venerdì 19 ottobre 2018

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Henri Lefebvre e la Comune del 1871
(Henri Lefebvre, La proclamation de la Commune. 26 mars 1871, La Fabrique, 2018)

La Comune incarna la rivolta operaia contro lo Stato centrale. Questa insurrezione permette di ripensare la strategia rivoluzionaria. La Comune del 1871 rimane uno dei momenti rivoluzionari più emblematici. Prima del movimento del maggio '68, è questa rivolta ad essere oggetto di riflessione: fra il filosofo marxista Henri Lefebvre ed i situazionisti, ha luogo uno scambio di analisi sulla Comune, comprendere il fallimento e insieme le potenzialità delle rivolte storiche deve servire a reinventare la rivoluzione.
I situazionisti, da parte loro, insistono sulla «percezione, da parte degli insorti, di essere diventati padroni della propria storia, non tanto a livello delle decisioni politiche "governative", quanto a livello della loro vita quotidiana». Le loro riflessioni si nutrono della critica della vita quotidiana. «La Comune è stata la più grande festa del XIX secolo», affermano i situazionisti. Questa insurrezione riflette allo stesso tempo una critica dell'urbanismo. L'appropriazione sociale dello spazio e la trasformazione della vita quotidiana, sono i due aspetti principali di questa rivolta. Henri Lefebvre analizza perciò la Comune come se fosse un momento di duplice potere. La legittimità si oppone alla legalità. Nel suo libro, "La proclamazion de la Commune" (Gallimard, 1965), Henri Lefebvre propone quelle che sono le sue riflessioni.

Lefebvre libro

Interpretazioni della Comune
La Comune di Parigi si oppone al regime del Secondo Impero, il quale si apre con il colpo di stato del 2 dicembre 1852. Karl Marx descrive questo periodo ne "Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte". L'analisi economica e sociologica ci fa comprendere quali sono i difetti e le contraddizioni della società francese. Lo Stato vuole controllare tutto, ma non riesce a risolvere alcun problema.
Henri Lefebvre, influenzato dai situazionisti, insiste sulla dimensione di festa della Comune. Una simile rivolta esprime un desiderio di libertà e l'azione umana è guidata dalla coscienza storica, legata ad una coscienza di classe, e quindi, a partire da questo, si dà una visione dell'avvenire ed un orizzonte utopico, che sono alla base dell'attività rivoluzionaria. Contro il marxismo ortodosso, che riduce gli avvenimenti ad una dimensione economica, Henri Lefebvre valorizza la libertà e l'utopia: «A nostro avviso, una rivoluzione costituisce un fenomeno totale, simultaneamente economico, sociologico, storico, ideologico, psicologico, ecc.».
Riguardo la Comune, ci sono diverse interpretazioni. I reazionari riducono questa rivolta ad un complotto fomentato dall'Associazione Internazionale dei Lavoratori. La narrazione dei repubblicani e dei moderati la descrive come se si trattasse di un movimento patriottico senza alcun carattere di classe e come se fosse un movimento democratico piccolo-borghese. Fra i sostenitori della Comune, ci sono coloro che vi hanno partecipato, i quali offrono la loro testimonianza. Ma questi testi, che sono diventati delle fonti importanti, non sono degli scritti storici. Ignorano le analisi di Marx e non propongono una riflessione globale sugli avvenimenti.
Léon Trotsky, nella sua prefazione al libro di C. Talés, "La Comune del 1871. Alba e Tramonto" [Jaca Book, 1971], propone un'analisi storica. Da buon bolscevico, ritiene che solo un partito con dei capi avrebbe potuto guidare le masse. In maniera più pertinente, paragona il Comitato centrale della Guardia Nazionale ad un Soviet. Ma, lungi dall'essere eletto direttamente dalle masse, questo Comitato include dei piccolo-borghesi che avevano sviluppato un approccio parlamentaristico: rifiutano di mettere in discussione il potere legale che si trovava riunito a Versailles. Léon Trotsky ha il merito di aver analizzato le cause del fallimento della Comune e di aver posto la questione strategica, ma si accontenta di restare appiattito su un modello statico, senza nemmeno cercare di comprendere la dinamica politica degli avvenimenti. I limiti della Comune di Parigi servono al capo dell'Armata Rosa per valorizzare il modello autoritario della rivoluzione bolscevica.

Le cause della Comune
L'insurrezione della Comune si spiega a partire da delle cause sociali: gli operai vivono in miseria e diventano sempre più poveri! Nelle grandi fabbriche come quelle che si trovano a Le Creusot, si crea una solidarietà operaia. Scoppiano numerosi scioperi. Le lotte dei bronziers [operai metallurgici delle fonderie] divengono emblematiche. Mentre il bonapartismo si basa sulla burocrazia e sull'apparato statale: «Questo Stato si erge al di sopra della società e diventa la meravigliosa preda che si contendono le diverse frazioni delle classi dirigenti, in nome dei loro propri interessi», analizza Henri Lefebvre. Lo stato si pone come arbitro e come grande difensore dell'interesse generale; ma quello che difende è l'interesse generale della borghesia. Il regime bonapartista non si oppone affatto allo sviluppo del movimento operaio. Come la Germania di Bismark, pensa di riuscire ad integrare quelle che sono le rivendicazioni del socialismo di Stato. Ma, con l'eccezione dei giacobini, tutte le tendenze rivoluzionarie del movimento operaio francese si rivelano come anti-statali. Ma la Comune non può essere spiegata unicamente a partire dalle cause sociali. Perché è la coscienza storica a permeare le classi popolari: le persone che hanno partecipato all'insurrezione del 1848, o perfino a quella del 1830, hanno come intessuto una sorta di trama storica. La storia della Francia è come costellata da delle ondate di rivolta che arrivano a rovesciare il regime al potere. Nel 1871, è Auguste Blanqui ad incarnare la continuità storica delle insurrezioni.
Quel che si è sviluppato, è un immaginario popolare della società: la letteratura di Victor Hugo delinea una narrazione manichea, per cui i ricchi sono cattivi ed i poveri sono buoni; la realtà è evidentemente assai più complessa, ma il popolo, il quale comprende sia i proletari che gli artigiani, in un mondo di miseria, è davvero portato alla solidarietà di classe. Per il proletariato parigino, è il padrone di casa che accende la rivolta: «Assai più che il padrone, il popolo detesta l'uomo che ha la proprietà dell'alloggio, colui che dispone di quelle che sono le leggi più severe per farsi pagare, e che può gettare il suo affittuario in mezzo alla strada, trattenendo in pegno la sua povera mobilia», descrive la situazione Henri Lefebvre. La comune comprende molteplici dimensioni. E' un movimento patriottico contro l'invasore straniero e contro i traditori del regime bonapartista, ma è anche un movimento di opinione repubblicano contro l'Assemblea di Versailles, rurale e conservatrice. Poi è un movimento rivoluzionario contro lo Stato centralizzato e contro il capitalismo. La Comune appare così come un compromesso fra tutte queste grandi forze e queste grandi aspirazioni che sono perfino contraddittorie. Perfino gli stessi militanti dell'Internazionale ed i blanquisti mancano di una prospettiva chiara, se non quella del rovesciamento dello Stato esistente. Ma la teoria di Marx relativa al deperimento e all'estinzione dello Stato proviene direttamente dall'osservazione della Comune: «Dunque, quest'esperienza si realizza in un'atmosfera di grande confusione, la confusione della vita spontanea e creatrice», così riassume Henri Lefebvre.

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Le Ideologie della Comune
Per sostituire lo Stato centralizzato, P.J. Proudhon propone il federalismo ed il mutualismo. «Porta all'anarchia, vale a dire alla soppressione del governo degli uomini a favore dell'amministrazione delle cose», così lo descrive Henri Lefebvre. Proudhon critica lo Stato in quanto strumento di oppressione. Ma dall'altro lato, non propone alcuna analisi di classe. Contrariamente a quel che fa Marx, non fa affidamento alla lotta di classe e non parte dall'obiettivo di una rivoluzione proletaria. Proudhon privilegia un approccio idealistico: tenta di conciliare l'Autorità e la Libertà attraverso il federalismo. Per Bakunin, l'insurrezione deve permettere la fine immediata dello Stato, mentre per Proudhon è l'autogestione dei gruppi territoriali che deve sostituire lo Stato. Questo approccio, attraverso il credito l'assicurazione reciproca, appare essere più riformista. Tuttavia, nondimeno, ad influenzare la Comune è la critica dello Stato svolta da Proudhon, e la decentralizzazione.
Gli anarchici, seguaci di Bakunin, avevano aderito all'Internazionale e sono presenti soprattutto a Lione e a Marsiglia. Sono degli efficaci organizzatori, la loro critica dell'autorità permette loro di acquisire autorità personale, e tuttavia la loro ideologia appare confusa, al di là dell'insurrezione non hanno una prospettiva chiara, ma sono loro a dare alla Comune una dimensione decentralizzatrice.
L'Internazionale diviene così un'organizzazione di massa che passa dal riformismo alla rivoluzione: consente il confronto fra le idee di Marx, di Proudhon e di Bakunin. I marxisti e gli anarchici sono d'accordo nel mettere in discussione il «socialismo mutualista» dei proudhoniani. L'Internazionale insiste sull'abolizione della proprietà privata, al fine di poter permettere una proprietà collettiva della terra e degli strumenti di lavoro. Ma gli operai francesi non sono portati alla teoria. Privilegiano l'azione!
L'Internazionale oscilla fra il repubblicanesimo e l'organizzazione della classe operaia unicamente su un piano economico. E tuttavia l'Internazionale contribuisce a diffondere una prospettiva federalista ed internazionalista. La Comune riceve il sostegno degli operai, ma anche quello di una bohéme artistica che viene rifiutata dalla borghesia: ad incarnare questo gruppo sociale ci sono Lautréamont, Rimbaud, Jules Vallès o il pittore Courbet.

Un movimento spontaneo contro lo Stato
La Comune sorge a partire dalla disgregazione del potere centrale: con la guerra contro la Germania, il vettovagliamento ed i problemi della vita quotidiana vengono organizzati a livello di distretto e di quartiere. Quella che emerge da tutto questo, a Parigi, è un'effervescenza spontanea, sparisce la separazione fra la politica e la vita quotidiana, i comitati locali si coordinano in maniera federale. La base si ritrova una grande autonomia, ed i rappresentanti diretti che vengono eletti in tale contesto sono revocabili in qualsiasi momento.
Nel momento in cui lo Stato collassa, il Comitato Centrale deve riorganizzare la società. Tuttavia, i comunardi rimangono troppo legalistici; non osano impadronirsi della Banque de France e delle sue casse! D'altra parte, l'amministrazione e i servizi pubblici vengono riorganizzati al di fuori di qualsiasi burocrazia statale: sono i lavoratori a prendere il controllo delle PTT [Postes, télégraphes et téléphones] secondo quella che è un'organizzazione decentralizzate e federalista. Viene ridotto il costo degli affitti degli alloggi.
La Comune appare come un momento rivoluzionario ineludibile: lo Stato, la burocrazia e le istituzioni vengono eliminate, una nuova forma di organizzazione trasforma la vita quotidiana. «Avviene una metamorfosi che trasforma i beni in comunità, in una comunione in seno alla quale il lavoro, la gioia, lo svago, la soddisfazione dei bisogni - e innanzitutto i bisogni sociali ed il bisogno di socialità - non saranno più separati», analizza Henri Lefebvre. Sparisce la politica in quanto funzione specializzata ed il quotidiano diventa una festa perpetua. Gli insorti diventano padroni della loro vita e della loro storia. «La più grande misura sociale della Comune è stata quella di mettere in atto la propria esistenza», afferma Karl Marx. In Marx, è la Comune a nutrire la critica radicale dello Stato. A differenza di Lassalle e del suo socialismo di Stato, la Comune sperimenta una forma di auto-organizzazione. Contro la visione stalinista e della dittatura del proletariato, la Comune dimostra che l'iniziativa proviene dal basso, direttamente dalle classi popolari. La Comune non si basa su alcun grande leader per poter guidare le masse, sul modello dell'avanguardia illuminata prevale la dimensione collettiva. La spontaneità e l'organizzazione alla base appaiono essere assai più efficaci dei capi o dei partiti. I marxisti ortodossi ritengono che alla Comune sia mancato un esercito ed un potere centralizzato, ma invece, al contrario, è stata la rinascita del giacobinismo e del legalitarismo ad impedirle di impadronirsi delle banche.
Non è la spontaneità, bensì, al contrario, sono le vecchie abitudini e le ideologie che hanno impedito che la Comune vincesse. «La Comune e la sua sconfitta mostrano come i difensori del vecchio mondo abbiano beneficiato della complicità dei rivoluzionari, di quelli che pensano o pretendono di pensare alla rivoluzione», analizza Henri Lefebvre. Le ideologie giacobine o proudhoniane alimentano la confusione e le vecchie pratiche, anziché affidarsi alla creatività e alla spontaneità. Appare difficile che la storia si possa ripetere, ma i limiti della Comune rilevano soprattutto la sua dimensione locale. Ad essere trascinata nell'insurrezione è soprattutto Parigi, nelle altre regioni della Francia, le strutture e le istituzioni rimangono intatte.

lefebvre bakunin

L'Utopia in azione
Il libro di Henry Lefebvre contrasta con l'approccio storico tradizionale. Certo, il suo libro mostra quelli che sono gli eventi significativi della Comune, ma non si accontenta di una banale descrizione. Il filosofo marxista fa riferimento alla Comune per meglio affermare la prospettiva di una rivoluzione sociale e libertaria, e così facendo si inscrive in un romanticismo rivoluzionario che cerca di collegare fra di loro lotta sociale ed utopia. Un tale momento della Comune, ci consente di affermare un punto di vista politico e teorico.
In questo libro si riflette l'influenza dei situazionisti, in quanto, come i suoi giovani amici, Lefebvre insiste sulla creatività e sulla spontaneità; contro le avanguardie e contro i partiti, la rivoluzione rimane quella dell'azione delle classi popolari che si riprendono il controllo della propria vita. Malgrado gli episodi sanguinosi, Henri Lefebvre  insiste su quella che è la dimensione di festa della Comune. Un simile approccio consente una critica della società delle merci e del militantismo di sinistra. Presentare la Comune come una festa significa attaccare l'industria culturale e quei divertimenti che propongono solo delle feste artificiali e prive di significato. La vera festa è quella che si esprime nella lotta e nella rivolta. ed è solo quando crollano le norme e le costrizioni sociali che la festa può davvero avere inizio!
Perciò, la visione di festa della Comune rende possibile opporsi al marxismo ortodosso, il quale riduce la contestazione alla sua dimensione economica. Una rivoluzione deve sovvertire tutti gli aspetti della vita. La rivolta non deve accontentarsi di un discorso miserabilistico, ma deve affermare una dimensione festosa gioiosamente libertaria ed il piacere ed il desiderio sono anch'essi dei motori della rivolta. Henri Lefebvre non intende ridurre le cause della Comune solo ad una dimensione sociale, ma è anche il nostro desiderio di un altro mondo che ci spinge ad innalzare le barricate. L'influenza situazionista si sente anche rispetto al panorama delle ideologie della Comune. Lefebvre propone una critica delle diverse correnti del movimento operaio, tentando di mostrare quelli che erano le varie impasse ideologiche. I giacobini ed i blanquisti rimasero attaccati ad un'autorità centrale, i proudhoniani rifiutavano la lotta di classe, al fine di valorizzare quelle che erano le alternative rispetto ad essa, gli anarchici organizzavano l'insurrezione senza avere in vista una chiara prospettiva.
Queste critiche rimangono pertinenti se vogliamo analizzare i limiti delle diverse ideologie che oggi attraversano l'attuale movimento sociale; allo stesso modo, Henri Lefebvre si riferisce alle vecchie abitudini ed al legalitarismo che impedisce ad un movimento spontaneo di dare prova dell'audacia necessaria per attaccare il capitalismo, e così lo stesso Lefebvre si oppone alle ideologie ed ai partiti per potere così meglio valorizzare una pratica di lotta che si fondi sulla creatività e sulla spontaneità.
Ma Henri Lefebvre non si limitava solo ad essere vicino ai situazionisti; egli è rimasto legato per tutta la sua vita al Partito Comunista Francese, ed è stato per molto tempo un attivista di quella potente organizzazione, rimanendo sotto la sua influenza intellettuale e politica. Lenin, per lui, rimaneva un importante riferimento teorico. La sua implacabile critica del giacobinismo non gli dà però la lucidità necessaria a mettere in discussione l'attaccamento al modello marxista-leninista, e non riesce a percepire la contraddizione esistente fra Lenin e la valorizzazione della spontaneità rivoluzionaria.
Nello stesso paragrafo, Lefebvre riesce a conciliare le due opposte correnti, facendo riferimento al Lenin che insiste sulle condizioni oggettive della rivoluzione, dove il capo bolscevico attacca l'estremismo e le teorie della spontaneità rivoluzionaria. Lenin pensa che la rivoluzione dipenda unicamente da un contesto oggettivo, con una crisi economica e politica. Al contrario, gli amici di Rosa Luxemburg insistono sulla soggettività e sulla spontaneità della rivolta, laddove Henri Lefebvre osserva che evidentemente la rivoluzione dipende da fattori sia oggettivi che soggettivi. Ma non è necessario togliere Lenin dalla formaldeide per adottare una simile posizione. D'altronde, il capo bolscevico propone quella che è solo una caricatura delle idee dei suoi avversari politici: la sinistra tedesco-olandese ed i comunisti consiliari non eludono affatto le dimensioni oggettive, ma preferiscono affidarsi alla spontaneità della rivolta piuttosto che all'inquadramento autoritario dei partiti. Tuttavia, malgrado il suo attaccamento quasi affettivo a Lenin, Henri Lefebvre si appoggia alla Comune per poter uscire dal vecchio modello avanguardista. Per riprendere il controllo della loro vita, i proletari devono rivoltarsi. Solo le lotte autonome e spontanee riescono ad aprire delle nuove possibilità, e per sovvertire tutti gli aspetti della vita, la rivoluzione deve abbattere il capitalismo.

- Pubblicato il 12 ottobre 2018 su Zones subversives - Chroniques critiques -

fonte: Zones subversives - Chroniques critiques



Realismo Onirico

donzelli


«Nel pensiero dei moderni, il grottesco – scrive Victor Hugo nella Prefazione al suo Cromwell – ha una parte immensa. È dovunque: da un lato crea il deforme e l’orribile; dall’altro il comico e il buffonesco». Partendo dalla lettura di questo testo, il libro studia le metamorfosi della rappresentazione grottesca nella letteratura europea, e non solo, alla luce del trauma irreversibile provocato dalla Rivoluzione francese. Con la presa della Bastiglia si assiste a uno scatenamento irrefrenabile di forze distruttive che attaccano e uccidono ogni presunto colpevole, reale o fantasmatico che sia, il più delle volte prodotto da un’immaginazione sovraeccitata, come se i confini tra il possibile e l’impossibile fossero andati irrimediabilmente in frantumi. Dall’evento cruciale della decapitazione del re sotto la ghigliottina iniziano a diffondersi i germi dell’orrore che contagia, divora, deforma ogni cosa. Ed entra in scena il legame decisivo tra il sangue versato e la malattia, tra la violenza e l’aberrazione. L’attesa della morte, tanto reale quanto immaginaria, trascina la coscienza in un vortice di allucinazioni, sussulti visionari, deliri e incubi che dilatano la stabilità di ciascuna fisionomia psichica, estendendola verso direzioni sempre difformi rispetto alle norme codificate: grottesche, appunto. Proprio qui, in questo sottosuolo affollato di fantasmi e di lugubri oroscopi – perlustrato, intanto, dalla psichiatria di Esquirol e dei suoi successori – vengono a incrociarsi le traiettorie di alcuni tra i grandi protagonisti della narrativa ottocentesca: da Hoffmann a Poe, Nodier, Hugo, Balzac e Manzoni. Tutte traiettorie labirintiche, quanto le spirali tracciate da Piranesi nelle Carceri: figurazione esemplare di questo tracollo delle forme, destinate ormai a convivere con la propria ombra negativa, dove il tragico si intreccia con il mostruoso.

(dal risvolto di copertina: Vanessa Pietrantonio, "Maschere grottesche.L'informe e il deforme nella letteratura dell'Ottocento", Donzelli)

Il Secolo dei Mostri
- di Francesco Paolella -

Ecco qui lo spettacolo di un secolo (l’Ottocento), di una cultura (quella romantica) e della loro consacrazione agli incubi, ai mostri, ai demoni, ai vampiri. Arte, letteratura, scienza: l’Ottocento è stato il secolo del troppo alto e del troppo basso, del troppo vicino e del troppo lontano – e agli occhiali sono stati preferiti il telescopio e il microscopio. Ogni passione, ogni eccentricità, ogni anomalia sono stati descritti e sondati, ad amalgamati in rappresentazioni che volevano, appunto,e sempre tenendo assieme gli opposti, mostrare le leggi assurde che governano la vita.
Attraverso i classici – da Hugo a Balzac, da Poe a Manzoni – il libro di Pietrantonio ricostruisce la genealogia di questa cultura dell’eccezionale e del grottesco, la quale ha posto il caos originario (e sempre riemergente) come fonte della creatività. I deliri, i tormenti, le angosce di un mondo, di una cultura, si trasformano nei corpi e nei visi dei personaggi dei romanzi, e lo fanno deformandoli: creano delle maschere che ridisegnano la realtà e divengono le apparizioni delle “malattie morali” che filosofi e psichiatri sono chiamati a studiare e classificare. Questa inesausta clinica del mostruoso e del grottesco è andata a scovare le figure più eccentriche nei sotterranei e nelle chiese gotiche, nei manicomi e nei bagni penali, costruendo una vera teratologia fondata sul crimine, sull’allucinazione e sulle perversioni. A suo modo, la recente, fortunata serie Penny Dreadful (2014-2016) non ha fatto che collezionare tutti i frutti di quelle talentuose immaginazioni ottocentesche.
La medicina, e la psichiatria in particolare, sono state ovviamente vere protagoniste in questo lavoro di deformazione (rivelatrice) del reale. Durante tutto il secolo, e poi oltre, gli alienisti hanno cercato di fissare sulla carta le espressioni caratteristiche di ogni patologia mentale, facendo corrispondere – almeno nelle intenzioni – a ogni diagnosi certi gesti e certe smorfie. Da parte sua, la fisiognomica ha appunto cercato di realizzare un atlante delle passioni umane e delle loro aberrazioni, sempre tenendo presente l’equazione fra ciò che è morboso e ciò che è brutto, e tentando di dare un volto a ciò che rimane oscuro, sfuggente, innominabile.
Il Condannato di Hugo o la Maschera della morte rossa di Poe sono dei modelli di questa vera tecnica autoptica applicata alle morbosità e agli eccessi, i quali connotano, almeno in potenza, ogni passione umana.
L’Ottocento ha visto il crollo – di cui ancora oggi si sente l’eco – del mondo naturale, retto da poteri eterni e sacri: la Rivoluzione e la ghigliottina, con la loro dissacrazione carnevalesca e con la seguente comparsa sul palcoscenico di folle poco meno che “bestiali”, sono i veri mostri che hanno iniziato a contrassegnare tutto il secolo XIX. Il quale è divenuto via via sempre più chiaramente anche il secolo dei sogni, del sonnambulismo, dell’automatismo e di ogni perdita di coscienza, ad esempio dovuta all’assunzione di droghe: con la cultura romantica si è creato uno spazio in cui poter materializzare incubi e ossessioni, e dar libero sfogo a forze prima inespresse.
Questo “realismo onirico” trova nella peste e nella carestia, così come vengono descritte da Manzoni, uno dei punti più alti: torniamo soltanto all’incubo di don Rodrigo, durante la notte in cui quest’ultimo scopra di essere ormai condannato dalla malattia. Manzoni ha saputo mostrare quanto la storia, con i suoi traumi, e anche e soprattutto negli angoli più remoti, possa essere grottesca.

Francesco Paolella - Pubblicato il 17/10/2018 su tysm review - philosophy and social criticism

giovedì 18 ottobre 2018

Zuppe postmoderne??

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Il Nuovo Pensiero Critico
(Razmig Keucheyan, Hémisphère gauche. Une cartographie des nouvelles pensées critiques, La Découverte, 2013-2017)

Le nuove teorie critiche possono servire ad alimentare quelle che sono le attuali lotte sociali: una gioventù in rivolta scopre le nuove riflessioni e ne fa uso per pensare l'emancipazione. Il pensiero critico è riemerso alla fine degli anni 1990, con la moda dell'alter-globalismo e con il ciclo di lotte aperto dal movimento del 1995. Le teorie critiche riflettono sulla realtà, ma anche su ciò che è desiderabile, e includono una vera e propria dimensione politica. Queste teorie sono critiche in quanto mettono in discussione l'esistente ordine sociale in maniera globale. Il marxismo si appoggiava su delle potenti organizzazioni operaie, mentre, al contrario, il nuovo pensiero critico emerge in un periodo di riflusso delle lotte sociali. A partire da questo, il sociologo Razmig Keucheyan propone una rappresentazione soggettiva di tutti questi nuovi pensieri critici nel suo libro "Hémisphère gauche".

Il pensiero della sconfitta
«Tutto comincia a partire da una sconfitta. Chiunque voglia comprendere la natura del pensiero critico contemporaneo deve tener conto di questa constatazione», osserva Razmig Keucheyan. Le nuove teorie critiche emergono dopo che c'è stato riflusso susseguente alle lotte del '68: vediamo una sinistra postmoderna che rinuncia a qualsiasi prospettiva di rottura politica e di rivoluzione sociale.
Lo storico Perry Anderson osserva il verificarsi di una rottura in seno al marxismo, allorché, all'inizio del XX secolo, gli intellettuali marxisti prendono parte al dibattito che agitava le organizzazioni del movimento operaio, nel quadro di una riflessione che si inscrive all'interno di una prospettiva di azione, di modo che la conoscenza empirica possa permettere di prendere delle decisioni. A tal proposito, Lenin promuove un'«analisi concreta delle situazioni concrete», in cui la riflessione critica sia basata su quella che era l'esperienza vissuta delle lotte sociale: dopo la sconfitta della rivoluzione tedesca del 1923, i marxisti non partecipano più alle organizzazioni operaie, e inoltre l'Unione Sovietica e i partiti comunisti si affidano ad una marxismo ortodosso che lascia ben poco spazio all'innovazione teorica. I marxisti diventano così degli intellettuali professionisti che si rifugiano nell'astrazione e nell'ambito universitario.
Gli scritti degli intellettuali appaiono essere molto lontani da quello che è il dibattito che si sta svolgendo nell'ambito delle lotte sociali, e ci sono delle differenze riguardo l'azione politica: «Essere membro del partito socialdemocratico russo, all'inizio del XX secolo non comporta gli stessi obblighi che implica la partecipazione al consiglio scientifico di Attac», ironizza Razmig Keucheyan. Gli intellettuali contemporanei si sono formati nelle università americane, e sono più interessati alle «politiche di identità» che alla trasformazione sociale. Questi accademici studiano i gruppi minoritari, come quello degli omosessuali, che vogliono affermare la loro identità piuttosto che mettere in discussione l'ordine sociale. Questa modalità si nutre del minestrone post-stutturalista alla francese, con Derrida, Deleuze e Foucault.
Le nuove teorie critiche si inscrivono, in quanto filiazione del '68, a quella corrente della "Nuova Sinistra" che si sviluppa negli anni che vanno dal 1956 al 1977. Nel '68 assume particolare valore la critica dell'alienazione che si basa sugli scritti del giovane Marx, in particolare sui Manoscritti del 1844, cui fanno riferimento Henri Lefebvre, Georg Lukacs, Herbert Marcuse, oppure Jean-Paul Sartre. La critica dell'alienazione nella vita quotidiana permette di esprimere la frustrazione che deriva dal contrasto fra i desideri e la realtà legata allo sviluppo della società dei consumi, e permette anche di collegare le lotte degli omosessuali, delle donne, degli emarginati: tutte queste correnti si stanno imponendo nei settori ai margini del dominio dei sindacati e dei partiti comunisti. Poi ci sono altri aspetti meno confortanti che alimentano i nuovi pensieri critici: la presa del potere dello Stato, o la distruzione dello Stato non vengono più previsti dagli intellettuali, in quanto Antonio Gramsci ritiene che il potere non si trovi unicamente nello Stato, ma che esso attraversi tutto l'insieme del corpo sociale, ed abbiamo un Foucault clownesco che ritiene che il potere non sia affatto concentrato nello Stato, bensì diventi diffuso; le istituzioni e la classe borghese non sono più dei nemici da abbattere, mentre lo scontro ed il conflitto sociale spariscono a vantaggio di esperienze alternative.

I nuovi intellettuali critici
Abbiamo una tipologia di intellettuali che può essere osservata a partire da quel che è il loro approccio riguardo la politica: i pessimisti rinunciano ad una prospettiva di trasformazione sociale, e tuttavia rimangono attaccati ad una critica radicale della società della merce. In questo percorso si colloca Theodor Adorno. Mentre Guy Debord, soprattutto dopo la dissoluzione dell'Internazionale Situazionista avvenuta nel 1972, sviluppa una critica implacabile del mondo della merce, ma sceglie l'isolamento, assumendo una postura aristocratica.
Quelli che resistono, provengono da correnti rivoluzionarie, ma a causa del periodo storico ridimensionano al ribasso le loro ambizioni:  Noam Chomsky fa riferimento all'anarcosindacalismo e alla tradizione illuminista, ma si accontenta di un tiepido anti-liberismo. I trotzkisti, come Daniel Bensaïd, si considerano rivoluzionari, ma preferiscono sostenere idee riformiste mentre aspettano giorni migliori. Secondo loro un simile approccio permette una "tenuta" in dei periodi che si caratterizzano per dei rapporti di forza sfavorevoli, e di conseguenza continuano a rimuginare sulla sconfitta storica della sinistra per poter giustificare l'allineamento al riformismo. Mentre, gli innovatori promuovono l'ibridazione teorica, per cui il marxismo viene articolato insieme al femminismo, all'ecologia, al post-colonialismo, e l'ibridazione è anch'essa un prodotto della sconfitta. La corrente della Critica del Valore consente un rinnovo del marxismo, dal momento che questa corrente non si limita a promuovere semplicemente un'appropriazione dei mezzi di produzione, ma critica quelle categorie del capitale, quali il lavoro, il denaro, la merce o il valore: il rovesciamento del capitalismo non può essere fatto in nome della difesa della condizione operaia!
A divenire più importanti sono gli esperti: spesso si tratta di economisti o di specialisti di un argomento specifico che hanno delle competenze riconosciute dalla comunità accademica. Attac e la Fondazione Copernic raggruppano degli esperti anti-liberisti. Michel Foucault teorizza l'intellettuale specifico, il quale deve accontentarsi di intervenire solò sul proprio campo di competenza, senza sviluppare alcuna analisi globale, ed anche Pierre Bourdieu sostiene una competenza scientifica del mondo sociale: I leader sono degli intellettuali che partecipano a delle organizzazioni politiche: Daniel Bensaïd è una figura che fa parte della Ligue Communiste Révolutionnaire (LCR), ma questo partito rimane un gruppuscolo che non ha certo l'influenza che hanno le potenti organizzazioni operaie (in America Latina, gli intellettuali accompagnano l'arrivo della Sinistra al potere: l'accademico Alvaro Garcia Linera, in Bolivia, partecipa al governo). Qui, gli intellettuali rimangono segnati dal pessimismo e dalla sconfitta, e sembrano quindi disconnessi dai processi politici reali: la teoria si allontana dalla pratica!

Le Nuove Riflessioni
Razmig Keucheyan fa un elenco che cataloga una serie di intellettuali alla moda, di cui la maggior parte sono evidentemente dei cretini che non rivestono grande interesse, le cui chiacchiere vuote rifiutano qualsiasi forma di prospettiva politica. Il solo scopo delle loro riflessioni è quello di potersene poi vantare nei colloqui accademici o para-militanti: come riferimenti vengono usati Negri, Badiou, Zizek, Butler, Mbembe o Laclau. Ma da tutto questo non proviene niente di interessante, si tratta solamente del vecchio avanguardismo post-stalinista che rinasce: gli intellettuali devono educare le brave persone per poi guidarle verso la rivoluzione, o piuttosto al riformismo. Per fortuna, non c'è nessun sfruttato che conceda il minimo credito a questi pagliacci, a quali si possono interessare solo dei politici di sinistra.
Vengono menzionati alcuni pensatori più originali, come l'economista Robert Brenner, il quale attacca il dogma del terzomondismo, che si respira in tutto l'antimperialismo da operetta che abbonda su Internet. I terzomondisti apprezzano i "popoli" dei paesi poveri, i quali subiscono l'oppressione dei paesi ricchi. Quest'opposizione fa riferimento al liberalismo di Adam Smith, il quale a sua volta si riferisce alla posizione che si ha nel commercio mondiale. Robert Brenner, al contrario, si concentra sulla posizione di classe di ciascun individuo nella sua rispettiva società: un proletario tedesco continua ad essere più oppresso di quanto lo sia un borghese indonesiano. «Per R. Brenner, il capitalismo non è soprattutto questione di commercio internazionale e di espansione del mercato mondiale. E' questione di lotta di classe», riassume Razmig Keucheyan. Invece, Jacques Rancière rompe con l'avanguardismo dei suoi colleghi, in quanto il suo principio di una «uguaglianza delle intelligenze» rompe con l'idea secondo cui, per guidare le masse verso la loro liberazione, sarebbe indispensabile un'élite illuminata. Ciascun individuo, chiunque sia, può essere partecipe in una riflessione politica. Jacques Rancière sembra perciò legarsi al principio di auto-emancipazione, diventato raro nella galassia intellettuale di sinistra. Egli insiste anche sul conflitto politico contro la polizia del consenso liberale. Un individuo che lotta si stacca dalla propria identità per attaccarsi ad una forma di universalismo, e può quindi sodalizzare e riconoscersi nell'identità dell'altro. Anche se la riflessione di Ranciére rimane bloccata in una sorta di democraticismo, con una chiacchiera filosofica che si guarda bene dal rimettere in discussione lo Stato.

Le analisi della società
Il movimento operaio si basa sulla divisione della realtà in termini di classi sociali, in cui le categorie nazionali e religiose disturbano questa suddivisione. Fino al XIX secolo, la sinistra si è opposta alle categorie etno-nazionali delle categorie sociali, ma oramai questa dimensione di classe sembra scomparsa dalle preoccupazioni della sinistra: il "classismo" viene considerato come se fosse un'oppressione come tutte le altre. Lo storico E.P. Thompson analizza la costruzione delle classi sociali, ed influenza storici come Markus Rediker, in quanto promuove una «storia dal basso», attraverso una storia sociale del capitalismo che adotta il punto di vista delle classi subalterne. E.P. Thompson diviene così una figura della sinistra anti-stalinista, e lancia una polemica contro il filosofo Louis Althusser, nella quale rimprovera allo strutturalista di promuovere una teoria fumosa che non presta alcuna attenzione ai fatti empirici.
E.P. Thompson è l'autore di un importante libro di storia sociale su "La Formazione della Classe Operaia in Inghilterra", in cui critica "l'economismo", secondo il quale le classi sociali si ridurrebbero ad un fenomeno socio-economico che esiste indipendentemente dalla coscienza dei loro membri. La classe operaia è essa stessa anche parte pregnante della propria formazione, è l'esperienza a permettere l'emergere delle classi sociali, e quest'esperienza è composta da un insieme formato dai valori, dalle rappresentazioni, e dagli affetti posseduti da una classe sociale. La posizione degli individui nella struttura sociale, ma soprattutto il loro vissuto, alimenta tale esperienza.
Anche il sociologo Erik Olin Wright fa parte della tradizione marxista e rimane attaccato ad un'analisi di classe, osservando soprattutto quelle che sono le contraddizioni delle classi medie, insieme a quelle di dirigenti e manager. Questi sono dei salariati, che però esercitano una funzione di direzione al fine di disciplinare i dipendenti: più è elevata, la posizione sociale nella gerarchia dell'impresa, più il salariato si identifica con la borghesia. Eirk Olin fa anche uso del termine di sfruttamento, piuttosto che del concetto fumoso di dominio, in quanto lo sfruttamento designa un rapporto sociale secondo cui gli sfruttatori hanno bisogno degli sfruttati. Contrariamente a quanto avviene con i nuovi pensatori, Erik Olin Wright focalizza la sua analisi sui luoghi di produzione.

Mettere insieme Teoria e Pratica
Il libro di Razmig Keucheyan permette di poter presentare in maniera accessibile i pensieri degli intellettuali alla moda, e supera lo scoglio di quel che è il loro compleso gergo in modo da tentare di chiarire quali sono i loro propositi. Soprattutto, Razmig Keucheyan cerca di situare questi nuovi pensieri nel loro contesto storico e politico. Certo, egli mantiene una certa compiacenza nei confronti di molta paccottiglia di questi intellettuali, ma la sua ricerca della contestualizzazione consente di sottolineare quali sono i limiti di questi nuovi pensieri critici. Razmig Keucheyan insiste sulla separazione fra la teoria e la pratica: assai spesso gli intellettuali sono degli accademici, e le loro analisi sono finalizzate al riconoscimento da parte dei loro colleghi e delle loro istituzioni, non hanno la vocazione a rovesciare l'ordine sociale: gli intellettuali non partecipano alle lotte sociali, e quindi la dimensione strategica sparisce. Gli intellettuali più brillanti possono anche fare delle scoperte rilevanti, ma non si interrogano sulle possibilità che tali scoperte hanno di rovesciare l'ordine esistente, e inoltre i nuovi pensieri critici si stanno allontanando dalle preoccupazioni e dalla vita quotidiana delle classe popolari. Mentre, al contrario, è nei movimenti di rivolta che vengono elaborate delle riflessioni critiche che possono permettere di cambiare il mondo.
Quella che ne viene fuori è una zuppa postmoderna  che valorizza le identità particolari. Lo sfruttamento, l'alienazione ed i rapporti sociali di classe vengono considerati come secondari; gli intellettuali non si identificano più con il proletariato, ma compongono una nuova classe sociale, la piccola borghesia intellettuale, che difende i suoi propri interessi. Un tale gruppo sociale gode di un relativo benessere materiale, quindi il riconoscimento diventa più importante della lotta per il miglioramento delle sue condizioni di esistenza.
Il limite del libro di Razmig Keucheyan  consiste nel suo approccio: si concentra sulla presentazione delle figure intellettuali, e si lega a quelli che sono i residui del marxismo-leninismo. Sarebbe più interessante tracciare una mappa, non di individui, ma di correnti intellettuali e politiche, e sarebbe più pertinente guardare ai tentativi di ri-attualizzazione del pensiero libertario, del sindacalismo rivoluzionario, del comunismo dei consigli, della critica situazionista e dei marxismi anti-burocratici. Ma Razmig Keucheyan, da buon estremista di sinistra, confonde questa tradizione intellettuale con l'anti-totalitarismo di Bernard-Henri Lévy. Eppure, solo le correnti comuniste libertarie consentono di farci uscire dall'impasse autoritaria e riformista dei nuovi pensieri critici.

sinistra libro

fonte: Zones subversives - Chroniques critiques

Beviamo, beviamo!

ubriachi

Secondo una leggenda africana, le donne persero coda e pelliccia quando il dio della creazione insegnò loro a fare la birra. Fu così che ebbe origine l’umanità. Da allora, incontriamo l’alcol ovunque, dai primi insediamenti neolitici fino alle astronavi che sfidano l’ignoto spazio profondo, e insieme al bere troviamo la sua compagna più sfrenata, allegra e sovversiva: l’ubriachezza. L’ubriachezza è universale e sempre diversa, esiste in ogni tempo e in ogni luogo. Può assumere la forma di una celebrazione o di un rituale, fornire il pretesto per una guerra, aiutare a prendere decisioni o siglare contratti; è istigatrice di violenza e incitamento alla pace, dovere dei re e sollievo dei contadini. Gli esseri umani bevono per sancire la fine di una giornata di lavoro, bevono per evasione, per onorare un antenato, per motivi religiosi o fini sessuali. Il mondo, nella solitudine della sobrietà, non è mai stato sufficiente. Breve storia dell’ubriachezza osserva il nostro passato dal fondo di una bottiglia, da quello spazio vitale – il bar – che è abolizione temporanea delle regole dominanti, festa del divenire e convegno di gioie. Grazie alla scrittura colta ed esilarante di Mark Forsyth, vivremo l’ebbrezza di un viaggio che dalle bettole degli antichi sumeri penetra nelle stanze di un simposio ateniese; assisteremo al sorso di vino che ha cambiato il mondo per sempre, quello bevuto da Cristo nell’ultima cena; entreremo nella taverna in cui è nata la letteratura inglese e ascolteremo il crepitio dei revolver nei peggiori saloon del Selvaggio West. Infine, come in quell’antica leggenda africana, scopriremo che la nostra civiltà nasce grazie al sacro dono dell’alcol: perché bere è umano, ubriacarsi è divino.

(dal risvolto di copertina di: Mark Forsyth, "Breve storia dell’ubriachezza". Il Saggiatore.)

Stivate di barili colmi di bevande alcoliche e di uomini pronti a svuotarli: le navi che dai porti del Vecchio Continente salparono alla volta delle Americhe portarono in quei luoghi un nuovo sapere alcolico. Inclini al bere, educati alla mistica del vino, frequentatori di taverne, i colonizzatori incontrarono dall'altra parte del mondo culture indigene tra loro molto diverse, che avevano stabilito nei secoli rapporti complessi con una vasta serie di prodotti fermentati, rapporti in cui il rituale dell'ubriachezza poteva a volte assumere un carattere di sacralità. Dall'impatto sorsero nuovi modi di bere all'eccesso: sbornie epocali, malsane, curative, profetiche, battagliere, mortali, punibili, estatiche, comuni, solitarie, artistiche, visionarie, sacre, profane.

(dal risvolto di copertina di: "Sbornie sacre, sbornie profane. L'ubriachezza dal Vecchio al Nuovo mondo", di Claudio Ferlan".Il Mulino.)

Storie di ubriachezza
- di Mauro Portello -

Sono milioni gli individui che soprattutto verso sera entrano in un clima interiore fatto di ansia diffusa e aspettative strane, non ben definite, qualcosa che ha a che fare con la pulsione alla fuga, con il desiderio di evasione, di liberazione. C’è in loro un certo nervosismo. Ma tutto si placa, verso sera, quando appare una qualunque forma fenomenica del noumeno alcolico, dal prosecco al gin-martini… L’alcol sembra l’approdo, e l’alcol era il manque che innervosiva. E tutto subito si colora di serenità, ogni cosa appare ancora sopportabile, ancora possibile; si concepiscono nuovi desideri, viene una rinnovata, magari strampalata, progettualità, una sostanziale voglia di continuare a vivere. Oppure, nella variante gaia, per così dire, il flash alcolico del cicchetto stabilizza e consolida un’idea comunque già ben strutturata che la vita sia pur sempre una bella cosa e che non basti fare altro che mantenerne il ritmo di serenità anche attraverso tutte le microhybris del rituale serotino che servono. Forse è proprio il nostro essere umani che induce una necessaria logorrea, che talvolta si fa insopportabile, per la sua pesantezza, e va in qualche modo fermata, almeno per un po’. C’è come bisogno di una sospensione, di una pausa da tutte le infinite narrazioni, dalle invettive, dalle prediche, dai lamenti, è in quel momento che occorre uno spritz di allentamento, di recupero di leggerezza.
C’è un che di filosofico nell’alcol, è un fatto, provate a spiegarne il perché, il perché lo si cerca e lo si usa in quantità, vengono fuori ragionamenti, riflessioni, misteri, antropologie e psichismi, “piccole trascendenze” (Antonio Moresco). Non può essere un caso che sia stato chiamato anche spirito o cordiale. Non può essere un caso che moltissima letteratura e arte siano fiorite in “ambiente alcolico”.
Nella sua vertiginosa "Breve storia dell’ubriachezza" (il Saggiatore 2018, trad. it. di Francesca Crescentini) il linguista britannico Mark Forsyth prova a sintetizzare una storia, per niente breve, che condiziona l’umanità sin dalle origini. Con fare tipicamente anglosassone, sobrio, scanzonato, ironico e serissimo, Forsyth mostra l’evolversi dell’uso dell’alcol insistendo sul dato antropologico fondamentale: “In qualsiasi luogo o epoca gli esseri umani abbiano vissuto, si sono sempre riuniti per inebriarsi. Il mondo, esperito nella solitudine della sobrietà, non è, e non è mai stato, sufficiente” (p.273). E mettendo in fila le diverse fasi dell’evoluzione, dal brodo primordiale ai voli spaziali, delinea la costante alcolica che via via diventa modalità del sacro, strumento di potere politico ed economico, ma senza mai perdere la sua funzione sostanzialmente autoassolutoria che gli uomini gli assegnano.

Da quando l’enzima ADH4 ha reso capace l’uomo di metabolizzare l’alcol, dieci milioni di anni fa, mettendogli a disposizione un potenziale energetico superiore a quello di tutte le altre scimmie, la storia dell’alcol si è immediatamente intrecciata a quella degli eventi delle grandi civiltà umane. Forsyth parla di una “Preistoria del bere” in cui gli uomini hanno cominciato a coltivare non tanto per produrre cibo, quanto “perché volevamo qualcosa da bere”; e la birra fu l’inizio di tutto grazie al suo essere nutriente, facile da produrre e da conservare così da trasformarsi in un vero e proprio fattore culturale capace di muovere gli uomini a creare agglomerati e la stanzializzazione. Da qui la civiltà.
La birra, dice Forsyth, “è all’incirca il primo argomento su cui la gente ha deciso di scrivere”, le prime scritture erano infatti liste di “pagherò” relativi alle monete correnti, cioè orzo, oro o birra. Con la birra, che bonificava l’acqua generalmente fetida, l’ubriachezza assume nell’antico Egitto caratteri mistici. E questo aspetto avrà un ruolo addirittura dominante nelle vicende storiche dei popoli sud-americani, come vedremo. A questo proposito Forsyth ricorda la essenziale riflessione dello psicologo William James (fratello di Henry): “La sobrietà sminuisce, distingue e dice no; l’ubriachezza espande, unisce e dice sì. […] La coscienza ebbra è un frammento della coscienza mistica, e l’opinione complessiva che abbiamo di essa dovrebbe trovare posto nell’opinione che abbiamo della sua più vasta totalità” (p.63).
Poi arrivano i greci, che “dovevano complicare tutto”, e si mettono a bere vino, introducendo un discrimine tra quei barbari che bevono birra e la propria civiltà evoluta. Per Platone l’uomo ideale è colui che, con una sorta di educazione all’ebbrezza, riesce a mantenere il pieno controllo di sé anche dopo una grande bevuta. È la terra di Dioniso, ma l’ebbrezza deve rimanere una disciplina. Belle le pagine che Forsyth dedica al Simposio platonico. In Cina (qui abbiamo il primo alcolico documentato risalente al 7000 a.C.) solo Confucio, bevitore energico egli stesso, nel V sec. a.C. riesce a diffondere, introducendo un fitto reticolo di rituali e cerimonie, un uso controllato dell’alcol restituendo pace e prosperità a una società dilaniata dalle continue violenze in cui l’ubriachezza era uno degli strumenti per il potere.
Il nodo delle sacre scritture non poteva non entrare a pieno titolo in questa Storia: da Noè che dopo il diluvio inizia a coltivare una vigna e a produrre vino, all’ultima cena in cui il vino assume un preciso ruolo simbolico per la cristianità. Né l’Antico Testamento né il Nuovo condannano l’ubriachezza in modo definitivo, in essi si afferma sempre l’istanza della moderazione. Sarà il Medioevo a dare inizio all’inane lotta all’ubriachezza trasformandola in peccato; un peccato che nei fatti sarà regolarmente perdonato in nome della tolleranza verso l’alcol inteso come determinante fattore di aggregazione sociale.
Nel mondo islamico l’ebbrezza è una faccenda che riguarda il dopo, solo nell’aldilà si potrà bere molto e bene, così nel Corano la sura 47:15 recita: “ci saranno ruscelli di un’acqua che mai sarà malsana e ruscelli di latte dal gusto inalterabile e ruscelli di un vino delizioso a bersi e ruscelli di miele purificato”.

E “chi beve vino in questo mondo senza pentirsene, non lo berrà nell’altro mondo” dice l’Hadith, la raccolta successiva di detti di Maometto. Forse proprio in quel “pentirsene” o meno sta la realtà dei peccaminosi bevitori del Medio Oriente. Forsyth cita le “khamriyya”, cioè le canzoni del vino, del più grande poeta arabo Abu Nuwas che scriveva a Bagdad nel IX secolo d.C., come documenti della controversa sensibilità verso l’ebbrezza da alcol in quella parte del mondo nella quale accanto al divieto anatemico avviene anche ciò che un mullah iraniano ha raccontato nel 2003 (!): “Nemmeno gli occidentali bevono come noi. Loro si versano un bel bicchiere di vino e lo sorseggiano. Noi, qua, piazziamo un barile di vodka da quattro litri sul pavimento e lo scoliamo finché non ci vediamo più. Non sappiamo neanche come si consumino gli alcolici, o roba del genere. Che gente che siamo. Maestri dell’eccesso e dello spreco” (p.146).
Nel viaggio di Forsyth l’Europa appare come una sorta di fulcro, dove l’usanza dell’alcol si è realizzata e fatta cultura. Da lì molte delle vicende alcoliche dei popoli si sono generate. Nel nord Europa vichingo l’ubriachezza era una precisa cifra sociale, Odino, il capo degli dèi vichinghi, era “l’ubriaco” e vegliava su una società in cui “L’alcol era autorità, l’alcol era famiglia, l’alcol era saggezza, l’alcol era poesia, l’alcol era il servigio reso all’esercito e l’alcol era destino” (p.149). Nella Londra tra Sei-Settecento, la città più grande del mondo con circa 600.000 abitanti, ci fu il passaggio dalla birra al gin e in certi quartieri si pensa che una stanza su cinque fosse uno spaccio di gin, sempre piena zeppa di gente sudicia che affogava i dispiaceri bevendo, o che dormiva per smaltire i postumi di sbronze di un gin che con una doppia distillazione arrivava a 80% vol. È da lì che nella seconda metà del Settecento questa “vistosa classe inferiore” si è spinta verso le terre che sarebbero diventate gli Stati Uniti d’America e l’Australia. Dove l’alcol, in positivo e in negativo, ha tracciato i percorsi praticamente di ogni sviluppo politico-sociale. In America lo stesso George Washington dopo aver perso la prima tornata politica, nella seconda, per diventare il primo presidente americano, dovette concepire un’astuta campagna elettorale basata sulla distribuzione di alcolici agli elettori. Un paese marchiato dall’alcol, dai saloon del far west al proibizionismo; dove, secondo un rapporto interno della NASA, persino gli astronauti si sono sbronzati in ben due missioni. In Australia per più di vent’anni ci fu il dominio dei famigerati galeotti dei Rum Corps, un regime fondato sul ferreo controllo del commercio di alcolici.
La domanda è sempre la stessa: perché gli uomini cercano l’alcol? Perché in un paese come la Russia (vodka a volontà dal XV secolo grazie ai mercanti genovesi), solo nel 2010 il ministro delle Finanze Aleksej Kudrin ha potuto dichiarare che “Quelli che bevono sono anche quelli che ci aiutano di più a risolvere i problemi della società, come l’espansione demografica, lo sviluppo di altri servizi sociali e il sostegno al tasso di natalità” (p.254)?
Forsyth parla di “culture asciutte”, in cui l’alcol è assunto con un certo rigore (nei paesi nordici si tende a non bere durante il giorno e la settimana, ma si può esagerare nel week-end), e “culture bagnate” in cui l’alcol entra nella vita quotidiana senza particolari eccessi (nei paesi mediterranei). Sono utili categorie antropologiche per capire la vicenda della colonizzazione europea del Sud America, dove, appunto, le “culture bagnate” latine hanno in qualche modo prodotto le “culture asciutte” dei colonizzati. Proprio alla penetrazione degli europei nel continente americano è dedicato il libro di Claudio Ferlan, Sbornie sacre, sbornie profane. L’ubriachezza dal Vecchio al Nuovo Mondo (Il Mulino 2018), un’altra storia di ubriachezza, per così dire, dove l’aspetto strumentale dell’uso dell’alcol emerge con particolare forza: l’ebbrezza nella vicenda della colonizzazione centro-sud e nord americana mette in relazione quelle due culture.

L’ubriachezza, dice Ferlan (con la mano ferma dello storico), è sempre stata difficile da perimetrare, una materia davanti alla quale storicamente lo stigma delle istituzioni e persino della medicina hanno sempre avuto scarso ascolto. Venendo dalla terra, l’uva, il grano sono sempre stati intesi come fattori di civilizzazione e l’ebbrezza di fatto è stata una “pratica ancestrale” (p.19). Nel trasferire la “malapianta” dell’uso smodato di alcol nel Nuovo Mondo, dopo che nel Vecchio la “follia reversibile” dell’ubriachezza aveva affrontato, con successo, le prove della cristianizzazione, della Riforma e della Controriforma, gli europei si sono inventati un formidabile strumento di guerra, un’arma sofisticatissima di penetrazione (qualche vaga analogia con l’odierno uso “malvagio” della rete?), capace di controllare, per almeno tre secoli, gli aspetti più profondi delle aggregazioni sociali intervenendo su rituali religiosi e politici. L’immagine più straziante è quella del povero Geronimo, il gigante della lotta degli indiani d’America, che vecchio e ubriaco di whisky cade da cavallo nella notte e muore di freddo. Impossibile non pensare che senza l’alcol la Storia sarebbe stata un’altra cosa.
Una ricerca recentissima condotta in 195 paesi dal 1990 al 2016, presentata sulla rivista “Lancet” mostra come l’alcol nella società odierna sia ancora presente innanzitutto sotto forma di dramma. “Nel 2016 – si dice – era il settimo fattore di rischio non solo di morte prematura, con 2,8 milioni di morti (circa il 10%, maggiore per i maschi), ma anche di perdita di salute”. Lo studio, presentato da Alberto Mantovani, direttore dell’Istituto di ricerca milanese Humanitas, nel “Corriere della Sera” nello scorso settembre, rileva anche il vero dramma di una follia non sempre reversibile e cioè il fatto che “il consumo di questa sostanza rappresenta la più grave causa di morte prematura e disabilità fra i 15 e i 49 anni”.
Che dire? Siamo nell’antropocene e mi sa che una delle cicatrici più vistose che l’uomo lascerà della sua permanenza sul pianeta sarà proprio questa sinistra attrazione per l’ubriachezza, e nessuno saprà mai veramente il perché. Forse era semplicemente perché la vita era bellissima e insopportabile.
Per l’immediato, se è vero che l’alcol sprigiona il suo potere magico (di ammorbidire i lacci dell’Io e di lasciar andare le pulsioni) e distribuisce la sua felicità su una soglia, non prima e non dopo (infatti non la si deve superare) poiché se no diventa sofferenza, credo valga ancora sommamente (lo condivido con Mantovani) ciò che il manzoniano gran cancelliere spagnolo Ferrer (I promessi sposi, cap. XIII) rivolge al cocchiere mentre avanza con la carrozza tra la folla: “Pedro, adelante con juicio”. 

- Mauro Portello - Pubblicato su DoppioZero il 18 ottobre 2018 -

mercoledì 17 ottobre 2018

La barbarie e i “blocchi mentali”

carles

Rifiutare il lavoro, è bene... Superare il lavoro, è meglio.
- A proposito di «Attention Danger Travail» di Pierre Carles -
di Gérard Briche

Che cosa ci fa vedere il film «Attention Danger Travail»? Ci mostra degli uomini e delle donne che non vogliono, che non vogliono più, lavorare. Rifiutare il lavoro, può sembrare a prima vista davvero scandaloso. Del resto, la testimonianza di V. ce lo mostra, si sente in colpa per rifiutare un lavoro, mentre ci sono così tanti disoccupati che cercano lavoro. E si deve pur lavorare per poter avere di che vivere, per avare accesso a quelli che sono i beni di consumo... Davvero? Ecco quella che è un'idea sbagliata!

Non è l'uomo che consuma: è il lavoro che consuma l'uomo
Certo, più ancora che l'accesso ai mezzi materiali di esistenza, il lavoro, in questa società, costituisce il modo stesso di esistenza. Si lavora per guadagnarsi da vivere; e come viene constatato da Y., ex imprenditore e ora disoccupato soddisfatto, si lavora per «guadagnare soldi per poter sostenere questo sistema di vita». Sì, questo «sistema di vita» in cui si lavora, non per produrre qualcosa di utile, che arricchisca l'uomo, ma per avere del denaro. Per consumare quello che viene fabbricato solo perché venga comprato da delle persone che lavorano per guadagnare denaro per consumare ciò che è stato fabbricato per... Stop! In questo ciclo infernale, l'uomo non è altro che un anello: il «soggetto automatico» di questa società, è il processo in cui il lavoro «concreto» è irrilevante. Perché quel che è importa è solo la produzione di una merce, qualsiasi, che realizzi più denaro di quanto è costata la sua produzione. In poche parole, quel che importa è solo il lavoro «astratto» i cui la forza lavoro umana viene  spesa per una produzione che in quanto tale è senza alcuna importanza. Ed in questo processo, l'uomo non è altro che una merce che il lavoro consuma. Che il lavoro mutili l'uomo, e che vivere è poco più che «sopravvivere», è dimostrato in maniera dolorosa dall'esempio della catena; ma i lavoratori del tele-marketing ne rappresentano un'attualizzazione evidente. O i fattorini che consegnano le pizze: «non abbiamo tempo da perdere... siamo qui per lavorare!»

Una reazione salutare: rifiutare la sottomissione al lavoro
J., l'ex operaio finalmente felice ci dà una testimonianza incoraggiante: si può esistere al di fuori del lavoro, ed è proprio allora che viviamo veramente. Ma la soluzione è quella di «imparare a vivere senza lavorare» come suggerisce P., disoccupato militante il quale ha uno «stile di vita» modesto che, per il produttivismo dilagante, costituisce una provocazione?
Rendersi conto, come ha fatto V., che «il lavoro non è necessariamente un fine in sé», è un inizio incoraggiante. Ma trarne la conclusione che «dal momento che esiste la disoccupazione, bisogna approfittarne», significa fare solo metà strada. Rifiutare di «sprecare la propria vita per guadagnare», è una cosa buona; vivere la disoccupazione come se fosse una guerriglia contro il «sistema», è una scelta eccellente. Ma il lavoro non è solo ripetitivo o noioso: qualsiasi lavoro, nel momento in cui è inserito nel processo dello scambio con il denaro, ecco che non è altro che lavoro «astratto», vale a dire che a prescindere da cosa si produce, quel che conta è che venga venduto. Realizzare questo, è il primo gradino di una critica radicale di questo mondo.

Critica del lavoro, critica del valore
Qualsiasi prodotto, il cui interesse reale è indifferente purché esso sia comunque vendibile, si chiama merce. E se la «sacralizzazione del lavoro» è caratteristica del produttivismo, come viene spiegato nel film da Loïc Wacquant, ciò avviene perché il valore di una merce non è altro che la coagulazione del lavoro «astratto» contenuto in essa. Criticare il lavoro, è rifiutare un lavoro la cui funzione essenziale è quella di sviluppare sempre più lo scambio della merce in maniera sempre più indifferente all'interesse reale. Dal momento che non hanno importanza né il prodotto né il produttore: importa solo la produzione, sempre più importante, e lo scambio, sempre più ampio, con il fine dell'aumento sempre più crescente del valore in circolazione.
Il problema, è che questa società del lavoro, e questo mondo del produttivismo funzionano sempre peggio. Seguendo la comparsa della macchine che permettono una forte produttività con poco lavoro umano, il meccanismo «tautologico» della valorizzazione del valore riesce ora ad espellere sempre più lavoratori diventati ormai superflui. Crisi insolubili guerre inestinguibili: sono tutti altrettanti simboli di un regno della «barbarie» in cui le uscite di emergenza ed altri "Sistemi D" sono solo delle soluzioni ingannevoli, di certo gratificanti, ma senza dubbio insostenibili a medio termine... La speranza risiede quindi nei movimenti di ribellione che si vedono dappertutto nel mondo, a patto che riescano da uscire dalla gabbia di ferro dei «blocchi mentali» (Loïc Wacquant) che ci impediscono di «imparare a vivere senza lavorare» in una società del lavoro, ma di immaginare di vivere «al di là del lavoro» in una società che, avendo eliminato il lavoro, lo scambio ed il valore, sarà una società dove gli uomini vivrebbero in comune, semplicemente.

- Gérard Briche - Testo redatto per un dibattito relativo alla proiezione del film "Attention Danger Travail" -

fonte: Avec Marx

martedì 16 ottobre 2018

Profezie!

mitt

Ci sono autori imprescindibili per chi aspira a fare politica in Europa e per l’Europa che non possono essere ignorati. Benedetto Croce, per esempio, ma anche Henri Pirenne; Paul Hazard e François Guizot; Jan Masaryk e Robert Seton-Watson; Lucien Febvre e Federico Chabod; Christopher Dawson e Rémi Brague; Oskar Halecki e Herbert Fischer; Roberto Sabatino Lopez e Charles Verlinden. Nel novero dei suddetti non può non includersi Friedrich Naumann e il suo Mitteleuropa.

(dal risvolto di copertina di: Friedrich Naumann, MITTELEUROPA Voll. 1-2, traduzione di Gino Luzzatto; con una premessa di Giuseppe Di Leo. Aragno)

L’Europa del 1915, cioè oggi.
- Ecco la profezia di Naumann -
di Claudio Magris

Anche l’editoria, come l’edilizia, ha le sue strutture profonde e le sue facciate attraenti, i muri maestri e i balconi. I muri maestri non si vedono, ma reggono il tutto e permettono pure i fiori sui balconi. Vi è certo qualche editore, grande o piccolo, che lavora come un palazzinaro i cui redditizi edifici si sbriciolano presto e vi sono editori, grandi o piccoli, che pubblicano testi fondamentali o minori ma comunque necessari alla cultura di un Paese, come il calcio alle ossa di un individuo. Talora ciò avviene non senza difficoltà da parte dell’editore. Ad esempio le Edizioni Lavoro hanno pubblicato una splendida versione di un capolavoro come Il quarto secolo di Édouard Glissant, che non trova facilmente posto tra le pile dei volumi del giorno nelle librerie. Un altro esempio fra i molti è la casa editrice Marietti, che anni fa ha mediato alla cultura italiana opere fondanti della letteratura jiddisch, della mistica ebraica e araba e della narrativa mitteleuropea, che ha contribuito a scoprire e a far conoscere in Italia.
È proprio la Mitteleuropa che ora si può conoscere ancor più a fondo, oltre il fascino della sua grande letteratura, del suo mosaico plurinazionale e ribollente di odi nazionali. A farla conoscere al di là di ogni mito è un libro muro maestro dell’editoria sostanziale e meno appariscente, l’editore Aragno, cui si devono pubblicazioni fondanti, ad esempio la raccolta di saggi Attraverso il nichilismo di Tito Perlini, altra pietra angolare per capire le trasformazioni del mondo che stiamo vivendo, di cui tutti parlano ma andando raramente a fondo.
Il titolo è laconico: Mitteleuropa, di Friedrich Naumann. Quando uscì, nel 1915, ebbe un grande successo. Per tanti anni l’abbiamo dimenticato o accantonato in qualche fuggevole menzione parlando di Francesco Giuseppe o di Joseph Roth. Un libro di cento anni fa che oggi ritrova — forse purtroppo — una straordinaria attualità per quel che riguarda ciò che sta accadendo oggi nell’Europa centrale e di conseguenza nell’Europa tout court. L’editore ripubblica la versione italiana del 1918 di Gino Luzzatto, il grande storico dell’economia, con una sintetica e felice premessa di Giuseppe Di Leo, che aiuta a cogliere subito la portata del libro.
Friedrich Naumann era un grande studioso di politica e di economia, deputato al Reichstag per dieci anni e, dopo la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale, partecipe dei lavori dell’Assemblea di Weimar e della stesura della Costituzione repubblicana tedesca.
Il suo pensiero decisamente tedesco-nazionale, nutrito di profondi interessi sociali, si era arricchito nel tempo di elementi liberali assorbendo pure l’influenza di Max Weber, una delle più grandi menti del Novecento, le cui intuizioni — ad esempio sul disincanto — sono ancora oggi un pilastro della comprensione del nostro mondo. Al centro dell’interesse e della passione di Naumann sono certamente la Germania, il suo ruolo egemone nell’Europa centrale e continentale, i suoi rapporti con l’Austria absburgica, particolarmente complessi per quel che riguarda l’Ungheria e i vari popoli compresi nella Duplice Monarchia.
Consapevole dell’impossibilità di un’unione politica tra Germania e Austria–Ungheria, da lui auspicata, Naumann vedeva nella Germania l’elemento predominante in Europa e ha analizzato superbamente i suoi rapporti con gli altri Stati d’importanza mondiale, dall’Impero britannico a quello zarista, dall’indebolita ma sempre fondante potenza della Francia a quella nascente degli Stati Uniti. Fautore di un’Europa gravitante intorno alla Germania ma nel pieno rispetto dei singoli Stati e dei diritti delle varie minoranze nazionali, Naumann era profondamente tedesco, sentiva le esigenze di spazio della Germania e cercava di conciliarle con una politica pacifica, consapevole com’era della complessità geopolitica dell’Europa e dei suoi rapporti col resto del mondo.
Nei più di cent’anni intercorsi fra il libro di Naumann e la realtà di oggi sono avvenuti rivolgimenti epocali che hanno sparigliato le carte della Storia universale come un uragano: nascita e morte di fascismo, nazismo, comunismo e di tanti altri regimi e sistemi politici; sfacelo dell’Impero zarista e degli imperi centrali e declino strisciante di quello britannico ; formazione e dissoluzione dell’universo sovietico, avvento di potenze mondiali come Stati Uniti e più tardi Cina; biblici esodi e spostamenti di popoli e di frontiere, rigidi muri di confine spostati, abbattuti, ricostruiti; trasformazioni radicali di vita sociale, ideologie, costumi, valori morali e della stessa identità umana, fisica e psicologica.
È sconcertante — pure inquietante — che il libro di Naumann riemerga ora non quale maestoso monumento della cultura del passato bensì, cosa che sarebbe stata impensabile per lo stesso autore, quale inquietante ritratto del presente. È il ritratto di un’Europa non quale vorremmo fosse e per la quale continueremo a lottare perché divenga come la vogliamo e come deve essere, bensì è un ritratto dell’Europa di come oggi sostanzialmente è, delle lacerazioni che la disgregano e delle mine politiche disseminate dovunque, a insidiare il processo di una sua democratica unità.
La Mitteleuropa di questo libro non è quello straordinario continente culturale che abbiamo scoperto e amato nei Musil e nei Roth, negli Svevo, nei Kafka e nei Krleza, nei Klimt e negli Schönberg. Non è l’Europa plurinazionale (hinternazionale, scriveva Johannes Urzidil, dietro le nazioni) con la sua grande cultura che coglieva ed esprimeva il disagio della Storia, la fine del mondo di ieri e forse non solo di quello di ieri ; una cultura che era stata pure un baluardo umano contro i totalitarismi fascisti e comunisti. Naumann non poteva conoscere quella Mitteleuropa, perché essa ha vissuto la propria straordinaria stagione culturale soprattutto dopo l’uscita del suo libro.
Ma — inquietante paradosso — la Mitteleuropa di oggi è quella che lui descrive e analizza, con muri che vengono rialzati di nuovo, con feroci dissidi o ambigue alleanze che dissolvono l’humanitas sovranazionale e quella apertura temeraria al futuro e alle nuove forme di conoscenza, di arte e di scienza che caratterizzavano i Musil, i Broch, i Wittgenstein, i Loos, i Kiš. Un lievito spirituale che sarebbe una nostra possibile salvezza in una vera Unione Europea.
La probabile estraneità di Naumann alle nuove forme delle arti e della filosofia gli ha paradossalmente permesso di indagare con lucidità impareggiabile le strutture profonde del mondo mitteleuropeo, distruttive e oggi tanto più forti delle aperte e creative visioni del mondo. Ma se vogliamo capire meglio ciò che succede oggi in Ungheria o in Polonia, nella Repubblica Ceca o in Slovacchia, nell’atteggiamento dei Paesi occidentali nei loro confronti e il continuo alternarsi di passi avanti e passi indietro, il riemergere di torvi nazionalismi e di antichi rancori, dobbiamo leggere questo vecchio e purtroppo attuale libro di Naumann. Nel Richiamo della foresta di Jack London, Buck, il cane, torna all’esistenza atavica del branco, ma solo dopo la morte del suo amatissimo padrone-compagno, assassinato nel bosco. Cerchiamo di impedire che l’anchilosata e divisa Unione Europea non muoia e che la nostra Mitteleuropa non sia una foresta selvaggia, pur mimetizzata in una educata ipocrisia.

- Claudio Magris - Pubblicato sul Corriere del 1° luglio 2018 -

lunedì 15 ottobre 2018

Parlamenti

lukakcs

Quest'articolo, che apparve in Kommunismus 1/6 (1920), pp. 161-172, rappresenta il contributo di Lukàcs ad una questione che occupò a fondo tutti i membri della III Internazionale. Dal momento che Lukàcs fa spesso riferimento ad eventi interni al Partito Comunista Tedesco (KPD), è importante sottolineare che il partito venne fondato fra dicembre del 1918 e gennaio del 1919, quando La Lega Spartachista ruppe con il Partito Socialdemocratico Indipendente (USPD), a seguito della decisione adottato da questo di partecipare alle elezioni per il primo Reichstag dopo la prima guerra mondiale. Dopo l'assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht (avvenuto nel gennaio del 1919), la leadership del partito andò a Paul Levi, che nel secondo congresso del KPD, tenutosi ad Heidelberg nel mese di ottobre del 1919, impose le sue "Tesi sul parlamentarismo", in una fase che spingeva la partecipazione alle elezioni. Questo portò ad una scissione nel partito, e quelli che si erano opposti a Levi fondarono il Partito Comunista dei Lavoratoti (KAPD). Di fronte alla sfida rappresentata da questo partito ed al crescente rafforzamento della reazione di destra in tutto il paese (come venne dimostrato dal golpe di Kapp nel 1920), il quarto congresso del KPD, che si svolse a Berlino nell'aprile del 1920, decise di partecipare alle elezioni di giugno. In quelle elezioni, il KPD ottenne il 2% dei voti, e nel Reichstag vennero eletti sia Levi che Clara Zetkin. Nel dicembre di quello stesso anno, il Partito si unì all'ala di sinistra dell'USPD, adottando il nome di Partito Comunista Unito di Germania (VKPD). Da quel momento, il KPD rimase coinvolto nell'azione parlamentare. L'articolo di Lukàcs apparve tre mesi prima che Lenin dedicasse alla questione "L'estremismo, malattia infantile del comunismo". Lenin riteneva che la prospettiva di Lukàcs fosse un sintomo delle malattia estremista di sinistra e la fazione di Kun attaccò ripetutamente le posizioni qui espresse da Lukàcs.

La questione del parlamentarismo
[Zur Frage des Parlamentarismus, 1920]
- di György Lukács -

1 - Oggigiorno si afferma comunemente che la questione del parlamentarismo non è una questione di principio, ma semplicemente una questione tattica. Nella sua indubbia esattezza quest’affermazione presenta però non poche oscurità. A prescindere dal fatto che essa è quasi sempre pronunciata da coloro che – praticamente – sono a favore del parlamentarismo, onde quell’affermazione significa quasi sempre una presa di posizione a favore del parlamentarismo, la mera constatazione che si tratta di una questione non di principio, ma solamente tattica, è poverissima di contenuto. Lo è soprattutto perché, mancando una effettiva teoria della conoscenza del socialismo, il rapporto in cui si trova una questione tattica rispetto ai princìpi è completamente oscuro.
Pur non potendo approfondire in questa sede tale problema, dobbiamo però sottolineare quanto segue: tattica significa applicazione pratica di princìpi stabiliti teoricamente. Tattica, cioè, è la congiunzione tra l’obiettivo finale e la realtà immediatamente data. Essa dunque è determinata in modo bilaterale: da una parte, mediante i princìpi e obiettivi finali del comunismo immutabilmente fissati; dall’altra, mediante la costantemente mutevole realtà storica effettiva. Sebbene ripetutamente si sia parlato della grande agilità della tattica comunista (almeno per quanto riguarda ciò che essa dovrebbe essere), non va dimenticato per l’esatta comprensione di quest’assunto che la flessibilità della tattica comunista è la diretta conseguenza della rigidità dei princìpi del comunismo. Gli immutabili princìpi del comunismo possono avere questa flessibilità solo per il fatto di essere qualificati a rimodellare in maniera viva e feconda la realtà perpetuamente mutevole. Invece ogni Realpolitik, ogni azione senza princìpi, diventa rigida e schematica quanto più ostinatamente viene sottolineato che essa è libera da princìpi (la politica imperialistica tedesca ad esempio). Gli elementi che nel mutamento restano costanti e imprimono una norma alla molteplicità, non possono venire emarginati da nessuna Realpolitik. Se questa funzione non viene espletata da una teoria capace d’influire fecondamente sui fatti e di fecondarsi in essi, al suo posto subentra l’abitudine, lo schema fisso, la routine, che sono incapaci di adattarsi alle esigenze del momento. Proprio per questo suo saldo ancorarsi alla teoria e ai princìpi, la tattica comunista si distingue da ogni tattica «realistica» borghese o socialdemocratica piccolo-borghese. Se dunque
per il partito comunista una questione è posta come questione tattica, occorre chiedersi: 1) da quali princìpi dipenda il problema tattico considerato, 2) a quale situazione storica è applicabile questa tattica, in conformità a tale dipendenza, 3) di che natura, sempre in dipendenza dalla teoria, debba essere la tattica, 4) in quale modo sia da concepire la connessione di una singola questione tattica con altre questioni tattiche, intese ancora una volta conformemente alla loro connessione con le questioni di principio.

2. Per meglio definire il parlamentarismo come problema tattico del comunismo, bisogna sempre prendere le mosse tanto dal principio della lotta di classe, quanto dall’analisi concreta dell’attuale situazione oggettiva dei rapporti di forza, materiali e ideologici, tra le classi antagoniste. Da ciò discendono i due modi decisivi di porre il problema, ossia lo stabilire 1) quando in generale il parlamentarismo vada usato come arma, come strumento tattico del proletariato, e 2) come occorra utilizzare quest’arma nell’interesse della lotta di classe del proletariato.
La lotta di classe del proletariato nega, per sua natura, la società borghese. Ciò però non implica affatto quell’indifferenza politica nei suoi confronti dello stato già derisa a ragione da Marx, bensì un tipo di lotta in cui il proletariato non si lasci assolutamente condizionare dalle forme e dai mezzi che la società borghese ha eretto per i propri fini: un tipo di lotta in cui l’iniziativa rimanga in ogni caso dalla parte del proletariato. Ma non bisogna dimenticare che questo tipo assolutamente puro di lotta di classe proletaria può dispiegarsi solo raramente in forma pura. Prima di tutto perché il proletariato, sebbene in base alla missione impostagli dalla filosofia della storia combatta senza sosta contro l’esistenza della società borghese, nelle situazioni storiche date si trova invece molto spesso sulla difensiva nei confronti della borghesia. L’idea della lotta di classe proletaria è una grande offensiva contro il capitalismo: la storia ce la fa apparire come un’offensiva che è imposta al proletariato. La posizione tattica in cui il proletariato viene a trovarsi di volta in volta si può analizzare in maniera semplicissima in base alla sua caratterizzazione offensiva o difensiva, sicché da quanto abbiamo testé detto si deduce che nelle situazioni difensive si è costretti a usare quei mezzi tattici che, nella loro più intima essenza, contrastano con l’idea della lotta di classe del proletariato. L’impiego indubbiamente
necessario di tali mezzi è connesso perciò sempre con il pericolo di compromettere lo scopo per il quale essi vengono utilizzati, vale a dire le lotte di classe del proletariato.
Il parlamento, che è lo strumento originariamente più consono alla borghesia, può essere solamente un’arma difensiva del proletariato. Il problema del «quando» usare quest’arma si chiarisce ora da sé: la si usa in quella fase della lotta di classe in cui al proletariato, in conseguenza dei rapporti di forza esterni e anche della propria immaturità ideologica, non è possibile dar battaglia alla borghesia con i propri mezzi d’assalto.
L’impegnarsi nell’attività parlamentare comporta quindi per ogni partito comunista la coscienza e l’ammissione che la rivoluzione è impensabile a breve scadenza. Il proletariato, costretto sulla difensiva, può servirsi della tribuna del parlamento per l’agitazione e la propaganda politica, può utilizzare in sostituzione di forme di lotta esterna non attuabili le possibilità che la «libertà» borghese assicura ai membri del parlamento; può servirsi delle lotte parlamentari contro la borghesia per raccogliere le proprie forze, come preparazione alla vera, autentica battaglia contro la borghesia. Che una tale fase possa anche durare un lasso di tempo considerevolmente lungo si comprende da sé, ma ciò non toglie nulla al fatto che per un partito comunista l’attività parlamentare non può mai essere altro che una preparazione alla lotta autentica, e mai esser concepita come se fosse essa da sola la vera lotta.

3. Ancor più difficile dello stabilire il momento in cui può essere applicata la tattica parlamentare, è stabilire come deve comportarsi una frazione comunista in parlamento (i due problemi d’altronde sono strettamente connessi). Ci si richiama quasi sempre [*1] all’esempio di Karl Liebknecht e alla funzione bolscevica della Duma. Ma proprio questi due esempi mostrano come sia difficile per i comunisti rispettare le regole del gioco
parlamentare, e quali straordinarie capacità vi si richiedono da parte dei parlamentari comunisti. In breve, la difficoltà si riassume in questo: il deputato comunista deve combattere contro il parlamento nel parlamento – e occorre farlo con una tattica che nemmeno per un momento venga a porsi sul terreno della borghesia, cioè del parlamentarismo. Non vogliamo riferirci alla «protesta» contro il parlamentarismo, né alla «lotta» contro di
esso durante i «dibattiti» (tutto ciò restando parlamentaristico, legale, una mera fraseologia rivoluzionaria), bensì alla lotta contro il parlamentarismo e il potere della borghesia condotta con l’azione nel parlamento stesso. Quest’azione rivoluzionaria non può avere altro scopo se non di preparare ideologicamente il passaggio del proletariato dalla fase difensiva a quella offensiva, nel senso che mediante questa azione la borghesia e i suoi complici socialdemocratici saranno costretti a mettere a nudo la loro dittatura di classe in modo tale che l’ulteriore prosecuzione può risultarne compromessa. Nel caso della tattica comunista volta a mascherare la borghesia, non si tratta perciò d’una tattica verbale (la quale può essere spesso una vuota fraseologia rivoluzionaria tollerata dalla borghesia), ma di una provocazione verso la borghesia per indurla a svelare più apertamente la sua condotta, a scoprirsi da sola con azioni che a un certo momento possono risultare ad essa sfavorevoli. Poiché il parlamentarismo è una tattica difensiva del proletariato, bisogna apprestare questa difensiva in modo che l’iniziativa tattica resti pur sempre al proletariato, e che gli attacchi della borghesia risultino fatali alla medesima [*2].
Già questa breve e sommaria esposizione mostra spero con sufficiente chiarezza le enormi difficoltà di questa tattica. La prima difficoltà che quasi tutti i gruppi parlamentari non riescono a superare, è di pervenire entro lo stesso parlamento a un effettivo superamento del parlamentarismo. Infatti anche la più acuta critica all’azione delle classi dominanti resta un verbalismo, una vuota frase rivoluzionaria, se non arriva a incidere oltre il mero ambito parlamentaristico, se non ha come effetto che la lotta di classe riprende immediatamente vigore e che i contrasti di classe si presentano in una maniera più palese la quale accelera la maturazione dell’ideologia del proletariato. L’opportunismo, che è il maggior pericolo della tattica parlamentare, ha la sua ragione prima nel fatto che è opportunistica ogni attività parlamentare la quale per sua natura ed effetto non vada oltre lo stesso parlamento, ossia non abbia almeno la tendenza a rompere l’ambito parlamentaristico. La più serrata critica esercitata all’interno di quest’ambito non può mutare assolutamente nulla. Al contrario! Proprio il fatto che nell’ambito del parlamento un’aspra critica della società borghese appare possibile, contribuirà al disorientamento, auspicato dalla borghesia, della coscienza di classe del proletariato. La finzione della democrazia parlamentare borghese si basa proprio sul fatto che il parlamento appare non come organo dell’oppressione di classe, ma come l’organo di «tutto il popolo». Ogni radicalismo verbale – con il fatto stesso della sua possibilità d’esplicarsi in parlamento – risulta opportunistico e riprovevole poiché rafforza negli strati meno coscienti del proletariato le illusioni nei confronti di questa finzione.
Bisogna quindi sabotare il parlamento in quanto parlamento, e l’attività parlamentare dev’essere proiettata oltre il parlamentarismo. Questo compito implica però per la rappresentanza parlamentare comunista un’ulteriore difficoltà tattica che rischia di compromettere questo lavoro proprio nel momento in cui il pericolo dell’opportunismo pare superato. Il pericolo è che, nonostante gli sforzi della frazione parlamentare comunista, l’iniziativa e il sopravvento tattico restino nelle mani della borghesia. Il sopravvento tattico dipende dal fatto di quale delle due parti riesca a imporre all’avversario condizioni di lotta per sé favorevoli. Ma abbiamo già rilevato che ogni stasi parlamentaristica della lotta è una vittoria tattica della borghesia; in numerosi casi il proletariato è perciò posto dinanzi alla scelta di evitare la lotta decisiva (arrestandosi al livello
parlamentare, il che implica un rischio di opportunismo), o di attuare la spinta oltre il parlamentarismo e l’appello alle masse in un momento in cui ciò è favorevole alla borghesia. L’esempio più chiaro dell’irresolubilità di questa questione ce lo offre l’attuale situazione del proletariato italiano. Le elezioni, svoltesi apertamente sotto l’insegna comunista come una larghissima «agitazione», hanno fatto guadagnare al partito un considerevole numero di mandati. E con questo? O si prende parte al «positivo lavoro» parlamentare (cosa che Turati e i suoi accoliti auspicano), e la conseguenza è la vittoria dell’opportunismo, lo svilimento del movimento rivoluzionario; oppure si opera un aperto sabotaggio del parlamento, e la conseguenza è che prima o poi avverrà lo scontro diretto con la borghesia, proprio quando il proletariato non sarà in grado di sceglierne il momento. Non si fraintenda: non partiamo affatto dal ridicolo presupposto che si possa «scegliere il momento» per la rivoluzione; riteniamo, al contrario, che le esplosioni rivoluzionarie sono azioni di massa spontanee, nelle quali al partito spetta il compito di rendere cosciente il fine, d’indicare la direzione. Ma per il fatto stesso che il punto di partenza dello scontro sta nel parlamento, la spontaneità delle masse corre appunto un serio pericolo. L’azione parlamentare diventa una vuota dimostrazione (il cui effetto con l’andar del tempo prostra le masse e le indebolisce), oppure conduce a ben riuscite provocazioni della borghesia. La frazione italiana, temendo quest’ultima eventualità, oscilla senza posa tra le vuote dimostrazioni e il cauto opportunismo della retorica rivoluzionaria (accanto a questi errori tattici di metodo sono stati certo compiuti anche altri errori tattici di contenuto, come ad esempio la dimostrazione piccolo-borghese per la repubblica).

4. Da quest’esempio esce ben rafforzata la teoria che mostra come possa diventare rischiosa per il proletariato una «vittoria elettorale». Infatti per il partito italiano il maggior pericolo sta in ciò, che la sua attività antiparlamentare in parlamento può portare molto facilmente alla spaccatura del parlamento stesso, sebbene ideologicamente e organizzativamente il proletariato italiano non possieda ancora la maturità necessaria alla lotta decisiva. La contraddizione tra vittoria elettorale e impreparazione chiarisce senza ambagi l’inconsistenza di quella argomentazione la quale, favorevole al parlamentarismo, scorge in esso una specie di «parata militare» del proletariato. Se ogni voto significasse realmente un vero comunista, queste remore cadrebbero da sé, ossia la maturità ideologica esisterebbe fin da ora.
Ciò mostra però anche che, perfino come mero strumento di propaganda, l’agitazione elettorale non è da accettare ad occhi chiusi. La propaganda del partito comunista deve servire alla chiarificazione della coscienza di classe delle masse proletarie, a risvegliare alla lotta di classe. Essa perciò dev’essere diretta ad accelerare nella maniera più intensa possibile il processo di differenziazione all’interno del proletariato. Solo in tal modo si può ottenere che da un lato il nucleo saldo e cosciente del proletariato rivoluzionario (il partito comunista) si sviluppi nel senso della quantità e della qualità, e che dall’altro il partito, mediante l’insegnamento pratico dell’azione rivoluzionaria attiri a sé gli strati meno coscienti e li porti alla coscienza rivoluzionaria della loro condizione. L’agitazione elettorale si rivela a tal fine uno strumento assai dubbio. Infatti l’atto del voto non solo non è un’azione, ma ciò che è molto peggio, è un atto apparente, è la parvenza illusoria di un’azione, onde esso opera nella direzione non di promuovere, bensì di offuscare la coscienza. Apparentemente viene messa sul piede di guerra una grande armata la quale però fa cilecca nel momento preciso in cui si rende necessaria una ferma resistenza (è il caso della socialdemocrazia tedesca nell’agosto 1914).
Questa situazione deriva necessariamente dal carattere tipicamente borghese dei partiti parlamentari. Come per l’organizzazione complessiva della società borghese, così anche per i partiti borghesi lo scopo finale, sebbene raramente a livello di coscienza, è l’offuscamento della coscienza di classe. Da sparuta minoranza della popolazione, la borghesia riesce a mantenere il suo potere solamente perché essa inquadra nel suo séguito tutti gli strati sociali materialmente e ideologicamente incerti e indefiniti. Di conseguenza il partito borghese-parlamentare è una risultante dei più eterogenei interessi di classe (in cui dal punto di vista del capitalismo il compromesso apparente è ovviamente sempre maggiore di quello reale). Il proletariato, non appena partecipa come forza politica alla lotta elettorale, è quasi sempre costretto a subire questa struttura del partito. La vita peculiare di ogni meccanismo elettorale che necessariamente lavora per la più grande «vittoria» possibile, condiziona quasi sempre le parole d’ordine nel senso ch’esse sono dirette a procacciare il maggior numero possibile di nuovi «aderenti». E anche quando ciò non avviene, o non avviene intenzionalmente, è pur sempre insito nella tecnica complessiva delle elezioni un metodo d’adescamento dei «seguaci» che cela in sé il pericolo fatale di scindere tra loro convinzione e azione, e destare così un’inclinazione all’imborghesimento, all’opportunismo. L’opera educativa dei partiti comunisti, la loro influenza sui gruppi indecisi ed esitanti del proletariato, può diventare realmente efficace soltanto a patto di riuscire a rafforzare in essi la convinzione rivoluzionaria mediante l’insegnamento diretto dell’azione rivoluzionaria. Ogni campagna elettorale, in corrispondenza al suo carattere borghese, prende invece una direzione completamente opposta, che solo in rarissimi casi si riesce a superare. Anche il partito italiano ha subito questo pericolo: l’ala destra ha considerato l’adesione alla Terza Internazionale, la richiesta della repubblica dei consigli, come mere parole d’ordine elettorali. Il processo di differenziazione, l’effettiva conquista delle masse per una azione comunista possono quindi cominciare solo più tardi (e probabilmente in condizioni più sfavorevoli). In generale le parole d’ordine elettorali, proprio perché non hanno alcuna relazione immediata con l’azione, rivelano una sorprendente tendenza a svisare i contrasti, a unificare linee divergenti: caratteristiche, queste, le quali sono più che rischiose proprio in questo particolare momento della lotta di classe, in cui è in gioco l’effettiva e operante unità del proletariato, e non già l’unità apparente dei vecchi partiti.

5. Tra le difficoltà pressoché insormontabili di una azione comunista in parlamento va annoverata l’eccessiva indipendenza e il potere decisionale che si suole attribuire al gruppo parlamentare nella vita di partito. Che ciò rappresenti un vantaggio per i partiti borghesi è indubbio, ma qui non possiamo analizzare la questione più da presso [*3]. Comunque ciò che è utile per la borghesia è quasi senza eccezione rischioso per il proletariato. È così anche in questo caso in cui, dati i suesposti pericoli derivanti dalla tattica parlamentare, si può nutrire una certa speranza di evitarli solo se l’attività parlamentare è incondizionatamente e totalmente sottoposta alla direzione centrale extraparlamentare. Teoricamente la cosa sembra ovvia, ma l’esperienza ci insegna che il rapporto tra partito e frazione parlamentare si capovolge pressoché costantemente, onde è il partito a venir rimorchiato dalla frazione parlamentare. Avvenne così, ad esempio, nel caso Liebknecht durante la guerra, allorché nei confronti della frazione del Reichstag egli si richiamò, del tutto inutilmente come era da aspettarsi, al contenuto vincolante del programma di partito [*4]. Ancora più arduo del rapporto fra frazione parlamentare e partito, è il rapporto tra la prima e il consiglio operaio. La difficoltà di un’impostazione teoricamente corretta del problema getta ancora una volta una vivida luce sul carattere problematico del parlamentarismo nella lotta di classe del proletariato. I consigli operai, come organizzazione dell’intero proletariato (di quello consapevole come in quello privo di coscienza), si proiettano con il solo fatto della loro esistenza al di là della società borghese. Per loro natura essi sono organizzazioni rivoluzionarie di diffusione, capacità operativa e potere del proletariato; in quanto tali, essi sono veri e propri criteri di misura dello sviluppo della rivoluzione. Infatti tutto ciò che viene attuato e conseguito nei consigli operai è strappato di forza alla borghesia, ed è quindi prezioso non solo come risultato, bensì soprattutto come strumento educativo all’azione di classe cosciente. Siamo dunque al colmo del «cretinismo parlamentare» quando si fanno dei tentativi (come quelli ad opera dell’USPD) «di ancorare alla Costituzione» i consigli operai, di garantire loro un
determinato campo d’azione legale. La legalità uccide i consigli operai. Come organizzazione offensiva del proletariato rivoluzionario, il consiglio operaio esiste solo in quanto minaccia l’esistenza della società borghese, in quanto passo per passo si batte per distruggerla e preparare così l’edificazione della società proletaria. Ogni forma di legalità, vale a dire il suo inserimento nella società borghese con determinati limiti di competenza, trasforma la sua esistenza in una parvenza di vita: il consiglio operaio diventa una ibrida via di mezzo fra un circolo per conferenze e un comitato esecutivo, insomma una caricatura del parlamento.
È dunque possibile che in generale il consiglio operaio e la frazione parlamentare coesistano come armi tattiche del proletariato? Dal carattere offensivo dell’uno e da quello difensivo dell’altra sarebbe naturale dedurne una reciproca integrazione [*5]. Tali tentativi di conciliazione trascurano però il fatto che offensiva e difensiva, nella lotta di classe, sono concetti dialettici, ognuno dei quali comprende un intero universo di azioni (e quindi, in entrambi i casi, offensive singole e difensive singole), e può venire applicato solo a una determinata fase della lotta di classe, epperò in connessione con le fasi contigue. Ai fini della questione qui trattata la differenza tra le due fasi si può nel modo più breve e più chiaro definire così: il proletariato si trova sulla difensiva fin quando non è cominciato il processo di dissoluzione del capitalismo. Se questa fase dello sviluppo economico è iniziata, allora – e non importa se questo mutamento sia divenuto un fatto consapevole o meno, e men che meno importa se sia «scientificamente» individuabile e verificabile – il proletariato è costretto all’offensiva. Ma siccome il processo evolutivo dell’ideologia non coincide meccanicamente con quello dell’economia, né procede del tutto parallelamente ad esso, accade raramente che la possibilità e la necessità obiettiva di passare alla fase offensiva della lotta di classe trovi il proletariato sufficientemente preparato sul piano ideologico. In conseguenza della situazione economica, l’azione spontanea delle masse procede sì in una direzione rivoluzionaria; essa però viene sempre deviata su falsi binari dal gruppo dirigente opportunistico (che non vuole o non può liberarsi dalle abitudini proprie della fase difensiva), oppure viene completamente sabotata. Pertanto nella fase offensiva della lotta di classe non sono soltanto la borghesia e gli strati sociali da essa guidati a trovarsi schierati ostilmente contro il proletariato, ma anche i suoi vecchi dirigenti. La critica perciò non va più rivolta in prima linea alla borghesia (la quale è già stata giudicata dalla storia), bensì all’ala destra e al centro-dei movimento operaio, alla socialdemocrazia, senza il cui aiuto il capitalismo non avrebbe in nessun paese la minima prospettiva di superare, sia pure temporaneamente, la sua attuale crisi.
La critica del proletariato è però ugualmente una critica dell’azione, un’opera di educazione in vista dell’azione rivoluzionaria, un insegnamento pratico. A questo fine, i consigli operai sono lo strumento più idoneo che si possa immaginare. La loro funzione educativa è infatti più importante di tutte le singole conquiste che essi sono in grado di ottenere a favore del proletariato. Il consiglio operaio è la morte della socialdemocrazia. Mentre in parlamento è possibile celare l’effettivo opportunismo con una retorica rivoluzionaria, il consiglio operaio è invece costretto all’azione, oppure cessa altrimenti di esistere. Quest’azione, la cui guida consapevole deve essere il partito comunista, riesce ad eliminare l’opportunismo, a condurre a fondo la critica oggi necessaria. Nessuna meraviglia, dunque, che la socialdemocrazia paventi l’autocritica che le viene imposta in questa sede. L’evoluzione dei consigli operai in Russia, dalla prima alla seconda rivoluzione, mostra chiaramente la direzione in cui questo sviluppo deve portare. Dal punto di vista teorico e tattico, infine, le posizioni del consiglio operaio e del parlamento risulterebbero così definite: dove un consiglio operaio (anche nell’ambito più modesto) è possibile, il parlamentarismo è superfluo. Esso è perfino pericoloso perché la sua natura comporta che la critica esercitabile nel suo ambito sia solo la critica della borghesia, e non l’autocritica del proletariato. Ma il proletariato, prima di porre piede nella terra benedetta della liberazione, deve passare attraverso il purgatorio di questa autocritica, nella quale esso dissolve, ripudia e porta infine a purificazione la sua stessa forma, assunta nell’epoca capitalistica e la quale forma si manifesta nel modo più pregnante nella
socialdemocrazia.

- György Lukács -

NOTE:

[*1] - Recentemente in Karl Rader, Die Entwicklung der Weltrevolution und die Taktik der Kommunistischen Parteien im Kampfe um die Diktatur des Proletariats [Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica dei partiti comunisti nella lotta per la dittatura del proletariato], Berlin 1920, p. 29.

[*2] - Nella sua Prefazione alle Lotte di classe in Francia, troppo spesso intenzionalmente fraintesa, Engels pensa senza dubbio a questa tattica quando dice che i partiti dell’ordine vanno in rovina attraverso la situazione «legalitaria» da essi creata. L’analisi fatta da Engels è inequivocabilmente l’analisi di una situazione difensiva.

[*3] - È una questione che si connette strettamente col problema dei vantaggi che la «divisione dei poteri» comporta per la borghesia.

[*4] -  Karl Liebknecht, Klassenkampf gegen den Krieg [Lotta di classe contro la guerra], Berlin 1915, p. 53.

[*5] - In questo senso va la proposta di Max Adler d’istituire il consiglio operaio come «seconda Camera».


fonte: György Lukács ~ il primo blog in progress dedicato a Lukács