lunedì 25 maggio 2015

La concorrenza e il gene

darwin

La biologizzazione del sociale
- Il mondo soffre di un nuovo 'disincantamento' -
di Robert Kurz

Il mondo moderno definisce la relazione che le società antiche intrattenevano con la natura, come irrazionale. L'idea secondo la quale montagne e fiumi, animali e piante possiedono un'anima, appare alla coscienza moderna altrettanto fantasiosa quanto la possibilità che qualcuno possa essere stregato dalla magia. Max Weber, com'è noto, a proposito di questo ha parlato di "disincantamento del mondo" operato dalla ragione illuminista, attraverso la razionalità della scienza e della tecnica.
Ora, questa opposizione fra razionalità moderna ed irrazionalità premoderna è quanto meno semplicistica. In primo luogo, le società antiche non erano del tutto irrazionali nel loro "processo di scambio materiale con la natura" (Marx), in quanto alla fine dovevano pur provvedere al loro sostentamento. Inoltre, hanno creato degli ammirevoli artefatti ed hanno tramandato conoscenze di cui gli stessi moderni ancora si avvalgono. In secondo luogo, la società moderna, rispetto agli oggetti naturali, non si basa, dall'altro lato, su una rigida razionalità. La scala su cui l'attuale modo di produzione distrugge le sue proprie basi naturali ci fa seriamente dubitare circa l'affermazione di Max Weber.
La società moderna dovrebbe riferirsi ad un "secondo disincantamento" del mondo. Un tale disincantamento, di fatto, deve superare tutti quelli precedenti, dal momento che la pretesa magica della società moderna è totale e sconsiderata. La scissione dei sentimenti, delle esperienze sensibili e dei sogni, attuata dalla ragione astratta, ha dato origine ad una sfera di "irrazionalismo" che ha divorziato dagli scopi e dalle idee razionali - e questo non solo negli individui, ma anche nella società in generale. La ragione astratta autonomizzata è razionale solamente nei suoi mezzi, non nel suo fine. Questo fine è la "economicizzazione" dell'uomo e della natura sotto i dettami della moneta, che a sua volta non ha un'origine razionale, bensì magica. Non sono solo le relazioni sociali delle modernità ad essere pietrificate dalla moderna magia del denaro e dal suo irrazionale fine in sé, ma anche la scienza e la tecnica moderne. La razionalità strumentale della coscienza economicizzata, pertanto, corre l'eterno rischio di trasformarsi in emozione irrazionale.
Tale irrazionalismo moderno non si rivela sotto la mera apparenza di movimenti religiosi, ma assai spesso sotto la cifra razionale di apparenti idee politiche e perfino come presunta conoscenza scientifica.
Questa correlazione si esprime in maniera più chiara quando la società umana e la storia sono ridotti ad oggetti semi-naturali. Ora, se la natura è di per sé più di quanto appaia allo sguardo oggettivante dello scienziato naturale, anche l'uomo, a sua volta, è più che semplice natura, in quanto altrimenti non sarebbe in grado di concepirlo.
Il riduzionismo delle scienze naturali può conoscere la natura soltanto unilateralmente; ma la società umana viene da esso del tutto ignorata. L'apparente oggettività della razionalità scientifica si dimostra irrazionalismo selvaggio, non appena cerca di dissolvere le relazioni umane in fattori semi-fisici o semi-biologici.
Ma è proprio a questo riduzionismo che tende la scienza moderna. Incapace di offrire una soluzione alle questioni "metafisiche", ha gettato la filosofia nella pattumiera della storia delle idee. Il filosofico e rivoluzionario 18° secolo costruiva ancora una riflessione critica temeraria, con l'obiettivo di conferire una certa legittimazione alla nascente società capitalistica. Già il 19° secolo, in quanto "secolo delle scienze naturali", cercava viceversa di tagliare le unghie della teoria sociale e placare la loro aggressività per mezzo di dottrine pseudo-scientifiche. In un'epoca di miseria ostinata e di massa, era urgente attribuire al capitalismo dignità di legge naturale per poterlo rendere invulnerabile e strapparlo dal contesto storico. Così, l'economia diventò la "fisica" del mercato totale e le sue leggi supposte come eterne, e la sociologia cominciò a concepire sé stessa come la "biologia" delle relazioni sociali, al fine di coprire le contraddizioni sociali della modernità sotto il manto delle necessità naturali.
La concorrenza universale fra individui, gruppi sociali e nazioni, come risultato del capitalismo, guadagnò sempre più un'interpretazione biologica grazie al supporto di tali ideologie "scientifiche". Il conte di Gobineau, diplomatico francese, creò le cosiddette "razze" dell'umanità ed elaborò una teoria sulle loro "naturali" disuguaglianze - chiaramente, una legittimazione pseudo-scientifica del colonialismo europeo, il cui impero sulla popolazione di colore doveva avere come base una pretesa superiorità biologica della "razza bianca".
Quando Darwin scoprì la storia dell'evoluzione biologica, la sua teoria della selezione naturale nella "lotta per l'esistenza" venne ben presto trasposta alla società umana. Lo stesso Darwin non mancò di prendere posizione. In alcune delle sue lettere, recriminava sull'allora nascente movimento sindacale, dal momento che le esigenze di solidarietà intralciavano il processo di selezione naturale ed oberavano la società con esemplari esangui ed inadatti alla concorrenza.
Questo darwinismo sociale manteneva un legame osceno con la "fisica" del mercato. Alla fine del 19° secolo, a tutto questo si aggiungerà l'eugenetica o "igiene razziale" che proclamava la trasmissione ereditaria delle qualità sociali. Gli strati sociali inferiori dei criminali e degli squalificati si videro imposto il marchio di "ereditariamente inferiori", cui doveva essere impedito di riprodursi. Il rovescio della medaglia mostrava l'acclamato "tipo del vincente", bello, forte ed "ereditariamente sano".
Nelle esposizioni eugenetiche che si tenevano in Germania, in Inghilterra e negli Stati Uniti, sfilavano intere famiglie, a mo' di animali da allevamento, di buon ceppo e "purosangue". Nemmeno il movimento operaio sfuggì ad una simile follia. Karl Kautsky, il teorico socialdemocratico, si pronunciava con grande candore a favore della "igiene sociale", e si trovavano operai specializzati che si pronunciavano contro il "sottoproletariato straccione" mediante argomenti biologici ed eugenetici.
In quest'imbroglio pseudo-scientifico di ideologie che pervadevano tutta la società occidentale al volgere del secolo, assumevano sempre più rilievo due immagini socio-biologiche distinte. Da una parte, si sviluppava un razzismo sociale che infamava le persone di colore, gli infermi, i criminali, i disabili, gli straccioni, ecc. in quanto "uomini inferiori". La costruzione della società industriale riguardava esclusivamente i lavoratori bianchi e forti, ed ogni zavorra superflua doveva essere buttata via. Quest'irrazionalismo malevolo andava di pari passo con il disprezzo e la degradazione delle donne, alle quali veniva attribuita una certa "imbecillità fisiologica".
Dall'altro lato, cominciò a fiorire un nuovo antisemitismo, spogliato delle sue basi religiose. "Il giudeo" veniva immaginato come il "superuomo negativo", come una sorta di principe delle tenebre ed agli antipodi del lavoro.
Tale concezione manichea riduceva la perniciosità e le catastrofi dell'economia monetaria alla costituzione biologica del "capitale finanziario giudeo", contro il quale doveva fare fronte il denaro "buono" del venerabile lavoro bianco. Le leggi anonime ed a-soggettive del mercato mondiale in espansione venivano pertanto tradotte nell'insensatezza della presunta congiura globale di una "razza straniera". Con'è noto, il nazional-socialismo portò la duplice ideologia biologica del "uomo inferiore" e del "superuomo negativo" fino alle estreme conseguenze dell'annichilimento su scala industriale. Dopo gli orrori di Auschwitz, nessuno voleva più compromettersi con simili idee. Nel periodo della grande prosperità che fece seguito alla seconda guerra mondiale, esse lampeggiavano soltanto come spettri di un passato infausto, che veniva creduto bandito per sempre. Le scienze economiche e sociali, tuttavia, sono state depurate solo superficialmente dalle scorie concettuali del biologismo e del darwinismo sociale. L'economia politica ha fatto uso più che mai di un genere di scienza sociale contraria alle "mezze-luci", assumendosi come scienza semi-naturale "rigorosa".
Mentre la crescita e l'evoluzione sventolavano una prospettiva globale di benessere, i lemuri del biologismo sociale rimanevano rinchiusi nel mondo inferiore. Da questo punto di vista, il fiorire della sociologia critica e del neo-marxismo degli 1960 e 70 è stato solo illusorio, poiché ripeteva solamente le idee emancipatrici del passato ed era del tutto incapace di sopravvivere ai periodi di boom economico. Quando la crisi dell'economia ha fatto il suo ritorno, la critica sociale di sinistra era significativamente sparita dai grandi palchi pubblici dei paesi occidentali. In quel momento, quel che si trovava in prima pagina era la teoria del decostruttivismo postmoderno fondato su Foucault, che ben si adattava alle speculazioni del capitalismo-casinò dell'era di Reagan e della Tatcher. Il mondo - ivi incluso il sistema di mercato - sembrava dissolversi nei "testi" con i quali si poteva giocare a volontà.
Ma nel rifugio della gioviale e nevrastenica "società del rischio", come l'aveva battezzata il sociologo tedesco Ulrich Beck - riferendosi allo sviluppo degli anni 1980 - si erano riaccese le turbolenze di un nuovo razzismo. Da allora, il potere razzista aveva cominciato a diffondersi per tutto il mondo, in un torrente di eccessi sanguinosi. Anche in Germania, immigranti e rifugiati erano stati uccisi freddamente da bande di radicali di destra nel corso di attentati incendiari. Fino ad oggi, la sfera pubblica ha minimizzato tali crimini come opera di pochi giovani disadattati. In realtà, però, il potere razzista a piede libero per le strade è il preannuncio di una svolta nelle condizioni atmosferiche mondiali.
Nelle stesse fabbriche di idee soffiano altri venti. L'ultimo decennio ha visto il biologismo di una nuova "scienza naturale" insinuarsi a passi felpati nel discorso accademico, il quale riflette sempre più l'eredità ludica e "post-sociologica" del decostruttivismo. A prima vista, tutto sembrava indicare che la ricerca genetica avrebbe potuto mettere fuori gioco le assurdità razziste, per mezzo di argomenti scientifici. Ricercatori, come il genetista molecolare svedese Svante Pããbo, avevano provato che gli uomini dei paesi più diversi, in virtù delle loro sequenze di DNA, potevano essere geneticamente "imparentati" tra di loro di quanto lo fossero con i loro parenti vicini. Ma tali constatazioni, oggi si curvano sempre più sotto il peso di una nuova "biologizzazione" della condotta sociale, la quale, fra l'altro, gli stessi genetisti si apprestano a rifornire di munizioni. Il neurologo nordamericano Steven Pinker afferma che la lingua è "congenita all'uomo come la proboscide lo è all'elefante", e che perciò deve esistere un "gene grammaticale". Per il vincitore del Premio Nobel Francis Crick, di San Diego, lo stesso libero arbitrio è solo un prodotto di "relazioni neurologiche". Scienziati dell'Istituto Robert Koch, a Berlino, dicono di aver trovato un virus che presumibilmente provoca la malinconia e viene trasmesso dai gatti. E Dean Hammer, biologo molecolare nordamericano, riduce ancora una volta l'omosessualità al gene Xq28, situato all'estremità del cromosoma sessuale X.
Si tratta sempre, come spesso accade, di ipotesi non dimostrate che dicono assai meno della natura di quanto dicano delle preferenze ideologiche degli scienziati. Questi studiosi sono assai spesso ingenui dal punto di vista dell'ottica sociale e talvolta non si rendono nemmeno conto come le loro ricerche "puramente oggettive" soffrano dell'influenza di correnti psicologiche che investono la società. Inutile osservare che la riduzione della cultura e della socialità umana al modello della biologia molecolare porta argomenti alla legittimazione di una nuova barbarie. Gli scienziati sociali nordamericani Richard Herrnstein e Charles Murray, in uno studio dal titolo "La curva di Bell", avevano già creato una correlazione fra "razza, geni, e Quoziente Intellettivo" che escludeva, in maniera pseudo-biologica, i neri americani dalla "élite cognitiva". Presto brinderemo agli scellerati scienziati per aver trovato un "gene della criminalità" o un "gene della povertà".
La scoperta di un destino sociale geneticamente condizionato si adatta come un guanto alla politica neoliberista della riduzione dei costi. La nuova disciplina accademica della "economia medica" fornisce a pochi la carta bianca per mezzo della quale - per motivi di costo - i poveri, i malati e i disabili dei paesi occidentali possono essere graziati con "l'aiuto a morire". Dibattiti sul tema, vengono svolti alla luce del giorno in Germania, in Olanda e sul suolo scandinavo. Il filosofo australiano Peter Singer, i cui nonni sono morti nei campi di concentramento tedeschi, oggi propugna la tesi nazionalsocialista per cui i neonati difettosi devono essere immolati in quanto "indegni di vivere". Nella Cina odierna, è stato cancellato un progetto di legge a favore della legalizzazione dell'eutanasia. Ad una simile brutalità socio-darwinista su scala mondiale, corrisponde una nuova ondata di antisemitismo in tutti i quadranti del pianeta. Mezzo secolo dopo Auschwitz, in Germania si torna a bruciare le sinagoghe; dall'Atlantico agli Urali e fino in Giappone, prospera la campagna diffamatoria contro le comunità ebraiche; e, per concludere,  Louis Farrakhan, il leader dei "Black Muslims" negli Stati Uniti, si esercita in materia di diffamazione facendo delle tirate antisemitiche. Tutti i gruppi sociali, inclusi i movimenti per i diritti civili, soccombono sempre più ad argomenti biologici nella battaglia cruenta della concorrenza, col proposito di differenziarsi dall'umanità. Sotto l'influenza della globalizzazione del capitale e sulla base delle argomentazioni accademiche dei genetisti, si staglia su di noi la minaccia di un biologismo "universalista" che considera tutte le persone inadatte alla concorrenza nella società monetaria, come se fossero degli "individui inferiori" e che, simultaneamente, imputa le future catastrofi dell'economia di mercato ad un "complotto giudaico".
Il neoliberismo, con la sua pseudo-fisica ideologica delle leggi di mercato, a sciolto i lacci a tutti i demoni della barbarie moderna e, così, è ritornato all'irrazionalità dello "scientismo sociale" del 19° secolo. La naturalizzazione dell'economia, però, comporta come conseguenza logica l'abbrutimento delle relazioni sociali. I mentori neoliberisti non rispondono solo dell'avvento del fondamentalismo, ma anche dell'attuale regresso al darwinismo sociale ed all'antisemitismo.

- Robert Kurz - 7 Luglio 1996 -

fonte: EXIT!

domenica 24 maggio 2015

Come eravamo uguali...

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L'uguaglianza dei sessi nel Paleolitico "dimostrata"... per mezzo di un modello matematico!
di Christophe Darmangeat

«I primi uomini e donne erano uguali, affermano gli scienziati»: è con questo titolo assai poco cauto che il giornale inglese The Guardian ha recensito una recente pubblicazione dell'antropologo Mark Dyble... ed ha suscitato la mia curiosità.
In effetti, non si può fare a meno di chiedersi attraverso quale metodo, alla fine, si sarebbe arrivati ad una conoscenza così certa circa i rapporti fra i sessi nella lontana preistoria - anche perché si può avere qualche motivo per supporre i rapporti in questione abbastanza distanti da come li descrive il Guardian. Ragion per cui sono andato a dare un'attenta occhiata all'articolo di Mark Dyble.
Sono in tutto e per tutto... quattro pagine, che comprendono un buon numero di schemi. In altre parole, la proposta è concisa, e non si può certo rimanere imbarazzati per i dettagli. In realtà, l'articolo presenta il risultato di un modello matematico che ambisce a sollevare un paradosso: la preferenza, manifestata dagli individui nelle società di cacciatori-raccoglitori, a vivere con i loro parenti più prossimi, piuttosto che con degli individui geneticamente distanti, contraddice la composizione relativamente fluida ed eterogenea dei gruppi locali di tali cacciatori-raccoglitori.
Fin qui, non c'è molto da dire: il modello sembra fornire una spiegazione soddisfacente di un certo numeri di dati osservati. Il problema nasce quando l'autore dello studio, prima seguito e poi superato da dei giornalisti desiderosi di vendere giornali, trae da tutto questo delle conclusioni generali molto audaci.
Primo scivolone: secondo l'articolo originale, si può «supporre che i cacciatori-raccoglitori attualmente esistenti vivano in delle strutture sociali che assomigliano a quelle degli ominidi del passato ». Lungi da me voler contestare qualunque verità ci sia in quest'affermazione, ma credo valga la pena domandarsi quali cacciatori-raccoglitori riflettano il passato, e fino a che punto. Ora, gli Agta (N.d.T.: gli Agta sono un gruppo etnico dell'isola di Luzon, nelle Filippine) sono precisamente dei cacciatori-raccoglitori di un genere molto particolare, in quanto vivono praticando degli scambi regolari e molto intensivi con le popolazioni di agricoltori che li circondano - è altresì la sola popolazione al mondo di cacciatori-raccoglitori nella quale anche le donne cacciano con l'arco (conosco meno bene i BaYaka [N.d.T.: pigmei dell'Africa Centrale], ma sono pressoché sicuro che si trovano in una situazione simile). Quindi, in entrambi i casi, la rappresentatività di questi popoli in rapporto ai loro equivalenti del Paleolitico meriterebbe quanto meno di essere qualificata.
Ed è qui che si arriva al secondo scivolone (che appare più come un doppio salto mortale): che consiste, a spregio di ogni dato etnografico, nell'attribuire per omissione a tutto l'insieme dei cacciatori-raccoglitori attuali le caratteristiche degli Agta e dei BaYaka e, a partire da questo, costruire un ragionamento che spiega perché le cose devono essere quelle che esse sono - o, più esattamente, quello che si suppone siano.
Così, non solo l'uguaglianza dei sessi diviene una virtù condivisa da tutti i cacciatori-raccoglitori (e non ci viene nemmeno risparmiato il classico, ma insostenibile, scenario che data la comparsa del dominio maschile nel Neolitico), ma essa si accompagna alla monogamia - anche se molti popoli di cacciatori-raccoglitori, a cominciare dagli aborigeni australiani, erano poligami! Alcuni argomenti estratti dall'evoluzione biologica bastano per sentenziare che «Il bisogno di un investimento biparentale lascia presagire una maggiore uguaglianza dei sessi, che si riflette nell'elevata frequenza della monogamia e nel modello riproduttivo dei cacciatori-raccoglitori maschi.» E se questo bel ragionamento contraddice ampiamente la realtà osservata, è senza dubbio la realtà ad avere torto.
Quindi, la tesi ignora deliberatamente gli innumerevoli cacciatori-raccoglitori che non erano monogami o che opprimevano le donne - più spesso, le due cose insieme. Senza dubbio si potrebbe sostenere (sebbene non vedo come) che questi altri cacciatori-raccoglitori, per quanto numerosi possano essere, sono meno rappresentativi del passato di quanto lo sono gli Agta. E ancora una volta bisognerebbe fare lo sforzo di argomentare in tal senso, e non accontentarsi di mettere la polvere sotto il tappeto, sperando che nessuno se ne accorga.

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Poscritto: la settimana successiva, un altro giornalista del Guardian, a sua volta, ricamava intorno alla discussione sulla famiglia primitiva. Di passaggio, parlava del lavoro rivoluzionario di Lewis Morgan scrivendone che aveva studiato gli Irochesi, una popolazione di "cacciatori-raccoglitori" che "vivevano in grandi nuclei familiari basati su delle relazioni poligame, nelle quali gli uomini e le donne erano largamente uguali." Ora, tanto per cominciare, gli Irochesi non erano affatto dei cacciatori-raccoglitori, bensì dei coltivatori. Inoltre, ecco in quali termini Morgan parlava della pretesa poligamia degli Irochesi: "l'adulterio veniva punito con la frusta; ma la punizione veniva inflitta solo alle donne, che venivano considerate come le uniche colpevoli." (Lewis Morgan - League of the Ho-de-No-see,  1851, vol. 1, p. 322).

- Christophe Darmangeat -

fonte: Blog de Christophe Darmangeat

sabato 23 maggio 2015

Un problema di coraggio

lettrista

Non ripeteremo mai abbastanza che le attuali rivendicazioni del sindacalismo sono condannate alla sconfitta; più dalla povertà dei programmi che dalla divisione e dalla dipendenza dei suoi organismi riconosciuti. Non diremo mai abbastanza ai lavoratori sfruttati che si tratta delle loro vite insostituibili dove tutto potrebbe essere realizzato; che si tratta dei loro anni più belli che stanno passando senza nessuna gioia che valga la pena, senza neanche aver preso le armi.
Non dobbiamo chiedere che ci venga garantito o aumentato il minimo virtuale, ma che si finisca di mantenere la gente al minimo della vita.
Non dobbiamo domandare soltanto pane, ma giochi. La vita è da guadagnare oltre. Non è la questione dell’aumento dei salari che va posta, ma quella della condizione imposta al popolo in Occidente.
Bisogna rifiutare di lottare all’interno del sistema per ottenere piccole concessioni subito rimesse in causa o recuperate in altri campi dal capitalismo. Quella che deve essere posta radicalmente è la questione della sopravvivenza o della distruzione di questo sistema. Non si deve parlare di intese possibili, ma di realtà inaccettabili. La lotta sociale non deve essere burocratica, ma appassionata.
Bisogna, prendere coscienza di alcuni elementi che potrebbero rendere appassionante il dibattito: il fatto per esempio che in tutto il mondo esistono nostri amici, e che ci riconosciamo nella loro lotta. Anche il fatto che la vita passa, e che noi non aspettiamo compensazioni tranne quella che dobbiamo inventare e costruire noi stessi. Non è che un problema di coraggio.

Internazionale Lettrista luglio 1954

venerdì 22 maggio 2015

Il feticcio è la totalità: un libro sulle tenebre

dinerovalor

Il denaro come cuore di tenebra
di Daniel Cunha

"La parola d'ordine è rischiare tutto". Così, già nella prefazione, Kurz dice chiaramente che le ambizioni del suo ultimo libro, pubblicato postumo, non sono affatto piccole. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, il libro postumo di Kurz non è un frammento incompleto o poco importante nel quadro della sua opera, bensì segna importanti punti di svolta teorici. Nel complesso si tratta di un programma di denaturalizzazione totale delle categorie capitalistiche - denaro, merce, valore, lavoro astratto. A tal fine, Kurz si immerge in problemi complessi della teoria marxiana, quali il rapporto fra il logico e lo storico (il "problema dell'esposizione"), la costituzione storica del capitalismo, il "problema della trasformazione" dei valori in prezzi e la teoria della crisi. E lo fa ricercando, per tutto il tempo, il "nucleo temporale della verità" in Marx. Tutto questo è inserito nel contesto del dibattito tedesco, dove, da un lato la nuova ortodossia, e dall'altro la Nuova Lettura di Marx, tipicamente rappresentati da Wolfgang Fritz Haug e da Michael Heinrich, che gli servono da "sacco da boxe" ai fini dell'esposizione. Si tratta, forse, del libro più "esoterico" di Kurz. Per il lettore de "Il collasso della modernizzazione", avviene un cambio di prospettiva, dal momento che vengono inglobati nel punto di vista della critica, tanto il pre-capitalismo e la costituzione del capitale, quanto i processi di crisi avanzata dopo la caduta del Muro.
Kurz parte dalla determinazione del feticismo pre-capitalista, appoggiandosi ad autori come Le Goff, Lahm, Polanyi e Kantorovsky. Da questa analisi deriva una delle conclusioni più importanti del libro, quella per cui il denaro precede il valore (teoria monetaria del valore). Il denaro nelle formazioni pre-capitalistiche sarebbe denaro senza valore, dal momento che avrebbe determinazioni, del tutto differenti rispetto a quelle del denaro moderno, nelle relazioni di feticcio del rapporto con la divinità (sacrificio) e negli obblighi personali. A rigore, quindi, non si avrebbe denaro prima del capitalismo - Kurz si appoggia a Le Goff, per il quale nel Medioevo non sia avrebbe il concetto di denaro. Il denaro sarebbe sorto soltanto con la "rivoluzione delle armi da fuoco", quando la sete di ricchezza degli Stati nazionali in concorrenza mortale ha dato origine alla ricerca della ricchezza astratta ed al denaro come mezzo di scambio, staccato ed autonomizzato dalle sue antiche funzioni feticistiche e sacrificali. Solo a questo punto, l'attività umana ha cominciato ad essere sfruttata ai fini dell'acquisizione della ricchezza astratta - la costituzione del valore e del lavoro astratto. Pertanto, il "problema di esposizione" in Marx, per quanto riguarda la costituzione storica, implica un'inversione fra il presupposto ed il risultato: per prima cosa si costituisce il denaro, e successivamente il valore e la merce; il che è l'inverso dell'esposizione logica che viene fatta ne "Il Capitale". L'unità del logico e dello storico nel marxismo di taglio engelsiano viene criticata senza pietà.
Un altro punto chiave del libro consiste del concetto di "individualismo metodologico", a partire dal quale Kurz pretende di risolvere il cosiddetto "problema della trasformazione". Qui, il "problema dell'esposizione" (logico) consiste nel fatto per cui, per poter determinare il capitale, bisogna partire dal produttore individuale di merci. Kurz lo riduce ad un pseudo-problema, giacché la massa di valori e la massa di prezzi deve coincidere soltanto a livello di processo globale (Gesamtkapital). Per il produttore individuale, il valore ed il prezzo non coincidono, dal momento che le unità individuali concorrono fra loro per la massa totale di plusvalore. Non si tratta di un errore di Marx, ma semplicemente del fatto che non si può accedere immediatamente alla totalità sistemica senza generare un'incongruenza (reale) che è puramente espositiva, e non essenziale. Allo stesso modo, non esisterebbe circolazione semplice, se non per un periodo molto breve durante la costituzione del capitale, dal momento che il valore presuppone da sempre il lavoro astratto, il plusvalore e l'accumulazione. Qui si rivela la capacità di Kurz di immergersi nel testo marxiano ed estrarne le sue mediazioni e le sue emergenze dialettiche. Forse la cosa più importante relativamente a questa discussione, però, è che Kurz procede dalla critica del valore in direzione della critica del capitale come totalità dialettica. Nella sua esposizione iniziale, Marx parla di "feticcio della merce", ma questo feticcio si dipana dal capitale (plusvalore) fino al feticismo al grado più alto del tasso di interesse (volume III del Capitale) - di modo che il feticcio è la totalità, e non si riferisce solo le merci in quanto coaguli di valore.
Kurz dedica un notevole ed un acutezza argomentativa alla difesa della teoria marxiana della sostanza del valore (il lavoro astratto). Qui si dimostra come la Nuova Lettura di Marx, soprattutto Michael Heinrich, abbandonando la relazione sostanziale, ricada nel postmodernismo. A questo punto si trova la radice della negazione della crisi del capitale - che viene di nuovo descritta come la "contraddizione in processo" della società del lavoro dove il lavoro diventa superfluo a causa del super-sviluppo delle forze produttive (qui non c'è alcuna novità per i vecchi lettori, ma il concetto è fondamentale per i nuovi lettori). L'esposizione dell'ipertrofia del sistema di credito (ancora agli albori ai tempi di Marx) in quanto dialetticamente intrecciata con  l'aumento della composizione organica del capitale e, quando raggiunge livelli critici, con la crisi della valorizzazione, è una dimostrazione della capacità dell'autore di "storicizzare la teoria". Allo stesso modo, la revisione delle teorie della crisi che si limitavano, in parte incluso lo stesso Marx, alle crisi di distribuzione (sovrapproduzione, problemi di "realizzo"), mentre quello che è all'ordine del giorno è la crisi della sostanza del valore, il lavoro astratto. Kurz insiste sulla nozione di un "limite assoluto" alla crisi, ed arriva a datarlo: non oltre i prossimi cinquant'anni.
Infine, Kurz utilizza Benjamin ed il suo frammento sul capitalismo come religione per speculare sugli sviluppi della crisi. Il denaro, che nel suo inizio ha cominciato come denaro che ancora non lo era, come denaro senza valore, tornerebbe ad esserlo alla fine del percorso teleologico del capitale. Qui, l'orrore: il sacrificio umano per soddisfare il feticcio dell'accumulazione capitalista - nella forma dello smantellamento sociale, nella guerra di tutti contro tutti e nelle guerre. La domanda che rimane aperta è che cosa esattamente Kurz chiama "limite assoluto", fino al punto di datarlo. Sarebbe la capacità del capitale di valorizzarsi, di generare una massa di plusvalore, grazie all'aumento della composizione organica del capitale? Ma qui parrebbe più il caso di una curva declinante che tocca il suo limite solo all'infinito (quello che in matematica si chiama "asintotica") più che di un limite fisso. Prima che venisse raggiunto questo limite assoluto, ci sarebbe un collasso "politico" del sistema, molto probabilmente regressivo, o anche un collasso ecologico. Oppure potrebbe essere il punto di svolta in cui l'espansione interna ed esterna dei mercati non riesce più a compensare gli aumenti di produttività, ossia, il punto in cui la massa di plusvalore globale comincia a declinare? In tal caso, forse il limite è già stato superato? In qualche maniera, Kurz ha ragione nel problematizzare i limiti interni ed esterni (ecologici) del capitale.

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"Denaro senza valore" è un libro sulle tenebre. Nella sua critica puramente negativa, non c'è alcuno spazio per la "mano ribelle del lavoro" e per il non-identico. E' sorprendente che nel disegnare un panorama logico-storico così ampio del capitale - dalla costituzione alla crisi finale - Kurz non citi mai la lotta di classe, nemmeno per liquidarla come puramente immanente, come aveva fatto in occasioni precedenti. Quando, in una rarissima occasione, viene citata una possibilità di trascendenza dal capitalismo, è riferita alla "coscienza". Qui forse c'è qualcosa che rimanda, al di là dell'esposizione negativa kurziana, ad una visione dello sviluppo interno capitalistico come logica inarrestabile assoluta (la feticizzazione del feticcio), tendenza questa che si è intensificata nei suoi scritti nel corso degli anni. Questo sfocia nell'affermazione per cui "il feticcio del capitale mette in marcia un movimento di sacrificio reificato il cui risultato finisce per abrogare tutti gli elementi civilizzanti della storia precedente". Che un tale processo abbia reso il comunismo più possibile che mai (con l'automazione, le telecomunicazioni, l'altissima produttività, ecc.) - di questa emancipazione in quanto "non-ancora" che tuttavia si rafforza nel movimento del capitale, non appare traccia nel modo di esposizione kurziano, che rimanda alla tabula rasa.
Detto ciò, la forza esplicativa del libro - sia per quello che si riferisce al suo progetto di "denaturalizzazione totale" delle categorie capitalistiche, sia per quel che riguarda la fenomenologia della crisi capitalista sempre più globalizzata ed intensa, così come per quel che concerne la concettualizzazione del feticcio - lo rende una lettura obbligatoria. Kurz si riafferma, nella sua ultima pubblicazione, come uno dei pensatori più prolifici della fine del XX secolo e dell'inizio del XXI, che assume l'opera marxiana come un corpo vivo, la cui radicalità dev'essere permanentemente attualizzata, e non come un insieme di dogmi pietrificati.
In questo periodo, in cui molti hanno abbandonato la critica sull'onda della caduta del Muro e della "fine della storia", Kurz ha sempre tentato di spingere questa critica fino al limite, senza alcuna paura di rischiare tutto. I problemi che si incontrano lungo la strada arricchiscono il dibattito, la discussione ed il chiarimento critico in un'epoca in cui predomina la regressione e l'offuscamento.

- Daniel Cunha - Pubblicato sulla Rivista Sinal de Menos – 11/parte 2 - 2015 -

fonte: Sinal de Menos

giovedì 21 maggio 2015

La superiorità della classe operaia

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Nel suo libro, "La dignité des travailleurs", Michèle Lamont confronta il razzismo in Francia e negli Stati Uniti, riferendosi ai "lavoratori" di questi due paesi. Il suo lavoro parte da un'ipotesi interessante: il razzismo (e, più generalmente, l'ideologia reazionaria) sarebbe, in qualche modo, un di più, un elemento ideologico importante per i lavoratori, in quanto permetterebbe loro di rafforzare:

- La loro identità di proletari che hanno poche possibilità di uscire dalla loro classe, e raggiungere i ranghi della piccola borghesia, e ancor meno quelli della borghesia; essi sono condannati a "sopravvivere" per tutta la loro esistenza. ed hanno quindi bisogno di un rafforzamento ideologico; hanno bisogno di sentirsi superiori non solo rispetto ai più poveri fra loro, e del loro stesso colore, ma anche rispetto a quelli che sono di un altro colore e che lavorano con loro fianco a fianco; e tale superiorità non viene considerata semplicemente come superiorità biologica, ma anche come superiorità morale. Una dimensione etica, di cui alcuni elementi permettono loro anche di sentirsi alla pari con le classi superiori, o addirittura superiori ai dominanti.

- la loro identità di classe: i proletari lavorano attivamente per delimitare i contorni della loro classe, a partire da idee reazionarie (di solito, i marxisti pensano che sia il Partito, o i gruppi rivoluzionari, o la lotta di classe, a creare la coscienza di classe). Possono aver coscienza di essere relativamente sfruttati, pur essendo reazionari. Chiaramente, la loro coscienza di classe non li rende affatto rivoluzionari. Interessante paradosso, il quale depone anche contro ogni teoria situazionista, post-situazionista, o ogni teoria sulla società dei consumi che pretende che la classe operaia adotti le idee ed i valori della piccola borghesia o della classe media. Lamont stabilisce una differenza fra i loro desideri finanziari (piccola borghesia) ed i loro valori (proletari reazionari). Tali valori proletari reazionari riguardano sia il lavoro che la vita familiare, la sessualità, la morale personale, i rapporti uomo-donna, la sicurezza e l'ordine nelle città, ecc..

- la loro identità nazionale: il razzismo permetto loro di identificarsi con la politica estera del loro Stato. Sono perciò "cresciuti" con le prestazioni del loro esercito, con le guerre combattute dal loro Stato. L'autore avrebbe potuto aggiungere le imprese sportive delle squadre nazionali, ecc..

Lamont non cerca affatto di dimostrare che gli argomenti razzisti sono falsi (tranne, qua e là, in qualche nota); cerca solo di mostrare quanto siano efficaci e che hanno un'utilità per coloro che li diffondono, al di là di qualsiasi adesione ad un gruppo politico razzista (almeno fra gli operai intervistati negli Stati Uniti). Queste ipotesi aprono delle prospettive molto utili per il lavoro di militanza, che sia antirazzista o meno. Dovrebbero portare a chiederci non solo se, semplicemente, l'altro abbia "torto" (in questo caso preciso, cosa del tutto evidente) ma anche a domandarci quale sia l'utilità, per lui o per lei, in quanto membri della classe operaia, di difendere questa o quell'idea reazionaria. Michèle Lamont cerca perciò di stabilire quali siano i punti in comune, e quali le differenze, che strutturano le due componenti della classe operaia: neri/bianchi negli Stati Uniti; francesi/nordafricani in Francia, nei loro rapporti con le altre classi.

Detto questo, il saggio soffre di alcuni limiti.

1. Lamont analizza il razzismo sempre in funzione delle opinioni degli operai, ma non delle conseguenze istituzionali di questo razzismo individuale o collettivo. Non analizza mai il legame fra queste opinioni individuali ed i privilegi concessi, teorizzati, difesi dalle istituzioni, sia che esse siano apertamente razziste o meno. Eppure c'è un contributo importante degli americani (a cominciare dalle Black Panthers) che ha posto l'accento sul razzismo istituzionale. Oppure, quando parla (senza nominarlo come tale) del razzismo istituzionale, stabilisce dei paragoni assurdi comparando le leggi segregazioniste negli USA, che hanno avuto corso per tutti gli anni 1960, con il Code noir francese, scomparso da ormai due secoli.

2. Per quanto riguarda la Francia, confonde sistematicamente immigrati, musulmani, arabi e nordafricani. Tuttavia indica che una forte minoranza di nordafricani non si dichiara di alcuna religione, e che una maggioranza di coloro che si definiscono musulmani non è affatto praticante.

3. Confonde razzismo anti-arabo (o anti-berbero, che non è affatto la stessa cosa) e razzismo antimusulmano.

4. Dimentica di menzionare la caccia ai rossi ed agli anarchici negli Stati Uniti (accusati soprattutto di essere degli stranieri) subito prima, durante e dopo la prima guerra mondiale. E' questo che spiega lo sbaragliamento del movimento anarchico, dell'IWW e del socialismo americano, all'epoca. Gran parte dei dirigenti o dei teorici erano degli immigrati tedeschi, italiani, ecc.. Vennero vilipesi, imprigionati, eliminati fisicamente a partire dal fatto di essere stranieri, "anti-americani", indegni di vivere e lavorare in America. Così, allo stesso modo, dimentica di menzionare l'anticomunismo ed il maccartismo, fino ai nostri giorni.

Malgrado queste ultime riserve secondarie, bisognerebbe leggere questo libro:

lamont

Michèle Lamont - La dignité des travailleurs, Exclusion, race, classe et immigration en France et aux Etats-Unis, - Presses de Sciences Po, 2002 -

fonte: Mondialisme.org

mercoledì 20 maggio 2015

La scientificità della scienza

blanchot

Le tre parole di Marx
di Maurice Blanchot

Da Marx - e proviene sempre da Marx - vogliamo trarre forza e formare tre tipi di parole, le quali sono tutt'e tre necessarie, ma separate e più che opposte: come giustapposte. Il mosaico che le mantiene insieme designa una pluralità di esigenze cui, dopo Marx, ciascuno, parlando, scrivendo, non manca mai di sentirsi sottomesso, salvo che non ne manchi del tutto.

1 - La prima di queste parole è diretta, ma è lunga. Parlandola, Marx appare come uno "scrittore del pensiero", in quel senso per cui si allontana dalla tradizione, si serve di logos filosofici, si aiuta con nomi importanti presi in prestito o meno da Hegel (non importa) e si elabora nell'elemento della riflessione. Lunga, dal momento che tutta la storia del logos si riafferma in essa; ma diretta a titolo duplice, perché non solo essa ha qualcosa da dire, ma ciò che essa dice risponde, arriva sotto forma di risposte, quelle risposte formalmente decisive, date per ultime e mentre vengono introdotte dalla storia, possono assumere valore di verità soltanto quando la storia si ferma o si rompe. Danno risposta - l'alienazione, il primato del bisogno, la storia come processo della prassi materiale, l'uomo totale -, tuttavia lascia indeterminate o indecise le domande cui risponde: a seconda che il lettore di oggi o il lettore di ieri formulano diversamente ciò che, dopo di lui, dovrebbe avere luogo in una simile assenza di domanda - riempiendo così un vuoto che dovrebbe piuttosto essere sempre più svuotato -, questa parola di Marx si interpreta alle volte come umanesimo, perfino storicismo, alle volte come ateismo, anti-umanesimo, perfino nichilismo.

2 - La seconda parola è politica: essa è breve e diretta, più che breve e più che diretta, in quanto essa cortocircuita ogni parola. Non ha tanto un senso, quanto un appello, una violenza, una decisione di rottura. Propriamente parlando non dice niente, essa è l'urgenza di ciò che annuncia, legata ad un'esigenza impaziente e sempre eccessiva, in quanto l'eccesso è la sua sola misura: così chiamando alla lotta e perfino (ciò che noi ci affrettiamo a dimenticare) postulando il "terrore rivoluzionario", raccomandando "la rivoluzione in permanenza" e sempre designando la rivoluzione non come una necessità a termine, ma come imminenza, perché la caratteristica della rivoluzione è quella di non indugiare, essa apre ed attraversa il tempo, dandosi a vivere come esigenza sempre presente (1).

3 - La terza parola è la parola indiretta (quindi la più lunga) del discorso scientifico. Come tale, Marx è onorato e riconosciuto dagli altri rappresentanti del sapere. E' perciò uomo di scienza, conforme all'etica del sapiente, e accetta di sottomettersi ad ogni revisione critica. E' il Marx che dà il massimo: de omnibus dubitandum, e dichiara: "Chiamo 'vile' un uomo che cerca di sottomettere la scienza a degli interessi che le sono estranei ed esterni." Pertanto, Il Capitale è un'opera essenzialmente sovversiva. E non tanto perché porterebbe, attraverso l'obiettività scientifica, alle necessarie conseguenze della rivoluzione, quanto perché include, senza formularlo troppo, un modo teorico di pensare che sconvolge l'idea stessa di scienza. Né la scienza né il pensiero in effetti escono intatti dall'opera di Marx, e questo nel senso più forte, dal momento che la scienza viene designata come trasformazione radicale di sé stessa, teoria di una mutazione sempre in atto nella pratica, e, in questa pratica, mutazione sempre teorica.

Qui, non svilupperemo ulteriormente queste osservazioni. L'esempio di Marx ci aiuta a comprendere che la parola scritta, parola di contestazione incessante, deve costantemente svilupparsi e rompersi in molteplici forme. La parola comunista è sempre facile e violenta allo stesso tempo, politica e sapiente, diretta, indiretta, totale e frammentaria, lunga e pressoché istantanea. Marx non ha vissuto comodamente con questa pluralità di linguaggi che in lui sempre si scontrano e si separano. Anche se questi linguaggi sembrano convergere verso lo stesso fine, essi non potrebbero essere ritradotti l'uno dentro l'altro, e la loro eterogeneità, lo scarto e la distanza rispetto al centro, li rendono non contemporanei di modo che, producendo un effetto irriducibile di distorsione, obbligano coloro che ne sostengono la lettura (la prassi) a sottomettersi ad una incessante rielaborazione.

La parola "scienza" ridiventa una parola chiave. Ammettiamolo. Ma ricordiamoci che se vi sono delle scienze, non c'è ancora una scienza, poiché la scientificità della scienza rimane sempre alle dipendenze dell'ideologia, un'ideologia che nessuna scienza particolare, fosse anche scienza umana, oggi saprebbe limitare, e d'altra parte ricordiamoci che nessuno scrittore, anche marxista, saprebbe riferirsi alla scrittura come ad un sapere, poiché la letteratura (l'esigenza di scrivere, quando si fa carico di tutte le forze e di tutte le forme di dissoluzione, di trasformazione) diviene scienza solo attraverso lo stesso movimento che porta la scienza a divenire a sua volta letteratura, discorso inscritto, mentre cade come sempre nell'insensato gioco dello scrivere.

Maurice Blanchot, L’amitié, Paris, Gallimard, 1971, p. 115-117

(1) - Questo è stato evidente, ed in una maniera sorprendente, nel Maggio 68.

martedì 19 maggio 2015

La progressione geometrica del pollo congelato

pollo

La vittoria dell'economia sulla vita
- Come il mondo sta per essere distrutto dall'efficienza dell'economia imprenditoriale -
di Robert Kurz

E' già passato quasi un quarto di secolo da quando lo scienziato americano Dennis Meadows ed i suoi collaboratori presentarono la famosa relazione del Club di Roma su "i limiti della crescita". In essa si mostrava che la crescita esponenziale dell'economia moderna comporta, come conseguenza necessaria, in uno spazio di tempo storicamente breve, una catastrofe delle basi naturali della vita. Il consumo vorace delle risorse e l'emissione sfrenata di sostanze inquinanti, afferma Meadows, mette in discussione la sopravvivenza dell'umanità.
In termini empirici, il risultato è inequivocabile e può essere contestato soltanto da degli ignoranti. Le condizioni elementari della vita, come l'acqua, o l'aria e la terra, sono esposte ad un crescente processo di avvelenamento. Lo strato protettivo dell'ozono, nell'atmosfera, è stato eroso. Nel Sud dell'Argentina ed in Australia, un'infinità di pecore pascolano già con tumori in bella mostra, e anche per gli uomini prendere il sole è diventato pericoloso. L'acqua potabile, oltre a patire la contaminazione, è sempre più scarsa. I deserti avanzano giorno dopo giorno, e si fanno previsioni secondo le quali la guerra del 21° secolo verrà combattuta per il controllo delle fonti idriche. Specie della flora e della fauna si estinguono con rapidità inquietante. Le foreste tropicali - la maggior riserva naturale della terra - spariscono in un battito di ciglia. Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, la distruzione è stata maggiore di quanto lo sia stata in tutta la storia dell'umanità. A causa dell'ingestione eccessiva di sostanze tossiche, il sistema immunologico umano minaccia di collassare (soprattutto nei bambini). I medici profetizzano l'emergere di nuove epidemie, conto lo quali non ci sarà alcun rimedio.
L'elenco delle distruzioni e delle catastrofi imminenti potrebbe essere aumentato all'infinito. Sparisce la bellezza stessa del mondo. L'economia di mercato sfigura le sembianze della natura. Quando ho visitato San Paolo, mi sono state mostrate delle vecchie fotografie di un fiume nel quale ci si poteva bagnare, sulle cui rive passeggiavano gli abitanti, e che costituiva uno spazio per il tempo libero delle persone. Ho avuto la possibilità di vedere quel fiume oggi: una sorta di fogna a cielo aperto, con acque torbide e maleodoranti, sulle cui rive si muovono soltanto ratti. Simili confronti sventurati possono essere fatti in qualsiasi paese del mondo. Ogni cosa indica che l'economia lavora con grande efficienza per trasformare tutto il pianeta in una discarica puzzolente e, alla fine, estinguere la vita umana.
A partire dallo studio di Meadows, quanto meno, il problema "ambientale" è diventato oggetto di dibattito politico in tutti i paesi. Ma tale dibattito non appare affatto degno di fiducia. Il suo slogan è: "Uscire sotto la pioggia e non bagnarsi". I politici, in quanto bugiardi di professione, esortano l'umanità ad una conversione ed elargiscono adagi morali come fa l'industria dei rifiuti. Sprecano milioni di litri di carburante per promuovere riunioni nelle quali non viene deciso niente. Nel 1992, si sono riuniti a Rio de Janeiro eminenti politici e capi di Stato di tutto il mondo, per deliberare sulla protezione della natura, dell'ambiente, dell'atmosfera e dell'acqua. E' stato messo in moto un enorme apparato di profumeria politica. Ma il risultato finale è stato pari a zero.
Sono gli stessi uomini per bene e dignitari del Club di Roma, e di iniziative simili, che proclamano a gran voce la necessità di una "rivoluzione globale" per poter salvare la natura e l'umanità. Ma da quando in qua le rivoluzioni vengono fatte dai dignitari e dagli uomini per bene? In realtà, le proposte del Club di Roma sono tutto tranne che rivoluzionarie. Come tutti i valorosi borghesi e cristiani, questi onorevoli scienziati vorrebbero conciliare il lupo e l'agnello. "Crescita qualitativa" e "sviluppo sostenibile" (sostenibilità) devono mettere d'accordo denaro e natura, con sullo sfondo un mercato globale caratterizzato dalla "efficienza economica" e dalla "sfida ecologica". Si tratta di un obiettivo realistico oppure di un ingenuo tentativo di far quadrare il cerchio?
La radice dell'economia moderna è il denaro. Ma il denaro è un'astrazione sociale, in quanto astrae da qualsiasi contenuto sensibile e qualitativo: Mille dollari sono una grandezza astratta, puramente quantitativa. Già il filosofo Hegel sapeva che il denaro rappresenta lavoro sociale; più lavoro in forma astratta, purificato dalla sua determinazione materiale concreta. Nel suo rapporto col denaro, il lavoro appare come puro consumo di energia umana astratta. Perciò Hegel parlava di "lavoro astratto", un'espressione che venne adottata da Marx. Ma Hegel ha detto anche: "Far valere le astrazioni nel mondo reale significa distruggere la realtà". Nella misura in cui il denaro si pone a metà strada fra l'uomo e la natura, quest'ultima viene distrutta. Il denaro, pertanto, è anche la radice della forza distruttiva dell'economia moderna.
Non vi è dubbio che il denaro è molto più antico della società industriale moderna. Ma il suo ruolo, prima del 18° secolo (ed in molti paesi fino al 20° secolo), è stato soltanto marginale. La maggior parte del cibo veniva prodotto da un'economia naturale, senza scambio di merci. Nella misura in cui vi era produzione di merci, il denaro si limitava al ruolo di intermediario: si poneva fra due merci qualitativamente diverse, come semplice mezzo di scambio. L'economia moderna, da parte sua, non è soltanto frutto del progresso tecnico, come ci vogliono far credere. Assai più decisiva è stata la trasformazione del denaro, che da mezzo è diventato un fine in sé.
Qual è il significato di tutto questo? Nell'economia moderna, si è invertita la relazione fra merce e denaro. Non è più il denaro a porsi fra due merci qualitativamente diverse, ma è esattamente il contrario: la merce si pone in mezzo ai due modi della manifestazione della medesima forma astratta chiamata "denaro". Una simile operazione, ovviamente, ha senso soltanto se alla fine ne risulta una somma di denaro maggiore di quella all'inizio. Il denaro è diventato un "capitale produttivo" che moltiplica sé stesso. Al contrario che per gli antichi produttori non-commerciali, l'obiettivo non è la riproduzione materiale della propria vita, ma l'accumulo di guadagni sotto forma di denaro.
Solo per mezzo di questa nuova logica economica, è potuto nascere un mercato totale, in cui gli imprenditori rivolti al lucro concorrono fra di loro ed in cui tutti dipendono dalla laro capacità di "guadagnare denaro". Il denaro ora si trova bloccato in un circuito cibernetico chiuso su sé stesso. Nel suo movimento assurdo, si rende indipendente in quanto fine ultimo e comincia a condurre una vita fantasmagorica. Per questo, lo storico  Karl Polanyi definì l'economia moderna di mercato come una "economia svincolata" dal contesto della vita. Lo stesso socialismo di Stato dell'Est e del Sud, con i suoi "mercati pianificati", non è stato altro che un derivato storico della medesima logica economica.
Non si può negare che tale economia storicamente nuova abbia accelerato in maniera vertiginosa lo sviluppo delle forze produttive. Ma ogni progresso scientifico e tecnologico deve sottomettersi alla forma monetaria, e di questa essere impregnato. Ciò significa che il contenuto sensibile della produzione è sottomesso ad un processo economico puramente quantitativo, che ha l'apparenza di una legge fisica. Il denaro lavora come un robot sociale che non è in grado di distinguere fra salutare e nocivo, fra brutto e bello, fra morale ed amorale.
Sotto la pressione della concorrenza sul mercato, l'imprenditore è costretto ad obbedire, in tutte le sue decisioni, alla razionalità del denaro. Quando si parla di "riduzione dei costi" e di "efficienza", quel che è in gioco è soltanto "l'interesse" astratto del denaro. Come un nevrotico posseduto da un'idea fissa che prende sempre la strada più corta fra due punti, senza tener conto del piacere o del dolore, così anche il calcolo imprenditoriale esige l'astratta "riduzione dei costi", senza tenere in considerazione il contenuto sensibile e le conseguenze naturali.
Eppure gli imprenditori parlano insistentemente di un miglioramento della qualità, ma questo viene sempre riferito alla progettazione del prodotto isolato, e mai al mondo esterno all'impresa. Il risultato sono dei "bei" prodotti in un "ambiente" degradato. Il contenuto stesso del prodotto è sovente mera facciata, a cominciare dagli alimenti. L'industria alimentare è diligente con gli acquirenti, ponendo in atto una soave coercizione di modo da modificare loro olfatto e gusto. Nell'interesse della "efficienza" economica e della "semplificazione" lucrativa per i grandi mercati, sono già spariti in tutto il mondo miglia di tipi di frutta, di legumi e di carni. Nei laboratori, vengono coltivati alimenti che possano essere imballati con facilità e che non marciscano, ma il cui "sapore" viene iniettato chimicamente. La forza dell'offerta sopraffà ogni critica della domanda!
Tralasciando la distruzione crescente del piacere sensibile ed estetico, la "riduzione dei costi" è in realtà una semplice esternalizzazione dei costi sulla natura e sul futuro. Dal punto di vista imprenditoriale, la natura ed il futuro sono spazi economicamente vuoti al di là del calcolo dei costi, nei quali gli "escrementi della produzione" (Marx) spariscono senza lasciare traccia. Questo non si applica soltanto all'emissione di sostanze inquinanti da parte della produzione ma anche al trasporto. Un misero pollo congelato negli Stati Uniti, viaggia mediamente per 3.000 miglia prima di venire consumato. Se l'economia d'impresa, alla ricerca di costi minori, di più bassi tassi di cambio, di salari più bassi e di altri vantaggi, acquisisce guadagni sul piano monetario, sul piano delle risorse naturali promuove un'orgia di spreco.
La crescita esponenziale denunciata dal Club di Roma non è un errore casuale, ma è il risultato necessario del sistema di mercato. Il denaro chiuso in un circuito cibernetico, esige l'aumento costante della produzione. La concorrenza esige l'aumento permanente della produttività. Dal momento che in questo modo ogni prodotto rappresenta sempre meno denaro, la produzione deve crescere, non linearmente ma in progressione geometrica. E siccome in questa dinamica gli investimenti seguono i segnali astratti della redditività, l'opzione di uno "sviluppo sostenibile", qualitativamente definito dentro l'economia di mercato, è un'illusione. La produzione di beni qualitativamente significativi, o perfino di prima necessità, viene automaticamente messa da parte quando smette di essere redditizia per il fine in sé del denaro; dall'altra parte, il capitale fluisce rapidamente verso progetti distruttivi, se questi promettono utili generosi.
In questo modo, la vita sociale assume un carattere autodistruttivo. Se è un fatto che l'aumento della produttività espande la disoccupazione, bisogna che i più ricchi consumino con un'avidità sempre più grande per permettere il funzionamento del sistema. Attraverso la "scadenza programmata", la vita dei prodotti viene accorciata, e simultaneamente l'industria inventa nuove grottesche e puerili necessità. Da un lato, bambini che chiedono l'elemosina; dall'altro, pazzi che si consumano a morte facendo monologhi al cellulare.
L'industria moderna ha ucciso più bambini di Erode, ma può sempre lavarsene le mani e rimettersi alle mute leggi del denaro. Né i salariati questionano circa il prodotto del loro lavoro, giacché si trovano sotto la totale dipendenza del loro "posto di lavoro". Il sistema del denaro è responsabile di una schizofrenia strutturale: tutti sappiamo che la sua azione è distruttiva, ma tutti manteniamo il nostro sguardo vitreo sui ricavi, come il coniglio con il serpente. Perché l'opinione pubblica si mostra tanto indignata nei confronti dei volontari suicidi di Hamas, se poi accetta fi buon grado il programma suicida globale dell'economia di mercato?
E' solo un pio desiderio, però, nutrire speranze che la politica possa incatenare il lupo del denaro. Una tassa ambientale efficace è del tutto improbabile, poiché lo Stato è nazionale, ma la concorrenza è internazionale. Paesi con una piccola importazione di capitale possono concorrere soltanto nelle condizioni della globalizzazione per mezzo del dumping ecologico. Ecco perché il moralismo economico dei paesi ricchi nei confronti del Terzo Mondo è un'ipocrisia. Il problema risiede nell'economia moderna stessa. La politica è sempre complice del denaro, dal momento che non possiede una rendita propria. Anche il potere ha bisogno di essere finanziato. Ecco perché i poteri apparenti dipendono dalla crescita esponenziale della "economia svincolata".
Come tutto indica, c'è solamente un'unica soluzione radicale: l'umanità deve liberarsi dal dominio del denaro che si è reso indipendente. Certamente, un ritorno alla società agraria pre-moderna non è né possibile né auspicabile. Ma forse altre forme di cooperazione sono praticabili, al di fuori della "economia svincolata". Possono, le organizzazioni senza fini di lucro, prendere il posto dell'economia imprenditoriale? Gli economisti dicono che è utopico e poco realistica. Temono il deprezzamento delle loro assurde qualifiche. Perché allora anche la sopravvivenza stessa dell'umanità è utopica e poco realistica. C'è soltanto una consolazione: neanche i mandarini plutocrati saranno risparmiati dalla distruzione della natura. Possiamo già immaginare che, nel futuro prossimo, gli ultimi ricchi siederanno sulla veranda delle loro lussuose ville, con maschere antigas che coprono i loro volti diplomatici, e sorseggeranno da caraffe decorate con foglie d'oro per mezzo di cannucce, le ultime gocce di acqua potabile.

- Robert Kurz - Pubblicato su "Folha de São Paulo" del 02.06.1996 -

fonte: EXIT!