venerdì 5 febbraio 2016

Al mercato della seduzione

incontri

Siti di incontri e miseria sessuale
- di Zones subversives -

I siti di incontri non sono più riservati ai perdenti incapaci di sedurre nel mondo reale. Con l'emergere del social networking, il rimorchio on-line diventa addirittura un fenomeno chic e alla moda. La scrittrice Stéphane Rose - nel suo "Libro nero dei siti di incontri" - si impegna a decostruire il mito di una liberazione amorosa e sessuale attraverso Internet. Il libro viene edito da "La Musardine", un casa editrice che pubblica testi erotici, il cui catalogo coltiva l'idea secondo la quale la società sarebbe più sessualmente libera con donne che si masturbano senza vergogna ed individui in grado di sperimentare godimento erotico e ludico. Questa volta, però, è la miseria sessuale il soggetto del libro.

Deserto esistenziale e miseria sessuale
Stéphane Rose osserva i notevoli sviluppi che ci sono stata in pochi anni nei siti di incontri, il cui numero di utenti, allo stesso modo in cui è successo per Facebook ed i social network, ha continuato a crescere. Nella realtà, solamente l'1% delle coppie si formano attraverso Internet.
L'incontro virtuale non è molto "democratico". Da una parte, i siti rimangono a pagamento. Dall'altra, le regole della seduzione sono simili, ed altrettanto esigenti di quelle che si applicano nella "vita vera".
"Sono molte le persone che non trovano un partner, malgrado le ore e gli euro spesi sulla rete; lo si vede chiaramente nell'amarezza e nell'aggressività che traspare dai loro piccoli annunci e dai discorsi che fanno quando si discute con loro", osserva Stéphen Rose.
Inoltre, quelli che incontrano una persona rimangono abbonati al sito. Tali siti introducono un rapporto additivo, compulsivo e consumistico con l'incontro digitale. I siti di incontri permettono di dare forma e di illustrare l'amore moderno.
Secondo Stéphane Rose, "gli incontri virtuali supportano ed accelerano alcune inquietanti mutazioni nella coppia contemporanea (infedeltà, paranoia, controllo poliziesco, dipendenza dal sesso, libertà individuale anteposta all'interesse di coppia)".

La riflessione sui siti di incontri rimanda ad un'esperienza umana e chiarisce le difficoltà dell'amore moderno. "I siti di incontri ci parlano di amore e di sesso, vale a dire di libido, di narcisismo e di nevrosi, in breve di cose assai intime e profondamente umane", sottolinea Stéphane Rose. L'autrice perciò si basa sulla sua esperienza personale e su numerose testimonianze.

Malgrado il loro marketing appariscente, i siti di incontri non permettono sempre di trovare l'amore. Numerose persone disperate e che non hanno dimestichezza con le regole della seduzione pensano di poter trovare la soluzione nel mondo digitale. "Troviamo, alla rinfusa ed in entrambi i sessi, persone brutte, grasse, scialbe, degli analfabeti, dei cretini, dei cattivi, delle persone senza immaginazione, senza senso dell'umorismo, senza uno spazio interiore, a volte tutto questo insieme", descrive Stéphan Rose. Gli incontri nei social network  non sono per niente più facili. Il mercato della seduzione appare altrettanto codificato e non egualitario. Solo i prodotti buoni, belli ed efficienti, riescono a trovare uno sbocco amoroso. "Quando uno non seduce nel reale, non seduce nemmeno nel virtuale", precisa Stéphane Rose.

Mercato dell'amore e seduzione
In un società capitalista, l'amore rimane non egualitario. Gli incontri rimangono endogami e ciascuno continua ad essere assegnato al proprio ambito sociale. Su Internet, le possibilità d'incontro non sono affatto aperte. "Dietro l'utopia amorosa che i siti di incontri cercano di venderci si cela un'interessante metafora del sistema capitalista che favorisce un pugno di privilegiati (i meglio quotati sul mercato della seduzione) che si incontrano facilmente e rapidamente, mentre gli altri, meno quotati, consumano tempo ed energia per degli incontri aleatori e fastidiosi", riassume Stéphane Rose. Ed i più esclusi non riescono nemmeno a pagarsi un abbonamento che costa 30 euro al mese.
Le testimoniane raccolte rivelano la disperazione e la misura reale della miseria affettiva e sessuale che c'è nei siti di incontri. Il mondo dell'amore digitale riflette allo stesso tempo tutta la mediocrità umana.

Si può osservare anche un'inuguaglianza fra uomini e donne. La donna graziosa può incontrare, senza pagare, numerosi uomini e verrà assillata con sollecitazioni. Sui siti di incontri, così come nel mondo reale, l'uomo propone e la donna dispone. "Esattamente, ho constatato uno schema globale della domanda maschile sottomessa all'offerta femminile", spiega Stéphane Rose. La creazione di un profilo femminile scatena molta passione, contrariamente al profilo maschile. Stéphan Rose non esita a commentare "tutte queste persone non belle, non intelligenti, non divertenti che ci piace tanto deridere o detestare, secondo l'umore nel quale ci troviamo, tutte queste persone di cui cancelliamo i messaggi, in una frazione di secondo, senza averli letti, per privilegiare la mail del bel-tipo-sexy-ed-un-po'-filosofo oppure quella della ragazza che è una bomba e fa la modella". L'amore si riduce ad un mercato esigente.

Oltre all'inuguaglianza fra uomini e donne, fatta propria dal sito Adopteunmec, gli incontri virtuali riflettono anche le inuguaglianze sociali. IL sito "Attractive World" è riservato in special modo a giovani quadri bianchi e dinamici. Anche se un tale sito riflette la medesima mediocrità umana dei suoi concorrenti. Ma il cliente deve riempire un modulo, con i propri gusti ed hobby, per poi essere selezionato dagli utenti del sito. Meetic risponde creando un nuovo sito: Meetic VIP, "nuovo spazio di incontri, privato ed esclusivo, dedicato ai single esigenti e moderni", come recita la pubblicità del sito. Il Meetic standard rimane quindi riservato ai pacchiani poco esigenti. I siti di incontri adottano un discorso doppio. Da un lato l'amore è accessibile a tutto e, dall'altro, degli spazi elitari escludono coloro che non sono conformi al modello del quadro medio. Soprattutto su Attractive World, il criterio del requisito rimane finanziario. Il fascino, l'umorismo, la cultura, la sensibilità non rientrano fra i requisiti se non si hanno importanti risorse finanziarie. "Esigente, qui, sembra voler dire ricco, bello, ben vestito e snello... Morte ai deboli..." riassume una corrispondente dell'autrice. Ciascun profilo si conforma alla norma insipida e senza personalità dell'esistenza moderna. La stessa Stéphan Rose si domanda: "dov'è andata a finire la pazza eccentrica, la pi-nup impertinente, la modaiola rock' n'roll, la letterata libertaria, la femminista pro-sesso, in poche parole tutte le ragazze che amo?".

Conformismo sociale e amore standardizzato
Di fronte all'esclusione amorosa e alla miseria sessuale, la menzogna diventa l'unica risorsa. Gli utenti dei siti di incontri non esitano a mentire sulla loro età, producendo delle fotografie ritoccate con photoshop. Possono mentire anche sul loro peso e perfino sul colore della loro pelle. Anche la professione è oggetto di dissimulazione.
Alcuni utenti possono mentire sulla loro situazione familiare. Individui che vivono in coppia non esitano a presentarsi su Internet come single.
Ci sono anche persone che si iscrivono per rassicurarsi circa il loro potenziale di seduzione, ma senza prendere in considerazione la pur minima relazione amorosa o sessuale. In un approccio narcisista, gli utenti cercano di rassicurarsi sulla loro capacità di piacere e di suscitare ancora desiderio. Le loro differenti bugie richiedono una considerevole perdita di tempo.
A queste persone che non hanno valore sul mercato della seduzione, i siti di incontri riservano la stessa miseria affettiva e sessuale.

Tali siti sono concepiti come dei vasti supermercati con consumatori che cercano dei prodotti umani secondo dei precisi criteri. Il sito Sugar Daddy incarna un simile cinismo di mercato. "Siete un uomo a proprio agio nella vita? Siete impegnati con qualcuno e amate le giovani donne attraenti ed ambiziose? Siete una giovane donna che vuole farsi viziare? Cercate un partner maturo ed elegante che vi vizii?", così si presenta la home page di Sugar Daddy.

Gli altri siti di incontri non si limitano ad un unico criterio. Ma gli utenti ricercano altre persone come se fossero dei prodotti confezionati che siano conformi a più criteri. Questa concezione dell'incontro sopprime ogni forma di sorpresa, di spontaneità e di apertura all'imprevisto. Sui siti, gli individui diventano intercambiabili. "Risultato: si incontra allo stesso modo in cui si consuma. Tutto dev'essere facile, immediato, confortevole", sintetizza Stéphane Rose. La soddisfazione del cliente prevale sull'incognita dell'incontro. Ci saranno individui che non verranno selezionati, in quanto non corrispondono a dei criteri precisi ed ai capricci dei consumatori. Tutta la dimensione umana ed emozionale dell'incontro amoroso, con i suoi dubbi e le sue incertezze, viene eliminata. Lo zapping prevale sulla costruzione di vere e proprie relazioni umane. L'incontro diventa programmato, pianificato, calibrato, razionalizzato. "Quanto al cliente, egli preferisce affidare il suo futuro colpo di fulmine ad una banda di startupper opportunisti che indossano occhiali Wayfarer piuttosto che alla magia del caso e all'alchimia amorosa", ironizza Stéphan Rose.
I clienti cercano amanti e principi azzurri su misura. "Si mettono insieme le coppie come si fa con una pizza: privilegiando un TAL ingrediente e bandendone un tal altro", osserva Stéphan Rose. Età, colore dei capelli, professione, reddito, musica: tutti i criteri vengono spulciati. I gusti e le opinioni vengono passati al setaccio. Il cliente cerca una persona che gi assomigli piuttosto che aprirsi verso nuovi orizzonti.

Narcisismo e comunitarismo
Ci sono dei siti di incontri che propongono anche la ricerca per "affinità". Vengono inviati dei questionari. Dare le giuste risposte, sempre ovvie, permette di favorire l'incontro. I criteri si moltiplicano, ma diventano sempre più valutati e quantificati.
I siti comunitari rafforzano questa tendenza. Ci sono siti di incontri che si limitano ad una religione, un colore di pelle, una corrente politica ed altri criteri precisi legati al tempo libero e al consumo. Esistono perfino dei siti di incontri del tutto improbabili come Amor Bio o Gay Droite.
Sul sito Points Communs, ciascuno enumera i propri gusti in materia di cinema, di letteratura, di musica... Questa selezione di gusti limita l'incontro all'ambito sociale della piccola borghesia intellettuale.

Giulio Minghini, nel suo libro "Fake", descrive il conformismo degli intellettuali di sinistra con la loro sovversione su misura e la loro ribellione alla moda. Gli individui si conformano al proprio piccolo ambito standardizzato ed uniformato. Gli utenti dei siti di incontri cercano delle copie di sé stessi. "Ubriachi dei loro valori e dei loro gusti branditi come degli stendardi, arrivano a dimenticare che tuttavia il concetto di alterità è inerente a quello di incontro", riassume Stéphan Rose.
I siti di incontri ospitano anche tutte le nevrosi e le insoddisfazioni amorose. Questo mondo virtuale viene utilizzato per riempire un vuoto affettivo e la vacuità di un'esistenza. Basta registrarsi su Internet per far fronte ad un periodo di depressione e di fallimenti amorosi. Ma i siti di incontri non possono rispondere a tutte le sofferenze. "Al contrario, cristallizzano le nostre nevrosi, allargano le nostre lacune, decuplicano le nostre deformazioni narcisistiche", constata Stéphan Rose.
L'alienazione digitale favorisce una dipendenza da Internet. Anche se i siti di incontri non hanno loro permesso di risolvere la miseria affettiva e sessuale, alcuni utenti rimangono iscritti e spesso connessi.

Liberazione amorosa e sessuale
I siti di incontri alimentano il cinismo annoiato, ma anche le fantasticherie. Ci si scambiano delle lettere appassionate per molti mesi per poi scoprire, nel corso dell'incontro reale, che non si è creata alcuna alchimia. Tutte le speranze e le fantasie elaborate spariscono brutalmente. "I siti di incontri ci fanno credere al principe azzurro prima di riportarci subdolamente alla realtà delle nostre comuni miserie affettive", spiega Stéphan Rose.

Di contro, è più difficile seguire l'autrice quando si mostra pudica e denuncia una presunta "dipendenza dal sesso". Se la miseria affettiva rimane un problema, il piacere sessuale non può essere considerato come una terribile malattia. Stéphan Rose mostra un volto conservatore, timido e imbarazzato, quando evoca le derive nefaste del piacere. Ma questo fenomeno, ampiamente pubblicizzato, rimane purtroppo marginale.

Invece, Internet favorisce la tendenza al controllo poliziesco, già presente nella coppia. Gli individui si sorvegliano a vicenda. Ma l'iscrizione su un sito può permettere di moltiplicare gli incontri. La possessività, la gelosia, l'aspetto predatorio vengono acutizzati. I siti di incontri sono quindi ben lontani dal favorire una liberazione amorosa.

I siti di incontri rivelano soprattutto la distruzione delle relazioni umane ed amorose, ma anche l'estensione della miseria affettiva e sessuale. IL sito "Homme Pansement", creato per le donne depresse, illustra tale fenomeno.
Il libro di Stéphane Rose, al di là dei siti di incontri, mostra l'importanza della miseria affettiva e sessuale. La società moderna si caratterizza per l'atomizzazione e per la separazione. Questa disintegrazione delle relazioni umane distrugge ogni forma di incontro spontaneo.
Soprattutto, la logica della merce sembra colonizzare ogni aspetto della vita quotidiana. L'amore non sfugge alla norma capitalista. La seduzione diventa un vasto mercato per produrre un'uniformizzazione ed una standardizzazione dei sentimenti e degli affetti. Per sedurre, ormai bisogna conformarsi al modello del quadro bianco dai gusti insipidi ed alla vita di routine.

Ma i movimenti rivoluzionari hanno smesso di interessarsi a tali questioni. Pertanto il capitalismo non si limita alla sfera della produzione ma ingloba anche gli affetti ed il desiderio. Solamente un movimento di rottura con il capitalismo può permettere di uscire da questa fredda razionalità di mercato. Ma appare ugualmente indispensabile affidarsi ad un'insurrezione dei desideri per costruire una rivoluzione erotica ed orgasmica.

- Pubblicato su Zones Subversives l'8 luglio 2013 -

fonte: Zones subversives

giovedì 4 febbraio 2016

La “saggezza” della banca centrale

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Dallo ZIRP al NIRP:
l'ultimo lancio di dadi
- di Michael Roberts -

Il recente annuncio della Banca del Giappone (BoJ), che introdurrà un tasso di interesse negativo (NIRP) per le banche commerciali in possesso di riserve di contanti, è l'ammissione finale che la politica monetaria supportata dagli economisti ufficiali ed implementata a livello globale dalle banche centrali ha fallito.

Le principali armi di politica economica, usate a partire dal crac finanziario globale e della conseguente Grande Recessione al fine di evitare un'altra Grande Depressione come quella del 1930, erano state prima il tasso di interesse a zero (ZIRP), poi le 'non-convenzionali' misure monetarie del 'quantitative easing (QE)' (che incrementava la quantità di denaro con cui vengono rifornite le banche), che un anno fa o giù di lì avevano fissato al 2% l'obiettivo dell'inflazione. Si supponeva che lo ZIRP e una fornitura di denaro virtualmente illimitata (QE) avrebbero rilanciato l'economia globale, in modo che eventualmente il capitalismo e le forze del mercato avrebbero prevalso e avrebbero portato ad una 'normale' e duratura crescita economica e ad una più piena occupazione.

Ma QE e ZIRP hanno fallito nel raggiungimento del loro obiettivi di inflazione (e crescita). Al contrario, le principali economie sono vicine alla deflazione, con un crollo dei prezzi delle materie prime e dell'energia insieme ai prezzi dei beni nei negozi e sulla vetrina di Internet. La deflazione ha il suo lato buono ed il suo lato cattivo. Sicuramente, abbassa il costo di molte cose ma fa anche crescere l'onere reale del ripagamento del debito per coloro che ne hanno fatto uso. E se i prezzi sono continuamente in calo, si genera una mancanza di volontà a spendere o ad investire, nella speranza che sia più conveniente aspettare. La deflazione è un sintomo di un'economia debole, ma è anche una delle cause che la rendono ancora più debole. La deflazione può diventare un avvitamento deflazionistico del debito.

Così ora abbiamo il NIRP. E' cominciato con la Svizzera, poi gli svedesi e più recentemente la Banca Centrale Europea, ed ora la Banca del Giappone. Adesso circa un quarto di tutti i tassi di interesse si trovano sotto lo zero! E abbiamo solo appena cominciato ad usare quest'ultimo strumento monetario. Il governatore del BoJ, Haruhiko Kuroda, ha annunciato che "non c'è alcun limite" all'alleggerimento monetario e che avrebbero inventato nuovi strumenti piuttosto che rinunciare all'obiettivo dell'inflazione al 2%. "Andando avanti, se lo giudicheremo necessario, sarà possibile tagliare il tasso di interesse ulteriormente rispetto all'attuale livello di -0,1%", ha detto Kuroda. "Il vincolo a zero del limite inferiore più basso su un tasso di interesse nominale, che si credeva fosse impossibile da ottenere, è stato quasi superato dalla saggezza e dalle pratiche delle banche centrali, inclusa quella del Giappone... Non c'è alcuna esagerazione nel dire che [il nostro] è il più potente quadro di politica monetaria nella storia moderna della banca centrale", ha detto.

La 'saggezza' della banca centrale - ma davvero? 'La più potente'? Il NIRP fallirà nello stesso modo in cui hanno fallito lo ZIRP ed il QE. Prendiamo la Svezia. Lì, la Riksbank, la banca centrale, ha applicato con zelo per qualche tempo il NIRP. Qual è stato il risultato? Non è tornata alcuna inflazione nei prezzi dei beni e dei servizi. Invece, il credito a buon mercato e le sanzioni per le riserve di denaro (tassi negativi) hanno spinto le banche a contribuire alla speculazione immobiliare e borsistica, e non agli investimenti produttivi. Il credito non-finanziario svedese ora si trova al 281% del PIL, con una crescita del 25% sul picco raggiunto prima della crisi e del 212% rispetto a dieci anni fa. I prezzi delle case sono cresciuti di un quarto a livello nazionale, e del 40% a Stoccolma, nel corso degli ultimi tre anni, facendo crescere fino all'estremo il tasso di guadagno (i prezzi delle case costituiscono l'11,7% di guadagni in capitale).

Lungi dal curare la deflazione e ripristinare la crescita, il NIRP riuscirà soltanto ad aggravare il peso del debito che le maggiori economie hanno costruito, a partire dal 2009, in un disperato tentativo di evitare una 'Grande Depressione'. Per salvare le banche ed evitare un severo collasso nei redditi e nell'occupazione, i governi hanno preso dei prestiti enormi. Il debito sovrano, come viene chiamato, ha raggiunto i livelli record del post-1945. Ma anche il settore privato, in particolare il settore delle imprese, ha aumentato a sua volta il proprio debito. Il denaro a buon mercato della banca centrale ha fluito verso il cosiddetto mercato emergente delle economie del miracolo dell'Asia e dell'America Latina. Ma ora queste economie si trovano in recessione, ed hanno lasciato un onere di debito che dev'essere onorato, soprattutto in apprezzati dollari.

E mentre la Cina e le economie emergenti rallentano o entrano in crisi, la domanda di esportazione dall'Europa, Giappone e Nord America è scivolata via. Prendiamo la locomotiva europea, la Germania. Mentre le esportazioni cinesi rappresentano solamente il 6% delle vendite totali all'estero da parte della Germania, e raggiungono in tutta l'Asia il 10%. Questo potrebbe anche sembrare poca cosa, ma potenzialmente rappresenta un elevato trascinamento del PIL, laddove il commercio in rete contribuisce in media con lo 0,6% rispetto all'1,5% di crescita registrata nel corso degli ultimi sei anni.

Una storia simile in Giappone. La politica dello ZIRP della BoJ, del QE, ed ora del NIRP è riuscita ad indebolire lo yen rispetto al dollaro. Ma ha fallito nell'incrementare l'esportazione in quanto la maggior parte delle altre valute asiatiche si è svalutata troppo ed ora lo yuan cinese si trova sotto pressione. Nonostante una svalutazione del 55% dello yen rispetto al dollaro in soli tre anni di politica della BoJ, c'è stato un incremento del volume delle esportazioni pari a zero.

Ciononostante, lo strumento economico dominante ufficiale dei principali governi è ancora la politica monetaria, ed ha la sua ultima difesa nel NIRP. L'economia USA sta ancora arrancando a circa il 2% di tasso di crescita reale, meglio della maggior parte dei paesi, e il tasso ufficiale di disoccupazione e sceso. Il capo della FED, Janet Yellen, sostiene di essere sicura che la crescita sostenibile del PIL reale è già arrivata. Eppure, tutti i recenti dati economici esprimono seri dubbi rispetto alla predizione ed all'obiettivo della FED di alzare i tassi di interesse nel 2016. Così si parla addirittura del fatto che la Federal Reserve americana potrebbe adottare il NIRP se le cose negli Stati Uniti dovessero andare 'a forma di pera ' [N.d.Traduttore: espressione slang inglese che indica che le cose sono andate orribilmente male rispetto a quello che erano i piani (si pensa derivi da un modo di dire dei piloti della RAF a proposito dei giri acrobatici che quando non venivano eseguiti perfettamente erano definiti, appunto, 'a forma di pera')].

Nel suo annuale stress test delle banche americane per il 2016, la Fed ha detto che valuterà la resilienza delle grandi banche rispetto ad un numero di situazioni possibili, ivi inclusa quella in cui il tasso trimestrale del Tesoro americano rimane sotto lo zero per un periodo prolungato. "Lo scenario fortemente negativo è caratterizzato da una forte recessione globale, accompagnata da un periodo di accresciuta tensione finanziaria ed aziendale e da rendimenti negativi a breve termine dei titoli di stato del Tesoro degli Stati Uniti", ha detto la banca centrale, la scorsa settimana, nell'annunciare lo stress test. Il presidente della Fed di New York, William Dudley, ha detto lo scorso mese che i responsabili politici "non hanno affatto pensato a tutte le serie conseguenze che ci saranno col rendere negativi i tassi di interesse. Ma suppongo che se l'economia dovesse inaspettatamente indebolirsi drammaticamente, e noi decidiamo di aver bisogno di usare una gamma completa di strumenti di politica monetaria per fornire stimoli, questo sia qualcosa che dovremmo prendere in esame come azione potenziale."

Il vice presidente della Fed, Stanley Fischer, ha detto che le banche centrali straniere che hanno fatto ricorso a tassi negativi di interesse per stimolare le loro economie hanno avuto più successo di quanto egli avesse previsto. "Funziona meglio di quanto avevo detto che mi sarei aspettato, nel 2012", ha detto al Council on Foreign Relations a New York. "Tutti guardano a come funziona", ha aggiunto. Funziona bene? Davvero? E la Svezia?

Il keynesiano radicale, Richard Koo ha riassunto l'opzione del NIRP definendola come "un atto di disperazione nato dall'aver perso le speranze in seguito all'incapacità del quantitative easing e dell'inflazione programmata a produrre i risultati desiderati... il fallimento dell'alleggerimento monetario simboleggia la crisi nella macroeconomia".

Come ho mostrato in un post precedente, durante la Grande Depressione del 1960, anche John Maynard Keynes aveva contato sulla politica monetaria. Dopo aver sostenuto l'abbassamento dei tassi di interesse ed un 'non-convenzionale' alleggerimento monetario, alla fine aveva concluso che non stava funzionando e si era spostato sulla politica fiscale - in sostanza più spesa pubblica. Anche per Koo, è questa la soluzione.

Keynes, nel 1930, era rimasto deluso dal fatto che i governi, in particolare gli USA e il Regno Unito, non avessero adottato la sua politica di finanziamento attraverso il deficit e di spesa pubblica, ed ancor meno il suo radicale suggerimento di 'socializzazione' degli investimenti per sostituire l'incapacità dei capitalisti ad investire. Ed i moderni keynesiani, come  Paul Krugman, Larry Summers, Simon Wren-Lewis o Brad Delong, dopo aver promosso nel contempo il QE fin dal 2008, hanno cominciato ad essere sempre più disillusi e si sono uniti a Richard Koo nel richiede il fiscal spending per evitare la 'stagnazione secolare' e la deflazione. Quello che lascia perplessi i keynesiani è perché i governi, come nel 1930, non percorrano questa strada.

Per i keynesiani, fare debito (debito del settore pubblico) non è un problema: l'argomento è che il debito di un uomo è il credito di una donna. Il debito non ha importanza. Il debito dev'essere onorato e ripagato dalla produzione reale: i soldi non vengono fuori dal niente per sempre. I settori aziendali di Cina, Asia, Brasile, Russia ed Europa se ne stanno accorgendo adesso. Il finanziamento attraverso il deficit e l'aumento del debito pubblico non rilancia un'economia che ha bassa redditività ed alto debito aziendale. E nelle vicine economie deflazionistiche, onorare un tale debito è un vero e proprio fardello.

La politica monetaria ha fallito; il NIRP non funzionerà. Ma non funzionerà nemmeno un più radicale piano keynesiano di finanziamento attraverso il deficit. Entrambi non riescono a capire che si tratta di profitto contro costo del capitale e debito, ed è questo che nell'economia capitalista imposta il ritmo dell'espansione economica oppure la contrazione.

Globalmente, i profitti delle imprese sono crollati e nelle maggiori economie anche le aziende più grandi stanno vedendo cadere guadagni e vendite. Negli Stati Uniti, il 43% delle prime 500 aziende hanno riferito sui loro risultati finanziari per l'ultimo quarto del 2015. In media, le vendite sono andate giù del 2,5% rispetto alla fine del 2014, e i profitti del 3,7%. In Europa, il 17% delle prime 600 aziende hanno riportato un calo delle vendite del 6,5% e dei guadagni del 11,7%. In Giappone, il 45% delle prime 225 aziende hanno riportato una caduta del 2,5% nelle vendite e del 9,3% nei profitti.

Un nuovo giro di 'distruzione creativa’ a livello globale sta arrivando e ZIRP, QE e NIRP, non la fermeranno.

- Michael Roberts - Pubblicato su Michael Roberts Blog, il 3 febbraio 2016 -

mercoledì 3 febbraio 2016

Pensare l’esodo

gorz

Quando André Gorz scoprì la critica del valore
- di Willy Gianinazzi -

Sono pochi i pensatori come André Gorz, che hanno continuato a rinnovare la propria riflessione senza mai essere soddisfatti del loro punto d'arrivo, considerato sempre provvisorio. Fino all'ultimo giorno, Gorz si è dedicato al compito teorico che consiste nell'aprire vie d'uscita dal dominio capitalista e nel distruggere le condizioni di vita che tale dominio implica. Morto il 22 settembre del 2007, ad 84 anni, Gorz si era appassionato, nei cinque anni precedenti, sia al movimento del software libero, soprattutto grazie a Stefen Meretz e a Stefen Merten della Rete Oekonux, che alla nuova teoria della critica del valore. Si sceglie qui di ricostruire il rapporto intellettuale intrattenuto da Gorz con quest'ultima.

La finanziarizzazione dell'immateriale
Il brusco arresto del boom immobiliare-finanziario avvenuto negli Stati Uniti nel luglio 2007, e la consecutiva crisi bancaria internazionale nell'autunno 2008, che hanno portato a conseguenze drammatiche per le popolazioni che ne sono state colpite, hanno fatto prendere coscienza del fatto, all'opinione pubblica in generale, che con la globalizzazione l'economia è entrata nell'era della finanziarizzazione ad oltranza. Ma un tale avvento della finanziarizzazione risale a prima, dal momento che aveva già causato la bolla di Internet (il proliferare di start-up sopravvalutate) che aveva provocato il gigantesco crack borsistico del 2001-2002. Sono gli anni in cui André Gorz cerca di descrivere questa nuova strada presa dal capitalismo post-fordista. Ben informato, ne prevede la crisi e ipotizza anche il collasso sistemico verso il quale sembra portare inevitabilmente.

Per il capitale - riassumendo - non era più sufficiente spezzare la solidarietà operaia, come aveva fatto nella seconda metà degli anni 1970, per riuscire a ripristinare il tasso di profitto per mezzo della diminuzione drastica del costo del lavoro. La robotizzazione ha dovuto spingere ulteriormente l'utilizzo razionale dei computer ai fini di una riconfigurazione (reengineering) dei posti di lavoro in tutti i settori, cosa che ha permesso di ridurre ancora di più la manodopera nel corso degli anni 1990. Il risultato è stato paradossale. Per comprenderlo, bisogna tornare alla teoria marxiana del valore-lavoro. Dal momento che "la quantità media di lavoro astratto cristallizzato nelle merci è, in ultima analisi, ciò che determina il rapporto di equivalenza - il valore di scambio - delle merci" [*1], era inevitabile che "con la contrazione del volume del lavoro materiale, il valore di scambio dei prodotti tendesse a diminuire, così come il volume dei profitti" [*2]. Per quel che riguarda l'estensione dei servizi alle persone, su cui contavano gli economisti ed i sindacalisti per poter rilanciare l'economia e l'occupazione, essa ha monetarizzato delle attività che non producevano alcun valore. "La loro remunerazione proviene dal reddito che i clienti di questi servizi traggono dal lavoro produttivo, si tratta di un reddito secondario" [*3]. Il rimedio è stato trovato nel valorizzare i prodotti immateriali dell'intelligenza, che sono divenuti un fattore decisivo di produzione. Ma questi prodotti dal momento che non sono delle merci ordinarie con un valore di scambio determinato, questo era possibile solo grazie ad artifici tecnici o di marketing e portavano ad una rendita di monopolio senza alcun rapporto con il valore-lavoro, più che mai caduco. Come ha detto Gorz, ed al suo seguito gli economisti post-operaisti Carlo Vercellone e Christian Marazzi, il profitto si muta in rendita. E' tale rendita, fondata su dei valori virtuali e volatili in quanto non misurabili, che permette di salvaguardare la redditività de capitale. E è anche quella che rende il capitalismo contemporaneo estremamente instabile e vulnerabile, e lo espone ai suoi propri limiti.

La quotazione in borsa dei valori provenienti da quest'economia dell'immateriale, vale a dire le previsioni sulla loro redditività, diventano il loro "vero" valore. In questo modo Gorz può dichiarare: "Il valore del capitale immateriale è essenzialmente una finzione borsistica" [*4]. Da quel momento la finanziarizzazione è in marcia. I profitti si orientano verso gli investimenti finanziari e, abbandonando gli investimenti, alimentano sempre meno l'accumulazione di capitale fisso (macchinari) e variabile (salari). "Gli ideologhi di sinistra" che pretendono di vedere nella finanziarizzazione "un'attività parassitaria, che fagocita l'economia reale, ignorano la realtà dei fatti: "L'acquisto e la vendita di capitali fittizio sui mercati azionari danno più profitti di quanto ne dia la valorizzazione produttiva del capitale reale". E' il 1997, quando Gorz esclama:

"Dal momento che il capitale si finanziarizza, non sa più che fare con il plusvalore prodotto! Oggi, il denaro cerca di produrre denaro senza passare dal lavoro." [*6]

Ne consegue, scrive dieci anni dopo al momento in cui scoppia la bolla immobiliare, che "l'economia reale diventa un'appendice delle bolle speculative alimentate dall'industria finanziaria", la quale genera soltanto denaro "per operazioni sempre più d'azzardo e sempre meno controllabili sui mercati finanziari" [*7]. Con la produzione di merci che valorizza sempre meno il lavoro e mette in circolazione sempre meno mezzi di pagamento, il mantenimento del consumo diventa possibile soltanto attraverso il credito concesso alle famiglie, diventato ormai il motore principale della "crescita". Come dimostra la bolla dei mutui immobiliari negli Stati Uniti, "la crescita viene ottenuta per mezzo della creazione monetaria, emessa a partire da attività fittizie, distribuiti al consumo americano e non all'accumulazione"; riflettendo sull'annuncio, fatto con due anni d'anticipo dal presidente della Banca Federale Americana (FED), sul fatale scoppio di questa bolla, predice per la fine dell'estate del 2005: "Stiamo andando verso un crollo ed una crisi di tutto il sistema di credito." [*8]. La sua perspicacia è fuori discussione. In una data imprecisata, fa questa predizione:

"Per quanto concerne la crisi economica mondiale, ci troviamo all'inizio di un lungo processo che durerà ancora decenni. Il peggio è ancora davanti a noi, ossia il collasso finanziario delle grandi banche, e verosimilmente anche degli Stati." [*9]

Critica del valore e teoria della crisi
Dopo il suo libro del 1988, "Le metamorfosi del lavoro", Gorz ne ha fatta di strada. In questo libro prolisso, si sforza di delineare i contorni dell'autonomia per gestire meglio l'inevitabilità e anche la fondatezza dell'eteronomia economica. In "Capitalismo, socialismo, ecologia" (1991), accoglie la tesi di Karl Polanyi di un reincastramento dell'economia nella politica e nella società, anche con il desiderio di salvare la ragione economica. In "Miserie del presente, ricchezza del possibile" (1997), alla fine, l'autonomia creatrice rimane indipendente dalla circolazione delle merci attraverso la distribuzione di mezzi di pagamento sotto forma di reddito universale. Questo insieme di soluzioni, incompatibili con il dominio del capitale ma non con la sua sopravvivenza, vengono esplorate: nella misura in cui l'economia capitalista sta morendo, è nel più profondo della crisi del valore che si muove il pericolo della barbarie, ma anche dove si annidano i semi di un'altra economia, senza merci, fondata su delle ricchezze incommensurabili, ed è questa che dev'essere resa possibile e deve crescere.

Questa evidente radicalizzazione del suo pensiero, ancora all'inizio nel corso della redazione de "L'immateriale" (2003) ma che già emergeva nei mesi successivi dopo la riscrittura della versione in tedesco, fa seguito a delle nuove letture intraprese da Gorz a partire dal 2002. Si tratta principalmente di opere di Moishe Postone e di Robert Kurz che gli fanno scoprire le tesi della corrente marxiana della "critica del valore" (Wertkritik). Kurz, prolifico saggista e giornalista indipendente, è il fondatore a Norimberga della rivista di questo movimento che nel 1990 prende il nome di Krisis. Merten fa parte del gruppo Krisis, ma è incompreso nella sua battaglia per il software libero e abbandona il gruppo per fondare Oekonux. Anche se Gorz già conosceva, di Kurz, il suo voluminoso Libro nero del capitalismo (Schwarzbuch des Kapitalismus, 1999), e di Postone, l'edizione originale inglese di "Tempo, lavoro e dominio sociale", è grazie a Meretz, anche lui membro di Krisis, che, poco dopo la prima lettura fatta nel 2003, entra in possesso di alcuni numeri di un periodico pubblicato a Vienna, Streifzüge, che contiene oltre ai propri contributi, quelli dei membri del gruppo Krisis. Streifzüge è un'altra rivista di quella corrente, fondata dal giornalista Franz Schandl nel 1996. Rispetto all'evoluzione di Kurz, che nel 2004 si impunta riguardo al primato della critica teorica e attua un scissione creando la rivista Exit!, la rivista di Schandl pone l'accento, allo stesso modo dei continuatori di Krisis, sulle esperienze concrete suscettibili di attuare la critica del lavoro e delle merci. Gorz si abbona a Streifzüge nel dicembre del 2003. A partire da tale data, corrisponde a lungo con Schandl fino alla vigilia della sua morte nel settembre del 2007- [*10]. E' in contatto anche con un altro redattore di Streifzüge, 'ecologista già membro di ATTAC-Austriaco Andreas Exner, che nell'estate del 2006 gli chiede un contributo ad un'opera collettiva sul reddito di base. [*11] Questo articolo è il più "kurziano" fra tutti quelli scritti da Gorz. Completato nel gennaio 2007, viene pubblicato in anteprima, in estate su Streifzüge e poi, ampliato e tradotto, su Mouvements con il titolo "Pensare l'esodo dalla società del lavoro e della merce". Ma a luglio, Gorz confida a Exner, rammaricandosene: "Ho scoperto troppo tardi la corrente della critica del valore." [12]

Facendo riferimento a Postone e Kurz, Gorz ritiene di aver ripreso nei suoi articoli recenti "l'essenziale degli orientamenti di quei kurziani originali, riconoscendo un elaborazione teorica a loro propria". [*13] E in seguito all'invio dell'articolo destinato a Mouvements, un rappresentante francese di quella scuola, Gérard Briche, gli risponde nel giugno 2007: "La convergenza delle vostre analisi con quelle della Wertkritik sono sempre più evidenti[...] ed il fatto che, portando avanti una riflessione in maniera autonoma, si pervenga a delle conclusioni analoghe, costituisce una potente conferma delle analisi che presentiamo, e che sono largamente contro la corre dominante del pensiero definito 'di sinistra'." [*14]

Sotto molti aspetti, le convergenze sono sorprendenti. [*15] Gorz ha molta stima della reinterpretazione della teoria critica di Marx fatta da Postone, uno storico canadese che insegna a Chicago e che è una delle fonti della corrente della critica del valore. Nel suo libro, Postone, che si basa sui Grundrisse, pone il lavoro come principio sociale di organizzazione che è proprio al solo capitalismo. Si schiera, come ha fatto Gorz a partire dal suo "Addio al proletariato" (1980), contro il marxismo tradizionale che critica il capitalismo a partire dal punto di vista del lavoro, cioè a dire rimettendo in discussione i rapporti di proprietà e non le forze produttive modellate dal capitalismo industriale, e a cui appartengono tanto il lavoro quanto il capitale. Difendere il lavoro, come ha fatto il movimento operaio (Postone), o difendere l'ideologia del lavoro, come ha fatto la sinistra (Gorz), è reazionario. Il rapporto con il denaro fornisce un chiarimento. In quanto veicolo della valorizzazione, la moneta è un feticcio che oppone apparentemente il lavoro ed il capitale (interessi pecuniari opposti) ma che in realtà li riunisce nella medesima logica astratta del capitalismo. In questa vena postoniana, Gorz spiega:

"Lavoro e capitale sono fondamentalmente complici nel loro antagonismo per il fatto che "guadagnare denaro" è il loro obiettivo che li determina. Agli occhi del capitale, la natura della produzione ha meno importanza della sua redditività; agli occhi del lavoratore, ha meno importanza ciò che il suo lavoro crea rispetto al salario che gli conferisce. Per l'uno e per l'altro, quello che viene prodotto ha poca importanza, purché dia un buon reddito. L'uno e l'altro sono consciamente o inconsciamente al servizio della valorizzazione del capitale". [*16]

L'interpretazione di Postone interessa Gorz anche su un altro piano, che lo rafforza nelle sue riflessioni sulla possibilità di creare ricchezza al di fuori della forma valore. Riferendosi ad un economista refrattario alle sue tesi, Gorz scrive in una lettera:

"Consigliategli di leggere Postone. Apprenderà che la differenza fra valore e ricchezza non è quella che crede, che ci sono delle ricchezze create dall'attività umana che sono senza valore (nel senso dell'economia politica) dal momento che non sono né accumulabili, né scambiabili, né monetizzabili (quindi non produttive di capitale nel loro fine primario) e che i 'valori intrinsechi' non hanno niente a che vedere con l'economia neo-classica ma rimandano ai [Fondamenti] della metafisica dei costumi di Kant dove si legge: 'Ciò che ha un prezzo ha solo un valore relativo e non un dignità, dal momento che è scambiabile contro qualsiasi altra cosa. Ma ciò che non ha prezzo e quindi non è scambiabile ha una dignità, un valore assoluto'." [*17]

Gorz non manca di elogi per Robert Kurz, di cui amerebbe, così come per Postone, venissero tradotti in francese gli ultimi libri. Con questa speranza, propone invano alle edizioni La Découverte di pubblicare una raccolta dei suoi scritti, definendolo come un "teorico di prim'ordine della metamorfosi del capitalismo e delle dimensioni della sua crisi", aggiungendo che "è il principale rivale ed antagonista di Toni Negri (che non gli arriva nemmeno alla caviglia in termini di erudizione e di capacità teorica)." [*18] Intorno al novembre del 2005, viene a conoscenza del suo "capolavoro", "Il capitale mondiale" (Das Weltkapital, 2005) (e più tardi anche delle "Avventure della merce" (2003) di Anselm Jappe, che fa parte della stessa corrente teorica". Grazie a Kurz, Gorz riconosce la funzione vitale che hanno le bolle finanziarie per la sopravvivenza del sistema [*19] vede confermata l'idea per cui la crisi non è dovuta agli eccessi della finanza, ma "all'incapacità del capitalismo di riprodursi" [*20] - Kurz rimprovera ad ATTAC di non riuscire a capirlo. Il capitalismo raggiunge così i propri limiti interni. Il nocciolo della questione risiede, come ha detto Gorz almeno a partire dal suo "La strada del paradiso" (1983), nella terza rivoluzione industriale:

"La rivoluzione microelettronica permette di produrre delle quantità crescenti di merci con un volume decrescente di lavoro, di modo che prima o poi il sistema dovrà trovarsi di fronte ai suoi limiti interni. Questo capitalismo che si automatizza a morte dovrà cercare di sopravvivere a sé stesso per mezzo di una distribuzione di potere di acquisto che non corrisponde al valore del lavoro." [*21]

Gli ultimi testi di Gorz magnificano più che mai l'utopia di una società ecologica e comunista che faccia saltare per aria l'infernale logica capitalista di distruzione della natura e dell'umanità. Si tinge dei colori del catastrofismo marxista, dell'ottimismo tecnologico e dell'esplosione utopistica. Questi scritti si dividono fra la presenza di un'oscurità costante e senza concessioni della tentacolare impresa del capitalismo che rimane a galla nel mentre che nuota nelle sue aporie e raggiunge i suoi limiti, ed un'attrazione quasi inebriante per le brecce che comunque si aprono nel mastodonte capitalista, soprattutto per mezzo dei progressi tecnologici suscettibili di venire appropriati e sovvertiti da coloro che sperimentano concretamente i metodi civilizzati di uscita dal capitalismo. Gorz conta molto sulle potenzialità sovversive del software libero e sulla diffusione in ambito cooperativo delle stampanti 3D.

Non che la tecnologia possegga un potere da demiurgo: "Il regno della libertà non sarà mai il risultato di processi materiali" [*22] D'altra parte, se "la logica del capitale ci ha portato sulla soglia della liberazione" - scriveva Gorz già nel 1980 in "Addio al proletariato" -  "questa soglia verrà attraversata solo in virtù di una rottura" che "non può provenire altro che dagli individui stesso". [*23] "Radicale (categoriale, dicono ora i kurziani)", questa rottura "non può essere spontanea, né può essere portata da grandi movimenti collettivi ma dev'essere sia 'mentale' che pratica ([Felix] Guattari lo diceva bene, a modo suo), senza essere sistemica, senza che faccia riferimento ad un 'ordine nuovo'"; ess "non può essere rapida, violenta, sotto pena di far nascere un ordine totalitario" [*24] In questo modo, Gorz rinnova esplicitamente le posizioni di "Addio al proletariato" "sulla crisi/decadenza/corruzione/impotenza della politica e dei partiti" manifestando il suo accordo con i kurziani per i quali "non bisogna aspettarsi niente dagli Stati/governi" [*25] (per i kurziani, il socialismo realmente esistente è stato un capitalismo di Stato ed i socialisti, ben denominati - "a ciascuno secondo il suo lavoro" -, non sono mai stati altro che la sinistra del capitale).

- Willy Gianinazzi - Pubblicato su Streifzüge, il 18 gennaio 2016 -

NOTE:

[*1] - André Gorz - L'immateriale - Bollati Boringhieri - 2003

[*2] - André Gorz - "Il valore del capitale immateriale è una finzione borsistica" (intervista co Denis Clerc e Christophe Fourel), Alternatives économiques, 212, mars 2003, p. 68.

[*3] - André Gorz - Ecologica - Milano, 2009 -

[*4] - André Gorz - "Il valore del capitale immateriale è una finzione borsistica", p.69

[*5] - André Gorz - "Pensare l'esodo dalla società del lavoro e della merce" su Mouvements, 50, giugno-agosto 2007, p.98

[*6] - André Gorz - "Corz, boia del lavoro" (intervista con Robert Maggiori e Jean-Baptiste Marongiu), Libération, 25 septembre 1997.

[*7] - André Gorz - Ecologica - Milano, 2009 -

[*8] - Lettera di André Gorz a Françoise Gollain del 5-6 settembre 2005 (archives de l’IMEC, fonds André Gorz).

[*9] - Aggiunta a manoscritto senza data di un'intervista pubblicata nel 1984

[*10] - « Über den Horizont unserer Handlungen. Aus den nachgelassenen Briefen des André Gorz » (lettres en allemand d’André Gorz à Franz Schandl et Andreas Exner), Streifzüge, 41, novembre 2007, p. 9-13.

[*11] - André Gorz, « Seid realistisch – verlangt das Unmögliche », in Andreas Exner, Werner Rätz, Birgit Zenker (eds.),Grundeinkommen. Soziale Sicherheit ohne Arbeit, Vienne, Deuticke Verl., 2007, p. 70-78.

[*12] - Lettre d’A. Gorz à A. Exner du 5 juillet 2007, in « Über den Horizont unserer Handlungen », op. cit., p. 13.

[*13] - Prefazione inedita in vista di una seconda edizione francese de "L'immateriale".

[*14] - Lettre de Gérard Briche à André Gorz du 19 juin 2007 (archives de l’IMEC, fonds André Gorz).

[*15] - vedi anche: Anselm Jappe, « André Gorz et la critique de la valeur », in Alain Caillé, Christophe Fourel (eds.), Sortir du capitalisme. Le scénario Gorz, Lormont, Le Bord de l’eau, 2013, p. 161-169.

[*16] - André Gorz - Ecologica - Milano, 2009 -

[*17] - Lettre d’André Gorz à Françoise Gollain du 15, 25-27 décembre 2004 (archives de l’IMEC, fonds André Gorz). Gorz a trouvé la citation d’Immanuel Kant chez Oskar Negt.

[*18] - Lettre d’André Gorz à Hugues Jallon du 19 janvier 2006 (ibid.).

[*19] - André Gorz - Ecologica - Milano, 2009 -

[*20] - André Gorz - Ecologica - Milano, 2009 -

[*21] - André Gorz - "Pensare l'esodo dalla società del lavoro e della merce", op. cit. p.95-96

[*22] - André Gorz - Addio al proletariato. Oltre il socialismo, Roma 1982

[*23] - Ivi

[*24] - Lettre d’André Gorz à Françoise Gollain du 26 juillet 2007 (archives de l’IMEC, fonds André Gorz).

[*25] – Ivi

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

martedì 2 febbraio 2016

Romantici?

Lefebvre

L'Internazionale situazionista e la querelle del romanticismo rivoluzionario
- di Patrick Marcolini -

La comprensione dell'arte degli ultimi due secoli passa attraverso la comprensione dei movimenti politici con i quali si è in parte legata, come è dimostrato soprattutto dalla storia della avanguardie. Pur se le modalità di quest'apparentamento sono state molteplici, possono tuttavia essere raccolte intorno ad un doppio movimento, come viene riassunto nel 1939 da Walter Benjamin: estetizzazione della politica e politicizzazione dell'arte. [*1] Nel 20° secolo, però, l'Internazionale Situazionista presenta il caso eccezionale di una fusione totale dell'arte e della politica, attraverso il loro comune superamento. L'IS (Internazionale Situazionista) è originariamente un 'avanguardia artistica rivoluzionaria, nata nel 1957 in seguito ad una constatazione molto semplice: la decomposizione delle vecchie sovrastrutture culturali, esauritesi dopo mezzo secolo di contestazione da parte delle avanguardie. Il fine dei situazionisti è quindi superare l'arte aprendo il terreno del comportamento e delle situazioni della vita quotidiana alla libera creazione. Per raggiungere quest'obiettivo, appare indispensabile porre fine alla divisione del lavoro artistico, in due modi: abolire la separazione fra artisti e spettatori, di modo che ciascuno diventi il creatore della propria vita; ed abolire la separazione fra le arti, in modo che tutte le pratiche vengano riunificate nella produzione dell'esistenza in quanto opera d'arte totale, e di ciò che determina le sue qualità passionali: la città e le possibilità di incontrare quello che essa nasconde. L'architettura e l'urbanismo, riunendo le sperimentazioni sviluppate nella pittura, nella scultura, nel teatro o nella musica, divengono in tal modo i primi mezzi per costruire una vita pienamente poetica.

Ovviamente, questo programma di sconvolgimento dei costumi è condannato a rimanere utopico se non è accompagnato da un progetto di rivoluzione sociale e politica. E' condizionato dall'abolizione del lavoro alienato, cioè a dire dall'abolizione del capitalismo ed al re-orientamento radicale dei fini del sistema di produzione industriale; ed il progetto di autonomia individuale e collettiva che contiene presuppone anche l'abolizione dello Stato e di ogni altra forma di organizzazione gerarchizzata o di rappresentazione alienata, così come la realizzazione di una società senza classi.

Il progetto situazionista di superamento dell'arte richiede pertanto anche un rinnovamento completo del progetto rivoluzionario all'altezza dei nuovi obiettivi che gli sono stati assegnati, il che porta i situazionisti ad invertire l'ordine delle priorità: la ricerca e la sperimentazione delle forme che potrebbe assumere la vita quotidiana in una società situazionista, che erano state le attività principali dell'IS fra il 1957 ed il 1961, vanno a fornire gli elementi di un rinnovamento della teoria e della pratica rivoluzionaria, rimaste congelato fino ad allora nel dogmatismo ideologico e nella commemorazione delle rivoluzioni sconfitte.

L'obiettivo prioritario diventa perciò, a partire dal 1961, la critica della società capitalista moderna, definita da Guy Debord come società dello spettacolo [*2], e il sostegno costante ad ogni tentativo sovversivo volto a consentire agli uomini di creare liberamente la propria vita.

E' per questo che l'IS, fino al 1972 (data della sua auto-dissoluzione), sarà parte dei disordini rivoluzionari che in quel tempo scoppieranno in Europa e negli Stati Uniti. In Francia, i situazionisti in tal modo svolgono un ruolo significativo nell'esplosione del maggio 1968. Dopo aver combattuto sulle barricate, il loro slogan sono ripresi sui muri di Parigi, partecipano al primo comitato di occupazione della Sorbona, e fanno tutto ciò che è in loro potere per sostenere il movimento di rivolta e lo sciopero generale. Le autorità si renderanno conto del carattere politicamente minaccioso dell'organizzazione situazionista, e le sue pubblicazioni verranno più volte sequestrate, i suoi membri perseguiti dalla polizia, sorvegliati dai servizi segreti, arrestati, ed anche minacciati fisicamente.

Passati senza soluzione di continuità dallo status di avanguardia artistica a quello di avanguardia politica, l'IS è pertanto una sorta di cartina di tornasole per tutti coloro che vogliono studiare le relazioni fra estetica e politica nel 20° secolo.

E' proprio in questo passaggio dall'arte alla politica (o piuttosto dal superamento dell'arte al superamento della politica) che nasce la querelle sul "romanticismo rivoluzionario", che si svilupperà fra i situazionisti ed Henri Lefebvre, dal 1957 al 1960.

Il romanticismo rivoluzionario secondo Henri Lefebvre

Chi è Henri Lefebvre? Può essere necessario ricordarlo, nella misura in cui è una figura oggi dimentica dalla filosofia marxista francese, ma anche perché è stato egli stesso, in un certo senso, un buon esempio di quel romanticismo rivoluzionario di cui ha proposto il concetto [*3]. Nel campo intellettuale francese degli anni 1950, Henri Lefebvre è una delle figure più in vista, uno dei rari filosofi in grado di affrontare Sartre o Merleau-Ponty sul terreno del marxismo [*4]. Per la verità è un marxista assai eterodosso: arrivato a Marx attraverso la lettura di Hegel, di Schelling e dei romantici tedeschi, negli anni 1920 è stato abbastanza vicino al surrealismo. Avendo aderito al Partito comunista, la sua posizione è paradossale: benché accetti totalmente, in materia politica, la disciplina stalinista, vede accolte assai freddamente le sue ricerche più innovative, quali "La coscienza mistificata" (1936), uno dei contributi filosofici più interessanti a proposito dei concetti di alienazione, feticismo ed ideologia (in linea con il Lukàcs di "Storia e coscienza di classe"), oppure "La critica della vita quotidiana" (1947), in cui pone le basi di una sociologia della quotidianità. Nel dopoguerra, Lefebvre comincia a criticare sempre più apertamente lo stalinismo del PCF, cosa che alla fine porta alla sua espulsione dal Partito nel 1958 [*5].

E' quindi alla vigilia della sua espulsione, nel maggio 1957, che scrive un articolo dal titolo "Verso un romanticismo rivoluzionario", che verrà pubblicato nell'ottobre dello stesso anno. L'articolo comincia col fare un doppio bilancio: da una parte, la crisi dell'ideale socialista, "compromesso tanto dallo 'stalinismo', che dal suo essere messo sotto accusa, dalla 'destalinizzazione' interrotta", e dall'incapacità degli intellettuali a formulare una politica rivoluzionaria articolata in maniera coerente con la loro attività di artisti o di pensatori; dall'altra parte, la crisi dell'arte moderna, immobilizzata nell'impasse di un esaurimento formale e di una capacità di affrontare, e quindi a superare "il carattere profondamente problematico - perciò incerto - della vita reale" nel mondo moderno [*6].

Nello stesso momento, nel Rapporto sulla Costruzione di Situazioni, pubblicato nel giugno 1957 e che costituisce il documento preparatorio alla fondazione dell'IS, il situazionista Guy Debord fa un'osservazione identica: secondo lui, l'epoca è quella di una "crisi essenziale della storia", crisi sul piano politico nella misura in cui lo stalinismo in URSS e negli altri paesi del blocco dell'Est è stato uno dei maggiori ostacoli al perseguimento di una vera e propria politica rivoluzionaria negli ultimi trent'anni (ma, più ottimista di Lefebvre, Debord ritiene che il 1956 abbia segnato l'inizio di una "nuova fase di lotta", di una nuova "spinta delle forze rivoluzionarie" [*7] - e crisi sul piano culturale, dove l'impotenza generale si manifesta nella ripetizione sterile di vecchi approcci che risalgono a Dada ed al Surrealismo, nel niente assunto come possibile soggetto dell'opera letteraria o artistica, o nei tentativi di un puro e semplice restauro dei vecchi valori culturali. Attraverso questa descrizione che assume l'aspetto di un gioco al massacro, Debord si riferisce esplicitamente al surrealismo del dopoguerra, al neo-dadaismo, all'esistenzialismo ed al realismo socialista [*8]. A suo avviso, la soluzione può essere trovata in una nuova alleanza fra l'arte e la politica rivoluzionaria, che passi attraverso la sperimentazione di nuovi modi di vivere.

Surrealismo, esistenzialismo, realismo socialista, ritorno al classicismo

I bersagli di Debord sono gli stessi indicati da Henri Lefebvre nel suo articolo. Tuttavia, Debord e Lefebvre non si conoscono ancora, e portano avanti le loro ricerche in maniera separata, ma simultanea [*9].

Invece, l'incontro fra i due avviene proprio sulla questione del "romanticismo rivoluzionario", un concetto elaborato da Lefebvre per declinare il significato politico dei cambiamenti sopravvenuti nella sfera culturale, dopo il fallimento degli ultimi tentativi di rinnovamento artistico e letterario del dopoguerra.

Il romanticismo rivoluzionario che invoca Lefebvre, e che ritiene di poter già distinguere in alcuni artisti, questo romanticismo rivoluzionario si definisce in contrapposizione al vecchio romanticismo, approfondendo alcune delle sue tendenze più feconde.

Come il vecchio romanticismo, esso è l'espressione di un disaccordo, di uno strappo fra il soggettivo e l'oggettivo, tra il vissuto e le rappresentazioni, fra l'uomo ed il mondo: procede dalla noia, dall'insoddisfazione concreta e dalla disperazione di fronte all'esistente. Ma come reazione a questa infelicità, il vecchio romanticismo aveva scelto di "prendere le distanze dal presente servendosi del passato": giudicava l'attualità con gli occhi di un passato idealizzato, viveva "nell'ossessione e nella fascinazione della grandezza, della purezza del passato" [*10].
« Questo passato significava sempre tornare indietro nel tempo, sia storico che psicologico, verso le origini. Talvolta si trattava del "primitivo", della semplicità e della purezza nativa; talora del medioevo o dell'antichità; talora dell'infanzia. Il mito del passato perciò assumeva delle forme diverse, sempre struggenti, fino alla fascinazione dell'inconscio. Più in generale, il vecchio romanticismo trasformava il feticismo e l'alienazione nei criteri del vero e dell'autentico: il possesso, la fascinazione, il delirio. Da qui un contenuto reazionario  » [*11].

Se in fin dei conti il vecchio romantico poteva riassumersi nell'immagine dello "uomo in preda al passato", il nuovo romantico, il romantico rivoluzionario, è, al contrario, "l'uomo in preda al possibile" [*12].

Il dramma interiore del romantico rivoluzionario in effetti è ciò che Lefebvre chiama la coscienza del possibile-impossibile, ossia, come diceva Debord nel Rapporto sulla Costruzione di Situazioni, "il conflitto perpetuo fra il desiderio e la realtà ostile al desiderio" [*13]. La coscienza del possibile-impossibile si basa sull'intuizione per cui l'attrezzatura tecnica sviluppata dal capitalismo potrebbe essere messa al servizio di una distribuzione egualitaria dei beni, di modo da restituire alla vita una "nuova pienezza", e permettere "una comunicazione più profonda" e più autentica fra gli esseri umani. Invece, regnano "l'ingiustizia e la menzogna, più potenti e più onnipresenti che mai", una "soffocante impressione di incomunicabilità", e tutto questo culmina nella "coscienza del vuoto" e nel "vuoto delle coscienze" [*14].

E' in questa coscienza del possibile-impossibile che risiede il carattere rivoluzionario del nuovo romanticismo, nella misura un cui viene così portato a formulare la sua "opposizione radicale all'esistente nel nome del possibile" [*15]. Inoltre, il romanticismo rivoluzionario pone nei nuovi termini la vecchia questione romantica della relazione fra l'uomo e la natura: infatti, "il gigantesco potere che gli uomini riuniti hanno sulla natura si traduce per ciascuno di essi in impotenza. Ancora una volta questo potere umano si trasforma - sotto i nostri occhi, intorno a noi, con noi, in noi, su di noi - in potere di alcuni uomini su altri." Quindi "come fare perché il potere (degli uomini sulla natura) divenga qualcosa che sia più di un mezzo: una sostanza, un potere condiviso, cui ciascuno possa partecipare di più ed in un modo che non sia quello del sogno e dell'immaginazione?" [*16]. Nel porre tale questione, il romanticismo rivoluzionario apre la strada alla critica della proprietà privata dei mezzi di produzione, che è anche, com'è noto, la questione centrale del comunismo rivoluzionario.

Attraverso l'arte, si viene perciò in definitiva riportati alla politica, e sono proprio queste due determinazioni della prassi che Henri Lefebvre cerca di articolare in maniera coerente.

La critica situazionista del concetto di romanticismo rivoluzionario

E' proprio intorno a questo concetto di romanticismo rivoluzionario che avviene il dialogo fra Henri Lefebvre ed i situazionisti, o più esattamente fra Lefebvre e Debord. Il primo contatto ha luogo nel 1958, per interposte riviste. Dopo aver letto l'articolo di Lefebvre sulla "N.F.R." di ottobre del 1957, Debord redige a sua volta un articolo sul n°1 della rivista "Internationale Situationniste", articolo intitolato "Tesi sulla rivoluzione culturale", in cui discute la validità delle teorie di Lefebvre in rapporto all'IS.

Ecco cosa scrive nelle tesi n°5, 6 e 7:

"5. Noi siamo separati praticamente dal dominio reale sui poteri materiali accumulati dal nostro tempo. La rivoluzione cFomunista non è stata fatta e siamo ancora nel quadro del disfacimento delle vecchie sovrastrutture culturali. Henri Lefebvre vede giustamente che questa contraddizione è al centro di un disaccordo specificamente moderno tra l'individuo progressista e il mondo, e chiama romantico-rivoluzionaria la tendenza culturale che si fonda su questo disaccordo. L'insufficienza della concezione di Lefebvre sta nel fare della semplice espressione di questo disaccordo il criterio sufficiente per un'azione rivoluzionaria nella cultura. Lefebvre rinuncia a priori a ogni esperienza di modificazione culturale profonda, accontentandosi di un contenuto: la coscienza del possibile-impossibile (ancora troppo lontano), che può essere espressa sotto qualsiasi forma presa nel quadro del disfacimento.

6. [...] Bisogna portare alla distruzione tutte le forme di pseudo-comunicazione, per arrivare un giorno ad una comunicazione reale e diretta (nella nostra ipotesi d'impiego di mezzi culturali superiori: la situazione costruita). [...]

7. Nel mondo del disfacimento noi possiamo provare ma non impiegare le nostre forze. Il compito pratico di superare il nostro disaccordo con il mondo, e cioè di superare il disfacimento per mezzo di qualche costruzione superiore, non è romantico. Noi saremmo dei romantici-rivoluzionari, nel
senso di Lefebvre, esattamente in misura del nostro fallimento." [*17]

A prima vista, la condanna è senz'appello: nonostante una certa comunità di vedute sullo stato attuale della cultura d'avanguardia, Debord sembra disapprovare completamente il concetto di romanticismo rivoluzionario nel dar conto delle attività dell'IS, e di ogni tentativo rivoluzionario nella cultura, riguardo alla sua pretesa di portarci fuori dal vuoto regnante.

Il motivo è semplice: mentre i situazionisti si pongono dal punto di vista del superamento dell'arte, Lefebvre, nel suo articolo, rimane prigioniero delle vecchie categorie estetiche di opera e di genere. Si misura il divario che esiste fra i situazionisti ed Henri Lefebvre quando ad esempio si legge, scritto da quest'ultimo, che "ciascun'opera forma un tutto - un oggetto privilegiato - e non può non formare un tutto (anche quando spera di liberarsi da questa legge)" [*18]. Contro il vecchio romanticismo che introduceva l'ambiguità nelle categorie estetiche mescolando i generi, Lefebvre assegna come compito al nuovo romanticismo quello di insistere, al contrario, sulla chiarezza della loro delimitazione - anche se li invita altresì a servirsene in maniera storica e dialettica, nelle loro "trasformazioni funzionali" in relazione con il loro contenuto espressivo. I situazionisti, invece, hanno definitivamente rotto con questo modo di comprendere l'arte a venire: la loro azioni ormai si situa su un altro terreno, quello della costruzione di una vita quotidiana appassionante, il che significa che la sola opera ammissibile sarà l'esistenza stessa. "Nessun dipinto è difendibile da un punto di vista situazionista. Questo genere di problema non si pone più", ad esempio dichiara Debord nella stessa epoca [*19] - e l'IS adotterà nel 1961 una risoluzione che definisce come opere "anti-situazioniste" tutte le opere che i situazionisti potrebbero produrre" [*20].

Nel dicembre 1959, i situazionisti rincarano la dose spiegando che:
"Quando [Lefebvre] propone una concezione dell'arte moderna (il romanticismo-rivoluzionario), consiglia agli artisti di tornare a questo genere di espressione - o ad altre più vecchie ancora - per esprimere il senso profondo della vita, e le contraddizioni degli uomini progrediti del loro tempo; cioè a dire senza distinzione fra il loro pubblico ed essi stessi. Lefebvre vuole ignorare che tale senso e tali contraddizioni sono già state espresse dall'arte moderna, e precisamente fino ad arrivare alla distruzione dell'espressione stessa. Non è possibile, per dei rivoluzionari, poter tornare indietro. Il mondo dell'espressione, quale che sia il suo contenuto, è ormai obsoleto" [*21].

L'interesse dell'approccio di Lefebvre risiede sicuramente nell'aver identificato il problema principale dell'arte moderna: la contraddizione esistente fra l'individuo ed il suo tempo, vale a dire fra le sue aspirazioni soggettive e le strutture oggettive della società che impediscono la realizzazione di queste aspirazioni. Ma il limite della concezione di Lefebvre è quello di non aver visto che questo disaccordo fra l'uomo ed il mondo è diventato così violento, da aver soppresso in maniera irreversibile le possibilità formali della sua stessa rappresentazione artistica.

Invece, il fine dell'IS è quello di superare tale dissoluzione delle forme artistiche, liberando nella vita quotidiana il loro contenuto emozionale ed espressivo. Le emozioni che l'artista tentava prima di trasmettere agli altri uomini con l'intermediazione delle sue opere devono quindi essere sperimentate direttamente da tutti, mentre l'espressività dell'artista, liberandosi da un materiale che imponeva l'unilateralità della relazione fra l'opera d'arte e lo spettatore, diventa comunicazione libera, passionale, ininterrotta.

Nei successivi numeri della rivista, i situazionisti fanno riferimento ad altri contributi teorici portati da Lefebvre nei suoi recenti libri: in particolare il concetto di vita quotidiana, o la sua teoria dei momenti. Nel gennaio 1960, Henri Lefebvre, che legge la rivista dal suo primo numero, alla fine contatta il direttore delle pubblicazioni, ossia Guy Debord, per dare inizio ad un dialogo critico [*22].

Ne segue una discussione, nel corso della quale Debord è portato a precisare nuovamente il rapporto dell'IS con il romanticismo rivoluzionario. Contrariamente a quanto potrebbe lasciar credere una lettura troppo frettolosa delle "Tesi sulla rivoluzione culturale", Debord concede a Lefebvre che, nella misura in cui il concetto "può essere applicato all'analisi di ogni manifestazione della coscienza moderna", è possibile affermare che l'IS è "inconsciamente" romantica rivoluzionaria, come a dire "senza saperlo", dal momento che condivide la sensibilità dominante del suo tempo, una sensibilità che è quella del "disaccordo con il mondo" (se la si legge attentamente, la tesi n°5, lo lascia già intendere). Tuttavia, per riprendere le parole della tesi n°7, il compito pratico di superare questo disaccordo con il mondo npn è un compito romantico. Se lo dovesse divenire, questo significherebbe che l'IS avrebbe fallito nella sua impresa rivoluzionaria, e non avrebbe fatto altro che portare il suo povero contributo al disfacimento culturale ambientale, senza essere riuscita a pugnalare il cuore della società capitalista. A tal proposito, l'impresa situazionista deve quindi essere necessariamente considerata come un superamento del romanticismo rivoluzionario. E questo porta Debord a concludere dialetticamente:
"Perciò io conto sulle prospettive "situazioniste" (che, come lei sa, non temono di andare troppo lontano) quanto meno per posizionare il nostro romanticismo sul lato rivoluzionario; e, nella migliore delle ipotesi, per superare ogni romanticismo" [*23].

Pertanto nel 1960 si pone fine alla querelle del romanticismo rivoluzionario. Debord e Lefebvre hanno finito per legarsi in una relazione di amicizia, e quando Lefebvre pubblica nel 1962 il suo "Introduzione alla modernità", in cui nell'ultimo capitolo dal titolo "Verso un nuovo romanticismo?" riprende le intuizioni del suo articolo del 1957 [*24], i situazionisti, che vengono presentati ancora una volta sotto l'etichetta di "romantici", non manifestano affatto il loro disaccordo su tale punto, dal momento che Lefebvre ha fatto propria la tesi di un superamento e di una realizzazione dell'arte nella vita quotidiana, al di là di qualsiasi opera. Il disaccordo, stavolta, verte piuttosto sul fatto che Lefebvre assimili i situazionisti alla gioventù ribelle e, cosa ancora più grave, avvicini abusivamente la loro critica sociale a quella portata avanti da "un gruppo di giovani oppositori del partito comunista", denominati "La linea generale" [*25]. Questo diverbio segna un deterioramento delle relazioni fra i situazionisti e Lefebvre, che li porterà a rompere con lui nel 1963; va tuttavia notato che nell'opuscolo che renderà pubblica questa rottura, i situazionisti riconosceranno ugualmente al filosofo il merito di essere stato l'autore di un "importante approccio a molti dei problemi che ci preoccupano, nel libro 'La Somme et le reste' ed anche prima, benché in maniera più frammentaria, nella sua 'Critica della vita quotidiana' e nelle sue dichiarazioni sul romanticismo rivoluzionario" [*26].

Il romanticismo rivoluzionario, oggi

« Quando "essere assolutamente moderni" è diventata una legge speciale proclamata dal tiranno, ciò che l'onesto schiavo teme sopra ogni cosa è che lo si possa sospettare di essere passatista. » - Guy Debord - Panegirico (1989) -

Da parte nostra, bisognerebbe riaprire immediatamente la querelle sul romanticismo rivoluzionario. Questa querelle ha permesso ai situazionisti ed a Lefebvre di chiarire le loro posizioni sul legame fra arte e politica; ma questo concetto e la discussione cui ha dato luogo, oggi hanno ancora interesse?

Il vero interesse di questo dibattito fra Lefebvre ed i situazionisti, consiste nell'aver chiaramente affermato e dimostrato che il romanticismo è l'espressione teorica e pratica di una protesta contro la civiltà capitalista e industriale. In altre parole, essere anticapitalista è nella natura stessa del romanticismo - il che non significa che sia necessariamente rivoluzionario, né che ogni anticapitalismo sia romantico. Inoltre, Lefebvre ed i situazionisti hanno riconosciuto nel romanticismo, in quanto visione del mondo, il tratto comune a numerose correnti artistiche emerse dopo il 19° secolo. Quindi, per esempio, possono essere qualificati come "romantici", oltre al romanticismo propriamente detto in quanto scuola letteraria, il simbolismo, l'espressionismo o il surrealismo.

Si è dovuto aspettare una trentina d'anni perché l'essenza anticapitalista del romanticismo venisse stabilita da delle ricerche più sistematiche, come quelle di Michael Löwy e di Robert Sayre [*27]. Il contributo di Henri Lefebvre, dei situazionisti e delle loro discussioni ha dunque precorso tutto ciò che concerne l'analisi delle dinamiche socio-culturali degli ultimi due secoli: infatti, che il romanticismo sia intrinsecamente anticapitalista suppone che la sua esistenza sia co-estensiva a quella del capitalismo; e nella misura in cui il capitalismo ha determinato positivamente o negativamente le manifestazioni storiche degli ultimi due secoli, ciò significa ad esempio che non si può comprendere la storia del movimento operaio o delle avanguardie artistiche senza fare uso del concetto di romanticismo [*28].

Ma ciò che hanno anche dimostrato dei ricercatori come  Robert Sayre e Michael Löwy, è che il rifiuto romantico della civiltà capitalista ed industriale poteva essere formulato soltanto basandosi su dei valori  e su degli ideali provenienti dal passato, cosa che, nella loro comprensione de romanticismo rivoluzionario, rifiutavano di ammettere sia i situazionisti che Lefebvre.

Per inciso, Lefebvre, nel suo articolo, spiegava:
"Ogni romanticismo si fonda sul disaccordo, sullo sdoppiamento e sulla lacerazione. In tal senso, il romanticismo rivoluzionario perpetua e perfino approfondisce il vecchio sdoppiamento romantico. Ma questo sdoppiamento assume un senso nuovo. La distanza (il ben distanziarsi) rispetto all'attuale, al presente, al reale, all'esistente, viene assunto sotto il segno del possibile. E non in riferimento al passato, o alla fuga" [*29].

E Debord, da parte sua, in una lettera a Lefebvre aggiungeva:
"Se il romanticismo si piò caratterizzare, generalmente, attraverso un rifiuto del presente, la sua sua tradizionale non-esistenza è un movimento verso il passato; e la sua variante rivoluzionaria un'impazienza dell'avvenire. Questi due aspetti sono in lotta in tutta l'arte moderna, ma credo che soltanto il secondo, quello che si restituisce a nuove rivendicazioni, rappresenti l'importanza di quest'epoca artistica" [*30].

Nel rileggere oggi i documenti di questo dibattito, si nota che Guy Debord ed Henri Lefebvre siano stati in qualche modo rovesciati nella loro querelle, la storia si fa ironicamente carico di operare in loro la sintesi negativa delle loro rispettive posizioni. In effetti, l'unico elemento su cui Lefebvre e Debord erano completamente d'accordo - un'opposizione al capitalismo non si può fare dal punto di vista del passato - si è trovato ad essere anche il solo elemento che viene smentito dai loro stessi scritti e dalle loro stesse pratiche, rivelando un completo fraintendimento circa il senso e le modalità della loro volontà di rivolgimento sociale, uno scarto inatteso fra le loro posizioni e la rappresentazione che ne avevano.

In effetti, la critica anticapitalista di Lefebvre e dei situazionisti trovava le sue armi in una comprensione, che era allo stesso tempo sensibile, intuitiva e razionale, del passato dell'umanità e della sua importanza in quanto punto di partenza per una politica rivoluzionaria.

In Henri Lefebvre, e per l'esattezza nella sua "Introduzione alla modernità", c'è ad esempio questa ammissione, sorprendente per la penna di un marxista:
"Nel passato ci sono dei periodi relativamente felici, nel 13° secolo, forse, e poi nella prima metà del 16°. E' vero, io sono in una certa misura un uomo del 16° secolo" [*31].

In quell'epoca, nella regione del Béarn dove è cresciuto, e dove ha passato molti anni a studiare:
"Lo Stato [...], quello di Parigi e della Francia, del Re e della Repubblica, non era ancora arrivato in queste contrade; non aveva ancora raso al suolo e bruciato; la borghesia, con le sue manie classificatrici e segreganti, non aveva ancora suddiviso i paesi, le età. i mestieri e le arti [...]. Come questa vecchia Francia, che non era ancora la Francia, si viveva in maniera deliziosa! C'era a quei tempi la mediocrità dorata che i poeti classici hanno cantato come perduta. Allora il pane di frumento, la frutta, l'uva e il vino della vigna avevano tutto il loro sapore. Un'ammirevole arte di vivere valeva la scarsa ricchezza e i rari beni."
Dedicandosi in maniera appassionata ad un elogio romantico delle vecchie comunità pastorali e contadine, Lefebvre spiega quindi che è da lì che proviene la sua rivolta contro la società moderna:
"Se detesto lo Stato, se odio la borghesia, questo non dovuto unicamente al fatto che mi ricordo di quei tempi paragonabili all'età dell'oro, ma è per lo più in nome di questi ricordi" [*32].
E aggiunge:
"Per quel che mi concerne, non rimpiangerò mai di aver conosciuto, in una zona periferica della provincia francese, delle forme arcaiche di vita, o le loro ultime tracce. Ho molto imparato. Ho capito che quello poteva essere un ordine umano, nel quale l'uomo non si sarebbe separato dal mondo, né la coscienza si sarebbe separata dall'essere, unità feconda. Mi ci riferisco ancora [...] Se ho potuto comprendere il pensiero di Engels, secondo il quale il passo in avanti dell'umanità si lascerebbe sempre qualcosa dietro, [...] è a partire da queste esperienze" [*33].

L'inizio del 16° secolo, e più in generale il declino del Medioevo, era anche una delle epoche preferite di Guy Debord; ne traeva sia i suoi riferimenti politici (Machiavelli, Guicciardini, La Boétie) che le sue ispirazioni poetiche (François Villon, Charles d’Orléans, Jorge Manrique).

Allo stesso modo, Guy Debord e i suoi compagni hanno spesso dimostrato come il loro progetto rivoluzionario si basasse su una rivalutazione delle possibilità di vita libera che si possono trovare nel passato storico delle società umane. Hanno anche avuto un forte interesse per le società cosiddette "primitive" (il bollettino che i futuri situazionisti hanno editato fra il 1954 ed il 1957 si chiamava significativamente Potlatch); per la cavalleria medievale (l'erranza dei cavalieri della Tavola Rotonda serviva ai situazionisti come modello simbolico per dar conto delle loro esperienze di deriva nelle città [*34]; e nel 1978 Debord ha scelto la metafora della ricerca del Graal per alludere alla storia del movimento situazionista) [*35]; agli Zingari, infine, che rappresentavano una sorta di sopravvivenza nel presente delle forme di comunità precapitalistiche (a partire dalla collaborazione dei situazionisti nel 1956 con i Gitani di Alba, in Italia, ai fini della costruzione di un accampamento [*36], fino all'amicizia di Debord con Tony Gatlif, il quale "contribuirà ampiamente ad iniziarlo ai segreti del mondo gitano") [*37]. Ciò che interessava i situazionisti, riguardo queste comunità, era la loro esistenza indipendente dallo Stato e dall'accumulazione capitalista, sia perché erano state comunità precedenti, come per le società arcaiche o per la cavalleria medievale, sia perché sfuggivano ad una tale influenza, come gli Zingari. Sicuramente, non si trattava di riprodurre tale e quale, in una società comunista, il modo di vita dei cavalieri, dei nomadi o dei nativi americani, ma di basarsi sul loro esempio al fine di concepire delle nuove forme di vita non alienate.

E' questo il senso di quel che scriveva Debord nel 1979, nella prefazione alla quarta edizione italiana de "La società dello spettacolo", benché i modelli storici siano qui da ricercare nelle città dell'antica Grecia e nelle repubbliche italiane del Rinascimento:
"La rivoluzione che vuole instaurare e mantenere una società senza classi [...]  può abbastanza semplicemente cominciare ovunque, là dove delle assemblee proletarie autonome, non riconoscendo al di fuori di se stesse alcuna autorità o proprietà di chicchessia, ponendo la propria volontà al di sopra di tutte le leggi e di tutte le specializzazioni, aboliranno la separazione degli individui, l'economia mercantile, lo Stato. Ma essa non trionferà che imponendosi universalmente, senza lasciare una parcella di territorio ad alcuna forma residua di società alienata.
Allora si rivedrà un'Atene o una Firenze da cui nessuno sarà respinto, estesa sino ai confini del mondo; e che, avendo abbattuto tutti i propri nemici, potrà infine dedicarsi gioiosamente alle vere divisioni e alle rivalità senza fine della vita storica." [*38].

In questa visione del mondo tipicamente romantica e nondimeno rivoluzionaria, il passato storico assume un nuovo valore: non è più, come credevano di poter denunciare Lefebvre e Debord, la compensazione illusoria di un presente alienante, "una fuga reazionaria fuori dal reale" [*39], ma costituisce la base migliore della critica sociale, in quanto porta in sé la critica del presente, la coscienza della felicità e della sua perdita. Avere il gusto del passato diventa perciò una condizione indispensabile per emettere un giudizio rivoluzionario sul mondo presente, ma anche per prevedere nuove forme di esistenza. In tal senso, il romanticismo che ispira il percorso di Lefebvre o dei situazionisti non può essere inteso come un'opposizione fra il passato ed il possibile, ma come la sua sintesi dialettica, ossia l'irruzione del passato come il possibile ancora all'opera nella storia. E quest'irruzione è anche un impossessarsi: proiettare il passato nel ciel dell'avvenire, come un'immagine utopica che guidi la lotta presente. Si tratta qui di un'operazione con un fine politico, e tuttavia coloro che la portano avanti non hanno altri strumenti se non la loro sensibilità estetica: sta qui l'autentico romanticismo rivoluzionario.

In ultima analisi, è questa sensibilità romantica che irriga a livello sotterraneo la critica situazionista e che è stata la sua forza e la sua originalità. Colui che ha rappresentato al meglio questa sensibilità nell'IS è stato Guy Debord stesso, la cui critica sociale è sempre avvenuta sotto il segno melanconico di una meditazione sulla perdita: perdita del tempo, perdita di ciò che rendeva bella la vita, perdita di ciò che si ama e, per finire, perdita di sé stesso [*40].

D'altronde, si dimentica troppo spesso che l'IS, in quanto progetto di costruzione di situazioni, è nata innanzitutto da una scommessa sullo scorrere del tempo, voluta dallo stesso Debord:
"“Il principale dramma affettivo della vita [...] sembra essere proprio la sensazione dello scorrere del tempo. L’atteggiamento situazionista consiste nel puntare sulla fuga del tempo, contrariamente ai processi estetici che tendevano alla fissazione dell’emozione. La sfida situazionista al passaggio delle emozioni e del tempo sarebbe la scommessa di guadagnare sempre sul cambiamento, andando sempre più lontano nel gioco e nella moltiplicazione dei periodi coinvolgenti. Non è evidentemente facile per noi, in questo momento, fare una tale scommessa. Tuttavia dovessimo perderla mille volte, non abbiamo la scelta di un altro atteggiamento progressista” [*41].

- Patrick Marcolini - Pubblicato su Noesis (on-line) n°11 del 2007 -

NOTE:

(1) - Walter Benjamin -  L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1939).

(2) - Il libro di Guy Debord con questo titolo appare nel 1967. Nello stesso anno compare l'altra opera di riferimento del movimento situazionista: Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazione, di Raoul Vaneigem.

(3) - Kurt Meyer, Henri Lefebvre : Ein romantischer Revolutionnär, Wien, Europa Verlag, 1973.

(4) - Eccetto, da una parte, i comunisti dissidenti come  Pierre Naville e Dionys Mascolo, e dall'altra parte i marxisti influenzati dal comunismo dei consigli, come Claude Lefort e Cornelius Castoriadis.

(5) - Rémi Hess, Henri Lefebvre et l’aventure du siècle, Paris, Métailié, 1988.

(6) - Henri Lefebvre, « Vers un romantisme révolutionnaire », La Nouvelle Revue Française, 1er octobre 1957.

(7) - Guy Debord - Rapporto sulla costruzione delle situazioni - 1957.

(8) - Guy Debord - Op. cit.

(9) - Lefebvre scrive il suo articolo nel maggio 1957 e lo pubblica ad ottobre dello stesso anno, Debord pubblica il Rapporto sulla costruzione delle situazioni nel giugno del 1957, e l'Internazionale Situazionista viene fondata il mese successivo, è quindi impossibile che Lefebvre conoscesse gli scritti situazionisti.

(10) - Henri Lefebvre, op. cit.

(11) - Henri Lefebvre, op. cit.

(12) - Henri Lefebvre, op. cit.

(13) - Guy Debord. op. cit.

(14) - Henri Lefebvre, op. cit.

(15) - Henri Lefebvre, op. cit.

(16) - Henri Lefebvre, op. cit.

(17) - Guy Debord - Tesi sulla rivoluzione culturale, su Internazionale Situazionista n°1, giugno 1958.

(18) - Henri Lefebvre, op. cit.

(19) - Lettera di Guy Debord a Costant datata 25 settembre 1958 (Guy Debord, Correspondance, vol. 1); dichiarazione che verrà ripresa tale e quale nella rivista Internazionale Situazionista nel dicembre 1958, firmata dal comitato di redazione della rivista (Internazionale Situazionista n°2).

(20) - Internationale Situationniste n° 7

(21) - Internationale Situationniste n° 3

(22) - Vedi l'estratto della lettera inviata da Henri Lefebvre a Guy Debord, datata 3 gennaio 1960 (in Correspondance, op. cit.)

(23) - Lettera di Guy Debord a Henri Lefebvre in data 5 maggio 1960 (ivi).

(24) - Henri Lefebvre, Introduction à la modernité. Préludes, Paris, Editions de Minuit, 1962.

(25) - Henri Lefebvre, Introduction à la modernité, op. cit.; e Internazionale Situazionista n°8, gennaio 1963. Come aneddoto, fra i membri della Linea Generale appare Georges Perec, il quale all'epoca è ancora uno sconosciuto scrittore. Sui rapporti fra Lefebvre, i situazionisti e La Linea Generale, cf. Matthieu Rémy, « Georges Perec dans l’air du temps situationniste », Archives et documents situationnistes n°4, automne 2004.

(26) - Opuscolo  « Aux poubelles de l’histoire ! » datato 21 febbraio 1963 (riprodotto nella rivista Internationale Situationniste n°12, septembre 1969).

(27) - Michael Löwy et Robert Sayre, Révolte et mélancolie. Le romantisme à contre-courant de la modernité, Paris, Payot, 1992. Michael Löwy ha diretto, in collaborazione con Max Blechman, un numero speciale della rivista Europe dedicato al "romanticismo rivoluzionario" (Europe n°900, aprile 2004). Cfr. anche  Michael Löwy, L’Etoile du matin. Surréalisme et marxisme, Paris, Syllepse, 2000 (quest'opera contiene anche un capitolo sul "romanticismo nero di Guy Debord").

(28) - Per uno studio sui rapporti che legano il romanticismo e gli inizi del movimento operaio, cfr. Sarane Alexandrian, Le Socialisme romantique, Paris, Seuil, 1979.

(29) -  Henri Lefebvre, « Vers un romantisme révolutionnaire », op. cit.

(30) - Lettera di Guy Debord ad Henri Lefebvre, in data 5 maggio 1960 (Correspondance, op. cit.)

(31) - Henri Lefebvre, Introduction à la modernité, op. cit.

(32) - Henri Lefebvre, Introduction à la modernité, op. cit.

(33) - Henri Lefebvre, Introduction à la modernité, op. cit.

(34) - Boris Donné, (Pour Mémoires). Un essai d’élucidation des « Mémoires » de Guy Debord, Paris, Allia, 2004.

(35) - Guy Debord, In girum imus nocte et consumimur igni [1978], Paris, Gallimard, 1999.

(36) - Sui rapporti dei situazionisti Costant e Pinot-Gallizio con gli Zingari d'Alba, cfr. Constant, « New Babylon, une ville nomade », in Nomades et vagabonds (Cause commune n°2), Paris, Union générale d’éditions, 1975; e Francesco Careri, « New Babylon. Le nomadisme et le dépassement de l’architecture », in Constant, une rétrospective, Antibes, Musée Picasso / Paris, Réunion des musées nationaux, 2001.

(37) - Christophe Bourseiller, Vie et mort de Guy Debord, Paris, Plon, 1999. Nelle sue ultime opere, Debord fa più volte riferimento agli Zingari, e sua moglie è l'autrice di un studio molto bello sul contributo degli Zingari all'argot delle classi pericolose  (Alice Becker-Ho, Les Princes du Jargon [1990], Paris, Gallimard, 1993).

(38) - Guy Debord - Prefazione alla quarta edizione italiana de La Società dello spettacolo" (1979).

(39) - "Fin dall'inizio, c'è nel surrealismo, che in questo è paragonabile al romanticismo, un antagonismo fra i tentativi di affermazione di un nuovo uso della vita ed una fuga reazionaria fuori dal reale." (da «Suprême levée des défenseurs du surréalisme à Paris et révélation de leur valeur effective», articolo pubblicato anonimo su Internazionale Situazionista n°2, dicembre 1958).

(40) - La tonalità melanconica del pensiero di Debord viene riassunta in maniera sufficientemente ampia, nella sua opera, dal simbolo ossessivo degli  « enfants perdus », come ha mostrato Vincent Kaufman nella sua biografia intellettuale del fondatore dell'IS (Vincent Kaufmann, Guy Debord. La révolution au service de la poésie, Paris, Fayard, 2001).

(41) - Guy Debord - Rapporto sulla costruzione delle situazioni - 1957.


fonte: Noesis

lunedì 1 febbraio 2016

4 tesi

4tesi

La mancanza di autonomia dello Stato e i limiti della politica:
4 tesi sulla crisi della regolazione politica
- di Robert Kurz
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1. Mercato e Stato, economia e politica come poli di un medesimo campo storico
Nella storia del mondo moderno si è sempre assistito allo scontro più o meno ostile fra due o più principi: mercato e Stato, economia e politica, comunismo e socialismo. La lotta fra l'homo oeconomicus e l'homo politicus si rinnova costantemente; ad ogni scoppio di modernizzazione, gli "individualisti" ed i "collettivisti", i liberi imprenditori ed i pianificatori dell'economia, i gestori di impresa ed i burocrati statali, i sostenitori del liberismo economico e gli interventisti, gli apostoli del libero scambio ed i protezionisti, si affrontano in battaglia. Negli ultimi decenni, questa costellazione si è presentata, relativamente alla politica economica, anche come opposizione fra monetaristi e keynesiani.
Retrospettivamente, possiamo constatare che entrambe le parti hanno riportato sia successi che fallimenti. Ma come andare avanti, ora? Oggi non ci troviamo solamente alla fine di un secolo e di un millennio, ma forse anche alla fine delle costellazioni e delle opposizioni alle quali siamo stati finora abituati, alla fine della modernità e, possibilmente, perfino alla fine della politica economica. Quanto meno sembra predominare dappertutto la sensazione di non avere a che fare soltanto con le straordinarie effemeridi del calendario, ossia, con la fine di un millennio e con i timori irrazionali legati a questo momento, ma che ci troviamo realmente di fronte ad una profonda "rottura epocale" e ad una crisi secolare della società mondiale.
Succede che, in un primo momento, il collasso del modello sovietico, basato su un'economia statalizzata, ha spinto i teorici e gli analisti a pensare che il vecchio conflitto strutturale venisse ora deciso per sempre. Il paradigma individualista, imprenditoriale ed orientato al mercato, avrebbe ottenuto la vittoria assoluta. Ma la realtà globale parla in termini diversi. Per ora, la trasformazione delle vecchie economie di Stato in economie di mercato, in termini generali ha fallito. Tuttavia, la grande crisi strutturale ha raggiunto anche le metropoli occidentali. E la scomparsa dell'eterna alternativa, rappresentata dall'altro polo ideologico della modernizzazione, non ha portato alla pacificazione sotto il segno di un'individuazione nella forma della merce e nel mercato totale. Il modo di vivere capitalista è troppo unilaterale, il mercato è troppo disintegratore, e l'ideologia occidentale è troppo debole, perché questo sistema possa sopravvivere senza che esista un polo opposto. Perciò, il paradigma occidentale, il paradigma dell'economia di mercato, non è riuscito a colmare il vuoto lasciato dall'economia di Stato e dall'ideologia dello Stato. Inversamente, il fondamentalismo pseudo-religioso ed il fondamentalismo etico hanno invaso lo spazio dell'alternativa perduta, in maniera ben più pericolosa ed imprevedibile rispetto a qualsiasi precedente socialismo di Stato. Il fondamentalismo è il meritato castigo dovuto alla superbia dell'economia di mercato, ed al fallimento del socialismo o del polo della modernizzazione attraverso lo Stato, dell'economia pianificata e del collettivismo.
In termini generali, verifichiamo che retrospettivamente il socialismo e l'economia statalizzata non sono state semplicemente forze contrarie, meramente esterne all'economia di mercato dell'Occidente. Come i due poli di un campo magnetico, o di una batteria elettrica, che non si escludono solamente, ma si condizionano inoltre reciprocamente e sono, di conseguenza, complementari, lo stesso avviene anche con le posizioni modernizzatrici che si trovano agli antipodi. Il mercato e lo Stato, il denaro ed il potere, l'economia e la politica, il capitalismo ed il socialismo non sono, in realtà, alternativi, ma costituiscono i due poli di uno stesso "campo" storico della modernità. Lo stesso vale per il capitale ed il lavoro. Non importa quanto nemici siano i due poli, essi non potrebbero, per loro natura, esistere solamente di per sé, senza il "campo" storico che li costituisce nella loro opposizione. Questo "campo", considerato nella sua totalità, è il moderno sistema produttore di merci, la forma totalizzata della merce, l'incessante trasformazione di lavoro astratto in denaro che avviene nella forma di un processo, la "valorizzazione" o l'economizzazione astratta del mondo.
Si comprende facilmente che, in questo sistema, debbano sempre esistere i due poli: del capitale e del lavoro, del mercato e dello Stato, del capitalismo e del socialismo, ecc., non importa quale sia la veste storica e quale peso diverso abbiano tali poli in ciascun caso. L'economia statale di tipo sovietico ed il liberalismo economico totale (per esempio, nella dottrina di un Friedrich August von Hayek o di un Milton Friedman) costituiscono solo gli estremi di tutto uno spettro di ideologie, di politiche economiche e di forme di riproduzione politico-economiche, che riguardano tutte, ugualmente, il medesimo sistema di riferimento, vale a dire la forma merce totale della società. Questo significa che anche la pianificazione state più estrema può pianificare solamente nelle forme del mercato, ossia, nelle categorie della merce e del denaro, come è notoriamente avvenuto nel caso dell'economia sovietica. Tuttavia, inversamente, anche il radicalismo più estremo a favore del mercato non riesce a prosperare senza il polo statale politico. Anzi, in ogni economia di mercato opera la "legge della quota crescente dello Stato", come è stata formulata per la prima volta nel 1863 dall'economista Adolph Wagner. Da allora, tale teoria è stata confermata, nella sua essenza, dallo sviluppo strutturale reale. Gli ideologhi neoliberali vedono in questo il "peccato originale socialista" nel capitalismo. Questo è un controsenso, nella misura in cui non si tratta di un "peccato originale", bensì di uno sviluppo strutturale condizionato in maniera sistemica. Ma quel che è certo è che c'è sempre stato il socialismo nell'economia di mercato e l'economia di mercato nel socialismo, se intendiamo per socialismo il momento più o meno pronunciato di economia statale (in tal senso, anche il concetto di "socialismo di Stato" è del tutto pertinente per l'economia sovietica, che, nonostante la sua legittimazione ideologica marxista, può essere fondata teoricamente assai più come opera di Lassalle, Rodbertus e Wagner, che come opera di Marx).
A partire dagli anni 1950, le "teorie della convergenza" hanno riflettuto perfettamente su questo problema e ne hanno dedotto un adattamento graduale reciproco da parte dei due blocchi sistemici. E, da quando l'euforia neoliberista si è un po' placata a partire dal 1989, ora si diffondono nuovamente le voci che mettono in guardia rispetto ai rischi di una radicalizzazione unilaterale del mercato. Si afferma che, al contrario, è molto più importante trovare il "giusto mix" di mercato e di Stato. In questo modo, assistiamo ad uno strano spettacolo: nella misura in cui socialisti e keynesiani si trasformano in neoliberisti e monetaristi più o meno dichiarati, neoliberisti e monetaristi, a loro volta, si trasformano gradualmente in keynesiani più o meno presunti. Perfino negli Stati Uniti, ultimamente, + nata una corrente rappresentata dagli economisti Paul Romer (Berkeley) e Richard Freeman (Harvard), che vede nelle eccessive differenze di reddito, causate dal neoliberismo radicale, un pericolo per la crescita, ed esige in qualche misura un intervento compensatore da parte dello Stato. Allo stesso modo, i governi neoliberisti del Cile e del Messico, allarmati, fra l'altro, per la ribellione in Chapas e per la pericolosa disgregazione della società, si vedono costretti ad una correzione di rotta per mezzo di un intervento statale nell'area sociale. Lo stesso vale per i riformisti del mercato nell'Est europeo e nell'ex Unione Sovietica. Anche la Banca Mondiale ha cominciato, sotto l'effetto della crisi, a correggere, almeno cosmeticamente, i suoi programmi radicalmente asserviti all'economia di mercato, per mezzo di "programmi di salvataggio" nell'area sociale ed in quella ecologica, che non sono possibili senza interventi dello Stato.
Forse che, dopo il socialismo unilaterale o il keynesismo e dopo il neoliberismo altrettanto unilaterale, discepolo dell'economia radicale di mercato, siamo finalmente arrivati alla convergenza globale, alla "via di mezzo" fra la teoria e la prassi? Ci chiediamo tuttavia se un simile paradigma, abbastanza debole, sarà sufficiente a poter sconfiggere la grande crisi strutturale del secolo. E' dubbio si possa trovare un "giusto mix" fra mercato e Stato al fine di uno sviluppo ragionevolmente equilibrato del sistema. E' altrettanto possibile che, in realtà, il "campo" storico comune ai due poli, del mercato e dello Stato o dell'economia e della politica, ossia, la forma congiunta di riferimento del moderno sistema produttore di merci abbia raggiunto il suo limite assoluto. Ma, in tal caso, sorgerebbero questioni molto diverse e molto più fondamentali, le quale non possono più essere affrontate con nessuno degli strumenti esistenti finora, ed ancor meno con la miscela eclettica di terapie che finora si sono escluse reciprocamente.

2. Le funzioni economiche dello Stato moderno
Perché l'attività dello Stato si è estesa secolarmente anche nelle economie aperte di mercato dell'Occidente, nonostante le ideologie ufficiali vi si opponessero? Possiamo constatare, fondamentalmente, cinque livelli o settori di attività dello Stato moderno, tutti risultanti dal processo stesso dell'economia di mercato. Detto in altre parole: quanto più l'economia di mercato si è ampliata strutturalmente, fino a comprendere tutta la riproduzione sociale e diventando il modo di vita universale, tanto più l'attività dello Stato aveva bisogno di essere ampliata. Ci troviamo, pertanto, davanti ad una relazione ineludibilmente reciproca.

Il primo livello è quello giuridico, cioè, il processo di "giuridificazione" (Verrechtlichung). Quanto più l'economia di mercato e, con essa, la relazione monetaria astratta si espandono, tanto minore diventa la forza vincolante delle relazioni tradizionali premoderne, e tanto più tutte le azioni e relazioni sociali necessitano di essere poste nella forma astratta del Diritto e, in tal senso, di essere codificate giuridicamente. Tutti gli uomini, senza eccezione alcuna, ivi inclusi i produttori immediati, devono agire sempre più come soggetti moderni del Diritto, giacché tutte le relazioni si sono trasformate in relazioni contrattuali sotto forma di merce. Pertanto, lo Stato si trasforma in una macchina legislativa permanente, e quanto maggiore è il numero di relazioni di merce e di denaro, tanto maggiore è il numero di leggi o di decreti. In conseguenza di questo, anche l'apparato dello Stato aumenta progressivamente, in quanto la "giuridificazione" ha bisogno di essere controllata e fatta rispettare. Ma qui non si tratta di un processo "extra-economico", dal momento che l'apparato amministrativo, che cresce senza posa, ha bisogno di essere finanziato. Pertanto, la crescente "giuridificazione" comporta semplicemente una domanda finanziaria, la quale a sua volte cresce in maniera permanente. Anche la regolamentazione meramente giuridica non è neutra per quanto riguarda i costi.

Il secondo livello di attività crescente dello Stato sono i problemi sociali ed ecologici, derivanti dall'economia di mercato. La modernizzazione non dissolve solamente i vincoli tradizionali, ma anche i contratti sociali ed i contratti fra generazioni, che questi vincoli comportano. Lo spazio dei sistemi sociali locali, personali, familiari e naturali di educazione dei figli, di cura dei malati e delle persone che necessitano di particolari attenzioni, così come la garanzia di sostegno alle persone in età avanzata, ha bisogno di essere occupato sempre più da sistemi sociali nazionali, impersonali, pubblichi, che hanno forma di merce e di denaro. Non il mercato, ma solo lo Stato poteva assumere un simile compito, poiché l'economia di mercato, in quanto tale, non ha alcuna sensibilità e nessun organismo al di fuori del processo incessante di trasformazione del lavoro in denaro, e per sua propria natura non può coincidere con questo processo. In quanto dipendente dal livello di sviluppo, dalla storia e dalla capacità di sopravvivenza sul mercato mondiale, quest'attività dello Stato è ovviamente molto diversa da un paese a l'altro ed è regolamentata in forma più o meno accentuata, ma la sua espansione secolare come conseguenza dell'espansione delle relazioni di mercato è incontestabile.

La stessa cosa vale anche per i problemi sociali, quali essi risultano dalle trasformazioni e dai cicli dell'economia di mercato, in quanto la modernizzazione non è la transizione da una situazione fissa ad un'altra posizione fissa, ma transizione da una forma statica ad una forma dinamica di società. Pertanto, la modernizzazione è un processo di trasformazione permanente, che torna sempre a scuotere l'intera struttura di riproduzione. Sia il ciclo congiunturale che la "distruzione creativa" di interi settori - come Joseph Schumpeter ha eufemisticamente definito le periodiche rotture strutturali - generano sempre e di nuovo il problema della disoccupazione di massa. Non sono solo le fasi dell'infanzia, della malattia e della vecchiaia che, in un mondo completamente monetarizzato e "giuridificato", devono essere riprodotte integralmente o parzialmente dall'attività dello Stato; vale la stessa cosa anche per il gap fra i processi del mercato e la concorrenza, da un lato, e la capacità umana di adattamento, dall'altro. Il cambiamento della qualifica e del domicilio o la nascita di nuove industrie al posto di quelle vecchie, ecc., sono fattori che si sviluppano più lentamente di quanto avvenga per la "liberazione" di mano d'opera attraverso la razionalizzazione, la recessione e la disattivazione di una fabbrica. Perciò, anche il problema sociale della disoccupazione, in ultima analisi, può essere più o meno regolato solo attraverso degli interventi statali. Così come avviene con il processo di "giuridificazione", i successivi processi sociali di modernizzazione comportano attività statali addizionali e, quindi, una domanda finanziaria crescente da parte dello Stato.

Negli ultimi decenni, come conseguenza della modernizzazione, si sono sommati problemi sociali e problemi ecologici. Anche in questo caso, gli organismi e le misure del mercato sono del tutto insufficienti. Il denaro è per sua propria natura astratto ed indifferente al contenuto sensibile (sinnlichen lnhalt); e la razionalità imprenditoriale della minimizzazione dei costi non "esternalizza" soltanto i costi sociali, ma anche i costi ecologici. Lo fa, soprattutto, in quanto la natura non può, per la sua essenza, essere un soggetto di Diritto; ragion per cui si abusa di essa come luogo per scaricare i rifiuti dei costi sistemici. Anche il posizionamento (Positionierung) nella forma mercato dei substrati naturali generali causa difficoltà. L'aria, l'acqua (falda freatica, fiumi, oceani) ed il clima non possono essere sottomessi alle relazioni economiche di scarsità né essere rappresentati per mezzo dei prezzi di mercato, per essere accessibili solo dalla domanda con potere di acquisto. In ultima analisi, i substrati naturali del mondo sono beni per tutti, o insostenibili per tutti. Inoltre, i processi di distruzione dell'ambiente sono processi a lungo termine e si estendono attraverso diverse generazioni, mentre l'orizzonte temporale del mercato è sempre solo a breve termine. E, infine, l'esternalizzazione gestionale dei costi ecologici può essere internalizzata solamente come difficoltà, attraverso imposte o altri oneri, giacché la concorrenza a livello globale fa sembrare sempre più assurdo la tassazione ristretta alle frontiere dello Stato nazionale. Quindi, è anche lo Stato che deve sopportare i costi ecologici susseguenti, creando a tale scopo delle istituzioni speciali, per cui la sua sfera di competenza, così come la sua domanda finanziaria, si espandono ulteriormente.

Il terzo livello di attività statale in crescita riguarda gli aggregati infrastrutturali: la costruzione di autostrade e di parte del sistema di trasporto, l'approvvigionamento energetico e la comunicazione, la formazione professionale e l'educazione (scuole, università), le istituzioni scientifiche, la canalizzazione delle acque di scarico ed il trattamento dei rifiuti, il sistema di salute pubblica, ecc. Tutte queste aree infrastrutturali si sviluppano con la crescente industrializzazione e scientificizzazione della produzione in quanto necessità pratiche di una produzione totale di merci. Ma gli aggregati non sono una produzione di merci nella forma del mercato bensì, al contrario, presupposti infrastrutturali di una produzione industriale scientificizzata di merci. Si tratta di input generali, relativi alla società come un tutto, che entrano nella produzione a livello di impresa, senza che essi stessi possano essere rappresentati in misura sufficiente dalla razionalità dell'amministrazione imprenditoriale (qui le cose avvengono in una forma simile a quella dei substrati naturali generali). Per cui, non è a caso che gli aggregati infrastrutturali vengano dappertutto gestiti (o sovvenzionati), per la maggior parte, dallo Stato e che, con ciò, si apra un campo gigantesco di riproduzione sociale, che fa gonfiare l'attività statale e le finanze pubbliche.

Il quarto livello dell'attività statale o dell'economia statale attiene all'emergere dello Stato direttamente come imprenditore produttore di merci, cioè, come operatore della produzione per il mercato. Lo Stato come imprenditore, o perfino, nella forma estrema del socialismo di Stato, come "imprenditore universale reale" è, in fondo, un paradosso, giacché, in questa forma, il polo statale-politico cerca di usurpare tutto il "campo" del sistema produttore di merci e nega il suo polo sistemico contrario senza, dall'altro lato, superare (aufheben) il sistema in quanto tale. In ultima analisi, questo paradosso distrugge il sistema, ma non può essere criticato dal "punto di vista ideale" del sistema, poiché ha avuto origine e continua ad avere origine dalle stesse contraddizioni reali del sistema. Lo Stato come imprenditore appare soprattutto nelle società di "modernizzazione tardiva", vale a dire, nei paesi che sono entrati in ritardo nel moderno sistema produttore di merci. Questo non è un caso, in quanto in molti paesi soltanto la macchina statale poteva mettere in atto, attraverso l'accumulazione centralizzata del "lavoro astratto" (Marx), il tentativo di stabilire una connessione con i paesi sviluppati. Ma anche nelle più antiche nazioni della modernità si trovano, a seconda della loro specifica storia, tracce più o meno marcate di Stato, in quanto imprenditore industriale, soprattutto in Francia (ad esempio, Renault) ed in Italia, con i suoi ancora enormi complessi industriali statali.

Nonostante la predominante ed universale ideologia della privatizzazione, le attività imprenditoriali dello Stato diminuiscono ben poco dal 1989. Contrariamente ad ogni progetto di privatizzazione, rimangono nelle mani dello Stato nuclei industriali di fondamentale importanza, anche nei paesi riformisti dell'Europa centrale dell'Est (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca). Questo vale ancora di più per quel che rimane dell'Est europeo, per le regioni dell'ex Unione Sovietica, per la Repubblica Popolare Cinese e per l'India. Anche in America Latina, la privatizzazione delle imprese statali va avanti solo in parte, se esaminiamo la situazione più nel dettaglio. E perfino in Europa occidentale, ci sono problemi e resistenza che suggeriscono quanto sia improbabile la completa privatizzazione delle imprese statali. Nella misura in cui le imprese statali danno profitti, alleviano naturalmente le finanze pubbliche, però, anche così, una parte di tali lucri viene di nuovo divorata dall'amministrazione e dal controllo delle imprese statati (assai spesso gonfiate). Ma, nella maggioranza dei casi, si tratta comunque di imprese non redditizie, che accumulano perdite e che hanno bisogno di essere mantenute per ragioni politiche. Qui vale, come regola, il principio: "socializzazione (statalizzazione) delle perdete, privatizzazione dei profitti". Così, sempre di regola, vengono privatizzate solamente le poche imprese statali che danno profitti, mentre lo Stato assume gli statali non redditizi, i quali si trasformano finanziariamente in un "sacco senza fondo".

Il quinto ed ultimo livello dell'economia statale consiste nella politica dei sussidi e nel protezionismo. Anche quando lo Stato non compare direttamente come imprenditore, può influenzare indirettamente il processo di mercato della produzione di merci per mezzo della regolamentazione meramente giuridica, garantendo formalmente la sopravvivenza delle imprese private attraverso dei sussidi e/o proteggendo le imprese, nel suo territorio, dalla concorrenza straniera attraverso delle misure protezionistiche. In questo senso, anche il socialismo di Stato con la sua politica di sussidi ed il suo monopolio del commercio estero è stato solo il caso speciale ed estremo di una tendenza generale, che ha assunto grandi proporzioni anche nei paesi occidentali-capitalisti del sistema produttore di merci.

Dal blocco continentale di Napoleone Bonaparte fino al famigerato blocco economico (Strafliste, letteralmente "lista di punizione") degli Stati Uniti, troviamo, in tutto l'Occidente, ogni forma immaginabile di questa attività imprenditoriale indiretta dello Stato e di questa "falsificazione del mercato". Tutti i "vecchi" paesi industrializzati dell'Occidente oggi sovvenzionano massicciamente le industrie del carbone e dell'acciaio e l'industria navale. E la gigantesca burocrazia agraria della Comunità Europea, che continua a venire sviluppata fino a rasentare l'assurdo, va, com'è noto, ancora più lontano di quanto facesse lo scomparso socialismo di Stato. Anche se oggi la globalizzazione dei mercati rende praticamente impossibile ogni e qualsiasi autarchia nazionale e perfino ogni e qualsiasi "autarchia dei blocchi" (come, per esempio, a livello della triade Stati Uniti, Unione Europea e Giappone), sappiamo che la "guerra economica mondiale" (Luttwak) sta continuando con maggior vigore dentro il GATT o dentro l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Quanto più i paesi diventano "ostaggi" dell'economia multinazionale, quanto più essi si vedono messi contro il muro dalla "questione della localizzazione", tanto più forte ( e non tanto più debole) diventa la loro propensione ad affermarsi in mezzo a questa contraddizione sistemica di un'economia globalizzata, da un lato, e di una riproduzione dentro il quadro dello Stato nazionale, dall'altro lato, ricorrendo ad ogni trucco che possa camuffare il sovvenzionismo ed il protezionismo. E' evidente che tale guerra globale intorno alla localizzazione è, per lo Stato, un'enorme divoratrice di costi.

Quindi, possiamo affermare, facendo un bilancio generale, che il verificarsi della legge di Adolph Wagner ha da più di cent'anni delle buone ragioni - ragioni che non possono essere ancora eliminate dall'attuale neoliberismo. Si tratta qui della contraddizione interna dello stesso moderno sistema produttore di merci, il quale si riproduce a livelli sempre più elevati: quanto più totale diventa il mercato, tanto più totale sarà lo Stato; quanto maggiore sarà l'economia delle merci e del denaro, tanto maggiori saranno i costi precedenti, i costi secondari ed i costi susseguenti del sistema, e tanto maggiori saranno anche le attività e la domanda finanziaria dello Stato. In tutti i paesi, la quota dello Stato oggi equivale, in media, a circa il 50% del prodotto sociale lordo, e, in tutto il mondo, più di metà della popolazione dipende direttamente o indirettamente dall'economia statale.

3. La strutturale mancanza di autonomia del sottosistema statale-politico e l'illusione del primato della politica
La struttura polare dualistica del sistema sociale moderno, induce sempre a supporre un'uguaglianza gerarchica fra i due poli: quello del mercato e quello dello Stato, o dell'economia e della politica. Ma, mentre i due poli del "campo" non possono esistere soltanto per sé e presuppongono sempre il polo opposto, essi non sono gerarchicamente uguali. Al contrario, c'è un sovrappeso strutturale del polo economico, che, da un lato può sembrare temporaneamente superato (aufgehoben) a beneficio del polo statale-politico, ma che, dall'altro lato, si ristabilisce sempre nuovamente. Quest'accezione di una dominanza strutturale fondamentale del mercato o dell'economia nei confronti dello Stato o della politica, viene frequentemente denunciata come "economicismo" Tuttavia, qui non si tratta di un errore teorico, ma di un predominino socialmente reale del mercato sul polo statale-politico.

La realtà di questo predominio del mercato può essere dimostrata sulla base di un fatto fondamentale: lo Stato non possiede nessun mezzo primario di regolamentazione, ma dipende dal mezzo del mercato, cioè, dal denaro. Tuttavia il mezzo "potere" attribuito allo Stato e, teoricamente, la maggior parte delle volte, identificato col denaro, non possiede nessun grado gerarchico primario, soltanto un grado secondario, in quanto tutte le misure dello Stato necessitano di essere finanziate, e non solo le attività giuridiche, le infrastrutture ecc., ma anche il potere nel senso più immediato del termine, ossia le forze armate. In questo senso, nemmeno i militari sono un effettivo "fattore extra-economico", poiché anche essi sono sottomessi al mezzo del mercato, attraverso il problema del loro finanziamento.

Il denaro è quindi il mezzo universale e totale (e, simultaneamente, il fine in sé della modernità, tanto astratto quanto assurdo), che comprende anche il polo statale-politico. Avviene che lo Stato non possegga alcuna facoltà di creare denaro, ma dipende strutturalmente dal fatto che la società civile guadagni una quantità sufficiente di denaro "sul mercato", in modo che si possano finanziare anche le attività crescenti dello Stato. Solamente nel cieco processo di mercato, che, del resto, si lascia sempre meno restringere all'area di sovranità in questione o alla "economia nazionale" del rispettivo paese (globalizzato), "nasce" il denaro attraverso il lavoro astratto e la sua realizzazione. Ma questo produce non solo il fondamentale predominio strutturale del mercato, ma anche una contraddizione sistemica intera altrettanto fondamentale, in quanto lo Stato entra in contraddizione con sé stesso, nella misura in cui i suoi ordinamenti ed attività, da un lato, non hanno altra finalità se non quella di favorire il sistema di mercato della produzione di merci sul suo territorio e mantenerla funzionante. Dall'altro lato, lo Stato deve "ritirare" (abschopfen) il denaro necessario al finanziamento proprio di queste attività del processo di mercato, limitando così l'economia di mercato ed agendo, di conseguenza, contro la sua stessa finalità, proprio per realizzarla.

Il paradosso di questa struttura si è manifestato storicamente con chiarezza sempre maggiore, nella misura in cui il sistema produttore di merci si è occupato di tutta la riproduzione sociale. L'unico finanziamento "regolare" di Stato è la tassazione dei redditi generati dal processo diretto del mercato (indipendentemente dal fatto che lo faccia nella forma delle imposte dirette o indirette). Ma, se i costi anticipati, gli effetti secondari ed i problemi susseguenti della produzione di merci - e, insieme a questo, le attività necessarie dello Stato - crescono più di quanto facciano i redditi generati dal processo del mercato, allora l'espansione delle finanze pubbliche provenienti dalla strada regolare della tassazione non solo minaccia di restringersi, ma rischia di soffocare il proseguimento del processo del mercato, in quanto se lo Stato può fornire il "foraggio" per la mucca da latte monetario del mercato solamente attraverso l'abbattimento della mucca, allora ecco che diventano visibili i limiti del sistema.

Nel corso della prima guerra mondiale, questo problema fece la sua comparsa per la prima volta su grande scala, quando divenne chiaro che la guerra tecnologica moderna non poteva più essere finanziata facendo ricorso endemico alla tassazione regolare. Da allora, si discute, ad intervalli periodici, "la crisi finanziaria dello Stato tassatore". Rudolf Goldscheid e Joseph Schumpeter formularono questo fondamentale problema della crisi strutturale nel 1917-18 a partire dalla loro discussione sull'economia di guerra durante la prima guerra mondiale. Da lì in poi, le discussioni intorno a tale problema non smisero più per tutto il 20° secolo. Non è a caso che il problema finanziario del "capitalismo di Stato" o della "economia di guerra permanente" si sia trasformato negli Stati Uniti sempre e di nuovo nel grande tema e nell'assunto politico per eccellenza; e non è a caso che questo avvenga sempre in una formulazione quasi identica del problema a quella di Goldsheid e Schumpeter (così anche in James O'Connor, nel 1973).

Se il ricorso alla tassazione regolare non funziona, lo Stato deve passare ad un secondo tipo di soluzione, del cui carattere fondamentalmente avventurista via via ci siamo dimenticati: l'indebitamento nei confronti dei partecipanti al mercato della sua economia nazionale. Lo Stato, pertanto, non si finanzia più solamente per mezzo delle imposte, che incamera grazie alla sua pretesa di sovranità e grazie al suo monopolio della forza, ma prende in prestito denaro dai suoi cittadini, come se fosse un comune partecipante al mercato finanziario. Oggi, questo processo non viene più considerato in linea di principio come un atteggiamento avventurista; si discute soltanto fino a quale percentuale del prodotto nazionale lordo si può indebitare senza poter essere considerato insolvibile.

C'è, tuttavia, un motivo per cui l'indebitamento dello Stato appare, in linea di principio, come qualcosa di precario e generatore di crisi, in quanto il sistema creditizio non ha, nella sua essenza, dimensioni tali da permettere il finanziamento delle attività dello Stato. Al contrario, il risparmio della società è concentrato nel sistema bancario come capitale monetario, per poter essere prestato, con interessi, al capitale produttivo. In una società capitalista, si mobilita anche quel denaro ai fini del processo di valorizzazione e di accumulazione, denaro che non può essere utilizzato dal suo proprietario a tale scopo. Ma, se il denaro prestato viene utilizzato per il consumo invece che per l'utilizzo produttivo e se l'utilizzo produttivo non va a buon fine, allora quel denaro non otterrà il suo scopo, ed il credito prima o poi "andrà a male". Quando questo avviene su larga scale, ci troviamo davanti ad una crisi commerciale creditizia e, alla fine, di fronte ad una crisi del sistema bancario.

Avviene che il credito dello Stato viene consumato, per la sua maggior parte, non al fine di un utilizzo produttivo, ma proprio per le molteplici attività di consumo dello Stato, che non sono un lusso, ma una necessità sistemica (senza che siano produttive nel senso della valorizzazione). Così, il credito di Stato si risolve economicamente nello stesso disastro, che porta, nell'area commerciale, ai crediti "cattivi", in quanto il capitale monetario è stato utilizzato effettivamente per il consumo e non al fine della produttività del capitale. Ma quest'evoluzione ha anche il suo rovescio: quanto maggiore è la quantità di capitale monetario prestato allo Stato, tanto maggiore è la quantità di risparmio sociale che si trasforma da capitale monetario reale in mere esigenze di Stato, cioè, quanto maggiore è la quantità del risparmio, tanto maggiore è il numero di titoli di credito dell'erario pubblico. Tuttavia, questo denaro viene trattato "come se" fosse rendimento di interessi di capitale impiegato in attività produttive, anche se questo denaro sia da tempo sparito per sempre nell'abisso del consumo di Stato. Per questo, Marx ha chiamato, a ragione, le obbligazioni del Tesoro, "capitale fittizio". Quindi, una gran parte della riproduzione sociale, così come della ricchezza sociale, presumibilmente accumulata sotto forma di "patrimonio in oro", consiste attualmente, nel mondo intero, di "capitale fittizio".

In ultima analisi, una simile costellazione del sistema creditizio può solo portare al collasso del sistema finanziario, ossia, ad una "svalorizzazione" del "capitale fittizio", che avviene, ad maggiore o minor grado, sotto la forma di uno shock. A partire dalla prima guerra mondiale, questo è avvenuto effettivamente in molti paesi, e oggi forse ci stiamo avvicinando ad un nuovo grande shock di svalorizzazione su scala mondiale, poiché, negli ultimi decenni, il "capitale fittizio" del credito statale è cresciuto in una misura assai più ampia di quanto abbia mai fatto in qualsiasi epoca precedente (così come, del resto, l'altra forma di "capitale fittizio", la speculazione commerciale nella forma di un "capitalismo da casinò" di derivati). Sebbene a lungo termine il crollo finanziario del credito statale appare ridimensionato, esso è il risultato inevitabile di un processo finito. E seppure lo Stato sia, grazie alla sua pretesa di sovranità, un "debitore infallibile", alla fine di questo processo lo sarà solamente al prezzo dell'esproprio dei suoi cittadini e di un collasso delle finanze nazionali. Ha, tuttavia, anche un problema diretto e a breve termine nell'assunzione permanente di crediti e, conseguentemente, in quanto cliente sui mercati finanziari, entra naturalmente in concorrenza con gli attori commerciali e produttivi del capitale monetario. Per cui, un'assunzione di credito da parte dello Stato eccessivamente elevata, che ripulisca, per così dire, il mercato finanziario, può produrre un effetto ugualmente negativo sulla situazione, sulla crescita e, di conseguenza, su tutta l'economia nazionale, in quanto tassazione eccessivamente elevata dei profitti. Se lo Stato, di conseguenza, ha già prosciugato completamente i risparmi della sua propria società e/o vuole impedire gli effetti negativi retroattivi dell'elevata domanda statale sul proprio sistema creditizio, allora può far ricorso all'indebitamento esterno e servirsi sui mercati finanziari internazionali, una volta che viene presupposta la sua solvibilità. Ma il problema fondamentale, in questo modo, non viene risolto, ma solamente trasportato ad un livello internazionale, con nuovi ed addizionali potenziali di rischio. In questo modo, molti paesi, soprattutto nell'Est europeo, in America Latina ed in Africa, sono già caduti nella "trappola del debito". Nel frattempo anche alcuni grandi paesi industrializzati dell'Occidente si sono resi dipendenti dall'indebitamento esterno, innanzitutto gli Stati Uniti, che attualmente devono onorare il più grande servizio di debito estero del mondo. Il sistema finanziario globale si trova oggi in una situazione estremamente instabile, last but not least, a causa dell'indebitamento internazionalizzato dell'insieme di tutti i paesi.

Se tutti i fili si spezzassero e lo Stato non potesse più finanziarsi, né attraverso le imposte né con assunzioni di credito dentro e fuori del paese, come ultima ratio rimane l'uso della macchina per stampare denaro: lo Stato decreta che la sua Banca Centrale crei "denaro improduttivo" a partire dal niente. Facendolo, si arroga, contro le leggi del sistema di mercato, il potere di creare denaro, cioè nega con la forza, in quanto polo politico, il predominio strutturale del polo economico. Il castigo arriva dopo, come si sa, nella forma dell'iper-inflazione. Dalla fine della prima guerra mondiale, questo fenomeno si è verificato periodicamente come conseguenza della creazione di denaro improduttivo da parte dello Stato, ed oggi è già diventato, in un numero crescente di paesi, una condizione strutturale permanente. Contro ogni illusione sul "primato della politica", si è dimostrato da tempo, nella pratica, che, a causa del denaro, lo Stato è un'istituzione fondamentalmente priva di autonomia nei confronti del mercato e che la politica, da parte sua, di fronte all'economia, costituisce una sfera anch'essa fondamentalmente sprovvista di autonomia.

Sebbene si conoscano tutte le forme e tutti i problemi strutturali di tale dipendenza, sopravvive ostinatamente l'idea per cui il polo statale-politico abbia lo stesso grado gerarchico o addirittura detenga, in quanto "istituzione definitiva", una facoltà regolativa a fronte dell'economia e del denaro. E, sebbene i sistemi finanziari nazionali ed internazionali siano stati pesantemente scossi nel corso del 20° secolo e siano oggi più instabili di quanto lo erano in qualsivoglia epoca precedente, ci si aspetta in larga misura, come avviene per gli appassionati del gioco d'azzardo, che il sistema produttore di merci e la sua portentosa sovrastruttura finanziaria continui a funzionare "in un modo o nell'altro", nonostante le sue contraddizioni logiche interne; e ci si aspetta questo semplicemente perché le cose finora hanno sempre continuato a funzionare "in un modo o nell'altro". Non si crede nella possibilità di una barriera assoluta. Anche i paesi il cui sistema finanziario è già entrato in collasso, stanno producendo sempre nuovi "piani" di politica economica e finanziaria, che dovrebbero superare definitivamente il disastro (recentemente il Plano Real in Brasile). Ma mai una politica economica sarà in grado di modificare un qualsivoglia aspetto della mancanza di autonomia dello Stato nei confronti del denaro.

4. La crisi secolare della regolazione statale-politica
La barriera sistemica strutturale di tutto il "campo" della modernità, che scompare, per così dire, nella politica quotidiana, e come al solito scientifica, dell'industria accademica, per contrasto appare ancora più chiaramente in un'analisi storica del processo di modernizzazione visto nella sua interezza. Contrariamente all'ideologia neoliberista, siamo in grado di dimostrare che, alla fine del 20° secolo, i costi sistemici dell'economia di mercato stanno cominciando a superare, in termini assoluti ed irreversibili, i suoi profitti. Il problema fino ad ora soltanto virtuale o periodico - per cui i costi sistemici che si manifestano nell'attività di Stato divorano la sostanza - diventa il problema reale e strutturale permanente. Ma , in questo modo, si erge definitivamente una barriera storica assoluta del sistema, che si manifesta nella crisi latente della "finanziabilità" dei compiti sistemicamente necessari, i quali aumentano gradualmente.

Non serve a molto piagnucolare, alla maniera di un antiquato "buon padre di famiglia", sulla mania dello Stato di contrarre debiti, come è abitudine dei politici conservatori e populisti. La critica ai "costi eccessivamente elevati dello Stato" parte ciecamente dal punto di vista del denaro ed ignora completamente che i costi dell'attività statale non sono il risultato di una cattiva gestione dello stesso, ma rappresentano il livello di civiltà della modernità. La stessa corruzione politica, così come la si trova oggi in tutti i paesi, non è la causa, bensì una conseguenza della crisi. ci sono certamente alcuni pubblicitari dell'economia di mercato che sono disposti a liquidare il livello civilizzatore per quelle masse umane non più redditizie, a causa della loro mancanza di "finanziabilità", inviandole nella barbarie. Con questa misura, si spera probabilmente di poter continuare ad operare una riproduzione capitalista con l'aiuto di una minoranza globale in "isole di normalità".

Si tratta, tuttavia, di una doppia illusione. In primo luogo, gli effetti retroattivi della barbarie avranno solo l'effetto di riprodurre come "costi di sicurezza" i costi economizzati grazie alla liquidazione dei programmi sociali, delle infrastrutture, ecc. e li spingeranno a livelli astronomici. In secondo luogo, il livello di civiltà delle infrastrutture, della formazione professionale e della scienza, della pubblica sanità, dei mezzi di trasporto pubblico, dell'eliminazione dei rifiuti e dei residui, ecc. non è un lusso, bensì una necessità per mantenere in funzione la stessa accumulazione del capitale. Una produzione scientificizzata con strutture di interconnessione altamente sensibili, a lungo termine non può sussistere in mezzo ad un oceano di analfabetismo, di miseria, di violenza, di spazzatura, di malattie e di abbandono. Se il livello di civiltà non è più finanziabile, allora questo significa soltanto che la contraddizione sistemica interna ha raggiunto la sua maturità storica. E' la stessa economia di mercato dell'Occidente ad aver generato dei potenziali che l'hanno superata e che nelle forme del moderno sistema produttore di merce non si lasciano più bandire.

Il paradosso, per cui i costi sistemici necessari superano i livelli di produttività e di scientificizzazione hanno raggiunto oggi i limiti sopportabili dalla tassazione del processo di valorizzazione, non può essere eliminato anche a causa dell'idea di "privatizzazione", che è il fiore all'occhiello dei neoliberisti. Se le condizioni di contorno del sistema costano più di quanto la finalità stessa del sistema può produrre, allora questa miseria non cambia affatto in forza di un cambiamento della mera forma giuridica, in quanto i problemi sostanziali continuano ad essere gli stessi. Ciò vale anche per quei settori nei quali lo Stato compare, in contrasto con la logica del sistema, come imprenditore nella produzione di merci per il mercato. Se anche in quest'area la privatizzazione avanza in ogni parte del mondo soltanto a passo di tartaruga, questo lo si deve a buone ragioni economiche, che non possono essere accreditate ad una "ideologia socialista sbagliata". E' vero che la produzione può avvenire in maniera effettivamente "più efficiente" in termini di esigenza di redditività, per mezzo di una gestione privata, orientata al mercato. Ma "efficienza" significa anche razionalizzazione, disattivazione di intere unità produttive e licenziamenti di massa. Paesi come la Russia, l'India o la Cina, dovrebbero mettere in mezzo alla strada, in un breve lasso di tempo, più della metà della loro popolazione. Il risultato potrebbe essere solo la guerra civile. Se le imprese statali non sono più finanziabili e se, simultaneamente, la privatizzazione porta più rapidamente al collasso del sistema, ci troviamo di fronte alla classica situazione di stallo.

Ciò vale ancor di più per i settori dell'infrastruttura. Se la gestione (dettata dalla necessità) di imprese di produzione di merci, da parte dello Stato, è contraria alla logica del sistema, lo svolgimento di compiti statali di infrastruttura sotto forma di produzione di merci è ancora più contraria alla logica del sistema. L'essenza dell'infrastruttura è il suo carattere di input di tutta la società, che deve esistere in ogni paese per poter svolgere il suo compito. Se, però, gli aggregati infrastrutturali sono stati sottomessi alla relazione economica della scarsità e vengono gestiti solo per soddisfare la domanda diretta dotata di potere di acquisto, perdono il loro carattere di condizione generale di contorno alla produzione di merci. E' impossibile privatizzare gli input di tutta la società senza pregiudicare gravemente la stessa valorizzazione del capitale. Se questo avviene, gli input diventeranno, in primo luogo, eccessivamente cari, e, in secondo luogo, non saranno più a disposizione, in quantità sufficiente, al momento giusto e nol posto giusto, nemmeno per i clienti con potere d'acquisto.

Le privatizzazioni finora intraprese, di parti di infrastruttura, in ogni parte del mondo, hanno confermato questo problema. In Argentina, le imprese nei centri urbani non trovano più mano d'opera in quantità sufficiente, poiché i mezzi di trasporto pubblico sono stati disattivati oppure sono diventati talmente cari che il viaggio verso il luogo di lavoro non conviene più agli operai delle periferie. Negli Stati Uniti, gli investitori giapponesi si lamentano di non essere in grado di soddisfare le esigenze di partecipazione delle persone del posto alla produzione locale, giacché la mano d'opera locale è troppo impreparata per gestire macchine complicate. In Inghilterra, l'industria si lagna perché la rete telefonica, dopo la privatizzazione, è diventata talmente rarefatta, per motivi di redditività, che tutti i funzionari in missione esterna hanno bisogno di essere equipaggiati con radiotelefoni, con costi molto elevati. In Ungheria, gli investitori tedeschi sono inorriditi per come i bassi salari vengano annullati dalle continue interruzioni nella fornitura di energia elettrica e che quindi, in pratica, devono costruire la propria centrale elettrica. Per tutti gli aggregati infrastrutturali vale quanto segue: quanto più sono privati, tanto più sono scarsi e cari. Nessuna economia nazionale riesce a sopportare tutto questo per molto tempo. Dovunque lo Stato "cucina" l'infrastruttura, ben presto c'è la grande onda.

Ma le forbici della crisi sistemica si aprono anche in direzione dello stesso processo di valorizzazione. Non solo l'attività necessaria dello Stato rincara eccessivamente, ma anche la valorizzazione del capitale regredisce, di ciclo in ciclo, in tutto il mondo. La riproduzione dell'economia di mercato sembra esaurirsi nella sua stessa base. Finora, il carattere di tale evoluzione è stato ignorato anche dalla teorizzazione di sinistra. In generale, predomina l'idea per cui anche l'accumulazione del capitale, prima o poi, verrà di nuovo incentivata grazie all'aumento della produttività. Ma quest'argomentazione si base su un grosso malinteso. Il problema consiste nel fatto che, attraverso l'aumento della produttività e della razionalizzazione, si produce, per ogni prodotto e per l'utilizzo del capitale, un "valore" sempre più piccolo, in quanto il "valore" è un concetto relativo, misurato rispetto al livello di produttività (storicamente, sempre aumentato) del rispettivo sistema capitalista di riferimento. Pertanto, lo stesso processo capitalista si priva, in ultima analisi, delle condizioni del suo funzionamento, nella misura in cui minimizza la sua stessa sostanza (il lavoro astratto).

Se la crisi sistemica insita in questa contraddizione in passato ha potuto essere superata, questo non lo si deve unicamente al meccanismo di compensazione di un'espansione del modo di produzione in quanto tale. Già la razionalizzazione promossa da Henry Ford aveva ridotto enormemente la quantità di lavoro per prodotto. Ma, in questo modo, il prodotto automobile, per citare un esempio, venne così tanto reso a buon mercato, da poter diventare oggetto di consumo di massa, portando ad un'improvvisa espansione del mercato automobilistico. Per cui, c'era bisogno di meno lavoro per ogni automobile, ma di una quantità totale assai maggiore di quella che era richiesta prima a causa di una produzione di automobili che era aumentata in maniera spropositata. Pertanto, la razionalizzazione fordista si alimentò attraverso un'espansione costante dei mercati, del lavoro delle masse, dei redditi delle masse e del consumo delle masse. In fondo, si trattava di un processo in cui i settori di produzione locale non-capitalista di merci e di produzione di sussistenza, nel quadro dell'economia domestica, vennero risucchiati dall'era razionale imprenditoriale.

Ora, questa riserva storica è esaurita, come viene dimostrato in uno studio del sociologo tedesco Burkart Lutz. Ma, allo stesso tempo, la razionalizzazione microelettronica post-fordista e la globalizzazione dei mercati delle merci e del lavoro e dei mercati finanziari hanno fatto sì che enormi quantità di lavoro diventassero non redditizie, e tutto il meccanismo di compensazione storico finora esistente ha cominciato a sgretolarsi. In altre parole: per la prima volta nella Storia, la velocità della "razionalizzazione eliminatrice" (Wegrationalisierung) del lavoro supera l'espansione dei mercati. La produttività aumenta a velocità sempre maggiore, mentre l'espansione del modo di produzione, considerato nella sua totalità, si è conclusa. Pertanto, la speranza di un nuovo scoppio di accumulazione è abbastanza ingenua. A partire da ora, diventa chiaro che l'autocontraddizione fondamentale, secondo cui questa società si basa sulla trasformazione incessante di quantità astratte di lavoro in denaro, ha raggiunto un punto in cui non si può più mobilitare proficuamente una sufficiente quantità di lavoro secondo lo standard dei modelli di produttività, creati dalla società stessa. Ormai non è più un fenomeno ciclico, ma un fenomeno strutturale. Però, quanto più debole diventa l'accumulazione reale, tanto meno il credito statale diventa finanziabile, e, quanto meno lo Stato può essere finanziato, tanto maggiori diventano i suoi compiti a causa della crisi strutturale di accumulazione. E' proprio in questo circolo vizioso che è rimasta imprigionata la modernità produttrice di merci.

In questo contesto, dobbiamo criticare anche la "teoria della regolazione", in quanto fa parte dei "regimi di accumulazione" politicamente regolati e culturalmente configurati. Questa teoria presuppone l'infinita "adattabilità" del capitalismo, che sopravvive, ancora, da un "regime di accumulazione" all'altro. Questo modello teorico ricorda un poco il mito dello "eterno ritorno". Nella misura in cui si ispira al marxismo, si potrebbe parlare, per così dire,  di un "buddismo marxista". Se osserviamo tutta la storia della modernità, questo modello sembrerà abbastanza strano. Certamente la regolazione politica svolge un ruolo crescente nel sistema dell'economia di mercato, in quanto l'attività dello Stato aumenta per necessità sistemica, come aveva già constatato Adolph Wagner. Ma noi siamo eredi di una storia infinita di crisi, di prosperità e di "modelli di accumulazione".

Infatti, a rigore, esiste soltanto un unico "regime di regolazione" ed "accumulazione", che è simultaneamente il primo e l'ultimo, ossia, il modello fordista. Prima, nel 19° secolo, la produzione capitalista non poteva ancora agire pienamente sui propri fondamenti. Anche le crisi venivano mediate per mezzo di crisi agrarie preindustriali anche nei paesi sviluppati, la maggior parte della popolazione non era coperta, o lo era solo in parte, dalla razionalizzazione imprenditoriale. E in quanto al "dopo": come ci potrà essere un "dopo", se con una quantità sempre minore di lavoro sono stati prodotti un potere di acquisto sempre minore ed un quantità sempre maggiore di prodotti? La prosperità globale dell'economia di mercato esisterà solo in futuro se sarà possibile realizzare l'impresa di un capitale accumulato senza il lavoro. La crescita senza occupazione è un'illusione che oggi può essere difficilmente mantenuta con grande difficoltà (fino al crollo finanziario), per mezzo di una creazione monetaria improduttiva di "capitale fittizio" su scala mondiale.

Succede che un "regime di accumulazione" puramente "politico" è ancora molto meno possibile. La "teoria della regolazione" sembra che si stia muovendo da un'argomentazione, fatta nei termini della teoria dell'accumulazione, in direzione di un'illusione politicista. In primo luogo, è necessario un nuovo ciclo di accumulazione, poi, esso potrà essere regolato politicamente; l'inverso non è possibile. Finora, nessuna politica è riuscita a produrre un nuovo scoppio di accumulazione, come un mago che tira fuori il piccione dal cappello. La politica ha accesso regolatore soltanto alle forme in corso, ma non alle ciechi leggi di base della produzione capitalista di merci. Il modello fordista viveva per il fatto che l'accumulazione era possibile a partire da un processo sistemico privo di soggetto, ma il modello di regolazione politica può operare solamente a livello secondario. Se oggi la riproduzione si trova schiacciata fra il mercato e lo Stato, bisogna immaginare qualcosa di diverso dall'aspettare Godot, ossia, dall'aspettare il prossimo "miracolo economico" del sistema produttore di merci, che non ci sarà mai più.

- Robert Kurz - Discorso letto durante il convegno su "Capitale e Stato in America Latina" - Agosto 1994 - e pubblicato sulla rivista Indicatores Econômicos FEE, Porto Alegre, maggio 1995 -

fonte: EXIT!