domenica 26 aprile 2015

Forme transitorie di annichilimento

imperialismo

'One World' ed il nazionalismo terziario
- Perché il mercato mondiale totalizzato non può impedire la barbarie etnica? -
di Robert Kurz

Senza ombra di dubbio, l'attuale quadro del mondo è definito da due fenomeni ugualmente reali che sembrano, tuttavia, escludersi reciprocamente dal punto di vista logico. Se, da una parte, il moderno sistema di mercato ha raggiunto il suo "obiettivo" ed ha prodotto una rete sociale la cui trama abbraccia senza eccezioni la Terra intera, dall'altra parte, questo One World sembra smentire sé stesso, in quanto, proprio nell'istante della sua consolidazione, un'ondata mai vista prima di nazionalismo, separatismo e guerre civili sommerge il globo. Nei salotti tedeschi, nelle baraccopoli africane e persino fra gli indios delle foreste tropicali, identiche radio di fabbricazione giapponese trasmettono monotonamente la medesima musica pop internazionalizzata e le immagini trasmesse via satellite mostrano, per la prima volta, l'unità del mondo umano, realizzata a partire da quella sognata prospettiva "divina", capace di comprendere in sé tutta la sfera terrestre come una totalità immediata. Ma forse, nonostante tutto questo, sulla soglia del XXI secolo, dovremo essere testimoni di un'epoca di "nazionalizzazione delle masse" (George L.Mosse)?
Qualcosa dev'essere andato storto dal momento che i nostri antenati storici sembrano emergere dalle loro tombe. L'era borghese, che ha prodotto la nazione propriamente detta, è stata sempre essenzialmente economicista, e questo enigma forse può essere risolto a partire dal processo di socializzazione di mercato.
Il sistema produttore di merci, che si è sviluppato a partire dal corpo della società feudale e, alla fine, l'ha distrutto, era in germe, fin dall'inizio, un sistema mondiale. Indifferente a qualsiasi contenuto, la logica della valorizzazione del denaro non conosce alcuna lealtà che la possa limitare. Tuttavia, nel suo processo di formazione, l'ordito della ragnatela del mercato mondiale era ancora debole per poter diventare lo spazio funzionale immediato dell'emergente economia mondiale. Così, quella struttura misteriosa che dava forma alla nazione, prodotta a partire da diversi e disparati elementi - come la lingua, la geografia, le tradizioni culturali e giuridiche e le vie di trasporto - fu ciò che per la prima volta allargò il ristretto orizzonte del campanile feudale, fondando, in quanto spazio sociale e storico iniziale dei sistemi di mercato, una forma nuova ed impersonale di lealtà.
La consacrazione della bandiera delle nazioni si contrapponeva, però, alla ragione illuminista del mondo, che nel XVIII secolo aveva già coniato il concetto enfatico di cosmopolitismo, che teneva immediatamente conto del senso segreto della logica di mercato senza frontiere. E' per questo motivo che Kant e Fichte cercavano ancora di derivare la propria forma particolare di nazione dai principi universali della ragione, conciliando così la contraddizione evidente. Lo Stato nazionale, in quanto "Stato della ragione" avrebbe dovuto continuare come "stato di mercato chiuso in sé stesso" (Fichte) e, contemporaneamente, portare alla "pace perpetua" (Kant), ratificando così i principi universali della ragione. Tuttavia, per lungo tempo la logica cieca della concorrenza, inerente al sistema di mercato, aveva permesso solo un progresso della forma universale della merce nel quadro di una lotta sanguinosa delle nazioni emergenti in lotta per il predominio regionale o globale. Questa lotta segnò tutto il XIX secolo e la prima metà del XX. In quell'epoca, il mercato mondiale propriamente detto rimase una sfera secondaria e subordinata alle economie nazionali, coperto da forme militari e politiche di auto-affermazione reciproca delle stesse forme.
Già con le lotte di liberazione contro Napoleone, l'astratta ragione illuminista, che non aveva mai avuto una visione dell'umanità come un tutto, aveva attratto le nuvole nere dell'irrazionalismo sull'auto-legittimazione nazionale. Quanto più le giovani nazioni ed i movimenti nazionali emergenti si proiettavano anacronisticamente nel passato,, e cominciavano a rivendicare per sé tradizioni trasfigurate storicamente , quanto meno erano adatti a concepire sé stessi come fenomeno storico, tanto più diventavano ideologici, quasi al punto di diventare delle costanti antropologiche. La formazione nazionale non era più fondata sui principi universali della ragione, ma, sempre più, su basi "etniciste", razziste e biologiche. Come se questo non bastasse, il darwinismo sociale aveva fornito al principio della concorrenza del sistema produttore di merci una pretesa base naturale. Nascevano così quelle letali ideologie di legittimazione di epoca imperialista, che sarebbero sfociate in maniera catastrofica nelle due guerre mondiali e nell'olocausto fascista. Nella lotta per le zone di influenza e di supremazia mondiale, le economie nazionali che avevano rotto le loro vecchie cuciture cercavano irrazionalmente di innalzarsi ad "economie nazionali di portata mondiale" - grandi aree economiche sotto controllo nazionale - una contraddizione in termini.
L'epoca imperialista veniva lasciata alle spalle soltanto con la Pax Americana del dopoguerra, per quanto paradossale questo possa sembrare allo "antimperialismo" di sinistra. E' vero che gli Stati Uniti avevano a cuore i principi universali della ragione occidentale, da molto tempo ribassati al loro banale nucleo mercatologico del "fare soldi", ma con questo non avevano altre mire se non quelle della propria gloria e del proprio potere, che alla fine della Seconda guerra mondiale risplendeva in maniera seducente a partire da Fort Knox (dov'era ammucchiato, nel 1945, circa l'80% delle riserve auree globali). Tuttavia, l'americanizzazione del mondo non era più un imperialismo vecchio stile, ma soltanto garanzia dell'osservanza delle regole concorrenziali e di mercato del suo paradigmatico sistema di merci, che si era liberato delle scorie europee del XIX secolo.
La ragione kantiana del mondo poteva apparire un po' volgare nella sua incarnazione yankee, ma è solamente in questa forma che essa ha potuto di fatto scendere sulla Terra. A dispetto di tutte le contese della Guerra Fredda, sotto il tetto dell'americanizzazione globale, è stato possibile un boom fordista senza uguali ed una serie di miracoli economici. Priva di ostacoli, e non più sotto il giogo del "primato della politica" che aveva caratterizzato il vecchi imperialismo, la concorrenza mondiale mise in moto forze produttive fino ad allora inconcepibili, sotto la forma della microelettronica, dei computer e dell'automazione. Su questa base tecno-scientifica nacquero mercati totalmente nuovi - subito globalizzati - che fecero gradualmente impallidire perfino l'involucro politico della Pax Americana. I processi di produzione divennero talmente sezionabili che in molti settori divenne possibile, per la prima volta, l'internazionalizzazione della stessa produzione di beni. Allo stesso tempo, i costi di comunicazione e di trasporto vennero abbassati a tal punto che finirono per coinvolgere anche le medie e le piccole imprese nell'internazionalizzazione. Con le grandi corporazioni multinazionali degli anni 70, il mercato mondiale si convertì in spazio funzionale immediato dei soggetti economici. Il sistema totale di produzione delle merci cominciò così a dissolvere le economie nazionali ormai invecchiate.
Questo processo di internazionalizzazione dell'economia di mercato fece sì che anche la critica tradizionale al capitalismo apparisse invecchiata. Il defunto "internazionalismo proletario" non era di fatto meno astratto della ragione borghese del mondo illuminista. Era, piuttosto, il suo legittimo discendente. Il movimento operaio marxista aveva seguito, in realtà, la stessa strada nazionaliste di quella società borghese che supponeva di combattere.
La socialdemocrazia occidentale è stata la prima a rivelare il suo carattere nazionale nel fuoco dello sviluppo alla fine del secolo, ed è questo carattere che oggi le conferisce, particolarmente in Germania, quell'inimitabile aria di rispettabilità guglielmina da museo. Successivamente, la modernizzazione tardiva dell'Est ha creato il "patriottismo sovietico" stalinista, che rimane bloccato dietro la cortina di ferro. Infine, il movimento anticolonialista nell'emisfero Sud ha prodotto quel nazionalismo liberatore che, per qualche tempo, invece di riflettere sul suo proprio stadio di socializzazione, ha nascosto sotto un manto romantico la gioventù ribelle d'Occidente.
In contrasto con queste figure decadenti della modernizzazione, che sono chiaramente rimaste legate al paradigma nazionalista del XIX secolo, oggi, il trionfo dell'internazionalizzazione e della globalizzazione capitalistica dell'economia di mercato pare essere completo. Tuttavia, questo trionfo lascia in bocca un gusto amaro. Gli Stati autarchici, limitati alla sfera nazionale, ed il nazionalismo liberatore dei paesi dell'Est e del Sud non è stato semplicemente il risultato delle ideologie diventate reazionarie, ma piuttosto il frutto della stessa pressione concorrenziale del mercato mondiale. Se, nel XIX secolo, il processo primario della nazionalizzazione occidentale doveva essere diretto principalmente contro le strutture feudali, la nazionalizzazione secondaria del XX secolo, tanto ad Est quanto a Sud, era il prodotto di un mondo modernizzato, costituito dagli Stati nazionali, e si dirigeva contro la supremazia delle nazioni occidentali.
Fino alla metà del secolo, o perfino anche dopo, questa lotta poteva ancora essere condotta nella stessa forma politica e militare nella quale erano stati combattuti i conflitti interni, per la supremazia, in Occidente. Il patriottismo sovietico dell'Est ed i movimenti di liberazione dei paesi dell'emisfero Sud si sovrapponevano alla concorrenza interna dell'Occidente, producendo nuove linee di conflitto globale che, ancora una volta, prolungavano artificialmente la vita utile di quel "primato della politica" che era già stato svuotato dalla globalizzazione economica dei mercati. Gli Stati pianificati, autarchici e sovvenzionati dalle economie nazionali secondarie (e ritardatarie), non si rendevano conto di lottare, sempre più, con armi del passato contro il nemico invisibile dell'internazionalizzazione economica del mercato.
Per quanto terribili e dittatoriali siano stati i regimi del Secondo e del Terzo Mondo, certamente hanno mantenuto quella che poteva essere chiamata dignità di auto-affermazione di fronte alla pressione occidentale per l'apertura del mercato - e questo non solo in nome degli interessi delle loro élite ciniche ed autoritarie. Era quindi prevedibile che questi paesi fossero forzatamente massacrati sul campo di battaglia della concorrenza globale aperta, quale che fosse l'ideologia leggittimatrice che li guidava. La globalizzazione microelettronica, in meno di un decennio, è riuscita a venire a capo di quello che le operazioni di polizia nordamericane non sono riusciti a fare in più di 30 anni di interventi militari; la cortina di ferro è caduta sotto la pressione dei deficit non più sostenibili sulla bilancia commerciale e nei flussi di capitale delle economie ritardatarie. Queste sono state aperte alla libera concorrenza, proprio perché per mezzo di questa fallissero. In quanto, senza poter arrivare ai livelli necessari di redditività, tali economie cadono fuori dalle relazioni globalizzate del mercato.
Il vecchio sogno dell'umanità può essere realizzato soltanto in maniera negativa e catastrofica. Il motivo di questo può essere trovato nella maniera rigidamente unilaterale con cui è stato formato l'One World. Il concetto illuminista di cosmopolitismo, nella sua natura cangiante, nascondeva il fatto che il cittadino dei sistemi di mercato è essenzialmente una figura schizofrenica, nella misura in cui si presenta sempre con una doppia funzione: da un lato, come homo oeconomicus e, dall'altro, come homo politicus. Il soggetto di mercato può sopravvivere solamente se possiede un alter-ego come soggetto-cittadino. Lo Stato moderno deve, non solo riunire i soggetti economici forgiati dalla forma merce e garantire loro uno statuto di persona giuridica, ma ha bisogno anche di impegnarli attivamente, e per il più tempo possibile, nel processo di mercato, oltre a regolare e distribuire il flusso monetario. In linea di principio, questo è coerente con il monetarismo di un Milton Friedman; Keynes, com'è noto, desiderava anche reprimere il commercio mondiale, in quanto riteneva che la sua teoria fosse attuabile soltanto nella cornice degli Stati nazionali.
Uno Stato mondiale, di fatto non può esistere. Ogni Stato è, secondo la sua propria natura, una forma particolare che deve rimanere delimitata da frontiere esterne. Oggi questo è vero più che mai, in quanto gli Stati cercano di esportare i costi operativi del sistema produttore di merci, sia dal punto di vista sociale che ecologico, attraverso le demarcazioni reciproche delle loro frontiere. E' per questo che lo stesso mondo occidentale degli Stati nazionali non si è disciolto in un'unità globale. Oggi più che mai, i grandi blocchi economici (CCE. EUA, Giappone) stabiliscono barriere reciproche sia fra di loro che nei confronti dei paesi storicamente ritardatari dell'Est e del Sud, mediante strutture di sovvenzione  attraverso conflitti commerciali permanenti. Inoltre, esistono reti sociali, infrastrutture costituite e tariffe di importazione solo nella sfera degli stati nazionali, ossia, in un mondo costituito da Stati, si può parlare di politiche distributive solo a determinati fini, come il servizio sanitario, la giustizia, la ricerca, l'istruzione, ecc..
Pertanto, ciò che costituisce l'One World, o ciò che propriamente è stato internazionalizzato e globalizzato, attiene unicamente ed esclusivamente alle forme economiche della circolazione del denaro e del mercato. Nella misura in cui, tuttavia, il livello di civiltà della modernità viene associato allo Stato, un tale modello è rimasto limitato agli Stati nazionali. o meglio, ai blocchi economici. Soltanto il "borghese" (il soggetto economico, o di mercato, puro) è diventato cittadino del mondo, mentre il "cittadino" (il soggetto statale o giuridico), che è limitato alla sfera nazionale degli Stati e della loro natura, non può globalizzarsi. La modernità deve essere, quindi, una prova del fuoco: la forma merce, essenzialmente illimitata, e lo Stato nazionale, essenzialmente particolare, non possono più vivere in armonia. La divisione globalizzata del lavoro e l'intercomunicazione del sistema di mercato vanno oltre le infrastrutture di base e le politiche distributive, limitate sul piano statale; il sistema finanziario ed il credito globalizzato - come i mercati degli eurodollari - sono al di là dei meccanismi di controllo delle banche centrali nazionali.
Tuttavia, il fatto per cui i costi operativi del sistema, tanto sociali quanto ecologici, possono essere distribuiti ed esternalizzati solo attraverso l'istanza particolarizzata dello Stato, fa sì che, in questo modo, il processo di mercato e monetario globalizzato produca catastrofi nazionali per i suoi sconfitti. Se nella dinamica interna di un'economia nazionale possono essere create strutture di compensazione, attraverso regolamentazioni statali - per quanto limitate ed insoddisfacenti siano - la sfera mondiale manca del tutto di un'istanza che svolga questo ruolo. Se esistono "problemi sociali" a livello nazionale, è possibile ricorrere ad organismi statali, con un grado maggiore o minore di sviluppo, ma nel processo di mercato globalizzato, uno Stato nazionale nel suo complesso diventa un "problema sociale", e perde così il terreno sotto i piedi. I mercati finanziari internazionali forniscono con sollecitudine accesso al capitale soltanto nelle condizioni di mercato, ossia, non funzionano, per loro essenza, come istanze sociali distributive a livello mondiale, ma semmai in funzione dell'importo degli interessi che devono ricevere. E' stato in questo modo che si è prodotta la crisi internazionale del debito, che cresce in maniera accelerata e si diffonde ogni giorno che passa. Gli Stati nazionali ed i blocchi economici, da parte loro, possono anch'essi fornire aiuti tecnici e monetari solo a partire dai propri interessi. Non esiste un'istanza giuridica mondiale; il tribunale internazionale di giustizia è soltanto una farsa, oltre ad essere disprezzato in maniera "sovrana" proprio dalla "superdemocrazia" nordamericana.
Perciò, il processo di globalizzazione dei mercati e del capitale semplicemente non disfa le vecchie economie nazionali, formando una maggiore unità, ma, al contrario, le soffoca in maniera sempre crescente. Se un'economia nazionale finisce sotto le ruote del mercato mondiale totalizzato, viene distrutta anche, a sua volta, la sua capacità interna di regolamentazione e distribuzione. Infatti, oggi, la quasi totalità degli Stati - inclusi i pretesi "vincitori" - è stata raggiunta dalla crisi generata dalla crepa che si è aperta fra i mercati globalizzati e la regolamentazione statale. La differenza attiene solamente al grado con cui si esternalizza.
Nelle economie in chiara disgregazione dell'emisfero Sud e dell'Est Europa, gli Stati nazionali hanno perso a tal punto la loro capacità di regolamentazione e di distribuzione, che la loro autorità statale soccombe insieme alla loro capacità di integrazione al mercato. Però, dalle rovine lasciate dal mercato mondiale, spunta il fungo velenoso di un nazionalismo terziario, che non ha più parentela alcuna con il nazionalismo europeo primario, del XIX secolo, né col nazionalismo liberatore secondario del XX secolo. Si tratta assai più di una "ondata di agitazione etnica (o parzialmente etnica)" (Eric J. Hobsbawn) che parla più del crollo delle economie nazionali, che del loro sorgere. In questo senso, non si tratta affatto di un nazionalismo in senso stretto. In quanto gli Stati nazionali del XIX e del XX secolo, nonostante tutte le ideologie leggittimatrici "etniciste e razziste", non erano in nessun modo basati sulla lealtà etnica. Al contrario, essa veniva lasciata alle spalle. Anche nel remoto e paradigmatico processo di nazionalizzazione europeo, le più diverse componenti etniche confluirono nella formazione nazionale. Fuori dall'Europa, in un modo o nell'altro, la maggior parte delle nazioni erano formazioni sintetiche, composte dalle più diverse tradizioni, e costituivano frequentemente delle nazioni multietniche.
Il nazionalismo  terziario è, quindi, uno pseudo-nazionalismo etnico che nuota controcorrente rispetto ai suoi predecessori: è un prodotto della disperazione che affligge le popolazioni delle economie in disgregazione del mercato mondiale totalizzato. La globalizzazione economicista dell'One World ed il nazionalismo terziario mantengono fra loro una relazione di implicazione reciproca. Laddove si rompono le strutture di regolamentazione statale e non può più essere distribuito niente, si rompe anche la struttura di lealtà. La Slovenia e la Croazia pensano di poter tornare ad essere competitive più facilmente, o persino ad essere accettate dalla Comunità Europea, liberandosi dalle regioni povere della Serbia e della Macedonia. Speranze ugualmente filantropiche sono nutrite dalle repubbliche baltiche, che desiderano slegarsi dal centro di distribuzione sovietica, e dagli azeri, che preferiscono competere per conto proprio sul mercato mondiale, vendendo il loro petrolio all'Occidente a prezzo speciale, invece che, per esempio, fornire riscaldamento agli uzbeki. E' chiaro che, inversamente, il separarsi a fronte delle strutture distributive assomiglia alla discordia nelle regioni della povertà relativa o assoluta, che, a loro volta, abbandonano del tutto la vecchia lealtà e si convertono in potenziali aree di violenza.
Pertanto, la guerra civile si trova già pre-programmata e, nella turbata situazione attuale, bisogna mettere mano ad un qualche costrutto capace di fondare un carattere comunitario di delimitazione ed esclusione. In assenza di altri parametri di riferimento, in molte regioni sono state mobilitate, così, accanto al fondamentalismo religioso del mondo islamico, lealtà etniche che si riteneva fossero superate da molto tempo, come reazione aggressiva alla disintegrazione del livello di civiltà. Si scava di nuovo nell'insieme di ingiustizie e conflitti, reali o immaginari, risalenti a Mosè. L'Occidente non riesce ad affrontare questo irrazionalismo ignorante. Non solo perché esso è nato proprio dallo scatenamento del sistema globale di mercato, ma anche perché lo stesso Occidente non se n'è mai liberato.
Anche in Italia, la "lega Lombarda" vuole liberarsi del Sud impoverito e sottosviluppato. Il mezzogiorno minaccia di uscire dalle frontiere italiane e diventare un concetto paradigmatico per le nuove zone di povertà in tutti i paesi dell'Occidente stesso. In Germania, brucia il conflitto fra "Ossis" e "Wessis" (N.d.T.: rispettivamente, gli ex-abitanti della Repubblica Democratica Tedesca e gli abitanti della Repubblica Federale Tedesca); negli Stati Uniti, è visibile una nuova linea di forze che oltrepassa il vecchio conflitto razziale fra neri e bianchi, contrapponendo ora anglosassoni e latini, mentre in Canada cresce il separatismo francofono. Non manca molto a ché anche gli svizzeri, uno contro l'altro, si dichiarino, rispettivamente, tedeschi, italiani, zingari o extraterrestri. In ogni parte del globo, il nuovo nazionalismo terziario mobilita opposizioni etniche o nazionali che, riferite a diversi gradi alle epoche delle nazionalizzazioni passate, ora si stagliano nell'One World del mercato totale. E, dovunque, la forza motrice è la ridotta, o esaurita, capacità distributiva dello Stato.
In realtà, la nazionalizzazione etnica terziaria è solo un fenomeno di decadenza sprovvisto di qualsiasi prospettiva storica. In opposizione flagrante ai vecchi movimenti nazionalisti, non possiede alcuna struttura economica che possa sostenerla e portarla avanti. E neanche gli sfortunati processi di liberazione nazionale secondaria ancora esistenti possono essere risolti in maniera conseguente. I palestinesi, per esempio, non hanno la minima possibilità di formare un'economia nazionale autonoma e competitiva. Uno Stato palestinese non potrebbe essere altro che uno Stato da operetta, alimentato da risorse esterne. Lo stesso vale anche, nonostante la forte legittimazione post-Olocausto, per lo Stato nazionale Israeliano, che ancora non è capace di produrre nemmeno la metà del suo PIL. Se neppure gli sloveni posseggono la quantità necessaria di valuta per poter coprire la loro prevista moneta propria - il "tallero" - allora figuriamoci i croati, i lituani, gli armeni e i curdi, e ancora meno i sardi o i baschi, per non parlare nemmeno dei ceceni e dei gaugazi. Le lealtà etniche della disperazione sono nel loro insieme insostenibili. Non sono capaci nemmeno di sostituire il vecchio Stato nazionale a brandelli, né di produrre nuove strutture sociali riproduttive. Queste lealtà si costituiscono soltanto in mezzo e per mezzo di guerre civili aperte o latenti, e sussistono solo finché queste non si esauriscono. In tal senso, il nazionalismo terziario è solo una forma transitoria di annichilimento.
Non ha senso cercare di fermare la barbarie etnica e pseudoreligiosa, provocata dal carattere economicista dell'One World, modellato dalla forma merce, attraverso la "gestione del debito" e attraverso azioni poliziesche di dubbia legittimità  - come si è fatto finora - guardando solo agli interessi strategici occidentali. Se l'ONU dev'essere legittimata come istanza mondiale, allora gli stessi Stati occidentali e i blocchi economici devono essere i primi a conferirle "sovranità". Inoltre, le azioni poliziesche dei baschi azzurri dovrebbero essere dirette in primo luogo contro l'oscura classe dei latifondisti in America Latina, in Asia e in Arabia, al fine di eliminare, quanto meno, la miseria primaria per mezzo dell'esproprio di quelle terre e per mezzo di riforme agrarie richieste da molto tempo. Un'ONU così legittimata dovrebbe allora passare ad organizzare trasferimenti internazionali di risorse che non dovrebbero essere sottomessi ai principi della concorrenza e della redditività della logica di mercato. Se la generalizzazione del grado occidentale di industrializzazione e del modello di produttività potrebbe significare l'immediato collasso della Terra, e se, invece, i paesi che non riescono a raggiungere quel modello restano privi di qualsiasi riproduzione vitale, allora lo "scambio di equivalenti" del sistema produttore di merci conduce, esso stesso, ad una situazione assurda. L'ONU, in quanto istanza mondiale effettiva, dovrebbe garantire il mantenimento di una produzione di generi di prima necessità in tutti i paesi e dovrebbe attivarsi affinché nelle relazioni internazionali ogni paese fornisca solo quello che può fornire a basso costo, senza prendere in considerazione il quadro fissato dal sistema di mercato. Avremmo, così, come conseguenza, uno "Stato mondiale", il quale, secondo la logica di mercato globale, per poter essere realizzato, avrebbe bisogno di una seconda Terra e di una seconda umanità, al fine di delimitare ed esternalizzare i suoi costi di produzione. La Comunità Europea, in quanto burocrazia sovra-statale, non fa altro che dare continuità allo stesso processo distruttivo, questa volta a livello continentale, in nome dei medesimi comandamenti di redditività. Sarebbe necessario, soprattutto, una rottura sociale a livello mondiale della logica mercantile stessa.
Questa proposta forse è meno utopica di quanto possa apparire a prima vista. se gli Stati che competono sul mercato mondiale ed i blocchi economici non vogliono legittimare l'ONU in maniera effettiva, allora prima o poi la sua pretesa "sovranità"le verrà sottratta in modo molto più doloroso dai mercati finanziari autonomizzati. Le catastrofi ecologiche che attraversano le frontiere esigono, ormai, non solo misure "non redditizie" ma anche sovranazionali. Secondo il parere unanime degli specialisti, in un futuro prossimo, ad esempio, mancherà ai combattenti fondamentalisti di entrambi i campi del conflitto arabo-israeliano, qualcosa di assai fondamentale: l'acqua. E se, nonostante la loro insolvenza, i bulgari non avessero avuto garantita la loro fornitura di energia nel prossimo inverno, essi avrebbero messo di nuovo in funzione lo loro difettose centrali nucleari che, giorno più giorno meno. si sarebbero volatilizzate per i cieli di tutta Europa.
In qualche modo, l'ONU, in quanto istanza mondiale effettiva (cosa che oggi non è e non può essere, se consideriamo la continua ed ostinata finzione di una "sovranità" mantenuta nell'ambito degli Stati nazionali) presupporrebbe una mutazione fondamentale nelle relazioni sociali di lealtà. Sarebbe anche necessaria che tale mutazione venisse "dal basso" e si situasse nel campo di azione degli individuo. Un movimento sociale che lottasse per un'ONU modificata, a favore della rinuncia alla sovranità da parte degli Stati che competono sul mercato mondiale, romperebbe anche con la falsa alternativa fra lealtà nazionale ed agitazione etnica all'interno della società. Esiste già, in ambito regionale, un gran numero di alternative, di movimenti di resistenza e di disobbedienza civile contro i deludenti tentavi di regolamentazione e contro i progetti faraonici di mercato mondiale costituito come Stato. Le proteste contro la paralisi ed il deterioramento di regioni intere, contro la devastazione sociale e la sterilizzazione culturale, contro le spese militari abusive, i grandi aeroporti, le centrali nucleari e le mostruose centrali di smaltimento nucleare, contro il traffico intensivo e la distruzione del paesaggio, costituiscono un poderoso arsenale sociale. E anche nelle economie in disgregazione si può avvertire una considerevole resistenza, non solo allo stato di assedio dell'amministrazione statale, ma anche nei confronti dell'etno-nazionalismo bellicista.
Tuttavia, affinché queste iniziative regionali possono effettivamente mobilitare il loro potenziale trasformatore, bisogna che superino l'ottusità espressa dal principio di San Floriano ("Salva la mia casa, incendia quell'altra"), prendendo coscienza della sua propria dimensione sociale a livello mondiale. Solo un regionalismo aperto verso il mondo, emancipatore, multiculturale e socio-ecologico (e oggi quasi tutte le regioni del mondo sono strutturate in maniera multietnica e multiculturale) potrebbe fondare una nuova reciprocità fra lealtà globali e regionali, capace di assumere una posizione di sfiducia nei confronti delle istituzioni europee tradizionali. La crisi globale del sistema di scambio delle merci non può più essere risolta attraverso la tradizionale trasformazione democratica degli interessi di mercato nelle forme limitate del mondo degli Stati parlamentari occidentali.

- Robert Kurz - (Testo pubblicato inizialmente sul Frankfurter Rundschau", il 4 gennaio del 1992, col titolo di "One World und jüngster Nationalismus".

fonte: EXIT!

sabato 25 aprile 2015

selvaggi occidentali

colonialismo

Abolizione e conservazione dell'uomo bianco
- Una retrospettiva sul colonialismo e l'anti-colonialismo alla soglia del XXI secolo -
di Robert Kurz

1.
Quando tutti concordano all'unanimità circa il carattere discutibile di un fenomeno sociale, quando questo diventa perfino oggetto anche della critica ufficiale, allora vuol dire che generalmente ha smesso di essere una presenza effettiva ed è diventato un oggetto della storia. Quale politico, oggi, può ancora essere chiamato "colonialista"? Quale paese può ancora acquisire delle colonie? Il mercato mondiale ha superato un simile problema già da vari decenni, sebbene vi siano ancora delle piccole controversie in proposito, nella retroguardia. Pertanto, sarebbe inutile continuare a dare calci ad un cane morto, anche se, da vivo, è stato incredibilmente brutto ed intollerabile. Nonostante ciò, tuttavia, siamo ancora ben lontani dall'aver finito di fare i conti con la storia passata, che continua ad influenzare noi ed il nostro futuro. Forse perfino oggi è possibile solo cominciare a comprenderla, dando uno sguardo retrospettivo su un'epoca che non può più essere cambiata e che rimarrà per sempre al di fuori del nostro campo di azione.
L'umanità europea, a tutt'oggi, non ha prodotto alcuna critica definitiva riguardo all'avvenimento cui diamo il nome di "scoperta dell'America". Le missioni gesuite avevano già legittimato in anticipo il mondo europeo in quanto l'unico vero mondo. Una tale elevata autostima, con l'essere secolarizzata, ha guadagnato una vigorosa continuità con le idee dell'illuminismo, fino ad oggi determinanti sia per l'ideologia borghese ufficiale che per la teoria critica della sua intellighenzia. Durante la sua alba, la modernità occidentale doveva esporre la sua verità ultima, finalmente scoperta, dello spirito e della società. Il pensiero borghese, con il suo razionalismo astratto, e la civiltà dei liberi ed uguali proprietari di merci, andarono ad incarnare l'idea stessa di ragione e di civiltà. In contrapposizione a questo, sia i popoli naturali del Pacifico e delle foreste tropicali che le culture avanzate dell'Asia, dell'Africa e delle Americhe potevano essere sempre squalificati in quanto "barbari", seguendo la vecchia e consumata tradizione europea.
Questo punto di vista acquistò un nuovo rinforzo teorico a partire dalla fine del XVIII secolo, con il sorgere delle teorie evoluzioniste. Così come Hegel aveva ridotto tutto il mondo antico e medievale ad un mero stadio preliminare, per l'esattezza della monarchia illuminata prussiana - che aveva definito, senza batter ciglio, come l'ultimo stadio evolutivo della cultura umana - anche le culture che si trovavano fuori dall'universo europeo, vennero definite dalle nascenti teorie storico-genetiche - all'interno di una sorta di scala delle civiltà - come gradi distinti e preliminari di uno stadio evolutivo pre-europeo. Augusto Comte, il fondatore della sociologia e del positivismo, formulò, a metà del XIX secolo, una teoria evolutivo-filosofica degli Stati, che si estendeva da in fittizio stato di natura fino ad un livello non ancora raggiunto, che aveva chiamato "Stato positivo", in cui la scienza finalmente avrebbe dovuto trionfare. Comte non aveva dubbi che questa scala, allo stesso tempo, mostrasse anche un giudizio di valore, nella misura in cui designava espressamente la "razza bianca" e le "nazioni europee" come "prescelte" e come "avanguardia dell'umanità".
E' quindi il progresso, quel concetto creato allora e che oggi si trova in disgrazia, ciò che porta al dominio dell'uomo bianco, il quale, con la sua razionalità, non solo incorona la storia umana, ma si suppone anche che porti a termine l'edificazione dello "Stato positivo". Senz'ombra di dubbio, una simile interpretazione della storia facilita di molto l'equiparazione dei popoli e delle culture sconosciute alle cose ed agli oggetti naturali, passibili in quanto tali di essere "scoperti", ad esempio le specie animali o vegetali. Ora, se i popoli che si incontravano fuori dall'Europa erano dei meri rappresentanti degli stadi evolutivi inferiori, che ormai l'uomo bianco si era lasciato alle spalle, allora di fatto essi non erano esseri umani nell'esatto senso del termine, e potevano essere trattati, nel migliore dei casi, come una particolare specie "infantile", e come bestie, nel peggiore dei casi. Con la medesima indifferenza che viene dispensata oggi, in generale, nei confronti dei bovini e dei suini - cosa che a volte suscita l'indignazione delle generazioni future - nel corso di tutta la storia coloniale, i cosiddetti "nativi" sono stati definiti per principio come esseri distinti dagli umani, come animali utili, come strumento, o perfino come prede.
Questa rivoltante crudeltà, però, non deve essere solo semplicemente condannata da un punto di vista morale e superficiale, ma, soprattutto, va compresa nella sua storicità. Essa indica, innanzitutto, che lo stesso uomo bianco si trova ancora ad uno stadio grezzo di sviluppo, a dispetto del suo immaginarsi al top del genere umano. E' noto che il colonialismo fa parte di quello che Marx chiama "forza propulsiva del capitale". L'oro che è stato rapinato nel XVI e nel XVII secolo, in quantità massicce, soprattutto alle culture indigene dell'America centrale, prontamente distrutte, ha contribuito enormemente a stimolare la circolazione monetaria in Europa e, conseguentemente, all'espansione della sua produzione di merci. A poco a poco, le colonie fecero aumentare il commercio mondiale e, nei trattati con i nuclei della colonizzazione d'oltremare, nacquero i primi embrioni di un mercato mondiale. Nuove droghe e condimenti cominciarono ad essere consumati in massa, come nel caso proverbiale del tè inglese, che ovviamente proveniva dall'India, e come nel caso del pepe, che cominciò ad essere disponibile in grande quantità, mentre nel Medioevo veniva venduto a peso d'oro ed era riservato solo alla crema della società. Se le materie prime, importate a prezzi modici, stimolarono il modo di produzione industriale, il traffico degli schiavi nelle grandi proprietà industriali coloniali diede impulso al capitalismo agrario.
Così, dall'inizio del XVI secolo fino al fine del XIX secolo, il colonialismo ha contribuito ad innescare il modo di produzione capitalista. Vennero liberate le Furie dell'interesse monetario astratto e, per la prima volta, la moltiplicazione del denaro in funzione di sé stesso divenne principio universale della produzione e della vita sociale. Non c'è da meravigliarsi che gli europei, all'inizio ancora appartati ed immersi nell'universo medievale, in virtù delle loro conquiste coloniali, trincerati nelle strutture feudali, si siano comportati nel nuovo mondo in una maniera che corrispondeva al loro stesso sradicamento e alla loro incertezza. L'orizzonte diventava troppo vasto per la visione feudale del mondo, ma la nuova libertà, che cominciava ad essere promessa dal pensiero illuminista, aveva come base sociale reale la pressione lavorativa del denaro ed il calcolo astratto della redditività. Sballottato da una tale cieca coercizione, per molto tempo l'uomo bianco ha guidato il suo impero mondiale con la crudeltà inerente alle relazioni coercitive incoscienti.
Ora, se il capitalismo è venuto al mondo nella storia coloniale, per usare un espressione di Marx, "sporco ed insanguinato", ed ha legittimato con l'illuminismo la sua propria superiorità civilizzatrice, è chiaro che le contraddizioni generate da un tale processo non potevano passare inosservate. Una delle prime testimonianze dell'insensata crudeltà della colonizzazione, è il famoso manifesto del Vescovo Bartolomé de Las Casas, pubblicato per la prima volta nel 1552, che porta l'arido titolo di "Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie Occidentali". Descrive il massacro compiuto dai conquistadores e documenta una quantità soffocante di atrocità, estorsioni, furti e omicidi. Si vede in questo racconto che, nella ricerca dell'oro, gli indigeni vennero torturati e bruciati vivi, vennero tagliate mani, strappati occhi e recisi nasi, mentre ai bambini veniva schiacciato il cranio.
Si stima che solo nel corso della colonizzazione spagnola siano stati massacrati e mutilati in questo modo più di 20 milioni di persone: Di certo, il saccheggio ed il massacro, in quanto origine più crudele della capitalizzazione, erano in evidente contraddizione non solo con le idee astratte della religione cristiana e dell'illuminismo, ma anche con lo stesso calcolo di redditività del capitale. Le sanguinarie campagne di sterminio e la brutale schiavizzazione, a lungo termine riducevano la forza produttiva del materiale umano e, quindi, dovevano essere superate in nome della pretesa continuità dello sfruttamento europeo. Lo stesso Las Casas non si oppone in alcun modo alla colonizzazione in sé, essendo un suddito fedele della corona spagnola e leale dignitario della Chiesa Cattolica. Anche i critici posteriori, che censuravano la colonizzazione, evocando il progresso e i diritti umani, partivano dall'allora indiscusso presupposto che le nazioni europee erano state destinate a civilizzare il mondo.
Anche Marx ed Engels parlavano, non senza qualche imbarazzo, di "popoli semi-civilizzati", dal momenti che il nascente movimento operaio socialdemocratico europeo non avrebbe guadagnato alcun consenso dalla condanna del colonialismo. Nei congressi socialisti internazionali anteriori alla seconda guerra mondiale, venivano recepiti, senza alcuna stranezza, proposte come quella formulata nel 1907 dal socialdemocratico tedesco David, che vedeva in una politica coloniale riformata e purificata una "componente indispensabile delle aspirazioni culturali universali della socialdemocrazia". Per iniziativa della delegazione britannica, una risoluzione ufficiale del 1904 arrivava al punto di rivendicare espressamente "il diritto degli abitanti dei paesi civilizzati a stabilirsi nei paesi in cui la popolazione si trova ad stadio meno avanzato di sviluppo".

2.
La critica isolata delle atrocità coloniali, che prende come punto di partenza proprio la visione europea dell'essere umano, mentre si attiene allo stesso tempo all'ideologia di una civiltà europa superiore, ha dato origine ad un curioso fenomeno che un critico dalla lingua tagliente ha definito "singhiozzare ipocrita dell'uomo bianco". Quando i colonizzatori europei andavano a devastare una civiltà, le sue rovine venivano messe sotto protezione, come monumenti, e si piangevano le sue bellezze perdute. Già nel XVIII secolo, in questo modo, sorgeva sotto l'influenza della glorificazione operata da Rousseau, il mito del "buon selvaggio". Ai popoli naturali e alle culture avanzate al di fuori del perimetro europeo venivano conferite attitudini e fatti morali, da cui l'uomo bianco poteva trarre la sua parte.
Con una notevole inversione dell'ideologia di superiorità europea, i soggiogati e martirizzati, che prima erano stati abbassati ad esseri infantili o animaleschi, ora appaiono improvvisamente come esseri umani migliori, proprio per essersi così gentilmente sviluppati meno. E quanto più distante diventa l'epoca coloniale, quanto più silenziose si fanno le innumerevoli vittime del passato, tanto più si diffonde nella coscienza europea il romanticismo alla Karl May. Oggigiorno, si arriva a dire che l'insieme di saggezze dei popoli indigeni sterminati potrebbe impedire il collasso ecologico del nostro mondo monetarizzato e mettere fine alla macchina di utilizzo astratto degli esseri umani e della natura, mossa dagli astratti calcoli della redditività. Oppure, anche, che il misticismo delle culture orientali distrutte da molto tempo, potrebbe suscitare nuove pulsioni, dare incoraggiamento e sostegno spirituale all'uomo bianco dormiente. Questo prostrarsi davanti agli oggetti della propria furia distruttrice non è mai stato motivato da una effettiva autocritica dell'Occidente. Al contrario, tali sfere sconosciute della vita, per molto tempo saccheggiate dall'uomo bianco, sono ora oggetto di una secondo, e francamente necrofilo, sfruttamento, nella categoria dei mondi ideali, passibili, in realtà, di un sistematico inserimento nel mercato.
Tuttavia, la rappresentazione dei popoli pre-coloniali, fatta dall'Europa, come abitanti di terre idilliache e bucoliche, e portatori di una saggezza umana primordiale, comune a tutti gli uomini, non solo mente, con voce ingannevole, al fine di convertire il malessere nei confronti del potenziale distruttivo della propria civiltà in qualcosa di facoltativo ed affermativo, che, in quanto tale, potrebbe essere comparabile alle note filosofie popolari che parlano della pretesa innocenza dell'infanzia perduta, o dei giorni migliori dell'epoca dorata. Essa mente, soprattutto, al fine di fare di queste culture un prodotto kitsch e ameno, ricoperto di zucchero a velo, rendendo così tali culture grottescamente inoffensive. In realtà, la grande maggioranza di queste società aveva tratti distruttivi. Le ideologie della legittimazione del colonizzatori non sono nate per caso.
Anche i popoli storici naturali erano tutto meno che benevoli e spensierati figli dell'amore, liberati dalle relazioni sessualmente coercitive. Da tempo, è stato comprovato che l'entusiasta esposizione delle culture dei Mari del Sud, fatta dall'antropologa Margaret Mead nei decenni 1930 e 1940, e frequentemente citata, poggia su discutibili metodi scientifici e corrisponde assai più alle proprie proiezioni che alla realtà delle società polinesiane. "Hanno trovato quello che conosciamo" - questa sentenza critica circa la moderna interpretazione delle scoperte archeologiche casca a fagiolo per l'interpretazione dei popoli primitivi e le loro relazioni sociali. Solo negli ultimi decenni, soprattutto a partire dalla discussione sollevata dai lavori di  Claude Lévi-Strauss, l'etnologia è arrivata, alla fine, a sviluppare un apparato critico riguardo alla riflessione intorno al proprio modo di approssimazione e di approccio alle culture sconosciute.
I presunti figli della natura erano, in realtà, governati da relazioni coercitive estremamente rigide, e le loro guerre ed i loro rituali - ivi inclusi i "buoni costumi patriarcali", quali il sacrificio umano, oppure lo scotennamento, la vendetta a morte ed il cannibalismo - sotto molti aspetti non erano lontani dalle atrocità dei colonizzatori. Le saggezze indigene, che da vicino somigliano ai segreti della nonna, non hanno impedito loro di massacrarsi reciprocamente nel peggior modo possibile. Non c'è stato bisogno dell'arrivo degli europei perché venisse introdotta la pratica di mutilare naso e orecchie, ed i colonizzatori avevano ancora molto da imparare dai rappresentati della saggezza naturale, sull'arte di scotennare. Le culture azteca ed inca, distrutte dai colonizzatori, erano esse stesse potenze coloniali sanguinarie che avevano già seviziato e sfruttato popoli interi. E lungi dal vivere in armonia con la natura, la cultura maya, molto prima dell'arrivo degli europei, era riuscita a provocare una catastrofe ecologica, probabilmente attraverso l'esaurimento del suolo, mediante la coltivazione dissennata, suggellando così la propria fine.
Anche il cristianesimo dei missionari, a dispetto del suo carattere risibile, non era soltanto un atto condotto dai nemici dichiarati della sessualità contro dei costumi suppostamente liberi, ma era anche, allo stesso tempo, una liberazione dagli obblighi familiari imposti dalle religioni naturali e dai sistemi totemici. La religione europea non avrebbe mai potuto essere implementata soltanto sulla base della violenza coloniale poliziesca. Come ha appropriatamente osservato Nietzsche, in questo processo ha avuto luogo un inversione nel modo di vedere il mondo. Per i popoli primitivi e le civiltà recenti, i poteri della natura erano un mondo dispotico, che comprendeva tutto, e nel quale l'essere umano poteva affermarsi soltanto attraverso un rigido sistema di regole che, per così dire, dovevano determinare tutti i suoi passi. Per il pensiero europeo che la domina, al contrario, la natura stessa è un sistema di regole di leggi conoscibili, al quale l'essere umano può ricorrere coscientemente per mezzo del suo proprio arbitrio. Il dio astratto de cristianesimo ha allargato i limiti del sistema obbligatorio di regole - in maniera non inopportuna - aprendo, in tal modo, uno spazio attraverso il quale l'essere umano respirasse.
Anche di fronte alle culture orientali, asiatiche e africane, il colonialismo era una spada a doppio taglio. Il modo di produzione asiatico ed il suo impero teocratico, ad esempio, poggiava su una tirannia inimagginabile e su un despotismo certamente molto sentito e sofferto, che non poteva solo essere integrato senza lasciare tracce nella cultura. La cortesia proverbiale dei cinesi nasce dal timore di un dominio onnipresente e totale che indugiava, quasi come una routine, in pratiche di atrocità di dimensioni olocaustiche. E assai prima degli europei, gli arabi, essi stessi poi colonizzati, si erano lanciati sui regni africani e li avevano distrutti. Questi regni, a loro volta, promuovevano al loro interni, e nella guerra contro popoli meno potenti, le più sanguinose carneficine. In tal senso, le ampie annessioni del colonialismo europeo, a dispetto della sua estrema violenza, hanno portato in molte regioni una certa pacificazione interna. In questi casi, la struttura coloniale può aver avuto una funzione simile a quella dell'assolutismo europeo, che per mezzo del suo potere centralizzato riuscì a placare i poteri feudali particolari, in eterno conflitto fra loro: cosa che era la condizione previa all'effettivo sorgere delle nazioni moderne.
Ora, questa perfida ambiguità di uno sviluppo che significava allo stesso tempo distruzione, massacro e sfruttamento dove produrre da ambo i lati profonde deformazioni della coscienza. Gli uomini bianchi, armati del loro cristianesimo e dei loro ideali illuministi, non avevano alcuna chiarezza su loro stessi e, nella loro superiorità bruta, non potevano pervenire a nessuna comprensione che riconoscesse il valore proprio alle culture che erano loro estranee. In fondo, in questo modo quello che si confrontava erano due diversi stadi di selvaggismo, incapaci di qualsiasi interscambio cosciente. Solo a partire dall'incontro con le relazioni feticistiche e coercitive non-europee, gli europei - pure loro selvaggi in quanto il denaro ed il suo movimento chiuso su sé stesso era diventato un feticcio -hanno potuto mettere in marcia un processo di sviluppo patologico.

3.
L'indice più chiaro della patologia europea è forse il fatto che l'uomo bianco ha avuto bisogno di colonizzare anche sé stesso nel corso del processo di colonizzazione. Lo scatenamento della moderna economia di mercato e la redditività compulsiva incominciò a soggiogare anche i supposti signori di questo modo di produzione. I loro stessi corpi ed i sensi hanno dovuto essere confinati all'interno di una corazza di astrazione, al fine di astrarre sé stessi. E' nata così la triste figura di una natura mascherata, mossa da un'ambizione cieca alle emozioni; ad immagine del guardiano della somma di denaro, che ha come obiettivo quello di moltiplicare sé stessa, soggiogato dal suo proprio calcolo astratto. Il vincitore ed il conquistatore ha pure, egli stesso, distorto e distrutto la sua capacità sensibile di fruizione.
Quanto più andava avanti nella colonizzazione del mondo esterno, tanto più l'uomo bianco doveva adattare sé stesso, e quanto più si adattava, tanto più aveva bisogno di colonizzare il mondo. I signori dell'auto-dominio, che avevano versato sangue nel mondo nuovo, ora gettavano il loro sguardo astratto ed utilitaristico sul continente europeo. La colonizzazione esterna delle culture non-europee si invertiva direttamente in colonizzazione interna del proprio mondo. Nella stessa misura in cui promuoveva la capitalizzazione della produzione e l'industrializzazione, il colonialismo distruggeva anche il modo di produzione agrario della vecchia Europa ed esortava la parte impoverita della popolazione ad andare nelle fabbriche, allora con giornate di lavoro di 14 ore e con il barbaro lavoro infantile. La minoranza degli uomini bianchi, che si era convertita in organo di esecuzione politica ed economica del principio di redditività, aveva trasformato la massa degli uomini bianchi in una nuova specie di nativi senza nome, nuove monadi della forza lavoro astratta.
Ma così come anche la razza bianca dei signori, nel suo stato altamente astrattivo di selvaggeria, non poteva rimanere senza accesso al mondo della sensualità e dei sensi, la colonizzazione interna doveva essere portata al suo punto più estremo: la degradazione della donna bianca e della sua corporeità. Poiché aveva degradato sé stesso in quanto macchina sociale insensibile, l'uomo bianco colonizzava la donna in quanto animale ipersensibile. Essa doveva rispondere di tutto ciò che egli non poteva più sentire o gustare: dei sentimenti e della dedizione affettiva, dell'estetica quotidiana e della mobilitazione della sensualità, rinchiusa nella prigione di massima sicurezza della cellula familiare modernizzata nella sua privacy astratta. In questo modo, vennero attribuite alla donna le stesse caratteristiche riservate ai selvaggi, alle persone dal colore della pelle diverso, ai bambini ed a quelli culturalmente subordinati: l'imprevedibilità ed il capriccio, l'assenza di concentrazione e di autocontrollo, la coltivazione della voluttà e il possesso di una sessualità sfrenata dovevano essere gli elementi costitutivi del suo essere.
Da una parte, l'uomo bianco ambiva alle qualità sensibili della donna adattata a tali norme sociali, pensando di tenerla con sé come "ente naturale addomesticato". Dall'altra parte, tuttavia, temeva queste qualità, che erano ormai diventate qualcosa di estraneo e che aveva bisogno di respingere, anche con violenza eccessiva, come un potere del quale viene messa in discussione la corazza di astrazione. Questo processo di colonizzazione interna della moglie si estende, dai roghi delle streghe, che non a caso coincidono con l'inizio della storia coloniale, fino al XX secolo, ed in materia di atrocità non ha niente da invidiare alla guerra coloniale esterna. Non di rado, entrambe le forme hanno camminato a braccetto. Nella sua analisi del sistema coloniale francese, Frantz Fanon descrive, ad esempio, il caso di un ufficiale di polizia, in Algeria, che dev'essere rinchiuso in una clinica psichiatrica perché ha iniziato a torturare i figli e la moglie.
Ma a dispetto del suo carattere patologico, la colonizzazione interna non è stata meno ambigua di quella esterna. Il processo di infermità interna della società europea ha sempre significato, allo stesso tempo, anche il superamento delle barriere di povertà ed indigenza vigenti mondo agrario feudale. La trasformazione dei contadini servi in lavoratori salariati si è dimostrata incompatibile con uno status di dipendenza personale. Occorreva far saltare per aria le vecchie relazioni fra signore e schiavo. Anche la degradazione sociale e sessuale della donna, convertita in un corpo femminile per il sesso, paradossalmente è andata di pari passo con i momenti della sua equiparazione giuridica-formale. Così, se il processo che Jürgen Habermas ha chiamato "colonizzazione del mondo della vita" è stato sempre, simultaneamente, un mezzo passo in direzione dell'emancipazione, questo significa che, per molto tempo, l'emancipazione ha potuto essere pensata solamente sullo stesso orizzonte del processo di colonizzazione esterna ed interna. E' per questo che tutti i movimenti emancipatori degli ultimi due secoli non hanno mai semplicemente rivendicato il ritorno alla situazione pre-coloniale, ma hanno reclamato per sé le astrazioni sociali dell'illuminismo occidentale.
In tal senso, l'esempio più chiaro e meno contraddittorio è stato il movimento operaio storico d'Occidente. I lavoratori maschi, che erano stati sottomessi dall'incipiente capitalismo alle forme più brutali di sfruttamento e di mancanza di diritti, esigevano soltanto il loro "diritto" proprio in quanto uomini bianchi. E, sotto una tale luce, potevano essere ampliamente accontentati per mezzo delle riforme sociali ed attraverso il loro riconoscimento come soggetti liberi davanti alla legge ed allo Stato. Il movimento anti-colonialista dei popoli non-europei, al contrario, era diviso da una profonda contraddizione interna. Già durante la Rivoluzione francese, i lavoratori schiavi delle piantagioni haitiane si erano ribellati i nome delle bandiere importate della "libertà" e della "uguaglianza" ed era stata proclamata una repubblica autonoma. Ma, la contraddizione non risiedeva in alcun modo soltanto nel fatto che venissero mitragliati dai per niente fraterni cannoni francesi, in quanto, alla fine dei conti, la Rivoluzione francese era stata concepita solamente per l'uomo bianco. In realtà, la stessa esigenza emancipatrice dei negri, nella misura in cui poteva essere formulata solo attraverso le categorie dell'uomo bianco, doveva produrre una profonda crisi di identità.
La sofferenza causata da questa crisi, fino ad oggi non ha potuto essere lenita. Ogni tentativo dei popoli colonizzati di riscoprire, almeno culturalmente, sé stessi ha inevitabilmente cozzato contro il muro concreto dell'inevitabile occidentalizzazione. La cultura della negritudine africana, per esempio, così come creata dal poeta e presidente senegalese Leopold Sedar Senghor, è rimasta sempre esterna al reale processo di sviluppo sociale, e corre il rischio di degrado, degenerando in mero ornamento. Anche il fervente predicatore del potere della liberazione anti-colonialista, Frantz Fnon, nonostante la sua critica militante della cultura europea, scivola involontariamente in concetti genuinamente europei quando ricorre alla "nazione" e alla "democrazia".
Nei movimenti di emancipazione femminili, la contraddizione affiora forse in maniera ancora più palese. Anche le donne per molto tempo hanno potuto combattere la loro situazione coloniale soltanto nel nome di quei principi che l'uomo bianco aveva forgiato per sé, e per mezzo dei quali aveva generato la propria identità. Tuttavia, la questione centrale della relazione fra i sessi praticamente non appare sul piano di questi principi. La sessualità, bandita dal processo globalizzato del lavoro astratto, non può essere risolta per mezzo della completa equiparazione giuridica della donna, in quanto continuano ad essere necessarie, oggi, riforme immanenti alle relazioni fra i sessi - dalla revoca del paragrafo 218 (N.d.T.: paragrafo del Codice Penale tedesco che proibiva la pratica dell'aborto) fino alla regolamentazione delle quote rosa per le donne. Tuttavia, nell'attuale crisi dello status femminile, ci sono in gioco più cose della mera distribuzione di ruoli e di poteri tra i sessi all'interno delle forme sociali occidentali o occidentalizzate. Questa crisi indica, innanzitutto, la fine della colonizzazione stessa, sia esterna che interna e, con essa, anche la fine di quel processo contraddittorio di modernizzazione che è stato finora lo strumento dell'uomo bianco.
Ora, la possibilità di un uso astratto degli esseri umani e della natura, conforme alla legge della redditività, aveva come condizione di base la colonizzazione interna della donna. La sua addomesticata e colonizzata responsabilità compulsiva per il mondo sensibile, era il presupposto attraverso il quale l'uomo bianco poteva dominare sé stesso e, per mezzo di questo, a sua volta, il mondo. Tuttavia, l'intero costrutto crolla se le donne cominciano ad emanciparsi in maniera cosciente, secondo gli astratti principi illuministi dell'uomo bianco. Non appena le donne divengono esse stesse succedanee dell'uomo bianco, viene alla luce il deficit fondamentale di questo modo di produzione e di vita. Le donne carrieriste, alla Margaret Thatcher, smentiscono sé stesse in maniera duplice. In primo luogo, perché involontariamente mimano la base familiare del sistema di mercato, dal momento che anche con tutta la buona volontà, donne professionalmente attive, o anche imprenditrici e politiche, non sono più in grado di rispondere, come donne-di-casa, di un nido accogliente capace di porre rimedio al deficit sensitivo del lavoro maschile astratto. In secondo luogo perché tali donne sentono sulla propria pelle quello che significa dover dominare sé stesse in quanto macchine astratte di lavoro. Quando non c'è più nessuno responsabile della sensibilità deviata, questa irrompe violentemente nell'universo delle relazioni e dei sentimenti sotto forma di crisi. E non è affatto casuale che, allo stesso tempo, la natura esterna cominci a ribellarsi, mandando all'aria, sotto forma di processo di crisi e di catastrofe ecologica, il calcolo astratto della redditività. Le forze produttive, fuoriuscite dallo stesso sistema di mercato, intervengono in maniera così profonda sulla natura interna delle necessità umane e sulla natura esterna del mondo vegetale e animale - sul suolo, sull'acqua, sull'aria - che questi contenuti sensibili non possono più essere repressi e violati a lungo.
In questo modo, tuttavia, i movimenti di emancipazione dei lavoratori salariati e degli ex popoli colonizzati si scontrano con i propri limiti. Non andranno molto lontano se continueranno ad adottare la forma sociale dell'uomo bianco. In quanto liberi soggetti monetari del calcolo astratto, rimane loro soltanto da tagliare la propria carne. Le stesse forze produttive che hanno prodotto, nella forma del sistema di mercato, la crisi ecologica e la crisi delle relazioni fra i sessi, sono responsabili di una disoccupazione di massa, crescente e globale. Non ha più senso cercare di ottenere guadagni, in quanto uomo bianco, a spese della propria forza astratta di lavoro. Anche perché queste stesse forze produttive generano il mercato mondiale totalizzato, intrappolando globalmente l'umanità. Il vecchio nazionalismo liberatore del movimento anti-colonialista gira a vuoto. E' evidentemente una follia, di incalcolabili conseguenze ecologiche, esaurire tutte le riserve d'acqua del Sahara per installare una produzione indipendente di alimenti, come vuol fare il leader Gheddafi, mentre la vicina Comunità Europea affoga in un mare di latte ed è soffocata dalla sua eccedenza di carni e cereali. Tuttavia, questa follia non è la stessa follia dell'uomo bianco che, in un mondo fatto a sua immagine e somiglianza, retroagisce su sé stesso su tutti i piani possibili.
Gli stessi criteri di successo del sistema occidentale portano all'assurdo, sia nella relazione fra i sessi che nelle relazioni fra i gruppi sociali e le nazioni. La guerra dei sessi, le catastrofi sociali ed ecologiche, il fondamentalismo pseudo-religioso e la guerra civile etnica mostrano come il mondo occidentalizzato sia andato fuori di sesto. Oggi, dopo mezzo millennio di sviluppo ambiguo e contraddittorio, il processo di colonizzazione interna ed esterna comincia a strangolare sé stesso. Le forme sociali occidentali, formatesi nell'era delle scoperte. non sono sufficientemente avanzate per poter incorporare il mondo unico che è il suo stesso prodotto. Se, al più alto grado pensabile, tutti gli esseri umano diventano uomo bianco, allora non può più esserlo nessuno. Nessuna emancipazione è più possibile nella forma patologica fino ad ora vigente.
In questo modo, per la prima volta, la stessa identità occidentale va in pensione, anche se l'Occidente non ne vuole sapere della sua propria fine e preferisce sempre definire la crisi come "crisi dell'altro". Tuttavia, all'umanità, globalmente intrappolata, non rimane altro da fare se non superare la forma europea del feticismo delle merce e del denaro, convertita in forma totalizzata ed universale. I selvaggi occidentali, così come quelli occidentalizzati, devono fare implodere la corazza dell'astrazione del sistema di mercato, se non vogliono soccombere insieme ad essa. Voler continuare a soggiogare sé stessi, agli ordini di un principio di redditività, è diventato qualcosa di insensato e una minaccia per la vita stessa, sia per gli europei che per i non-europei, sia per gli imprenditori che per il lavoratori, sia per gli uomini che per le donne. Non è possibile ritornare ad una situazione precedente al mercato mondiale, alla democrazia occidentale ed all'illuminismo, ma deve esistere una prospettiva capace di superarli. Le donne e i vecchi popoli coloniali possono risolvere le loro patologiche dissociazioni di identità soltanto quando sarà stata spezzata la patologia dell'auto-dominio virile ed astratto, quando la ragione e la sensibilità si riconcilieranno nuovamente dopo una lunga storia di dissenso. In questa misura, la fine effettiva della colonizzazione esterna ed interna si trova ancora davanti a noi e, in quanto meta del XXI secolo, può essere riassunta in una breve formula: abolizione e conservazione dell'uomo bianco.

- Robert Kurz - (Originariamente letto come saggio radiofonico, alla radio statale NDR, nel gennaio del 1992)

fonte: EXIT!

venerdì 24 aprile 2015

La rivoluzione ed il bel tempo

pianeta

Un pianeta malato
di Guy Debord

«L'inquinamento» oggi va di moda, esattamente alla stessa maniera della rivoluzione: prende possesso di tutta la vita della società e viene rappresentata in forma illusoria nello spettacolo. È la litania che ci infastidisce con una miriade di scritti e discorsi erronei e mistificatori, ma che afferra tutti per la gola. È in mostra ovunque come ideologia, eppure si afferma come processo reale. Le due tendenze antagoniste, che sono lo stadio supremo della produzione di merci ed il progetto della negazione totale di tale produzione, altrettanto ricche di contraddizioni al loro interno, crescono insieme. Sono i due aspetti attraverso i quali si manifesta un unico momento storico, atteso da molto tempo, e spesso previsto in forma parziale e inadeguata: l'impossibilità del proseguimento del funzionamento del capitalismo.
 
L'epoca che possiede tutti i mezzi tecnici necessari alla completa trasformazione delle condizioni di vita sulla terra, è allo stesso tempo l'epoca che a causa di quello stesso sviluppo tecnico e scientifico separato, dispone di tutti i mezzi di controllo e di previsione matematicamente certa per misurare con esattezza in anticipo dove ci porta - e quando questo avverrà - l'aumento automatico delle forze produttive alienate della società di classe: ossia, per misurare il rapido degrado delle condizioni stesse di sopravvivenza, nel senso più generale e più banale del termine.
 
Mentre gli imbecilli amanti del passato dissertano ancora sopra, e contro, una critica estetica di tutto questo e ritengono di mostrarsi lucidi e moderni fingendo di sposare il proprio secolo, proclamando che le autostrade o Sarcelles hanno la loro bellezza – che dovremmo preferire allo sconforto dei vecchi quartieri "pittoreschi" -  o facendo seriamente notare che la popolazione nel suo complesso mangi meglio a dispetto dei nostalgici della "buona cucina", il problema del degrado della totalità dell'ambiente naturale e umano ha già smesso completamente di di essere collocato sul piano della pretesa antica qualità, sia estetica che di qualsiasi altro tipo, per trasformarsi radicalmente nel problema della possibilità materiale dell'esistenza di un mondo che persegue un tale movimento. Una tale impossibilità è di fatto già perfettamente dimostrata dalla totalità delle conoscenze scientifiche separate, che non dibattono più nulla a proposito del collasso, se non le misure palliative che potrebbero, se applicate con fermezza, farlo ritardare per un po'. Una simile scienza non può fare altro che una passeggiata mano nella mano verso la distruzione del mondo che ha prodotto e che mantiene com'è; inoltre è obbligata a farlo con gli occhi aperti. Essa dimostra così, ad un grado caricaturale, l'inutilità della conoscenza senza uso.
 
Misuriamo ed estrapoliamo con eccellente precisione il rapido aumento dell'inquinamento chimico dell'atmosfera respirabile; dell'acqua dei fiumi, dei laghi e degli oceani, e l'aumento irreversibile della radioattività accumulata dallo sviluppo pacifico dell'energia nucleare, dagli effetti del rumore, dall'invasione dello spazio attraverso le materie plastiche che possono trasformarsi in una discarica eterna di rifiuti universali; dai tassi di natalità folli; dalla sofisticazione senza senso degli alimenti; dall'espansione urbana che ovunque si espande sempre più nei luoghi che erano una volta la città e la campagna; così come le malattie mentali – comprese le paure nevrotiche e le allucinazioni che non smettono di proliferare proprio sullo stesso tema dell'inquinamento, da cui traiamo un'immagine allarmante – ed il suicidio, il cui il tasso di aumento accelera di pari passo con la costruzione di quest'ambiente (per non parlare degli effetti della guerra nucleare o batteriologica, i cui mezzi incombono su di noi come la spada di Damocle, anche se, naturalmente, ciò è evitabile).
 
Insomma, se la grandezza la realtà dei "terrori dell'anno 1000" sono ancora oggetto di controversie tra gli storici, il terrore dell'anno 2000 è tanto evidente quanto fondato; è ormai certezza scientifica. Al tempo stesso, ciò che sta accadendo non è del tutto nuovo: piuttosto, è semplicemente l'ineluttabile esito di un processo di lunga data. Una società che è sempre più malata, ma sempre più potente, ha ricreato ovunque e in forma concreta il mondo come ambiente e come contesto del suo malessere, in quanto pianeta malato. Una società che non ha ancora raggiunto l'omogeneità, e che è non ancora auto-determinata, ma invece è sempre più determinata da una parte posizionata sopra di sé, che le è esterna, ha messo in atto un processo di dominio della natura che non ha ancora stabilito un dominio su sé stesso. Il capitalismo portato dal suo movimento, ha dato prova che non è più possibile sviluppare le forze produttive; e questo non in senso quantitativo, come molti hanno creduto, ma qualitativamente.
 
Tuttavia, il pensiero borghese solo la quantità è valida, misurabile ed efficace; mentre la qualità non è altro che un'incerta decorazione, soggettiva o artistica, del vero reale stimato nel suo vero peso. Per il pensiero dialettico, al contrario, e quindi per la storia e per il proletariato, la qualità è la dimensione più decisiva del movimento reale. Questo è ciò che, il capitalismo da un lato e noi dall'altro, finiremo per dimostrare.
 
I padroni della società ora sono obbligati a parlare dell'inquinamento, sia al fine di combatterlo (dopotutto vivono sul nostro stesso pianeta – che è l'unico criterio in base a cui si può affermare che lo sviluppo del capitalismo in effetti ha portato ad una fusione di classe) sia al fine di nasconderlo, per il semplice fatto che l'esistenza di tali tendenze nocive e pericolose costituisce un forte movente per la rivolta, un'esigenza essenziale degli sfruttati, vitale come la lotta dei proletari del XIX secolo per il diritto di mangiare. In seguito al fallimento fondamentale dei riformismi del passato – tutti, senza eccezione, aspiravano alla soluzione definitiva del problema di classe – sta sorgendo un nuovo tipo di riformismo che risponde alle stesse esigenze dei precedenti, vale a dire la lubrificazione della macchina e l'apertura di nuove zone redditizie per imprese all'avanguardia. Il settore più moderno dell'industria è in corsa per partecipare ai vari palliativi all'inquinamento, vedendoli come tante nuove opportunità che rendono tutto più attraente per il fatto che una buona parte del capitale monopolizzato dallo stato è disponibile per gli investimenti e la manipolazione in questa sfera. Ma se da una parte è garantito che questo nuovo riformismofallirà per lo stesso identico motivo dei suoi predecessori, dall'altra parte, se ne differenzia radicalmente in quanto non ha molto tempo davanti a sé.
 
Lo sviluppo della produzione ha finora interamente confermato la sua natura di realizzazione dell'economia politica: come crescita della povertà, che ha invaso e devastato il tessuto stesso della vita. Una società in cui i produttori uccidono se stessi lavorando e contemplano questo risultato, ci fa davvero vedere e respirare il risultato generale del lavoro alienato in quanto risultato di morte. Nella società dell'economia supersviluppata, tutto entra nella sfera dei beni economici, anche l'acqua sorgiva e l'aria delle città; vale a dire che tutto è diventato il male economico, "negazione realizzata dell'uomo" che arriva ora alla sua perfetta conclusione materiale. Il conflitto tra moderne forze produttive e rapporti di produzione, borghesi o burocratici, della società capitalista è entrato nella sua fase finale. La produzione di non-vita ha proseguito sempre più rapidamente nel suo processo lineare e cumulativo; oltrepassando l'ultimo limite del suo progresso, ora produce direttamente la morte.
 
La funzione ultima, riconosciuta, essenziale, dell'economia sviluppata al giorno d'oggi, nel mondo intero dove regna il lavoro-merce, che assicura tutto il potere ai suoi padroni, è "la creazione di posti di lavoro". Siamo ben lontani dalle idee progressiste del secolo precedente circa la diminuzione possibile del lavoro umano per mezzo della moltiplicazione scientifica e tecnica della produttività, che pensava di poter assicurare più facilmente la soddisfazione delle esigenze "prima ritenute reali da parte di tutti", e senza "l'alterazione fondamentale" della qualità dei prodotti resi disponibili a tal fine.Al momento, è per produrre posti di lavoro, anche nelle campagne svuotate di contadini, ossia, per utilizzare il lavoro umano come lavoro alienato, in quanto lavoro salariato, che facciamo "tutto il resto"; e quindi minacciamo stupidamente le fondamenta, attualmente ancora più fragili rispetto al pensiero di un Kennedy o di un Brezhnev, della vita della specie.
 
Il vecchio oceano in sé è indifferente all'inquinamento, ma la storia non lo è affatto. La storia può essere salvata solo con l'abolizione del lavoro-merce. E la coscienza storica non ha mai avuto una così grande necessità di padroneggiare con urgenza il suo mondo, poiché il nemico che è alle sue porte non è più un'illusione, ma è la sua morte.
 
Quando i poveri padroni della società della quale vediamo la deplorevole realizzazione, ben peggiore di tutto quello che avrebbero potuto evocare le condanne, in altri tempi, dei più radicali utopisti, sono obbligati ora ad ammettere che il nostro ambiente è diventato un problema sociale; e che la gestione di tutto ciò è diventato un assunto direttamente politico, fino all'erba dei campi e alla possibilità di bere l'acqua, fino alla possibilità di dormire senza sonniferi o di lavarsi senza soffrire di allergie, in un momento del genere vediamo bene che la vecchia politica specialistica deve ammettere di essere del tutto inutile, finita.
 
E' finita nella forma suprema del suo volontarismo: il potere totalitario burocratico dei cosiddetti regimi socialisti, in quanto i burocrati al potere non si sono dimostrati nemmeno capaci di gestire lo stadio precedente all'economia capitalistica. Se questi regimi inquinano molto meno - solo gli Stati Uniti producono il 50 per cento dell'inquinamento mondiale -  è perché sono molto più poveri. Possono soltanto, come nel caso della Cina, sacrificare una parte sproporzionata del loro bilancio miserabile per produrre un'accettabile quantità di inquinamento; come ad esempio per la riscoperta o il perfezionamento della tecnologia della guerra termonucleare, o, più esattamente, del suo spettacolo minaccioso. Tale povertà, materiale e mentale, sostenuta dal terrorismo, condanna le burocrazie al potere. E quello che condanna il potere borghese più modernizzato è il risultato insopportabile di tanta ricchezza effettivamente avvelenata. La gestione cosiddetta democratica del capitalismo, in qualsiasi paese, non offre niente di più che le sue elezioni-dimissioni che, come abbiamo sempre visto, non hanno mai cambiato nulla in generale, e ben poco nel dettaglio, in una società di classe che immaginava di poter durare per sempre. Non cambia niente nel momento in cui questa stessa gestione entra in crisi e finge di sostenere, intervenendo su alcuni problemi secondari più urgenti,  alcune vaghe direttive provenienti da un elettorato alienato e cretinizzato (negli Stati Uniti, in Italia, in Gran Bretagna e in Francia). Tutti gli esperti hanno sempre notato – senza preoccuparsi di spiegarlo - il fatto che gli elettori quasi mai cambiano le loro opinioni: e proprio perché è l'elettore quello che assume, per un breve istante, il ruolo astratto che è stato, precisamente, destinato per impedirgli di essere per sé e di cambiare (il meccanismo è stato analizzato innumerevoli volte, sia dall'analisi politica demistificata che dalla psicoanalisi rivoluzionaria). L'elettore non cambia di più quando il mondo che lo circonda cambia sempre più precipitosamente e, in quanto elettore, egli non cambierebbe nemmeno se gli fosse annunciata la fine del mondo. Ogni sistema rappresentativo è essenzialmente conservatore, mentre le condizioni di esistenza della società capitalista non possono mai essere conservate: esse sono continuamente e sempre più rapidamente in fase di modifica, ma la decisione - che alla fine è sempre la decisione di far svolgere il processo stesso di produzione delle merci - viene interamente lasciata agli specialisti pubblicitari; sia che corrano da soli nella gara o che siano in concorrenza con altri che vanno a fare le stesse cose e che, in effetti, lo annunciano ad alta voce. Tuttavia, la persona che va a votare "liberamente" per i gollisti o per il Partito Comunista Francese, tanto quanto la persona cje finisce per votare, costretto e forzato, per un Gomulka, è perfettamente in grado di dimostrare come, una settimana più tardi, possa veramente partecipare ad uno sciopero selvaggio o ad un'insurrezione.
 
L'auto-proclamata "lotta contro l'inquinamento", sul versante statalista e regolamentare, in un primo momento va a creare nuove specializzazioni, ministeri, posti di lavoro, avanzamento burocratico. La sua efficacia è perfettamente all'altezza dei suoi mezzi. Essa può trasformarsi in volontà reale soltanto trasformando alle sue radici il sistema produttivo. E può essere applicata veramente solo nell'istante in cui tutte le sue decisioni, prese democraticamente con piena cognizione di causa dagli stessi produttori (per esempio, le petroliere riverseranno inevitabilmente il loro petrolio nel mare fin quando non saranno sotto l'autorità reale dei consigli [soviet] dei marinai). Per decidere ed attuare tutto questo, è necessario che i produttori divengano adulti: bisogna che prendano tutto il potere.
 
L'ottimismo scientifico ottocentesco si fondava su tre punti principali. La prima era la pretesa di garantire la rivoluzione in quanto felice risoluzione dei conflitti esistenti (era l'illusione della sinistra-hegeliana e marxista; la meno sentita tra l'intellighenzia borghese, ma la più ricca e in definitiva la meno illusoria). La seconda era una visione coerente dell'universo, ed anche semplicemente della materia. E la terza era un sentimento euforico e lineare dello sviluppo delle forze produttive. Se si dominava il primo punto, si era risolto il terzo; e più tardi si sarebbe saputo affrontare il secondo, per farne il nostro interesse e la nostra attività. Non sono i sintomi, ma la malattia stessa che deve essere curata.
Oggi la paura è ovunque, possiamo solo confidare nelle nostre forze, nella nostra capacità di distruggere ogni alienazione esistente ed ogni immagine del potere da noi strappato. Sottomettendo tutto – tranne noi stessi – al potere esclusivo dei consigli dei lavoratori, possedendo e continuamente ricostruendo la totalità del mondo, vale a dire,  un'autentica razionalità, in una nuova legittimità.
 
In materia di ambiente "naturale"' e costruito, di natalità, di biologia, di produzione, di "follia", la scelta non sarà mai tra la festa e l'infelicità, ma, piuttosto, consapevolmente e ogni volta incrociando una miriade di possibilità felici o disastrose, relativamente reversibili, dall'altra parte il niente. Le scelte terribili del prossimo futuro, al contrario, portano a una sola alternativa: democrazia totale o burocrazia totale. Quelli che dubitano della democrazia totale devono sforzarsi di provarla su sé stessi, dandole la possibilità di dimostrarsi in azione; oppure non rimane loro che acquistare bare a volontà, in quanto "l'autorità, l'abbiamo vista all'opera, ed il suo lavoro la condanna." (Joseph Déjacque).
 
«La rivoluzione o la morte», questo slogan non è più l'espressione lirica di una coscienza in rivolta, è l'ultima parola del pensiero scientifico del nostro secolo. Questo si applica ai pericoli della specie così come all'impossibilità di appartenenza degli individui. In questa società dove in cui il suicidio progredisce come sappiamo, gli esperti hanno dovuto riconoscere, loro malgrado, che esso si era ridotto quasi a zero, in Francia durante il maggio 1968. Quella primavera ha anche ottenuto un cielo limpido, e lo ha fatto senza fatica, in quanto alcune vetture furono bruciate e la mancanza di benzina impedì alle altre di inquinare l'aria. Quando "piove", quando ci sono nubi di smog su Parigi, non dimentichiamoci mai che è colpa del governo.
La produzione industriale alienata fa piovere. La rivoluzione fa il bel tempo.

- Guy Debord - 1971 -

Scritto da Guy Debord nel 1971, questo testo era destinato alla pubblicazione sul tredicesimo numero della rivista "Internazionale Situazionista", che non è mai uscito.

giovedì 23 aprile 2015

Spegnete quella luce!

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Critica dell'Illuminismo: 8 Tesi.
di Norbert Trenkle

1 - La "Dialettica dell'illuminismo" ci ha reso senza dubbio consapevoli del lato irrazionale della ragione illuminista. L'origine di un tale carattere bifronte, per Horkheimer e Adorno, va riferito al mancato distacco con la natura. L'Illuminismo, ragione moderna e razionale, la cui nascita viene fatta risalire all'antica Grecia, sarebbe il risultato di uno sforzo degli uomini volto a superare la loro paura nei confronti della natura - distinguendosi però anche dal mito, che rappresentava già un primo modo di gestire una tale paura. Nella misura in cui il mito possiede ancora i tratti di un adattamento alla natura e alle sue forze (mimesi), l'Illuminismo ne prende nettamente le distanze. La genesi dell'individuo auto-identico e razionale si fonda allora sulla negazione del fatto che egli si trovi sotto l'influenza della natura, ed è proprio una tale negazione ad essere la fonte della violenza e dell'irrazionale, ed a costituire di conseguenza il lato oscuro dell'Illuminismo sempre pronto a riemergere in qualsiasi momento. Il pericolo principale risiede nel brusco ritorno di questo rimosso. L'Illuminismo, così come la società fondata su di esso, rimane in questo modo una costruzione precaria. Per il suo completamento, occorrerebbe che gli individui e la società riflettessero sul rimoso e che avesse luogo una riconciliazione con la natura interna ed esterna.

2 - L'enorme salto qualitativo compiuto dalla "Dialettica dell'Illuminismo", sta nel fatto che analizza "l'altro della ragione" e la minaccia che esso rappresenta. Ovviamente, anche il pensiero razionalista volgare non ha mai perso di vista il fatto che la ragione si trova costantemente sotto la minaccia di una possibile insorgenza dell'irrazionale, ma lo interpreta in maniera puramente leggittimatrice. Dal suo punto di vista, gli sembra che, sotto la sottile patina della civiltà, si muova ancora la "natura umana" primitiva, che mostra sempre di nuovo la sua faccia truce, e che pertanto va incessantemente combattuta e repressa. Tutto questo non ha molto a che vedere con un'autocritica dell'Illuminismo. Al contrario: invocando l'opposizione irriducibile fra natura e cultura, la ragione non fa altro che affermare il proprio punto di vista. Il dominio (ed il controllo del sé individuale) vengono dichiarati necessari al fine di prevenire lo scatenamento delle forze naturali ed impedire loro di riemergere. Un ragionamento che può facilmente allearsi ad un punto di vista razzista e culturocentrico, a partire dal quale tutte le altre culture, le culture non occidentali, appaiono sotto l'influenza della natura e dei sensi, e devono pertanto essere "civilizzate" - se necessario con la forza.

3 - L'elemento dialettico che Horkheimer e Adorno apportano, consiste nel ritorcere un tale schema di pensiero contro l'Illuminismo stesso. Per loro, ciò che minaccia la cultura, non è affatto la natura o l'elemento barbaro che c'è nella natura, ma la rimozione brutale e la repressione del naturale. Violenza e dominio sono quindi inscritti nella stessa ragione moderna, che si trova a questo punto sotto l'impero della natura dalla quale, fin dall'inizio, non è affatto riuscita a staccarsi. Ma Horkheimer e Adorno, per quanto aprano delle vaste prospettive per una critica fondamentale dell'Illuminismo, rimangono tuttavia sotto molti aspetti prigionieri del suo universo mentale. Ciò riguarda in primo luogo il concetto stesso della ragione dell'Illuminismo, che la "Dialettica dell'Illuminismo" intende in maniera trans-storica. Spostando l'origine della razionalità moderna e facendola risalire all'antichità greca, anziché situarla nel processo di costituzione della modernità capitalistica, Horkheimer e Adorno ne confondono i tratti specificamente storici. Facendo loro la concezione per cui, prima dell'avvento della ragione moderna, l'intera umanità sarebbe vissuta nelle tenebre della naturalità o sarebbe stata schiava del "mito". La ragione moderna e razionale viene scambiata per la sola forma di ragione che sia mai esistita. Horkheimer e Adorno restano in questo modo sotto l'influenza della pretesa universalistica ipertrofizzata dell'Illuminismo, e la sopravvalutano facendone l'unica forma di ragione - cioè a dire di pensiero riflessivo e critico - finora conosciuta. Ma malgrado tutto: guardando al lato oscuro dell'Illuminismo, vanno oltre l'Illuminismo.

4 - Se noi oggi consideriamo la ragione dell'Illuminismo per quel che è - una forma di riflessione storicamente specifica, propria alla modernità capitalistica - quello che appare in maniera diversa, rispetto ad Horkheimer e Adorno, non è solo la storia della sua costituzione, ma anche la sua dialettica interna. Certamente, la delimitazione brutale rispetto alla natura, e la pretesa a dominare la natura (o quel che appare come tale), sono dei momenti costitutivi. Ma tale demarcazione non ha avuto assolutamente luogo all'inizio del pensiero e della riflessione razionale; essa interviene per la prima volta solo con la nascita della società borghese. IL rifiuto inorridito della natura è essenziale per l'edificazione di una ragione che ambisce a ridurre il pensiero ad un'attività pura, disincarnata e staccata dai sensi (Cartesio, Kant). Tuttavia, questa riduzione non è affatto l'espressione di una separazione originale dalla natura, ma è il risultato dovuto al fatto che la mediazione sociale si va ad allineare sul principio astratto del valore e sul principio del lavoro astratto. L'Illuminismo "inventa" quindi questa natura minacciosa da cui poi bisogna distinguersi brutalmente, e questa "invenzione" rappresenta un atto inconscio. Questo non vale soltanto per la "natura esterna", che la tecnica permette di rendere sfruttabile e distendere sotto il bisturi sul tavolo operatorio. Ancora più decisiva per la costituzione del soggetto moderno (definito strutturalmente come "maschile") risulta la lotta violenta contro la "natura interiore", in altre parole, contro la presunta vulnerabilità dell'essere umano nei confronti della propria sensualità. Dissociata dal soggetto e proiettata verso un "altro" costruito per l'occorrenza (le "donne", i "popoli primitivi"), la natura interiore viene vista, per mezzo di questo "altro", allo stesso tempo idealizzata e disprezzata, desiderata e combattuta. Sessismo e razzismo sono in tal senso indissolubilmente legati alla costituzione del soggetto dell'Illuminismo.

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5 - Pertanto, la critica dell'Illuminismo cambia il punto di vista. Lungi dall'essere un primo tentativo, tragico ed infruttuoso, volto alla costituzione di una ragione trans-storica, l'Illuminismo si rivela pienamente parte della forma capitalista del dominio astratto. Questo riposizionamento storico permette una critica dell'Illuminismo, e dei suoi risvolti irrazionali, infinitamente più precisa ed incisiva, suscettibile di essere rapportata al processo di sviluppo del capitalismo. Viceversa, non impedisce in alcun modo di riconoscere che alcune categorie dell'Illuminismo contengono degli innegabili momenti di liberazione sociale. L'individuo, in particolare, rappresenta una liberazione in rapporto alla strettezza delle norme e delle condizioni di vita tradizionale estremamente vincolanti; l'universalismo punta ad una società mondiale senza frontiere; e la pretesa della ragione critica di rovesciare tutte le verità indiscusse e le certezze religiose, merita di per sé, assai evidentemente, la nostra approvazione. Malgrado tutto, non va perso di vista il fatto che questi momenti sono sempre incorporati in delle categorie che riproducono, perfino nella loro stessa configurazione, le strutture del dominio astratto del valore. L'individuo capitalista è essenzialmente individuo della concorrenza che mette all'opera, sia nella sua propria persone che in quella degli altri membri della società, il processo di oggettivazione; l'universalismo astratto, a causa del suo carattere interno, fa della relazione formale astratta un contesto di dominio universale materializzato non solo per mezzo del mercato mondiale, ma anche attraverso le forme capitalistiche di azione e di pensiero; quanto alla ragione critica, essa legittima la sottomissione a dei principi a priori (Kant, Hegel) e, di conseguenza, non riesce ad affrancarsi dalla metafisica, ma rappresenta piuttosto una forma di religione secolarizzata. A questo si aggiunge anche il fatto per cui le categorie contengono sempre anche le antitesi dissociate, di cui non possono sbarazzarsi dal momento che si trovano all'interno della matrice del dominio astratto: il desiderio di voluttuosa sottomissione al collettivo, il rifiuto del sensibile (concepito allo stesso tempo inferiore e come minaccia, e comunque reintegrato in quanto strumento), le diverse forme di religiosità e di irrazionalità, ecc..

6 - Il pensiero emancipatore, quindi, non saprebbe riferirsi in maniera ostinatamente positiva alle categorie dell'Illuminismo; neppure nel senso che l'Illuminismo rimarrebbe incompiuto nel capitalismo e dove la sfida consisterebbe nel portarlo a termine, come crede la sinistra tradizionale e come ciò ossessiona tutti i suoi ideali (largamente diffusi), secondo i quali solo una società non capitalista potrebbe permettere di realizzare la "vera democrazia" ed i diritti dell'uomo. Quando si considera il superamento del capitalismo in termini di realizzazione dell'Illuminismo, vediamo tutte le forme di pensiero e di azione che gli sono associate, e tutte le forme di mediazione sociale che ad esso si appoggiano, insinuarsi surrettiziamente nelle nostre rappresentazioni di una società liberata (soggetto, uguaglianza, diritto). Al contrario, bisogna fare in modo che la critica della società capitalistica non risparmi nemmeno l'Illuminismo. Quanto a quei momenti che esso contiene e che puntano alla liberazione sociale, vanno passati al setaccio della critica dell'Illuminismo e delle sue categorie. Questi momenti non sono affatto da "realizzare" ma, come il modo di produzione ed il modo do vita capitalista, da superare [aufheben], nel triplo senso hegeliano del termine. Del resto, non è certo che si possa attribuire "ai Lumi" il merito di tutto quello che la società borghese ha potuto produrre in termini di momenti tendenzialmente promettenti. Una parte non trascurabile di tali momenti provengono infatti dalla critica delle forme capitalistiche di dominio, anche se, spesso, è stato invocando l'Illuminismo, la democrazia ed i diritti dell'uomo che si è arrivati a delle azioni di giustizia e si è combattuto. Nel quadro dell'Illuminismo, è possibile un'altra dialettica, che consista nell'opporre senza tregua la  realtà effettiva alle pretese che, per esempio, stigmatizzano la violenza statale ed invocano i diritti dell'uomo (a dispetto del fatto che lo Stato ha come compito quello di mantenere le forme capitaliste, esercitando una violenza spietata quando ce n'è bisogno), oppure che denunciano, questa volta nel nome della democrazia, il fatto compiuto di una messa sotto tutela di tutta la società, da parte del processo cieco della logica della valorizzazione. Generalmente, la sinistra tradizionale ha tacciato di idealismo questo tipo di accuse, in quanto oppongo gli ideali alla realtà. Inversamente, si considera come materialista il punto di vista secondo cui la borghesia avrebbe tradito i suoi propri ideali per consolidare il suo dominio di classe, e che la sfida oggi consisterebbe nel realizzare, nel socialismo o nel comunismo, i principi, di per sé buoni, dell'Illuminismo (anche Adorno era di quest'avviso, tranne che per il dettaglio che non nutriva alcuna speranza nel movimento comunista).

7 - Dal punto di vista di una critica radicale dell'Illuminismo, le cose si presentano in maniera un po' differente: laddove si critica la realtà capitalista in nome dei Lumi e di diritti dell'uomo, non è raro che intervengano anche una serie di impulsi e di modelli di emancipazione sociale che non fanno affatto parte delle categorie dell'Illuminismo, per quanto lo sostengano. Quest'eccedenza ha indebitamente costituito un importante motore della modernizzazione capitalista, ma alla fine la disillusione è stata inevitabile. Poiché si è sempre fatta molta attenzione a concretizzare soltanto una parte degli ideali, essenzialmente quelli che potevano allearsi con la logica capitalistica e conformarsi alle sue forme. La spinta all'individualizzazione di questi ultimi quarant'anni ne costituisce un buon esempio: ha certamente spazzato via le ristrettezze soffocanti del dopoguerra, ma non senz'avere allo stesso tempo l'effetto di aggravare fino all'insostenibilità la concorrenza atomizzata e l'auto-regolazione di ciascuno. Questi effetti finora sono stati mitigati - seppure parzialmente - nel quadro sociale, economico e politico relativamente favorevole, nei centri capitalisti, aprendo così all'emarginazione individuale un margine indiscutibile, che non possiamo accontentarci di denigrare in blocco come utile ai disegni del capitalismo. Va da sé che queste condizioni sociali sono preferibili a quelli che hanno avuto luogo nelle dittature, nei regimi repressivi o nei paesi poveri. Tuttavia, si avrebbe torto a vedervi la prova delle "conquiste dell'Illuminismo". Sono state piuttosto l'espressione di un insieme di condizioni storiche ben determinate, di cui oggi la crisi ha fatto tabula rasa. Perciò, non è un caso se si fa di nuovo sentire fortemente il bisogno di identità collettive, un bisogno mai scomparso che viene soddisfatto dalla religione, dall'etnicismo e dal nazionalismo. Nell'ottica dell'individuo isolato, rifugiarsi in seno a simili collettività non è così irrazionale come si potrebbe credere; vi si trova in effetti quella sicurezza personale (ed in parte anche materiale) che, fra uno Stato-provvidenza che va in pezzi ed una concorrenza di crisi esacerbata, non può più essere trovata in nessun altro posto. A ciò corrisponde, d'altra parte, il fatto che la ragione liberale mostra sempre più apertamente il suo carattere di dominio, per esempio attraverso la messa in opera di un discorso autoritario sui valori ed il cui scopo si riassume innanzitutto nelle tristemente celebrate virtù secondarie borghesi *. A tal riguardo, la crisi ha fatto riapparire in tutta la sua evidenza la doppia orribile faccia - che, nei paesi del nucleo capitalista, aveva potuto essere per qualche tempo parzialmente nascosta - dell'Illuminismo e dei suoi risvolti irrazionali.

* Nota: bürgerlichen Sekundärtugenden. In seguito alla disputa tedesca intorno al positivismo, nella seconda metà del XX secolo, questo termine designava le virtù che, al contrario delle virtù primarie o "cardinali" (prudenza, temperanza, giustizia, coraggio), non avevano di per sé valore etico, ma nondimeno contribuivano, concretamente e nel quotidiano, al buon funzionamento della società borghese. Ne sono esempi, il senso del dovere, la disciplina, l'obbedienza, la puntualità, la lealtà, la cortesia, ecc..

8 - In piena crisi del capitale, l'impulso soggettivo a liberarsi dal dominio non si è molto indebolito. Al contrario, si manifesta dovunque. Tuttavia, il quadro nel quale esercita i suoi effetti è profondamente cambiato. Durante la fase di ascesa del capitalismo, si poteva ancora ricollegare al processo della modernizzazione, nel corso del quale diveniva, poco a poco, un elemento al servizio del capitalismo, e poteva allo stesso tempo venire neutralizzato in qualsiasi momento. Ma con la crisi del capitale, i margini di manovra offerti dalla modernizzazione capitalista si sono ormai esauriti. Da qui, la comparsa di nuove linee di conflitto. Ciò che spinge alla ribellione, sono da un lato le condizioni di vita sociale ed economica sempre più insostenibili, dall'altro la repressione statale e securitaria (corruzione, ecc.). Di fronte a tutto questo, i movimenti che si presentano nel nome della democrazia e dei diritti dell'uomo non possono che fallire su tutta la linea; dal momento che quello cui aspirano - penso qui alle diverse rivoluzione "arancioni" ma anche, beninteso, alle "primavere arabe" - è un capitalismo democraticamente e socialmente smorzato di cui oggi ci si sbarazza sempre più, ivi compresi i paesi del nucleo capitalista. Questo significa che, per tali nuovi movimenti, anche i successi relativi dei "movimenti classici della modernizzazione" sono definitivamente fuori portata. Bisogna tuttavia ben capire che non sono le loro rivendicazioni in quanto tali ad essere erronee, né i motivi e gli impulsi sottesi a queste rivendicazioni, ma solamente la forma nella quale tutto questo si articola. Senza una simile distinzione, esiste il rischio che delegittimando la democrazia e lo Stato di diritto, si sacrifichino al tempo stesso i contenuti che rivestono e che non si integrano in queste forme. Questo preparerebbe la strada ad una gestione autoritaria della crisi ed al mostro dell'irrazionalismo. Ecco perché oggi, in quest'epoca di crisi del capitale, una critica emancipatrice dell'Illuminismo è più urgente che mai; mentre l voler difendere, proprio adesso, l'Illuminismo contro i suoi nemici apparentemente esterni è un errore e non costituirebbe altro che una parvenza di difesa contro la "barbarie". L'Illuminismo non è tagliato per svolgere questo ruolo di baluardo: il suo quadro di validità si disintegra simultaneamente al capitalismo.

- Norbert Trenkle - pubblicato su "Streifzüge" , n°56, 2012 -

fonte: Streifzüge Magazinierte Transformationslust