lunedì 23 ottobre 2017

Il passato può sempre tornare

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È il 1939: tra due ali di folla gioiosa sfilano Galeazzo Ciano e Joachim von Ribbentrop. I due ministri degli Esteri si sono riuniti a Como per definire l’imminente firma del Patto d’Acciaio. Alla parata assiste un bambino che sventola la bandierina italiana e quella germanica con la svastica. È un Figlio della Lupa, non ha ancora dieci anni.

Sembra un’infanzia serena, la sua in riva al lago: il gelato in piazza, la pasticceria e il giocattolaio, le figurine dei calciatori, la gita della domenica in battello. Gli scolari cantano inni marciando dietro al maestro in sahariana nera, salutano come gli antichi romani: non fanno così tutti i bambini del mondo?
A Como vivono allora Alida Valli, l’attrice dall’anima inquieta, Giuseppe Terragni, il grande architetto razionalista e ammiratore ossequioso del fascismo, Margherita Sarfatti, la ninfa egeria di Mussolini, poi ripudiata dal suo Dux. Sono solo alcuni dei volti che rivivono fra queste pagine, in cui, con una scrittura intensa e delicata, Corrado Stajano racconta la città e torna a quel fatale 1939, ai giorni in cui l’Italia e il mondo si avvicinano alla tragedia con giuliva inconsapevolezza: sembra che uomini e donne non sentano la cappa che pesa sulle loro vite.
Ma la guerra lacera ogni illusione. La guerra fa diventare adulti in fretta. Dopo solo sei anni, quel bambino, ora ragazzo, si ritrova frastornato nel groviglio di una Milano distrutta, un magma privo di forma e di colore, simbolo di tante esistenze spezzate, tra macerie, dolore e morte. La storia individuale di Eredità diventa storia collettiva. Sembrava che la Seconda guerra mondiale sarebbe servita a conservare per sempre la pace, il bene sommo: era un’utopia. Il mondo è anche oggi sull’orlo di guerre devastanti. La narrazione di Corrado Stajano aiuta a comprendere, grazie alla forza della memoria, il senso dell’irrinunciabile contemporaneità della Storia.

(Dal risvolto di copertina di: Corrado Stajano: L’eredità, Saggiatore)

 

La memoria riesumata del presente
- di Marco Revelli -

Si può camminare sull’orlo di un precipizio senza neppure accorgersene. Ci si può avviare verso una catastrofe a occhi chiusi, senza neppur coglierne i segni. Ci sono voluti gli occhi di un bambino e i ricordi di un anziano, compresi in un’unica voce narrante, per darci la misura di questa nostra maledizione (personale e nazionale).
È questa la sensazione attualissima – sconvolgente – che ho provato leggendo il più recente libro di Corrado Stajano, appena pubblicato dal Saggiatore. L’Eredità (pp. 165, euro 18) di cui parla – e che dà il titolo al libro – è appunto questa storia depositata dentro di noi, costellata di tragedie reali e di normalità virtuali. D’illusioni attese e di rovine concrete. La demagogia della politica (meglio: del Potere) e le dure repliche della Storia.
Al principio e al cuore del libro il 1939 (la madre di tutte le tragedie). Un giorno di maggio, anzi, un pomeriggio. In una città di confine, Como. Un bimbetto in divisa da «Figlio della Lupa», inquadrato alla meglio con gli altri scolari, agita la bandierina tricolore distribuita dal «maestro nero», in orbace, in attesa del grande evento, la limousine di Stato con sopra due signori in divisa, coperti di decorazioni, le aquile dorate sui cappelli, che passano veloci, sorridenti e salutanti, tra la gente in festa, e sono già oltre, in un amen.
Erano Galeazzo Ciano e Joachim von Ribbentrop, si preparavano a firmare il «Patto d’acciaio», l’alleanza mortale dell’Italia fascista con la Germania di Hitler, («su un foglio di carta la giovinezza perduta di milioni di uomini») ma lì, a quell’angolo di strada, tra la cappelleria Rossini e la Casa dei filati col suo odore di vecchia bottega, sembravano il ritratto della bonomia e dell’amicizia.
Appena il tempo di ricordare frammenti di quella «tragica estate mascherata di serena letizia», i caffé eleganti affollati, l’orchestrina che suona canzoni leggere. E subito la scena cambia: le strade del centro di Milano devastate dalle bombe dei Lancaster alleati, macerie ovunque, con le case che mostrano impudiche i propri interni.
Ora il bambino fattosi ragazzo – sono passati quattro anni appena – si aggira attonito nei luoghi consueti caduti in rovina, Palazzo Marino sventrato. corso Magenta una grattugia, piazza San Fedele irriconoscibile. Sbircia tra i muri diroccati della «bella basilica delle Grazie», dove il Chiosco dei morti distrutto rivela, dallo squarcio di un muro, lo spettacolo leonardesco de L’ultima cena, miracolosamente sopravvissuta.
È l'agosto del ’43. Tra poco Milano si riempirà di fabbriche dell’orrore, villa Triste con i sadici della Banda Koch, l’Albergo Regina a quattro passi dalla Scala, le urla dei torturati dalle SS. Una catena di sofferenze, prima che la festa d’aprile del ’45 ponga fine al terrore.
Sullo sfondo, la sfilata di ritratti, uomini e donne del regime, carriere folgoranti in camicia nera all’insegna della fedeltà al Duce e repentine cadute in disgrazia: come quella di Giuseppe Terragni, l’architetto del razionalismo fascista, ingenuo adoratore di un «fascismo onesto», passato dagli altari della Patria alla polvere e al ghiaccio della ritirata di Russia, da cui uscirà inebetito e disilluso per morire solo, a 44 anni, di trombosi alla vigilia del 25 luglio. O come quella di Margherita Sarfatti, la «Maga Circe del Fascismo», riverita e omaggiata amante del Capo, onnipotente signora dei Salotti letterari prima di essere emarginata dalla volubilità di Lui e infine travolta dalle leggi razziali. Una successione di mondi caduti. Le icone della fatuità del successo maturato all’insegna del servilismo e della dedizione a un uomo solo al comando.
È questa l'eredità – la legacy, direbbero gli inglesi, il «lascito» – che dovremmo riattivare ogniqualvolta assistiamo a una parata, un Vertice, una Conferenza internazionale o un proclama governativo. Per imparare a guardar dietro ai sorrisi di circostanza o alle fotografie di gruppo. Per tentare di vedere il sotterraneo lavoro della Storia al di là delle verità di comodo o di regime, siano le conclusioni di un G7 o le Conferenze stampa di un Premier. Quando Schauble parla di Grecia. Quando Theresa May parla di Brexit. Quando Donald Trump parla di America great again. Quando Matteo Renzi parla dell’Italia che «cambia verso». Quando tutti insieme a Taormina parlano di clima. E ancora a quell’eredità dovremmo tornare, col pensiero, quando – tra un bail-in e un bail out di banche – leggiamo sui giornali la minaccia del Governo di chiusura dei porti in faccia ai soccorritori dei migranti, dopo aver ascoltato un Ministro dell’Interno che si dice «di sinistra» vantare gli accordi feroci con le «40 tribù» libiche del confine col deserto per respingervi i flussi di profughi.
Dovremmo disseppellire dalla memoria – pure questo fa parte del «lascito» descritto da Stajano – quanto, meno di un secolo fa, fecero sulla stessa costa libica da cui partono oggi i barconi baldi italiani come Graziani e Badoglio: i 40.000 ammazzati in operazioni di repressione, e gli altri 100.000 in tutta la Cirenaica, a cui aggiungere lo sterminio di Etiopia, con l’uso sistematico dei gas, iprite, fosfene, i gioielli della nostra chimica. Anche nel convivere, silenziosi o inerti, di fianco a tutto ciò sta il nostro «danzare giulivi» sotto la «cappa nera» che ci oscura il futuro, in un tempo in cui – direbbe Montale, oggi come allora – «la bussola va impazzita all’avventura/e il calcolo dei dadi più non torna» (La casa dei doganieri, 1939).

- Marco Revelli - Pubblicato sul Manifesto del 7.7.2017 -

domenica 22 ottobre 2017

Cercando un altro lettore...

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Solo per Ida Brown
- di Luigi Grazioli -

Sparizioni, sequestri, assassinii, attentati, ricerche che si concludono senza concludere, che portano a qualcosa che può anche essere niente, enigmi: i romanzi di Ricardo Piglia, il grande scrittore argentino scomparso qualche mese fa a 76 anni, parlano di questo. Ma così parlando, dicono anche altro, mai niente è semplice, e i livelli di lettura si moltiplicano quanto più il discorso sembra piano e diretto: un discorso di genere, e un genere dominante, il romanzo di investigazione, poliziesco, noir, che poi si combina con altri, secondo i debordamenti e le contaminazioni che il procedere delle vicende narrate richiede. Ma se i primi romanzi riproducono questa complessità nella loro stessa forma (inchieste personali o giornalistiche pe ricostruire storie famigliari; racconti che susseguono o si incastrano gli uni negli altri a fornire le differenti versioni di fatti tutti da costruire, ancor più che da decifrare; macchinari che producono storie non si sa se quanto veritiere di persone che sono di invenzione e insieme realmente vissute; scomparse che sono forse volontarie o forse atti di violenza, come nei due primi e già grandi romanzi Respirazione Artificiale e La città assente), gli ultimi, tra cui l’appena tradotto Solo per Ida Brown, hanno un’apparenza più tradizionale, più ossequiosa, almeno all’inizio, delle leggi del genere, di cui rispettano, senza apparente ironia, i vincoli e i cliché. Piglia non ha la vocazione dell’avanguardista o del provocatore, non gli piace il gesto clamoroso: preferisce muoversi tra le forme con circospezione, misuratissimo e sornione, e complicarle all’occorrenza sempre attento però alla leggibilità, celando abilmente le sottigliezze nel non detto o nell’appena accennato.

Uno degli strumenti ricorrenti per favorire la stratificazione delle letture - oltre alla fittissima rete intertestuale, dichiarata o più spesso mascherata e poco appariscente, di rimandi letterali ma anche, secondo la lezione di Borges, apocrifi ma plausibilissimi -, è il ricorso a personaggi la cui indole o professione li porta a riflettere sugli eventi, la società, la politica e la letteratura. Anche le riflessioni tuttavia restano sempre interne alla narrazione e fortemente contrastate da ipotesi o idee alternative di altri personaggi, impedendo che qualcuna si ponga sopra le altre o addirittura al di fuori della trama, e disseminando le varie interpretazioni in modo che ne costituiscano spesso uno dei motori principali. Si vedano, per esempio, quelle del commissario Croce in Bersaglio notturno e di quasi tutti i personaggi di Respirazione Artificiale, ma si veda soprattutto la figura di Emilio Renzi, giornalista, scrittore e critico, vero e proprio alter ego a cui Piglia affida non solo il compito di dire cose che lui non si azzarderebbe mai a dire a proprio nome, la sua “anima radicale”, ma persino il ruolo di titolare dell’autobiografia in tre volumi (Los diarios de Emilio Renzi, l’ultimo dei quali postumo, di prossima uscita) nei quali lo scrittore ha condensato e organizzato  i 357 quaderni del diario tenuto per sessant’anni, dall’adolescenza alla vigilia della morte (come Julien Green, Paul Léautaud, Paul Valéry e altri maratoneti della scrittura quotidiana...), che speriamo di veder tradotti quanto prima.
In Solo per Ida Brown questa dimensione è amplificata dal fatto che gli eventi si svolgono in buona parte in un campus universitario degli Stati Uniti che ricalca la Princeton in cui Piglia ha insegnato a lungo, dove Renzi è stato invitato su insistenza dell’Ida Brown del titolo, sua collega agguerritissima, che diventerà sua amante ma morirà ben presto in circostanze poco chiare.
Ma anche qui, le riflessioni di Renzi, Ida e altri personaggi, che vertono principalmente sull’oggetto dei loro studi (Hudson, Conrad, Melville e Tolstoj) non servono solo a caratterizzarli o a fare solo da contrappunto alla narrazione (come in molti libri recenti, a partire da quelle su Huysmans in Sottomissione di Houellebecq), ma sono dei veri e propri congegni che servono a portare avanti la storia, a suggerire corrispondenze e implicazioni (le differenze e corrispondenze tra Usa e Argentina, i ricordi personali e dei periodi di dittatura, il sogno di una società precapitalistica, le utopie...) e indurre il narratore a compiere dei passi decisivi per cercare di chiarire la morte di Ida, come in un giallo, e dare un senso agli eventi.

Del resto “Qualunque racconto è un giallo (...) Solo gli assassini hanno qualcosa da raccontare, la storia personale è sempre la storia di un delitto”, aveva già scritto Piglia in La città assente (p. 178), anche se i suoi libri, nonostante la loro frequente forma di romanzo di investigazione quando non di vero e proprio noir (come Soldi Bruciati), non contemplano mai la figura dell’investigatore come narratore o protagonista, ma figure che si potrebbero compendiare in quella del lettore. Nessuna contraddizione però: anzi, una conferma in più della prima affermazione, dal momento che se il romanzo di investigazione, che per lui è l’unico genere veramente moderno, nasce proprio con la figura dell’investigatore (il Dupin di Poe), questi è al contempo una delle prime incarnazioni del moderno lettore: di libri, ma anche delle tracce che sono disseminate nelle notizie, da quelle dei giornali (come nel caso inaugurale dei delitti della Rue Morgue), alla rete, come nel caso del Ralf Parker di Solo per Ida Brown. E lettori (e scrittori, o critici, o giornalisti: chi legge, scrive) sono anche molti personaggi: dal quasi onnipresente Emilio Renzi, al Junior protagonista di La città assente e ad altre figure non di secondo piano (come lo zio Maggi e l’esule polacco Tardewsky, ricalcato sul modello di Witold Gombrowicz che tanta importanza ha avuto per tutta una generazione di scrittori argentini, nello straordinario Respirazione artificiale), o gli oggetti delle loro indagini (l’Enrique Ossorio, traditore, politico e scrittore, capostipite della famiglia di signorotti locali ancora in Respirazione artificiale), per non parlare dei professori e scrittori dell’ultimo romanzo.
La morte di Ida Brown troverà un inizio di spiegazione a partire dalle sue sottolineature e note a margine della copia di L’agente segreto di Conrad da lei usata per il seminario che stava tenendo in quel semestre. È questa morte, probabilmente un omicidio anche se non sono chiare le modalità e soprattutto il movente, ma che potrebbe anche essere un incidente, che imprime una svolta alla trama: per cercare di capire cosa è successo, e che gli sembra che la polizia e l’Fbi gli nascondano, Renzi contatta un detective, Parker, che rappresenta una evoluzione della figura tradizionale così come si era venuta delineando nell’hard boiled americano a cui Piglia ha dedicato uno dei saggi più belli di L’ultimo lettore: non più qualcuno che agisce a proprio rischio e pericolo, ma uno che cerca informazioni e le mette insieme. Uno che non risolve più i casi, ma si avvicina ad essi raccontandone una versione, come dice lo stesso Parker (p. 145): un lettore, cioè, che diventa scrittore...

È attraverso di lui che Renzi arriverà ad avvicinarsi a una plausibile interpretazione dei fatti, senza però approdare a nessuna certezza. Infatti, se a proposito di L’agente segreto Renzi afferma: “Non era la realtà a permettere di capire un romanzo, ma il romanzo a rendere comprensibile una realtà che, per anni, era rimasta indecifrabile” (p. 188), nemmeno questa decifrazione può dare accesso a una realtà ultima, in quanto a sua volta non può essere completamente decifrata, ma solo, di nuovo, raccontata. Come già  evidenziato dai grandi libri di Gadda, i casi non si risolvono mai ai nostri giorni (nella letteratura odierna: in quella di Piglia, di sicuro). C’è sempre un residuo, un’ipotesi ulteriore che a sua volta ne suscita altre. È la visione paranoica, che si basa sul fatto che tutto può essere letto come indizio, come ha insegnato ironicamente Gombrowicz soprattutto nel capolavoro Cosmo, l‘ormai onnipresente teoria del complotto, che però in Piglia non dà luogo a rimuginazioni ossessive e contorte, ma viene distribuita nei differenti punti di vista dei personaggi e sapientemente manovrata dall’autore. La costruzione dei suoi libri, come lo stile, è della più grande lucidità. Il discorso che risolve, che chiude in una verità ufficiale è quello del potere, mentre la letteratura tiene aperte molte strade, fissa dei punti che non sono mai fermi, ma si raddoppiano sempre per dar luogo ad altre visioni della realtà, a ipotesi controfattuali, a sentieri che si biforcano e non si sa dove portano.

Il cambiamento dei tempi è quindi anche un cambiamento del lettore. Oltre a quello esemplificato dalla figura dell’investigatore, anche il lettore “tradizionale” (lo studioso, il critico, il professore, Renzi) ha subito una mutazione: se il primo legge la rete per scoprire, l’altro scopre dalla lettura (sua) di una lettura (di Ida) di un romanzo del passato (L’agente segreto di Conrad) gli indizi per capire cosa è, o meglio: cosa può essere successo. Si legge un testo sempre già letto. Si leggono letture.
Capire è istituire dei nessi, ma per farlo, “è necessario raccontare un’altra storia.  O tornare a raccontare una storia, ma da un altro luogo e in un altro tempo. Questo è il segreto di ciò che c’è da leggere. E questo è quel che la letteratura, secondo Kafka, mostra senza spiegare” (L’ultimo lettore, p. 51). Si tratta sempre, da lì, di costruire una trama, anche, ricordando sempre però che “la cosa più importante in una storia è ciò che non si racconta” (Introduzione all’edizione italiana di Respirazione artificiale, p. 8). La stessa trama che si ricostruisce a spezzoni e si racconta qui, con molte interruzioni, come su silenzi e interruzioni sono basati i romanzi di Piglia. “Solo nei film di Hollywood è sbagliato raccontare il soggetto; nei romanzi invece la trama è soltanto una guida, o meglio la mappa di un territorio che si va trasformando mano a mano che procediamo” (Ivi, p. 9).
Dei libri di Piglia si può, e forse si deve, raccontare la trama, perché una trama non c’è: non solo nel senso che non c’è trama al di fuori dall’atto di riassumerla e raccontarla (o che viceversa c’è sempre, perché non appena si mettono in fila due frasi una trama è già istituita, sia pure come storia possibile), ma nel senso che le storie da lui raccontate, oltre che spesso interrotte, si sovrappongono e si incrociano in vari modi e in punti diversi, e sono a loro volta oggetto di riflessioni e di ricostruzioni che variano da un personaggio all’altro e di cui nessun narratore esterno è in grado di tirare tutti i fili e chiudere il cerchio. Il famoso inizio di Respirazione artificiale diceva “C’è una storia?”, e continuava: “Se una storia c’è, inizia tre anni fa”. Ma una storia non c’è mai (come non c’è una vita: vedi l’inizio di Solo per Ida Brown: “In quel periodo vivevo varie vite, mi muovevo per sequenze autonome”), ce ne sono sempre tante quanti sono coloro che leggono  e raccontano: e quindi una storia c’è sempre: non ci sono altro che storie. Il che non significa che non ci possa essere verità, o realtà, o solo esperienza...
Ma un cambiamento è intervenuto anche nello statuto dell’“eroe” centrale del romanzo, che, dice Piglia per voce di Nina, l’ottantenne esule russa vicina di casa amica di Renzi, se in passato è stato l’Avventuriero, e più tardi il Dandy, nel XXI secolo sarà il Terrorista, un uomo che “non uccide per interesse personale né per vendetta, [ma] per un’idea, come un filosofo platonico”, peraltro già preannunciato nel secolo precedente sia nel cinema che nel romanzo, a partire appunto dal citato L’agente segreto di Conrad, del 1907.
Anche il terrorista, che incarna il secondo elemento che per Piglia assieme all’enigma è costitutivo del romanzo di investigazione: il mostro (l’altro assoluto: scimmione, folle, fuorilegge o solo straniero che sia), è un lettore e uno scrittore alla ricerca di lettori: “il terrorista come moderno scrittore, l’azione diretta come patto con il Diavolo” (p. 129). I suoi attentati possono essere visti come una strategia che può essere riassunta così: “Uccidere delle “persone” per procurarsi lettori” (p. 129). Come sanno tutti i movimenti terroristici, attirare l’attenzione è capitale. “Il terrorismo è propaganda armata, un mezzo di comunicazione come qualsiasi altro” (p. 108). Solo il terrore puro può fare a meno della comunicazione. L’unica comunicazione contenuta nella violenza senza comunicazione, cioè senza che vi sia un interesse che vada al di là della volontà o del piacere di esercitarla, è la violenza stessa; l’unico effetto è il terrore. L’attenzione invece, come ha ben illustrato il filosofo Yves Citton, è la merce più ambita della nostra era caratterizzata dall’ipercomunicazione: e per il singolo (cittadino, compratore, destinatario) spesso è anche l’unico capitale spendibile. La capacità di attenzione è ciò che lo definisce. L’individuo è il soggetto potenzialmente attento, e la strategia più efficace per ridestare e tenere viva questa capacità è eccitare le sue passioni, il desiderio, e più ancora quella più forte di tutte, la paura. (Da notare invece che nel secondo romanzo di E. Vila-Matas,  L’assassina letterata, si racconta il caso di un libro scritto apposta per uccidere il lettore a cui era destinato. Impresa meno ardua di quanto si potrebbe supporre tuttavia, dal momento che di fatto, pur senza volerlo, i libri che trionfalmente ci riescono sono la stragrande maggioranza.)

Il terrorista di Solo per Ida Brown, nominato Recycler da giornalisti e investigatori per il suo modo di agire e i messaggi che lancia, è modellato sulla figura di Theodore Kaczynski, noto come Unabomber, che tra i 1978 e il 1996 realizzò una ventina di attentati negli Stati Uniti, alcuni letali. Nel romanzo, quando viene identificato e arrestato, poco dopo la morte di Ida, si chiama Thomas Munk e come l’Unabomber reale è genio matematico e logico precoce, vincitore di premi prestigiosi e giovanissimo insegnante a Berkeley negli anni ‘60 dove appunto Renzi scoprirà che ha conosciuto Ida Brown. Come il suo corrispettivo reale, anche Munk si ritira dal mondo a vivere come un eremita autosufficiente al ritorno del fratello Peter dal Vietnam, che poi diventerà scrittore e sarà colui che lo riconoscerà come autore del “Manifesto” da lui inviato a editori e giornali come condizione per cessare gli attentati e lo tradirà. (Il tema del traditore, di ascendenza borgesiana, è costante – sia detto di passaggio – nei libri di Piglia, che lo declina in vari contesti e modi con estrema sottigliezza.)
Il susseguirsi degli attentati senza rivendicazione reclamava una lettura offrendo però solo una debole chiave d’accesso (le buste esplosive, sigle enigmatiche e materiali usati...); ma più questa si rivelava debole, più cresceva, insieme alla necessità di trovarla, il desiderio di sapere, l’ansia della decifrazione: sventare altri attentati ma anche dare un nome, capire, rassicurarsi. Conoscere l’autore. (L’anonimato e la pseudonimia sono uno stimolo irresistibile per la curiosità del lettore, come si sa...) L’autore, e i suoi eventuali complici. Se ne aveva. Cosa molto probabile (e forse Ida era uno di essi, magari involontaria, non del tutto consapevole, senza contare che “in giro ci sono molti gruppi ecologisti che sarebbero stati dispostissimi ad aiutarlo”, p.  202), anche se dopo la cattura tutto sembra essere attribuito al solo Munk, con buona pace di tutti: perché, come afferma anche il funzionario dell’FBI che accredita questa versione, uno psicopatico isolato è un caso clinico; un gruppo, anche limitato, è invece un problema sociale – e implicitamente, quindi, l’ammissione di un’imperfezione dell’organismo che per eccellenza si vuole perfetto e catafratto, lo Stato, con i suoi apparati. Si sa che il confine tra dissidenza e malattia mentale è sottile e tutti i poteri tendono a renderlo poroso, anche quando non lo cancellano completamente come fanno i regimi totalitari. Per opporsi al benefattore universale bisogna essere pazzi, o criminali, e quindi l’oppositore va soppresso, o quantomeno, per non smentire la propria umanità, rinchiuso nei luoghi dove possa essere neutralizzato o redento: lager o manicomi.

L’assassino si nasconde, o confonde, con la massa degli invisibili, dalla quale pure si isola: come essa è composta di anonimi sconosciuti, così egli, nella società di massa e della sorveglianza totale, si rende anonimo, nasconde il suo segreto, che nel caso di Recycler viene poi strumentalizzato alla diffusione delle sue idee: il segreto regge non solo le sue azioni, ma lo Stato stesso contro cui egli si rivolta, uno stato doppio, che è basato insieme sulla proclamazione della libertà e sulla sorveglianza totale, sulla necessità di conoscere ogni segreto tenendo però celati i propri, e quindi sfidando chi non vuole esserne complice a cercare di rivelarli e a diffonderli in tutti i modi e con tutti i mezzi possibili: che poi – e sta qui la loro forza ma infine anche la loro sostanziale debolezza, cioè la radice della loro sconfitta –, sono gli stessi del suo avversario. E così tendono essi stessi a identificarsi. “Il potere politico è sempre criminale”, diceva un personaggio di La città assente (p. 79), come lo è chi lo contrasta. Ma questi ne incarna anche alcuni valori di fondo. Munk, il terrorista, il pericolo pubblico n. 1, è anche “un eroe americano nel vero senso del termine: l’individuo con un’educazione superiore, l’intellettuale di alto prestigio accademico, che sceglie di abbandonare ogni privilegio e si ritira a vivere in un bosco [...e] decide di mostrare che la ribellione è possibile, e che un uomo da solo può mettere in scacco l’FBI” (p. 212), e come tale hai i suoi fan e estimatori nei campus e nell’esercito dei “radicali”, emarginati e “ribelli” che fanno parte da sempre della società americana, e persino in prigione, dove gode della stima di tutti.
Come Munk, anche Ida, “interessata alla tradizione di quegli scrittori che si opponevano al capitalismo da una posizione arcaista e preindustriale. Populisti russi, beat generation, hippy e, oggi, gli ecologisti...” (p. 18), “era una star del mondo accademico” (p. 17), che a modo suo essa terrorizzava e combatteva, non facendo distinzione tra pensare e combattere, “due verbi [che] vanno a braccetto” (p. 18). Pur rimanendone all’interno e godendo dei benefici della notorietà, Ida, da marxista qual era, era consapevole che il mondo accademico non rappresenta il meglio della società, non la osserva e giudica olimpicamente dall’alto e se aspira a cambiarla e/o a guidarla, è solo perché ne incarna alcuni dei meccanismi più profondi: a partire dalla feroce competizione e dalla sottaciuta violenza dei rapporti, che non a caso Recycler, che da quello stesso mondo proviene, alla lettera fa esplodere.
“Le università sono i nuovi ghetti, i luoghi di violenza psicologica della modernità. ... Pacifici ed eleganti, i campus sono concepiti per escludere esperienza e passioni ma, sotto la superficie, scorrono ondate di collera intestina: la violenza terribile degli uomini educati” (pp. 30-31). (Del resto nemmeno Piglia si risparmia la giusta dose di perfidia, minima, impercettibile a volte, quanto velenosa, sempre con l’accortezza però di farla enunciare da coloro stessi che ne sono i bersagli). Non è quindi sorprendente che questa violenza a volte si riversi anche fuori e che da fuori vi ritorni (basti vedere il gran numero di stragi nei campus delle high school o dei college, e il fatto che praticamente la totalità degli attentati dell’Unabomber reale, come di quello di Solo per Ida Brown, abbia avuto per vittime docenti o persone che lavoravano in campi tecnologici e culturali.

Ma anche Ida, proprio perché personaggio pubblico, si riservava un territorio di segreto e separazione: “saremo amanti clandestini”, impone a Renzi appena inizia la loro avventura (p. 49). Come se, per vivere, una vita non bastasse, ma ce ne volesse almeno una seconda, o altre ancora. “La doppia vita fa parte della cultura di quel paese”, afferma Renzi (o Piglia?, p. 51). Come se, non solo nell’amore, fosse indispensabile il segreto, nascondersi, riservarsi uno spazio invisibile, anonimo, cifrato, forse proprio in virtù del fatto che la nostra, come ha scritto Riccardo Venturi, “è l’epoca dell’open secret, come l’ha definita Pamela Lee, di un’invisibilità visibile al cuore delle politiche d’informazione, di un segreto che annuncia la sua clandestinità mostrandosi in pubblico”.
Da una parte quindi la clandestinità è impossibile, dall’altra è necessaria: “C’è un’unica via di scampo: restare da soli, in un luogo isolato... questa è l’era degli uomini soli, delle cospirazioni individuali, dell’azione solitaria. Possiamo resistere solo nascondendo i nostri pensieri, mantenendoli invisibili, confondendoli nella moltitudine” (pp. 222-3). Le idee, essendo invisibili, sono “l’ultimo rifugio della ribellione”. Il problema è però che, quanto più queste idee sono forti, tanto più forte è l’esigenza di diffonderle. E diffonderle comporta dei costi. Anche in vite umane. Dice Munk a Renzi che lo va a visitare in carcere: “Ma non deve credere che i morti mi siano indifferenti, proseguì. Sono miei pari, avrei potuto essere uno di loro. Grandi scienziati, mascalzoni fatti e finiti, uomini sensibili... Dimenticavano – o non volevano vedere – le conseguenze dei loro atti. Il male è questo: non farsi carico delle conseguenze dei propri atti. Le conseguenze, non i risultati” (p. 227). Ma non è detto che facendosi carico delle conseguenze il male sia evitato, o redento.
Munk, che nelle sue ricerche si era occupato delle “condizioni necessarie per inferire la verità” (p. 150), non si preoccupa invece di quali saranno quelle relative alle tesi sulla logica distruttiva del capitalismo che lui intende divulgare come se i modi della loro diffusione fossero di nessun conto. Il contro-complotto con cui intende reagire al complotto su cui si basa la società obbedisce alla sua stessa logica. Scrive Piglia nella Postfazione all’edizione americana di La città assente: “Fiction della paranoia ... La politica entra nel romanzo contemporaneo attraverso il modello del complotto, attraverso la narrazione di un intrigo, anche se tale complotto è privo di qualsiasi esplicita connotazione politica. È sulla forma in sé che si fonda la politicizzazione del romanzo” (pp. 194-5). Nei romanzi di Piglia però la connotazione politica, anche se non sempre marcata, e quasi mai esplicitamente, è quasi sempre presente. In Solo per Ida Brown, tuttavia, lo è, con l’esplicitezza di temi che però non si fissano mai in una verità definita e definitiva.
Perché non solo si deve constatare, come diceva Maggi in Respirazione artificiale, che “un uomo solo fallisce sempre”, ma ciò che ci si deve chiedere è “a cosa serve o al servizio di cosa è questo scacco individuale”. Il romanzo è uno dei modi per farlo. Piglia, in questo libro come negli altri, usa eventi o figure derivati dalla storia e dalla cronaca e li mette alla prova della varietà dei punti di vista e delle possibilità immaginative (e formali) che solo la finzione, e la sua verità, offrono.
Anche quando si riferisce a figure, documenti (libri e giornali) o eventi reali, Piglia si prende sempre la libertà di inventare, a seconda di ciò che è funzionale a quanto sta scrivendo. Quando mette in scena figure storiche, non è per ancorare ciò che narra alla realtà, ma al contrario perché solo attraverso l’invenzione il reale, anche quello storico, diventa comprensibile, e forse addirittura viene prodotto: nel senso che se ne fa esperienza e solo l’esperienza rende percepibile e conoscibile, cioè reale, ciò che accade, il mondo.

Alla figura storica, senza contraddire quanto si sa di essa e di ciò che ha fatto e scritto, e spesso proprio utilizzandone alcuni elementi, vengono attribuite parole e azioni che avrebbero potuto benissimo dare o dire, se solo si fossero trovati nelle circostanze descritte  nel testo e/o la loro vita a un certo momento avesse scartato anche solo di un grado in altre direzioni o mondi possibili, non come ipotesi controfattuali, ma come segmento di una vita che peraltro sarebbe rimasta identica a quella che conosciamo, ma ricevendone una nuova luce e un di più di conoscenza. (Un esempio è la frase del diario di Kafka a partire dalla quale, in Respirazione Artificiale, l’esule polacco dice di aver scoperto un incontro dello scrittore in un caffè di Praga con un giovane esaltato che poi diventerà il Führer e che segnerà in modo decisivo la sua produzione successiva, il mondo che in essa prenderà forma e la Stimmung che la pervaderà...)
La verità della finzione è più importante della fedeltà alla realtà. La verità, semmai, si può pensare di perseguirla solo attraverso la fedeltà alle regole della finzione, a dove conducono le storie con le loro sospensioni, i loro buchi, segreti o semplicemente cose non dette, che ne costituiscono peraltro l’aspetto più importante. L’enigma non è solo quello che i personaggi cercano di rivelare, ma soprattutto quello che circola nelle storie tra i segmenti e le versioni che le costituiscono, e più ancora quello che, mai chiarificabile del tutto, e forse nemmeno definibile, le costituisce, e con loro la realtà che in esse prende forma, la conoscenza che ne abbiamo e l’esperienza che ne facciamo. Come viviamo, insomma.

- Luigi Grazioli - Pubblicato il 15 maggio 2017 su Doppio Zero -

sabato 21 ottobre 2017

Il silenzio di Cassandra

cassandra

Quando Cassandra parla, dice la verità: ma è giudicata un intralcio, una ''sacerdotessa del no''. Quando Cassandra tace è perché sta sul carro del potere: e poco cambia che ci sia salita volontariamente, o che ci sia stata tradotta in catene. Il risultato è lo stesso: il tradimento degli intellettuali, e cioè il silenzio della critica. Lo vediamo ogni giorno: nel conformismo dei giornali e dell'università, nella trasformazione della cultura in intrattenimento, nello svuotamento della scuola. Ma costruire una società critica, una società del dissenso, è la condizione vitale per il futuro della democrazia.

(dal risvolto di copertina di: Tomaso Montanari: Cassandra muta. Intellettuali e potere nell'Italia senza verità, edizioni gruppo Abele, pp.128, euro12)

La maledizione della verità perduta
- di Andrea Ranieri -

Tomaso Montanari nel suo bel piccolo libro, Cassandra muta (edizioni gruppo Abele, pp.128, euro12) per descrivere la condizione dell’intellettuale contemporaneo e i suoi rapporti con il potere, parte da Cassandra. Che ha il dono di dire la verità, e una maledizione: quella di non essere creduta. A meno di non accettare di far parte di un sistema del sapere che relega l’intellettuale nella sua specializzazione, e a non prendere posizione sul modo in cui chi ha il potere governa il mondo, di distogliere lo sguardo dagli orrori e dalle tragedie della vita di tutti. Ma se lo fa, se sale sul carro del potere, se ne accetta i limiti e le regole, non dirà più la verità. Cassandra diventa, per l’appunto, muta.
Il disciplinarismo, la specializzazione esasperata, sono il modo in cui il potere controlla il sapere. Chi ne esce, chi pretende di dire la sua oltre i limiti della propria specializzazione, dà scandalo. La sua verità è immediatamente svalorizzata. Gli esempi, racconta Montanari, non mancano. «Che gli archeologi facciano gli archeologi. La Costituzione non è mica il codice di Hammurabi» fu il modo in cui Renzi commentò le prese di posizione di Settis sulla riforma costituzionale, o quello in cui Dario Franceschini tirò le orecchie a Saviano, colpevole di avere denunciato il conflitto di interessi di Boschi nel caso di Banca Etruria: «l’autorevolezza acquisita in altri campi non autorizza a emettere sentenze senza fondamento».
La professionalizzazione spinta del lavoro intellettuale ha come corrispettivo il professionalizzarsi della politica, la costruzione di una sua sfera autonoma rispetto alla cultura e agli stessi conflitti sociali. E della politica come sfera autonoma si occupano prevalentemente i grandi mezzi di informazione.
Rispetto ai grandi drammi sociali e ambientali del nostro tempo, si preferisce il racconto, sempre più noioso e ripetitivo, dell’allontanarsi e dell’avvicinarsi dei protagonisti della politica politicante, quella che comunque si adopera a difendere il sistema dai barbari. Con l’effetto di allontanare dalla politica un numero crescente di cittadini. Il mondo dell’informazione dovrebbe riflettere sul fatto che il numero dei lettori di giornali e di spettatori dei talk show diminuisce proporzionalmente al crescere dell’astensionismo elettorale.
Denunciò con forza il fatto Edward Said in un altro bel piccolo libro citato da Montanari, Dire la verità, in cui descrive come un fatto tragico la scomparsa dei «dilettanti del sapere», quelli che non si chiudono nei recinti della disciplina e hanno il coraggio di contaminare saperi diversi per provare a dire la verità sul mondo. E analizza come l’università iperspecializzata finisca per fornire alla società non un pensiero critico, non il gusto del dissenso, ma professionisti pronti a occupare posti in qualche consiglio di Amministrazione, a farsi consulenti del potere politico ed economico. Fino a mettere, se necessario, in secondo ordine rispetto al potere, le proprie stesse competenze.
È il caso, e qui Montanari diventa caustico e tragicamente divertente, degli storici dell’arte che incoraggiarono Renzi sindaco a perforare il Vasari alla ricerca della Battaglia di Anghiari, o eminenti ordinari di archeologia entusiasti dell’idea franceschiniana di pavimentare il Colosseo, per renderlo in grado di ospitare gli eventi che piacciono al pubblico. Niente è utile se non serve al presente, e alla missione principale del presente, che è quella di fare di ogni cosa occasione di business. Il tutto magari accompagnato da una apologia estetizzante della bellezza a scapito della conoscenza, in cui le opere vengono sganciate dal contesto storico che le ha prodotte, e diventano tutte indistintamente brand di eccellenza per il «made in Italy». Quando Benjamin scrisse: «Se vincono loro nemmeno i nostri morti sono al sicuro», probabilmente si riferiva alla storia del movimento operaio e ai suoi eroi e ai suoi martiri. Leggendo Montanari si scopre che, se continua a vincere il mercatismo, i morti che non sono al sicuro sono anche i grandi artisti del nostro passato, e le pietre e i paesi della nostra storia.
Alla didesa disperata delle nostre pietre e paesi dedicò gran parte del suo impegno Pier Paolo Pasolini, Cassandra parlante e inascoltata. Quando denunciò lo strazio che alla nostra cultura e alla nostra vita stava infliggendo il crescere del consumismo massificato e standardizzato. Fu inascoltato e persino deriso, anche da sinistra. «Nostalgico dell’Italietta», «apologeta della povertà». Oggi misuriamo come quel tipo di crescita stia mettendo in pericolo non solo le nostre pietre e il nostro paesaggio, ma la stessa vita umana sul pianeta. E ci sarebbe un disperato bisogno che tante Cassandre riprendessero la parola. Magari insieme. Magari provando a cambiare la politica.

- Andrea Ranieri - Pubblicato sul Manifesto del 4/7/2017 -

venerdì 20 ottobre 2017

Economia, politica e guerra

enigma

Matematici sul piede di guerra
- di Giorgio Odifreddi -

In “Guerra e pace” (1869) Tolstoj non si limita a raccontare le gesta dell’imperatore francese Bonaparte e dello zar russo Alessandro, perché ritiene che concentrarsi sui grandi personaggi sia un buon modo per prendere abbagli sulla storia. Se ne dilettano gli storici, per comodità o per pigrizia, ma così facendo essi compiono, come dice Tolstoj stesso, l’errore di «riconoscere espressa nell’attività di un solo personaggio storico la volontà di tutti gli uomini».
In realtà la storia è il prodotto di una grande azione collettiva, in cui ciascun protagonista fornisce il suo piccolo apporto. E Tolstoj offre un’interessante metafora matematica: secondo lui, questo è ciò che avviene nel calcolo infinitesimale, in cui l’apporto individuale di quantità infinitesime, chiamate differenziali, viene sommato calcolando una somma infinita, chiamata integrale. In termini matematici, dunque, la storia sarebbe l’integrale dei comportamenti infinitesimi degli individui.
Si tratta appunto di una metafora, perché finora nessuno è riuscito a formalizzare matematicamente un calcolo della storia. Ma gli economisti l’hanno fatto per il mercato: Léon Walras sviluppò a fine Ottocento una teoria dell’equilibrio generale nella quale gli operatori economici sono visti come le molecole di un gas, la cui temperatura tende automaticamente all’equilibrio termodinamico attraverso gli scambi di interazioni fra le molecole.
La teoria di Walras era una formalizzazione matematica di una famosa metafora di Adam Smith. Nella Ricchezza delle nazioni (1776) questi aveva infatti supposto che, mentre gli operatori economici agiscono unicamente sulla base dei propri interessi individuali, una “mano invisibile” guida automaticamente i loro comportamenti verso la realizzazione di un utile collettivo. Walras propose di dimostrare che la “mano invisibile” fa tendere il mercato verso l’equilibrio della domanda e dell’offerta delle singole merci: un programma che fu parzialmente realizzato da Kenneth Arrow e Gerard Debreu nel 1954, in un lavoro che contribuì a far vincere il premio Nobel per l’economia al primo nel 1972, e al secondo nel 1983.
Le applicazioni della matematica all’economia non riguardano direttamente la guerra, anche se si potrebbe parafrasare Carl von Clausevitz dicendo che l’economia è la continuazione della guerra con mezzi forse meno cruenti, ma non meno devastanti, scatenati dalla speculazione dei mercati, delle borse e delle banche.
Le applicazioni della matematica alla guerra comunque non mancano, e sono state teorizzate e praticate fin dall’antichità. Platone, ad esempio, scriveva nella Repubblica (VII,525) che la matematica «non va coltivata per tenere la contabilità del dare e dell’avere, come fanno i mercanti e i bottegai, ma per condurre la guerra». Archimede, dal canto suo, fu forse il primo matematico a impiegare il proprio ingegno per sviluppare armi di distruzioni di massa: gli specchi ustori a beneficio del tiranno di Siracusa.
I primi studi di Galileo agli inizi del Seicento, poi sistematizzati nei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze (1638), riguardavano la balistica: cioè, il moto dei proiettili, il cui percorso egli riuscì a individuare in una parabola. Dal canto suo, Keplero studiò nella Strenna natalizia sulla neve esagonale (1611) un problema posto dal navigatore e avventuriero Walter Raleigh, riguardante il modo ottimale di impilare le palle di cannone sulle navi. La soluzione al problema non fu ottenuta che nel 1998 da Thomas Hales, attraverso una dimostrazione uomo-macchina che richiese un uso massiccio del computer per effettuare i calcoli necessari.
Più in generale, l’intera branca della matematica chiamata “ricerca operativa” si dedica alla soluzione di problemi di ottimizzazione, dalla distribuzione delle risorse alla dislocazione degli armamenti, ed è nata appunto da esigenze di tipo militare durante la Seconda Guerra Mondiale. Le prime applicazioni riguardarono il posizionamento dei radar e la caccia ai sottomarini tedeschi, ma in seguito l’ottimizzazione è stata usata dalle imprese industriali e commerciali per risolvere i problemi che vanno dalla distribuzione delle merci alla pianificazione delle reti dei servizi.
L’informatica, dal canto suo, si è anch’essa sviluppata da imprese belliche. In Inghilterra il team di ricercatori radunati a Bletchey Park, nel quale ebbe una parte di rilievo Alan Turing, si dedicò alla decifrazione dei codici nazisti crittati con la macchina che ha dato il titolo al film Enigma (2001), nei modi narrati anche nel film Imitation game (2014). Negli Stati Uniti, invece, i calcoli necessari alla costruzione della bomba atomica furono effettuati da Los Alamos da un team di scienziati di ogni genere, nel quale ebbe una parte di rilevo John von Neumann.
Turing e von Neumann sono i nomi chiave della storia dell’informatica. Il primo, perché nella sua tesi di laurea del 1936 scrisse nei dettagli il progetto teorico del calcolatore programmabile che oggi chiamiamo computer. E il secondo, perché subito dopo la guerra prese la direzione effettiva del progetto pratico della sua costruzione. Inutile dire che entrambi i progetti erano stati commissionati dai militari, dal Laboratorio di Ricerca Balistica dell’esercito statunitense. La stessa origine ha Internet, che in origine si chiamava Arpanet (Advanced Research Projects Agency Networks). L’agenzia in questione era quella del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e si chiamava appunto Darpa: fu essa a commissionare nel 1968 il progetto della rete, con lo scopo di distribuire la catena del comando in maniera tale da renderla immune ad attacchi locali, che potevano distruggerne una parte senza intaccare il tutto. Un altro centro paramilitare di studi matematici del primo dopoguerra fu la famosa, o famigerata, Rand Corporation (Research and Development Corporation), alla quale collaborarono cervelli quali Arrow e von Neumann. Quest’ultimo fu una delle ispirazioni di Kubrick per il personaggio de Il Dottor Stranamore (1964), insieme ad due altri consulenti della Rand Corporation: il futuro segretario di Stato Henry Kissinger, e lo stratega nucleare Herman Kahn.
I fiori all’occhiello della Rand Corporation furono però i vari matematici che vinsero in seguito il premio Nobel per l’economia per i loro studi sulla “teoria dei giochi”: primo fra tutti John Nash, premiato nel 1994 e protagonista di A beautiful mind (2001). Nonostante il suo apparentemente innocuo nome, la teoria dei giochi è la teoria matematica della strategia economica, politica e bellica, ed è l’erede moderna del vecchio gioco di guerra prussiano del Kriegspiel, creato nel 1812: l’anno stesso dell’invasione napoleonica della Russia che diede lo spunto a Tolstoj per il suo grande romanzo, oltre che per le sue acute osservazioni sull’uso della matematica per una descrizione della guerra, e più in generale di tutte le situazioni di conflitto individuale o collettivo.

- Giorgio Odifreddi - Pubblicato su Repubblica del 31 maggio 2017 -

giovedì 19 ottobre 2017

L'orologio indietro!

rivolta

Rivoluzionario e controrivoluzionario, individualista e comunitario, cosmopolita e nazionalista, realista e fantastico, retrogrado e utopista, ribelle e malinconico, democratico e aristocratico: il romanticismo sembra davvero un enigma indecifrabile che sfugge a ogni possibile definizione. A tal punto che un noto critico americano non ha esitato a invitare i critici letterari a sbarazzarsi di un termine che dà adito a un così gran numero di irritanti contraddizioni. L’invito, però, è caduto nel vuoto. Anzi, a parere della maggior parte degli studiosi, il fatto che da secoli si parli di  romanticismo deve corrispondere a una qualche realtà. Il problema sorge, tuttavia, quando si tratta di cogliere questa realtà, di indicare la fonte che alimenta il romanticismo e lo fa dilagare in ogni direzione. È «l’occasionalismo soggettivo» di cui parla Carl Schmitt, l’abbandono a un lirismo caratterizzato da un’assoluta «deficienza morale»? Oppure è la versione  ottocentesca dell’eterna ribellione tedesca contro l’eredità occidentale», ribellione che poi ha condotto al nazismo? O, al contrario, è «la forma più pericolosa di  anarchia, l’anarchia dell’immaginazione»? O, infine, è una mera corrente letteraria che riunisce «gli scrittori che all’inizio del xix secolo si affrancarono dallo stile e dalle regole di composizione del classicismo»?
Ognuna di queste ipotesi svela, per gli autori di questo libro, un’importante lacuna: non essere un’analisi globale del fenomeno che consideri tutta la sua vera estensione e tutta la sua molteplicità. Le pagine che seguono si propongono perciò  di colmare questa lacuna a partire da una definizione del romanticismo come Weltanschauung o visione del mondo, cioè come una struttura mentale collettiva. Struttura mentale che può esprimersi in svariati ambiti culturali: non solo in letteratura e nelle altre arti, ma in filosofia e in teologia, nel pensiero politico, economico, giuridico, in sociologia e in storia ecc. Struttura che fa del romanticismo  una radicale critica della modernità in nome di valori e ideali del passato (premoderni). In virtù di questa definizione il romanticismo appare, dalla sua origine in poi, illuminato da una duplice luce: quella della stella della rivolta e quella del «sole nero della malinconia» (Nerval).

(dal risvolto di copertina di: Michael Löwy e Robert Sayre: Rivolta e Malinconia. Il romanticismo contro la modernità, Neri Pozza)

Lo smarrimento dell’autenticità
- di Marco Bascetta -
 
Gli studi volti a definire il romanticismo, a elencare i requisiti che ricadono sotto questa definizione, a delimitarne l’arco temporale e la sfera di azione, a metterne in luce le contraddizioni e le metamorfosi sono innumerevoli e vari. Anche i moventi che li sottendono sono molteplici: dall’affezione estetica all’interesse storico, dal purismo accademico al furore ideologico, dall’interpretazione filosofica all’afflato mistico. Di certo sotto il cappello della cultura romantica incontreremo nostalgia del passato e proiezione verso il futuro, comunitarismo e individualismo estremo, sete di libertà ed esaltazione della tradizione, passione e rassegnazione, utopie egualitarie e concezioni gerarchiche, reazione e rivoluzione.
Singoli autori e perfino singole opere attraversano ripetutamente queste linee di confine che qualsiasi principio d’ordine e di coerenza tenderebbe a ritenere invalicabili. C’è chi sulle tracce del romanticismo si spinge fino a Orazio e Virgilio, chi si arresta alle soglie del XVIII secolo, chi lo insegue fino ai giorni nostri e chi ne constata il definitivo naufragio nell’orrore nazifascista cui i romantici avrebbero aperto la strada. C’è chi si arresta alle forme estetiche, chi allarga il raggio della sua indagine alle sensibilità filosofiche e chi si spinge fino alle dottrine politiche. Che farsene insomma di una scatola che contiene Jean-Jacques Rousseau come Edmund Burke o Thomas Carlyle, Heinrich Heine e Joseph De Maistre, dove un certo Marx trova accoglienza insieme a Jean Charles Léonard Sismondi, John Ruskin insieme a Rosa Luxemburg e il maggio ’68 convive con Ezra Pound e Gottfied Benn, senza escludere beninteso gli ecologisti contemporanei?
Una volta tolta di mezzo l’opposizione secca alla ragione illuminista che non regge notoriamente alla complessità storica del fenomeno, una volta accantonata la contesa ideologicamente semplicistica tra razionalismo e irrazionalismo, nonché la rassicurante contrapposizione alle forme e agli stilemi del classicismo, come conferire un senso, sia pure contraddittorio, a un continente culturale tanto vasto e meticcio? Michael Löwy e Robert Sayre nel recente Rivolta e Malinconia (Neri Pozza, pp.347, euro 25) tentano precisamente di dare una risposta politico-culturale a questo interrogativo.
I due autori, sulla scia della sociologia culturale di uno studioso marxista come Lucien Goldmann, propongono di ricondurre il multiverso romantico a una Weltanschauung, una visione del mondo che lo sottende fungendo da sostrato comune alle diverse (e non di rado contraddittorie) versioni che, nei più diversi campi dell’arte, della cultura e della politica, ne daranno i suoi interpreti. Questo sostrato si sedimenta in una precisa fase storica: quella della modernità. Come è noto i confini di quest’ultima non sono meno mobili e discussi di quelli del romanticismo, ma Löwy e Sayre si concentrano sui due secoli che ne segnano il pieno dispiegamento: lo sviluppo dell’industria, l’organizzazione produttivista della società, la perdita di egemonia culturale ed etica dei valori tradizionali, il cambio di ritmo del processo storico e della vita quotidiana.
Il romanticismo avrebbe dunque come suo bersaglio critico la modernità nella forma nella quale si è data in Occidente, quella dell’accumulazione capitalistica e della mercificazione con tutti i fenomeni culturali che la accompagnano: disincanto, quantificazione, meccanizzazione, astrazione razionalista, dissoluzione dei legami sociali. Dunque la visione romantica del mondo è nella sua essenza anticapitalista. E, in quanto critica del presente, incline a rivolgere lo sguardo al passato (dal Medioevo alle comunità primitive), sovente idealizzato e rimpianto, ma altre volte ripercorso come principio di autocritica calato nel pieno della modernità stessa. Una sorta di preistoria di quella «modernità riflessiva» e cioè intenta a meditare sui guasti che ha prodotto, teorizzata da Ulrich Beck negli anni Ottanta del secolo scorso.
Ogni critica radicale del presente, del resto, non può che prendere le mosse dalla sua relativizzazione, dal rifiutarne le pretese di assolutezza e di definitivo compimento. E questo non può che essere fatto mettendolo a confronto con il passato, con una storia altra e con il corso diverso, controfattuale, che avrebbe potuto prendere.
Si intrecciano dunque, nella Weltanschauung romantica, nostalgia e speranza (a Ernst Bloch è dedicato un lungo capitolo) proiezione utopica e Kulturpessimismus, «rivolta e malinconia», come recita il sottotitolo del libro. Senza la cui miscela, come ha argomentato Enzo Traverso nel suo recente Malinconia di sinistra (Feltrinelli, il manifesto del 2 dicembre 2016, non si darebbe nessuno slancio rivoluzionario, nessun nuovo tentativo di raccogliere la bandiera dalla polvere in cui è caduta. Si può naturalmente sostenere, avvalendosi di non pochi esempi storici, che proprio questa chimica sentimentale della rivoluzione la abbia votata ripetutamente alla sconfitta. La tragica fiaba della Comune di Parigi del 1870 è tra le più frequenti messe in scena di questa parabola. Il romanticismo, insomma, che si sia dato nella forma di un impossibile ritorno all’età dell’oro, o in quella dell’«assalto al cielo» e dell’edificazione del mondo nuovo, è un universo culturale geneticamente predestinato alla sconfitta. Ma proprio l’incompiutezza e la caduta gli garantiscono una sorta di immortalità come principio critico e motivo di rivolta.
In questa chiave è assai sensato riproporre oggi, fuori dal passaggio storico che il canone gli impone, il tema del romanticismo come visione anticapitalista. Come sappiamo gli effetti destabilizzanti della controrivoluzione liberista e le dinamiche di crisi che determinano la fisiologia della globalizzazione hanno alimentato formidabili processi di esclusione e un esteso rifiuto delle democrazie liberali sempre più strettamente imbrigliate dalle oligarchie finanziarie. Questi sviluppi hanno condotto alla diffusione di un anticapitalismo che si richiama a presunti «valori perduti» e a forme di organizzazione sociale che nel respingere l’«individualismo borghese» ripropongono una concezione organicistica, e necessariamente gerarchica, (oggi si dice meritocratica) della società. Lo sguardo è apparentemente rivolto a un passato, più «valoriale» che storico, più mitico che effettivo, a valori quali l’etnia, l’identità giudaico-cristiana, la patria, la nazione, la famiglia, la proprietà intesa nella sua dimensione precapitalistica, la comunità omogenea con le sue usanze, i suoi ruoli codificati e le sue funzioni di controllo sociale della devianza. Sebbene lo sviluppo capitalistico abbia addomesticato e parzialmente integrato quel che di reale vi era in questo catalogo di tradizioni immaginate non vi è dubbio che esse rientrino a pieno titolo nella definizione che gli autori danno del romanticismo. Come vi rientrano senza troppi problemi buona parte di quei partiti e movimenti (quelli più orientati a destra) che oggi vengono definiti populisti.
Se il fascismo storico, con i suoi miti scientisti e modernisti non combacia perfettamente, come scrivono Löwy e Sayre, con l’antimodernismo romantico, il fascismo postmoderno nel tempo della globalizzazione sembra adattarvisi assai meglio.
Il problema è che l’anticapitalismo reazionario, o almeno alcuni dei suoi temi, esercitano una certa forza di attrazione su una parte di quella che fu la sinistra radicale che tende a colorarsi di rosso-bruno. Cosicché, non potendo rinunciare alla linfa romantica della rivolta a favore di un oggettivismo statico e ingannevole, converrà disporsi a spaccare quella «casa comune» della Weltanschauung romantica che gli autori ci hanno condotto ad esplorare in tutte le sue articolazioni. Si tratta, insomma, di guardarsi da quelle derive dell’anticapitalismo ben peggiori del male che pretendono di combattere.

- Marco Bascetta - Pubblicato sul Manifesto del 1.8.2017 -

Vedi anche la recensione di Sandro Moiso su Carmilla!

Il Lavoro & il Tempo Libero

Anna May Wong from The Shanghai Gesture d. Josef von Sternberg (1932)

- Robert Kurz - Intervista alla Rivista E - (Dicembre 1997) -

Il controverso sociologo tedesco, in un'intervista alla Rivista E, afferma che il sistema capitalista ha spazzato via ogni valore positivo del lavoro, trasformandolo in una frenetica ricerca di denaro.
Robert Kurz è stato la voce fuori dal coro nell'analisi del crollo del sistema socialista. Senza fare uso di sofismi scandalosi, facili da inventare in un'epoca di unanimità, il sociologo tedesco ha identificato nella caduta del muro di Berlino il fallimento di qualsiasi sistema produttivo moderno («si tratta di una crisi globale che minaccia il presunto vincitore e che indica l'esistenza di fondamenta comuni ai due sistemi»). Ribellandosi contro lo status quo degli intellettuali, Kurz mantiene una visione estremamente pessimista di quelle che sono le relazioni di lavoro («il cui fine è soltanto l'accumulazione di capitale») e, di conseguenza, riguardo l'uso gratificante del tempo libero. Pertanto, per lui, qual è il valore che attualmente viene relegato al lavoro? La risposta - nell'intervista che segue - spinge alla riflessione ed all'allarmismo, cosa che in tempo di crisi non fa affatto male.

Rivista E: Avendo presente la crisi economica che si sta dispiegando, nella quale si profila un panorama recessivo in cui la questione occupazionale si fa urgente, qual è l'importanza di realizzare un dibattito intorno allo svago ed al tempo libero?

Robert Kurz: Specialmente in epoca di crisi, è estremamente importante non perdere di vista il dibattito emancipatore sul tempo libero, ma, al contrario, bisogna approfondirlo. In bassato, tale dibattito si è alimentato della prospettiva secondo cui lo sviluppo della produttività tecnica avrebbe diminuito sempre più il tempo necessario per il lavoro, ed avrebbe aumentato sempre più il tempo libero. Tale pensiero si è dimostrato ingenuo, in quanto implica una ragione che non appartiene al sistema moderno dell'economia di mercati. In realtà, il sistema non riesce a convertire la crescita permanente della produttività in maggior tempo libero per il lavoratori, ma solo in lavoro più proficuo - o meglio, al contrario, in disoccupazione. Per questo il dibattito su più tempo libero, finora ha riguardato i periodi buoni. Nella crisi strutturale dei mercati del lavoro è emerso un falso pragmatismo che amministra solamente le necessità del sistema. Perciò non si discute più dell'aumento del tempo libero, ma piuttosto del concetto illusorio di creare posti di lavoro a qualsiasi - dovesse anche essere il peggiore - prezzo. Il motivo non è più la speranza, bensì la paura. In realtà, il tempo libero esiste, ma sotto forma negativa. Ciò significa che il sistema mercantilista non riesce più ad organizzare la propria produttività. C'è bisogno di coraggio per discutere di questi fatti, invece di reagire ciecamente agli stimoli insensati della logica dominante.

Rivista E: Nel libro "Il Collasso della Modernizzazione - dal Crollo del Socialismo di Caserma alla Crisi dell'Economia Mondiale", lei si riferisce al lavoro in quanto «sfruttamento economico astratto, nelle imprese, della forza lavoro umana e delle materie prime» ed aggiunge che «essa è un'attività che, stranamente, trae la sua finalità da sé stessa». Ci può spiegare meglio questi concetti?

Robert Kurz: La vecchia definizione "sfruttamento" suggerisce che i prodotti vengono sempre presi dai lavoratori e dati agli altri. Ma il problema è assai più complesso. Il capitalismo non  è una società che in modo primordiale gli uni lavorano e gli altri ne approfittano. Esso ha confuso il rapporto fra il mezzo ed il fine. Il lavoro non è un mezzo per raggiungere dei fini personali, ma l'assurda auto-referenzialità di un sistema in cui le persone sono state ridotte ad un mezzo. Nemmeno gli imprenditori sono i soggetti, bensì sono parti di un meccanismo economico irrazionale. Perciò sarebbe meglio, anziché parlare di semplice sfruttamento, usare il termine di spreco astratto di forza lavoro umana in maniera ponderata. Gli uomini sono oggetti di altri uomini che restano soltanto in secondo piano - in primo piano c'è solo il materiale di un meccanismo sociale. Questa teoria dev'essere criticata radicalmente.

Rivista E: L'uomo è destinato a vivere sotto questa forma sconfortante di produzione oppure ha un'altra alternativa che non sia quella del "lavoro morto" cui lei allude? C'è una funzione ideale per il lavoro?

Robert Kurz: Il lavoro non è una condizione sovra-storica dell'esistenza umana, ma è un risultato storico. Il fatto che gli uomini trasformano la materia prima o  che prestano servizi agli altri di per sé non definisce solo quello che chiamiamo lavoro. Il termine astratto "lavoro" ha senso soltanto in un sistema che ignora ogni differenza qualitativa delle attività e del quotidiano per ridurli ad un astratto comune. Solo nella "economia asservita" (Karl Polanyi) del sistema produttivo moderno è emerso il lavoro come ambiente funzionale della razionalità imprenditoriale separato dalla vita. Solo in tali condizioni, può emergere l'antagonismo fra lavoro e tempo libero. Sotto quest'aspetto sarebbe un sollievo criticare il lavoro in sé, anziché cercare di definirlo di nuovo ogni volta. Non esiste lavoro giusto, ma solamente lavoro come funzione che ha perso il suo senso ed al quale dobbiamo porre fine.

Rivista E: Quale sarebbe la (giusta) formula ideale del "lavoro vivente"? È del tutto contestabile l'idea di lucro? Sarebbe possibile trovare, modernamente, ancora una volta forme non monetarie di lavoro?

Robert Kurz: Purtroppo attualmente ci troviamo intrappolati nei concetti, poiché non abbiamo ancora imparato a pensare al di là del lavoro. Così il profitto in quanto tale, ad esempio, non è nient'altro che il modo in cui, nel calcolo amministrativo, appare il fine astratto del lavoro. Questa categoria di profitto non ha niente a che vedere con il fatto che anche una società liberata dal lavoro non spende tutto, ma conta su delle riserve per sostituire i mezzi di produzione già spesi - o per creare, se vuole, capacità addizionali. Però, il profitto come forma monetaria di lavoro astratto non riflette questo problema funzionale o tecnico, ma solamente l'obbligo all'accumulazione permanente del capitale finanziario in quanto dipendente dal modello di redditività. In questa maniera, al giorno d'oggi secondo i parametri della globalizzazione, vengono eliminati mezzi di produzione ancora intatti, anche se le necessità di base non sono state soddisfatte; e le riserve vengono sprecate per degli scopi che non riflettono le reali necessità. Perciò, le idee di forme di lavoro non monetarie sono una contraddizione in termini - così come l'idea contraria di un reddito di base per tutti coloro che si trovano senza lavoro.
Senza il meccanismo economico del sistema, la forma monetaria sarebbe soltanto una forma marginale per poche transazioni - come nelle società premoderne. Il denaro ha assunto la forma di flusso sociale generale solo a causa dell'auto-fine moderno del lavoro, che ha come obiettivo quello di trasformare l'energia umana astratta in denaro. Naturalmente, ciò non significa la necessità del ritorno alla società agraria antica, ma, al contrario, di andare oltre il denaro dal momento che esso non riesce più a controllare le forze produttive moderne. Il denaro è nient'altro che un mezzo primitivo che rappresenta la forma materializzata del lavoro e che in tale funzione ha trasformato il fine irrazionale che occupa lo spazio degli antichi dei. L'economia monetaria totalitaria moderna è una religione secolarizzata. Così come la soggettività umana è dipesa dal sacrificio agli dei del passato, nella modernità dipende dalla dedizione dell'uomo alle leggi del denaro. Solamente la nostra paura superstiziosa ci impedisce di criticare il denaro.

Rivista E: Lei afferma che «la sottomissione sensibile del lavoro e delle necessità all'auto-riflessione cieca nel denaro è mostruosa» e che la paralisi del sistema che non è stato in grado di trasformare il lavoro vivo in denaro ha creato un processo contraddittorio. Come spiega questa contraddizione?

Robert Kurz: Il feticcio doppiamente secolarizzato - lavoro e denaro - è un meccanismo sociale, un meccanismo globale del capitale. Questo pensiero, assai più che una metafora, lo si può trovare già nell'opera di Adam Smith, il fondatore del pensiero economico moderni. La famosa hand invisible (Mano invisibile) è la funzione meccanica del sistema, sotto forma di un riferimento automatico (parlando in maniera cibernetica) del lavoro morto (denaro) a sé stesso: la forma morta del denaro si trasforma in forma viva del lavoro umano per trasformarsi nuovamente (in quantità maggiore) in forma morta di denaro, e così all'infinito. Ma in questo meccanismo globale c'è un difetto logico: da un lato, il fine automatico del capitale è quello di accumulare lavoro morto astratto attraverso il dispendio astratto di lavoro vivo; dall'altro lato, la concorrenza sui mercati anonimi costringe ad uno sviluppo delle forze del lavoro che rende superfluo il lavoro vivo e che estrae il lavoro dal processo di produzione. Questa contraddizione interna del capitale, in passato ha portato a varie crisi che hanno potuto essere compensate per mezzo dell'espansione del sistema. Il lavoro vivo si è reso superfluo solo in relazione allo stesso prodotto; ma con il fatto che i prodotti diventano sempre più a buon mercato, la produzione vendibile è aumentata così tanto in modo che ci fosse anche più lavoro vivo redditizio. L'eliminazione del lavoro vivo dalla produzione è avvenuta più lentamente rispetto all'espansione dei mercati. Tale relazione si inverte oggi per la prima volta con le nuove forze del lavoro microelettronico della terza rivoluzione industriale: ora, la razionalizzazione e l'automazione avanzano più rapidamente di quanto faccia l'espansione dei mercati. Il meccanismo globale si indebolisce e alla fine ristagna.

Rivista E: Lei sostiene che le crisi inerenti alla crescita del lavoro astratto apparivano superabili. Sarebbe la crisi attuale, alla fine, ad essere un sintomo della stanchezza del sistema? Il suo libro è stato scritto nell'epoca della fine del regime sovietico. Oggi, passati quasi dieci anni dall'inizio del processo di destrutturalizzazione dell'Est e di fronte al ritorno al potere dei socialisti in gran parte degli Stati europei, lei ritiene davvero che il "sistema crollato" non verrà mai più riesumato?

Robert Kurz: Il "sistema vinto" del socialismo non è mai stato un'alternativa al capitalismo occidentale, ma semmai ne è stato solo una variante storica - dovuta al problema della "modernizzazione ritardata". Sia il socialismo occidentale che la dottrina keynesiana non sono riusciti a superare il capitalismo. In generale, finora la sinistra è stata solamente una dissidenza storica rispetto al liberalismo del XIX secolo, la quale pensava anche secondo le categorie del sistema mercantilista moderno. La caratteristica comune al comunismo, al socialismo ed al keynesismo è stata il tentativo di regolamentare il meccanismo attraverso lo Stato e la politica, anziché negarlo. Perciò, l'indebolimento del sistema ha reso impossibili tutte le varianti di regolamentazione politica. Non abbiamo una rinascita di queste idee obsolete, ma soltanto una certa nostalgia socialista o keynesiana. Blair e Schröder sono delle marionette dei media. Non rappresentano una nuova prospettiva, ma sono solo la forma paradossale di un neoliberismo socialista, o di un socialismo neoliberista. È il socialismo dopo la sua capitolazione totale, il fantasma di una falsa speranza che è morto oramai da molto tempo.

Rivista E: È fantasioso immaginare una società senza lavoro? In che modo affronta il concetto del non-lavoro (svago, tempo libero)?

Robert Kurz: Una società posteriore al lavoro ed al denaro sarà in grado di organizzare le forze produttive anche al di là delle istituzioni del mercato e dello Stato, attraverso l'auto-amministrazione diretta. Il «metabolismo sociale con la natura» (Marx) e l'attività umana in sé non si fermerà qui, ma neppure torneranno mai più alla forma astratta e feticista che chiamano lavoro. Perciò non solo può aumentare il tempo libero, così come in generale deve sparire l'antagonismo fra lavoro e tempo libero. Se smette di esistere un ambiente di "economia assorbita" separata e ridotta funzionalmente, quindi il lavoro, le fasi dell'attività e dell'inattività si collocheranno in maniera nuova e diversa e per cui ancora non abbiamo dei termini esatti. Si può pensare sia ad un ozio attivo che ad un'attività tranquilla, forse contemplativa.

Rivista E: La distribuzione del tempo libero è democratica? Lo svago ed il tempo libero sono benefici di cui godono solo i ricchi ed i disoccupati?

Robert Kurz: Sotto il giogo del meccanismo globale capitalista ed ancora di più in tempo di crisi, non esiste tempo veramente libero. Il cosiddetto svago non è un tempo liberato, ma è semmai parte del feticismo e dei suoi obblighi sistemici. Gli imprenditori ed i politici devono smettere di dormire per non sbagliare. Il loro svago è solo continuazione del lavoro con altri mezzi. Sport ed hobby costosi non garantiscono tranquillità, e assai spesso portano ancora più stress. Lo svago dei ricchi è diventato edonismo ad alto grado. Anche i disoccupati non riescono a godere del tempo libero per svagarsi. Il loro lavoro è quello di cercare lavoro; e i poveri scavano nei cassonetti della società per poter sopravvivere. Il tempo di disoccupazione non è tempo libero, è tempo di miseria.

Rivista E: Come analizza i programmi ch gestiscono l'uso del tempo libero?

Robert Kurz: Il tempo libero capitalista non è più spazio di svago e di autonomia, dal momento che è stato occupato da tempo dall'industria della cultura e dello svago. In alte parole: il tempo libero è dominato sia dall'obiettivo dell'accumulazione del lavoro morto che dallo stesso tempo di lavoro. L'industria culturale reprime l'autonomia culturale e la riflessione intellettuale od artistica delle masse. I suoi prodotti sono prevedibili e sono destinati ad un consumo cieco. Così, il sistema mira a squalificare anche la capacità di consumo delle persone. Invece di una conoscenza frutto della riflessione, c'è solo la reazione automatica agli stimoli, come con il cane di Pavlov. Questa riduzione, espropriazione ed idiotizzazione del consumo è universale ed è altrettanto globalizzata dei mercati finanziari. Periferia e centro, poveri e ricchi, Nord e Sud hanno qualcosa in comune: imbestialimento secondo i criteri di mercato. Questo non è poi così diverso in Germania se paragonata al Brasile. Il sistema non ammette una miscela produttiva delle culture, ma semmai una dittatura globalizzata che livella verso il basso le offerte dell'industria culturale che aiuta in tutto il mondo l'uomo ad ammazzare il tempo.

fonte: EXIT!

mercoledì 18 ottobre 2017

Un'altra storia!

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François-Xavier Fauvelle in trentaquattro brevi saggi ricostruisce la storia dell’Africa subsahariana dall’VIII fino al XV secolo. Una storia poco nota, spesso sottostimata e negata, è ricostruita in “Il rinoceronte d’oro”. Lo studio delle tracce lasciate da civiltà scomparse e il recupero delle tradizioni orali permettono, nonostante l’assenza di documentazione scritta, un racconto rigoroso ed esaustivo della storia dell’Africa a partire dall’arrivo dei viaggiatori cinesi di epoca Tang fino alle spedizioni di Vasco da Gama. La descrizione dell’introvabile capitale del Ghana fatta da un geografo nel 1068, la grandiosa cerimonia allestita a Marrakech per celebrare l'arrivo del re dell'oscuro regno di Zafun, la tomba sudafricana in cui nel 1932 è stato rinvenuto un rinoceronte d’oro del XII secolo, una chiesa costruita dal sovrano cristiano d’Etiopia nel XIII secolo, l’impero del Mali, il regno cristiano della Nubia e quello misterioso del grande Zimbabwe sono raccontati con dedizione, precisione e cura in questo lavoro senza precedenti di François-Xavier Fauvelle.

(Dal risvolto di copertina di: François-Xavier Fauvelle: Il rinoceronte d’oro. Storie dal medioevo africano, traduzione di Anna Delfina Arcostanzo, Einaudi, pp. VIII-286, euro 30,00)

Medioevo aureo in Africa
- di Alessandro Triulz -

Sono passati più di cinquant’anni dalle prime indipendenze africane che fecero irruzione sulla scena internazionale agli inizi degli anni sessanta imponendo, oltre alla nuova bandiera nazionale, una vistosa domanda di storia. Fino ad allora, nelle scuole coloniali di ogni ordine e grado, là dove esistevano, si studiava che l’Africa nera era entrata nella storia attraverso la presenza dei bianchi, e che la storia dell’Africa coincideva in larga parte con la storia degli europei in Africa.
All’indomani dell’indipendenza, era chiaro, occorreva voltare pagina. La si voltò in fretta, man mano che ogni stato raggiungeva l’indipendenza, concentrandosi su una strada spesso pavimentata più dai bisogni politici che dalle ragioni storiografiche dello Stato che stava nascendo. Solo rivisitando il recente passato ci si poteva affrancare da quell’insidioso «odeur du père» – l’odore dell’Occidente, secondo quanto scrisse nel 1982 il filosofo congolese V.Y. Mudimbe in Présence africaine – e della sua stantia «biblioteca coloniale».
Sulla scorta degli studi di Jan Vansina sulla tradizione orale (Officina, 1976), ci si concentrò allora sulle fonti orali come antidoto alla documentazione scritta europea, e si abbandonarono gli scavi e gli archivi: si esaltarono le storie delle etnie che si volevano eredi dei regni africani del passato e le si consacrarono più per necessità politiche che di studio. La storia dell’Africa diventò presto prevalentemente storia istituzionale, limitata ai territori nazionali e alle conquiste dell’ultimo secolo in termini di lotte per l’indipendenza e di competizioni tra élite per l’accesso o la spartizione del potere.
I limitati sforzi archeologici e storiografici transnazionali, pure iniziati in alcune istituzioni pubbliche post indipendenza – per esempio il prestigioso Ifan a Dakar, o le scuole storiche di Ibadan, Makerere o Dar es-Salaam – furono ricondotti allo studio del presente nazionale presto minacciato da ricorrenti carenze economiche e da richieste politiche di legittimazione.
Il lavoro di scavo dello storico francese François-Xavier Fauvelle sui «secoli oscuri» dell’Africa medievale va salutato pertanto come una pietra miliare della nuova storiografia sul Continente. Il rinoceronte d’oro. Storie dal medioevo africano, edito in Francia nel 2013 con grande successo di pubblico, e in uscita martedì da Einaudi (traduzione di Anna Delfina Arcostanzo, pp. VIII-286, euro 30,00; in copertina inspiegabilmente privato del sottotitolo originale), offre una carrellata disinibita della storia africana nei secoli VIII-XV.
Fauvelle ha lo stile e la tempra del grande divulgatore, cui unisce l’acribia del ricercatore di terreno attaccato alle fonti, e la leggerezza del narratore che ha il piacere di raccontare e di sorprendere. In trentaquattro piccoli ma densi casi-studio, lo storico francese svela la complessa trama di eventi, scavi, fonti e scoperte, alcune avvenute per caso o passione da solerti funzionari coloniali, che confermano come il continente circumnavigato e scoperto dai portoghesi nel 1498 fosse già in «stretto contatto con le grandi dinamiche di scambio del mondo islamico» da almeno sette secoli.
Lo testimoniano le migliaia di ritrovamenti di cauri delle Maldive, perline di vetro, monete indiane, dinari d’oro battuti localmente, e poi gioielli, braccialetti, frammenti di pietre preziose e vasellame provenienti da tumuli di gente di rango rinvenuti in tombe, chiese, basiliche, moschee e città oggi scomparse – a cominciare da Koumbi Saleh, la vecchia capitale del regno medievale del Ghana, Awdaghost, stazione di testa del commercio transahariano medievale, o il Grande Zimbabwe, il complesso urbano di ‘case in pietra’ Shona sulle rive del Limpopo – che connettevano le zone produttrici di oro e schiavi dei paesi dell’interno con le coste del Mediterraneo e dell’Oceano indiano.

È in queste città produttrici di ricchezza e potere in contatto con il mondo islamico e, attraverso esso, con India, Persia e Cina (e non con l’Europa) che nascono le prime stratificazioni sociali, gli embrioni di «cittadinità» e di civiltà urbana arabo-swahili lungo la costa dell’Africa orientale, i prestigiosi «regni della savana» – Ghana, Mali, Songhai, Kanem Bornu – lungo i terminali sud del commercio transahariano dell’epoca.
Quando Vasco da Gama con i suoi uomini entra nella baia di Malindi dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza nel 1498, nota la presenza di quattro «navi indiane» nella rada: sarà un pilota «cristiano» della costa orientale dell’Africa a guidarlo fino a Calicut in India.
Una fitta rete di rapporti diplomatici, di relazioni politiche e di connessioni commerciali collega ormai da tempo la mezzaluna medievale islamica con il mondo orientale e mediterraneo. I lunghi otto secoli di contatti e di scambi africani con l’Occidente e l’Oriente non sono perciò «secoli oscuri» – ci dice Fauvelle – ma «secoli d’oro» anche se «dimenticati» per quell’interruzione di memoria causata da trecento anni di tratta degli schiavi seguiti dalla dominazione coloniale che ha radicato e diffuso pregiudizi negativi sull’Africa nera.
Di questi secoli dimenticati di cui conserviamo «alcune tracce vive, ma incerte», molto c’è ancora da ricostruire e connettere per riannodare la trama di una storia che sia «aperta alle scoperte ancora da fare e alle trasformazioni di senso». Così gli «oggetti ritrovati» o i «tesori nascosti» rinvenuti in scavi isolati e sbrigativi del passato devono fornire la base di partenza per nuove indagini e ipotesi interpretative: come quelle intorno al ritrovamento, nel 1932, del piccolo rinoceronte (che non poteva essere africano perché unicorno) placcato in oro lungo 14 cm. rinvenuto da un incredulo funzionario coloniale britannico in un tumulo funerario nell’area storica del Grande Zimbabwe (XIV sec.); o la collezione di stoffe islamiche «con iscrizioni in arabo ricamate in seta» risalenti ai sec. IX-XI conservata nella sacrestia del convento copto-ortodosso di Debra Damo in Etiopia; o i dinari coniati con i nomi dei califfi omayyadi e abbasidi (VII-X sec.) ritrovati intorno al convento cristiano da un funzionario dell’allora Africa italiana.
Queste scoperte dell’epoca coloniale, che allora suscitarono dubbi e perplessità circa le provenienze e gli accostamenti culturali, sono oggi difficili da decifrare in assenza di descrizioni accurate relative ai contesti in cui avvennero gli scavi e i ritrovamenti. Come lo sono le descrizioni dei numerosi viaggiatori e geografi arabi (al-Yaqubi, al-Bakri, al-Idrisi fino a Ibn-Battuta) o europei (in particolare il genovese Antonio Malfante e il veneziano Alvise Cadamosto) che di questi contatti hanno riferito o testimoniato, tra il IX e il XIV secolo, secondo ciò che hanno visto ma più spesso solo «sentito o letto».
Ciò che importa tuttavia, secondo lo storico francese, è seguire queste sia pur esili tracce e liberarsi dall’immagine di un’Africa immutabile e tribale a favore di un continente che, sia pure a macchia di leopardo, «ha condotto in prima persona la propria partecipazione alle grandi correnti di scambio intercontinentali» rimanendo protagonista e partecipe dello sfruttamento delle sue risorse e del suo destino. Almeno fino all’epoca della tratta degli schiavi che per tre secoli azzererà i progressi compiuti e preparerà la strada alla penetrazione coloniale europea. Ma questa è un’altra storia.

- Alessandro Triulz - Pubblicato su Alias del 25/6/2017 -

Vederci chiaro!

avventura

Sulla strada, fra incubo e caos
- di Tristan Leoni -

Gettarsi sul filo spinato dell'Europa o imbarcarsi sugli osceni gommoni del Mediterraneo, in genere per i migranti è solo l'ultima tappa di un periplo lungo migliaia di chilometri che dura diversi anni... Ma «fare l'avventura», come dicono loro, significa tuffarsi nell'inferno.
Due testimonianze: quella di  Mahmoud Traoré [*1], un giovane falegname senegalese alla ricerca di migliori condizioni economiche; e quella di Emmanuel Mbolela [*2], uno studente congolese che fugge dalla repressione politica della Repubblica Democratica del Congo. Due miniere di informazioni [*3] che offrono un utile punto di vista, poiché si dipanano a monte di quelli che sono i salvataggi fatti dalle ONG in alto mare, su cui si concentra lo spettacolo. Segnaliamo qui alcuni punti:

In primo luogo, la sensazione di un enorme imbroglio che si basa sull'ignoranza da parte dei migranti riguardo le realtà che li aspettano: non esiste un treno per la Spagna, e in Europa non si vive come in paradiso. I sacrifici e le speranze delle famiglie degli avventurieri sono tali per cui tornare indietro è impossibile - e, quando riesce nella sua impresa, il migrante nasconderà alla sua famiglia quello che gli è successo ed il modo in cui vive, mentre butta sangue per mandare soldi al suo paese. Tuttavia, come avviene nel caso dei due autori, per lo più l'obiettivo di partenza non è quello dell'Eldorado europeo: per il primo, trovare un lavoro in un altro paese (quel «paese della cuccagna» che è la Costa d'Avorio), per l'altro trovare rifugio in uno dei paesi della regione... ma entrambi arriveranno fino in Spagna. Le incognite del viaggio sconvolgeranno i loro piani, e vagheranno da un paese all'altro a seconda delle informazioni o degli incontri. La mistificazione viene mantenuta dai procacciatori e dagli scafisti, il cui interesse è quello di spingere i candidati verso l'Europa, dal momento che è la strada più lunga, e quindi la più cara.

Il denaro è effettivamente onnipresente, centrale, questione di vita e di morte. Qualsiasi cosa diventa un pretesto per pagare: trasporto, checkpoint, mancia, pedaggio; ogni persona che è depositaria di una qualche autorità dev'essere unta. Regolarmente, i candidati senza un soldo vengono costretti a trovare lavoro (agricoltura, costruzioni), oppure vengono obbligati a chiedere aiuto alle famiglie.
Somme che appaiono irrisorie ma che non sono affatto: Mahmoud, dopo avere venduto tutto quel che poteva vendere, parte con 70 euro, una tappa in minibus gliene costerà 40, un mese in una stanza in Libia sono 9 euro, la mancia per il poliziotto sono 2 o 3 euro. Il passaggio in barca dal Marocco verso la Spagna richiede dai 1.000 ai 1.500 euro. Chi salta la recinzione a Ceuta e Melilla, di solito sono quelli che non hanno più un soldo. In questo modo, per tutto il tragitto, questo trasferimento di proletari fa vivere migliaia di famiglie, come una sorta di branca del settore terziario in cui si mescola "auto-organizzazione" e strutture più o meno criminali.

Continuamente, la violenza è presente, latente o manifesta: estorsioni, rapine, pestaggi, sequestri, aggressioni gratuite, omicidi o abbandoni nel deserto danno il ritmo al percorso. Gli innumerevoli morti o dispersi nel deserto (contrariamente a quelli del Mediterraneo) non si contano. Alla violenza che i migranti subiscono da parte degli scafisti, dei ladri, dei poliziotti o degli abitanti, si aggiunge quella inflitta, per la strada o negli accampamenti, da etnie o nazionalità differenti (quindi concorrenti). In questo inferno, le donne sono in minoranza, ma la loro presenza in un gruppo viene apprezzata dagli scafisti: in caso di problemi con i militari o con i banditi si può sempre negoziare il loro stupro per sistemare le cose. Immancabilmente, stupro e prostituzione forzata sembrano punteggiare il loro cammino.

Lungo il filo del viaggio si vede «una sorta di contro-società sotterranea che forgia le sue proprie leggi e che genera a sua volta dei meccanismi di dominio». Un funzionamento che si basa su un «principio tradizionale di autorità», ispirato alle tradizioni del villaggio: comanda il più anziano. Le testimonianze descrivono queste case o focolari, "ghetti", organizzati dalle nazioni, con affitti, casse comuni, presenti in ogni villaggio. Una forma di auto-organizzazione istituzionalizzata e irrigidita. Nel nord, ghetti e accampamenti di fortuna che funzionano in maniera gerarchizzata, con alla loro testa un presidente, regolamenti rigidi, un'amministrazione, un governo, dei ministri e una polizia. Più ci si avvicina al Mediterraneo, più la concorrenza diventa feroce, e diventa tutto più caro. Alcuni (una minoranza) non vogliono più partire dal momento che si arricchiscono... alle spalle degli altri.
A volte, non potendone più, i migranti si organizzano collettivamente per uscire da questa amministrazione autoritaria; da questo derivano gli assalti spettacolari alla frontiera fra il Marocco e le enclavi spagnole.

Per fortuna, i due libri raccontano di gesti di solidarietà e di aiuto reciproco, ancora più belli, toccanti e prezioni dal momento che sembrano rari. Il mondo che viene attraversato dagli «avventurieri» fa schifo, ed essi stessi sono intrappolati dentro dei rapporti comunitari, fatti di ripieghi e di rifiuti: fra etnie, nazionalità, religioni (molto sentite) o aree linguistiche (anglofoni contro francofoni). Le reti di solidarietà e di aiuto reciproco sono assai spesso di solito riservate ai loro gruppi, l'internazionalismo rimane un'eccezione.
La situazione si complica nel Nord Africa: «La pelle delle persone diventa più chiara e cominci a sentirti straniero, come se tu ti stessi già allontanando dal cuore dell'Africa». I sub-sahariani si trovano di fronte ad un potente e violento razzismo, in quanto vengono considerati e trattati come degli "Africani"... che sono inoltre propagatori del virus dell'AIDS. Quanto a quelli che cercano di farsi passare per musulmani, scoprono che la solidarietà islamica ha anch'essa dei limiti. Bruno Le Dantec nota con amarezza che alcuni percorsi di migranti corrispondono a quelli delle carovane del commercio arabo degli schiavi...

Qualunque sia il continente o il colore della pelle, nella società di classe e dello sfruttamento il mutuo appoggio è una merce rara, e la solidarietà può diventare un business. I proletari si dilaniano fra di loro ed i borghesi si arricchiscono; è questo il normale funzionamento e (salvo un granello di sabbia che lo blocchi) a questo nessun continente sfugge. Questo potrà sorprendere solo coloro i quali cercano in lontananza un «buon selvaggio» libero dal capitalismo.

Mentre gli europei e i cinesi costruiscono delle fabbriche in Africa per poter sfruttare manodopera a buon mercato, una parte di essa raggiunge il nord... Ma, come sottolinea giustamente Bruno Le Dantec, questo percorso di sofferenza permette una vera e propria «raccolta differenziata» e «solo i più resistenti arriveranno alla fine del viaggio». Perduti in questo maelstrom migratorio, non è affatto sorprendente che i proletari, presi nel vortice, abbiano difficoltà a vederci chiaro.

- Tristan Leoni - Ottobre 2017 -

NOTE:

[*1] - Mahmoud Traoré, Bruno Le Dantec, Dem ak xabaar. Partir et raconter, Lignes, 2012, 320 p.

[*2] - Emmanuel Mbolela, Réfugié, Libertalia, 2017, 264 p.

[*3] - Si raccomanda soprattutto la testimonianza di Mahmoud per il brulicare di informazioni e per le piste di riflessioni che permette di percorrere; quello di Emmanuel lo completa, ma risulta appesantito da considerazioni politiche e militanti.

fonte: DDT21 Douter de tout…

martedì 17 ottobre 2017

Affinità

Dossier

30 aprile 1945: quando l’Armata Rossa è ormai a pochi metri dal bunker sotterraneo della Cancelleria di Berlino, Adolf Hitler si suicida con un colpo alla testa. Ma l’altro grande dittatore del Novecento, Josif Stalin, detto “la tigre” dallo stesso Führer, non si rassegna alla notizia della morte del nemico e rivale: lo sente simile a sé, in una sorta di «affinità spirituale» che lo affascina fin dalla sfrontata e rischiosa aggressione alla Russia del 1941.
Dominato dall’inquietudine, Stalin chiede i documenti delle autopsie, fa interrogare ufficiali e civili e, alla fine dell’anno, ordina ai servizi segreti politici l’avvio dell’“Operazione Mito”: un’ambiziosa e dettagliata ricerca sulla vita e la carriera politica del Führer. Il 29 dicembre 1949 il “dossier Hitler” è sulla sua scrivania.
Da allora il documento n. 462a, a suo modo sospetto e compromettente, è stato sempre tenuto nascosto negli archivi sovietici, da cui emergerà solo nei tardi anni novanta. Scopriamo così una sorprendente biografia di Hitler, basata sui ricordi estorti ai suoi assistenti di campo personali, Otto Günsche e Heinz Linge, che restarono al suo fianco fino alla fine, al punto da occuparsi di bruciare il suo cadavere. Le testimonianze dei due restituiscono, oltre ai pettegolezzi di partito e alle strategie belliche, anche gli aspetti più umili e quotidiani della vita del dittatore: gli umori discontinui e le abitudini alimentari, gli scoppi d’ira e le piccole miserie del suo fragile stato di salute.
Tutte queste rivelazioni vanno a comporre una curiosa biografia redatta per un solo lettore, e da quell’unico lettore condizionata. Il dossier glissa infatti opportunamente su idee e dottrine non conformi al pensiero comunista, esalta le scene drammatiche e si premura di riportare maldicenze, anche triviali o infondate, pur di soddisfare e blandire il suo lettore. Così, da quello stesso testo, finiscono per emergere in controluce anche la figura, gli interessi e le idiosincrasie di Stalin.
In un gioco di specchi sulfureo e affascinante, Il dossier Hitler restituisce tutto il sottile antagonismo tra i due dittatori: un contrasto di personalità simili e opposte, un’insolita chiave d’accesso alla tragica storia del XX secolo.

(dal risvolto di copertina di: Henrik Eberle e Matthias Uhl, "Il Dossier Hitler", Utet, pp. 610, euro 20.00)

Da due prigionieri intimi del Führer, tutto quel che Stalin voleva sapere
- di Andrea Colombo -

L’ossessione di Stalin per Adolf Hitler è ormai certificata dagli storici. Il Führer, dal canto suo, non nascondeva una sorta di rispetto per il capo dell’Unione sovietica: «Churchill è uno sciacallo, Stalin una tigre». Sulle ragioni dell’interesse quasi morboso di Stalin per il nemico, in particolare per la sua vita privata, si possono solo azzardare ipotesi. In una prima fase il georgiano sospettava che Hitler fosse vivo e fuggiasco. Però, anche quando si convinse del contrario, conservò una curiosità estrema per l’uomo che era riuscito a ingannarlo e coglierlo di sorpresa, nonostante la proverbiale astuzia.
Nel 1945, subito dopo la presa del bunker, Stalin ordinò al Commissariato del popolo per gli affari interni (Nkvd) un’inchiesta sugli ultimi giorni di Hitler, per verificare se il suicidio fosse reale o solo una messa in scena. L’ «Operazione Mito», così definita in codice, si allargò poi sino a tutta la fase del nazismo al potere.
Le fonti a disposizione degli apparati sovietici erano i prigionieri catturati a Berlino: in particolare due uomini che particolarmente vicini al Führer, che conoscevano quei dettagli sulla sua vita privata a cui Stalin teneva soprattutto. Uno, Heinz Linge, era stato cameriere personale di Hitler e poi capo dei servizi addetti alla sua persona. L’altro, Otto Gunsche, era l’ex aiutante di campo personale del Führer. Erano gli uomini di fiducia a cui Hitler aveva ordinato di bruciare il suo corpo e quello della moglie, Eva Braun.
Il risultato della dettagliata inchiesta del Nkvd fu un voluminoso fascicolo consegnato a Stalin nel dicembre 1949. Riposto nel suo archivio personale si trova ancora tra le carte riservate del presidente della Russia: non è mai stato e ancora non è consultabile nella versione originale. Dieci anni dopo Chruscev ne fece però fare una copia esatta, a propria volta secretata e conservata tra i documenti del segretario del Comitato centrale.
Dimenticato anche dopo l’apertura degli archivi sovietici nel 1991, il rapporto è stato riportato alla luce oltre dieci anni fa da due studiosi tedeschi, Henrik Eberle e Matthias Uhl, e arriva ora anche in Italia con il titolo Il Dossier Hitler (traduzione di Andrea Casalegno e Domenico Carosso, Utet, pp. 610, euro 20.00).
È un documento prezioso ma da prendere con le molle, non solo per le numerose imprecisioni puntualmente segnalate dai curatori. Il materiale è senza dubbio di prima mano, frutto degli interrogatori estenuanti subìti da due testimoni diretti che avevano accesso sia alla dimensione pubblica che a quella privata di Hitler: i retroscena dei vertici internazionali come quello di Monaco ma anche le cene, gli scherzi grossolani, gli incontri con Eva Braun.
La voce è però quella di due prigionieri sempre a rischio di esecuzione, consapevoli quindi di dover pesare le parole. I verbali degli interrogatori venivano inoltre filtrati dagli agenti del Nkvd, ancor più coscienti del rischio che correvano qualora fossero emerse cose sgradite al «piccolo padre».
Pur con tutti i suoi limiti, l’immagine di Hitler che emerge da queste carte è forse la più viva e vera tra quelle tratteggiate in innumerevoli biografie. È il ritratto di un dittatore convinto della propria missione segnata dal destino, ma anche di un politico che aveva coscientemente fatto dell’azzardo e del bluff la cifra della propria azione e la chiave dei propri successi. Al contrario del freddo e calcolatore Stalin, tanto affascinato dal nemico che, con l’attacco a sorpresa del giugno 1941, era quasi riuscito a distruggerlo.

- Andrea Colombo - Pubblicato su Alias il 15/10/2017 -