domenica 5 luglio 2015

I sovrani in coda

grecia

Terrore di crisi
Come si pretende di fare della Grecia un esempio
di Robert Kurz

Nel 21° secolo, le forze del capitale non perseguono più conquiste territoriali. Cosa se ne farebbero di zone economiche fatte di terra bruciata e di popolazioni superflue? Questo però non significa che l'imperialismo sia finito. Non si tratta più di imperi e di zone di influenza nazionali, bensì della possibilità di controllare la globalizzazione durante la crisi. I limiti della valorizzazione del capitale vanno ridefiniti come limiti di continuità per le masse di perdenti; il collasso delle economie nazionali, come giustapposizione controllata di città in espansione finanziate col debito e di regioni miserabili abbandonate.
La produzione di sicurezza per le imprese che rimangono in queste condizioni esige una legittimazione ideologica. Qui bisogna ammettere che i figli abbandonati e diseredati del capitale non sono le persone migliori, ma essi vivono alle spalle dei loro concittadini anziché reagire contro le loro condizioni di vita impossibili. Il paradigma del conflitto, nel mondo decadente degli Stati, non è la guerra esterna, bensì la guerra interna, sulla base delle divisioni etniche e religiose. Gli interventi di polizia globale da parte delle forze dell'ordine del centro capitalista contro i barbari della periferia hanno bisogno di una base di idealismo democratico.
Naturalmente, questa immagine è stata soltanto un'istantanea nel processo di dissoluzione della struttura di ordine globale. A partire almeno dalla crisi economica mondiale iniziata nel 2008, la situazione è cambiata di nuovo radicalmente. Ora i limiti della capacità di finanziamento sono stati raggiunti anche nei centri occidentali. Dappertutto si manifestano crisi del debito che prima apparivano solamente nelle frange del mercato globale. Con questo, è ora all'ordine del giorno un cambiamento qualitativo nella gestione della crisi nelle metropoli, che sposta l'importanza della crisi esterna verso la crisi interna. Oltre alle incalcolabili popolazioni dei cantieri che il capitale mondiale ha abbandonato uscendo dal retro, ora sono le stesse classi medie ad essere prese sempre più di mira. Il vuoto formalismo democratico, che perfino i fascisti religiosi di vario tipo hanno riconosciuto come principio che configura il loro delirio, fa valere ancora di più l'importanza della valorizzazione forzata del capitale come sua "base naturale" (Marx), proprio ora che i suoi limiti interni sono stati raggiunti. La linfa della vita capitalistica, il denaro, dev'essere sottratta, passo dopo passo, non solo ai nuovi poveri emarginati, ma anche alla maggioranza del "popolo sovrano" delle metropoli.
Insieme a questo, naturalmente, si rivela anche la crisi di legittimazione. Mentre la Nato, invocando i valori democratici, bombarda la Sharia nella vicina Libia, per le zone centrali occidentali della globalizzazione, le restrizioni materiali dovute al sistema finanziario traballante appaiono ormai svolgere il ruolo dei caccia-bombardieri. La messa in atto di un simile imperativo economico, in nome della democrazia, contro gli interessi vitali elementari della maggioranza del "sovrano" formale, sembra avvenire principalmente nell'Unione Europea, in quanto qui il costrutto monetario dell'euro ha oramai acutizzato le contraddizioni ed ora esiste un'istanza di intervento sovranazionale.

La Grecia, come caso di fallimento statale di fatto, è diventata un precedente nelle condizioni di crisi globale. Un processo fuori controllo manderebbe gambe all'aria il sistema finanziario europeo, con conseguenze superiori a quelle seguite al fallimento di Lehman Brothers, e non solo. Ma un processo controllato è possibile solamente se quasi tutta la popolazione greca viene spinta sotto la soglia del limite di povertà. Disoccupazione di massa in una dimensione mai vista prima, miseria profonda per la classe media, collasso dell'assistenza medica e delle infrastrutture pubbliche  saranno una realtà. Le élite greche oramai non sono in grado di assumersi per proprio conto la responsabilità di attuare una simile logica del capitale. C'è la necessità di un intervento dell'imperialismo di crisi che venga da fuori, assunto da una troika formata dalla Commissione Europea, dalla BCE e dal FMI; ora non più contro un asilo per poveri del vecchio terzo mondo, ma per la prima volta contro un paese occidentale.
Il governo di Merkel si propone come capobanda della linea dura, che tira fuori le parole di bocca ai dirigenti, alla classe politica e mediatica e perfino allo strato più basso della razza superiore di questo paese. Con l'appoggio dell'aiuto-sceriffo Sarkozy, nega la crisi sistemica per poter svolgere il ruolo dell'autoproclamato ufficiale giudiziario del "soggetto automatico" (Marx). I Greci, squalificati in quanto irresponsabili dal punto di vista capitalistico, non devono più essere ammessi alla Disneyland di Berlino, ma bisogna tirare le loro redini finché non sputano sangue. Si è perfino discusso di un commissario tedesco, anche se la maggioranza dell'Unione Europea, con un sussulto di senso di vergogna, si era pronunciata contro. Il gesto di falsa superiorità deriva dalla posizione provvisoria della Germania come vincitrice della crisi, dal momento che il rullo compressore dell'esportazione tedesca ha beneficiato dei programmi pubblici che si sono diffusi in tutto il mondo, dalla svalutazione dell'euro a causa della crisi del debito e dall'imposizione interna di salari più bassi fino al programma Hartz IV. Quello che viene nascosto è che la favola dell'economia teutonica ha come presupposto non solo il proprio debito ma anche quello degli altri, dopo essere arrivata alla fine con l'evaporazione del potere d'acquisto a causa della recessione europea e mondiale. Tuttavia, almeno si sa che si vuol fare della Grecia un esempio, che dovrà essere applicato anche nel proprio paese, se necessario; sperando nello storico masochismo sociale del "sovrano" tedesco, che ha sempre avuto difficoltà per quanto riguarda il coraggio civico.

Anche la Grecia, per la nuova gestione democratica della crisi, si presenta come un terreno sperimentale in quanto vi si può trovare, come alleato nel combattimento, una rivolta giovanile tanto isolata quanto senza prospettive. Il fatto che il bilancio dello Stato greco sia socialmente ridotto a zero, in quanto il bilancio militare per il 2012 è quasi raddoppiato in rapporto all'anno precedente, si incastra perfettamente nel quadro europeo. I debiti relativi a questa situazione devono essere accettati favorevolmente dai commissari al prestito, dal momento che gli ordinativi di Atene nonostante tutto costituiscono il 15% delle vendite di armi della Germania. Inoltre, è stato dichiarato che la macchina dello stato di eccezione democratica deve mostrare i suoi muscoli militari, una macchina che solo così può essere tanto pseudo-indipendente in Grecia quanto lo dovrà essere in Afghanistan. Se le cose dovessero davvero scaldarsi, il terrore di crisi sotto guida tedesca potrà mostrare ciò di cui è capace.
Per ora la classe politica greca deve contrattare un po' i termini della resa e fingere una qualche resistenza per salvare la faccia. La volontà dell'elettorato ormai non sa che cosa volere e tutto il sistema dei partiti è stato smantellato in maniera esemplare. Il focolaio nazionalista fa comodo ai gestori post-nazionali della crisi e può servire come valvola di sfogo, tanto più in quanto può far digerire il fallimento in maniera, per così dire, adeguata al caso. La semplice rabbia anti-tedesca non tocca gli sciovinisti tedeschi dell'esportazione, dal momento che il pogrom che si avvicina è diretto in realtà contro i rifugiati albanesi ed africani o contro gli altri emigranti, come si è già visto in pratica in Grecia e non solo. Anche su questo punto la Germania, con i suoi serial killer neonazisti viziati dalla Stasi, ha le qualità perfette per offrire una leadership a tutta l'Europa.

- Robert Kurz - Pubblicato su "Konkret" del marzo 2012 -

fonte: EXIT!

sabato 4 luglio 2015

Più keynesiano del previsto

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La miseria della politica economica
La resurrezione del keynesismo è più che dubbia
di Robert Kurz

Quanto più chiara appare la caduta della situazione globale di deficit, tanto più forti diventano gli appelli a favore di un programma statale di congiuntura, a partire dal sapiente economista Bofinger, passando per il ministro dell'economia Glos e per i sindacati, fino a ben dentro lo spettro politico della sinistra. Proprio davanti al ritorno della stagflazione degli anni 1970, si riesumano varianti di ricette keynesiane, che allora fallirono e spinsero le élite capitalistiche alla fuga verso la "rivoluzione neoliberista". Ora tornano gli stessi problemi, ad un livello più elevato di globalizzazione. E' più che dubbio che l'evidente bancarotta della dottrina neoliberista possa portare alla risurrezione del keynesismo.

Tutti i programmi congiunturali sono limitati allo spazio dello Stato-Nazione. Tuttavia, ormai non esiste più congiuntura nazionale. Quello che viene ancora statisticamente riferito come tale, è da molto tempo parte integrante di una congiuntura mondiale integrata, orientata all'esportazione a senso unico, il cui punto di fuga è il "miracolo del consumo" degli Stati Uniti, sostenuto dal deficit. Quando questo scarico finisce, cosa che ora è imminente, c'è da aspettarsi un effetto domino negativo su tutto l'insieme collegato dell'economia mondiale. Il declino congiunturale in tutta l'Unione Europea, in Europa Orientale ed in parte anche dell'Asia, è solo l'inizio di questo sviluppo. In queste condizioni, i programmi nazionali di congiuntura potrebbero, nella migliore delle ipotesi, ottenere il famoso effetto della goccia d'acqua nell'oceano. Simultaneamente ritorna, come durante la stagflazione degli anni 70, il dilemma della politica monetaria, in quatto dilemma della politica congiunturale. Le banche emittenti devono alzare i tassi di interesse per eliminare l'inflazione; dall'altro lato devono abbassare i tassi, per stabilizzare la congiuntura che le sommerge. Le iniezioni statali, per mezzo del debito, come prevede la ricetta keynesiana, aggravano tale dilemma. Poiché una crescente domanda di credito da parte dello Stato spinge in alto il tasso di interesse sul mercato, aumentando il costo degli investimenti ed aggravando il potenziale inflazionistico.

Inoltre, le munizioni del keynesismo sono state ormai tutte sparate. Poiché il neoliberismo era più keynesiano di quanto si volesse far credere. Gli interventi statali sono solo andati in un senso differente, non più destinati ai programmi sociali, investimenti nell'istruzione e nelle infrastrutture. Da un lato c'era il keynesismo degli armamenti, a partire dal presidente Reagan, che ricondusse nel "porto sicuro" degli Stati Uniti il capitale monetario globale eccedente. Dall'altro lato, le orge di deregolamentazione e privatizzazione aprirono la strada alla "inflazione degli assets" dell'economia delle bolle finanziarie, con cui venne alimentata la congiuntura mondiale. Con la crisi finanziaria globale e con l'aumento dell'inflazione ugualmente globale arrivava alla fine questa crescita globale basata sul deficit. Per evitare la "fusione nucleare" del sistema finanziario, gli Stati hanno dovuto contribuire con ingenti somme per il risanamento dei bilanci delle banche; e questo processo non è ancora arrivato alla fine. Il keynesismo dell'armamento, delle bolle finanziarie e del risanamento ha già esaurito tutte le possibilità dello Stato, prima che potesse essere preso in considerazione qualsiasi programma di appoggio alla congiuntura.

Il mainstream sempre più neoliberista degli economisti esige, invece di un programma di congiuntura, più "riforme dell'economia di mercato", soprattutto la deregolamentazione del mercato del lavoro. Salta agli occhi la mancanza di logica di quest'argomento rispetto alla congiuntura. Già l'Agenda 2010, in vigore, ha fatto sì che i supposti "successi nell'occupazione" da parte dell'amministrazione coercitiva statale, attraverso bassi salari ed aumento del tempo di lavoro, andassero di pari passo con il prosciugamento del consumo interno. La fine della congiuntura dell'esportazione si ripercuoterà anche sui precari posti di lavoro fittizi sorti alla sua ombra. Sarebbe di grande attualità, esigere non la delega ai poteri miracolosi dello Stato, ma una resistenza sociale senza esitazioni per un drastico aumento dei salari e delle prestazioni sociali del programma Hartz-IV, indegni degli esseri umani, in nome degli interessi vitali. Questo criterio, però, sembra non svolgere più alcun ruolo, quando i sindacati e la sinistra ormai si limitano a funzionare come forza di manutenzione davanti al letto de capitalismo ammalato di mancanza di capacità funzionali, e come forza di trattamento dell'immaginazione circa il disordine vigente. Il dilemma strutturale del capitale mondiale nei limiti della globalizzazione "finanziariamente indotta" richiama ancora una volta l'attenzione verso la mancanza di un'alternativa sociale.

- Robert Kurz - Pubblicato su "Freitag" del 29/8/2008 -

fonte: EXIT!

venerdì 3 luglio 2015

I candidati alla successione!

successione

Svalutazione competitiva
di Robert Kurz

La moneta forte, con un alto valore esterno, viene generalmente considerata come un segno di superiorità economica. La cosiddette monete deboli, al contrario, attengono agli Stati perdenti ed ai candidati alla caduta sul mercato mondiale. Tuttavia, questa regola sembra aver perduto credibilità. Da ogni parte, la paura è quella che la propria moneta possa diventare troppo forte. In Svizzera, la Banca centrale interviene per far abbassare il franco svizzero, in ascesa rispetto all'euro in difficoltà. Le banche centrali del Giappone e di altri paesi attuano la stessa politica nei confronti del dollaro. I paesi emergenti come il Brasile stanno disperatamente lottando contro la valorizzazione del loro denaro. Inversamente, Gli Stati Uniti e l'Unione Europea non sono affatto tristi per quel che riguarda la tendenza alla caduta della loro moneta, che ormai non è più così importante. A partire dalla presunta fine dell crisi, si può quasi parlare di svalutazione competitiva.

La faccenda può essere spiegata a partire dalla mutazione avvenuta nella struttura economica di crisi del capitalismo. L'economia mondiale sta camminando solamente grazie ai crediti inflazionati in maniera surreale ed alle relazioni economiche esterne ad essi associate. I paesi in attivo, come il Giappone, la Cina e la Germania, dipendono dalle loro esportazioni a senso unico, i paesi in deficit dipendono dal flusso, ugualmente a senso unico, di capitale monetario trans-nazionale. Sia gli uni che gli altri hanno raggiunto il limite. Ora, tutti quanti cercano di recuperare a spese degli altri. Gli uni vogliono salvare a tutti i costi l'eccedenza di esportazione, gli altri, a loro volta, vogliono ottenere una quota maggiore delle esportazioni. Ma le esportazioni sono tanto più a buon mercato e, quindi, più competitive quanto più la propria moneta è debole - situazione in cui le importazioni, al contrario, diventano più costose. La svalutazione competitiva dimostra come dappertutto venga disprezzata l'economia nazionale e si insista soprattutto sulla crescita delle esportazioni.

Nella zona euro vediamo una situazione particolarmente paradossale, nella quale i paesi in deficit non possono svalutare contro i paesi in eccedenza, come la Germania, in quanto entrambe le parti condividono una moneta comune. Inoltre, l'euro relativamente debole, proprio grazie alla crisi del debito del sud Europa, stimola ancora di più le esportazioni tedesche verso il resto del mondo. Ma questa storia di successo non può più continuare, poiché distrugge i suoi medesimi presupposti. E' il rullo compressore dell'esportazione della Germania che sta rovinando l'euro. Qualsiasi manuale di economia mostra come una cosa di questo genere non può funzionare. Uno smembramento dell'euro che riporti alle vecchie monete nazionali farebbe certamente aumentare fino ad un valore incommensurabile il debito esterno dei paesi in deficit, valorizzando allo stesso tempo il marco tedesco in maniera così drastica da paralizzare la macchina dell'esportazione tedesca. L'euro è stato ovviamente un'operazione suicida.

Per i paesi con grandi eccedenze di esportazione, la valorizzazione non costituisce un problema, per un certo periodo, solamente quando hanno anche un mercato interno forte e/o un monopolio industriale. Questo è stato il caso del Gran Bretagna del XIX secolo e degli Stati Uniti a metà del XX secolo. E' stato così che le monete di queste potenze mondiali hanno potuto assumere la funzione di denaro mondiale. Dopo il declino degli USA, altamente indebitati, non si vede da nessuna parte un candidato alla successione, ancor meno la Cina. La drastica valorizzazione della moneta cinese, che continua ad essere ritardata, finirà per rovinare le industrie esportatrici, svalutando simultaneamente le enormi riserve di dollari. Nessuno può più tornare indietro dalla propria posizione, ma per i paesi indebitati è oggettivamente impossibile mantenere le esportazioni a senso unico. La svalutazione competitiva porta alla crisi dell'euro, alla crisi monetaria mondiale.

- Robert Kurz - Pubblicato su "Neues Deutschland" del 14.11.2011 -

fonte: EXIT!

giovedì 2 luglio 2015

Le montagne stanno ferme

carisma

Il carisma della crisi
di Robert Kurz

C'è in corso un vecchio dibattito a proposito del ruolo della personalità nella storia. I teorici della struttura puntano sull'oggettività dei processi sociali, di cui solo le grandi figure possono essere espressione. I teorici dell'azione, al contrario, dicono: al principio era l'atto; fede e volontà devono essere in grado di poter muovere le montagne. Entrambi sono sicuri solo relativamente. Gli sviluppi sociali non avvengono di per sé, richiedono l'intervento dell'azione. Dall'altro lato, l'azione si relaziona alle condizioni strutturali preesistenti, in quanto rimane soggiacente ad una dinamica cieca, come avviene inequivocabilmente nel capitalismo. Per questo, è proprio nel corso delle grandi crisi che vengono cercate personalità carismatiche, le quali possano creare un ambito stimolante. E' inconfondibile il momento religioso di un simile meccanismo. Quando la rottura di un'epoca scuote la società, le speranze, i desideri e le paure si legano ad un messia politico. La questione è quella di sapere se il carisma sarà capace di supportare il nuovo o se darà semplicemente una forma alla sviluppo della catastrofe del vecchio.

Il "Kennedy nero" Barack Obama non rappresenta il soppiantamento del capitalismo globale, ma il suo rinnovamento. Il suo carisma non è sorto nel contesto di un movimento sociale con fini di emancipazione, ma come maschera nel quadro dominante dell'impresa mediatica e politica. Se Obama è diventato il depositario della simpatia del mondo intero e negli Stati Uniti commuove la gente fino alle lacrime, ciò avviene in quanto egli rappresenta la fede nel ritorno ad una crescita sostanziale e regolata dallo Stato, che crei buoni posti di lavoro e preservi l'ambiente. Rappresenta la fede, allo stesso tempo, nel superamento dei vecchi concetti di nemico, nell'equilibrio globale del potere e nella partecipazione all'umanità da parte della maggioranza di colore. Il centro di gravità di queste speranze è costituito dalla classe media mondiale che, prima della crisi, voleva cambiare tutto affinché tutto potesse rimanere fondamentalmente com'era. Ma questa fede non muove le montagne. La rottura del 1989 ha portato alla trasformazione del vecchio capitalismo di Stato in capitalismo finanziario globalizzato. Mentre, invece, la rottura del 2008 segna la crisi ed i limiti interni di tale sistema mondiale in sé. Obama diventa l'uomo più potente di un mondo che, con ogni probabilità, non riuscirà più a trasformarsi a partire dalle sue proprie basi.

Per il 44° presidente degli Stati Uniti, il potere di configurare le relazioni è già limitato, se si considera solo il bilancio rovinato dello Stato. Questo però, non è soltanto conseguenza di una politica sbagliata dell'amministrazione Bush, come molti vogliono far credere, ma il risultato di una crisi strutturale profonda del capitale mondiale. Obama non può virare il timone bruscamente, ma può solo amministrare la dinamica incontrollabile di questa crisi. La prevedibile depressione globale distruggerà i posti di lavoro precari della crescita "indotta finanziariamente", anziché crearne di nuovi. Ad esserne colpiti saranno proprio gli afro-americani che avevano compiuto un ascesa sociale, negli Stati Uniti, e la nuova classe media in Asia. E se ci vorrà un po' di tempo, questo avverrà non a causa di decisioni politiche finalmente efficaci, ma perché la situazione economica basata sul deficit si estinguerà; si tratta di qualcosa di simile alla rovina delle industrie del capitalismo di Stato nel blocco orientale nel corso degli anni 1990, che ha temporaneamente diminuito l'effetto serra dovuto all'emissione globale dei gas.

Anche l'equilibrio fra le opposizioni politiche rischia di arrivare ad un punto morto. La fine delle guerre di ordinamento mondiale in Afghanistan ed in Iraq non si annunciano come accordi di pace, ma come la prevedibile rovina della capacità di finanziamento militare. Il ritiro della macchina militare americana potrebbe, pertanto, sfociare in uno sviluppo caotico. Allo stesso modo, un'intesa politica con i paesi produttori i petrolio e di gas naturale, come la Russia o il Venezuela, sarà del tutto inutile se i regimi locali collasseranno, poiché, con la caduta dei prezzi dell'energia, si romperà la base della sua negoziazione. A maggior ragione, un nuovo equilibrio di potere nelle relazioni con la Cina presuppone la continuazione del rullo compressore dell'esportazione unilaterale del Pacifico. In realtà, però, la reciproca dipendenza si disintegrerà non appena la molto probabilmente inevitabile inflazione del dollaro svalorizzerà le astronomiche riserve valutarie degli esportatori asiatici, Un dislocamento compiacente delle relazioni di potere politico finirà per rivelarsi illusorio nella stessa misura in cui le finanze statali e le monete di un numero crescente di paesi diventeranno insostenibili. Già ora, dopo l'Islanda, anche l'Ungheria, l'Ucraina e, di nuovo, l'Argentina sono considerati candidati alla bancarotta di Stato. Altri paesi seguiranno.

Obama ha assunto la carica di comandante globale dei pompieri, ma non riesce neppure a contare gli incendi che scoppiano, mentre l'acqua per poterli spegnere comincia a mancare. Fede e amore, volontà e speranza sono cose buone quando incontrano una "condizione di possibilità". Il sistema mondiale del capitalismo finanziario non offre alcun fondamento per questo. L'entusiasmo globale della Obama-mania minaccia di trasformarsi in una grande delusione. Tuttavia, non si deve incolpare di questo una personalità il cui carisma è basato su dei falsi presupposti. La crisi del sistema mondiale non è un romanzo il cui lieto fine possa essere messo in scena mediaticamente. Così come gli Stati Uniti sono l'ultima potenza mondiale del capitale, forse anche anche Obama sarà l'ultimo messia politico. L'umanità dovrà imparare di nuovo quello che, in un'altra costellazione storica, proclamava "l'Internazionale": "Nessun essere supremo, nessun Cesare, né tribuno ci salverà; la nostra liberazione dalla miseria dovrà essere opera di noi stessi" (1). Il pathos perduto di questa affermazione è ben diverso dal pathos dell'Obama-mania.

(1) - Traduzione letterale della versione tedesca dell'Internazionale di  Eugène Pottier: “Il n'est pas de sauveurs suprêmes / Ni Dieu, ni César, ni tribun, / Producteurs, sauvons-nous nous-mêmes / Décrétons le salut commun".

- Robert Kurz - Pubblicato su "Folha de São Paulo" del 9.11.2008 col titolo "L'ultimo Messia" -

fonte: EXIT!

mercoledì 1 luglio 2015

Chi vince e chi perde

reazione

Reazione a catena post-nazionale
di Robert Kurz

Nel capitalismo, non sono le persone ad essere socializzate, bensì le cose morte: il denaro e le merci. Ne consegue che la percezione del mondo si restringe ad un punto; al singolo individuo, all'impresa individuale, allo Stato individuale. Ugualmente atomizzata è la coscienza del tempo. Ciò che conta è soltanto l'attualità. Tutto il resto è acqua passata, o dopo di noi il diluvio. Non si pensa rispetto all'epoca, ma nell'orizzonte di tempo del "Telegiornale". E' vero che in qualche modo siamo a conoscenza di un contesto globale complesso, soprattutto economico. Ma, quanto più si parla di "reti", tanto più i fatti appaiono isolati. Globalizzazione, va bene, ma questo non era un tema di ieri?

Dal momento che gli Stati hanno dovuto congiungere i loro pacchetti di salvataggio, dappertutto si torna ad usare di nuovo la lente nazionale. Da che il fallimento di Lehman Brothers (che cosa è stato?) ha provocato una reazione a catena, la quale ha rivelato la rete mondiale dei crediti inesigibili, questo viene considerato come un eccesso di un qualche mercato finanziari senza patria. Ci piace pensare ad un mondo di economie altamente patriottiche che si trovano sotto l'ombrello protettivo del governo e nella tranquillità di quattro mura domestiche. In realtà i medesimi flussi transnazionali delle merci e del denaro, gli stessi squilibri globali e gli stessi circuiti di deficit continuano ad essere sovvenzionati tale e quale come avveniva prima, solo che ora sono sovvenzionati dal debito pubblico, anziché dalle bolle finanziarie commerciali. E anche i fondi pubblici sono tutto meno che nazionali.

Il capitalismo viene considerato come indistruttibile e si preferisce rimuovere la globalizzazione qualitativamente nuova,  dal momento che la questione che si pone sembra essere soltanto quale fra le grandi imprese salga e quale scenda, ovvero chi sono i vincitori e chi gli sconfitti nazionali. La Cina prenderà il posto degli Stati Uniti come potenza mondiale economica e politica? Questa "grande narrazione" dei media è del tutto cieca rispetto alla realtà, dal momento che non viviamo più nel secolo degli imperi nazionali indipendenti. Le eccedenze di esportazione dalla Cina verso gli Stati Uniti, che aumentano nuovamente di mese in mese, sono finanziate per mezzo dell'inondazione di denaro della Federal Reserve americana. Inversamente, i cinesi alimentano la crescita interna promossa dallo Stato a partire dalle loro astronomiche riserve valutarie, composte principalmente da dollari. L'interdipendenza è talmente grande che se uno inciampa anche l'altro va a terra. Né individualmente, né insieme, riescono a controllare la loro inconsistente relazione.

In Europa si procede come se la crisi del debito della Grecia e degli altri candidati a vacillare fosse un problema interno che potrebbe essere dominato attraverso lo sforzo del risparmio nazionale. In realtà, il deficit dell'Unione Europea è l'altra faccia delle eccedenze di esportazioni della Germania. Se l'economia tedesca dovesse concentrarsi sul mercato interno entrerebbe immediatamente in un collasso. Finora, le misure di austerità draconiana, nel sud e nell'est dell'Europa, come del resto anche in Gran Bretagna, in gran parte non sono andate oltre le parole. Se venissero pienamente realizzate c'è da aspettarsi una recessione europea con implicazioni globali. E se la Grecia fallisce, proprio per risparmiare fino a scoppiare, le persone potranno restare ammirate di come le obbligazioni del debito pubblico greco si trovino dappertutto. La cosa non è molto diversa da com'era per i certificati di Lehman Brothers e lo stesso si può dire per i debiti pubblici inesigibili che si trovano ovunque. Il capitale è internazionale in tutte le sue forme. Se le proteste contro i programmi anti-sociali di gestione della crisi si limiteranno ad invocare in maniera miope l'indipendenza nazionale, non potranno che girare a vuoto.

- Robert Kurz - Pubblicato su "Neue Deutschland" del 27/6/2011 -

fonte: EXIT!

martedì 30 giugno 2015

I peccatori del deficit fra peste e colera

deficit

Eurolandia è ridotta in cenere
L'inflazione vien evitata solo al costo di una deflazione radicale
di Robert Kurz

Gli Stati si trovano sempre più intrappolati nelle contraddizioni della politica monetaria. La crisi economica mondiale viene sopportata solo grazie ad un deficit di bilancio senza precedenti, senza che si intravveda una ripresa auto-sostenuta. Ora, il postulato di una politica di risparmio e di sdebitamento delle finanze pubbliche minaccia di strangolare di nuovo la debole situazione economica. Il direttivo del Fondo Monetario Internazionale flirta con "l'inflazione controllata" al fine di poter continuare a rimandare nuovamente il problema divenuto incontrollabile. Non è per caso che la zona euro si trova al centro della crisi monetaria. L'edificio dell'Unione monetaria ha consegnato alla Banca Centrale comune le vecchie sovranità nazionali con i loro differenti livelli di produttività e le loro diverse e diseguali capacità finanziarie. L'obiettivo era quello di esternalizzare una tale contraddizione interna per mezzo della situazione globalizzata del deficit. Nella misura in cui diminuisce la forza di questa situazione, l'eventuale fallimento nazionale dei paesi finanziariamente più deboli di Eurolandia diventa per l'Unione monetaria una carica esplosiva.

Dopo le garanzie e gli aiuti al sistema bancario in crisi, e dopo i programmi di appoggio alla situazione deficitaria, l'Unione Europea ha varato ora un terzo pacchetto, ancora maggiore, di salvataggio per le finanze pubbliche degli Stati candidati alla bancarotta. E' un'ironia che, in una simile situazione, venga accettata l'Estonia nella Comunità dell'euro e venga elogiata per avere assolto al mantenimento di quei criteri di stabilità che ormai non esistono più. La BCE ha già cominciato a comprare i suoi titoli di Stato senza valore. Però, il problema non consiste nel livello nominale del deficit dei presunti "peccatori", ma nella loro mancanza di solidità finanziaria. Il deficit nominale, calcolato in relazione al prodotto interno lordo nazionale, ad esempio, in Germania è maggiore di quanto lo sia in Spagna. Ma la Germania, finora, ha potuto mantenersi a galla grazie alle sue enormi eccedenze di esportazioni, soprattutto nella zona euro. Già fin dal 2009, gli altri Stati dell'Unione Europea insistono sulla riduzione di questo "squilibrio". Contro tutto questo, è stato detto che la Germania non dev'essere punita per la sua capacità di esportare, ma che sono gli altri che devono creare per sé condizioni simili. Condizioni che consistono, tuttavia, nel fatto che la Germania ha il più grande settore di salari bassi di tutta l'Europa occidentale; situazione che si combina con la sua forza finanziaria. Le eccedenze di esportazione che ne risultano, però, possono essere finanziate soltanto attraverso i deficit dei paesi finanziariamente più deboli.

Ora il serpente si morde la propria coda. Il circuito del deficit intraeuropeo è arrivato da un'impasse e porta alla luce la contraddizione dell'Unione monetaria. L'alluvione incontrollata di denaro da parte della BCE ed il completo abbandono dei criteri di Maastricht hanno intanto portato all'inflazione dell'euro, e non solo, visto che in risposta i bilanci degli Stati si sono di fatto ridotti radicalmente. Al momento, la classe politica ed i media tedeschi sono caduti in uno sciovinismo nazionale contro i "peccatori". A sua volta, la sinistra si lamenta a gran voce del "diktat" imposto dalla Germania nella zona euro e dell'erosione della sovranità nazionale. Questo discorso ideologico non vuole capire che esiste  una mutua interdipendenza. La politica di austerità estrema, messa in moto al fine di salvare l'euro, ha inevitabilmente come risultato uno shock deflazionistico. Se il potere d'acquisto indotto dallo Stato si è prosciugato, l'effetto non è solo la svalorizzazione generale della forza lavoro, ma anche la svalorizzazione del capitale fisso e delle merci della zona euro. Questo dimostra come la forza di esportazione, che si presume autonoma. della Germania, nell'Unione Europea, si regge su dei piedi di argilla.

Il salvataggio dell'euro e del sistema bancario, ad ogni modo già in gran misura dipendente dall'alimentazione via flebo da parte dello Stato, e che ora si basa anche su delle obbligazioni dubbie, avverrà solo al prezzo della della depressione nei paesi dell'euro finanziariamente deboli. Sta già succedendo in Grecia; seguiranno Spagna, Portogallo ed altri paesi. Il risultato può essere soltanto un'esplosione della disoccupazione di massa in Germania, che si andrà a ripercuotere sul resto dell'Unione Europea. Una politica di austerità a tutti i costi nei paesi dell'euro con saldo commerciale negativo, che equivale al collasso dell'economia di esportazione tedesca, minaccia di mettere il budget limitato dello Stato tedesco nella stessa situazione in cui si trovano i peccatori del deficit. In quanto la forza finanziaria si trasforma in debolezza finanziaria. Se si verificano le conseguenze deflazionistiche dovute al diktat del risparmio, una nuova giravolta porterà ad una combinazione caotica di tendenze deflazionistiche ed inflazionistiche (stagflazione). Il governo della Merkel non è in grado di imporre i propri interessi all'Unione Europea, ma ondeggia nella scelta fra peste e colera. E neppure il tempo può andare a ritroso, verso uno spazio economico e monetario nazionale, nel senso dello sciovinismo del marco tedesco, che era basato sempre su un orientamento unilaterale verso l'esportazione. Riportato alla sua propria economia nazionale, lo splendore tedesco finirebbe per spegnersi del tutto. Le contraddizioni interne all'Unione Monetaria Europea sono un catalizzatore per una seconda ondata di crisi.

- Robert Kurz - Pubblicato su "Freitag" del 20/5/2010 -

fonte: EXIT!

lunedì 29 giugno 2015

La seconda ondata

lavoroautomobile

Intervista di Peter Jellen. della Rivista Online "Telepolis", a Robert Kurz, del 18 e 19 luglio del 2010

Peter Jellen: Mr. Kurz, negli ultimi tre anni, la crisi economica ha dato luogo a tre fasi di trasformazione: dalla crisi del settore immobiliare alla crisi finanziaria, dalla crisi finanziaria alla crisi economica e dalla crisi economica alla crisi monetaria. Fino a che punto è possibile spiegare questi tre fasi della scalata della crisi per mezzo del suo concetti di crisi economica generale del capitalismo?

Robert Kurz: Queste tre fasi costituiscono soltanto l'apparenza dei fenomeni. La crisi del settore immobiliare è stata il detonatore di una crisi dell'indebitamento e finanziaria che era latente già da molto tempo. Essa non ha avuto origine nei cosiddetti eccessi speculativi, in contrasto con un'economia normale di per sé "sana", al contrario, sono state le bolle del debito e le bolle finanziarie ad essere il risultato di una mancanza di valorizzazione reale del capitale. In primo luogo, la sovrastruttura del credito non è assolutamente un fattore esterno, ma è piuttosto parte integrante della produzione capitalista di merci, e si trova ad essa mischiata. Negli ultimi vent'anni, questo rapporto interno è aumentato, fino alla dipendenza strutturale della cosiddetta economia reale nei confronti dei mercati finanziari. Per questo la crisi finanziaria ha finito per portare ad un crisi storica dell'economia.
Tutt'e tre i momenti, tutt'e tre le fasi, erano già presenti nel susseguirsi serrato della crisi, e questo fin dalla prima insolvenza del Messico nel 1982. All'inizio sembrava che si trattasse di un debito della periferia, ma a quel punto aveva già raggiunto i centri capitalistici. All'inizio degli anni 90 era intanto scoppiata la bolla immobiliare giapponese e l'indice Nikkei era sceso di un quarto, rispetto al suo picco. Fino a tutt'oggi, il Giappone non si è ripreso dalla crisi bancaria né dalla stagnazione economica interna che ne è seguita. Alla metà degli anni 90 è esploso l'indebitamento in valuta straniera (dollari) delle Tigri Asiatiche, che ha portato ad una crisi monetaria e ad una forte recessione. Fenomeni simili si sono potuti osservare nelle crisi finanziarie della Russia, alla fine dell'era Yeltsin, e dell'Argentina, alla fine del secolo scorso. Nel 2001 è scoppiata in tutto il mondo la bolla Dotcom e sono spariti dagli schermi i "nuovi" mercati, con la loro capitalizzazione borsistica astronomica delle piccole imprese di Internet, cosa cha ha portato con sé una recessione globale. Tutte queste crisi hanno avuto una cosa in comune: erano limitate ad una regione del mondo, oppure ad un settore, e per questo sembravano controllabili, soprattutto per mezzo della politica dei bassi, o nulli, tassi di interesse da parte delle banche centrali, cosa per cui il Giappone aveva fornito il modello. Questo fiume di denaro da parte delle banche centrali, in particolare dalla FED nordamericana, non solo ha prodotto la più grande bolla immobiliare di tutti i tempi, ma ha anche così alimentato un'inaspettata situazione di deficit, che si è riflessa principalmente nel circuito del deficit del Pacifico, fra gli Stati Uniti e la Cina, circuito che era riuscito per alcuni anni a mantenere l'economia mondiale. Poi, all'inizio dell'estate del 2008, gli istituti economici hanno estrapolato la crescita dei successivi decenni, nonostante fossero tutti consapevoli degli "squilibri" esistenti nella strada a senso unico delle esportazioni che seguivano la via del Pacifico. Ma il problema venne minimizzato e non fu preso sul serio, e si evitò di tener conto della realtà apparente di una "crescita indotta finanziariamente".
Il fallimento della Lehman Brothers, nell'autunno del 2008, portò alla luce del giorno il fatto che l'economia globalizzata delle bolle finanziarie era in realtà del tutto esaurita. La reazione a catena globale che provocò questo, colpì simultaneamente non solo tutti i centri, ma fino all'ultimo angolo del sistema mondiale, dall'Islanda al Kazakistan. L'economia globale basata sul deficit era rimasta senza carburante. E' per questo che non è stato possibile dominare una simile rottura per mezzo di un'inondazione addizione di denaro da parte delle banche centrali. Dappertutto ha dovuto intervenire il debito pubblico, in una dimensione che ha superato perfino quella delle precedenti economie di guerra. I pacchetti di salvataggio per il sistema bancario non hanno sanato i bilanci, li hanno solamente tenuti a galla temporaneamente. Programmi pubblici addizionali di stimolo all'economia, dello stesso ordine di grandezza, hanno potuto impedire di fatto il crollo totale, ma il problema è stato solamente dislocato dalle bolle finanziarie alle finanze pubbliche.
Le conseguenze si sono fatte notare in primo luogo con la minaccia del fallimento della Grecia e con una correlata crisi dell'Unione Monetaria Europea. La Grecia è l'anello più debole della zona euro e la zona euro, a sua volta, è l'anello più debole del sistema monetario internazionale, in quanto l'euro è stato imposto, come moneta artificiale, a livelli di produttività nazionali del tutto diversi fra loro e con una diversa forza finanziaria, ed era adatto solamente alla corrente di esportazione unilaterale di un'economia basata sul deficit. Questa crisi monetaria, tuttavia, ha anche una qualità diversa rispetto alle precedenti; è il preannuncio di una crisi generale delle finanze pubbliche, che andrà a colpire non solo i paesi centrali europei, come la Germania, la Francia e l'Inghilterra, ma anche gli Stati Uniti e la Cina.
Attualmente, si ama credere che i pacchetti di salvataggio serviranno a ripristinare la "fiducia" nel precario sistema finanziario, e che le montagne di crediti inesigibili torneranno ad essere titoli negoziabili, grazie agli enormi programmi di stimolo economico che dovrebbero innescare la "ripresa" di un'economia mondiale auto-sostenuta. Questo discorso di fine-allarme, che si aggrappa all'apparenza dei fenomeni e che viene insinuato trimestre dopo trimestre, ha fatto i conti del droghiere relativamente alle leggi sistemiche capitaliste soggiacenti. Il processo di crisi in corso a partire dal 2008 non è solo il culmine globale delle manifestazioni di crisi parziale degli ultimi trent'anni, al contrario, è anche completamente diversi da tutte le precedenti crisi cicliche o strutturali.
E' maturata così la secolare auto-contraddizione interna della valorizzazione del capitale, che può essere descritta per mezzo di due fasi. In primo luogo, lo sviluppo della produzione, forzato dalla concorrenza, attraverso l'applicazione della scienza alla produzione, ha fatto sì che la percentuale di capitale fisico (macchine, ecc.) fosse sempre più grande in rapporto alla parte di forza lavoro. Per poter utilizzare una sola singola forza lavoro produttiva di capitale, si è reso necessario mobilitare un aggregato materiale sempre più grande (aumento dell'intensità del capitale). In questo modo, i costi morti della valorizzazione del capitale sono cresciuti in misura tale che diventavano sempre meno finanziabili per mezzo dei profitti correnti (le macchine trasferivano soltanto valore prodotto precedentemente, ma non creavano alcun valore). Il risultato venne ad essere un'espansione storica, a tutti i livelli, del sistema di credito (imprese, Stato, privati). Al fine di poter produrre plusvalore attuale, è stato necessario anticipare ogni volta sempre più plusvalore futuro, sotto forma di credito. Una tale contraddizione era sopportabile fino a quando il debito poteva essere ottenuto a partire dalla produzione corrente di plusvalore reale. Con la terza rivoluzione industriale della microelettronica a partire dalla fine degli anni 1970, tuttavia, questo meccanismo di compensazione è venuto meno; la forza lavoro produttrice di plusvalore reale è stata successivamente razionalizzata, in una nuova dimensione storica. Così, le catene di credito, fondate su un futuro sempre più distante, si sono trovate minacciate di rottura e si sono effettivamente rotte in sempre più luoghi. Non è per caso che l'avvento della terza rivoluzione industriale coincida con l'inizio di questa serie di crisi finanziarie, economiche e monetarie, che ha raggiunto oggi il suo culmine.
La cosiddetta rivoluzione neoliberista non è stato un progetto politico soggettivo, ma una fuga in avanti, rispetto al problema oggettivo della mancanza di produzione di plusvalore reale. Il che ora viene rappresentato ingenuamente come errore storico, ossia, l'ampia deregolamentazione dei mercati finanziari era, di fatto, l'unica forma possibile per ritardare il collasso del sistema mondiale. La valorizzazione del capitale è stata virtualizzata sotto la forma di un "capitale fittizio" oramai insuscettibile di essere coperto per mezzo della sostanza del valore reale; l'economia basata sul debito si è trasformata in un'economia di bolle finanziarie (azioni ed immobili), con derivati sempre più avventurosi. Questa relazione si è sviluppata nel corso di più di due decenni, in un'economia reale deficitaria, senza precedenti nella storia capitalista. La congiuntura economica del deficit deve, pertanto, essere così designata perché la valorizzazione apparente non rimane, come nelle precedenti bolle a breve termine, nel cielo finanziario, ma viene destinata, come potere di acquisto non sostanziale, al consumo delle classi medie (nonostante la caduta dei salari reali), così come all'investimento nell'economia reale, essa stessa diventata irreale secondo i criteri capitalistici, stimolando in questo modo la congiuntura economica globale. I milioni di posti di lavoro apparentemente reali nelle industrie volte unilateralmente all'esportazione sono un'illusione ottica, poiché la vendita dei loro prodotti non si basa su profitti e salari reali, ma viene alimentata a partire da una sovrastruttura di credito divenuto dubbio e di bolle finanziarie.
Dal momento che il fiume di denaro delle banche centrali, che ha consumato la sua rottura con la dottrina monetarista del neoliberismo (limitazione della massa monetaria), è stata una disperata misura di emergenza. La recente dislocazione del problema verso il debito pubblico che di certo non risolve il problema, spinge soltanto verso il collasso, che si spera arrivi a breve. In nessun luogo si vedono nuovi potenziali di valorizzazione reale, per i quali i programmi pubblici di stimolo economico possano funzionare da detonatori. Così, il legame interno fra crisi finanziaria, economica e monetaria si rivela come barriera storica intrinseca al capitale, al livello, da esso stesso generato, di sviluppo delle forze produttive e dell'applicazione della scienza alla riproduzione. Il grado di socializzazione negativa raggiunto (sulla base del lavoro e della concorrenza) non può più essere inquadrato nelle categorie capitalistiche.

Peter Jellen: Quali sono ora i rischi dell'inflazione o della deflazione?

Robert Kurz: Inflazione e deflazione sono solo due diverse forme della svalorizzazone degli stati di aggregazione del capitale. La disoccupazione strutturale di massa, la precarizzazione e i bassi salari su scala mondiale, come risultato della terza rivoluzione industriale, hanno già portato ad una svalorizzazione deflazionaria della merce forza-lavoro, ossia, secondo Marx, della componente "variabile" del capitale (la sola che produce nuovo valore). Il rovescio è stato l'economia delle bolle finanziarie, la costruzione di diritti o crediti non sostanziali e, pertanto, fittizi, come l'inflazione degli attivi (asset inflation). La catena globale di questa inflazione degli attivi può mantenersi per molto tempo, senza trasformarsi in una grande svalorizzazione del suo stesso mezzo che è il denaro, in quanto si estende attraverso molte zone monetarie. Nonostante questo, tale svalorizzazione era prevedibile nella fase finale dell'ultima congiuntura del deficit, quando i tassi di inflazione in molte economie emergenti, inclusa la Cina, si avvicinavano al 20% e ci si attendeva, negli Stati Uniti, un tasso dal 6 al 10%. In fin dei conti, la creazione di potere d'acquisto senza sostanza, attraverso le bolle finanziarie, nonostante le loro complesse vie di mediazione globale, aveva portato al medesimo risultato finale del ricorso classico alla stampa di moneta.
Tuttavia, questo scenario era lontano quando il crollo dei mercati finanziari fece bruciare, in un colpo solo, miliardi di dollari e di euro di attività fittizie, o li rimandò nelle casse delle banche sotto forma di titoli tossici, realmente senza valore, ma garantiti dagli avalli statali, e che vennero contabilizzati fuori dal bilancio. L'inflazione degli attivi non si trasformò in inflazione di denaro, ma in deflazione degli attivi. Dal momento che, in questo modo, il meccanismo finora esistente dell'economia di deficit era velocemente arrivato ad un'impasse, bisognava che seguisse una riduzione ugualmente rapida dell'eccesso di capacità globale della produzione (in particolare nell'industria automobilistica), che era stato costruito soltanto grazie al potere d'acquisto fittizio, a partire dalle bolle di indebitamento e di finanziamento; quindi, una svalorizzazione generalizzata del capitale fisso nelle fabbriche (mezzi di produzione) e del capitale di merci sul mercato (merci invendibili), associata ad un nuovo focolaio di svalorizzazione della forza-lavoro (licenziamenti collettivi). Fino ad ora continua di fatto un'onda globale fallimenti, ma la deflazione del capitale fisso e del capitale in merci può essere rallentata temporaneamente grazie ai giganteschi programmi statali finanziati a credito. Sia nel settore finanziario come nel settore produttivo è stato, così, impedito il famoso "risanamento", contro le tanto amate leggi di mercato, poiché, in assenza di nuovi potenziali di valorizzazione reale, dopo questo "risanamento" rimarrebbe soltanto un deserto economico.
La rimozione dell'eccesso di capacità, tuttavia, è stata solamente ritardata; verrà eseguita, in un futuro prossimo, dalla crisi delle finanze pubbliche. Tutti i programmi di stimolo e di aiuto economico sono, in ultima analisi, consumo pubblico improduttivo, sebbene, con essi, le imprese che sono sotto i riflettori vengono mantenute in vita per mezzo della respirazione artificiale. Lo Stato avrebbe dovuto fornire il credito per questo consumo attraverso la tassazione (imposte) sui profitti e sui salari, a partire dalla produzione di plusvalore reale. Ed è qui che il serpente si morde la coda, in quanto tutta la manovra si rende necessaria solamente proprio perché la produzione di plusvalore reale ormai non avviene con un volume sufficiente. L'ultima ratio in una situazione così disperata equivale a lavorare alla stampa di denaro, così come avviene, com'è noto, nell'economia di guerra, ora però con la finalità di prolungare artificialmente la vita del modo di produzione capitalistica.
Le banche hanno già chiuso alcune valvole di sicurezza, accettando parzialmente come "garanzie", contro le loro stesse regole, titoli tossici delle banche, o comprando titoli pubblici, potenzialmente senza valore, dei candidati alla bancarotta nazionale (BCE). In questo modo, da un lato, si aumenta lo sviluppo di un enorme potenziale di inflazione, ossia, la svalorizzazione dello stesso mezzo capitalista che è il denaro, dal quale partono tutti gli stati di aggregazione del capitale e nel quale essi devono essere convertiti. Una volta che l'inondazione di denaro dei pacchetti di salvataggio e programmi di stimolo pubblici viene iniettata direttamente nelle rispettive zone monetarie (al contrario dell'inondazione di denaro delle banche centrali verso i mercati finanziari trans-nazionali), il periodo di incubazione per la realizzazione del potenziale inflazionistico è molto minore rispetto a quello dell'economia trans-nazionale delle bolle finanziarie. Come contropartita, si evita, proprio per questo, di accendere la stampante di denaro. L'attuale relativa stabilizzazione, ad un grado inferiore rispetto a quello dei tempi del boom della congiuntura del deficit, viene supportata unicamente attraverso i programmi pubblici; tenendo in conto la situazione reale della valorizzazione, lo Stato dovrebbe sovvenzionare permanentemente l'economia, e questo sarebbe possibile soltanto per mezzo della stampa di denaro. Di conseguenza, i programmi di risparmio e le operazioni di soccorso si neutralizzano a vicenda.
Questo dilemma rimarrà costante. L'impatto di queste misure, che si escludono a vicenda, avrà come conseguenza il fatto che, semplicemente, la deflazione e l'inflazione si annullerano reciprocamente e si dissolveranno nell'aria. Dal momento che, sia nel caso dell'inflazione (in riferimento al denaro in quanto tale), sia nel caso della deflazione (in riferimento alla forza-lavoro, alle attività monetarie, al capitale fisico ed al capitale di merci), si tratta soltanto di differenti forme di svalorizzazione degli elementi della riproduzione capitalista, si potranno, dapprima, anche verificarsi simultaneamente. Questo sarà tanto più vero se la politica monetaria ed economica, guidata dalla necessità, oscillerà tra opposizioni contraddittorie. Già alla fine degli anni ottanta si sono verificate simultaneamente, come prima conseguenza della mancanza di valorizzazione reale, stagnazione deflazionaria e inflazione crescente (stagflazione). Questo è avvenuto proprio a causa della rivoluzione neoliberista, la quale, tuttavia, come economia deregolata di bolle finanziarie, ha ottenuto solamente un rinvio storico. Ora il problema di allora si ripresenta su una scala assai maggiore di contraddizioni interne. E' possibile, pertanto, sia uno shock inflazionistico che uno shock deflazionistico, se l'orientamento sarà completamente verso una delle opzioni in conflitto, oppure un periodo di stagflazione, con oscillazioni molto più violente di quelle occorse nei trent'anni precedenti, se entrambe le opzioni si alterneranno, con misure mutuamente escludenti in rapida successione.

Peter Jellen: I critici del neoliberismo accusano i politici tedeschi, nel caso della crisi del bilancio greca, di strangolare il concetto di Stato sociale per mezzo delle imposizioni di risparmio del FMI, tentando di imporre soluzioni assurde. Lei concorda con i critici, oppure, secondo la sua opinione, una simile valutazione evita il cuore del problema?

Robert Kurz: Una mera critica del neoliberismo (come nel caso di ATTAC o di gran parte della sinistra) è tronca, in quanto non penetra il funzionamento interno della crisi, ma vorrebbe assistere soltanto ad una politica economica illusoria. Tutto questo è collegato alla speranza di una svolta keynesiana, che riporti ad un capitalismo "buono", con investimenti in posti di lavoro e con i bonus da parte dello Stato sociale. Si tratta di sogni idealisti che, di fatto, non affrontano il cuore del problema, poiché sia la dottrina neoliberista che la dottrina keynesiana presuppongo ugualmente, in maniera cieca, il modo di produzione capitalista, con le sue categorie e criteri. Ma, sotto le condizioni qualitativamente nuove della crisi, è lo stesso modo di produzione dominante  a costituire il problema. Il keynesismo sta ritornando solamente come gestione della crisi e dello stato di emergenza, ossia, come continuazione del neoliberismo con altri mezzi. Quindi può soltanto aggravare le contraddizioni interne.
E' vero, tuttavia, che non sono solo i politici tedeschi a stravolgere le relazioni e a cercare soluzioni assurde; anche la vana speranza di uno Stato sociale keynesiano ri-regolato è in sé un approccio assurdo. Dove sta l'assurdo? Oltre al grande circuito del deficit del Pacifico, c'è stato anche un circuito minore del deficit europeo, per cui l'euro in realtà è stato concepito, e in verità è stato concepito nell'interesse della Germania. Le enormi eccedenze di esportazione tedesca sono state inviate per il 40% verso l'Unione Europea, ed in particolare verso la zona euro. Queste eccedenze sono la contropartita dei deficit commerciali e dei servizi dei paesi dell'Unione Europea, soprattutto quelli del sud dell'Europa. Questi sono stati oggetto di concorrenza sleale, con l'aiuto dell'euro, in quanto hanno cessato di avere compensazioni per mezzo della svalutazione delle monete nazionali. Dal momento che, in tutto il mondo, la rianimazione relativamente debole dell'economia di deficit viene supportata trasferendo il problema dell'economia delle bolle finanziarie verso il credito pubblico, adesso i deficit di bilancio dei paesi europei vicini costituiscono il rovescio di gran parte dell'ascesa delle esportazioni tedesche.
Le élite tedesche non vogliono riconoscere questa relazione, e neppure i presunti vantaggi nelle esportazioni. Qui si inquadra, al di à dell'unione monetaria, il fatto che la Germania, a partire dal piano Hartz IV e non solo, dispone del maggior settore di bassi salari in Europa, ed il fatto che i salari reali in questo paese, con l'appoggio ancora attuale dei sindacati, si siano abbassati più rapidamente che altrove. Il costante aumento delle eccedenze di esportazione, su questa base, ha portato ad una relativa solidità finanziaria della Germania. Ma ora le basi di questo modello vengono messe in discussione. All'interno dell'Unione Europea, si manifesta un conflitto fra i paesi con deficit e la Germania. Anche sulla scala più grande delle relazioni transatlantiche, si sono invertiti i fronti della politica economica. Gli Stati Uniti, i paesi con un deficit maggiore, così come gli europei del sud, esigono che la Germania desista da qualsiasi politica di risparmio e dia impulso al consumo interno per ridurre gli squilibri. Il mondo è a testa in giù: il vecchio pioniere del neoliberismo ora esige una politica economica diametralmente opposta, assumendo un ruolo che i sindacati tedeschi non ritengono di essere capaci di assumere. Questo sembra andare incontro alle speranze keynesiane, ma rimane divertente, nella misura in cui forzerebbe soltanto l'opzione inflazionistica. Per far fronte al dilemma, sia il Comitato Esecutivo del FMI che gli Stati Uniti e parte dell'Unione Europea amoreggiano con l'idea di una presunta "inflazione controllata"; ma, considerata la situazione economica, ben presto si perderebbe il controllo.
La contraddizione interna dell'Unione monetaria europea si è già acutizzata a tal punto che, recentemente, si è resa necessaria una gigantesca azione di salvataggio delle finanze pubbliche greche, cui potrebbero seguire altri (Spagna, Portogallo, Italia, Irlanda ed Europa Orientale). Non si è trattato di un qualche aiuto disinteressato verso la Grecia, ma semmai di un'operazione di appoggio soprattutto alle grandi banche tedesche e francesi, che non riescono a sbarazzarsi di migliaia di milioni di titoli di Stato greci, la cui svalorizzazione provocherebbe nuovamente un collasso del sistema finanziario. Questo piano di salvataggio provvisorio ha lo stesso carattere dei pacchetti di salvataggio successivi allo scoppio delle bolle finanziarie, ora in termini di finanza pubblica. La misura si applica solo al problema dei titoli di debito pubblico già collocati. Per evitare la possibilità dell'inflazione, la Germania assume ora la posa del padre di famiglia che pretende di condannare i greci ed altri peccatori indebitati forzandoli a violenti programmi di risparmio. Tuttavia, se questi venissero realmente messi in pratica, anche il miracolo dell'esportazione tedesca si interromperebbe per sempre. Questo è l'altro lato dell'assurdo. Lo sciovinismo dell'esportazione tedesca ha i piedi di argilla, in quanto si basa proprio sul deficit degli altri.
Non si può sfuggire a questo dilemma. Le élite, naturalmente, in fondo sono consapevoli di questo. Le dimissioni, con deboli scuse, dei titolari delle alte cariche politiche, ultimamente del Presidente federale tedesco Köhler, sono un indizio del fatto che, dietro le quinte dell'ottimismo ufficiale professionale, le cose rimangono abbastanza difficoltose. Questo potrebbe ripetersi in altri paesi. Una classica uscita dal problema in stile Helmut Kohl non è più possibile. Quindi, si perseguono idee di soluzioni contraddittorie, le quali devono sempre tener conto dei sondaggi elettorali, mentre non si arrivi ad una dittatura di emergenza o si scateni una lotta generale. Il modo di produzione capitalista non può essere messo in discussione, quindi, come nella prima fase della crisi finanziaria, si va alla ricerca dei colpevoli. La lotta interna al governo nero-giallo non è specifica dei suoi partiti, al contrario, data la situazione problematica, si ripete in ogni coalizione. Non stupisce che alcuni combattenti gettino la spugna.

Peter Jellen: Ci può dare un'opinione su quello che succederà nel futuro prossimo?

Robert Kurz: Dal momento che le politiche monetarie ed economiche sono contraddittorie, nei prossimi anni c'è da aspettarsi una seconda ondata di crisi economica globale. La quale potrebbe avere come punto di partenza la prova del fuoco dell'Unità Monetaria Europea. In casi come quello della Grecia, si tratta, formalmente, di uno scenario simile a quello sofferto dall'Argentina più di dieci anni fa. Ma la crisi dell'Argentina era limitata ad un solo paese che era quasi senza peso nell'economia mondiale. Assai diverso è il caso che minaccia il fallimento di uno Stato dentro la zona euro, in quanto ciò potrebbe gettare nel baratro tutta l'Unione Europea. Il collasso del circuito del deficit europeo arriverebbe all'osso dell'economia di esportazioni tedesca e verrebbe quindi meno l'attuale forza finanziaria della Germania. Questo significherebbe grandi fallimenti di massa e licenziamenti che finora in questo paese sono stati evitati, e non solo. Anche le finanze pubbliche tedesche, comunque già indebitate, arriverebbero ad una situazione simile all'attuale situazione delle finanze pubbliche greche, se, dopo il crollo delle esportazioni unilaterali, dovesse crollare anche il rating di credito sui mercati finanziari. Un tale sviluppo sarebbe un disastro non solo per tutto lo spazio europeo, ma anche per la situazione economica globale, vista l'importanza dell'Europa nell'economia mondiale.
La situazione non è migliore nel grande circuito del deficit del Pacifico, fra Cina e Stati Uniti. Lì, da entrambe le parti ci si aspetta che gli altri creino le condizioni per una maggiore stabilità. I programmi governativi di stimolo ed i sussidi, negli Stati Uniti, hanno realmente contrastato, in parte, la caduta dei consumi, sebbene non sia stato possibile raggiungere nuovamente il periodo precedente la crisi; ma questo è avvenuto al costo per cui il credito pubblico finanziato dall'esterno ha raggiunto i propri limiti, ed è emersa la prospettiva per cui è stato messo in discussione il finanziamento della macchina militare e delle missioni di guerra, che sono la garanzia della posizione di potenza mondiale. Gli Stati Uniti esigono dalla Cina una rivalutazione da tempo ritardata della sua moneta nei confronti dei paesi con un'eccedenza di esportazioni e, come avviene in rapporto alla Germania, un rafforzamento del consumo interno finanziato dal debito, al fine di diminuire lo squilibrio dei flussi commerciali e rafforzare le sue proprie esportazioni, le quali devono compensare il debole consumo interno. Ma, nella maggior parte dei settori industriali, non hanno la capacità di esportazione necessaria, la cui costruzione richiederebbe elevati costi di investimento. Inoltre, dovrebbero essere ridotte le corrispondenti capacità in Cina, in quanto le imprese degli USA, così come le imprese europee e giapponesi, hanno investito pesantemente in Cina, grazie al vantaggio dei costi, al fine di rifornire il proprio mercato e quello degli altri.
Ma la Cina, da parte sua, come la Germania, non vorrebbe rinunciare al suo vantaggio nelle esportazioni, che si basa sul lavoro a basso costo su una moneta sottovalutata artificialmente, perché in entrambi i casi tutta l'economia è rivolta alle esportazioni unilaterali. Un cambiamento richiederebbe anni, se non decenni, e andrebbe a sbattere ancora più rapidamente contro i propri limiti, in quanto tali squilibri ed il suo fragile finanziamento a credito costituiscono ormai proprio l'elisir di lunga vita della situazione economica globale. E' vero che la Cina, con il suo fondo di enormi riserve di valuta, ha lanciato il maggior programma di stimolo economico di tutto il mondo e di tutti i tempi, avendo obbligato le sue banche a prestiti massicci. E' per questo che non può permettersi qualsiasi seria correzione monetaria, in quanto significherebbe svalutare le sue riserve di valuta massicciamente accumulate. I programmi di stimolo economico della Cina rafforzano il consumo interno solamente in forma indiretta, e non nella misura necessaria a trainare l'economia mondiale, come avveniva prima con il consumo degl Stati Uniti, finanziato esternamente. La maggioranza dei programmi scorre verso le infrastrutture e verso le capacità di produzione aggiuntive, tutte orientate a far ripartire la macchina dell'esportazione unilaterale. Se non fosse così, allora la Cina verrebbe rovinata da enormi investimenti, con relative conseguenze per il sistema finanziario. Inoltre, la Cina non può sostenere un programma di questo tipo e, simultaneamente, continuare a comprare titoli del tesoro statunitense nella stessa misura in cui lo ha fatto finora.
Pertanto, nella zona del Pacifico si ripete il dilemma europeo su scala maggiore. Entrambi i circuiti di deficit attualmente camminano verso la frana, che continua ad essere arginata, grazie al fiancheggiamento dell'economia interna, alimentata al costo di programmi pubblici di stimolo economico. Se questi finissero, ci sarebbe il rischio del crollo. La seconda ondata di crisi globale potrà venire tanto dalla regione del Pacifico, quanto dall'Europa, oppure da entrambe le parti nello stesso tempo. Tutte le storie a proposito dell'attuale successo sono soltanto delle istantanee, simili a quelle all'auge dell'economia globale di deficit, fra il 2007 e l'estate del 2008. Attualmente, le percentuali di successo della crescita e delle esportazioni sono ancora più dubbie di allora, in quanto partono da un livello iniziale assai inferiore, dopo la caduta della situazione economica mondiale. Il pensiero positivo resiliente marcia verso la sua Waterloo, che è vicina. La questione è solo quella di sapere quale periodo di incubazione richiede questa volta la nuova situazione contraddittoria, prima di scaricarsi. Cosa che può essere una consolazione per il pensiero a breve termine dell'economia di mercato, il cui orizzonte non va al di là del proprio naso.

Intervista pubblicata sulla Rivista "Telepolis" del 18 e del 19/7/2010

fonte: EXIT!