mercoledì 29 ottobre 2014

La produzione della conoscenza e la conoscenza della produzione

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Il disvalore dell'ignoranza
- "Critica del valore" tronca come ideologia di legittimazione di una nuova piccola borghesia digitale -
di Robert Kurz

*Nota precedente all'edizione stampata* 1. Dalla critica del valore all'ideologia del circolo digitale* 2. La sorella della merce e Internet come "macchina di emancipazione* 3. Forma del valore, sostanza del valore e riduzionismo della circolazione* 4. "Scambio giusto" e relazioni d'uso capitalistiche* 5. L'anima della merce in azione: dal "ben pagare il non serio" all'antisemitismo strutturale* 6. Produzione di contenuti, costi capitalistici e "riproduttività senza lavoro"* 7. Lavoro produttivo ed improduttivo nel contesto di riproduzione capitalistica* 8. Verso un'ontologia del lavoro secondaria* 9. Il carattere sociale totale della sostanza del valore e l'ideologia del capitale "produttivo" e "rapinante"* 10. Svalorizzazione universale e teoria degli stadi di un'emancipazione simulatrice* 11. Falso universalismo ed esclusione sociale. L'ideologia dell'alternativa digitale come eldorado degli uomini della classe media trasformati in casalinghe* 12. Il punto di vista degli idioti del consumo virtuale* 13. Autoamministrazione della miseria culturale* 14. L'esproprio dei produttori e delle produttrici dei contenuti come abnegazione sociale e risentimento* 15. Termiti e formiche blu. La biopolitica della "intelligenza del formicaio" digitale* 16. Realpolitik di pauperizzazione dei candidati a capo dell'amministrazione di crisi nella cultura*

7. Lavoro produttivo ed improduttivo nel contesto di riproduzione capitalistica

Dal momento che anche Lohoff e Meretz sanno che "la riproduzione senza lavoro" del software e dei contenuti culturali, nel senso più ampio, presuppone qualcosa come "il lavoro d'informazione" ed "il lavoro di contenuto" (visto che ancora omettono, negli insiemi di riproduzione dei beni d'informazione digitale, tanto gli aggregati infrastrutturali quanto il consumo d'energia), essi arrivano senza sorprese - per quanto riguarda la definizione del carattere di questo "lavoro" o di questo "sforzo" - al vecchio problema del lavoro "produttivo" ed "improduttivo" in Marx e nella teoria economica; questione che viene affrontata per mezzo di un saggio sul tema (Peter Samol, "Lavoro senza valore", Krisis 31). Viene così raggiunto il livello d'insieme della riproduzione sociale e delle sue mediazioni. Lohoff attribuisce il lavoro d'informazione e dei contenuti ad una "produzione sociale della conoscenza". Invocando le rispettive pagine di Marx nei "Gundrisse", dove Marx parla di "attività di tipo generale" [allgemeinen Gattungsgeschäften], Lohoff arriva all'affermazione generale per cui "i lavoratori della conoscenza" avrebbero semplicemente "...dal punto di vista della teoria del valore, lo stesso statuto che hanno i giudici o i soldati, svolgendo così un lavoro improduttivo in senso capitalista" (op.cit.).
E' noto che le considerazioni di Marx sul lavoro produttivo ed improduttivo sono incomplete ed inconsistenti; pertanto, si prestano ad interpretazioni abbastanza flessibili. La mancanza di chiarezza risiede soprattutto nel fatto che Marx, in vari frammenti dedicati al tema, sembra dare una definizione determinata, sulla base di alcuni "lavori" empiricamente tangibili, riferendosi al capitale concreto o allo Stato. Ci troviamo qui di nuovo di fronte allo stesso problema, che si era già fatto notare a livello di circolazione, della falsa immediatezza della definizione di sostanza e di relazione di equivalenza. Tuttavia, non si tratta qui di un mero problema di esposizione dell'architettura teorica di Marx, ma possibilmente di un'inconsistenza reale, nella misura in cui nei frammenti di testo di Marx su tale questione emergono di fatto definizioni positiviste. Su questo c'è da dire, in primo luogo, che la differenza fra lavoro produttivo ed improduttivo non si può stabilire in forma definitoria, sulla base di determinati "lavori" particolari, ma solo in termini di teoria della circolazione, ossia, in riferimento all'insieme della riproduzione capitalista. Quest'idea era già, essenzialmente, il fondamento del mio saggio "Die Himmelfahrt des Geldes" (L'apoteosi del denaro), ma fino ad oggi non c'è stato alcun ulteriore sviluppo.
Peter Samol tocca solo superficialmente questo tema, per mezzo ancora della semplice, e molto nota, relazione fra lavoro nella produzione e lavoro nella circolazione, nella quale quest'ultimo "non sarebbe risolvibile in lavoro produttivo" (op.cit.), e con l'avvertenza che "lavoro produttivo ed improduttivo... si presentano fortemente mescolati nelle aziende delle infrastrutture" (op.cit.), senza però esaminare sistematicamente (dal punto di vista della teoria della circolazione) il problema della mediazione. Invece, come Lohoff, si basa su una definizione positivista, sulla base dei "tipi di lavoro" che sarebbero suppostamente identificabili chiaramente. Tuttavia, lo stesso "lavoro" può essere produttivo o improduttivo, non solo nel senso che supporta o meno la produzione di lucro di un capitale individuale, ma anche all'interno della propria produzione di lucro. Cosa che nel caso dei capitali di circolazione si può ancora risolvere con relativa facilità, in quanto sono alimentati dalla massa di plusvalore sociale totale, in altri casi è meno chiaro, in quanto si presenta "mescolato" o ambivalente. Questo ci riporta di nuovo al problema della riproduzione capitalistica totale, che non può essere risolto per mezzo di una semplice somma di lavori "contabilizzabili" con chiarezza come produttivi o improduttivi. Per esempio, anche lavori industriali di fabbrica, in apparenza chiaramente produttivi, possono anche essere improduttivi, se non acquisiscono una qualche domanda con capacità di pagamento; questo non è in alcun modo un problema di realizzazione di un valore in sé esistente, ma quello che succede è che è stato prodotto molto poco valore nell'insieme della società (cosa che diventa visibile solo nel contesto della mediazione), situazione che poi si "vendica" su determinati capitali individuali, oppure si ripercuote anche sull'insieme della società per mezzo della crisi. Lo stesso vale per la produzione del valore apparentemente reale, che siano automobili, case o altro, e che viene generato solo attraverso rendimenti provenienti da bolle finanziarie.
Dal momento che Lohoff e Samol non espongono nessuno sviluppo sulla base della teoria della circolazione, e che sia relazionato con l'insieme della produzione, ma forzano soprattutto delle definizioni positiviste riguardo ad una "imputabilità" suppostamente chiara (cosa, com'è noto, dovuta all'assenza di un punto di partenza nella relazione di equivalenza immediata, ideologicamente costruita sul piano della circolazione), posso anche fermarmi qui. Prima di affrontare l'importanza del "lavoro della conoscenza" di fatto improduttivo nell'argomentazione di Lohoff, bisogna segnalare l'inconsistenza di questa dal punto di vista immanente, in tre punti. Si tratta di una differenza che Lohoff in parte lascia indeterminata, in parte la imposta semplicemente in modo erroneo, cioè, a partire dall differenza tra: a) "lavori" che non aggiungono alcun valore, b) "lavori" che aggiungono valore ma che non producono plusvalore, c) "lavori" che producono plusvalore reale (essendo che nel caso di quest'ultimi si tratta di plusvalore sostanziale e non di plusvalore meramente formale di un capitale individuale alimentato a partire dalla massa di plusvalore sociale totale, come avviene nelle imprese della circolazione. La differenza tra lavoro produttivo ed improduttivo in Marx viene relazionata esclusivamente alla produzione reale (sostanziale) di plusvalore, cosa che di fatto viene ricordata da Lohoff, ma cui non si attiene.
Il primo punto "a" si riferisce alla produzione generale della conoscenza, nel senso delle "attività di tipo generale", in Marx. Nella misura in cui, nel caso di queste attività di tipo generale, non si tratta di attività di giudici, boia o di altri amabili portatori di attività generale, ma di "produttori della conoscenza" nel senso più lato, Lohoff mette in atto la stessa falsa generalizzazione che aveva già usato nel caso del teorema di Pitagora e della legge di Ohm. Non distingue fra produzione di conoscenza in generale, per esempio nelle università o nei dipartimenti di ricerca definiti fondamentali, da un lato, e la produzione specifica di conoscenza per mezzo di determinati beni, dall'altro. In realtà, la prima può anche assumere la forma di merce, per esempio quando un istituto di ricerca privato vende una conoscenza generica, ma si tratta, relativamente all'insieme della produzione, non di una conoscenza incorporabile in determinati beni, ma di una conoscenza generale che in sé non può apportare alcun valore, entrando sempre solo nelle condizioni generali di produzione di merci scientificizzate.
Diverso è il caso della produzione specifica di conoscenza per alcune determinate merci. Un momento dell'argomentazione di Marx consiste esattamente di questa differenza fra la produzione generale di sapere come "attività tipica" e la produzione di sapere che entra in una merce specifica. Tutto quello che entra nella produzione specifica di merci come "lavoro" aggiunge valore. Però, per il capitale quello che importa non è il valore puro e semplice , ma solo il plusvalore. Ci troviamo qui di fronte ad un problema particolare della produzione di conoscenza che entra in una determinata merce specifica, cosa che può essere esemplificata per mezzo delle attività di costruzione di un nuovo modello di automobile (progetto). Tale "lavoro" di costruzione è tutto meno che una "attività di tipo generale"; essa appartiene in un certo qual modo all' "insieme del lavoro" di un capitale individuale, della produzione di merci perfettamente determinata nell'ambito dell'economia d'impresa, anche se essa di per sé non si integra nel processo immediato di fabbricazione. Tuttavia, la sua incorporazione solo mediata non sta allo stesso livello della generalità delle "attività tipiche" della produzione di conoscenza, ma rimane in un certo senso immediata, in particolare relativamente al processo dell'insieme dell'economia d'impresa di produzione di una determinata merce.
Ora, il problema per la produzione di valore consiste nel fatto che quest'aggiunta di valore legato alla produzione del "progetto" è insignificante nell'insieme del lavoro dell'economia d'impresa, e per una semplice ragione: questo "lavoro" si esaurisce con la fine del progetto; esso non è ripetitivo, nel senso che non si ripete senza posa come avviene col lavoro di fabbrica per la produzione di milioni di automobili in accordo con tale "progetto". Nella quantità totale del "lavoro" dell'economia d'impresa, la quota-parte del "lavoro della conoscenza" lì incorporata resta pertanto molto ridotta. Questo, però, costituisce su questo piano un problema quantitativo, e non un problema qualitativo, relativamente al "carattere di generalità" del "lavoro della conoscenza" specifico di tale economia aziendale.
Lo stesso avviene con la produzione di "beni d'informazione" digitale. Anche questo "lavoro" si presenta, sotto forma di determinato software che viene prodotto da determinate imprese, come un prodotto-merce specifico, e non ha in alcun modo "carattere di generalità", come per esempio la conoscenza matematica, o anche la scoperta della legge di Ohm, ecc.. Il fatto per cui questo software possa essere usato per fini differenti, che questi siano, a loro volta, produzioni di merci o meno, è un altro discorso, e non ha niente a che vedere col carattere specifico di merce di questo software prodotto da una determinata impresa. La differenza, tuttavia, consiste nel fatto che a questo software non si aggiunge un qualche lavoro di fabbrica ripetitivo, e che la massa di lavoro totale, e la sua capacità di aggiungere valore, si mantengono pertanto straordinariamente ridotti, diversamente da quello che avviene nella produzione di automobili. Questo, però, si manifesta solamente sotto forma di contributo indiretto da parte della quantità di lavoro produttivo di valore in tutta la società, e anche da parte della massa di valore o di plusvalore, in quanto la produzione di questo software, specifico come merce, può rivelarsi redditizio per l'impresa che lo produce.
Lohoff, ora, con il suo concetto erroneo di "beni universali", pensa di potersi ergere ad esperto affermando: "... Robert Kurz argomenta in termini oggettivamente errati, a proposito di 'Internet come fabbrica dei sogni del nuovo mercato (Jungle World 16/2000). Qui egli concede alle pretese merci dell'informazione un valore, battendo in ritirata per mezzo di un'argomentazione meramente quantitativa. Come opera di 'pochi specialisti' la produzione di software e di altre merci di informazione non porterebbe a nessuna 'creazione di valore addizionale degno di essere riferito'" (op.cit.). Quest'affermazione di Lohoff è dovuta solo alla sua confusione fra produzione di conoscenza sociale generale e produzione di conoscenza specifica nell'economia d'impresa, incorporata in merci materiali o immateriali. Nell'ultimo caso si tratta effettivamente di un problema quantitativo. In qualche maniera, lo stesso co-autore di Lohoff, Samol, è cosciente di questo e dice a proposito: "Supponiamo che, per esempio, lo sviluppo di software consumi molto tempo. Ma in relazione alle possibilità di essere replicato quasi gratuitamente, la possibilità della sua rapida diffusione e l'ampia varietà della sua applicazione, i costi di produzione vengono incredibilmente dimiuniti. La quota-parte diventa così quasi omeopatica. Ciascuna copia isolata rappresenta, in altre parole, un valore che praticamente tende a zero" (op.cit.).
Questo è di fatto corretto ma così, in primo luogo, Samol ammette in forma indiretta che, per quanto riguarda il carattere del valore della produzione di software nell'economia d'impresa, si tratta di un problema quantitativo. In secondo luogo, però, questo problema nasce solo in un contesto relativamente al quale, tanto Somol che Lohoff, passano di lato, ossia il contesto della riproduzione dell'insieme del capitale. Anche questo non era ancora del tutto completamente chiaro nel mio articolo di allora su Jungle World. Il che, come venne detto, dal punto di vista dell'economia d'impresa può essere presentato come produzione di merce redditizia, e rivelare il suo carattere "omeopatico" solo sul piano della massa del valore sociale totale. A questo livello, non solo è assolutamente disprezzabile la parte corrispondente all'ottenimento del valore reale ma, e soprattutto, questa piccola produzione di valore non può generare alcuna sostanza di plusvalore (ed è perciò improduttiva in questo decisivo senso capitalista), poiché i costi di riproduzione della corrispondente forza lavoro qualificata tendono ad essere più elevati di quella che è la sua capacità di ottenere valore. Tuttavia, quello cui Samol si riferisce non si presenta immediatamente nell'economia d'impresa, ma solo nel contesto della mediazione sociale (e in questo contesto di nuovo indirettamente, come tentativo di abbassare i costi di riproduzione di questa forza lavoro, attraverso l'esternalizzazione oppure attraverso la pura e semplice sparizione, a causa della razionalizzazione dell'attività di programmazione, attraverso programmi programmatori). Ma la stessa argomentazione limitata e tronca di Lohoff è già criticabile dal punto di vista immanente; essa risulta solo un'affermazione ideologica per cui tutta la produzione di conoscenza in generale dev'essere dichiarata non-merce, per poterla suppostamente slegare dalla struttura del valore e del prezzo dell'insieme della società, ed isolarla dal punto di vista della "teoria dell'appropriazione".
Il secondo punto riguarda la parte indiretta della produzione di conoscenza in generale nella creazione di plusvalore sociale totale, e merita qualche parola. Lohoff in questo caso forza un punto di vista da molto tempo noto della teoria della crisi della critica del valore: "Il progresso scientifico eleva le forze produttrici della società in generale e moltiplica anche la produzione materiale di capitale, ma non moltiplica la sua creazione di valore" (op.cit.). La celebre "scienza forza produttiva" eleverebbe perciò solo la produttività materiale, poiché le forze produttive risultanti, dice Lohoff con l'aiuto di una citazione da MEGA, "non influenzano in modo immediato il valore di scambio" (op.cit.). Questo, però, è solo una mezza verità e come tutte le mezze verità è particolarmente falsa. Perché la "scienza forza produttiva" in generale non aggiunge alcun valore e naturalmente non lo aggiunge "immediatamente" neanche al valore di scambio. Ma entra "mediatamente", ossia in modo indiretto, precisamente nel contesto che Marx ha elaborato ne "Il Capitale" come produzione di plusvalore relativo.
Cioè, malgrado la crescita della produttività materiale non solo non apporta alcun valore, prima di far diminuire, al contrario, il valore dell'insieme delle merci individuali, essa diminuisce simultaneamente i costi (valore) della merce forza lavoro, cosa che, sotto determinate condizioni, eleva la parte relativa del capitale nell'ottenimento di valore totale. Per questo la tematizzazione della "scienza forza produttiva", come potenziale di produzione di plusvalore, assume un posto centrale nelle argomentazioni delle teorie della crisi che negano categoricamente l'esistenza di un limite interno assoluto all'accumulazione reale; oggi particolarmente dirette contro la teoria della crisi della critica del valore. Lohoff usa lo stratagemma di presentare un trattato su "Il valore della conoscenza" con la pretesa che sia "fondamentale" (anche dal punto di vista della teoria della crisi) e, per la circostanza, offusca completamente la connessione fra "conoscenza" e plusvalore relativo; ancora una volta, un certificato di povertà per un "teorico".
Questo contesto ha già svolto un ruolo fondamentale nel "testo primordiale" della teoria della crisi della critica del valore, col mio saggio “Die Krise des Tauschwerts" (La crisi del valore di scambio, pubblicato nel 1986 su Marxistische Kritik, pertanto ha più di vent'anni), le cui argomentazioni vennero adottate dallo stesso Lohoff già negli anni 90. Quindi, davanti al suo attuale ragionamento, si deve chiaramente parlare di un regresso per quanto riguarda la teoria della crisi. L'argomentazione della critica del valore, a tutt'oggi, per quanto riguarda il plusvalore relativo è in un certo qual modo insufficiente, in quanto non viene definita con sufficiente precisione la relazione tra il capitale individuale e l'insieme del capitale nell'ambito della produzione di plusvalore relativo. Più tardi, con lo sviluppo del concetto di plusvalore relativo nel "Capitale", però diventa chiaro che la categoria di plusvalore in generale può essere determinata solo a partire da un contesto di mediazione dell'insieme della società, e non a partire da una "imputabilità" immediata relativamente alla produzione individuale di merce. Invece di intrapredere il necessario sviluppo, Lohoff, con la sua argomentazione regressiva, cancella completamente questo contesto di mediazione; ancora una volta a causa della sua intenzione ideologica di costruire in maniera isolata, semplicemente e puramente, la "assenza di valore" e il presunto carattere di non-merce della produzione di conoscenza. Mentre parla di una "de-socializzazione della ricchezza comune" (op.cit.) della produzione di conoscenza sul piano giuridicamente ridotto della proprietà, è lui che opera una desocializzazione teorica del contesto della mediazione, di fatto complesso, che non può essere suddiviso in momenti singolari "con valore" e "senza valore".
Il terzo punto riguarda un'inconsistenza teorica in Samol, che solo indirettamente ha qualcosa a che vedere con la produzione di conoscenza, in un certo qual modo perfino in controtendenza con la linea generale dell'argomentazione, e che qui verrà riferita solo perchè non si dica che sia stata ignorata. Samol si riferisce alla privatizzazione delle infrastrutture pubbliche, ossia, alla loro trasformazione in imprese redditizie di economia imprenditoriale: "Di fatto una tale trasformazione dell'educazione, dell'assistenza, della cultura, della salute ecc. in merci vendibili trasformerebbe le rispettive attività in lavoro produttivo. Ma tali servizi, per la loro natura, possono essere esercitati come valorizzazione del capitale solo fino ad un certo punto. Manca soprattutto la domanda con un potere di acquisto" (op.cit.). Questo è corretto solo sul piano dell'apparenza superficiale, cui a volte i commenti giornalistici cercano di circoscriverla, ma non è ammissibile nell'ambito di una riflessione teorica. Come già accennato, la mancanza di domanda con potere di acquisto dev'essere imputata in ultima istanza all'insufficiente produzione sociale di plusvalore, dalla quale inizialmente risulta tutto il potere di acquisto.
Una volta che la "cultura" in senso lato includesse, per esempio, la produzione di conoscenza comune universitaria, secondo il ragionamento di Samol, nel caso della privatizzazione, questa verrebbe immediatamente "trasformata in lavoro produttivo". Cosa che è in chiara contraddizione col concetto di Lohoff di pura e semplice "assenza di valore"  e del carattere di non-merce della "produzione di conoscenza" nel suo insieme. Di fatto, la produzione di conoscenza comune privatizzata verrebbe trasformata immediatamente in "lavoro" produttivo solo nello stesso senso, per esempio, delle imprese della circolazione, cioè, solo formalmente, in quanto in realtà vengono alimentate a partire dalla massa di plusvalore sociale totale. Il loro contributo indiretto alla produzione sociale di plusvalore relativa avverrebbe in ogni caso, sia nella forma pubblica che in quella privata, in quanto la questione della "mancanza di potere d'acquisto" per la produzione di conoscenza comune privatizzata attiene alla mancanza di produzione di plusvalore sociale totale, che è trasversale a tutti i settori (nel caso di una crescita sufficiente della massa assoluta del plusvalore sociale potrebbe sorgere sufficiente "potere di acquisto" per l'accesso alla conoscenza comune privatizzata). La confusione qui in agguato è dovuta ancora una volta alla soppressione del contesto di mediazione e alla limitazione alla "imputabilità" singolare definitoria che poi, senza connessione con la propria argomentazione di fondo, si ferma subito direttamente alla tradizionale riduzione della teoria della crisi ad un semplice "problema di realizzazione".
Mi sono qui riferito in maniera un po' più circostanziata all'inconsistenza immanente del ragionamento di Lohoff, rimandando comunque sempre nuovamente alla riproduzione del capitale nel suo insieme, che non può essere rappresentata come semplice somma di momenti individuali isolati e definiti separabili, ma che ha una sua qualità propria, alla quale sono subordinati i momenti mediatori della produzione e della circolazione immediatamente individuali e a partire dai quali, solamente, questi possono essere precisati. Questo si applica anche al carattere capitalisticamente improduttivo della produzione della conoscenza, sotto qualsiasi punto di vista, indipendentemente dalla forma pubblica o privata e indipendentemente dal carattere generale o imprenditoriale della conoscenza. Poiché anche i momenti di produzione di conoscenza, "senza valore" puro e semplice o relativamente alla creazione di plusvalore, fanno parte della condizioni oggettive della riproduzione capitalistica, poiché in caso contrario non sarebbero arrivati ad esistere. Tanto meno, la loro apparente immediata "assenza di valore" in sé può essere separata dalla struttura sociale valore-prezzo, così come la loro "riproducibilità senza lavoro". Al contrario, si manifestano necessariamente sotto forma di "imprevisti" (costi morti), così come è stato evidenziato più volte da Marx.
I costi morti, però, sono qualcosa di diverso dalla "assenza di costi"; non hanno in sé niente a che vedere con un'assenza della forma merce, devono essere necessariamente rappresentati sotto forma di denaro e di prezzo. E' vero - e per la teoria della crisi della critica del valore non è assolutamente niente di nuovo - che con la progressiva socializzazione i "costi imprevisti" crescono per ragioni obiettive, in quanto simultaneamente si abbassa la massa di plusvalore reale dell'insieme della società. E' tale discrepanza crescente a costituire precisamente il limite interno assoluto della valorizzazione. Si tratta, nel caso, di uno stato di crisi che coinvolge tutta la società, e che può essere superato solo attraverso una trasformazione sociale totale, ma non attraverso la divisione fra merci "normali", con sostanza di valore", e non-merci che si suppongono "anomale", senza sostanza, in quanto "beni universali" che in sé sarebbero già oltre la forma dominante. Lohoff, nel suo percorso che parte dall'ideologia dell'equivalenza immediata nella circolazione, passando per la "riproducibilità senza lavoro" di artefatti della conoscenza, fino al carattere "improduttivo" e tuttavia necessario del lavoro dell'informazione, della conoscenza e dei contenuto, non guadagna nemmeno un millimetro di terreno. Per questo il costrutto puramente ideologico dei "beni universali", nella svolta (per mezzo della teoria dell'azione) verso la "teoria dell'appropriazione", porta a conseguenze assurde e realmente barbare, come si vedrà più avanti. In ultima analisi, è ciò che implica ogni ideologia di alternativa immanente, e l'ideologia postmoderna dei "beni della conoscenza liberi" non costituisce un'eccezione.

8 – segue -

Robert Kurz

fonte: EXIT!

martedì 28 ottobre 2014

Il teorema di Pitagora e la Warner Bros

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Il disvalore dell'ignoranza
- "Critica del valore" tronca come ideologia di legittimazione di una nuova piccola borghesia digitale -
di Robert Kurz

*Nota precedente all'edizione stampata* 1. Dalla critica del valore all'ideologia del circolo digitale* 2. La sorella della merce e Internet come "macchina di emancipazione* 3. Forma del valore, sostanza del valore e riduzionismo della circolazione* 4. "Scambio giusto" e relazioni d'uso capitalistiche* 5. L'anima della merce in azione: dal "ben pagare il non serio" all'antisemitismo strutturale* 6. Produzione di contenuti, costi capitalistici e "riproduttività senza lavoro"* 7. Lavoro produttivo ed improduttivo nel contesto di riproduzione capitalistica* 8. Verso un'ontologia del lavoro secondaria* 9. Il carattere sociale totale della sostanza del valore e l'ideologia del capitale "produttivo" e "rapinante"* 10. Svalorizzazione universale e teoria degli stadi di un'emancipazione simulatrice* 11. Falso universalismo ed esclusione sociale. L'ideologia dell'alternativa digitale come eldorado degli uomini della classe media trasformati in casalinghe* 12. Il punto di vista degli idioti del consumo virtuale* 13. Autoamministrazione della miseria culturale* 14. L'esproprio dei produttori e delle produttrici dei contenuti come abnegazione sociale e risentimento* 15. Termiti e formiche blu. La biopolitica della "intelligenza del formicaio" digitale* 16. Realpolitik di pauperizzazione dei candidati a capo dell'amministrazione di crisi nella cultura*

6. Produzione di contenuti, costi capitalistici e "riproduttività senza lavoro"

Se l'ideologia piccolo-borghese classica del "commercio equo" - avendo come sfondo un imbastardimento e un troncamento della critica dell'economia politica circa le relazioni di equivalenza immediata - costituisce il vero fulcro dell'argomentazione di Lohoff e Meretz, il problema ad essa associato della sostanza del valore e della sua "localizzazione" non tarda a venire ulteriormente sviluppato in modo ugualmente tronco. Un anello intermedio di questo processo è la tematizzazione solo tangente della relazione generale fra il "lavoro" o, in termini generali, lo "sforzo" e la forma del valore. In questo anello intermedio non estraneo alla discussione, la "assenza di valore" dei beni d'informazione specificamente digitali comincia ad essere semplicemente imputata alla loro "duplicibilità praticamente senza sforzo" (Meretz, id.) oppure, in modo ancora più esplicito, alla loro "riproducibilità senza lavoro" (Lohoff, id.).
Già qui si manifesta nuovamente la connotazione ideologica di una classica critica piccolo-borghese e tronca dei momenti rimossi dal contesto della riproduzione sotto la forma della merce o delle socializzazione del valore: la rabbia dell'etica protestante e, soprattutto, della coscienza del portinaio tedesco circa i "redditi senza lavoro" fa capolino. In questa misura ci troviamo chiaramente davanti ad una situazione analoga, a caccia delle rendite speculative, "senza lavoro", delle transazioni finanziarie nella circolazione che, com'è noto, costituiscono una caratteristica essenziale dell'antisemitismo strutturale. In analogia con transazioni simili, il cui "sforzo", senza dubbio inesistente, passa per "non lavoro" e quindi per "poco serio", anche se pretende di identificare la "riproducibilità senza lavoro" dei beni d'informazione digitale con una sorta di secondo piano della speculazione, poiché qui ci sarebbe gente che si "arricchisce senza lavorare" vendendo dei meri diritti d'uso con un click del mouse. L'ideologia di scambio immediato e "sostanziale" degli equivalenti, o l'accusa per cui questo verrebbe "ferito", viene ora imputata ad una "base di produzione senza lavoro". Dicasi di sfuggita che qui si annuncia, contrariamente a tutta la "critica del lavoro" che viene brandita, un passaggio in punta di piedi verso una nuova ontologia sui generis del lavoro, come si andrà a dimostrare.
Prima di esaminare l'ampliamento di questo già sospetto anello intermedio dell'argomentazione, a proposito della "riproducibilità senza lavoro" delle condizioni di riproduzione sociale totale della "sostanza del valore", in Lohoff e Meretz, intendo assoggettare questo enunciato nudo e crudo ad una critica immanente, dal momento che la problematica ad esso associata si rivela ancora di una certa importanza in quel che segue. La definizione di una "riproducibilità senza lavoro" è possibile solo se i beni d'informazione digitale vengono rimossi da tutto il processo di produzione nel cui contesto si inscrivono. Anche Lohoff e Meretz evidentemente sanno che quello che si riproduce "senza lavoro" deve, prima di tutto, essere prodotto. Si presuppone, pertanto, sempre un "lavoro d'informazione" implicato nella produzione di questi beni digitali, il quale magari non viene solo effettuato da programmatori seduti a casa loro davanti al computer, ma la cui produzione, da parte sua, ha dei presupposti molto dispendiosi che, a loro volta, sono dispendio di lavoro. Perché tutto questo possa continuare ad avvenire sono necessari, inoltre, enormi agglomerati di infrastrutture, che innanzitutto devono essere prodotte e mantenute in funzione: reti telefoniche, reti di dati, reti di sistema universale per la telecomunicazione mobile (UMTS, i cui eventuali effetti negativi sulla salute rimandano ad un aspetto qualitativo del contesto digitale globale imposto dal capitalismo, che non è ancora stato tematizzato). Al di là di tutto questo, un tale contesto è associato ad un consumo di energia ugualmente dispendioso. Affinché non ci siano malintesi: qui non è stato detto ancora niente sulla relazione nella quale questo "sforzo" totale, che comprende le quantità segnalate di "lavoro astratto", si incontra con la sostanza sociale del valore e del plusvalore, e nulla è stato detto sul fatto se qui avvengono, o meno, "trasferimenti di valore" ecc.. Quello che è certo è che questo sforzo, indipendentemente dal suo contenuto in sostanza di valore, si ripercuote sulla superficie del mercato come costi sotto forma di denaro, costi che sono integrati nei beni d'informazione "riproducibili senza lavoro" attraverso i diversi contesti di mediazione. Siano questi beni di informazione sostanzialmente, e in quanto tali, "senza valore" o meno (il che è già in sé una definizione falsa e tronca), in nessun caso possono essere "senza prezzo". Qui ancora una volta si manifesta l'ideologia dell'equivalenza immediata, come se una "assenza di valore" specifica potesse essere rimossa dal contesto di socializzazione del valore e ripresentata immediatamente come "assenza di prezzo".
In realtà non esiste una "assenza di valore" isolata, perché la "svalorizzazione del valore" si presenta anche nei beni o nelle relazioni di uso individuale, ma solo come processo sociale totale. Torneremo su questo più in dettaglio quando parleremo delle relazioni di riproduzione che riguardano il capitalismo nella sua totalità. Se Lohoff e Meretz hanno già deciso il carattere della socializzazione sul piano della circolazione per mezzo di una semplice somma delle relazioni di equivalenza, fanno lo stesso anche sul piano della produzione e della riproduzione, in una mera sommatoria dei momenti "con lavoro" e "senza lavoro" immediatamente individuali. Ma, visto che si tratta di un contesto di mediazione che non può essere suddiviso in momenti individuali isolabili, e che si presenta senza eccezioni sotto la forma di costi e di prezzi, la forma denaro della mediazione non può venire disattivata per beni o per usi specifici, mentre tutto il resto rimane.
Questo diventa ancora più chiaro quando Meretz parla di "beni d'informazione, conoscenza e cultura" come supposti "beni universali" in senso lato, o che finisce per specificare come "software, conoscenza, musica, film, testi". Questo è un riferimento al fatto che qui non si tratta solo  di beni digitali del software e del suo contesto di riproduzione tecnologica ed infrastrutturale come "lavoro" o "sforzo", ma del fatto che questi artefatti tecnici sono, allo stesso tempo, "portatori" di un contenuto, anch'esso incondizionalmente associato al "carattere universale". E' oramai chiarissimo che questi contenuti culturali, nel senso più lato, devono anche essere prodotti prima di poter essere "riproducibili senza lavoro".
Per oscurare ulteriormente questo stato di cose, Lohoff e Meretz applicano un proverbiale trucco che consiste nell'equiparare semplicemente la produzione dei contenuti specifici alla "conoscenza umana" in generale. Per questo tornano all'argomento dell'esclusività e della non esclusività della "capacità di utilizzo". Lohoff non si vergogna di fare la seguente citazione: "Nessuno cessa di avere a sua disposizione il teorema di Pitagora solo perché un'altra persona sta ricorrendo ad esso in questo preciso momento". E Meretz rincara la dose: "I beni sono rivali per quel che riguarda il loro utilizzo se l'uso per l'uno restringe o impedisce l'utilizzo per l'altro. Non sono rivali se dal loro utilizzo non risulta alcuna restrizione al rispettivo uso da parte di altri. Esempi: il pane è esclusivo e rivale rispetto al suo consumo ... Il ricorso alla legge di Ohm, al contrario, non è rivale, né io posso essere escluso da essa". Già era stata messa in evidenza l'inconsistenza teorica ed il contenuto ideologico di un tale argomento in termini di circolazione. Ora viene posta la questione della sua rivelanza riguardo alla "riproducibilità senza lavoro". 
Nel caso del teorema di Pitagora o della legge di Ohm, è di fatto evidente senza alcuna precondizione; questa "conoscenza umana" generale la incontriamo "libera da limitazioni spazio-temporali" (Lohoff) perché la sua produzione è già storica (e in parte molto anteriore al capitalismo), e non richiede alcuno "sforzo" nell'attualità. Invece, l'attuale produzione specifica di contenuti di musica, film e testi si trova in una situazione fondamentalmente diversa. La sua "riproduzione senza lavoro" presuppone - similmente a quanto avviene col software e le rispettive condizioni di riproduzione - uno "sforzo" attuale che si situa nel contesto della riproduzione capitalista, e quindi niente affatto libero da limitazioni spazio-temporali.
La produzione di un film presuppone multipli "lavori" del regista, degli operatori e degli attori, senza dimenticare le comparse, che devono essere tutti pagati, poiché in caso contrario non verrà prodotto nessun film; allo stesso modo, le macchine, gli scenari ecc. devono essere associati a dei loro "costi" corrispondenti. La stessa cosa si applica in linea di principio alla produzione dei contenuti di musica, testi, ecc.. Ancora una volta, quello che è in questione in partenza non è la relazione con la sostanza sociale del valore o del plusvalore, ma semmai, alla superficie del mercato, si tratta di costi, sotto forma di denaro, che si devono riflettere nei prodotti, sotto forma di prezzi. Né la "riproduzione senza lavoro" digitalizzata della produzione di contenuti può essere dissociata come isolata "assenza di prezzo", come anche vedremo a proposito di ulteriori implicazioni. Come già detto, si tratta qui solo di un anello intermedio di argomentazione ideologica, la cui confusione "in termini di economia politica", tuttavia, va ancora ad aumentare quando viene estesa alla relazione di riproduzione capitalista globale.

7 – segue -

Robert Kurz

fonte: EXIT!

lunedì 27 ottobre 2014

I moralisti della merce e il buon denaro

1939 Exile Express Anna Sten, Alan Marshal & Jerome Cowan

Il disvalore dell'ignoranza
- "Critica del valore" tronca come ideologia di legittimazione di una nuova piccola borghesia digitale -
di Robert Kurz

*Nota precedente all'edizione stampata* 1. Dalla critica del valore all'ideologia del circolo digitale* 2. La sorella della merce e Internet come "macchina di emancipazione* 3. Forma del valore, sostanza del valore e riduzionismo della circolazione* 4. "Scambio giusto" e relazioni d'uso capitalistiche* 5. L'anima della merce in azione: dal "ben pagare il non serio" all'antisemitismo strutturale* 6. Produzione di contenuti, costi capitalistici e "riproduttività senza lavoro"* 7. Lavoro produttivo ed improduttivo nel contesto di riproduzione capitalistica* 8. Verso un'ontologia del lavoro secondaria* 9. Il carattere sociale totale della sostanza del valore e l'ideologia del capitale "produttivo" e "rapinante"* 10. Svalorizzazione universale e teoria degli stadi di un'emancipazione simulatrice* 11. Falso universalismo ed esclusione sociale. L'ideologia dell'alternativa digitale come eldorado degli uomini della classe media trasformati in casalinghe* 12. Il punto di vista degli idioti del consumo virtuale* 13. Autoamministrazione della miseria culturale* 14. L'esproprio dei produttori e delle produttrici dei contenuti come abnegazione sociale e risentimento* 15. Termiti e formiche blu. La biopolitica della "intelligenza del formicaio" digitale* 16. Realpolitik di pauperizzazione dei candidati a capo dell'amministrazione di crisi nella cultura*

5. L'anima della merce in azione: dal "ben pagare il non serio" all'antisemitismo strutturale

La vendita dei diritti d'uso, sia esclusivi che non esclusivi, ha evidentemente come presupposto la privatizzazione giuridica dei beni d'uso corrispondenti, indipendentemente dal fatto di essere prodotti o meno (per esempio, le licenze di pesca ecc.). In maniera completamente indipendente dalla qualità specifica degli stessi beni o dall'utilizzo dei beni, la riservatezza giuridica formale deve rappresentare una "delimitazione" che può passare attraverso determinate recinzioni materiali o virtuali, dalla barriera delle casse (alla piscina o al cinema, come nel supermercato), ai detective umani o virtuali, videocamere di vigilanza, etichette con "sistema anti-furto" incorporato ecc.. La "Amministrazione Digitale dei Diretti" dell'industria dei computer e del software attaccata da Meretz, che deve assicurare la possibilità di vendita - mediata monetariamente, nella circolazione dei beni d'informazione digitale in quanto merce - attraverso delle misure tecniche incorporate, oppure attraverso le leggi di proprietà intellettuale sostenute per mezzo del monopolio statale della violenza, si integra in questo catalogo generale del contenimento e dei meccanismi di controllo; e non ha niente a che vedere con un carattere speciale di non-merce di questi beni i quali, contrariamente a tutte le altre merci, già "in sé" si troverebbero oltre la forma sociale.
Se Meretz e Lohoff, in questo contesto, criticano la "ideologia della scarsità" dell'economia politica, la critica si applica alla produzione di ricchezza capitalista nel suo complesso che, come produzione specifica di "ricchezza astratta" (Marx), implica una restrizione delle necessità e della loro soddisfazione, indipendentemente dalle risorse materiali ed umane. La distinzione tra beni che "in sé" non sono universali ed altri che "in sé" sono suppostamente universali oscura questo fatto sociale generale ed è ideologica; riduce inammissibilmente il problema ad un tipo specifico di beni o di utilizzo, quando invece si tratta di un problema di produzione di ricchezza astratta in generale. Fino a quando resta implicito che la forma merce continuerà ad essere "normale", ed in qualche modo "conforme", nel caso dei beni cosiddetti non universali, e che solo nel caso dei "beni universali" si scontrerà coi limiti oggettivi e soggettivi, appositamente costituiti in modo tronco ed erroneo sotto il punto di vista dell'economia politica. 
Nella realtà, è la ricchezza astratta in quanto tale che diventa obsoleta, quando sbatte contro il limite interno storico del capitalismo. La crisi generale della valorizzazione dell'accumulazione reale, sul piano della società nel suo complesso, genera una crisi sociale non meno generale, nella quale sempre più persone si vedono private della soddisfazione delle proprie necessità, e questo in relazione a tutti i beni necessari, a cominciare da quelli materiali. E' la contraddizione acutizzatasi fra le potenzialità della produzione di ricchezza materiale ed immateriale, e le restrizioni esacerbate della forma sociale che indeboliscono la "coscienza dell'illecito" e fanno apparire legittimo per gli esclusi il "piccolo furto" in senso lato.
Il fatto che questo si ripercuota in un certo qual modo nella coscienza e si rifletta nella pratica in massicci furti dai negozi ed in saccheggi occasionali (fatto già tematizzato dai situazionisti) dev'essere analizzato in termini teorici, così come parte di questo indebolimento, e non magari negato per mezzo di un adattamento "di sinistra" alla morale del pagamento borghese, per esempio asserendo che qui non verrebbe messa in questione la socializzazione capitalista nella sua totalità. Tuttavia, questo non può eludere il fatto che una "risoluzione" così immediata, nel quotidiano, della contraddizione che si acutizza è ancora molto lontana dalla prospettiva di una "appropriazione", e lo è anche da una rivoluzione radicale del proprio contesto di riproduzione sociale (il concetto di "appropriazione", ridotto alla circolazione, dall'ideologia del movimento, che ha molto ossessionato, in modo più o meno grottesco, gli ultimi mohicani di "Krisis" e del feuilleton viennese  “Streifzüge”, manca ancora di un trattamento teorico proprio, che qui può solo essere accennato).
Com'è noto, nel contesto di crisi mondiale della terza rivoluzione industriale, l'attuazione quotidiana della contraddizione sulla superficie del mercato non solo convoca una "industria della morale" capitalista, volta a rianimare la barcollante "coscienza dell'illecito", ma porta anche ad un rafforzamento giuridico e tecnico dei meccanismi di contenimento. Questo, da parte sua, riguarda tutto lo spettro dei beni di consumo e delle relazioni d'uso, e non ha niente a che vedere con un presunto carattere di non-merce specifico dei "beni d'informazione". Quando Meretz afferma che "...qualsiasi sistema DRM (Digital Rights/Restrictions Management, volgarmente: "protezione contro la copia") introdotto nel mercato viene craccato in pochissimo tempo", si riferisce solo alla speciale difficoltà tecnica del controllo e del contenimento nello spazio virtuale, ma non al fatto per cui i "beni d'informazione" avrebbero in sé un carattere trasformatore della società, costituendo un'eccezione alla forma generale. Inoltre: quest'argomentazione restringe anche ideologicamente il "problema dell'appropriazione"; poiché, se il carattere di merce passa ancora per "normale" e "conforme" nel caso dei beni non digitali, questo implica anche una corrispondente cesura nella legittimità per quel che riguarda la traballante "coscienza dell'illecito".
Il carattere ideologico di quest'argomentazione si rivela ben presto, non solo nel linguaggio, ma anche nel contesto giustificativo. Mentre si suppone che corrisponda alla "giustizia nella circolazione" dove gli acquirenti gettano il loro "buon denaro" in cambio di merci tangibili, nel caso dei "beni d'informazione" la "giustizia" sembra ferita a morte perché, nel mero uso di tali beni, nessun equivalente sostanziale immediato corrisponde al "buon denaro" (improvvisamente, il denaro viene qualificato di "buono"). "I fabbricanti di beni d'informazione digitale", dice Lohoff con l'anima indignata per la merce, "possono qualcosa che nessun fabbricante di merci serie ha mai potuto o potrebbe, qualcosa di strettamente incompatibile con le relazioni di scambio: essi si trovano nella posizione di vendere lo stesso prodotto, la stessa suoneria di cellulare o lo stesso software tutte le volte che vogliono, senza per questo ritrovarsi accusati di frode (!) davanti ad un tribunale!" (id.).
Si vede qui l'obiettivo ideologico della costruzione, fondamentalmente errata sotto il punto di vista dell'economia politica, di supposti "beni universali" in opposizione a merci "normali", costruzione associata alla riduzione della prospettiva alla "circolazione semplice" dove l'equiparazione immediata è "X merce a = y merce b". Ulrich Wickert trasuda tristezza: "L'onesto è sciocco". Lohoff assume il ruolo del soggetto della circolazione, borghese fino al midollo, che non comprende il vero contesto della riproduzione capitalista (cosa abbastanza debole per un "teorico"), per poi, nelle transazioni di mercato, sentirsi continuamente ingannato e "defraudato", annusando dappertutto un'infrazione alla "giustizia nella circolazione". Mentre la produzione delle merce capitalista in quanto tale perde la sua morale (come si può evincere dalla diffusione della corruzione e dalle truffe quasi disperate a tutti i livelli) per sbattere contro la sua propria logica, il moralista della merce Lohoff apre una contraddizione fra i produttori di merci "serie" in sé (perché si riferisce al "passaggio reale di mano" sotto il punto di vista ideologico dei beni dotati di sostanza di valore) ed i fornitori "poco seri", "fraudolenti", che suppone si limitino a fingere il carattere di merce dei loro beni sul mercato.
Quest'elaborazione ideologica dell'anima della merce dopo viene anche "nobilitata" sul piano dell'elaborazione dei concetti. Non senza un inutile, e del tutto spropositato, amor proprio, Lohoff annuncia che: "La realtà storica si riflette sempre anche nell'uso del linguaggio, nel quotidiano e nella concettualizzazione teorica. Come, nei confronti della rivoluzione della microelettronica, tutti i beni scambiati sul mercato avevano il carattere di beni di scambio, il concetto di merce stabilito si poteva applicare ad entrambi senza alcun problema. Con l'emergere dei beni di informazione digitale, però, i due concetti cominciano a divergere, e questo provoca una confusione terminologica (Molto propria di Lohoff - R.K.). Per risolverla viene introdotto un nuovo concetto di livello superiore che è destinato a designare la totalità dei beni prodotti in regime capitalista e negoziati sul mercato: il ben pagato [Bezahlgut]” (id.). Questo "nuovo concetto" superiore di "ben pagato", aderisce già terminologicamente  alla riduzione alla circolazione che sussume, da un lato, i beni di scambio "reali" dei fabbricanti di merci "serie" che si suppone valgano il "buon denaro" e, dall'altro lato, questi non-beni di scambio o non-merci "non reali" che si arrogherebbero, in modo "poco serio" e "fraudolento", il carattere di merce, dovendo essere "pagati" solo a causa di intrighi legali.
Tutto questo, già a livello superficiale di ragionamento sulla circolazione, è solo antisemitismo strutturale. Gli è che la classica ideologia piccolo-borghese della circolazione semplice e dello scambio immediato di equivalenti, contiene nella sua struttura il luogotenente del sospetto permanente riguardo la "frode nella circolazione", lo "scambio diseguale" ecc. che fin dai primordi del capitalismo è stato equiparato al "giudeo", identificazione questa che si è trasformata in un luogo comune della Storia delle ideologie e che non può più essere assolta in virtù di una presunta coscienza innocente (e ancor meno in un "teorico"). Uno dei più antichi cliché antisemiti è quello che afferma che il "giudeo" è un agente della circolazione fraudolenta. Quello che nel XIX secolo, per esempio, veniva imputato agli "intermediari ebrei", ora viene imputato, in forma "attualizzata", ai fornitori di beni d'informazione digitale. Qui vediamo quali sono i risultati, quando, come per capriccio, la presunta "lotta intorno alla forma della merce" (Meretz) si concentra in un settore parziale separato, che deve aver oltrepassato la forma di merce "automaticamente", e questa idea ha già cominciato a degradare in ideologia della circolazione.

6 – segue -

Robert Kurz

fonte: EXIT!

domenica 26 ottobre 2014

Il prezzo del biglietto

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Il disvalore dell'ignoranza
- "Critica del valore" tronca come ideologia di legittimazione di una nuova piccola borghesia digitale -
di Robert Kurz

*Nota precedente all'edizione stampata* 1. Dalla critica del valore all'ideologia del circolo digitale* 2. La sorella della merce e Internet come "macchina di emancipazione* 3. Forma del valore, sostanza del valore e riduzionismo della circolazione* 4. "Scambio giusto" e relazioni d'uso capitalistiche* 5. L'anima della merce in azione: dal "ben pagare il non serio" all'antisemitismo strutturale* 6. Produzione di contenuti, costi capitalistici e "riproduttività senza lavoro"* 7. Lavoro produttivo ed improduttivo nel contesto di riproduzione capitalistica* 8. Verso un'ontologia del lavoro secondaria* 9. Il carattere sociale totale della sostanza del valore e l'ideologia del capitale "produttivo" e "rapinante"* 10. Svalorizzazione universale e teoria degli stadi di un'emancipazione simulatrice* 11. Falso universalismo ed esclusione sociale. L'ideologia dell'alternativa digitale come eldorado degli uomini della classe media trasformati in casalinghe* 12. Il punto di vista degli idioti del consumo virtuale* 13. Autoamministrazione della miseria culturale* 14. L'esproprio dei produttori e delle produttrici dei contenuti come abnegazione sociale e risentimento* 15. Termiti e formiche blu. La biopolitica della "intelligenza del formicaio" digitale* 16. Realpolitik di pauperizzazione dei candidati a capo dell'amministrazione di crisi nella cultura*

4. "Scambio giusto" e relazioni d'uso capitalistiche

E' significativo che il vero punto di partenza del ragionamento di Lohoff non consiste nel problema della sostanza che, pur invocata a priori, solo dopo viene argomentativamente sviluppato in termini legittimatori, ma semmai consiste in una sorta di punto di vista "morale" del soggetto della merce, o del consumatore, sul piano della circolazione. Lohoff chiede, con aria sorniona: "Anche la diffusione di beni d'informazione avviene come scambio, e anche la relazione fra acquirente e venditore obbedisce alle leggi di scambio fra equivalenti?" Anche questa domanda è puramente retorica. Poiché Lohoff sa già che in questo caso la sacra legge dello scambio di equivalenti viene infranta: "Si scopre che, per quelle merci che entrano in una relazione di mutuo scambio e assumono il carattere di beni di scambio, devono essere soddisfatte simultaneamente due condizioni. Da un lato, ciascuno dei proprietari dei beni deve avere nelle mani, finito l'atto di scambio, il bene che prima dello scambio apparteneva al suo omologo. Dall'altro lato, entrambi le parti intervenute nello scambio devono rimanere senza quello che avevano portato sul mercato. La seconda condizione fondamentale corrisponde agli utilizzatori che spendono i loro soldi in software commerciale o in file di musica o video, ma non ai venditori di tali prodotti" (Lohoff, id.). Come mai? "I produttori di beni d'informazione", secondo Lohoff, "non hanno bisogno di tornare a produrre il loro bene per vendere il risultato del loro lavoro di informazione, oltre che a Tizio, anche a Caio e a Sempronio e ad altri mille milioni di potenziali clienti. Producono una volta e vendono molte volte. Una cosa così non è uno scambio, e l'oggetto in questo modo commercializzato non è un oggetto di scambio né, quindi, una merce" (id.).
Questi porci speculatori di Microsoft e compagnia! "I clienti", s'incazza Lohoff, "cedono il bene del loro denaro (!) una volta per tutte ai fornitori, i quali, da parte loro, restano in possesso di quello che danno nello scambio! La transazione monetaria non media, in alcun modo, il cambio di mano dei beni corrispondenti, ma si limita ad aumentare il numero di persone autorizzate ad usare il medesimo prodotto in forma legale" (id.). Ancora una volta, Lohoff confonde qui il semplice scambio di equivalenti "x merce a = y merce b" con la relazione capitalista universale di merce-denaro, nella quale la circolazione non media in alcun modo il "passaggio di mano" dei due beni. Qui non si scambia una giacca con del lino, né biglie blu contro biglie rosse, e neppure il denaro si limita a mediare il "passaggio di mano" tra due produttori realmente indipendenti (non socializzati), secondo lo schema merce-denaro-merce, come nella relazione premoderna della merce sotto la mera "forma di nicchia" (Marx) che, in termini qualitativi, si distingue fondamentalmente dalle relazioni capitalistiche di merce come struttura di riproduzione socializzata. Al contrario, la circolazione che obbedisce alla logica complessiva di denaro-merce-denaro media la realizzazione di plusvalore come movimento di fine-in-sé del valore riassociato a sé stesso ("soggetto automatico"). Pertanto, la relazione merce-denaro nel mercato capitalista è cosa completamente diversa dal mero "passaggio di mano" di due beni.
Lo stesso Lohoff si vede costretto ad ammettere che qui si scambia merce (che egli suppone sia una non-merce) per denaro, e certamente non un bene per un altro, senza però rendersi conto della differenza. Tuttavia, la merce-denaro come "equivalente generale" non è una merce come qualsiasi altra, non è un equivalente come nell'equazione cappotto=tessuto, ancor prima essa media un'equivalenza in un processo complesso che non si può riassumere in alcun modo come una mera somma di "atti di scambio". Nella riproduzione capitalistica, l'equivalenza delle relazione di merce si stabilisce come processo relativo alla totalità della società, "dietro le spalle" dei soggetti del mercato, e perciò in una forma mediata da frizioni, e non immediatamente in ciascuna relazione di scambio individuale denaro-merce. Lohoff, al contrario, assume il punto di vista della circolazione semplice e del semplice scambio di equivalenti, che in Marx non supera il momento analitico (iniziale) nell'insieme dell'esposizione. Dato il livello di riflessione nell'ambito della critica dell'economia politica, l'argomentazione presuntuosa e armata di "originalità" di Lohoff, è semplicemente straziante.
Questo riguarda non solo il carattere del denaro nella circolazione capitalista, ma anche il carattere delle merci. Si intendono qui come merci non solo i beni materiali od immateriali, ma anche le relazioni d'uso; alla fine lo stesso Lohoff non parla di proprietari di altre merci (oppure confonde questo con la funzione del denaro in termini capitalistici), ma di utilizzatori. Qui quello che si vende non è un bene, ma il diritto d'uso di un bene, cosa che costituisce un evento assolutamente normale nel mercato capitalista, in mille varianti. Lohoff cerca di scrollarsi l'acqua dal mantello, tentando di costruire - facendo ricorso all'esempio della relazione di affitto - una differenza essenziale tra diritti d'uso esclusivo e non esclusivi: "Contrariamente al venditore, il locatore non consegna la merce al suo inquilino una volta per tutte, ma la scambia per periodi, con un lasso di tempo specificato. Tuttavia - e questo è il punto - l'inquilino acquisisce per tale lasso di tempo definito contrattualmente un diritto di disporre esclusivo che esclude altri dall'utilizzo. Il locatore o il proprietario può di fatto noleggiare la stessa automobile o la stessa casa a varie differenti persone, ma solo ad uno alla volta, e non ad un numero indeterminato di clienti nello stesso tempo. Il proprietario di un bene universale, invece, si trova in quest'invidiabile situazione e dimostra così ciò che non è: proprietario di merci" (id.).
Indipendentemente dai presunti "beni universali", non è difficile trovare diritti di uso scambiati come merci ed in nessun modo vincolati a qualcosa che somigli alla "esclusività". I concessionari di una piscina o di una spiaggia con determinate infrastrutture, a titolo di esempio, non vendono un diritto d'uso esclusivo. Non vendono l'acqua o la piscina, ma il suo uso, e lo fanno senza concedere alcun genere di esclusività. Lo stesso avviene con i proprietari di cinema. Essi non vendono il film, ma la sua visione, ed anch'essa è assai poco esclusiva. La stessa cosa si applica alla "TV a pagamento" per mezzo dei decodificatori. In tutti questi casi, e in altri simili, i clienti cedono il loro "buon denaro" ai fornitori, e questi mantengono in loro potere quello che mettono a disposizione, compresa l'attrezzatura utilizzata. Il suo uso viene ugualmente ceduto, oltre che a Tizio, a Caio e a Sempronio - che questo avvenga o meno, per mancanza di spazio - e allo stesso tempo a "mille milioni" di altri clienti potenziali; ma questa è solamente una differenza di grado e non è essenziale, giacché per principio l'uso può essere venduto a molti utilizzatori allo stesso tempo e ad un numero pressoché indeterminato, nel corso del tempo. Nella misura in cui vengono impiegati dei funzionari, si ammortizzano i beni d'uso (piscina, proiettore, edificio, ecc.) e si ottiene un'eccedenza, ci troviamo anche qui davanti ad un processo di valorizzazione, secondo i criteri dell'economia d'impresa; la questione di sapere se questo generi una produzione reale di valore o di plusvalore sociale totale si pone su un piano del tutto differente e non invalida minimamente la forma reale della merce d'uso nella circolazione.

5 – segue -

Robert Kurz

fonte: EXIT!

sabato 25 ottobre 2014

Un lotto di terreno sulla Luna

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Il disvalore dell'ignoranza
- "Critica del valore" tronca come ideologia di legittimazione di una nuova piccola borghesia digitale -
di Robert Kurz

*Nota precedente all'edizione stampata* 1. Dalla critica del valore all'ideologia del circolo digitale* 2. La sorella della merce e Internet come "macchina di emancipazione* 3. Forma del valore, sostanza del valore e riduzionismo della circolazione* 4. "Scambio giusto" e relazioni d'uso capitalistiche* 5. L'anima della merce in azione: dal "ben pagare il non serio" all'antisemitismo strutturale* 6. Produzione di contenuti, costi capitalistici e "riproduttività senza lavoro"* 7. Lavoro produttivo ed improduttivo nel contesto di riproduzione capitalistica* 8. Verso un'ontologia del lavoro secondaria* 9. Il carattere sociale totale della sostanza del valore e l'ideologia del capitale "produttivo" e "rapinante"* 10. Svalorizzazione universale e teoria degli stadi di un'emancipazione simulatrice* 11. Falso universalismo ed esclusione sociale. L'ideologia dell'alternativa digitale come eldorado degli uomini della classe media trasformati in casalinghe* 12. Il punto di vista degli idioti del consumo virtuale* 13. Autoamministrazione della miseria culturale* 14. L'esproprio dei produttori e delle produttrici dei contenuti come abnegazione sociale e risentimento* 15. Termiti e formiche blu. La biopolitica della "intelligenza del formicaio" digitale* 16. Realpolitik di pauperizzazione dei candidati a capo dell'amministrazione di crisi nella cultura*

3. Forma del valore, sostanza del valore e riduzionismo della circolazione

La fragilità delle argomentazioni di Lohoff e Meretz risulta evidente già per il fatto di dover ricorrere alla costruzione per cui affermano che il capitalismo costringe i "beni universali" digitali, che si suppone non obbediscano in termini oggettivi alla forma merce, ad acquisire lo statuto di merce che "in termini propri" sarebbe ad essi estraneo, facendo ricorso a macchinazioni giuridiche "improprie", configurando in tal modo il cosiddetto paradosso degli "artefatti universali privatizzati" (Lohoff, id.). Tutto ciò è una sciocchezza. Nessun bene od oggetto, quale che sia la sua qualità, è merce oppure non lo è "in sé". La merce è una determinata forma sociale che comporta sempre anche una definizione giuridica. Tutto quello che assume la forma di merce e, di conseguenza, realmente può assumerla, è di fatto una merce. Ed una transazione nell'ambito della sfera della circolazione è anche sempre una transazione giuridica. Non esistono merci "propriamente" né "propriamente dette". Quello che "in sé" non può assumere carattere di merce, a prescindere dal perché, non può essere incluso nella forma merce passando dalla porta sul retro.
Il costrutto di Lohoff (e, di conseguenza, anche l'attribuzione di sostanza del valore) si basa semplicemente su un imbastardimento, nei termini, della teoria della circolazione ed in ultima istanza dell'ideologia della circolazione, il cui approccio non va al di là dei capitoli iniziali del primo volume del Capitale. Se Marx lì analizza la genesi della forma valore e, facendolo, formula l'equazione "X merce a = y merce b" sulla base del lavoro astratto come "terzo comune", si tratta di merce come "forma cellulare", nel senso di una figura concettuale ai fini della ricostruzione teorica della logica sociale soggiacente; non, però, di una determinazione definitoria che possa essere applicata ciecamente a qualsiasi merce individuale empirica per poi, grazie agli attributi specifici di determinati beni, perdere la validità in determinate relazioni di merci. C'è qui anche un problema di esposizione nell'architettura teorica di Marx. La "forma cellulare" del primo capitolo si riferisce alla logica interna della riproduzione capitalista come sistema globale, le cui mediazioni diventano evidenti solo nel corso ulteriore dell'argomentazione (questo fatto venne anche ingegnosamente usato come argomento contro la critica del valore in generale, ma Lohoff si dimostra un "critico del valore" cui questo argomento sta a pennello).
Rimanendo bloccato nel capitolo iniziale e riferendosi, in tal modo, all'equivoco di una "definizione" positivista, per quanto riguarda la definizione data da Marx della forma oggetto, Lohoff retrocede verso un punto di vista che - nella riflessione sui fondamenti della teoria di Marx - è diventata obsoleta da molto tempo. Si tratta qui, soprattutto, del dibattito intorno alla critica di una "teoria del valore pre-monetaria" (Backhaus ed altri), del quale Lohoff sembra non avere la minima idea, e che quindi non affronta. Quest'approccio teorico aveva stabilito, a ragione, che la riproduzione capitalista, come socializzazione del valore, non si erge su un sistema di produzione di merci "semplici", ossia, su uno scambio immediato di beni, senza avere il denaro come presupposto logico, il quale storicamente non è mai esistito prima, ma che la forma sviluppata del denaro viene assunta sempre come presupposto. Ciò significa che, nel mercato capitalista reale, non si scambia mai "x merce a" con "y merce b" ma, da sempre, merce con denaro; cioè, solo nella forma del denaro il valore di scambio si presenta come prezzo. Questo significa anche che, nella circolazione, in cui la merce in generale può "presentarsi" come forma valore di scambio, la merce si definisce come un bene (qualsiasi siano le sue caratteristiche) che ha un prezzo sotto forma di denaro. Tutto quello che ha un prezzo e lo può realizzare, è merce.
Per la teoria del valore, questo significa che la forma valore come forma del capitale si muove da sempre nella forma del denaro, che il valore come sistema di valorizzazione del valore presuppone anche già da sempre la forma denaro e che questa non è solo dovuta ad un contesto deduttivo secondario, come potrebbe suggerire una lettura equivocata del primo capitolo. In questo caso, tuttavia, la questione che si pone riguarda la rilevanza dell'analisi della forma valore fatta da Marx nel contesto del sistema in cui avviene. L'equazione "x merce a = y merce b" non si riferisce all'apparenza superficiale degli atti di scambio individuali, né allo statuto delle merci empiriche individuali coinvolte, ma alla struttura della riproduzione sociale soggiacente al "sistema produttore di merci", con la sua logica intrinseca. La produzione e la circolazione o la realizzazione del valore costituiscono un tutto, ma non però un tutto immediato, ma un tutto mediato in maniera contraddittoria, che si stabilisce come tale solo per mezzo di frizioni, proprio perché l'unità della riproduzione sociale si manifesta solo indirettamente come unità costituita dalla forma feticista, attraverso la separazione fra produzione e circolazione. Questo significa che non si può pretendere che la questione della sostanza del valore come "terzo comune" attraversi, come una semplice determinazione definitoria a mo' di equazione matematica, tuttu gli atti di produzione e di scambio individuali, ma significa che essa è soggiacente alla relazione sociale totale.
La critica giustificata all'idea di una "teoria del valore pre-monetaria", nella quale un passaggio dell'esposizione di Marx viene malinteso come base fondamentale definitoria, ha ora, da parte sua, il fianco scoperto nei confronti del riduzionismo dell'ideologia della circolazione, nella misura in cui confonde la forma del prezzo del valore di scambio con il tutto, tentando di lasciar fuori il problema della sostanza del "terzo comune" come determinazione ontologica-transtorica, e/o eliminandolo in gran parte, come mera "astrazione di scambio" che coincide con la forma del prezzo e non rappresenta un qualsiasi problema nel contesto della riproduzione. Lohoff commette l'errore di vogare in senso precisamente inverso, pretendendo di ricollegare, in un esercizio di falsa immediatezza, la logica "sostanziale" della relazione totale con ogni e qualsiasi forma empirica di merce, e in ogni e qualsiasi transazione empirica di mercato. Ciò che egli rappresenta come "un'anomalia" assolutamente nuova ed inaudita, sotto la forma dei "beni di informazione" digitale, è da sempre qualcosa di realmente banale nel mercato universale. In quello che Lohoff dice riguardo alla mancanza di valore, designa anche la terra come la "più importante merce senza valore", ma senza debitamente riflettere sul problema connesso. Infatti, se prendiamo come presupposto il malinteso di un immediato "contenuto nella sostanza, ci troviamo di fronte ad una misteriosa massa di "merci senza valore" (ed ancora più merci senza "sostanza di plusvalore"), ma che hanno un prezzo. Questo fenomeno si deve al semplice fatto che la produzione, la circolazione e la realizzazione del valore (di plusvalore) non coincidono.
Relativamente alla società nel suo insieme, il capitalismo è praticabile solo in presenza di una sostanza di valore sufficientemente produttiva di capitale, ma questa relazione essenziale non è accessibile al senso comune quotidiano, proprio perché non si manifesta in forma immediata negli atti riproduttivi empirici. E' per questo che il capitalismo tende a convertire tutto ed ogni cosa in merce, anche se non riesce mai a riuscirci del tutto (soprattutto relativamente alle relazioni di scissione sessuale ed ai momenti riproduttivi che questi comportano). Eppure, tutto quello che si manifesta nel mercato sotto la forma di prezzo, e che è capace di realizzarlo, è merce; ed in questa misura i "beni di informazione" digitali non rappresentano in alcun modo una "sorella della merce" finora sconosciuta e non riconosciuta come tale. Il problema della sostanza sociale (non particolare) del valore o del plusvalore si fa notare solo "alle spalle" dei soggetti della transazione, sotto forma di crisi sociali, e non in presunte "anomalie" di forme particolari di merce.
Lohoff confonde sistematicamente il fatto, da molto tempo tematizzato nella teoria della crisi della critica del valore, che il cosiddetto "capitalismo della conoscenza" o "dell'informazione" non può generare una nuova era di accumulazione reale (o di creazione di plusvalore sostanziale) con un presunto carattere di non-merce dei suoi "artefatti dell'informazione". Meri simboli, come i logo delle marche o la copertina vuota del nome di un'impresa, possono assumere la forma del valore ed ottenere un prezzo reale, proprio come un lotto di terreno sulla Luna e mille altre supposte "anomalie" (che comprendono, per esempio, i prodotti della "industria finanziaria"). Il problema della sostanza del valore sufficiente o insufficiente, si inscrive in un piano completamente differente dal piano della manifestazione della forma merce nel mercato universale.

4 – segue -

Robert Kurz

fonte: EXIT!

 

venerdì 24 ottobre 2014

Geroglifici sociali e macchine dell’emancipazione

belushi

Il disvalore dell'ignoranza
- "Critica del valore" tronca come ideologia di legittimazione di una nuova piccola borghesia digitale -
di Robert Kurz

*Nota precedente all'edizione stampata* 1. Dalla critica del valore all'ideologia del circolo digitale* 2. La sorella della merce e Internet come "macchina di emancipazione* 3. Forma del valore, sostanza del valore e riduzionismo della circolazione* 4. "Scambio giusto" e relazioni d'uso capitalistiche* 5. L'anima della merce in azione: dal "ben pagare il non serio" all'antisemitismo strutturale* 6. Produzione di contenuti, costi capitalistici e "riproduttività senza lavoro"* 7. Lavoro produttivo ed improduttivo nel contesto di riproduzione capitalistica* 8. Verso un'ontologia del lavoro secondaria* 9. Il carattere sociale totale della sostanza del valore e l'ideologia del capitale "produttivo" e "rapinante"* 10. Svalorizzazione universale e teoria degli stadi di un'emancipazione simulatrice* 11. Falso universalismo ed esclusione sociale. L'ideologia dell'alternativa digitale come eldorado degli uomini della classe media trasformati in casalinghe* 12. Il punto di vista degli idioti del consumo virtuale* 13. Autoamministrazione della miseria culturale* 14. L'esproprio dei produttori e delle produttrici dei contenuti come abnegazione sociale e risentimento* 15. Termiti e formiche blu. La biopolitica della "intelligenza del formicaio" digitale* 16. Realpolitik di pauperizzazione dei candidati a capo dell'amministrazione di crisi nella cultura*

2. La sorella della merce e Internet come "macchina di emancipazione

La teoria critica, o arriva alla sua ultima conclusione o smette di essere. L'oggetto della critica della scissione e del valore è, perciò, la socializzazione negativa del capitale, che si presenta come una totalità negativa, intrinsecamente frammentata dalla relazione di dissociazione sessuale. Si deve mantenere questo punto di vista della totalità negativa anche nell'analisi delle varie manifestazioni e contraddizioni, dal momento che si deve sopportare la tensione tra il concetto e la cosa, tra la teoria e l'empirico, nell'accezione di Adorno. La critica della totalità negativa della socializzazione è, perciò, una critica categoriale, cioè, una critica del contesto categoriale, nel quale il capitalismo si presenta come un patriarcato produttore di merci che sbatte contro il suo limite intrinseco. Il trattamento immanente della contraddizione, al contrario, assume invariabilmente un punto di vista particolare, nel quale la superficie delle apparenze, le determinate contraddizioni particolari, vengono ipostatizzate e fanno le veci del contesto categoriale, o vengono scambiate per esso. I concetti di critica e di crisi rimangono così troncati, perché si ritrovano "annodati" al trattamento privilegiato, teorico e pratico, di un momento particolare, svincolato; sempre associati agli interessi di riproduzione e di concorrenza immanenti di determinati gruppi, o sensibilità, sociali, che ideologizzano la loro situazione specifica e la elevano ad "espressione" teorica del tutto.
A prima vista, la tematizzazione della forma merce in quanto tale, da sempre mediata dalla relazione di scissione sessuale, ossia, dalla forma di riproduzione generale, sembra rendere impossibile un punto di vista particolare del mero trattamento della contraddizione. Lohoff e Meretz, tuttavia, realizzano l'impresa di ridurre il problema della crisi e della critica della forma generale ad una presunta specificità di "beni" ben determinati, dei quali si suppone che - contrariamente a tutti gli altri, a causa delle loro caratteristiche specifiche - incarnino, per eccellenza, l'acutizzarsi dell'auto-contraddizione capitalistica e il suo arrivare al proprio limite intrinseco.
Dalla "enorme collezione di merci" (Marx) che costituisce la ricchezza astratta del capitalismo viene prelevato un genere speciale di beni "situati nello spazio immateriale" (Lohoff, id.), designati come "nuovi beni d'informazione" o "nuovi beni di conoscenza" (id.) i quali si presentano come artefatti sotto forma di software. Ora, Lohoff afferma uno "statuto speciale" politico-economico "dei beni del capitalismo dell'informazione" (id.) per cui "in fondo" non potrebbero essere merci: al contrario, si tratterebbe di "beni universali"(id.). Per questo, con tali beni d'informazione sorgerebbe "a lato della merce ... un secondo 'geroglifico sociale', precedentemente sconosciuto e fino ad oggi non riconosciuto" (id.).
Ora, in cosa consisterebbe la supposta differenza fondamentale che eleverebbe i "beni universali" digitali a non-merci anche in pieno capitalismo? A sentire Lohoff, la questione decisiva sarebbe questa: "Potrà o non potrà, il nuovo 'geroglifico sociale', come la sua sorella, la merce, 'incarnare' il valore?" (id.). La domanda è retorica, perché la risposta è già determinata, vale a dire che "... la differenza tra la merce ed il nuovo geroglifico sociale è identica a quella che distingue il valore dal non valore" (id.). Così, visto che mancano della sostanza del valore, i "beni di informazione digitale non possono convertirsi in beni di scambio, anche se (fossero) venduti" (id.). Il carattere di merce verrebbe loro solo imposto dal capitalismo, in forma esterna ed astuta, ricorrendo a costrutti giuridici, quando invece nella realtà "vengono trasformati in beni liberi" (id.).
Si tratta di una mera affermazione, ma che subisce a priori tutto l'approccio teorico sotto forma di un "interesse portatore di conoscenza", dal momento che il contesto giustificativo si riferisce sempre a priori alla mancanza di sostanza di valore di questi "beni universali". Prima di analizzare più in dettaglio l'assunto, bisogna richiamare l'attenzione sulla funzione ideologica della tesi centrale: come per mezzo di un colpo di magia, il concetto di crisi e di critica si riduce ad un settore privilegiato, che si suppone già che debba essere il portatore "oggettivo" dello sviluppo della forma merce, il che significherebbe che la "critica" si elabora, per così dire, automaticamente, per intervento dello stesso capitalismo, poiché questo produce involontariamente - attraverso la dinamica dello sviluppo delle forze produttive - "beni" con caratteristiche speciali, divergenti dalla "norma" capitalistica, i quali al fondo già non sarebbero merci, e sui quali gli sforzi emancipatori dovrebbero concentrarsi in modo prioritario ed esemplare.
L'oggettivismo "della teoria della struttura" della vecchia critica del valore mostra qui le sue orecchie d'asino e, di seguito, si rivolge verso la "teoria dell'azione": mentre, nella maggior parte della riproduzione materiale e sociale si erigono enormi barriere contro una "appropriazione" pratica ed un superamento della forma merce, che possono essere infrante solo in un processo di mediazione complesso (riguardo a tale materia, Lohoff, per esempio, relativamente alle infrastrutture, riesce ad offrire solo frasi vuote da ideologia di movimento, come “Instandbesetzung” ([neologismo "occupy" composto da  Instandsetzung (beneficio) e Besetzung (occupazione) che giustifica l'occupazione di edifici fatiscenti al fine di un loro recupero], come sostiene in Krisis 30). Nello "spazio virtuale", invece, sembrerebbe offrirsi un passaggio pratico attraverso la strada reale dei "beni universali digitali", dal momento che Internet dovrebbe interpretare il ruolo di una "macchina dell'emancipazione".
Nella realtà, questa "macchina" è genuinamente capitalista ed è parte integrante della "bella macchina" dello socializzazione del valore elogiata da Adam Smith. E' vero che l'auto-contraddizione generale del capitalismo, che raggiunge il suo limite assoluto nella terza rivoluzione industriale, in un certo qual modo si afferma nel nuovo "spazio virtuale". Tuttavia, questa contraddizione, o il suo "trattamento" nel contesto di un settore isolato, non è la medesima cosa di un superamento in forma generale già dato, e che bisogna solo consumare; superamento questo che non può, in alcun modo, essere operato da un settore parziale, a partire dal venire semplicemente "allargato" a tutto il resto, come "modello generale".
E' proprio lo stesso qui pro quo che troviamo in Meretz, per il quale "(nella) lotta intorno alla forma di merce dei beni immateriali come la conoscenza, il software e la cultura ... improvvisamente quello che è in causa è il tutto" (id.). Il "tutto" viene qui concepito, a somiglianza di quanto accade in tutta la svolta del marxismo occidentale verso la teoria dell'azione, fino all'ideologia post-operaista, come mera sommatoria delle aree parziali o delle particolarità, invece di essere compreso come un contesto di mediazione sociale, dal momento che ci si aspetta che dal settore isolato dei beni d'informazione digitale si irradi una sorta di "teoria degli stadi" del presunto superamento della forma di merce: "Dopo il software e la cultura, il terzo passo logico sarebbe una produzione libera della vita sociale in un senso più ampio" (id.). Tuttavia, qui non si tratta solo di illusioni di un "circolo" particolare, sotto il nome di "Oekonux" ad esempio; al contrario, si afferma, sul terreno del capitalismo di crisi, un interesse sociale immanente che fa passare la sua esistenza specifica per un punto di vista dell'Umanità, ed il cui carattere merita uno studio più approfondito. La prima questione è la base "nell'economia politica".

3 – segue -

Robert Kurz

fonte: EXIT!

giovedì 23 ottobre 2014

Il jingle dei preoccupati

GothamWriters1

Il disvalore dell'ignoranza
- "Critica del valore" tronca come ideologia di legittimazione di una nuova piccola borghesia digitale -
di Robert Kurz

*Nota precedente all'edizione stampata* 1. Dalla critica del valore all'ideologia del circolo digitale* 2. La sorella della merce e Internet come "macchina di emancipazione* 3. Forma del valore, sostanza del valore e riduzionismo della circolazione* 4. "Scambio giusto" e relazioni d'uso capitalistiche* 5. L'anima della merce in azione: dal "ben pagare il non serio" all'antisemitismo strutturale* 6. Produzione di contenuti, costi capitalistici e "riproduttività senza lavoro"* 7. Lavoro produttivo ed improduttivo nel contesto di riproduzione capitalistica* 8. Verso un'ontologia del lavoro secondaria* 9. Il carattere sociale totale della sostanza del valore e l'ideologia del capitale "produttivo" e "rapinante"* 10. Svalorizzazione universale e teoria degli stadi di un'emancipazione simulatrice* 11. Falso universalismo ed esclusione sociale. L'ideologia dell'alternativa digitale come eldorado degli uomini della classe media trasformati in casalinghe* 12. Il punto di vista degli idioti del consumo virtuale* 13. Autoamministrazione della miseria culturale* 14. L'esproprio dei produttori e delle produttrici dei contenuti come abnegazione sociale e risentimento* 15. Termiti e formiche blu. La biopolitica della "intelligenza del formicaio" digitale* 16. Realpolitik di pauperizzazione dei candidati a capo dell'amministrazione di crisi nella cultura*

1. Dalla critica del valore all'ideologia del circolo digitale

Per mantenere l'idea di una critica radicale, si deve sfuggire alla seduzione della cosiddetta "prassi". Questo, naturalmente, non significa che la teoria critica debba prescindere dalla rivoluzione reale della situazione vigente. Nondimeno, una prassi realmente rivoluzionaria può essere scoperta solo per mezzo di processi di mediazione complessi, e non incontrata nell'immediato, nel giorno per giorno, nell'immanenza esistente; e neppure dove le contraddizioni vengono solamente espresse, e seppure siano trattate, non lo sono in nessun modo in maniera trascendente. Ogni movimento sociale inizia come istanza di "trattamento della contraddizione", che si limita a cercare di interpretare il capitalismo; sebbene esso si consideri critico del capitalismo, non riesce comunque ad avvicinarsi alla critica categoriale (cfr: a questo proposito, leggere "Grigio è l'albero d'oro della vita, e la teoria è verde" da Exit n.4)
Questo vale in particolar modo per determinati movimenti parziali o monotematici, gruppi di interesse o di preoccupati [Betroffenheit], oppure anche meri "circoli" alla moda che raggiungono una certa notorietà facendo ricorso a determinati momenti abituali, o che si muovono in un campo di riferimenti determinato e delimitato. Tutto quello che ho qui presentato ottimisticamente come "prassi" può essere benissimo, sotto forme diverse, oggetto della teoria critica, ma non un suo punto di riferimento. Procurarsi una prassi corrente ed immanente, alla quale si fornisca di seguito la teoria corrispondente, al fine di irreggimentare e pescare adepti, è già la fine della critica. In un tal modo, la teoria corrisponde solo al suo concetto come forma di riflessione borghese, includendo qui tutta la vulgata del marxismo, in quanto mera ideologia di legittimazione fornitrice di idee per l'eterno trattamento della contraddizione, senza capacità di scuotere la situazione vigente.
Col "Manifesto contro il lavoro", la vecchia critica del valore oscillava fra il sostenere la pretesa teorica della critica ed il retrocedere verso una "relazione di applicazione" immediata, con la finalità di soddisfare le necessità di determinati "circoli". Tale differenza decisiva ha costituito un momento di rottura di "Krisis", sebbene questo non sia stato chiaro per tutti fin da subito. Mentre "EXIT!" si dedicava alla divulgazione della teoria sociale, dove l'efficacia si dimostra più sotto forma di pubblicazioni, inviti a presentazioni e conferenze per la ricezione di contenuti, nella rimanente "krisis" si notava sempre più chiaramente un orientamento da "circolo". Quello che veniva venduto come "apertura" riduceva, in realtà, il paradigma della critica del valore al rifornimento di modelli di legittimazione per una determinata impresa legata alla pratica ed al movimento, al fine di delimitare alcune lotte in questo pantano.
Detto ciò, già solo nelle rare ed insipide formulazioni di alibi, ma poco o niente nella realtà, ci si rivolge ai fronti di resistenza sociale nei confronti dell'amministrazione di crisi capitalista, ossia, alle forme di trattamento della contraddizione su scala sociale, sulla cui base si possono solamente sviluppare momenti trascendenti di nessun significato pratico. Così, la rimanente "Krisis" si riorienta sempre più - in parte facendo ricorso ad un concetto di "quotidiano" caricato di connotazioni fenomenologiche ed esistenzialiste, in parte appoggiandosi ad una comprensione tronca e reificata della "appropriazione" - verso la falsa immediatezza di un ambito alternativo postmoderno, nel quale, per reciproca costruzione, le sue vuote parole d'ordine vengono restituite sotto una forma teoricamente raffinata ed accompagnate da un jingle filosofico.
Non a caso in questo contesto (del resto, a somiglianza di quel che accade con alcuni post-operaisti) acquisisce un'importanza fondamentale il riferimento ad una corrente che nasce dal concetto di "free software" e che si presenta sotto i nomi di "Oekonux", "Copyleft" e "movimento culturale libero". Gli è che qui c'è chi ha fiutato l'ipotesi di rivestire a nuovo l'ideologia dell'alternativa più ordinaria - che ha tanto a che fare con la critica del valore quanto il "Nordic Walking" ha a che fare con l'insurrezione armata – addobbandola con la benedizione superiore dei settori più avanzati dell'alta tecnologia, mentre si infila il problema della socializzazione dentro l'anonimato di semplici macchinari. Sulla base del computer visto come presunta "macchina universale" in senso sociale, si rivitalizza la fede tecnicistica nel progresso del XIX secolo per propagandare per mezzo dello spazio virtuale un modello di simulazione dell'emancipazione sociale sotto forma della merce ottenuta apparentemente senza sforzo né lotta. Gli obiettivi sono soprattutto persone che sono già squalificate rispetto al pensiero critico emancipatore, per il semplice fatto di considerare sé stessi come "utenti" sul piano sociale. Alcuni critici del valore degenerano in tal modo in veri e propri ideologhi "del circolo" dell'economia alternativa digitale, si preparano con grandi gesti a "scoprire nella teoria del valore il fondamento di una critica dell'economia politica dell'informazione" (Ernst Lohohh, Krisis 31) rivolgendola verso la "teoria dell'appropriazione" (Stefan Meretz, Krisis 31). E' questa pretesa che ora dev'essere sottoposta ad una critica.

2 – segue -

Robert Kurz

fonte: EXIT!