mercoledì 29 giugno 2016

Delirio di presunzione

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Il delirio di presunzione dell'Unione Europea
- di Gianfranco Sanguinetti

Il delirio di presunzione demente dell'Unione Europea è stato sanzionato l’altro ieri dal referendum in Gran Bretagna. I piccoli despoti corrotti di Bruxelles, che hanno dichiarato guerra ai diversi popoli sottomessi dall'Unione Europea, non se l'aspettavano affatto: abituati a decidere tutto senza mai tenere conto dei popoli, avvezzi all'impunità garantita loro dalla loro stessa irresponsabilità, abituati ad obbedire soltanto alle lobby internazionali, delle quali sono i mercenari armati, hanno continuato a provocare senza posa tutti i popoli, non immaginando neppure mai che questi potessero reagire. Dopo aver distrutto la Grecia e Cipro, dopo aver portato a termine un colpo di Stato nazista in Ucraina, scatenando una sanguinosa guerra civile nel cuore dell'Europa, dopo aver ridotto i popoli alla miseria ed alla disoccupazione, imponendo delle leggi sul lavoro che cancellano in un sol colpo due secoli di lotte per i diritti dei lavoratori, riducendo la Francia ed il Belgio ad un perpetuo stato di emergenza, e l'Italia, il Portogallo e la Spagna alla miseria, questi arroganti burocrati non eletti pretendono ancora di essere accettati ed obbediti dalle nazioni che umiliano ed opprimono. Si concedono addirittura il lusso di meravigliarsi se i britannici li rifiutano. Un vero e proprio delirio di presunzione.

L'Unione Europea, con le sue guerre in Africa ed in Medio Oriente, ha causato le migrazioni che vengono imposte agli Stati membri, ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero, ed i paesi europei in campi di concentramento per i rifugiati, servendosi del terrorismo per imporre dappertutto le sue leggi dittatoriali, governa per mezzo del terrore economico, della coercizione, attraverso l'austerità e l'espropriazione di ogni sovranità delle nazioni, con le sue leggi ottuse, con il cretinismo spietato delle sue regole, con il dispotismo della sua moneta, imponendo trattati segreti che vanno contro gli interessi dei popoli e che nessuno ha mai visto né discusso (TTIP). L'Unione Europea governa all'interno con la forza e la violenza, la menzogna e le minacce, i ricatti ed il terrore; all'esterno con la guerra, i colpi di Stato, le ripetute provocazioni nei confronti della Russia.

L'Unione Europea, così come è stato per l'Unione Sovietica, non è riformabile dal suo interno, al contrario di quel che le anime belle si compiacciono di ripetere, cantando il vecchio ritornello di ogni potere arbitrario ed abusivo. Non è riformabile, perché l'Unione Europea non è stata concepita per funzionare con le regole della democrazia, tali regole non fanno parte né della sua architettura né dei suoi meccanismi, tanto meno, soprattutto, del suo programma e dei suoi intenti.

Fin dal suo inizio è stata animata da un intento perverso, quello di distruggere l'autonomia di ogni nazione, di distruggere quello che il filosofo Hegel sosteneva "essere la prima libertà e la suprema dignità di un popolo" [*1].

A questo proposito, esiste un documento profetico: nel 1957, nel corso del dibattito sul Trattato di Roma, Pierre Mendès France aveva messo in guardia contro un progetto ispirato ad "un liberalismo ottocentesco". Quest'avvertimento dimenticato oggi risuona potente nel nostro presente dove è esplosa la crisi di un'Europa che ha perso la fiducia dei popoli. Vale la pena leggerlo.

«L'armonizzazione deve avvenire nel senso del progresso sociale, afferma il deputato Mendès France, nel senso di un innalzamento parallelo dei vantaggi sociali e non (...) a profitto dei paesi più conservatori e a detrimento dei paesi socialmente più avanzati.»

«Miei cari colleghi, continua Mendès France, mi è capitato spesso di raccomandare maggior rigore nella nostra gestione economica. Ma non mi rassegno, lo confesso, a farne giudice un Aeropago europeo in cui regna uno spirito che è ben lontano dall'essere il nostro. Su questo punto, metto in guardia il governo: non possiamo lasciarci spogliare della nostra libertà di decisione riguardo le materie che interessano così da vicino la nostra concezione stessa di progresso e di giustizia sociale; le conseguenze potrebbero essere troppo gravi, sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista politico.»

«Stiamo attenti: il meccanismo una volta messo in moto, non potrà più essere fermato. (...) Non potremo più liberarcene. Saremo del tutto assoggettati alle decisioni dell'autorità sovranazionale davanti alla quale, se le cose vanno troppo male, saremo costretti a mendicare deroghe ed esenzioni, che non ci verranno concesse, siatene certi, senza contropartite e senza condizioni

Alla fine del suo discorso, Mendès France sottolinea il nocciolo del dissenso: questo progetto di mercato comune, riassume, «è basato sul liberalismo ottocentesco classico, secondo cui la pura e semplice concorrenza risolve tutti i problemi».

In altre parole, un liberalismo economico che manda in rovina ogni liberalismo politico, imponendo alla vita sociale la legge ferrea della concorrenza, a scapito della solidarietà collettiva e delle libertà individuali.

« L'abdicazione da parte di una democrazia può assumere due forme, conclude Mendès France, o il ricorso ad una dittatura interna, con la consegna di tutti i poteri ad un uomo della provvidenza, o con la delega di questi poteri ad un'autorità esterna, la quale, in nome della tecnica, eserciterà in realtà il potere politico, dal momento che è facile si arrivi, in nome di un'economia sana, a dettare una politica monetaria, di bilancio, sociale, insomma "una politica", nel senso più ampio del termine, nazionale ed internazionale.»

«Dire questo, aggiungeva Pierre Mendès France, non significa essere ostile all'edificazione dell'Europa, ma non volere che l'impresa si traduca, un domani, in una terribile delusione per il nostro paese, dopo una grande e luminosa speranza, dovuta alla sensazione che innanzitutto ad esserne le vittime sarebbero i suoi elementi già più svantaggiati.»

Per non averlo ascoltato, oggi viviamo in quei tempi di "terribile delusione" predetti da Mendès France. [*2]

Resta da notare anche che l'Unione Europea ha perso tutti i referendum popolari che si sono svolti fino ad oggi. Tuttavia continua, come se niente fosse, ad ignorare i risultati del voto democratico dei popoli, cosa che la dice lunga sulla guerra che conduce contro ogni espressione democratica. L'Unione Europea ignorerà anche il referendum britannico? Già si parla di annullarlo e di farne un altro.

Qualunque cosa accada, i popoli europei saranno costretti dall'arroganza dell'Unione Europea, uno dopo l'altro, a prendere congedo da questo mostro, come hanno fatto i britannici, senza alcun rimorso o scrupolo, senza nessuna nostalgia, e senza pietà, visto che, fin dalla sua nascita, questo mostro ha svolto il ruolo di abusare di loro. Ed è questo ciò che dovranno fare prima che sia troppo tardi.

- Gianfranco Sanguinetti - 25 giugno 2016 -

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NOTE:

[*1] - G.F.W. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto.

[*2] - https://www.mediapart.fr/journal/international/240616/l-avertissement-prophetique-de-pierre-mendes-france

(traduzione dal francese di Franco Senia. Revisione di Gianfranco Sanguinetti)

martedì 28 giugno 2016

Convergenze e rotture

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INTERVISTA AD ANSELM JAPPE DELLA RIVISTA "CULT", maggio 2016

CULT: Nel suo saggio, "Guy Debord", del 1993, lei ha tentato di capire le fonti del pensiero dell'autore de "La società dello spettacolo", mettendo in luce l'importanza di Marx e della tradizione marxista ai fini dell'elaborazione della teoria dello spettacolo, e sottolineando, allo stesso tempo, il carattere eterodosso del pensiero di Debord. In cosa consiste la particolarità di questo pensiero e qual è la sua posizione in rapporto alla tradizione marxista?

Anselm Jappe: All'inizio, negli anni 1950, Debord si collocava, per via del lettrismo, su una linea di continuità rispetto al surrealismo originale ed al suo progetto di reinventare la vita, unendo la rivolta e la poesia. Ma ben presto è arrivato alla conclusione che era necessario cercare un'unione con quelle forze in grado di scuotere la società capitalista, ed è stato con un tale proposito che ha fondato l'Internazionale Situazionista. Quindi operò una profonda rilettura della teoria di Marx, il cui prodotto principale è stata "La società dello spettacolo" (1967). In quell'epoca, l'interpretazione leninista di Marx stava perdendo terreno, e gruppi come "Socialisme ou Barbarie" avevano messo in evidenza il ruolo nefasto della burocrazie sia nelle società capitaliste che in quelle che si pretendevano "comuniste". A partire da questo, se ne trasse come conclusione che i "Consigli operai" avrebbero dovuto sostituire i partiti ed i sindacati affinché si potesse arrivare ad una vera rivoluzione contro lo Stato e contro il capitalismo. Debord sottoscrive quest'idea. Ma riprende anche la critica marxiana della merce ed afferma che lo spettacolo è la forma contemporanea della merce. Cominciando il suo libro con la medesima frase con cui inizia "Il Capitale" di Marx, ma sostituendo la parola "merce" con la parola "spettacolo", Debord fa capire che pretende di presentare una versione contemporanea della critica di Marx. Mentre mantiene l'importanza conferita alla "lotta di classe", Debord dà grande peso alla "alienazione", ampliando questo concetto a settori come la vita quotidiana, l'urbanistica e la cultura. In questo modo, il proletariato non è più solamente l'operaio sfruttato, ma sono tutti quelli che hanno perso il controllo delle proprie vite e che ne hanno consapevolezza. Nell'ottica di Debord, ciò permette di vedere la rivoluzione sotto una nuova angolazione, e considera la rivolta del maggio 68 in Francia come la conferma della sua teoria. Ma quel che oggi appare essere più innovativo nella teoria di Debord consiste nel fatto di aver posto il feticismo della merce al centro della critica del capitalismo, mostrando che questo comporta sempre una passività generalizzata ed un esilio delle potenzialità umane in un al di là - che non è più religioso, ma che ha preso la forma di un'economia autonomizzata rispetto agli uomini che l'hanno creata.

CULT: In tale contesto, difficilmente la teoria dello spettacolo potrebbe essere confusa con una semplice teoria dei media. Che senso possiamo attribuire, allora, ai concetti di immagine e di spettacolo?

Jappe: Come nota Debord, i media, ed in particolare la televisione, sono soltanto la manifestazione più visibile - e "più travolgente" - del meccanismo spettacolare, ma non ne costituiscono il suo centro. Nello spettacolo, in quanto fase recente dello sviluppo della società capitalista, la contemplazione passiva della vita possibile sostituisce la vita reale. Gli individui "assistono" a quello che loro manca nella vita quotidiana. Sotto forma di immagini in senso stretto - per esempio, la vita brillante che vediamo al cinema consola gli spettatori della povertà della loro esistenza, sottomessa alle esigenze del lavoro e della vita borghese - ma anche in senso ampio - ogni merce, che si tratti di un'automobile, di un viaggio o di una visita al museo, promette una vita felice e sostituisce l'esperienza diretta della realtà. È per questo che viene consumata, e non per il suo valore d'uso. I paesi cosiddetti "socialisti" non sono meno spettacolari: ma lì è la contemplazione dell'ideologia e delle azioni del capo a sostituire il consumo delle merci. Si tratta, quindi, di "spettacolare concentrato", che Debord oppone allo "spettacolare diffuso" che domina nelle società "democratiche" occidentali. Anni dopo, Debord ha affermato che questi due tipi di spettacolo si trovavano sul punto di fondersi nello "spettacolare integrato" mondiale. Perfino i movimenti di contestazione cadono nella logica spettacolare quando i semplici adepti si limitano a sostenere l'azione di alcuni protagonisti, ed ancor più quando si installano delle burocrazie all'interno di queste organizzazioni. Per Debord anche l'arte è uno spettacolo: in essa la "rappresentazione" delle passioni sostituisce la vita diretta. L'esistenza dello spettacolo, però, non è una fatalità o una semplice conseguenza della "modernità". Lo spettacolo è una tecnica di dominio che permette di mantenere in uno stadio di passività la maggioranza della popolazione. Si basa sulla distinzione strutturale fra spettatori ed attori, impedendo agli individui di esercitare un controllo sulle proprie vite che, tuttavia, potrebbe essere possibile grazie allo sviluppo delle forze produttive. Pur avendo radici antiche, lo spettacolo si è sviluppato, soprattutto, dopo la prima guerra mondiale. È l'espressione dell'economia autonomizzata ed i suoi agenti non sono tanto i proprietari giuridici del capitale quanto i nuovi strati di burocrati, tecnocrati e manager.

CULT: Studiando gli archivi di Guy Debord, si può constatare che, prima di scrivere "La società dello spettacolo", egli quasi non avesse conoscenza degli autori della Scuola di Francoforte, poco tradotti in Francia, ad eccezione di Herbert Marcuse, il cui "Eros e civiltà" era apprezzato da Debord. Ciò nonostante, in più di uno scritto, lei ha messo in rilievo punti di contatto fra le riflessioni di Debord e quelle di Theodor Adorno, soprattutto circa l'industria culturale. Che rapporti possiamo stabilire fra questi due teorici?

Jappe: I filosofi tedeschi Theodor W. Adorno e Max Horkheimer hanno elaborato il concetto di "industria culturale" durante il loro esilio in California all'inizio degli anni 1940, rendendolo pubblico nel libo "Dialettica dell'illuminismo" (1947). Essi hanno denunciato, soprattutto, la riduzione della cultura ad una merce e la perdita del suo potenziale critico ed utopico, cosa che va di pari passo con un impoverimento generale della vita e della sensibilità. Questa critica ha incontrato un pubblico pià ampio solo vent'anni più tardi, e probabilmente era sconosciuta a Debord quando ha redatto il suo libro. Ci troviamo pertanto davanti ad una convergenza "oggettiva" di idee. Nonostante le evidenti differenze fra Debord, che si riteneva un sovversivo ed un rivoluzionario, e gli accademici della Scuola di Francoforte, nella loro maggioranza abbastanza tranquilli, vediamo che si ponevano gli stessi problemi: la fine della miseria del proletariato significa davvero che il capitalismo occidentale, chiamato d'ora in poi "società del consumo", abbia creato una società armoniosa? Oppure esistono nuove forme di alienazione che rendono l'individuo altrettanto impotente di prima, anche quando le forze produttive permetterebbero agli uomini di dominare le proprie condizioni di vita? La risposta è sempre una critica radicale della società del "miracolo economico", con termini che utilizzano la teoria di Marx mentre allo stesso tempo si distinguono dal marxismo tradizionale. Quelle che differiscono sono le conseguenze: Adorno non sembra più credere nella possibilità di una trasformazione radicale, se non una specie di cambiamento della mentalità che passi, soprattutto, per l'arte. Marcuse, al contrario, ammette la possibilità di una rottura nelle condizioni dominanti e scommette sugli studenti. Debord ed i situazionisti vedono comparire, in quest'epoca, una contestazione totale della "vita permessa" da parte di un "proletariato" che viene, in parte, identificato con il vecchio proletariato delle fabbriche e, in parte, con la massa di tutti coloro che sentono il vuoto causato dall'abbondanza di merci. Ma, a differenza di Adorno e di Marcuse, Debord sostiene che il potenziale critico dell'arte - che in passato è stato molto reale - si sarebbe esaurito e che la realizzazione dell'arte - che è allo stesso tempo il suo superamento in quanto realizzazione di quello che l'arte ai limiterebbe solo a promettere - sarebbe parte essenziale delle nuove forme di contestazione.

CULT: Più volte, lei ha cercato di mostrare che esistono punti di contatto anche fra il pensiero di Debord e quello di autori estranei alla tradizione marxista. È il caso, ad esempio, di Hanna Arendt, in particolare per "La condizione umana" (1958), il cui concetto dell'agire ed il cui concetto di tempo storico lei giudica vicini alle concezioni di Debord. Potrebbe commentare brevemente tale questione?

Jappe: Il pensiero di Hanna Arendt, discepola di Martin Heidegger, appare estraneo al marxismo e alla tradizione rivoluzionaria in generale. Tuttavia, a distanza di tempo, emergono alcuni parallelismo, come frequentemente avviene nella storia delle idee. "La società dello spettacolo" contiene una parte meno nota, nella quale Debord analizza il "tempo storico". Nel corso della storia, gruppi umani hanno cominciato a liberarsi dal tempo ciclico e a dare una direzione ed un senso alle loro azioni, rendendole uniche e degne di essere trasmesse - cosa che, per Debord, assomiglia ad un "gioco". L'esistenza di un materiale eccedente - che si trasforma in un'eccedenza temporale - e la sua appropriazione da parte di una classe sociale, sono state le sue condizioni. L'antica Grecia ha conosciuto così una "democrazia di signori della società". L'economia mercantile, con la sua correlata espansione delle forze produttive, avrebbe, da principio, reso possibile per tutta la popolazione un'estensione di questa libertà ed il gioco con il tempo. Ma la società di classe, soprattutto nella sua forma spettacolare, ha bloccato tale possibilità, sottomettendo la maggioranza degli uomini a nuove forme di ripetizione - soprattutto con l'obbligo a lavorare. Sotto questa forma, il "tempo spettacolare" è il contrario della storia realmente vissuta sotto forma di "situazioni costruite". Arendt, da parte sua, ne "La condizione umana" analizza la vita nell'antica Grecia come uno spazio dove ciascuno piò svolgere il proprio ruolo storico attraverso atti e parole. Inoltre, descrive il lavoro come una forma di alienazione volta alla semplice perpetuazione della vita biologica, in opposizione alla "opera". Per quanto differente sia la sua concezione rispetto a quella di Debord, ci troviamo un'aspirazione comune ad indicare una temporalità autentica - il che dovrebbe permettere agli individui di giocare fino in fondo il gioco del loro passaggio sulla Terra, se ne sono capaci. Da tutto questo emerge una certa concezione eroica della vita che viene spesso sottostimata dai commentatori.

CULT: Dopo aver studiato l'opera di Debord, lei ha collaborato alle riviste "Krisis" ed "Exit!", lavorando a fianco di Robert Kurz. Da allora è una delle principali voci (se non la principale) della critica del valore in Europa. Questo ci autorizza a ritenere che esista un filo di continuità fra la teoria di Debord e la Wertkritik. Ciò nonostante, è anche facile percepire che esistono punti di divergenza fra le due teorie, ad esempio, in relazione alla questione della lotta di classe. Quali sono i punti di convergenza e quali quelli di rottura fra il pensiero di Debord e la teoria della critica del valore?

Jappe: La principale voce della critica del valore è stata, senza dubbio, quella di Robert Kurz, fino alla sua morte improvvisa [a causa di un errore medico] nel 2012. In effetti, sono entrato in contatto con i teorici della critica del valore, elaborata inizialmente in Germania, dopo la pubblicazione del mio libro su Guy Debord, nel 1993. Loro praticamente non conoscevano le idee situazioniste. Non esiste, pertanto, filiazione diretta, né influenza di Debord sulla critica del valore al suo inizio. Ma ho trovato nella Wertkritik un pensiero con lo stesso grado di radicalismo, al di là degli altri diversi punti comuni: la centralità di concetti quali "alienazione", "feticismo della merce" o "reificazione"; la critica dell'esistenza stessa della merce e del lavoro, e non solo della sua gestione e distribuzione; la mancanza di fiducia nei confronti di gran parte del marxismo a favore di un ritorno alle categorie centrali di Marx; l'attenzione alla dimensione del quotidiano. E la Wertkritik, così come i situazionisti, si poneva fuori dal campo universitario e mediatico, evitando ogni forma di istituzionalizzazione ed imponendosi grazie al discorso - un discorso che sapeva, talvolta, essere abbastanza polemico, senza temere il conflitto con la sinistra radicale esistente. Allo stesso tempo non mancavano le differenze. In un certo qual modo, i situazionisti si fermarono a metà strada, nel loro mettere in discussione il marxismo classico, conservando in particolare la centralità della "lotta di classe" e della "soggettività rivoluzionaria" in generale. La Wertkritik ha molto insistito sul carattere ineluttabile della crisi del capitalismo e sul suo carattere oggettivo. Come si è visto vent'anni più tardi, la critica del valore ha saputo trarre profitto dalla critica del soggetto, ed in particolare dalla dimensione di genere, elaborate nel frattempo. D'altra parte, i situazionisti, e Debord in particolare, hanno avuto uno stile, un'attitudine che nessuno ha saputo riprendere e che proveniva, soprattutto, dalla tradizione artistica e letteraria francese alla quale si riferivano. La loro capacità di combattere lo spettacolo senza scendere nell'arena dello spettacolo è rimasta unica.

- Pubblicata sulla rivista "Cult" 212 del maggio 2016 -

fonte:  Critica Radical

lunedì 27 giugno 2016

Brexit: l'eccezione e la regola

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Il continente è isolato: l'euro affonda

Come dicono gli inglesi, "c'è nebbia sul canale della Manica, il continente è isolato".

In questo caso non potrà essere che un bene, d'altronde è stato chiaro fin dalla sua prima candidatura che il Regno Unito entrava nel Mercato Comune solo per poterlo meglio sabotare dall'interno, cominciando a farsi pregare ed esigendo (ed ottenendo) delle condizioni esorbitanti, come la famosa regola di bilancio secondo la quale avrebbe sempre recuperato, sotto forma di fondi strutturali o sovvenzioni, almeno l'equivalente del suo contributo al budget comunitario. Il Regno Unito, paese industriale il cui principale prodotto di esportazione agricola è stato di distaccare a Bruxelles un commissario europeo all'agricoltura aperto a tutte le concessioni da parte dell'Unione Europea (vale a dire concessioni francesi ed italiane) nei confronti degli Stati Uniti e dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, riuscendo così ad abbattere l'agricoltura francese ed italiana; situazione che l'ammissione della Romania e della Bulgaria, prima, e poi le ostilità contro la Russia, ultimamente, non hanno fatto altro che aggravare.

Non ci si impietosirà quindi più di tanto per la sorte delle regioni periferiche tradizionalmente povere del Regno Unito (Irlanda e Scozia) le quali, nonostante il sostegno della coalizione londinese della Borsa e dell'Islam, hanno visto allontanarsi le loro sovvenzioni franco-italiane. Da parte sua l'Inghilterra, al di fuori quindi della City dorata e delle sue verdi periferie, ha voluto riprendersi la sovranità, soprattutto perché gli Inglesi (neanche loro) non si sentono più a casa quando visitano la propria capitale, rappresentata da un nuovo sindaco che, simbolicamente, rassomiglia ad un conduttore di elefanti del ministero della difesa del Canadesh. Ciascuno per parte loro, il kebab non poteva scegliere che il multiculturalismo, e la bombetta non poteva scegliere altro che la redditività dell'eccezione britannica.

Perché quest'eccezione è molto redditizia. La svalutazione artificiale speculativa, del 20%, delle monete europee continentali, durante l'anno successivo alla loro fusione nell'euro, si era tradotta in una rivalutazione (relativa) della sterlina. Mentre il prodotto interno lordo della Francia, realizzato in franchi (ormai un sottomultiplo dell'euro), e il prodotto interno lordo del Regno Unito, realizzato in sterline, non erano affatto cambiati, il deprezzamento improvviso dell'euro e la corrispondente rivalutazione della sterlina hanno fatto passare il PIL (espresso in dollari) del Regno Unito davanti a quello (espresso in dollari) della Francia, retrocessa così al rango di quinta potenza economica mondiale, mentre la sua perfida rivale passava al quarto posto. Bastava questo alla stampa finanziaria inglese per stampare a titoli cubitali il passo avanti del Regno Unito, magnificando la salute e la competitività della sua economia (rimasta del tutto invariata) al fine di attirare i grandi capitali apolidi che in ogni caso rifuggivano le piazze finanziarie europee minate dalla speculazione contro la moneta "comune" di nessuno. In questo senso la sterlina è stata una beneficiaria collaterale della strategia statunitense (la fusione dei mercati e delle monete d'Europa). Si può anche dire che si sia vendicata sui suoi vicini per la grande svalutazione subita nei confronti del marco e del franco in occasione della sua sconfitta nel 1992 per mano di Soros, soprannominato "l'uomo che gettò sul lastrico la banca d'Inghilterra", nel momento in cui questi fece saltare soprattutto il Sistema Monetario Europeo; una missione sicuramente retribuita dai suoi sponsor della JP Morgan, della Chase Manhattan  e della Bank of America (o dal loro governo) ed il cui miliardo e mezzo di dollari di benefici apparenti (a scapito del Regno Unito) del suo fondo Quantum, come riportato dalla stampa, non era altro che un vantaggio accessorio e non il motivo principale. Il governo inglese aveva da parte sua certamente compreso che quest'obiettivo statunitense era la sola ragione per cui era stata spinta ad accettare, più di due anni dopo, che la sterlina (allora assai più instabile della lira) entrasse nello SME quando, dopo un decennio di disastri economici, e in un contesto d'inflazione doppio di quello della Francia, e triplo rispetto a quello della Germania, questo non poteva portare ad altro se non ad una seria sopravvalutazione della sterlina. Gli strateghi statunitensi sapevano bene che gli esecutivi dei paesi europei lavoravano contro i loro rispettivi paesi, e sapevano anche che già all'epoca rispondevano a tutti i fallimenti comunitari con un ancora più frenetica integrazione. Spingendo il Regno Unito verso il continente, il loro obiettivo era forse proprio quello di far esplodere due anni più tardi il Sistema Monetario Europeo, al fine di spingere i paesi europei verso una moneta unica, ancora più facile da manipolare, come il futuro avrebbe inequivocabilmente dimostrato.

E come il presente continua a confermare. Eppure sono più di quindici anni, dopo la creazione della chimera monetaria, che si continua sistematicamente a reagire agli scossoni economici d'oltreoceano e ad ignorare gli indicatori europei: la pubblicazione di un tasso d'inflazione o di disoccupazione riguardante l'Europa non ha alcun effetto sull'euro, mentre la pubblicazione di un tasso d'inflazione o di disoccupazione degli Stati Uniti d'America lo fa sempre scendere o salire, facendogli giocare perfettamente il ruolo per il quale l'euro è stato creato: quello di contrappeso alternativo su cui si piazzano i fondi quando ci si aspetta una svalutazione del dollaro e da cui ci si ritira quando si pensa che ci si possa aspettare che il dollaro salga. L'euro, certamente su una scala assai minore rispetto al dollaro, conferma anche il fatto che la speculazione finanziaria e monetaria si appoggia assai più sulla psicologia che sull'aritmetica, e la manipolazione è tanto più facile quando gli attori coinvolti sono ignari.

Un frequentatore del Bar del Commercio potrebbe pensare che la sterlina e l'euro evolvano indipendentemente, dal momento che sono le monete di spazi monetari distinti, e che tale indipendenza potrebbe perfino essere rafforzata dall'uscita del Regno Unito dal Mercato Comune. Un economista che sa che la sterlina non ha alcuna vocazione a fondersi nell'euro, potrebbe credere che la fine del regime di eccezione (soprattutto del bilancio) ed il rafforzamento dell'equilibrio fra la geografia economica e quella monetaria, attraverso l'eliminazione di una moneta ed attraverso il rafforzamento della prevalenza dell'euro nell'Unione Europea, giocherebbe a favore quanto meno dell'euro, forse anche della sterlina. Un politologo potrebbe immaginare che l'uscita di un guastafeste sistematico ed il consolidamento del processo di indecisione comunitario giovi di default alla politica economica dell'Unione Europea ed alla sua moneta, e che il ristabilimento della politica economica sovrana del Regno Unito giovi alla sua propria moneta. Uno speculatore interessato ad un'alternativa finanziaria e borsistica fuori dallo spazio regolamentato dalla banca federale statunitense e dalla banca centrale europea (e più solida di quella di Shangai) accoglierebbe con favore la rinascita della City, nel preciso momento in cui essa va a perdere il suo ruolo mondiale di fissaggio del prezzo dei metalli preziosi. Niente affatto! Avrebbero tutti torto. I padroni dei grandi mercati di speculazioni sulle valute hanno affondato, un venerdì, sia l'euro che la sterlina, ed hanno puntato tutto sul dollaro. Lo scioglimento, in Borsa, delle azioni (quindi dei capitali propri) delle banche europee ai due lati della Manica avvicinano l'inevitabile cataclisma finanziario, e fanno sì che si possa incolpare la Deutsche Bank (punita per aver denunciato la manipolazione del prezzo dell'oro), la cui bancarotta ormai imminente farà sembrare quella di Lehman Brothers del 2008 come un aneddoto minore.

I grandi speculatori capitalisti apolidi avevano annunciato che in caso del ristabilirsi della piena sovranità del Regno Unito, avrebbero ritirato i loro soldi da Londra, dove li avevano tuttavia piazzati a causa dell'indipendenza economica del paese, del suo codice di commercio assai compiacente, del suo accoglimento di fondi in gestione non residente (offshore), della sua resistenza ai diktat di Bruxelles, ed anche grazie alla possibilità di piazzarli o di convertirli in un'altra valuta diversa dal dollaro o dall'euro. Non è affatto detto che mettano in atto la loro minaccia agendo contro i loro stessi interessi, ora che la cosa è decisa, dal momento che forse cercano solo di intimidire ed influenzare l'elettorato britannico su ingiunzione degli Stati Uniti, che non hanno esitato da parte loro a minacciare apertamente il Regno Unito di sanzioni economiche in caso di uscita dall'Unione Europea, e che questo lunedì invieranno a Bruxelles (e certamente, di passaggio, anche a Londra) il loro ministro degli affari con l'estero, per comunicare le loro istruzioni ai capi di Stato e di governo europei, apparentemente poco imbarazzati dal fatto di essere convocati, collettivamente ed individualmente, da un semplice ministro, per di più inviato da un paese non membro dell'Unione Europea, al quale consacreranno un bel po' di energie e di riunioni di crisi a partire da venerdì.

Tutto questo significa che gli Stati Uniti la sfida non è economica, bensì politica. Ora, i due inconvenienti principali derivanti per loro dal ripristino della sovranità britannica sono innanzitutto legati al fatto che devono imporre il TTIP (Trattato Transatlantico) ad un decisore politico in più, ed al fatto che altri popoli rischiano, successivamente, di seguire quest'esempio, cosa che porterebbe ad introdurre altrettanti ulteriori negoziatori.
Per quel che si conosce riguardo la vera posta di questo Trattato, verosimilmente ignorato dalla quasi totalità dei commissari europei incaricati della sua preparazione segreta, si può capire come gli Stati Uniti faranno tutto ciò che è in loro potere per mantenere l'unicità del decisore dal lato europeo, e per preservare l'unità dell'Unione Europea (nel mentre che dappertutto altrove seminano il caos) e per assicurare la sopravvivenza dell'euro.

- Delenda Carthago - Pubblicato il 26 giugno 2016 su Stratediplo -

fonte: Stratediplo

domenica 26 giugno 2016

Comunità immaginarie

burattini

Gli abiti nuovi della peste identitaria nell'era del capitalismo di crisi
- di Clement Homs-

"Certo, c'è l'economia e c'è la disoccupazione, ma ciò che è essenziale è la battaglia culturale identitaria" (Manuel Valls, 4 aprile 2016).

Nei rapporti sociali capitalisti in cui ci troviamo tutti immersi fino al collo, siamo costantemente in lotta per ottenere un buon titolo di studio, per trovare lavoro, per arrivare a fine mese, per salire nella scala sociale, per restare in corsa, per fare carriera, per eliminare un concorrente, per non essere licenziato, per mantenere sempre ottimi rapporti, per affrontare le "fantasmagorie" (Klaus  Theweleit) della mascolinità, per svolgere in quanto donna il "secondo turno" a casa, ecc.. La paura del fallimento che deriva da tutto questo crea un enorme clima di ansia e di stress continuo (che porta al "burnout", al suicidio o al desiderio amok di uccidere tutti).
L'individuo-merce, per consolidare il suo status di soggetto particolare isolato che deve difendere i suoi propri interessi nel contesto della concorrenza capitalista, vendendo la sua forza lavoro - e, soprattutto, a fronte della sua impotenza rispetto alla sua relazione con la società, che subisce come una costrizione collettiva reificata -, è portato ad assumere, strutturalmente, una necessità soggettiva di identificazione .
Egli trasfigura tutto questo, così come fa con le minacce alla sua stessa esistenza, associandosi ad alcune identità collettive e compensatorie (con alcune "comunità fittizie, immaginarie", per usare la definizione di Benedict Anderson), che danno a chi è stato spogliato di tutto una sensazione illusoria di grande potere - che può essere riconosciuto come il "narcisismo collettivo" del soggetto moderno (Erich Fromm). Questo può avvenire per mezzo di comunità immaginarie che sono state create da tutta una storia di fuoco e sangue durante lo stesso capitalismo a partire dal 18° secolo, oppure, talvolta, per mezzo di comunità create a partire da zero attraverso l'invenzione di "nuove tradizioni" (Eric Hobsbawm): il popolo, la patria, la nazione, l'etnia, la "comunità razziale superiore", la religione, l'Occidente illuminato, i gruppi sportivi di cultori del corpo, la comunità del califfato, le "tribù" identificate da Michel Maffesoli e che sono state chiamate postmoderne (tribù musicali, ecc.), la comunità unificata da una "personalità autoritaria" (Adorno) o da un "leader carismatico" (Max Weber).

Dalla svolta del decennio del 1980, la crisi nei centri del capitalismo, così come il fallimento delle modernizzazioni di recupero nelle periferie, ha portato ad una radicale ristrutturazione all'interno del sistema IKEA di tali identità collettive compensatorie e di legittimazione (sistema questo che non è esterno o pre-moderno, bensì immanente alla totalità sociale capitalista). Ed è qui dove le monadi armate si dispongono alla lotta per la vita nel capitalismo, che vedono come il migliore dei mondi possibili.
Ricorderemo qui, in particolare, per mezzo delle più recenti figure identitarie e religiose, alcune delle forme contemporanee di questa nuova esplosione di peste identitaria che è emersa a partire dagli anni 1980-90:

- L'ascesa dell'islam integralista in un mondo arabo economicamente al collasso;
- Il ritorno nei centri capitalisti del discorso fondamentalista dei "valori occidentali" e della giustificazione del "ruolo positivo della colonizzazione";
- Il populismo trasversale della "sinistra della sinistra", così come dell'estrema destra, che afferma in maniera perversa e idiota il nazionalismo e la difesa della sovranità economica (il "made in Francia", il protezionismo a favore del "buon capitale produttivo nazionale");
- La crescita in tutta Europa dell'estrema destra a partire dal 2008, il differenzialismo etnico di Alain de Benoist o addirittura il dibattito, in Francia, sulla famosa "identità nazionale capitalista";
- L'accettazione della lettura culturalista come base comune sia ai difensori dello "scontro delle culture" che ai difensori del "dialogo delle culture". Ed ecco che molti, da Alain Finkielkraut a Houria Boutelja del "Parti des Indigènes de la Republique", ora condividono le identità collettive, culturali-religiose, o addirittura evocano, con tamburi e trombe, i cosiddetti valori universali "europei" ed "occidentali". Lo fanno anche se sono sempre più svalutati dalla logica dell'esclusione sociale e razzista prodotta dal sistema di concorrenza capitalista con il suo gioco di incantamento.

Lo scenario è quello del collasso. È proprio qui appare questa nuova peste identitaria. In quanto nuova ideologia di legittimazione, questa peste si trova ben annidata dentro il processo di crisi interna del capitalismo descritto da Norbert Trenkle ed Ernst Lohoff ne "La grande svalorizzazione". Sarà il motore di aggravamento del processo di crisi?

Una scopa che spazzi via tutti i patrioti, tutti i nazionalisti, i populisti, gli identitari, i razzisti ed i culturalisti!

- Clement Homs -

Su questo argomento, si terrà un dibattito martedì 28 giugno alle 20:30, in Place du Vigan, Albi. Francia.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

sabato 25 giugno 2016

Ieri in Inghilterra, domani in Spagna

podemos elezioni

Il modello politico di Podemos

Il fenomeno della "Nuit Debout", con le sue occupazioni di piazze, rilancia l'idea di un Podemos alla francese. Grazie al successo avuto alle elezioni municipali e legislative, nel 2015 in Spagna, è diventata la forza politica in ascesa. Podemos emerge il 17 gennaio 2014 per iniziativa di un gruppo di universitari di estrema sinistra, i quali si appoggiano al movimento del 15M, esploso nel 2011, e pretendono di "trasformare l'indignazione in cambiamento politico". Podemos smette di essere soltanto un gruppuscolo della sinistra radicale per diventare la terza forza elettorale in Spagna.

Nel suo libro "Podemos, dall'indignazione alle elezioni", la sociologa Héloise Nez propone la sua analisi. Questo fenomeno politico rimanda alla specificità del contesto spagnolo ed alle conseguenze della crisi economica e della corruzione della classe politica. Allo stesso tempo, Podemos si inscrive nella continuità di un movimento sociale. Ma, come avviene in tutti i partiti, sorgono dei problemi: strutturazione interna, leadership, comunicazione, finanziamento. Podemos pretende di rispondere in maniera differente a tali problemi ed intende proporre un'alternativa alle politiche di austerità in Europa. Abbandona il folklore, il vocabolario e i simboli tradizionali della sinistra. Il suo discorso non si basa sulla distinzione fra sinistra e destra, ma sull'opposizione fra "quello che stanno in alto" e "quelli in basso". Questo partito non si rivolge unicamente alle classi popolari ma vuole essere un fattore di unificazione. Allo stesso tempo, Podemos porta alla luce del sole anche i problemi che attraversano le lotte sociali come quelli espressi dalla burocratizzazione del 15M.
"In particolare, mi sono interessata alle tensioni che hanno attraversato il movimento e che riguardano il rapporto con la politica, la tensione fra una volontà di inscriversi nel sistema esistente ed il rifiuto a farsi coinvolgere nella politica istituzionale", analizza Héloise Nez.

Le origini di Podemos
Se Podemos presenta una base sociale diversificata, il suo gruppo dirigenziale rivela un profilo molto omogeneo. Sono tutti degli intellettuali che hanno fatto esperienza politica con l'estrema sinistra. Il loro manifesto "Mover Ficha" (Muovere le Pedine) viene pubblicato il 14 gennaio 2014. Le elezioni europee del maggio 2014 gli permettono una prima vittoria elettorale ed una rapida ascesa. All'origine di Podemos ci sono due gruppi. Dei professori in scienza politiche dell'Università Complutense di Madrid si associano con dei militanti del gruppuscolo "Sinistra anticapitalista". Questi universitari fanno parte della piccola borghesia intellettuale, ma rimangono precari e marginalizzati in seno all'Università. Soprattutto, questi intellettuali sono dei militanti che partecipano ai movimenti sociali. Sono anche passati per dei partiti e dei sindacati, e se ne sono allontanati delusi. L'ondata antiglobalizzazione ed i movimenti studenteschi hanno forgiato la loro socializzazione politica. Però non partecipano attivamente al movimento 15M, bensì lo vivono come ispiratori o come spettatori coinvolti.
Questi universitari condividono alcuni riferimenti politici comuni, come Machiavelli e Gramsci, e perfezionano la loro capacità comunicativa per mezzo de "la Tuerka", un canale televisivo che trasmette attraverso Internet. Imparano a fare un discorso chiaro e sintetico.
L'atro gruppo fondatore di Podemos comprende i militanti di Sinistra anticapitalista, un partito che appare vicino al Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) in Francia. Questi militanti partecipano al movimento del 15M e si associano con gli universitari per creare un nuovo partito, ma sono evidentemente gli intellettuali che monopolizzano tutte le posizioni di potere.

I dirigenti di Podemos fanno riferimento ai governi di sinistra in America Latina, come quelli del Venezuela o della Bolivia. Quel continente ha conosciuto una crisi economica negli anni 1990 e 2000, ed i piani di austerità imposti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale hanno portato alcuni Stati alla rovina. Il contesto sembra quindi simile a quello che è attualmente prevalente in Europa. Soprattutto in alcuni paesi, dei leader della sinistra hanno vinto le elezioni ed hanno dato inizio ad una "rivoluzione bolivariana", con aiuti sociali clientelisti e con la personalizzazione del potere. Ponendosi contro le tesi anti-globalizzazione spacciate da John Holloway, il quale vuole "cambiare il mondo senza prendere il potere", i dirigenti di Podemos insistono sulla presa del potere statale.

In Spagna, la crisi economica appare particolarmente violenta. La bolla immobiliare è esplosa, il settore delle costruzioni è crollato, gli sfratti si moltiplicano e la disoccupazione continua ad aumentare, andando a toccare, in particolare, i giovani laureati. Il movimento del 15M appare come una rivolta contro questa situazione. Le manifestazioni si trasformano nell'occupazione di luoghi pubblici. Gradualmente, in tutti i quartieri si diffondono le assemblee e lo spazio deliberativo si impone sul microcosmo della militanza. "Le assemblee riuniscono in questo modo una grande varietà di individui che non hanno necessariamente una precedente esperienza di mobilitazione, ma che prendono coscienza della loro capacità di azione collettiva attraverso la condivisione dei loro problemi e frustrazioni della vita quotidiana", osserva Héloise Nez. L'orizzontalità ed il consenso devono impedire la concentrazione del potere. Podemos si presenta come la traduzione elettorale di questo movimento sociale.

Podemos

Da movimento sociale a partito politico
Il 15M si oppone alla classe politica ed al sistema democratico. La rappresentazione e la monopolizzazione del potere vengono fortemente attaccate. Tuttavia, Podemos si appoggia a quest'esperienza per creare un partito con un capo carismatico. Ma il movimento del 15M si divide in due correnti: una parte vuole riformare il sistema elettorale e le istituzioni, ma una corrente piuttosto libertaria si appoggia alle lotte sociali, soprattutto quelle contro gli sfratti, alimentando il movimento degli squat e dei centri sociali.
"L'obiettivo è quello di rivendicare il diritto all'alloggio, ma anche quello di forgiare una contro-cultura, iscrivendosi in una tradizione politica autonoma", precisa Héloise Nez.
Al contrario, Podemos insiste sulla necessità del cambiamento istituzionale e riesce ad attirare numerosi militanti e simpatizzanti del 15M. La lotta collettiva e le assemblee accelerano la politicizzazione. Degli anonimi si esprimono davanti ad una considerevole popolazione, degli sconosciuti si incontrano e decidono collettivamente. I problemi non vengono più percepiti come individuali, ma come conseguenze di un sistema politico e sociale. Un'emancipazione individuale e collettivo pone la questione della trasformazione della società nel suo insieme.

Il discorso di Podemos riprende quello del 15M, ma la strategia politica è differente. Il movimento del 15M attacca la delega di potere, mentre Podemos valorizza la struttura partitica con un leader forte. In seguito, il cambiamento non passa più per le lotte sociali, ma attraverso le istituzioni. Ma Podemos si appoggia all'esperienza delle assemblee, si organizzano dei circoli su base territoriale o per settore professionale, in maniera spontanea senza la pianificazione del partito. Di converso, le riunioni sono sempre più regolamentate, il processo decisionale non si basa più sul consenso, ma sul voto; cosa che favorisce acquisizioni e manipolazioni.

A Parla (Madrid), i circoli Podemos appaiono essere più "anziani" e più "maschili" delle assemblee del 15M. Inoltre, i militanti si caratterizzano per mezzo di una significativa diversità sociale. I giovani disoccupati sono presenti, ma si trovano fianco a fianco con delle persone che hanno un impiego qualificato (architetti, informatici, psicologhi). Ci sono persone che militano da tempo, mentre altri si sono impegnati solo a partire dal 15M. Ma alcuni scoprono la politica con Podemos. La maggior parte dei militanti ritiene che le manifestazioni non servano a niente. Per loro, soltanto un passaggio attraverso le istituzioni può permettere un cambiamento politico.
"E poi c'è un numero ancora più piccolo, una minoranza di cui faccio parte, che ritiene che il successo del 15M non consiste nel divenire un partito politico, bensì nel contestare la logica della rappresentanza politica", dichiara Fernando.
Questa minoranza libertaria privilegia le lotte sociali ed i cambiamenti concreti, anziché le elezioni ed i posti di potere.

Un rinnovamento politico relativo
Podemos propone un nuovo discorso, il divario non è più fra la destra e la sinistra, ma fra l'alto ed il basso. Il 99% si oppone all'1% che costituisce le élite. Questa formula appare riduttiva, essa occulta le ineguaglianze, soprattutto quelle che attengono alle classi sociali, ma il rifiuto dell'etichetta di sinistra permette di rispolverare il vecchio militantismo. Per uscire dal microcosmo minoritario, vengono abbandonati il folklore ed i simboli della sinistra. Pablo Iglesias cerca di prendere le distanze dal "tipico militante di sinistra, triste, noioso, amaro".

Podemos vuole arrivare a vincere le elezioni per conquistare tutto il potere. Per questo, rifiuta il linguaggio sinistro e negativo della sconfitta e veicola un messaggio di speranza a partire da un discorso semplice: democrazia, sovranità e diritti sociali vengono martellati come concetti chiave. Ma il programma di Podemos appare simile a quello della socialdemocrazia tradizionale: lo Stato deve regolare l'economia capitalista per mezzo dei diritti sociali. Nondimeno, Podemos vuole ascoltare anche le proposte dei movimenti e delle associazioni, anche se i dirigenti del partito, in cerca di credibilità, si sottomettono alla classica logica del governo. Il programma viene elaborato dagli esperti, e non proviene più dalle discussioni e dalle delibere dei cittadini.

Podemos si basa sulla leadership e sulla personalizzazione politica. Il viso di Pablo Iglesias è stampato anche sulla scheda elettorale. Questo giovane intellettuale dal look banale, che fa discorsi semplici e che ama Games of Thrones incarna il suo partito. Soprattutto, in seguito alle sue frequenti apparizioni televisive, è diventato una figura mediatica. In seguito a questo, Podemos ha perfezionato la sua comunicazione attraverso un significativo utilizzo dei nuovi media.

Podemos è assai simile ad un partito classico, i suoi dirigenti impongono un'organizzazione gerarchizzata per vincere le elezioni, a detrimento di una presenza territoriale che possa permettere di costruire una forza politica a lungo termine. Il consiglio cittadino, una struttura rigida e verticale, si impone sui circoli. La partecipazione dei militanti di base continua ad essere sempre più affossata.
"Si assiste così ad una delega del potere, da parte dei militanti, agli eletti del consiglio cittadino, che corrisponde ad un classico processo di concentrazione di potere in seno ad un'organizzazione politica", analizza Héloise Nez.

Podemos viene spesso presentata come un partito di non-professionisti, che consente a chiunque di fare politica, però i suoi dirigenti insistono su una dimensione elitaria che distribuisce posti di potere secondo le competenze universitarie e militanti. Podemos si rinchiude nel quadro della democrazia rappresentativa, la quale si basa sull'elezione di una classe dirigente.

podemos syriza

Il vicolo cieco Podemos
Héloise Nez propone un'analisi pertinente del fenomeno Podemos. Il suo libro la fa finita col racconto dei dirigenti di partito che rifiutano la minima critica. Soprattutto, Héloise Nez conosce bene la situazione spagnola e spinge la sua ricerca fino alle radici del 15M. Podemos viene ben descritta in quanto emanazione di un movimento sociale.
Tuttavia, la novità di Podemos va ridimensionata. I suoi dirigenti non fanno altro che scaldare la vecchia minestra marxista-leninista, separano il sociale dal politico. La lotta concreta viene confinata nei limiti di una mera contestazione che ha bisogno perciò di uno sbocco politico sotto forma elettorale ed istituzionale. Peggio ancora, i dirigenti di Podemos fanno dell'ironia intorno alle manifestazioni che non servono a niente.
La loro strategia politica è soltanto quella di una socialdemocrazia decomposta e camuffata per mezzo di un marketing digitale. In realtà, Podemos non propone alcuna nuova idea, quel che cambia è soltanto la comunicazione. Si tratta sempre dell'eterno programma della sinistra del capitale che si trascina almeno dagli anni 1980; un semplice ritorno ai gloriosi Trenta senza alcuna reale trasformazione della vita quotidiana. Un'amministrazione dello sfruttamento capitalista al fine di cercare di renderlo un po' più umano. Podemos, come Syriza in Grecia, una volta arrivata al potere, può solo accontentarsi di gestire una politica di austerità. E' il triste destino storico della socialdemocrazia.
Inoltre, Podemos mostra la deriva dei movimenti sociale verso una burocratizzazione. Mentre le assemblee sociali del 15M permettevano a chiunque di prendere la parola e partecipare al processo decisionale, Podemos invece permette la confisca del potere da parte di un pugno di burocrati. Anche senza cravatta, la maschera di Podemos riesce a malapena a camuffare il viso odioso della vecchia classe politica, arrivista e disposta a tutto pur di prendere il potere.

Podemos non è affatto una nuova speranza, ma è diventato il becchino delle lotte sociali. Il ribollire contestatario del 15M rivela alcuni limiti, la lotta sembra essersi ben stabilita nei quartieri e per quanto riguarda il problema della casa, invece la rivolta non investe in alcun modo le imprese, il luogo di lavoro, per attaccare la precarietà e lo sfruttamento. Quel che manca al 15M non è uno sbocco elettorale, ma una generalizzazione della rivolta.
Ma quel che soprattutto rivela il successo di Podemos sono le contraddizioni del 15M, che finiscono per essere le stesse contraddizioni di tutti i movimenti sociali. Una tendenza riformista ritiene che le lotte debbano servire da pungolo per il potere, per riformare le istituzioni e cambiare le leggi. Un'altra corrente ritiene invece che i cambiamenti concreti della vita quotidiana rimangono essenziali, ma la lotta sociale deve diventare di per sé politica. Le assemblee non devono accontentarsi di fare delle proposte al potere, ma devono spazzar via la classe dirigente
Questa divisione politica rimanda ad una divisione di classe: Podemos si divide fra una piccola borghesia intellettuale divorata dall'ambizione e delle classi popolari che devono lottare per sopravvivere.
La piccola borghesia ambisce a rimpiazzare la borghesia alla testa dello Stato, mentre le classi popolari devono difendere i loro interessi nella prospettiva di un'abolizione della società di classe.

fonte: Zones subversives Chroniques critiques

venerdì 24 giugno 2016

Accordi sindacali

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L'accordo fra governo e organizzazioni sindacali per la manifestazione di ieri a Parigi, apre delle interessanti prospettive. Perché non creare un "anello di manifestazioni" in cui abbiano luogo d'ora in avanti tutte le proteste di massa? Lo stadio Charléty, che è già ricco di storia, farebbe perfettamento al loro caso. Un severo filtraggio agli ingressi, così come è avvenuto questo giovedì sui viali che portano alla Bastiglia, faciliterebbe non poco il lavoro di una polizia così tanto stressata. I cancelli alle entrate permetterebbero di contare i manifestanti, mettendo così finalmente fine alle stime fantasiose effettuate sia dalla Prefettura di polizia che dagli organizzatori.
La determinazione del numero dei partecipanti avverrà a partire dal numero dei giri di campo effettuati. I semplici simpatizzanti troveranno posto sulle gradinate. Le telecamere utilizzate per le trasmissioni sportive potranno servire per fornire immagini ai telegiornali.
In questo modo si impedirà ai casseur di agire e non ci sarà più nessuna congestione del traffico.

fonte: Le blog de Floréal

giovedì 23 giugno 2016

Comunità sessuali

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Homo 03. La nascita di una "questione sessuale"
- di G.D. -

Perché l'omosessualità, teorizzata per la prima volta dai suoi difensori, è stata poi rapidamente assunta da dei censori desiderosi di reprimerla o di "guarirla". Perché la modernità capitalista ha separato "la sessualità", e l'ha creata come categoria a parte. Prima si è censurato l'oltraggio alle autorità, alla religione, così come si è fatto con la morale sessuale. Il 19° secolo laicizza i costumi. Ma, facendo del sesso un tabù, la società capitalista in ascesa lo tematizza nella politica pubblica e nel discorso, e promuove "la sessualità" a fenomeno da comprendere e da inquadrare. L'arrivo sulla scena pubblica della "omosessualità" è inseparabile dall'arrivo di una "questione sessuale".

La nascita di una specializzazione
È nel 19° secolo e all'inizio del 20° secolo che appare il termine ed il concetto di sessualità, e che viene consacrato da Freud nel 1905 nei suoi "Tre saggi sulla sessualità". Le realtà cui si riferisce questo termine (ed altre come il sadismo ed il masochismo) esistevano da molto tempo, ma è solo allora che entrano, in quanto oggetto specifico, nella gestione politica e nel discorso pubblico, poiché c'è bisogno di delimitare per mezzo di questo vocabolario una settore delle attività umane che "pone un problema".

Già l'Enciclopedia di Diderot, inventariando e classificando le arti, le scienze ed i mestieri, invitava l'individuo a fare il giro della proprietà, la passeggiata, come diceva Goethe, in "una grande fabbrica". Più di un secolo dopo, il capitalismo ha bisogno di denominare, di specificare tutto per un fine produttivo. È la prima società in cui ciascuno si trova ad essere definito innanzi tutto a partire dal suo posto nel sistema di produzione. Il capitalismo sistematizza delle conoscenze e delle tecniche - alcune di esse millenarie - al servizio della produttività delle imprese e non più semplicemente della ricchezza di un sovrano o di un paese. Parallelamente alla scienza economica, nasce un'economia politica della popolazione, in cui la demografia gioca il ruolo di conoscenza particolare, assistita dalla sociologia e dalla psicologia. Un modo di produzione caratterizzato dalla produttività e dalla normalizzazione, deve definire "il normale". In particolare, con l'assegnare alla donna un ruolo produttivo, nella casa così come nella fabbrica.

È cosa ben nota che i borghesi del 19° secolo hanno messo l'ordine morale, il rispetto della famiglia e le tradizioni di obbedienza, al servizio della disciplina che facevano regnare nelle loro fabbriche. Ma, allo stesso tempo, il lavoro salariato portava al declino della famiglia in quanto cellula economica di base e mandava a lavorare fuori casa il marito, la moglie e i bambini. Con un duplice effetto: nell'artigianato e nel commercio, la famiglia cominciava a non essere più l'unità economica di base, e nella borghesia la proprietà familiare cedeva terreno alla Società per Azioni.

«Il legame interno della famiglia, i diversi elementi relativi all'idea di famiglia, per esempio l'obbedienza, la pietà, la fedeltà coniugale, ecc., tutto questo è stato dissolto; ma il corpo reale della famiglia, le condizioni finanziarie, l'atteggiamento esclusivo riguardo le altre famiglie, la coabitazione forzata, le condizioni dovute al fatto stesso dell'esistenza di bambini, all'architettura delle città moderne, alla formazione del capitale, ecc., continueranno a sussistere, benché alterate sotto molti aspetti; gli è che l'esistenza della famiglia è resa necessaria dai suoi legami con il modo di produzione, che sfugge alla volontà della società borghese. (...) La famiglia continua ad esistere, anche nel 19° secolo, solo che questo processo di decomposizione è diventato più generale (...)» (Marx, L'deologia tedesca, 1846).

Anche prima del 1846, i contemporanei avevano constatato questa dissoluzione dei legami tradizionali, per deplorarla, o per rallegrarsene, considerando l'avvento di un "universalismo" celebrato da Hegel: parafrasando Saint Paul, annuncia una società in cui l'uomo "non vale in quanto è greco, romano, indiano, ebreo, in quanto nato buono o cattivo; ma egli ha al contrario un valore infinito in sé, in quanto uomo". Potenzialmente, la società salariale libera l'individuo dai legami di sangue, di origine, di natura, di suolo... e del sesso.

Il modo di produzione capitalista si dimostra in effetti come il solo sistema che ha dei problemi con gli "uomini" in quanto sesso dominante; trattando gli esseri umani prinicpalmente in quanto fattori di produzione, approfitta dell'ineguaglianza dei sessi ma promuove anche la fluidità degli individui - donna o uomo, cattolico o protestante, credente o ateo, etero o omo - sul mercato del lavoro. Una contraddizione alla quale si adegua, ma cui deve adattarsi, cosa che fa in modi diversi secondo il luogo ed il momento.

Perché i sessuologhi?
K.-H. Ulrichs faceva notare che la maggior parte di coloro che si opponevano alle sue teorie erano dei psichiatri, medici della follia, che avevano avuto a che fare con gli Uranidi solo nei manicomi, quindi avevano incontrato necessariamente soltanto dei "malati" [*1].

La parola sessualità fa data dal 19° secolo. Gli etimologisti discutono per decidere se la lontana origine del termine sesso si riferisce a ciò che separa o a ciò che accompagna. Non decideremo al loro posto. Constatiamo soltanto l'ambiguità prevalente, come se il linguaggio si fosse rassegnato ad opporre due facce della stessa realtà. Ogni definizione deve separare un significato dal significato simile, l'arte di classificare consiste quindi nel collegare ciò che è disunito, compito ancora più arduo quando si tratta del sesso. La medicina si impegna quindi a collegare azioni, comportamenti e dati biologici in cento modi differenti secondo il criterio scelto, moltiplicando in tal modo tipologie e neologismi. Il ritaglio esige un re-incollaggio. Richard von Krafft-Ebing, un best-seller, ha reso popolari una serie di parole, tra cui "pedofilia". Le autorità riconosciute saranno quelle i cui neologismi verranno trasmessi dall'ambito accademico al pubblico istruito, prima di essere adottato dal linguaggio corrente per passare ai posteri.

La sfida epocale, è quella di separare ciò che è innato da quello che viene acquisito: gli amori mascolini si spiegherebbero a partire da una degenerazione congenita, o per una mancanza morale, un difetto psicolgico, o per una causa sociologica? Qualunque sia l'opzione scelta, la scienza dell'epoca è quasi unanime nel vederla come una deviazione rispetto all'attrazione "naturale" fra i due sessi, un'inversione, da cui la longevità del termine 'invertito'. La patologia dell'omosessuale sarebbe quella di soffrire di una contraddizione fra la sua autonomia ed il suo desiderio.
Nel dibattito hanno corso giochi di potere. A seconda che si insista (come fa Zola nei suoi romanzi) sull'ereditarietà, o al contrario sull'educazione (e la rieducazione), si conferisce priorità all'azione del medico o a quella del poliziotto. Infatti, psichiatria e giustizia collaborano, il medico opera in qualità di esperto presso il tribunale.
In questo dispositivo, nel suo voler rendere conto solo a sé stessa, la psicoanalisi ha un ruolo eminente.

Se da più di un secolo Freud occupa così tanto posto nelle menti, ciò è dovuto non tanto a dei meriti intrinsechi ai suoi concetti (il complesso d'Edipo, in particolare), quanto alla sua capacità di sistematizzare uno stato di crisi, riassunto in un testo del 1908 dal titolo eloquente: La morale sessuale "civile" e la malattia nervosa dei tempi moderni. Fino ad allora i moralisti invocavano dei principi supposti come indiscutibili. La novità freudiana, è quella di fare come se l'individuo, anziché obbedire ad una morale che si pretende eterna, sia in grado (aiutato dalla psichiatria, ovviamente) di cercare la propria strada. Da modello, la famiglia passa ad essere ormai il nodo di contraddizioni da sciogliere. Da momento idealizzato di apprendimento, l'infanzia diviene patogena. Prima, dovevo rispettare la tradizione. Ora, devo fare ciò che mi consenta di inserirmi meglio che posso nella società. La morale sessuale si secolarizza: di passa dalla Legge alla legge.

È il momento in cui il regno del padre ha cominciato ad essere messo in discussione ed è diventato oggetto della teoria. La figura paterna centrale non va più da sé, ed il modello familiare "borghese" è arrivato ad essere percepito più come problema che come soluzione. L'edificio freudiano, appreso e volgarizzato, ha offerto allo "Occidente" un modo di pensare la sua crisi familiare ed la trasformazione del rapporto fra i sessi. Come diceva Karl Kraus, la psicoanalisi è la malattia mentale di cui crede di essere la terapia.

Freud vede nell'omosessualità l'effetto di uno sviluppo interrotto: ciascuno si costruisce per tappe, purtroppo l'omosessuale si è fermato per strada. Se Freud ritiene impossibile poter "guarire" un omosessuale, è perché lui (assai più della maggior parte dei suoi colleghi, dei suoi allievi e dei suoi successori) prende sul serio la fondamentale bisessualità dell'essere umano. In fondo, per Freud, l'omosessualità non è né più né meno ambigua dell'eterosessualità, dal momento che secondo lui tutt'al più la medicina addolcisce una vita affettiva e sessuale che è inevitabilmente fonte di problemi e di sofferenze.

Questo implica che vengano catalogati i disturbi. "Per cortesia, un po' d'ordine in queste orge; ne occorre anche nel delirio e nell'infamia.", scriveva Sade. Col medesimo sistematismo e con molto meno immaginazione, gli psichiatri non vogliono smettere di ordinare il disordine, classificando le perversioni come se fossero varietà di specie biologiche. Qualche volta con comprensione e tolleranza: Krafft-Ebing e Freud non sono gli unici medici contrari alla criminalizzazione dell'omosessualità. Ma dal momento che il loro obiettivo rimane quello di gestire ciò che supera il limite, psicologi e medici divengono degli specialisti della pacificazione della morale. Basandosi la società capitalista più sulla norma che sul divieto, bisogna riconoscere i problemi per governarli. In seguito, verso la fine del 20° secolo, il capitalismo approfondirà il suo dominio, la normalizzazione della morale non richiederà più una norma unica.

Discorso e rapporti di classe
Prima di gerarchizzare la morale, e per poterla gerarchizzare, si è dovuto sottomettere il lavoro, insegnando al proletario la disciplina di fabbrica e gli obblighi temporali. Si supponeva così di organizzare la popolazione lavoratrice, facendosi carico dell'ambiente, dell'urbanistica, della salute, della maternità e dell'istruzione. Le misure di salute pubblica vanno di pari passo con il collocamento e con l'inquadramento dell'immigrazione. Misurare e quantificare per controllare tutto. Fino all'assurdo, come l'ossessione del 19° secolo per la masturbazione, che veniva equiparata ad uno spreco dell'energia che bisognava riservare alla riproduzione della specie.

Ad esempio, mentre la prostituzione aveva potuto essere un commercio da organizzare (bordelli municipali nel Medioevo) oppure una professione da reprimere (reclusione e deportazione nel 17° secolo),è ora il soggetto di una politica sanitaria, con una regolamentazione, un controllo medico, e la trasformazione dei bordelli in case chiuse o di tolleranza.
Tuttavia, nel 19° secolo la parte di spesa sociale nel bilancio dello Stato è minimo, e tale rimane fino al 1914. L'evoluzione, assai lenta, avviene sotto la pressione delle lotte dei proletari, del movimento operaio e di imperativi economici, politici e militari. L'amministrazione della popolazione è determinata da relazioni sociali che sono in primo luogo rapporti di classe.

È precisamente questo ciò che Foucault non può comprendere, in quanto definisce il capitalismo come l'istituzione di tecniche di potere "disciplinare" e "bio-politica", di cui il rapporto capitale-lavoro sarebbe solo un effetto. Dall'abbondanza di testi destinati alle donne degli strati superiori, egli conclude che regolare la sessualità dei borghesi fosse prioritario rispetto all'organizzazione della riproduzione dei proletari. Come se la società borghese avesse come fondamento i suoi discorsi su sé stessa. Foucault rovescia la causalità. Il fatto determinante, è la sottomissione dei proletari - donne ed uomini - al loro ruolo di proletari, e ne deriva l'assegnazione dei borghesia del loro ruolo di borghesi.

In sostanza, per Foucault, la società capitalista non produce innanzi tutto del valore accumulato per mezzo del lavoro, ma del controllo e dell'assoggettamento. Ciò che lui privilegia, sono le istituzioni che codificano e riproducano le forme di potere, e spiega la storia a partire dal passaggio da un tipo di potere ad un altro. Ben lungi da venire approfondita ed arricchita, la critica dell'economia politica si vede qui rimpiazzata da una tecnologia del dominio, da una tecnologia allo stesso tempo politica, sociale, ideologica ed affettiva, in cui il rapporto lavoro salariato/capitale non è altro che una forma di potere fra le altre.

Produzione di un'identità
La storia e l'etnologia ci insegnano la ricchezza e la varietà dei rapporti sessuali fra gli uomini: che si tratti di pederastia (nel senso esatto del termine) nell'antichità, dalla fellatio iniziatrice fra adulti ed adolescenti maschi nella Nuova Guinea, o dalle abitudini di vita comune fra giovani uomini ed uomini adulti, abitudini che il nostro 21° secolo sarebbe tentato di definire omoerotiche. In queste diverse manifestazioni, non si tratta affatto di "pratica sessuale": ma solamente di riti di iniziazione necessari a raggiungere lo stadio di una mascolinità "eterosessuale", cioè a dire un un ruolo pienamente maschile: formare dei guerrieri e dei padri. Laddove noi vediamo della bisessualità (e/o della pedofilia) nei rapporti sessuali fra un "Erastès" adulto ed il giovane "Eromenos", l'antica Grecia vedeva un ingresso nella "vera" o completa mascolinità adulta. Dopo questa fase, una simile attività sessuale era proibita o condannata, e la "passività" sessuale in un adulto era malvista. Non era affatto questione di scelta, dell'incontro di due desideri che potevano avere la particolarità per cui l'uomo preferiva un altro uomo ad una donna.

Perché ci fosse omosessualità, si è reso necessario che la sessualità fosse trattata e pensata come una pratica, come un oggetto sociale specifico, distinto dalla vita della famiglia. Naturalmente, è in seno alla famiglia che hanno luogo un gran numero di pratiche sessuali, ma la sessualità non coincide con la vita della famiglia e con quello che ivi avviene (patriarcato, procreazione, cura dei bambini, educazione, trasmissione del patrimonio...). La novità è apparsa nel 19° secolo, è un processo sociale (accompagnato da opinioni e teorie diverse) dell'atto sessuale visto come specifico. Un secolo dopo, con la pillola, la separazione della sessualità dalla riproduzione (quindi dalla famiglia) è andato ancora più lontano, ma il processo era cominciato cento o centocinquant'anni prima.

Facendo della sessualità un'area specifica, la società capitalista stabiliva un parallelo: omosessualità ed eterosessualità venivano inventate l'un l'altra in una polarizzazione reciproca. Fra le due, non c'è parità, è evidente: la normatività sta dalla parte dell'eterosessualità, in quanto essa sola garantisce l'ordine sessuale necessario alla riproduzione sociale, ed il diritto così come la morale condannano l'omosessualità. Bisognerà attendere la fine del 20° secolo, ed un modo di produzione che domini tutto l'insieme dei rapporti sociali, perché la società si adegui a forme familiari flessibili e all'omosessualità.

Nel frattempo, quest'identità repressa ha spesso dato origine ad una sorta di "comunità" particolare, con una cultura marginale, generalmente sotterranea, frequentemente repressa, ma talvolta anche capace di affiorare alla superficie o ai margini della "buona" società.
Alla fine del 19° secolo, è diventato possibile arrivare a "concepirsi come definito dall'attrazione verso le persone dello stesso sesso (...) e più tardi a costruire una comunità su tale base" (Neil Miller)

(questo sarà il soggetto del capitolo seguente - continua...)

- G.D. -  pubblicato su DDT21 Douter de tout…


NOTE:

[*1] - Su Ulrich, difensore dell'omosessualità ed uno dei suoi primi teorici, vedi     http://francosenia.blogspot.it/2016/04/le-cose-e-le-parole.html

fonte:  DDT21 Douter de tout…