venerdì 17 novembre 2017

Apolidi

apolidi cornell

Fra l'ansia e l'incoscienza

Quel che attrae l'attenzione, in "Scritti Apolidi" di Julio Ramón Ribeyro, è la sua insistenza sul voler raffrontare e stabilire dei paralleli fra l'infanzia e l'età adulta. Il tema fa parte di una riflessione costante sulla morte, sulla posterità e sull'oblio. Fin dalle prime pagine, scrive: «Il senso di età è relativo: siamo sempre giovani o vecchi rispetto a qualcuno.»
Altrove, egli commenta i «sistemi di riferimento» che avvicinano padre e figlio: «Così come è per me, mio figlio ha le sue autorità, le sue fonti, i suoi riferimenti cui ricorre quando vuole sostenere un'affermazione o un'idea. Ma se le mie autorità sono i filosofi, gli scrittori o i poeti, quelle di mio figlio sono venti album di avventure di Tintin». Questa prima versione di "autorità" gli è utile «in quanto placenta», «per proteggersi dalle contaminazioni del mondo circostante».
«È falso dire che i bambini imitano i giochi degli adulti: sono i grandi che plagiano, ripetono ed amplificano, su scala planetaria, i giochi dei bambini.»

Le riflessioni fatte da Julio Ramón Ribeyro hanno delle chiare affinità con quelle fatte da Walter Benjamin circa l'infanzia e la storia dei giocattoli - o con le riflessioni di Claude Lévi-Strauss sulla relazione fra il tempo e i manufatti (il bricolage, come veniva definito ne "Il Pensiero Selvaggio") - che poi porteranno Giorgio Agamben alla connessione fra "Infanzia e Storia" (libro in cui dirà che «la miniaturizzazione è la cifra della storia», qualcosa che riecheggia anche nella poetica di un altro contemporaneo di Ribeyro, Joseph Cornell, il quale, nel montaggio delle sue "scatole", lavorava non solo con la miniaturizzazione, ma anche con la convivenza soggetta a tensione fra il mondo adulto ed il mondo dell'infanzia, fra l'ansia e l'incoscienza). Un'intuizione che emerge in diversi momenti di "Scritti Apolidi":
«È vero che sono stati inventati i giocattoli, i quali sono un mondo miniaturizzato, che può essere usato dai bambini, e che è a loro misura. Ma i bambini si stancano dei giocattoli e, per imitazione, vogliono muoversi costantemente nelle cose degli adulti. Con quale decisione e spontaneità si lanciano in direzione della vita adulta, che mania che hanno di imitare i più vecchi!»

E, per finire, la relazione fra infanzia, tempo e storia investe anche l'attività della scrittura:
«Ora che mio figlio sta giocando nella sua stanza e che io sto scrivendo nella mia, mi domando se l'atto di scrivere non sia il prolungamento dei giochi dell'infanzia. Mi accorgo che sia io che lui siamo concentrati in quel che facciamo e che prendiamo molto sul serio le nostre azioni, come frequentemente avviene con il gioco. La differenza sta nel fatto che il mondo dei giochi infantili sparisce quando terminiamo di giocare, mentre il mondo dei giochi letterari dell'adulto, nel bene e nel male, rimane. Perché? Perché i materiali dei nostri giochi sono differenti. Il bambino fa uso di oggetti, mentre noi utilizziamo simboli. E, in questo caso, il simbolo dura più di quanto dura l'oggetto che lo rappresenta. Abbandonare l'infanzia vuol dire precisamente sostituire gli oggetti con i simboli.»

apolidi libri

mercoledì 15 novembre 2017

Neolingue

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Scrittura «inclusiva» o posizione elitaria al servizio dell'ideologia dominante?
- di Yves Coleman -

Preceduta, negli ambienti universitari di sinistra e di estrema sinistra (dove si continuano a trovare spesso sempre le stesse persone, anche se non fanno carriera nei media o all'università), da diversi anni di «femminizzazione» e di «generizzazione» dell'ortografia e della grammatica, attualmente ha guadagnato popolarità nei media francesi, innescando ogni sorta di polemica che sia in grado di distogliere dalle questioni essenziali, quelle legate allo sfruttamento e al dominio reale. In tutta questa discussione faziosa, c'è una sola questione che ci interessa: La femminizzazione dell'ortografia e della grammatica ha un legame determinante, decisivo, con il dominio degli uomini sulle donne, o con il sistema stabilito del «patriarcato»? Se si tratta di apporre il segno del genere femminile a delle parole che sono di solito maschili come autore, scrittore, pompiere o soldato, questo non mi pone alcun problema, ma questa riforma non cambierà niente per quel che riguarda il dominio maschile in tutte le società esistenti. Al contrario, i promotori e le promotrici di queste riforme portano avanti delle ragioni ideologiche «radicali» che non stanno in piedi sul piano storico e politico, la sola dimensione che qui ci interessa.

Farò solo due esempi:
1. Ci sono molte lingue asiatiche che non comportano alcuna marcatura di genere (femminile o maschile) negli articoli (inesistenti), negli aggettivi e nei verbi. Ciò non è il segno di un dominio maschile meno importante. Direi, piuttosto, il contrario. Le società asiatiche, segnate soprattutto dal confucianesimo e dal buddismo, sono delle società particolarmente «patriarcali», anche perché sono entrate dopo nella modernità e nella globalizzazione capitalista. L'assenza, nella grammatica e nell'ortografia, del dominio del maschile sul femminile non ha avuto alcuna conseguenza su queste società asiatiche che costituiscono una parte assai importante della popolazione mondiale, e non dispiace ai postmoderni europei e americani.
2. Alcuni a accademici e giornalisti invocano il fatto che nella grammatica francese, fino al XVIII secolo, il maschile non prevaleva sul femminile. Ma la cosa si ritorce contro di loro, dal momento che questo implica che si supponga che fino al XVIII secolo la società francese sarebbe stata meno «patriarcale» rispetto a quella successiva... Aspetto con impazienza che i nostri riformatori dell'ortografia ce lo dimostrino, ma temo che non saranno in grado di farlo. Per loro la cosa non ha alcuna importanza, dal momento che portano avanti un'ideologia idealista.

Infatti, l'idealismo in politica (che qui si manifesta attraverso la convinzione anti-materialista secondo cui sarebbero la lingua e la grammatica a formattere radicalmente i rapporti di dominio e di sfruttamento) convince solo quelli che non sono troppo schizzinosi riguardo la qualità scientifica e razionale delle idee, che lui o lei sostiene.
Fondamentalmente, tutto questo rumore mediatico non fa altro che coprire una sola cosa: secondo l'ideologia borghese oggi dominante, ivi compresa la sinistra e l'estrema sinistra, basterebbe cambiare il linguaggio e la grammatica per cambiare in maniera significativa la società, e bisognerebbe moltiplicare le leggi che regolano l'espressione scritta ed orale per consentire una vera uguaglianza fra gli uomini e le donne.
Il vecchio movimento operaio (diversamente dai postmoderni, dagli estremisti di sinistra e dalle femministe [*1]) aveva una prospettiva più concreta e realistica: i rapporti di dominio e di sfruttamento si cambiano unicamente per mezzo della lotta comune e costante degli sfruttati, qualunque sia il loro sesso o la loro origine etnica o nazionale. Le riforme democratiche e le conquiste giuridiche, sempre parziali e temporanee, hanno senso solo se sono assoggettate alla pressione organizzata sia dei lavoratori che delle lavoratrici che devono rimanere costantemente in guardia, e passare se possibile all'offensiva, e non lasciarsi mai illudere dai bei discorsi, dalle manovre, dei capitalisti, dei manager e dei burocrati sindacali o di partito.

Tutto il resto sono solo chiacchiere élitarie
Tutti sanno che in questa società i posti di potere finiscono nelle mani di quelli che padroneggiano bene l'ortografia e la grammatica (o in ogni caso vengono supportati da esperti ed esperte in comunicazione scritta e orale incaricati di fabbricare la loro immagine e giustificare il loro dominio nel nome di una «competenza», anche linguistica, spesso immaginaria).
I militanti e le militanti di sinistra, di estrema sinistra o gli anarchici che sono passati per i banchi dell'università nel corso, diciamo, di una ventina d'anni condividono le illusioni dei loro insegnanti élitari, postmoderni, che hanno fatto loro credere che cambiare la lingua e la grammatica permetterebbe di cambiare la società.
Se vogliono rafforzare il divario sociale e culturale che separa gli sfruttati dagli sfruttatori, questi militanti e queste militanti non hanno da fare altro che continuare lungo la strada che hanno scelto. D'altronde, i loro volantini, i loro articoli ed i loro libri scritti in un linguaggio elitario ed illegibile  ne sono la triste testimonianza.
Ma che non ci vendano il loro elitarismo piccolo-borghese ed il loro idealismo anti-materialista spacciandolo per un tentativo di cambiamento egualitario!
Inventare una nuova lingua elitaria e per iniziati (o meglio una neolingua, come testimonia il termine «inclusivo» che accompagna questo marketing ideologico) non ha niente a che vedere con la lotta per la soppressione delle diverse forme di sfruttamento e di dominio! E tutto ciò ha a che fare con una postura radical-chic, sintomo della loro impotenza politica camuffata da un'arroganza linguistica!

- Yves Coleman - Ni patrie ni frontières -

NOTA:
[*1]
- Una recente trasmissione su France Culture spiegava come, secondo un'inchiesta internazionale, quando le aziende vengono dirette e controllate da delle donne, la produttività (quindi lo sfruttamento) sia maggiore di quelle che vengono dirette da uomini. Una simile informazione non pone alcun problema alle giornaliste femministe di questa catena... Si possono trovare degli echi di questa osservazione (inquietante almeno per le menti critiche e non ancora indottrinate per mezzo di concetti politici e sociali idealisti) in molti articoli vecchi o recenti:
[ https://www.lexpress.fr/emploi/les-femmes-moteur-de-la-performance-economique_969643.html
https://www.lesechos.fr/26/06/2017/lesechos.fr/030410012551_entreprises-dirigees-par-des-femmes---meilleure-rentabilite-mais-sous-representation.htm
https://www.capital.fr/votre-carriere/les-femmes-meilleures-que-les-hommes-au-travail-628821 ]

Fonte: Mondialisme.org

martedì 14 novembre 2017

Almeno un fatto...

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Il romanzo d'azzardo e l'errore di Dostoevskji
- di Piergiorgio Odifreddi -

Fëdor Dostoevskij soffriva di epilessia. Si racconta che abbia avuto il primo attacco l’8 giugno 1839, a diciott’anni, quando ricevette la notizia che il padre era stato ucciso dai propri contadini, esasperati dai suoi maltrattamenti. Non ci sono testimonianze serie al proposito, ma questo non impedì a Sigmund Freud di ricamarci sopra comunque, alla sua solita maniera, nel saggio Dostoevskij e il parricidio (1927). Le prime crisi accertate di epilessia lo scrittore le ebbe in seguito al trauma di una finta fucilazione, alla quale fu sottoposto il 23 dicembre 1849. La pena capitale per sedizione era infatti stata commutata dallo Zar nei lavori forzati, poi descritti nelle Memorie dalla casa dei morti (1862), ma la notizia venne comunicata ai condannati solo dopo una macabra messinscena, che lasciò un segno indelebile su molti di loro. Nonostante la rimozione di Freud, che declassava l’epilessia di Dostoevskij a un sintomo isterico, la malattia era non solo fisiologica, ma ereditaria: l’aveva anche il figlio Aleksej, che ne morì a soli tre anni. Ma lo scrittore non viveva le crisi in maniera puramente negativa: al contrario, le paragonava a esperienze mistiche, e dichiarò che non le avrebbe scambiate per nessun’altra gioia al mondo. Oltre che in questa prima  malattia, fisiologica, Dostoevskij sperimentò il doppio vincolo dell’esaltazione mista al dolore anche in una seconda malattia, psicologica: il vizio del gioco, al quale egli dedicò il romanzo Il giocatore, e Freud la seconda parte del proprio saggio. In Dostoevskij mio marito (1916) la moglie Anna descrive con molta comprensione lo stress materiale che il gioco causava al marito e alla famiglia, ma anche lo stimolo intellettuale che egli sapeva trarre dall’indigenza e dalla sofferenza per scrivere le sue “opere malate”, come le definì Tolstoj.
D’altronde, la signora Dostoevskaja sapeva fin dagli inizi che razza di uomo il destino le aveva assegnato come compagno di vita. Era stata infatti assunta il 3 ottobre 1866 come stenografa per lo scrittore, che doveva immediatamente consegnare un nuovo romanzo a un editore che gli aveva anticipato dei soldi per pagare i debiti, ipotecando i diritti delle sue opere passate e future. Il 4 ottobre la ventenne ragazza entrò in servizio, alla fine del mese il libro era finito, nei primi giorni del 1867 era in libreria e il 15 febbraio i due erano già sposati.
Manco a dirlo, l’instant book era l’autobiografico Il giocatore. La storia si svolgeva in una fittizia Roulettenburg, ispirata alle reali Wiesbaden e Baden-Baden: due città di terme e casinò, per il risanamento del corpo e la perdizione dell’anima del jet-set ottocentesco.  Il  Dostoevskij scapolo c’era andato nell’autunno del 1863, dilapidando quasi tutto il suo patrimonio: ad accompagnarlo c’era allora la studentessa  Apollinaria Suslova, che divenne la Polina del Giocatore (oltre che Katerina di Delitto e castigo, Nastasja dell’Idiota, Lizaveta dei Demoni e Grushenka dei Fratelli Karamazov). Il Dostoevskij sposato tornò a Wiesbaden e Baden-Baden con la moglie  nell’estate del 1867, perdendo di nuovo alla grande, come racconta Leonid Cypkin in Estate a Baden-Baden (1982). Il viaggio di nozze dello scrittore e della stenografa durò quattro anni, durante i quali lui scrisse due libri, L’idiota (1869) e I demoni (1871), e lei partorì due figlie, la prima morta a soli tre mesi. Ma, almeno stando ai ricordi della moglie, dopo la folle estate del 1867 Dostoevskij giocò solo sporadicamente, e smise del tutto quando essi tornarono in Russia nel 1871. Certo era destinato a indebitarsi, giocando, visto che credeva in un metodo infallibile per vincere: lo scrive lui nel Giocatore, e lo conferma la moglie nei ricordi, precisando entrambi che il metodo richiedeva però il possesso di un grosso capitale. Ma un ingegnere come Dostoesvkij, laureato nel 1843 alla Scuola Militare del Genio di San Pietroburgo, avrebbe dovuto sapere che “grosso” significa in realtà “illimitato”, e che nemmeno l’uomo più ricco del mondo ha un tale capitale a disposizione.
 
Il metodo è semplicemente la cosiddetta martingala: un termine introdotto in Francia nel Settecento, per indicare il tentativo di battere la fortuna in un gioco d’azzardo sfruttando le regole a proprio vantaggio. Ad esempio, poiché giocando “rouge et noir” alla roulette si vince il doppio della posta quando esce ciò su cui si è puntato, e si perde la posta altrimenti, il trucco consiste nel raddoppiare a ogni tiro la posta fino a quando si vince. Lo stesso succede giocando “manque et passe”, cioè la prima o la seconda metà dei numeri da 1 a 36. Naturalmente, in entrambi i casi si può essere sicuri di vincere solo avendo a disposizione un capitale e un tempo infiniti. I giocatori del Giocatore  puntano affannosamente in entrambe, ma non possono evitare di notare che a volte esce anche lo zero. Le regole del casinò sono dunque truccate a favore del banco, perché le probabilità nel “rouge et noir”, così come nel “manque et passe”, non sono 18/36 ma 18/37 (e 18/38 con il doppio zero). In un gioco onesto la vincita dovrebbe essere un po’ più del doppio, perché la probabilità di vincere è un po’ meno di metà, e una strategia ideale di vincita dovrebbe prevedere un po’ più del raddoppio della posta a ogni tiro.
In ogni caso Aleksej, l’autobiografico protagonista del romanzo, ammette apertamente di non calcolare quando gioca, ma spesso si abbandona alla tipica superstizione dei giocatori d’azzardo: di credere, cioè, che la storia delle puntate precedenti abbia un effetto sul seguito, come accade appunto nei romanzi o nelle telenovele. Nella realtà, invece, ogni puntata è una storia a sé stante, che segue le leggi della probabilità senza preoccuparsi di ciò che è già successo. Ad esempio, anche se uscisse il rosso cento volte di seguito, non per questo la probabilità che esca il nero la centounesima sarebbe maggiore di quanto è stata in ciascuna puntata precedente. Si sa comunque che i giochi d’azzardo costituiscono una tassazione sulla stupidità, e i protagonisti del Giocatore sono effettivamente uno più stupido dell’altro: primo fra tutti Aleksej, che sperpera la sua grossa vincita finale facendosi spennare a Parigi in poche settimane dalla escort Blanche. Ma almeno lui non ha rimorsi, a differenza dei protagonisti dei romanzi poliziesco-esistenzialisti di Dostoevskij, così poco considerati dai grandi scrittori russi, da Tolstoj a Bunin a Nabokov. Quest’ultimo, in particolare, insegnava a non prendere sul serio le opinioni espresse nei romanzi, meno che mai dai predicatori come Dostoevskij, e a concentrarsi sui fatti descritti. Avrebbe dunque apprezzato di sapere che vari indizi del Giocatore permettono di ricostruire i cambi delle varie monete europee citate nel romanzo. Il generale, la nonna e Aleksej cambiano   infatti 120 rubli con 100  talleri, 4 federici e 3 fiorini, 13.000 fiorini con 8.000 rubli, 420 federici con 4.000 fiorini  e 20 federici, e 25.000 fiorini con 50.000 franchi. Il sistema di quattro equazioni e cinque incognite permette di ricavare i cambi di quattro delle monete in funzione della quinta, scoprendo ad esempio che il fiorino valeva 2 franchi, il tallero 3,04 franchi, il rublo  3,25 franchi e il federico d’oro 20 franchi. Il che dimostra che persino in un romanzo di Dostoevskij a volte si può trovare almeno un fatto.

- Piergiorgio Odifreddi - Pubblicato su Repubblica del 12 giugno 2017 -

lunedì 13 novembre 2017

Scenari

Arrow, 1958

La fine del capitalismo, dieci scenari.
Un libro di Giordano Sivini
- dal sito Streifzüge -

Giordano Sivini, già professore di sociologia politica nella facoltà di economia dell’università della Calabria, pubblica con l’Editore Asterios La fine del capitalismo, dieci scenari. Vengono presentate le posizioni di studiosi che negli anni recenti hanno affrontato il problema, non di rado sostenendone l’inevitabilità. Si tratta di Arrighi, Wallerstein, Streeck, Harvey,Postone, Kurz, Gorz, Mason e Rifkin. Questa che segue è la Presentazione del libro.

C’è stata una parentesi nella storia del capitalismo in cui il sociale è riuscito ad emergere dall’economico. Aveva rilevanza, in quanto sociale, per il riconoscimento giuridico che lo stato gli attribuiva in forza della sua esistenza come popolazione disciplinata dal lavoro salariato. In funzione della mediazione con l’economico, lo stato aveva ricevuto legittimazione dal sociale. La democrazia, che come parvenza funzionava fin dall’800, era stata giuridicamente ridefinita in senso sostanziale con una articolazione istituzionale orientata a garantire il benessere del sociale. Le politiche economiche e fiscali, pur racchiuse in uno spazio definito dall’economico, realizzavano questo obiettivo attraverso la crescita e lo sviluppo. Agenti dello sviluppo erano le imprese regolate dallo stato, che interveniva sui processi economici stabilendo vincoli per il mercato, e sosteneva la domanda creando quel reddito aggiuntivo che il capitale non poteva o non voleva assicurare, permettendo la riproduzione delle condizioni di crescita e di sviluppo.
Questa parentesi è ormai chiusa, e se ne è aperta un’altra. Il sostegno dello stato alla domanda, come condizione di crescita e sviluppo, è venuto meno, e il sistema cerca di garantire l’offerta spingendo all’indebitamento e abbassando i prezzi mediante una infaticabile ristrutturazione del sistema produttivo. Flessibilizza il lavoro per abbatterne i costi; riduce l’immobilizzo dei capitali fissi e dei mezzi di produzione; limita il valore unitario delle merci mediante una spinta frammentazione e diversificazione. Ma crescita e sviluppo restano costruzioni illusorie, e le innovazioni concettuali sono finalizzate a sanzionare le interferenze del sociale, che ostacolerebbero lo stato in quanto garante dell’economico. Le sue debolezze a livello nazionale vengono curate dallo stato sovranazionale che, autolegittimandosi in quanto alfiere della libertà economica e della competizione, interviene sul sociale facendolo investire dai dispositivi del mercato, disciplinandolo alla sua razionalità e sottoponendolo ai suoi criteri di valutazione.

L’economia sociale di mercato, che ha forgiato l’architettura istituzionale sovranazionale europea, definisce principi formali di rilievo costituzionale per direzionare i governi degli stati nella loro azione sull’economico e sul sociale. Solidità monetaria e politica fiscale orientata a spezzare il circolo vizioso dell’indebitamento, comprimendo i costi del sociale ed eliminando i particolarismi dei mercati nazionali per affermare il principio generale della libera competizione. Fine ultimo è la costruzione di un ordine ritenuto corrispondente alla natura delle cose e degli uomini, con un mercato che, protetto dalle ingerenze del sociale, e rassicurato dalla vitalità delle forze che lo abitano, va messo in grado di riprodurre gli esseri umani in funzione delle loro diverse capacità imprenditive. Solo lo stato sovranazionale governato da tecnocrati è in grado di educare gli stati nazionali ad uscire dal pantano, sostenendoli nella ridefinizione del sociale con tecnologie di governo delle potenziali conflittualità.
La governance costruisce soggetti governabili entro l’ordine competitivo, creando «una camera di compensazione per quei problemi di ordine sociale che il capitalismo ha creato e che lo mettono in crisi»[1]. La sua ideologia enuncia esattamente ciò che la realtà racconta, e definisce i principi statutari a cui la realtà diversa che insiste sulla priorità del sociale deve conformarsi. Risorse materiali alimentano sistemi di pensiero che eludono il problema di fondo e giustificano i principi statutari. Agli accademici offrono un apparato di conoscenze che condiziona i percorsi scientifici. Ai politici garantiscono la riconquista dei poteri persi nell’era dello stato supermercato. Alle forze sociali prospettano la possibilità di sviluppare senza mediazioni rapporti costruttivi con gli attori economici e politici.

«Quanto più, in quest’ordine mondiale, si accumulano le catastrofi, tanto più incisive, ad ogni nuova crisi, si fanno le richieste stereotipate dettate dall’ignoranza asinina della coscienza ufficiale»[2]. L’economia sociale di mercato è l’ossimoro prodotto da questa coscienza asinina. “Per i socialdemocratici è un segnale del sostegno del sociale sull’economico. Per i popolari è l’affermazione della dottrina sociale cristiana e del principio di sussidiarietà, e quindi una via salvifica per affrontate i problemi dell’economia globalizzata e dei suoi meccanismi. Per i liberali è il primato della competitività e dell’efficienza del mercato come precondizione per qualsiasi ‘socialità’. Per i conservatori è la necessaria subordinazione dell’individuo ai legami e ai valori comunitari per plasmare una condotta economica guidata da criteri di responsabilità. Anche all’interno della sinistra si sta rivalutando l’economia sociale di mercato come alternativa al capitalismo predatorio delle multinazionali e della grande finanza”[3]. Si può aggiungere che nella costruzione del sociale la governance imbriglia finanche la sinistra della sinistra.
Perché tanta convergenza? «Si tratta esplicitamente di autoregolazione meccanica di un nesso sistemico autonomo, le cui assurde leggi si sono sedimentate come fatti naturali (l’economia di mercato, vale a dire il capitalismo). Nella realtà la vita sociale non è guidata dalla discussione e dalla consapevole decisione comune dei membri della società. (…). Dietro i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario vi è un quarto potere – il potere strutturale del sistema totale del mercato» [4].
Può essere irrazionale il sociale rispetto all’economico? Questo è, alla fin fine, il problema che richiede una soluzione per chiudere la seconda parentesi della storia recente del capitalismo. Ma sembra irrisolvibile, nonostante i funambolismi degli economisti che denunciano la gravità della situazione cercando invano di porvi rimedio. Si apre così lo spazio per la negazione del capitalismo, non in prospettive utopiche, ma come conclusione di ragionamenti paradigmatici coerenti, relativi alla sua evoluzione storica, e alla dinamica del capitale quando viene considerato come motore del capitalismo.

Un tempo, per molti, la classe operaia era il soggetto storico che avrebbe dovuto traghettare la società oltre il capitalismo. Il verso della lotta di classe però è cambiato; ora trova impulso dall’alto, e sposta ricchezza verso i vertici della piramide sociale. Tuttavia Marx è più vivo che mai per chi, con le sue lenti, non rinuncia alla lotta e guarda alla fine del capitalismo per riscattare il sociale, mentre i reduci del vecchio marxismo perseguono la vecchia strada delle compatibilità, rinchiudendola nella catena del valore in nome della priorità del lavoro, nonostante l’insopportabilità delle condizioni in cui viene erogato.
Alla compressione del sociale reagisce anche chi è metodologicamente abituato ad usare le categorie di un Weber che considera l’uomo storicamente partecipe della realizzazione della ‘gabbia di acciaio’ imposta dall’economia. Il baratro verso cui corre il capitalismo sta ormai ben oltre quell’orizzonte.
E’ stato Wolfgang Streeck, eminente scienziato sociale tedesco, a sollecitare la mia attenzione sulla fine del capitalismo, tanto da indurmi a guardare agli altri scienziati sociali che nell’ultimo decennio hanno affrontato l’argomento. Giovanni Arrighi aveva annunciato la fine della storia del capitalismo già a metà degli anni ’90 del ‘900, e nel 2009, alla vigilia della morte, aveva confermato la previsione. Nel 2007, André Gorz, prima di decidere di morire, era giunto per altra via ad una conclusione per alcuni aspetti analoga. Robert Kurz, deceduto nel 2012, aveva intuito fin dal 1985 che il capitale sarebbe finito, ed ha continuato a sostenere questa tesi con analisi puntuali. Gli altri – Immanuel Wallerstein, David Harvey, Moishe Postone, Paul Mason e Jeremy Rifkin – sono, come si usa dire, vivi e (più o meno) vegeti, e si sono espressi in tempi diversi su questo argomento senza poi modificare le loro posizioni.

Mi sono imposto di individuare le diverse strade che li hanno indotti a prevedere la fine del capitalismo esaminando e sintetizzando i loro paradigmi. Li ho esposti senza intromettermi; spesso li ho fatti parlare, e, quando possibile, attingendo ad interviste già pubblicate, utili per fornire interpretazioni dirette. Ho raggruppato i testi in capitoli, che da un lato si richiamano a scuole di pensiero, come l’Economia mondo e la Critica del valore; dall’altro realizzano una progressione tematica che va dalla fine della storia del capitalismo, alla assenza/presenza di un soggetto contrapposto al capitale, all’autoliquidazione del capitale per ragioni inerenti alla sua dinamica, e, infine, all’emergenza, sulle sue ceneri, di una nuova società. Aggiungo, nelle conclusioni, un altro punto di vista sulla fine del capitalismo, frutto di una mia riflessione.

Quali indicazioni si possono anticipare come risultato della comparazione dei testi, che, per inciso, prevedono la fine del capitalismo al più tardi entro i prossimi 50 anni?

In primo luogo, dopo un secolo e mezzo in cui le sorti del capitalismo erano state affidate ad un qualche soggetto rivoluzionario, adesso tutti ne riconducono la fine fondamentalmente a fattori oggettivi, da un lato per l’ineluttabilità dei cicli storici, dall’altro per i processi che minano il capitalismo dal suo interno. Questo non implica l’inattività del sociale, le cui forze devono orientare il processo terminale. Solo David Harvey fa eccezione, perché, seguendo una metodica teorica che non si distacca dal marxismo tradizionale, cerca di unificarle in un soggetto capace di incidere sul capitale.

In secondo luogo, coloro che convergono sulla tesi che il capitalismo è minato al suo interno attribuiscono una funzione decisiva alla terza rivoluzione industriale, quella delle tecnologie informatiche. L’enfasi è posta da alcuni sulla riduzione del lavoro, che, ritenuto fonte insostituibile del valore, fa venir meno la sostanza del capitale; da altri sulla riconfigurazione del sociale sulla base della rete e delle produzioni di rete, che apre la strada al postcapitalismo. Anche qui un eccezione, quella di Wolfgang Streeck, per il quale a minare il capitalismo, senza aprire nuove prospettive, è il neoliberalismo, che ha distrutto ogni freno all’avidità, facendolo precipitare verso un baratro.

Queste sintesi approssimative di ciò che emerge dalla lettura dei testi, non danno ovviamente conto della complessità delle dinamiche teoriche e analitiche, che, come preciso nelle conclusioni, distinguono tra capitalismo e capitale e tra diverse concezioni del capitale.

[1] Commisso G., La governance nell’economia sociale di mercato, Materiali per una storia della cultura giuridica, XLV, 1, 2015 p. 283.

[2] Kurz, R., In attesa degli schiavi globali, blackblog.francosenia, 25 aprile 2016.

[3] Commisso G., La genesi della governance dal liberalismo all’economia sociale di mercato, Trieste, Asterios, 2016.

[4] Kurz R., La sostanza del capitale, blackblog francosenia, 20 gennaio 2016.

fonte: cambia il mondo

 

- Pubblicato sul sito: Streifzüge. Magazinierte Transformationslust -

sivini

Dieci Scenari
- di Giordano Sivini -

Può essere irrazionale il sociale rispetto all’economico? Questo è, alla fin fine, il problema da affrontare per chiudere la parentesi neoliberale della storia recente del capitalismo. Ma la soluzione non c’è: solo funambolismi che denunciano la gravità della situazione senza riuscire a porvi rimedio. Si apre così lo spazio per la negazione del capitalismo, non in prospettive utopiche, ma come conclusione di ragionamenti paradigmatici coerenti, relativi alla sua evoluzione storica, e alla dinamica del capitale quando viene considerato come suo motore.
Un tempo, per molti, la classe operaia era il soggetto storico che avrebbe dovuto traghettare la società oltre il capitalismo. Il verso della lotta di classe però è cambiato; ora trova impulso dall’alto, e sposta ricchezza verso i vertici della piramide sociale. Tuttavia Marx è più vivo che mai per chi, con le sue lenti, non rinuncia alla lotta e guarda alla fine del capitalismo abbandonando la vecchia strada delle compatibilità, che ora porta a rinchiudere il lavoro entro la catena del valore, nonostante l’insopportabilità delle condizioni in cui viene erogato. Alla compressione del sociale reagisce anche chi è metodologicamente abituato ad usare le categorie di un Weber che considera l’uomo storicamente partecipe della realizzazione della ‘gabbia di acciaio’ imposta dall’economia, perchè il baratro verso cui corre il capitalismo sta ben oltre quell’orizzonte.
E’ stato Wolfgang Streeck, eminente scienziato sociale tedesco, a richiamare di recente l’attenzione sulla fine del capitalismo, ma altri autorevoli scienziati sociali nell’ultimo decennio hanno affrontato l’argomento. Giovanni Arrighi aveva annunciato la fine della storia del capitalismo già a metà degli anni ’90 del ‘900, e nel 2007, alla vigilia della morte, aveva confermato la previsione. In quello stesso anno André Gorz, prima di decidere di morire, era giunto per altra via ad una conclusione per alcuni aspetti analoga. Robert Kurz aveva sostenuto fin dal 1986 che il capitale era prossimo alla fine, ed ha continuato a sostenere questa tesi con analisi puntuali fino al 2012, anno del suo prematuro decesso. Gli altri - Immanuel Wallerstein, David Harvey, Moishe Postone, Paul Mason e Jeremy Rifkin - sono, come si usa dire, vivi e (più o meno) vegeti, e si sono espressi in tempi diversi su questo argomento senza poi modificare le loro posizioni.
Il libro individua le diverse strade che li hanno indotti a prevedere, in vario modo, la fine del capitalismo, sintetizzando i loro paradigmi. Le loro analisi sono esposte senza intromissioni, con riferimento ai loro scritti e alle loro interviste. Sono raggruppate in capitoli, che da un lato si richiamano a scuole di pensiero, come l’Economia mondo e la Critica del valore; dall’altro realizzano una progressione tematica che va dalla fine della storia del capitalismo, alla assenza/presenza di un soggetto contrapposto al capitale, all’autoliquidazione del capitale per ragioni inerenti alla sua dinamica, e, infine, all’emergenza, sulle sue ceneri, di una nuova società. Si aggiunge, nelle conclusioni, un altro punto di vista sulla fine del capitalismo, frutto di una riflessione dell’autore.

- Giordano Sivini * -

(dal risvolto di copertina di: Giordano Sivini, La fine del capitalismo. Dieci scenari, Asterios,  €13,00)

Indice

Introduzione
Due parentesi e la fine del capitalismo, 11

CAPITOLO PRIMO
LA FINE DELLA STORIA DEL CAPITALISMO
1. Giovanni Arrighi: la conclusione dei cicli sistemici, 17
2. Immanuel Wallerstein: la fase terminale del capitalismo, 27
3. Gli Adam Smith e l’economia-mondo, 31

CAPITOLO SECONDO
L’AGONIA DEL CAPITALISMO
1. Wolfgang Streeck: la perdita del soggetto e la fine del capitalismo, 37
2. David Harvey: la ricerca di un nuovo soggetto, 50

CAPITOLO TERZO
IL SUICIDIO DEL CAPITALE
1. Critica del valore: la fine del soggetto automatico, 63
2. Moishe Postone: l’evoluzione del capitalismo, 71
3. Robert Kurz: l’esaurimento del lavoro, 79

CAPITOLO QUARTO
VERSO LA NUOVA SOCIETÀ
1. André Gorz: la fine della condizione alienata, 91
2. Paul Mason: il postcapitalismo, 104
3. Jeremy Rifkin: la grande trasformazione, 112

CONCLUSIONI
1. Se finirà, come e chi, 119
2. Spoliazione senza accumulazione, 122

- LEGGI LE PRIME 40 PAGINE -

*Giordano Sivini (Trieste 1936) è stato professore di sociologia politica presso la Facoltà di Economia dell’Università della Calabria. Negli anni ’70 si è occupato dei partiti politici, pubblicando per Il Mulino Sociologia dei partiti politici e un lavoro monografico su Roberto Michels. Negli anni ’80 è stato impegnato nella cooperazione in Africa, e ha realizzato analisi socioeconomiche raccolte in volumi pubblicati dall’Istituto Italo Africano sul Senegal, sul Mali e sui Maasai della Tanzania. Negli anni ’90 ha continuato ad occuparsi di problemi di sviluppo con riferimento ad alcuni temi dell’agricoltura calabrese in una prospettiva comparata europea (agrumicoltura e olivicoltura), che hanno dato luogo a pubblicazioni edite da Rubbettino. Nella prima parte degli anni 2000 ha studiato le migrazioni dall’Africa, pubblicando, ancora con Rubbettino, due libri. Pubblicazioni più recenti sono La resistenza dei vinti (Feltrinelli 2006), Resistance to Modernization in Africa (Transaction 2007), Il banchiere del Papa e la sua miniera (Il Mulino 2009), Compagni di rendite (Stampa alternativa 2013), e diversi articoli in Foedus sulla finanziarizzazione fin dalla crisi dei subprime, e in Inchiesta sulla Chrysler e sulle trasformazioni della Fiat in FCA. Continua ad occuparsi delle tematiche affrontate di recente e delle condizioni in cui si trova l’Unione Europea.

(dal sito di Asterios)

domenica 12 novembre 2017

Voci

sfumature

Nel corso del XX secolo l'Italia è stato uno dei paesi dell'Occidente in cui il confronto politico e la dialettica fra le classi sociali ha assunto la più marcata connotazione ideologica. Questo alto livello di ideologizzazione ha fatto sì che nelle culture politiche italiane si stratificassero molteplici concezioni e rappresentazioni della rivoluzione, all'interno delle quali occupano un ruolo centrale quelle della Rivoluzione russa e, in particolare, di quella bolscevica dell'ottobre 1917. Questo volume raccoglie una serie di ricerche sulle rappresentazioni della Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento. Le rappresentazioni del 1917, e quelle della forma di Stato e di governo nata dalla Rivoluzione rappresentano un punto di osservazione sull'evoluzione delle culture politiche, delle loro relazioni e contrapposizioni, della circolazione di idee e delle influenze reciproche. Dalla metà degli anni Venti fino al crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, gli eventi russi del 1917 e il "modello sovietico" diventano un termine di confronto, un esempio a cui ispirarsi o, comunque, un elemento imprescindibile per tutte quelle correnti politiche e culturali che cercano di elaborare una lettura (positiva o negativa, ideologica o più orientata all'analisi reale) della società di massa, del capitalismo fordista, del rapporto fra Stato e classi sociali e di quello fra interessi economici individuali e collettivi.

(Dal risvolto di copertina di: Marco Di Maggio (a cura di), Sfumature di rosso. La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento, Biblioteca di Historia Magistra)

Il grande rimosso del Novecento
- di Alessandro Santagata -

Nell’introduzione a "I Rivoluzionari", Eric Hobsbawm sosteneva che la differenza principale tra la sua generazione e quella dei militanti degli anni Sessanta consisteva nel fatto che la prima aveva creduto nel socialismo e si era formata nel mito della Rivoluzione russa, mentre la seconda andava ancora cercando il suo orizzonte rivoluzionario.
In "Sfumature di rosso. La Rivoluzione russa nella politica italiana del Novecento", uscito a cura di Marco Di Maggio per la Biblioteca di Historia Magistra, il gruppo degli storici collegato all’omonima rivista, ha provato a calare questo tipo di riflessione nella storia italiana del Novecento.
Come scrive Angelo d’Orsi nella postfazione, la Rivoluzione del ’17 costituì nello stesso tempo «un oggetto spesso oscuro del desiderio, che in quanto impossibile da raggiungere veniva denigrato, ovvero, all’opposto, esaltato».
Uno dei punti di forza di questa raccolta di saggi consiste nel mettere in luce in che modo le vicende sovietiche costrinsero tutte le culture politiche a prendere posizione confermando così la portata epocale di quegli eventi. Un altro è nella scelta della cronologia, che prende le mosse dagli effetti immediati della Rivoluzione – si vedano i saggi sul ’17 nel socialismo italiano, sulle reazioni dei nazionalisti e sugli articoli della «Civiltà Cattolica» – alle riflessioni di media e lunga durata.
Il panorama dei soggetti investigati spazia dalla Chiesa cattolica alla Nuova sinistra, passando per Giustizia e Libertà, quotidiani come la «Stampa» e il «Corriere della sera», il Movimento Sociale. Il focus principale però è sulle reti intellettuali legate al Pci e al Psi.
Nel secondo dopoguerra non è un caso che l’unità tra comunisti e socialisti, costruita durante la lotta al fascismo, coincida con una lettura comune dell’eredità del ’17 superando in qualche modo la radicalizzazione originaria che aveva portato alla scissione di Livorno.
Gli orientamenti si iniziano a divaricare invece dopo i fatti di Budapest del 1956 che spingono Nenni a marcare il legame tra le origini dell’Unione sovietica e la fase staliniana. Il conflitto sulla memoria segue poi il processo di erosione culturale e simbolica del socialismo reale scandito dalla repressione di Praga. Il passaggio del ’68, che avrebbe meritato una maggiore focalizzazione, segna un momento spartiacque. Da un lato, il Pci di Berlinguer, impegnato a salvare il legame con la matrice leninista valorizzando però la ricerca di una terza via per la «rivoluzione in Occidente». Dall’altro, una nuova generazione di rivoluzionari che contesta l’intrinseca debolezza di tale proposta ideologica e vive un rapporto ambiguo con la memoria dell’Ottobre: c’è chi ne custodisce l’ortodossia e, soprattutto, chi contesta il fallimento dei padri.
L’ultimo saggio, a firma di Di Maggio, chiude il cerchio e tira alcune conclusioni. Dallo spoglio della stampa degli anni Ottanta emerge piuttosto chiaramente l’affermazione, anche a sinistra, di un mainstream centrato sulla natura totalitaria di ogni processo rivoluzionario. Da questo punto di vista, il bicentenario della Rivoluzione francese è l’apice di un processo che coincide sul piano politico con la definitiva marginalizzazione del Pci. Manca forse però nel libro una prospettiva culturale in senso largo che domandi perché l’idea stessa di rivoluzione sembra essere scomparsa nella cosiddetta stagione del riflusso. Sull’archeologia del discorso comunista c’è dunque ancora molto da scavare a partire proprio dal mito delle origini.

- Alessandro Santagata - Pubblicato sul Manifesto del  7.7.2017 -

sabato 11 novembre 2017

suggestioni

cantarella

Ci sono giorni nella storia che chiudono ogni progetto e ribaltano ogni prospettiva. Glauco Maria Cantarella ne racconta alcuni, cruciali, in un affascinante affresco che smonta molti luoghi comuni.
Alarico muore all'improvviso, i Visigoti finiscono per andare in Spagna e la storia della Spagna sarà quella che conosciamo. Ottone III muore d'un tratto, il suo progetto di ridisegnare e circoscrivere il Patrimonium Beati Petri finisce con lui e la storia sarà, sul lungo periodo, quella dello Stato della Chiesa. Guglielmo II d'Altavilla muore di colpo e il Regno di Sicilia finisce a Enrico VI di Svevia; ma anche Enrico VI muore all'improvviso e il Regno passa sotto la tutela del papa prima di arrivare nelle mani di Federico II; che a sua volta morirà bruscamente proprio alla vigilia della sua vittoria sul papa. Quante aspettative sono finite nell'abisso perché qualche evento inaspettato ha impedito che prendessero la piega desiderata? Imprevisti e altre catastrofi tratta principalmente di storia medievale, ma con qualche scorribanda nella storia precedente e successiva, raccontando alcune circostanze che hanno impedito alla storia di essere diversa da come è stata. Che ci piaccia o non ci piaccia, la storia è andata e sta andando cosí come è andata e sta andando. Piaccia o non piaccia alla cosiddetta storia controfattuale.
La storia non si può scrivere per schemi: gli schemi possono essere utili per inquadrare, cogliere analogie, proporre paradigmi di interpretazione. Ma la storia è costituita di eventi, che sono concreti anche se non possono essere colti nella loro fattualità. Un paradosso solo apparente: questi fatti spesso sono «irrazionali », ma al tempo stesso sono razionali benché abbiano avuto un'origine irrazionale: cosa c'è di piú razionale e prevedibile infatti della morte? E che cosa di piú «irrazionale» che le morti improvvise, impreviste, che troncano qualunque possibilità di sviluppi − concreti − già programmati?
È negli eventi e nel loro corso che occorre cercare per trovare la cifra della loro comprensione. Negli eventi come sono andati, non come sarebbero potuti andare. Morti eccellenti, battaglie, situazioni che si sono capovolte in pochissimo tempo, a volte in poche ore, e che hanno determinato il futuro; protagonisti che ricompaiono perché morti, battaglie ed eventi sono anelli della medesima catena, quella della vita prima ancora che della storia. Per questo si ritroveranno a piú riprese, in questo libro, ad esempio, gli imperatori Enrico IV, Enrico VI, Federico II, il famoso Riccardo Cuor di Leone, il normanno Roberto il Guiscardo, Bonifacio di Canossa, il lorenese Goffredo il Barbuto, i papi Leone IX e Gregorio VII. Sia chiaro: non sempre gli imprevisti debbono essere catastrofici, a volte possono essere persino apocalittici nel senso piú stretto del termine, cioè rivelatori.

(dal risvolto di copertina di: Glauco Maria Cantarella:  Imprevisti e altre catastrofi. Perché la storia è andata come è andata, Einaudi, pp. 198, euro 26)

A Waterloo un imprevisto cambiò il corso della storia
- di Francesco Perfetti -

Molti decenni or sono ebbe larga (e meritata) fama un geniale pensatore, Adriano Tilgher, oggi purtroppo ingiustamente dimenticato, il quale, intingendo il pennino nell'inchiostro all'acido prussico della polemica, scrisse pagine efficaci e divertenti contro la pretesa di taluni storici di cercare un «senso» compiuto negli avvenimenti, eliminando o ridimensionando il ruolo del «caso» o della «imprevedibilità».
Tilgher non era uno storico, ma piuttosto un filosofo e un moralista, che, partendo da una posizione speculativa relativistica, aveva ingaggiato una battaglia contro le certezze dello storicismo, contro l'idea che lo svolgersi della storia abbia un «senso» preciso per quanto nascosto e, naturalmente, contro quella che oggi viene definita la «storia controfattuale», cioè la storia non realizzata ma che avrebbe potuto realizzarsi.
Gli scritti polemici di Tilgher sulla storia e sull'«antistoria» mi sono tornati alla mente leggendo un delizioso volume di Glauco Maria Cantarella dal titolo "Imprevisti e altre catastrofi. Perché la storia è andata come è andata" (Einaudi, pp. 198, euro 26) che può essere sfogliato, con diletto e con profitto, anche in maniera non sistematica. Cantarella, a differenza di Tilgher, è uno storico di professione, un medievista per l'esattezza, noto fra l'altro per un bellissimo saggio su "I monaci di Cluny" (2006). E non a caso, la maggior parte degli episodi e dei personaggi trattati nel suo nuovo volume riguardano il Medio Evo, pur se non mancano incursioni nella storia moderna e contemporanea. La tesi del volume è che la storia non può essere scritta con il ricorso a degli «schemi», quali che siano, perché gli schemi al più «possono essere utili per inquadrare, cogliere analogie, proporre paradigmi di interpretazione». La storia, secondo l'autore, è sempre «costituita di eventi o fatti»: e poco importa se questi possano apparire anche irrazionali o frutto dell'imprevisto.
La battaglia di Waterloo, per esempio, venne decisa dalla combinazione di un «imprevisto meteorologico», il violentissimo acquazzone che aveva reso impraticabili i campi, e di un «imprevisto più imprevedibile», ovvero «l'istinto di sopravvivenza»: all'improvviso, infatti, le truppe francesi incalzate dai prussiani «decisero di sopravvivere» e si dettero, cosa mai successa, a una fuga precipitosa che trasformò in sconfitta clamorosa una battaglia che a Napoleone, persino nell'esilio di Sant'Elena, continuò a sembrare, dal punto di vista militare, destinata a esito ben diverso. E, a proposito di imprevisti, che dire, poi, di quel caffè offerto dalla diciottenne Anita al trentaduenne marinaio Giuseppe Garibaldi? Fu un caffè che innescò una passione travolgente e mutò la vita di una giovinetta sudamericana, maritata con un uomo parecchio più anziano di lei, e la trasformò nell'avventurosa e ardita compagna dell'eroe dei due mondi.
Ci sono talvolta, forse più di quanto non si pensi, l'amore e la passione all'origine di taluni comportamenti e di taluni fatti. Ma anche la morte che, per quanto sia il più prevedibile degli eventi, può giungere in maniera imprevista e determinare grandi conseguenze. Dopo il sacco di Roma, per esempio, Alarico, diretto probabilmente verso l'Africa, morì all'improvviso nei pressi di Cosenza e fu sepolto nel Busento tra le lacrime dei suoi come ricorda la celebre ode di Giosue Carducci, in realtà traduzione di quella di von Platen: «Alarico i Goti piangono,/ il gran morto di lor gente./ Dove l'onde prima muggivano,/ Cavan, cavano la terra;/ e profondo il corpo calano,/ A cavallo, armato in guerra». Dopo quella morte improvvisa e quella sepoltura, i Visigoti finirono per andare in Spagna, anziché nei territori africani. Gli esempi potrebbero continuare e il libro di Cantarella ne fa tanti, tantissimi, chiamando in causa Ottone III e Riccardo Cuor di Leone, Enrico IV e Federico II di Svevia e via dicendo in un affascinante caleidoscopio storico di uomini e vicende.
Si potrebbe pensare che questo bel volume sia il raffinato e gustoso divertissement di uno storico colto che ama la bella scrittura e il racconto aneddotico. In realtà non è così. Dietro i racconti e i ritratti di Cantarella c'è una lezione metodologica: l'idea che non si debba cedere alla suggestione di «ragionare sul nulla» immaginando quali sarebbero stati gli eventi se le cose fossero andate altrimenti. È una lezione che mette da parte i falsi moralismi: «La storia è stata vita. Non è né brutta né bella, né buona né cattiva, non le si adattano i giudizi estetici ed etici. È solo normale e banale, cioè spesso sconsolante, crudele e indifferente. Perché è fatta dagli uomini e dalla fragilità degli uomini, che noi amiamo chiamare caso».
Una conclusione, per molti versi, simile a quella cui il filosofo Adriano Tilgher era pervenuto nei suoi sapidi scritti destinati a enigmi e personaggi della storia.

- Francesco Perfetti - Pubblicato sul giornale del 19/6/2017 -

venerdì 10 novembre 2017

Ottobre!!!

bolscevichi ebrei

I bolscevichi e l'antisemitismo
- di Brendan McGeever -

È il mattino presto del 15 ottobre 1917. Gli operai si stanno impadronendo dei punti strategici sulle strade spazzate dal vento di Pietrogrado. Nel Palazzo d'Inverno, il capo del governo provvisorio Alexander Kerensky aspetta con ansia che arrivi la sua macchina, per fuggire. Fuori, le guardie rosse hanno preso il controllo della centrale telefonica. La presa del potere da parte dei bolscevichi è immanente.
Nel palazzo non ci sono né luci accese né telefoni. Dalla sua finestra, Kerensky può vedere il Ponte del Palazzo: occupato dai marinai bolscevichi. Finalmente, gli viene assicurata un'auto dell'ambasciata americana, e così può cominciare la fuga di Kerensky dalla rossa Pietrogrado. Quando il veicolo gira l'angolo, Kerensky si accorge di alcune scritte, tracciate di fresco sui muri del palazzo: «A morte l'ebreo Kerensky, lunga vita al compagno Trotsky!»
Un secolo dopo, lo slogan mantiene tutta la sua assurdità: Kerensky, fra l'altro, ovviamente non era ebreo, mentre invece Trotsky lo era. Ad ogni modo, quel che lo slogan indica è la confusione ed il ruolo contraddittorio svolto dall'antisemitismo nel processo rivoluzionario. In gran parte della letteratura esistente sulla rivoluzione russa, l'antisemitismo viene inteso come una forma di "controrivoluzione", come conservazione del diritto antibolscevico.
Naturalmente, c'è molta verità in tale affermazione: il regime zarista era definito dal suo antisemitismo, e nella devastante ondata di violenza anti-ebraica che era seguita alla rivoluzione di ottobre negli anni della guerra civile (1918-1921), la maggior parte delle atrocità erano state perpetrate dall'Armata Bianca e dalle altre forze che si opponevano al nascente governo sovietico. Ma questa non è tutta la storia completa.
Nella Russia rivoluzionaria, l'antisemitismo attraversava tutte le frazioni politiche, trovando riscontro in tutti i gruppi sociali e tutti gli schieramenti politici. Nell'ambito del marxismo, il razzismo e il radicalismo politico si accompagnavano spesso nella contestazione; nel 1917, tuttavia, l'antisemitismo ed il risentimento di classe potevano sovrapporsi, in quanto visioni del mondo in competizione.

Febbraio: Una rivoluzione nella vita degli ebrei
La Rivoluzione di Febbraio aveva trasformato la vita degli ebrei. Solo pochi giorni dopo l'abdicazione dello Zar Nicola II, tutte le restrizioni legali che riguardavano gli ebrei erano state abrogate. Più di 140 leggi, per un totale di qualche migliaio di pagine, erano state rimosse durante la notte. Per celebrare questo storico momento di abolizione, era stato convocato dal Soviet di Pietrogrado un meeting speciale. Era la vigilia di Pasqua, il 14 marzo del 1917. Fu il delegato ebreo a fare il collegamento, rivolgendosi al meeting: la rivoluzione di Febbraio, disse, era paragonabile alla liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto.
L'emancipazione formale, tuttavia, non si accompagnava con la sparizione della violenza antiebraica. In Russia, l'antisemitismo aveva radici profonde, ed il suo persistere nel 1917 era strettamente connesso con il flusso ed il riflusso della rivoluzione. Nel corso del 1917, c'erano stati almeno 235 attacchi agli ebrei. Sebbene fossero soltanto il 4,5% della popolazione, gli ebrei rappresentavano circa un terzo delle vittime di tutti gli atti di violenza fisica, avvenuti in quell'anno, contro le minoranze nazionali.
A far tempo dalla rivoluzione di febbraio, per le strade delle città russe, giravano voci circa imminenti pogrom antiebraici, in maniera così insistente che quando i soviet di Pietrogrado e di Mosca si riunirono per il loro primo meeting, la questione dell'antisemitismo era ai primi punti dell'ordine del giorno. In quelle prime settimane, gli episodi effettivi di violenza erano stati rari. Tuttavia, a giugno la stampa ebraica cominciò a riportare che «folle di lavoratori» si stavano riunendo agli angoli delle strade per ascoltare discorsi "pogromisti" che asseriscono che il Soviet di Pietrogrado è nelle mani degli "ebrei". A volte i leader bolscevichi si sono confrontati con tale antisemitismo. Vladimir Bonch-Bruevich - futuro segretario di Lenin -, camminando per strada, ha incontrato una folla che chiedeva apertamente un pogrom contro gli ebrei. Ha chinato la testa, ed ha affrettato il passo. Ci sono sempre più resoconti che riportano simili manifestazioni.
A volte, il risentimento di classe e le rappresentazioni antisemitiche dell'ebraismo si sovrappongono: più tardi, in luglio, oratori all'angolo di una strada di Pietrogrado chiamavano la folla a «distruggere gli ebrei e la borghesia!» Mentre, nell'immediato contesto successivo alla Rivoluzione di febbraio, tali discorsi non esercitavano nessun movimento reale, ora richiamavano un largo pubblico. Era in un simile contesto che a Pietrogrado si riuniva il primo Congresso Pan-Russo dei Soviet dei Rappresentanti dei Lavoratori e dei Soldati.

La Questione dell'Antisemitismo
Questo primo Congresso dei Soviet fu un incontro storico. Parteciparono più di mille delegati di tutti i partiti socialisti, che rappresentavano centinaia di soviet locali e circa venti milioni di cittadini russi. Il 22 giugno, dal momento che c'erano segnalazioni di ancora più incidenti antisemiti, il Congresso produsse la più autorevole dichiarazione del movimento socialista russa sulla questione dell'antisemitismo.
Stilata dal bolscevico Evgenii Preobrazhenskii, la risoluzione era intitolata «Sulla Lotta contro l'Antisemitismo». Quando Preobrazhenskii ebbe finito di leggerlo ad alta voce, il delegato ebreo si alzò in piedi per esprimere la sua completa approvazione, prima di aggiungere che sebbene non avrebbe riportato indietro gli ebrei uccisi nei pogrom del 2005, la risoluzione avrebbe aiutato a guarire alcune delle ferite che continuavano a causare così tanta sofferenza nella comunità ebraica. Venne approvato all'unanimità dal Congresso.
Sostanzialmente, la risoluzione riaffermava il punto di vista socialdemocratico sostenuto da lungo tempo secondo cui l'antisemitismo equivaleva alla controrivoluzione. Essa conteneva tuttavia un'importante ammissione: il «grande pericolo», spiegava  Preobrazhenskii, era «la tendenza da parte dell'antisemitismo a travestirsi usando slogan radicali.» Questa convergenza fra politica rivoluzionaria ed antisemitismo, continuava ad affermare la risoluzione, rappresentava «un'enorme minaccia per il popolo ebraico e per tutto il movimento rivoluzionario, dal momento che minacciava di annegare la liberazione del popolo nel sangue dei nostri fratelli, e ricoprire di vergogna l'intero movimento rivoluzionario.» Quest'ammissione per cui l'antisemitismo e la politica radicale potrebbero sovrapporsi infrangeva un dato per il movimento socialista russo, quello che fino ad allora aveva inquadrato l'antisemitismo come riserva dell'estrema destra. Mentre a metà del 1917 il processo rivoluzionario si approfondiva, la presenza dell'antisemitismo nei settori della classe operaia e del movimento rivoluzionario diventava un problema crescente che richiedeva una risposta socialista.

La Risposta dei Soviet
Alla fine dell'estate, i soviet avevano dato inizio ad una vasta campagna a largo raggio contro l'antisemitismo. Il soviet di Mosca, ad esempio, organizzava nelle fabbriche letture e meeting sull'antisemitismo durante i mesi di agosto e settembre. Nelle ex Zone di Residenza [degli ebrei], i soviet locali erano attivi al fine di prevenire l'esplosione di pogrom. A Chernigov (Ucraina), a metà agosto, l'accusa da parte dei "Black Hundred" [ https://en.wikipedia.org/wiki/Black_Hundreds ] secondo cui gli ebrei stavano immagazzinando pane, aveva portato ad una serie di violenti disordini antiebraici. Fu determinante che una delegazione del soviet di Kiev organizzasse un gruppo di truppe locali per mettere fine ai disordini.
Il governo provvisorio aveva tentato di dare inizio alla sua propria risposta all'antisemitismo. A metà settembre, il governo aveva approvato una risoluzione che prometteva di prendere «le misure più drastiche contro tutti i progromisti.» Una dichiarazione simile rilasciata due settimane più tardi aveva ordinato che i ministri del governo di usare «tutti i poteri a loro disposizione» per fermare i progrom. Tuttavia, con il trasferimento già in corso del potere ai soviet, l'autorità del governo provvisorio era già in corso di disintegrazione. Un editoriale del giornale pro-governativo "Russkie Vedomosti". del 1°ottobre, descriveva bene la situazione: «L'ondata di pogrom cresce e si espande... arrivano giornalmente montagne di telegrammi... il governo provvisorio ne è soffocato... l'amministrazione locale è impotente a fare qualsiasi cosa... I mezzi di coercizione sono del tutto esauriti.»
Non così con i soviet. Mentre la crisi politica si approfondiva ed il processo di bolscevizzazione continuava a svilupparsi, gruppi di soviet delle provincie mettevano in piedi la loro propria campagna contro l'antisemitismo. A Vitebsk, una città 350 miglia ad ovest di Mosca, ai primi di ottobre, il soviet locale aveva formato un'unità militare per proteggere la città dai progromisti. La settimana successiva, il sovier di Oryol approvava la risoluzione di prendere le armi contro tutte le forme di violenza antisemita.
Nell'estremo oriente russo, un meeting dei soviet di tutta la Siberia ha emesso una risoluzione contro l'antisemitismo, dichiaranche che il locale esercito rivoluzionario prenderà «tutte le misure necessarie» per prevenire qualsiasi progrom. Questo ha rivelato quanto fosse profondamente radicata la lotta contro l'antisemitismo dentro le sezioni del movimento socialista organizzato: anche nel lontano oriente, dove c'erano relativamente pochi ebrei, ed ancor meno progrom. i soviet locali si identificavano con gli ebrei del fronte occidentale che soffriva a causa degli antisemiti.
A metà del 1917, i soviet erano diventati senza dubbio la principale opposizione politica all'antisemitismo in Russia. Un editoriale del quotidiano "Evreiskaia Nedelia" ("la Settimana Ebraica") catturava bene tutto questo: «Va detto, e non dobbiamo dare il nostro contributo, i soviet hanno condotto un'energica battaglia contro [i progrom]. In molti luoghi, è stato solo grazie alla loro forza che la pace ha potuto essere ripristinata.»
Vale la pena notare, tuttavia, che queste campagne contro l'antisemitismo erano rivolte ai lavoratori nelle fabbriche e talvolta ad attivisti che erano parte dell'ampio movimento socialista. In altre parole, l'antisemitismo era stato identificato come un problema interno alla base sociale della sinistra radicale, ed anche all'interno di sezioni dello stesso movimento rivoluzionario. Ciò che questo rivelava, naturalmente, è che l'antisemitismo non emanava semplicemente da "sopra", da quello che era l'impianto zarista; ma aveva una base organica all'interno di sezioni della classe operaia, e doveva essere affrontato in quanto tale.

Il Nemico Interno
Per la leadership bolscevica, la politica rivoluzionaria non era semplicemente incompatibile con l'antisemitismo; erano antitetiche. Come titolo sulla prima pagina del principale giornale del partito, la Pravda aveva messo nel 1918: «Essere contro gli ebrei vuol dire essere per lo zar!» Sarebbe stato però un errore prendere le dichiarazioni di Lenin e di Trotsky sull'antisemitismo e "leggerle" come se fossero i pensieri e i sentimenti della base del partito. Come hanno dimostrato gli avvenimento del 1917, non sempre la rivoluzione e l'antisemitismo si trovavano in conflitto.
I resoconti dei giornali dell'estate e dell'autunno del 1917 rivela che i bolscevichi locali venivano frequentemente accusati dagli altri socialisti di tenere vivo l'antisemitismo e qualche volta anche di proteggere gli antisemiti all'interno della base sociale del partito. Per esempio, secondo il giornale di Georgii Plekhanov, "Edinstvo", quando i menscevichi cercarono di parlare nelle caserme di Mosca, o nella regione d
Vyborg, o a Pietrogrado, a metà giugno, i soldati, a quanto pare istigati dai bolscevichi, gridarono «Basta! Sono tutti ebrei"» Andrebbe osservato che a metà del 1917 Plekhanov era ossessivamente antibolscevico, perciò la fonte andrebbe presa con precauzione.
Tuttavia, questo genere di notizie erano molto diffuse. In quello stesso periodo, il giornale menscevico, Vpered, riferiva che i bolscevichi a Mosca avevano gridato contro i menscevichi, accusandoli di essere "ebrei" che "sfruttavano il proletariato". Quando centinaia di migliaia di lavoratori, il 18 giugno, scendevano nelle strade di Pietrogrado, alcuni bolscevichi riferivano che avevano strappato le bandiere bundiste ed avevano gridato slogan antisemiti. In risposta, il "Bundist Mark Liber" aveva accusato i bolscevichi di essere addirittura a favore dei progrom.
Arrivato ottobre, simili accuse divennero più frequenti. Nell'edizione del 21 ottobre del "Evreiskaia Nedelia", un editoriale arrivò a sostenere che gli antisemiti dei "Black Hundreds" stavano riempendo i ranghi dei bolscevichi" in tutto il paese.
Simili affermazioni erano evidentemente fuorvianti. La leadership bolscevica si opponeva all'antisemitismo e molti degli appartenenti al partito ebbero parte nello sviluppare la risposta della sinistra all'antisemitismo nelle fabbriche a livello dei soviet. Tuttavia, la nozione per cui il bolscevismo poteva fare appello agli antisemiti di estrema destra non era del tutto priva di sostanza. Il 29 ottobre, un sorprendente editoriale del giornale antisemita di estrema destra, "Groza" ["Tempesta"] dichiarava:

«I bolscevichi hanno preso il potere. L'ebreo Kerensky, lacchè dei banchieri inglesi e del mondo, avendo assunto senza vergogna il titolo di comandante in capo delle forze armate ed essendosi nominato Primo Ministro dello Regno Zarista Russo Ortodosso, verrà spazzato via dal Palazzo d'Inverno, dove ha dissacrato con la sua presenza i resti del Conciliatore Alessandro II. Il 25 Ottobre, i bolscevichi hanno unificato tutti i reggimenti che hanno rifiutato di sottomettersi ad un governo composto di banchieri ebrei, generali traditori, proprietari terrieri proditori, e mercanti ladri.»
Il giornale venne immediatamente chiuso dai bolscevichi, ma lo sgradito supporto aveva allarmato la leadership del partito.

Quello che era stato sottolineato dalla moderata preoccupazione socialista circa la capacità dell'antisemitismo e della rivoluzione di sovrapporsi, era il modo in cui i bolscevichi mobilitavano le masse, e incanalavano il risentimento di classe. Il 28 ottobre, quando la rivoluzione era in piena flessione, il Comitato Elettorale dei Menscevichi di Pietrogrado aveva emanato un disperato appello ai lavoratori della capitale, in cui li mettevano in guardia rispetto al fatto che i bolscevichi avevano sedotto «i lavoratori e i soldati ignoranti» e che il grido «Tutto il potere ai soviet!» si sarebbe facilmente trasformato in «Colpisci gli ebrei, colpisci i bottegai.» Per il menscevico L’vov-Rogachevskii, la "tragedia" della rivoluzione russa consiste nel fatto apparente che «le masse oscure sono incapaci di distinguere il provocatore dal rivoluzionario, o il progrom contro gli ebrei da una rivoluzione sociale.»
La stampa ebraica riporta queste preoccupazioni. Secondo un articolo di fondo pubblicato sulla "Evreiskaia Nedelia", «il compagno Lenin ed i suoi bolscevichi esortano il proletariato a "trasformare le loro parole in azione"(pereiti ot slovo k delu), ma dovunque si radunano le fosse slave, la trasformazione delle "parole in azione", in realtà, "colpisce gli ebrei".»
Tuttavia, contrariamente a queste predizioni allarmiste, nelle ore e nei giorni immediatamente seguenti alla conquista del potere da parte dei bolscevichi, non ci furono progrom di massa nella Russia interna. L'insurrezione non si tradusse nella violenza antisemita che era stata predetta. Quello che rivelavano gli avvertimenti citati diceva solo quanto radicata profondamente fosse la paura delle "masse oscure" nelle sezioni della sinistra socialista che sosteneva di parlare in loro nome. Ciò era vero soprattutto per gli intellettuali, che in generale si avvicinavano al concetto di rivolta proletaria con l'orrore dovuto alla violenza e alla barbarie, che ritenevano inevitabili come conseguenza.
Ciò che definiva i bolscevichi durante questo periodo era proprio questa loro vicinanza alle masse di Pietrogrado che così tanto spaventava gli intellettuali.
Tuttavia, il sovrapporsi dell'antisemitismo e della politica rivoluzionaria era reale. Solo pochi giorni dopo la Rivoluzione di Ottobre, lo scrittore Ilia Ehrenburg - che sarebbe diventato ben presto uno dei più prolifici e noti autori ebrei in Unione Sovietica - si fermò a riflettere sugli avvenimenti importanti che erano appena avvenuti. La narrazione che ne fa, è forse la descrizione più vivida di come era stato coniugato il rapporto fra l'antisemitismo ed il processo rivoluzionario del 1917:

«Ieri ero in fila, aspettando di votare per l'Assemblea Costituente. Le persone dicevano "Chiunque è contro gli ebrei, voti per il numero 5! [i bolscevichi]", "Chiunque è a favore della rivoluzione mondiale, voti per il numero 5!". Passò un patriarca, spruzzando acqua santa; tutti si tolsero il cappello. Un gruppo di soldati cominciò a cantare l'Internazionale, rivolta a lui. Dove mi trovo? O forse questo è davvero l'inferno?»
In questo sorprendente racconto, la distinzione fra bolscevismo rivoluzionario e antisemitismo controrivoluzionario è sfocata. Infatti, il racconto di Ehrenburg prefigura l'ossessiva domanda che perseguita Isaac Babel e che sarebbe stata posta dalle storie dell'Armata a Cavallo: «qual è la rivoluzione e qual è la controrivoluzione?»
Nonostante l'insistenza dei bolscevichi nel definirlo come un fenomeno puramente "controrivoluzionario", l'antisemitismo sfugge ad una tale netta categorizzazione, e può essere trovato nello spettro della suddivisione politica, in forme altamente complesse ed inaspettate. Questo sarebbe emerso sei mesi dopo in maniera più evidente, nella primavera del 1918, quando nelle ex "Zone di Residenza" ebbero luogo i primi pogrom successivi alla Rivoluzione d'Ottobre. Nei villaggi e nelle città del nord-est dell'Ucraina - come Glukhov - il potere bolscevico si era consolidato attraverso la violenza anti-ebraica esercitata da parte dei quadri locali del partito e dalla guardie rosse. Nel 1918, il conflitto bolscevico con l'antisemitismo, era quindi assai spesso uno scontro con l'antisemitismo della sua stessa base sociale.
Mentre cade il centenario della Rivoluzione d'Ottobre, che celebriamo giustamente come un momento di trasformazione sociale radicale, quando un mondo nuova sembrava possibile. Ad ogni modo, la rivoluzione dovrebbe essere ricordata anche secondo tutte le sue complicazioni.
L'antirazzismo dev'essere coltivato e tenuto vivo, continuamente. Un secolo dopo, mentre siamo alle prese con i danni che il razzismo ha fatto nei confronti della politica di classe, il 1917 ci può dire molto su come le idee reazionarie producono degli effetti, ma anche su come esse possono essere affrontate e combattute.

- Brendan McGeever - Pubblicato il 22 giugno 2017 su Jacobin -