumpen, "la spazzatura di tutte le classi", la "massa disintegrata" (Marx), non governata, che viene vomitata dal sistema, ogni giorno. Cresce, come crescono i funghi, nella vita sociale contemporanea. Ci troviamo in piena invasione lumpen, viviamo un fenomeno dinamico che produce un ethos, una cultura e dei profili sociologici che le corrispondono. Ci sono mucchi di esempi. Il prodotto più recente, in Brasile, è stata la proliferazione delle sale del Bingo, gioco-lumpen che serve da copertura per tutta una serie di attività marginali ed anti-sociali. Per fortuna, il governo federale ha avuto il coraggio di mettere fine a queste fabbriche di "lumpenariato". Solo che colui che ha causato questo divieto è stato un altro personaggio lumpen che affligge la Repubblica, il corruttore-gangster che traffica in influenze e in risorse pubbliche a fini personali e privati. La criminalizzazione crescente della vita sociale è una conseguenza della dinamica lumpen. Il crimine si va a costituire in  forza produttiva e diventa un mezzo per vivere per milioni di persone. Questo, sul piano economico, si manifesta in molteplici forme creative: "accordi e cartelli, abusi di posizione dirigenziale, dumping e vendite di beni vincolati a servizi, aggiottaggio e speculazione, assorbimento e smembramento della concorrenza, falsi in bilancio, manipolazioni contabili e dei prezzi di trasferimento, frode ed evasione fiscale attraverso filiali off shore e società virtuali, dirottamento di crediti pubblici e mercati fraudolenti, corruzione e commissioni occulte, arricchimento illecito e abuso di beni sociali, vigilanza e spionaggio, ricatti e denunce, violazione del diritto del lavoro e della libertà sindacale, dell'igiene e della sicurezza, dei costi sociali ed ambientali" (Brie). L'avanguardia è il lumpen.

Il riciclaggio di fondi illeciti da parte delle principali banche degli Stati Uniti costituisce un'importante fonte dei flussi esterni verso quel paese. Una sottocommissione del Senato americano ha calcolato tale cifra intorno ai 500miliardi di dollari l'anno. Sono risorse che hanno origini diverse: dal narcotraffico mafia russa e giapponese ai fondi neri delle multinazionali, ai depositi dei paradisi fiscali "legalmente" tollerati. Si traffica ogni cosa: nuove droghe sintetiche, cocaina, armamenti pesanti, organi umani, prostituzione d'alto bordo, marchi contraffatti (assai spesso dagli stessi proprietari dei marchi, al fine di sfruttare il vasto mercato lumpen informale in tutte le grandi città del mondo), pirateria informatica e musicale, traffico di animali (solo questo traffico, attualmente movimenta circa 20miliardi di dollari), ecc..

Tutta l'intelligence e tutta la logistica statunitense dei servizi segreti che veniva utilizzata durante la Guerra Fredda, dove opera oggi? Chi dice che opera nella nuova guerra economica combattuta per l'americanizzazione dei fondi legali ed illegali (fondi-lumpen), vince un premio. La moneta è una merce vile che abbisogna della massima protezione; e gli Stati Uniti dispongono dei mezzi per garantirle sicurezza e redditività.

Oggi, il commercio mondiale annuale si situa "intorno alla cifra di 5.000 miliardi di dollari, di cui circa il 20%, ossia mille miliardi di dollari, tramite il crimine" (Brie). Questa ricchezza lumpen viene amministrata tranquillamente e serenamente dalle grandi banche del pianeta, per mezzo di grandi studi legali, mega-mediatori, diversi broker, trust e amministrazioni fiduciarie, e costituisce un monte premi lumpen che viene riciclato quotidianamente, in quantità parziali, dalla cosiddetta economia legale. Questa megalavanderia lumpen riscuote un tributo di vite umane. La Rocinha [N.d.T.: La più grande delle favela Rio de Janeiro] è solo un esempio che illustra questa violenza internazionale lumpen naturalizzata.

La crescita mondiale della dinamica lumpen è un'evidente indicazione dell'infermità strutturale del sistema produttore di merci. I figli di Kurtz proliferano e vogliono essere le avanguardie dell'anomia sociale. Il modo lumpen di stare al mondo è l'ultimo capitolo della saga illuminista. La montagna liberale ha finito per partorire i topi che rosicchiano l'umanità dell'uomo. A disposizione della sinistra che si è sistemata, rimangono solo poteri cattivi.

- Cristóvão Feil - Pubblicato il 27 aprile 2004 su Carta Maior -

fonte: Carta Maior

lunedì 2 maggio 2016

Ripartire da qui!

scambio

Il saggio di Robert Kurz, "La crisi del valore di scambio", che di fatto fonda la Critica del Valore, viene scritto e pubblicato per la prima volta nel 1986, quasi trent'anni fa. In quel saggio, Kurz sosteneva che il sistema produttore di merci si trovava in quella che era la sua crisi finale in quanto, con l'avvento della terza rivoluzione industriale - quella della microelettronica avvenuta a partire dagli anni 1960 - la produzione globale di plusvalore da crescente diventava decrescente.
Secondo Kurz, la rivoluzione dell'informatica e della comunicazione portava con sé un aumento straordinario della produttività del lavoro, dalla quale conseguiva non solo una riduzione significativa del valore globale prodotto, ma anche una riduzione ancora più significativa di plusvalore per unità di ricchezza materiale. Riduzione che non poteva più essere compensata dall'aumento della produzione di merci, ossia dalla crescita della ricchezza materiale.
La tesi era esplosiva: dal momento che il sistema capitalista è mosso dall'accumulazione di capitale, e dal momento che il capitale accumulato non può più essere aumentato in maniera persistente attraverso l'acquisizione di un volume crescente di plusvalore, ecco che allora il sistema, nella sua totalità, entra necessariamente in agonia, pur continuando, tuttavia, a sopravvivere, con conseguenze devastanti per tutti gli esseri viventi.
Si concretizzava così, storicamente, quanto affermato da Marx nei Grundrisse: “Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo: da una parte, si sforza di ridurre il tempo di lavoro a un minimo, e dall’altra pone il tempo di lavoro come la sola fonte e la sola misura della ricchezza”. Per cui - a partire dallo sviluppo della grande industria che riduce il lavoro ad una proporzione insignificante e ad elemento subalterno dal punto di vista quantitativo - "il capitale lavora, così, alla propria dissoluzione di forma che domina la produzione" (Karl Marx, Grundrisse).

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La crisi del valore di scambio
La scienza come forza produttiva, lavoro produttivo e riproduzione capitalista
- di Robert Kurz - (1986)

Introduzione: la sinistra e la legge del valore
Non c'è più una carenza di pubblicazioni con aspirazioni più o meno di sinistra o marxiste - o quanto meno emancipatrici - e che affrontano il concetto di crisi in sé, crisi del lavoro, del marxismo, della sinistra, le nuove tecnologie, o post-fordiste o perfino la società post-industriale. Per cui non sarebbe di una qualche particolare utilità aggiungere uno o più testi a questo diluvio senza cercare di introdurre un qualche aspetto fondamentalmente nuovo o diverso. A partire da un simile presupposto, l'articolo che segue potrebbe sembrare destinato ad avere un atteggiamento immodesto, apodittico. E' per tale ragione che voglio sottolineare fin dall'inizio che il mio intento non è in alcun modo quello di alludere in maniera suggestiva alla sofisticatezza della mia stessa elaborazione teorica, ma è piuttosto quello di riferirmi al fatto che i media di sinistra si sono allontanati da qualsiasi tollerabile livello di rassicurazione teorica e di riflessione sulle proprie elementari categorie. Quando si tratta di nuovi fenomeni, l'inadeguatezza della sinistra, così come la sua impotenza politica, sembra consistere nella sua fondamentale mancanza di desiderio teorico. Questa tesi richiede ulteriori spiegazioni.
Bisogna quanto meno affermare che la sinistra attuale, in tutte le sue fazioni, attua una comprensione non autentica delle categorie "marxiste", e si riferisce piuttosto ad uno stadio del capitale storicamente in via di sparizione. C'è dell'ironia, nel fatto che la maturazione di una crisi oggettiva delle relazioni di capitale appaia simultaneamente anche come una crisi della stessa teoria marxista così come viene intesa sia dalla sinistra che dai suoi avversari.
Nella misura in cui i media della sinistra diventano sempre più non-teorici, avvolgendosi nel grigio mantello della modestia di innocue ricerche intorno a temi parziali e superficiali, ed ultimamente gettando a mare, almeno in parte, le categorie della teoria marxiana - e qualche volta, addirittura in maniera ascetica a confronto dei positivisti, rinunciando del tutto alla sintesi della totalità sociale a favore di una stenografia sociologica - possono solo mancare ciecamente il problema centrale della loro incapacità. Ma in opposizione alla tendenza generale, i mezzi teorici, viceversa, diventano di nuovo fondamentali; ad ogni modo, per quel che riguarda la società borghese, il loro divenire mezzi fondamentali deriva dal loro essere categorie essenziali per la critica dell'oggettività del valore - vale a dire, della concreta critica storica del feticcio della merce - in una nuova transizione storica. Ma se è corretto - ed il mio punto di vista è proprio questo - che gli epigoni convenzionali della teoria "marxista" fino ad oggi, inclusi quelli della nuova sinistra, hanno completamente frainteso il Capitale fin dal primo capitolo, allora è necessariamente vero che lo hanno ancora più frainteso quando si sono trovati a doversi confrontare con una realtà socio-economica che solo oggi comincia a corrispondere pienamente alle fondamentali categorie del Capitale.
Finché la legge del valore viene intesa soltanto come la legge formale della distribuzione sociale di risorse che può essere influenzata politicamente, ma non come la determinazione storica del contenuto essenziale, la cui natura transitoria dev'essere stabilita sia violentemente che oggettivamente (ossia, indipendentemente da ogni dichiarazione politica di intenti in riferimento ad essa), la comprensione del valore degenera necessariamente allo statuto di categoria della seconda natura, e non può più essere concepita come contraddizione fondamentale. Tuttavia, la determinazione di tale contraddizione al più alto livello di astrazione determina il rapporto fra materia e forma, e questo dev'essere sviluppato concettualmente al fine di poter comprendere la celebrata realtà empirica o di superficie. Questa contraddizione fra la materia e la forma della riproduzione sociale, che nella logica del capitalismo costituisce un'opposizione inconciliabile, può essere adeguatamente decifrata come contraddizione fra forze produttive e relazioni di produzione, quando la definizione delle ultime non rimane esterna alla merce o alla relazione di valore. Il compito, come dire, sarebbe quello di prendere da un lato i concetti di produzione materiale, e dall'altro lato il valore o il carattere di merce della produzione, in quanto nucleo essenziale della storia del capitale.
Ecco l'oggetto di questo testo - ed il suo compito, definito in maniera più restrittiva, è quello di far conseguire, attraverso la ridefinizione categoriale delle relazioni capitalistiche di valore, il limite storico assolutamente logico del capitale per quel che sono approssimativamente le sue caratteristiche, come effetto del più recente, e qualitativamente nuovo, stadio della socializzazione capitalista. Fin dall'inizio, dobbiamo perciò sottolineare anche il fatto che questo testo illustrerà le carenze, non solo a livello di un modello teorico profondamente sbagliato ma anche a livello di politiche pratiche, della sinistra, la quale, malgrado il suo senso di urgenza, è capace di immaginare la trascendenza sociale, in maniera illusoria (semmai), soltanto in rapporto a ciò che è già stabilito e per mezzo del valore e delle relazioni monetarie, il che significa anche che non può non fraintendere le forze produttive socializzate in modo nuovo e vederle come se fossero spaventose intensificazioni della potenza del capitale.

Valore d'uso e valore di scambio: lavoro produttivo
Nelle attuali concezioni "marxiste", la contraddizione fra valore d'uso e valore di scambio appare statica come se fosse una contraddizione meramente terminologica che a tutti gli stadi di sviluppo del capitale riproduce solamente sé stessa, inflessibilmente. La liberazione del valore d'uso dalla dittatura dell'astrazione del valore, così come appare in questo pensiero, rimane un impegno esterno e soggettivo che non può più basarsi su una contraddizione oggettiva in un concreto processo storico. Tuttavia, è proprio questa contraddizione fra valore d'uso e valore di scambio che viene presentata come una contraddizione nel prosesso di produzione di merce che fa del capitale una contraddizione in processo, dal momento che dentro la relazione di capitale essa si trasforma da relazione apparentemente statica in processo storico reale che richiede una soluzione.
Per poter cogliere il carattere di processo della relazione fra valore d'uso e valore di scambio, è tuttavia necessario riscoprire questa contraddizione dentro il concetto di produttività o di lavoro produttivo. Il dilemma sorprendente e relativamente prevalente nei marxisti, consiste nella loro incapacità a fare tale passo: la contraddizione fra valore d'uso e valore di scambio rimane inflessibile proprio perché non viene più mantenuta come contraddizione all'interno del concetto di lavoro produttivo. Piuttosto, in questa contraddizione, gli aspetti materiali ("della natura del valore d'uso") e quelli che invece sono determinati dal valore ("dalla natura del valore di scambio") appaiono mescolati senza poter essere più differenziati, né distinti in maniera analitica.
Tuttavia, letta in opposizione alla pietrificata interpretazione storica di Marx, è proprio questa distinzione analitica nel concetto di lavoro produttivo che dimostra di essere essenziale per quel che concerne la sua opera. Da questa prospettiva, il lavoro produttivo va inteso come un duplice concetto: in primo luogo, in relazione al valore d'uso, dal lato materiale del processo di lavoro visto come processo di metabolismo fra uomo e natura; ma in secondo luogo, in relazione al valore di scambio, al processo di formazione del valore, visto come metabolismo sociale di ciascun uomo con l'altro, dove il lavoro appare essere dematerializzato, come lavoro umano astratto.
Secondo la prima definizione analitica, il concetto di produttività si riferisce esclusivamente alla relazione fra attività materiale (naturale) ed effetto materiale utile: una relazione che dipende dalla forma e dalla qualità dei mezzi di lavoro e degli oggetti di lavoro, che potrebbero essere definiti come estensione sociale del dominio sulla natura, al di là dell'abilità individuale qualitativamente determinata del lavoratore nel maneggiare questi mezzi di produzione socialmente prescritti. In tal misura, ogni lavoro è lavoro produttivo, il cui contenuto entra in una relazione materiale fra attività ed effetto utile. Ma in questa definizione, l'aspetto puramente materiale del processo lavorativo che appartiene al valore d'uso non viene mai abbandonato.
Secondo la seconda definizione analitica, il concetto di produttività si riferisce esclusivamente al processo astratto di formazione del valore, al dispendio di lavoro umano astratto in quanto sostanza fittizia del valore, il quale alla superficie appare reificato come valore di scambio. Da questo punto di vista, il solo lavoro produttivo è il lavoro che si presenta immediatamente come un'astrazione sociale reale o sostanza di formazione del valore, come dispendio di lavoro umano di per sé, oggettivato in ogni e ciascun prodotto.
Al livello di semplice produzione di merce, questa distinzione analitica non pone problemi. Anzi, potrebbe anche apparire inutile, dal momento che il lavoro produttivo, in quanto lavoro materiale pertinente al valore d'uso, è qui sempre immediatamente identico al lavoro produttivo come sostanza fittizia del processo di formazione del valore. Perché dentro il prodotto ci va soltanto il lavoro del produttore individuale (artigianale), sia sul piano materiale che su quello del valore. Nell'identità personale del produttore, la separazione logica fra processo materiale lavorativo e processo astratto di formazione del valore viene sospesa, e pertanto non può essere vista.
Lavoro qualitativo concreto e creazione di valore appaiono come una sola stessa cosa, e lo sono davvero, poiché il dispendio astratto di nervi, muscoli, o cervello in quanto lavoro umano, come tale, procede da una sola e stessa corporeità personale così come avviene con il lavoro materiale, concreto particolare processo lavorativo del fabbro, del calzolaio, o del sarto.
Potrebbe sembrare che la separazione analitica, fatta da Marx, fra lavoro concreto qualitativamente particolare e lavoro astratto, non sia stato altro che un ingegnoso espediente del pensiero che alla fine ha fatto emergere in termini appropriati una logica che nei fatti è esistita per migliaia di anni (vale a dire la logica del valore o della produzione di merce). Una simile concezione corrisponderebbe comunque all'attuale comprensione marxista secondo cui la contraddizione fra valore d'uso e valore di scambio - e dietro di essa l'opposizione fra lavoro concreto e lavoro astratto - appare solamente come un'inflessibile figura del pensiero volta a definire il lavoro, ma non come una categoria reale; come se questa contraddizione non potesse più essere mantenuta all'interno del concetto di lavoro produttivo o di produttività. Tuttavia, se questa contraddizione viene seguita in modo logico, emerge che l'espediente di pensiero di Marx diviene possibile soprattutto ad un certo punto dello sviluppo della società, quando la produzione materiale e la produzione di valore cominciano a separarsi l'una dall'altra. Il modo di produzione capitalista ha avviato un processo per cui il processo di lavoro materiale e quello di creazione di valore cominciano a divergere su una scala progressivamente sempre più grande, e ciascuno incrementa a dismisura la crescita dell'altro. Il motore di questo sviluppo diviene la cooperazione lavorativa così come viene praticata dal capitale: un'accresciuta divisione sociale del lavoro che supera i limiti dei singoli rami di produzione che fino a quel momento erano stati inflessibili ed ermetici, e che inoltre dissolve questi limiti insieme all'immediata identità, nella corporeità personale del produttore individuale, fra lavoro produttivo materiale e lavoro che produce valore.

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Lavoro produttivo totale
La trasformazione del processo lavorativo materiale concreto in processo cooperativo, dapprima in forma manifatturiera ed in seguito sulla base del sistema di fabbrica, inizialmente sembra riprodurre semplicemente l'identità fra processo lavorativo concreto e processo di formazione del valore in una forma alterata: quest'identità viene ora proiettata su un lavoratore produttivo totale, vale a dire sulla totalità delle persone attive nel processo cooperativo del lavoro, anziché essere, com'era prima, riunita nei singoli produttori individuali.
Ma osservata più da vicino, quest'identità diviene rapidamente insostenibilie. Come primo effetto - e quest'aspetto può essere discusso solo brevemente - la cooperazione fra lavoro e capitale monetario causa la dissociazione di una varietà di funzioni improduttive (in riferimento sia alla materialità che al valore). Queste funzioni dissociate - processi speciali di lavoro - non hanno sul prodotto né influenza immediata né mediata, ma si trovano all'interno della natura della produzione in quanto produzione di merci (funzioni commerciali, acquisto e vendita in quanto tali). Queste funzioni, improduttive sotto ogni aspetto, esistono di già per i produttori artigianali individuali (oppure sono svolte dai membri delle loro famiglie, i quali eseguono anche lavoro di cura e di sussistenza), ma non sono isolate come attività individuali e restano estremamente marginali al processo di produzione di merci nel suo insieme, e strettamente legate alle forme culturali di vita sociale che non possono essere ridotte alle fredde categorie dell'analisi economica (il giorno di mercato come giorno di festa). La cooperazione capitalista comporta la formalizzazione di queste funzioni commerciali, la loro economicizzazione, e allo stesso tempo la loro espansione: non vengono più limitate all'atto di acquistare e vendere, ma si sviluppano in marketing, analisi di mercato, e pubblicità.
In secondo luogo, però, cominciano ad emergere dentro il processo lavorativo immediato quelle funzioni enigmatiche che non si riesce più ad identificare in maniera inequivocabile con il lavoro improduttivo o produttivo: le funzioni di direzione e controllo. In quanto processo cooperativo, il processo lavorativo materiale non è identico alla semplice somma delle parti individuali del processo lavorativo, ma contiene anche il momento della combinazione come attività particolare necessaria all'intero processo; proprio come l'attività del direttore d'orchestra, che appartiene al lavoro totale di un'orchestra (Marx usa quest'analogia in diverse occasioni). D'altro canto, nella forma capitalista della cooperazione questa funzione di "condurre" non è mai semplicemente un momento del processo lavorativo materiale visto come processo di sfruttamento - vale a dire, legato alle funzioni di controllo e di oppressione. La funzione dirigente ha divorziato dalle persone coinvolte nel processo lavorativo direttamente cooperativo a causa della sua esclusività e del suo carattere esterno, e per questo è per tali persone fondamentalmente ripugnante - più di quanto possa essere detto a proposito della personificazione del capitale monetario stesso, sotto il cui comando faticano, ma che non si confronta mai immediatamente con loro come avviene con gli "ufficiali e sottufficiali" del processo di produzione.
Queste funzioni sono altrettanto inflessibili del processo capitalista di produzione, e vengono rivoluzionate ad ogni rivoluzione che avviene nella struttura materiale del processo lavorativo. Il ritmo incessante del sistema di fabbrica assume in una certa misura il ruolo di sorveglianza primitiva e rende superfluo il controllo umano; ma queste funzioni, come si conviene alla natura della produzione in quanto processo di sfruttamento, non diventano mai del tutto superflue, ma si riproducono anche al livello dei più moderni cambiamenti tecnologici apportati dalla microelettronica, ed in questo modo assumono semplicemente nuove forme. Al contenuto ambiguo di queste funzioni corrisponde la loro ambigua connessione al concetto di lavoro produttivo: nella misura in cui emergono come funzioni cooperative (la funzione della direzione) dal carattere puramente materiale del processo lavorativo, essi fanno parte del lavoro della produzione immediata e sono perciò produttive sia materialmente che rispetto al valore; ma nella misura in cui emergono dall'opposizione ostile fra capitale e lavoro, come ufficiali giudiziari del comando del capitale monetario, essi non sono, proprio come avviene con le funzioni puramente commerciali, produttivi, né materialmente né rispetto al valore. La spaccatura fra lavoro produttivo ed improduttivo spacca in maniera simile ogni persona a metà.
Il problema al cuore della divergenza fra materia e valore sotto il capitalismo, non consiste né nell'isolamento delle funzioni commerciali né nel modo in cui i compiti cooperativi della direzione assumono un'importanza in sé, in opposizione ai produttori immediati. Piuttosto, questo nucleo essenziale appare soltanto quando noi esaminiamo una terza categoria che di solito non viene percepita come categoria in sé, ma che è la sola a creare contraddizione fra valore di scambio e valore d'uso, fra processi lavorativi materiali e processo di creazione del valore, in maniera evidente. Qui ci sono in ballo quelle funzioni che, pur applicandosi al processo lavorativo materiale nel lavoratore totale, non lo fanno in maniera così immediata, ma lo fanno indirettamente, in maniera mediata. Queste funzioni non nascono dal carattere commerciale del modo di produzione, e non emergono nemmeno dall'opposizione formale fra capitale e lavoro, ma si dà anche il caso che non costituiscono un collegamento nell'immediato processo lavorativo cooperativo che si oggettivizza direttamente in un prodotto. Quel che qui è in gioco sono piuttosto quelle attività a lato ed oltre l'immediato processo produttivo, che diventano indubbiamente parte del contenuto materiale della produzione, ma che non diventano semplicemente parte di un qualche prodotto particolare - ad esempio, i compiti di monitoraggio tecnico (piuttosto che sociale), la gestione tecnica del progetto, il design, e così via.
Queste attività, che implicano pianificazione in senso tecnologico, monitoraggio, progettazione, e così via - che è come dire, lavoro intellettuale nel senso più ampio - originariamente si trovavano tutte unificate nella testa del produttore individuale, nella misura in cui erano parte della sua personale corporeità e non si trovavano separate dal lavoro manuale immediato. Il lavoro cooperativo capitalista implica la tendenza storica a slegare tali funzioni dall'immediato processo di produzione, e a ricomporle accanto a questo processo.
Riguardo al modo in cui questi lavori oggettivano il valore, si pone la questione se, in quanto funzioni isolate che sono state slegate dal processo immediato di produzione, esse siano nondimeno, in quanto componenti del lavoratore produttivo totale, ancora sospese nell'identità del processo lavorativo materiale e nel processo astratto della formazione del valore. Questo è sicuramente il caso quando, sebbene indirettamente ed in forma mediata, fanno ancora parte del processo di oggettivazione di un particolare lavoro totale in un particolare prodotto; in tal misura anche simili funzioni finirebbero per corrispondere a nient'altro che alla riproduzione collettiva, seppure in forme più complesse dei precedenti processi individuali di produzione, nella loro ermetica identità di processo lavorativo concreto e di processo astratto di formazione del valore.
La questione non appare più così inequivocabile quando tali lavori intellettuali e tecnologici che sono dissociati dalla processo produttivo immediato non si trovano più all'interno di un particolare prodotto in una qualche riconoscibile maniera, ma si trovano piuttosto in una vasta gamma di prodotti, e perciò oltrepassano i limiti della cooperazione o del lavoro totale nelle rispettive attività individuali. Anche allora, questi lavori entrano senza dubbio, indirettamente ed in maniera mediata, nel processo lavorativo materiale; in tal misura possono inequivocabilmente essere identificati come lavoro produttivo. Tuttavia, quanto più penetriamo nel processo della formazione del valore, tanto più ci si apre davanti una zona grigia; quando la medesima attività che diventa indirettamente parte del processo lavorativo materiale - prendiamo come esempio il design di un modulo di controllo - non solo si diffonde attraverso prodotti completamente differenti, ma anche (ad esempio, attraverso la concessione di licenze) attraverso prodotti di partecipanti al mercato completamente differenti, allora nasce il dubbio su come questo lavoro, produttivo in senso materiale, possa assumere oggettivamente la forma di valore.

Non bisogna dimenticare che il valore, che deve apparire come valore di scambio, non esprime per sua natura, in una qualche mitica maniera, un qualcosa di inerente alle cose in quanto tali, come suggerisce la struttura feticistica del valore di scambio, ma è piuttosto un rapporto sociale fra produttori parziali o privati che sono isolati gli uni dagli altri, e la cui divisione sociale del lavoro può essere realizzata soltanto per mezzo della sfera della circolazione che è stata separata. Tuttavia, la costruzione di un modulo di controllo che potrebbe essere universalmente implementato è un compito immediatamente socializzato non solo per quel che attiene alla sua forma, ma anche rispetto al suo contenuto ed alla sua natura; in tal senso va oltre la mera trasformazione da individuale a collettivo del processo della semplice produzione - in quanto produzione cooperativa - ma comincia anche a sospendere quegli stessi rami di produzione su una scala sempre più grande, smussando per mezzo della tecnologia i confini che ci sono fra di essi. Ovviamente, continuano ad esistere specifiche operazioni per la produzione di specifici prodotti, ma queste operazioni sono sempre meno caratteristiche del contenuto centrale del processo di produzione, diventando piuttosto una mera appendice ed un aspetto parziale dell'aggregato totale socializzato e messo in rete di un lavoro immediatamente sociale. Nella misura in cui fra l'attuale specifica manifattura di un particolare prodotto finale e la sua concezione ideale si apre la strada un aggregato di tecnologia universale, non specifica, anche i molti specifici rami di produzione non si relazionano più esternamente l'uno con l'altro. Al suo posto abbiamo un aggregato sociale totale, integrato, tecnologico, che sviluppa arbitrariamente sistemi combinabili di output di prodotti specifici e delle loro funzioni ed aspetti subordinati. Questo, però, tende a sospendere materialmente la divisione sociale del lavoro fondata sulla separazione dei rami di produzione così come sono finora esistiti, e la conseguenza è che la stessa produzione di merci diviene obsoleta.
Fino a quando il progresso nella sospensione tecnologico-materiale dei rami isolati di produzione non era ancora andato particolarmente lontano - vale a dire forse fino alla fine dell'età della macchina a vapore, in qualche misura poteva sembrare una buona idea quella di rimpiazzare semplicemente i singoli produttori di merci con un produttore collettivo di merci, ossia sospendere l'opposione di capitale e lavoro dentro i confini della produzione di merci.
E' per questa ragione che nel vecchio movimento operaio il concetto di socialismo è rimasto in gran parte confinato non solo nel feticcio della merce, ma anche nel feticcio del denaro e del salario, in quanto idea di una comunità di produttori cooperativi di merci strutturata in collettivi e simili. Se oggi si fanno rivivere questo genere di idee, esse sono certamente solo reazionarie, ed esse devono affondare insieme al vecchio movimento operaio, non da ultimo perché è da tempo che il capitalismo si è lasciato alle spalle il processo tecnologico-materiale di socializzazione. Questo detto fra parentesi.
Una volta era possibile definire quelle attività particolari dissociate dal produttore individuale del passato, il quale all'inizio era sia produttivo che improduttivo, sia in senso materiale che rispetto al valore (in quanto emulsione dei processi produttivi ed improduttivi portati avanti dagli ufficiali e sottufficiali del processo di produzione). Ora, però, ci troviamo davanti ad una categoria del tutto nuova all'interno del lavoro totale che implica funzioni che possono essere categorizzate come lavoro produttivo in senso materiale (nella misura in cui contribuiscono direttamente al processo lavorativo che è socializzato ad un livello tecnologico sempre più incrementato), ma che sono simultaneamente improduttive rispetto alla creazione di valore (e quindi rispetto al processo capitalista di valorizzazione). Alla fin fine, quest'ultima categoria scompare in una zona grigia che (in quanto lavoro immediatamente sociale) non viene inclusa nelle categorie della socializzazione del plusvalore. Si tratta perciò di quell'area del processo di riproduzione, nella quale il lavoro materialmente produttivo ed il lavoro che è produttivo rispetto al valore cominciano a divergere, e questo dissolve storicamente la precedente identità del processo lavorativo concreto ed astratto.
Finché le funzioni del lavoro immediatamente sociale che emerge obiettivamente dal contesto del valore di scambio rimane completamente marginale - vale a dire, finché tali funzioni appaiono contrarsi sia quantitativamente che qualitativamente in rapporto alla massa del lavoro vivente che viene impiegato nell'immediato processo cooperativo di produzione, e che è ancora oggettivato in maniera non ambigua dentro un particolare progetto che può apparire sul mercato in quanto prodotto di un produttore parzialmente sociale (diviso internamente in capitale monetario che comanda e lavoro salariato) - la contraddizione logica del valore non rivela ancora sé stessa nella sua vera e pura forma. Questo non avviene fino a quando questa relazione fra lavoro immediato (solo indirettamente sociale) e lavoro mediato (direttamente sociale) nel processo lavorativo materiale di produzione non viene alterata ed infine rovesciata dallo sviluppo capitalista della forza produttiva sociale. Il lavoro vivo viene rimosso dal processo immediato di produzione che oggettivizza direttamente sé stesso dentro un particolare prodotto. La proporzione di lavoro umano nel corso ed al di là di questo processo di produzione - che come lavoro direttamente sociale entra solo indirettamente nel processo lavorativo - aumenta alla stessa velocità.
E' vero che la forza esplosiva di un tale sviluppo non diventa completamente chiara finché non esaminiamo questa divergenza storica al livello della società come un tutto, al di là dell'interfaccia della zona grigia in cui il lavoro materialmente produttivo ed il lavoro produttivo in rapporto al valore cominciano a divergere. E' per tale motivo che finora ho parlato cautamente di una zona grigia, dacché tutte le determinazioni di lavoratore produttivo totale fino a questo punto si sono sviluppate soltanto a partire dalla cooperazione capitalista sul piano della fabbrica o dell'attività individuale che viene trasformata da queste determinazioni in un aggregato totale solo ai bordi sfilacciati di quei rami separati della produzione che determinano il lavoro immediatamente sociale. Ma se ora smettiamo di esaminare il processo di socializzazione materiale dell'intero apparato della riproduzione sociale dal basso (dalla prospettiva di un'attività capitalista individuale), ma lo esaminiamo piuttosto dall'alto (dalla prospettiva della riproduzione sociale totale), allora il concetto di lavoratore produttivo totale dev'essere anch'esso ampliato fino ad includere questa dimensione sociale totale. A questo punto dobbiamo fare i conti con due livelli di lavoro totale (che si permeano l'un l'altro), quello della singola impresa e quella della società come un tutto, livelli che si presentano come reciprocamente collegati. A questo secondo, più ampio livello di lavoro totale, la divergenza fra produzione materiale e produzione di valore comincia ora a diventare adeguatamente chiara, e la derivazione del concetto, fino a questo punto soltanto suggerito, può essere ora sviluppato pienamente.

In tutti i modi di produzione precapitalisti, la rete sociale che si estende oltre le unità individuali di produzione (famiglie contadine ed artigiane) viene sviluppata soltanto in misura estremamente limitata; anche lo Stato esiste solo in forma grezza, soprattutto come auto-organizzazione armata della classe dominante. Il capitalismo non solo trasforma l'unità produttiva individuale o familiare in cooperativa di produttori su una più grande scala - che all'interno funziona secondo la divisione del lavoro e che su una scala ancora più grande sono tutte integrate in un sistema meccanico - ma nel fare questo stabilisce ed istituzionalizza anche un quadro sociale di condizioni senza le quali una simile produzione cooperativa su larga scala rivolta ai nuovi mercati globali in via di sviluppo non sarebbe nemmeno pensabile. La più importante di queste condizioni consiste nell'infrastruttura sociale avanzata (ad esempio, il trasporto esteso e ramificato ed i sistemi di comunicazione, la fornitura di energia, la standardizzazione regolata ed istituzionalizzata delle misure, dei pesi e dei formati, e non ultimo un sistema integrato e comprensivo di istruzione e formazione). Questo quadro di condizioni sempre più necessarie di infrastruttura sociale dev'essere rapidamente realizzato e gestito da organizzazioni controllate o semi-controllate dallo Stato - un'indicazione del fatto che il loro carattere essenziale pertiene alla società come un tutto, è il modo in cui tali infrastrutture fondamentalmente vanno oltre qualsiasi preoccupazione delle imprese individuali. In quanto quadro generale di condizioni, queste infrastrutture diventano parte della produzione sociale totale proprio come basi naturali ed esigenze della produzione; diventano una sorta di seconda natura materiale (proprio come, d'altra parte, il valore diventa una seconda natura economica). La capacità umana generale media di lavorare non è, quindi, maggiore della capacità naturale originale, ma è sempre già e innanzitutto attività produttiva, una capacità prodotta socialmente della quale fanno quantomeno parte alcune tecniche culturali quali leggere, scrivere e far di conto.
Tutte queste condizioni basilari delle infrastrutture sociali richiedono lavoro ed assorbono una proporzione storicamente in aumento di forza lavoro socialmente disponibile. Riguardo la produttività di tale lavoro, quel che prima veniva suggerito ai margini della cooperazione fra le singole imprese individuali rispetto ad attività come la progettazione ora diventa palpabile: tali attività sono produttive solo in termini di società nel suo insieme, in quanto compiti immediatamente sociali o socializzati. Non sono più l'espressione di una separazione di qualsivoglia natura fra produttori sociali parziali, individuali o privati, ma sono piuttosto l'esatto contrario: per loro natura questi compiti diventano fin dall'inizio parte di tutti i momenti di produzione sociale parziale, allo stesso modo ma per strade differenti, e sono quindi sempre ed esclusivamente un aspetto dell'intero processo di riproduzione della società in quanto totalità, e mai di un processo di pertinenza di un'impresa individuale. Le forze produttive sociali vengono messe in moto, e tutti i lavori che sono incapsulati al loro interno sono indirettamente produttivi a livello materiale. Ma allo stesso tempo, è nella natura di questi lavori che essi si pongano a priori fuori dalla legge del valore, e non possono prendere la forma del lavoro astratto oggettivato nella forma feticcio del valore, in quanto si tratta precisamente ed immediatamente di lavoro sociale, si tratta di quello che diventa parte di tutti i prodotti nella stessa misura e in ogni momento, e perciò non può apparire affatto come un momento nel processo di scambio di unità separate. Riguardo al processo di creazione del valore, questi lavori devono quindi rimanere sempre improduttivi, perché il valore non è nient'altro che il nucleo essenziale dello scambio sociale fra produttori parziali separati, un nucleo che feticizza necessariamente sé stesso, e che si coagula in un sostanza apparentemente imperativa.
Abbiamo qui ora il nuovo prototipo di lavoro che è in molti modi generato per la prima volta dal capitalismo, e con il quale il capitalismo, tuttavia, sospende la legge del valore ed insieme a questa anche le sue basi, e lo fa secondo una logica reale, immediatamente sociale: il lavoro produttivo indirettamente materiale, che è per sua natura improduttivo rispetto al valore. Tuttavia, con l'espansione su larga scala del sistema meccanico di riproduzione, l'importanza sociale di questa nuova forma di lavoro, immediatamente sociale per il processo di riproduzione sociale, cresce in un modo storicamente inesorabile, che può essere osservato sia in termini assoluti che relativi. Logicamente, questo fa anche sì che la legge del valore diventi sempre più obsoleta, e che la produzione basata sul valore proceda verso un collasso oggettivo. I commenti di Marx a proposito di questo tema, in particolare nei Grundrisse, vanno presi in maniera del tutto letterale, e come una prognosi concreta della logica storica oggettiva dello sviluppo del capitale, e non come il programma soggettivo di un comunismo che non ha da essere realizzato se non in un qualche distante futuro o altrove oltre il capitalismo. Le diverse tendenze della sinistra marxista hanno letto attentamente centinaia o addirittura migliaia di volte i passaggi rilevanti in Marx e li hanno citati nei contesti più contraddittori, ma non hanno mai compreso concettualmente la loro vera logica in quanto logica dello stesso capitale in riferimento al suo svolgimento storico attuale; evidentemente non per una fondamentale mancanza di capacità di astrazione, ma a causa di un'incapacità storicamente condizionata a sottrarsi alle categorie del valore di scambio, un'incapacità che fino ad oggi non è mai stata superata.

sampietrini

La scienza come forza produttiva
Ad ogni modo, la determinazione essenziale del contenuto del nuovo lavoro immediatamente sociale è quello della scienza. Che il capitalismo sia la scientificazione della produzione è assolutamente ovvio ed è quindi al di là di qualsiasi disputa. Tuttavia, nella teoria marxista tale concetto della scientificazione della produzione viene anche usato in maniera eccessivamte rigida, astorica ed astratta - e laddove lo sviluppo storicamente attuale di questo processo di scientificazione viene discusso, ciò avviene senza alcun riferimento logico o sistematico alla struttura valore della produzione.
C'è da fare un distinzione fondamentale fra due forme del processo di scientificazione, le quali si permeano reciprocamente e alla fine si fondono in una tecnologia sociale di produzione che di per sé, necessariamente ed in maniera del tutto oggettiva, fa esplodere la legge del valore e quindi la produzione di merci.
La prima è l'applicazione tecnologica delle scienze naturali, che fa diventare la scienza stessa una "immediata forza produttiva"; ma la seconda è la scienza del lavoro organizzato, che emerge solamente sulla base della cooperazione nella forma della divisione capitalistica del lavoro. Entrambe le forme di scientificazione devono essere discusse dapprima di per sé stesse e poi nei termini della relazione reciproca fra di esse.
La scienza naturale in quanto tale è esistita per millenni, ed è sorta nell'antica società schiavista. Ma in accordo con la natura economica di questa società, la scienza naturale, così come una parte della filosofia, è rimasta strettamente separata dall'attività materiale di produzione. E' stata un lusso della classe dominante che possedeva schiavi, un decisivo passo in avanti nella storia dell'umanità, ma allora non esercitava alcuna influenza sulla produzione. L'idea per cui la scienza naturale fosse un prodotto dello "spirito inventivo" del produttore immediato e così via, come lo si trova in alcuni trattati "marxisti", emerge, come contrasto, dalle ingenue idee proletkult e da un materialismo volgare che vuol far sempre derivare tutti i fenomeni sociali dalla produzione. E' vero che, in una forma mediata storicamente, e andando indietro fino all'originaria società dei cacciatori-raccoglitori, le attività intellettuali e il loro maggiore sviluppo sono state in prima istanza un risultato diretto della produzione materiale. Ma se avanziamo nella storia fino alla soglia della società di classe in quanto risultato dello sviluppo delle forze produttive, la maggior parte della produzione materiale e delle attività intellettuali-scientifiche (o le loro forme primitive) appaiono isolate le une dalle altre e assumono esistenza indipendentemente l'una dall'altra. La verità generale delle tesi materialiste, che attiene al processo dello sviluppo umano nel suo insieme, per cui le forme di attività intellettuale hanno la loro radice nelle attività materiali di produzione e non ostacolano il riconoscimento del fatto che la scienza naturale evolva in quanto momento particolare di questo processo di sviluppo strettamente separato dalla produzione.
Per questa ragione, le scienze naturali, intese come "amore per la sapienza" socialmente astratta dei ricchi proprietari di schiavi, non hanno avuto come prima istanza, e per molto tempo, niente a che fare con lo sviluppo della capacità socialmente produttiva del lavoro; erano un risultato indiretto del sviluppo della capacità produttiva, ma per converso non divennero esse stesse una causa o un motore di un suo ulteriore sviluppo. Nella misura in cui le forze produttive venivano sempre più sviluppate per mezzo di miglioramenti degli strumenti e dei metodi di produzione, di fatto questo avveniva come risultato della natura meticolosa e contemplativa di alcuni dei produttori immediati (contadini, artigiani, pescatori), ma non avveniva assolutamente in modo scientifico, bensì puramente empirico, accidentale, non concettuale, senza alcuna astrazione sistematica o senza una sequenza di passaggi logici costruiti uno sull'altro. Per tale ragione il processo era tremendamente lento e si protraeva per lunghissimi periodi di tempo, cosicché per molte generazioni era molto difficile vedere cambiamenti nelle tecnologie di produzione, e i nuovi procedimenti si imponevano solo molto lentamente, dal momento che non erano legati a particolari condizioni naturali (ad esempio nel caso dei mulini ad acqua).
Nel mondo antico, l'emergere della scienza - che aveva le scienze naturali come componente integrale che non aveva ancora sviluppato lo status di una disciplina a sé stante - era già stato un momento dell'emancipazione umana dalla religione, almeno dalla religione nella sua forma originale, ingenua, irriflessa, mitologica. Ma allo stesso tempo questi inizi dell'emancipazione intellettuale, sorti - e avrebbero potuto solamente sorgere - come un bene di lusso prodotto da una classe inattiva di proprietari di schiavi che disprezzava la produzione materiale, con la cui scomparsa storica quest'emancipazione venne comunque subordinata ancora una volta, in forma meccanica e rigida, alla religione istituzionalizzata nella forma della chiesa romana.
La storia della nuova nascita della scienza e la sua trasformazione ancora una volta in un'ideologia emancipatrice su una scala più grande, è, comunque, dal Rinascimento, nient'altro che la storia dell'emancipazione borghese dalle catene del feudalesimo. La separazione, rinnovata e più estesa, della scienza dalla religione, la separazione della conoscenza della natura dalla fede in Dio ha avuto in primo luogo - e per secoli - una funzione puramente ideologica: è stata un'arma ideale per cominciare ad unire la borghesia contro i poteri feudali. In quanto le scienze che fondavano una nuova immagine secolarizzata del mondo - astronomia e cosmologia (Galileo, Bruno, Keplero) - difficilmente avrebbero potuto svolgere la funzione di forze produttive immediate. Ma la classe che doveva diventare il portatore socio-economico della moderna emancipazione della scienza dalla religione differiva fondamentalmente per la sua posizione economica (e quindi anche nel modo di pensare) dagli antichi possessori di schiavi che "avevano scoperto" la scienza. La borghesia, nella sua nascita e nella sua lotta contro il feudalesimo, intese sé stessa come una classe produttiva, sebbene questo concetto rimase sicuramente ideologicamente offuscato e trasse sostentamento dalla sua opposizione alle classi, manifestatamente parassite dal punto di vista sociale, dell'aristocrazia feudale e del clero. Nella comprensione che la borghesia aveva di sé stessa come classe produttiva si può trovare la precondizione storica ideologica per l'applicazione produttiva delle nuove scienze; ma affinché tale applicazione prenda vita, dev'essere ancora percorsa una strada.

Nella prima metà del 19° secolo - cioè, relativamente tardi rispetto alla sviluppo complessivo della borghesia a partire dal Rinascimento - quando il capitalismo comincia per la prima volta a svilupparsi davvero grazie a potenti macchinari a vapore, questo salto storico nello sviluppo della produttività non era ancora in alcun modo il risultato di una relazione sistematica fra la scienza e la produzione. Le innovazioni decisive inizialmente provenivano ancora da praticanti empirici (quali gli ingegneri-industriali e l'inventore del telaio meccanico, Arkwright) e non da scienziati, e queste innovazioni non erano create sulla base dell'organizzazione socializzata della scienza e della tecnologia, ma individualmente. Lo sviluppo delle scienze naturali a partire dal 16° secolo era certamente stata una precondizione generale delle nuove tecnologie e, in particolare, del tremendo potenziale del vapore come fonte di energia, ma l'applicazione tecnologica e commerciale non è stata il diretto risultato di questo. Tutto rimase essenzialmente in questo modo fino al 19° secolo: l'organizzazione sociale sistematica del processo della scienza e della sua applicazione tecnologica, e la sovrastruttura delle qualifiche che essa richiedeva (scuole, scuole di specializzazione. espansione delle università, fondazione dei politecnici, l'amalgama fra scienza e capitale su grande scala) prese il via solo gradualmente. Ancora durante il Gründerzeit [*1], alla fine del 19° secolo, alla soglia dell'età dell'Imperialismo, continuavano ad esserci inventori-capitalisti come Siemens, Daimler, o Edison negli Stati Uniti, che gettavano le basi decisive per interi settori industriali. L'industria stessa era ancora in fase di sviluppo, la maggioranza della popolazione lavoratrice non era stata ancora trasformata in salariati, e lo stesso processo industriale era rimasto ancora molto grezzo e ad alta intensità di manodopera - la scientificazione della produzione era ancora nella sua infanzia. Forse, è necessario tenere in mente questi fatti al fine di cogliere quanto sia estremamente giovane lo sviluppo storico della vera logica del capitalismo, la logica che Marx ha già anticipato in forma ideale fin dai suoi inizi facendo uso del potere dell'astrazione, sviluppata effettivamente nell'enorme lavoro di tutta una vita e che è rimasta tronca ed aspetta ancora lo sviluppo che la emanciperebbe dalle abbreviazioni storiche del marxismo.
La scientificazione della produzione, che non solo abbraccia l'intero spettro dei diversi rami della produzione ma raggiunge anche in profondità i processi di lavoro individuale, ha potuto svilupparsi solo nel 20° secolo - e come nel caso di tutta la storia precedente, anche qui è stata la guerra la madre di tutte le cose. Sono state le guerre mondiali imperialiste che hanno portato  non solo a nuove invenzioni ed innovazioni tecnologiche, ma anche alla svolta decisiva nello Stato e nell'organizzazione sociale del processo della scienza e delle sue dirette connessioni con la produzione materiale. E dopo la II seconda guerra mondiale, l'elettronica, come discendente diretto della ricerca militarizzata, è stata il fondamento su cui non solo sono nate dal nulla nuove industrie, ma anche sul quale sono state applicate per la prima volta le scienze naturali che hanno cessato di essere solamente la base tecnologica ed il prerequisito generale dei processi del lavoro industriale, e sono diventate il motore dello stesso processo lavorativo immediato. La risonanza di questo cambiamento è stata avvertita dagli osservatori in tutti i campi ideologici, ed è di questo che si tratta quando si trovano d'accordo a parlare di una nuova rivoluzione tecnologica.
La seconda forma della scientificazione della produzione, la scienza del lavoro in quanto scienza dell'organizzazione dei processi di produzione, appartiene ad un'epoca ancora più recente rispetto all'applicazione produttiva delle scienze naturali, ed è venuta alla luce per la prima volta soltanto nel 20° secolo. Essa rimarrà per sempre associata al nome di "Taylor". E' vero che la necessità di un'organizzazione pianificata del processo produttivo coincide con la cooperazione stessa e risale quindi all'inizio della fabbrica, ma quest'organizzazione rimaneva immediata, spontanea, e soprattutto esterna alla realtà concreta degli stessi processi lavorativi, ancora per tutto il 19° secolo.
Il sistema industriale non trasformava semplicemente, da subito, il lavoratore in un'appendice della macchina, ma lo faceva solo con parte della classe operaia (in prima istanza, soprattutto donne e bambini), nel mentre che, allo stesso tempo, come risultato della meccanizzazione, emergevano nuove attività all'interno del processo lavorativo che richiedevano determinate qualifiche e che apparivano essere assai simili a quelle della vecchia classe artigiana, e da tale classe in parte provenivano. Ma c'erano altri - i tecnici - che andavano visti come creazioni del sistema del macchinario. Questi tecnici possedevano conoscenze insostituibili riguardo al processo immediato di produzione, possedevano abilità e competenze che avevano acquisito per mezzo della pratica e che concedevano loro un certo spazio di manovra rispetto al capitale. Ma anche i manovali avevano una certa, pur se piccola, libertà di azione che proveniva dall'imparare a sfruttare le lacune del sistema meccanico al fine di crearsi piccoli spazi e pause, mantenendo il ritmo lavorativo il più basso possibile. I tentativi da parte del capitale di riportare sotto controllo queste diverse istanze di spazio di manovra, insieme a quello che considerava uno spreco di tempo prezioso, sono altrettanto vecchi dello stesso modo capitalista di produzione che, con l'inizio della cooperazione, appare necessariamente sotto particolari forme. Ma fino a quando questo controllo non assume un forma oggettivata, operazionalizzabile - in breve, scientifica - rimane esterno, arbitrario, e soggettivo.
E così è stato fino alla fase successiva dello sviluppo della concentrazione capitalista all'inizio del 20° secolo - che porta con sé la produzione materiale su larga scala e che in questa scia abbandona anche le forme di cooperazione più comprensibili provenienti dal 19° secolo (non da ultimo nella produzione bellica della prima guerra mondiale, altamente organizzata ed in parte già diretta dallo Stato) - la cui precondizione generale era stata creata dalla scienza del lavoro. Taylor stesso, ed il suo discorso che si basa sulla classe operaia specializzata (originariamente, Taylor era stato un tornitore), combinava nella sua persona una miscela di infuocata difesa quasi ideologica del capitalismo e l'immaginazione innovativa da contemplatore dotato della pedanteria di chi indovina, contandoli, il numero di fagioli in una boccia; cosa che gli permetteva di collocare il processo di organizzazione del lavoro su basi scientifiche.
Il principio elementare della scienza del lavoro circa i rispettivi processi lavorativi immediati consiste nella deindividualizzazione e nella sistematizzazione del controllo contenuto nella corporeità  e nella personalità individuale del lavoratore, e nell'istituzionalizzarlo come un'istanza di controllo al di fuori del lavoratore individuale. Quel che Taylor ha creato può, in tal senso, essere descritto come un secondo livello di cooperazione: se il primo livello di cooperazione aveva diviso il lavoro individuale totale di un ramo della produzione in lavori individuali parziali posti sotto un comando che si trovava fuori dal lavoratore parziale e che era rappresentativo del capitale monetario, ora il lavoro parziale stesso viene suddiviso in operazioni individuali, standardizzate, sotto un controllo che continua a trovarsi fuori dal lavoratore parziale individuale.
Nel processo lavorativo industriale stabilito da Taylor, questo nuovo livello di cooperazione doveva, così come quello vecchio, volgersi contro il lavoratore. Per il lavoratore non specializzato le conseguenze erano devastanti, in quanto quel poco spazio di manovra che gli era rimasto ora gli veniva portato via. La catena di montaggio, tecnologicamente parlando, non era assolutamente un'innovazione specifica della scienza naturale applicata, ma era piuttosto una semplice questione di meccanica, ed era, tuttavia, organizzativamente parlando, un passo decisivo nel processo di produzione industriale, e divenne un simbolo della nuova tortura scientifica del lavoro, la cui rappresentazione fatta da Charlie Chaplin in Tempi Moderni rimane insuperata. Ad ogni modo, la catena di montaggio, sviluppata in forma prototipica nell'avanguardia dell'industria automobilistica, non poteva essere in alcun modo applicata facilmente a tutti i rami della produzione. I principi della nuova scienza del lavoro fallirono in maniera spettacolare quando si trovarono di fronte alla grande proporzione di compiti dei tecnici, che richiedevano una precisione artigianale la quale non poteva essere dissolta in operazioni standardizzate e controllate esternamente. L'età del taylorismo o del fordismo (così denominato a partire dall'immagine originale della produzione della catena di montaggio) rimase percià un'epoca caratterizzata da una lotta perenne fra la scienza del lavoro e la classe operaia, simboleggiata dall'odioso cronometro dell'esperto di tempo e movimento, il cui compito era quello di standardizzare in maniera ottimale il contenuto e la durata delle operazioni, e dalle assurde conseguenze che si portava dietro (come la standardizzazione della sequenza di movimenti per l'archiviazione di un documento).

Considereremo ora la scientificazione della produzione sotto l'aspetto della confluenza della scienza naturale applicata e della scienza del lavoro, un processo che non ha inizio fino a dopo la seconda guerra mondiale, e che solo oggi sta entrando, davanti ai nostri occhi, in una fase decisiva. All'inizio del 20° secolo, la scienza naturale applicata tecnologicamente e la scienza del lavoro erano ancora discipline relativamente separate; ed hanno continuato ad esserlo fino a quando lo sviluppo dell'elettronica ed i processi automatici di controllo della produzione da essa sviluppatisi si sono fusi in una sola unità. Tale sviluppo è caratterizzato propriamente dalla minimizzazione e dalla tendenza all'eliminazione del lavoro umano vivente nel processo immediato di produzione. Il gap fra organizzazione scientifica del lavoro e tecnologia si riduce proprio per mezzo della rimozione del lavoro vivente, a prescindere dal posto che esso prima occupava nella produzione immediata.
Tuttavia, ciò ha delle conseguenze di ampia portata. Dal punto di vista dei feticci del denaro e dei salari, Taylor era un mostro capitalista, in quanto voleva ridistribuire gli ultimi elementi di autonomia rimasti nel processo produttivo industriale al di fuori del lavoratore e centralizzarli; dal punto di vista dei feticci del denaro e dei salari, la fusione della tecnologia scientifico-naturale e della scienza del lavoro doveva portare ad un'altra, assai più orrenda mostruosità capitalista, in quanto una tale fusione eliminava tutto il lavoro umano dall'immediato processo produttivo. Ma è proprio sotto quest'aspetto che il genio di Taylor, all'interno dei vincoli capitalisti, diventa chiaro: la sua "scienza del lavoro" aveva creato le precondizioni per l'automazione, nel momento in cui le scienze naturali applicate erano diventate mature per farlo, e insieme a queste aveva creato anche la base di partenza per la sospensione della stessa produzione di merci. In quanto l'unificazione della scienza naturale applicata tecnologicamente e della scienza del lavoro implica una tendenza alla sospensione del lavoro sociale parziale che viene oggettivato dentro un prodotto particolare, insieme alla tendenza ad universalizzare il lavoro immediatamente sociale.
La classe operaia rivoluzionaria che stava attaccando il sistema salariale in sé avrebbe dovuto erigere un monumento a Taylor, dal momento che  - sebbene inconsciamente ed in un modo ristretto e perfino sordido direttamente in accordo con le finalità di base dell'estrazione capitalista di lavoro vivente - ha lastricato la strada per arrivare alla sospensione finale di quel lavoro immediatamente produttivo che, proprio a causa di questa produttività diretta che oggettivizza sé stessa dentro un prodotto particolare, non può più essere lavoro immediatamente sociale, e tuttavia rimane catturato dentro la socializzazione del valore di scambio. Nel capitalismo, questa tendenza, che ai nostri occhi solo oggi raggiunge piena maturità, non può essere completata, perché ha la sua base nella valorizzazione del valore e quindi nello sfruttamento di questo lavoro vivente immediatamente produttivo che allo stesso tempo tende, secondo la sua logica storica, ad abolire.
Se occasionalmente Marx parla dell'abolizione del lavoro, ma allo stesso tempo descrive il lavoro come l'eterna condizione naturale del metabolismo fra l'essere umano e la natura, quest'apparente contraddizione può ora essere facilmente spiegata in quanto: quello che viene abolito è il lavoro produttivo immediato, ed insieme ad esso la tendenza del lavoro ad essere tortura; ciò che non viene abolito, e non lo potrà mai essere interamente, è il lavoro mediato, indiretto, produttivo che si trova accanto al processo immediato di produzione, prima ed al di là di questo processo; lavoro, che per la più parte appare essere diventato immediatamente sociale o socializzato, e pertanto cade oggettivamente fuori dal quadro del valore di scambio - una tendenza storica, che nel capitalismo può apparire solo in quanto crisi fondamentale e catastrofica.
La logica di questa tendenza che continuamente si apre sempre più la strada nel corpo politico contraddice la sinistra marxista, dal momento che la sua comprensione della relazione di capitale è limitata alle rigide determinazioni per mezzo delle quali possono essere apparentemente spiegati tutti i movimenti che avvengono nel capitale, ivi incluso il progresso tecnico. Ma diventa chiaro come la rigidità di queste definizioni non fosse nient'altro che la mera esressione di un'epoca dello sviluppo storico del capitale stesso che adesso è arrivato ad una fine. Allo stesso modo in cui la scienza naturale applicata e la scienza del lavoro convergono per realizzare la tendenza all'automazione della produzione immediata, anche il nodo della contraddizione del capitale - in quanto relazione che diventa il suo stesso proprio limite - solo oggi sta per venire al pettine. Di conseguenza, ora ci troviamo all'inizio di una nuova epoca, nella quale il nucleo della logica dello sviluppo capitalista e la crisi alla fine emergeranno veramente.
A causa della sua maturità avanzata, l'eliminazione del lavoro vivente dal processo produttivo immediato oggi può essere riconosciuto in quanto tale, ed è possibile delineare a partire da questa consapevolezza conclusioni più fondamentali e più profonde rispetto a quelle emerse finora dalla teoria marxista. Questa tendenza si affermerà oggettivamente su scala globale, non in quanto evento singolo ed isolato, ma come un periodo storico prolungato nel corso del quale l'accumulazione del capitale perisce e si spegne. Il processo tecnologico della fusione fra scienza naturale e scienza del lavoro si trova ancora nella sua infanzia, anche se la microelettronica gli ha già fornito i prerequisiti decisivi. In un grande numero di settori, le strutture della produzione materiale ancora si contrappongono ad un semplice processo di automazione troppo affrettato, sebbene ci sia una tendenza palpabile (come nell'industria automobilistica che, per la sua struttura a catena di montaggio, è la più adatta a questo) verso i robot industriali per cominciare a colmare il divario che nel sistema meccanico è ancora riempito dalle persone. Le nazioni imperialiste industrializzate sono ancora coinvolte nello scambio globale con la produzione ad alta intensità lavorativa dei paesi del Terzo Mondo, di cui controllano la ricchezza astratta del valore di scambio; quell'oggettivazione spettrale del lavoro umano in sé nel processo produttivo immediato. Ma non può esserci alcun dubbio che sia cominciata un'epoca che verrà definita dalla necessaria caduta oggettiva del denaro, in quanto la produttività materiale del processo lavorativo stesso si basa sulla socializzazione diretta, e così facendo distrugge il valore di scambio.
E' una delle ironie della storia il fatto che la sinistra marxista e non marxista, proprio oggi all'inizio di quest'epoca storica, si sia allontanata il più possibile dalla concreta critica marxiana del valore o dall'oggettività del valore, ed abbia cominciato a perdere qualsiasi traccia le fosse rimasta del ricordo dell'oggettività della contraddizione capitalista, e che abbia perfino cominciato a concepire la nuova rivoluzione tecnologica come un irresistibile incremento del potere e del potenziale consolidamento finale del capitale, piuttosto che come l'inizio della sua oggettiva demolizione. Una base teorica essenziale di questo grottesco equivoco consiste nell'incapacità a mantenere nel concetto di lavoro produttivo la distinzione fra lavoro produttivo immediato e lavoro direttamente sociale. Se il riferimento fatto da Marx alla "scienza come forza produttiva immediata" viene frainteso e arriva a significare che la scienza stessa produce valore, un malinteso che si può basare solamente sull'incapacità a sfuggire al feticcio del valore, allora ogni nuovo passo nella scientificazione della produzione finisce per somigliare ad un momento dell'immortalizzazione e del consolidamento del processo di astrazione del valore. [*2]
Mentre il marxismo tradizionale ha raramente affrontato la questione, la Nuova Sinistra si è posta il problema della scientificazione proprio in maniera opposta. Michel Mauke, che era molto letto nelle prime fasi del movimento del 1968, così argomentava: "Il passaggio dall'attività immediata a quella mediata ha avuto l'effetto per cui il lavoro tecnico e scientifico 'produce plusvalore per il capitalista o serve all'autovalorizzazione del capitale' direttamente, vale a dire che esso diventa lavoro produttivo in senso capitalista". [*3]
Habermas esprime ancora più chiaramente questo malinteso quando scrive:
"Con l'avvento della ricerca industriale su larga scala, la scienza, la tecnologia, e l'uso industriale sono state fuse in un sistema [...] Così la tecnologia e la scienza diventano un'importante forza produttiva, rendendo non operative le condizioni per la teoria del lavoro di Marx [!]. Non ha più senso calcolare la quantità di investimenti di capitale nella ricerca e nello sviluppo sulla base di forza lavoro non qualificata (semplice), quando il progresso tecno-scientifico è diventato una fonte indipendente di plusvalore, in rapporto alla quale la sola fonte di plusvalore considerata da Marx, ossia la forza lavoro dei produttori immediati, svolge soltanto un ruolo sempre minore." [*4]
Si rende ovvio come a fronte di simili proclami, per loro il valore si è rappreso fino a diventare un concetto feticcio - ma è esattamente questo il punto sul quale la sinistra, ed Habermas insieme ad essa, ha fondamentalmente fallito la riflessione. Queste circostanze provano solamente che la Nuova Sinistra nel suo insieme condivide la feticizzazione del valore di Habermas, e che la loro teoria ed i loro obiettivi politici non sono mai andati oltre tale feticcio, che è come dire che la loro critica del movimento operaio "tradizionale" non ha mai cominciato a toccare la questione decisiva. Questo diventa chiaro maggiormente quando si vede che la sola critica del teorema della "scienza in quanto forza produttiva" proviene dal K-Gruppen, il quale si basa su una serie di concetti che erano stati abbandonati al "proletkult" pietrificato della Terza Internazionale. [*5] Nei pochissimi commenti pertinenti, provenienti da questa fonte, il problema veniva approcciato in maniera non meno errata di quella di Mauke ed Habermas, ma prendendo però un'altra strada: la loro insistenza sul fatto che la scienza in quanto forza produttiva non crea valore (cosa che non era certamente un risultato di derivazione teorica, ma rimaneva una mera asserzione di fede dogmatica) appariva perciò immediatamente identica alla constatazione che di conseguenza la scienza non può essere un immediata forza produttiva anche rispetto alla produzione materiale, ma tutt'al più aveva a che fare con qualcosa di esterno al processo di produzione.
Questa formulazione (come quella di Mauke, di Habermas, e di altri che apparentemente vi si opponevano) rimane, assurdamente, aconcettualmente e senza alcuna differenziazione analitica, sposata a quell'identità storica fra produzione materiale e produzione di valore che sperimenta un momento di sospensione reale precisamente a causa del movimento secolare del capitalismo. Ma le loro rispettive conclusioni sono altrettanto opposte quanto lo sono le loro valutazioni. Per Habermas, almeno, e per tutta la sfera intellettuale della Scuola di Francoforte e per i socialisti accademici di sinistra, il risultato - a volte prima, a volte dopo - è stato il percorso che porta all'obsolescenza del soggetto rivoluzionario della classe operaia, anziché all'obsolescenza del valore di scambio, e quindi ad un superficiale riformismo sulla base della valorizzazione del valore, presumibilmente reso immortale per mezzo della scienza in quanto forza produttiva. Di contro, per il K-Gruppen il risultato era ancora una volta vestito dell'abito intellettuale burlesque del proletkult stalinista, appeso all'orgoglio naif per il proprio lavoro di produttore immediato che si vanta di aver creato lui tutto il valore, anziché voler abolire in maniera palpabile il valore.

scritta schiavi

Il plusvalore relativo e la logica di sviluppo del capitale
E' arrivato il momento di rivelare come la divergenza della produzione materiale dalla produzione del valore appaia gradualmente nel processo di riproduzione sociale del capitale, e costituisca la logica storica dello sviluppo del modo capitalista di produzione. Il concetto chiave della comprensione di tale logica è noto come plusvalore relativo. Questo concetto è una categoria analitica che si trova in Marx, ma allo stesso tempo è una categoria reale della riproduzione sociale totale del capitale, ma non è una categoria di superficie che potrebbe apparire anche nella coscienza dei rappresentanti del capitale monetario.
Presupponendo l'esistenza di un limite fisico assoluto (rispetto sia alla durata del tempo di lavoro che all'intensità del lavoro) ed un limite sociale relativo alla giornata lavorativa (limite imposto dal movimento operaio e/o dall'intervento statale), la valorizzazione del valore trasforma sé stessa da movimento assoluto ed estensivo in movimento relativo ed intensivo. La base della valorizzazione è e rimane il plusvalore come tale - cioè, il fatto che il prodotto capitalista - apparentemente il risultato, misurato in valore, dell'aggregato totale di lavoro morto e di lavoro vivo - non è altro che la proporzione del nuovo valore che il lavoro vivente ha creato al di sopra dei costi della sua stessa riproduzione. Ma se la quota capitalista di questo nuovo valore non può più essere ampliata in maniera estensiva, per mezzo del prolungamento della giornata lavorativa, la sua crescita viene a dipendere dall'incremento relativo ed intensivo del pluslavoro, mediato dallo sviluppo delle forze produttive, cioè attraverso la progressiva scientificazione del processo di produzione. Il che si presenta rispetto al singolo capitale come la differenza fra valore individuale e livello del valore sociale, si presenta socialmente rispetto alla generalizzazione della nuova forza produttiva come decrescita dei costi di riproduzione della merce forza lavoro. La produzione del plusvalore relativo diventa quindi necessariamente il mezzo principale dell'accumulazione capitalista. Ma nel movimento del capitale nel suo insieme, mediato dalla competizione, si stabiliscono tre conseguenze logiche storiche, la terza delle quali difficilmente viene discussa sia dalla teoria borghese che da quella marxista.
La prima conseguenza consiste nel fatto che la quota capitalista incrementata dal nuovo valore creato porta ad un'escalation del risultato materiale di prodotti, che a sua volta spinge ad un'espansione dei mercati e ad un'accelerazione dell'accumulazione. Il capitale, per così dire, va a caccia per tutto il pianeta. Questa legge di movimento, che si impone al capitale individuale, viene moltiplicata e politicizzata al livello più alto dalla forma statale di organizzazione del capitale nazionale totale, o del totale dei blocchi capitalisti. La competizione per la più alta capacità produttiva e sui mercati avviene a tutti i livelli, a livello di capitale individuale così come a livello di Stati capitalisti e a livello di blocchi di paesi alleati.
Questo processo concentra e centralizza il capitale all'interno dei singoli Stati. Allo stesso tempo, il mercato mondiale, in quanto teatro economico della guerra per i mercati di merci e capitale, della guerra per le fonti di materie prime, per le sfere di influenza, e così via, viene trasformato in un'arena politica globale. L'economia mondiale capitalista partorisce le politiche mondiali, il potere politico e militare diventa una condizione della concorrenza economica, a reciproco detrimento della base economica. La guerra guerregiata, cruda violenza, cui si tende e che in questo secolo significa attualmente guerre mondiali con milioni di vittime, diventa l'ultima ratio della concorrenza. E' del tutto evidente che in questo sistema capitalista globale noto come imperialismo, la guerra non è in nessun modo l'effetto diretto della crisi economica, né della crisi di sovrapproduzione né di nessun'altra crisi, ma rimane dentro la logica della concorrenza fra capitali sul mercato mondiale, e della dinamica interna delle politiche mondiali che si basano a loro volta su tale concorrenza.
Le rivoluzioni più fondamentali di questo secolo non sono state il risultato delle crisi economiche - ed in tal senso non sono state la conseguenza del fatto che il capitalismo come tale si sia spento - ma sono state conseguenza delle crisi politiche in combinazione con conflitti militari e sconfitte delle classi dirigenti: dalla Comune di Parigi nel 1871 alla Rivoluzione d'Ottobre, alla Rivoluzione tedesca nel novembre 1918, alla Rivoluzione cinese all'indomani della seconda guerra mondiale (l'esempio specifico delle rivoluzioni anti-coloniali come quella in Algeria o nel Sudest asiatico dev'essere oggetto di una trattazione separata).
Anche quando l'economia capitalista mondiale diventa un fenomeno politico mondiale che possiede una dinamica propria e genera le sue proprie leggi, il movimento economico fondamentale dell'accumulazione del plusvalore relativo in ultima analisi rimane il fattore determinante. La violenza imperialista, l'ultima ratio dell'intervento militare, non compromette minimamente il punto di partenza della concorrenza, né può risolvere i conflitti che ne derivano. La concorrenza deve sempre riprodurre sé stessa a tutti i livelli, anche se lo fa sempre sotto nuove forme. La lotta per lo sviluppo della produttività, e sui mercati, non è mai determinata, o addirittura risolta, dalla mera violenza, come dimostrato dalla ripresa economica fulminante nella Repubblica Federale Tedesca ed in Giappone durante la fase della prosperità seguita alla seconda guerra mondiale, nonostante le loro sconfitte militari ed i prolungati periodi di debolezza politica e militare. La coazione allo sviluppo della produttività è contenuta sia nella nella logica autodeterminata della competizione politico-militare, come dimostra la crisi dello Sputnick del 1957 e la conseguente corsa tenologica ad Ovest, che nell'effetto continuo della competizione puramente economica, come viene evidenziato oggi nella Repubblica Federale Tedesca e nell'Europa Occidentale dalla gara tecnologica con il Giappone e gli Stati Uniti per la leadership nella microelettronica o nella tecnologia genetica.
La seconda conseguenza dell'accumulazione causata dall'incremento del plusvalore relativo consiste nella crescente tendenza del prodotto individuale a perdere valore - cioè, in questo processo interminabile, mediato dalla concorrenza, dello sviluppo delle forze produttive, il prodotto perde di valore. Questa tendenza alla caduta del valore nel prodotto permette sempre più che quelli che prima erano oggetti di lusso divengano disponibili per il consumo delle masse, e che si creino e si sviluppino nuovi, più elevati bisogni, che Marx a ragione ritiene essere un aspetto della missione civilizzatrice del capitale. Contrariamente ad alcune asserzioni teoriche, questa tendenza si sviluppa secondo la sua natura anche sotto l'imperialismo, il capitalismo monopolistico, ed il tardo capitalismo - vale a dire, né il monopolio né il monopolio di Stato, in ultima analisi, sono fondamentalmente in grado di rendere la legge del valore non operativa. Anche nel 20° secolo, un gran numero di prodotti intesi come di lusso, a causa dello sviluppo delle forze produttive e della conseguente caduta del valore, diventano oggetti di consumo di massa (ad esempio, veicoli a motore, elettrodomestici, ecc., all'inizio del secolo; più recentemente i computer).
Il fatto che il veicolo a motore divenisse subito disponibile per le masse sotto forma di automobile e di trasporto individuale caotico, con tutte le sue devastanti conseguenze, è stato innanzitutto colpa del fatto che tale processo venne determinato secondo il capitalismo, in quanto le forme di trasporto pubblico (vale a dire comune) non vennero in alcun modo sviluppate nella stessa misura. Ma anche così c'è stato fondamentalmente un certo momento civilizzante per la generalizzazione del veicolo a motore: esso crea una nuova mobilità, un nuovo bisogno di massa a viaggiare, ed in tal modo contribuisce ad uno spasmodico ampliamento della mente e alla creazione di una società internazionalizzata, anche se questo processo in alcuni casi genera allo stesso tempo attriti grotteschi. Se la critica è diretta contro l'universalizzazione del veicolo a motore piuttosto che contro il fatto che esso sia determinato dalla sua forma capitalista, allora attraverso tale critica può luccicare la prospettiva pessimista conservatrice e culturale dell'automobolista gentleman, una prospettiva che rimpiange meramente il privilegio dell'eletto.
La terza conseguenza, comunque - e questo difficilmente emerge nella teoria - consiste nel fatto che il capitale stesso diventa il limite logico e storico assoluto alla produzione di plusvalore relativo. Il capitale non ha alcun interesse e non può essere interessato alla creazione assoluta di valore; esso si fissa soltanto sul plusvalore nelle forme in cui appare in superficie, vale a dire sulla proporzione relativa - nel valore appena creato dal valore della forza lavoro (i costi della sua riproduzione) - alla quota del nuovo valore di cui il capitale si appropria. Non appena il capitale non può più incrementare la creazione di valore in termini assoluti, estendendo la giornata lavorativa, ma può solo incrementare per mezzo dell'incremento della produttività la componente relativa alla sua stessa quota di valore appena creato, questo allora provoca nella produzione di plusvalore relativo un contro-movimento, il quale deve consumare storicamente sé stesso e deve portare ad una battuta d'arresto nel processo della creazione di valore. Con lo sviluppo della produttività, il capitale incrementa l'entità dello sfruttamento, ma così facendo mina la base e l'oggetto dello sfruttamento, ossia la produzione di valore in quanto tale. Dal momento che la produzione di plusvalore relativo, inseparabile com'è dalla progressiva fusione della scienza moderna con il processo materiale di produzione, include la tendenza all'eliminazione del lavoro produttivo, vivente, immediato, in quanto sola fonte di creazione del valore sociale totale. Il medesimo movimento che incrementa la quota di capitale del nuovo valore, attraverso l'eliminazione del lavoro produttivo direttamente vivente, decrementa le basi assolute della produzione di valore. Il capitale crea, necessariamente ed inconsciamente, il lavoro immediatamente sociale che emerge dalla relazione di valore, la cui produttività materiale riduce il tempo di lavoro sociale totale - ma lo fa soltanto per il proprio fine, per incrementare il tasso a cui sfrutta i produttori immediati. Il capitale sviluppa la produttività sociale per scopi ed interessi asociali, e quindi rimane impigliato in una contraddizione che non può essere risolta a partire dalle sue proprie basi, la logica ultima di cui Marx ha fatto uno schizzo nei seguenti termini:
" Uno sviluppo delle forze produttive che avesse come risultato di diminuire il numero assoluto degli operai, che permettesse in sostanza a tutta la nazione di compiere la produzione complessiva in un periodo minore di tempo, provocherebbe una rivoluzione perché ridurrebbe alla miseria la maggior parte della popolazione. Si manifesta qui nuovamente il limite specifico contro cui urta la produzione capitalistica e si dimostra chiaramente come essa non solo non rappresenti la forma assoluta per lo sviluppo delle forze produttive e della produzione della ricchezza, ma debba necessariamente, ad un certo punto, trovarsi in conflitto con questo sviluppo.  Tale conflitto si palesa in parte in crisi periodiche, che provengono dal fatto che ora una parte ora l’altra della popolazione operaia viene resa superflua nel suo vecchio modo d’occupazione. La produzione capitalistica incontra un limite nel tempo superfluo degli operai. L’eccedenza di tempo che la società guadagna non le importa. Lo sviluppo della forza produttiva la interessa unicamente in quanto accresce il tempo di pluslavoro della classe operaia e non in quanto diminuisce in generale il tempo di lavoro per la produzione materiale; si muove quindi in un contraddizione." [*6]
Da questa breve descrizione della logica capitalistica dello sviluppo dell'accumulazione per mezzo della produzione di plusvalore relativo, emanano necessariamente tre domande:
Primo - Perché il capitalismo è sopravvissuto fino ad oggi, nonostante il suo limite immanente assoluto?
Secondo - Perché il capitale, insieme ai suoi sostenitori teorici, non vede questa tendenza alla riduzione assoluta della creazione di valore sociale totale?
Terzo - Perché la stessa teoria marxista, dopo Marx, ha abbandonato questa tematica, anziché svilupparla concretamente ed affinarla?

L'espansione storica del capitale
La produzione di plusvalore relativo si riferisce alla relazione fra la parte capitalista di nuovo valore ed i costi di riproduzione della forza lavoro di ciascun lavoratore individuale, ma non al numero assoluto di lavoratori salariali impiegati, e quindi non si riferisce all'ammontare assoluto di plusvalore, il quale, con la decrescita assoluta avvenuta nella creazione di valore, diminuisce necessariamente anch'esso. Questo risulta nel fatto:
"che le stesse ragioni che consentono di incrementare il livello di sfruttamento del lavoro rendono impossibile, con lo stesso capitale totale, sfruttare tutto il lavoro che veniva sfruttato prima. Queste sono le contro-tendenze le quali, mentre agiscono per portare ad un aumento nel tasso di plusvalore, simultaneamente portano ad una caduta nella massa di plusvalore prodotto da un determinato capitale, dunque una caduta nel tasso di profitto." [*7]
Da ciò deriva la necessità urgente che il capitale cresca in quanto capitale, vale a dire che la decrescita nel totale di plusvalore a causa dell'aumento del tasso di plusvalore relativo dev'essere compensata per mezzo della riproduzione del capitale non sulla stessa scala, ma su una scala più ampia che per la prima volta comporta la necessità di un'accumulazione senza limiti (crescita). Questo sviluppo cresce in maniera esponenziale. Mentre il capitale elimina lavoro vivente immediatamente produttivo ad un dato livello di produzione, allo stesso tempo deve assorbire più nuovo lavoro vivente immediatamente produttivo ad un nuovo livello di produzione. Ma per fare questo, il capitale richiede uno spazio sociale, un terreno che non ha ancora conquistato, nel quale possa crescere in tempo. Se questo processo incontra ostacoli - se il capitale, anche per un breve lasso di tempo, è incapace ad assorbire più nuovo lavoro vivente produttivo di quanto ne abbia eliminato per mezzo dello sviluppo tecnologico - allora, quando viene rese superflua rispetto alle sue precedenti occupazioni una parte della popolazione lavoratrice, sorgono anche crisi periodiche. Dal momento che in questo caso la crescita mediata materialmente e tecnologicamente del tasso di plusvalore porta nei fatti ad una caduta nella massa di plusvalore, e quindi ad una caduta nel tasso di profitto - vale a dire, la produzione non è più vantaggiosa come produzione capitalista, e tende a bloccarsi, fintanto che si trova in mani capitaliste. La caduta tendenziale del tasso di profitto dovrebbe pertanto essere compresa solo come la determinazione della forma della crisi, il contenuto finale su cui si fonda lo sviluppo materiale della produttività e la sua assoluta opposizione alla forma valore della produzione in generale. La crisi è solo parziale, periodica, e quindi di transizione quando il capitale ha successo nel superare gli ostacoli sulla strada della sua espansione, e nell'assorbire ancora una volta più lavoro vivente produttivo di quanto ne abbia precedentemente eliminato. In tal caso, la caduta del tasso di profitto viene ancora una volta sospesa. Il carattere di questa caduta in quanto tendenza non va quindi compresa come un processo continuo ma come una discontinuità storica; questa caduta è fondamentalmente incorporata nello sviluppo della produttività all'interno del processo lavorativo materiale, ma può essere sospesa ancora e ancora, fino a quando il capitale non sia ancora di nuovo in grado di far partire un nuovo ciclo di accumulazione attraverso una rinnovata espansione della massa assoluta del lavoro vivente impiegato nella produzione.
Tuttavia, il concetto di processo di espansione del capitale rimane vuoto e confuso se viene esaminato solamente rispetto alla sua forma valore, e non viene sistematicamente correlato al contenuto materiale della sua espansione. Il processo di accumulazione può essere compreso come infinito solo in assenza di una relazione sistematica fra l'accumulazione ed il suo substrato materiale. Dopo tutto, la ricchezza astratta nella forma del denaro è per sua natura illimitata ed interminabile, e soltanto il suo contenuto materiale è soggetto ad un limite storico assoluto. Tuttavia, non ci può essere nessuna accumulazione senza il suo portatore materiale, per quanto l'ideale del capitale sarebbe l'assenza di tale portatore. L'assorbimento prolungato di lavoro vivente immediatamente produttivo deve riferirsi ad un tale contenuto materiale e ad un tale portatore, il quale può essere tracciato sia storicamente che concretamente sotto diversi aspetti.
Per prima cosa, il terreno per l'espansione del capitale si manifesta nella sua conquista graduale di tutti i rami della produzione che esistevano prima di lui ed indipendentemente da lui - cioè, nella trasformazione della sussistenza e della produzione semplice di merci in produzione capitalista. E, ancora, come si è detto a proposito della questione della scientificazione del processo lavorativo, è necessario ricordare come questo processo sia di fatto ancora giovane, e ricordare quale traiettoria ha dovuto percorrere per aprirsi la strada attraverso tutti i rami della produzione, a partire dall'industria tessile. La scientificazione della produzione e insieme la trasformazione, in primo luogo, di rami non capitalisti di produzione (artigianato, agricoltura) in rami capitalisti costituisce un unico totale processo: la capitalizzazione della produzione non-capitalista su piccola scala porta nella sua scia la scientificazione. E più rami di produzione vengono conquistati dal capitale, più grande è la scala su cui si sviluppa l'aggregato sociale totale della scientificazione. Se questo processo viene compreso come una determinazione rigida, come risultato del fraintendimento secondo cui la forza di astrazione marxiana non aveva anticipato idealmente la logica storica del capitale, ma aveva riflesso meramente un'inflessibile logica reale strutturale del capitale (un fraintendimento che è possibile solo come risultato dell'incapacità a sfuggire al feticcio del valore), allora l'orizzonte temporale viene spostato, il processo non viene più concepito come avente un inizio oggettivo ed un altrettanta oggettiva fine, ma soltanto come il ritorno dello stesso, con questa o con quella modifica.
Anche nei più sviluppati paesi capitalisti industrializzati, il processo di capitalizzazione dei rami di produzione ha continuato fino alla fine del 20° secolo; in Germania non ha raggiunto il suo culmine se non dopo la seconda guerra mondiale. Si può prendere il livello di dipendenza salariale della popolazione attiva nel suo insieme come un indicatore di tale processo (anche se la categoria di lavoro salariato include di certo anche le aree improduttive nelle quali il capitalismo si espande o che sono state appena create nuovamente), e secondo quest'indice la capitalizzazione nei paesi del nucleo imperialista non raggiunge il punto di saturazione - con il 70, 90% di dipendenza salariale - fino al 1960.
Secondariamente, comunque, l'eliminazione del lavoro umano nell'immediato processo produttivo nel corso dello sviluppo capitalista è sempre stato superato di nuovo dal contro-assorbimento di lavoro vivente nei nuovi rami di produzione creati per soddisfare nuove esigenze. Anche qui è necessario distinguere fra differenti fasi nella progressione dello sviluppo capitalista: la seconda guerra mondiale ed i decenni successivi hanno portato con sé un'altro nuovo impulso di accumulazione di capitale. Particolari prodotti che prima della seconda guerra mondiale erano riservati più o meno esclusivamente solo ad una ristretta classe entravano nella produzione di massa e nel consumo di massa per mezzo di innovazioni tecno-scientifiche provenienti dalla guerra: automobili, elettrodomestici, e poi forme elettroniche di intrattenimento. Tutti questi prodotti avevano raggiunto maturità tecnologica e la fase della loro vera produzione di massa solo negli anni 1950 e 1960. A questo punto, diventava visibile una fase di scientificazione nella quale lo sviluppo della produttività eliminava di fatto il lavoro vivente dagli innumerevoli vecchi rami della produzione in modo tale che questa o quella sezione della popolazione attiva veniva resa superflua rispetto alla sua vecchia occupazione, ma questo nondimeno avveniva solo al fine di creare nuovi rami di produzione oppure per rendere maturi per la perdita di valore e per la produzione di massa quei rami che non erano ancora pienamente sviluppati; questo assorbiva di nuovo nella produzione capitalista grandi masse di lavoro vivente, e la popolazione attiva che era stata resa ridondante veniva di nuovo incorporata dentro un esteso livello di produzione di valore e di plusvalore.

Ma oggi entrambe le forme, o momenti, essenziali del processo di espansione capitalista stanno cominciando ad andare a sbattere contro i limiti materiali assoluti. Il punto di saturazione della capitalizzazione è stato raggiunto negli anni 1960; questa fonte di assorbimento di lavoro vivente è arrivata ad un punto morto. Allo stesso tempo, la confluenza nella microelettronica della tecnologia natural-scientifica e della scienza del lavoro implica un fase fondamentalmente nuova nella rivoluzione del processo lavorativo materiale. La rivoluzione microelettronica non solo elimina il lavoro vivente nella produzione immediata in questa o in quella specifica tecnologia produttiva, ma si stabilisce su un fronte più ampio che coinvolge tutti i rami di produzione, conquistando anche le aree improduttive. Questo processo è solo appena cominciato, e raggiungerà pieno regime solamente nella seconda metà degli anni 1980; sembra probabile che possa proseguire fino alla fine del secolo ed oltre. Nella misura in cui per mezzo di questo processo vengono creati nuovi rami di produzione, come nella produzione della microelettronica stessa o dell'ingegneria genetica, tali rami fin dall'inizio per loro natura non richiedono molto lavoro rispetto alla produzione immediata. Ciò comporta il collasso della compensazione storica che era esistita fino a questo punto rispetto al limite immanente assoluto, incastonato all'interno del plusvalore relativo, inerente al modo capitalisa di produzione. L'eliminazione su vasta scala del lavoro vivente produttivo come fonte di creazione del valore non può più essere recuperato per mezzo di  prodotti sempre nuovi e a buon mercato fabbricati in serie, dal momento che questo processo di produzione di massa non è più mediato da un processo che reintegri una popolazione attiva la quale è stata resa superflua altrove. Questo comporta un ribaltamento storicamente irreversibile della relazione fra l'eliminazione a causa della scientificazione del lavoro vivente produttivo, da una parte, e l'assorbimento di lavoro vivente produttivo attraverso processi di capitalizzazione o attraverso la creazione di nuovi rami di produzione, dall'altro; d'ora in poi, è inesorabile che venga eliminato più lavoro di quanto ne possa essere assorbito. Tutte le innovazioni tecnologiche che ci si aspettano tenderanno anche solo nella direzione di un'ulteriore eliminazione di lavoro vivente, e tutti i nuovi rami di produzione prenderanno vita fin dall'inizio con meno lavoro produttivo umano diretto.
L'obiettivo della produzione sociale a partire dai limiti dell'oggettività fittizia del valore prima o poi deve far sentire la propria presenza chiaramente ed in tutta la sua forza. L'idea che una merce, come prodotto materiale che possiamo vedere davanti a noi, sia un oggettività del valore, è diventata, per gli individui astratti della produzione di merce, talmente di senso comune in quanto concetto dominante feticista che i marxisti a volte dimenticano che cosa sia realmente il valore - vale a dire la finzione socialmente reale del lavoro umano oggettivato nel contesto del processo di produzione immediata. Basta soltanto, come fanno Habermas & company, omettere l'attributo "immediatamente", oppure attribuire al lavoro direttamente sociale una mistica creazione di valore che si riverbera su un intera gamma di prodotti solo in maniera diretta ed indifferenziata, per poter pervenire a questo risultato feticista ed a mancare completamente di riconoscere la forza esplosiva del problema.
Il fatto che il contenuto di valore sia in procinto di sparire dalla società significa che le forme sociali di circolazione che ne derivano devono esse stesse esaurirsi. Dal momento che anche gli interessi degli sfruttatori sono indissolubilmente dipendendi da essi.
Il capitale, che ha come suo nucleo essenziale la "base miserabile" della ricchezza in quanto sfruttamento del lavoro vivente, e simultaneamente dissolve questa base attraverso il proprio movimento, cercherà - deve cercare - con tutte le sue forze di mantenere il valore in quanto valore, vale a dire, permettere che la forma continui a sussistere come forma generale di circolazione, anche se diventa vuota, derubata del suo contenuto sociale. Questo deve portare a collisioni sociali catastrofiche.
La nuova e finale crisi del capitalismo è fondamentalmente diversa dalle precedenti crisi. Tutte le crisi che ci sono state finora sono state crisi di crescita del capitale che potevano interrompere solo temporaneamente il processo di accumulazione; la nuova crisi, invece, dimostra di essere la fine del processo stesso di accumulazione di ricchezza astratta, dal momento che nei limiti della relazione di valore la ricchezza materiale concreta non può più essere creata. La nuova crisi non è quindi crisi temporanea di sovraccumulazione e di sovrapproduzione, ma piuttosto crisi della creazione stessa del valore, dalla quale per il capitale non esiste più via d'uscita.
Il fatto che la crisi che negli anni 1970 aveva posto fine alla fase di accumulazione e di prosperità generale successiva alla seconda guerra mondiale promettesse per sua natura di diventare una crisi finale del capitale, e il fatto che differisse nelle sue caratteristiche fondamentali da tutte le altre precedenti crisi può essere confermato oggi da due manifestazioni di superficie di nuovo tipo.
In primo luogo, la crisi comincia a rendersi visibile non solo come crisi del mercato del capitale e delle merci, ma anche come crisi della moneta stessa. L'inflazione - che perfino come concetto era quasi sconosciuta prima della prima guerra mondiale, ma che esplose, soprattutto in Germania, come una conseguenza dell'economia capitalista di guerra - dopo le guerre mondiali è invece diventata un aspetto permanente sia nei paesi capitalisti che nel Terzo Mondo. Lo stupefacente processo nel quale, in tutta la società e nel mondo intero, non solo vengono svalutati i prodotti a causa della concorrenza, ma anche il denaro stesso, ha una causa molto semplice: con il mostruoso sviluppo della produttività tecnologica, la ricchezza materiale non può più essere espressa per mezzo della moneta-merce d'oro. Fino alla prima guerra mondiale c'era ancora un gold standard universale, il che vale a dire che le banconote di tutti i paesi industrializzati importanti potevano essere convertite direttamente in oro. A partire da allora, la produttività materiale ha ecceduto la merce denaro, in quanto oro, in una misura sempre più crescente. Infine, all'inizio degli anni 1970, con l'abbandono del sistema di Bretton Woods, il cordone ombelicale del gold standard è stato tagliato - cioè, anche il dollaro, la valuta globale, è stata irreversibilmente disaccoppiata dalla convertibilità in oro. Ma questo ha significato soltanto che la successiva emissione di denaro come merce, per mezzo di banconote, stampate in un volume che non ha copertura in oro, non contiene più alcuna reale sostanza di valore - con la sola eccezione del risibile ammontare del lavoro coinvolto nella fabbricazione stessa del denaro. Questo ha portato alla circolazione universale di carta moneta, ed anche di moneta che esiste esclusivamente a scopo di contabilità, ed ancor più alle più fantastiche, e puramente giuridiche, creazioni sorte dal nulla come la moneta mondiale artificiale dello Special Drawing Rights (SDR) del Fondo Monetario Internazionale, che può circolare solamente fra le banche centrali. Ma la scomparsa della sostanza valore della moneta riflette solamente la tendenza generale del valore a scomparire, a causa del fatto che la produzione va ben oltre i limiti del valore.
Questo non significa in alcun modo che il vecchio punto di vista degli economisti volgari, castigati da Marx, riguardo alla funzione puramente tecnica della moneta sia diventato realtà, ma piuttosto che il modo di produzione e di circolazione basato sulla moneta perde in misura sempre maggiore il suo contenuto reale, significa che la finzione socialmente reale del valore diventa irreale, ed il suo carattere fittizio comincia ad emergere come tale alla superficie. Il valore viene trasformato in un guscio vuoto non più commisurato al contenuto materiale. Il capitale ed i politici capitalisti insieme agli esperti, naturalmente, provano a mantenere il valore come valore in tutte le circostanze, e cercano di salvare a tutti i costi l'astrazione del denaro in quanto astrazione reale: il cambio di valuta e le altre manipolazioni monetarie stanno diventando sempre più intricate, complicate ed incredibili. In pochi anni, visto da una prospettiva storica, da quando è stato abbandonato il sistema di Bretton Woods, il sistema monetario e creditizio internazionale si è già trovato in molte occasioni sull'orlo del collasso, e questo collasso emergerà come un fallimento mondiale delle banche, come collasso del sistema di credito internazionale e come un'ondata di riforme monetarie che porteranno all'espropriazione effettiva di vaste aree della popolazione, e non potrà più permettersi di essere rinviato per sempre. La nuova dimensione di una crisi storica finale del capitale deve affermarsi in ultima analisi con tutta la sua forza sul versante monetario, come la crisi insolubile del denaro, anche se si cercherà di rallentare il processo per mezzo di molti tentativi da parte degli esperti creditizi e valutari.
Ma la seconda fondamentale nuova manifestazione che suggerisce la fine della logica capitalista è l'apparire, a partire da metà degli anni 1970, della disoccupazione di massa indipendentemente dal ciclo economico, che è aumentata senza sosta - e la sua tendenza visibile è quella di continuare a crescere. Nel precedente sviluppo del capitale, era sembrato più volte per brevi periodi che un tale processo fosse imminente, ma ogni volta veniva assorbito da un nuovo impulso di accumulazione. Nel complesso, lo stato della disoccupazione seguiva il ciclo dell'accumulazione del capitale, l'assorbimento di forza lavoro vivente nel processo di produzione capitalista immediato. Queste leggi economiche precedentemente valide sono state rese non operative in tutto il nucleo dei paesi imperialisti per oltre un decennio. Anche alcuni seri economisti borghesi stanno vedendo una tendenza inarrestabile che sulla base dell'economia finanziaria alla fine del secolo porterà necessariamente la disoccupazione a cifre apocalittiche e ad un collasso disperato della rete di sicurezza sociale. Tutte le chiacchiere da parte dei politici borghesi intorno ad un boom per cui pregare ed al consolidamento dell'economia mondiale devono essere misurate a partire da questa logica implacabile.
Il boom della metà degli anni 1980, che è stato limitato a pochi paesi con la produttività più alta, anche in questi paesi ha lasciato quasi intatta la disoccupazione di massa. Il fatto che allo stato attuale la disoccupazione appaia stagnante e non sia già considerevolmente più alta, dev'essere attribuito più a trucchi statistici e manipolazioni da parte dell'amministrazione capitalista del lavoro - il cui compito è quello di portare l'opinione pubblica ad accettare il quadro più favorevole possibile della situazione - che ad un'interruzione nel processo di ridondanza del lavoro vivente immediatamente produttivo. Ed inoltre, per molti settori di produzione, ed anche per la maggior parte delle aree improduttive, la rivoluzione microelettronica della produzione rimane ancora da fare. Ogni immaginabile boom futuro, per i rimantenti settori del capitale, non porterà a nessuna battuta d'arresto nella crescita della disoccupazione di massa.

Bisognerebbe ora affrontare l'obiezione probabilmente inevitabile secondo cui la teoria della svalorizzazione del valore qui delineata è falsa e potenzialmente utopica per la ragione che essa presuppone come standard sociale l'assoluta e completa automazione della produzione nel suo insieme, la fabbrica fantasma, deprivata di esseri umani e così via. Una simile obiezione sarebbe ingenua in quanto non terrebbe conto del fatto che la logica dell'accumulazione del capitale è condizionata dalla produzione di plusvalore relativo, e rimarrebbe perciò prigioniera di definizioni rigide. Il collasso della relazione di valore non aspetta, per partire, che sia avvenuta l'eliminazione dell'ultimo lavoratore dalla produzione immediata, ma inizia proprio in quel momento storico in cui la relazione generale fra eliminazione e riassorbimento del lavoro vivente immediatamente produttivo comincia a ribaltarsi - cioè, a partire già dal momento (e dopo in misura crescente) in cui viene eliminato più lavoro vivente immediatamente produttivo di quanto ne venga riassorbito. Questo momento, nella misura in cui può essere definito come un vero e proprio punto, probabilmente è stato già oltrepassato, approssimativamente fra l'inizio e la metà degli anni 1970: non è una coincidenza che, sia il collasso del sistema monetario di Bretton Woods che l'inizio della disoccupazione tecnologica di massa abbiano luogo in questo periodo. Non bisogna, certamente, immaginare il collasso della relazione di valore come un evento improvviso ed irripetibile (anche se improvvise cadute e collassi, come fallimenti bancari e fallimenti di massa, saranno parte di questo processo), ma piuttosto come un processo storico, come un'epoca che durerà forse per molti decenni e nella quale l'economia capitalista mondiale non può più sfuggire al maelstrom della crisi ed ai processi di svalorizzazione, dove aumenterà la disoccupazione di massa e, inevitabilmente, ad essa seguirà prima o poi la lotta di classe.
Vale la pena notare di passaggio che questo sviluppo porterà anche ad un verdetto riguardo ad un vecchio dibattito a proposito della capacità del capitalismo di continuare a sviluppare le sue forze produttive. E' sorprendente come tale interrogativo sia stato applicato più frequentemente alla questione circa il fatto se il capitalismo avrebbe potuto spingere ulteriormente la produttività materiale in quanto tale; se poteva, anche nella sua fase monopolistica, guidare il processo di scientificazione oltre un determinato livello. Ragion per cui venivano valutate le possibilità di sopravvivenza del capitalismo a seconda del modo in cui si rispondeva a tale domanda. Non è difficile riconoscere, per mezzo della definizione concettuale di cui sopra, la portata della fondamentale falsità insita persino solo nel porre una simile domanda, il suo fraintendere il marxismo autentico e la logica oggettiva del capitale.
Quello che nei fatti viene raggiunto non è il limite dello sviluppo delle forze produttive, ma il limite dell'oggettività del valore. Non si tratta del fatto che il capitalismo possa semplicemente continuare a sviluppare le forze materiali di produzione: deve farlo implacabilmente secondo la logica del suo proprio sviluppo. "Il limite reale della produzione capitalista è il capitale stesso": cioè, il valore. Il fallimento oggettivo del capitale avviene come risultato, non dello sviluppo della produttività materiale, ma dalla compulsione a vincolare magicamente l'immenso potenziale sociale della scienza e della tecnologia ai limiti del valore. E questo l'unico modo per capire l'affermazione marxista secondo cui il capitalismo deve perire per mano dello "sviluppo delle forze produttive".

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L'inversione attraverso la concorrenza
Perché il capitale non vede che si sta storicamente scavando la propria fossa a causa della sua dipendenza dalla produzione di plusvalore relativo per mezzo dello sviluppo delle forze produttive? Ho già richiamato l'attenzione sul fatto che la categoria del plusvalore relativo (e quella del plusvalore stesso) non è una categoria di superficie che possa apparire nella coscienza dei rappresentanti del capitale monetario auto-valorizzantesi. La ragione di questo, in ultima analisi può essere trovata nel fatto che il capitale non appare mai veramente come capitale totale, ma solamente sempre - in qualsiasi forma - come capitale individuale in concorrenza. La categoria del valore presuppone quella dello scambio, e quindi in una forma nell'altra presuppone dei produttori privati che siano, in termini economici formali, indipendenti l'uno dall'altro. Anche nelle forme altamente sviluppate del capitalismo di Stato nel quale lo Stato appare non soltanto come l'ideale, ma sempre più anche come il reale capitalista totale, questi fatti fondamentali non posso essere realmente sospesi. Fintanto che esiste nella società la relazione di valore, ed insieme ad essa la produzione orientata alla produzione di valore, che a sua volta viene espressa nella forma denaro in quanto forma universale di circolazione, il punto di vista della totalità è nella realtà un'impossibilità pratica. Lo Stato e le sue autorità possono assumere la prospettiva della totalità del processo di riproduzione sociale solo in maniera esterna e formale, ma non secondo il suo contenuto (in quanto lo Stato come tale è di già l'espressione della separazione economica dei produttori sociali parziali e della loro asocialità nella produzione). I momenti di concorrenza devono pertanto sempre svilupparsi nuovamente, e ricrescere come le teste dell'idra, anche a livello della circolazione fra differenti Stati. Per il capitale individuale, il processo è riconoscibile nella sua interezza solo dal punto di vista dei partecipanti alla lotta sui mercati. Per lo Stato capitalista come ideale (e sempre più reale per quanto riguarda lo scambio esterno di valore) capitalista totale, il processo è riconoscibile solo dal punto di vista del rappresentante di un capitale totale della nazione nella lotta sui mercati e sfere di influenza. Per un blocco imperialista, il processo si rivela dal punto di vista di una coalizione di differenti capitali nazionali che lotta contro un altro blocco per i mercati e per le zone di influenza politiche e militari.
In queste lotte competitive il processo della produzione di valore non appare in alcun modo in accordo con il concetto teorico di riproduzione sociale totale, del cui punto di vista non si fa carico praticamente nessuno. Mentre il movimento in opposizione al plusvalore relativo, che tendenzialmente lo auto-cancella, è visibile dal punto di vista della riproduzione totale, ma rimane del tutto invisibile da quello del capitale individuale in competizione. Nella riproduzione totale, la produzione di plusvalore relativo appare come un'assurdità, in quanto essa porta ad un incremento nel tasso di plusvalore mentre allo stesso tempo fa decrescere la massa di plusvalore. Questo attiene - e non solo in teoria, ma anche in pratica - esclusivamente al processo nel suo insieme, ma non vale in nessun modo per ciascun capitale particolare, ragion per cui l'incremento individuale nel tasso di profitto (profitto extra) per mezzo di un incremento di produttività non viene pagato minimamente con una contemporanea decrescita nella massa di profitto. La logica dello sviluppo della produttività consiste nella produzione, nello stesso periodo di tempo, di più prodotti con meno forza lavoro umana. Considerato in astratto (cioè, prendendo in sé ogni capitale individuale), l'assurdo contromovimento del plusvalore relativo - cioè, del fatto che ci si appropria di più valore per lavoratore, mentre allo stesso tempo la massa del nuovo valore creato decresce, in quanto in totale è stato impiegato meno lavoro produttivo vivente - a questo livello di capitale individuale potrebbe anche rivelarsi. Comunque, questa considerazione rimane astratta in quanto il capitale individuale non si riproduce certamente solo di per sè, bensì lo fa dentro la relazione di concorrenza di molti capitali fra di loro. La produzione di plusvalore e la sua realizzazione nella circolazione - cioè, nei processi di scambio sul mercato - si diversifica per ciascun capitale. Diviene quindi necessario chiarire che cosa avviene a causa della relazione di concorrenza fra la produzione e la realizzazione nella circolazione.
Quando un capitale individuale raddoppia la produttività del suo aggregato totale (lavoro morto sotto forma di macchinario e lavoro vivente non sono distinti dal punto di vista del capitale, ma appaiono entrambi allo stesso modo come fattori di costo) nel mentre che allo stesso tempo riduce l'ammontare di lavoro vivente coinvolto nel processo, questo comporta in prima istanza una riduzione dei costi (l'ammortamento del macchinario migliorato è già stato preso in considerazione), e l'incremento dell'ammontare di prodotti materiali fabbricati - in questo caso, viene raddoppiato. Tuttavia, a causa della riduzione di lavoro vivente, questa aumentata quantità di prodotti individuali contiene una più piccola massa di valore, e quindi questo si verifica anche per ciascun prodotto individuale. Ma la riduzione assoluta nella massa di valore, in questo modo appare soltanto per quanto riguarda un capitale individuale che incrementa la sua produttività individuale. Ciascun prodotto individuale del capitale produttivo contiene meno valore rispetto al corrispondente prodotto sociale nella media, ma è soltanto questa media sociale ad essere valida sul mercato. Nella misura in cui è coinvolta l'espressione monetaria del valore della merce - e questa è l'unica questione di interesse pratico - tale espressione si raddoppia anch'essa per il capitale più produttivo, dal momento che questo appare sul mercato con una quantità doppiamente grande di prodotti materiali che posseggono il valore sociale medio di tale prodotto, che è ancora valido sul mercato. E' vero che quest'espressione monetaria consiste in prima istanza solamente del prezzo, e non ancora della realizzazione per mezzo della vendita, per cui la quantità raddoppiata di merci entra in un mercato limitato con un limitato potere di scambio. Ma naturalmente, il capitale più produttivo ora ha, rispetto a tutti gli altri partecipanti sul mercato, ampio spazio di manovra che può usare per abbassare i suoi prezzi e trovare acquirenti per la sua raddoppiata quantità di merci. Per quanto questo capitale debba ora - per poter conquistare la quota di mercato necessaria alla sua quantità raddoppiata di prodotti materiali - vendere la sua quantità raddoppiata di prodotti al di sotto del valore sociale medio che essi contengono al momento, il rapporto fra i costi assoluti di produzione e i ricavi assoluti di rendimento sono in ogni caso enormente a suo favore.
Qui, l'inversione della situazione reale della società nel suo insieme attraverso il movimento della competizione diventa chiaro. Nella riproduzione totale sociale del capitale nel suo insieme, la riduzione del lavoro produttivo vivente, ovunque avviene, porta naturalmente anche ad una riduzione nella massa totale di valore. Ma il capitale che ottiene questa riduzione nel lavoro vivente, così facendo si appropria di un profitto più elevato. Il processo reale, che appare in tal modo in forma invertita per il capitale individuale sulla superficie del mercato, è la mancanza di liquidità del valore di cambio astratto - la mancanza dei soldi - in rapporto alla rigidità e all'ingombro della massa di prodotti materiali. La massa di valore rappresentato nel valore d'uso materiale e la massa di merce denaro liquido stanno l'una rispetto all'altra in una relazione compensatoria perpetuamente oscillante, una relazione che è il prodotto di una sproporzionalità, e che assume forme incredibilmente complesse a livello di mercato mondiale. Se le industrie automobilistiche tedesche e giapponesi sviluppano una più alta produttività del lavoro di quella, per esempio, degli inglesi, questo di per sé significa che ogni automobile prodotta in Germania ed in Giappone contiene un quantità più piccola di lavoro umano astratto; cioè, se prendiamo come base la finzione sociale reale dell'oggettività del valore delle cose, una massa di valore più piccola. Questo inoltre, in termini assoluti, significa che nell'industria automobilistica tedesca e giapponese viene prodotta una massa di valore più piccola di quella prodotta nell'industria inglese, fino a quando non viene costruita una capacità produttiva addizionale. Ma sulla superficie del mercato, questa situazione appare completamente differente: proprio a causa della maggior produttività, dell'impiego di meno lavoro vivente, i capitalisti dell'automobile tedesca e giapponese producono a costi minori della loro controparte inglese - e questo è l'unico criterio ad essere di interesse per la comprensione economica borghese volgare e astratta - e può quindi offrire i suoi prodotti sul mercato in maniera più conveniente, ed è perciò in grado di buttare fuori dal mercato i fornitori inglesi e registrare comunque profitti extra alla fine del processo.
Nei fatti, quello che è accaduto è quanto segue: nonostante il fatto che in realtà producono meno valore, i capitalisti dell'automobile tedeschi e giapponesi possono catturare una massa più grande di merce denaro liquido nel processo di realizzazione del plusvalore di quanto possono fare i loro concorrenti inglesi - cioè, essi si sono fattivamente appropriati, per mezzo della redistribuzione sul mercato mondiale, di una porzione di plusvalore che viene prodotto in Inghilterra. Alla superficie del mercato, l'inversione del movimento reale appare in questo modo. Il capitale che riduce in termini assoluti la quantità capitalista totale di valore (che in quanto tale è la preoccupazione del capitale non particolare) per mezzo di una più alta produttività e per mezzo dell'eliminazione di lavoro vivente produttivo - cosa che taglia, cioè, il ramo su cui il capitalismo è seduto - viene premiato con un profitto extra e con una quota di mercato più grande, mentre allo stesso tempo il capitale che impiega più lavoro vivente produttivo (per merce) e pertanto mantiene la massa totale di valore, ed il valore in quanto valore, viene punito con la perdita di quote di mercato e con la non-realizzazione del plusvalore che ha prodotto.
Nella totalità di questo processo di redistribuzione, l'ineludibile legge del valore consiste nel fatto che l'industria automobilistica inglese si adagia su una porzione dei suoi prodotti - sul fatto che questi prodotti, cioè, rappresentano solo valore d'uso materiale, ma non possono più servire come valori di scambio. Cosa succeda a questi svalutati valori d'uso è ovvio: naturalmente non vengono dati ai poveri, ma sono inizialmente immagazzinati, e poi, a seconda delle loro proprietà materiali, possono essere completamente distrutti oppure riprocessati in materie prime e componenti: spappolati, fusi, bruciati, gettati in mare, qualsiasi cosa, ma comunque distrutti in quanto valore dal momento che non hanno trovato grazia presso la corte della regina delle merci, la moneta. In tutto il mondo, ogni giorno, ogni ora, valori d'uso di tutti i tipi vengono quindi arbitrariamente distrutti su una scala sempre crescente. L'umanità sacrifica ecatombi di torturante lavoro oggettivato, in una follia sempre più frenetica, all'oscuro, incomprensibile dio della propria socializzazione, alla legge del valore di scambio. Le antiche famiglie degli dei  dovrebbero esplodere di invidia. Questa pazzia diventa possibile solo grazie alla divergenza di produzione e circolazione, grazie alla liquidità del denaro ed alla perpetua redistribuzione del plusvalore, mediato dalla concorrenza, sul mercato mondiale.
Con quest'inversione attraverso la concorrenza che distoglie lo sguardo del capitale dalle conseguenze di tale processo a livello della riproduzione della società nel suo insieme - conseguenze che sono fatali per il modo di produzione del capitale - quello che Marx scrive sul capitale in quanto processo della propria oggettiva auto-abolizione diventa chiaro per la prima volta:
"Nella stessa misura in cui il tempo di lavoro – la mera quantità di lavoro – è posto dal capitale come unico elemento determinante, il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono come principio determinante della produzione – della creazione di valori d’uso – e vengono ridotti ad una proporzione esigua, sia quantitativamente che qualitativamente - al momento certamente indispensabile, ma subalterno - rispetto al lavoro scientifico generale, all’applicazione tecnologica della scienze naturali da un lato, e rispetto alla produttività generale derivante dall’articolazione sociale nella produzione complessiva dall’altro; produttività generale che si presenta come dono naturale del lavoro sociale (benché sia, in realtà, prodotto storico). Il capitale lavora così alla propria dissoluzione come forma dominante della produzione." [*8].
Per un breve periodo, nel contesto storico, per quasi un secolo, la logica dell'auto-abolizione del capitale è rimasta nascosta, mentre il processo dell'espansione del capitale trovava ancora spazio per un suo ulteriore sviluppo nella capitalizzazione dei rami di produzione non-capitalista, e nella creazione di nuove industrie con lavoro ad alta intensità. Se questo processo di espansione oggi ha cominciato ad andare a sbattere contro i suoi limiti assoluti, l'inversione per mezzo della concorrenza non è stata certamente sospesa - piuttosto al contrario, la concorrenza si è accentuata, ed il processo di scientificazione ha accelerato, con tutte le conseguenze che questo ha per la società nel suo complesso. Esiste già a partire dall'inizio degli anni 1970 - cioè, sin dall'inizio della fase che rimane ancora oggi incompresa del ribaltamento della logica storica del capitale - una tendenza prevedibile secondo la quale lo spazio di manovra del mercato mondiale sta cominciando inesorabilmente a ridursi: stiamo attraversando una nuova (e finale, affermo io sulla base della linea di sviluppo di cui sopra) fase della lotta sui mercati, la quale non può essere negoziata né con mezzi economici né con mezzi militari e politici. Alla periferia delle società capitaliste industriali, in paesi come la Spagna, il Portogallo, e la Grecia, e in una certa misura anche nel nucleo dei paesi imperialisti come la Francia, l'Italia, e la Gran Bretagna, il processo spietato di redistribuzione del plusvalore, la cui massa si sta riducendo in tutto il mondo a causa del nuovo livello di socializzazione materiale, in interi rami dell'industria sta già arrivando all'agonia; anche la Repubblica Federale tedesca non è rimasta immune (crisi dell'acciaio e crisi della cantieristica navale).
I favoriti ed i profittatori della crisi, in questo processo di redistribuzione che sta diventando sempre più limitato - in primo luogo il Giappone, la Repubblica Federale tedesca, e (in un certo qual modo in misura minore) gli Stati Uniti - stanno cercando di riportare la ripresa e negare le conseguenze ammazza-lavoro delle nuove tecnologie socializzanti. Infatti, l'inversione per mezzo della concorrenza fa apparire in superficie come se i vincitori nel processo della realizzazione e della redistribuzione del plusvalore globale, mediato attraverso la concorrenza, riuscissero non solo a mantenere la loro posizione, ma fa sembrare come se fossero anche in grado di espandere temporaneamente la loro capacità di produzione, creando così nuovi posti di lavoro, e riuscendo ancora una volta ad incrementare di un po' la massa assoluta di plusvalore creata nei loro paesi. Quest'espansione, assolutamente reale per i paesi e per i capitali individuali che la realizzano, dentro il processo totale di riproduzione del capitale mondiale, è soltanto la parvenza di un'espansione. Non si basa su un processo di espansione del capitale nel suo insieme, ma si fonda esclusivamente sulla distruzione di altri capitali. I posti di lavoro in più non vengono creati per mezzo della microelettronica, ma attraverso la distruzione di posti di lavoro, di capitale e di merci negli altri paesi e da parte di altri capitali. La situazione per cui un capitale non può più crescere per mezzo dell'espansione su un terreno storicamente libero, ma lo può fare solamente a spese di altri capitali - situazione che in precedenti periodi dello sviluppo capitalista era limitata ai periodi di crisi - diventa ora una normalità permanente che non può più essere sospesa. Nelle ultime epoche della relazione capitalista, l'inversione per mezzo della concorrenza porta quindi necessariamente ad una spirale di guerre commerciali in continuo peggioramento. Le vittorie provvisorie della Repubblica Federale Tedesca e del Giappone su quel teatro di guerra che è il mercato mondiale si dimostreranno prima o poi delle vittorie di Pirro, e questo  nella stessa misura in cui il mercato mondiale tenderà a frammentarsi per mezzo della "cortina di ferro" politica del protezionismo (che nonostante tutte le asserzioni puramente ideologiche che affermano il contrario si è costantemente diffuso a partire da quegli infausti anni 1970), e quindi a strozzare l'economia di esportazione che è il vero motore dello sviluppo economico del Giappone e della Repubblica Federale Tedesca.
Ma dal momento che le maschere di carattere del capitale (ivi incluso un movimento sindacale che feticizza valore e salario come maschera di carattere del capitale variabile) sono orientate solo alla superficie delle apparenze e possono quindi muoversi solamente dentro le inversioni del processo reale per mezzo della concorrenza sul mercato mondiale, esse possono vedere solamente un'unica soluzione e dare tutte fiato alla stessa trombetta:
Ancora più razionalizzazione! Ancora più scientificazione! Non rimaniamo indietro nella corsa tecnologica!
E hanno ragione - insieme ad ogni piccolo vantaggio ottenuto sul mercato mondiale, scavano la fossa del sistema totale della valorizzazione del valore, la tomba di questo mondo oltre il quale non vogliono né sono neppure in grado di pensare. Negli ultimi decenni del ventesimo secolo, e alla vigilia del ventunesimo, le nazioni, in quanto maschere dell'auto-valorizzazione del valore, ci offrono perciò l'immagine di un folle branco di lupi che si strappano l'un l'altro ogni più piccolo pezzo di valore. Tutti i conflitti politici, e potenzialmente militari, di questa nuova epoca saranno (sempre più) non solo meri epifenomeni del processo di accumulazione capitalista, ma l'espressione immediata della fine storica di tale accumulazione - cioè, l'esaurimento della logica capitalista stessa. La relazione fra economia e politica assume così una nuova qualità.

Crisi e teorie della crisi
Per concludere, vorrei ora affrontare brevemente la questione del perché la teoria marxista non abbia elaborato finora l'aspetto reale della logica capitalista e della sua crisi, aspetto che è quanto meno implicitamente contenuto nell'opera di Marx. In questo contesto, i rudimenti storici della teoria marxista della crisi sono il primo punto di interesse. E' ben noto il fatto che Marx, in conformità con il carattere frammentario della sua colossale opera completa, non ha lasciato una teoria unificata della crisi. Il terzo volume del Capitale e le Teorie del Plusvalore, dove si possono trovare le dichiarazioni fondamentali circa la teoria della crisi, consistono quasi esclusivamente di frammenti che non sono stati elaborati in maniera definitiva. Questo punto di partenza editoriale ha portato storicamente di per sé ad una situazione per cui, nel dibattito marxista, ai singoli aspetti della teoria della crisi tralasciati da Marx che non erano stati completamente sviluppati all'interno di un sistema è stata conferita un'esistenza indipendete gli uni dagli altri.
Lo strato pià antico dell'interpretazione della teoria marxista della crisi nella Seconda Internazionale apppare essere una teoria di sovrapproduzione o di sottoconsumo (Engels, Kautsky, Luxemburg). Per tale teoria di sovrapproduzione, la crisi in quanto tale è in realtà semplicemente una conseguenza della contraddizione
fra lo sviluppo della produttività del lavoro da una parte, e la carenza di potere di acquisto delle masse, limitato alla riproduzione del valore della merce forza lavoro, dall'altra. Ma la debolezza di questa apparentemente ovvia interpretazione è duplice. In primo luogo, essa fa derivare la crisi da un puro fenomeno di circolazione, e non dalla produzione stessa del plusvalore: è l'antenata delle illusioni di intervento politico nel processo capitalista di riproduzione (rafforzare il potere di acqquisto delle masse) che si vedono ancora oggi. Ma in secondo luogo, assume come suo fondamento la riproduzione semplice del capitale totale, e non il fatto storico dell'espansione del capitale in quanto relazione di produzione, mediata attraverso la produzione di plusvalore relativo. Nella riproduzione semplice, l'evidenza della contraddizione fra ristretto consumo di massa e sviluppo della produttività sarebbe venuta immediatamente alla luce; anche questa palese contraddizione, tuttavia, sarebbe stata un fenomeno derivato di superficie che avrebbe dovuto esso stesso essere attribuito alla tendenza fondamentale del valore ad essere sospeso nella produzione immediata. Comunque, l'accesso alla vera logica dello sviluppo del capitale era innanzitutto completamente bloccata dall'esistente espansione e dall'estensione continua della riproduzione del capitale in quanto meccanismo storico di compensanzione, e che quindi continuava a rimanere nascosto ed inaccessibile ai teorici della crisi, le cui teorie della crisi erano ossessionate dalla circolazione. Soltanto Rosa Luxemburg ha provato ad incorporare un momento storico sistematico nella teoria della crisi, e a presentarlo come logica dello sviluppo del capitale con dei limiti assoluti - purtroppo, però, secondo il punto di vista ristretto alla circolazione, in forma direttamente inversa, come presunto supporto della realizzazione capitalistica di plusvalore per mezzo di produttori (o consumatori) non-capitalisti e pre-capitalisti, anziché come un'espansione comprensatrice della massa di plusvalore attraverso l'incorporazione di lavoro produttivo vivente su una scala ancora più grande.
Esisteva quindi nella Seconda Internazionale un'idea diffusa riguardo il (potenzialmente imminente) collasso del capitalismo, ma solamente come una vaga idea che non veniva derivata in maniera concettualmente adeguata, e che non era per niente derivata dalla crepa nel concetto di lavoro produttivo e dalla sospensione del valore stesso - tranne che nella forma invertita di Rosa Luxemburg, l'idea di collasso difficilmente trova una formulazione esplicita in quanto teoria. L'idea diventa perciò facile preda del revisionismo bernsteiniano, che alla fine del secolo può fare apertamente appello allo sviluppo di superficie del più alto livello di espansione del capitale mai apparso. L'insistere sull'ortodossia da parte del kautskismo, dall'altra parte, rimane legnosa, dogmatica, e difensiva, in particolare per quel che concerne la questione del collasso. Mentre Bernstein rimproverava a Marx la sua teoria del collasso, pur ammettendo di non essere in grado di dare alla sua posizione un'espressione concreta nei concetti, richiamando l'attenzione sulla realtà empirica dell'espansione del capitale, che vi si opponeva, Kautsky rispondeva con l'asserzione addomesticata secondo cui una simile teoria del collasso non esisteva. Sia Bernstein che Kautsky, cioè, in ultima analisi vedevano il superamento del capitalismo a partire soltanto dall'azione sociale del proletariato, e non come un fondamentale oggettivo collasso delle circostanze stesse. Le loro posizioni, pertanto, differivano l'una dall'altra solo nelle sfumature. Nella crescente espansione imperialista del capitale, l'idea di collasso appariva come una sorta di fede ingenua, qualcosa di simile al credo dei primi cristiani secondo cui il messia sarebbe ben presto ritornato e ci sarebbe stata la fine del mondo e il giudizio finale - e i pochi sostenitori teorici e politici come Rosa Luxemburg venivano spinti ai margini. Da allora, si potrebbe parlare di soggettivismo riformista, che poi sarebbe stato completato da un soggettivismo rivoluzionario del marxismo occidentale, in una certa qual misura sulla scia della Scuola di Francoforte.
E' facile spiegare perché il bolscevismo russo era incapace di apportare qualsiasi inversione a questo riguardo. Se è vero che Lenin difendeva l'oggettività in quanto tale, filosoficamente e politicamente, contro il soggettivismo riformista e quello insurrezionista dell'ultra-sinistra, nondimeno era lontano da un'oggettiva teoria della crisi e del collasso quanto lo erano i socialdemocratici ed i rivoluzionari occidentali. Nel suo libro sull'imperialismo, la teoria della crisi viene toccata solo brevemente, e questo non è assolutamente una coincidenza. Perché la Russia, dove il capitalismo non si era minimamente sviluppato, faceva certamente parte dei mondi rimossi dalla devastazione della logica dell'accumulazione capitalista, ben lontano dal capitalismo occidentale (un fatto che potrebbe benissimo essere vero ancora oggi). Lenin quindi in tal modo non trovava alcuna base sociale per ricavare concettualmente e per sviluppare la teoria marxista della crisi. Alla fine della seconda guerra mondiale, né ad Est né ad Ovest, come ho suggerito prima, le rivoluzioni o i movimenti rivoluzionari facevano in alcun modo affidamento su una qualche fondamentale crisi economica, ma confidavano nella frantumazione delle situazioni, in prima istanza a partire dalla guerra stessa, dall'esistenza di per sé delle collisioni politiche del capitale, a quel tempo nel suo complesso ancora in una fase di crescita storica.
Per questa ragione, la prima preoccupazione teorica di Lenin poteva essere solamente l'analisi di un particolare livello a quel momento raggiunto - per la precisione, quello del capitale imperialista, altamente concentrato, punteggiato da elementi di capitalismo di Stato, che nelle sue espansioni storiche nel loro insieme non era arrivato in alcun modo a sbattere contro i limiti assoluti materiali - ed il presentare questo livello come la base oggettiva, non di un collasso dell'accumulazione storica in quanto tale e nel suo complesso, ma di una collisione politica del capitale nazionale imperialista e della risultante potenziale conscia azione politica della classe operaia, che in tutto il mondo sarebbe stata in grado di portare il processo di sviluppo capitalista ad un punto morto. Era solo in tal misura che si poteva parlare di imperialismo come "ultimo e supremo stadio del capitalismo". E in questa misura la rivoluzione bolscevica, e quel che in essa era specificamente socialista, si trovava in prima istanza politicamente determinata, sia immediatamente rispetto allo sviluppo capitalista della società russa e sia su una scala più grande rispetto alla situazione mondiale internazionale dello sviluppo della logica capitalista nel suo complesso. Non era possibile sviluppare un'adeguata teoria della crisi su una tale base teorica del leninismo. Questa carenza si vendicò immediatamente del fatto che Lenin aveva percettibilmente torto circa la sua valutazione della maturità della rivoluzione in occidente. Sarebbe del tutto ingiusto condannarlo per questo errore (che era difficilmente evitabile, data la sua situazione di partenza) con il senno di poi; il suo legittimo compito in quanto rivoluzionario era quello di sfruttare tutte le possibilità teoriche per la situazione rivoluzionaria veramente preesistente.
Nel dibattito e nella polemica marxista l'enfasi era posta sulla politica, la cui relativa indipendenza veniva esagerata in misura sempre più grande, con la conseguenza di una reificazione dogmatica della sfera politica e di una completa divergenza concettuale fra economia e politica. La crisi economica globale dell'inizio degli anni 1930 trovava quindi la teoria marxista della crisi in uno stato ancora più debole di quanto lo fosse prima, armata soltanto di armi arrugginite e spuntate. Henryk Grossman, che aveva riaperto il dibattito sulla teoria del collasso di Rosa Luxemburg ed aveva cercato di rifondarla criticamente, rimaneva, come Paul Mattick che si era unito a lui, relativamente solo e senza alcuna reale rappresentanza reale nel principali correnti teoriche. Nella loro critica di Rosa Luxemburg, Grossman e Mattick si ritraevano correttamente dalla circolazione verso la produzione di plusvalore, e determinavano l'essenza della crisi come la sovraccumulazione di capitale, che nella sfera della circolazione può apparire come sovrapproduzione, ma che non è essenzialmente determinata da questo fatto. Questo sviluppo nella teoria della crisi avveniva al costo che esso metteva da parte la teoria invertita di Rosa Luxemburg, la quale rimaneva fissata sulla circolazione, insieme alla sua feconda considerazione circa una logica dello sviluppo del capitale storicamente assolutamente finita. La ragione di questo può essere trovata nel fatto che Grossman e Mattick tornavano al processo di produzione, ma non alla contraddizione fra sviluppo della produttività e oggettività della produzione di valore. In tal misura, rimanevano quindi, come tutti i precedenti teorici della crisi, limitati ed immanenti al valore, e perciò incapaci di identificare la contraddizione nel concetto stesso di lavoro produttivo. Il tentativo di Grossman di aderire alla teoria del collasso rimanendo allo stesso tempo limitato ad un assai dubbio esempio matematico di immanenza del valore, che (come i primi dibattiti sulla crisi) aveva come punto di partenza non la derivazione concettuale del valore e del lavoro produttivo, bensì lo "schema di riproduzione" del secondo volume del Capitale, e che quindi rimaneva fin da subito prigioniero della mediazione a livello di superficie del mercato. Così alla fine Paul Mattick non aderisce più ad una teoria del collasso derivabile concretamente come aveva fatto Grossman.
Diventa perciò chiaro che la teoria marxista della crisi, finora, in realtà non è mai andata oltre un modo di osservazione immanente al valore, e non ha colto gli elementi di un'esplosione logico-storica della relazione di valore inclusa come tale nell'opera di Marx. Sia nelle teorie pertinenti alla realizzazione del plusvalore che in quelle che si riferiscono alla sua produzione, la questione della crisi viene esaminata solo dentro l'orizzonte della relazione quantitativa del valore e della sua analisi; la sproporzione viene esaminata solo all'interno della logica quantitativa del valore, e non in quanto sproporzione qualitativa nella relazione fra materia e valore. In altre parole, non è la relazione del valore a divenire obsoleta attraverso la crisi, ma solamente il meccanismo cieco di regolazione per mezzo del mercato; non è  la relazione di valore che collassa, ma semplicemente il relativo equilibrio del valore di scambio. A questo punto, la comprensione abbreviata della legge del valore emersa all'inizio di questo saggio riappare nel dibattito intorno alla teoria della crisi. Sarebbe sicuramente un errore a questo punto muoverle soltanto un'accusa astorica, e pertanto astratta. Dal momento che questa abbreviazione teorica è solo l'espressione ideale (sulla base del marxismo) di un'epoca in cui la relazione di capitale sta attraversando la crisi, anche in maniera tangibile, solo dentro i limiti della relazione di valore, e quella soglia oltre cui la relazione di valore comincerà a collassare non è stata ancora raggiunta.
Questa soglia verrà raggiunta soltanto oggi con le nuove tecnologie socializzanti, in cui convergono scienza naturale applicata e scienza del lavoro, e in questo modo per la prima volta viene permesso al sistema industriale di emergere dalla sua grezza forma embrionale. In tal senso, lo sfortunato termine di "post-industrialismo" non riconosce affatto il vero sviluppo. Il capitalismo può essere oggi storicamente decifrato come la grossolana, goffa, immatura, e sotto ogni aspetto sporca forma che precede la vera industria immediatamente sociale che soltanto oggi sta crescendo dalla spora del capitalismo che in questo modo esplode irrevocabilmente.
Ad ogni modo, la sinistra socialista e comunista, per quanto riguarda la crisi che sta arrivando e che è in parte già visibile, è ancor meno preparata di quanto lo fosse rispetto alla crisi dell'inizio degli anni 1930. La nuova epoca di accumulazione e prosperità dopo la seconda guerra mondiale ha fiaccato completamente la sua forza logica, così come ha anche lasciato il vecchio movimento operaio praticamente e politicamente mutilato e castrato. Il pensiero di una teoria del collasso suscita sagaci strizzatine d'occhio anche da parte dei cosiddetti radicali, anche se il problema non è mai stato spiegato concettualmente o teoricamente, ma si è meramente limitato a marcire nella palude della superficie empirica della realtà. E questioni come quella delle determinazioni - nell'opera di Marx ed Engels - di una riproduzione sociale che non sia fondata sul valore e che funzioni quindi senza denaro, nella migliore delle ipotesi scatenano nella sinistra una risatina imbarazzata. I teorici marxisti, sia quelli orientati verso il filone occidentale che quelli orientati verso il filone orientale del movimento operaio, hanno da tempo rimosso, dimenticato, e bruciato la critica fondamentale della relazione di valore - il valore in quanto tale viene accettato inconsciamente come una seconda natura. Ogni obiettivo, strategia e prassi socialista si riferiscono non alla sospensione della relazione di valore (e quindi del lavoro salariato) ma puramente e semplicemente alla forma del meccanismo di distribuzione sociale attuata per mezzo della legge del valore. Il risultato è l'opposizione assolutamente insulsa fra piano e mercato, dover il concetto di piano sociale rimane soggetto al feticcio del valore. La sospensione dell'individuo astratto della produzione di merce, che necessariamente manca da questo racconto, dev'essere, come è dimostrato in maniera particolarmente ripugnante dall socialismo poliziesco dell'est attualmente esistente, riportato sul soggetto senza pensarci. Non è per caso, allora, che il dibattito della Nuova Sinistra sull'alienazione porti alla neo-religiosità ed allo spiritualismo. Ma la primavera radicale della Sinistra soggettiva politica del 1968 è anche finita senza nemmeno un gemito. In ogni caso, tutte le teorie e le suggestioni della sinistra in senso lato che si riferiscono alle nuove manifestazioni sociali senza curarsi se si tratti di marxisti ortodossi o di socialisti di sinistra o di verdi-alternativi (Gorz), hanno una cosa in comune, quella che tutte quante si sottraggono alla questione della sospensione oggettiva e soggettiva della relazione di valore. Ma le nuove crisi del capitale, il cui contenuto consiste dello sviluppo della produttività che sospende il valore, non possono essere risolte e neanche semplicemente impedite né per mezzo dell'intervento politico esterno di Stato (keynesismo, capitalismo di Stato) né dall'ingenuo bricolage socio-politico come quello dei modelli dell'economia duale (Gorz, Huber).
Nel dire questo, fondamentalmente, non intendo sminuire in alcun modo il ruolo del soggetto: ogni vera rivoluzione deve procedere per mezzo del soggetto di una classe sociale e delle sue mediazioni politiche, E sarebbe un equivoco particolamente grande far derivare dalla delineazione concreta di una logica oggettiva del collasso del capitale che sta diventando una realtà storica, una qualche sorta di automatismo meccanico della transizione al socialismo. Piuttosto si tratta del caso opposto. L'alternativa marxiana che include la possibilità della transizione alla barbarie è l'unica che oggi sta diventando reale, e pertanto, per la prima volta, anche comprensibile. Poiché un collasso è esattamente nient'altro che un collasso: quali circostanze attuali si sviluppino da questo collasso dipende sempre, e continuerà a dipendere, dalle azioni concrete e dalla volontà degli esseri umani. Ma questo non andrà, e non può andare, oltre le circostanze oggettive che gli stessi esseri umani devono aver compreso nella loro oggettività al fine di essere in grado di diventare consapevolmente efficaci.
Tuttavia, non si è mai verificato alcun cambiamento storico fondamentale che avesse le sue cause nell'attuale maturità della relazione di capitale. Anche per il vecchio movimento operaio, che ha raggiunto il suo culmine storico e che ha avuto la sua possibilità alla fine della prima guerra mondiale, l'oggettività del capitale e quella del suo sviluppo erano la base e la precondizione di atti di volontà politica, seppure in un senso più generale di quello odierno. La logica del capitale non si era ancora esaurita, ma avrebbe potuto essere fermata e superata solo attraverso l'azione sociale portata secondo questa logica per mezzo di una coscienza altamente sviluppata. Certamente, il potenziale per fare questo esisteva, ma il movimento operaio occidentale, che da solo avrebbe potuto essere preso in considerazione per un simile atto, non aveva raggiunto un tale livello di coscienza. Ma per questo motivo la storia non si è fermata. Anche il fatto che la logica non è stata compresa rimane oggettivo e reale, diventa qualcosa che può essere sperimentato, e che alla fine causa sofferenza - fino al momento in cui se ne prende coscienza e diventa oggettività dacché non è più possibile fare altrimenti. Nella misura in cui la logica capitalista è esaurita e in decomposizione, questa pulsione comincia a diventare manifesta.
Significa certamente qualcosa il fatto che l'azione proletaria porti consapevolmente alla fine dell'accumulazione capitalista nel momento in cui questa stessa accumulazione non è ancora completamente esaurita, oppure se, al contrario, coscienza ed azione da parte della classe operaia vengono poste in essere dalla fine storica della possibilità di accumulazione nel momento in cui diventa oggettivamente palese, indipendentemente dalla volontà di coloro che essa colpisce. Nel primo caso, la classe organizzata consapevolmente trae vantaggio dalla sproporzione temporanea e dalle frizioni politiche e militari dell'ordine esistente, al fine di rovesciare tale ordine. Storicamente, queste possibilità sono rimaste inutilizzate, e non c'è nessuna strada che riporti indietro a quella situazione. Nel secondo caso - che è storicamente attuale e per lo più si trova davanti a noi - quest'ordine viene rovesciato come conseguenza delle sue stesse contraddizioni e collassa su sé stesso senza che allo stesso tempo si determini una nuova formazione sociale - né il ruolo del soggetto né la relativa indipendenza della forma politica della contraddizione vengono sospesi a causa di questo. L'"Hic Rhodus, hic salta!", tanto spesso citato, diventa per la sinistra una realtà, ma non nel modo che essa aveva immaginato.

- Robert Kurz - Pubblicato su "Marxistische Kritik" Nr. 1, Marzo 1986- (traduzione di fs)

Fonte: Mediations - Journal of the Marxist Literary Group -

NOTE:

[*1] - Gründerzeit, letteralmente "Epoca della fondazione" (tradotto all'epoca come "promozionismo"). Gründerzeit designa il periodo economico, in Germania ed Austria durante il 19° secolo, che precede immediatamente il grande crollo della Borsa del 1873.

[*2] - Per un più dettagliato approfondimento di questo punto, vedi: Karl Marx, "14° capitolo: Divisione del lavoro e manifattura" (in particola la V sezione: "Il carattere capitalista della manifattura") in "Capitale: Una critica dell'economia politica", Volume I".

[*3] - Michael Mauke, Die Klassentheorie von Marx und Engels (Frankfurt am Main: Europäische Verlagsanstalt, 1970) 156.

[*4] - Jürgen Habermas, "Technology and Science as 'Ideology,'" Toward a Rational Society: Student Protest, Science, and Politics, trans. by Jeremy J. Shapiro (Boston: Beacon Press, 1970) 104.

[*5] - K-Gruppen. era l'etichetta usata dai media nei confronti di un assortimento di organizzazioni, preminentemente maoiste, che hanno esercitato una forte influenza sulla Nuova Sinistra dalla fine degli anni 1960 ai 1970.

[*6] - Marx - Il Capitale - Volume III

[*7] - Marx - Il Capitale - Volume III

[*8] - Marx - Grundrisse -