martedì 2 settembre 2014

I 3 tempi della storia

braudel

Fernand Braudel. Un Erodoto del nostro tempo
di Luciano Canfora

«Questa storia è carica di anni — scrive Thomas Mann al principio della Montagna incantata — ; perciò conviene narrarla nella forma del passato più remoto». Nel 1924, anno di pubblicazione del romanzo, Mann sa bene che la sua storia copre in realtà i sette anni che vanno dal 1907 al 1914, e che dunque non è propriamente così remota; e perciò con gusto un po' enigmatico prosegue osservando: «succede alla nostra storia quello che accade oggidì agli uomini, compresi anche i novellatori: essa è assai più vecchia dei suoi anni, l'età sua non si può misurare in giorni né in lune, in una parola essa non deve veramente la sua maggiore o minore antichità al tempo». Perché la storia di Castorp sia «più vecchia dei suoi anni» viene chiarito subito dopo: «la sua estrema antichità è data dal fatto che essa viene prima di un certo abisso che ha interrotto la vita e la coscienza dell'umanità. Avviene, o meglio per evitare di proposito ogni tempo presente, avvenne, è avvenuta una volta, in tempi lontani, negli antichi giorni del mondo, prima della grande guerra, con l'inizio della quale ebbero principio tante cose che avevano appena finito di cominciare». E' il 1914, l'anno zero: ciò che avvenne prima è irrimediabilmente passato e perciò remotissimo. E una tale concezione della relatività del tempo ritorna insistentemente nel romanzo dalle prime pagine sugli effetti di straniamento di due giorni di viaggio alle divagazioni sul tempo all'inizio del quarto capitolo.
Difficilmente si saprebbe indicare nella narrativa contemporanea una riflessione più vicina alla celebre pagina di Braudel sui tre diversi tempi della storia. E' questa nella prefazione al monumentale "Il mediterraneo nell'età di Filippo II", la cui tripartizione rispecchia appunto quei tre diversi «tempi». Il primo, scrive Braudel, riguarda «una storia quasi immobile» la storia dell'uomo nel suo rapporto con la realtà fisica; il terzo — che ne è l'antitesi — è quello della storia tradizionale «caratterizzato da un movimento rapido e incessante, ma di superficie»; a metà strada tra i due vi è per Braudel una «storia lentamente ritmata, la storia sociale». Era la prima volta che uno storico relativizzava il tempo, cioè la «forma a priori» del racconto storiografico. Una tale nozione è ormai senso comune della storiografia contemporanea. La data ufficiale di questa intuizione di Braudel è il 1949, quando fu pubblicato il grande libro sull'età di Filippo II. Ma il ben più remoto atto di nascita di quel libro è molto vicino alla Montagna incantata di Mann: è del 1927, quando Braudel allora venticinquenne professore di storia al liceo di Algeri, chiedeva e otteneva, dalla locale facoltà di lettere, di tenere delle conferenze sulla storia della Spagna nei secoli diciassettesimo e diciottesimo. Decano alla facoltà di Algeri, Louis Gernet, l'antropologo della Grecia antica: è merito di Riccardo Di Donato aver trovato le lettere di Braudel a Gernet relative a questo corso di conferenze. Lì è già tracciato il programma che prenderà poi corpo nel Mediterraneo nell'età di Filippo II.
Difficilmente una coincidenza così singolare saprebbe meglio illustrare il fenomeno capitale del secolo apertosi con l'anno che a Mann parve un inizio. Esso consiste nella caduta della separazione tra storiografia e narrativa. Musil e Mann hanno scritto libri di storia tanto quanto Braudel e Hobsbawm. La riflessione di Braudel sui tempi prospetticamente variabili della storia può considerarsi, legittimamente, sia come l'atto di morte della vecchia storia sia come il bilancio di decenni di autocritica e di riflessione della narrativa su se stessa.
Due anni dopo il carteggio tra Braudel e il decano di Algeri, nel 1929, nascevano le Annales, sotto l'impulso di Marc Bloch e Lucien Febvre. Mai nascita fu più tempestiva. Si ripete, ed è sostanzialmente vero, che la rottura rappresentata dalle Annales rispetto alla storiografia positivistica produsse l'allargamento del «territorio dello storico». Orbene, questo allargamento era anche un aspetto della rottura dei cancelli tra storiografia e narrativa, e, al tempo stesso, della fine di due centralità: quella politico-diplomatico-militare nella storiografia e quella dell'eroe protagonista nella narrativa. Rotti quei cancelli, il territorio dello storico diveniva d'un tratto immenso: come la realtà che Erodoto, unico storico totale del mondo greco orientale, ha fatto irrompere nella sua sconfinata «ricerca».
E' comprensibile e giusto che il bersaglio della «nuova storia» fosse la storia detta polemicamente evenemenziale, quella cioè che — come soleva dire Marrou — «crede che i fatti ci stiano ad aspettare, prefabbricati in seno ai documenti». «Diffidiamo di questa storia — scrisse Braudel — quale i contemporanei l'hanno sentita, descritta, vissuta, al ritmo della loro vita, breve come la nostra. Essa ha la dimensione delle loro collere, dei loro sogni e delle loro illusioni».
Gli storici delle Annales, tra i quali fu presto in posizione di rilievo anche Braudel, non amavano richiamarsi esplicitamente al marxismo, anche perché negli anni del loro sorgere ed affermarsi essi avevano sott'occhio del marxismo la più schematica delle contraffazioni. Eppure è quasi superfluo dire oggi, oltre mezzo secolo dopo, che senza l'irruzione del marxismo nel pensiero storico, l'ampliamento del «territorio dello storico» predicato dalle Annales sarebbe stato impensabile. «Due strade sono aperte dinanzi a noi per scrivere questo libro — scrive Braudel nella introduzione alla sua opera più matura e profonda, "Capitalismo e civiltà materiale" (1967) — : guardare innanzitutto ai vincitori, poi rapidamente, schematicamente agli altri, le masse e la loro storia, peraltro maggioritaria: è la soluzione abituale. Oppure rovesciare l'ordine: porre prima di tutto in primo piano proprio queste masse, quantunque esse siano situate quasi fuor del tempo vivo e ciarliero della storia. Questo — soggiunge — sarà il nostro programma». Qui la lezione del marxismo è operante e fatta propria. In questa pagina inoltre è quanto mai evidente il nesso tra i due termini: l'ampliamento del territorio (la storia delle masse) comporta la assunzione di un «tempo» assai più lento (non quello ciarliero della storia evenemenziale).
Non vi è forse terreno nel quale la teorizzazione astratta risulti così deleteria come quello della storiografia. Braudel — in questo davvero storico alla maniera dei classici — ha sempre tratto i suoi bilanci teorici a margine di possenti opere di ricerca concreta. Né ha mai corso il rischio di cancellare la storia evenemenziale in pro di un racconto storico senza fatti, alla maniera di Croce. Per lui sono in fondo legittimi e necessari tutti e tre i «tempi». Eppure vi era nella sua teoria, come, più in generale, nei programmi delle Annales, il rischio della fuga nella non-storia: è il caso delle rarefatte storie del clima e degli slittamenti dei ghiacciai, abbozzate con virtuosismo illusionistico da Le Roy Ladurie. Esperimenti che hanno provocato ovviamente sussulti passatisti di reazione tradizionalista e che sottintendevano un accentuato nullismo apolitico.
La grandezza di Braudel è consistita invece proprio nella capacità di pensare la storia nei suoi vari tempi. Nessuna moda strutturalista perciò se lo è mai potuto annettere. In testa al suo libro più letto in Italia ("Il mondo attuale") Braudel ha posto una “Grammatica delle civiltà”. Nulla di più lontano dalla scarnificata e onnivalente morfologia strutturalistica. A un certo punto della Grammatica, Braudel considera il caso in cui una civiltà rifiuta, come scrive, «l'adozione di beni culturali capaci di mettere in pericolo le sue strutture profonde». E pensa a Bisanzio che secondo uno storico turco si diede agli ottomani nel 1453, perché preferì i turchi all'unione coi latini. Il pensiero passa allora al mondo di oggi e Braudel considera il rifiuto che il mondo anglosassone ha opposto, nel '900, alla rivoluzione comunista. Ma l'analogia si dissolve subito in una riflessione specifica: «il no è categorico da parte dei paesi germanici e anglosassoni; meno netto e definitivo da parte della Francia, dell'Italia e degli stessi paesi iberici. Si tratta probabilmente di un rifiuto posto da una civiltà ad un'altra. Potremmo dire meglio che, se l'Europa occidentale adottasse il comunismo, lo organizzerebbe probabilmente in modo diverso, come essa ha già fatto per il capitalismo, costituitosi in forme diverse da quelle ad esempio degli Stati Uniti». Forse vi è in queste parole anche il nostro domani.

- Luciano Canfora - da “il manifesto” del 29 novembre 1985 -

lunedì 1 settembre 2014

Questione di classe

giulatesta

"Gli individui non più sussunti sotto la divisione del lavoro sono stati immaginati dai filosofi come ideale, sotto il nome « l’uomo », e l’intero processo che abbiamo delineato è stato da loro concepito come il processo di sviluppo « dell’uomo », così che ad ogni grado della storia passata si è sostituito « l’uomo » agli individui esistenti e lo si è rappresentato come la forza motrice della storia. L’intero processo fu dunque inteso come processo di auto alienazione « dell’uomo », e ciò deriva essenzialmente dal fatto che l’individuo medio del periodo posteriore è sempre stato sostituito a quello del periodo precedente e la coscienza posteriore a quella degli individui precedenti. Con questo capovolgimento, che astrae senz’altro dalle condizioni reali, fu possibile trasformare l’intera storia in un processo di sviluppo della coscienza."
- Karl Marx - da "L'ideologia tedesca" -

La questione appare essere che Marx non pensava che il proletariato fosse capace di comportarsi come una classe; e se il proletariato è incapace di comportarsi come una classe allora gran parte della strategia politica marxista del XX secolo è sbagliata, in quanto presuppone il contrario: in quanto essa assume che la classe operaia possa agire come una classe, possa acquisire coscienza in quanto classe ed abbia un interesse di classe da far valere. Se nessuna di queste ipotesi è vera, si spiegano molte cose a proposito degli accadimenti politici dello scorso secolo, compreso l'emergere del fascismo, a partire dal fatto che la "rivoluzione proletaria" si basava sulla premessa di un evento esterno, e non dato, alla relazione capitalista: lo sviluppo di una coscienza politica tra la classe operaia.
Gli argomenti in proposito, sono quelli espressi da Marx nella sua prima spiegazione del materialismo storico: nel primo libro de "L'ideologia tedesca" viene delineato il concetto di rapporto fra individuo, classe e comunità; in particolare viene tracciata quello che è l'emergere delle classi all'interno della società borghese. I membri di quella che sarebbe diventata poi la borghesia emergono dal conflitto con la classe dominante, la nobiltà terriera.
Lo sviluppo delle forze produttive e, in particolare, dei mezzi di comunicazione, aveva reso possibile, in base alle istanze locali di questa classe nascente, di riconoscersi gli uni con gli altri e far valere gli stessi interessi contro un nemico comune. Le condizioni dei borghesi si trovavano in contraddizione con le relazioni esistenti e con il modo di produzione determinato per mezzo di tali relazioni. Tutte queste condizioni, condivise dai borghesi, erano comuni a tutti loro, indipendentemente da ciascuna individualità.
Quest'ultimo è un argomento che viene più volte sottolineato: le condizioni della classe borghese erano indipendenti dagli individui. Il fatto che le condizioni materiali della classe borghese esistessere a prescindere degli individui che componevano la classe è di enorme importanza. I borghesi hanno creato le condizioni per liberarsi dalle relazioni dominanti e lo hanno fatto per mezzo del loro antagonismo con tali relazioni.

"Le stesse condizioni, la stessa opposizione, gli stessi interessi dovevano far sorgere in complesso anche gli stessi costumi dappertutto."

Le condizioni materiali dei borghesi emergono gradualmente, e la classe stessa si separa lungo la linea della divisione del lavoro, assorbendo parte della classe dei possidenti e trasformando la classe dei senza proprietà, insieme ad una parte dei possidenti, in proletari. In questo modo, la proprietà già esistente viene trasformata in capitale, industriale o commerciale.
A questo punto, Marx ed Engels, fanno un'affermazione decisamente importante, circa la vita interna di una classe:

"I singoli individui formano una classe solo in quanto debbono condurre una lotta comune contro un’altra classe; per il resto essi stessi si ritrovano l’uno di contro all’altro come nemici, nella concorrenza."

E' un punto fondamentale: ogni classe è classe solo in quanto porta avanti una battaglia comune contro un'altra classe. Il suo carattere come classe viene determinato esclusivamente dal suo conflitto contro altre classi. In assenza di un tale conflitto, qualsiasi classe, nella società, è solamente un massa di concorrenti ostili l'uno all'altro. Questo punto di vista sulle classi, nell'opera di Marx, è un filo che si dipana attraverso tutte le sue opere, per tutta la sua vita. E' talmente importante che appare nel terzo volume del Capitale, dove Marx scrive:

" Appena non si tratta più di ripartire i profitti ma di suddividere le perdite, ciascuno cerca di ridurre il più possibile la propria quota parte della perdita e di riversarla sulle spalle degli altri. La perdita per la classe nell’insieme è inevitabile, ma quanto di essa ciascuno debba sopportare, in quale misura debba assumersene una parte, diventa allora questione di forza e di astuzia e la concorrenza si trasforma in una lotta fra fratelli nemici. L’antagonismo fra l’interesse di ogni singolo capitalista e quello della classe capitalistica si manifesta allora nello stesso modo come nel periodo di prosperità si era praticamente affermata l’identità di tali interessi per mezzo della concorrenza."

Tutta la comprensione di quelle che sono le Classi nella società capitalista viene meno nel momento in cui dimentichiamo che la vita interna di ciascuna classe è determinata dall'ostilità e dalla concorrenza. Una "fraternità ostile", è il termine più adatto per poter pensare una classe nella società borghese. E questo ha un'importanza fondamentale al fine della comprensione, in quanto significa che, a causa dell'infuriare della concorrenza dentro ciascuna classe, gli interessi della classe nel suo insieme, vista come un intero (per esempio, le condizioni materiali comuni a tutti i membri della classe), assumono una forma che è indipendente dalla classe.

"D’altra parte la classe acquista a sua volta autonomia di contro agli individui, cosicché questi trovano predestinate le loro condizioni di vita, hanno assegnata dalla classe la loro posizione nella vita e con essa il loro sviluppo personale, e sono sussunti sotto di essa. Questo fenomeno è identico alla sussunzione dei singoli individui sotto la divisione del lavoro e può essere eliminato soltanto mediante il superamento della proprietà privata e del lavoro stesso. Abbiamo già accennato più volte come questa sussunzione degli individui sotto la classe si sviluppi in pari tempo in una sussunzione sotto idee di ogni genere, ecc."

Quello che chiamiamo classe, non è, in alcun modo, la somma degli individui membri di quella formazione sociale, bensì una cosa che è materialmente indipendente da quei membri. La classe è un'astrazione indipendente nella quale i membri individuali vengono sussunti, e le loro vite vengono determinate da essa. E se questo è cio che è una classe, il proletariato non può comportarsi come classe nello stesso modo in cui si è comportata la borghesia, la quale era in contraddizione con le esistenti relazioni e con il modo di produzione determinato da quelle relazioni, semplicemente perché non è così per il proletariato. Semplicemente, non è in contraddizione, il proletariato è un prodotto delle condizioni esistenti dei rapporti borghesi di produzione. E' un prodotto della borghesia, allo stesso modo in cui lo è, ad esempio, la grande industria. Come classe, il proletariato "non ha alcun interesse particolare da far valere nei confronti della classe dominante".
Il problema, però, sta nel fatto che anche se non ha interessi da far valere contro la classe dirigente e non si trova in contraddizione con le esistenti condizioni, nondimeno rimane caratterizzata internamente come "fraternità ostile", come qualsiasi altra classe della società borghese. Inoltre, è una fraternità ostile di concorrenti che non entra mai in conflitto con la sua classe dirigente. In questo modo, il carattere competitivo delle relazioni intra-classe assume piena espressione: non c'è limite a quest'ostilità e non c'è niente da mediare o limitare.
Gli argomenti usati da Marx erano rivolti a spiegare perché questa classe - il proletariato - segnava la fine della società divisa in classi, e dello Stato stesso. Proprio in quanto questa classe non ha alcun interesse da far valere in quanto classe, metterà fine allo Stato (del resto, la borghesia ha rovesciato la classe dominante dell’ancient regime, senza aver avuto bisogno di un partito di avanguardia, mentre, secondo alcuni marxismi, per qualche inesplicabile ragione, il proletariato non potrebbe riuscirci!). Ma i proletari non possono vincere nessuna lotta di classe proprio per la stessa ragione per la quale rappresentano la fine delle classi e della società di classe. Marx ha mostrato come il capitalismo sarebbe crollato, non importa come finisce la lotta di classe, anche se finisce con la completa sottomissione dei proletari alla borghesia. Il proletariato non mira a rovesciare la classe dirigente, ma mira a porre fine alla competizione. E questo ha implicazioni positive e negative: implica sindacati così come implica razzismo e ostilità contro gli immigranti. Entrambe sono perfette espressioni della coscienza del proletariato e possono facilmente coesistere fianco a fianco all'interno della classe nel suo insieme.
Che è come dire che la coscienza politica del proletariato è del tutto incoerente, e che una strategia puramente politica per superare il capitalismo non può che fallire, necessariamente!

domenica 31 agosto 2014

Le tasche dell'uomo nudo

tiger

La tigre predatrice e l'antilope terrorizzata
- Dal teatro estivo della politica fiscale al prossimo smantellamento sociale -
di Robert Kurz

La statalizzazione della crisi non risolve il problema, ma lo sposta solamente. Già in passato, la base regolare delle finanze di Stato in materia fiscale dei rendimenti ottenuti dalla produzione reale di plusvalore, era fragile, come dimostra l'espansione storica del credito pubblico. Sotto le condizioni dell'economia delle bolle finanziarie si è arrivato a considerare, ingenuamente, di farla finita con l'indebitamento pubblico. Dopo il crack finanziario globale una tale opzione è diventata un rifiuto irriciclabile. Il finanziamento dei pacchetti di salvataggio e di sostegno alla crisi lasciano il il debito pubblico in una situazione esplosiva senza precedenti. Sorge così un dilemma. Lo sfrenato eccesso di denaro delle banche centrali creerebbe un'inflazione incontrollabile. Pe evitarlo, le imposte dovrebbero aumentare drasticamente. Però, una tale misura contribuirebbe ulteriormente allo strangolamento del contesto economico. Situazione, questa, che, all'inverso, potrebbe essere evitata se le imposte venissero ridotte.
Si tratta della quadratura de cerchio, come dimostra il teatro estivo della politica fiscale in Germania. Durante i mesi di campagna elettorale c'è stato tutto un succedersi di idee e di promesse infondate. L'FDP (Partito Liberale Democratico) e l'ala industriale della CDU/CSU (Unione Cristiana Democratica) esigono drastiche riduzioni fiscali, il cui impatto sulle finanze pubbliche viene nascosto. L'ala più statale dell'Unione definisce tutto questo poco serio e promette riduzione delle imposte "dopo la crisi", qualunque sia questo "quando". SPD (socialisti) e verdi discorrono circa una "trasformazione ecologica e sociale" del sistema fiscale, ma rimangono ad annaspare e ad affogare nelle idee concrete. Vagamente, e come tattica elettorale, anche al Linkspartei (Partito di Sinistra) piacerebbe "obbligare i ricchi a pagare la crisi", senza però chiamare col suo nome quella che è una situazione di crisi sistemica.
E' chiaro che il dilemma va ad assumere una forma di sviluppo, ma il peggio arriverà solo dopo le elezioni in autunno, ed è prevedibile. E' una vecchia regola d'oro. Per la politica fiscale pubblica, dipendente dal processo di valorizzazione, il capitale non è in alcun modo una tigre predatrice ma, come si sa, una timida antilope, che non dev'essere impaurita, per non farla scappare. Perciò, il fisco preferisce gozzovigliare col consumo di massa e con i rendimenti salariali. La Germania, il paese più orientato, in tutto i mondo, verso l'esportazione, si permette già ora la più alta pressione fiscale, di tutta l'Unione Europea, sui redditi più bassi. Una tale situazione si accompagna ad un settore sproporzionalmente grande di bassi salari e di precarizzazione. Il tasso di povertà, secondo i dati della Paritätischen Gesamtverband (Associazione delle Organizzazioni di Solidarietà Sociale) è fortemente aumentato a partire dal 2007, nel corso della situazione di disavanzo, ed assistiamo anche ad una crescente disparità regionale, tra il 10% della Baden-Wuerttemberg ed il 24% della Mecklenburg-Pomerania Anteriore. 
La speranza per cui il nuovo orientamento statalista possa porta ad un miglioramento sociale è illusoria. Dopo le elezioni, non essendoci più alcuna necessità di legittimazione, il keynesismo dello stato di necessità potrà rivelarsi come la continuazione della politica neoliberista con altri mezzi. I tagli delle tasse sui profitti da impresa e sui gruppi con i redditi più elevati, effettuati da una coalizione giallo-nera (mascherata da una "politica familiare" di consolazione, anche nei confronti dei redditi più bassi) potrebbe solo aggravare il problema finanziario. Poiché, dato l'eccesso di capacità, il risparmio fiscale delle imprese non affluirebbe verso investimenti, né alle banche per la svalutazione del credito, dal momento che queste si basano ancora su bilanci malsani. La speranza che, in questo modo, il motore economico torni a girare e che il problema del finanziamento si possa risolvere accontentando tutti, è abbastanza presuntuosa. Al contrario, a fronte dei problemi per l'esportazione, una coalizione guidata dall'SPD non avrà il coraggio di rivolgere la macchina fiscale contro le imprese industriali e finanziarie, ossia, non lascerà che la timida antilope si spaventi. Dopo le elezioni, ci si aspetta, invece, di dover "attraversare una valle di lacrime" in nome della gestione della crisi.
Il prossimo governo, indipendentemente dalla sua composizione, dovrà fare il cane da caccia. Quello che verrà messo in questione saranno le rovine dei servizi sociali, che verranno presentante come purtroppo "non finanziabili". Se ad un uomo nudo non si può più togliere niente dalle tasche, allora ci sono la pelle e la carne. Le opzioni di una politica di stato di necessità vanno da un nuovo aumento dell'IVA e ad una riduzione delle pensioni, passando per la riduzione dei sussidi di disoccupazione e reddito minimo, fino all'aumento di tutte le tasse pubbliche, alla riduzione del bilancio per l'istruzione e al razionamento dell'assistenza medica. Si può anche pensare ad una riduzione delle rimanenti infrastrutture, a tagli salariali e licenziamenti in massa nei servizi pubblici. Un simile catalogo di misure, su cui non si deve dire niente fino all'autunno, non riuscirà realmente a finanziare i pacchetti di salvataggio, né a risolvere la crisi incombente delle finanze pubbliche. Ma, sotto la bandiera della "responsabilizzazione del capitalismo", è la forma di sviluppo più probabile per i problemi della politica fiscale e di bilancio. Il fatto che il capitalismo sia la ricchezza che genera povertà può essere ammesso se questo viene generalmente vissuto come una condizione naturale e come una fatalità inevitabile.

- Robert Kurz - Pubblicato il 29/5/2009 sul settimanale Freitag, Berlino -

fonte: EXIT!

sabato 30 agosto 2014

Spacconi

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"C'era un pazzo che non rispettava niente, che aveva delle idee impossibili, che attaccava - sicuramente per spacconaggine - le cose più sacre, la società, l'esercito, la famiglia, l'amore ... " Così parla Georges Darien, riferendosi ad uno dei suoi personaggi che gli rassomiglia come un fratello. Georges Darien (1862 - 1921), della cui opera André Breton disse che "è l'assalto più rigoroso che io conosca contro l'ipocrisia, la falsità, la stupidità, la codardia". Da "Biribi", il suo primo romanzo, nato dalla sua esperienza nei battaglioni disciplinari, a "La Bella Francia", passando per il famoso "Il ladro", adattato per il cinema da Louis Malle, emerge tutta la virulenza, la passione e la modernità di un inclassificabile, diventato scrittore per "odio verso i torturatori e disgusto per le torture".

venerdì 29 agosto 2014

Non c'è niente da sperare...

briche

La forza delle cose
di Gérard Briche

Suzanne Bernard, in un suo libro dove racconta di quand'era una giovane artista in rivolta, ricorda il suo incontro con Guy Debord. Erano gli inizi degli anni sessanta e, insieme a qualche amico, crecava un altro modo di essere artista, diverso da quello degli artisti "borghesi" che ignorano la situazione del popolo, così si era avvicinata ad alcuni gruppi "radicali", lettristi, situazionisti... L'Internazionale Situazionista si era detta disposta a partecipare ad un'esposizione organizzata dal suo piccolo gruppo, contribuendo con una tavola di Michèle Bernstein, ed era avvenuto così che Suzanne Bernard incontrasse Guy Debord. Quest'ultimo, racconta la Bernard, al momento di commentare i progetti rivoluzionari che venivano presentati, aveva scosso la testa dicendo: "fate il vostro giro di pista, vedrete, non c'è niente da sperare..."
E' singolare che Debord, allora ancora poco sospetto di mancanza d'intransigenza, abbia espresso così tanta indulgenza nei confronti dell'impegno di alcuni giovani artisti, per il loro sforzo di immaginare un atteggiamento diverso da quello di immergersi nell'ordine sociale della società borghese. Ma Debord manifestava anche una totale mancanza di illusioni: "vedrete, non c'è niente da sperare..."
Il suo lasciar "fare un giro di pista": forse potrebbe essere, quanto meno, la scelta di quelli che, alle elezioni presidenziali, hanno votato per il candidato della "sinistra". Di cui, almeno una parte era cosciente che questa "sinistra" non farebbe molto di diverso dalla "destra". Con senza dubbio, il sogno vago ma insistente che però, forse...
Beh, niente - o talmente poco... Bisogna riconoscere che le speranze che si potevano essere formate nel maggio del 2012 si sono infrante contro la forza delle cose.

1. « Siate realisti, domandate l'impossibile ! »

Molti degli slogan di quello che è stato chiamato "maggio 68 in Francia" rimangono nella memoria collettiva come espressioni di un momento di gioiosa utopia - finita la quale, bisognava ritornare certamente alla realtà, dolorosa ma inevitabile. Un po' come avviene con i giovani borghesi che si inacanagliscono per qualche mese, per poi tornare nei ranghi, e meglio rispettare l'ordine delle cose. "Finiranno tutti per diventare notai!", avrebbe affermato - si dice - un celebre reazionario, parlando degli studenti insorti sulle barricate parigine. Non sono diventati tutti notai, ma un buon numero di loro ha capito che in questa società, è meglio sapere come posizionarsi. Come scriveranno, qualche anno dopo, due abili compari: "Non se ne verrà fuori, ora lo sappiamo. Non si rovescerà il capitalismo...". Ed in questa situazione diventata definitiva, il realismo, s'ha da domandare quel che è possibile, e preferibilmente un possibile politicamente praticabile ed economicamente gratificante.

2. Il realismo è l'obbedienza al principio del valore

Contro "la forza delle cose", non si può fare niente. E' il discorso della "sinistra" di François Hollande al potere per argomentare la messa all'incasso, una ad una, delle promesse elettorali e governative. La "sinistra" al potere si vuole realista, in accordo con le necessità della "economia", quest'entità che, come quella denominata "i mercati", sembra muoversi come un vincolo contro il quale non si può niente, un po' come una catastrofe naturale - oppure la volontà spietata di una divinità vendicativa.
Ma "l'economia", non esiste. Certo, da sempre gli uomini producono quello di cui avevano bisogno e che la natura non forniva loro; ma circoscrivere questa produzione al dominio soggetto al calcolo economico, escludendo tutte le altre determinazioni, è un'originalità di quello che viene chiamato capitalismo. Ridurre il produttore ad essere solo un produttore, ridurre la cosa prodotta ad essere solo un prodotto da proporre sul mercato, e più in generale ridurre tutto ad essere solo una merce, ovvero qualcosa che ha un prezzo, che si può vendere e che si può comprare, tutto questo è un'originalità del capitalismo. Cioè a dire di un sistema nel quale il principio sociale è il valore, e nel quale tutti i fenomeni sono modellati sul modello della merce: un sistema nel quale il feticismo della merce rende chiaro il fatto che l'unica qualità che viene presa in considerazione in un bene qualunque, è il suo valore.
Considerare che i fenomeni de "l'economia" sono dei fenomeni sui quali non si ha (purtroppo!) alcun controllo, significa obbedire al principio del valore. Il preteso realismo non è altro che rassegnazione nei confronti di tale potere di cui si dimentica che è il potere, per mezzo della logica del mercato, che gli uomini gli hanno attribuito, quasi senza averne coscienza

3. Non ci sono soluzioni politiche, perché la politica non è la soluzione

Certamente, qualcuno suggerisce che non c'è fatalità, e che quel che manca è una volontà politica. E non mancano gli esperti che affermano che bisogna "rilanciare i consumi" per rilanciare l'economia; è il linguaggio neo-kenesyano, "di sinistra", - oppure che bisogna, al contrario, abbassare la pressione fiscale sulle imprese per permettere che si dia crescita e si creino posti di lavoro: è il linguaggio neoliberista, "di destra". Il punto comune a tutti questi discorsi, è la convinzione che bisogna "tornare a crescere", e perciò lavorare, produrre, e vendere. Ora, la crescita non produce affatto ricchezza, essa produce povertà, in quanto ha come obiettivo solo quello di produrre merci, al fine di realizzare capitale. Fin quando i "responsabili politici", per cecità o per cinismo, manterranno questa logica, continueranno a mettere in scena lo spettacolo pietoso per cui si ricercano degli espedienti per tenere, bene o male, a galla un sistema che è arrivato.
Inutile cercare una soluzione politica, perché non esiste. Quando Jean-Claude Juncker, il presidente del Lussemburgo, vede nella situazione presente delle inquietanti analogie con la situazione del 1913, sta ripetendo semplicemente, ma inesorabilmente, che il solo modo è quello di voltare la spalle a quello che dappertutto viene chiamato realismo, e prendere una strada completamente diversa. Dal momento che le strade che pretendono di tener conto della "forza delle cose" vanno tutte nella stessa direzione: la barbarie.

Gérard Briche, Articolo apparso sulla rivista Lignes n°41, 2013

fonte: Critique Radicale de la Valeur

giovedì 28 agosto 2014

Robot e moduli da riempire

Il pezzo che segue, di David Graeber, è abbastanza lungo, e devo dire che alcuni dei suoi passaggi (notamente, lo spostare il problema dalla sfera della produzione a quella della circolazione, l'analisi sulla scelta della bassa tecnologia come risposta alla crisi, e altro) non mi trovano affatto d'accordo. Non posso però fare a meno di condividere il genere di suggestioni da cui parte, e anche per questo ritengo che valga bene una lettura ed una riflessione.
f.s.

BackFutureflyingcar

Automobili volanti e caduta tendenziale del saggio di profitto
di David Graeber

C'è una domanda segreta sospesa sopra di noi, un senso di delusione, una promessa infranta che ci avevano fatto quand'eravamo bambini a proposito di quello cui avrebbe assomigliato il mondo quando saremmo stati adulti. Non mi riferisco alle solite false promesse che si fanno sempre ai bambini ( su come il mondo sarà giusto, o su come saranno ricompensati quelli che lavoreranno sodo ), ma alla promessa fatta ad una generazione in particolare - fatta a quelli che erano bambini negli anni cinquanta, sessanta, settanta, o anche ottanta - che non è mai stata formulata come una promessa ma, piuttosto, come un insieme di ipotesi relative a come sarebbe stato il nostro mondo da adulti. E dal momento che non è mai stata una vera e propria promessa, ora che il suo fallimento è dimostrato, siamo rimasti confusi: indignati, ma allo stesso tempo, imbarazzati per la nostra stessa indignazione, vergognandoci di essere stati così sciocchi da aver creduto ai nostri vecchi.
Per dirla in breve, dove sono le automobili volanti? Dove sono i campi di forza, i raggi traenti, le piattaforme di teletrasporto, le slitte antigravitazionali, i tricorder, i farmaci per l'immortalità, le colonie su Marte, e tutte le altre meraviglie tecnologiche che qualsiasi bambino cresciuto nella seconda metà del XX secolo aveva date per certe e che oggi avrebbero dovuto esistere? Anche quelle invenzioni che sembravano pronte a venir fuori - come la clonazione e la criogenia - hanno finito per tradire le loro sublimi promesse. Cosa è accaduto?
Siamo ben informati a proposito delle meraviglie dei computer, come se questo fosse una sorta di imprevista compensazione, ma, in realtà, neanche nei computer ci siamo mossi fino al punto di progresso che negli anni '50 ci si aspettava che oggi venisse raggiunto. Non abbiamo computer con cui si possa avere una conversazione interessante, o robot che portino a spasso i nostri cani o che portino i nostri vestiti in lavanderia.
Come chiunque altro avesse otto anni al tempo dell'allunaggio della missione Apollo, ricordo di aver calcolato che avrei avuto 39 anni nel magico anno 2000 e mi chiedevo come sarebbe stato il mondo. Mi aspettavo che sarei vissuto in un mondo di meraviglie? Certo. Tutti se lo aspettavano. Oggi, mi sento truffato? Mi sembrava improbabile che avrei vissuto per vedere tutte le cose di cui leggevo nella fantascienza, ma non mi sarei mai aspettato che non ne avrei vista nessuna.
Al volgere del millennio, mi aspettavo un profluvio di riflessioni sul perché non avevamo raggiunto quel futuro della tecnologia. Invece, quasi tutte le voci autorevoli - a sinistra come a destra - cominciano le loro riflessioni partendo dall'assunto che viviamo in un'utopia tecnologica senza precedenti, in un modo o nell'altro.
Il modo comune di affrontare il senso di disagio per cui potrebbe non essere così, è quello di spazzarlo via, insistere che tutto il progresso che avrebbe potuto esserci, c'è stato, e trattare tutto il resto come fossero sciocchezze. "Oh, vuoi dire tutta quella roba tipo Jetsons ("I Pronipoti" - N.d.T.)" mi viene chiesto - che è come dire, ma quelle erano solo cose per bambini" Sicuramente, come adulti, capiamo che i Jetsons offrivano un punto di vista accurato sul futuro quanto i Flintstones ("Gli Antenati" - N.d.T.) ce lo offrivano sull'Età della Pietra.
Anche negli anni settanta e ottanta, in realtà, fonti sobrie come il National Geographic e lo Smithsonian informavano i bambini a proposito di imminenti stazioni spaziali e di spedizioni su Marte. Gli autori di film di fantascienza erano soliti uscirsene con date precise, spesso non più di una generazione avanti, dove collocare le loro fantasie futuristiche. Nel 1968, Stanley Kubrick ritenne che per il pubblico sarebbe stato naturale assumere che solo 33 anni più tardi, nel 2001, avremmo avuto voli lunari commerciali, stazioni spaziali grandi come città, e computer con personalità umane che avrebbero mantenuto gli astronauti in animazione sospesa nel loro viaggio verso Giove. La video-telefonia è l'unica nuova tecnologia di quel film che sia apparsa - ed era già tecnicamente possibile quando il film è uscito. "2001" può essere visto come una curiosità, ma che dire di Star Trek? Il mito di Star Trek è stato creato negli anni sessanta, anch'esso, ma lo show ha continuato ad essere rivitalizzato, portando il pubblico di Star Trek Voyager, intorno al 2005, a cercare di capire cosa dovesse pensare del fatto che, secondo la logica del programma, si supponeva che il mondo dovesse riprendersi dai combattimenti fra superuomini modificati geneticamente avvenuti nel corso delle Guerre Eugenetiche degli anni novanta.
Nel 1989, quando i creatori di "Ritorno al Futuro 2" misero diligentemente automobili volanti e tavolette antigravitazionali nelle mani di normali adolescenti del 2015, non era chiaro se fosse una predizione o uno scherzo.
La mossa abituale, nella fantascienza, è quella di rimanere sul vago circa le date, di modo da rendere il "futuro" una zona di pura fantasia, non diversa dalla Terra di Mezzo di Narnia, o di Guerre Stellari, “a long time ago in a galaxy far, far away.” Come risultato, il futuro della nostra fantascienza è, il più delle volte, non propriamente un futuro, ma più che altro una dimensione alternativa, un sogno, un altrove tecnologico, esistente nei tempi a venire nello stesso senso in cui elfi e uccisori di draghi esistevano nel passato - un altro schermo su cui proiettare drammi morali e fantasie mitiche per farli finire nel vicolo cieco del piacere del consumatore.
La sensibilità culturale cui ci riferiamo come postmodernismo, potrebbe essere vista come una meditazione prolungata su tutti i cambiamenti tecnologici che non sono mai avvenuti? La domanda mi è sorta mentre guardavo uno degli ultimi film del ciclo di Guerre Stellari. Il film era terribile, ma non ho potuto fare a meno di rimanere impressionato dalla qualità degli effetti speciali. Ricordandomi dei goffi effetti speciali tipici dei film degli anni '50, mi sono chiesto quanto sarebbe rimasta impressionata un'audience degli anni cinquanta se avesse conosciuto quello che ora si può fare - solo per poi rispondermi, "In realtà, no. Sarebbero rimasti colpiti? Loro pensavano che noi avremmo fatto davvero quel genere di cose. Non solo al livello di creare modi sofisticati per simularle."
La chiave è quest'ultima parola - simulazione. Le tecnologie che sono andate avanti a partire dagli anni settanta sono principalmente tecnologie mediche o tecnologie dell'informazione - in gran parte, tecnologie di simulazione. Sono quelle tecnologie che Jean Baudrillard e Umberto Eco chiamano "iper-reale", la capacità di realizzare imitazioni che sono più realistiche degli originali. La sensibilità postmoderna, la sensazione che in qualche modo avevamo fatto irruzione in un nuovo periodo storico senza precedenti, nel quale avevamo capito che non c'era niente di nuovo; le grandi narrazioni storiche di progresso e di liberazione erano prive di significato; ora tutto quanto era simulazione, ripetizione ironica, frammentazione, e pastiche - tutto questo aveva senso in un ambiente tecnologico nel quale le uniche innovazioni erano quelle che rendevano più facile creare, trasferire, e riorganizzare le proiezioni virtuali di cose che o già esistevano, o che ci rendevamo conto che non sarebbero mai esistite. Sicuramente, se ci fossimo trovati in vacanza dentro le cupole geodetiche su Marte, oppure armati di impianti tascabili per la fusione nucleare, o di aggeggi telecinetici per leggere il pensiero, nessuno parlerebbe oggi in questo modo. Il momento postmoderno era un modo disperato per prendere quello che altrimenti sarebbe stata solo un'amara delusione e indossarlo come qualcosa di epocale, eccitante, e nuovo.

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Nelle prime formulazioni, che sono in gran parte emerse dalla tradizione marxista, si è preso atto di un bel po' di questo bagaglio tecnologico. "Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo" di Fredric Jameson ha proposto il termine "postmodernismo" riferendosi alla logica culturale propria di una nuova fase tecnologica del capitalismo, la quale era stata annunciata dall'economista marxista Ernest Mandel già nel 1972. Mandel aveva sostenuto che l'umanità si trovava alla vigilia di una "terza rivoluzione tecnologica", importante quanto quella agricola o quella industriale, nella quale computer, robot, nuove fonti di energia, e nuove tecnologie di informazione avrebbero rimpiazzato il lavoro industriale - la "fine del lavoro", come ben presto sarebbe stata chiamata - facendoci diventare tutti progettisti e tecnici informatici, con le folli visioni di quello che le fabbriche cibernetiche avrebbero prodotto.
Le argomentazioni sulla fine del lavoro erano popolari alla fine degli anni settanta e all'inizio degli ottanta, nella misura in cui i pensatori sociali riflettevano su che cosa ne sarebbe stato della tradizionale lotta popolare guidata dalla classe operaia, una volta che questa non fosse più esistita. (La risposta: si sarebbe trasformata in politiche di identità.) Jameson si considerava un esploratore delle forme di coscienza e delle sensibilità storiche che potevano emergere da questa nuova era.
Quello che è successo, invece, è stato che lo spread fra tecnologie di informazione e nuovi modi di organizzare i trasporti - l'imbarco dei container, per esempio - ha permesso che quegli stessi posti di lavoro industriale venissero esternalizzati verso l'Asia orientale, l'America Latina, ed altri paesi dove l'offerta di lavoro a basso costo ha permesso ai fabbricanti di avvalersi, per le linee di produzione, di tecnologie molto meno sofisticate di quelle che sarebbero stati obbligati ad impiegare in casa.
Dal punto di vista di chi vive in Europa, Nord America e Giappone, i risultati sembrano quelli che erano stati previsti. Le industrie-ciminiera sono scomparse, i posti di lavoro sono stati ripartiti fra uno strato più basso di lavoratori dei servizi ed uno più alto che sta seduto dentro bolle asettiche e gioca con i computer. Ma dietro a tutto questo troviamo la consapevolezza che la civiltà post-lavoro è una gigantesca frode. Le nostre sneaker high-tech non vengono prodotte da cyborg intelligenti o da una nanotecnologia autoreplicante, ma vengono fatte, come le vecchie macchine da cucire della Singer, dalle figlie dei contadini messicani e indonesiani che, come risultato degli accordi commerciali del WTO e del NAFTA, sono state estromesse dalle loro terre ancestrali. Viviamo con la consapevolezza colpevole di quello che c'è dietro la sensibilità postmoderna e insime con la sua celebrazione in un gioco senza fine di immagini e superfici.
Perché la prevista esplosione di crescita tecnologica che tutti si aspettavano - le basi lunari, le fabbriche robotizzate - non c'è stata? Ci sono due possibilità. O le nostre aspettative circa il ritmo del cambiamento tecnologico erano poco realistiche (nel qual caso, abbiamo bisogno di sapere perché così tante persone intelligenti credevano che non lo fossero) oppure le nostre aspettative non erano irrealistiche (in questo caso, abbiamo bisogno di sapere che cosa ha fatto fallire così tante credibili idee e progetti).
La maggior parte degli analisti sociali sceglie la prima spiegazione e fa risalire il problema alla corsa allo spazio durante la Guerra Fredda. Perché, si chiedono questi analisti, sia gli Stati Uniti che l'Unione Sovietica erano così ossessionati dall'idea dei viaggi nello spazio con equipaggi? Non è mai stato un metodo efficace per portare avanti la ricerca scientifica. E questo ha incoraggiato idee irrealistiche circa quel che sarebbe stato il futuro dell'umanità.
La risposta potrebbe essere che entrambi i paesi, Stati Uniti ed Unione Sovietica, siano stati, nel secolo precedente, società di pionieri, una espandendosi verso la frontiera dell'Ovest, l'altra verso la Siberia? Non hanno forse condiviso un impegno per il mito di un futuro, in espansione senza limiti, della colonizzazione umana di grandi spazi vuoti, che ci ha portato a convincerci che i leader di entrambe le super-potenze ci avessero fatti entrare in una "era spaziale" nella quale si battevano per il controllo del futuro? Senza dubbio, erano in gioco tutti i generi di mito, ma questo non dimostra niente circa la fattibilità del progetto.
Alcune di queste fantasie da fantascienza (a questo punto non possiamo sapere quali) avrebbero potuto essere poste in essere. Per le precedenti generazioni, molte fantasie della fantascienza sono state poste in essere. Quelli che sono cresciuti a cavallo del secolo che leggeva Jules Verne o H.G. Wells immaginavano il mondo del, diciamo, 1960 con macchine volanti, razzi spaziali, sottomarini, radio, e televisione - e questo è stato quello che più o meno hanno davvero ottenuto. Se non era irrealistico sognare nel 1900 di uomini che viaggiavano fino alla luna, allora perché sarebbe stato irrealistico negli anni '60 sognare jet-pack o robot lavandai e camerieri?
In realtà, anche se quei sogni venivano illustrati, la base materiale per il loro raggiungimento cominciava a venire erosa. C'è ragione di credere che anche negli anni cinquanta e sessanta, il ritmo dell'innovazione tecnologica rallentasse rispetto al ritmo inebriante della prima metà del secolo. Ci fu un'ultima ondata nei '50, quando apparvero, tutti in rapida successione, il forno a microonde (1954), la pillola (1957), e il laser (1958). Ma da allora, i progressi tecnologici avevano preso la forma di nuovi modi intelligenti di combinare le tecnologie esistenti (come nella corsa allo spazio) e di nuovi modi di usare le tecnologie già esistenti (l'esempio più famoso è quello della televisione, inventata nel 1926, ma prodotta in massa solo dopo la guerra). Tuttavia, in parte perché la corsa allo spazio aveva dato a tutti l'impressione che stessero avvenendo notevoli progressi, la sensazione popolare durante gli anni sessanta era che il ritmo del cambiamento tecnologico stesse accelerando in maniera terrificante ed incontrollabile.
Il best seller di Alvin Toffler del 1970, "Lo shock del futuro", sosteneva che tutti i problemi sociali degli anni '60 potevano essere ricondotti al ritmo crescente del cambiamento tecnologico. La diffusione senza fine di scoperte scientifiche aveva trasformato il territorio della vita quotidiana, ed aveva lasciato gli americani senza un'idea chiara di che cosa fosse una vita normale. Bastava considerare la famiglia, dove non solo la pillola, ma anche la prospettiva di una fecondazione in vitro, di bambini in provetta, e della donazione di sperma e di ovuli erano sul punto di rendere obsoleta l'idea stessa di maternità.
Gli esseri umani non erano preparati per quel ritmo di cambiamento, scriveva Toffler. Egli coniò un termine per quel fenomeno: "spinta accelerativa". Era cominciata con la rivoluzione industriale, ma solo intorno al 1850 i suoi effetti erano diventati inconfondibili. Non solo tutto intorno a noi cambiava, ma la maggior parte di questo - la conoscenza umana, la dimensione della popolazione, la crescita industriale, l'utilizzo dell'energia - cambiava in maniera esponenziale. La sola soluzione, sosteneva Toffler, era di cominciare ad avere una qualche sorta di controllo sul processo, creare delle istituzioni che avrebbero potuto valutare le tecnologie emergenti ed i loro probabili effetti, per vietare le tecnologie che potevano essere socialmente distruttive, e guidare lo sviluppo nella direzione dell'armonia sociale.
Mentre molte delle tendenze storiche descritte da Toffler sono accurate, il libro appare quando già la maggior parte di quei trend esponenziali si sono fermati. E' proprio intorno al 1970 che l'incremento nel numero di pubblicazioni scientifiche nel mondo - una cifra che era raddoppiata ogni circa quindici anni dal 1865 - comincia a fermarsi. Lo stesso avviene con libri e brevetti.
L'uso da parte di Toffler del termine accelerazione era stato particolarmente sfortunato. Per gran parte della storia umana, la velocità massima cui gli esseri umani potevano viaggiare era stata intorno alle 25 miglia l'ora. Dal 1900 era aumentata a 100 miglia l'ora, e sembrava che si dovesse incrementare esponenzialmente per i prossimi 70 anni. Quando Toffler scriveva, nel 1970, il record per la massima velocità a cui un essere umano aveva viaggiato era pari a circa 25mila miglia l'ora, raggiunta dall'equipaggio dell'Apollo 10 nel 1969, solo un anno prima. Ad un tale ritmo esponenziale, sembrava ragionevole assumere che nel giro di pochi decenni l'umanità avrebbe esplorato un altro sistema solare.
Dal 1970, non c'è stato nessun'altro ulteriore incremento. Il record rimane quello dell'Apollo 10. E'vero che il Concorde, che volò per la prima volta nel 1969, raggiunse la massima velocità di 1.400 miglia all'ora, e il sovietico Tupolev Tu-144, che volò prima, raggiunse i 1.553 miglia all'ora. Ma queste velocità non solo non solo non sono aumentate, ma sono decresciute visto che il progetto del Tupolev venne cancellato ed il Concorde fu abbandonato.
Niente di tutto questo ha fermato la carriera di Toffler. Egli continuò a riproporre la stessa analisi, venendosene fuori con nuove spettacolari dichiarazioni. Nel 1980, pubblicò "La terza ondata", dove pontificava sull'argomento preso a prestito da Ernest Mandel della "terza rivoluzione tecnologica" - salvo che mentre Mandel pensava che questi cambiamenti avrebbero messo la parola fine al capitalismo, Toffler assumeva il capitalismo come eterno. Nel 1990, Toffler divenne il guru personale del deputato repubblicano Newt Gingrich, il cui "Contratto con l'America" del 1994 sarà poi in parte ispirato alle teorie di Toffler, a partire dalla consapevolezza che gli Stati Uniti avevano bisogno di passare da un'epoca antiquata, materialista e industriale ad una nuova era dell'informazione, basata sul libero mercato, La Terza Ondata della civiltà.
C'era una qualche sorta di ironia in questa connessione. Uno dei più grandi successi di Toffler era stato quello di suggerire al governo di creare un Ufficio per la Valutazione della Tecnologia (OTA). Uno dei primi atti di Gingrich quando arrivò ad avere il controllo della Camera dei Rappresentanti fu quello di tagliare i fondi all'OTA, perché era un esempio delle inutili stravaganze governative. Eppure, non c'era contraddizione in tutto questo. Per allora, Toffler aveva già da tempo rinunciato ad influenzare la politica, facendo appello direttamente al pubblico; tenendo seminari per amministratori delegati aziendali e per gruppi di esperti. Le sue intuizioni erano state privatizzate.
Gingrich amava definirsi un "futurologo conservatore". Anche se questo potrebbe sembrare un ossimoro; ma in realtà le concezioni di futurologia di Toffler non erano mai state progressiste. Il progresso veniva sempre presentato come un problema che doveva essere risolto.
Toffler potrebbe essere visto come una versione light del teorico sociale del XIX secolo Auguste Comte, il quale credeva di trovarsi sull'orlo di una nuova era - in quel caso, l'era industriale - guidata dall'inesorabile progresso della tecnologia, e credeva che i cataclismi sociali del suo tempo fossero causati da un sistema sociale non regolamentato. L'antico ordine feudale aveva sviluppato la teologia cattolica, un modo di pensare circa il posto dell'uomo nell'universo perfettamente adatto al sistema sociale di quel tempo, così come una struttura istituzionale, la Chiesa, che trasmetteva ed applicava tali idee che dava a ciascuno un senso di esistenza e di appartenenza. L'era industriale aveva sviluppato il suo proprio sistema di idee - la scienza - ma gli scienziati non erano riusciti a creare niente che fosse come la Chiesa cattolica. Comte concludeva che avevamo bisogno di sviluppare una nuova scienza, che aveva chiamato "sociologia", e diceva che i sociologhi dovevano giocare il ruolo di preti in una nuova Religione della Società che avrebbe ispirato ciascuno con l'amore dell'ordine, la comunità, la disciplina del lavoro, e i valori della famiglia. Toffler era meno ambizioso; i suoi futurologhi non erano chiamati a svolgere il ruolo di sacerdoti.
Gingrich aveva un secondo guru, un teologo libertario che si chiamava George Gilder, e Gilder, come Toffler, era ossessionato dalla tecnologia e dal cambiamento sociale. In uno strano modo, era più ottimista. Sposando una versione radicale della Terza Ondata di Mandel, insisteva circa il fatto che quello cui stavamo assistendo con l'ascesa dei computer, era un "rovesciamento della materia". La vecchia, materialista Società Industriale, dove il valore proveniva dal lavoro fisico, stava dando vita ad un'età dell'Informazione dove il valore proveniva direttamente dalla mente degli imprenditori, allo stesso modo in cui il mondo era apparso ex nihilo dalla mente di Dio, proprio come i soldi, in una vera e propria econonomia dell'offerta, apparivano ex nihilo dalla Federal Reserve e andavano a finire nelle mani dei capitalisti creatori di valore. Politiche economiche dal lato dell'offerta, concludeva Gilder, avrebbero assicurato che gli investimenti continuassero a prendere le distanze dagli sprechi di tempo e di denaro governativi, come il programma spaziale, e fossero diretti verso le più produttive tecnologie informatiche e mediche.
Ma se c'era un movimento cosciente, o semi-cosciente, che si allontanava dagli investimenti nella ricerca che avrebbero portato migliori razzi e migliori robot, per andare verso la ricerca che ci avrebbe portato ad avere cose come stampanti laser e scanner, questo movimento era cominciato ben prima dello "Shock del Futuro" (1970) di Toffler e di "Salute e Povertà" (1981) di Gilder. Quello che il loro successo dimostrava era il fatto che i problemi sollevati - cioè, che i modelli esistenti di sviluppo avrebbero portato a sconvolgimenti sociali e che c'era bisogno di guidare lo sviluppo tecnologico verso direzioni che non mettessero in discussione le esistenti strutture di potere - avevano già un eco nei corridoi del potere. Uomini di Stato e capitani d'industria stavano pensando alle stesse domande già da qualche tempo.

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Il capitalismo industriale aveva favorito un tasso estremamente rapido di progresso scientifico e di innovazione tecnologica - senza alcun parallelo possibile con la precedente storia umana. Anche i più grandi detrattori del capitalismo, Karl Marx e Friedrich Engels, avevano celebrato il suo scatenamento delle "forze produttive". Marx ed Engels credevano anche il continuo bisogno del capitalismo di rivoluzionare i mezzi di produzione industriale sarebbe stato la sua rovina. Marx sosteneva che, per certe ragioni tecniche, il valore - e quindi il profitto - poteva essere estratto solo dal lavoro umano. La concorrenza forzava i proprietari delle fabbriche a meccanizzare la produzione, per ridurre i costi del lavoro, ma mentre questo portava un vantaggio a breve termine per l'impresa, gli effetti della meccanizzazione abbassavano il tasso generale del profitto.
Per 150 anni, gli economisti hanno dibattuto se tutto questo fosse vero. Ma se è vero, allora la decisione da parte degli industriali a non spendere i fondi per la ricerca nell'invenzione di fabbriche robot, che tutti negli anni sessanta prevedevano, e riallocare invece le loro fabbriche verso il lavoro intensivo, e verso le strutture a bassa tecnologia in Cina o nel Sud del mondo, comincia ad avere un senso.
Come ho già detto, non c'è ragione per credere che il ritmo dell'innovazione tecnologica nel processo produttivo - le fabbriche stesse - cominciasse a rallentare negli anni cinquanta e sessanta, ma gli effetti collaterali della rivalità fra America ed Unione Sovietica facevano sembrare che l'innovazione accelerasse. C'era l'incredibile corsa allo spazio, insieme agli sforzi frenetici da parte dei progettisti industriali degli Stati Uniti per applicare le tecnologie esistenti ai fini del consumo, per creare un senso di ottimismo di prosperità crescente e di progresso garantito che avrebbe minato gli appelli della politica operaia.
Queste mosse erano reazioni alle iniziative dell'Unione Sovietica. Ma questa parte della storia è difficile da ricordare per gli americani, perché alla fine della Guerra Fredda l'immagine popolare dell'Unione Sovietica era passata ad essere da rivale terribilmente audace a patetico andicappato - l'esemplare di una società che non poteva funzionare. Negli anni cinquanta, molti progettisti statunitensi pensavano che il sistema sovietico funzionasse meglio. Certamente, ricordavano il fatto che negli anni trenta, mentre gli Stati Uniti erano impantanati nella depressione, l'Unione Sovietica aveva mantenuto una crescita economica quasi senza precedenti con un tasso dal 10 al 12% annuo - un risultato seguito, prima, rapidamente, dalla produzione di carri armati che avevano sconfitto la Germania nazista, poi dal lancio dello Sputnik nel 1957, poi dal primo veicolo spaziale con equipaggio, il Vostok, nel 1961.
E' stato spesso detto che l'allunaggio dell'Apollo è stato il più grande successo storico del comunismo sovietico. Sicuramente, gli Stati Uniti non avrebbero mai contemplato una tale impresa se non fosse stato per le ambizioni cosmiche del Politburo sovietico. Siamo soliti pensare al Politburo come ad un gruppo di grigi burocrati senza immaginazione, ma erano burocrati che hanno osato sognare sogni stupefacenti. Il sogno di una rivoluzione mondiale è stato solo il primo. E' anche vero che la maggior parte di loro - cambiando il corso di fiumi possenti, e questo genere di cose - si sono rivelati essere anche ecologicamente e socialmente disastrosi, oppure, come per i cento piani del Palazzo dei Soviet di Stalin o per la statua di Lenin alta venti piani, non si sono mai sollevati dal terreno.
Dopo il successo iniziale del programma spaziale sovietico, ben pochi di questi schemi sono stati realizzati, ma la leadership non ha mai smesso di produrne altri. Anche negli anni ottanta, quando gli Stati Uniti stavano inseguendo il loro ultimo, grandioso progetto, "Star Wars", i Soviet progettavano di trasformare il mondo per mezzo dell'uso creativo della tecnologia. Pochi fuori dalla Russia ricordano la maggior parte di questi progetti, ma su di essi vennero investite grandi risorse. E' anche interessante notare che, diversamente dal progetto Star Wars, che era stato disegnato per affondare l'Unione Sovietica, la maggior parte non erano di natura militare: come, per esempio, il tentativo di risolvere i problemi della fame nel mondo coltivando laghi ed oceani con batteri commestibili chiamati spirulina, o risolvere i problemi energetici del mondo lanciando in orbita centinaia di gigantesche piattaforme ad energia solare e irradiare così l'elettricità verso la Terra.
La vittoria americana nella corsa allo spazio ha fatto sì che, dopo il 1968, i progettisti statunitensi non prendessero più sul serio la concorrenza. Come risultato, la mitologia della frontiera venne mantenuta, seppure in una direzione, per la ricerca e lo sviluppo, distolta da tutto ciò che poteva portare alla creazione di basi su Marte e a fattorie robot.
La linea standard era che tutto questo fosse un risultato del trionfo del mercato. Il programma Apollo era un progetto Big Government, ispirato ai Soviet nel senso che richiedeva un sforzo nazionale coordinato dalle burocrazie governative. Non appena la minaccia sovietica uscì dal campo visivo, il capitalismo fu libero di tornare a linee di sviluppo tecnologiche più in accordo con gli imperativi normali e decentralizzati del libero mercato - come la ricerca finanziata privatamente per prodotti commerciali quali i personal computer. Questa è la linea che uomini come Toffler e Gilder avevano sposato alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta.
In realtà, gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato i giganteschi progetti di sviluppo tecnologico controllati dal governo. Principalmente, li hanno spostati sulla ricerca militare - e non solo a livello di progetti fatti sulla scala del regime sovietico, come Star Wars, ma anche verso progetti di armi, ricerca nel campo della comunicazione e della sorveglianza tecnologica, e tutto quello che concerne la sicurezza. In una certa misura questo ha sempre avuto luogo: i miliardi profusi nella ricerca missilistica hanno sempre eclissato le somme stanziate per il programma spaziale. Ancora, dagli anni settanta, anche la ricerca di base veniva condotta seguendo le priorità militari. Una delle ragioni per cui non abbiamo fabbriche robot è dovuta al fatto che circa il 95% del finanziamento per la ricerca sui robot è stato incanalato attraverso il Pentagono, che ha più interesse nello sviluppo dei droni piuttosto che in una cartiera automatizzata.
Se ne potrebbe fare un caso, anche dello spostamento  sulla ricerca e lo sviluppo di tecnologie informatiche e mediche che non ha portato ad un riorientamento verso gli imperativi del consumo, ma è stata parte di uno sforzo a tutto campo per continuare ad umiliare l'Unione Sovietica con una vittoria totale nella guerra di classe globale - vista simultaneamente come imposizione del dominio militare assoluto degli Stati Uniti oltreoceano, e, a casa, come la disfatta totale dei movimenti sociali.
Le tecnologie emerse si sono rivelate più idonee alla sorveglianza, alla disciplina del lavoro, al controllo sociale. I computer hanno aperto un certo spazio di libertà, come ci viene costantemente ricordato, ma invece di portarci all'utopia senza lavoro immaginata da Abbie Hoffman, essi sono stati usati in modo da produrre l'effetto contrario. Hanno reso possibile una finanzializzazione del capitale che ha spinto disperatamente i lavoratori nel debito, e, allo stesso tempo, fornito i mezzi per mezzo dei quali i datori di lavoro hanno creato un regime di lavoro "flessibile" che ha distrutto la tradizionale sicurezza del lavoro ed ha incrementato le ore di lavoro per quasi tutti. Insieme con l'esportazione dei lavori nelle fabbriche, il nuovo regime del lavoro ha sbaragliato i sindacati e distrutto ogni possibilità di un'effettiva politica operaia.
Nel frattempo, nonostante un investimento senza precedenti nella ricerca sulla medicina e sulle scienze della vita, stiamo ancora aspettando la cura per il cancro e per il comune raffreddore,  e le più spettacolari scoperte mediche che abbiamo visto hanno tutte la forma di farmaci come il Prozac, lo Zoloft, o la Ritalin - fatte su misura per assicurare che le nuove richieste che ci vengono fatte sul lavoro non ci facciano diventare completamente, disfunzionalmente pazzi.
Con tali risultati, quale sarà l'epitaffio per il neoliberismo così com'è? Penso che gli storici concluderanno che era una forma di capitalismo che dava sistematicamente priorità agli imperativi politici su quelli economici. Dovendo scegliere fra una linea di condotta che farebbe sembrare il capitalismo il solo sistema economico possibile, ed una che potrebbe trasformare il capitalismo in un sistema economico vivibile a lungo termine, il neoliberismo sceglie sempre la prima. Ci sono tutte le ragioni per credere che distruggendo la sicurezza del lavoro, mentre si incrementano le ore di lavoro, non si crea una forza di lavoro più produttiva (per non dire più innovativa o leale). Probabilmente, in termini economici, il risultato è negativo - un'impressione confermata dall'abbassamento del tasso di crescita in praticamente tutte le parti del mondo negli anni ottanta e nei novanta.
Ma la scelta neoliberista ha avuto successo nel depoliticizzare il lavoro e nel sovradeterminare il futuro. Economicamente, la crescita di esercito, polizia, e servizi di sicurezza privata equivalgono ad un peso morto. E' possibile, infatti, che il peso morto sempre maggiore dell'apparato creato per assicurare la vittoria ideologica del capitalismo lo faccia affondare. Ma è anche facile vedere come, soffocare ogni senso di un inevitabile futuro redentore che potrebbe essere differente da com'è il nostro mondo, sia parte cruciale del progetto neoliberista.

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A questo punto tutti i pezzi sembra che siano caduti ordinatamente al loro posto. Negli anni sessanta, le forze politiche conservatrici stavano diventando ombrose circa gli effetti sociali distruttivi  del progresso tecnologico, e i datori di lavoro stavano cominciando a preoccuparsi per l'impatto economico della meccanizzazione. Il dissolversi della minaccia sovietica permetteva una riallocazione delle risorse in un senso visto come meno gravoso per l'assetto sociale ed economico, o addirittura verso direzioni che avrebbero potuto supportare una campagna per invertire le conquiste dei movimenti sociali progressisti ed ottenere una vittoria decisiva in quella che le élite degli Stati Uniti vedevano come una guerra di classe globale. Il cambiamento di priorità venne introdotto con il ritiro dei grandi progetti governativi e col ritorno al mercato, ma in realtà il cambiamento rimuoveva la ricerca diretta dal governo dai programmi come la NASA o le fonti di energia alternativa per indirizzarle verso le tecnologie militari, informatiche, e mediche.
Naturalmente questo non spiega tutto. Soprattutto non spiega il motivo per cui, anche in quelle aree che sono diventate il fulcro di progetti ben finanziati, non abbiamo visto niente di quel genere di progresso che era stato anticipato cinquant'anni prima. Se il 95% delle ricerche sui robot sono finanziate a scopo militare, allora dov'è il robot killer stile Klaatu che spara raggi dai suoi occhi?
Ovviamente, ci sono stati progressi nella tecnologia militare negli ultimi decenni. Una delle ragioni per cui siamo sopravvissuti alla Guerra Fredda è stata che mentre le bombe nucleari avrebbero potuto lavorare come era stato pubblicizzato, il loro sistema di puntamento non l'avrebbe fatto, i missili balistici intercontinentali non erano in grado di colpire le città, per non parlare degli obiettivi specifici dentro le città, e questo ha significato che non c'era molto senso nel lanciare un primo attacco nucleare a meno che non si intendesse distruggere il mondo.
Al confronto, i missili cruise attuali sono accurati. Eppure, le armi di precisione non sembrano essere capaci di assassinare specifici individui (Saddam, Osama, Gheddafi), anche quando vengono lanciate a centinaia. E le pistole a raggi non si sono concretizzate - certo non per mancanza di tentativi. Si può supporre che il Pentagono abbia speso miliardi per la ricerca sul raggio della morte, ma la cosa più vicina ad esso cui sono arrivati, sono i laser che potrebbero, se puntati correttamente, accecare un mitragliere nemico, se guarda direttamente il fascio di luce. Oltre ad essere antisportivo, questo sarebbe patetico: i laser sono una tecnologia degli anni cinquanta. I phaser, che possono essere impostati per stordire, non sembrano che si trovino sul tavolo da disegno; e quando si tratta di combattimento di fanteria, l'arma preferita rimane quasi sempre l'AK-47, un'arma di design sovietico la cui sigla sta per l'anno in cui è stata introdotta: 1947.
Interner è un'innovazione notevole, ma tutto quello di cui stiamo parlando è una super-veloce e globalmente accessibile combinazione di librerie, uffici postali, e cataloghi di vendita per corrispondenza. Se Internet fosse stato descritto ad un appassionato di fantascienza degli anni cinquanta e sessanta, e magnificato come il più straordinario risultato tecnologico dal suo tempo, la reazione sarebbe stata la delusione. Cinquant'anni e questo è il meglio che nostri scienziati sono riusciti a fare? Noi ci ascpettavamo computer che potevano pensare!
In generale, i livelli di finanziamento per la ricerca sono stati drasticamente incrementati a partire dagli anni settanta. Certamente, la proporzione dei finanziamenti provenienti dal settore delle imprese si è incrementato ancora più drasticamente, al punto che le imprese private ora finanziano il doppio delle ricerche che finanzia il governo, ma l'incremento è stato così grande che il totale dei fondi finanziati per la ricerca da parte del governo, in termini di dollari reali, ora è molto più alta di quanto lo fosse negli anni sessanta. La ricerca "basic", "curiosity-driven", o "blue skies" - quel genere di ricerca che non è guidata dalla prospettiva di un'applicazione pratica immediata, ma che è più probabile che arrivi ad una scoperta inaspettata - occupa una parte sempre più piccola del totale, anche se al giorno d'oggi viene gettato via così tanto denaro che il livello dei fondi per la ricerca di base è stato incrementato.
Eppure la maggior parte degli osservatori concordano sul fatto che i risultati sono stati miseri. Certamente non vedremo più niente come il flusso continuo di rivoluzioni concettuali - eredità genetica, relatività, psicoanalisi, meccanica quantistica - cui la gente si era abituata, anche ad aspettare, un centinaio di anni prima. Perché?
Parte della risposta ha a che fare con la concentrazione in un pugno di giganteschi progetti: "big science", come viene chiamata. Il Progetto del Genoma Umano viene spesso presentato come un esempio. Dopo aver speso quasi 3 miliardi di dollari impiegando migliaia di scienziati e staff in cinque differenti paesi, esso è principalmente servito a stabilire che dalla sequenza genetica non è che ci sia molto da imparare, che sia di qualche utilità per qualcuno. Ancor più, la campagna pubblicitaria e l'investimento intorno ad un tale progetto ha dimostrato il grado cui anche le ricerche di base oggi vengono guidate dagli imperativi politici, economici e di mercato, che rendono improbabile che possa accadere qualcosa di rivoluzionario.
Qui, la nostra fascinazione con le mitiche origini della Silicon Valley e di Internet ci hanno reso ciechi circa quello che sta realmente accadendo. Ci è permesso immaginare che la ricerca e lo sviluppo sia ora guidato, principalmente, da piccoli gruppi di imprenditori coraggiosi, o che sia una sorta di cooperazione decentrata a creare il software open-source. Non è così, anche se tali gruppi di ricerca hanno più probabilità di produrre risultati. La ricerca e lo sviluppo sono ancora guidati da giganteschi progetti burocratici.
Quella che è cambiata è la cultura burocratica. La compenetrazione crescente di governo, università, e imprese private ha portato ciascuno ad adottare il linguaggio, le sensibilità, e le forme organizzative che si sono originate nel modo aziendale. Sebbene questo può averci aiutato nel creare prodotti commerciabili, dal momento che è questo quello per cui sono progettate le burocrazie commerciali, nei termini di promozione della ricerca originale i risultati sono stati disastrosi.
La mia sola conoscenza proviene dalle università, sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna. In entrambi i paesi, gli ultimi 30 anni hanno visto una vera e propria esplosione della percentuale di ore lavorate a scopo amministrativo a spesa di quasi tutto il resto. Nella mia università, per esempio, abbiamo più amministratori che membri di facoltà, ed inoltre dai membri di facoltà ci si aspetta che passino nell'amministrazione almeno altrettanto tempo di quanto ne passano ad insegnare e a fare ricerca. La stessa cosa accade, più o meno, nelle università di tutto il mondo.
La crescita del lavoro amministrativo è stata il diretto risultato dell'aver introdotto tecniche di gestione aziendali. Invariabilmente, esse vengono giustificate come modo di incrementare l'efficienza introducendo la concorrenza ad ogni livello. Quello che finiscono per fare, significa che, in pratica, è che ognuno passa la maggior parte del suo tempo a cercare di vendere cose: proposte di sovvenzione; proposte di libri; valutazione di posti di lavoro per gli studenti e domande di sovvenzione; valutazione dei colleghi; prospetti informativi per nuovi dirigenti interdisciplinari; istituti; workshop; conferenze; le stesse università (che sono ora diventati marchi da essere immessi sul mercato per attrarre potenziali studenti o contributori); e così via.
Come il marketing travolge la vita universitaria, genera documenti sulla promozione dell'immaginazione e della creatività che potrebbero benissimo essere volti a strangolare l'immaginazione e la creatività nella culla. Negli ultimi 30 anni, negli Stati Uniti non è emersa nessuna nuova opera di teoria sociale. Siamo stati ridotti all'equivalente degli scolastici medievali, a scrivere annotazioni senza fine sulla teoria francese degli anni '70, nonostante la colpevole consapevolezza che se apparisse oggi nel mondo accademico una nuova incarnazione di Gilles Deleuze, Michel Foucault, o Pierre Bourdieu, noi gli rifiuteremmo il mandato.
C'è stato un tempo in cui il mondo accademico era un rifugio della società per gli eccentrici, i brillanti e i poco pratici. Non più. Oggi è il dominio dei self-marketer professionali. Come risultato, in uno dei più bizzarri accessi di auto-distruttività sociale nella storia, sembra che abbiamo deciso che non ci sia più posto per i cittadini eccentrici, brillanti e poco pratici. I più di loro languiscono nei seminterrati materni, al più facendo qualche occasionale, acuto intervento su Internet.
Se tutto questo è vero per le scienze sociali, dove la ricerca viene ancora effettuata con un finanziamento minimo, soprattutto da parte di privati, uno si può immaginare quanto peggio vadano le cose per gli astrofisici. E, in effetti, un astrofisico, Jonathan Katz, recentemente ha messo in guardia gli studenti che meditano di far carriera nelle scienze. Anche se emergi, dopo aver languito per la consueta decade in qualità di tirapiedi di qualcuno - egli dice - puoi aspettarti che le tue migliori idee saranno ostacolate punto per punto:
"Passerai tutto il tuo tempo a scrivere proposte, piuttosto che a fare ricerche. Peggio ancora, dal momento che le tue proposte vengono giudicate dai tuoi concorrenti, non potrai seguire la tua curiosità, ma dovrai spendere il tuo sforzo e il tuo talento per anticipare e combattere il criticismo, invece di risolvere importanti problemi scientifici... E' proverbiale il fatto che le idee originali sono il bacio della morte per una proposta, perché non è ancora stato provato che funzionino."
Questo risponde praticamente alla domanda che chiede perché non abbiamo dispositivi di teletrasporto o scarpe anti-gravità. Il senso comune suggerisce che se vuoi massimizzare la creatività scientifica, devi trovare delle persone brillanti, dare loro le risorse di cui hanno bisogno per poter perseguire qualsiasi idea venga loro in testa, e poi lasciarli soli. La maggior parte di loro non arriverà a niente, ma uno o due potranno scoprire qualcosa. Ma se vuoi minimizzare la possibilità di scoperte inaspettate, allora quelle persone non riceveranno alcuna risorsa a meno che non spendano la maggior parte del loro tempo in competizione l'uno contro l'altro per convincerti che loro sanno già cosa scopriranno.
Nelle scienze naturali, alla tirannia del management possiamo aggiungere la privatizzazione dei risultati delle ricerche. Come ci ricorda l'economista inglese David Harvie, la ricerca "open source" non è una novità. La ricerca scientifica è sempre stata open source, nel senso che gli studiosi condividono materiali e risultati. Certo, c'è competizione, ma è "conviviale". Non è più vero da tempo che gli scienziati lavorino nel settore delle imprese, dove i risultati vengono custoditi gelosamente, ma il diffondersi dell'etica corporativa dentro il mondo accademico, e dentro gli stessi istituti di ricerca, ha fatto sì che anche gli studiosi finanziati pubblicamente, trattino le loro scoperte come proprietà personale. Gli editori accademici assicurano che i risultati che vengono pubblicati sono sempre più difficili da accedere, rendendo ancora più chiusi i beni intellettuali comuni. Come risultato, la competizione open source si trasforma in qualcosa molto più simile alla classica competizione di mercato.
Ci sono molte forme di privatizzazione, fino ad includere il semplice acquisto e soppressione delle scoperte scomode, da parte delle grandi corporazioni timorose dei loro effetti economici. (Non possiamo sapere quante formule di carburante sintetico siano state comprate e messe nei depositi delle compagnie, ma è difficile immaginare che non sia accaduto niente di tutto questo.) Più sottile è il modo in cui l'etica manageriale scoraggia tutto quello che è avventuroso o eccentrico, specialmente se non c'è la prospettiva di un risultato immediato. Stranamente, qui, Internet può essere parte del problema. Come la racconta Neal Stephenson:
"La maggior parte delle persone che lavorano nelle corporazioni o nell'università, sono state testimoni di qualcosa simile a quello che segue: Un certo numero di ingegneri stanno seduti insieme in una stanza, facendo rimbalzare idee l'un l'altro. Dalla discussione emerge un nuovo concetto che sembra promettente. Allora una persona nell'angolo con un personal computer sulle ginocchia, avendo fatto una ricerca veloce su Google, annuncia che questa "nuova" idea non è, in realtà, che una vecchia idea; essa - o, per lo meno, qualcosa di vagamente simile - è già stata provata. Non importa che abbia fallito, o che abbia avuto successo. Se ha fallito, allora nessun manager che vuole mantenere il proprio lavoro l'approverà spendendo soldi per cercare di farla rivivere. Se ha avuto successo, allora è brevettata e si presume che il suo ingresso nel mercato sia inattuabile, dal momento che le prime persone che l'hanno pensata avranno "il vantaggio della prima mossa" e avranno creato delle "barriere all'ingresso". Il numero di idee apparentemente promettente che sono state schiacciate in questo modo dovrebbe essere di milioni."
E così un timido spirito burocratico pervade ogni aspetto della vita culturale. Si presenta addobbato con un linguaggio di creatività, di iniziative, ed imprenditorialità. Ma il suo linguaggio è privo di significato. Quei pensatori che hanno più probabilità di compiere un passo avanti concettuale sono quelli che hanno meno probabilità di ricevere sovvenzioni, e, se il passo avanti avviene, sono insuscettibili di trovare qualcuno che darà un seguito alle loro implicazioni più ardite.
Giovanni Arrighi ha notato che dopo la Bolla della South Sea Company, il capitalismo inglese ha in gran parte abbandonato la forma societaria delle corporazioni. Al tempo della Rivoluzione Industriale, la Gran Bretagna faceva affidamento su una combinazione di alta finanza e di piccole imprese familiari - un modello che ha tenuto per tutto il secolo successivo, nel periodo di massima innovazione scientifica e tecnologica. (La Gran Bretagna a quei tempi era famosa per essere generosa con gli eccentrici e gli stravaganti tanto quanto l'America contemporanea è intollerante. Un espediente comune era allora quello di diventare vicari rurali, i quali, prevedibilmente, divennero una delle principali fonti di scoperte scientifiche.)
Contemporaneamente, il capitalismo corporativo burocratico non era una creatura inglese, ma degli Stati Uniti e della Germania, le due potenze rivali che nella prima metà del XX secolo combatterono due sanguinose guerre per stabilire chi avrebbe rimpiazzato la Gran Bretagna come potenza dominatrice del mondo - guerre che culminarono, in modo abbastanza appropriato, in programmi scientifici finanziati dal governo per vedere chi sarebbe stato il primo a scoprire la bomba atomica. E' significativo, quindi, che la nostra attuale stagnazione tecnologica sembra essere cominciata dopo il 1945, quando gli Stati Uniti sostituirono la Gran Bretagna nella sua qualità di organizzatore dell'economia mondiale.
Gli americani non amano pensarsi come una nazione di burocrati - piuttosto il contrario - ma nel momento in cui smettiamo di immaginare la burocrazia come un fenomeno limitato agli uffici governativi, diventa evidente che è precisamente quello che siamo diventati. La vittoria finale sull'Unione Sovietica non ci ha portato a dominare il mercato, ma, nei fatti, ha cementato il dominio delle élite manageriali conservatrici, burocrati aziendali che uso il pretesto del pensiero competitivo a breve termine per schiacciare qualsiasi cosa abbia implicazioni rivoluzionarie di qualsiasi tipo.

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Se non ci accorgiamo di vivere in una società burocratica, questo è perché le norme e le pratiche burocratiche sono diventate così pervasive che non possiamo vederle, o, peggio, non possiamo immaginare di fare le cose in un altro modo.
I computer hanno giocato un ruolo decisivo in questo restringimento della nostra immaginazione. Proprio come le invenzioni di nuove forme di automazione industriale nel XVIII e XIX secolo hanno avuto l'effetto paradossale di trasformare sempre più la popolazione mondiale in lavoratori a tempo pieno, così tutto il software disegnato per salvarci dalle responsabilità amministrative ci ha trasformato in amministratoti a tempo pieno o part-time. Nello stesso modo in cui i professori universitari avvertono come inevitabile il fatto che passeranno la maggior parte del loro tempo nella gestione delle sovvenzioni, così le casalinghe benestanti accettano semplicemente che ogni anno passeranno delle settimane a riempire modelli online per iscriver i loro figli a scuole di qualità. Noi tutti passiamo sempre più tempo a digitare password nei nostri telefoni cellulari per gestire acconti e crediti bancari ed impariamo ad eseguire lavori che prima venivano svolti da agenti di viaggio, broker e commercialisti.
Qualcuno una volta aveva immaginato che l'americano medio avrebbe speso un totale di sei mesi di vita ad aspettare che la luce del semaforo diventasse verde. Non so se sia disponibile una simile immagine per descrivere quanto tempo ci vuole a compilare moduli, ma dev'essere almeno altrettanto lungo. Nessuna popolazione nella storia del mondo ha passato un così tanto tempo impegnata nelle scartoffie.
In questa finale, mortificante fase del capitalismo, stiamo passando dalle tecnologie poetiche a quelle burocratiche. Per tecnologie poetiche intendo l'utilizzo di mezzi razionali e tecnici per trasformare in realtà le più selvagge fantasie. Le tecnologie poetiche, così intese, sono vecchie quanto la civiltà. Lewis Mumford ha notato che le prime macchine complesse sono state fatte dal popolo. I faraoni egiziani sono stati in grado di costruire le piramidi solo grazie alla padronanza di procedure amministrative, che hanno permesso loro di sviluppare tecniche da linea di produzione, dividendo compiti complessi in dozzine di semplici operazioni ed assegnandone ciascuno ad una squadra di lavoratori - pur mancando di tecnologia meccanica più complessa del piano inclinato o della leva. La sorveglianza amministrativa trasformava eserciti di contadini in ingranaggi di una grande macchina- Molto più tardi, dopo che erano stati inventati gli ingranaggi, il progetto di complessi macchinari fece elaborare i principi originariamente sviluppati per organizzare le persone.
Eppure abbiamo visto quelle macchine - che le loro parti fossero armi e torsi o che fossero pistoni, ruote, e molle - messe al lavoro per realizzare impossibili fantasie: cattedrali, l'uomo sulla luna, ferrovie transcontinentali. Certamente, le tecnologie poetiche avevano in sé qualcosa di terribile; la poesia è qualcosa che può essere tanto i "dark satanic mills" (N.d.T.: William Blake), quanto grazia o liberazione. Ma le tecniche razionali amministrative sono state sempre al servizio di un qualche fine fantastico.
Da questo punto di vista, tutti quei folli progetti sovietici - anche se mai realizzati - segnano il culmine della tecnologia poetica. Ciò che abbiamo oggi è il contrario. Non è che la visione, la creatività, e le folli fantasie non vengono più incoraggiate, che la maggior parte rimane a fluttuare liberamente; non si dà nemmeno più la pretesa che potrebbero prendere forma o incarnarsi. Le nazioni più grandi e potenti che siano mai esistite hanno passato gli ultimi decenni dicendo ai loro cittadini che non possono più contemplare fantastiche imprese collettive, anche se - come ci richiede la crisi ambientale - il fato della Terra dipende da esse.
Quali sono le implicazioni politiche di tutto questo? Per prima cosa, abbiamo bisogno di ripensare alcuni delle nostri assunti fondamentali circa la natura del capitalismo. Uno di questi è che il capitalismo sia identico al mercato, e che entrambi siano nemici della burocrazia, la quale si suppone sia una creatura dello Stato.
Il secondo assunto è quello per cui il capitalismo è per sua natura tecnologicamente progressista. sembrerebbe che Marx ed Engels, nel loro vertiginoso entusiasmo per le rivoluzioni industriali del loro tempo, si sbagliassero a questo proposito. O, per essere più precisi: avevano ragione ad insistere sul fatto che la meccanizzazione della produzione industriale avrebbe distrutto il capitalismo; si sbagliavano quando predicevano che la concorrenza sul mercato avrebbe costretto i proprietari delle fabbriche a meccanizzarle in qualsiasi modo. Se questo non è accaduto, è perché la concorrenza sul mercato non è, in realtà, così essenziale per la natura del capitalismo quanto loro avevano teorizzato. Quanto meno, la forma corrente di capitalismo, dove molta della concorrenza sembra assumere la forma del mercato interno alle strutture burocratiche delle grandi imprese semi-monopolistiche, sarebbe stata per loro una bella sorpresa.
I difensori del capitalismo fanno tre grandi rivendicazioni storiche: per primo, che esso ha favorito una rapida crescita scientifica e tecnologica; secondo, che per quanto possa riservare enormi ricchezze solo ad una piccola minoranza, lo fa in modo tale da incrementare la prosperità globale; terzo, facendo così, esso crea per tutti un mondo più sicuro e più democratico. E' chiaro che il capitalismo non sta più facendo da tempo nessuna di queste cose. In realtà, molti dei suoi difensori stanno smettendo di proclamare che è un buon sistema, e cominciano a dire che esso è il solo sistema possibile - o, almeno, il solo sistema possibile per una società complessa, e tecnologicamente sofisticata, come la nostra.
Ma come si può sostenere che le attuali modalità economiche siano anche i soli praticabili in qualsiasi futura società tecnologica? L'argomento è assurdo. Come potremmo mai saperlo?
Certo, ci sono persone che prendono questa posizione - ad entrambi i lati dello spettro politico. Come antropologo e come anarchico, personaggi anti-civilizzazione che insistono che non solo l'attuale tecnologia industriale ci porta solo ad un'oppressione di tipo capitalista, ma che questo dev'essere necessariamente vero per ogni tecnologia futura, e quindi la liberazione umana può essere ottenuta solo tornando all'età della pietra. La maggior parte di noi però non sono deterministi tecnologici.
Ma proclamare l'inevitabilità del capitalismo non può che basarsi su una qualche sorta di determinismo tecnologico. E proprio per questo motivo, se l'obiettivo del capitalismo neoliberista è quello di creare un mondo nel quale non venga ritenuto possibile che funzioni nessun'altro sistema economico, allora c'è bisogno di sopprimere non solo qualsiasi idea di un possibile futuro di redenzione, ma anche di qualsiasi futuro tecnologico radicalmente differente. Eppure c'è una contraddizione qui. I difensori del capitalismo non possono pensare di convincerci che il cambiamento tecnologico si sia concluso - dal momento che questo significherebbe che il capitalismo non è progressista. No, loro vogliono convincerci che il progresso tecnologico continua, che noi viviamo in un mondo di meraviglie, ma queste meraviglie hanno assunto la forma di modesti miglioramenti (l'ultimo IPhone!), di voci di invenzioni a venire ("Ho sentito dire che avremo presto automobili volanti"), di modi complessi per giocherellare con informazioni ed immagini, e di piattaforme ancora più sofisticate per riempire moduli.
Non intendo suggerire che il capitalismo neoliberista - o  qualsiasi altro sistema - possa avere successo a questo riguardo. Per prima cosa, c'è il problema di provare a convincere il mondo che si sta seguendo la strada del progresso tecnologico quando invece lo si sta riportando indietro. Gli Stati Uniti, con le sue infrastrutture decadenti, paralizzate a fronte del riscaldamento globale, e simbolicamente devastati dall'abbandono del suo programma spaziale con equipaggio umano, mentre la Cina accelera il suo, stanno facendo un pessimo lavoro di pubbliche relazioni. In secondo luogo, il ritmo di cambiamento non può essere tenuto a freno per sempre. Le scoperte accadranno; le scoperte scomode non possono essere soppresse in maniera permanente. Altre parti del mondo, meno burocratizzate - o per lo meno, parti del mondo con burocrazie che non sono così ostili al pensiero creativo - lentamente, ma inevitabilmente otterranno le risorse necessarie per riprendere laddove gli Stati Uniti ed i loro alleati hanno lasciato. Anche Internet fornisce opportunità per la collaborazione e la diffusione che possono aiutarci a sfondare il muro. Dove avverrà il salto? Non possiamo saperlo. Forse le stampanti 3D faranno quello che si supponeva avrebbero fatto le fabbriche robot. O forse sarà qualcos'altro. Ma accadrà.
Di una conclusione possiamo stare particolarmente sicuri; non accadrà dentro il quadro dell'attuale capitalismo delle corporazioni - o di qualsiasi altra forma di capitalismo. Per cominciare a costruire cupole su Marte, per non parlare di sviluppare mezzi per capire se là fuori ci sono civiltà aliene da contattare, dobbiamo immaginare un differente sistema economico. Il nuovo sistema prenderà la forma di una qualche nuova massiccia burocrazia? Perché dovremmo supporlo? Solo spezzando le strutture della burocrazia esistente possiamo cominciare. E se inventeremo robot che faranno il nostro bucato e rimetteranno a posto la cucina, allora saremo più sicuri che qualsiasi cosa rimpiazzi il capitalismo è basata su una più equa distribuzione della ricchezza e del potere - che non conterrà più né super-ricchi né disperatamente poveri disposti a fare per loro i lavori domestici. Solo allora la tecnologia si rivolgerà verso i bisogni umani. E questo è la miglior ragione per liberarsi dalla mano morta dei manager e degli amministratori delegati - per liberare le nostre fantasie dagli schermi dentro i quali così tanti uomini li hanno imprigionati, per lasciare che le nostre immaginazioni ancora una volta diventino una forza materiale nella storia umana.

- David Graeber - pubblicato su The Baffler n° 19 del 2012 -

fonte: The Baffler

mercoledì 27 agosto 2014

Anomia

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In tempi in cui l’Italia agita tutti i suoi fantasmi xenofobi è assai utile la lettura della notevole ricerca di Gérard Noiriel, recentemente pubblicata da Marco Tropea: Il massacro degli italiani Aigues Mortes 1893(traduzione di Roberta Miraglia, pp. 253, € 18,00). Lo storico francese ha lavorato a lungo negli archivi per ricostruire la genesi di uno dei più tremendi atti di razzismo compiuti in Europa a fine Ottocento, che si svolse sullo sfondo incantato della Camargue, in un tempo in cui però quella zona era soltanto luogo di emigrazione stagionale.
Gli italiani (soprattutto piemontesi, ma anche toscani) accorrevano con i loro «caporali», in gruppi serrati, per compiere un lavoro sfinente nelle saline, che permetteva loro di vivere poi meglio per il resto dell’anno. Come illustrava Nuto Revelli nel suo Il mondo dei vinti (1977), ricostruzione del mondo rurale tra Otto e Novecento, la forza fisica era il solo capitale su cui far conto. I migranti che venivano da Asti e da Cuneo erano quindi abituati a dover dimostrare ai loro padroni di avere una resistenza incredibile alla fatica e in breve anche per questo si trovarono contro gli autoctoni, che reclamavano un miglior trattamento, secondo le antiche tradizioni. In un momento in cui il grande capitale usava il cottimo come regola, gli scontri tra gruppi nazionali erano all’ordine del giorno.
Noiriel ricostruisce molto bene il clima allucinato che prelude al disastro, in una sequenza di rancori. Il 17 agosto 1893, il caldo malarico era al suo apice alla Fangouse, di proprietà della potente Compagnie de Salins du Midi e i «trimards», i lavoratori locali, dal mattino avevano fatto girare la voce per cui ci sarebbe stata una dimostrazione violenta. I «Piemos», come venivano definiti con termine che voleva essere al massimo dispregiativo, oppure in langue d’oc estranjeïraio, ovvero gli sporchi stranieri, come si legge in un poema politico del tempo, dal sinistro titolo di Aïgamorto, dovevano andarsene.
Il bilancio di una giornata di mattanza, scatenata da una scaramuccia e gestita secondo una strategia di accerchiamento con la quasi totale complicità degli abitanti (incluso il possidente Granier, che chiuse le porte della sua proprietà ai fuggiaschi per paura di ritorsioni), fu pesantissimo. Ventidue tra morti e dispersi e quasi sessanta feriti, cui venne rifiutato soccorso nell’ospedale di Marsiglia. Il caso divampò sulla stampa italiana ed esplose una crisi diplomatica grave, mentre da più parti si parlava di imminente conflitto. Il processo però fu una farsa, con condanne minime e il paese si affrettò a scordare quel giorno di sangue, mentre da noi Francesco Crispi approfittò della situazione per tornare al potere.
Solo da pochi anni una lapide ricorda nel paese dalle belle mura quell’episodio tremendo, che ispirò al sociologo Émile Durkheim la formulazione del concetto di anomia, per descrivere l’epoca senza legge del liberismo selvaggio che produceva, insieme al nazionalismo, frutti avvelenati e micidiali.

- Luca Scarlini - da “Alias -il manifesto”, 14 maggio 2011 -