giovedì 28 agosto 2014

Robot e moduli da riempire

Il pezzo che segue, di David Graeber, è abbastanza lungo, e devo dire che alcuni dei suoi passaggi (notamente, lo spostare il problema dalla sfera della produzione a quella della circolazione, l'analisi sulla scelta della bassa tecnologia come risposta alla crisi, e altro) non mi trovano affatto d'accordo. Non posso però fare a meno di condividere il genere di suggestioni da cui parte, e anche per questo ritengo che valga bene una lettura ed una riflessione.
f.s.

BackFutureflyingcar

Automobili volanti e caduta tendenziale del saggio di profitto
di David Graeber

C'è una domanda segreta sospesa sopra di noi, un senso di delusione, una promessa infranta che ci avevano fatto quand'eravamo bambini a proposito di quello cui avrebbe assomigliato il mondo quando saremmo stati adulti. Non mi riferisco alle solite false promesse che si fanno sempre ai bambini ( su come il mondo sarà giusto, o su come saranno ricompensati quelli che lavoreranno sodo ), ma alla promessa fatta ad una generazione in particolare - fatta a quelli che erano bambini negli anni cinquanta, sessanta, settanta, o anche ottanta - che non è mai stata formulata come una promessa ma, piuttosto, come un insieme di ipotesi relative a come sarebbe stato il nostro mondo da adulti. E dal momento che non è mai stata una vera e propria promessa, ora che il suo fallimento è dimostrato, siamo rimasti confusi: indignati, ma allo stesso tempo, imbarazzati per la nostra stessa indignazione, vergognandoci di essere stati così sciocchi da aver creduto ai nostri vecchi.
Per dirla in breve, dove sono le automobili volanti? Dove sono i campi di forza, i raggi traenti, le piattaforme di teletrasporto, le slitte antigravitazionali, i tricorder, i farmaci per l'immortalità, le colonie su Marte, e tutte le altre meraviglie tecnologiche che qualsiasi bambino cresciuto nella seconda metà del XX secolo aveva date per certe e che oggi avrebbero dovuto esistere? Anche quelle invenzioni che sembravano pronte a venir fuori - come la clonazione e la criogenia - hanno finito per tradire le loro sublimi promesse. Cosa è accaduto?
Siamo ben informati a proposito delle meraviglie dei computer, come se questo fosse una sorta di imprevista compensazione, ma, in realtà, neanche nei computer ci siamo mossi fino al punto di progresso che negli anni '50 ci si aspettava che oggi venisse raggiunto. Non abbiamo computer con cui si possa avere una conversazione interessante, o robot che portino a spasso i nostri cani o che portino i nostri vestiti in lavanderia.
Come chiunque altro avesse otto anni al tempo dell'allunaggio della missione Apollo, ricordo di aver calcolato che avrei avuto 39 anni nel magico anno 2000 e mi chiedevo come sarebbe stato il mondo. Mi aspettavo che sarei vissuto in un mondo di meraviglie? Certo. Tutti se lo aspettavano. Oggi, mi sento truffato? Mi sembrava improbabile che avrei vissuto per vedere tutte le cose di cui leggevo nella fantascienza, ma non mi sarei mai aspettato che non ne avrei vista nessuna.
Al volgere del millennio, mi aspettavo un profluvio di riflessioni sul perché non avevamo raggiunto quel futuro della tecnologia. Invece, quasi tutte le voci autorevoli - a sinistra come a destra - cominciano le loro riflessioni partendo dall'assunto che viviamo in un'utopia tecnologica senza precedenti, in un modo o nell'altro.
Il modo comune di affrontare il senso di disagio per cui potrebbe non essere così, è quello di spazzarlo via, insistere che tutto il progresso che avrebbe potuto esserci, c'è stato, e trattare tutto il resto come fossero sciocchezze. "Oh, vuoi dire tutta quella roba tipo Jetsons ("I Pronipoti" - N.d.T.)" mi viene chiesto - che è come dire, ma quelle erano solo cose per bambini" Sicuramente, come adulti, capiamo che i Jetsons offrivano un punto di vista accurato sul futuro quanto i Flintstones ("Gli Antenati" - N.d.T.) ce lo offrivano sull'Età della Pietra.
Anche negli anni settanta e ottanta, in realtà, fonti sobrie come il National Geographic e lo Smithsonian informavano i bambini a proposito di imminenti stazioni spaziali e di spedizioni su Marte. Gli autori di film di fantascienza erano soliti uscirsene con date precise, spesso non più di una generazione avanti, dove collocare le loro fantasie futuristiche. Nel 1968, Stanley Kubrick ritenne che per il pubblico sarebbe stato naturale assumere che solo 33 anni più tardi, nel 2001, avremmo avuto voli lunari commerciali, stazioni spaziali grandi come città, e computer con personalità umane che avrebbero mantenuto gli astronauti in animazione sospesa nel loro viaggio verso Giove. La video-telefonia è l'unica nuova tecnologia di quel film che sia apparsa - ed era già tecnicamente possibile quando il film è uscito. "2001" può essere visto come una curiosità, ma che dire di Star Trek? Il mito di Star Trek è stato creato negli anni sessanta, anch'esso, ma lo show ha continuato ad essere rivitalizzato, portando il pubblico di Star Trek Voyager, intorno al 2005, a cercare di capire cosa dovesse pensare del fatto che, secondo la logica del programma, si supponeva che il mondo dovesse riprendersi dai combattimenti fra superuomini modificati geneticamente avvenuti nel corso delle Guerre Eugenetiche degli anni novanta.
Nel 1989, quando i creatori di "Ritorno al Futuro 2" misero diligentemente automobili volanti e tavolette antigravitazionali nelle mani di normali adolescenti del 2015, non era chiaro se fosse una predizione o uno scherzo.
La mossa abituale, nella fantascienza, è quella di rimanere sul vago circa le date, di modo da rendere il "futuro" una zona di pura fantasia, non diversa dalla Terra di Mezzo di Narnia, o di Guerre Stellari, “a long time ago in a galaxy far, far away.” Come risultato, il futuro della nostra fantascienza è, il più delle volte, non propriamente un futuro, ma più che altro una dimensione alternativa, un sogno, un altrove tecnologico, esistente nei tempi a venire nello stesso senso in cui elfi e uccisori di draghi esistevano nel passato - un altro schermo su cui proiettare drammi morali e fantasie mitiche per farli finire nel vicolo cieco del piacere del consumatore.
La sensibilità culturale cui ci riferiamo come postmodernismo, potrebbe essere vista come una meditazione prolungata su tutti i cambiamenti tecnologici che non sono mai avvenuti? La domanda mi è sorta mentre guardavo uno degli ultimi film del ciclo di Guerre Stellari. Il film era terribile, ma non ho potuto fare a meno di rimanere impressionato dalla qualità degli effetti speciali. Ricordandomi dei goffi effetti speciali tipici dei film degli anni '50, mi sono chiesto quanto sarebbe rimasta impressionata un'audience degli anni cinquanta se avesse conosciuto quello che ora si può fare - solo per poi rispondermi, "In realtà, no. Sarebbero rimasti colpiti? Loro pensavano che noi avremmo fatto davvero quel genere di cose. Non solo al livello di creare modi sofisticati per simularle."
La chiave è quest'ultima parola - simulazione. Le tecnologie che sono andate avanti a partire dagli anni settanta sono principalmente tecnologie mediche o tecnologie dell'informazione - in gran parte, tecnologie di simulazione. Sono quelle tecnologie che Jean Baudrillard e Umberto Eco chiamano "iper-reale", la capacità di realizzare imitazioni che sono più realistiche degli originali. La sensibilità postmoderna, la sensazione che in qualche modo avevamo fatto irruzione in un nuovo periodo storico senza precedenti, nel quale avevamo capito che non c'era niente di nuovo; le grandi narrazioni storiche di progresso e di liberazione erano prive di significato; ora tutto quanto era simulazione, ripetizione ironica, frammentazione, e pastiche - tutto questo aveva senso in un ambiente tecnologico nel quale le uniche innovazioni erano quelle che rendevano più facile creare, trasferire, e riorganizzare le proiezioni virtuali di cose che o già esistevano, o che ci rendevamo conto che non sarebbero mai esistite. Sicuramente, se ci fossimo trovati in vacanza dentro le cupole geodetiche su Marte, oppure armati di impianti tascabili per la fusione nucleare, o di aggeggi telecinetici per leggere il pensiero, nessuno parlerebbe oggi in questo modo. Il momento postmoderno era un modo disperato per prendere quello che altrimenti sarebbe stata solo un'amara delusione e indossarlo come qualcosa di epocale, eccitante, e nuovo.

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Nelle prime formulazioni, che sono in gran parte emerse dalla tradizione marxista, si è preso atto di un bel po' di questo bagaglio tecnologico. "Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo" di Fredric Jameson ha proposto il termine "postmodernismo" riferendosi alla logica culturale propria di una nuova fase tecnologica del capitalismo, la quale era stata annunciata dall'economista marxista Ernest Mandel già nel 1972. Mandel aveva sostenuto che l'umanità si trovava alla vigilia di una "terza rivoluzione tecnologica", importante quanto quella agricola o quella industriale, nella quale computer, robot, nuove fonti di energia, e nuove tecnologie di informazione avrebbero rimpiazzato il lavoro industriale - la "fine del lavoro", come ben presto sarebbe stata chiamata - facendoci diventare tutti progettisti e tecnici informatici, con le folli visioni di quello che le fabbriche cibernetiche avrebbero prodotto.
Le argomentazioni sulla fine del lavoro erano popolari alla fine degli anni settanta e all'inizio degli ottanta, nella misura in cui i pensatori sociali riflettevano su che cosa ne sarebbe stato della tradizionale lotta popolare guidata dalla classe operaia, una volta che questa non fosse più esistita. (La risposta: si sarebbe trasformata in politiche di identità.) Jameson si considerava un esploratore delle forme di coscienza e delle sensibilità storiche che potevano emergere da questa nuova era.
Quello che è successo, invece, è stato che lo spread fra tecnologie di informazione e nuovi modi di organizzare i trasporti - l'imbarco dei container, per esempio - ha permesso che quegli stessi posti di lavoro industriale venissero esternalizzati verso l'Asia orientale, l'America Latina, ed altri paesi dove l'offerta di lavoro a basso costo ha permesso ai fabbricanti di avvalersi, per le linee di produzione, di tecnologie molto meno sofisticate di quelle che sarebbero stati obbligati ad impiegare in casa.
Dal punto di vista di chi vive in Europa, Nord America e Giappone, i risultati sembrano quelli che erano stati previsti. Le industrie-ciminiera sono scomparse, i posti di lavoro sono stati ripartiti fra uno strato più basso di lavoratori dei servizi ed uno più alto che sta seduto dentro bolle asettiche e gioca con i computer. Ma dietro a tutto questo troviamo la consapevolezza che la civiltà post-lavoro è una gigantesca frode. Le nostre sneaker high-tech non vengono prodotte da cyborg intelligenti o da una nanotecnologia autoreplicante, ma vengono fatte, come le vecchie macchine da cucire della Singer, dalle figlie dei contadini messicani e indonesiani che, come risultato degli accordi commerciali del WTO e del NAFTA, sono state estromesse dalle loro terre ancestrali. Viviamo con la consapevolezza colpevole di quello che c'è dietro la sensibilità postmoderna e insime con la sua celebrazione in un gioco senza fine di immagini e superfici.
Perché la prevista esplosione di crescita tecnologica che tutti si aspettavano - le basi lunari, le fabbriche robotizzate - non c'è stata? Ci sono due possibilità. O le nostre aspettative circa il ritmo del cambiamento tecnologico erano poco realistiche (nel qual caso, abbiamo bisogno di sapere perché così tante persone intelligenti credevano che non lo fossero) oppure le nostre aspettative non erano irrealistiche (in questo caso, abbiamo bisogno di sapere che cosa ha fatto fallire così tante credibili idee e progetti).
La maggior parte degli analisti sociali sceglie la prima spiegazione e fa risalire il problema alla corsa allo spazio durante la Guerra Fredda. Perché, si chiedono questi analisti, sia gli Stati Uniti che l'Unione Sovietica erano così ossessionati dall'idea dei viaggi nello spazio con equipaggi? Non è mai stato un metodo efficace per portare avanti la ricerca scientifica. E questo ha incoraggiato idee irrealistiche circa quel che sarebbe stato il futuro dell'umanità.
La risposta potrebbe essere che entrambi i paesi, Stati Uniti ed Unione Sovietica, siano stati, nel secolo precedente, società di pionieri, una espandendosi verso la frontiera dell'Ovest, l'altra verso la Siberia? Non hanno forse condiviso un impegno per il mito di un futuro, in espansione senza limiti, della colonizzazione umana di grandi spazi vuoti, che ci ha portato a convincerci che i leader di entrambe le super-potenze ci avessero fatti entrare in una "era spaziale" nella quale si battevano per il controllo del futuro? Senza dubbio, erano in gioco tutti i generi di mito, ma questo non dimostra niente circa la fattibilità del progetto.
Alcune di queste fantasie da fantascienza (a questo punto non possiamo sapere quali) avrebbero potuto essere poste in essere. Per le precedenti generazioni, molte fantasie della fantascienza sono state poste in essere. Quelli che sono cresciuti a cavallo del secolo che leggeva Jules Verne o H.G. Wells immaginavano il mondo del, diciamo, 1960 con macchine volanti, razzi spaziali, sottomarini, radio, e televisione - e questo è stato quello che più o meno hanno davvero ottenuto. Se non era irrealistico sognare nel 1900 di uomini che viaggiavano fino alla luna, allora perché sarebbe stato irrealistico negli anni '60 sognare jet-pack o robot lavandai e camerieri?
In realtà, anche se quei sogni venivano illustrati, la base materiale per il loro raggiungimento cominciava a venire erosa. C'è ragione di credere che anche negli anni cinquanta e sessanta, il ritmo dell'innovazione tecnologica rallentasse rispetto al ritmo inebriante della prima metà del secolo. Ci fu un'ultima ondata nei '50, quando apparvero, tutti in rapida successione, il forno a microonde (1954), la pillola (1957), e il laser (1958). Ma da allora, i progressi tecnologici avevano preso la forma di nuovi modi intelligenti di combinare le tecnologie esistenti (come nella corsa allo spazio) e di nuovi modi di usare le tecnologie già esistenti (l'esempio più famoso è quello della televisione, inventata nel 1926, ma prodotta in massa solo dopo la guerra). Tuttavia, in parte perché la corsa allo spazio aveva dato a tutti l'impressione che stessero avvenendo notevoli progressi, la sensazione popolare durante gli anni sessanta era che il ritmo del cambiamento tecnologico stesse accelerando in maniera terrificante ed incontrollabile.
Il best seller di Alvin Toffler del 1970, "Lo shock del futuro", sosteneva che tutti i problemi sociali degli anni '60 potevano essere ricondotti al ritmo crescente del cambiamento tecnologico. La diffusione senza fine di scoperte scientifiche aveva trasformato il territorio della vita quotidiana, ed aveva lasciato gli americani senza un'idea chiara di che cosa fosse una vita normale. Bastava considerare la famiglia, dove non solo la pillola, ma anche la prospettiva di una fecondazione in vitro, di bambini in provetta, e della donazione di sperma e di ovuli erano sul punto di rendere obsoleta l'idea stessa di maternità.
Gli esseri umani non erano preparati per quel ritmo di cambiamento, scriveva Toffler. Egli coniò un termine per quel fenomeno: "spinta accelerativa". Era cominciata con la rivoluzione industriale, ma solo intorno al 1850 i suoi effetti erano diventati inconfondibili. Non solo tutto intorno a noi cambiava, ma la maggior parte di questo - la conoscenza umana, la dimensione della popolazione, la crescita industriale, l'utilizzo dell'energia - cambiava in maniera esponenziale. La sola soluzione, sosteneva Toffler, era di cominciare ad avere una qualche sorta di controllo sul processo, creare delle istituzioni che avrebbero potuto valutare le tecnologie emergenti ed i loro probabili effetti, per vietare le tecnologie che potevano essere socialmente distruttive, e guidare lo sviluppo nella direzione dell'armonia sociale.
Mentre molte delle tendenze storiche descritte da Toffler sono accurate, il libro appare quando già la maggior parte di quei trend esponenziali si sono fermati. E' proprio intorno al 1970 che l'incremento nel numero di pubblicazioni scientifiche nel mondo - una cifra che era raddoppiata ogni circa quindici anni dal 1865 - comincia a fermarsi. Lo stesso avviene con libri e brevetti.
L'uso da parte di Toffler del termine accelerazione era stato particolarmente sfortunato. Per gran parte della storia umana, la velocità massima cui gli esseri umani potevano viaggiare era stata intorno alle 25 miglia l'ora. Dal 1900 era aumentata a 100 miglia l'ora, e sembrava che si dovesse incrementare esponenzialmente per i prossimi 70 anni. Quando Toffler scriveva, nel 1970, il record per la massima velocità a cui un essere umano aveva viaggiato era pari a circa 25mila miglia l'ora, raggiunta dall'equipaggio dell'Apollo 10 nel 1969, solo un anno prima. Ad un tale ritmo esponenziale, sembrava ragionevole assumere che nel giro di pochi decenni l'umanità avrebbe esplorato un altro sistema solare.
Dal 1970, non c'è stato nessun'altro ulteriore incremento. Il record rimane quello dell'Apollo 10. E'vero che il Concorde, che volò per la prima volta nel 1969, raggiunse la massima velocità di 1.400 miglia all'ora, e il sovietico Tupolev Tu-144, che volò prima, raggiunse i 1.553 miglia all'ora. Ma queste velocità non solo non solo non sono aumentate, ma sono decresciute visto che il progetto del Tupolev venne cancellato ed il Concorde fu abbandonato.
Niente di tutto questo ha fermato la carriera di Toffler. Egli continuò a riproporre la stessa analisi, venendosene fuori con nuove spettacolari dichiarazioni. Nel 1980, pubblicò "La terza ondata", dove pontificava sull'argomento preso a prestito da Ernest Mandel della "terza rivoluzione tecnologica" - salvo che mentre Mandel pensava che questi cambiamenti avrebbero messo la parola fine al capitalismo, Toffler assumeva il capitalismo come eterno. Nel 1990, Toffler divenne il guru personale del deputato repubblicano Newt Gingrich, il cui "Contratto con l'America" del 1994 sarà poi in parte ispirato alle teorie di Toffler, a partire dalla consapevolezza che gli Stati Uniti avevano bisogno di passare da un'epoca antiquata, materialista e industriale ad una nuova era dell'informazione, basata sul libero mercato, La Terza Ondata della civiltà.
C'era una qualche sorta di ironia in questa connessione. Uno dei più grandi successi di Toffler era stato quello di suggerire al governo di creare un Ufficio per la Valutazione della Tecnologia (OTA). Uno dei primi atti di Gingrich quando arrivò ad avere il controllo della Camera dei Rappresentanti fu quello di tagliare i fondi all'OTA, perché era un esempio delle inutili stravaganze governative. Eppure, non c'era contraddizione in tutto questo. Per allora, Toffler aveva già da tempo rinunciato ad influenzare la politica, facendo appello direttamente al pubblico; tenendo seminari per amministratori delegati aziendali e per gruppi di esperti. Le sue intuizioni erano state privatizzate.
Gingrich amava definirsi un "futurologo conservatore". Anche se questo potrebbe sembrare un ossimoro; ma in realtà le concezioni di futurologia di Toffler non erano mai state progressiste. Il progresso veniva sempre presentato come un problema che doveva essere risolto.
Toffler potrebbe essere visto come una versione light del teorico sociale del XIX secolo Auguste Comte, il quale credeva di trovarsi sull'orlo di una nuova era - in quel caso, l'era industriale - guidata dall'inesorabile progresso della tecnologia, e credeva che i cataclismi sociali del suo tempo fossero causati da un sistema sociale non regolamentato. L'antico ordine feudale aveva sviluppato la teologia cattolica, un modo di pensare circa il posto dell'uomo nell'universo perfettamente adatto al sistema sociale di quel tempo, così come una struttura istituzionale, la Chiesa, che trasmetteva ed applicava tali idee che dava a ciascuno un senso di esistenza e di appartenenza. L'era industriale aveva sviluppato il suo proprio sistema di idee - la scienza - ma gli scienziati non erano riusciti a creare niente che fosse come la Chiesa cattolica. Comte concludeva che avevamo bisogno di sviluppare una nuova scienza, che aveva chiamato "sociologia", e diceva che i sociologhi dovevano giocare il ruolo di preti in una nuova Religione della Società che avrebbe ispirato ciascuno con l'amore dell'ordine, la comunità, la disciplina del lavoro, e i valori della famiglia. Toffler era meno ambizioso; i suoi futurologhi non erano chiamati a svolgere il ruolo di sacerdoti.
Gingrich aveva un secondo guru, un teologo libertario che si chiamava George Gilder, e Gilder, come Toffler, era ossessionato dalla tecnologia e dal cambiamento sociale. In uno strano modo, era più ottimista. Sposando una versione radicale della Terza Ondata di Mandel, insisteva circa il fatto che quello cui stavamo assistendo con l'ascesa dei computer, era un "rovesciamento della materia". La vecchia, materialista Società Industriale, dove il valore proveniva dal lavoro fisico, stava dando vita ad un'età dell'Informazione dove il valore proveniva direttamente dalla mente degli imprenditori, allo stesso modo in cui il mondo era apparso ex nihilo dalla mente di Dio, proprio come i soldi, in una vera e propria econonomia dell'offerta, apparivano ex nihilo dalla Federal Reserve e andavano a finire nelle mani dei capitalisti creatori di valore. Politiche economiche dal lato dell'offerta, concludeva Gilder, avrebbero assicurato che gli investimenti continuassero a prendere le distanze dagli sprechi di tempo e di denaro governativi, come il programma spaziale, e fossero diretti verso le più produttive tecnologie informatiche e mediche.
Ma se c'era un movimento cosciente, o semi-cosciente, che si allontanava dagli investimenti nella ricerca che avrebbero portato migliori razzi e migliori robot, per andare verso la ricerca che ci avrebbe portato ad avere cose come stampanti laser e scanner, questo movimento era cominciato ben prima dello "Shock del Futuro" (1970) di Toffler e di "Salute e Povertà" (1981) di Gilder. Quello che il loro successo dimostrava era il fatto che i problemi sollevati - cioè, che i modelli esistenti di sviluppo avrebbero portato a sconvolgimenti sociali e che c'era bisogno di guidare lo sviluppo tecnologico verso direzioni che non mettessero in discussione le esistenti strutture di potere - avevano già un eco nei corridoi del potere. Uomini di Stato e capitani d'industria stavano pensando alle stesse domande già da qualche tempo.

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Il capitalismo industriale aveva favorito un tasso estremamente rapido di progresso scientifico e di innovazione tecnologica - senza alcun parallelo possibile con la precedente storia umana. Anche i più grandi detrattori del capitalismo, Karl Marx e Friedrich Engels, avevano celebrato il suo scatenamento delle "forze produttive". Marx ed Engels credevano anche il continuo bisogno del capitalismo di rivoluzionare i mezzi di produzione industriale sarebbe stato la sua rovina. Marx sosteneva che, per certe ragioni tecniche, il valore - e quindi il profitto - poteva essere estratto solo dal lavoro umano. La concorrenza forzava i proprietari delle fabbriche a meccanizzare la produzione, per ridurre i costi del lavoro, ma mentre questo portava un vantaggio a breve termine per l'impresa, gli effetti della meccanizzazione abbassavano il tasso generale del profitto.
Per 150 anni, gli economisti hanno dibattuto se tutto questo fosse vero. Ma se è vero, allora la decisione da parte degli industriali a non spendere i fondi per la ricerca nell'invenzione di fabbriche robot, che tutti negli anni sessanta prevedevano, e riallocare invece le loro fabbriche verso il lavoro intensivo, e verso le strutture a bassa tecnologia in Cina o nel Sud del mondo, comincia ad avere un senso.
Come ho già detto, non c'è ragione per credere che il ritmo dell'innovazione tecnologica nel processo produttivo - le fabbriche stesse - cominciasse a rallentare negli anni cinquanta e sessanta, ma gli effetti collaterali della rivalità fra America ed Unione Sovietica facevano sembrare che l'innovazione accelerasse. C'era l'incredibile corsa allo spazio, insieme agli sforzi frenetici da parte dei progettisti industriali degli Stati Uniti per applicare le tecnologie esistenti ai fini del consumo, per creare un senso di ottimismo di prosperità crescente e di progresso garantito che avrebbe minato gli appelli della politica operaia.
Queste mosse erano reazioni alle iniziative dell'Unione Sovietica. Ma questa parte della storia è difficile da ricordare per gli americani, perché alla fine della Guerra Fredda l'immagine popolare dell'Unione Sovietica era passata ad essere da rivale terribilmente audace a patetico andicappato - l'esemplare di una società che non poteva funzionare. Negli anni cinquanta, molti progettisti statunitensi pensavano che il sistema sovietico funzionasse meglio. Certamente, ricordavano il fatto che negli anni trenta, mentre gli Stati Uniti erano impantanati nella depressione, l'Unione Sovietica aveva mantenuto una crescita economica quasi senza precedenti con un tasso dal 10 al 12% annuo - un risultato seguito, prima, rapidamente, dalla produzione di carri armati che avevano sconfitto la Germania nazista, poi dal lancio dello Sputnik nel 1957, poi dal primo veicolo spaziale con equipaggio, il Vostok, nel 1961.
E' stato spesso detto che l'allunaggio dell'Apollo è stato il più grande successo storico del comunismo sovietico. Sicuramente, gli Stati Uniti non avrebbero mai contemplato una tale impresa se non fosse stato per le ambizioni cosmiche del Politburo sovietico. Siamo soliti pensare al Politburo come ad un gruppo di grigi burocrati senza immaginazione, ma erano burocrati che hanno osato sognare sogni stupefacenti. Il sogno di una rivoluzione mondiale è stato solo il primo. E' anche vero che la maggior parte di loro - cambiando il corso di fiumi possenti, e questo genere di cose - si sono rivelati essere anche ecologicamente e socialmente disastrosi, oppure, come per i cento piani del Palazzo dei Soviet di Stalin o per la statua di Lenin alta venti piani, non si sono mai sollevati dal terreno.
Dopo il successo iniziale del programma spaziale sovietico, ben pochi di questi schemi sono stati realizzati, ma la leadership non ha mai smesso di produrne altri. Anche negli anni ottanta, quando gli Stati Uniti stavano inseguendo il loro ultimo, grandioso progetto, "Star Wars", i Soviet progettavano di trasformare il mondo per mezzo dell'uso creativo della tecnologia. Pochi fuori dalla Russia ricordano la maggior parte di questi progetti, ma su di essi vennero investite grandi risorse. E' anche interessante notare che, diversamente dal progetto Star Wars, che era stato disegnato per affondare l'Unione Sovietica, la maggior parte non erano di natura militare: come, per esempio, il tentativo di risolvere i problemi della fame nel mondo coltivando laghi ed oceani con batteri commestibili chiamati spirulina, o risolvere i problemi energetici del mondo lanciando in orbita centinaia di gigantesche piattaforme ad energia solare e irradiare così l'elettricità verso la Terra.
La vittoria americana nella corsa allo spazio ha fatto sì che, dopo il 1968, i progettisti statunitensi non prendessero più sul serio la concorrenza. Come risultato, la mitologia della frontiera venne mantenuta, seppure in una direzione, per la ricerca e lo sviluppo, distolta da tutto ciò che poteva portare alla creazione di basi su Marte e a fattorie robot.
La linea standard era che tutto questo fosse un risultato del trionfo del mercato. Il programma Apollo era un progetto Big Government, ispirato ai Soviet nel senso che richiedeva un sforzo nazionale coordinato dalle burocrazie governative. Non appena la minaccia sovietica uscì dal campo visivo, il capitalismo fu libero di tornare a linee di sviluppo tecnologiche più in accordo con gli imperativi normali e decentralizzati del libero mercato - come la ricerca finanziata privatamente per prodotti commerciali quali i personal computer. Questa è la linea che uomini come Toffler e Gilder avevano sposato alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta.
In realtà, gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato i giganteschi progetti di sviluppo tecnologico controllati dal governo. Principalmente, li hanno spostati sulla ricerca militare - e non solo a livello di progetti fatti sulla scala del regime sovietico, come Star Wars, ma anche verso progetti di armi, ricerca nel campo della comunicazione e della sorveglianza tecnologica, e tutto quello che concerne la sicurezza. In una certa misura questo ha sempre avuto luogo: i miliardi profusi nella ricerca missilistica hanno sempre eclissato le somme stanziate per il programma spaziale. Ancora, dagli anni settanta, anche la ricerca di base veniva condotta seguendo le priorità militari. Una delle ragioni per cui non abbiamo fabbriche robot è dovuta al fatto che circa il 95% del finanziamento per la ricerca sui robot è stato incanalato attraverso il Pentagono, che ha più interesse nello sviluppo dei droni piuttosto che in una cartiera automatizzata.
Se ne potrebbe fare un caso, anche dello spostamento  sulla ricerca e lo sviluppo di tecnologie informatiche e mediche che non ha portato ad un riorientamento verso gli imperativi del consumo, ma è stata parte di uno sforzo a tutto campo per continuare ad umiliare l'Unione Sovietica con una vittoria totale nella guerra di classe globale - vista simultaneamente come imposizione del dominio militare assoluto degli Stati Uniti oltreoceano, e, a casa, come la disfatta totale dei movimenti sociali.
Le tecnologie emerse si sono rivelate più idonee alla sorveglianza, alla disciplina del lavoro, al controllo sociale. I computer hanno aperto un certo spazio di libertà, come ci viene costantemente ricordato, ma invece di portarci all'utopia senza lavoro immaginata da Abbie Hoffman, essi sono stati usati in modo da produrre l'effetto contrario. Hanno reso possibile una finanzializzazione del capitale che ha spinto disperatamente i lavoratori nel debito, e, allo stesso tempo, fornito i mezzi per mezzo dei quali i datori di lavoro hanno creato un regime di lavoro "flessibile" che ha distrutto la tradizionale sicurezza del lavoro ed ha incrementato le ore di lavoro per quasi tutti. Insieme con l'esportazione dei lavori nelle fabbriche, il nuovo regime del lavoro ha sbaragliato i sindacati e distrutto ogni possibilità di un'effettiva politica operaia.
Nel frattempo, nonostante un investimento senza precedenti nella ricerca sulla medicina e sulle scienze della vita, stiamo ancora aspettando la cura per il cancro e per il comune raffreddore,  e le più spettacolari scoperte mediche che abbiamo visto hanno tutte la forma di farmaci come il Prozac, lo Zoloft, o la Ritalin - fatte su misura per assicurare che le nuove richieste che ci vengono fatte sul lavoro non ci facciano diventare completamente, disfunzionalmente pazzi.
Con tali risultati, quale sarà l'epitaffio per il neoliberismo così com'è? Penso che gli storici concluderanno che era una forma di capitalismo che dava sistematicamente priorità agli imperativi politici su quelli economici. Dovendo scegliere fra una linea di condotta che farebbe sembrare il capitalismo il solo sistema economico possibile, ed una che potrebbe trasformare il capitalismo in un sistema economico vivibile a lungo termine, il neoliberismo sceglie sempre la prima. Ci sono tutte le ragioni per credere che distruggendo la sicurezza del lavoro, mentre si incrementano le ore di lavoro, non si crea una forza di lavoro più produttiva (per non dire più innovativa o leale). Probabilmente, in termini economici, il risultato è negativo - un'impressione confermata dall'abbassamento del tasso di crescita in praticamente tutte le parti del mondo negli anni ottanta e nei novanta.
Ma la scelta neoliberista ha avuto successo nel depoliticizzare il lavoro e nel sovradeterminare il futuro. Economicamente, la crescita di esercito, polizia, e servizi di sicurezza privata equivalgono ad un peso morto. E' possibile, infatti, che il peso morto sempre maggiore dell'apparato creato per assicurare la vittoria ideologica del capitalismo lo faccia affondare. Ma è anche facile vedere come, soffocare ogni senso di un inevitabile futuro redentore che potrebbe essere differente da com'è il nostro mondo, sia parte cruciale del progetto neoliberista.

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A questo punto tutti i pezzi sembra che siano caduti ordinatamente al loro posto. Negli anni sessanta, le forze politiche conservatrici stavano diventando ombrose circa gli effetti sociali distruttivi  del progresso tecnologico, e i datori di lavoro stavano cominciando a preoccuparsi per l'impatto economico della meccanizzazione. Il dissolversi della minaccia sovietica permetteva una riallocazione delle risorse in un senso visto come meno gravoso per l'assetto sociale ed economico, o addirittura verso direzioni che avrebbero potuto supportare una campagna per invertire le conquiste dei movimenti sociali progressisti ed ottenere una vittoria decisiva in quella che le élite degli Stati Uniti vedevano come una guerra di classe globale. Il cambiamento di priorità venne introdotto con il ritiro dei grandi progetti governativi e col ritorno al mercato, ma in realtà il cambiamento rimuoveva la ricerca diretta dal governo dai programmi come la NASA o le fonti di energia alternativa per indirizzarle verso le tecnologie militari, informatiche, e mediche.
Naturalmente questo non spiega tutto. Soprattutto non spiega il motivo per cui, anche in quelle aree che sono diventate il fulcro di progetti ben finanziati, non abbiamo visto niente di quel genere di progresso che era stato anticipato cinquant'anni prima. Se il 95% delle ricerche sui robot sono finanziate a scopo militare, allora dov'è il robot killer stile Klaatu che spara raggi dai suoi occhi?
Ovviamente, ci sono stati progressi nella tecnologia militare negli ultimi decenni. Una delle ragioni per cui siamo sopravvissuti alla Guerra Fredda è stata che mentre le bombe nucleari avrebbero potuto lavorare come era stato pubblicizzato, il loro sistema di puntamento non l'avrebbe fatto, i missili balistici intercontinentali non erano in grado di colpire le città, per non parlare degli obiettivi specifici dentro le città, e questo ha significato che non c'era molto senso nel lanciare un primo attacco nucleare a meno che non si intendesse distruggere il mondo.
Al confronto, i missili cruise attuali sono accurati. Eppure, le armi di precisione non sembrano essere capaci di assassinare specifici individui (Saddam, Osama, Gheddafi), anche quando vengono lanciate a centinaia. E le pistole a raggi non si sono concretizzate - certo non per mancanza di tentativi. Si può supporre che il Pentagono abbia speso miliardi per la ricerca sul raggio della morte, ma la cosa più vicina ad esso cui sono arrivati, sono i laser che potrebbero, se puntati correttamente, accecare un mitragliere nemico, se guarda direttamente il fascio di luce. Oltre ad essere antisportivo, questo sarebbe patetico: i laser sono una tecnologia degli anni cinquanta. I phaser, che possono essere impostati per stordire, non sembrano che si trovino sul tavolo da disegno; e quando si tratta di combattimento di fanteria, l'arma preferita rimane quasi sempre l'AK-47, un'arma di design sovietico la cui sigla sta per l'anno in cui è stata introdotta: 1947.
Interner è un'innovazione notevole, ma tutto quello di cui stiamo parlando è una super-veloce e globalmente accessibile combinazione di librerie, uffici postali, e cataloghi di vendita per corrispondenza. Se Internet fosse stato descritto ad un appassionato di fantascienza degli anni cinquanta e sessanta, e magnificato come il più straordinario risultato tecnologico dal suo tempo, la reazione sarebbe stata la delusione. Cinquant'anni e questo è il meglio che nostri scienziati sono riusciti a fare? Noi ci ascpettavamo computer che potevano pensare!
In generale, i livelli di finanziamento per la ricerca sono stati drasticamente incrementati a partire dagli anni settanta. Certamente, la proporzione dei finanziamenti provenienti dal settore delle imprese si è incrementato ancora più drasticamente, al punto che le imprese private ora finanziano il doppio delle ricerche che finanzia il governo, ma l'incremento è stato così grande che il totale dei fondi finanziati per la ricerca da parte del governo, in termini di dollari reali, ora è molto più alta di quanto lo fosse negli anni sessanta. La ricerca "basic", "curiosity-driven", o "blue skies" - quel genere di ricerca che non è guidata dalla prospettiva di un'applicazione pratica immediata, ma che è più probabile che arrivi ad una scoperta inaspettata - occupa una parte sempre più piccola del totale, anche se al giorno d'oggi viene gettato via così tanto denaro che il livello dei fondi per la ricerca di base è stato incrementato.
Eppure la maggior parte degli osservatori concordano sul fatto che i risultati sono stati miseri. Certamente non vedremo più niente come il flusso continuo di rivoluzioni concettuali - eredità genetica, relatività, psicoanalisi, meccanica quantistica - cui la gente si era abituata, anche ad aspettare, un centinaio di anni prima. Perché?
Parte della risposta ha a che fare con la concentrazione in un pugno di giganteschi progetti: "big science", come viene chiamata. Il Progetto del Genoma Umano viene spesso presentato come un esempio. Dopo aver speso quasi 3 miliardi di dollari impiegando migliaia di scienziati e staff in cinque differenti paesi, esso è principalmente servito a stabilire che dalla sequenza genetica non è che ci sia molto da imparare, che sia di qualche utilità per qualcuno. Ancor più, la campagna pubblicitaria e l'investimento intorno ad un tale progetto ha dimostrato il grado cui anche le ricerche di base oggi vengono guidate dagli imperativi politici, economici e di mercato, che rendono improbabile che possa accadere qualcosa di rivoluzionario.
Qui, la nostra fascinazione con le mitiche origini della Silicon Valley e di Internet ci hanno reso ciechi circa quello che sta realmente accadendo. Ci è permesso immaginare che la ricerca e lo sviluppo sia ora guidato, principalmente, da piccoli gruppi di imprenditori coraggiosi, o che sia una sorta di cooperazione decentrata a creare il software open-source. Non è così, anche se tali gruppi di ricerca hanno più probabilità di produrre risultati. La ricerca e lo sviluppo sono ancora guidati da giganteschi progetti burocratici.
Quella che è cambiata è la cultura burocratica. La compenetrazione crescente di governo, università, e imprese private ha portato ciascuno ad adottare il linguaggio, le sensibilità, e le forme organizzative che si sono originate nel modo aziendale. Sebbene questo può averci aiutato nel creare prodotti commerciabili, dal momento che è questo quello per cui sono progettate le burocrazie commerciali, nei termini di promozione della ricerca originale i risultati sono stati disastrosi.
La mia sola conoscenza proviene dalle università, sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna. In entrambi i paesi, gli ultimi 30 anni hanno visto una vera e propria esplosione della percentuale di ore lavorate a scopo amministrativo a spesa di quasi tutto il resto. Nella mia università, per esempio, abbiamo più amministratori che membri di facoltà, ed inoltre dai membri di facoltà ci si aspetta che passino nell'amministrazione almeno altrettanto tempo di quanto ne passano ad insegnare e a fare ricerca. La stessa cosa accade, più o meno, nelle università di tutto il mondo.
La crescita del lavoro amministrativo è stata il diretto risultato dell'aver introdotto tecniche di gestione aziendali. Invariabilmente, esse vengono giustificate come modo di incrementare l'efficienza introducendo la concorrenza ad ogni livello. Quello che finiscono per fare, significa che, in pratica, è che ognuno passa la maggior parte del suo tempo a cercare di vendere cose: proposte di sovvenzione; proposte di libri; valutazione di posti di lavoro per gli studenti e domande di sovvenzione; valutazione dei colleghi; prospetti informativi per nuovi dirigenti interdisciplinari; istituti; workshop; conferenze; le stesse università (che sono ora diventati marchi da essere immessi sul mercato per attrarre potenziali studenti o contributori); e così via.
Come il marketing travolge la vita universitaria, genera documenti sulla promozione dell'immaginazione e della creatività che potrebbero benissimo essere volti a strangolare l'immaginazione e la creatività nella culla. Negli ultimi 30 anni, negli Stati Uniti non è emersa nessuna nuova opera di teoria sociale. Siamo stati ridotti all'equivalente degli scolastici medievali, a scrivere annotazioni senza fine sulla teoria francese degli anni '70, nonostante la colpevole consapevolezza che se apparisse oggi nel mondo accademico una nuova incarnazione di Gilles Deleuze, Michel Foucault, o Pierre Bourdieu, noi gli rifiuteremmo il mandato.
C'è stato un tempo in cui il mondo accademico era un rifugio della società per gli eccentrici, i brillanti e i poco pratici. Non più. Oggi è il dominio dei self-marketer professionali. Come risultato, in uno dei più bizzarri accessi di auto-distruttività sociale nella storia, sembra che abbiamo deciso che non ci sia più posto per i cittadini eccentrici, brillanti e poco pratici. I più di loro languiscono nei seminterrati materni, al più facendo qualche occasionale, acuto intervento su Internet.
Se tutto questo è vero per le scienze sociali, dove la ricerca viene ancora effettuata con un finanziamento minimo, soprattutto da parte di privati, uno si può immaginare quanto peggio vadano le cose per gli astrofisici. E, in effetti, un astrofisico, Jonathan Katz, recentemente ha messo in guardia gli studenti che meditano di far carriera nelle scienze. Anche se emergi, dopo aver languito per la consueta decade in qualità di tirapiedi di qualcuno - egli dice - puoi aspettarti che le tue migliori idee saranno ostacolate punto per punto:
"Passerai tutto il tuo tempo a scrivere proposte, piuttosto che a fare ricerche. Peggio ancora, dal momento che le tue proposte vengono giudicate dai tuoi concorrenti, non potrai seguire la tua curiosità, ma dovrai spendere il tuo sforzo e il tuo talento per anticipare e combattere il criticismo, invece di risolvere importanti problemi scientifici... E' proverbiale il fatto che le idee originali sono il bacio della morte per una proposta, perché non è ancora stato provato che funzionino."
Questo risponde praticamente alla domanda che chiede perché non abbiamo dispositivi di teletrasporto o scarpe anti-gravità. Il senso comune suggerisce che se vuoi massimizzare la creatività scientifica, devi trovare delle persone brillanti, dare loro le risorse di cui hanno bisogno per poter perseguire qualsiasi idea venga loro in testa, e poi lasciarli soli. La maggior parte di loro non arriverà a niente, ma uno o due potranno scoprire qualcosa. Ma se vuoi minimizzare la possibilità di scoperte inaspettate, allora quelle persone non riceveranno alcuna risorsa a meno che non spendano la maggior parte del loro tempo in competizione l'uno contro l'altro per convincerti che loro sanno già cosa scopriranno.
Nelle scienze naturali, alla tirannia del management possiamo aggiungere la privatizzazione dei risultati delle ricerche. Come ci ricorda l'economista inglese David Harvie, la ricerca "open source" non è una novità. La ricerca scientifica è sempre stata open source, nel senso che gli studiosi condividono materiali e risultati. Certo, c'è competizione, ma è "conviviale". Non è più vero da tempo che gli scienziati lavorino nel settore delle imprese, dove i risultati vengono custoditi gelosamente, ma il diffondersi dell'etica corporativa dentro il mondo accademico, e dentro gli stessi istituti di ricerca, ha fatto sì che anche gli studiosi finanziati pubblicamente, trattino le loro scoperte come proprietà personale. Gli editori accademici assicurano che i risultati che vengono pubblicati sono sempre più difficili da accedere, rendendo ancora più chiusi i beni intellettuali comuni. Come risultato, la competizione open source si trasforma in qualcosa molto più simile alla classica competizione di mercato.
Ci sono molte forme di privatizzazione, fino ad includere il semplice acquisto e soppressione delle scoperte scomode, da parte delle grandi corporazioni timorose dei loro effetti economici. (Non possiamo sapere quante formule di carburante sintetico siano state comprate e messe nei depositi delle compagnie, ma è difficile immaginare che non sia accaduto niente di tutto questo.) Più sottile è il modo in cui l'etica manageriale scoraggia tutto quello che è avventuroso o eccentrico, specialmente se non c'è la prospettiva di un risultato immediato. Stranamente, qui, Internet può essere parte del problema. Come la racconta Neal Stephenson:
"La maggior parte delle persone che lavorano nelle corporazioni o nell'università, sono state testimoni di qualcosa simile a quello che segue: Un certo numero di ingegneri stanno seduti insieme in una stanza, facendo rimbalzare idee l'un l'altro. Dalla discussione emerge un nuovo concetto che sembra promettente. Allora una persona nell'angolo con un personal computer sulle ginocchia, avendo fatto una ricerca veloce su Google, annuncia che questa "nuova" idea non è, in realtà, che una vecchia idea; essa - o, per lo meno, qualcosa di vagamente simile - è già stata provata. Non importa che abbia fallito, o che abbia avuto successo. Se ha fallito, allora nessun manager che vuole mantenere il proprio lavoro l'approverà spendendo soldi per cercare di farla rivivere. Se ha avuto successo, allora è brevettata e si presume che il suo ingresso nel mercato sia inattuabile, dal momento che le prime persone che l'hanno pensata avranno "il vantaggio della prima mossa" e avranno creato delle "barriere all'ingresso". Il numero di idee apparentemente promettente che sono state schiacciate in questo modo dovrebbe essere di milioni."
E così un timido spirito burocratico pervade ogni aspetto della vita culturale. Si presenta addobbato con un linguaggio di creatività, di iniziative, ed imprenditorialità. Ma il suo linguaggio è privo di significato. Quei pensatori che hanno più probabilità di compiere un passo avanti concettuale sono quelli che hanno meno probabilità di ricevere sovvenzioni, e, se il passo avanti avviene, sono insuscettibili di trovare qualcuno che darà un seguito alle loro implicazioni più ardite.
Giovanni Arrighi ha notato che dopo la Bolla della South Sea Company, il capitalismo inglese ha in gran parte abbandonato la forma societaria delle corporazioni. Al tempo della Rivoluzione Industriale, la Gran Bretagna faceva affidamento su una combinazione di alta finanza e di piccole imprese familiari - un modello che ha tenuto per tutto il secolo successivo, nel periodo di massima innovazione scientifica e tecnologica. (La Gran Bretagna a quei tempi era famosa per essere generosa con gli eccentrici e gli stravaganti tanto quanto l'America contemporanea è intollerante. Un espediente comune era allora quello di diventare vicari rurali, i quali, prevedibilmente, divennero una delle principali fonti di scoperte scientifiche.)
Contemporaneamente, il capitalismo corporativo burocratico non era una creatura inglese, ma degli Stati Uniti e della Germania, le due potenze rivali che nella prima metà del XX secolo combatterono due sanguinose guerre per stabilire chi avrebbe rimpiazzato la Gran Bretagna come potenza dominatrice del mondo - guerre che culminarono, in modo abbastanza appropriato, in programmi scientifici finanziati dal governo per vedere chi sarebbe stato il primo a scoprire la bomba atomica. E' significativo, quindi, che la nostra attuale stagnazione tecnologica sembra essere cominciata dopo il 1945, quando gli Stati Uniti sostituirono la Gran Bretagna nella sua qualità di organizzatore dell'economia mondiale.
Gli americani non amano pensarsi come una nazione di burocrati - piuttosto il contrario - ma nel momento in cui smettiamo di immaginare la burocrazia come un fenomeno limitato agli uffici governativi, diventa evidente che è precisamente quello che siamo diventati. La vittoria finale sull'Unione Sovietica non ci ha portato a dominare il mercato, ma, nei fatti, ha cementato il dominio delle élite manageriali conservatrici, burocrati aziendali che uso il pretesto del pensiero competitivo a breve termine per schiacciare qualsiasi cosa abbia implicazioni rivoluzionarie di qualsiasi tipo.

scarpe

Se non ci accorgiamo di vivere in una società burocratica, questo è perché le norme e le pratiche burocratiche sono diventate così pervasive che non possiamo vederle, o, peggio, non possiamo immaginare di fare le cose in un altro modo.
I computer hanno giocato un ruolo decisivo in questo restringimento della nostra immaginazione. Proprio come le invenzioni di nuove forme di automazione industriale nel XVIII e XIX secolo hanno avuto l'effetto paradossale di trasformare sempre più la popolazione mondiale in lavoratori a tempo pieno, così tutto il software disegnato per salvarci dalle responsabilità amministrative ci ha trasformato in amministratoti a tempo pieno o part-time. Nello stesso modo in cui i professori universitari avvertono come inevitabile il fatto che passeranno la maggior parte del loro tempo nella gestione delle sovvenzioni, così le casalinghe benestanti accettano semplicemente che ogni anno passeranno delle settimane a riempire modelli online per iscriver i loro figli a scuole di qualità. Noi tutti passiamo sempre più tempo a digitare password nei nostri telefoni cellulari per gestire acconti e crediti bancari ed impariamo ad eseguire lavori che prima venivano svolti da agenti di viaggio, broker e commercialisti.
Qualcuno una volta aveva immaginato che l'americano medio avrebbe speso un totale di sei mesi di vita ad aspettare che la luce del semaforo diventasse verde. Non so se sia disponibile una simile immagine per descrivere quanto tempo ci vuole a compilare moduli, ma dev'essere almeno altrettanto lungo. Nessuna popolazione nella storia del mondo ha passato un così tanto tempo impegnata nelle scartoffie.
In questa finale, mortificante fase del capitalismo, stiamo passando dalle tecnologie poetiche a quelle burocratiche. Per tecnologie poetiche intendo l'utilizzo di mezzi razionali e tecnici per trasformare in realtà le più selvagge fantasie. Le tecnologie poetiche, così intese, sono vecchie quanto la civiltà. Lewis Mumford ha notato che le prime macchine complesse sono state fatte dal popolo. I faraoni egiziani sono stati in grado di costruire le piramidi solo grazie alla padronanza di procedure amministrative, che hanno permesso loro di sviluppare tecniche da linea di produzione, dividendo compiti complessi in dozzine di semplici operazioni ed assegnandone ciascuno ad una squadra di lavoratori - pur mancando di tecnologia meccanica più complessa del piano inclinato o della leva. La sorveglianza amministrativa trasformava eserciti di contadini in ingranaggi di una grande macchina- Molto più tardi, dopo che erano stati inventati gli ingranaggi, il progetto di complessi macchinari fece elaborare i principi originariamente sviluppati per organizzare le persone.
Eppure abbiamo visto quelle macchine - che le loro parti fossero armi e torsi o che fossero pistoni, ruote, e molle - messe al lavoro per realizzare impossibili fantasie: cattedrali, l'uomo sulla luna, ferrovie transcontinentali. Certamente, le tecnologie poetiche avevano in sé qualcosa di terribile; la poesia è qualcosa che può essere tanto i "dark satanic mills" (N.d.T.: William Blake), quanto grazia o liberazione. Ma le tecniche razionali amministrative sono state sempre al servizio di un qualche fine fantastico.
Da questo punto di vista, tutti quei folli progetti sovietici - anche se mai realizzati - segnano il culmine della tecnologia poetica. Ciò che abbiamo oggi è il contrario. Non è che la visione, la creatività, e le folli fantasie non vengono più incoraggiate, che la maggior parte rimane a fluttuare liberamente; non si dà nemmeno più la pretesa che potrebbero prendere forma o incarnarsi. Le nazioni più grandi e potenti che siano mai esistite hanno passato gli ultimi decenni dicendo ai loro cittadini che non possono più contemplare fantastiche imprese collettive, anche se - come ci richiede la crisi ambientale - il fato della Terra dipende da esse.
Quali sono le implicazioni politiche di tutto questo? Per prima cosa, abbiamo bisogno di ripensare alcuni delle nostri assunti fondamentali circa la natura del capitalismo. Uno di questi è che il capitalismo sia identico al mercato, e che entrambi siano nemici della burocrazia, la quale si suppone sia una creatura dello Stato.
Il secondo assunto è quello per cui il capitalismo è per sua natura tecnologicamente progressista. sembrerebbe che Marx ed Engels, nel loro vertiginoso entusiasmo per le rivoluzioni industriali del loro tempo, si sbagliassero a questo proposito. O, per essere più precisi: avevano ragione ad insistere sul fatto che la meccanizzazione della produzione industriale avrebbe distrutto il capitalismo; si sbagliavano quando predicevano che la concorrenza sul mercato avrebbe costretto i proprietari delle fabbriche a meccanizzarle in qualsiasi modo. Se questo non è accaduto, è perché la concorrenza sul mercato non è, in realtà, così essenziale per la natura del capitalismo quanto loro avevano teorizzato. Quanto meno, la forma corrente di capitalismo, dove molta della concorrenza sembra assumere la forma del mercato interno alle strutture burocratiche delle grandi imprese semi-monopolistiche, sarebbe stata per loro una bella sorpresa.
I difensori del capitalismo fanno tre grandi rivendicazioni storiche: per primo, che esso ha favorito una rapida crescita scientifica e tecnologica; secondo, che per quanto possa riservare enormi ricchezze solo ad una piccola minoranza, lo fa in modo tale da incrementare la prosperità globale; terzo, facendo così, esso crea per tutti un mondo più sicuro e più democratico. E' chiaro che il capitalismo non sta più facendo da tempo nessuna di queste cose. In realtà, molti dei suoi difensori stanno smettendo di proclamare che è un buon sistema, e cominciano a dire che esso è il solo sistema possibile - o, almeno, il solo sistema possibile per una società complessa, e tecnologicamente sofisticata, come la nostra.
Ma come si può sostenere che le attuali modalità economiche siano anche i soli praticabili in qualsiasi futura società tecnologica? L'argomento è assurdo. Come potremmo mai saperlo?
Certo, ci sono persone che prendono questa posizione - ad entrambi i lati dello spettro politico. Come antropologo e come anarchico, personaggi anti-civilizzazione che insistono che non solo l'attuale tecnologia industriale ci porta solo ad un'oppressione di tipo capitalista, ma che questo dev'essere necessariamente vero per ogni tecnologia futura, e quindi la liberazione umana può essere ottenuta solo tornando all'età della pietra. La maggior parte di noi però non sono deterministi tecnologici.
Ma proclamare l'inevitabilità del capitalismo non può che basarsi su una qualche sorta di determinismo tecnologico. E proprio per questo motivo, se l'obiettivo del capitalismo neoliberista è quello di creare un mondo nel quale non venga ritenuto possibile che funzioni nessun'altro sistema economico, allora c'è bisogno di sopprimere non solo qualsiasi idea di un possibile futuro di redenzione, ma anche di qualsiasi futuro tecnologico radicalmente differente. Eppure c'è una contraddizione qui. I difensori del capitalismo non possono pensare di convincerci che il cambiamento tecnologico si sia concluso - dal momento che questo significherebbe che il capitalismo non è progressista. No, loro vogliono convincerci che il progresso tecnologico continua, che noi viviamo in un mondo di meraviglie, ma queste meraviglie hanno assunto la forma di modesti miglioramenti (l'ultimo IPhone!), di voci di invenzioni a venire ("Ho sentito dire che avremo presto automobili volanti"), di modi complessi per giocherellare con informazioni ed immagini, e di piattaforme ancora più sofisticate per riempire moduli.
Non intendo suggerire che il capitalismo neoliberista - o  qualsiasi altro sistema - possa avere successo a questo riguardo. Per prima cosa, c'è il problema di provare a convincere il mondo che si sta seguendo la strada del progresso tecnologico quando invece lo si sta riportando indietro. Gli Stati Uniti, con le sue infrastrutture decadenti, paralizzate a fronte del riscaldamento globale, e simbolicamente devastati dall'abbandono del suo programma spaziale con equipaggio umano, mentre la Cina accelera il suo, stanno facendo un pessimo lavoro di pubbliche relazioni. In secondo luogo, il ritmo di cambiamento non può essere tenuto a freno per sempre. Le scoperte accadranno; le scoperte scomode non possono essere soppresse in maniera permanente. Altre parti del mondo, meno burocratizzate - o per lo meno, parti del mondo con burocrazie che non sono così ostili al pensiero creativo - lentamente, ma inevitabilmente otterranno le risorse necessarie per riprendere laddove gli Stati Uniti ed i loro alleati hanno lasciato. Anche Internet fornisce opportunità per la collaborazione e la diffusione che possono aiutarci a sfondare il muro. Dove avverrà il salto? Non possiamo saperlo. Forse le stampanti 3D faranno quello che si supponeva avrebbero fatto le fabbriche robot. O forse sarà qualcos'altro. Ma accadrà.
Di una conclusione possiamo stare particolarmente sicuri; non accadrà dentro il quadro dell'attuale capitalismo delle corporazioni - o di qualsiasi altra forma di capitalismo. Per cominciare a costruire cupole su Marte, per non parlare di sviluppare mezzi per capire se là fuori ci sono civiltà aliene da contattare, dobbiamo immaginare un differente sistema economico. Il nuovo sistema prenderà la forma di una qualche nuova massiccia burocrazia? Perché dovremmo supporlo? Solo spezzando le strutture della burocrazia esistente possiamo cominciare. E se inventeremo robot che faranno il nostro bucato e rimetteranno a posto la cucina, allora saremo più sicuri che qualsiasi cosa rimpiazzi il capitalismo è basata su una più equa distribuzione della ricchezza e del potere - che non conterrà più né super-ricchi né disperatamente poveri disposti a fare per loro i lavori domestici. Solo allora la tecnologia si rivolgerà verso i bisogni umani. E questo è la miglior ragione per liberarsi dalla mano morta dei manager e degli amministratori delegati - per liberare le nostre fantasie dagli schermi dentro i quali così tanti uomini li hanno imprigionati, per lasciare che le nostre immaginazioni ancora una volta diventino una forza materiale nella storia umana.

- David Graeber - pubblicato su The Baffler n° 19 del 2012 -

fonte: The Baffler

mercoledì 27 agosto 2014

Anomia

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In tempi in cui l’Italia agita tutti i suoi fantasmi xenofobi è assai utile la lettura della notevole ricerca di Gérard Noiriel, recentemente pubblicata da Marco Tropea: Il massacro degli italiani Aigues Mortes 1893(traduzione di Roberta Miraglia, pp. 253, € 18,00). Lo storico francese ha lavorato a lungo negli archivi per ricostruire la genesi di uno dei più tremendi atti di razzismo compiuti in Europa a fine Ottocento, che si svolse sullo sfondo incantato della Camargue, in un tempo in cui però quella zona era soltanto luogo di emigrazione stagionale.
Gli italiani (soprattutto piemontesi, ma anche toscani) accorrevano con i loro «caporali», in gruppi serrati, per compiere un lavoro sfinente nelle saline, che permetteva loro di vivere poi meglio per il resto dell’anno. Come illustrava Nuto Revelli nel suo Il mondo dei vinti (1977), ricostruzione del mondo rurale tra Otto e Novecento, la forza fisica era il solo capitale su cui far conto. I migranti che venivano da Asti e da Cuneo erano quindi abituati a dover dimostrare ai loro padroni di avere una resistenza incredibile alla fatica e in breve anche per questo si trovarono contro gli autoctoni, che reclamavano un miglior trattamento, secondo le antiche tradizioni. In un momento in cui il grande capitale usava il cottimo come regola, gli scontri tra gruppi nazionali erano all’ordine del giorno.
Noiriel ricostruisce molto bene il clima allucinato che prelude al disastro, in una sequenza di rancori. Il 17 agosto 1893, il caldo malarico era al suo apice alla Fangouse, di proprietà della potente Compagnie de Salins du Midi e i «trimards», i lavoratori locali, dal mattino avevano fatto girare la voce per cui ci sarebbe stata una dimostrazione violenta. I «Piemos», come venivano definiti con termine che voleva essere al massimo dispregiativo, oppure in langue d’oc estranjeïraio, ovvero gli sporchi stranieri, come si legge in un poema politico del tempo, dal sinistro titolo di Aïgamorto, dovevano andarsene.
Il bilancio di una giornata di mattanza, scatenata da una scaramuccia e gestita secondo una strategia di accerchiamento con la quasi totale complicità degli abitanti (incluso il possidente Granier, che chiuse le porte della sua proprietà ai fuggiaschi per paura di ritorsioni), fu pesantissimo. Ventidue tra morti e dispersi e quasi sessanta feriti, cui venne rifiutato soccorso nell’ospedale di Marsiglia. Il caso divampò sulla stampa italiana ed esplose una crisi diplomatica grave, mentre da più parti si parlava di imminente conflitto. Il processo però fu una farsa, con condanne minime e il paese si affrettò a scordare quel giorno di sangue, mentre da noi Francesco Crispi approfittò della situazione per tornare al potere.
Solo da pochi anni una lapide ricorda nel paese dalle belle mura quell’episodio tremendo, che ispirò al sociologo Émile Durkheim la formulazione del concetto di anomia, per descrivere l’epoca senza legge del liberismo selvaggio che produceva, insieme al nazionalismo, frutti avvelenati e micidiali.

- Luca Scarlini - da “Alias -il manifesto”, 14 maggio 2011 -

martedì 26 agosto 2014

La quadratura del cerchio

quadratura

Capitalismo senza Plusvalore?
di Robert Kurz

L'attuale collasso della crescita economica mondiale ci pone di fronte all'incognita delle sue conseguenze. E' chiaro che le élite economiche, politiche e scientifiche si sono trovate impreparate di fronte alla crisi secolare del capitalismo. Dopo il crollo dell'economia pianificata della burocrazia statale dell'Est, qualsiasi alternativa sociale veniva considerata come una cosa del passato.Si confidava ciecamente nell'eterna capacità di rigenerazione delle "forze del mercato" in crescita autosufficiente. Nonostante la situazione attuale, le istituzioni ufficiali continuano ad attenersi alla consegna: "Chiudere gli occhi e andare avanti". Con l'aiuto dei pacchetti di salvataggio, dei programmi di appoggio congiunturale e con un po' di regolamentazione, si spera che la fini della crisi arrivi velocemente per - come dice Angela Merkel - "uscirne rafforzati" e tornare a trovare di nuovo la strada della crescita. Una tale opzione, è talmente priva di qualsiasi fondamento da non avere alcuna credibilità.
Contro tale "ripresa della crescita", e sotto l'effetto della crisi, si fa sentire, con veemenza, una critica alla logica stessa della crescita. Una crescita illimitata e perenne sarebbe impossibile. Questo punto di vista non è del tutto nuovo. Già nel 1972, il "Club di Roma" pubblicò un famoso studio di Donella e Dennos L. Meadows sui "Limiti dello Sviluppo". Le sue argomentazioni erano principalmente centrate sul consumo delle riserve di materie prime, non solo a causa del loro esaurimento da parte dell'industria agraria, come sostenuto da Marx, ma anche per la distruzione dell'ambiente. In un mondo limitato non è possibile un aumento infinito dell'utilizzo delle risorse. Questo studio, profondo e a lungo termine, venne ignorato dai "gestori" dell'economia, orientati, come si sa, verso il breve termine, nonostante le richieste da parte dei movimenti ambientalisti. Oggi, le limitazioni alla dilapidazione delle risorse naturali (così come le catastrofiche alterazioni climatiche) si sono rese evidenti.
Oggi, tuttavia, l'esaurimento delle risorse energetiche e la crisi ecologica si combinano con una nuova crisi economica mondiale e, simultaneamente, segnalano una nuova barriera economica al modo di produzione imperante. Questa doppia crisi esige una critica dei presupposti economici della crescita costante; critica che finora è stata portata avanti male. E' per questo motivo che nasce l'idea di una "economia senza crescita". La crisi dovrebbe essere intesa come una "opportunità" in tal senso. Invece di risolvere il problema di trovare una soluzione alle necessità vitali di 7 miliardi di persone del pianeta sottomesse alla logica della crescita astratta, col pretesto della "carenza di risorse" si cerca di soggiogarle ancora di più.
Se la crescita finora è andata di pari passo con la povertà, la sua limitazione cosciente può avvenire solo con maggior povertà.
La questione dei criteri economici potrebbe suggerire un ritorno alla critica dell'economia politica di Marx, oggi dimenticata. Ma invece, il programma della "economia senza crescita" ricorda, in gran parte, un aspetto dell'economia keynesiana. In generale, a Keynes viene attribuita la responsabilità di aver salvato la crescita economica per mezzo di iniezioni statali congiunturali. Ma, oltre questo, nella decade degli anni '30, aveva formulato una teoria di stagnazione che prevedeva una diminuzione significativa della crescita e, alla fine, un'assenza di crescita del capitalismo "maturo", in quanto lo stock di capitale non può essere aumentato arbitrariamente. Di recente, l'economista critico Karl Georg Zinn, per esempio, si è riferito a questa teoria. Tuttavia, per Keynes, quest'ipotesi non era la ragione per mettere in crisi le categorie economiche. Contro la minaccia della disoccupazione di massa, a causa della mancanza di crescita, Keynes aveva semplicemente suggerito la riduzione dell'orario di lavoro, al fine di mantenere i posti di lavoro. Ma, per il capitale non si tratta semplicemente dell'impiego, ma della produzione di plusvalore a livello di produttività richiesta dalla concorrenza ed in costante aumento, la quale (come ben sapeva Keynes) rende superflua la forza lavoro in progressione crescente. La conservazione del posto di lavoro è possibile solo per mezzo della produzione addizionale di plusvalore, che presuppone uno stock di capitale sempre crescente e, conseguentemente, anche crescita economica, cosa che comporta una consumo di risorse in aumento permanente. Improvvisamente, Keynes aveva argomentato seguendo il "senso comune", senza tener conto della logica interna della valorizzazione del capitale.
In sostanza, tali considerazioni apparentemente plausibili implicano, come è normale nella scienza economica, che si tratti "realmente" di soddisfare delle necessità e che le moderne categorie economiche sono solo "leggi naturali" di un tale supposto fine che dovrebbe configurarsi secondo le sue proprie forme di sviluppo. Ma, in realtà, la soddisfazione delle necessità è un mero sottoprodotto della "valorizzazione del valore" astratto, come fine sociale in sé.
La finalità della produzione non è produrre una quantità sufficiente di beni d'uso ma, al contrario, è "lavoro astratto" per la "ricchezza astratta", ossia, per la trasformazione del denaro in più denaro; come bene si può intendere leggendo Marx. Pertanto, il mercato non serve per lo scambio di beni d'uso, ma si riferisce solamente alla sfera di realizzazione del plusvalore, ossia, della trasformazione delle merci in denaro (aumentato). Tutta l'occupazione, tutte le questioni, tutti i processi del mercato sono dipendenti dal successo nella produzione di plusvalore, il quale soggiace alla necessità della crescita. Queste categorie di base del capitale, a loro volta, non sono in alcun modo sensibili alle situazioni sociali o ambientali. Esse sono, di per sé, indifferenti a qualsiasi questione; come si può egualmente capire a partire dalla lettura di Marx.
La critica superficiale della crescita, purtroppo, ignora il contesto del funzionamento capitalista ed il carattere distruttivo delle sue categorie. Essa pretende un capitalismo senza plusvalore, che è come chiedere la quadratura del cerchio. Tuttavia, è proprio il capitalismo che mette fine alla sua crescita quando rende superfluo il "lavoro astratto" e ne fa conseguire la paralisi reale del plusvalore, che riesce a mantenere una vita fittizia solo per mezzo del credito e delle bolle finanziarie che poi finiscono per scoppiare. Questo porta, di fatto, ad una paralisi dell'utilizzo delle risorse e delle emissioni contaminanti, non per una decisione cosciente della società ma come processo cieco della crisi, così come è già in parte avvenuto nel collasso delle industrie dell'Est. Il prezzo è la miseria sociale di massa. La crisi non porta a produrre "col senso comune" ma porta semplicemente a paralizzare la produzione, poiché non è più in grado di soddisfare l'obiettivo della rivalorizzazione del capitale.
L'imposizione di una crescita capitalista controllata e senza crescita reale è solo uno scenario di catastrofe.
Per poterla ottenere, senza fare agonizzare la vita sociale, la riproduzione dovrebbe essere liberata dai dettami del plusvalore astratto. Per questo, innanzitutto, la merce forza lavoro dovrebbe smettere di esistere e, perciò, dovrebbe smettere di esistere anche il mercato del lavoro, la produzione dovrebbe perdere il suo carattere di "lavoro astratto" ed il contesto sociale dovrebbe smettere di esistere sotto forma di denaro, di mercato e di concorrenza. Affinché l'umanità non muoia sotto le rovine di queste categorie economiche, nonostante tutte le risorse disponibili, bisogna darsi il compito, postulato da Marx, della "amministrazione delle cose". Un progetto sociale avrà senso solamente quando sarà riferito al contenuto materiale e sociale, e smetterà di includere alimenti e beni culturali dentro una forma di valore che si rende inaccessibile a causa della mancanza di capacità di acquisto.
Keynes immaginò la fine della crescita come un avvenimento relativamente pacifico. Se lo Stato non può continuare a stimolare la crescita, questa deve essere semplicemente sostituita dai "beni pubblici". Keynes lasciò nella penombra il fatto che il finanziamento di tali beni fosse dipendente dalla valorizzazione del capitale e, pertanto, dalla crescita, dal momento che considerava il credito dello Stato quasi inesauribile. Il "lavoro astratto", noto anche come occupazione, le prestazioni in denaro ed il mercato universale, avrebbero dovuto continuare ininterrottamente nel futuro, con l'appoggio dello Stato, anche senza la condizione delle sue possibilità capitalistiche. Questo programma dalla vista corta rischia di fare una ben misera figura nella nuova crisi economica mondiale. Tuttavia, la critica alla crescita forzata è inconfutabile. Nonostante ciò, bisogna concretizzarla in una critica delle forme economiche presupposte ciecamente, dal momento che nessuno può uscire sotto la pioggia senza bagnarsi.

- Robert Kurz - Pubblicato sul settimanale FREITAG del 24/7/2009 -

FONTE: EXIT!

lunedì 25 agosto 2014

I debiti e la carta igienica

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Fra mania del risparmio e mania di grandezza
di Robert Kurz

Il capitalismo invoca la razionalità, ma è irrazionale. La concorrenza per la sopravvivenza sui mercati ha portato ad una politica d'impresa di riduzione dei costi a qualsiasi prezzo. Sempre meno personale deve portare a termine più compiti. I salari devono scendere, senza fermarsi mai. La meschinità dev'essere assoluta quando si tratta di condizioni di lavoro. La crisi accelera tali atteggiamenti ossessivi per il risparmio, per il taglio dei costi, anche a spese del livello di qualità. Reso, guasti, difetti o scandali non smettono di aumentare. La radicalizzazione dell'economia d'impresa punisce i suoi propri imprenditori. Ciò avviene semplicemente perché la nozione capitalista di "efficienza" è completamente vuota. Essa non si riferisce ad alcun specifico contenuto della produzione ma solamente alla massimizzazione del beneficio stratto, che sembra aver definitivamente raggiunto il suo massimo storico di incompetenza.
E' proprio per questa ragione che è necessario estendere l'ossessione per la riduzione dei costi dell'economia d'impresa anche alla vita quotidiana. Scuole, istituti scientifici, teatri e asili nido devono essere gestiti come imprese ed orientati dal punto di vista della riduzione dei costi, anche rispetto alle relazioni personali. Ogni essere umano dev'essere considerato come una gestione imprenditoriale con due gambe e i test (per esempio, dei Servizi per l'Impiego) richiamano l'attenzione sul mancato "potenziale di razionalizzazione" della sua scelta di vita. Lo slogan politico "Vai a dormire presto, compagno!" è diventato brutalmente capitalista e la pressione generale al fine di "aumentare l'efficienza", senza alcun senso, ha raggiunto un livello di neurosi sociale compulsiva.
Tuttavia, l'imperialismo dell'economia ha due facce. Mentre da un lato domina la meschinità "fino all'ultimo centesimo" della gestione del tempo di lavoro (si controlla il tempo per andare in bagno), dall'altro lato si è imposta una cultura dello sperpero assolutamente feudale. All'ossessione del risparmio sui costi nell'economia d'impresa, corrisponde l'ossessione per sperperare, cosa che fa crescere la corruzione politica senza che possa essere fermata. Un buon esempio è, attualmente, la linea delle ferrovie tedesche dell'assurdo Prestigeprojekt Stuttgart 21. I costi stimati, secondo un consulente indipendente, sono passati da 4 a 7 per arrivare ad un totale di 14 miliardi di euro. Per le linee del traffico locale e delle merci, non ci sono soldi, però per l'alta velocità tedesca ( ICE-Metropolenverkehr ) fra le metropoli - che entrerà in competizione col traffico aereo - c'è la massima libertà d'azione. Oltre tutto, sembra che, come tutto sembra indicare, questa piramide in costruzione crollerà sulla testa dei suoi autori, a causa del prevedibile crollo degli investimenti.
Il pensiero rovinoso dell'economia dello sperpero si estende a tutti i settori della società, tanto quanto l'ossessione per il risparmio. Sono le due facce della stessa moneta. Municipi che riducono il personale dei servizi di trasporto pubblico, che però sono ansiosi di organizzare grandi eventi (vedi Duisburg ed il disastro della LoveParade), o altri che vogliono costruire da zero grandi stadi per le partite internazionali, nonostante stiano razionando la carta igienica. E poi gli stessi "imprenditori della propria forza lavoro" che fanno da cavie, quelli della vigilanza onnipresente, dei programmi senza senso di razionalizzazione della propria vita, che poi annegano nei debiti a causa di consumi di una grandezza quasi nevrotica, di cui in seguito si pentono. Se la società oscilla fra comportamenti sommamente contraddittori, questo non costituisce propriamente un segno di stabilità. Chi razionalizza fino alla morte, per compensare deve pavoneggiarsi con la maggior grandezza possibile. In entrambi i casi si tratta di un esaurimento nervoso totale, ancora di più ora che il mondo affonda senza rimedio ...

- Robert Kurz - pubblicato su Neues Deutschland del 17.09.2010

fonte: EXIT!

domenica 24 agosto 2014

La guerra del pane

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Agustín Guillamón firma un nuovo libro, il secondo volume di una trilogia sulla fame e la violenza nella Barcellona rivoluzionaria, appena pubblicato in Spagna: "La guerra del pan. Hambre y violencia en la Barcelona revolucionaria. De diciembre de 1936 a mayo de 1937”. (Aldarull/Dskntrl, Barcelone, 564 pagine, 15 euro, da ordinare a dskntrl_ed@riseup.net). Il libro è la continuazione de "La revolución de los comités" e parla dell'approvvigionamento alimentare a Barcellona, tra il dicembre del 1936 ed il maggio del 1937, visto come una questione di potere: la guerra del pane.
La lotta fra il PSUC e la CNT, da dicembre 1936 a maggio 1937, fu un conflitto ideologico, ma fu soprattutto il confronto fra due politiche opposte di rifornimento e di gestione economica della grande città catalana. Comorera, del Ministero dei Rifornimenti, dava priorità al potere del PSUC riguardo alla fornitura di pane e di latte per la città di Barcellona: meglio senza pane e senza latte, piuttosto che pane e latte fornito dai sindacati della CNT! La fame e la penuria dei barcellonersi, era il prezzo da pagare per far crescere il potere del PSUC e della Generalidad, a scapito della CNT. Il PSUC, in una città sottomessa ai disagi e alle privazioni della guerra, oppose la libertà di mercato alla distribuzione alimentare razionale che veniva efficacemente portata avanti dai comitati di rifornimento dei quartieri.
La fame dei lavoratori fu il risultato di una manovra cosciente dei partiti borghesi e controrivoluzionari, dall'ERC (sinistra repubblicana) fino al PSUC (stalinista), al fine di indebolire e sconfiggere i rivoluzionari. Il disarmo degli operai era l'obiettivo fondamentale di questi partiti. Ma anche i Comitati Superiori Libertari vedevano nei comitati di quartiere i loro peggiori nemici, quando questi rifiutarono di obbedire al decreto di disarmo concordato dalla CNT col governo.
Alla fine di aprile del 1937, i comitati rivoluzionari perdono la pazienza con i comitati superiori della CNT. L'insurrezione dei lavoratori non venne sconfitta militarmente, ma politicamente, quando i leader anarcosindacalisti diedero ordine di cessare il fuoco.
La fame ed il disarmo erano i due obiettivi necessari per poter dare inizio al processo controrivoluzionario che poi, nell'estate del 1937, scatenerà tutta la sua forza repressiva contro i militanti della CNT e contro le minoranze rivoluzionarie.

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fonte: La Bataille socialiste

sabato 23 agosto 2014

Gatti e Topi

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Nel quattordicesimo secolo, i fanatici custodi della fede cattolica dichiararono la guerra contro i gatti nelle città europee.
I gatti, animali diabolici, strumenti di Satana, furono crocifissi, impalati, spellati vivi o gettati alle fiamme.
Allora i topi, liberati dai loro peggiori nemici, s'impadronirono delle città. E la peste nera, trasmessa dai topi, uccise trenta milioni di europei.

- Eduardo Galeano - da I figli dei giorni, Sperling e Kupfer, 2012 -

venerdì 22 agosto 2014

Il barocco e l’illuminista

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Sciascia letterato. La materia e lo stampo
di Marco Belpoliti

"Gli zii di Sicilia" è il penultimo «Gettone» -  il numero 57, è del 1958 -,  contiene tre racconti e costituisce l'esordio narrativo di Leonardo Sciascia. Nel 1950 escono infatti, presso l'editore Bardi di Roma, le brevi prose delle "Favole della dittatura", nel '52 un volume di poesie, "La Sicilia, il suo cuore", nel '53 il saggio "Pirandello e il pirandellismo", e finalmente nel 1956 "Le parrocchie di Regalpetra", da molti ritenuto il suo «primo libro». Italo Calvino ha inviato ad Alberto Carrocci il testo di "Cronache scolastiche", troppo esiguo per tirarci fuori un «Gettone», e così “Nuovi argomenti” l'ha pubblicato all'inizio del 1955. La storia l'ha raccontata in diverse occasioni Sciascia stesso: lo scritto fu notato da Vito Laterza che pensò di fargli scrivere tutto un libro sul suo paese, così nacque su commissione "Le parrocchie di Regalpetra".
Ma narratore Sciascia lo era già. Così nel 1956 invia sempre a Calvino un racconto, "Stalin". Il giudizio dello scrittore ligure non è del tutto soddisfacente: «Insomma è un libro a cui se tu ti sentissi di lavorarci ancora, potrebbe dire molto di più. Così è piuttosto superficiale, con un sospetto di facilità.» Calvino è poco convinto, ma questo non impedisce che l'ipotesi di un «Gettone» col racconto del giovane siciliano vada avanti. Qualche mese dopo sembra cosa fatta, anche se il libro ancora non esce: la collana di Vittorini è in via di liquidazione. Intanto i racconti sono diventati due. Nella lettera successiva Calvino esprime il suo giudizio su "La zia d'America" e sull'ultimo arrivato, "Il quarantotto". Ancora non è d'accordo: e contesta la riuscita dei racconti. "Il quarantotto" è «un racconto storico così così»; certo Sciascia ha un ottimo «mestiere e una gran limpidezza di segno», ma il risultato non è del tutto chiaro. Il redattore dell'Einaudi preferisce "La zia d'America", «felice e divertente», anche se ci si sente Brancati. Il suo parere è irrevocabile: «La tua cosa più forte resta le Cronache scolastiche. E' una cosa che esce dalla letteratura documentaria di questi anni, perché non c'è solo il documento, ma ci sei tu dentro che guardi».
Non c'è dubbio che il giudizio di Calvino è fortemente condizionato dai canoni letterali dell'epoca, e in particolare dal suo stesso rovello, quello di scrivere un romanzo neorealista, tentativo amaramente fallito. Forse è per questo che non riesce a vedere la vena favolistica che a tratti scorre anche ne "Il quarantotto", una vena che, almeno in parte, deriva da Ippolito Nievo - appare nel racconto anche come personaggio - e a scorgere il giovane protagonista arrampicato sugli alberi con la sua Pisana; eppure nel 1957 lo scrittore ligure ha pubblicato "Il barone rampante". Scrivendo il risvolto del «Gettone», Vittorini battezza con i nomi di Brancati e di Nievo il nuovo scrittore siciliano, di cui segnala l'ampiezza di interessi e impegni culturali e insieme la radice meridionale. L'esordio è risicato, tanto che, anni dopo, riparlando di quell'inizio, Sciascia ricorda la volontà di Vittorini di liquidare con quel volume l'esperienza della collana dei giovani narratori: «Probabilmente se la giuria di Libera Stampa non mi avesse premiato, avrei liquidato anch'io la mia esperienza, appena cominciata».
La vittoria nel premio svizzero convince l'editore alla pubblicazione. Pochi all'epoca compresero che "Le parrocchie di Regalpetra" era già un libro narrativo, alla Sciascia naturalmente, ma allora quella maniera doveva ancora farsi strada tra i lettori e i critici. E' sempre a posteriori che i giochi sembrano fatti, e l'autore stesso, scrivendo la prefazione per la ristampa del libro apparsa nel 1967 insieme all'importante e sottovalutato "Morte dell'Inquisitore" (1964), il suo libro non-finito, scrive «E' stato detto che nelle Parrocchie di Regalpetra sono contenuti tutti i temi che ho poi, in altri libri, variamente svolto. E l'ho detto anch'io». Ma qual è la maniera propria di Sciascia? Un originale fusione di saggismo e narrazione, storia e romanzo poliziesco, architettura narrativa e apologo, moralità e acribia filologica, analisi sociologica e romanzo, interpretazione politica e caso esemplare. Tutto questo rende ardua la catalogazione dei suoi libri; le formule della critica letteraria risultano troppo strette, dal momento che romanzo e saggio si mescolano, producendo tutta una serie di casi intermedi legati più alle singole opere che alle definizioni generali. E, come spesso accade nel lavoro degli scrittori, la matrice è tutta contenuta in quei primi libri, specie nelle "Parrocchie di Regalpetra" e negli "Zii di Sicilia", da cui tutto si sviluppa, come un albero dal seme, se non che questo albero è un caso unico nella tassonomia dei generi e delle specie.
"Le parrocchie di Regalpetra", libro a cavallo tra cronaca e narrazione, contiene il documento storico, il racconto, l'apologo morale, la testimonianza sociale, il resoconto giornalistico, la mediazione, l'indagine lessicale, l'annotazione antropologica, la denuncia del malcostume politico. E' un libro di letteratura, ma anche di grande testimonianza civile; l'unico che gli può stare accanto, in quella fine degli anni '50, è il libro di un altro grande provinciale, le "Esperienze pastorali" di don Lorenzo Milani, uscito l'anno seguente, ma scritto nel 1954.
Il paragone non è irriguardoso per il grande scrittore, poiché riletto oggi il libro di Don Milani non è da meno di quello di Sciascia, sia sul piano intellettuale che su quello del linguaggio, tanto che, in una futura antologia della prosa italiana, accanto a quella dello scrittore siciliano, vero modello di un costrutto sintattico che corrisponde perfettamente al costrutto mentale, potrebbe figurare quella dell'autore delle "Esperienze pastorali", e soprattutto della straordinaria "Lettera". Anche don Milani ricorre alla cronaca e alla storia, illumina il presente con il passato, possiede il gusto del racconto, dell'apologo, dell'esempio brillante, e ha persino il dono di una lingua efficace, freschissima (si pensi a che cos'era la lingua italiana allora, tra retorica ereditata da un ventennio fascista e il trionfante linguaggio clericale dell'italietta democristiana che ha sempre avuto in spregio la cultura e gli scrittori).
Ma mentre il prete di San Donato lavorava per la riforma della sua amata chiesa, con tabelle, disegni, fotografie, ritagli di giornale, Sciascia è già un letterato bell'e fatto, direttore di una rivista di provincia intelligente e aperta, “Galleria,” che organizza convegni e dedica numeri unici a scrittori. Questo per dire del carattere eminentemente letterario del lavoro dello scrittore siciliano, carattere che persino Calvino stentava a riconoscergli pienamente, almeno sul piano formale. Scrivendogli a proposito dei tre racconti che compongono "Gli zii di Sicilia", il redattore einaudiano batte sul tasto di una letteratura terribile. Così, per lui, deve essere la letteratura contemporanea, altro che «pezzi di costume»! "La morte di Stalin", il più legato ai fatti correnti, è per Calvino «pamphlettistico e un po' deludente dato il tema». Il confronto tra i due scrittori, il ligure Calvino e il siciliano Sciascia, è illuminante; ne resta testimonianza nella corrispondenza che i due intrattennero per via della pubblicazione presso Einaudi delle opere di Sciascia. Molte cose li univano, molte cose li separavano, sin da quell'esordio nella collana di Vittorini.
Il nocciolo duro di Sciascia è la dimostrazione che poi spiega anche quell'originale connubio di saggismo e narrazione che attraversa la sua opera.
In un'intervista del 1970, nel momento in cui si è affermato come scrittore con la pubblicazione di "Il giorno della civetta" (1961) e "A ciascuno il suo" (1966), dichiara: «Le cose che scrivo partono sempre da un'idea e si svolgono su uno schema. Voglio dimostrare qualcosa servendomi della rappresentazione di un fatto immaginato o inventato; e dico inventato nel senso di trovato: trovato nella storia e nella cronaca. Il fatto in partenza è un pretesto e un modo». Questa intenzione è forse ciò che non piace a Calvino, allora alla ricerca di una «naturalezza» esaurita dopo l'esordio giovanile; mentre "Le parrocchie di Regalpetra" nascono da un'esperienza diretta, dall'urgenza di raccontare il proprio ambiente, e insieme dalla commissione di un editore, i racconti de "Gli zii di Sicilia", tre piccoli romanzi in potenza, cui si aggiunge nel 1961 un romanzo incompiuto, "L'antimonio", contengono già la vena «dimostrativa» di Sciascia, anche se il racconto è decantato insieme a tante letture (Brancati, Pirandello, Nievo, Hemingway).
E' ancora uno Sciascia aurorale a contrapporre al saggismo narrativo delle Parrocchie la narrazione vera e propria, in attesa di passare alla narrazione saggistica, dove riverserà la sua vena più autentica di moralista. Riletto oggi, "Gli zii di Sicilia" appare un libro ricco di grande freschezza, persino di naturalezza, anche se si sente che tutto questo deriva dai buoni modelli scelti dall'autore e dal suo desiderio di essere vero narratore, costruttore di storie. Proprio ciò che gli nega Calvino, implacabile con se stesso e gli altri.
Ma per ritornare a quell'intervista del 1970 rilasciata a Walter Mauro, Sciascia aggiunge un'osservazione importante: «Ogni mio libro vuole essere un semplice discorso su cose maledettamente complicate; e la semplicità viene al discorso dal fatto, dal racconto». In questa breve proposizione si trova il segreto di Sciascia, della sua complicata avventura narrativa partita tra romanzi, saggi, racconti, pamphlet, commedie, poesie, articoli, cronache, libri e raccolte tanto difficili da catalogare: per lui narrare significa amplificare, ricondurre al semplice discorso la complicazione dell'esistenza. Ma detto così non è ancora chiaro.
Come sa ogni lettore fedele dello scrittore siciliano, tutti i suoi libri non spiegano nulla, non concludono niente, non arrivano a un capo qualsiasi; il lettore si trova nella condizione di un nuotatore che non riesce mai a toccare riva, eppure non la perde mai di vista. Voglio dire: la premessa, la dimostrazione, è evidente sin dall'esordio e anche il fatto narrato sembra svolgersi con una semplicità evidente, eppure niente si conclude; subito il punto d'arrivo si sposta e la complicazione prende il sopravvento, una complicazione che è custodita prima di tutto in quel lessico, duro come una noce, ispido come un porcospino, in quel fraseggio che si chiude su di sé come un costrutto latino che ti scodella il suo segreto nel colpo di coda della clausola.
Dietro a questa scrittura, dietro al racconto che viene dall'esempio, dietro a questa grande retorica del pensare, fatta di luoghi e regioni, di congetture e riflessioni, di sistemi e statuti, c'è un intero continente geografico e storico, album insondabile che a volte affiora come noterella erudita, a volte come giallo poliziesco, a volte come reportage storico, a volte ancora come corsivo inquieto e implacabile. Questo è ciò che distanzia un narratore intimamente siciliano come Sciascia dal ligure piemontese Calvino, cui pure non difetta la matrice illuminista è il piacere del ragionamento.
Ma com'è, o vuol essere, cristallino il ragionamento di Italo Calvino, tanto è imprevedibile nella sua chiusa quello di Leonardo Sciascia (eppure le conclusioni sono tutte contenute nelle premesse). Anche alcuni dei libri che Calvino scrive negli anni '60 sono a dimostrazione, primo fra tutti il suo capolavoro politico, "La giornata di uno scrutatore", che chiude il ciclo impegnato della sua narrativa. La differenza tra loro è sancita dalla bella metafora che il siciliano conia per spiegare a Walter Mauro il suo modo di procedere: "Si capisce che nel momento in cui, dopo lunga preparazione e riflessione, comincio a scrivere, l'esempio, il fatto, il racconto mi prende completamente ed è come materia fusa che viene allo stampo. E non sarà magari un'opera perfetta: si sarà verificata qualche bolla, ci sarà qualche vuoto o qualche svenatura, ma sempre dentro lo stampo». Materia fusa e stampo. Ma se la materia fusa è l'esempio, il fatto, allora cosa sarà lo stampo? Calvino, con grande finezza, l'aveva capito. Dopo aver letto la commedia "L'onorevole", gli scrive nel 1964 la sua «critica», dove conclude marcando l'illuminismo di entrambi, dubitando sul suo e sottolineando l'illuminismo civile dell'amico siciliano; ma al tempo stesso evidenzia come sotto i pilastri dell'illuminismo di Sciascia ci siano una serie di potenti cariche esplosive (sotto le sue, dice Calvino, ci sono più modestamente «poveri fuochi d'artificio»). Sono «le polveri tragico-barocco-grottesche» che Sciascia ha accumulato e che lui spera di veder saltare in avvenire, in un'esplosione che mandi all'aria la sua levigatezza compositiva: «Vorrei finalmente vedere in faccia il tuo demone; sentire la sua vera voce».
Ma Calvino si sbagliava, la materia fusa dei fatti e degli esempi poteva assumere una forma proprio grazie a quello stampo tragico, barocco e grottesco, che si manifesta prima di tutto nella prosa di Sciascia, uno stampo niente affatto semplice, dentro cui la complicazione dei fatti diviene apparente semplicità del discorso e limpida forma del racconto. Lo stampo è la sintassi a clausola, su cui s'incardina una struttura narrativa ed espositiva sempre ben calibrata ed elegante. Sciascia, proprio in virtù della sua dimostrazione, è uno dei pochi narratori italiani che ha posto grande attenzione ai «modi» del racconto; e senza cadere mai prigioniero degli sperimentalismi, ha sperimentato innumerevoli possibilità per mettere in forma i propri pensieri.
La sua lunga fedeltà ai modi della sua prosa, al suo stile, alla sua maniera, è sancita da una continua dedizione a quello stampo, cui non rinuncia mai, anzi a partire da "Il contesto" (1971). vero punto di svolta del suo discorso sulla società e la politica italiana, lo approfondisce sempre più in libri che sembrano riportarlo alle sue origini, a quelle "Parrocchie di Regalpetra", scettiche, impietose, documentate e intrise di tanta letteratura da apparire secche come un chiodo, paratattiche, come scrisse allora Pasolini, a fronte di un modo ipotattico di pensieri che attendeva ogni volta di trovare il proprio stampo.

- Marco Belpoliti - da “il manifesto”, 17 luglio 1992