Solo un blog (qualunque cosa esso possa voler dire). Niente di più, niente di meno!
lunedì 9 luglio 2012
Grazie!
domenica 8 luglio 2012
Stratagemmi
"Aggrotta le sopracciglia e ti verrà in mente uno stratagemma!".
E' il 4 luglio del 1789 e il marchese de Sade, prigioniero alla Bastiglia, si sporge da una finestra e arringa il popolo. Sotto la prigione, si è radunata una piccola folla. "Accorrete" - grida il marchese - "qui si sgozzano i prigionieri!". Nella stessa giornata, Sade, nudo come un verme e con una pistola puntata alla gola, viene trasferito in quell'ospizio di Charenton che lo accoglierà poi di nuovo, dal 1803, per ospitarlo fino alla morte. Dieci giorni dopo, il 14 luglio 1789, finalmente il popolo invaderà la Bastiglia. Dentro, non ci sono prigionieri; c'è solo la biblioteca del marchese de Sade, compreso il manoscritto de "Le 120 giornate di Sodoma", appena terminato e che per molti anni si crederà perduto. Nessun prigioniero da liberare. La rivoluzione è iniziata, praticamente, da una menzogna. Una menzogna tale solo in apparenza. E, forse, nemmeno, in apparenza. Era il gesto teatrale capace di rappresentare la realtà vera, della Bastiglia, di Parigi e della Francia, e innescare quel movimento di popolo che si continuerà a ricordare e a festeggiare.
Aggrotta le sopracciglia, e ti verrà in mente uno stratagemma! Lo spirito rivoluzionario attua un rovesciamento dei fatti e dei pensieri, si autoalimenta dalla capacità di creare dal niente, di inventare, di fingere i presupposti, di scatenare gli effetti da cause inesistenti, quasi alieni.
venerdì 6 luglio 2012
C’è posta per te!
A vederlo non lo avresti mai pensato! Distinto, un perfetto marito e padre, edoardiano, i baffi ben curati, il vestito stirato. Insomma, un ragioniere assolutamente rispettabile. Nel quotidiano, osservava tutte le regole del vivere civile: non calpestava le aiuole, si asteneva dallo sputare per strada ed evitava di appoggiare i piedi sui sedili del treno. Un cittadino modello, insomma. Ma dentro W. Reginald Bray si nascondeva uno spiritello birichino e burlone. Volendo, un indizio lo si poteva trovare, la vicinanza a quella cassetta della posta di color rosso, fuori della sua residenza di Forest Hill, un sobborgo verdeggiante di Londra. Era ben posizionata quella cassetta, soprattutto se si pensava ad un uomo il cui hobby - ma forse il suo unico reale interesse - era quello di testare il sistema postale, fino al suo limite estremo. Bene, per fare questo, si dilettava ad incollare delle etichette, con sopra scritto un indirizzo, agli oggetti più disparati, e poi li spediva. Un vecchio calzino, un mezzo sigaro ciancicato, qualsiasi cosa che fosse abbastanza piccola e sottile da poter essere fatta scivolare, anonimamente, nella buca delle lettere. Altri oggetti, più ingombranti, come, ad esempio, una padella per friggere o un cappello a cilindro, aveva dovuto portarli fino all'ufficio postale. Lì. erano stati appoggiati sul bancone, senza una busta, una scatola, per dissimularli. Perché Bray, a dirla tutta, non si vergognava affatto del suo passatempo, ed arrivò a spedire fino a 32 mila oggetti, in questa maniera. Finché, ad un certo punto incorse nell'ira di Hitler!
Ma procediamo con metodo, e anticipiamo solo il fatto che quest'uomo arrivò a postare non solo il cane di famiglia ma, addirittura, sé stesso!
Bray era nato nel 1879, proprio a Forest Hill, figlio di Edmund Bray, impiegato in uno studio legale, e di sua mogli Mary. Ma, per essere precisi, questa storia comincia ancora quarant'anni prima della sua nascita, con l'introduzione del rivoluzionario sistema postale inglese del cosiddetto "penny postage". Prima di allora, l'affrancatura variava, determinata dal peso dell'oggetto spedito e dalla distanza che l'oggetto stesso doveva viaggiare. Dopo anni di campagne, ispirate da Rowland Hill, si decise di adottare un sistema per cui qualsiasi oggetto di peso fino a mezza oncia poteva essere consegnato ovunque, nel Regno Unito, per il costo di un penny, prepagato dal mittente.
Ben presto, spedire lettere divenne quasi una moda, e in seguito all'introduzione del famoso francobollo "Penny Black", nacque una vera e propria mania per le buste decorate in modo elaborato, per impressionare amici e conoscenti. Questa moda era al suo apice, quando Bray iniziò a collezionare francobolli, con la passione di uno scolaretto, e, con ogni probabilità, questo lo rese curioso circa cosa potesse essere trasportato per mezzo del servizio postale. Così, nel 1898, comprò una copia della Guida degli Uffici Postali, e cominciò a leggere le regole che governavano questo per lui affascinante sistema. Bray considerò queste regole come delle vere e proprie sfide.
Ad esempio, un decreto stabiliva che "lettere devono essere recapitate all'indirizzo in calce". Bray cominciò a inventare rompicapi per i postini, tipo scrivere l'indirizzo al contrario. Le lettere venivano consegnate, nonostante ciò, anche quelle che contenevano l'indirizzo scritto all'interno di alcuni righi di versi poetici.
Altri, come quello indirizzato esclusivamente a "The Resident - London" tornarono al mittente (che Bray aveva sempre cura di accludere). La stessa cosa accadde alla cartolina per "Santa Claus Esq" e alla lettera indirizzata "Al proprietario del più importante Hotel del mondo, sulla strada fra Santa Cruz e santa Jose, California".
Bray sperava in una qualche comunicazione da parte dell'ufficio postale, ma la posta che tornava indietro a Forest Hill recava un semplice timbro, con su scritto "insufficiently addressed" oppure "contrary to regulations".
A volte, c'erano anche delle note, da parte del postino, che mostrava apprezzamento per la follia di Bray. Ad esempio, la cartolina indirizzata a "The Resident - Bournemouth", tornò indietrò con :
Pursuing this game
We hope there are not many
However, for your hobby
You will have to pay a penny.
Il fatto che la maggior parte delle lettere e cartoline venivano consegnate, spinse Bray a farsi più audace e di passare agli oggetti, e non solo. Arrivò persino a spedire un teschio di coniglio, con l'indirizzo scritto lungo l'osso nasale e i francobolli collocati sul retro. Venne recapitato!
Bray era particolarmente affascinato dalle regole che presiedevano allo spedire creature vive. Scoprendo che avrebbe potuto postare da un'ape ad un elefante, si risolse a stare in mezzo e di separarsi per un po' dal suo fedele Irish Terrier, Bob.
A pag. 37 della Guida, sotto un paragrafo dal titolo "Servizi eccezionali espressi", si poteva leggere che: "un cane, dotato di regolare collare e guinzaglio, può essere spedito all'indirizzo dietro pagamento di una tassa di chilometraggio". E così, il 10 febbraio del 1900, lui e Bob si presentarono all'ufficio postale per testare tale regola.
Bob venne inviato e tornò alla sua casa di famiglia appena sei minuti più tardi.
Forte di questo successo, Bray decise di mettere alla prova una altra regola, quella che spiegava che "una persona può essere condotta da un messaggero espresso a qualsiasi indirizzo, dietro pagamento di una tariffa chilometrica".
Spiegò poi, in un articolo di giornale, che aveva trovato questa regola particolarmente utile quando una notte molto nebbiosa non era riuscito a trovare la casa di un amico, per cui, invece di vagare per ore, aveva spedito sé stesso, e così venne consegnato in pochi minuti.
Ma la passione di Bray si estendeva a tutti gli aspetti legati al servizio postale, compresa la possibilità di scrivere a persone famose, chiedendone l'autografo. Di questo Bray teneva traccia in un diario, dove annotava anche quando non riceveva una risposta. Così sappiamo che Charlie Chaplin e Lawrence Olivier acconsentirono, mentre rifiutarono Winston Churchill e Adolf Hitler.
Era il 1934, e il rifiuto di Hitler di essere aggiunto alla collezione di Bray era stato formulato in modo educato dal suo ufficio, dove forse pensavano di aver chiuso così la questione. Non avevano fatto i conti con la perseveranza di Bray che mandò altre quattro richieste. Più Hitler rifiutava, più Bray diventava determinato, finché non gli arrivò una lettera esasperata in cui c'era scritto che "il nostro leader è sommerso di lavoro e la imploriamo dallo spedirci altre richieste". A questo punto Bray abbozzò, anche perché il prezzo dell'affrancatura per la Germania cominciava a non valere il divertimento di avere irritato Hitler, che non imparò da questa lezione a prendere sul serio l'inglesità che Bray, con la sua eccentricità, rappresentava.
fonte: The Englishman Who Posted Himself by John Tingey (Princeton Architectural Press, £14.99)
giovedì 5 luglio 2012
Radici?!?
da "Tradizione, identità, memoria"
di Roberto Danese
E’ appena uscito per il Mulino un interessante libretto, subito al centro di un acceso dibattito sulla stampa, di Maurizio Bettini, filologo classico e antropologo del mondo antico, intitolato Contro le radici. Tradizione, identità, memoria, che sviluppa un articolo apparso qualche anno fa sulla rivista omonima della casa editrice bolognese.
Bettini si occupa del concetto di «radici» culturali, che, secondo alcuni, è fondamentale per stabilire l'identità di un popolo, come potrebbe essere quello padano o quello europeo, sulla base di una tradizione che ne ha conservato alcuni tratti ineludibili, capaci di distinguerlo da altri popoli o altre culture con esso incompatibili. L'esempio più tipico è quello delle fumose radici cristiane, che molte forze politiche volevano inserire nel preambolo della Costituzione Europea, in modo tale da creare un gap incolmabile con altre culture, come, tanto per dirne una a caso, quella islamica.
Il punto nodale di fenomeni come questo è che si dà per certo che la nostra identità collettiva sia costituita da una tradizione a cui facciamo naturalmente capo, nella quale affondano appunto le nostre radici. Questo, secondo Bettini, non è per è nulla scontato, come non è scontata l'immagine metaforica delle «radici» da cui questa o quella comunità fisiologicamente proverrebbero.
In altre parole, bisognerebbe esser quanto meno cauti nel dire con convinzione che la nostra civiltà è cresciuta dalle radici giudaico-cristiane o dalla tradizione classica dei Greci e dei Romani o da altro.
L'idea della tradizione intesa come il fusto di un albero che affonda le proprie radici in una terra particolare e che, tramite queste radici, da questa terra trae identità e nutrimento, quasi come una legge di natura che impedisce di scegliere liberamente i propri riferimenti culturali, in realtà è più un meccanismo simbolico che un dato sostanziale. Si tratta di un'immagine, creata artificialmente molti secoli fa, che, acquistando forza, ha generato la convinzione che «una volta «radicati» in una certa tradizione, scegliere autonomamente la propria identità culturale diventa impossibile» (p. 28). Si crea cosi, tramite una figura retorica, quello che Bettini chiama «dispositivo di autorità», istillando la convinzione che appartenere a una tradizione sia un fatto automatico, frutto di una necessità biologica, piuttosto che di una scelta culturale.
Invece le cose non stanno così. Immagini come quella botanica delle «radici» o quella della «discendenza» da culture condizionanti che stanno sopra la nostra e che quindi sono ineluttabilmente più importanti, sono in realtà solo immagini, forti quanto si vuole, ma immagini. Basta «smarcarsi» un po' da esse per avere uno sguardo assai più lucido su quello che è la tradizione e su cosa sia veramente lo sviluppo storico di una cultura. I fermi richiami alla tradizione dell’antichità classica, del Cristianesimo delle origini si possono rivelare assai più fragili di quanto non si creda. Già i Greci - come dimostra Bettini — sapevano bene che nel corso dei secoli la loro civiltà non è cresciuta dritta e imponente come il tronco di una quercia, ma avevano piena consapevolezza che c'erano stati mutamenti e contaminazioni culturali in grado di creare, nel corso della loro storia, più tradizioni, una diversa dall'altra.
Abbiamo usato non a caso il verbo «creare», perché le tradizioni non ci sono per natura, ma le si creano, selezionando e insegnando alle generazioni future i valori e i disvalori che più interessano. Quindi anche la tradizione, come la metafora delle «radici» che la rappresenta, è una pura costruzione, volta a «identificare» fortemente un gruppo sociale, dotandolo di riferimenti culturali univoci che quasi mai corrispondono alla sua natura, ma che invece «definiscono» la purezza della sua lignee, come uno schermo protettivo contro pericolose contaminazioni con culture diverse, quasi sempre considerate inferiori.
Tito Livio sapeva bene invece che la grandezza di Roma era nata, sin dagli albori della sua storia, dalla commistione di più culture e di più genti, da un meticciato diffuso che aveva permesso di sviluppare la magnitudo roboris dell'Urbe. E forse anche noi dovremmo abituarci a non aver paura del meticciato, visto che viviamo una globalizzazione in cui tutto si mescola e si confonde: è giusto riconoscere e conservare gli elementi caratterizzanti trasmessi «verticalmente» nel corso della storia attraverso la creazione di tradizioni, ma bisogna anche valorizzare e considerare gli apporti «orizzontali» di civiltà e culture diverse che confluiscono nella nostra cultura, come gli affluenti di un grande fiume, conferendole quella costante mutevolezza e quella instabilità che sono l'unica vera garanzia di vitalità e progresso per un popolo. Anche un argomento che Bettini non tratta, come l'immetodica e strenua difesa dei dialetti, che ha portato alla bizzarra proposta di inserirli nei programmi delle nostre scuole, potrebbe rispondere a questa logica. L'idea che un dialetto si possa insegnare in classe, implica la convinzione che esso sia una lingua pura, radicata nella cultura di una comunità, legata alla terra e alla tradizione, ma anche ben definita e codificata, dotata di una grammatica normativa e quindi propinabile agli studenti. Abbiamo grandi dialettologi e storici della lingua italiana che ci possono insegnare come l'idea che esista, ad esempio, un dialetto veneto tout court, unico e puro come una vera e propria lingua di cultura, sia quanto meno peregrina: ci sono decine di dialetti nel Veneto, molto diversi tra loro, vivi solo nel parlato quotidiano e perciò sempre in continuo sviluppo e in continua simbiosi con altri dialetti, con l'italiano, con lingue straniere europee e non. Insomma la legge del meticciato vale anche per la lingua d'uso, che diventa invece «insegnabile» a tavolino quando attorno a essa nasce una secolare tradizione letteraria, che permetta di codificare artificialmente alcuni suoi aspetti, in modo tale da darle una grammatica, delle regole che possono essere scritte. Come faccio a fare una cosa simile col dialetto, mettiamo, di Pieve di Cadore, di Cingoli o di Cutro? Eppure ho visto in edicola grammatiche del dialetto veneto a dispense: anche questo una sorta di fake, una mitologia populista di stampo ideologico, una artefatta «tradizione» linguistica che, come quelle discusse da Bettini, è legata «indissolubilmente all'esistenza della scrittura» (p. 51).
La purezza di una civiltà, il suo legame stretto e imprescindibile con la terra in cui «affonderebbe le sue radici», in grado di dare preminenza rispetto ad altri, sono dunque concetti privi di un vero fondamento antropologico; sono edifìci ideologici inventati per distinguere - spesso sanguinariamente - un popolo dall'altro, negando la dinamica «combinatoria» di cui da sempre le culture vivono. Basti leggere, per convincersene, l'illuminante capitolo Scegliere la tradizione, in cui Bettini, con disarmante chiarezza, ci spiega come è nata la cruentissima lotta in Ruanda fra Hutu e Tutsi, in realtà lo stesso popolo, ma percepiti come etnie diverse solo grazie a una maldestra classificazione ottocentesca fatta dai missionari e dai colonizzatori occidentali, rivelatasi talmente forte e condizionante da convincere i due gruppi di appartenere a tradizioni se non addirittura a razze diverse. Quindi la memoria collettiva e la tradizione che ci fanno inorgoglire di discendere da questo o da quel ceppo etnico in realtà non ci sono, ma ce le siamo costruite, da sempre, per secoli. Sono mitologie che abbiamo trasmesso e insegnato nelle nostre scuole percependole e facendole percepire come storia, come le 'radici' di quello stesso albero di cui noi siamo rami e polloni…
mercoledì 4 luglio 2012
martedì 3 luglio 2012
Finestre
"Ogni piano tende ad avere la sua propria realtà; unendo molti piani isolati, i quali hanno, ciascuno, la propria realtà, emergerà una realtà che possiede la caratteristica simbolica di rappresentare una situazione di realtà molteplici, come può essere la coscienza (o l'incoscienza) della collettività umana."
"Very Nice, Very Nice" è un corto di sette minuti, girato nel 1961 dal regista canadese Arthur Lipsett. Un collage di immagini, cucito utilizzando materiale di scarto, che valse al regista la candidatura agli Academy Awards, come miglior documentario breve.
Insicurezza, assurdità, isolamento, paura per un olocausto nuleare, ma anche consumismo, decadenza urbana, il tutto in sette mimuti di immagini sparate a raffica, sette minuti di smarrimento e di ipnosi.
Stanley Kubrik ne rimase talmente colpito che chiese a Lipsett di girare un trailer per il "Dottor Stranamore", ma Lipsett rifiutò.
lunedì 2 luglio 2012
Lenin, anche!
E' il 1926, quando Ante Ciliga, croato, arriva a Mosca. E ci arriva da bolscevico, ma ben presto comincia a rendersi conto che qualcosa è andato storto. Comincia a frequentare l'Opposizione Trotskista, fino a convincersi che "la loro visione non era molto diversa da quella della Burocrazia Stalinista; erano leggermente più umani e più gentili, tutto qui". A ben guardare, in effetti, i piani quinquennali stalinisti, di collettivizzazione e industrializzazione forzata, erano presi direttamente dal Programma dell'Opposizione. In sostanza, tutto quello che i trotskisti volevano era un cambiamento al vertice dello Stato Sovietico, in quanto pensavano di riuscire a fare uno Stalinismo migliore di quello che faceva Stalin.
"Ecco la sostanza delle mie dichiarazioni: se il primo stadio della rivoluzione russa, quello di Lenin, ci insegna in quale modo si deve agire, il secondo, quello di Stalin ci insegna in qual modo non si deve agire. Il piano quinquennale [ossia lo sfruttamento inumano degli uomini nelle fabbriche fortemente voluto da Zinov'ev ed attuato da Stalin, nda] è progressista, ma non socialista. Se si dovesse giudicare in base al numero delle fabbriche, il socialismo sarebbe realizzato da un pezzo in America. Il socialismo non è una fabbrica; è un sistema di relazioni fra gli uomini. Queste relazioni, quali sono in Russia, non hanno niente di socialista. La collettivizzazione non è una lotta fra socialismo e capitalismo, ma un duello tra il grosso capitale dello Stato e il piccolo capitale privato. La lotta di Stalin contro la destra è attenuata da un gran numero di compromessi: è la lotta del centro contro l’ala destra. Stalin finirà con l’intendersi con la destra, come Kautsky si è inteso con Bernstein [l'opportunista Karl Kautsky rinnega il marxismo e si scaglia contro i bolscevichi, nda]; invece la sua rottura con la sinistra è definitiva, come fu definitiva la rottura di Kautsky con Rosa Luxemburg e Liebknecht [capi rivoluzionari tedeschi assassinati dai socialdemocratici nel 1919, nda]. Quanto a Trotsky, egli è ben lontano dal valore di Lenin, ma è di gran lunga superiore a Stalin. Nel campo della politica estera, accusavo gli staliniani di condurre il movimento operaio dei Paesi capitalisti da una sconfitta all’altra e di trattare operai e comunisti stranieri non come eguali e fratelli, ma come servitori e valletti."
(...)
"O tutte le rivoluzioni contemporanee realizzeranno il completo socialismo, oppure, un giorno, diventeranno inevitabilmente anti-proletarie, anti-socialiste. Esse diventeranno contro-rivoluzioni. "Né Dio, né padroni", diceva una voce che saliva dal profondo del mio subconscio, ma non per questo meno udibile, meno ferma, meno imperiosa. Il ritratto di Lenin, sul tavolo della mia cella, venne strappato in mille pezzi, e gettato nel cestino della carta straccia...
La cella era scura. Fuori, era scesa la notte. Gli Urali e le steppe erano sprofondati in un silenzio inquietante. E io ero malato e avevo la morte nel cuore. Da sei mesi non riuscivo ad aprire la bocca per parlare, non riuscivo a scrivere una sola parola, sulla politica, sulle mie nuove conclusioni a proposito del grande leader rivoluzionario, ero così depresso, per quanto avevo sofferto nel separarmi per sempre da quei miti di Lenin che avevo amato così tanto."
da: Ante Ciliga - Nel paese della grande menzogna. URSS 1926-1935 - (1938)
domenica 1 luglio 2012
Intelligenza
Hernán Rodríguez Velasco, in una monografia dedicata ai servizi di spionaggio repubblicano durante la guerra civile spagnola, sostiene che nel corso di quella contesa si diede il paradosso per cui, quando erano maggiori le informazioni e la conoscenza circa il nemico e le sue forze, assai peggiori furono gli esiti delle battaglie.
Secondo lo storico, ad esempio, nella vittoria di Guadalajara contro le forze italiane, i repubblicani non avevano praticamente alcuna informazione sulle forze nemiche. Così, anche nelle battaglie iniziali per la difesa di Madrid, come a Jarama e a Brunete, dove non subirono gravi sconfitte, avevano ben poche informazioni sulle forze contro cui si scontravano.
A partire dall'estate del '37 le cose cambiano, i servizi di informazione migliorano, posseggono equipaggiamenti migliori ed ottengono risultati, ma le battaglie sono disastrose, anche se si sa quando e dove bisogna attaccare, e con che numero di forze effettive. E qui Velasco propone, come esempi, la campagna del Nord, Santander e le Asturie, Teruel e l'avanzata in Aragona e, alla fine, la battaglia dell'Ebro.
"L'informazione è molto importante, ma se mancano i mezzi, non serve a niente" - spiega lo storico, a proposito dei risultati dello spionaggio repubblicano e della loro applicazione pratica.
Ecco il perché del titolo: "Una derrota prevista. El espionaje militar republicano en la Guerra Civil española 1936-1939" (Una disfatta prevista. Lo spionaggio militare repubblicano nella guerra civile spagnola 1936-1939) dato al suo studio della documentazione del colonnello Manuel Estrada Manchón, il creatore dei servizi di spionaggio repubblicano durante il conflitto.
La documentazione, ora conservata presso l'Archivio di Salamanca, è stata restituita alla Spagna, dalla Francia, nel 1980 e consiste di una settantina di casse, quelle casse che il colonnello Estrada riuscì a portare fuori dalla Spagna, alla fine della guerra, per depositarle in Francia, prima di imbarcarsi per il Messico.
Il colonnello Estrada, è descritto come "un uomo coerente, fedele al governo repubblicano, molto preparato intellettualmente". Estrada viene nominato capo responsabile del servizio di spionaggio all'inizio della guerra, e deve iniziare da zero - come avviene per altri settori dell'esercito repubblicano - fino al luglio del 1937, quando "capisce che i sovietici facevano le cose in modo efficace".
Tuttavia, Estrada non aderirà mai al comunismo, del quale, alla fine, rimarrà molto deluso, soprattutto a causa del patto del 1939 tra nazisti e sovietici.
Estrada non riuscì ad avere il sostegno del generale Vicente Rojo, al quale chiedeva più risorse, che non venivano concesse, anche perché cercava di strutturare il servizio di spionaggio in modo indipendente, cosa a cui Rojo si opponeva.
Nella prefazione del libro, lo storico Angelo Viñas aggiunge che "né Caballero, ministro della guerra, e neppure Prieto, il suo successore come ministro della Difesa nazionale, prestarono sufficiente attenzione ai piani di Estrada".
Per quanto riguarda la preparazione delle spie repubblicane, Rodriguez Velasco spiega che avevano ben poca formazione specifica, ma semplicemente si sottomettevano ad un "corso intensivo di dieci giorni" prima di essere infiltrati nella retroguardia nemica, oppure venivano mandati in Francia o in Marocco per ottenere informazioni per mezzo degli ambienti diplomatici.
venerdì 29 giugno 2012
urgenza
La memoria non avvisa, salta fuori da scatole e cianfrusaglie, ammucchiate in qualche angolo polveroso e dimenticato. Salta fuori e comincia a parlare. E questa volta porta con sé, come in un'onda di marea, un archivio fotografico di grandezza incalcolabile. In mezzo a migliaia di fotografie, pellicole, carte, fascicoli, c'erano le foto scattate, durante la guerra civile spagnola, da Guillermo Fernández López Zúñiga (il nome completo di colui che in Spagna è considerato il padre del cinema scientifico, e che tutti conoscono come Guillermo Zúñiga - 1909-2005 - ).
Nessuno, nella sua famiglia, aveva idea delle dimensioni del suo reportage sulla guerra civile spagnola. "Mio padre portava con sé sempre una macchina fotografica, anche quando era nel campo di prigionia francese. Questi erano i documenti di mio padre, e lui non era molto comunicativo" - spiega la figlia Teresa che, alla morte della madre, ha vuotato la casa dei suoi genitori e ha donato tutto quanto all'Asociación Española de Cine e Imagen Científicos (ASECIC), associazione che suo padre aveva creato nel 1966.
Guillermo Zúñiga non si perse nessun avvenimento della Repubblica, in quegli anni. Lavorò con il notiziario "España al día", curato da Film Laya per la Generalit della Catalogna che, fino al 1939, produsse qualcosa come 135 film, 27 documentari e cinegiornali e 108 numeri del notiziario.
Gran parte dei suoi "diari visuali", delle sue lettere dall'esilio, dei film che aveva girato a Buenos Aires, sono rimasti chiusi negli armadi, dove nessuno poteva vederli, protetti, nascosti con la paura.
Di fronte ad una simile mole di materiale, Rogelio Sánchez, segretario generale dell'ASESIC, ha esclamato: "E' il nostro Forrest Gump, era ovunque, ma nessuno sapeva niente di lui." Per il Ministero della Cultura, il lavoro di Zúñiga è a livello di quello di Robert Capa. Ed è una specie di pozzo senza fondo, ogni tanto la figlia telefona all'associazione per dire che ha trovato un'altra cassa piena di foto. Per esempio, non si sono ancora trovate foto dove sono ritratte delle vittime, e non si sa se siano state eliminate, per auto-censura. Non si sa nemmeno il perché di tutte queste foto. Per interesse personale? Per propaganda? Lo diranno, forse, le sue lettere e gli altri documenti. Non si sa perché, ma la sua famiglia ignorava tutto di quel periodo della sua vita. Forse per proteggerli. Quando torna dall'esilio argentino, nel 1957, non viene perseguito, nessuna rappresaglia contro di lui.
Zúñig fotografò il funerale di Largo Caballero, fu anche anche al Congresso dell'Alleanza degli Intellettuali Antifascisti per la Difesa della Cultura, a Valencia, dove fotografò Alberti, María Teresa León, Pablo Neruda. E' anche al fronte di Madrid e alla liberazione di Parigi e in vari campi di concentramento come quello di Argelès-sur-Mer o di Bram. Per questi ultimi ci sono le foto di Centelles, ma le immagini di Zúñiga sono più, come dire, urgenti, scattate senza che il soggetto veda la macchina fotografica, probabilmente nascosta nei vestiti. E' stato scoperto anche un suo prezioso documentario, girato nel 1946 a Parigi, dal titolo "L'esilio spagnolo"; una storia di meno di 30 minuti sugli aiuti nordamericani ai sopravvissuti spagnoli dei campi di concentramento nazisti.
Storie, da ricostruire.
giovedì 28 giugno 2012
Pre-Punk
Diogene disprezzava non solo la famiglia e l'organizzazione politica e sociale, ma anche i diritti di proprietà e la reputazione. Rifiutava anche le idee normali circa l'umana decenza. Si dice che Diogene abbia mangiato nella piazza del mercato, abbia urinato su alcune persone che lo avevano insultato, abbia defecato nel teatro, si sia masturbato in pubblico, e abbia mandato in culo delle persone, con il dito medio alzato. Egli derise pubblicamente Alessandro il Grande e sopravvisse. Egli metteva in imbarazzo Platone, contestando la sua interpretazione di Socrate e sabotando le sue letture.
Diogene era punk, ma di brutto!!
mercoledì 27 giugno 2012
alchimie
Questa foto è, con ogni probabilità, il primo ritratto fotografico in assoluto.
Scattata il primo di ottobre del 1939, a Filadelfia, negli Stati Uniti, ci consegna le fattezze di Robert Cornelius, figlio di immigrati olandesi, il quale si è auto-ritratto per dimostrare di essere riuscito a ridurre, chimicamente, i tempi di reazione alla luce delle lastre fotografiche che venivano usate allora nei dagherrotipi. Insieme al suo amico, Paul Beck Goddard, era riuscito a sviluppare un sistema che riduceva il tempo necessario ad impressionare la lastra, da un'ora a poco meno di un minuto.
Ora la storia poteva essere fermata, su una fotografia, bastava dirle di mettersi in posa!
C'è da aggiungere, a titolo di curiosità, che poi la foto in questione non venne utilizzata. A causa del fatto che appariva un po' troppo centrata a sinistra, Cornelius preferì usare una fotografia del suo amico Goddard, per presentare la sua invenzione e le sue conclusioni alla American Philosophical Association.
Eppure, forse, è proprio l'imperfezione a dare attualità al ritratto, quasi fino a renderlo "contemporaneo" e consegnandoci, allo stesso tempo, come un quid di inquietante magia che porta a domandarsi se la macchina fotografica sia in grado davvero di ... rubare l'anima.
martedì 26 giugno 2012
Sembrare
La mattina del 23 giugno 1937, George Orwell saliva su un treno alla stazione di Barcellona insieme alla moglie, Eileen, e due compagni, John McNair e Stafford Cottman. Il treno era diretto al confine con la Francia e Orwell (o meglio, Eric Blair - dal momento che non aveva ancora adottato il suo ormai celebre pseudonimo) cercava di far credere di essere un ricco uomo d'affari inglese in viaggio con la moglie e i suoi soci. In realtà, erano fuggiaschi, ricercati non solo dai fascisti, che erano venuti a combattere in Spagna, ma anche dai comunisti. McNair era il leader di un contingente di combattenti, organizzati dall'Independent Labour Party (ILP), che aveva lasciato l'Inghilterra per cercare di arginare la marea fascista. Di questo piccolo gruppo di rivoluzionari - uno fra i tanti gruppi provenienti da tutto il mondo - faceva parte Orwell. Prima di salire su quel treno, quella mattina, Orwell aveva trascorso gran parte degli ultimi sei mesi nelle trincee, fino a quando il proiettile di un cecchino gli aveva trapassato la gola. Quando aveva recuperato a sufficienza, per lasciare l'ospedale, le divisioni interne alle forze antifasciste erano arrivate a tal punto che era saltata anche la più esile possibilità di sconfiggere Franco ed i suoi alleati.
Quando Orwell era arrivato in Spagna, alla fine del dicembre 1936, Franco era già sostenuto dalla Legione Condor, nazista. Hitler aveva visto la guerra civile spagnola come il banco di prova ideale per la sua macchina militare, ed i risultati ottenuti erano stati incoraggiantiper i nazisti. Nonostante questo, il bando repubblicano resisteva in molte aree del paese. In Catalogna, nel nord-est, l'opposizione era composta da tre fazioni principali: il Partito dei Lavoratori di Unificazione Marxista (POUM - Partido Obrero de Unificación Marxista), l'anarco-sindacalista Confederazione Nazionale del Lavoro (CNT - Confederación Nacional del Trabajo) ed il Partito socialista unificato di Catalogna (PSUC - Unificat Partit Socialista de Catalunya), un'ala del Partito comunista spagnolo sostenuto dall'Unione Sovietica.
L'ILP di Orwell era affiliato con il POUM, ed al suo arrivo a Barcellona si mise in contatto con John McNair, presentandosi con le parole "Sono venuto a combattere contro il fascismo". Nel suo libro, "Omaggio alla Catalogna", Orwell racconta - con una misto di stupore, ammirazione e incredulità - le sue prime impressioni su Barcellona e sulla campagna circostante. In gran parte controllata dalla CNT, la campagna che circondava la città era stata collettivizzata, così come era stato fatto con tutti gli edifici e le imprese all'interno di Barcellona stessa. Contemporaneamente, tutte le istituzioni dell'oppressione (compresa la chiesa) erano state abbattute.
McNair aveva assegnato Orwell ad una unità comandata da Georges Koop che combatteva sul fronte aragonese, dove si rese conto come la CNT aveva radicalmente trasformato la società spagnola.
Il successo dell'esperimento anarco-sindacalista, in Catalogna, avrebbe avuto vita breve. Tra la brutalità dei fascisti e l'intolleranza del comunismo di stato sovietico, difficilmente poteva esserci una chance.
E così la lotta di potere, interna all'interno delle forze repubblicane, divenne aspra quasi quanto la Guerra Civile stessa, con il POUM (insieme all'ILP) preso ben presto di mira dai comunisti.
In un primo momento, bloccato sul fronte aragonese, in pieno inverno, Orwell si accorse poco di questa "guerra nella guerra". La zona dove era di stanza aveva visto poca azione e tutto si limitava a congelarsi dentro le trincee, dove si raccontavano storie terribili sulle atrocità commesse dai fascisti e allo stesso tempo si godeva di quel cameratismo che viene generato da simili circostanze. Dopo diversi mesi in trepidante attesa di un attacco che non arrivava, Orwell era tornato a Barcellona nella speranza di essere assegnato alle Brigate Internazionali che combattevano nei pressi di Madrid. Ma aveva scelto il momento sbagliato, le giornate di Maggio, quando esplosero quei combattimenti di strada, fra le varie fazioni, che avrebbero diviso in modo irrevocabile il movimento antifascista.
I comunisti, meglio armati e finanziati grazie al sostegno sovietico, avevano deciso di imporre la loro autorità sulla regione. Cosa che non andava giù bene agli anarchici. Il POUM, pur essendo un'organizzazione marxista, si era schierato con gli anarchici. Barcellona venne riempita di manifesti e volantini che denunciavano il POUM e lo accusavano di collaborazione con i fascisti. Più tardi, dopo che aveva lasciato la Spagna, Orwell si rese conto con rabbia e sgomento come queste accuse erano diventate la Verità per la stampa europea. Il "buco della memoria" di "1984" nacque in quei terribili giorni di maggio a Barcellona.
Amareggiato per quello che stava accadendo all'interno delle forze antifasciste, Orwell decise di ritornare sul fronte aragonese, per poter "puntare la pistola contro il nemico reale". I combattimenti si erano fatti più intensi in Aragona, e fu allora che un proiettile sparato da un fucile fascista lo colpì alla gola, mancando l'arteria di meno di un centimetro. Ricoverato d'urgenza in un ospedale a pochi chilometri dalla linea del fronte, Orwell venne operato e poi trasportato di nuovo a Barcellona.
Bisogna ringraziare il medico chirurgo del POUM, per tutte le opere prodotte da Orwell dopo la guerra civile spagnola!
Nel giro di due o tre settimane, Orwell fu costretto a passare dal suo letto d'ospedale alla clandestinità. I comunisti avevano preso il sopravvento a Barcellona, ed il 16 giugno il POUM venne messo fuorilegge, e tutti i membri vennero dichiarati essere simpatizzanti fascisti e trotzkisti. Questa strana contraddizione sembrò non riguardare i vari mezzi di informazione, che stamparono le accuse come se fossero affermazioni di fatto. Il comandante di Orwell in Aragona, Georges Koop, venne arrestato e imprigionato dai comunisti e, a questo punto, fu chiaro per i membri dell'ILP che era arrivato il momento di lasciare la Spagna.
Con la moglie, che era arrivata da poco a Barcellona, Orwell trascorse un paio di settimane vivendo una strana doppia vita. Di giorno, frequentavano i caffè della città, atteggiandosi ad una "rispettabile coppia inglese", mentre di notte si riunivano con gli altri compagni dell'ILP, pianificando la liberazione di Georges Koop. Alla fine, nonostante un tentativo audace, non furono in grado di liberarlo dalla prigione comunista e furono costretti a lasciare la Spagna, per non finire anche loro dentro una cella.
"Alla fine abbiamo attraversato la frontiera senza incidenti. Il treno aveva un prima classe e una carrozza ristorante, la prima che vedevo in Spagna. Fino a poco tempo fa c'era stata una sola classe sui treni, in Catalogna. Due poliziotti giravano attorno al treno e prendevano i nomi degli stranieri, ma quando ci hanno visto nella carrozza ristorante sembravano soddisfatti che fossimo persone rispettabili. Era strano come tutto fosse cambiato. Solo sei mesi prima, quando gli anarchici regnavano, era l'aspetto di proletario ad essere rispettabile. Durante il mio viaggio, da Perpignan a Cerberes, un viaggiatore commerciale francese, nella mia carrozza, mi aveva detto in tutta solennità: "Non devi andare in Spagna così vestito. Togliti quel colletto e quella cravatta. Sennò te li strapperanno a Barcellona". Stava esagerando, ma mostrava come la Catalogna era considerata. E alla frontiera le guardie anarchiche avevano rimandato indietro un francese e sua moglie, vestiti elegantemente, per il solo fatto - credo - che sembravano troppo borghesi. Ora era il contrario, sembrare borghese era l'unica salvezza."
lunedì 25 giugno 2012
Clandestina
Aveva fotografato la liberazione di Parigi, il 26 agosto 1944, e i funerali di Francisco Largo Caballero nel cimitero di Père Lachaise, il 27 marzo del 1946. Ma nel mezzo dei due avvenimenti, Guillermo Zúñiga aveva preso parte alla prima riunione della direzione del Partito Comunista Spagnolo (PCE) in esilio, a Tolosa, dal 5 all'8 dicembre del 1945. Nella foto, sono felici e sorridenti. Hitler ha perso la guerra, e loro stanno organizzando la guerriglia. Sono convinti che Franco ha i giorni contati.
"Questo incontro è stato come una piccola primavera di speranza, una sorta di ottimismo storico che si riflette sui volti. Ma l'allegria durerà poco, perché nel 1951 il PCE e altri partiti simili verranno dichiarati fuorilegge in Francia, con lo scoppio della guerra fredda".
Sarà proprio Enrique Líster, nel suo libro di memorie, "Così Carrillo ha distrutto il PCE", a parlare del partito comunista di quegli anni: "La sua caratteristica principale era l'agitazione e il trionfalismo. Il 1945 fu pieno del più puro trionfalismo, demagogico ed attento ad evitare la presa in esame di tutti i veri problemi".
Lister è uno dei personaggi inconfondibili dentro questa foto unica: a sinistra con il faccione da pugile, circospetto, dalla parte opposta rispetto a Santiago Carrillo, il quale se ne sta sorridente, con l'aria di quello che ha passato sei anni in Francia, e con la sigaretta infilata dentro un bocchino. Al centro, vestita di nero, grande, Dolores Ibarruri, la Pasionaria guarda dentro l'obiettivo della macchina fotografica.
Questa è l'unica immagine esistente di quell'incontro. E' la foto di famiglia del PCE, scattata la prima volta in cui si incontrarono.
domenica 24 giugno 2012
sabato 23 giugno 2012
Lettera dalle Asturie
Lettera di un minatore
Ho lavorato per venticinque anni nelle miniere. La prima volta che mi sono calato dentro una miniera avevo 18 anni e devo dire che sono meravigliato dai molti commenti che leggo a proposito del lavoro nelle miniere e del prepensionamento. Quello che segue è il mio punto di vista.
Innanzitutto, la lotta che i minatori stanno portando avanti, al momento, non consiste nel chiedere soldi. Vogliono che vengano rispettati gli accordi siglati l'anno scorso tra il Ministero dell'Industria ed i sindacati dei minatori, nei quali accordi si parlava di sovvenzioni fino al 2018. Questo denaro proveniva dalla Comunità europea e non dal governo spagnolo. Sono soldi che non vengono pagati da alcun spagnolo, per aiutarci, diversamente da quello che molte persone pensano, e ci criticano a partire da quello che pensano.
Per quanto riguarda questi soldi, quello che vorrei chiedere, così come vorrebbero chiederlo quasi tutte le famiglie dei minatori, è che fine abbia fatto quella parte del denaro dei Fondi Minerari che si suppone dovesse creare delle industrie alternative dove ci sono i bacini carboniferi, dopo la chiusura delle miniere. Come in molti altri settori, questo denaro è stata gestito dai politici e dai sindacati. Con parte di questi soldi, per esempio, il signor Gabino de Lorenzo, ex-sindaco di Oviedo, ha pagato i nuovi lampioni della sua città, il nuovo Palazzo delle Esposizioni e dei Congressi, e molti altri progetti. La signora Felgeroso, ex-sindaco di Gijon, l'ha speso per il Politecnico ed altri progetti.
Nella Valle di Turon, nel bacino del Caudal, dove vivo, ci sono stati 600 morti nelle miniere (le cifre che si conoscono, dal momento che durante la guerra civile sono stati bruciati gli archivi) dal 1889 al 2006, quando le hanno chiuse. Certo, ci hanno costruito un centro sportivo, che da quando è stato aperto non ha nemmeno i bagni ed è praticamente inutilizzato. Dovunque intorno a noi, ci sono cumuli di macerie, che a poco a poco stanno cercando di ripulire. Ma per la reindustrializzazione, che doveva creare lavoro stabile in modo da non far morire la regione, non hanno fatto praticamente niente.
In secondo luogo, mi sorprende vedere che un sacco di gente sia contraria a questo sussidio, Non volevo dirlo, ma ci sono sussidi ad altri settori come l'allevamento, l'agricoltura, la pesca, e molti altri. Personalmente ne sono felice, preferisco che le sovvenzioni vadano ai lavoratori di questi settori piuttosto che a quei ladri che ci derubano ogni giorno.
Terzo, penso che molti di voi non sappiano che i minatori, dopo la fine della guerra civile, hanno lavorato, per un'ora al giorno, gratis, per molti anni, per ripagare quello che il franchismo aveva distrutto, quando nelle nostre case non c'era abbastanza da mangiare.
Quattro, nel 1962 i minatori cominciarono uno sciopero che si diffuse per tutta la Spagna, nel corso del quale abbiamo ottenuto molti di quei diritti di cui tutti gli spagnoli hanno goduto fino ad ora, e che stanno cercando di strapparci. Nel corso di questo sciopero ci furono molti pestaggi, molte persone finirono in carcere, ed altri vennero deportati in altre province della Spagna, separati dalle loro famiglie, e poterono tornare a casa solo nel 1980.
Cinque. Per quanto riguarda il pensionamento anticipato, è un mito che i minatori possano andare in pensione a 40 anni, e voi parlate di quantità di euro tali come se noi avessimo vinto la lotteria. La realtà è differente, i pagamenti ricevuti dalle persone andate in pensione sono composti da una parte di versamenti supplementari. Noi effettuiamo versamenti per la sicurezza sociale fino al 50%, quindi ogni due anni di lavoro, paghiamo un anno in più di sicurezza sociale, per esempio io ho lavorato in miniera per 25 anni ed ho pagato 37 anni e mezzo di versamenti per la sicurezza sociale, quanti di voi pensano di aver versato allo stesso livello?
Sei. Voi dite che il carbone importato dall'estero è più conveniente di quello spagnolo, non ne sono convinto ma prendendo per vero quel che dite, voi vorreste vederci lavorare come schiavi, come in altri paesi? Io voglio che nessun lavoratore, dovunque nel mondo, sia uno schiavo.
Scrivo questo, perché è realmente accaduto. Ho lavorato insieme a minatori provenienti dalla Repubblica Ceca e dalla Polonia, quando sono venuti nelle Asturie e hanno cominciato a comprare le cose nei negozi erano stupiti perché si potevano comprare la quantità che volevano, e nel loro paese questo non potevano farlo. Durante il primo Natale trascorso con noi, avevano una barra di torrone per mano. Abbiamo chiesto loro come mai e loro ci hanno detto che nel loro paese non potevano permetterselo e i loro salari bastavano appena per vivere, male. Quello che voglio dire è che se non difendiamo i nostri diritti, faremo quella fine.
Sette. per quel che riguarda i blocchi sulle autostrade dirò a quelli che si lamentano del fatto che i minatori hanno reso difficile andare a lavorare o studiare, e poi alcuni dicono che se avranno problemi sul loro posto di lavoro, allora andranno sugli altrui posti di lavoro a "disturbarli". Io dico loro che ogni volta che altri compagni, da altre industrie, sono venuti a chiedere aiuto per difendere il proprio lavoro, noi ci siamo fermati per 24 ore, dando supporto per i lavoratori di qui e per i lavoratori all'estero.
Al tempo degli scioperi dei minatori inglesi, abbiamo scioperato e abbiamo fatto una raccolta di fondi per mandarli loro di modo che potessero sfamare le proprie famiglie. Qualcuno dubita che noi ci uniremmo con qualsiasi lavoratore minacciato? Ma oggi sembra uno sforzo troppo grande persino chiedere aiuto agli altri. Sostenersi l'uno con l'altro è fondamentale, ma quello che facciamo è proprio l'opposto, cosicché quelli che comandano giocano sempre con un vantaggio.
Se tutti i lavoratori spagnoli fossero uniti come i minatori, i governanti di questo paese ci avrebbero pensato a lungo e parecchio, prima di effettuare i tagli che stanno facendo ora. Ve lo posso assicurare. Pensate a chi è che veramente vi impedisce di andare a lavorare o di andare a scuola, con la gente che viene licenziata e con i tagli che si fanno all'istruzione. Le persone che vi impediscono di andare a lavorare e di andare a scuola sono i politici.
Vorrei anche rispondere alle persone che dicono che dovremmo andare a Madrid, alla porta del Ministro e di "lasciare in pace tutti gli altri", sì, ci siamo andati lì, ma la censura nei media ha fatto in modo che non si sapesse. Sono fermamente convinto che un lavoratore che difende i propri diritti non è un terrorista, come ora ci stanno chiamando, perché combattiamo per difendere il benessere delle nostre famiglie. Vi invito tutti a uscire dalle vostre case e a difendere ciò che è vostro. Restare a casa, significa permettere che la fame entri poco a poco nelle vostre vite. Vogliono i nostri e i vostri figli ignoranti come noi, vogliono che vedano i muri delle scuole dall'esterno, non dall'interno, perché un popolo di ignoranti è più facile da governare.
Tenetevi informati. Mettete in dubbio tutto ciò che si vede in televisione, ora abbiamo Internet, i cellulari, si può essere in contatto permanente, organizzarsi, nel modo che si vuole, pacificamente o direttamente sulle barricate, ma organizzarsi! Ponetevi degli obiettivi da raggiungere rapidamente così come il governo si muove rapidamente quando le cose sono a loro favore e loro lo sanno!
Prendete la parola "paura" e la frase "perché? tanto non cambierà nulla" e mettetele fuori dalla vostra mente e prendete il controllo del vostro futuro.
Se c'è qualcosa che non capite in quello che ho scritto o volete farmi delle domande su qualcosa di specifico, se posso, io risponderò con piacere.
Grazie a tutti coloro che ci sostengono da altre province e da altri paesi.
Salud
Juan José Fernandez, Asturias
fonte: http://solfed.org.uk/?q=north-london%2Fletter-from-an-asturias-miner
venerdì 22 giugno 2012
Ritocchi
Il sito del New York Daily News ha fatto una pagina sulle "Foto storiche che sono state alterate". Il fatto che Stalin fosse solito rimuovere con l'aerografo chiunque ritenesse che doveva essere "politicamente scomparso", è fatto ben noto a tutti. Meno noto è che anche Fidel Castro abbia fatto simili buffonate. Queste due foto (quella resa pubblica, e quella originale tenuta nascosta) ci raccontano che è successo qualcosa fra Fidel e Carlos Franqui (che si vede nella seconda foto, ma è stato cancellato dalla prima).
A quanto pare, a Franqui non era proprio andata giù l'approvazione espressa da Castro per l'invasione sovietica della Cecoslovacchia, nell'estate del 1968, e per tale motivo aveva deciso di rompere con il regime cubano. E Castro pensò bene di eliminarlo da tutte le fotografie!
Più tardi, Franqui scriverà:
Ho scoperto la mia morte fotografica.
Esisto?
Sono un po' di nero,
Io sono un po' di bianco,
Sono un po' di merda,
Sulla camicia di Fidel.
giovedì 21 giugno 2012
Google !!??!!
Sul bel sito "Letters of Note" si può leggere - fra la tanta corrispondenza privata di personaggi famosi - una lettera che Raymond Chandler, nel marzo del 1953, scrisse al suo editore. Non era un buon momento. Chandler, già famoso per romanzi come "Il grande sonno" e "Il lungo addio", lavorava al suo nuovo romanzo, Playback (Ancora una notte), e non riusciva ad andare avanti.
"Ho messo giù, scarabocchiato, 36.000 parole e non ho ancora un solo cadavere" - si lamenta Chandler, asserendo di riuscire a scrivere a lungo, ma di annoiarsi. E, quasi per dimostrarlo, si lascia andare ad un quanto meno interessante esperimento letterario. Dopo aver chiesto all'editore se abbia mai letto "questa roba che chiamano fantascienza", prova a darne un esempio:
"Atterrato su K19 di Aldebaran III, e uscito dal portello di crummalite della mia Sirious Hardtop modello 22. Ho armato la timejector secondaria e attraversato il blu profondo e luminoso. Il mio respiro si congelava in salatini rosa. Ho acceso le barre di calore mentre i Brylls correvano rapidi sulle loro cinque gambe, usandone altre due per mandare vibrazioni crylon. La pressione era quasi insopportabile, ma ho regolato il range sul mio computer da polso mediante i csycites trasparenti. Ho premuto il grilletto. Il bagliore violetto si è stagliato sottile e freddissimo contro le montagne color ruggine. I Brylls si sono ridotti fino a circa mezzo pollice e ci ho lavorato sopra alla svelta con il poltex. La luce improvvisa mi ha fatto girare di colpo e la Quarta Luna stava già sorgendo. Avevo appena quattro secondi per scaldare il disintegratore e Google mi aveva detto che non era abbastanza. E aveva ragione".
A questo punto, insorgono due domande, relative al creatore di Philip Marlowe. La prima è che razza di fantascienza avesse mai letto, questo benedetto uomo, per provocargli una simile parodia. La seconda domanda, assai più ricca di implicazioni e di mistero, ed anche in contraddizione con la prima delle domande, è:
Ma come faceva a sapere di Google!!??? Nel 1953???!!!!
mercoledì 20 giugno 2012
Grappoli di Rabbia
Steinbeck sentimentale? Obiezioni ai detrattori di “Furore”
Nel 1932 si registrarono quattordici tempeste di polvere nelle Grandi Pianure del Nordovest americano ma il nome di Dust Bowl (catino di polvere) venne dopo il disastro che il 14 aprile 1935 colpì il Colorado, il Kansas meridionale, l’Oklahoma e il Texas. In quella zona essenzialmente agricola, nubi di sabbia e terra portate da un vento d’apocalisse coprirono i campi scoperchiando case, silos e granai, disperdendo il bestiame in cerca d’erba e di acqua, e creando un deserto.
Già oppressi dalla crisi economica, con le banche che chiedevano il pagamento immediato dei prestiti, le vittime più dirette, i mezzadri, decisero di lasciare i luoghi per la terra miracolosa della California.
Furore (The Grapes of Wrath, L’uva dell’ira), scritto da Steinbeck sui migranti dell’Oklahoma e basato su sue inchieste giornalistiche, vide la luce nel 1939 e malgrado ottenesse il Pulizter non incontrò subito il favore della critica.
Bandito per oscenità nella contea di Kern, California, fu attaccato da politici e giornalisti per la sua visione «troppo negativa» del reale, le simpatie «socialiste», la promiscuità sessuale dei personaggi, il linguaggio mimetico delle classi sociali che popolano la narrazione.
Lyle H. Boren, deputato dell’Oklahoma, si preoccupò di rassicurare il Congresso che «se togli al libro le sue volgarità, non ne resta che la copertina».
Il romanzo non piacque neppure a Edmund Wilson, critico progressista e mediocre romanziere, che lo liquidava come «un’opera di propaganda». Il rigido menscevico Philip Rahv, uno dei fondatori della «Partisan Review», lo trovava invece «sentimentale, troppo lungo, troppo didattico». In occasione della recente ristampa di tutta l’opera narrativa di Steinbeck da parte dell’America Library, un’operazione che ripropone i classici americani in volumi rilegati e su carta senza acidi, l’accusa di superficialità e sentimentalismo è riaffiorata.
Dal punto di vista dello stile Steinbeck – di cui ricorre quest’anno il cinquantenario del premio Nobel – non è certo scrittore rigoroso, e innegabili sono le ricadute sentimentali delle quali, però, Furore è il meno affetto. Alternare alla narrazione capitoletti dove anonimi migranti discutono dei loro problemi, o sono offerte indicazioni sulle condizioni ambientali e la situazione sociale del Sud-ovest americano, conferisce alla narrazione una prospettiva storica e sociologica tanto più apprezzabile quanto (pace, Rahv) scevra da didatticismi. Ci consegna intatte, pur settant’anni dopo, le apprensioni e disillusioni di quegli anni.
La denuncia sociale, implicita nei fatti narrati, non possiede la retorica dei romanzi di Theodor Dreiser né i sentimentalismi di Sherwood Anderson, e flagrante è la volontà di creare un epos – il famoso Grande Romanzo Americano al quale aspiravano tutti gli scrittori di quel periodo. Il progetto è già chiaro nel titolo, frammento di un verso del Battle Hymn of the Republic composto da Julia Ward Howe sul versetto dell’Apocalisse.
Quanto alla retorica. Tom Joad, che all’inizio del romanzo torna a casa dopo aver purgato sette anni di carcere per avere ucciso un uomo, verso la fine del romanzo uccide un poliziotto che ha assassinato un sindacalista. Deciso a diventare lui stesso un organizzatore sociale, per non cadere in mano alla polizia e, con quel secondo omicidio, guadagnarsi l’ergastolo se non magari la sedia, deve lasciare la famiglia, fuggire in un altro stato. Congedandosi dalla madre, che non vorrebbe partisse, le spiega che anche se assente le sarà sempre accanto: «Io sarò dovunque. Dove un poliziotto alzi il bastone, dove ci si batta perché chi ha fame possa mangiare, io ci sarò». La frase, ripresa da John Ford nel film tratto dal romanzo, è una citazione da un celebre discorso di Eugene Debs – e per Tom Joad una dichiarazione di allineamento politico espressa nel solo linguaggio che sua madre poteva capire, quello dei predicatori itineranti, che era poi il linguaggio di Debs.
Ferroviere, sindacalista, per un breve periodo senatore democratico dell’Indiana nonché fondatore del partito socialdemocratico americano, del primo sindacato dei ferrovieri (A.R.U.) e dell’I.W.W. (Industrial Workers of the World), che raggruppava il sindacato dei minatori di Big Bill Haywood e il partito laburista di Daniel De Leon, Eugene Debs era stato incarcerato più volte per quelle attività. Condannato a dieci anni dal presidente Woodrow Wilson per la sua opposizione alla guerra e liberato, ma non perdonato, dal presidente Harding nel 1921, era morto di un attacco di cuore nel 1926.
John Dos Passos, nell’introduzione all’edizione in un solo volume (Harcourt-Brace, 1938) della trilogia The 42nd Parallel, 1919 e The Big Money, raggruppata per la prima volta sotto il titolo U.S.A., spiegava che «U.S.A. mostly is the speech of the people» – quei tre romanzi erano soprattutto la lingua della gente.
Il discorso può essere ripetuto legittimamente per Furore ed è questo, o anche questo, che ne fa un grande romanzo americano – insieme al ricorrervi delle utopie dove l’afflato religioso per la conquista della Terra Promessa mai si discosta da quello sociale, l’illusione di un Paese dove ci sia posto per tutti e l’ottimismo menzognero del secolo dei Lumi possa essere realizzato. I romanzi di Dreiser, di poco anteriori, sono racconti di un tedesco che scriveva in inglese percependo il reale attraverso i moduli del naturalismo europeo – un’ottica inadeguata per scandagliare un Paese dove, accanto alla brutalità dei rapporti di classe, non dissimile da quella europea, c’è (c’era?) una mobilità sociale del tutto impensabile nel vecchio continente. I romanzi di Pietro Di Donato (il cui "Christ in Concrete" scalzò Furore dalla lista del libro del mese) e John Fante restano lacrimose testimonianze di immigrati italiani legati ancora ai loro luoghi d’origine e scrivono in una lingua che non gli appartiene.
- Piero Sanavio - Da "Alias" del 29 Gennaio del 1912 -
fonte: http://salvatoreloleggio.blogspot.it
martedì 19 giugno 2012
Distopìa
Economia e Coscienza
di Robert Kurz
Non sono più i tempi in cui gli uomini provavano perfino vergogna al solo pensare al loro valore di mercato e a quello dei loro prodotti. Quasi segretamente, in silenzio, senza rumore, ciascun individuo si è trasformato in "homo economicus", in quello che una volta era l'ideologia pura della dottrina dell'economia politica. Quand'è che è realmente cominciato? L'assurda "mercificazione della coscienza" è originariamente e fondamentalmente un postulato del modo di produzione capitalistico. Ma se ne è dovuta fare di strada perché sembrasse del tutto naturale a ciascuno di valutare sé stesso solo in quanto merce. Il capitalismo del dopoguerra ha introdotto, praticamente, i due presupposti della comparsa di questa fase finale: la colonizzazione del "tempo libero" per mezzo delle automobili; l'avvento della famiglia fordista (padre, madre, due figli, l'auto, il cane ...) e l'atomizzazione dell'individuo in unità postmoderne - monadi autoerotiche con computer e telefonino.
Negli anni novanta, queste due tendenze si sono fuse per far nascere un nuovo tipo di socializzazione che spingesse fino ai suoi limiti l'adattamento della personalità al mercato. Per le nuove "generazioni", l'economia dell'impresa, il "lavoro" e il "tempo libero personale " sono diventati dei momenti indifferenziati, così come è indifferenziato il sé dal mondo. In una certa misura, abbiamo a che fare con un individuo tecnologico altamente competitivo che, tendenzialmente, è regredito ad un livello dell'ego di un neonato. Anche se questo potrebbe passare per essere un luogo comune, ciò è particolarmente osservabile in questo tipo di brodo "high tech" del capitalismo nell'era di Internet: i "dipendenti" della nuova economia sono disposti a lavorare 24 ore su 24 accettando, allo stesso tempo, i salari più bassi possibili. Si identificano completamente con l'impresa, le sue attività, i suoi prodotti, anche quando non sono interessati ai contenuti di tali prodotti.
Si potrebbe considerare l'esistenza di queste nuove forme di coscienza come semplice curiosità, se fossero il prodotto di cambiamenti strutturali nella società nel suo complesso. La lenta ma inesorabile pressione della concorrenza spinge un numero sempre più grande di uomini a degli estremi tali, che essi finiscono per identificarsi con la loro esistenza sul mercato (assai spesso precaria); fino a sentire l'esigenza di dover volere, essi stessi, sottomettersi e lasciarsi schiacciare in quanto persone. Le istituzioni ufficiali della "economia di mercato e della democrazia" accompagnano un tale sviluppo attraverso l'organizzazione di campagne su larga scala. Nella Repubblica Federale Tedesca, da qualche anno, è entrata in vigore un'azione concertata da parte del governo e dei partiti politici, delle banche e delle casse di risparmio, delle grandi imprese e delle associazioni dei datori di lavoro, dei comuni e dell'amministrazione della scuola: i suoi tre lati di attacco sono la formazione, l'amministrazione dello stato di crisi e il lavaggio del cervello .
Lo scopo perseguito è quello dell'utopia negativa, la distopìa: si tratta di fabbricare un "uomo nuovo", la cui intera vita sarà determinata dai criteri dell' economia d'impresa. Le prescrizioni di base vengono costantemente "martellate", sia sugli individui che sulle istituzioni, per mezzo di una propaganda di massa senza precedenti: il "mercato" come destino e come possibilità, il "mercato" come unico senso della vita e come identità, il "mercato" come inevitabile. Non deve esistere più alcuna "rivendicazione", né culturale né sociale, da rivolgere allo Stato o alla società, ma solo la "responsabilità personale" di fronte alla dittatura economica. Sia il mendicante per la strada che servizio pubblico, devono essere considerati come "imprenditori". Dal museo fino all'ospedale, si deve cercare di vendere e fare soldi. Tutti i rapporti sociali devono essere ridotti alla legge della domanda e dell'offerta, tutti i rapporti umani vanno trasformati in "rapporti di mercato".
Al centro di questa campagna, c'è la scuola. Qui, il gioco in borsa guadagna un ruolo sempre più importante nel contenuto dell'insegnamento, e questo è ancora abbastanza innocuo. Più grave è la messa a punto, nel sistema d'insegnamento, di programmi che diffondono lo "spirito d'impresa". Fin dall'infanzia, viene data ai giovani la concezione ed il modo di vedere de "l'imprenditore", e questo viene illustrato con "storie meravigliose" che raccontano il successo degli adolescenti. Questa sorta di magia adulterata fa pensare al discutibile culto dell'eroe, all'"Uomo di Marmo" del socialismo di stato. Ci sono già intere classi dove si simula la creazione di imprese, poi, l'ingresso delle società nelle quotazioni di borsa, i movimenti del mercato. Ma soprattutto, la scuola stessa viene lanciata sul mercato della "libertà d'impresa". Gli sponsor occupano sempre più spazio. Il divieto di pubblicità nella scuola è già stato abolito in molti Länder tedeschi. Chi si è già abituato alla trasformazione dei muri, dei quaderni di scuola e delle sale d'entrata, in spazi pubblicitari, si trova già trasformato, egli stesso, come già i campioni dello sport, in una marionetta per la pubblicità.
L'utopia dell'"uomo economico" non può trionfare che attraverso lo sviluppo di forme patologiche nella società.
Robert Kurz - Pubblicato l'8 agosto 2000 su Neues Deutschland
fonte: http://palim-psao.over-blog.fr